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Socialismo, Costituzione: riappropriamoci delle parole*

paolo ciofi 350 260 minUniversalità e diversità dei socialismi. La conquista storica della Costituzione italiana

 

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  1. Parte prima..
  2. Parte seconda
  3. Parte terza

I

 

«Quando l’economia è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene» sosteneva Keynes. Il capitalismo nelle cui mani siamo finiti - aggiungeva - «non è bello, non è giusto, non è virtuoso - e non fornisce alcun bene». Una profezia che si è avverata. Dopo il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione capitalista ha generato un mondo instabile e pericoloso, percorso da disuguaglianze insostenibili, e da un’insostenibile condizione umana e climatico-ambientale. A rischio è l’esistenza stessa del pianeta, nel degrado della politica e della democrazia, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che consentirebbe con il lavoro digitale di salvaguardare la natura, conquistando condizioni di vita più elevate per tutte e tutti

Sono noti i dati diffusi da Oxfam, che descrivono la sconcertante concentrazione della ricchezza e della proprietà a fronte della crescente diffusione della povertà, in Italia e nel mondo. La realtà è talmente dura che dagli stessi portavoce più accorti del capitale si levano significative voci critiche. Da più parti il capitalismo è in discussione come accertano anche numerose ricerche. In Italia, invece, il tema è tabù. Fa una certa impressione sentir dire da esponenti del Pd il che il problema è salvare il capitalismo. Non ripensare il socialismo, non salvarci dal capitalismo ma salvare il capitalismo. Proprio così, quando riaffiora la parola socialismo, in particolare nel mondo anglosassone dopo le controverse vicende del socialismo in America Latina. Non si tratta soltanto di innovative ricerche culturali, come il manifesto Un femminismo per il 99%, secondo il quale femminismo vuol dire rovesciare il potere delle corporation, non dare loro un volto femminile. O, per citare un altro esempio, il Manifesto socialista per il XXI secolo di Bhaskar Sunkara. Il dato più rilevante a sinistra, non solo culturale ma politico, è che nei punti alti del finanzcapitalismo delle piattaforme sta emergendo una proposta di alternativa socialista. In particolare per iniziativa di Sanders negli Stati Uniti, dove l’esperimento della rivista marxista Jacobin diretta da Sunkara andrebbe attentamente valutato. «L’America non sarà mai un Paese socialista», ha proclamato l’immobiliarista plurimiliardario, agitatore dell’America first, che risponde al nome di Trump. Ma le indagini sul campo segnalano che nel suo Paese la maggioranza dei giovani ha un’opinione positiva del socialismo. E’ una nuova scoperta dell’America.

Paolo CiofiNaturalmente c’è anche chi sogna (o fa finta di sognare) un capitalismo equo e solidale - che è come chiedere a una balena di volare - e chi si propone di «riparare il capitalismo». Ma domandiamoci: cosa ha fatto il riformismo socialdemocratico, se non fornire pezzi di ricambio per riparare la macchina del capitale? E nella realtà con la parola riformismo si sono messe in opera la peggiori controriforme. Il punto di arrivo è sotto gli occhi di tutti: un sistema dominante ma decadente, corroso dalle sue interne contraddizioni. Siamo in presenza non di una “normale” crisi ciclica dell’economia, ma di una crisi universale di un’intera formazione storica, che insieme all’economia investe la società e la natura, la politica e la cultura.

Se questa è la portata del problema che quotidianamente si rovescia sulla vita di miliardi di persone, la soluzione non sta nel rinculo nazionalista verso le piccole patrie, nell’esclusione dei poveri e dei diversi, nella guerra ai migranti e di tutti contro tutti, nell’accumulo di bombe atomiche che accresce i rischi di un conflitto nucleare. Sta nell’affermazione di un universalismo alternativo portatore di pace e solidarietà, di democrazia e libertà, amico e protettore della natura, fermo e determinato nella lotta per rimuovere le cause dello stato di cose presente.

Una visione e una pratica, una teoria e una prassi, e anche una condotta morale, alle quali non so dare altro nome se non quello di nuovo socialismo, per differenziarlo dall’esperienza sovietica e dal modello socialdemocratico. Una civiltà più avanzata in cui l’ordinamento economico-sociale sia posto al servizio degli esseri umani e a tutela della natura. Non, viceversa, nella disponibilità totalitaria di pochi proprietari universali, che depredano gli uni e l’altra in piena libertà.

