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Sanità. Una sentenza che danneggia un'intera area del Lazio

logocomitatodifesaospedalecolleferro 350 260Gabriella Collacchi, Portavoce e Ina Camilli, Coordinatore del Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro” - MALATI? Tutti a Palestrina, il Comune di Colleferro ha perso. In data odierna, 23 settembre 2019, il Consiglio di Stato ha pubblicato la sentenza sul ricorso proposto quattro anni fa dai Comuni di Colleferro, Gorga, Valmontone, Artena, Serrone, Segni, Montelanico, Paliano e Carpineto Romano.
Costituiti in giudizio ad adiuvandum il Comitato residenti Colleferro, Associazione Consulta le Donne, con l’adesione di questo Comitato, che hanno depositato l’atto di intervento a sostegno delle ragioni dei Comuni appellanti.

L’impugnazione al Collegio ha riguardato la sentenza del 2017, con la quale il TAR per il Lazio aveva respinto il ricorso proposto contro il Commissario ad Acta e Presidente della Regione Lazio (ancora irrisolta la questione della incompatibilità tra i due incarichi), la Asl Roma 5, il Ministero della Salute e il Comune di Palestrina, sull'accorpamento delle attività di ostetricia/ginecologia e di pediatria/neonatologia dell'Ospedale di Colleferro con quello di Palestrina.

Nel ricorso veniva lamentato che i servizi offerti dall’ospedale di Palestrina risultavano limitati rispetto a quelli offerti dall’ospedale di Colleferro e che i pazienti avevano dovuto rinunciare a: una UOC di anestesia e rianimazione con 6 posti letto (inaugurata nel maggio 2015); un servizio di terapia intensiva cardiologica funzionante h24, mentre nell’ospedale di Palestrina la presenza del cardiologo era assicurata soltanto fino alle ore 14.00; un servizio di navetta funzionante h24, a differenza del medesimo servizio reso dall’ospedale di Palestrina fino alle ore 16.00; l’espletamento di consulenze pediatriche presso il Pronto Soccorso, con reparti specialistici di Otorinolaringoiatria, Urologia e Nefrologia-Dialisi, ora assenti nell’ospedale di Palestrina; un Pronto Soccorso con 10 posti letto; n. 4 sale operatorie di cui una attiva h24, laddove nell’ospedale di Palestrina vi era un’unica sala operatoria funzionante nelle ore diurne e in quelle notturne con la sola reperibilità del personale infermieristico e dei medici specialistici, così come dell’anestesista e del cardiologo; il funzionamento del laboratorio analisi h24, a differenza del laboratorio analisi dell’ospedale di Palestrina funzionante fino alle ore 14.

La ASL e la Regione hanno sostenuto di aver garantito un livello adeguato di copertura assistenziale per soddisfare le esigenze dell’utenza cittadina nelle specialità di ginecologia e pediatria.
Il tasso di “fragilità sanitaria” collegato a fattori di rischio ambientale e di vulnerabilità sociale rispetto a quello di Palestrina, il fatto che “una parte del frusinate (bacino anagnino) sempre più spesso si rivolgeva al nosocomio di Colleferro” e l’esistenza di una significativa distanza tra i paesi di montagna (vedi Carpineto Romano ed altri) e l’ospedale di Palestrina non sono stati ritenuti argomenti rilevanti da parte del Consiglio di Stato per la restituzione dei reparti.
Senza contare che il Consiglio non ha valutato negativamente la mancata attuazione di misure “per l’assicurazione dei servizi di trasporto materno (STAM) e neonatale di urgenza (STEN)”, di cui l’Ospedale di Palestrina, che ha accorpato quello di Colleferro, è a tutt’oggi privo.
Ritenuto irrilevante dal Collegio pure l’argomento secondo cui negli anni immediatamente precedenti l’accorpamento, l’ospedale di Colleferro era stato ristrutturato.

Anche le dotazioni strutturali e la migliore organizzazione del nosocomio di Colleferro non sono state riconosciute ragioni valide dal Collegio per la riattivazione dei quattro reparti.
Nè ha avuto alcun rilievo il fatto che la ASL non abbia istituito l’ambulatorio ospedaliero “aperto 6 giorni su 7”, né mantenuto “la specialità di pediatria all’interno dello stabilimento di Colleferro, con l’attivazione di un ambulatorio aperto 3 giorni su 7”.
Il Consiglio ha confermato che i 500 parti l’anno, quale fattore di garanzia e di sicurezza per le partorienti e i nascituri, non può subire deroghe.
Infine, il Collegio ha ritenuto che l’accorpamento consente di eliminare la duplicazione di strutture, realizzando così una evidente razionalizzazione della spesa.
L’appello è stato ritenuto infondato e, pertanto, il Consiglio di Stato lo ha respinto.

In conclusione, questa battaglia è stata anche una lunga vicenda processuale perché i Comuni non avevano presentato istanza di prelievo per sollecitare la fissazione dell’udienza al Consiglio di Stato, come disposto dalla sentenza del TAR!
Una battaglia dove l’informazione ai cittadini è stata davvero carente/assente, così come ci lascia interdetti il fatto che i Comuni non abbiano chiesto di nominare un loro consulente, quando il Consiglio di Stato ha disposto l’affidamento di relazioni di “verificazione” - da cui dipendevano le sorti del ricorso - direttamente alle “controparti”, Regione e Asl Roma 5!
Come previsto nel comunicato del 26 aprile u.s. aver delegato a loro questa analisi ha lasciato poco spazio a un esito favorevole al ricorso.

Quattro anni per sapere quello che già tutti sapevamo e cioè che senza volontà politica quei reparti non potevano restare all’ospedale di Colleferro!
A parte infatti gli aspetti legali e giudiziari, chi doveva fare cosa ha fatto, a parte nominare legali “di sua fiducia”?

Colleferro, 23 settembre 2019

Gabriella Collacchi, Portavoce e Ina Camilli, Coordinatore del Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro” - Coordinamento territoriale

Il Comitato Libero
“A difesa dell'ospedale di Colleferro”
Coordinamento territoriale

Tel. 349055850 - 3337767884

 

 

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Ospedale Colleferro: attesa sentenza del Consiglio di Stato

logocomitatodifesaospedalecolleferro 350 260Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro”. Coordinamento territoriale - Vogliamo rassicurare tutti che cittadini, Comitato residenti Colleferro e gruppo Consulta le Donne con il sostegno del Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro” - Coordinamento territoriale sono costituiti in giudizio al Consiglio di Stato nel ricorso contro la Regione Lazio, la Asl Roma 5, il Ministero della Salute e il Comune di Palestrina, che nel 2015 hanno “trasferito” i reparti di ostetricia, ginecologia, pediatria e neonatologia dell’ospedale L.P. Delfino di Colleferro a quello di Palestrina.

I “famosi” comitati , dopo aver spinto in tutti i modi i Comuni di Colleferro, Gorga, Valmontone, Anagni, Artena, Segni, Montelanico, Paliano e Carpineto Romano a presentare appello in sede giurisdizionale, hanno, a loro volta, depositato l’atto di intervento ad adiuvandum a sostegno delle ragioni dei Comuni appellanti.

Sulla vicenda processuale dell’ospedale di Colleferro è del tutto assente la dovuta informazione ai cittadini e il Sindaco di Colleferro, Sanna, non vuole farci sapere – chissà perché poi - che sul contenzioso dei reparti materno-infantili il Consiglio di Stato ha pronunciato un’ordinanza. Invece di aggiornarci sugli sviluppi si permette di fare allusioni sui comitati nel social.

