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Per una legge elettorale nuova, coerente per Camera e Senato

riforma legge elettoraledi Alfiero Grandi vice presidente vicario Comitato per il No - Il 2 ottobre i Comitati referendari porranno di nuovo con tutta la forza di cui sono capaci la richiesta di una legge elettorale nuova, coerente per Camera e Senato che chiuda con la fase dei porcellum, degli italicum e consenta agli italiani di eleggere un parlamento credibile, che recuperi la fiducia dei cittadini, compromessa da anni di effetti perversi del maggioritario che abbiamo conosciuto. La nuova legge elettorale è una richiesta venuta anche dal Presidente della Repubblica con la quale siamo d’accordo.
Dopo la bocciatura netta e forte del referendum del 4 dicembre 2016 dei tentativi di stravolgimento della Costituzione voluti da Renzi ora è il momento di ottenere una legge elettorale coerente con l’esito del voto dei cittadini che a grande maggioranza hanno detto No. L’Italicum è la legge elettorale coerente con quel tentativo bocciato di stravolgimento della Costituzione, tanto è vero che valeva solo per la Camera, visto che si dava per superato il Senato. Il giudizio della Corte costituzionale, su nostra richiesta, ha duramente rimesso in discussione l’Italicum e quindi oggi ci troviamo con due sistemi elettorali diversi e per tanti versi incoerenti.

Il diritto degli elettori di eleggere tutti i loro rappresentanti

La richiesta al parlamento di approvare una nuova legge è già stata avanzata dai Comitati referendari con una petizione popolare che ha posto due questioni centrali: una forte iniezione di proporzionale e il diritto degli elettori di eleggere tutti i loro rappresentanti. Purtroppo il parlamento ha perso mesi prima di procedere e quando finalmente ha iniziato a lavorare ha subito l’influenza nefasta delle forze politiche principali, in particolare del Pd, che ha cambiato più volte posizione, anche in modo radicale, salvo trarre la conclusione dal primo incidente di percorso parlamentare che non se ne può far nulla. La legge elettorale non può essere monopolio di qualcuno e tanto meno sequestrata dalle forze politiche perchè è un diritto sacrosanto dei cittadini e un interesse fondamentale del sistema democratico.
Infatti se il parlamento non è credibile tutto il sistema istituzionale ne risente, a partire dalla sua qualità intrinseca e per la scarsa rappresentatività effettiva.
La questione rappresentattività è oggi centrale per riavvicinare i cittadini alla loro rappresentanza, altrimenti proseguirà un divorzio ormai lungo e preoccupante che può allontanare definitivamente tanta parte del paese dalle scelte politiche, verso l’astensione o il voto di protesta.
Non è vero che la legge elettorale è questione dei gruppi dirigenti. Anzi i gruppi dirigenti vorrebbero perpetuare un parlamento subalterno e senza identità, con parlamentari corrivi ai capipartito e al governo del momento. Anche i parlamentari così vengono frustrati nel loro ruolo e la loro qualità si abbassa drammaticamente fino a provocare un divorzio dal paese reale.

L'importanza di un Parlamento davvero rappresentativo

Solo un parlamento rappresentativo può rispondere alle aspettative del paese, alle domande di fondo dei cittadini. Pensiamo ad alcuni punti: diritti di chi lavora, politiche per l’occupazione, sistema dell’istruzione, diritti garantiti nella sanità, nelle pensioni, ecc.
Se resterà un parlamento di nominati le risposte saranno ancora una volta deludenti.
Solo un parlamento permeabile alla società, rappresentativo delle istanze dei cittadini sarà in grado di rispondere e la premessa indispensabile è che i parlamentari siano liberi di decidere e rispondano delle loro scelte non ai capi partito ma ai cittadini che che li hanno eletti.
Per questo la possibilità di eleggere tutti i parlamentari è una svolta indispensabile, istituzionale e politica.
Non a caso questo parlamento, in gran parte di nominati, eletto con il porcellum, sembra incapace di rispondere anche alla domanda fondamentale che riguarda il suo ruolo e cioè approvare una legge elettorale coerente e innovativa.
Il maggioritario non ha risolto nulla, nemmeno quando Berlusconi ha avuto 100 deputati di maggioranza. Regalare con artifici la maggioranza dei parlamentari ad una minoranza di elettori è non solo contrario alla nostra Costituzione ma è inutile perchè in un modo o nell’altro la maggioranza finisce con il farsi sentire, come dimostrano i referendum del 2011, perduti da Berlusconi, che ne hanno avviato la fine politica.
Non è vero che il maggioritario consente stabilità. Semmai la stabilità di governo può e deve essere il frutto di un’intesa politica e di meccanismi come la sfiducia costruttiva che in Germania ha dato buona prova.
Un conto è la rappresentanza e altro è la governabilità. Chi vuole imporre la governabilità in realtà vuole semplicemente imporre le sue idee di minoranza alla maggioranza e questo non è democratrico e non risponde ai principi della nsotra Costituzione.
Il 2 ottobre lanceremo una campagna di mobilitazione nel paese per coinvolgere le persone, per contattare i parlamentari, per premere sui partiti, per tentare di spostare le opinioni fin troppo rassegnate alla deriva degli eventi attuali.

 
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Il Senato è l'approdo di Zingaretti? Cos'è un'ammissione di fallimento?

consiglio lazio 350 260Fabrizio Santori, consigliere regionale del Lazio di Fratelli d’Italia dichiara: “ZINGARETTI NON SI RICANDIDA, PERCHE’ FA CETTO LA QUALUNQUE?”

