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GD Latina: "Il senso delle parole di Zingaretti è il nostro dramma"

  • Pubblicato in Partiti

PARTITI. PD Latina

Giovani Democratici Federazione Latina

BandieraGD 370 minNel bel mezzo del caos che sta investendo il PD in questi ultimi giorni, tra i pochi sul territorio a squarciare il muro del silenzio ci sono i Giovani Democratici, non mancando di toni duri e marcati.

Si era espresso per primo il Segretario Provinciale Leonardo Majocchi, nella notte di venerdì, con una lunga nota su Facebook, a sostegno del segretario neo-dimissionario Nicola Zingaretti, sottolineando quanto la situazione presente nei territori sia la stessa presente a livello nazionale.

«Il senso delle sue parole è il nostro dramma - ha scritto - È quello che accade spesso, Latina compresa. Se sei poi minoranza di qualcosa (che tu sia giovane, donna, tacciato come “radicale” e altri miti) allora è tutto più complesso e se non “emergi” è anche un po’ colpa tua perché evidentemente non ti adatti alla ferocia di certa politica», invitando poi all’apertura anche localmente di una discussione sincera che ridefinisca modi, linguaggio, paradigmi delle relazioni umane all’interno dei nostri luoghi: c’è bisogno di smuovere il tessuto intimo del nostro agire.

Rincara Stefano Vanzini, ventitreenne già candidato alla Segreteria del PD Latina lo scorso settembre con una proposta di radicale cambiamento (aveva ottenuto il 40% dei consensi), con un’analisi precisa: “Dovevamo rivolgerci ai nuovi esclusi, ad un ceto medio che andava impoverendosi, a una nuova generazione che non vedeva prospettive. Abbiamo abbandonato la capacità di fare politica fuori dalle istituzioni e nel nostro moderatismo siamo pian piano diventati irriconoscibili. La linea politica è diventato un accessorio, basti pensare a una serie di maggioranze inspiegabilmente diverse a livello comunale, provinciale, regionale che spesso risultano da evidenti equilibri di gestione del potere.”

Poi ancora, Gianluca Carbonara, Presidente Provinciale dell’Organizzazione, anch’esso duro sulla diffusa poca attenzione agli iscritti, ma che ricorda: Il nostro modello (quello della Giovanile) è il modello Piazza Grande e lo dimostriamo giorno dopo giorno mettendo al centro della nostra attività politica le diverse fragilità e i diversi mondi con i quali ci rapportiamo, cercando di distogliere l’idea di cricca elitaria e favorire l’inclusione, il dialogo e l’aggregazione.

Conclude, per ora, Maria Gabriella Taboga, candidata coordinatrice al Forum dei Giovani di Latina: “La Torre d’avorio” in cui il PD si è rinchiuso, è crollata su sé stessa. Occorre rilanciare l’idea di Piazza Grande: alla comunità del Partito Democratico, il coraggio di fare di questo tempo uno spazio per ridare la giusta centralità alle persone, per parlare di diritti, per ricordare (o almeno provare a farlo), cosa voglia dire “essere di sinistra”, non è mai mancato.

*Le parole di Zingaretti
Giovani Democratici Federazione Latina <>;

 

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Una “damnatio” a senso unico

 PCI centanni 

Una dimenticanza che pesa nella ricostruzione storica e la falsa non di poco

di Angelino Loffredi
1921 PSI 360 minAscoltando, vedendo e riflettendo sulla trasmissione andata in onda sabato 23 gennaio 2021 su Rai tre, riguardante la costituzione del partito comunista, mi sembra necessario evidenziare una questione che la trasmissione incomprensibilmente ha ignorato, preferendo insistere sulla “martellante“ interferenza dell’inviato dell’Internazionale Comunista, senza mai fare riferimento ai motivi di tale presenza. Avere ignorato tale premessa ha dato alla ricostruzione un senso non veritiero, deviante e sotto certi aspetti manipolatorio.

