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Il Sindacato di strada

CRONACHE&COMMENTI

Camere del lavoro e zone sindacali aperter fino a sera tardi

di Aldo Pirone
sindacatodistrada 390 minIeri Luciana Castellina ha intervistato Maurizio Landini su “il manifesto”. Lettura interessante. Tra molti propositi di rinnovamento espressi dal segretario della Cgil, ce n’è uno di particolare importanza: “il sindacato di strada”. In sostanza, dice Landini, se vogliamo intercettare e organizzare i lavoratori frammentati e dispersi sul territorio bisogna investire di più sull’organizzazione territoriale del sindacato. Il tema non è nuovo. Questa esigenza fu presente anche negli anni dal ’69 ai ’70 fino agli anni ’80 per poi declinare ed essere abbandonata. La Castellina ricorda i “consigli di zona” che furono una proiezione esterna dei consigli di fabbrica appena assunti dai sindacati confederali a struttura portante nei luoghi di lavoro, in particolar modo dalla Flm la federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici. Eravamo ancora in piena epoca fordista, quando a dare il là al sindacato e all’intero movimento dei lavoratori erano le grandi concentrazioni operaie. Poi vennero le zone sindacali della Cgil che cercarono di dare una proiezione confederale e territoriale stabile al sindacato, con l’intento non solo di organizzare i lavoratori delle piccole unità produttive ma anche di interessare il movimento sindacale alle problematiche del territorio (sanità, trasporti, scuola, casa) che riguardavano da vicino la vita del cittadino-lavoratore. Luciana Castellina fa di queste battaglie dei Consigli di zona e dei risultati ottenuti un elenco puntiglioso. L’emblema di questo sforzo organizzativo esterno alla fabbrica furono le famose riforme oggetto fra il ’68-’69 e i primi anni ’70 di grandi scioperi generali e di mobilitazioni sindacali di non secondaria importanza. Portarono alla conquista di alcuni pilastri del welfare italiano come il Servizio sanitario nazionale.

La rivoluzione tecnologica messa in campo e utilizzata dal padronato imprenditoriale per mettere all’angolo la vecchia classe operaia, con tutto quel che ne è seguito di cambiamenti nei metodi e negli strumenti della produzione e della comunicazione, nella frantumazione del lavoro dipendente, nella diffusione del precariato ecc., ha fatto arretrare, fino alla sua scomparsa, l’organizzazione sindacale dal territorio negli ultimi decenni, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuto raddoppiare quello sforzo che oggi Landini e Castellina chiamano “sindacato di strada”.

Ricordo che un segretario generale della Cgil, Antonio Pizzinato, eletto dopo Lama, iniziò il suo breve mandato proprio su questa necessità. Diceva che bisognava tenere aperte le Camere del lavoro e le zone sindacali fino a sera tardi per essere punto di riferimento organizzativo e anche vertenziale per questi nuovi lavoratori, anche immigrati, che iniziavano a popolare il lavoro frammentato, occasionale e precario. E che da tutto ciò emergeva l’esigenza di una “rifondazione” della Cgil. Non fu ascoltato, anzi fu contestato e, dopo 32 mesi, sfiduciato.

Che oggi Landini senta la necessità di ritornare al “sindacato di strada” è un fatto sicuramente positivo. Insieme a tanti altri propositi rinnovatori, anche epocali, che espone nell’intervista insieme alla Castellina che non sto qui ad elencare per brevità. Raccomanderei solo molta concretezza nelle proposte in grado di partire sempre dalle necessità più sentite dai lavoratori per agganciarle alle problematiche e obiettivi più generali.

Vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Intanto ricordiamoci del compagno Pizzinato.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Un sindacato di nuovo protagonista è necessario al territorio e al Paese

Lotte e Vertenze 

Ci rivolgiamo in particolar modo al sindacato nel suo insieme

di Ivano Alteri
valledelsaccoallariscossa 350 minQualche giorno fa è stato pubblicato un appello sottoscritto da singoli cittadini (me compreso), associazioni e alcuni giornali locali (v. qui: https://www.unoetre.it/lavorosocieta/lotte-e-vertenze/item/8898-appello-alle-forze-politiche-sociali-e-sindacali-territoriali.html), rivolto alle forze politiche e sociali e alle istituzioni territoriali, col quale si chiedeva un forte coinvolgimento del territorio nella imminente discussione in sede nazionale in vista dell’allogazione delle ingenti “risorse Covid” provenienti dall’Europa.

I firmatari ritenevano e ritengono che quella attuale sia un’occasione storica irripetibile, per il Paese e per il territorio del Frusinate, utile ad imprimere una svolta radicale al loro storico andamento claudicante. Mai, infatti, era accaduto di avere tante risorse disponibili e una tale congiuntura politica per una loro diversa allocazione, che non fosse la solita distribuzione a pioggia tra i soliti noti del “prendi i soldi e scappa”. Una volta tanto si può dire “ce lo chiede l’Europa!”, senza essere tentati di mettere mano alla pistola.

L’appello, come si diceva, era rivolto a tutti i gradi di rappresentanza del territorio e dal territorio, ma, in particolar modo, era rivolto al sindacato nel suo insieme, inteso quale primo livello di rappresentanza sociale.

Esso, ovviamente, aveva ed ha quale scopo esplicito quello di attirare sul nostro territorio le risorse necessarie ad edificare opere materiali e immateriali che superino finalmente i suoi limiti strutturali, che lo emancipino dalla sua atavica condizione di minorità economica, sociale, culturale, esistenziale.

Ma ve ne era e ve ne è anche uno meno esplicito, secondo il mio sentire, riguardante la condizione democratica di fondo, che vede il nostro territorio particolarmente sofferente. Non è un mistero, infatti, che nel corso dei decenni esso abbia sofferto di una rappresentanza assai carente a tutti i livelli, tale per cui i suoi interessi sono stati molto spesso mortificati, sacrificati per interessi altri, non sempre cristallini.

Molte delle cause di tale condizione hanno origine dalla nascita stessa della Provincia di Frosinone, ma esse non hanno mai smesso di perpetuare i loro nefasti effetti per tutto il tempo, sino ad oggi. La “costante” che si può individuare nell’intero fenomeno consiste nella sistematica esclusione popolare da ogni decisione.

