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Un'occasione per la sinistra ciociara, da non perdere

 CRONACHE&COMMENTI

 Si preannuncia la fine di un’epoca, per la sinistra locale in particolare

di Ivano Alteri
consiglio lazio 350 260Le vicende relative alla gestione disinvolta delle assunzioni alla Regione Lazio, al di là degli eventuali aspetti di legalità-legittimità-liceità non ancora emergenti, sembrano preannunciare la fine di un’epoca, per la sinistra locale in particolare. Esse rappresentano, infatti, la manifestazione plastica di una intera concezione della politica distante anni luce dalla funzione democratica che questa dovrebbe svolgere, soprattutto per organizzazioni politiche di sinistra o pretese tali. Senza voler infierire opportunisticamente su chi già vacilla di suo, mi pare però necessario cogliere l’occasione per avviare una riflessione non ulteriormente rinviabile, possibilmente non polemica bensì serena per quanto sarà possibile e sapremo fare.

Non vi è dubbio che quella concezione abbia mandato in frantumi, nel corso degli anni, prima la sinistra e poi l’intero centro sinistra (fino a doverlo scrivere con due parole staccate e senza trattino); sacrificando, sull’altare di una pseudo realpolitik quanto meno disinvolta, idee e persone, sentimenti ed ideali, energie e storie individuali, insomma un intero mondo che aveva fatto la storia collettiva della sinistra e del centro sinistra ciociari; privando in questo modo i cittadini di uno proprio strumento di lotta politica per la difesa e l’asserzione dei propri diritti e legittimi interessi; e condannando l’intero territorio all’inerzia di un decadimento senza fine, all’umiliazione di un persistente e generalizzato stato di minorità, al dissipamento di ogni pulviscolo di speranza. Non è poca cosa, non è questione che si possa lasciar passare sotto silenzio, neanche qualora risultasse legale-legittimo-lecito tutto quanto sta emergendo.

Per onestà intellettuale, che in casi come il presente non è mai troppa, bisogna anche aggiungere che se è vero che molti hanno avversato, da sinistra, quella che a ragione consideravano una mutazione genetica, una contorsione, un’aberrazione della pratica politica, è altrettanto vero che in nessun caso si è poi riusciti ad andare oltre il lamento e le contumelie; in nessun caso si è riusciti a districare quel groviglio di personalismo, disinvoltura, impoliticità costituenti il vituperato, ma vincente, modello; e in nessun caso di certo si è riusciti a fornire al popolo della sinistra e del centro sinistra ciociari reali alternative a quell’andazzo. Anzi, al contrario, non sono mancati incredibili tentativi di imitazione di quelle stesse pratiche, per quanto finiti poi nel grottesco.

Per tali ragioni, penso che se eventuali rilievi di illegalità-illegittimità-illeceità dovessero emergere dalle indagini giudiziarie in corso, essi non dovrebbero riuscire ad oscurare ai nostri occhi, agli occhi degli uomini e delle donne della sinistra e del centrosinistra, la straordinaria rilevanza della nostra comune questione tutta politica. Non dobbiamo permettere che ciò accada, non dobbiamo dilapidare quest’occasione di rinascita.

Ce la farà “l’altra sinistra”, quella che in questi anni ha dovuto subire la mortificazione di sé ma a cui il tempo ha dato ragione, a dotarsi degli strumenti necessari per sostituire quella che sembra avviarsi mestamente al tramonto?

Bisognerà adoperarsi perché così sia.

Frosinone 10 aprile 2021

 

 

 

 

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Declino della sinistra. Quelli che lo contrastarono.

Riflettendo sui post comunisti

 Idee e ispirazioni riemergono oggi con forza nuova

di Aldo Pirone
Cambiamosistema 390 minSi parla spesso del declino della sinistra. Ci si riferisce, in particolar modo, alle vicende dei post comunisti che dettero vita al Pds, ai Ds e poi fondarono il Pd insieme alla Margherita degli ex popolari post democristiani e ad altri di varia provenienza liberal democratica. Non si parla quasi mai di chi quel declino cercò di contrastare, facendo parimenti uno sforzo di elaborazione innovativa che sottraesse il Pds-Ds alla subalternità al neoliberismo e al pensiero unico via via dominante. Storicamente è del tutto ovvia la responsabilità di chi ha diretto e indirizzato a quel declino. Primi fra tutti, anche se in contrasto tra loro, D’Alema, Veltroni, Fassino e tanti altri e altre. Ma questo non autorizza a sottacere di chi a quegli indirizzi politici suicidi si oppose dall’interno, con tutti i limiti, le ingenuità, gli errori e le illusioni che quella opposizione ebbe. Innanzitutto, per non essere riuscita a rovesciare le politiche e cambiare i dirigenti che stavano dissipando un grande patrimonio storico ereditato. Un’incapacità legata anche all’essersi fatta rinchiudere nell’angusto limite del correntismo tutto interno ai Ds.


Questa riflessione è riemersa nella mia mente oggi, perché tra le carte e gli opuscoli antichi ne ho ritrovato uno edito nel 2004 dalla “Sinistra Ds per il Socialismo” - l’ultima incarnazione di una parte della sinistra interna ai Ds guidata da Giorgio Mele e Cesare Salvi – in cui si faceva una serie di proposte concrete che andavano in direzione opposta a quella seguita dal partito guidato all’epoca da Fassino proposto lì da D’Alema al Congresso del 2002. Non era, però, solo questione di proposte, era un’altra ispirazione ideale e strategica quella che nella introduzione al testo avanzava Giorgio Mele. L’obiettivo, scriveva, era di spingere “i DS a un ripensamento e a un cambiamento rispetto alla linea oggi prevalente nel socialismo europeo, spesso subalterna al progetto liberista, e che ha portato in questi anni a pesanti e cocenti sconfitte nel nostro paese e in gran parte del continente”. Cosa che i dirigenti dei Ds si guardarono bene dal fare, marciando, anzi, a vele spiegate verso quel Pd a “vocazione minoritaria” che, di fallimento in fallimento, fu occupato da Renzi e dalle sue truppe di cui ancora oggi non riesce a liberarsi. Inoltre, Mele, allora senatore, metteva bene in chiaro una questione identitaria. “L’uso del sostantivo ‘socialismo’ vuol dire la collocazione e il riferimento […] a un variegato movimento che è stato parte fondamentale della storia del ‘900” che, però, non significava “il recupero di un vecchio recinto […] ma neppure copertura di politiche moderate o apertamente conservatrici”, bensì pace, eguaglianza, lavoro, libertà, sostenibilità dello sviluppo e “l’impegno a stabilire nel meccanismo economico e nel mercato ciò che deve essere sociale e pubblico e ciò che deve essere privato in un sistema di regole condivise”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si muoveva un’altra minoranza: quella ecologista già presente nel Pds. Nel 2002 per impulso di Fulvia Bandoli, Edo Ronchi, Sergio Gentili e tanti altri compagni e compagne, quest’area politica, divenuta associazione “sinistra ecologista” grazie all’incontro fra un ecologismo di ispirazione marxista e una parte di ex verdi, forze impegnate nell’associazionismo ambientalista, esponenti del mondo della ricerca, del sindacato e dell’impresa, iscritti e non iscritti ai DS, cercò di contrastare la deriva dei Ds innovandone la cultura politica. I militanti ecologisti cercarono di immettere nel Dna della sinistra una visione dell’ecologia come strutturale e generale e non più settoriale. Sia nell’analisi della società e del mondo che nelle proposte dei Ds. Rammento il nobile tentativo di una legge che prevedesse in tema di costi economici anche quelli ambientali.

“L’ecologia politica di sinistra – scrivevano quei compagni - nasce dalla piena consapevolezza che la contraddizione sociale e quella ecologica sono due facce della stessa medaglia. Esse vanno insieme. La via dello sviluppo sostenibile è quella su cui passa il superamento della povertà nei paesi in via di sviluppo, l’affermazione di maggiori diritti e sicurezze sociali, rapporti sociali più liberi perché egualitari e democratici”. Tutto il contrario del neoliberismo allora imperante. Ma gli ecologisti Ds non si limitarono a questo, introdussero anche un’innovazione organizzativa: “Sinistra ecologista” divenne un’associazione autonoma che strinse un patto federativo con i Ds. Era il tentativo di indicare la necessità e possibilità di una nuova forma partito, di tipo federativo, che stabiliva un ponte con la società civile e con i movimenti e le sensibilità nuove che in essa si organizzavano. Poi tutto si spense con l’arrivo del Pd.

Quando si parla del declino della sinistra post comunista, ricordiamoci anche di coloro che tentarono di contrastarla dall’interno e dall’esterno. Oltre a quelli citati ce ne furono parecchi altri.

Furono sconfitti, ma la validità delle loro idee e della loro ispirazione riemerge oggi con forza nuova.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Per una Costituente della sinistra

 CRONACHE&COMMENTI

Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti

di Aldo Pirone
28mar15 piazza del popolo 350 260Ieri si sono rifatte vive le Sardine. Hanno occupato simbolicamente il piazzale antistante al Nazareno sede del Pd. Hanno voluto significare che quel che accade nei dem non è da guardare con indifferenza. Il movimento che è stato di popolo e di giovani chiede che la crisi del Pd sbocchi in una costituente per una rifondazione unitaria di tutta la sinistra. “Chiediamo che inizi una nuova fase costituente: - ha detto Mattia Santori - aperta, democratica, innovativa. Non per il Pd, non per le Sardine. Ma per tutti gli apolidi della politica”. Jasmine Corallo, una delle esponenti più radicali di quel movimento, ha detto: “Io che sono di sinistra e non ho mai votato Pd nella mia vita mi rendo conto che tutto questo ci riguarda. Ci riguarda la costruzione di un fronte progressista plurale che accolga quella parte dei 5 Stelle che ha testimoniato una volontà di cambiamento e Leu”. L’iniziativa delle sardine è importante perché sta a significare che nello scontro interno ai dem potrebbe, auspicabilmente, irrompere, se crescerà nel paese, un movimento di popolo che per riedificare un partito della sinistra deve andare oltre il Pd. La Costituente reclamata da Sartori e Corallo può essere questo “oltre”.