Anche se sinteticamente debbo far conoscere un fatto importantissimo e che gli autori della trasmissione hanno, come ho già scritto, incomprensibilmente ignorato: in occasione del XVI Congresso del Partito Socialista Italiano tenuto a Bologna dal 5 all’8 ottobre 1919 l’assemblea congressuale votò per acclamazione l’adesione del partito all’Internazionale Comunista, ratificando nello stesso tempo quanto già deliberato dalla Direzione nel mese di marzo, pochi giorni dopo la costituzione della Internazionale stessa. Questa dimenticanza pesa nella ricostruzione storica e la falsa non di poco.

A tale richiesta l’Internazionale, nel suo secondo congresso, del 7 agosto del 1920, risponde che l’adesione è legata al riconoscimento di 21 punti. La presenza al Congresso di Christo Kabakciev , delegato, appunto, dell’Internazionale, non può essere considerata una interferenza o una svista o sottovalutazione del gruppo dirigente socialista ma un atto dovuto, previsto proprio dalla procedura congressuale.

Non intendo dilungarmi sull’illustrazione dei 21 punti perché a me interessa ricordare che di questi la maggioranza del congresso non ne accetta due: il 17°, riguardante il cambio del nome in Partito Comunista d’Italia e il 7°, l’espulsione di Turati e Modigliani. Tutti gli altri 19 vengono accettati.

Per evidenziare come il richiamo della Rivoluzione di ottobre fosse penetrata nell’interno della volontà e dell’agire politico socialista mi preme indicare che la maggioranza congressuale votò anche per l’accettazione del 14° punto che affermava “Ogni partito che desideri entrare nell'Internazionale comunista deve dare appoggio incondizionato alla repubblica sovietica nella sua lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti debbono svolgere una propaganda decisa per prevenire ogni invio di armi ai nemici delle repubbliche sovietiche; essi debbono altresì svolgere con ogni mezzo legale o illegale, propaganda tra le truppe mandate a strangolare le repubbliche dei lavoratori”.

Non ho alcuna difficoltà a scrivere che gli autori della trasmissione se ne sono guardati bene dall’approfondire una situazione che ancora oggi ai ricercatori presenta aspetti di eccezionale complessità, preferendo andare direttamente verso la colpevolizzare delle scelte fatte dai comunisti attraverso una scissione che pur tra tanti limiti, toni e valutazioni sbagliate, ha avviato la costruzione di un partito che ha interagito con la storia d’Italia. E che oggi a trenta anni dallo scioglimento ancora viene ricordato e spesso rimpianto. Tutto questo ovviamente non è stato indicato.

Autori che guidati da un anticomunismo edulcorato ma ingannevole se ne sono guardati bene dal precisare che se il 17° congresso socialista non vota per l’espulsione di Turati, sarà quello del 19°, nell’ottobre del 1922, a venti giorni dalla Marcia su Roma, che lo espellerà insieme a Treves, Modigliani e Matteotti ecc.

Più che approfondire, insomma le contraddizioni e il contesto generale in cui il fascismo si afferma si preferisce fare una “damnatio” a senso unico.

Ceccano 24 Gennaio 2021

 

 

 

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Il Presepe e il senso del Natale

Opinioni e Tradizioni

Qual è il senso del Natale?

di Rossana Germani
presepe 390 minIl presepe (o presepio) è una rappresentazione della nascita di Gesù derivata da tradizioni medievali. Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, composto da prae = innanzi e saepes = recinto, ovvero luogo che ha davanti un recinto.

Recinto, capanna o grotta, stella cometa, laghetto, muschio, pecorelle, i vari personaggi, alcuni classici altri attuali o addirittura automatizzati, lucine colorate, cielo stellato e chi più ne ha più ne mette.
Ogni anno facciamo sfoggio della nostra composizione, sempre più grande, sempre più originale e con almeno un personaggio in più. C'è chi usa ancora le vecchie statuine di nonni o bisnonni, un po' scolorire, scocciate, rotte e incollate, ma dal valore affettivo unico. C'è chi si diletta a farle artigianalmente di cartapesta o di altri materiali modellabili e chi, invece, più sbrigativo, le compra magari di plastica. Ma ognuno fa il suo bel presepio.