Ma non puoi cambiare la società dominata dal capitale se non sai cos’è e come funziona il capitale, al di là delle infinite forme e degli adattamenti proteiformi in cui si manifesta. Scopriamo allora con Marx, proprio nella fase suprema del suo dominio, che «il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale mediato da cose», ossia da una immane raccolta di merci. Un rapporto tra esseri umani, socialmente e storicamente determinato, nel quale una parte monopolizza gli strumenti della produzione, della comunicazione e della finanza. Mentre un’altra parte, che costituisce la stragrande maggioranza, monopolizza solo le proprie abilità fisiche e intellettuali racchiuse nel corpo di ciascuno e di ciascuna, denominate forza-lavoro.

Dunque, secondo la visione di Marx, al di là dell’immane raccolta di merci e della finanziarizzazione del sistema, lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà costituisce il codice genetico del capitale. E poiché il processo di produzione finalizzato all’ottenimento del profitto riproduce al tempo stesso il rapporto sociale tra i produttori, ne deriva che la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.
D’altra parte, osserva ancora Marx, la natura è la fonte dei valori d’uso altrettanto quanto il lavoro. Ciò significa che il proprietario capitalista per ottenere il profitto deve poter disporre, oltre che della forza-lavoro umana, anche della natura, coinvolgendo entrambe in un unico processo di sfruttamento. Di conseguenza, come ha osservato Emanuele Severino, è inevitabile che nella corsa al profitto il capitalismo distrugga la terra, «la sua base ‘naturale’». Esattamente ciò che si sta verificando nella guerra senza limiti - che talora oltrepassano anche quelli della guerra guerreggiata - al fine di accaparrarsi le limitate risorse naturali di cui dispone questo mondo.

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II

 

Le contraddizioni del sistema sono diventate esplosive. In modo drammatico si presenta la divisione tra chi compra e chi vende la forza-lavoro. Tra chi è proprietario dei mezzi finanziari e di produzione, delle più sofisticate conquiste della scienza e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, e li usa per sfruttare il lavoro, e chi è proprietario soltanto del proprio corpo e dei mezzi per vivere.

Il punto di massima tensione si raggiunge allorché è la scienza stessa a configurarsi come forza direttamente produttiva. Osserva Marx che «quando l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» il lavoro non scompare ma assume un livello superiore di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità, il «cervello sociale» che inventa le macchine, le usa e le controlla. Ciò che comporta un elevamento culturale generalizzato, affinché ciascuno, uomo e donna, nella sua individualità possa diventare padrone del proprio destino. Nel superamento non della proprietà individuale, ma della proprietà capitalistica.

Aver abbandonato il dirompente pensiero critico di Marx per un riformismo liberal-liberista senza anima e senza classi si è rivelata una scelta retrograda, subalterna e perdente. Giacché non è crollato il pensiero critico di Marx, come ha osservato Aldo Tortorella. È crollato l’imparaticcio pseudo marxista, che già ai suoi tempi aveva spinto Marx a dichiarare di non essere marxista. Al di là delle varie ortodossie che lo hanno imprigionato in poche ordinarie formulette, oggi andrebbero liberate le enormi potenzialità del suo metodo per mettere a nudo la realtà del nostro tempo, e per poterla trasformare.

A lui era estranea l’idea che il passaggio a una civiltà più avanzata, oltre il capitalismo, si possa compiere per spontanea evoluzione, come pure l’affermazione infondata e primitiva secondo cui ci si debba affidare a un modello unico, valido ovunque e in ogni tempo. Marx non ha mai detto che una società socialista si costituisce sulla statizzazione integrale dei mezzi di produzione. Ricordo che nel discorso pronunciato ad Amsterdam nel 1872, dopo avere affermato che gli sfruttati devono «prendere il potere politico per fondare una nuova organizzazione del lavoro», aggiungeva: «Non abbiamo affatto preteso che per arrivare a questo scopo i mezzi fossero dappertutto identici. Sappiamo quale importanza abbiano le istituzioni, i costumi, le tradizioni di vari Paesi». E perciò riteneva che nei Paesi più avanzati «i lavoratori possono raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici».

Sul piano politico, in Italia non resta pressoché nulla del pensiero critico di Marx. E delle conquiste storiche del movimento operaio, che a quel pensiero e a quella prassi si ispiravano. È significativo il fatto che di pari passo viene cancellata la memoria della lotta antifascista, e di ciò che ha significato pCopertina de "La rivoluzione del nostro tempo"er l’Italia l’abbattimento del fascismo con la conquista della Costituzione, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica.

Eppure, sebbene se ne sia perduta la consapevolezza, questa Costituzione progettuale, un progetto inedito di nuova società, è il disegno più alto di liberazione umana raggiunto in Europa. Il risultato di una convergenza originale del pensiero d’ispirazione marxista del Pci e del Psi di allora e di quello d’ispirazione cristiana dei cattolici democratici della Dc, cui ha concorso anche il pensiero liberale nel campo del diritto civile. Un progetto senza precedenti, al quale il Partito comunista di Gramsci e Togliatti ha contribuito in modo decisivo con la strategia della democrazia progressiva, in cui si sostanziava la via italiana al socialismo.