Oggi, insieme a tanti altri interventi sul tema prorompente della creazione di un nuovo soggetto unitario a sinistra (vedi, per esempio, l’intervista di Fabio Mussi a “Il manifesto” e quella di Landini su “Repubblica”), c’è un’intervista molto significativa al “Corriere della sera” del ministro della salute Roberto Speranza esponente di Leu.

Dice Speranza: “Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti. Quello che c'è oggi non basta e quello che serve ancora non c'è. Con il virus che ha stravolto le esistenze, anche il nostro campo deve profondamente cambiare. […] La pandemia ha riposto l'accento sul primato di alcuni diritti irrinunciabili e non negoziabili. Beni pubblici fondamentali come il diritto alla salute, all'istruzione, al lavoro e la grande questione dello sviluppo sostenibile vanno difesi, non possono essere affidati alle sole logiche del mercato. Attorno a questi temi c'è lo spazio per rifondare una sinistra larga e plurale. Le soggettività politiche esistenti si stanno dimostrando insufficienti per rispondere alla domanda di protezione che viene dalla società. Il Pd ha mostrato i suoi limiti, ma anche le esperienze costruite al di fuori del Pd non hanno raggiunto gli obiettivi […] è ora di mettersi tutti in discussione per costruire una nuova grande forza politica che interpreti la domanda di cambiamento delle generazioni più giovani, penso anche alle Sardine. Le soggettività del campo democratico sono deboli, ma per paradosso i nostri asset fondamentali, come l'universalità delle cure o il vaccino bene pubblico, non sono mai stati più attuali”.
Dunque, sembrerebbe che l’ascia sia stata posta alla base dell’albero. L’obiettivo è far evolvere la crisi del Pd verso l’esito della Costituente, nella quale far confluire tanti altri soggetti: partiti e associazioni agenti nella società civile progressista.

Ma come? Eleggendo all’assemblea nazionale dem un segretario “unitario”? Soggetto alle mediazioni paralizzanti delle correnti e delle cordate e cordatine periferiche? No. Occorre che ne sia eletto uno/a che abbia chiaro l’obiettivo rifondativo della Costituente della sinistra e che faccia diventare questo il tema centrale del Congresso che si farà in autunno, subito dopo la vaccinazione di massa. Bisogna trasformare le primarie dem in un appuntamento unitario di popolo per la rifondazione di un soggetto politico nuovo e aperto della sinistra. Bisogna travolgere le correnti che strangolano nel Pd la sinistra, travolgere i lasciti renziani e para renziani, i moderati neocentristi liberal democratici, i nostalgici del Lingotto “a vocazione maggioritaria”, con un movimento popolare organizzato da tutti coloro (Cgil, Anpi, Libera e tante altre associazioni ambientaliste, progressiste e di sinistra) che vogliono un partito di sinistra con la schiena dritta, “robustus et malitiosus”.

Zingaretti, Bettini, Orlando, Provenzano, Amendola e tanti altri dovrebbero puntare a questo se non vogliono suicidarsi per l’ennesima volta. Franceschini, che guida la corrente degli ex popolari con qualche spruzzata di ex post comunisti come Fassino e Pinotti, dovrebbe decidersi: o farsi protagonista dell’inveramento dell’insegnamento di Papa Bergoglio e della tradizione cattolico- democratica e sociale oppure seguitare a essere l’erede del correntismo e del moderatismo democristiano come ha fatto finora, con molto opportunismo.

In questi mesi bisogna far crescere il movimento della Costituente nel paese e fra il popolo della sinistra fondando comitati appositi. Sarebbe il modo migliore per chiamare a raccolta quel che resta di un popolo militante di sinistra dentro e fuori il Pd, chiamarlo a farsi protagonista con la partecipazione e con il voto di una rifondazione e non solo suddito o cliente di capicorrente e cacicchi.

Se non ora quando?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Il PCI e la Sinistra (oggi)

 PCI centanni

Vittorie e sconfitte, fanno parte di un percorso durato 70 anni 

di Ermisio Mazzocchi
la prima tessera del PCdI minIl 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.

Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.

Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.
Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.

Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.

Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.
Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.

Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.
Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.

Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.
Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.

Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.
Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.

Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.
I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.

Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.
Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

 

lì 19 gennaio 2021

 

Alcuni dati organizzativi di  riepilogo

Dietro queste date e questi numeri ci sono donne e uomini che hanno combattuto con impegno e passione per un grande ideale di libertà e democrazia.
* 21 gennaio 1921 fondazione del PCd'I
* 14 marzo 1921 si costituisce la Federazione PCd'I di Caserta svoltosi a Cassino. Segretario della Federazione Luigi Selmi, con sede a Cassino.
*17 aprile 1921 si costituisce la Federazione PCd'I a Roma di cui fa parte il circondario di Frosinone
*1 ottobre 1945 Primo Congresso provinciale delle Federazione di Frosinone
* 30 giugno 1957 I Congresso Federazione di Cassino
* 27 dicembre 1959 II Congresso Federazione di Cassino
* 4 novembre 1962 III Congresso Federazione di Cassino
* 7 gennaio 1966 chiude la Federazione e viene costituito il Comitato di Zona
17 gennaio 1991 XVIII congresso provinciale - l'ultimo - del PCI di Frosinone


Iscritti PCI 1921 600 min

 

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Addio a Macaluso

Dirigevano il PCI

Duri i suoi giudizi sulla sinistra di oggi

di Aldo Pirone
macaluso 450 minAnche Macaluso se n’è andato. Em.ma., così firmava i suoi articoli su l’Unità di cui fu direttore negli anni ’80, è oggi ricordato con grande rimpianto nel mondo politico e istituzionale.

Io lo voglio ricordare all’inizio della sua militanza politica appena diciottenne quando si iscrisse al Pc.d’I (Partito comunista d'Italia) clandestino che lottava contro il regime fascista. Macaluso fu in Sicilia un costruttore del “partito nuovo” e di massa voluto da Togliatti. Costruire il partito in quegli anni significò schierarlo a fianco dei contadini, organizzarli e portarli alla lotta per la loro aspirazione secolare: la terra. Il nemico sociale erano i padroni del feudo, spesso aristocratici, difesi e anche ricattati a volte dalla “guardia bianca” mafiosa.

Mentre al nord si combatteva la guerra partigiana contro l’occupazione nazifascista, al sud, comunisti e socialisti combattevano un'altra guerra anch’essa sanguinosa contro le forze della reazione agraria. La nuova Italia democratica nacque anche da quelle battaglie meridionaliste per la terra e contro la miseria più nera e per tanti altri obiettivi di riscatto sociale e civile. Macaluso nel settembre del ’44 era a Villalba insieme a Li Causi a fronteggiare e sfidare il capomafia Don Calò Vizzini che reagì ordinando ai suoi “picciotti” mafiosi di sparare contro quei comunisti “sobillatori e senza dio” che erano venuti a dire ai contadini che potevano organizzarsi per occupare le terre incolte, come prevedevano i decreti del ministro comunista Fausto Gullo. Fu il segnale di una guerra contro la mafia che il Pci di Li Causi, Macaluso, La Torre e tantissimi altri ingaggiò nel dopoguerra e che, attraverso tanti mutamenti sociali e politici epocali, dura ancora. Macaluso condusse quella lotta per il rinnovamento politico e sociale della Sicilia e dell’Italia sia come dirigente sindacale della Cgil che del Partito comunista.

Ricordo Macaluso quando veniva spesso a cercare Paolo Bufalini nelle stanze della commissione esteri a Botteghe Oscure. Anche un altro siciliano lo cercava spesso: era Pio La Torre. Tutti e tre avevano lavorato insieme in Sicilia negli anni ’50 a costruire il “partito nuovo” con le lotte sociali e sindacali, con l’iniziativa politica e culturale. Mi è rimasto impresso il loro accento marcatamente siciliano quando chiedevano: “C’è Paolo?”.

L’ultima volta che ebbi occasione di avere un contatto politico con Macaluso fu nel 1999. Mi adoperai per invitarlo a un’assemblea precongressuale nella sezione dei DS di via Chiovenda a Cinecittà. Venne a dire che c’era bisogno di avere una discussione congressuale più larga e libera in quel partito, anche attraverso più mozioni. Non si poteva ridurre tutto a dire sì o no alla riconferma di Veltroni segretario. Quello di avere una discussione approfondita nutrita da un confronto libero fra idee e posizioni diverse è stato sempre un pallino di Macaluso. Probabilmente rimpiangeva i confronti senza veli e senza rete – e senza correnti - che avevano luogo nella segreteria e nella Direzione del Pci. Prima dell’inizio dell’assemblea mi espresse la sua amarezza per veder disperdere da parte dei “giovani” dirigenti (Veltroni, D’Alema ecc.) un grande patrimonio umano e politico, quello del Pci, nei pochi anni trascorsi dal suo scioglimento. Un’amarezza che, ingrandendosi con un declino sempre più pronunciato della sinistra, l'ha accompagnato per molti anni ancora. Dopo la fine del Pci, Macaluso ha continuato la sua attività politica non più impegnato nella militanza attiva ma nella “battaglia delle idee” con i suoi scritti sui giornali, sui libri e anche, più recentemente, su facebook.

Negli anni del dopo Pci, non sempre ho condiviso le idee e le posizioni di “em.ma.”. Non fui d’accordo con lui sulla “svolta” di Occhetto che lui appoggiò, non accorgendosi che in quell’operazione era in nuce non l’emersione del cuore socialista e democratico del Pci liberato dal crollo del comunismo in Urss e nei paesi dell’Est europeo e dagli impedimenti settari e ideologisti, ma la dissoluzione in Italia della prospettiva e lotta per il socialismo nelle condizioni nuove create dalla “rivoluzione conservatrice” neo liberista. In altre parole, alla “svolta” occhettiana era connessa la dispersione del patrimonio umano, politico e organizzativo del Pci che Macaluso qualche anno dopo lamentava. Tuttavia i suoi libri sulla vicenda comunista italiana sono belli e pieni d’insegnamenti storici e politici per chi li legge criticamente. Così com'erano sempre interessanti, e molti condivisibili, i suoi giudizi sulla sinistra di oggi e sugli altri protagonisti assai mediocri e alcuni proprio indecenti della politica italiana odierna.