Il Consiglio ha disposto che, prima della sentenza definitiva, la Asl e la Regione Lazio (che ha lasciato scadere i termini senza produrre la documentazione) devono depositare 2 relazioni per verificare se, a seguito del “trasferimento” dei reparti materno-infantili si sia verificata una riduzione dell’offerta sanitaria, con riferimento al Pronto soccorso con 10 posti letto, all’unità di anestesia e rianimazione con 6 posti letto, alla terapia intensiva e cardiologica h 24, al laboratorio analisi, sale operatorie e navette h 24, alle consulenze pediatriche e reparti specialistici di otorinolaringoiatra, urologia, nefrologia-dialisi all’unità di anestesia e rianimazione.

Ci lascia molto perplessi l’affidamento delle relazioni di “verificazione”, da cui dipendono le sorti del ricorso - direttamente alle “controparti”. La Asl Roma 5 infatti ha provveduto a depositarla e, come prevedibile, ha descritto un quadro esageratamente positivo al punto che il trasferimento non ha dato luogo ad alcuna riduzione dell’offerta sanitaria.

Aver delegato alla Regione e alla Asl questa analisi lascia poco spazio a un esito favorevole e all’accoglimento del ricorso. Non capiamo perché tale scelta non sia stata contestata dai Comuni appellanti, visto l’evidente conflitto di interessi della ASL. come parte in causa e come “verificatore”. Ancora meno comprendiamo perché i Comuni non abbiano chiesto di nominare un proprio consulente che potesse formulare le proprie osservazioni tecniche.

Spetta ai Sindaci dare conto della reale situazione dei servizi sanitari, depositando una relazione e lo stesso farà il Comitato per mettere in rilievo l’inadeguatezza del livello assistenziale, che non è in grado di soddisfare le esigenze dell’utenza, e la mancanza di misure idonee a garantire l’efficienza del Sistema sanitario nazionale, ribadendo quanto sostenuto nell’appello.

La nostra battaglia legale poggia sulla difesa del fondamentale diritto costituzionale dei cittadini a curarsi, sulle criticità sanitarie della valle del Sacco e sulle rinunce a cui sono stati costretti gli abitanti del territorio a seguito del suddetto “trasferimento”.

I “famosi” comitati hanno anche il “merito” di aver letteralmente costretto le Amministrazioni locali, dopo una lunga e martellante campagna di sensibilizzazione durata 5 mesi, a ricorrere al Consiglio di Stato e ad accedere agli strumenti legali a disposizione. Ricordiamo infatti che i Comuni non avevano presentato istanza di prelievo per sollecitare la fissazione dell’udienza al Consiglio di Stato, come disposto dalla sentenza del TAR!

Non ha giovato peraltro alla strategia processuale la decisione dei Comuni di sostituire il legale per ricorrere in appello al Consiglio di Stato “in ragione del prezzo più basso offerto per l’incarico”. Al Sindaco sarà sembrato sempre troppo alto, visto che considera buttati i soldi (nostri) spesi in difesa dell’ospedale, come ha avuto modo di scrivere su FB.

Il legale che è stato sostituito aveva ottenuto risultati assolutamente rilevanti (trasposizione del ricorso straordinario dal Capo dello Stato al TAR, accoglimento dell’istanza cautelare e fissazione della discussione del merito in tempi brevissimi) e ciò fa supporre che avesse buone possibilità di vincere in appello!

Come preannunciato, abbiamo inoltre deciso di agire anche in sede civile verso la Asl che nel 2015 in merito all’offerta sanitaria si era impegnata ad incontrare i Sindaci, a garantirla e a fornire “alla cittadinanza tutte le informazioni del caso”.

L’impegno è rimasto lettera morta e quindi abbiamo deciso di agire anche civilmente per la riassegnazione dei reparti neonatali.

L' Asl Roma 5 è commissariata da 15 mesi: la Regione non ha mai motivato l'adozione di questo provvedimento e i Sindaci non hanno mai chiesto conto dell'assegnazione di una gestione non a tempo pieno (il Commissario straordinario è il Direttore generale della Asl Roma 4, caso unico in tutto il Lazio).

La Conferenza dei sindaci dell'Asl Roma 5 non si riunisce quasi mai, neanche per contestare le carenze più gravi del Lazio: rapporto posti letto-residenti pari a un quarto dello standard nazionale (0,8 ogni mille residenti invece dei 3,2 previsti) e assenza di strumenti diagnostici (mancanza assoluta di risonanza magnetica e medicina nucleare).

E’ “merito” dei cittadini e dei comitati se vinceremo la battaglia perché non abbiamo mai mollato la presa sui Sindaci!

Colleferro, 26 aprile 2019

Gabriella Collacchi, Portavoce e Ina Camilli, Coordinatore del Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro” - Coordinamento territoriale

 

 

 

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Attesa sentenza Consiglio di Stato su inceneritori di Colleferro

comitatoresidenticolleferro 350 260di Ina Camilli - Il 15 novembre 2018 si è tenuta l'udienza di appello al Consiglio di Stato sulla questione del rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) all’esercizio degli inceneritori di colle Sughero, promosso dal Comune di Colleferro e ad adiuvandum da comitati e associazioni di Colleferro, in qualità di ricorrenti al TAR del Lazio, contro Regione Lazio, Lazio Ambiente spa, Ministero dell’Ambiente e tutela del territorio e del mare.
L’udienza si è conclusa con un rinvio in attesa delle decisioni della Regione sull’utilizzo degli impianti o sulla loro dismissione.

Infatti, nonostante la recente Deliberazione d’indirizzo della Giunta regionale (26.10. 2018, n. 614) sulla “Individuazione di soluzioni di riconversione della tipologia di impiantistica di Lazio Ambiente spa”, manca al momento il formale atto di rinuncia o revoca e la Regione non ha prodotto - in sede di udienza - alcun provvedimento in tal senso.
In ogni caso, qualsiasi attività o riutilizzo del sito di colle Sughero, sottoposto a procedura di bonifica per la contaminazione da cromo esavalente, dovrà essere autorizzata dal Ministero dell’Ambiente. E ciò anche nel caso della vendita di Lazio Ambiente spa, proprietaria dell’immobile.
Il Consiglio di Stato aveva precedentemente disposto l’acquisizione di ulteriori documenti ed elementi istruttori e fissato l’udienza al 15 novembre 2018. Il Comune di Colleferro ed altre associazioni hanno presentato memorie e prodotto documenti.

In particolare, il Comitato residenti Colleferro ha depositato la richiesta di VIS (Valutazione di impatto sanitario), lo specifico parere pro veritate redatto da ISDE, la diffida alla Regione Lazio, le osservazioni contrarie al rilascio dell’AIA, l’istanza di riconvocazione della Conferenza dei servizi, la richiesta di chiusura del procedimento amministrativo di riesame dell’AIA, la copia del verbale della Conferenza dei Servizi sulla bonifica di colle Sughero, da cui risulta che la caratterizzazione del sito dove è stato rinvenuto il cromo esavalente non è stata mai approvata dal Ministero dell’Ambiente.
A questo punto l’auspicio che consentirebbe al territorio di chiudere la questione inceneritori – dove si bruciava il CDR da rifiuto di tutta la Regione, tranne la provincia di Frosinone - è l’adozione e la pubblicazione da parte della Regione della revoca dell’AIA, del revamping e l’avvio delle operazioni di bonifica da parte del Ministero dell’Ambiente. E chi pagherà la bonifica? Lazio Ambiente spa, ovvero la Regione, ovvero noi cittadini! Non vale la norma chi inquina paga!
Questo quadro di interventi è però reso difficoltoso dal procedere incerto e spesso contraddittorio della Regione che da un lato ha deciso la dismissione degli inceneritori e dall’altro ha assegnato a Lazio Ambiente spa la progettazione di un nuovo presidio industriale per eseguire processi di lavorazione ed estrarre risorse dai rifiuti in uscita dai TMB. Non meno contraddittoria la s

La Regione vuole compiacere il territorio con i termini di “riconversione” e “dismissione” degli inceneritori e, allo stesso tempo, progetta un nuovo presidio industriale dedicato al trattamento dei rifiuti urbani da realizzare sempre a Colleferro e possibilmente nello stesso sito del quartiere Scalo!
Addirittura questo presidio avrà un ruolo centrale nel nuovo Piano di gestione dei rifiuti, contro ogni prevedibile e dichiarata opposizione dell’area vasta della valle del Sacco, gravata dal “fattore di pressione”! Solo a Colleferro c’è una elevata concentrazione di fonti inquinanti: discarica, turbogas, cementificio, cava, Tav, traffico veicolare, autostradale, ferroviario, fiume Sacco.
Un annuncio politicamente scorretto e inaccettabile per una comunità che ha lottato tenacemente per la chiusura degli inceneritori e per rivendicare, attraverso tutte le battaglie intraprese, il diritto all’autodeterminazione!