Tale esclusione mostra due aspetti, distinti e speculari: la scarsa propensione a rappresentare da parte dei rappresentanti; la scarsa propensione a partecipare da parte dei rappresentati. È un circolo vizioso che ha portato di catastrofe in catastrofe, senza soluzione di continuità.

Oggi, e da qualche decennio, a questa già poco amena condizione si aggiunge un elemento più generale, altrettanto distruttivo, consistente nella scomparsa dei partiti quale luogo di partecipazione, e nella loro trasformazione in luogo di carriera individuale e affari di gruppo. Senza alcuna polemica, che pure non ci starebbe male, è importante segnalare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che tale distacco tra rappresentanti e rappresentati, tale baratro venutosi a creare tra politica e cittadini, può portare a disastri immani, sul piano politico e sociale, con una terrificante crescita esponenziale della conflittualità interindividuale e collettiva; fino a paventare non augurabili rotture del tessuto nazionale.

Quest’occasione storica di avere ingenti risorse e congiuntura politica favorevole, dunque, non può, non dovrebbe riguardare soltanto l’edificazione di quelle opere necessarie ad un sano e solido sviluppo economico, bensì anche una nuova strutturazione della condizione politica e sociale del territorio e del Paese, che nel territorio dovrebbe avere la sua più solida e consona origine. Il sindacato nel suo insieme, essendo il primo livello di rappresentanza sociale, può svolgere nel contesto un ruolo di primaria e irrinunciabile importanza.

In quell’appello, infatti, non erano enumerati le opere e gli interventi specifici, non si entrava nel merito delle cose da fare, non si chiedevano spazi di visibilità per questo o quello; si auspicava implicitamente, invece, che il sindacato, con le sue strutture capillarmente distribuite sul territorio, tornasse a tessere la trama del primo scampolo di tela necessario a ricostruire l’intero tessuto territoriale e nazionale, senza il quale la politica, di qualsiasi colore essa sia, non può che esprimersi in termini di dominio, e mai in termini di egemonia.

La presenza sindacale sul territorio, quindi, non dovrebbe consistere più soltanto nell’apertura di sportelli erogatori di servizi, pur necessari, ma in una presenza capillare e costante per l’erogazione del primo tra tutti i servizi: la rappresentanza degli interessi del popolo. Né c’è da temere che questo impegno alteri il ruolo del sindacato, poiché esso è e deve rimanere quello di rappresentante sociale. Aiuterebbe, invece, a rimettere in moto i meccanismi della partecipazione e della rappresentanza, senza i quali ben difficilmente saranno mai realizzate politiche che possano definirsi, anche lontanamente, popolari.

Un sindacato di nuovo protagonista è necessario al territorio e al Paese.

 

Frosinone 19 ottobre 2020

 

 

 

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Parlare di sindacato anche non volendo

Parliamone

lavoroemascherina 390 minL’articolo “Sta Saltando l'alleanza tra capitalismo e democrazia” scritto il 15 maggio scorso da Ermisio Mazzocchi per questo giornale sta avviando una discussione che per ora s’incammina su Facebook  Fino ad ora i protagonisti sono, su fronti opposti, Angelino Loffredi, Ermisio Mazzocchi da un fronte e Davide della Rosa dall'altro.
Vi riportiamo integralmente le prime battute di questo confronto con l’invito a proseguire l’approfondimento del tema della ”ripartenza”.

La prima reazione all’articolo di Mazzocchi è di Loffredi

«Non posso limitarmi a mettere un mi piace. Troppo poco nei confronti di chi ha fatto un notevole sforzo di approfondimento della realtà storica ed economica. L'intervento di Mazzocchi ha un grande valore anche perché rompe con il servilismo di gran parte del ceto politico e giornalistico, pronto a seguire le dichiarazioni della grande industria, senza proporre un progetto alternativo. Condivido l'allarme riguardante la tenuta democratica. E' vero che niente si ripete ma negli anni 20 dell'altro secolo furono gli industriali e gli agrari a mettere in crisi lo stato liberale, abbandonare a loro destino Giolitti, Amendola ed altri liberali, favorire l'avvento di Mussolini e la costruzione del Regime.»

Segue questo post di Davide Della Rosa

«Pur avendo qualche anno di età e qualche pezzo di carta di titolo di studio, onestamente, non ho compreso granché dal tuo ragionamento. Pare stigmatizzare la Confindustria da una parte, dall'altra la cosiddetta "globalizzazione" come se quest'ultima fosse una condanna interplanetaria e non invece, un allargamento del mercato mondiale che pur tra luci e ombre, ha fatto uscire dalla miseria un paio di miliardi di persone. Si paventa un conflitto tra "classi" qualora Confindustria persistesse su queste posizioni antigovernative, dimenticando che il conflitto certo che ci sarà, ma solo perché mancherà il lavoro. A quel punto che faremo? Tutti con i sussidi di stato? A me è sembrato che il messaggio di Confindustria sia stato molto semplice: le risorse per la ripresa vanno concentrate su chi crea lavoro, sull'industria, sull'innovazione, sui nuovi mercati; tutto il resto è di contorno, ma il cuore del problema è li: se il motore non riparte li, siamo morti. Leggere in questo oscuri messaggi neo dispotici o antidemocratici ce ne vuole. Buona serata.»

Alberto Bianchi si rivolge a Della Rosa

«A Davide della Rosa vorrei sollevare due questioni.»

Ma le due questioni non sono ancora esplicitate

Angelino Loffredi decide di ampliare la sua argomentazione

«Davide Della Rosa è stato un mio compagno di partito negli anni Settanta. È stato anche sindacalista, confesso che a leggerlo oggi rimango veramente sorpreso per questa replica fatta alla ponderata nota di Ermisio Mazzocchi. Della Rosa infatti non commenta ma dà una risposta un po' istintiva, non riflettuta, forse anche un po' isterica. Io, che non sono un credente sono tentato a suggerirgli di seguire più seriamente Papa Francesco, il quale non mi sembra essere un bolscevico trinariciuto. Egli al contrario di quanto afferma Della Rosa, l'11 maggio ha detto al mondo di rivolgere l'attenzione "alle tante persone che soffrono perché hanno perso il lavoro e sia per tanta parte che non è stata riassunta a lavoro",
Anzi come non ricordare quanto disse nel giugno 2017 al Congresso della CISL nel giugno 2017 “La persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore o lavoratrice”. E sulla funzione e ruolo del sindacato disse: “Un sindacato per essere un buon sindacato deve rinascere ogni giorno nelle periferie per trasformare le pietre scartate dell'economia in pietre angolari. Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del sindacato e ha dimenticato la natura sociale dell'economia e della impresa”.
Ermisio pone un problema serio non solo la ripresa immediata ma anche i timori di una tenuta della democrazia ma Della Rosa sembra vivere in un altro mondo preferisce accodarsi a Carlo Bonomi, Flavio Briatore, Oscar Farinetti ed al vario servitorame. Non si può stare dalla parte di chi rischia con il denaro degli altri facendolo passare per proprio. Se hanno delle qualità le mettano al servizio di tutti come vuole l'articolo 41 della Costituzione. Fino a quando i difesi da Della Rosa vorranno accrescere smisuratamente le distanze rispetto agli ultimi non potranno dare una prospettiva ai popoli della terra. Non sono questi industriali i salvatori del mondo.»