“Oggi il presidente della Regione inaugura la stazione degli annunci di fine mandato, promettendo nuove assunzioni, riduzione delle liste d’attesa e riapertura degli ambulatori grazie a investimenti milionari che guarda caso si verificano nel suo ultimo anno da governatore. Zingaretti ha dato il via alla campagna elettorale in stile Cetto La Qualunque e, senza nemmeno un po’ di imbarazzo per la drammatica realtà della sanità del Lazio, parla di un superamento delle criticità in questo settore. Eppure lo sanno anche i sassi che Nicola Zingaretti non vede l’ora di scappare della Regione Lazio e candidarsi al Senato, e allora perché distorcere la realtà? Ogni giorno leggiamo di disservizi per i pazienti, chiusure di ambulatori, spostamenti di presidi sanitari. Non è una nostra invenzione il caos barelle, per cui le ambulanze non escono perché prive delle lettighe usate nei Pronto soccorso come posti letto; e nemmeno ci siamo inventati i casi di pazienti curati in queste stazioni di prima emergenza senza rispetto della privacy e in aree promiscue. Le parole di Zingaretti sono offensive per chi ogni giorno fa code interminabili per un vaccino o per il cambio del proprio medico di base. E’ facile risparmiare sulla pelle dei malati, distruggere la sanità pubblica e al contempo affermare che i conti sono in ordine”.

E’ quanto dichiara Fabrizio Santori, consigliere regionale del Lazio di Fratelli d’Italia

Roma 29 marzo 2017

 
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Il futuro Senato della Repubblica – 1ª Parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale in “pillole”. Il futuro Senato della Repubblica – 1ª Parte
Mi accingo, adesso, ad affrontare la tematica inerente la natura, la composizione e le funzioni del “nuovo” Senato. Intanto desidero fare una premessa.
Credo di poter dire che il dibattito su una legge di revisione costituzionale richiede il coinvolgimento delle diverse forze politiche presenti in Parlamento. Nell’approvazione della legge di riforma del Senato, invece, ha avuto la meglio non il confronto spassionato e approfondito tra le diverse posizioni in campo, ma una mera “logica numerica”, che ha spinto una maggioranza raccogliticcia – confezionata “su misura” dal trio Renzi-Boschi-Verdini con ricatti, promesse e facendo sistematico ricorso a parlamentari voltagabbana – a fare affidamento esclusivo sui numeri e non sulla “qualità” del progetto. Atteggiamento, questo, due volte sbagliato: primo, perché contrario allo spirito dell’art. 138 Cost., che, attraverso la doppia lettura conforme, vuole favorire proprio la più ampia discussione e la maggiore condivisione possibile; secondo, perché portato ad avvalersi di circa 300 parlamentari ottenuti dal P.D. nelle elezioni del 2013 come “premio di maggioranza”, in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, in riferimento proprio a quel meccanismo premiale.

Nel merito si osserva

1) Tenendo presente la “natura” del nuovo Senato, colpisce la contraddittorietà tra quanto affermato nell’art. 55, co. 5 (“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali”) e quanto in concreto stabilito.
In primo luogo, va evidenziato che la invocata rappresentanza, con le letture della legge che si sono susseguite dinanzi alla Camera ed al Senato, si è andata progressivamente riducendo. Di ciò costituisce sicura testimonianza la netta compressione delle prerogative autonomistiche assicurate, nel 2001, dalla riforma del titolo V. Si pensi, infatti, all’eliminazione della potestà legislativa concorrente ed all’introduzione della clausola dell’interesse generale, che consente di avocare allo Stato anche competenze esclusive delle Regioni, quando il Governo ritiene che ciò necessita per tutelare l’unità giuridica ed economica o l’interesse nazionale. In questo momento si può solo immaginare il contenzioso che nascerà dinanzi alla Corte Costituzionale. Voglio ricordare che, per gli estensori della legge di riforma, il contenzioso doveva essere limitato con l’accentramento delle funzioni.
Inoltre, lo stesso art. 55, co. 5, assegna al Senato il compito di concorrere all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea. Il che è foriero di altro contenzioso tra le Regioni e la “nuova” Camera Alta.
Come pure va rilevato che alcune materie di interesse regionale e territoriale “sono sottratte al procedimento legislativo ‘non paritario rafforzato’, limitando il possibile intervento del Senato alle sole forme eventuali e non paritarie di cui al terzo comma del novellato art. 70.” (G. Azzariti).

2) Obiettivo prioritario della riforma costituzionale era il superamento del c.d. “bicameralismo paritario”. Ricordo che esso costituiva uno dei punti meno controversi della riforma stessa.
E’ bene chiarire, da subito, che il superamento del “bicameralismo perfetto” è un fatto positivo, anche se, per onestà intellettuale, va riconosciuto che i tempi – spesso lunghi – per l’approvazione dei disegni di legge dipendono, il più delle volte, dalla litigiosità dei partiti e dall’assenza, al loro interno, di un agire compiutamente democratico.
Cosa c’entra, infatti, la “navetta”, cioè il passaggio di un disegno di legge da una Camera all’altra insito nel bicameralismo, con i tempi occorsi per l’approvazione della legge sulle unioni civili? Non dice nulla che questa legge è stata approvata parzialmente – dopo vari decenni – in ragione della diversità di vedute tra le forze politiche (anche) di maggioranza?
Si può seriamente pensare che l’inserimento del reato di tortura nel codice penale o la riforma del processo penale con una nuova disciplina della prescrizione – da adottare necessariamente onde evitare che un gran numero di reati continuino ad essere dichiarati prescritti – dipende dal bicameralismo? Certamente il ritardo non è attribuibile all’esame paritario del provvedimento da parte della Camera e del Senato.
E’, invece, dimostrato che, quando i partiti – che compongono una maggioranza – sono d’accordo tra loro, occorrono solamente dai 100 ai 150 giorni per varare una legge. Tutte le statistiche dicono questa verità. E dicono anche un’altra verità: l’Italia è il Paese più dotato di leggi. Solo che esse rimangono spesso inattuate. Al riguardo, ricordate il falò sbandierato da Calderoli?