Quali iniziativa ha assunto il Comune di Colleferro per difendere il proprio territorio e pretendere il ruolo da protagonista e non di ratifica di decisioni altrui?
Infatti, la Deliberazione del 26 ottobre scorso è un mero atto d’indirizzo, al quale non è neppure allegato, come previsto, lo studio di fattibilità: è una relazione che contiene l’aggiornamento del fabbisogno impiantistico regionale, sulla base dell’attuale situazione e dei prossimi anni.
E’ noto che la Regione non potrà disporre di un nuovo Piano di Gestione dei rifiuti prima della fine del 2019 e nel tempo occorrente all’avvio del nuovo polo industriale (3 anni) deve gestire l’ordinario e far fronte alla situazione con gli impianti esistenti.
Ugualmente controversa è la decisione della Regione di provvedere ad uno nuovo bando per la cessione delle quote di Lazio Ambiente spa entro il 2019, senza alcuna garanzia di salvaguardia dei livelli occupazionali, addirittura degli stipendi!
La Regione vuole affidare a Lazio Ambiente spa, invece che al Consorzio Minerva, la realizzazione del nuovo polo per il trattamento dei rifiuti (FOS, metano, bioful)? Una strategia economica che contrasta con l’ipotesi della vendita della società. Chi comprerebbe, un soggetto privato? E cosa comprerebbe? Un impianto di cui la stessa Commissione europea, nella Comunicazione del 26 gennaio 2017, prevede esplicitamente la “moratoria” di nuovi forni, spegnimento di quelli datati e decommissioning (spegnimento graduale) di quelli in eccesso?
Gli inceneritori, almeno quelli, sono fermi, ma è stata riaperta la discarica. Tutto il resto, come nel porto delle nebbie, cammina e arretra nello stesso momento.

*Ina Camilli
Rappresentante Comitato residenti Colleferro
Colleferro, 23.11.2018
Contrada Fontana degli Angeli, 00034 Colleferro – Roma

 

 

 

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«Non farsi intimorire da una sentenza che innesca un cortocircuito istituzionale»

acquaprivatizzata 350 260di Mario Antonellis - ADESSO IN MOLTI CI PONGONO UNA DOMANDA?

Ci sono voluti anni prima che la maggioranza dei Sindaci, in modo trasversale, comprendessero a pieno le ragioni delle nostre lotte, e soprattutto prendessero atto non solo delle vessazioni delle inadempienze e della mala gestione ACEA, che era ed è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto prendessero coscienza di documenti “lampanti” che rendessero necessario un cambiamento di rotta.

Ripetiamo ci sono voluti anni prima che ciò succedesse, soprattutto che la maggioranza di loro abbandonassero le oscure trame dei partiti, che si svincolassero dai potentati politici di turno, fino a coalizzare le loro azioni contro il GESTORE ROMANO, che annovera propaggini indelebili ed endemiche anche dalle nostre parti. Ricordiamo come in molte assemblee abbiamo applaudito Sindaci e Amministratori che ci sembravano “rivoluzionari”secondo il nostro schema mentale, salvo poi scoprire che la loro base ideologica era completamente opposta alla nostra. Ci siamo ritrovati insieme, dopo aver approfondito il tema, sulle stesso versante, superando di fatto sovrastrutture inutili. Del resto l’argomento, del bene comune per eccellenza, non dovrebbe essere base di scontro, tanto meno politico, come purtroppo continua ad essere.
Ora nonostante gravi errori commessi nel passato, l’indirizzo voluto dalla stragrande maggioranza dei cittadini utenti della provincia di Frosinone è stato portato avanti da 33 addetti ai lavori. Si è parlato della stagione del “Partito dei Sindaci” proprio per marcare una linea di confine con quella che era stata la politica acquiescente alle lobby di potere alla finanza e agli affari.

 

ADESSO IN MOLTI CI PONGONO UNA DOMANDA?…. Ma questi 33 HANNO AGITO IN BUONA FEDE rispetto al percorso intrapreso verso la risoluzione contrattuale o in modo solo speculativo e demagogico ?
LA MIA RISPOSTA E’ LAPIDARIA pensando di interpretare anche il pensiero del COORDINAMENTO..
Nelle condizioni poste e per le azioni intraprese, sempre raccontate in questo profilo posso affermare che la loro azione, almeno in questa circostanza, era ormai dettata da una fondata convinzione.
Lo dimostra il fatto che:
- intrapresero un percorso condiviso fatto di incontri, riunioni e di verifiche a partire da quella storica del 15 gennaio 2015 a Ceccano;
- che si adeguarono a portare nei diversi consigli comunali delibere poi approvate, quasi sempre all’unanimità, in cui si sono state messe in evidenza, in modo dettagliato, le ragioni profonde della necessità della risoluzione;
- nonostante tutto hanno combattuto contro gli intralci e i sabotaggi, frapposti dall’apparato tecnico dell’AUTORITA’ D’AMBITO che tutto ha fatto meno che tutelare i cittadini;
- che l’ACEA temendo il peggio è giunta prima a insulti razzisti, poi a minacce di ritorsioni patrimoniali personali e infamanti pur di farli desistere;
- nonostante tutto, sono andati avanti fino alla votazione sulla risoluzione contrattuale

 

La peggior cosa che adesso possa succedere è che quella stagione e quella unità d’intenti si lasci intimorire da una sentenza che è un attentato alla democrazia diretta o che si lasci indebolire dalle insane pratiche della opposizione demagogica… Diciamolo chiaramente, chi in questo momento gioca allo sfascio e allo sciacallaggio politico, sul bene comune per eccellenza, e addirittura gioisce, si pone ancora una volta contro il popolo ciociaro facendo inesorabilmente il GIOCO DI ACEA….
Da amministratore, più che da attivista, pensando di rappresentare anche il sentimento comune del Coordinamento, nutro profondo disagio rispetto ad una sentenza che da un lato riconosce a pieno il primato della politica e la piena validità dei deliberati Comunali, quindi del popolo, a favore della estromissione del GESTORE, e dall’altro, senza mezzi termini, condanna i rappresentanti liberamente eletti dai cittadini che hanno assunto decisioni a tutela di tutti gli utenti, a salvaguardia del patrimonio pubblico e della salute,“PER ABUSO DI POTERE”.

Siamo di fronte alla peggiore delle ragioni che si potevano inventare per continuare ad alimentare il più grande scandalo che si sia mai verificato in terra di Ciociaria. Siamo di fronte ad un “cortociuto istituzionale”. E’ come dire che le istituzioni locali non hanno alcuna voce in capitolo. Se abuso di potere, c’è stato è stato ben indirizzato contro chi, pur essendo cittadino CIOCIARO , come lo sono i rappresentanti della STO, lautamente pagati dalle tasche degli utenti ancorchè abusivi, invece di tutelarli, hanno agito in modo talmente negligente e a favore dell’ESATTORE da essere richiamati più volte dalla stessa AEEGSI, giungendo al punto di dare l’appiglio ad ACEA di opporsi e poi ai giudici di annullare il dispositivo…… con il loro sconcertante parere negativo. I VERI NEMICI DEL POPOLO CIOCIARO per una volta si sono dichiarati con le loro firme….