Aggiunge un breve considderazione anche Ignazio Mazzoli

«Complimenti. Questa di Loffredi mi sembra l'interpretazione giusta dello scritto di Mazzocchi. La condivido pienamente e penso che che Maurizio Landini ha di fronte un duro lavoro non solo nei confronti dei baldanzosi avversari, ma anche all'interno della Cgil per sradicare posizioni, che non me la sento di addebitare solo a Della Rosa. Se così fosse sarebbe poca cosa, purtroppo basta legge la sfiducia verso i sindacati, compresa la Cgil, per capire quanto siano diffuse posizioni servili come quella sostenuta nella critica ingiustificata all'articolo di Mazzocchi.»

 

 Chiude questo primo giro Ermisio Mazzocchi

«Il mio articolo e ne ho piacere, ha suscitato un dibattito che mi auguro possa proseguire e intensificarsi. Il problema che ho posto ha dimensioni incalcolabili e richiede un approccio meno superficiale, come è avvenuto da parte di qualche commentatore e più consono alla drammaticità della situazione italiana e internazionale. La replica di Della Rosa fatta a Loffredi, mi convince che occorre ancora di più e meglio insistere e approfondire le questioni poste. perché, se un sindacalista di scuola CGIL non arriva a comprendere quale sia la posta in gioco, vale a dire i valori del lavoro e della democrazia, significa che è passato con maggiore forza e convinzione un messaggio che ci riporta indietro quanto meno di un secolo. Loffredi è andato oltre il mio ragionamento e ha allargato l'orizzonte all'interessamento di personaggi come il Papa.

Se siamo a questo punto con un intervento eccezionale di Papa Francesco, vuole dire che a Della Rosa sfuggono i contenuti di una lotta sociale che non ha precedenti nella storia delle forze politiche e sindacali, ma che conserva i connotati del massimo profitto del capitale con il massimo sfruttamento. Il lavoro non è una variabile, è una costante dell'esistenza dell'uomo. Sulla gestione di questa costante si sono avute e si hanno le più feroci lotte, che della Rosa, colto sindacalista, avrà certamente studiato sulla storia del sindacato, tra sfruttati e sfruttatori. Oggi è divenuta globale. Della Rosa conoscerà certamente chi è il "padrone" di Amazzon, Googl, di Istituti di informatica, degli Istituti di ricerca, delle Agenzie spaziali, per non parlare del petrolio e arrivare all'acqua, per la quale nel mondo si combattono spaventose lotte.

Possiamo avere energie alternative al petrolio, per l'acqua, no. sarebbe bene non avventurarsi in semplicistiche e per nulla argomentate considerazioni su quanto sta avvenendo non nei confini del proprio Municipio, ma pensando agli 8 miliardi di persone che popolano il mondo. Non esiste un benefattore che ti porta il lavoro e casa, e bussa alla tua porta e ti offre il pane della pace e il lavoro per il tuo benessere. Lo scontro è tra chi vive e chi perisce, moralmente e fisicamente. Lo scontro è tra chi vuole avere il potere assoluto per "vivere" e chi si batte per non perire e sconfiggere questa sopraffazione. Consiglio a Della Rosa la lettura della storia del sindacato e seguire, visto che l'Università di Cassino ha ottimi docenti di storia moderna, le lezione sulla globalizzazione e sui valori della democrazia, rileggendo parola per parola ad alta voce la Costituzione della Repubblica Italiana.»

 

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Sindacato: cresce la fiducia di 10 punti


sindacati in piazza fotodisimonacaleo 350 mindi Stefano Milani - Il sindacato c'è: cresce la fiducia. Lo certifica l'Eurispes: la fiducia delle persone nelle organizzazioni sindacali fa un balzo in avanti di dieci punti. Ma non ci si può accontentare, occorre fare sempre di più: cambiare per intercettare i nuovi bisogni dei lavoratori

Nell’epoca dell’uomo solo al comando, l’ultima fotografia scattata dal Rapporto Italia 2020 dell'Eurispes sulla fiducia degli italiani verso le istituzioni, pubbliche e private, lascia quantomeno un barlume di speranza. Tra i soggetti più apprezzati leggiamo: volontariato, protezione civile, scuola, università, chiesa e, udite udite, sindacato. Sì, proprio lui, bistrattato e deriso, ritenuto inutile e obsoleto dal populismo imperante, sta riprendendo quota dopo anni di sparizione dai radar del gradimento della gente. In un anno fa un balzo di quasi dieci punti percentuali: dal 37,9 al 46,4%, di quasi trenta se lo paragoniamo al 2012, dove era fermo al 17,2%. Numeri tutt’altro che scontati, frutto di una macchina del fango contro le organizzazioni dei lavoratori che si è fatta sempre più spietata. Un mix di mistificazione e qualunquismo sintetizzato dalla gettonatissima domanda: dove eravate? A leggere l’incremento registrato dall’analisi Eurispes, la risposta diventa pleonastica.