Anche l'economia gira intorno al presepio.
Via San Gregorio Armeno nota anche come “via dei presepi" o “via dei pastori" o Vico dei presepi, o ancora, da molti partenopei chiamata San Liquoro, è la strada del centro storico di Napoli celebre per le botteghe artigiane di presepi.
La tradizione presepiale ha origini remote. Tanto tempo fa esisteva un tempio dedicato a Cerere, divinità della terra e della fertilità, dea della nascita e tutrice dei raccolti, alla quale le persone offrivano come ex voto delle statuine di terracotta.
La nascita del presepio napoletano è più recente poiché risale alla fine del settecento e da allora è una grande risorsa per gli artigiani del luogo.

Soprattutto nel periodo natalizio si fa fatica a camminare rigorosamente a piedi nel “Vicariello” tra tutte le persone che ammirano le opere esposte in bella vista sia all'interno che all'esterno su appositi banchetti. Gli artigiani realizzano, ormai durante tutto il corso dell'anno, statuine per i presepi, sia tradizionali che originali. Quelli più eccentrici realizzano statuine con fattezze di personaggi di stringente attualità. Già dall'anno scorso in primo piano, e in svariate forme e dimensioni, spiccavano caricature e riproduzioni fedeli in miniatura dei politici che più si sono distinti in questi ultimi anni in positivo o in negativo a discrezione dell'acquirente, come Salvini, Meloni, Renzi, Di Maio, Conte, ma anche Trump o Papa Francesco oppure altri personaggi noti del mondo calcistico o dello spettacolo. Per molte celebrità è diventato un traguardo ambitissimo apparire su uno dei presepi del Vico. Dunque la caratteristica del presepio napoletano è quella di essere un perfetto connubio tra il sacro e il profano.

Tutto bello, tutta la gioia del Natale viene fuori in questi giorni, ma siamo proprio sicuri che sia questo il senso del Natale?
Proviamo ad immaginare cosa ne penserebbe il protagonista in assoluto, Gesù.
Tutto questo consumismo sfrenato intorno al Natale che nemmeno la paura di un minaccioso e ahinoi letale virus riesce a frenare bene. Pensiamo che gli dispiacerebbe davvero nascere con un po' di anticipo? Se addirittura il Papa ha deciso di anticipare la messa della mezzanotte del 24 alle 19 e 30 credo che nessuno debba più mostrare il suo disappunto a riguardo.

E poi, passare le festività natalizie in grande compagnia pensiamo davvero che sia lo scopo della festa del Natale? E, ancora, pensiamo che diffondere odio sia una filosofia di vita che riconoscerebbe giusta?

E proviamo a pensare a cosa vorrebbe che facessimo di fronte ad un barcone in avaria o che sta affondando in mare aperto, pieno zeppo di persone, di uomini, donne e soprattutto bambini.

Mi piace riportare questa parte del Vangelo di Matteo che, al di là della fede o meno, trovo che sia molto significativa e che sia spunto di riflessione per i credenti come per gli atei o per gli agnostici.

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

«Poi - il Figlio dell’uomo - dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”»(Mt 25,41-45).

Ma sentiamo anche Carlo Alberto Salustri, poeta noto come Trilussa (un anagramma del suo cognome), noto al pubblico per le sue poesie in romanesco. Ha dedicato una bella poesia al presepe: in questi versi Trilussa dà voce al bambino Gesù, immaginando una sua critica a chi si dedica all’arte di allestire un presepe, di farlo ogni anno sempre più grande e sempre più ricco di personaggi senza però coglierne il vero significato.

“Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore”.

Mi auguro che questo Natale sia un'occasione per ritrovare davvero lo spirito natalizio che ci illumini il cammino futuro e che ci faccia guardare il prossimo con amore e fratellanza. In questi ultimi anni sono uscite fuori dagli animi di alcune persone delle frasi come “buon appetito ai pesci" che nessun essere dotato di un minimo di cuore dovrebbe poter pensare.

Auguro a tutti davvero un buon Natale nella speranza che l’umanità faccia un passo avanti verso la pace, l'amore e l'unione tra tutti i popoli e tra tutte le persone senza più alcuna distinzione. Facciamo parte tutti di un grande presepio dove ognuno ha il suo ruolo e dove ogni nuova vita che nasce deve essere una gioia per tutti mentre la fine di ogni vita deve arrecare dispiacere ad ognuno e dove tendere la mano a qualsiasi persona in difficoltà è doveroso e deve essere visto come un atto di amore, di rispetto ma soprattutto di gioia da parte di chi lo compie.