Fonte: Pubblicato sul Diario FB di Mario Antonellis

 
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"Cinquant’anni non sono bastati..."

50 anni non sono bastatidi Fiorenza Taricone - La Ministra Valeria Fedeli all’Università e la promozione delle pari opportunità.
Il 16 giugno la Ministra dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli è venuta in visita ufficiale all’Università di Cassino e Lazio Meridionale.
Al netto delle polemiche sulla sua figura e dei problemi che affliggono il sistema universitario in generale e l’Ateneo di Cassino in particolare, le va dato atto che è la prima Ministra ad accorgersi che non esistono solo le Università urbane prestigiose, ma anche quelle medio-piccole dell’hinterland laziale.
A mia memoria non ricordo infatti che le precedenti Ministre, Gelmini, Carrozza, Giannini, siano venute a Cassino, mentre ricordo peefettamente che alcune di loro hanno fatto omaggio ai mega Atenei della Capitale, nella logica strana che si vada a supportare colui che ha meno bisogno, declinando gl’inviti fatti.
Per accoglierla nel migliore dei modi, nell’interesse dell’Università e del territorio, ho organizzato d’intesa con il Rettore Giovanni Betta la presentazione di un libro particolare, "Cinquant’anni non sono bastati. Le carriere delle donne a partire dalla sentenza n.33/1960 della Corte Costituzionale, del 2016".
Particolare intanto perché scritto da Anna Maria Isastia e Rosanna Oliva, quest’ultima protagonista della sentenza citata nel titolo. E’ grazie ad essa che le donne a partire da quella data hanno potuto partecipare ai concorsi per la carriera prefettizia, come ha onorevolmente e scherzosamente affermato la Prefetta di Frosinone Emilia Zarrilli, presente all’incontro, anche per ciò che ha riguardato il suo percorso.
A presentare il libro e il suo contenuto, la sottoscritta e Ginevra Conti Odorisio, docente per molti anni all’Università di Cassino, mia maestra in questi studi, fondatrice già negli anni Novanta di un Centro Interuniversitario per gli studi sulle donne nella storia e nella società (CISDOSS), con sede a Cassino e Sapienza. Tutte o quasi, le autrici presenti nel libro conoscevano direttamente o meno la Ministra, che ha mantenuto l’impegno preso anche dopo l’aggressione subita e la prova di non democrazia data dalla Lega con l’aggressione nei banchi del Governo contestando la legge sullo "ius soli", o come più giustamente la chiamano sullo ius culturae.
En passant, la Lega non manca di coerenza rivolgendosi elettoralmente al Movimento 5 Stelle perché in quanto a democrazia è difficile tararne l’assenza in entrambi.
Tornando al libro, mi ha personalmente ricordato un grande uomo del passato che spiego molto volentieri ai miei studenti: Jeremy Bentham, riformatore inglese illuminato, nel passaggio di secolo fra Settecento e Ottocento, progressista, sostenitore del suffragio universale, del diritto dei non umani, cioè degli animali, divorzista, contrario alla violenza sulle donne anche in famiglia.
Il suo corpo, in base alle ultime volontà, fu fatto disseccare in presenza degli amici più cari. Lo scheletro venne ricostruito e dotato di una testa in cera che rimpiazzò quella originale e rivestito con abiti originali. L’effige e la testa sono conservate presso la University College of London e nelle sue intenzioni dovevano ricordare ad ogni passaggio di secolo i progressi fatti.50anninonsonobastati
Questo libro potrebbe avere analoga funzione: far conoscere attualmente tutti i progressi fatto dalle donne, ma anche dagli uomini nell’ottenimento di una uguaglianza non formale, ma sostanziale e di una pari opportunità nel privato e nel pubblico, misurandoli periodicamente. Il libro infatti si divide in tre sezioni: Come eravamo, Come siamo e Come saremo. Ma il testo serve anche a evidenziare i ritardi, essenzialmente di mentalità, quindi ritardi culturali, che ostacolano il cambiamento, e far conoscere realtà che i non addetti ai lavori non conoscono minimamente. Per esempio, fra i tanti, che in base alla legge del 23 maggio 1981, n. 91, all’articolo 2 si stabilisce che sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi, e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di conitnuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni. E le federazioni, quarantacinque in Italia, allo stato attuale hanno qualificate come professioniste solo cinque discipline, tutte maschili: calcio fino alla C2, basket, boxe, golf, ciclismo su strada.
Per le colleghe omologhe delle stesse discipline, l’accesso alla legge del professionismo non è consentito: loro sono e restano dilettanti. Quindi anche la nostra gloria nazionale, Federica Pellegrini? Per fare un nome. In concreto, se nessuna delle discipline sportive femminili è ritenuta professionistica, nessuna atleta può godere di una tutela di tipo lavoristico incluse le forme di sostegno alla maternità, cui dovrebbero essere obbligati i datori di lavoro, cioè i club. Vuol dire non avere contratti tipo, ferie, previdenza, ferie o altro beneficio. Con la conseguenza che dove c’è un giro di soldi notevole, ci sono accordi privati con veri e propri mostri, come scrive l’Autrice dell’articolo Luisa Garribba Rizzitelli, vedi le clausole anti maternità. Fra le Senatrici che si erano occupate del problema, appunto Valeria Fedeli e Josefa Idem, nel 2015, per una promozione dell’equilibrio di genere nei rapporti tra società e sportivi professionisti, e una modifica della legge n. 91/1981.
Il libro soddisfa ogni genere di aggiornamento e si apre con la Prefazione di Emma Bonino, una politica che avrebbe avuto tutti i requisiti per diventare finalmente una Presidente della Repubblica, ma così non è andata, perché c’è sempre qualche uomo più bravo. Dopo la nota introduttiva di Anna Maria Isastia, docente di Storia Contemporanea a Sapienza, e Presidente della Fondazione Soroptimist, seguono interventi di taglio giuridico sulla Carta Costituzionale, sulla donne in diplomazia e in Magistratura.
Nella parte centrale, sulla democrazia paritaria oggi, negli Enti locali, nelle Regioni, nella Pubblica Amministrazione, nei permessi di maternità, nella scuola, nella toponomastica, cioè nell’intitolazione alle donne dei luoghi della memoria: vie, piazze, monumenti.
Nel Come saremo, apre la questione linguistica, dove predomina ancora per maschilismo o ignoranza, il sessismo della lingua, per proseguire con il doppio cognome per figlie e figli. Alla fine del libro, un’intervista a Rosanna Oliva che dal 1960 ha proseguito l’impegno sulle strada per la parità e a cinquant’anni dalla sentenza, nel 2010, ha fondato la Rete per la parità. Un’ulteriore dimostrazione della sua generosità è il piccolo libro annesso al testo, a cura sua e di Monica Marelli, con tante illustrazioni, dal titolo Cara Irene, ti scrivo, una lettera alla nipote di Rosanna Oliva di dieci anni in cui la nonna spiega ad una donna del domani la fatica di un passaggio generazionale.