In questa fase di crisi organica del sistema del capitale, il progetto della Costituzione non è una reliquia del passato, bensì una bussola per avventurarsi nel futuro. Salvaguardando e mettendo in opera i punti cardinali, e aggiornando il percorso in quei territori che ai padri costituenti erano ancora sconosciuti, come la crisi climatico-ambientale o la rivoluzione digitale. Ma mantenendo ferma la rotta innovativa sull’asse della libertà e dell’uguaglianza. E lottando perché i principi fondamentali che segnano la rotta, in gran parte inattuati, diventino realtà. «Intorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale», ha osservato papa Francesco. Perciò «togliere lavoro alla gente o sfruttare la gente (…) è anticostituzionale». Ma l’appello non è stato raccolto.

Il fondamento del lavoro è una precisa scelta di campo. Significa che, nella dualità capitale-lavoro e nel conflitto che la caratterizza, la preminenza spetta alle persone che per vivere devono lavorare, non ai detentori del capitale. Il proprietario cittadino, posto a fondamento della democrazia liberale, lascia il posto al lavoratore cittadino. Un principio che equivale a una conquista storica, reso esplicito dall’articolo 3. Dove, come sappiamo, premesso che tutte e tutti sono uguali davanti alla legge, si stabilisce che la Repubblica rimuove gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza, e quindi «impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In altre parole, per costruire una democrazia effettiva, fondata sulla partecipazione di chi lavora e nella quale le lavoratrici e i lavoratori possano farsi classe dirigente, non basta intervenire nella sfera distributiva della ricchezza, occorre porre mano al rapporto di produzione, ovvero al rapporto di proprietà. È il principio dell’uguaglianza sostanziale. Senza di che la libertà diventa un mito irraggiungibile.

Ne deriva che, al fine di conquistare la piena occupazione indicata nell’articolo 4 e di porre in atto la fitta trama dei diritti sociali, nei quali si sostanzia l’uguaglianza e la libertà di ogni persona, è sì indispensabile che tutti concorrano alle spese «in ragione della loro capacità contributiva» secondo «criteri di progressività» (art.53). Ma in pari tempo occorre conformare la proprietà e l’iniziativa economica in modo tale da consentire la concreta attuazione delle finalità sociali.

Parliamo, in sintesi, della «tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni»; della parità di trattamento economico tra uomini e donne; di «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro», comunque sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa» con riposo settimanale e ferie retribuite. E inoltre del diritto alla tutela della salute, alla pensione, all’assistenza sociale. Nonché, «per i capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi», del diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi, dopo l’istruzione di base gratuita per tutti. Ricordo anche che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Di conseguenza, per conseguire tali finalità insieme alla piena occupazione, non è previsto il monopolio della proprietà capitalistica privata. Chiarito che «la proprietà è pubblica o privata» e che «i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati», si stabilisce: che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art.41); che alla proprietà privata vengono posti limiti per assicurarne la funzione sociale e l’accessibilità a tutti (art. 42); che è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori e di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia e a situazioni di monopolio (art. 43). Si tratta di scelte e disposizioni in linea con gli articoli successivi riguardanti il limite alla proprietà terriera e l’uso razionale del suolo, la funzione sociale della cooperazione, la tutela del risparmio e il controllo del credito. Nonché il diritto dei lavoratori a collaborare nella gestione delle imprese.(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

III

 

Sarebbe necessario assumere l’intero impianto costituzionale come riferimento per un ampio e articolato movimento di massa con concreti obiettivi di cambiamento. Avendo ben chiaro che l’ordinamento istituzionale non si difende se non si lotta per l’occupazione e per l’attuazione dei diritti sociali che attengono alla vita delle persone. E muovendo dalla consapevolezza, oggi oscurata, che la conquista storica della Costituzione del 1948 rovescia a vantaggio della classe lavoratrice il tradizionale paradigma del conflitto tipico delle democrazie liberali, fondate sul dominio del mercato.

La Carta che regola il patto tra gli italiani non cancella e non sanziona il conflitto tra le classi. Al contrario, lo riconosce, e ponendolo sul terreno dello sviluppo della democrazia lo tutela come strumento per la conquista dell’uguaglianza sostanziale e della libertà. Decisivi sono i rapporti di forza. Ma chi lotta per il lavoro e per i diritti ha dalla sua parte la Carta, al contrario di chi sfrutta il lavoro e calpesta i diritti. Questo è il senso di una conquista storica, che consente una rivoluzione per via democratica e costituzionale, la rivoluzione del nostro tempo.