Per quanto mi riguarda, se una mia parola, un mio gesto, un mio sorriso, una mia carezza seppur virtuale in questo momento, abbia portato o porterà sollievo a qualsiasi essere vivente potrò dire di non aver vissuto invano. Buon Natale e buon presepio a tutti.

Pubblicato anche su https://sardinecreative.wordpress.com del 15 dicembre 2020
Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

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Cassino: Che senso ha l'iniziativa per la Civitas Mariae?

“Non agitare ciò che è calmo”,

Cassinomunicipio 350 260“Quieta non movere!”. E’ l’incipit di un saggio motto popolare in lingua latina che può essere tradotto con: “Non agitare ciò che è calmo”, oppure con l’equivalente “non muovere le cose tranquille”.

Lo richiamava, tale motto, a conclusione di un suo scritto nella rubrica “Scampoli”, che curava sul nostro diffuso free press settimanale, “Cassino7”, il già preside del “Carducci”, Peppino Grossi. Un cassinate doc, attaccato (senza voler esagerare, così come un mitile lo è allo scoglio) a questa sua città di cui conosce bene la sua gente, con i suoi pregi e difetti, e da dove non si allontana mai. Un uomo di cultura, saggio, attento alle cose, della cui squisita ed affettuosa amicizia ci gratifichiamo. Quel suo scritto dal titolo: “Tre Santi Patroni e…non bastano”, risale al 27 marzo del 2004. Non proprio a ieri, quindi. Spinti dall’attualità dell’argomento riproposto dai parroci di questa città con la richiesta di proclamare Cassino “Civitas Mariae”, siamo andati a ritrovarlo nel libro “Cassino, ad Agosto, non è brutta”, edito da Francesco Ciolfi. Una raccolta di parte delle pubblicazioni di quella sua fortunata e assai letta rubrica.

Peppino Grossi ricorda che quando Cassino, nel 1995, proclamò suo patrono San Benedetto (“Santo importantissimo per il mondo intero… che l’Europa giustamente lo volle suo patrono”), la città ne aveva già uno, San Germano, un santo forestiero, di origine campana che si fermò secoli fa a Cassino. Verso il quale però i Cassinati non hanno mostrato mai un grande trasporto. “Anzi, poco devotamente - scrive il nostro preside – lo hanno sempre considerato una specie di intruso, l’antesignano di tutti i forestieri che sono capitati e càpitano a Cassino per caso, vi mettono, come si dice, le tende e finiscono, senza meriti particolari, con lo scalzare i nativi del luogo in ogni attività e, paradossalmente, nella considerazione di parecchi degli stessi Cassinati”. Anche per questa ragione, quindi, essi non si sarebbero affatto dispiaciuti quando San Benedetto è stato proclamato patrono di Cassino.

“In effetti, però, a ben vedere – sostenne ancora Grossi – San Germano non è stato mai sostituito ufficialmente; direi che è stato piuttosto affiancato da San Benedetto, per cui, considerato che anche la Madonna dell’Assunta è ritenuta dai Cassinati una protettrice del paese (credo, anzi, che sia la più invocata), Cassino si ritrova oggi con tre protettori”.

“Che dire? Che fare? Affidarsi ad uno solo dei tre?”, si chiedeva in conclusione. E nella sua lungimirante saggezza suggeriva: “Quieta non movere!”. Anche perché nessuno dei tre santi aveva sollevato un qualche conflitto di competenza e, con i tempi che correvano (In Comune si era agli inizi dell’allegra era Scittarelli, che, come anticipammo in un nostro scritto, ci avrebbe lasciato in mutande), rinunciare alla protezione di due dei tre sarebbe stato veramente da stolti. Del resto, tra i fedeli, il tutto procedeva tranquillamente, senza problema alcuno.
Quieta non movere!” equivale anche al “Non stuzzicare il can che dorme”; o, privilegiando il nostro amato gergo popolare, al “Non mettere la mano nel nido di vespe” (italianizzato).