 
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Frusone: "Sentenza Mastrobuono certifica l'incapacità della Regione Lazio"

LucaFrusone in Parlamento 350 260da Uffico Stampa Deputato Luca Frusone, M5S - La sentenza mastrobuono certifica l'incapacità della regione di gestire la sanità pubblica.
«Il caso Mastrobuono, al di là delle valutazioni sull’operato di quest’ultima su cui molto è stato detto, certifica una cosa su tutte: la Regione non solo è incapace di gestire la sanità pubblica, ma ha delle preoccupanti difficoltà nel rispettare le norme. Norme che molto spesso vengono scritte, incredibilmente, proprio dalla Regione stessa.» – a dichiararlo è il deputato 5 Stelle Frusone.
Così continua – «Non è di certo la prima volta che emerge questa problematica, basta vedere l'elevato numero di contenziosi che ha la ASL di Frosinone. E a questo numero ora se ne aggiunge un altro, l'ennesimo che ricadrà sulla sanità pubblica. Sulla lista dei Direttori Generali e sulle modalità di valutazione degli stessi, abbiamo speso atti regionali e fiumi di comunicati denunciando che c’erano molti aspetti che andavano chiariti, troppe ombre e che purtroppo, come sempre accade, a fare le spese di tutto il disastro sarebbero stati i cittadini.»
Il Deputato dei 5 stelle poi traccia un profilo economico della vicenda: «Alla fine di questo grande caos amministrativo, ci troviamo ad avere un commissario, ovviamente retribuito, e al tempo stesso l’ASL dovrà pagare anche la Mastrobuono con un raddoppio del costo per la funzione di Dirigente, in più la Regione ha già detto che ricorrerà e quindi ci sarà un’ulteriore spesa per il contenzioso. Tutto questo poteva ovviamente essere evitato se si fosse voluto, ma ormai siamo abituati alle manovre del PD in sanità e non solo, che piega regole e norme per meri obiettivi politici.» – e conclude - «A tal proposito, un altro esempio gravissimo che è accaduto sempre alla ASL di Frosinone, è stata la nomina del direttore di distretto B, annullata e poi ripetuta con gli stessi identici vizi e guarda caso, sempre con il medesimo vincitore. Cos'altro c'è da aggiungere se non che il lupo perde il pelo ma non il vizio.»

 
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Una prima sentenza contro la "buona scuola"

Il tribunale di Trani 350 260Di Valerio Ascenzi - Il fallimento della “buona scuola” è rappresentato dalle prime sentenze dei tribunali che iniziano a dare ragione ai dipendenti. La notizia non è stata diffusa dai media “tradizionali”, ma sta trovando molto spazio su internet e sui siti che si occupano di diritto del lavoro e di diritto scolastico. I maggiori sindacati avevano avvertito il legislatore riguardo i rischi di ricorsi e sentenze a favore dei lavoratori. Nonostante i dubbi sollevati il Miur ha preferito andare avanti senza sosta con i vuoti normativi della legge 107/2015 e con la chiamata diretta dei dirigenti. La chiamata diretta, poi, con i suoi “non criteri” può rappresentare ulteriore causa di vertenze.
È di ieri la notizia che il tribunale di Trani ha definito illegittima l’assegnazione di una docente ad un Ambito territoriale troppo distante, in violazione alle preferenze espresse nella domanda di mobilità, perché violerebbe il principio di scorrimento delle graduatorie. La sentenza favorevole alla lavoratrice, arriva infatti a dimostrazione che la legge 107/2015 - male interpretata nella sua applicazione, fa acqua da tutte le parti e non è una riforma del sistema di istruzione, perché si occupa solo di questioni che sono di natura contrattuale. Una procedura di mobilità così gestita ha violato, non solo i principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione (articolo 97 della Costituzione), ma la stessa legge 107/2015 che all’articoli 1 comma 108 prevede, per l’anno scolastico 2016/2017, una mobilità “per tutti i posti vacanti e disponibili, inclusi quelli assegnati in via provvisoria nell'anno scolastico 2015/2016”. Al Miur sono stati capaci di violare una norma, tra l’altro valida per un solo anno, andando contro gli stessi principi dettati dal ministero stesso. Assurdo!

La sentenza chiama in casusa il MIUR

Ad esser chiamato in causa non è l’Ufficio scolastico regionale pugliese, bensì proprio il Miur, che secondo il tribunale di Trani avrebbe violato un principio, generale ed inderogabile, di scorrimento di una graduatoria in tema di mobilità. È stato violato quindi l’art. 28 del Dpr 487/1994 (Regolamento recante norme sull'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nei pubblici impieghi) che attribuisci come criterio per l’assegnazione dei posti ad una graduatoria con punteggi ben definiti. Nel caso specifico non è stato rispettato l’ordine degli ambiti indicati nella domanda di trasferimento prodotta dalla docente, oggi nuova eroina nel mondo della scuola delle ingiustizie.
Secondo l’avvocato avvocato Gianluigi Giannuzzi Cardone di Bari (fonte: www.dirittoscolastico.it) la sentenza fa riferimento ai numerosi insegnanti inseriti in graduatoria, ai quali era stato assegnato un punteggio di gran lunga inferiore rispetto a quello della docente che ha vinto il ricorso. A questi erano stati assegnate sedi più agevoli negli ambiti pugliesi che guarda caso erano i primi ambiti di preferenza scelti dalla lavoratrice, cui invece è stato assegnato un ambito distante dalla sua residenza centinaia di chilometri.
Di conseguenza il Tribunale di Trani ha intimato la riassegnazione della docente ad uno degli ambiti territoriali richiesti dalla docente.
Casi del genere si sono verificati un po’ ovunque e hanno riguardato soprattutto quei dipendenti immessi in ruolo nelle ultime fasi di quello che, molto sfacciatamente, viene definito piano straordinario di assunzioni. Ma altro non è che un piano di stabilizzazione dei docenti che da anni erano precari. Molti di questi erano precari in sedi scolastiche vicine alla propria residenza, rimaste comunque vacanti dopo quest’aberrante manovra di mobilità. Alcuni altri, nelle stesse situazioni, con punteggi molto simili, grazie all’assegnazione agli ambiti e poi alla chiamata diretta, hanno trovato lavoro sotto casa o a pochi chilometri. In barba ai loro colleghi che insegnano da più anni di loro e non hanno ricevuto lo stesso trattamento.
Anche qui, sulla questione della chiamata diretta potrebbero intasarsi i tribunali. Mentre a livello nazionale, l‘elemento che potrebbe continuare a dare materiale agli avvocati è il fatto che nessuno ha avuto l’onore di comprendere come funziona l’algoritmo, quel sistema che attribuirebbe i docenti alle sedi più impensabili, a livello di istituzione scolastica ci sarebbe proprio il comma 8 dell’articolo 1 della 107/2015 a creare il caos. In questo punto la norma dovrebbe fornire i criteri per la chiamata diretta, spiegando che la proposta di incarico dovrà essere avanzata a docenti il cui curriculum rispecchia le esigenze dell’Offerta formativa della scuola, che si terranno conto delle esperienze professionali e i curriculum. In definitiva si tratta di un vuoto normativo per il quale le parti (amministrazione e sindacati) avrebbero dovuto trovare un accordo, secondo i più eminenti giuslavoristi, con una ulteriore contrattazione integrativa. Ma il Miur ha preferito mantenere questi criteri aleatori, dando si ampia libertà ai dirigenti scolastici, ma esponendo le scuole a nuovi ricorsi. Sta di fatto, che con la sentenza del tribunale di Trani, la prima profezia dei sindacati confederati si è avverata. Nell’attesa di sapere che fine abbiano fatto le firme dei referendum sulla scuola, sono i tribunali che hanno iniziato a smantellare una norma, mascherata da riforma, scritta per rendere anche la scuola, un ulteriore luogo della mediocrazia.