Copertina del libro "Costituzione e Rivoluzione"Le lavoratrici e i lavoratori, oltre alla libertà sindacale e al diritto di sciopero, condizioni essenziali per potersi dichiarare liberi, con la Costituzione conquistano il diritto di farsi classe dirigente, associandosi in partito politico «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», come recita l’articolo 49. Sappiamo che la vecchia forma partito è in crisi e non è ripetibile. E tuttavia nessun cambiamento reale appare possibile, al di là di movimenti imprevedibili come quello delle sardine, senza una libera associazione delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro secolo, che si organizzano e impiegano le più avanzate acquisizioni della scienza e della tecnica nella lotta contro lo sfruttamento di sé e della natura.

Nell’insieme, dalla Costituzione emerge un quadro inedito dell’assetto economico-sociale e politico-culturale in movimento, nel quale il pluralismo delle forme di proprietà e la presenza di una economia mista in funzione dell’utilità sociale, valorizzando il lavoro, consentono in pari tempo la valorizzazione della persona. Si configura in tal modo una relazione unica, del tutto originale e ricca di implicazioni per il presente, tra individualità e solidarietà, tra persona e classe sociale, tra impresa e società, tra economia e ambiente naturale, che dà alla Costituzione italiana il respiro di un disegno strategico di grande portata non solo per questo Paese, ma per l’Europa e il mondo.

Nati nella specificità della lotta antifascista in Italia, i principi e i diritti costituzionali che ho ricordato, insieme al ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali», assumono un valore universale nella diversità dei percorsi storici di ogni Paese. E possono essere la trama su cui costruire una piattaforma per la lotta di liberazione dalla dittatura del capitale non solo in Italia ma nell’intera Europa, Se l’obiettivo è la conquista di una civiltà più avanzata, questa Costituzione, che già contiene elementi di socialismo, indica la strada.

 

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

*Testo della relazione al convegno sul tema: «A trent’anni dal crollo del muro di Berlino. La fine della sinistra, la crisi del capitalismo e l’esigenza di un nuovo socialismo», promosso da Futura Umanità-Associazione per la storia e la memoria del Pci in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza. Roma, Villa Mirafiori, 7 febbraio 2020

 

 La registrazione video dell'intervento

 


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Ignorato il congresso del Partito del socialismo europeo a Madrid

PSE a Madrid 350 minLe assise socialiste (PSE) si sono svolte venerdì e sabato scorsi. Varato il Manifesto programmatico per le prossime elezioni dell’Europarlamento. Manca la discontinuità con il recente passato.
di Aldo Pirone - “la Repubblica”, si sa, si definisce un giornale progressista, in prima fila nella battaglia contro l’assalto sovranista all’attuale Unione europea. Non passa giorno in cui nel quotidiano di via Cristoforo Colombo non c’è un “vade retro” contro i nazionalisti-sovranisti-xenofobi domestici ed europei e, di contro, l’esaltazione d'improbabili salvatori, tipo Macron (della Merkel non se ne parla più perché in uscita) e, si parva licet, l’incredibile Calenda, in grado di fare argine agli Orban, ai Kaczyński, ai Salvini, alla Le Pen e camerati al seguito. E non c’è domenica, ovviamente, in cui nei suoi articoli di fondo, sempre più prolissi quanto sconclusionati, l’ex nonno di Renzi, Eugenio Scalfari, il vate e fondatore del giornale, non lacrimi sul destino cinico e baro che vede i barbari alle porte di Strasburgo e Bruxelles, passando per Parigi, Roma, Varsavia, Budapest, Praga, Berlino ecc.

Ho sfogliato e risfogliato per tre giorni questo giornale campione di europeismo per leggere qualcosa sul Congresso svoltosi venerdì e sabato scorsi a Madrid del Partito socialista europeo in cui è stato presentato il Manifesto programmatico per le prossime elezioni di maggio dell’europarlamento. “Zero tituli”, zero commenti, zero informazioni. Evidentemente il Pse non fa notizia, nel bene o nel male, per il quotidiano discendente, tramite, Scalfari, dai Fratelli Rosselli.