3) E’ bene ricordare che, sullo svolgimento di funzioni paritarie da parte della Camera e del Senato, si soffermò l’attenzione della stessa Assemblea costituente. Già allora si pensò alla differenziazione delle stesse fra le due assemblee. Negli anni successivi costituzionalisti, studiosi del diritto e politici hanno auspicato l’aggiornamento della Costituzione del ’48 o abolendo completamente la Camera Alta o provvedendo a differenziarne le funzioni rispetto alla Camera dei deputati. Qualunque soluzione fosse stata adottata doveva, però, fare salve due condizioni imprescindibili: che il Senato continuasse ad essere un organo di garanzia e di controllo (dotato dei relativi poteri e composto da un numero adeguato di componenti) e che fosse garantita la centralità del Parlamento.
Ciò soprattutto a causa della non omogeneità delle materie trattate.
Ora, in disparte che, a mio parere, non è un disvalore avere due Camere paritarie (più esami di un disegno di legge garantiscono, certamente, una legge migliore), è certo che il bicameralismo assicura di per sé una limitazione del potere costituito e consente l’approvazione di leggi più rispettose dei valori costituzionali. Non è, perciò, serio omettere di ritenere che la riforma approvata disattende proprio le condizioni richiamate in precedenza. Dalle soluzioni adottate per il superamento del bicameralismo perfetto, infatti, non solo esce enormemente rafforzato il ruolo dell’Esecutivo in danno del Legislativo, ma vengono altresì depotenziati i contrappesi, per effetto dell’indebolimento del Senato, della mancata garanzia delle opposizioni e della riduzione della Presidenza della Repubblica alla mercè della maggioranza. Per di più, le funzioni attribuite al “nuovo” Senato – come vedremo meglio quando discuteremo dei diversi procedimenti legislativi – sono confuse e disomogenee.

 
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Il futuro Senato della Repubblica – 2ª parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale in "pillole". Il futuro Senato della Repubblica – 2ª parte
Proseguendo nella trattazione della composizione e delle funzioni del “nuovo” Senato, aggiungo le considerazioni che seguono. (dopo aver eletto la pagina intitolata "La maggioranza “drogata” dall’Italicum" cliccate sul titolino "Un saldo negativo per la democrazia" per leggere il resto dell'articolo)

  1. Maggioranza “drogata” dall’Italicum
  2. Saldo negativo per la democrazia

 La maggioranza “drogata” dall’Italicum

1) Va innanzitutto, precisato che uno degli ostacoli maggiori allo svolgimento delle funzioni senatoriali è dato dalla drastica riduzione del numero dei senatori. Basta tenere presente che il loro peso, nelle decisioni più importanti, è praticamente inesistente. Ciò si deduce agevolmente da quel che può accadere in occasione delle riunioni del Parlamento in seduta comune per la elezione del Presidente della Repubblica. In tal caso, la netta prevalenza dei deputati consente, a partire dal settimo scrutinio, di eleggere il Capo dello Stato con il voto favorevole dei tre quinti dei votanti anziché dei tre quinti della Assemblea. Il che comporta la pratica ininfluenza del voto espresso dai 100 senatori. L’ulteriore conseguenza è che la massima Autorità dello Stato viene posta alla mercè della maggioranza “drogata” assicurata dall’Italicum. Fondamentalmente errata è, dunque, la tesi di coloro che sostengono che, per eleggere il Presidente della Repubblica, occorrono non meno di 435 voti. In effetti, questo quorum vale dal quarto scrutinio sino al sesto incluso (quando è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea composta da 730 deputati e senatori). Dal settimo scrutinio, in base all’art. 83 Cost. riformato, la percentuale dei tre quinti si calcola – come si è visto – sui votanti, che possono essere benissimo in numero – anche di molto – inferiore ai 435. Tale evidente “mostruosità” legislativa è frutto di una riforma del Senato che, in virtù dell’intreccio perverso con l’Italicum, riesce a trasformare una minoranza di elettori in una maggioranza di parlamentari.
E’ bene far notare che, con la percentuale di voti favorevoli richiesta dalla legge attuale, invece, il Presidente della Repubblica, per essere eletto, dovrebbe ottenere non meno di 366 voti (cioè la maggioranza assoluta dei 730 componenti l’Assemblea). Il che vuole dire che, con la revisione della Costituzione, una maggioranza – costituita dai tre quinti dei votanti, assoldata al Presidente del Consiglio (oggi Renzi, domani non si sa) – diventerebbe protagonista della elezione del Capo dello Stato. Analogo discorso può essere fatto per l’elezione dei membri laici del CSM.

2) I senatori, da 315, diventano 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. votoNO 350 260Questa diminuzione del numero è stata ascritta dai moderni riformatori a merito della maggioranza parlamentare. Lo stesso Renzi ha detto di essere riuscito “a mandare a lavorare due senatori su tre”. Trattasi, come è facile comprendere, del più becero qualunquismo. A mio parere è un falso storico che una così dirompente riforma costituzionale sia stata fatta per abbattere i costi della politica. Ed è semplicemente demenziale che la carica di senatore venga ricoperta da un consigliere regionale o da un sindaco “a mezzo servizio”. Si può, infatti, seriamente ritenere che una stessa persona possa assolvere, con profitto ed onore, ad entrambe le funzioni? Solo chi ha scarsa considerazione del lavoro politico e amministrativo e si ritiene un unto del Signore può avere la “faccia tosta” per rendere il nuovo Senato assimilabile ad un dopolavoro o ad un “camerino” per comparse. Assolutamente pertinente è, perciò, l’osservazione di coloro i quali sostengono che il futuro Senato si presenta come un organo svalutato (basti pensare al fatto che i senatori sono tali solo part-time, quasi in spregio all’importanza, che dovrebbe possedere il loro ruolo). E’, invece, chiaro che una scelta siffatta è dovuta unicamente alla volontà di procedere ad ogni costo alla revisione costituzionale, malgrado questa integri più uno stravolgimento della Carta che una ragionevole ristrutturazione di essa. Se, infatti, si fosse veramente perseguita la riduzione dei costi della politica, si sarebbe potuto benissimo procedere attraverso una sensibile diminuzione del numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200), accompagnata da una, seppure contenuta, riduzione delle indennità parlamentari. I risparmi sarebbero stati ben più consistenti e non avrebbero provocato un così violento depotenziamento della Istituzione.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Un saldo negativo per la democrazia")