 
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Multiservizi: ancora una sentenza favorevole

7aprile Iafrate 350 260da Paolo Iafrate - I lavoratori della Frosinone Multiservizi vincono ancora in Tribunale contro le coop sociali di tipo B a conferma che il Comune di Frosinone nel lontano ma sempre presente 2013 mise in atto una consapevole strategia volta alla chiusura dell’esperienza della società pubblica Multiservizi e alla conseguente esclusione di lavoratori dal loro posto di lavoro di Frosinone.
Una sentenza uscita il 7 giugno ’16 che vede vincitori i 6 lavoratori seguiti dagli avvocati dello studio Di Folco di Isola del Liri, Loredana Di Folco, Luca Esposito, con l’ausilio di Riccardo Rea: “avvenuta costituzione tra ciascuno dei ricorrenti del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato dal 26/4/13 ordina alla cooperativa di ricevere le prestazioni di lavoro dei ricorrenti”. Insomma 6 reintegrazioni e ca più di € 300 mila tra salari e contributi arretrati che la Nexus, cooperativa sociale che si occupa del verde e della viabilità, si deve impegnare a colmare!

Una sentenza favorevole dopo quella del giugno 2015

Una sentenza che si aggiunge a quella di giugno 2015 quando anche i 29 lavoratori della Sol.Co. si videro riconoscere le stesse cose. E altri verdetti si attendono nei prossimi giorni i lavoratori nelle altre 5 cause sospese che comprende più di 40 lavoratori!
L'operazione di ricorrere alle cooperative è risultata essere quindi un vero e proprio “subentro”, visto che i servizi da affidare erano gli stessi in essere alla Frosinone Multiservizi spa. A tale subentro doveva corrispondere una procedura sindacale e partecipata che non venne effettuata lasciando i lavoratori alla mercé delle coop subentranti che infatti li esclusero.

Tutto si consumò velocemente e drammaticamente in quell’aprile 2013. L’Amministrazione targata Ottaviani, senza preavviso, senza incontri sindacali, senza fare mente locale su quello che la Società Frosinone Multiservizi rappresentava e aveva rappresentato, spacchettò i 10 servizi, frazionò l’impegno economico e diede in pasto a coop sociali di tipo B il cui unico requisito, praticamente, era quello di dimostrare di possedere una sede operativa nell’ ambito di un territorio compreso nel raggio di 20 Km. dal Comune di Frosinone!

L’offerta ai 150 lavoratori di Frosinone, che occupavano quei posti dal 1997 e che avevano a lungo lottato per la costituzione della società in house, concretizzatasi nel 2006, chiedeva l’abbandono della società pubblica, ancora in vita sia pur alimentata artificialmente dalla CIG in deroga. e passare alle coop con un contratto a tempo determinato di 5 mesi e con un salario ridotto da 850 a 500/600 euro. 115 dei 150 lavoratori rimasero clamorosamente fuori dai “loro” posti di lavoro, posti che l’Amministrazione rapidamente mise a disposizione di qualcuno che se li spartì sbranandosi con altri.

Una lunga lotta con tanta rabbia

I lavoratori intrapresero una lunga lotta volta alla riconquista di una società pubblica che desse garanzie oltre che sotto l’aspetto reddituale anche per il futuro. Manifestazioni, sit in, occupazione del tetto e infine la decisione di un presidio h.24 sotto il comune con la tenda, lì ancora in piedi dal 7 aprile 2014. Tanta la rabbia dei lavoratori che si sono visti strappare dall’ente 17 anni di storia lavorativa e la cancellazione di quella società pubblica vera e propria novità nella gestione pubblica dei servizi collettivi ed essenziali: il sacrificio fu offerto per ripianare il bilancio dell’ente con l’adozione del “piano di riequilibrio economico finanziario” e per dare compiutezza ad un paradigma, quello dell’esternalizzazione di servizi, vero sport praticato dalla classe politica ciociara, che cerca profitto anche nei servizi pubblici senza rilevanza economica.

Giustizia sociale e giustizia ordinaria quindi in questo caso hanno coinciso. Non è una questione secondaria. E forse questo è stato possibile perché la lotta e la partecipazione è stata costante e complessiva, di piazza, sindacale, giudiziaria. Non si rintraccia purtroppo quel senso politico che dovrebbe indirizzare gli eletti, proprio loro, verso il bene comune favorendo tutti ed ognuno rimettendo in asse ciò che la società di mercato disequilibra. E’ questo l’ultimo approdo su cui l’equipaggio della tenda vorrebbe sbarcare ma appare irraggiungibile nella tempesta degli interessi delle classi politiche locali alacremente impegnate a difendere il saccheggio di beni e servizi comuni dal controllo e gestione pubblica del territorio.

 
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M5S. L'Avv. Chiara Masi sulla Sentenza del Tar del 23 ottobre sulle elezioni di Ceccano

m5s ceccano 350 260dal M5S di Ceccano riceviamo e pubblichiamo - In questi giorni continuano ad apparire numerosi articoli e altrettanto numerose dichiarazioni (sia sui giornali che in rete) che, entrando nel merito della Sentenza del Tar del 23 ottobre scorso, riportano spesso parecchie imprecisioni, se non addirittura alterazioni, rispetto alla vera realtà dei fatti. Troppo spesso si è voluto lasciar intendere ai lettori che il Tar ha respinto il nostro ricorso; oppure rinviato la decisione al Tribunale ordinario per mancanza di prove; o ancora che l’Amministrazione continua a restare in carica perché il risultato elettorale è stato ritenuto frutto di pratiche legittime. Tutto questo è FALSO.

In qualità di ricorrenti nel ricorso oggetto della sentenza, ci sentiamo a questo punto in dovere di produrre le dovute precisazioni, anche per fornire risposte a chi ci scrive chiedendoci come sono andate davvero le cose. Abbiamo per questo posto alcune semplici domande direttamente al nostro legale, l’Avv. Chiara Masi, che ha curato personalmente il ricorso che abbiamo presentato. Sperando che sia utile per fare un po’ di chiarezza, superando i limiti della propaganda e della cattiva informazione, vi invitiamo a leggerlo con attenzione.

1) Qual è il contenuto della sentenza del Tar del 23 ottobre?

Per comprendere meglio la portata della Sentenza del Tar, occorre ripercorrere brevemente i vari passaggi che hanno caratterizzato la vicenda che oggi ci occupa.
Con il ricorso abbiamo chiesto l’annullamento dei risultati delle ultime elezioni comunali di Ceccano. In particolare abbiamo denunciato una serie di irregolarità, sulla scorta di indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Frosinone, che hanno riguardato il processo di presentazione delle candidature a sostegno dei candidati a sindaco: Caligiore, Compagnoni, Querqui, Maliziola e Aversa. Si sono costituititi, per l’effetto, in giudizio il Comune di Ceccano in persona del sindaco Caligiore, il Sig. Caligiore, gli altri eletti della maggioranza e anche l’Avv. Maliziola, sostanzialmente sollevando le stesse contestazioni e cioè:

1- che la notifica del ricorso fosse stata effettuata in ritardo rispetto ai termini previsti dalla legge;
2- che lo stesso ricorso fosse inammissibile in quanto presentato dopo lo svolgimento delle operazioni elettorali e non entro 3 giorni dalla pubblicazione degli atti impugnati;
3- che il ricorso doveva essere rigettato in quanto esplorativo (generico). Invocavano inoltre la cosiddetta prova di resistenza (le difese degli eletti hanno sostenuto in sostanza che se anche le illegittimità da noi denunciate fossero risultate fondate, a fronte del gran numero di firme raccolte, le liste sarebbero comunque state valide).