Per la verità “la Repubblica” del nuovo direttore Carlo Verdelli non è il solo grande organo d’informazione ad aver “bucato” la notizia del Congresso dei socialisti europei, per altro non improvvisa e nota da tempo. Sta di fatto che l’avvenimento non è all’attenzione di quasi nessuno. Sia per l’estrema provincialità della politica italiana, sia perché a dominare nei mass media il dibattito sull’Europa qui da noi, finora, sono le sbruffonate propagandistiche dei sovranisti di destra contrapposte ai flebili lagni delle élite moderate semi sovraniste che si sforzano di chiamare a raccolta per difendere la loro Europa. Senza alcuna consapevolezza da parte di costoro – anche perché ripropongono le stesse ricette avvolte in una spessa nube di retorica - che sono stati proprio essi che hanno aperto la strada ai nazionalsovranisti, alzandogli le vele con la loro politica economica fondata sull’austerità neoliberista. I partiti socialisti europei sono stati subalterni a codeste élite moderate delle proprie borghesie nazionali e si sono malinconicamente avviati, chi più chi meno, verso un disonorevole declino elettorale, culturale e organizzativo.

Le prossime elezioni europee potevano essere l’occasione per invertire questa tendenza, per sottoporre le proprie subalternità passate a un'autocritica spietata e quindi aManifesto PSE ricominciare a far squillare le trombe di un socialismo che mette al centro del proprio programma il rifacimento dell’Europa nel segno del federalismo e della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale, per farne un soggetto che sappia essere all’altezza di un mondo che si va facendo tripolare fra gli Sates di Trump, l’eterna Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Invece non sembra che si sia colta questa esigenza e quest'occasione. Inoltre ci si è messa di mezzo pure una certa sfortuna nella scelta della location. Il Pse per le proprie assise aveva scelto Madrid, che era uno dei pochissimi posti dove un partito socialista era ancora al governo nel nostro continente. Poi anche il governo Sanchez è entrato in crisi e il premier socialista ha annunciato elezioni anticipate nelle quali, a quanto sembra, solo un miracolo potrebbe evitare la vittoria della destra con dentro di sé la nuova componente, Vox, sovranista, nazionalista e xenofoba. Una destra a tre punte (Pp, Ciudadanos e Vox) mentre a sinistra ancora non è noto se e come intendano unirsi per contrastare il pericolo.

Una lettura del manifesto evidenzia che il Pse avanza proposte concrete, sociali ed ecologiche, anche giuste in sé “per fare in modo che gli interessi economici non danneggino l'ambiente". Sul piano sociale i socialisti dell'Ue propongono: salario minimo europeo dignitoso in tutti i paesi; istituzione di un budget proprio per l’Eurozona; la creazione di un’autorità contro il “dumping sociale” che contrasti la concorrenza al ribasso sul costo del lavoro; un’assicurazione europea per la disoccupazione; un piano europeo di investimenti di lungo periodo; una tassazione sui profitti che eviti i paradisi fiscali nell’Unione (Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Malta). Sul piano ecologico puntano alla realizzazione di “un "fondo di transizione per sostenere con un giusto equilibrio sociale l'agenda per lo sviluppo sostenibile dell'Onu e i suoi obiettivi per il 2030" e “un rinnovamento dell’industria europea, con l'obiettivo di un’Europa leader nelle energie rinnovabili e climaticamente neutrali al massimo entro il 2050. Per ciò che riguarda la nota dolente dell’immigrazione, i socialisti propongono di "Aprire canali sicuri e legali di ingresso nell'Ue, sostenere le capacità di protezione nelle regioni adiacenti (da intendersi nord Africa, n.d.r.), combattere le cause dell'immigrazione inclusi i cambiamenti climatici". Per quanto riguarda, infine, le Istituzioni europee si propongono di superare il “metodo semestrale” di governo europeo e di favorire la partecipazione democratica. Tutti buoni e ottimi propositi.

Che cosa manca dunque? Manca l’essenziale. Manca una critica e un’autocritica severa e spietata sugli errori commessi in questi ultimi due decenni di subalternità al neoliberismo. Manca l’obiettivo di una rifondazione dell’Europa come soggetto sovranazionale e federale con adeguate Istituzioni democratiche. Manca il nesso fra federalismo sovranazionale, giustizia sociale e ambientale. Manca l’obiettivo di mettere alla base della nuova costruzione costituzionale europea quel sistema di valori democratici, sociali e progressisti che metta fuori della porta chi a quei valori non aderisce. Manca, in sostanza, la discontinuità. Un deficit, questo, evidenziato dall’aver scelto come candidato Presidente alla Commissione europea quel Frans Timmermans che ne è stato vicepresidente, sotto Junker, nell’ultima legislatura dominata dalla politica economica dell’austerità dettata dalla Berlino di Frau Merkel.

Senza un approccio visibile di discontinuità nelle proposte e negli uomini, l’obiettivo del superamento delle politiche di austerità, che pure viene enunciato, così come tutti gli altri obiettivi di giustizia ed eguaglianza dei diritti, diventa una presa in giro.