Sta di fatto che con Macaluso scompare una figura sanguigna del comunismo e del socialismo del nostro paese. Un grande italiano della generazione dei “costruttori”, quelli veri, che hanno con impegno, lotte e sacrifici edificato la Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Ciao Emanuele.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Un sasso nello stagno

 Una riflessione per un dibattito

Parliamone. Una occasione di dialogo alla ricerca di un incontro

Sasso nello stagno 280 min Perché "Un sasso nello stagno"? Una elaborata riflessione di Ivano Alteri, che qui potete leggere, offre a UNOeTRE.it l'opportunità di discutere di valori, principi, strumenti per consentire ai progressisti o a chi si sente tale, come quelli che amano definirsi "popolo di sinistra" di riprendere una nuova elaborazione ed un nuovo impegno organizzativo che indichi l'obiettivo una società senza sfruttatori e sfruttati attraverso una visione politica di partecipazione e di rappresentanza di tutti i cittadini che si guadagnano la vita con il proprio lavoro, studio ed impegno.

 

  di Ivano Alteri

Io, D’io e Dio
Gesu nel deserto di Moretto Brescia 1540ca 360 minDa ragazzo scrissi una poesia di tre sole lettere più un segno grafico, che aveva il limite (o il pregio?) di manifestare il suo senso soltanto leggendola: D’io. Oltre ad essere completamente insignificante al solo ascolto, non riuscendo la voce a segnalare quell’apostrofo, non consentiva neanche di assegnarle agevolmente un titolo, senza che il senso e la forma ne fossero stravolti, squilibrati, banalizzati; e, di fatti, non ne ha.

Pensavo allora di esprimere con essa, tra l’altro, la mia lontananza da quel dio che attraverso la sua chiesa, con le omelie-comizio domenicali dei suoi preti, incombeva contro la mia parte politica, il Pci, marxista almeno nella tradizione, e quindi contro di me e la mia effettiva condizione materiale di classe, discriminandomi, emarginandomi e, niente di meno, scomunicandomi senza colpa; anzi, secondo la mia sensibilità ancora attuale, contro ogni buona azione e intenzione.

Ricordo un episodio, per me giovanissimo molto spiacevole, in cui quell’avversione mi si era palesata plasticamente nei comportamenti di una donna, dalle apparenze devotissime ma dai trascorsi notoriamente dubbi, che, incaricata dal parroco di distribuire i ramoscelli d’ulivo benedetti durante la processione della Domenica delle Palme a coloro che vi assistevano ai lati della strada, ne dava uno a ciascuno di quelli che mi precedevano nella fila, saltava me, e riprendeva a darne a quelli che seguivano. Un episodio doloroso, che ha segnato a lungo il mio giudizio sulla Chiesa, di certo non contribuendo a renderlo più obiettivo e ad approfondirlo di più e meglio.

Non di meno, ricordo un’altra donna che, assidua frequentatrice dei riti religiosi, non solo della domenica e delle feste comandate, e assai più coerente nei comportamenti con quanto prescritto dalla sua fede, votava e faceva votare, come sicatechismodeibambini 350 min diceva allora, il Partito Comunista Italiano, come ulteriore segno di coerenza con quanto credeva; e ad esso era tanto legata, e tanto nel profondo, che non si trattenne dal piangere impudicamente alla notizia, che le diedi io mentre scendeva da un pullman sulla piazza del paese con tanti altri, di ritorno da qualche sua commissione, della morte di Enrico Berlinguer.

La contraddizione che questi e altri episodi suscitarono in me mi ha accompagnato per sempre, senza mai risolversi in qualcosa di meglio definito e intellegibile, senza che le mie convinte tesi, anch’esse fideistiche col senno di poi, e le antitesi esistenziali che fatalmente vi si opponevano riuscissero mai a trovare una benché minima sintesi.

Un ulteriore contributo all’inasprimento della contraddizione, ma anche un primo sollecito alla scelta, li procurò un altro piccolo episodio più recente, ma comunque di molti anni fa. Una domenica mattina d’estate, intorno alle undici, affacciatomi al balcone di casa che dà verso la strada provinciale, non potei non notare un movimento insolito: file di macchine e pedoni che si affollavano procedendo tutti nella medesima direzione bloccavano completamente il traffico. Non capendone la ragione, chiesi lumi a mia moglie che, più informata di me, mi disse che sicuramente si trattava dell’inaugurazione del nuovo centro commerciale. Ne rimasi tristemente sbalordito. Preso allora da ulteriore curiosità, mi recai all’altra finestra, nel lato opposto della casa, da cui si scorge il piazzale antistante una chiesa, dove dovetti invece constatare quel che già temevo: non vi era quasi nessuno.

Un groviglio di domande mi intasarono immediatamente la mente; ma una su tutte svettò e mi si impose: tu da che parte stai? Dalla parte del dio-quattrino, che porta inimicizia tra fratelli, fino a disconoscere madre e padre, che fa compiere gesti degradanti e umilia uomini e donne, che ottunde le menti e incattivisce i cuori? O dalla parte di quel Dio cristiano a cui non credi, spesso sconfessato dalla sua stessa Chiesa, ma che fa riconoscere l’“altro” come sé stessi, che ha posto gli “ultimi” nel suo seno, che predica l’amore annunciato da Gesù, che concepisce e insegna il “gratuito”, che fa compagnia e allevia le sofferenze della solitudine con l’abbraccio della comunità, e che inonda le menti di grandezza e i cuori intenerisce ed emancipa dal meschino egoismo?

Da allora, quella domanda si è ripresentata più volte, sempre più pressante col crescere della consapevolezza delle cose del mondo: tu da che parte stai? Tu da che parte stai? Tu da che parte stai?

Oggi quindi, in un moto all’apparenza subitaneo, mi rendo conto che, al di là delle mie intenzioni, quella poesia, col suo apostrofo irriverente e quasi blasfemo, mentre costituiva una sfumatura, un passo d’allontanamento da Dio verso Io, ora ancor più critico e indisponibile alla fede cieca, ne costituiva e ne costituisce, contestualmente e specularmente, anche un altro che da Io sfuma verso Dio.

D’altra parte, se Dio esistesse, vorrebbe dire che un essere perfettissimo ha creato degli esseri imperfetti come noi, per un puro atto di amore; e ciò sarebbe bellissimo. Ma se Dio non esistesse, vorrebbe dire che degli esseri imperfetti come noi hanno creato un essere perfettissimo come Dio, per un puro atto di intelligenza; e ciò sarebbe meraviglioso. L’esistenza di Dio è bellissima; l’idea di Dio è meravigliosa.

Senza che tale scoperta abbia di per sé potuto mutare il mio rapporto con la fede, tuttavia oggi quella poesia adolescenziale mi segnala e attesta la presenza ineliminabile di Dio anche nella mia pur persistente condizione di non-credente. Cosicché il percorso Dio-D’io-Io, come posto davanti ad uno specchio, ora mi rimanda perentoriamente anche la sua immagine speculare: Io-D’io-Dio.

Cosa è accaduto? Chi o cosa hanno posto nel mezzo quello speculum che alla direzione proveniente da Dio ha aggiunto l’altra che, invece, conduce a Dio, così come alla sua Chiesa, rendendo ancora più evidente e stridente la contraddizione? Com’è possibile che ciò sia avvenuto?

Forse a quest’ultima domanda posso rispondere adeguatamente già coi mezzi miei, senza l’aiuto altrui. E già ad un primoPesce simbolo cristiano nelle catacombe min approccio la risposta appare persino ovvia. Cos’è, infatti, un dio, per chi lo pensa o lo crede? Egli è, prescindendo dai caratteri suoi propri e ben prima di essi, innanzitutto qualcosa di più grande del sé pensante, immensamente più vasta di Io; e io in quella immensità ero già immerso, essendo anche la mia una “fede” ben più grande di me, ben più vasta del mio Io individuale, e anch’essa trascendente la mia esistenza terrena, e anch’essa serbante di me memoria.

Ma da questo punto di vista, penso io, nel passaggio dal me-dicente senza-dio a Dio e la sua Chiesa, in definitiva, vi è forse un minor trauma che nello stesso assurgere al mondo; quando nascendo transitiamo tra urla e strida da un caldo ambiente liquido, confortati da ogni cura, preventiva di ogni bisogno, ad uno gassoso, dove la fame e il freddo si fanno invece già sentire, e dobbiamo già iniziare a respirare aria, aprendo per la prima volta e dolorosamente i polmoni alla vita; senza più smettere, fino alla fine dei nostri giorni, di respirare, mangiare, bere, dormire, coprirci e procurarci una qualche tana che ci sia di qualche conforto. Dopo questo, penso io, nessun trauma potrà mai angustiarci più di tanto…

Forse, invece, ve n’è uno maggiore, tanto grande e terribile, nello scoprire infine che i propri convincimenti coincidono in buona parte con quelli di chi un tempo si considerava persecutore e nemico. Anzi, peggio: che quei propri convincimenti, con ogni probabilità, non vi sarebbero mai stati, non avrebbero mai potuto esserci, senza che, per primo, proprio quel persecutore e nemico li avesse prodotti, introdotti e preservati nella storia per lunghi secoli, per quanto contraddicendoli di frequente e profondamente; e che quella mia cara donna tanto cattolica quanto comunista aveva già sentito vivificarsi armonicamente in sé, senza aver mai avuto alcun bisogno di sapere né capire.