Un saldo negativo per la democrazia

Al riguardo, trovo perfetta l’argomentazione della Prof. A. Algostino, che insegna diritto costituzionale presso la Università di Torino. Dopo aver precisato che i risparmi non sono, poi, così consistenti, essa aggiunge che il dato della diminuzione del numero “presenta di per sé un saldo negativo rispetto alla democrazia. Minore il numero dei rappresentanti meno ampio lo specchio della rappresentanza, cioè minore il pluralismo politico presente nelle assemblee parlamentari e, quindi, la possibilità per il cittadino di eleggere un rappresentante che rispecchi la propria visione. Una scelta che invece di tentare di contrastare la crescente disaffezione nei confronti del circuito politico-rappresentativo, facilmente aumenta l’astensionismo come scelta politica”.
3) Ma l’ostacolo maggiore allo svolgimento delle funzioni da parte della Camera Alta viene dalla esclusione dei cittadini dall’elezione dei futuri senatori. Al riguardo va, con immediatezza, rilevato che l’art. 57 della legge costituzionale – la cui promulgazione, come è noto, è subordinata alla vittoria del SI al referendum d’autunno – stabilisce (co. 2) che i senatori vengono eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma” (co. 5). votoNO 350 SnapseedOra, a parte la contraddittorietà “insanabile” tra la previsione portata dal co. 2 (dove si prevede che i senatori vengano eletti dai consigli regionali ...) e quella contenuta nel co. 5 dell’art. 57 (dove si parla di elezione in conformità delle scelte degli elettori ...), appare ictu oculi il contrasto tra queste previsioni e quanto, invece, ha sancìto la Corte Costituzionale nella sentenza n.1/2014, che ha bocciato il Porcellum. Ebbene, la Corte ha avuto modo di affermare che “il voto costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare”. Trattasi di “Principio desumibile dall’articolo 1 della nostra Costituzione, che pacificamente costituisce uno dei ‘principi costituzionali supremi’ che nemmeno una legge di revisione può modificare.” (A. Pace). Viene, all’uopo, chiamato in causa il principio della “sovranità popolare”, insito nel citato art. 1. Da questo punto di vista, è lecito dubitare, persino, della costituzionalità della legge, di cui stiamo discutendo. Ed è privo di pregio l’argomento – portato, a confutazione della possibile incostituzionalità di tale tesi, da taluni fautori del SI (C. Fusaro) –, secondo cui “le seconde camere non elettive e/o non interamente elettive concorrono serenamente, da sempre, al processo legislativo: dappertutto. Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e chi più ne ha più ne metta”. La risposta è arrivata immediata e puntuale. Il Prof. Pace, rifacendosi al compianto Prof. Elia ed alla Consulta, ha chiarito che “un enunciato come quello del nostro art. 1 – che proclama non solo la titolarità, ma addirittura l’esercizio della sovranità popolare – non lo si rinviene in nessun’altra Costituzione”. Non a caso, infatti, noi consideriamo la nostra Carta come la più bella del mondo.

 

 

 
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Composizione e funzioni del futuro Senato – 3ª Parte

di Achille Migliorelli - AnaulaSenato 350cora sulla composizione e sulle funzioni del futuro Senato – III^ Parte. Il  referendum costituzionale “in pillole”
1) In seno all’Assemblea Costituente fu vivacemente dibattuto il tema della elettività diretta o indiretta dei componenti della Camera Alta. La discussione si concluse, come è noto, con l’approvazione dell’ordine del giorno secondo cui: “L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale”. L’art. 58 (ora abrogato dalla legge di revisione costituzionale) recepì l’o.d.g., sancendo che: “I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età”.
Nell’ultimo trentennio ci sono stati diversi tentativi diretti a modificare il sistema di elezione del Senato della Repubblica. L’ultimo di essi risale al 2013. In tale occasione, con Relazione del 17 settembre 2013, la Commissione per le riforme costituzionali, nominata dal Governo Letta, ebbe modo di affrontare anche il problema dell’alternativa tra l’elezione diretta e l’elezione indiretta del futuro Senato. Tra le altre vennero valutate due opzioni: la prima, con l’accoglimento della ipotesi della elezione indiretta, vide la prevalenza dell’opinione “che i senatori vengano eletti fuori dal Consiglio regionale per evitare che le stesse persone ricoprano contemporaneamente due funzioni legislative, una presso il Consiglio regionale e l’altra presso il Senato”; la seconda, favorevole alla elezione diretta da parte dei cittadini in concomitanza con le elezioni regionali invece che contestualmente all’elezione della Camera, mostrò particolare interesse, in un quadro di bicameralismo differenziato, alla rappresentanza dei territori. Il vantaggio di questa opzione, secondo la Relazione, “sarebbe quello di avere soggetti legati al territorio in maniera più forte di eletti in secondo o terzo grado, responsabilizzati di fronte ai cittadini, probabilmente di livello qualitativo migliore e non necessariamente appartenenti ad un circuito partitico. Senatori eletti direttamente diventerebbero da un lato interlocutori della Camera politica, dall’altro interlocutori dei vertici regionali, che hanno bisogno di interlocutori forti anche essi rappresentativi dei territori”. Questa opzione, oltretutto, “favorirebbe un maggior ricambio nella classe politica nazionale e locale”; “non comporta il mantenimento del bicameralismo paritario, ma prevede che in ogni caso il rapporto fiduciario debba ricadere sulla Camera dei Deputati”. Appare di tutta evidenza che sia l’una che l’altra opzione avevano una dignità significativa, anche se – a guardare bene – la preferenza sembrò andare alla seconda.
Con la caduta del governo Letta ed il subentro del Governo Renzi il disegno di legge fu abbandonato. In effetti, il “Patto del Nazareno” e l’inciucio Renzi, Berlusconi, Verdini impedì la conclusione di un ottimo lavoro, portato avanti da 35 esperti esterni al Parlamento con il fiancheggiamento di un Comitato di redazione composto da altri sette giuristi. Da tale scelta è scaturito il “pasticcio”, che si prepara a ricevere il responso degli elettori italiani in autunno.