Al manifesto manca, dunque, l’anima del socialismo internazionalista. Un’anima che sarebbe pure nelle corde del socialismo europeo se non fosse stata devitalizzata nell’ultimo ventennio dal blairismo che ha costretto i socialisti a un progressivo declino. E tutto ciò non può essere coperto dal canto di “Bella ciao” da parte dei delegati e il grido “No pasaran” rivolto ai nazionalsovranisti, come riporta la cronaca del cattolico L’Avvenire; fra i pochi giornali, insieme all’Huffington post, a essersi occupato delle assise socialista di Madrid.
“Bella ciao” potrebbe essere, ironicamente, rivolto all’Europa.

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21 agosto '68. Stop al socialismo e al nuovo corso di Alexander Dubček

Praga 21ago68 350 250 mindi Ermisio Mazzocchi  - La Cecoslovacchia ha ricercato un via originale per il socialismo e il nuovo corso, avviato da Alexander Dubček con un programma d’azione che afferma il riconoscimento della libertà politica, culturale e sindacale, la separazione tra partito e governo, la parità tra le diverse componenti etniche del paese, non è condiviso dal PCUS. Si teme la rivendicazione di una piena autonomia che potrebbe portare gli Stati che fanno parte dell’area socialista e del Patto di Varsavia a un distacco dall’URSS. I rapporti tra il partito comunista cecoslovacco e il PCUS si aggravano, mentre il PCI afferma la propria solidarietà al processo di rinnovamento democratico della società socialista cecoslovacca. La situazione precipita nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, con l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che suscita da più parti contestazioni violentissime e una crescente protesta popolare. A Praga il 16 gennaio il giovane studente di filosofia di 21 anni, Jan Palach si dà fuoco per protestare contro l’occupazione. L’8 febbraio 1969 un altro studente di 29 anni, Yan Zajic lo segue. Il 17 aprile 1969 Gustav Husák è eletto, su forte pressione sovietica, come segretario del partito comunista cecoslovacco, al posto di Dubček. Inizia il periodo di “normalizzazione”, che porterà nel 1970 alla definizione di un documento del Comitato centrale cecoslovacco, nel quale viene ufficialmente condannata la politica di Dubček definita controrivoluzionaria. Il XIII Congresso del partito comunista cecoslovacco sancisce la definitiva conclusione della “Primavera di Praga”.

A distanza di soli due giorni dall’invasione (23 agosto 1968) la Direzione nazionale del PCI esprime il proprio “dissenso” e la prppria “riprovazione” per l’intervento militare, affermando che “non è consentito in nessun caso commettere violazione dell’indipendenza di ogni Stato”. Per di più questo avvenimento blocca il dialogo tra la Chiesa e il mondo comunista. Il documento “De dialogo cum non credentibus”, definito il 28 agosto, sette giorni dopo la tragedia di Praga, sarà pubblicato dopo due mesi e verrà in futuro totalmente ignorato. In Italia si accende un durissimo confronto, a volte usato in modo strumentale, tra le forze politiche. Ne è espressione il dibattito che si svolge alla Camera dei deputati.

I dirigenti del PCI, a differenza di quanto era avvenuto ai tempi dell’invasione dell’Ungheria, condannano in modo inequivocabile la scelta del PCUS. Il PCI si avvia verso un cambiamento della propria linea politica, non solo per una sempre maggiore autonomia dall’Unione sovietica ma, cosa più importante, ritiene necessario sciogliere sia l’Alleanza Atlantica sia il Patto di Varsavia, riconoscendo all’Europa un ruolo essenziale per mantenere la pace. La scelta europeista del PCI comporta l’accettazione del Mercato Comune Europeo. Si dà impulso alle trattative politiche europee, in particolar modo con il SPD di Willy Brandt.

Sebbene il PCI esprima in diversi documenti il “profondo e schietto rapporto che unisce i comunisti italiani all’Unione sovietica”, gli avvenimenti cecoslovacchi aprono, di fatto, un solco tra il PCI e il PCUS da cui ha inizio una lenta marcia del partito comunista verso lo “strappo” e il definitivo distacco. Un tema esaminato in un eclatante articolo di Berlinguer su “Rinascita” in cui il partito comunista pone la questione della democrazia, della libertà dei popoli, della loro autodeterminazione. Una posizione largamente condivisa dai gruppi dirigenti delle Federazioni provinciali e sostanzialmente dall’intero partito nonché dall’organizzazione dei giovani comunisti (FGCI), schierati sulle scelte fatte dalla Direzione nazionale nel Comitato centrale del 27 agosto 1968.