Qui, con quella loro iniziativa, i parroci pare abbiano imprudentemente messo le mani proprio lì, nel nido di vespe. La reazione che c’è stata tra la gente, gli uni contro gli altri come accese tifoserie contrapposte, dà infatti proprio l’idea delle vespe che, stavano belle quiete, tranquille, ma, infastidite, hanno reagito e si son messe a pungere all’impazzata. Ora, per correre ai ripari (ammesso ve ne sia la volontà), occorre rifarsi alla seconda parte di quel motto in lingua latina: “… et paret mota quietare” (“…e piuttosto calma ciò che è agitato”).

Come fare? Questo il problema! Poiché è impossibile si verifichi quel che abbiamo sentito dire da una devota popolana: “Ah, se San Benedetto prendesse una bella mazza…!”, è bene, intanto, che il sindaco e l’amministrazione comunale, colti di sorpresa da tanto inimmaginato clamore anche per via della poca dimestichezza di alcuni di loro con il mondo ecclesiastico, un primo passo lo abbiano fatto concordando con il vescovo una pausa di riflessione e bloccando l’iter della delibera verso il consiglio comunale.
Quanto ai parroci, dovrebbero anzitutto chiedere di togliere dalla circolazione quel fasullo (oltre che ridicolo) sondaggio su chi si preferisca tra San Benedetto e l’Assunta. La Madonna dai Cassinati è considerata una di loro. “Una mamma di famiglia – ebbe a scrivere sempre Peppino Grossi – a Cui si deve rispetto, ma alla Quale, all’occorrenza, bisogna dire il fatto Suo, senza tanti riguardi. I rapporti con Lei i Cassinati li hanno impostati in maniera confidenziale, direi colloquiale. Per questo motivo non è raro il caso in cui Le si rivolgano così. “Maro’, le vi’ che me sì cumbinate?”


La Madonna è anche la più bestemmiata. Ma questo è un altro modo, benché poco ortodosso, di onorarla. “Chi, a Cassino, bestemmierebbe San Cirillo?”, si chiedeva Grossi. Chi ha mai sentito bestemmiare San Benedetto? aggiungiamo noi. C’è bisogno forse del sondaggio per conoscere il sentire degli abitanti di questa città? Per portarci, poi, con il risultato scontato in mano, dove?

Perciò il discorso è un altro: molto più serio e, per certi aspetti, preoccupante. Vorremmo sbagliarci, ma si ha l’impressione che l’obiettivo non sia tanto “Civitas Mariae”, titolo insignito pure a molte città italiane e straniere. Ma l’obiettivo vero di tanta mobilitazione pare sia l’eliminazione del patronato di San Benedetto. Intanto oscurando, ancor più di quanto non si è già fatto, Montecassino e quel connubio tra il Santo e Cassino, allentando il forte legame che unisce la città martire alla comunità benedettina. Non solo. Ma all’Europa e al mondo che sanno, grazie alla radice culturale e spirituale dei benedettini, dove si trovano Cassino e la sua splendida abbazia fatta costruire da San Benedetto. Un’esperienza civile e religiosa unica nella storia della cultura e del cristianesimo occidentale, come altri hanno opportunamente rilevato. Che disperdere, sì, sarebbe davvero imperdonabile.

Mario Costa

 

 

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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Che senso ha...?

paura dellapropriaombra minChe Senso ha....?

Che senso ha....essere infelici
Che senso ha ....continuare a vivere una relazione in cui non sei libera
Che senso ha....lamentarsi ma poi non prendere una decisione secca e risolutiva
Che senso ha....continuare a soffrire
Che senso ha....sentirsi imprigionati in situazioni ormai finite...?
Forse una ragione a tutto questo c'è. ..la paura
la paura delle conseguenze
La paura di non farcela da sola...
Ma la paura va vinta e superata perché è quella che ti blocca...
Il coraggio è vincere le paure...
La vita va presa di petto...senza paure...