 

Non possiamo non dirci “cristiani”
E qui mi accorgo, e mi ricordo, che prima di me, e molto più consapevolmente, qualcun altro, di diversa provenienza eBenedetto Croce 370 min tradizione, ma ben più di me fornito di mezzi e spirito, era stato preso da analoga scoperta e struggimento, cogliendo sé stesso nella pienezza di una tale profondissima contraddizione: Benedetto Croce. È a lui che chiedo dunque soccorso, per tentare di sciogliere quel groviglio che stringe lo stomaco e spezza il ritmo al cuore, mentre non vuol cessare d’inquietar la mente.

1942. “15 agosto. … La sera, cascando dal sonno, mi sono addormentato sulla poltrona”. “16 agosto. Risvegliatomi dopo la mezzanotte, sono andato a letto, ma non ho potuto riaddormentarmi presto, e non ho trovato di meglio da fare che venire meditando sul punto: Perché non possiamo non chiamarci cristiani? La mattina ho tracciato il disegno di un piccolo scritto sull’argomento…”. “26 agosto. Per scuotere la malinconia ho meditato e scritto il saggio sul perché non possiamo non chiamarci cristiani, che dovrò qua e là chiarire nel copiarlo”.

Sono i primi segni, appuntati nei suoi Taccuini di Lavoro, di una riflessione che Croce farà confluire nel breve saggio che chiamerà, appunto, Perché non possiamo non dirci “cristiani” (locuzione non più in forma interrogativa, bensì affermativa, e sostituendo il semplice “chiamarci” col più pregnante “dirci”, oltre a porre significativamente tra virgolette la parola cristiani); pubblicato per la prima volta sulla rivista La Critica, scritto sulla spinta dello sbigottimento del filosofo posto di fronte agli orrori del nazismo e alla crisi della civiltà che portavano con sé. Lui, liberale (termine che ha il suo contrario nella parola “servile”, come puntualizza Croce in altro luogo) si ritrova all’età di settantasei anni di fronte alla constatazione di dovere molto, dei suoi valori liberali, al Cristianesimo e alla civiltà che aveva informato. Lo adotto, perciò, ancorché da comunista e non ignaro della sua incrollabile avversione per il comunismo, come mio personalissimo Virgilio, allo scopo precipuo d’inoltrarmi alla scoperta delle origini di quei valori che hanno vivificato spiritualmente anche me e la mia parte politica e culturale, ma per i quali né io né la mia parte, così come Croce per il liberalismo, possiamo vantare alcuna primogenitura. Così scoprendo, e prendendone atto con non poca sorpresa, che nell’amore e cura degli “ultimi” io e la mia parte siamo arrivati… ultimi.

Dopo aver premesso che il suo intento non è quello di attribuirsi superficialmente e ipocritamente il titolo di “cristiano”, come molti fanno ancor oggi per scopi spesso distanti e opposti ai valori di quella fede, Croce afferma preliminarmente e perentoriamente, ma con l’intento di argomentare alla luce della storia: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, unpanipescimini 350 min diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate”.

E qui enumera, per il confronto, le rivoluzioni precedenti: dei greci, nella poesia, nell’arte, nelle libertà politiche; dei romani, nel diritto; dei popoli più antichi, nella scrittura, nella matematica, nella scienza astronomica, nella medicina. Per poi passare a quelle successive, dell’epoca moderna, affermando che esse, pur non essendo “particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo”.

Le ragioni per le quali il Cristianesimo costituisca una rivoluzione così radicale e profonda, continua Croce, risiedono nel fatto che essa “operò nel centro dell’anima”, tanto che “quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”.

Ma neanche la rivoluzione cristiana, puntualizza il filosofo, come le altre che l’hanno preceduta e succeduta, è una “creazione” dello spirito, bensì “un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi”. E se è vero che quelle che la precedettero potevano già contenere alcuni “tentativi, precorrimenti, preparazioni” del Cristianesimo, è vero anche che la luce che quei fatti anteriori ci rimandano “la ricevono di riflesso, dall’opera che si è poi attuata”, poiché “nessun’opera preesiste nei suoi antecedenti”.

Infatti, “La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvisò, esultò e si travagliò in modi nuovi… col senso del peccato che sempre insidia e col possesso della forza che sempre gli si oppone e sempre lo vince, umile ed alta, e nell’umiltà ritrovando la sua esaltazione e nel servire al Signore la letizia”.

 

La nuova virtù dell’Amore
Ma qual è quella virtù tanto nuova, fino ad allora sconosciuta all’umanità, che fa della rivoluzione cristiana la più solenne dellePorziuncola e indulgenze dono dellamore di Dio min “crisi” della storia, e che illumina di sé le rivoluzioni precedenti così come di sé informa quelle successive? Al suo assurgere alla storia degli uomini, quale frutto del processo storico, rileva Croce, “il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo che è opera di Dio e Dio che è Dio d’amore, e non sta distaccato dall’uomo, e verso l’uomo discende, e nel quale tutti siamo, viviamo e ci moviamo”.

Nel cogliere e nell’accogliere tali valori della rivoluzione cristiana, inoltre, a Croce non era necessario nascondersi i “rimproveri” che alla Chiesa si potevano e si possono rivolgere riguardo il suo stare al mondo. Coerentemente con quanto aveva già affermato in precedenza, non negava che, superato il Cristianesimo delle origini, la Chiesa fosse giunta alla cristallizzazione, e spesso alla contraddizione, del suo pensiero, alla quasi sterilizzazione della sua carica rivoluzionaria. Infatti, “questo nuovo atteggiamento morale e questo nuovo concetto… si intrigarono in pensieri non sempre portati ad armonia ed urtarono in contraddizioni innanzi a cui si soffermarono incerti e perplessi”. Ma non per questo smisero di risuonare con tutto il loro valore in ognuno, “quando pronunzia a se stesso il nome di ‘cristiano’”.

Invero, “una nuova azione, un nuovo concetto, una nuova creazione di poesia non è e non deve essere concepita… come unIl poteretemporale della chiesa 380 min qualcosa di oggettivamente concluso e circoscritto, ma come una forza che si apre la via tra le altre forze, e talora s’incaglia, tal’altra si smarrisce, tal’altra ancora avanza lenta e faticosa o perfino si lascia qua e là soverchiare dalle altre forze che non può attualmente vincere del tutto e a sé assoggettare e in sé risolvere, e nelle sconfitte si ritempra e dalle sconfitte si rialza pugnace”. Perciò, “chi voglia intenderla nel suo proprio ed originale carattere deve sceverarla da quei fatti estranei, sorpassare quegli incidenti, vederla non già nei suoi impacci ed arresti, nelle sue aporie e contraddizioni, nei suoi erramenti e sviamenti, ma nel suo impeto primo e nella sua tensione dominante, così come un’opera di poesia vale per ciò che ha in sé di poesia e non per l’impoetico che vi si frammischia o che si porta seco in compagnia, per le maculae che sono anche in Omero e in Dante”.

Inoltre, era anche naturale che il processo rivoluzionario cristiano “avesse un respiro di riposo (respiro che in istoria può essere cronologicamente di secoli) e si desse un assetto stabile”. Questo fenomeno si manifestò con “il fissamento, il praticizzamento, il politicizzamento del pensiero religioso, l’arresto del suo fluire, la solidificazione che è morte”. Ma anche qui, argomenta il filosofo, la polemica con la Chiesa sarebbe poco ragionevole, poiché le stesse critiche potrebbero essere rivolte anche ad altre istituzioni mondane, come le Università e le altre scuole “in cui la scienza, che è continua critica e autocritica, cessa di esser tale e vien fissata in catechismi e manuali e la si apprende bella e fatta, sia per valersene a fini pratici, sia, negli ingegni ben disposti, come materia da tener presente per i nuovi progressi scientifici da compiere o da tentare”.

Nessuno “spirito”, insomma, neanche quello cristiano, poteva evitare il suo momento di irrigidimento, di stasi, di quasLa potenza dellachiesa 380i infertilità; ma tale momento, se da una parte può considerarsi “morte”, dall’altra consiste, invece, nella preservazione del proprio seme alla vita futura. Così la Chiesa ha protetto, conservato e tramandato quello del Cristianesimo nei suoi dogmi, nel culto, nel sistema sacramentale, nella gerarchia, nella disciplina, nel patrimonio terreno, nell’economia, nella finanza, nel diritto; affinché nel futuro potesse ancora generare nuovi germogli. E in questo suo “respiro di riposo” secolare ha, allo stesso tempo, compiuto grandi opere, da cui trasse grande gloria; poiché, tra molto altro, “tenne le parti della esigenza morale e religiosa che sovrasta a quella unilateralmente politica e a sé la piega, e, in quanto tale, a giusto titolo essa affermò il suo diritto di dominio sul mondo intero, quali che nel fatto fossero sovente le perversioni o le inversioni di questo diritto”.

Né Croce si nasconde la corruttela che era venuta deturpando nei secoli il volto della Chiesa, e che già Dante osservava con rammarico e disprezzo ai tempi suoi. Purtuttavia, nessuna istituzione umana ne è scevra, dice il filosofo, ed ognuna ne cade vittima; persino quelle chiese riformate che si erano rivoltate contro la Chiesa Cattolica proprio contestandone le depravazioni. Ma la Chiesa aveva saputo ridestarsi, rinsanguarsi e riformarsi tacitamente più volte; e persino quando, con l’avvento delcarlo magno incoronato dal Pap è imperatore deuropa 380 min “nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta con prudenza e con politica, salvando di sé quanto prudenza e politica possono salvare, e continuando nell’opera sua, che riportò i trionfi migliori nelle terre di recente scoperte del Nuovo Mondo”.

La tenacia con cui la Chiesa riesce a mantenere la propria persistenza nella storia, oltre che essere oggetto della sua sincera ammirazione, offre a Croce l’opportunità di individuare e fornire un principio, che possiamo accogliere come universalmente valido, secondo cui “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”.