 

Anche il PCI di Frosinone si mobilita. Il 2 e il 3 settembre 1968 la segreteria provinciale convoca il Comitato Federale e la Commissione Federale di Controllo per discutere la situazione della Cecoslovacchia. Seppur con qualche distinguo, le decisioni della Direzione nazionale sono accettate.
Nella relazione del segretario Arcangelo Spaziani, traspare una nota di disagio e di emozione per quanto sta avvenendo, che si fa più evidente quando afferma che “questo doloroso avvenimento ci ha colpito tutti nei sentimenti più profondi”. C’è nei diversi interventi grande convinzione che i partiti comunisti debbano avere piena autonomia nella scelta di strategie per il socialismo, perché non vi possono essere principi immutabili nella lotta per il socialismo. In maniera netta Giuseppe Cittadini afferma che “la decisione della Direzione è la logica conseguenza della linea politica del PCI e il prestigio dell’URSS riceve un brutto colpo. Le vie nazionali al socialismo sono un principio irrinunciabile”. Altri condannano l’Unione Sovietica affermando che il gruppo dirigente dell’URSS ha commesso un errore politico e il PCI deve continuare sulla via dell’autonomia. Alcuni mostrano più cautela nella valutazione dei fatti cecoslovacchi, e sostengono che “non bisogna cadere nell’antisovietismo e bisogna tenere conto che l’Unione sovietica dà un grande aiuto ai movimenti di liberazione” così che qualcuno giudica affrettato il comunicato dell’Ufficio politico e che “i sovietici intervenendo hanno salvato il socialismo”. La vivacità e la passione del dibattito rivelano la ricerca di motivazione politiche convincenti tanto da affermare che “le ragioni dell’intervento non stanno in un errore di valutazione dell’URSS, ma in un volere fermare il nuovo corso cecoslovacco e la posizione del PCI non è opportunistica”. Ma c’è chi si spinge molto oltre convinto che occorre accentuare le critiche alla mancanza di sviluppo della democrazia in URSS, dove ha vinto il “burocratismo” e che la nostra identità non deve essere “un limite alla nostra critica all’URSS”. Il PCI, sostengono alcuni, deve fare sentire di più “la sua riprovazione”, perché “l’intervento sovietico ha rappresentato un pericolo di guerra”.

Tutto il dibattito insomma è percorso da una ricerca delle ragioni di quanto è avvenuto. Si mettono a dura prova le proprie convinzioni cosicché Mario Brighindi esprime con passione il suo pensiero con molta saggezza: “più volte mi sono domandato se i compagni sovietici hanno perduto il senno. Ma allo stesso modo la tempestiva presa di posizione del nostro Ufficio politico non poteva essere diversa, seguendo la logica di tutta la strada percorsa in questi ultimi anni dal PCI”.
Ed è su questo punto che si concentra la conclusione di Mario Berti della Segreteria Regionale. L’intervento sovietico, secondo Berti, non è giustificabile, in quanto non erano in pericolo le basi del socialismo. La posizione del PCI nasce dalla sua elaborazione “teorica e di principio” che scaturisce dal memoriale di Yalta; dalla “via italiana al socialismo” elaborata all’VIII Congresso nazionale; dal sostenere i valori di una democrazia socialista. Avrebbe dovuto suscitare sorpresa - continua il dirigente regionale - se il PCI avesse preso una posizione contraria a quella attuale ed è altrettanto chiaro che non bisogna avere un atteggiamento fideistico nei confronti dell’URSS e degli altri Stati socialisti, perché, riportando un’argomentazione che è alla base del nuovo corso del Partito comunista italiano, il socialismo non si identifica con gli Stati socialisti, ma deve essere rafforzato l’internazionalismo con un contributo del PCI, per un nuovo e diverso rapporto con gli altri partiti comunisti, in un’azione che deve portare al "superamento dei blocchi".
Il Comitato Federale si conclude con l’approvazione di un documento di condanna. Questo il testo.

 

«Il Comitato federale e la Commissione federale di controllo della Federazione comunista di Frosinone, dopo ampio e appassionato dibattito
approvano la posizione assunta dall’Ufficio politico, dalla Direzione e dal Comitato centrale del nostro partito di grave dissenso e riprovazione per l’intervento militare dell’Unione sovietica e degli altri quattro paesi del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia.
- si associano all’augurio rivolto dal C.C. e dalla C.C.C. al popolo e ai comunisti cecoslovacchi acché possano “portare avanti con il pieno recupero della loro indipendenza e libertà d’azione, il processo di rinnovamento democratico e di consolidamento della società socialista”, così come sono convinti che il ritiro delle truppe e il rapido ripristino della normalità in Cecoslovacchia è “oggi il passo che innanzitutto occorre compiere perché i rapporti tra i Paesi socialisti possano condurre, sulla base dell’eguaglianza e del rispetto dell’indipendenza e della sovranità di ogni Stato, a un miglioramento della collaborazione in tutti i campi e a un reale rafforzamento dell’unità.