 

Tiziano Ziroli - Roma 11 dicembre 2018

 

 

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Il senso della telefonata di Mattarella a Conte

mattarella salvini 350 mindi Elia Fiorillo - Il difficile compito di Sergio Mattarella
La sua parola d'ordine è "discrezione". Lo è sempre stata. È questione di carattere e, si sa, "il carattere è il destino di una persona". Quella telefonata al Capo del governo l'ha fatta perché proprio non ne poteva fare a meno. A parte che si "giocava" con la vita e la dignità del "prossimo". Ma in ballo c'era ben altro. C'era la credibilità dello Stato, l'autonomia della magistratura, il buon senso. Ma come si fa a bloccare l'entrata in un porto italiano di una nave militare del nostro Paese? Ma come si fa a pretendere lo sbarco degli emigranti ammanettati senza il doveroso intervento della magistratura?

La risposta è una: pubblicità. Per alcuni esponenti politici nostrani la politica non è più la "gestione della polis", ma è solo "propaganda'" che condiziona ed "indirizza" il consenso. Tutto viene fatto in tale direzione, costi quel che costi, sempre che i sondaggi elettorali aumentino. È questo ciò che conta. E il bene dei cittadini? Tutto si fa per loro, ovviamente. Per quello che loro "percepiscono", al di là dell'effettiva efficacia dei provvedimenti. E quando certi fenomeni preoccupano, o possono preoccupare la pubblica opinione, invece di spiegare, chiarire, informare, si cavalca la paura. Si soffia sul fuoco perché ciò porta consensi. E da questo punto di vista l'ex padano, ex secessionista, Matteo Salvini è un maestro. Comunque è riuscito a far lievitare i consensi al suo partito dal 17 al 30 per cento. Con questi risultati è pronto a veleggiare in Europa, per fondare il partito sovranista di un'Europa... divisa.

Sergio Mattarella ha composto il numero di Palazzo Chigi e ha telefonato al suo inquilino, legittimo fino ad un certo punto. È stato messo là dai due comandanti-contendenti, Salvini e Di Maio, proprio perché non potevano farne a meno. Ma chi decide e interpreta il contratto di governo sono loro due e basta.

"Caro presidente del Consiglio dei ministri", avrà esordito il Capo dello Stato, "forse sarebbe il caso che tu intervenissi per sbloccare una situazione che ha del preoccupante..." No, sicuramente non gli avrà detto che avrebbe lui dovuto già prendere l'iniziativa per risolvere una vicenda, che se non fosse tragica, sul piano realistico non potrebbe non essere considerata comica. Che poteva fare il presidente del Consiglio? Certo, telefonare a Salvini per informarlo, ma poi decidere l'apertura dei porti a quella nave, facendo fare alla magistratura la sua parte.

La risposta di Salvini è stereotipata. Nessuna polemica. Lui resta sulle sue posizioni, sono altri che hanno "ceduto". Anche sull'intervento di Mattarella bocca cucita, ma pare che la telefonata del presidente della Repubblica, che doveva rimanere riservata, è trapelata proprio dal Viminale. Il messaggio del ministro dell'Interno, in questo caso come pure negli altri, è semplice e chiaro: "Io ci provo in tutti i modi a rendere l'Italia libera dai migranti, sono altri che si muovono in senso contrario".

Da parte sua Giggino Di Maio, al di là della "facciata" tutta rose e fiori del "contratto di governo", mal sopporta il collega vice presidente del Consiglio. Lui, Matteo, con la storia degli emigrati ha fatto "bingo", aumentando i consensi elettorali oltre qualsiasi congettura. Insieme a Berlusconi ed alla signora Meloni il trio supera nelle previsioni il 40 per cento dei voti alle prossime tornate elettorali. Gigino, invece, nei sondaggi è in calo e non può sperare in un’alleanza con il Partito Democratico per fare il grande salto della quaglia. Eppoi i suoi cavalli di battaglia, il decreto "dignità" e la fine dei “vitalizi” ai parlamentari, non hanno funzionato come lui avrebbe voluto. Che il ministro del Lavoro, e vice presidente del Consiglio, vari un decreto che dovrebbe rilanciare l'occupazione mentre, secondo alcune fonti pubbliche - Inps e ministero del Lavoro -, farà perdere ben 8.000 posti di lavoro all'anno, è un'assurdità. Ai voglia a dire, come fa Di Maio, che sono bugie e che il presidente dell’Inps e qualche traditore in casa hanno giocato sporco. In questa triste vicenda si vede tutta l’approssimazione e l’inesperienza di chi ritiene di rappresentare il governo del cambiamento. Un po’ di suggerimenti dettati dalla grande esperienza passata potrebbe aiutare Giggino, anche a difendersi dal Matteo padano. Potrebbe farsi consigliare dall’esperto napoletano di lungo corso, ex onorevole, Paolo Cirino Pomicino, ad esempio.