Così, dopo questo lungo, lunghissimo, “respiro di riposo”, e per molti aspetti proprio grazie ad esso, la carica rivoluzionaria del Cristianesimo era destinata a tornare nella storia e a vivificarne il pensiero e le opere. L’azione degli originari propugnatori, da Gesù a Paolo e tutti gli altri che vi si adoperarono, dice Croce, era stata di tale profondità e fervore, e tanto grande il loro sincero travaglio esistenziale, che l’opera loro non chiedeva soltanto di essere attinta nei secoli, ma d’essere nei secoli opera in divenire, sempre viva e prolifica; capace di fornire risposte anche a domande che al tempo loro non potevano ancora porsi, e che solo il processo storico avrebbe posto agli uomini. E i continuatori dell’opera loro, non potendo una prosecuzione avvenire “senza meglio determinare, correggere e modificare i primi concetti e aggiungerne di nuovi e compiere nuove sistemazioni”, furono coloro “che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita”.

 

I continuatori del Cristianesimo
E qui vale la pena soffermarsi a notare che ciò che Croce verrà affermando gli varrà un’accoglienza ostile, da parte ecclesiastica, tanto da negare quasi ogni valore a questo suo scritto. Infatti, prosegue Croce, “nonostante talune parvenze anticristiane”, quei continuatori furono “gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il sopranaturalismo e l’ascetismopapafrancesco stringemani 350 260 min medievali”; “gli uomini della Riforma” che resero di significato universale le dottrine di Paolo; “i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura”, che dotarono l’umanità di mezzi nuovi di conoscenza; “gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza”, che suscitarono ulteriori concezioni liberali; gli “illuministi della ragione trionfante”, che riformarono la vita sociale e politica, abbatterono il feudalesimo con tutti i suoi privilegi, superstizioni e pregiudizi, ma “accendendo un nuovo ardore e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario”. A cui seguirono “i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta”; i filosofi, “che procurarono di dar forma critica e speculativa all’idea dello Spirito”

Tutti costoro, che pure Croce enumera quali continuatori moderni del pensiero rivoluzionario cristiano, non potranno non essere condannati, tuttavia, dalla stessa Chiesa insieme all’intera modernità, pur non essendo la Chiesa “in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà”. Ma la Chiesa, secondo Croce, “doveva e deve respingere con orrore, come blasfemia, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee”.

Perché la Chiesa non può “a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. Ma lui, nonostante ciò, deve confermare, per onestà morale e intellettuale, “l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario”. E a riprova fa notare ulteriormente che, nonostante le pur feroci polemiche anti-ecclesiastiche che ininterrottamente hanno percorso la storia moderna, i suoi autori non sono mai giunti alla denigrazione della figura di Gesù, quale fondatore di quella sensibilità e di quel pensiero rivoluzionari, “sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé” medesimi. E anche ai poeti, ai quali pure si concedono non poche licenze di “celiare” su qualsiasi fatto o personaggio della storia, ciò non è stato loro consentito intorno alla persona di Gesù.

Quindi si può affermare, continua Croce, che “sebbene tutta la storia passata confluisca in noi e della storia tutta noi siamo figli, l’etica e la religione antiche furono superate e risolute nell’idea cristiana della coscienza e della ispirazione morale”. E perciò “noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo”.

Sicché “come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, e dalla consapevolezza di non poterli comporre mai a pieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita. E serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che non mai pungente e tormentoso tra dolore e speranza”.

Il Dio cristiano è quindi il nostro Dio. E se “noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come ‘logica umana’, ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi ‘divina’, intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo”.

Qui si conclude il commosso riconoscimento crociano al Cristianesimo e ai suoi valori fondativi, che commuove anche chi, come me, si dibatte oggi nel medesimo turbamento a guardare sé e le cose del mondo. Le quali forse più di ieri, perché di certo più infide, allontanano il mondo nuovo che in molti abbiamo in mente, che non può non dirsi “cristiano”, e in cui non ci è dato ancora vivere, e in cui forse personalmente non vivremo mai, ma che la nostra voglia e la nostra volontà non smettono di desiderare. E ci fa turbinare vorticosamente nella mente, parafrasando lo stesso filosofo, tutti i perché, a nostra volta e in questo specifico senso, non possiamo non dirci “crociani”.

 

Critiche della Chiesa a Croce
Come accennato sopra, tuttavia, questo scritto non ricevette un’accoglienza benevola da parte della Chiesa e dei suoi studiosi. Essi ne deprecarono, in particolare, l’insistenza di Croce sul carattere terreno del Cristianesimo, il suo essere frutto del processo storico, come ogni altra concezione umana; negandone, quindi, il carattere divino. A tale punto giunse l’ostilità, che sia allapresa della bastiglia rivoluzione francese di henry singleton 350 min pubblicazione dello scritto, sia nei necrologi in occasione della sua morte, sia ancora molti anni dopo, la critica a Croce da parte della Chiesa non accennò mai a spegnersi. Ne sia prova anche il fatto che gli si preferì persino il filosofo Bertrand Russell, con gli ampi riconoscimenti tributatigli in occasione della morte sua, il quale al contrario aveva scritto e più volte ribadito il suo Perché non sono cristiano.

Ma le ragioni di tale apparente paradosso erano già presenti in Croce, che in tal proposito, come visto, non si faceva illusione alcuna, quando affermava che la Chiesa “non può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. La Chiesa non può accettare, come invece è piaciuto dire a me, quella sfumatura che da Io porta a Dio, poiché, allo stesso tempo, dovrebbe accettarne anche l’altra, che da Dio porta a Io. Il ché significherebbe non solo lo scivolamento e la rarefazione dei propri confini, ma anche la relativizzazione, la “umanizzazione” (ossia l’oscuramento dell’origine divina e all'opposto l’attestazione loro quale prodotto del processo storico) dei propri principi; invece la Chiesa ha sempre il dovere di difendere e preservare il “proprio istituto”, quindi...

D’altra parte, non si può non notare il vero paradosso di una Chiesa, le cui vicende sono appunto quelle di un Dio che si è fatto carne e storia, che proprio nel processo storico preferisce il “nemico” al potenziale alleato, colui che le è più distante a colui che le è più vicino, nonostante questi arrivi, pur in un momento di terrore e disperazione intellettuali e spirituali, a riconoscerle niente meno che la primogenitura dei principi propri, l’origine stessa del proprio pensiero e della propria costituzione morale!

“Il cristiano è tale se è nella Chiesa”, sembra ribadire con fermezza la Chiesa, “e non fuori”; “fuori, è il luogo del non cristiano” come Russell. Resterebbe da indagare come la Chiesa, dopo aver collocato, con giusto piglio, il cristiano dentro e il non cristiano fuori di sé, e non accettando “a niun patto” il cristiano fuori, riesca invece ad accettare la presenza del non cristiano dentro di sé… Ma ciò forse fa parte di quel “respiro di riposo” che può durare molto a lungo, e trova giustificazione nella contingenza storica, che nella sua evoluzione tutta terrena potrà invece suscitare pensieri nuovi e nuovi comportamenti.

 

Cristo “primo socialista della storia”?
rivoluzioneFrancese lalibertà guid il popolo 350 minSe è vero che questa riflessione crociana può essere di qualche conforto agli uomini della sinistra come me riguardo il rapporto loro con i propri valori e con la Chiesa, mi chiedo però se può essere per loro esaustiva. In fondo, Croce aveva della politica e della vita una visione del tutto elitaria, aristocratica, del tutto distante e in opposizione a quella di cui gli uomini della sinistra sono informati. Di loro, penserebbe che vivano quei valori come una sorta di superstizione, e ne cantino le parole come le strofe di cantilena consolatoria; incapaci di coglierne il senso intrinseco e quello immesso nella storia. Egli aveva in uggia l’ingresso dei popoli nella storia; anzi, il suo mondo viveva nel terrore delle “folle”, che col marxismo si erano trasformate in masse organizzate e partecipanti e, orrore! orrore!, produttrici di storia. Anche questo lo aveva atterrito, e indotto a ricorrere alla Chiesa quale sicuro approdo per ciò che considerava una deriva della civiltà.

Ma per gli uomini della sinistra essa è tutt’altro che una deriva, bensì esattamente la rotta da seguire per una civiltà di livello superiore. Essi avrebbero perciò bisogno, probabilmente, di un percorso proprio, col supporto dei mezzi resi disponibili dalla propria parte, attraverso cui riscoprire autonomamente l’origine e il percorso delle proprie sensibilità, del proprio legame sentimentale, morale e intellettuale con quegli “ultimi” che per primo il Cristianesimo ha posto nel cuore della divinità. Ma mentre il liberalismo, con Croce, si è posto quel problema, concludendo di essere in debito col Cristianesimo, la sinistra questi conti non li ha fatti mai.

Eppure, se persino per il liberale Croce il problema si era infine posto come imperativo storico, per la sinistra, marxista o no, avrebbe dovuto porsi con maggior forza e a maggior ragione, avendo essa in comune con la Chiesa, appunto, la fondativa cura degli “ultimi”, fino ad essere considerata una vera e propria “eresia”; cura a cui Croce, da liberale, non voleva e non poteva attendere, considerando gli “ultimi”, come faceva, naturalmente e irrimediabilmente ultimi, senza speranza di redenzione terrena. La sinistra, quindi, avrebbe dovuto porsi il problema di quella sorta di sincretismo che animava moltissimi dei suoi seguaci, tra cui quella mia cara donna, cattolica e comunista addolorata per la morte di Enrico; avrebbe dovuto scandagliarne le origini, i limiti e le potenzialità; avrebbe dovuto più apertamente e diffusamente parlare di Chiesa,i moti del 1848 Italia 350 min piuttosto che limitarsi a parlare di mondo cattolico, lasciando così che cadesse su di sé il sospetto di mero proselitismo. Si è invece limitata a scansare il problema, a vagheggiare, non senza boria e in modo sin troppo liquidatorio e sprezzante, di un Cristo “primo socialista della storia”, quando era essa stessa, noi stessi, a costituire, in verità, la schiera inconsapevole dei ben ultimi cristiani.