È indubbio che negli ultimi dodici mesi la presenza del sindacato sia stata più tangibile. Milioni di persone hanno partecipato alle tante manifestazioni nazionali e territoriali di Cgil, Cisl e Uil e aderito agli scioperi indetti dalle rispettive categorie, per sostenere le proposte contenute nella piattaforma unitaria su fisco, pensioni, contratti, investimenti e Mezzogiorno. Tanto lavoro nelle piazze (e quello è abbastanza scontato), dentro le fabbriche e le aziende (scontato pure quello). La novità vera che ha riacceso quel benedetto segno più alla voce “fiducia” è in realtà un’altra e va ricercata dentro il Palazzo, dove il sindacato è tornato a farsi sentire, ricominciando a giocare un ruolo centrale nel dibattito pubblico e politico. Tavoli, incontri, scontri, confronti e, di conseguenza, risultati. Ultimo, in ordine di tempo, il taglio del cuneo fiscale. Un cambio di passo che fa felice il segretario generale della Cgil Maurizio Landini perché dimostra “come nel nostro Paese ci sia una forte domanda di rappresentanza e di partecipazione”. Un risultato, aggiunge il leader di Corso d’Italia, “che ci gratifica, ma al tempo stesso ci responsabilizza. Siamo, infatti, consapevoli che dal nostro lavoro quotidiano possano dipendere le condizioni materiali dei giovani, dei lavoratori e dei pensionati”.

Tradotto: si può, e si deve, fare meglio. Perché, numeri alla mano, il bicchiere può essere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da chi lo impugna. E se un italiano su due esprime fiducia nel sindacato, c’è l’altra metà ancora da conquistare. La sfida è dunque aperta e si traduce, ancora parole di Landini, in “uno stimolo ulteriore per continuare nel nostro lavoro”. Perché in un contesto storico di grandi trasformazioni e in un mondo del lavoro che cambia rapidamente, “anche il sindacato deve cambiare e sapersi rinnovare, dando voce e rappresentanza a tutti quei lavoratori che oggi ne sono sprovvisti, rilanciando l’obiettivo dell’unità sindacale e del mondo del lavoro”. Cambiare per intercettare i nuovi bisogni della gente. Coinvolgendo i territori, costruendo reti solidali, disinnescando la bomba sociale prima che deflagri. La ricetta è apparentemente semplice e tutt’altro che scontata. Del resto la fiducia, come dicono quelli bravi, si merita sul campo.

 

31 gennaio 2020 ore 10.22, da rassegna.it

 

 

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Il lavoro e il potere contrattuale del sindacato dei lavoratori

Icisl bandiera 225150ntervista raccolta da Flaminio Grimaldi per la CISL di Frosinone

D: Che significa lavoro contrattato e partecipato?

R: Ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che il “lavoro contrattato e partecipato” eleva, innanzitutto, la dignità sociale ed economica della persona, sia lavoratore che cittadino, di questa nostra repubblica fondata sul lavoro.

D: E il potere contrattuale del sindacato?

R: E' verificabile, pur in tempi e modalità diversificate, che il “potere contrattuale”di un sindacato democratico favorisce “il patto” - ad ogni livello - delle condizioni normative ed economiche del “lavoro partecipato”mediante contratti nazionale, settoriali, aziendali e territoriali.

D: Per il bene comune ?

R: Si, constatato di fatto che nella logica profittevole delle imprese – non escluse le multinazionali – le proclamate finalità del “bene comune” e le nuove condizioni delle persone non sempre sono partecipate. Anzi, ancor più, nel terzo millennio, in un mondo globale del lavoro umano, dal caporalato non solo agricolo e edile italiano ma, anche, in quello del mercato del lavoro industriale tecnologicamente avanzato, sia occidentale che asiatico, il disagio dei lavoratori viene misurato con i limiti competitivi dei bassi salari.

D: La contrattazione nel 2011 tra la domanda e l'offerta di lavoro?

R : Anche nel 2011 la contrattazione collettiva ad ogni livello sarà - a mio avviso - drammaticamente condizionata dalla variabile dipendente sia della domanda che dall'offerta di lavoro. Questa è la vera verità.

D: Anche un lavoro più professionale è mercificato ?

R: Viene richiesto lavoro più qualificato ma non sempre è lavoro dignitoso della persona. E' un lavoro ancora mercificato e utilizzato meccanicamente per esigenze robatizzanti nel nuovo modo di produrre durante l'impegnato turno di lavoro giornaliero.

D: Sono i nuovi parametri produttivi della contrattazione collettiva nel nuovo modo di produrre, partendo dalla FIAT?

R: Con questi nuovi parametri - verificabili - è stata avviata e va evidenziandosi la contrattazione collettiva sul nuovo modello produttivo - da verificare – e che non potrà non essere condivisa dalla maggioranza dei lavoratori se delegheranno i loro sindacati a trattare, partendo dalla FIAT. Ed è in questo interessante nuovo scenario che lo stesso referendum definito “storico o meno storico” - con un si o con un no - rappresenta, comunque, una “svolta epocale” e un invito a valutare l'avvio di una corresponsabile scelta, del sindacalismo democratico, di contrattazione collettiva innovativa negli anni 2011. Vale a dire: di una proposta “ riformatrice” della contrattazione collettiva definita di “secondo livello settoriale” che non casualmente è stata avviata nella multinazionale FIAT ed a seguito dell'investimento nell'automobile programmato e in corso di verifica sindacale, sia a Pomigliano che a Mirafiori – peraltro – aperto a possibili investimenti negli altri siti FIAT di Fabbrica Italia.

D: E' sufficiente liquidare con un sì o con no referendario una svolta, definita epocale, della contrattazione collettiva aziendale?

R: Oltre i si ed i no, l'accordo sindacale FIAT è certamente un positivo segno di evoluta e coerente corresponsabilità verso l'esercizio del diritto al lavoro che manca, quale nuova cultura solidale di un sindacato di lavoratori che assume la certezza del lavoro e traguarda verso il pieno impiego di milioni di giovani che attendono un lavoro da “contrattare e partecipare” fino ai livelli aziendali. Aggiungo che è, ancor più, una “intesa solidale” proprio in presenza di una contestuale e persistente crisi della occupazione italiana che nel 2009 perde 185.000 posti di lavoro e nei primi due trimestri 2010 se ne perdono altri 400.000 tra gli occupati di età 15-34 anni , mentre nella fascia 35-44 anni, come evidenziato dal CENSIS, la occupazione decresce del'1,1% tra il 2008-2009 e dello 0,7% nel 2010. Lo scenario occupazione si inserisce, quindi, nella crisi del lavoro produttivo ed in carenza di una “politica attiva del lavoro” congiunta ai segnali della insufficiente crescita economica italiana, con l'evidente disagio sociale – individuale e famigliare – tamponato, in parte, dai sostegni al reddito con le integrazioni salariali INPS per le centinaia di migliaia di ore non lavorate sin da luglio 2007.