 

 

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Pensare largo e con senso di responsabilità nazionale

Napoli scontridi Daniela Mastracci - L'opportunità o meno di un atto politico ha a che fare con lo spazio e con il tempo entro cui l'atto si dà. Credo che la venuta di Salvini a Napoli sia stata inopportuna, che Salvini non abbia pensato largo. O forse lo ha fatto ed è stato in mala fede? Ha pensato che andava a gettare legna sul fuoco? Sapeva che andare lì significava cercare lo scontro?. Come non aspettarselo dopo anni di "Napoli colera"? Di “i giovani del sud puzzano”, “Non affittate a Napoletani” e via dicendo? La sua arroganza e il suo disprezzo verso il Sud, e Napoli in particolare, poteva restare senza risposta? Una manifestazione pacifica e con tanta affluenza di cittadini era stata prevista ed infatti ha attraversato ordinatamente le strade di Napoli, con il sottofondo musicale di “Gente do’ Sud” la canzone scritta da tanti artisti e che viene così raccontata: «La nostra canzone non parla di Salvini – spiega Luca Persico, alias O’ Zulù, voce dei 99 Posse – ma della società accogliente, multietnica e multiculturale che contribuiamo a costruire. Napoli è da sempre città dell’accoglienza, in tanti che cercheremo di raccontarci e raccontare questa città ma non racconteremo il nostro nemico».
Alla canzone-inno del corteo si è anche aggiunto l’appello anti razzista sottoscritto finora da docenti, artisti, intellettuali. Ma oltre alla risposta pacifica e cantata, si poteva davvero pensare che tutto si risolvesse così? Il dispiegamento di forze voluto dal Ministero degli Interni fa pensare proprio il contrario. Ma poi come dimenticare che Napoli vive troppe contraddizioni, inclusa credo la frizione tra amministrazione e organizzazioni malavitose, contraddizioni sociali ed economiche pronte ad esplodere con l'occasione giusta e ghiotta. Ed ora che scrivo, racconto che così è successo: Napoli è stata violenta contro Matteo Salvini. Ma della sua esondazione violenta, è Napoli che ci rimette di più, non certo Salvini, che ne esce eroe contro gli "sporchi centri sociali", pronto a buttare giù come i campi rom, non appena al Governo, ha dichiarato.
Napoli ci rimette di più perché oggi starà raccogliendo i vetri in frantumi e pulendo le strade della "guerriglia", starà anche vivendo un'ennesima spaccatura: il rancore dei cittadini contro quelli che, quelle strade, le ha insozzate di bottiglie incendiarie e ha distrutto macchine e quanto altro. Cittadini contro cittadini, corteo non violento, ordinato e tanto seguito, contro invece i manifestanti violenti. Un odio che resterà a Napoli e sarà un'altra responsabilità per De Magistris. Salvini s'è fatto la sua scena drammatica e ha preso migliaia di applausi, e avrà oggi dietro di sé fila ingrossate di militanti e affezionati leghisti, razzisti, xenofobi, inneggiatori del Fascismo, e ora "giustificati" dalla violenza del sud.
Lo si vede bene leggendo in rete post e soprattutto commenti, pronti all’insulto dei centri sociali e dei violenti napoletani, pronti al linciaggio mediatico di De Magistris “colpevole” di aver negato libertà di espressione a Salvini, e soprattutto colpevole di aver destato e motivato i facinorosi che si sono scagliati contro le forze dell’ordine. C’è stata al riguardo anche una dichiarazione del sindacato indipendente di polizia (Coisp) pronto a chiedere le dimissioni di De Magistris, accusandolo di essere ideologicamente responsabile degli scontri di ieri. Alla Mostra d’Oltremare di Napoli è stata messa in scena l'apologia di Salvini, addirittura vittima di fronte alla protervia dei manifestanti.