Il Tar, visti gli atti e a seguito della discussione pubblica respingeva la prima eccezione di tardività in quanto il ricorso era stato correttamente e tempestivamente notificato. Respingeva anche la seconda eccezione in quanto l’atto di proclamazione degli eletti era stato correttamente impugnato nei modi e tempi previsti dalla legge.
Anche in ordine al terzo motivo sollevato dalle stesse difese, riteneva l’infondatezza degli assunti.
Ed infatti evidenziava che il ricorso non fosse esplorativo in quanto, come si legge testualmente in Sentenza “reca la circostanziata denuncia di plurime illegittimità nel procedimento di formazione di varie liste suffragato da concreti elementi”. Del pari, riguardo la cosiddetta “prova di resistenza” invocata dalla difesa degli eletti, lo stesso Collegio, riteneva che la stessa non potesse e non dovesse essere effettuata. Ed infatti per quanto riguarda il primo aspetto (cioè la possibilità di effettuare la predetta prova di resistenza), non essendo stato depositato alcun documento che desse conto del numero di firme raccolte, il relativo conteggio è stato ritenuto impossibile. Mentre dal punto di vista della doverosità nell’applicazione della predetta prova, poiché gli elementi da noi forniti sono apparsi plausibili e circostanziati, il Collegio ha ritenuto non potersi applicare in questa fase.

Riassumendo: abbiamo chiesto al Tar di annullare le elezioni per le gravi irregolarità già evidenziate dalla Procura. Le difese del Sindaco Caligiore Roberto per il Comune, di Caligiore Roberto quale eletto, dei consiglieri di maggioranza, nonché del consigliere Maliziola, hanno sollevato delle eccezioni.
Il Tar all’esito della discussione pubblica ha respinto tutte le eccezioni degli eletti e del Comune e ha accolto la nostra richiesta di concessione dei termini per la querela di falso.
La Sentenza, che è interlocutoria, in sostanza non definitiva, non lascia spazio ad ulteriori interpretazioni, i motivi a sostegno della stessa infatti, permettono a tutti di trarre le opportune conclusioni.

2) Nel testo della sentenza si legge: “la questione principale che pone il ricorso è quella relativa alla denunciata falsità dell’autenticazione delle firme di sottoscrittori delle liste e poiché si tratta di contestazione relativa a atti pubblici assistiti da fede privilegiata le cui risultanze possono essere disattese solo in caso di declaratoria della falsità nella competente sede, ritiene il Collegio che, in applicazione dell’articolo 77 c.p.a. e conformemente alla richiesta avanzata dai ricorrenti, debba loro concedersi un termine per la proposizione della querela di falso.” Che cosa significa?

Poiché gli atti da noi contestati sono assistiti da fede privilegiata (e dunque fanno fede fino a querela di falso), nel ricorso abbiamo chiesto che il Tar ci concedesse il termine per proporre la necessaria querela di falso. Da domani ci metteremo a lavorare in tal senso.
Voglio precisare a tutta la cittadinanza che l’apposizione della firma in modo irregolare non costituisce reato per chi la appone ma solo per l’autenticatore che falsamente attesta circostanze non veritiere. Invito inoltre i cittadini a leggere il testo integrale della Sentenza del Tar, anche perché il Comune, che ribadisco, si è costituito nel giudizio sposando appieno tutti gli assunti del Sindaco e degli eletti, siamo tutti noi!

3) La concessione del termine per procedere con la querela di falso, come era nelle richieste del M5S, era quindi condizione necessaria per procedere con la richiesta di annullamento dei risultati elettorali?

Sì. Se il Tar avesse accettato le contestazioni dei legali della difesa, il nostro iter si sarebbe fermato qui, invece il Tribunale Amministrativo ci ha concesso il termine di 90 giorni per depositare la querela e solo all’esito del deposito, della prova della predetta proposizione, il giudizio verrà sospeso. La querela di falso verrà proposta davanti al Tribunale Ordinario Civile. Mi spiego meglio: avendo noi contestato degli atti assistiti da pubblica fede (autenticati dal Pubblico Ufficiale), la querela di falso non poteva non essere esperita. Sono atti che fanno fede (fino a querela di falso appunto). Il TAR ha ritenuto ben circostanziati i nostri assunti e non condivisibili i loro. Per questo ha accolto la nostra richiesta e non le loro.

4) È soddisfatta dell’esito della sentenza?

Come avvocato non potevo chiedere di meglio.
Come cittadino elettore però, leggere e sentire che gli amministratori sono felici perché probabilmente pensavano che il Tar potesse annullare le elezioni già il 22, mi lascia assai amareggiata. Riguardo alle “plurime illegittimità nel procedimento di formazione di varie liste suffragato da concreti elementi” riportate nella sentenza, nessuno si è sentito in dovere di fare dei commenti nel merito.

5) Che cosa succederà adesso?

Per ora siamo al lavoro per la proposizione della querela di falso.
Vorrei aggiungere però un’ultima considerazione: l’accoglimento del ricorso, pur in tempi lunghi (come auspicato), non sarebbe comunque senza conseguenze per l’attuale Amministrazione. Infatti si potrebbe configurare oltre ad una caducazione di tutti gli atti assunti, anche un più che probabile danno erariale di cui comunque qualcuno sarà chiamato a rispondere.

Come dettagliatamente spiegato dall’Avv. Chiara Masi, il Tar ha quindi accolto (e non respinto!) tutte le nostre richieste, in particolare quella relativa alla concessione di un termine per proporre la querela di falso, condizione necessaria per proseguire nel nostro percorso, essendo gli atti contestati “atti assistiti autenticati dal Pubblico Ufficiale” (che fanno quindi fede fino a querela di falso). Il passaggio al Tar è stato quindi fondamentale per superare tutte le resistenze della difesa, respinte in blocco dal Tribunale Amministrativo, e per farci concedere il termine per presentare la querela al Tribunale ordinario. Ribadiamo infine che, se fossimo nei panni di Caligiore e degli altri esponenti della maggioranza, piuttosto che festeggiare per essere ancora seduti sulle poltrone, ci interrogheremmo su quelle “plurime illegittimità nel procedimento di formazione di varie liste” riportate nella sentenza e magari, ci vergogneremmo, rassegnando le dimissioni.

 

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Precari – Allargare a tutto il pubblico impiego la sentenza di Strasburgo

quota-96-incontro-governo-e-sindacati-decreto-d-urgenza-e-riforma-scuola 350-262fonte anief.org - Su questa posizione convergono i tanti legali e giuristi intervenuti al convegno Anief sulla 'Sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla stabilizzazione del precariato scolastico', svolto in Parlamento.

Il giudice Paolo Coppola di Napoli, promotore della richiesta di intervento dei giudici sovranazionali, ha quantificato in 6 miliardi di euro il risarcimento dello Stato per le mancate assunzioni: il calcolo deriva dalle canoniche 15 mensilità di indennizzo, cui si aggiunge il 2,5 per cento di 'collegato al lavoro', che corrisponde a circa 24mila euro a precario. Una compensazione che va moltiplicata per almeno 250mila precari coinvolti, come indicato da Ragioneria Generale dello Stato e Corte di Conti.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): il decreto legislativo n. 368 del 6 settembre 2001, che in Italia avrebbe dovuto dare un seguito normativo alla direttiva Ue richiamata ieri dalla Curia di Lussemburgo, è cambiato nel corso degli ultimi 13 anni ben 34 volte. L'ultima volta nel Job Acts. Ora basta, con questa sentenza si volta pagina. La sentenza emessa ieri dalle Corte di Giustizia europea non si riduce al personale della scuola, ma va allargata a tutto il pubblico impiego. È la posizione unanime espressa dai tanti legali ed esperti di giustizia intervenuti al convegno Anief, svolto stamane in Parlamento, all'interno di Palazzo Marini, sulla 'Sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla stabilizzazione del precariato scolastico'.