Il parere del prof. Alessandro Pace

2) A questo punto, mi tocca chiamare in causa la sapienza giuridica del Prof. Alessandro Pace, al fine di trarre le prime conclusioni in merito alle modalità di elezione dei nuovi senatori. L’Illustre Professore, dopo aver affrontato criticamente “l’attribuzione al Presidente della Repubblica della nomina per soli sette anni di cinque senatori ... (i Senatori “del” Presidente?”), scrive: “L’elezione dei restanti 95 Senatori è ancor più discutibile: a) perché la funzione di revisione costituzionale e la funzione legislativa verrebbe esercitata da soggetti non eletti dal popolo e quindi non responsabili nei confronti del popolo; b) perché è scandaloso il poco tempo dedicato alle funzioni senatoriali da parte di soggetti che dovrebbero nel contempo svolgere anche le funzioni di consigliere o sindaco; c) perché è stato francamente inopportuno ‘promuovere’votoNO 350 260 i consigli regionali e provinciali a collegi elettorali dopo tutti gli scandali che anche di recente hanno caratterizzato i consigli regionali. E’ quindi francamente difficile comprendere la ratio di questa scelta, a meno di non pensar male, e di ritenere che, anche sotto questo profilo, Renzi, in quanto segretario del PD, abbia voluto riservarsi un potere di influenza sulle segreterie locali e sulle candidature, che egli non avrebbe avuto qualora fossero stati i cittadini ad eleggere i senatori”.
E, dopo aver tratteggiato le differenze con le modalità di elezione dei senatori secondo la legislazione tedesca (per il Bundesrat) e francese, il Prof. Pace ha concluso nel senso che, “in Italia i consiglieri regionali e provinciali ... sarebbero poco più di mille in 21 sezioni elettorali di poche decine di persone: sarebbero designazioni tra colleghi, non elezioni serie”.

Elezione squilibrata durata della carica diverse

3) Desidero, inoltre, evidenziare la criticità rappresentata dagli inconvenienti connessi alla rappresentanza proporzionale di ogni Regione nella composizione del futuro Senato. Bene: secondo un certo calcolo la Lombardia sarebbe rappresentata da 13 senatori, la Sardegna soltanto da due. Il rischio è che le regioni con più popolazione mettano assieme la loro forza numerica con quella dell’appartenenza politica, per cui le regioni meno popolate potrebbero sentirsi sempre meno coinvolte, determinandosi, così, una progressiva disaffezione nei confronti del Senato.
4) Ma c’è di più: non può sfuggire all’attenzione degli studiosi e dei politici che il futuro Senato sarà composto da senatori, il cui mandato avrà la durata della carica di consigliere regionale o di sindaco. Sarà, dunque, un organo a carattere permanente (e a rinnovo permanente), con possibilità che, nel corso della loro permanenza in carica, cambino le maggioranze politiche. In tal caso, la composizione della Camera Alta sarà caratterizzata da uno “schema schizofrenico” (G. De Vergottini). Infatti: “I rappresentanti delle autonomie (i consiglieri regionali e sindaci chiamati a ricoprire la carica di senatori, n.d.r.) permarrebbero in carica seguendo la durata del mandato locale, che quindi potrebbe risolversi in periodi diversificati di durata di quello senatoriale. I componenti presidenziali addirittura avrebbero durata sorpassante quella della durata della generalità dei componenti di provenienza regionale e locale”.
Lascio immaginare l’influenza negativa che tali evenienze potranno esercitare sulla funzionalità operativa e legislativa dell’Istituzione Senato: in particolare in occasione di quei procedimenti legislativi, che continuano a richiedere l’approvazione delle leggi da parte di entrambe le camere.

 
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Il Referendum costituzionale “in pillole” 4ª parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Ancora sulla composizione ed elezione del futuro Senato.
Non è possibile concludere la disamina della composizione e del metodo di elezione del “futuro” Senato senza approfondire altri punti poco convincenti della riforma.
In primo luogo, va evidenziata la macroscopica incongruenza inerente la elezione dei senatori. Secondo il vigente art. 58 della Costituzione, può assumere la carica di senatore chi abbia compiuto i quarant’anni. Con la riforma, a seguito dell’abrogazione della cennata norma, scompare tale limite di età: si potrà, quindi, essere eletti al Senato al compimento dei diciotto anni. Rimane, invece, fermo il limite di età a venticinque anni per i deputati. E’ un vero e proprio controsenso. Ed è una soluzione, questa, che toglie significato alla termine “Senato” (come “Camera degli anziani”). Mi convince, al riguardo, l’opinione dell’amico Rodolfo Damiani, che vede “maggiore saggezza” e “maggiore esperienza” nei rappresentanti della Camera Alta e, quindi, li ritiene maggiormente in grado di tutelare e garantire “da salti nel buio e da derive dirigistiche”. Sembra, allora, evidente che il raggiungimento dell’obiettivo di evitare salti nel buio e derive dirigistiche non è garantito a sufficienza, se si riconosce la possibilità di diventare senatori a diciotto anni, e, cioè, appena dopo aver acquistato il diritto di voto.