E alla fine chi paga tutto è solo Napoli, ma il nemico da colpire è Luigi De Magistris pur di salvare lo status quoNapoli scontri 2

E Napoli l'ha pagata cara.
Minniti non è escluso da questa riflessione: perché avrebbe potuto agire diversamente. Avrebbe potuto non appoggiare Salvini, che ha richiesto appunto la mostra d’oltremare; avrebbe potuto indicare, se proprio doveva intervenire nella vicenda partenopea, un altro luogo, fuori del circuito dell’amministrazione, che da subito, alla richiesta di Salvini, aveva detto di fare una scelta diversa a proposito della location del suo intervento. Su questo punto controverso si esprime bene il Manifesto quando scrive “Per far tenere il comizio è dovuto intervenire venerdì sera il Viminale. L’ente Mostra (al 66% del comune) aveva deciso di rescindere il contratto: gli organizzatori non avevano informato il cda che ci sarebbe stato Salvini, quando l’hanno scoperto l’ente ha chiesto di spostare la data perché i prevedibili disordini avrebbero prodotto un danno a un evento sui droni già programmato. La questura e la prefettura hanno fatto pressione ma venerdì, di fronte alle proteste, si è tenuto un nuovo incontro interistituzionale. La prefettura ha rimesso la palla alla Mostra in quanto struttura privata ma, quando il cda ha deciso la rescissione del contratto, è intervenuto il ministro Minniti. La prefettura ha quindi imposto il comizio sapendo di andare in contro a un pomeriggio di scontri. Alle 12 di ieri sono state consegnate le chiavi del Palacongressi alla questura”
Ma forse intervenire e condizionare gli eventi, non tenendo conto della posizione del sindaco e di tutta l’amministrazione, poteva tornare utile per mettere in ombra la figura di De Magistris. Il Sindaco, opinabile di sicuro in tante scelte, sta però ricucendo un rapporto forte tra amministrazione e cittadinanza, e lo fa all'insegna di politiche sociali dando voce, ora anche con DemA (associazione culturale promosSa da De Magistris), alle fasce deboli, al lavoro, ai servizi per tutti. Pronuncia parole forti quando parla, parole che sanno di Socialismo e che hanno potere di aggregazione a Sinistra. Forse è un pericolo, il sindaco De Magistris, per chi vuole conservare lo status quo di stretta di mano ai capitalisti? Di politiche sempre nel solco mai abbandonato del neoliberismo? E per chi vuole chiudere all'accoglienza? Chi propone scelte anti immigrazione? Chi sta mostrando i muscoli con la tragedia dei migranti, aprioristicamente bollati di “pericolosità” e quindi piuttosto che accolti, rinchiusi nei Cie?

 
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Ha senso consentire in una giornata ecologica un Rally motoristico?

ceccano monumento 350 260di Angelo Martino - Rally nella domenica ecologica di Ceccano: siamo al ridicolo!

Sulle reali capacità di questa amministrazione molti hanno nutrito dubbi sin dall’inizio. Spiace notare che, dopo aver saputo cosa è successo nei giorni scorsi, queste persone non si sbagliavano. Con la decisione di consentire l’organizzazione di una prova di rally automobilistico nel giorno della domenica ecologica di blocco totale delle auto, Ceccano ha dato prova di una incapacità amministrativa che non ha precedenti nella storia.

Per cercare di rendere la questione più comprensibile, è come se si decidesse di spegnere un incendio con una tanica di benzina. Quindi, in assenza delle auto, durante la prossima domenica ecologica ad inquinare ci penseranno le macchine da rally. Ma è possibile, mi chiedo, che nessuno abbia capito la gravità di questa misura? È possibile che il Sindaco non si sia chiesto, almeno una volta, che razza di provvedimento stava per autorizzare? Credo che con questa particolare ‘domenica inquinante’ travestita da domenica ecologica, abbiamo davvero sfondato la soglia del ridicolo.

Un grazie al Sindaco Caligiore e alla sua magnifica squadra per la decisione assunta, che segna l’inizio di una nuova stagione del teatro comico e dell’assurdo: anche questa volta riusciremo a far parlare di noi!

 
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