In particolare, l'avvocato Sergio Galleano, del foro di Milano, ha ricordato che "quanto stabilito dalla sentenza di Lussemburgo riguarda tutti i pubblici dipendenti, compresi gli enti locali. Noi, come avvocati, torneremo ora dai giudici italiani per dire loro che la Corte europea si è espressa in modo chiaro. Prima, certamente, si farà un tentativo di tipo legislativo, visto l'enorme danno erariale che ne deriverebbe: che è pari, di norma, ad una quota che varia tra le 12 e le 15 mensilità stipendiali non godute. Oltretutto, qualora lo Stato decida di non proceda all'assunzione di tante migliaia di precari della PA coinvolti, il risarcimento sarebbe ben più alto".

A quantificare il potenziale danno pubblico è stato Paolo Coppola, giudice del lavoro di Napoli, promotore della richiesta alla Corte di Lussemburgo e 'disobbediente' alla Corte di Cassazione, a seguito dell'esame della vertenza mossa da unità di personale scolastico non di ruolo che rivendicava l'immissione in ruolo: "il danno erariale per le mancate assunzioni potrebbe costare allo Stato – ha detto Coppola - anche 6 miliardi di euro: non è la sentenza isolata di 10mila o 15mila euro a creare problemi. Ma le centinaia di migliaia di persone che poi rivendicherebbero lo stesso trattamento. E non è una novità: la questione della Scuola fu posta da me già nel 2007, quando lo Stato si difese in modo meraviglioso", adducendo generiche motivazioni di bilancio pubblico e di tutela dello studio.

"Quando si affrontano certe questioni, quasi sempre tremano i polsi – ha continuato Coppola –, perché il potenziale danno per l'erario è enorme: se si considerano almeno 250mila-260mila precari coinvolti, come indicato da Ragioneria Generale dello Stato e Corte di Conti, ognuno di loro potrebbe infatti rivendicare un risarcimento danni per la mancata assunzione pari a 15 mensilità, cui si aggiunge il 2,5 per cento di 'collegato al lavoro', si arriva ad un rimborso di circa 24mila euro a precario. Se si moltiplica questa cifra per almeno 250mila aspiranti all'assunzione con almeno 36 mesi di servizio svolto, si arriva a 6 miliardi di euro. Ma si tratta di una stima in difetto, perché nel computo bisognerebbe inserire anche coloro che sono stati già stabilizzati e che per il principio di non discriminazione potrebbero richiedere a loro volta i danni per l'assunzione ritardata".

L'avvocato Coppola, emerito studioso del lavoro precario, ha anche indicato "in maniera laica" le risposte alla sentenza di Lussemburgo, con i possibili costi e benefici, che ora lo Stato italiano potrebbe decidere di attuare: "è un terreno complicato, perché non riguarda solo la scuola, ma tutto il precariato italiano. E quindi va inquadrato nel futuro. Perché la sentenza Mascolo lascia ampi spazi di attuazione di atti legislativi. Gli scenari possibili sono diversi: il primo è quello che l'Italia non si adegui, esponendosi alle salate ed inevitabili multe dell'Unione Europea. Ce ne sono poi altri, ma se invece dovesse decidere di risarcire il danno ai precari, prima dovrebbe approvare un intervenire un intervento della Corte Costituzionale, per fornire 'un accesso legittimo'".

Il Governo farebbe bene quindi a voltare pagina, ha ribadito Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, moderatore del convegno. Dopo aver letto all'affollata platea la sentenza letta ieri a Lussemburgo, il sindacalista ha ricordato che il vulnus su cui si è soffermata la Corte è stato il mancato recepimento delle direttiva 1999/70/CE. Pacifico quindi poi sottolineato che "il decreto legislativo n. 368 del 6 settembre 2001, che in Italia avrebbe dovuto dare un seguito normativo proprio a quella direttiva Ue, è cambiato nel corso degli ultimi 13 anni ben 34 volte. L'ultima volta nel recente Job Acts".

Il presidente Anief ha quindi ricordato come la Legge 106 del 2011, comma 4 bis art. 168, abbia sottratto l'Italia dall'applicazione della direttiva Ue sostenendo che è prioritario il diritto allo studio. Successivamente la Corte di Cassazione, con la sentenza 10127 del 2012 (nella quale scriveva: "non vi è alcun spazio per un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia europea"), "ha avallato l'operato del legislatore sostenendo, paradossalmente, la particolare condizione, 'favorevole', del precario italiano perché lavorando ha comunque la possibilità di acquisire punti in graduatoria ed essere gradualmente assunto. Inoltre, i vari Governi hanno sempre affermato che le prerogative di risparmio pubblico sovrastano quelle dei singoli lavoratori". Nel corso del suo intervento, anche Michele De Luca, presidente emerito della Corte di Cassazione, ha puntato il dito contro quella sentenza della Cassazione italiana.

"Ma la sentenza storica di ieri a Lussemburgo – ha ricordato il leader del giovane sindacato – conferma che avevamo ragione: tutto è nato da una denuncia dell'Anief, dalle pagine del quotidiano 'La Repubblica' del 22 gennaio 2010, quando scoprimmo che vi era una direttiva che vessava i nostri lavoratori precari. È stata dura arrivate a questa sentenza, però siamo sempre stati fiduciosi. Perché diverse altre emesse dai tribunali italiani erano state già favorevoli, producendo risarcimenti medi pari a 30mila euro".

Durante il convegno, l'avvocato Walter Miceli, del foro di Palermo, ha ricordato l'anomalia italiana nel "mantenere dei docenti per tutta la vita lavorativa, dai 24 anni, subito dopo la laurea, sino alla pensione, in stato di precariato. Con un'evidente danno alla loro carriera, sotto forma di mancati scatti di anzianità, e ferie, oltre che ridotta malattia, tredicesima e via discorrendo. Un sindacato audace e 'corsaro', fuori dai patti e dai giochi consociativi, ha permesso quanto accaduto. Ma anche senza il libero convincimento dei giudici, che si fanno guidare dalla propria coscienza, non saremmo arrivati a porre il quesito alla Corte di Giustizia europea".

"E ora? Diciamo subito che la pensiamo come il Governo, che ha intenzione di varare un maxi piano di assunzioni. Ma non siamo d'accordo su come attuare queste assunzioni: le posizioni rimangono distanti. Sono ignorate dal piano Renzi, infatti, i non docenti, i collaboratori scolastici e la vasta platea dei docenti abilitati inseriti nelle graduatorie d'istituto. Infine, non possiamo accettare la decisione presa dal Governo italiano nel 2011 di lasciare al palo lo stipendio dei precari assunti: vengono assorbiti dallo Stato, ma con la busta paga che rimane praticamente bloccato. È un uovo di Colombo che non possiamo accettare", ha concluso Miceli.

A chiudere il convegno sono stati alcuni deputati. L'on. Silvia Chimienti ha ricordato il piano alternativo del Movimento 5 Stella alla 'Buona Scuola' di Renzi, con la priorità di "svuotare prima di tutto le graduatorie ad esaurimento". L'on. Fabrizio Bocchino (Gruppo Misto) ha ricordato che il contratto di lavoro a tempo determinato è la collocazione 'principe' del rapporto di lavoro. Il tentativo, condotto in Italia, di non recepire questo principio rappresenta una vera ingiustizia. Ma la sentenza di ieri getta anche un'ombra sul meccanismo proposto dalla Buona Scuola' del Governo: su questo, sul rivedere alcuni meccanismi delle assunzioni, c'è un riconoscimento dei miei colleghi della maggioranza in Senato", ha detto ancora Bocchino.

Ulteriori approfondimenti:

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Precariato: per la Corte di Giustizia europea le norme italiane sulla scuola violano la direttiva comunitaria, Anief-Confedir aveva ragione

fonte, 27 novembre 2014 Ufficio Stampa Anief
www.anief.org

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