Fretta e superficialità

Siffatta incongruenza dimostra la fretta e la superficialità con cui è stata affrontata una materia tanto delicata, quale la revisione della Costituzione.
Non sembra, inoltre, suggerita da una visione coerente e logica la scelta di avere nel futuro senato la presenza contemporanea di consiglieri regionali e sindaci. Ciò perché gli interessi degli uni sono diversi e talvolta contrastanti con quelli degli altri. La presenza dei sindaci rende, tra l’altro, difficile il compito, assegnato al nuovo Senato, di coordinare la legislazione nazionale e regionale. Si può, dunque, essere d’accordo con la Prof. D’Atena, secondo la quale ci troviamo di fronte al “non riuscito compromesso tra l’idea che il Senato debba rappresentare le sole regioni e quella secondo cui in esso dovrebbero trovare la propria proiezione istituzionale tutte le autonomie territoriali presenti nell’ordinamento”.
Certamente illogica si dimostra, anche, la scelta di affidare l’elezione dei sindaci-senatori ai consigli regionali. Come può, infatti, giustificarsi che costoro siano scelti dai consigli regionali e non dai consigli comunali, ovvero dal Consiglio delle Autonomie Locali (C.A.L.), se lo scopo perseguito è quello di consentire ai comuni di avere una rappresentanza di sindaci in seno al futuro Senato?

Durata del mandato

Un aspetto di notevole rilievo è costituito, poi, dall’art. 57, quinto comma, al quale abbiamo già accennato. Ora, tale norma così recita: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma”. E’ noto che quest’ultima parte è stata inserita al termine di un infuocato dibattito in Senato e come “contentino” dato alla minoranza del PD, che chiedeva l’elezione diretta dei senatori: diversamente non avrebbe votato la legge e, con ogni probabilità, sarebbe saltata la riforma. Trattasi, perciò, di un emendamento con il quale è stato raggiunto un compromesso: pur prevedendo che i senatori siano eletti dai consiglieri regionali, viene stabilito che tale elezione dovrà avvenire in conformità delle scelte espresse dagli elettori in occasione del rinnovo degli organi regionali.
La disciplina di dettaglio delle operazioni elettorali sarà stabilita con legge statale approvata da entrambe le Camere. L’individuazione del nuovo sistema di elezione del Senato dipenderà, dunque, dalle scelte che verranno fatte con la ricordata legge bicamerale prevista dall’ultimo comma del nuovo art. 57 della Costituzione. Infatti, a detta legge è stato rimesso il delicato compito di regolare “le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale”. E’ scontato che il Parlamento si troverà di fronte ad una diversità di soluzioni. Una di queste è data dal sistema del “listino bloccato a scorrimento”, in virtù del quale gli elettori, in occasione dei rinnovi dei consigli regionali, verrebbero chiamati a votare oltre che per i consiglieri regionali (in quanto tali) anche per una lista di nomi presenti in una seconda lista di candidati (la cui composizione sarebbe rimessa alle scelte dei segretari e del gruppo dirigente dei partiti). L’elezione avverrebbe sia nell’ente territoriale che nel Parlamento con questa modalità: se il primo del listino non dovesse essere eletto si passerebbe al secondo, e così proseguendo, in modo da assegnare i seggi senatoriali spettanti ai gruppi politici nelle varie regioni. Una simile scelta, è evidente, varrebbe solo per l’elezione dei consiglieri regionali, dovendosi invece considerare impossibile la sua attuazione anche nella scelta dei sindaci, i quali verrebbero eletti esclusivamente dai consiglieri regionali votanti.votoNO 350 260

La blindatura dei candidati

Ma l’inconveniente maggiore è un altro: come con i capilista bloccati e le pluricandidature per la elezione dei deputati, anche nel caso della elezione a senatori dei consiglieri regionali ci sarebbe una nuova “blindatura” di candidati. Il che comporterebbe che la scelta da parte delle forze politiche, lungi dal premiare i candidati migliori, ovvero, comunque, quelli che risultino più graditi ai cittadini-elettori, promuova i più fedeli e ossequienti al “Capo”.
Appare opportuno, infine, ed a conclusione dell’esame – peraltro ancora incompleto – degli aspetti legati alla composizione ed elezione del “futuro” Senato, richiamare l’attenzione dei cittadini-elettori sull’altro contrasto, che è presente nelle disposizioni, che regolano l’elezione dei consiglieri regionali. Orbene, l’art. 121 Cost. stabilisce che il sistema di elezione dei consigli regionali è disciplinato con legge regionale. A sua volta l’art. 57, sesto comma, attribuisce allo Stato la competenza a dettare la disciplina delle “modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri regionali ed i sindaci”. I problemi nascono quando si passa ad interpretare e, quindi, ad applicare il 5° comma dell’art. 57, come risultante dall’approvazione dell’emendamento proposto dalla senatrice Finocchiaro, secondo cui la legge statale bicamerale dovrà prevedere l’elezione dei consiglieri regionali-senatori “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ora, poiché ogni Regione si può dotare di una propria normativa elettorale e, pertanto, si potranno avere leggi elettorali diverse, ne consegue che, per evitare le disfunzioni immaginabili, la legge statale sarà obbligata ad intervenire anche sulle modalità di elezione al Senato dei consiglieri regionali. Insomma potrà benissimo verificarsi che le leggi elettorali regionali fisseranno i criteri per l’elezione dei consiglieri regionali “istituzionali” e non di quelli destinati a divenire senatori. In definitiva: un gran pasticcio.

 
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Il Senato non è stato abolito

aulaSenato 350di Ermisio Mazzocchi - Il Senato non è stato abolito, ma rimane nelle sue funzione di organo dello Stato e con modalità non chiare nella sua composizione.

L'art. 57 della riforma stabilisce la composizione.
Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I consigli regionali (...) eleggono con metodo proporzionale i senatori fra i propri componenti e nella misura di uno per ciascuno i sindaci dei comuni dei rispettivi territori. (...) La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono eletti. (...) Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezioni dei membri del Senato tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio.

Alcune osservazioni

I senatori sono eletti dai consigli regionali tra i propri componenti. Non come si dice di "elezione diretta", ma "in conformità alle scelte espresse dagli elettori" (art. 57 comma 5). Cosa significa in "conformità" rimane oscuro e si rinvia a una successiva legge che potrebbe non venire mai, visto che è tecnicamente impossibile, dato che Regioni e comuni vengono eletti in tempi diversi e ci saranno consistenti e continue sostituzioni dei membri del Senato in diverse fasi di una legislatura.