Eppure, era avvenuto persino che, al contrario, la stessa Chiesa si vedesse invasa dal pensiero marxista, fino a produrre in essa ciò che, alla luce del presente discorso, non poteva non definire eresia, quando non pochi suoi uomini, che del marxismo adottavano gli strumenti di lettura della storia, elaborarono quella che viene definita la Teologia della Liberazione; arrivando persino ad affermare quanto il marxismo fosse “necessario” al Cristianesimo per rendersi storicamente efficace. Il travaglio che essa subì, lo sconquasso che le procurò, i provvedimenti radicali che fu costretta ad assumere contro i suoi stessi uomini, forse tra i più fervidi prosecutori di Gesù nella cura degli ultimi, avrebbero meritato un’attenzione molto particolare della sinistra, che invece si rintanò nell’indifferenza, quando non si prodigò nella strumentalizzazione.

Eppure, la stessa Chiesa Cattolica, già a partire dal lontano 1891, con la prima enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, e a seguire con la Quadragesimo Anno di Pio XI del ‘31… per continuare per tutto il XX secolo e concludere con la Laudato si’ di Papa Francesco nel Terzo Millennio, non respingeva passivamente le sollecitazioni che la storia le veniva procurando ed evolveva la propria riflessione “con prudenza e politica”, preservando di sé ciò che con prudenza e politica poteva preservare. E ancor di più con Papa Francesco, che ha scosso la Chiesa dalla sua apnea secolare, dal suo “respiro di riposo”, e ridato autonomamente fiato alla carica rivoluzionaria del Cristianesimo, fino a farsi dare del comunista dai suoi nemici interni edOttobreRosso 17 la prese del Palazzo dinverno 350 min esterni, la sinistra resta silente, rinuncia a riflettere su di sé e sulla sua storia, e a proferire quella verità che dalla storia sta emergendo con moto tellurico: non è Papa Francesco ad essere comunista, ma i comunisti ad essere stati e ad essere “cristiani”!

Dobbiamo insomma constatare con rammarico che, di fronte alla problematizzazione della propria condizione da parte di liberali e cattolici, gli uni al cospetto della Chiesa e del Cristianesimo e gli altri al cospetto del marxismo e della storia; di fronte all’inquietudine che ha travolto molti seguaci suoi, e a tutto questo susseguirsi di sommovimenti storici profondissimi e amplissimi, la sinistra sembra essere rimasta completamente immota; come se la propria origine, i propri valori di riferimento e la propria storia fossero svaniti nel nulla, e niente e nessuno ne fossero stati investiti. Essa, che pure molto di buono e di giusto ha saputo produrre per i moltissimi, altrimenti condannati alla marginalità nel consesso umano, proprio essa, rivoluzionaria, ha sorprendentemente rinunciato a confrontarsi con la più grande rivoluzione di tutti i tempi.

Ci si sarebbe aspettati, ma forse è pretendere troppo, che una tale riflessione avvenisse all’atto della fondazione di quel partito,lottapartigiana il Pd, che diceva di voler ricongiungere le radici storiche della sinistra, del cattolicesimo popolare e del liberalismo. Mentre quell’operazione si è rivelata, alla luce dei fatti, una specie di imbarazzante amerikanata (con la “k” d’obbligo), che blatera di diritti civili per allontanare da sé l’incombenza di garantire quelli sociali, senza i quali i primi diventano un imbroglio linguistico; oltre ad un riciclo del ceto politico, pur legittimo, ma rimasto privo di giustificazione ideologica e politica.

Quella sinistra che predicava l’edificazione del “paradiso in terra”, sprezzante nei confronti di chi ne predicava uno surrettizio rimandato negli impalpabili cieli, ora si è inginocchiata davanti a chi i paradisi in terra, quelli fiscali!, li ha edificati in nome del dio-quattrino, scavando contestualmente per tutti gli altri una gigantesca fossa infernale.

Ma ora che i “mercanti” si sono appropriati, non del Tempio, ma dell’intero mondo, e contro ogni logica ne indirizzano il futuro (ricorda Aristotele nella “Politica”: “A Tebe era legge che non potesse accedere alle cariche pubbliche chi non fosse stato dieci anni lontano dal commercio”!…); ora che lo sgomento di fronte alle cose del mondo tocca anche i cuori e le menti più semplici e lo scandalo sotto gli occhi di Dio e degli uomini è divenuto insopportabile ad ognuno; ora che tutto è o pare perduto, non sarebbe giunto il momento di porsi quella domanda fatidica che assilla me, e darvi risposta? Non sarebbe ora di chiedersi: tu da che parte stai? Dalla parte del Dio cristiano o del dio-quattrino? Dalla parte di quel Dio che fa crocifiggere sé per la salvazione degli uomini? O di quello che crocifigge gli uomini per la salvazione di sé?!

E se questa mia doglia, questa contraddizione che sento nel rapporto con una Chiesa che consideravo nemica, non è soltanto un1969 assemblea mirafiori 350 min mio cruccio, un mio smarrimento nella mia personalissima selva oscura, avendo abbondantemente superato il mezzo del cammin di nostra vita, e fosse invece un travaglio interiore ben più diffuso e radicato nei tanti che, come me, hanno vissuto in prima persona un’epoca di grandi rivolgimenti sociali e politici, partecipandovi e non subendoli soltanto, non sarebbe il momento di prendere atto che esso è un travaglio che attiene alla politica?

La risposta è Sì, da parte mia, e appare in rilievo anche dalla tabula rasa che si vorrebbe fare di quella memoria collettiva; poiché quel mio cruccio non è il travaglio intimistico di chi ha ormai più passato dietro di sé che futuro davanti, ma il frutto di eventi veri, di quel processo storico che ha coinvolto milioni di persone, poste di fronte a contraddizioni come questa, che mai avevano attraversato prima la loro mente, facendoli improvvisamente sentire uomini nella pienezza e pesantezza dell’essere!

E proprio in questo, proprio in questa disparità tra i giganteschi passi che la storia improvvisamente sa compiere, e quelli miseri che riusciamo a compiere noi nel nostro incerto incedere esistenziale, penso si trovi il vero valore di quella partecipazione, di quella affezione alle cose del mondo, di quello slancio temerario che la sinistra ha suscitato e dovrebbe preservare, che ha fatto di tanti piccoli insignificanti uomini e donne dei costruttori di storia, da miserabili sue vittime che erano stati sino ad allora.

Quel travaglio, dunque, è innegabilmente travaglio politico, che attiene alla politica; ma che la sinistra lascia che pesi come unawhirpool 320 min croce sulle povere spalle di tanti poveri cristi, lasciati languire nella solitudine, nell’abbandono, in quella terribile sensazione di inadeguatezza che porta a pensare di sé d’essere indegni e inetti alla vita. Vi è una colpa più grave, una più imperdonabile anche dal più misericordioso Dio?

Inoltre e infine, se Croce, da liberale e incrollabile avversario della sinistra, ha omesso di enumerare tra i prosecutori del pensiero cristiano, tra coloro cioè “che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita”, gli uomini e le donne della sinistra, che pure hanno prodotto la gran messe di pensiero e compiuto le grandi azioni che conosciamo, con smisurato dispendio di energie, sudore, sangue e inestinguibile amore per il prossimo, mi chiedo, è consentito alla sinistra fare altrettanto, e scaraventare nell’oblio i propri stessi padri e madri, condannandoli alla damnatio memoriae?

No, mi rispondo io; però lo fa. Ma, nonostante ciò, penso che niente sia davvero perduto, se è vero, come afferma Croce, che “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”. E la sinistra allora, dopo il suo non encomiabile “respiro di riposo”, può tonare, se vuole, a far germinare nella storia i valori propri, ancorché non esclusivi e di cui non ha paternità, essendo anch’essa il prodotto storico dell’anelito alla giustizia, alla difesa degli ultimi, dei diseredati, degli esclusi, dei clandestini della vita, dei soltanto vivi. Quelli che il Cristianesimo ha posto primigeniamente nel cuore della divinità, e gli uomini e donne della sinistra continuano amorevolmente e testardamente a portare nel cuore loro.

Ivano Alteri

Frosinone 23 settembre 2020

 

 

 

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Ceccano a Sinistra ha "Il Coraggio di Cambiare"

Ceccano a Sinistra è un’alleanza per l’unione e contro l’esasperazione della differenza

Ceccanoasinistra 350 minCeccano a Sinistra supporta in modo forte e convinto la candidatura a Sindaco di Emanuela Piroli ed il suo progetto “Il Coraggio di Cambiare””.

Fin dall’inizio abbiamo individuato nella sua persona e nelle sue proposte una forte vicinanza ideale e politica. Tematiche come la discontinuità amministrativa con un forte accento alla costruzione di un rapporto democratico tra cittadini e istituzione Comune, una attenzione particolare al rispetto dell’ambiente e alla lotta all’inquinamento, ricordiamo qui gli annosi problemi del malfunzionamento del depuratore ASI e del disastro del fiume Sacco che hanno sempre visto le ns forze impegnate nelle lotte e nelle denunce dei danni ambientali subiti dalla popolazione ceccanese.

Ma l’aspetto che ci preme sottolineare è l’impegno comune di tutta la coalizione per dare finalmente respiro alla lotta per una fruizione democratica e popolare dei cosidetti “Beni Comuni” (acqua, ciclo dei rifiuti, scuola, trasporti, riqualificazione urbana, assistenza sociale, fruizione della cultura, per citare i più importanti).

Una lotta che ha sempre visto le forze di sinistra in prima fila, ricordiamo per brevità la battaglia a fianco del Comitato acqua pubblica contro ACEA e il suo progetto di privatizzazione di un bene fondamentale come l’acqua; questa lotta adesso ha la straordinaria occasione di diventare un progetto amministrativo che sconfigga gli appetiti privati e privatistici di chi considera la “res pubblica” un affare dei “soliti noti”. Ecco, bastano queste poche righe per spiegare il perché della nostra scesa in campo insieme alle forze ambientaliste e progressiste per costruire un’alternativa reale e concreta al degrado esistente.