D: Il dopo referendum ha provocato altri commenti?

R: Erano attesi altri commenti al referendum FIAT e mi riferisco in particolare al Prof. Tito Boeri che con realismo ha affermato : “l'accordo storico FIAT ha confermato un disaccordo senza precedenti ed ha auspicato che il Governo si schieri a favore del Paese, anziché della FIAT o di questo o di quel sindacato, e spinga che siano anche salvaguardati in Italia, i livelli occupazionali”. E il Prof. Senatore Pietro Inchino, promotore di innovative relazioni industriali da sostenere anche con leggi, ha definito la svolta della multinazionale FIAT “una esperienza straordinaria di democrazia sindacale a somma positiva che giova anche a chi rimane in minoranza e consente, almeno, di far sentire la propria voce”. Sono - a mio avviso – autorevoli commenti che sollecitano aperture e confronti in presenza di pluralismo sindacale, proprio per continuare a “contrattare e partecipare” ai risultati derivanti dalle impegnate e innovative condizioni di lavoro. Sono, peraltro, autorevoli commenti che orientano a sconfiggere anche le strumentali egemonie politiche-partitiche nei luoghi di lavoro e favoriscono l'avvio dell'esercizio dei diritti di democrazia economica, da regolare, con accordi tra organizzazioni nazionali interconfederali sindacali più che dalle leggi.

D: Ma nel 1993 sono stati sottoscritti accordi interconfederali sul “sistema contrattuale” non siamo all'anno zero, quali le prospettive nei prossimi anni?

R: Nel dicembre 1993 sono stati sottoscritti accordi interconfederali sia per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie che per la “rappresentatività” - definita proposta nel maggio 2008 dalla CGIL-CISL-UIL - nel contesto complessivo della “riforma del sistema contrattuale” funzionale alla definizione delle condizioni normative ed economiche di lavoro a tutti i livelli: dal nazionale, al settore produttivo, all'azienda ed ai territori. Come si può osservare, non siamo all'anno zero. Partendo dalle storiche e positive esperienze del movimento sindacale democratico dei lavoratori - liberamente associato e riconosciuto dalle istituzioni - si deve proporre ai governi la crescita produttiva di oltre il prevedibile 1% annuo per dare fiducia e speranza di lavoro ai giovani e per favorire, con la ripresa dello sviluppo economico, una concreta riduzione della continua crescita del debito pubblico.

30 dicembre 2010

 

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Il sindacato delle fiamme gialle approda a Frosinone

fiammegialle 350 minIl sindacato delle fiamme gialle, approda a Frosinone, si è costituita la sezione territoriale del capoluogo

Si è costituita la sezione territoriale di Frosinone dell’USIF (Unione Sindacale Italiana Finanzieri), la nuova “associazione professionale tra militari a carattere sindacale” che si propone di tutelare i diritti sindacali delle Fiamme Gialle d’Italia ed alla quale i lavoratori militari della GdF potranno rivolgersi per la salvaguardia del loro lavoro e dei loro diritti.

L'assemblea costituente si è tenuta nella sede della Uil, alla quale l'Usif aderisce, alla presenza del Segretario Territoriale Uil Frosinone Anita Tarquini e del presidente del consiglio provinciale Daniele Maura che si è messo a disposizione, in qualità di amministratore provinciale, per sostenere le iniziative del sindacato. Al termine dell'assemblea è stato nominato il direttivo composto dal Segretario Provinciale Antonio Punzo, dal vice Segretario Giuseppe Bianchini e dal delegato al consiglio regionale Roberto Vetrari. Lo stesso Segretario Punzo ha sottolineato: «Questo è un importante traguardo per le forze dell’ordine “con le stellette”, a cui solo fino a poco tempo fa non era consentito neppure associarsi ai fini sindacali. Siamo orgogliosamente fieri del riscontro avuto, a testimonianza che la problematica esiste e che l’emanazione di una Legge che disciplini compiutamente l’attività sindacale dei militari è quanto mai urgente. Il percorso fatto per giungere alla costituzione dell’USIF non è stato privo di ostacoli ed ha richiesto sacrifici, ma il 17 giugno si è finalmente giunti al traguardo. Non un mero atto amministrativo, ma un’assemblea partecipata, nascente “dal basso” (i soci fondatori non sono uno sparuto gruppo, ma 182 appartenenti alla Guardia di Finanza), anche e soprattutto in virtù del fatto che l’USIF ha posto alla base di ogni sua attività, anche la minore, il concetto vivo di democrazia. La tutela del lavoratore, il miglioramento delle condizioni di lavoro e la partecipazione al processo di efficientamento del Corpo rappresentano la missione di questa nascente Organizzazione. I finanzieri del XXI secolo, grazie alla riconosciuta specificità e unicità della missione istituzionale affidata al Corpo, rappresentano per Istituzioni e società civile un imprescindibile presidio di legalità a tutela degli interessi economico-finanziari del Paese. Nonostante l’impareggiabile senso di fierezza, si sentono sminuiti nei diritti di partecipazione democratica.
L’USIF - conclude Punzo - senza personalismi né logiche di potere, con prospettive e strumenti diversi rispetto al desueto modello della rappresentanza militare, attraverso il nascente modello sindacale si propone quale baluardo a tutela delle fiamme gialle nella risoluzione delle problematiche che impattano negativamente sulle condizioni professionali e personali non solo del lavoratore ma anche del proprio nucleo familiare».

 

 

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E' insostituibile: il dialogo diretto tra iscritto e sindacalista

Sciopero operai Pirelli fuori dalla fabbrica Milano 1969di Elia Fiorillo - Il “mestiere” del sindacalista, oggi. I mestieri cambiano, si evolvono, a volte scompaiono. Ce ne sono alcuni però che nella loro intima essenza non potranno mai mutare. Mi riferisco all’attività del “sindacalista” che in verità un mestiere non è. E’ passione, vocazione, sacrificio a favore soprattutto di “quelli che non hanno voce” per raggiungere, fra l’altro, una più equa distribuzione del reddito. Per combattere i soprusi, per valorizzare e dare dignità al lavoro. Certo, il corporativismo ottuso che non tiene conto delle altre realtà lavorative, di altri interessi, è sempre dietro l’angolo, ma proprio per combatterlo nacquero le Confederazioni sindacali.