Inoltre il Parlamento e Consigli regionali sono due organismi distinti in potenziale conflitto di interesse. Nessuno ha spiegato come sia possibile superare le due obiezioni della contemporaneità e della sovrapposizione dei ruoli. L'esercizio in contemporanea delle funzioni di consigliere regionale e di sindaco renderebbe aprioristicamente impossibile il puntuale espletamento delle funzioni senatoriali. I senatori non riceveranno alcun emolumento, ma hanno immunità e conservano tutte le diare oggi in vigore. Sono dei volontari, che dovrebbero svolgere questo volontariato a scapito dell’attività per la quale sono retribuiti dalla collettività, cioè fare il sindaco o il consigliere regionale. Sarebbe come dire che un medico in organico in un ospedale pubblico, ogni giorno si assenta per alcune ore dalla sala operatoria per andare a fare il volontario sull’ambulanza della croce rossa. Ha senso tutto questo?

 

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Il Referendum costituzionale “in pillole” 4ª parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Ancora sulla composizione ed elezione del futuro Senato.
Non è possibile concludere la disamina della composizione e del metodo di elezione del “futuro” Senato senza approfondire altri punti poco convincenti della riforma.
In primo luogo, va evidenziata la macroscopica incongruenza inerente la elezione dei senatori. Secondo il vigente art. 58 della Costituzione, può assumere la carica di senatore chi abbia compiuto i quarant’anni. Con la riforma, a seguito dell’abrogazione della cennata norma, scompare tale limite di età: si potrà, quindi, essere eletti al Senato al compimento dei diciotto anni. Rimane, invece, fermo il limite di età a venticinque anni per i deputati. E’ un vero e proprio controsenso. Ed è una soluzione, questa, che toglie significato alla termine “Senato” (come “Camera degli anziani”). Mi convince, al riguardo, l’opinione dell’amico Rodolfo Damiani, che vede “maggiore saggezza” e “maggiore esperienza” nei rappresentanti della Camera Alta e, quindi, li ritiene maggiormente in grado di tutelare e garantire “da salti nel buio e da derive dirigistiche”. Sembra, allora, evidente che il raggiungimento dell’obiettivo di evitare salti nel buio e derive dirigistiche non è garantito a sufficienza, se si riconosce la possibilità di diventare senatori a diciotto anni, e, cioè, appena dopo aver acquistato il diritto di voto.

Fretta e superficialità

Siffatta incongruenza dimostra la fretta e la superficialità con cui è stata affrontata una materia tanto delicata, quale la revisione della Costituzione.
Non sembra, inoltre, suggerita da una visione coerente e logica la scelta di avere nel futuro senato la presenza contemporanea di consiglieri regionali e sindaci. Ciò perché gli interessi degli uni sono diversi e talvolta contrastanti con quelli degli altri. La presenza dei sindaci rende, tra l’altro, difficile il compito, assegnato al nuovo Senato, di coordinare la legislazione nazionale e regionale. Si può, dunque, essere d’accordo con la Prof. D’Atena, secondo la quale ci troviamo di fronte al “non riuscito compromesso tra l’idea che il Senato debba rappresentare le sole regioni e quella secondo cui in esso dovrebbero trovare la propria proiezione istituzionale tutte le autonomie territoriali presenti nell’ordinamento”.
Certamente illogica si dimostra, anche, la scelta di affidare l’elezione dei sindaci-senatori ai consigli regionali. Come può, infatti, giustificarsi che costoro siano scelti dai consigli regionali e non dai consigli comunali, ovvero dal Consiglio delle Autonomie Locali (C.A.L.), se lo scopo perseguito è quello di consentire ai comuni di avere una rappresentanza di sindaci in seno al futuro Senato?

Durata del mandato

Un aspetto di notevole rilievo è costituito, poi, dall’art. 57, quinto comma, al quale abbiamo già accennato. Ora, tale norma così recita: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma”. E’ noto che quest’ultima parte è stata inserita al termine di un infuocato dibattito in Senato e come “contentino” dato alla minoranza del PD, che chiedeva l’elezione diretta dei senatori: diversamente non avrebbe votato la legge e, con ogni probabilità, sarebbe saltata la riforma. Trattasi, perciò, di un emendamento con il quale è stato raggiunto un compromesso: pur prevedendo che i senatori siano eletti dai consiglieri regionali, viene stabilito che tale elezione dovrà avvenire in conformità delle scelte espresse dagli elettori in occasione del rinnovo degli organi regionali.
La disciplina di dettaglio delle operazioni elettorali sarà stabilita con legge statale approvata da entrambe le Camere. L’individuazione del nuovo sistema di elezione del Senato dipenderà, dunque, dalle scelte che verranno fatte con la ricordata legge bicamerale prevista dall’ultimo comma del nuovo art. 57 della Costituzione. Infatti, a detta legge è stato rimesso il delicato compito di regolare “le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale”. E’ scontato che il Parlamento si troverà di fronte ad una diversità di soluzioni. Una di queste è data dal sistema del “listino bloccato a scorrimento”, in virtù del quale gli elettori, in occasione dei rinnovi dei consigli regionali, verrebbero chiamati a votare oltre che per i consiglieri regionali (in quanto tali) anche per una lista di nomi presenti in una seconda lista di candidati (la cui composizione sarebbe rimessa alle scelte dei segretari e del gruppo dirigente dei partiti). L’elezione avverrebbe sia nell’ente territoriale che nel Parlamento con questa modalità: se il primo del listino non dovesse essere eletto si passerebbe al secondo, e così proseguendo, in modo da assegnare i seggi senatoriali spettanti ai gruppi politici nelle varie regioni. Una simile scelta, è evidente, varrebbe solo per l’elezione dei consiglieri regionali, dovendosi invece considerare impossibile la sua attuazione anche nella scelta dei sindaci, i quali verrebbero eletti esclusivamente dai consiglieri regionali votanti.votoNO 350 260