Rinnoviamo l’appello a tutte le donne e gli uomini della città che si riconoscono in questi ideali a sostenere la nostra proposta politica, le porte sono aperte al contributo di tutti, giovani e meno giovani, che sentano il bisogno di impegnarsi nel rinnovamento politico. Infatti la nostra non vuole essere un’aggregazione elettorale, ma vuole essere un segnale forte a tutta la cittadinanza, un segnale di UNIONE, mentre tutte le altre coalizioni alimentano la proliferazione di liste e candidati in una frammentazione distruttiva per l’attività politico-amministrativa. Ricordiamo che veniamo da due commissariamenti consecutivi dovuti proprio all’enorme divisione del consiglio comunale dominato da un individualismo esasperato.

Ceccano a Sinistra vuole essere l’esatto contrario, un’alleanza per l’unione e contro l’esasperazione della differenza, un’alleanza per il buongoverno e la democrazia e contro gli interessi particolari ed individualistici.

 

 

 

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Il Coronavirus in Europa ha terremotato l'austerità

  • Pubblicato in UE

L’Ue sospende l’austerità. Ora la sinistra lotti per una solidarietà keynesiana

bruxelles parlamento europeodi Aldo Pirone - La pandemia da Coronavirus ha avuto in Europa l’effetto di un terremoto non solo economico. In poche settimane tutti i capisaldi dell’arcigna politica di austerità con cui ci eravamo familiarizzati sono spariti. Il loro simbolo era quel 3% del rapporto deficit-Pil che ogni anno faceva dannare tutti i governi con un debito pubblico stratosferico come il nostro. I nostri governanti erano soliti presentarsi con il cappello in mano a Bruxelles per avere una qualche flessibilità che ci consentisse, o meglio consentisse ai nostri “lor signori”, di continuare a fare le cicale, trascurando l’evasione fiscale, le povertà e le diseguaglianze crescenti, la precarietà del lavoro, i bassi salari e operando tagli alla sanità e ai servizi di welfare.

Dopo qualche stonatura iniziale, la musica nelle alte sfere di Bruxelles ha cominciato a cambiare. In poche settimane, addio al patto di stabilità, al Fiscal Compact, al divieto degli aiuti di Stato, al pareggio di bilancio, al totem del 3% e alla riduzione a marce forzate al 60% del debito pubblico. Tutte cose travolte dalla pandemia nello spazio di pochi giorni e abbandonate dall’Ue nella cantina dei ferri vecchi. Poi sono cominciati ad arrivare i provvedimenti. A iniziare è stata la Bce, istituzione che funziona a maggioranza dei componenti, che ha allargato l’acquisto dei titoli di Stato (750 mld) per tenere basso lo spread, soprattutto dei paesi con un elevato debito pubblico. Poi sono arrivati i prestiti a basso tasso d’interesse: Sure (Cig), Bei (investimenti) e il facoltativo Mes (sanità): in tutto circa 540 mld . Per ultima è arrivata la proposta di 750 mld (500 a fondo perduto) del Recovery fund, ribattezzato “Next Generation Eu”, collegato alla proposta di portare a 1.100 mld il Bilancio europeo. Insomma, l’Ue, nelle sue varie istituzioni economiche, intende mobilitare complessivamente 3.140 mld. All’Italia ne arriverebbero circa 479 lordi.

Il “Next generation Eu” appare lo strumento più innovativo per diverse ragioni: a) sarebbe finanziato attraverso l’emissione di titoli europei; b) potrebbe prevedere tasse europee come la digital tax e quelle su emissioni inquinanti, grandi multinazionali che beneficiano del mercato unico europeo e plastica; c) i fondi sarebbero assegnati su programmi precisi nei settori previsti, in particolare su transizione green e digitalizzazione, presentati dagli Stati nazionali e controllati dalla Commissione europea. Tutto ciò, gestito dalla Commissione diretta dalla von der Leyen, introduce un elemento federalista e solidale nella gestione dell’economia europea a Trattati vigenti. Al tempo stesso, fa risaltare gli ostacoli di tipo intergovernativo e “confederale” che ostacolano la tempestività dell’azione dell’Ue. È del tutto assurdo che per avere operativi 1.850 miliardi di Bilancio e del nuovo fund, bisognerà aspettare il negoziato, per niente facile, dei capi di governo dei 27. Con il risultato che potrebbero essere disponibili solo ai primi dell’anno prossimo. Quando il babbo potrebbe essere morto.

Sul piano economico e sociale le altre contraddizioni europee si acuiscono in mancanza di politiche fiscali omogenee (dumping di paradisi fiscali), del lavoro (diritti dei lavoratori), del controllo dei movimenti finanziari speculativi, delle delocalizzazione industriali, del welfare e della sanità. Per non parlare della politica di difesa ed estera e della permanenza nell’Unione di paesi che abbandonano i valori della democrazia antifascista e anti-xenofoba (Polonia, Ungheria ecc.). Il cambiamento solidaristico e keynesiano in corso reclama un salto dell’Ue anche sul piano della governance istituzionale. S’impone un allargamento del principio federalista, il superamento dell’unanimismo intergovernativo di tipo confederale, l’aumento dei poteri della Commissione e dell’Europarlamento.

Ovviamente su tutti gli interventi economici proposti e succintamente prima riassunti, si può e si deve discutere, si possono avere tutte le prudenze del caso, guardare bene le condizionalità, scandagliare i limiti quantitativi e qualitativi, ma l’esame dell’albero non può nascondere la vista della foresta. Chi da sinistra ha combattuto con rigore e determinazione la politica di austerità neoliberista ribadita dopo la crisi del 2008-11, criticando a fondo e respingendo il riformismo subalterno al neoliberismo, deve cogliere l’inizio del mutamento per cui si è battuto e starne all’avanguardia. E ciò proprio per spingere verso il superamento urgente delle contraddizioni economiche e di funzionamento istituzionale suaccennate e nella direzione della solidarietà progressista sovranazionale in Europa. C’è chi teme che una volta passata la pandemia, l’Ue torni alla vecchia politica di austerità. Timore non infondato ma che non deve paralizzare. Il modo migliore per evitare un tragico ritorno è proprio quello di lottare affinché il cambiamento iniziato si allarghi a tutto campo.

Le scottature patite con la politica di austerità devono rendere l’occhio vigile, non cieco.

 

 

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Il Paese avrebbe bisogno di una sinistra più compatta ed efficace

È alto il rischio di essere schiacciati sulla governabilità quotidiana della emergenza Covid-19

fca 350 mindi Ermisio Mazzocchi - Il processo di globalizzazione ha inevitabilmente ampliato e rafforzato la multi nazionalità delle imprese produttive. Le maggiori industrie dell'Italia non fanno eccezione. L'Italia del XXI secolo assiste a un scompaginamento della propria struttura produttiva con una ricaduta sofferente nel rapporto tra economia e istituzioni.
Sono saltati i tradizionali punti di riferimento del "made in Italy".
Rimane aperto in questa dimensione globale, il rapporto fra economia, politica e istituzione con la conseguenza di correre seri e insidiosi rischi di tempeste sociali.

Si impone una analisi concreta della situazione reale che colga le trasformazioni in atto nel mercato industriale.
La FCA rappresenta il caso più emblematico di quanto avviene nei mercati internazionali. Assodato che la globalizzazione ha liberato le imprese, di maggiore prestigio e consistenza, da vincoli del proprio paese, rimangono irrisolti i problemi della loro funzione nella ripresa del Paese.
Non deve destare stupore sapere che industrie italiane abbiano la loro sede legale all'estero, dalla FCA alla Ferrari, dalla Campari alla Ferrero.
Né tanto meno, pur rimanendo riserve e dubbi su simili operazioni, la richiesta di prestiti garantiti dallo Stato.

Ed è certamente condivisibile la posizione del vice-segretario nazionale del PD, Andrea Orlando, quando chiedeva di vincolare a "impegno" la FCA, rivolto a garantire gli investimenti e i livelli occupazionali.
Proprio perché non si conoscono gli orientamenti della FCA, che dovrebbe presentare un progetto di rilancio del settore dell'auto, è necessario non solo garantire l'occupazione, ma aprire un confronto sulle prospettive dell'automobile.
In questo ambito alcuni settori decisivi potrebbero essere l'elettrico, le medie cilindrate, la formazione dell'indotto capace di non essere solo monomarca, ma plurimarca.

Non possiamo limitarci a una presa d'atto della ineluttabilità delle motivazioni addotte dalla FCA, come da altre industrie, che hanno avanzato medesime richieste di sostegni statali.
La pandemia ha scoperchiato una condizione di fragilità di tutto il sistema produttivo e ha rilevato una aggressività di ampi settori imprenditoriali nel rivendicare interventi dello Stato preferibilmente a fondo perduto, come rivendica il presidente della Confindustria.
E' evidente che si profilano impostazioni pericolose di come affrontare il futuro del dopo Covid-19.
In altre parole, se si ipotizzano, cosa che larvatamente si preannuncia con toni minacciosi, massicci licenziamenti per la mancanza di sostegni adeguati, si avranno una crescita delle disuguaglianze, un impoverimento di vasti strati della popolazione, insofferenze sociali dagli effetti incalcolabili per la mantenuta della democrazia costituzionale.

E non sono accettabili le aspre critiche alla "politica" e alla inefficienza del governo Conte, mosse da Bonomi, perché ci si sente insoddisfatti delle risposte date alle loro perentorie richieste.
E' evidente che si profila un disegno politico di più ampia prospettiva, messo in atto con graduali processi a iniziare dalla concentrazione dell'informazione con il controllo delle maggiori testate giornalistiche italiane, tale da favorire un potere politico, economico e culturale - comunicativo, per arrivare a incoraggiare la necessità di un cambio di governo, che escluda le forze progressiste e di sinistra, compreso il PD.

L'alternativa a Conte non è ben chiara nelle modalità e nei contenuti, o, meglio, è abbastanza evidente che si tenta di costruire, sull'onda di una crisi sociale dai forti contenuti di sofferenza e incertezza, una aggregazione di forze liberiste, fautrici di una "democrazia illiberale", e di settori del mondo economico e finanziario, in parte organizzato intorno alla Confindustria, desideroso di affermare le proprie necessità, ammantate dalla preoccupazione per il futuro del paese.