Una volta le ideologie facevano la differenza. L’appartenenza a destra, a sinistra, al centro diventavano anche linee guida per condurre battaglie la cui matrice spesso più che sindacale era politica. Ma bisogna tener conto dei tempi, del contesto sociale in cui certi conflitti venivano condotti dal sindacato. C’è da dire che quando le ideologie imperavano uomini come Luciano Lama, segretario generale della Cgil dal 1970 al 1986, qualche forzatura la praticavano sui diktat dei partiti di riferimento. Nel caso in questione del PCI. Nel 1978 Lama, in un’assemblea all’Eur, propose una politica di sacrifici volta a sanare l’economia italiana. Rivedendo con ciò la posizione del sindacato sul salario come “variabile indipendente”. Fu anche contrario al diretto coinvolgimento del PCI e del PSI all’interno della CGIL.

Per la Cisl la parola d’ordine è stata sempre “autonomia” dai partiti, ma anche da qualsiasi forma di potere. L’unico “padrone” che la Cisl ha sempre accettato è stato il “lavoratore”, sia operaio, docente universitario, bracciante agricolo, edile e via dicendo. Pierre Carniti, segretario generale della Cisl dal 1979 al 1985, si distinse, tra l’altro, per aver sostenuto insieme alla Uil il decreto di “S. Valentino”, con cui il governo dell’epoca tagliò 4 punti percentuali della scala mobile. Proposta in parte avanzata dall’allora consulente della Cisl Ezio Tarantelli, ucciso poi barbaramente dalle Brigate Rosse. Il PCI di Enrico Berlinguer, siamo nel 1985, propose un referendum abrogativo della norma che vide vincenti i “NO” per la cancellazione. Il taglio rimase. Apparentemente quella soppressione era un danno per i lavoratori che perdevano soldi in busta paga, con la riduzione dell’indennità di contingenza. Nei fatti un elemento che evitava al Paese, ed ai lavoratori stessi, brutte sorprese per il futuro. Un esempio quello di come il populismo può essere sconfitto quando si ha il coraggio e la pazienza, andando contro corrente, di spiegare alla gente, senza remore ideologiche e soprattutto senza la paura di perdere consensi, la propria “verità”, anche se scomoda e penalizzante.

Allora la “globalizzazione” non c’era, anche se s’intravedeva all’orizzonte, e tutto sembrava essere gestibile “in famiglia”. Con la caduta del Muro di Berlino, ma anche con le tecnologie sempre più avanzate, tutto è cambiato. E fare sindacato è diventato ancora più complesso e faticoso di un tempo.

Ripeteva spesso don Lorenzo Milani, il prete scomodo di Barbiana, ai suoi allevi: “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone”. Forse più che mai oggi i sindacalisti, a tutti i livelli, hanno bisogno di formazione. Sarà un’impressione sbagliata ma nell’ultimo ventennio la preparazione del sindacalista è passata in secondo piano. Probabilmente perché si entra in Sindacato già con titoli di studio elevati. Una cosa però è la formazione scolastica un’altra è quella sindacale. Più che mai oggi con la globalizzazione imperante se non conosci lo stesso numero di parole del “padrone”, che spesso sono multinazionali o cose simili, sei tagliato fuori e con te quelli che rappresenti. Una volta parlare di “cogestione” o di altre forme di collaborazione con il padronato era una bestemmia. Attualmente può diventare un’opportunità se però si hanno le basi per un confronto alla pari, o quasi.

Certo, oggi ci sono i social media che possono aiutare la discussione tra lavoratori e sindacato. Ma una cosa insostituibile è il dialogo diretto tra l’iscritto e il sindacalista. Un rapporto unico che va coltivato giorno dopo giorno. Al di là dei servizi che le organizzazioni sindacali offrono all’utente, comunque c’è bisogno di percorsi di dialogo, di confronto, di ascolto con i soci, siano essi lavoratori attivi o pensionati. La carta vincente è questa, anche per isolare i faccendieri, soggetti che usano il sindacato per i loro interessi personali e il consenso se lo costruiscono nel chiuso di quattro mura.

 
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XXI secolo. Un sindacato per una società inclusiva

manifestocongressocisllazio2017 350 260Donato Galeone* - Il Congresso della CISL Lazio, conclusosi ieri 12 maggio a Pomezia, ha posto una interessante e attualissima questione: “Il Sindacato del XXI secolo per una società inclusiva, per il lavoro e per la persona”.
Quale ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio degli anni'70 ho molto gradito l'invito e ascoltato la relazione introduttiva congressuale di Andrea Cuccello, Segretario Generale della Unione Sindacale, cosi come ho seguito l'intervento del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e i saluti non solo formali ma motivati, nel segno dell'unità di azione, dei Segretari Regionali della CGIL, Michele Azzola e della UIL Alberto Civica.

Non ho incontrato rappresentanti sindacali - anziani come me - ma ho voluto ricordare ai più giovani sindacalisti cislini il 1° Congresso Regionale della CISL Lazio, convocato a Roma nel 1973, con la partecipazione di tutti i responsabili territoriali e delegati delle aree sindacalizzate romane e laziali. Non fu possibile, allora, celebrare il nostro Congresso in un luogo di gradevole verde attrezzato e tecnologicamente avanzato sia nella organizzazione logistica che nei contenuti nuovi e documentati in video, rispondenti alle esigenze odierne e problematiche attualissime sia nelle azioni sindacali svolte, negli ultimi anni, che nei rapporti gradualmente conquistati dalla CISL laziale, forte della rappresentanza di 296.000 iscritti al sindacato democratico.

L'ipotesi CISL di “transizione occupazionale”

Certamente, per me, è stata solo una fugace riflessione temporale sulle azioni del Sindacato dei lavoratori di oltre 40 anni fa, sia tra e con le Confederazioni della CGIL e UIL tanto nei luoghi di lavoro che nei rapporti, di quegli anni, con l'amministrazione pubblica di Regione Lazio in un mercato del lavoro diverso e, oggi, parcellizzato in quantità e qualità di occupazione non pienamente impiegata e produttiva ma prevalentemente e passivamente integrata dagli ammortizzatori di sostegno al mancato reddito.