La blindatura dei candidati

Ma l’inconveniente maggiore è un altro: come con i capilista bloccati e le pluricandidature per la elezione dei deputati, anche nel caso della elezione a senatori dei consiglieri regionali ci sarebbe una nuova “blindatura” di candidati. Il che comporterebbe che la scelta da parte delle forze politiche, lungi dal premiare i candidati migliori, ovvero, comunque, quelli che risultino più graditi ai cittadini-elettori, promuova i più fedeli e ossequienti al “Capo”.
Appare opportuno, infine, ed a conclusione dell’esame – peraltro ancora incompleto – degli aspetti legati alla composizione ed elezione del “futuro” Senato, richiamare l’attenzione dei cittadini-elettori sull’altro contrasto, che è presente nelle disposizioni, che regolano l’elezione dei consiglieri regionali. Orbene, l’art. 121 Cost. stabilisce che il sistema di elezione dei consigli regionali è disciplinato con legge regionale. A sua volta l’art. 57, sesto comma, attribuisce allo Stato la competenza a dettare la disciplina delle “modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri regionali ed i sindaci”. I problemi nascono quando si passa ad interpretare e, quindi, ad applicare il 5° comma dell’art. 57, come risultante dall’approvazione dell’emendamento proposto dalla senatrice Finocchiaro, secondo cui la legge statale bicamerale dovrà prevedere l’elezione dei consiglieri regionali-senatori “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ora, poiché ogni Regione si può dotare di una propria normativa elettorale e, pertanto, si potranno avere leggi elettorali diverse, ne consegue che, per evitare le disfunzioni immaginabili, la legge statale sarà obbligata ad intervenire anche sulle modalità di elezione al Senato dei consiglieri regionali. Insomma potrà benissimo verificarsi che le leggi elettorali regionali fisseranno i criteri per l’elezione dei consiglieri regionali “istituzionali” e non di quelli destinati a divenire senatori. In definitiva: un gran pasticcio.

 
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Un Senato assurdo: rappresenta le autonomie territoriali, ma senza occuparsi dei loro bilanci

votoNO 350 260di Ermisio Mazzocchi - Ritengo che si debba concentrare il confronto referendario nel merito dei singoli 47 articoli, senza avere un atteggiamento pregiudiziale o di schieramento, senza creare allarmismi catastrofici del tipo: "se si perde questa occasione la Costituzione non sarà mai più cambiata". La Costituzione è fatta per essere cambiata. Dal 1948 la Costituzione è stata cambiata e integrata 36 volte.
Sono per votare e far votare il NO alla proposta di riforma costituzionale per una valutazione politica che implica scelte che riguardano gli aspetti fondamentali delle garanzie costituzionali e del diritto di rappresentanza diretta dei cittadini. Questi due principi sono messi in discussione e ampliamente strasvolti.

Cominciamo con alcuni passi del primo dei 47 articoli, l’art. 55

Art. 55. – Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione. (...) Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. (...) Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione (...) Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione Europea.

Alcune osservazioni

In maggioranza (sostenitori del NO compresi) si concorda che la fiducia al Governo dovesse essere data da una sola Camera. Bene! Ma perché non abolire il Senato o farne una vera Camera delle Regioni come il Bundestang tedesco?
Invece si è mantenuto una sorta di bicameralismo perfetto per le leggi costituzionali ed elettorali e per la ratifica dei trattati internazionali. Già questa competenza avrebbe richiesto l'elezione diretta dei senatori.
Il Senato, così, continua a esercitare le funzioni di organo delle Stato, non solo nell'esercizio del podestà legislativa ordinaria e di quella di revisione costituzionale, ma anche nelle funzioni di raccordo tra Stato, enti costitutivi della repubblica e Unione Europea, nell'espressione di pareri su le nomine di competenza del Governo e in tutte le altre funzioni previste dal quarto comma del "nuovo" articolo 55. Però, la riforma priva questo Senato dell'approvazione del Bilancio vale a dire la “competenza” per eccellenza, che suddivide le risorse tra centro e periferia. Un assurdo: dovrebbe occuparsi delle autonomie territoriali, ma non delle loro esigenze finanziarie.
Secondo questa riforma Renzi-Boschi, le regioni, in Senato avranno un numero diverso di seggi a seconda della popolazione, inoltre i senatori avranno libertà di mandato e così la natura rappresentativa del Senato sarà squisitamente politico-partitica con una moltiplicazione delle conflittualità.
Vi paiono motivi sufficienti per votare NO? A me pare di si.

 
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Un Senato a maggioranze mutanti

votoNO 350 260IL PERCHE’ “NO” DI QUESTA DOMENICA 30 OTTOBRE 2016


Si omette, quasi sempre, che questo nuovo senato (non elettivo e a composizione variabile a seconda della durata dell’incarico dei sindaci e dei consiglieri regionali che ricoprirebbero d’ora in poi la carica di senatori) dovrebbe votare paritariamente insieme alla camera per numerosi tipi di leggi (articolo 70) tra cui quelle costituzionali, quelle che determinano le funzioni fondamentali dei comuni e delle città metropolitane, e che inoltre il nuovo senato eserciterà la sua funzione su ciò che concerne la materia europea (articoli 55 e 80), che riguardano molteplici aspetti della vita di un paese membro.

In conclusione, dietro un’apparente semplificazione in nome della “governabilità” a noi sembra si celi il pericolo di un caos istituzionale in cui a restare al comando sia di fatto un solo potere: quello dell’esecutivo. Un rischio accresciuto dal legame tra l’Italicum e la riforma Boschi, che amplifica i suoi perniciosi effetti in termini di concentrazione del potere nel capo del governo e di indebolimento dell’autonomia delle istituzioni di garanzia. Ricordiamo, infine, che osservazioni molto simili a queste sono state mosse da un appello di 56 costituzionalisti (tra cui ben 11 presidenti emeriti della corte).

 
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