Si può uscire da questa prevedibile crisi e ribaltare un disegno di restaurazione conservatrice - perché questi, sono i termini esatti, anche se alcuni li ritengono vetusti - se si rifonda il vecchio sistema, calibrato sulla modificazione dei rapporti e dei ruoli delle parti sociali, con un profondo cambiamento negli assetti economici e socio-politici?

La sinistra, e soprattutto il PD, si trovano a fare delle scelte, che devono avere riferimenti nei suo solidi valori di uguaglianza, libertà, solidarietà, rivolte a concrete politiche democratiche e partecipate.
Se si vuole ridefinire una identità nuova della principale forza della sinistra in Italia, il PD, è inevitabile che esso debba assumere una connotazione politica che difenda e rilanci i diritti fondamentali della Costituzione e apra un confronto con tutte le parti sociali per ricostruire un nuovo modello di sviluppo che non sia quello che le forze populiste e le aree del mondo imprenditoriale più retrivo, vorrebbero perseguire come se nulla fosse accaduto.

È alto il rischio di essere schiacciati sulla governabilità della emergenza Covid-9, che, se per alcuni aspetti è giustificabile, per altri impone dei limiti nella elaborazione di una strategia politica dai forti contenuti riformisti e innovativi.
La sinistra non può chiudersi in una difesa, se pur legittima, della operatività del governo Conte.

Lo sforzo per superare le drammatiche difficoltà del Paese e (...) per avviarlo nella sua ripresa, impongono l'esigenza di creare condizioni per una unità progettuale e ricercare una partecipazione la più ampia possibile del popolo italiano.
Siamo a un passaggio cruciale per il Paese che avrebbe bisogno di una sinistra, compresa quella europea, più compatta ed efficace nella edificazione di una società nuova e nel garantire diritti, lavoro, uguaglianze.
Avrebbe bisogno di un Partito Democratico capace di affermare una dimensione progettuale complessiva e credibile, all'altezza di sfide acerrime in cui si giocano i futuri assetti sociali, politici, economici dell'Italia. Questa progettualità del Partito Democratico non c'è.
Un vuoto strategico che pesa e rischia di indebolire la creazione di un fronte sociale di forze progressiste, socialiste, democratiche, del sindacalismo nel lavoro e nelle imprese, della cultura, dei saperi della scienza e della ricerca.

Il PD è solo.
E' evidente che da solo non basta a contrastare forze populiste, nazionaliste e oscurantiste.
L'assenza di questa identità riformista e di sinistra del Partito Democratico impedisce di mettere mano alla rifondazione di uno Stato moderno, di avere la forza necessaria a ridefinire una strategia di indirizzo economico non secondo vecchie logiche di stampo bonomiano, cui nessuno risponde, contestandogli le sue provocatorie argomentazioni, ma saldamente ancorate ai bisogni di uomini e donne in carne e ossa, di una intera società giusta e solidale.
Così che risulta imperativo elaborare un progetto che rivoluzioni tutto l'impianto strutturale dello Stato, che passa da una revisione della funzione delle Regioni, e che metta al centro il lavoro, la salute, l'ambiente. Costruire una impalcatura per una nuova Italia rivolta a promuovere la massima occupazione, abbattere le disuguaglianze sociali, assicurare istruzione, riformare il sistema burocratico, qualificare i pubblici apparati.
Senza questo cambio di passo e un evidente protagonismo della sinistra e dello stesso Partito Democratico nella scena politica con un alto spessore progettuale, i rischi di una deriva del paese verso aspri conflitti sociali e di una instaurazione di culture leaderistiche, sono più che concreti.
Baluardo a queste deviazioni rimane la Costituzione, democratica, repubblicana, antifascista, a cui la sinistra, le forze progressiste, devono ancorare il loro impegno per la pace e la solidarietà sociale.

Rilanciare una sinistra nuova, ridare una nuova missione al PD, significherebbe arricchire quei principi del socialismo storico che oggi dovrebbero essere la bussola per orientare il Partito Democratico e tutta la sinistra affinché possano vincere una delle più difficili e cruente battaglie di questa epoca.

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Sinistra, l’azione del governo non basta

 Un commento di Aldo Pirone

Conte Gualtieri 350 minA questo mondo tutto è relativo, si dice. Non è un richiamo alla teoria della relatività di Einstein, quanto il frutto del buon senso popolare. Vuol dire che le cose vanno misurate in comparazione fra loro e in relazione al contesto in cui sono situate e si manifestano. Ciò è vero nell’indagine storica ma, soprattutto, nell’azione politica, quando si è chiamati a valutare le forze in presenza mettendo in relazione l’essere e il “dover essere” di gramsciana memoria.

Immaginiamo se ci fosse Salvini al governo…

Il governo Conte, per esempio, se valutato fuori dal contesto dello scontro fra le forze in atto, così come sono e non come vorremmo che fossero, potrebbe apparire una combriccola un po’ abborracciata in cui, insieme a brave persone non eccelse convivono alcuni scalmanati, furbetti da quattro soldi, sempre in cerca di segnalare se stessi attraverso iniziative comunicative fatte con i fuochi artificiali. Se, invece, la compagine di governo si mette in relazione all’opposizione delle destre (Salvini, Meloni e, a intermittenza, Berlusconi) e ai problemi della pandemia in corso, allora la valutazione cambia. Basti pensare che al posto di Conte potrebbe esserci stato Salvini per capire, con un brivido lungo la schiena, quale pericolo, oltre al Coronavirus, l’Italia e gli italiani abbiano corso e ancora potrebbero correre.

Questo significa che il governo e la maggioranza attuali siano il meglio del meglio? No, assolutamente. Il loro limite è di essere nati in uno stato di necessità (sbarrare il passo a Salvini) e di non essere ancora riusciti a fare di quella necessità una virtù, sicuramente prima del Covid 19, ma anche ora, quando il panorama sociale ed economico è del tutto cambiato in peggio. C’è però da rilevare che mentre nella maggioranza e nelle forze che la compongono un qualche processo di miglioramento, si è prodotto – nonostante Renzi, che continua, imperterrito, a fare “il bomba”, e le ricorrenti impuntature ideologiche grilline tardo populiste e sovraniste – nelle opposizioni (Salvini e Meloni) il processo peggiorativo, acidamente propagandistico e con l’unico scopo di mandare tutto e tutti in malora per lucrare consensi elettorali, non conosce sosta né ripensamenti. Berlusconi se ne distingue a fasi alterne. Come suo solito, guarda dove tira il vento dello spirito pubblico e valuta, di conseguenza, dove gli conviene (le sue aziende Tv e altro) mettere il piede. Per ora cerca di metterlo in due staffe. Tenta di fare lo statista responsabile quando parla ed esterna, con esiti per lo più esilaranti, mentre con le sue Tv e il suo house organ (Il Giornale) alimenta il populismo di destra più becero.

Il governo ha fatto molti Decreti legge e Dpcm per fronteggiare la situazione. Non tutto quello che ha fatto, come e quando l’ha fatto, è esente da critiche da parte di chi è di sinistra (erogazioni economiche non sempre selettive verso le aziende, ritardi burocratici nella Cig in deroga e nei prestiti bancari, regolamentazione dei lavoratori immigrati solo temporanea ecc.). E non parlo della sinistra istituzionale, segnata dalla subalternità al neoliberismo di questi decenni da cui faticosamente cerca di uscire, parlo di chi a sinistra quel declino ha criticato e combattuto.

E’ tempo di rifondare la sinistra

Se si mettono in relazione tutte le forze presenti, i loro movimenti, i loro interessi e il punto di caduta dello scontro e del confronto in atto (intervento dello Stato, nuovo welfare, rilancio economico all’insegna della sostenibilità ambientale e dei diritti dei lavoratori, nuova democrazia economica, rapporto con l’Europa ecc.) allora appare chiaro che anche i punti critici del governo vanno affrontati in modo dinamico. Non bisogna tacerli, anzi, ma neanche farsene paralizzare, rinchiudendosi nel recinto degli schifiltosi, dimentichi di un’altra saggezza popolare: il meglio è nemico del bene. Quei punti critici occorre farli diventare azione politica per spingere il governo a correggerli. Ma questo non basta. Sul piano politico generale è necessario, al contempo, spingere innanzi un processo di rifondazione della sinistra nel suo complesso. Non solo in Italia ma in Europa, partecipando alla battaglia in corso contro sovranismi e grettezze nazionalistiche di varia gradazione e colore, allargando i confini del mutamento in atto della politica di austerità per fare dell’Ue un soggetto federalista, solidarista e progressista.

Come si pensa di fronteggiare le settimane prossime segnate dall’emergenza economica sempre più stringente? E come si pensa di combattere, per esempio, da una parte l’opposizione scalmanata e sconclusionata, però sempre pericolosa, dei Salvini e delle Meloni, e dall’altra i richiami della foresta (Di Battista) dei grillini e le tentazioni ricorrenti e neocentriste del “bomba”, dei Calenda, delle Bonino ecc. se non con una novità rivoluzionaria a sinistra che innervi politicamente, idealmente e organizzativamente lo schieramento sociale progressista? Di questo fatto nuovo c’è più che mai bisogno, anche per rendere più efficace, puntuale e socialmente attenta l’azione del governo, spingendola sempre più verso una coraggiosa politica neokeynesiana.

Abbandonata ogni illusione tardo blairiana e ogni subalternità al neoliberismo, la sinistra nel suo complesso deve mettere al centro del proprio rinnovamento e della propria rinascita il protagonismo dell’associazionismo presente nella società civile progressista. C’è bisogno di forze fresche e motivate, non gravate dagli errori e dalle sconfitte subite, dalle compromissioni morali e politiche subite e praticate, per ritrovare il contatto con popolo delle periferie sociali e urbane da strappare alle destre. Un popolo che non attende solo sussidi, ma lavoro e riscatto politico e culturale. In quelle trincee e in quelle casematte della società civile abbandonate al nemico negli ultimi lustri, ci si deve sbrigare a tornare.

E’ qui il ritardo strategico vero e più grande.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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