Ecco la ipotesi CISL di “transizione occupazionale” - ha scritto Andrea nella sua relazione al Congresso - verso la costituzione di un “sistema di servizi per il lavoro” come uno straordinario strumento di tutela nuovo messo a disposizione dell'Organizzazione Sindacale ed anche come mezzo attivo nell'intercettare e avvicinare sia i giovani e meno giovani in attesa di lavoro e sia per riaffermare il valore dei diritti e doveri di solidarietà verso chi ha perso il lavoro, oltre a rafforzare il qualificato e naturale sostegno alla rappresentanza sindacale sindacato nella contrattazione delle condizioni di lavoro ad ogni livello e alla partecipazione, in forme e regole definite o meglio da definire, per conoscere il risultato produttivo equamente da compensare che è frutto dignitoso anche del lavoro umano.

Tutte le ventidue pagine della relazione di Andrea Cuccello, presentate a nome della Segreteria Regionale della Cisl Lazio, indicano come la CISL e il Sindacato dei lavoratori deve fronteggiare ed essere all'altezza delle sfide del terzo millennio in un mondo difficile inserito nel cambiamento universale sia nel perimetro nazionale che europeo.

Esiste “l'uomo con il lavoro”

Proprio in quel mondo - ha ricordato e concluso Andrea - esiste “l'uomo con il lavoro” e richiamando Giorgio La Pira (da me conosciuto con don Milani al Centro Studi CISL di Firenze nel 1954 insieme a Benedetto De Cesaris) ha sottolineato che “non è il lavoro che nobilita l'uomo”.

Il lavoro non può non avere il primato sul capitale: prima l'uomo e poi il lavoro, perché l'uomo o la donna valgono più di tutto il mondo materiale e, quindi, rientra, pienamente nell'impegno sindacale organizzato della CISL - sia ieri che oggi - per aggregare e “insieme costruire una società inclusiva per la persona e per il lavoro”.
Ricordavo ai più giovani meno giovani incontrati a Pomezia che, nel 1973, al sopraggiungere della crisi petrolifera mondiale l'aumento dei costi energetici influirono pesantemente sui processi produttivi lungo quel decennio. La CISL regionale, con CGIL e UIL, rilevarono, ancor più, lo squilibrio esistente tra Roma e il resto del Lazio che si traduceva nella persistente insufficienza complessiva delle infrastrutture sociali e civili a livello regionale - che era e ancora oggi lo è - un fattore di ulteriore aggravamento delle condizioni generali dei lavoratori.

Ho rintracciato a casa tra le mie carte archiviate, di ritorno da Pomezia insieme a Enrico, un nostro documento di quegli anni :”Piattaforma rivendicativa regionale per l'occupazione, lo sviluppo economico e le riforme” da discutere con la Giunta Regionale del Lazio dell'epoca e avviare a soluzione i “problemi di sviluppo e lavoro” già evidenziati nell'importante documento sulla situazione economica e occupazionale approvato dal Consiglio Regionale del Lazio nella seduta del 7 ottobre 1972.

C'è bisogno di grandi investimenti e innanzitutto di “relazioni industriali”

Era ed è evidente, ieri come oggi, che la crescita e il lavoro anche nel Lazio hanno bisogno di grandi investimenti ma anche e innanzitutto di “relazioni industriali” sul nuovo modo del produrre, tecnologicamente avanzato, sia nella gestione dei tempi di lavoro che dei processi produttivi, così come la CISL regionale - con CGIL e UIL - intende proporre alla Regione Lazio “un nuovo patto per il Lazio” che impegni tutti gli attori, ognuno per le proprie competenze e inseime in un unica direzione: “per lo sviluppo e per l'occupazione”.

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, presente e molto attento alle proposte della CISL verso la istituzione regionale, ha ritenuto non limitarsi al saluto e, condividendo l'obiettivo posto del Congresso sulla costruzione della “società inclusiva” - ha detto - che è il vero tema della democrazia italiana. E così come fu “inclusiva” la riforma agraria, della casa, dello statuto dei lavoratori e i rapporti Sindacati-Partiti dobbiamo riferirci alla nostra Costituzione nella sua essenzialità degli articoli uno e tre “sul lavoro e sulla rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale per il pieno sviluppo della persona umana”.

Con questi richiami sul lavoro - che non c'è e sulla scarsa rimozione degli ostacoli per dare dignità alla persona umana inserita in un ordine economico e sociale che va impoverendosi - non è apparso assolutorio né convincente, almeno per me, il soffermarsi prevalentemente sui 10 anni di commissariamento della sanità del Lazio e sulla notizia del “finalmente siamo usciti dalla buca finanziaria” e che ora si presenta la sfida per governare insieme, medianti accordi, le 1.700 assunzioni nelle strutture sanitarie laziali, così come abbiamo recentemente previsto e regolato il “piano regionale di attesa per il governo delle liste di attesa 2017-2018”.

E' il lavoro “precario” definito “lavoro flessibile” che sottrae lavoro alla persona e spinge fuori dai settori produttivi migliaia di lavoratori

Personalmente, come ogni cittadino laziale, dopo gli annunci, le intese e gli accordi sindacali se dovessi attendere ancora mesi per la tac, per visita cardiologica ed altre urgenze sanitarie impedite spesso di insufficienze strutturali territoriali quel “piano regionale di attesa delle liste” potrebbe rappresentare, unicamente, un encomiabile atto di buona volontà di scarsa operatività.
Nessuna parola sulla “crisi occupazionale” e neppure sulla previsione tendenziale del mercato del lavoro nel Lazio: crisi Almaviva e Alitalia di Roma; lavoro nel basso Lazio e Rieti con le dichiarate crisi nelle aree riconosciute complesse. E il che fare nel Lazio dove sono più occupati par-time (+ 140.000 rispetto al 2008) e più posti precari a termine (85% di rapporti attivati che non superano i 12 mesi) e più posti marginali che sono sottoposti a forti pressioni di riduzione di costi che si intendono scaricare sul fattore lavoro.

Ed è proprio questo lavoro “precario” definito da giuristi e tecnici ai livelli istituzionali “lavoro flessibile” innestato prevalentemente nell'economia digitale, nella innovazione dei processi produttivi tecnologicamente avanzati che - è stato detto e scritto - sottrae lavoro alla persona e spinge fuori dai settori produttivi migliaia di lavoratori.
Lo scrive e lo ripete anche Andrea Cuccello nella sua relazione al Congresso di Pomezia che sotto intende - a mio avviso - la redefinizione degli ammortizzatori sociali vecchi e nuovi, con regole e tempi tra un'occupazione e l'altra che dovrebbero seguire.

Ed ecco l'apparire del nuovo ammortizzatore che potrebbe definirsi “ammortizzatore di ultima istanza” che non potrà non essere definito “sostegno al reddito regionale di inclusione sociale con il lavoro”.

Penso, quindi, che se Zingaretti non ha speso parola sul mercato del lavoro laziale, appare possibile che, l'impegno operativo di competenza, sia stato assunto e delegato all'Assessorato per le Politiche Attive del Lavoro, peraltro confermate già dall'incontro del giorno 8 maggio con le Organizzazioni Sindacali che hanno rappresentato l'urgenza di finanziare misure straordinarie di sostegno al reddito per quei lavoratori, in mobilità di lunga durata, che non avranno più diritto a percepire alcun sostegno.
(*) ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

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Si impedisce ai lavoratori di scegliere a quale sindacato aderire

usb350 260di USB Frosinone - Alle lavoratrici e ai lavoratori della Manutencoop

Nei giorni scorsi la direzione aziendale della Manutencoop ci ha comunicato il non riconoscimento della RSU eletta.
La ragione formale risiederebbe nella presunta impossibilità di USB a partecipare alle elezioni RSU nelle aziende associate a Legacoop in virtù del fatto che Legacoop Cgil Cisl Uil non avrebbero ancora, a distanza di due anni, ratificato l'adesione di USB al protocollo che norma la rappresentanza nelle aziende associate.

La ragione reale è che la direzione aziendale cerca di impedire il diritto democratico dei lavoratori di scegliere liberamente a quale organizzazione sindacale aderire e, soprattutto, quale linea sindacale adottare. Occorre infatti ricordare che è la stessa direzione aziendale che, in complicità con Cgil Cisl Uil, ha rilevato commessa e lavoratori cancellando loro il diritto acquisito alla tutela dal licenziamento e trasformando così tutti in precari. Per beneficiare, ironia della sorte, dei benefici economici connessi alle nuove assunzioni. Manutencoop testimonia così quanto sia siderale la sua distanza dalle ragioni fondative del movimento cooperativo, candidandosi, in compagnia di Marchionne, ai vertici dell'arroganza e del dispotismo padronale.
Eppure è la stessa direzione aziendale che ha riconosciuto le RSU USB elette negli appalti ospedalieri di Taranto.
Una schizofrenia inaccettabile e che abbiamo tutta l’intenzione di curare.
In primo luogo abbiamo dato mandato ai nostri legali per avviare con urgenza un ricorso legale contro Manutencoop allo scopo di ristabilire il diritto di un'organizzazione che ovunque partecipa alle elezioni RSU.
Dichiarare dopo due anni dalla sottoscrizione delle regole sulla rappresentanza e senza nessun atto formale di disconoscimento dell'adesione USB al protocollo del 28/07/2015, configura un sistema pattizio di stampo corporativo e monarchico tra Cgil Cisl Uil Manutencoop, fondato sul mutuo aiuto e non certo sulla democrazia.
In secondo luogo abbiamo tutta l'intenzione, nel rapporto con la nostra RSU e con i lavoratori, di aprire ad una stagione di conflitto nei confronti di Manutencoop.
Non bisogna dimenticare che questa azienda opera nei servizi pubblici.
Dovrà pertanto essere oggetto di discussione e confronto con Regione, Asl se sussistano o meno le condizioni che hanno consentito a Manutencoop di lavorare per il pubblico.
Siamo infatti alla negazione del diritto costituzionale all'esercizio dell'iniziativa sindacale.
Negando il riconoscimento del risultato di libere elezioni si viola la costituzione repubblicana e si fa carta straccia delle intese interconfederali in materia di rappresentanza.
Una violazione dei diritti più elementari in capo ai lavoratori.
Non staremo con le mani in mano e non consentiremo a Manutencoop di scegliersi il sindacato che più le conviene.
Prima di USB, per noi, vengono le lavoratrici e i lavoratori.

 
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Quando non si sa a chi rivolgersi

aiutodi Tiziano Ziroli - Molte volte ti chiedi...ma quello che faccio puo' servire? Sto facendo la cosa giusta? ... Poi un giorno, su facebook, ti arriva un messaggio in privato in cui una signora lontana, del nord italia, dell'italia benestante, cosi si dice, ti scrive: "Ciao Tiziano ho visto che ti interessi per la tutela sul lavoro o cose simili, vorrei chiederti un informazione..."
Tu rimani stupito e rispondi quasi imbarazzato...si dimmi.. la signora ti racconta la sua vita, il suo problema lavorativo e ti chiede un consiglio su come sarebbe giusto comportarsi. Lei lavora per una cooperativa che sta per cambiare denominazione sociale e vuole che i dipendenti si licenzino e che poi accettino una nuova assunzione a tempo determinato. La mia risposta è sincera, le racconto chi sono e cosa faccio, ma cerco di darle comunque dei consigli a chi rivolgersi per sapere come comportarsi.

Il problema? Non sapere a chi rivolgersi

Il suo problema non è tanto sapere se accettare o no l'offerta lavorativa, anche se peggiore, il suo problema è che non sa a chi rivolgersi per capire come risolvere il problema, per capire come deve comportarsi, lo capisco dal suo modo di rispondere che accetterà purtroppo quel contratto a tempo determinato perchè, mi dice, poi trovare un'altro lavoro e impossibile alla mia età.
Le chiedo della sua azienda, quanti dipendenti ci sono, se c'e un sindacato...la sua risposta e che non c'e sindacato che sono circa 50 lavoratrici, ma la maggior parte rumene, che non si lamentano degli orari che fanno, a volte insostenibili.
La chiacchierata va avanti con altri dettagli...io mi scuso con lei perche da qui posso solo darle dei consigli e non posso fare di piu, la sua risposta è "scherzi ..sei stato gentilissimo ti faro' sapere come va a finire".
Ora ho capito che cio' che faccio viene apprezzato, viene notato, ma non tanto conta l'apprezzamento, che pure personalmente non è poco, ma per il fatto di capire che si puo' essere utili e lo si puo' essere anche da lontano.
Vado avanti anche perche ora la mia è diventata una missione, quella che dovrebbe essere per chi fa politica e sindacato.

 
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