Il C.F. e la C.F.C. ritengono che, nella presente difficile situazione, impegno principale dei comunisti italiani debba essere quello della ricerca dell’unità del movimento operaio e comunista mondiale e, coerentemente con le nostre posizioni espresse più volte nell’ambito della precisa collocazione internazionalista del PCI, a dare il loro contributo perché si costruiscano nuovi rapporti fra tutte le forze socialiste e progressiste e a portare avanti sempre più rapidamente il processo di rinnovamento aperto dal XX Congresso.

Il C.F. e la C.F.C., nel concordare con il C.C. e la C.C.C. che l’autonomia dell’elaborazione e delle scelte politiche, la costante ricerca di una via italiana di accesso e di costruzione del socialismo sono per il PCI la forza concreta, irrinunciabile della sua presenza e partecipazione in un movimento che vuole spezzare nel mondo la prepotenza aggressiva dell’imperialismo che vuole rompere la logica delle divisioni nei blocchi militari e politici contrapposti, che vuole scuotere il peso intollerante dell’oppressione, dello sfruttamento, della morte per fame che grava ancora su tanta parte dell’umanità, che vuole avanzare sulla strada del socialismo;
- raccolgono l’appello del C.C. e della C.C.C. a impegnare tutto il partito a respingere e battere la campagna anticomunista scatenata da coloro che non possono dare nessuna lezione di moralità per avere approvato l’aggressione contro il popolo del Vietnam e gli altri crimini dell’imperialismo nel mondo e che sostengono la presenza di truppe e di basi straniere nel nostro territorio; a prendere tutte quelle iniziative perché nell’ambito della nostra linea internazionalista di solidarietà con la Cecoslovacchia, di amicizia con l’Unione Sovietica e con tutti i paesi socialisti vada avanti e si rafforzi la lotta per la pace, contro l’atlantismo, per il superamento dei blocchi, ricercando tutte le possibili forme di collaborazione e incontro tra le forze di sinistra, socialiste e cattoliche per andare avanti verso il rinnovamento democratico e il socialismo” .

La repressione della ‘Primavera di Praga’ impedisce di avviare in Cecoslovacchia la riforma del “socialismo reale”. Nonostante la sua condanna dell’aggressione, il PCI non arriva alla rottura con il PCUS sia per i condizionamenti ideologici e storici, che per il clima della guerra fredda in atto. La divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi contrapposti obbliga il PCI ad allinearsi con il mondo socialista, perseguendo una sua peculiare politica a sostegno dei partiti socialisti “non allineati”, dei movimenti di liberazione e dei nuovi Stati del Terzo Mondo.

Il PCI, nella piena consapevolezza della sua autonomia e della sua diversità, costruisce una politica che, riconoscendo la pluralità dei partiti, il valore delle istituzioni democratiche e rappresentative, l’autonomia delle organizzazioni sociali, si propone di realizzare un socialismo democratico, seppur condizionato fino alla fine degli anni ´80 dalla sua formazione ideologica originaria e dalla sua storia. Ed è proprio questo percorso intrapreso dopo il 1968 che consente al Partito comunista italiano di affrontare avvenimenti drammatici per il paese in modo nuovo rispetto al periodo del dopoguerra e con l’obiettivo di superare momenti difficili per la democrazia repubblicana.»

 

 

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Karl Marx: il bicentenario

Karl Marx 1 460 minIn occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx (Treviri, 5 maggio 2018) pubblichiamo un capitolo del libro di Paolo Ciofi La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, in uscita nei prossimi giorni per gli Editori Riuniti.

 Marx e la dittaura del capitale

Nonostante la ricerca di fantasiose e accattivanti denominazioni volte a occultarne la natura, la società in cui viviamo ha un nome che la definisce con chiarezza: si chiama capitalismo. Capitalismo perché è il capitale che dà a questa formazione economico-sociale il soffio della vita, ed è il propulsore che la spinge e la diffonde nel mondo. Ma cos’è il capitale? La domanda ci porta ai fondamenti, e proprio per questo è quanto mai attuale. È una cosa? Un insieme di merci, di macchinari e di materie prime? Un algoritmo? Un accumulo di titoli e mezzi finanziari ben nascosti nei paradisi fiscali con un semplice click?
 
Prima di tutto – come ha messo in chiaro Karl Marx al cui pensiero bisogna tornare per avviare un nuovo inizio – il capitale è un rapporto sociale ben definito e storicamente determinato, fondato sulla divisione degli esseri umani in due classi contrapposte: tra chi è proprietario dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio che usa per ottenere un profitto e chi è proprietario delle proprie abilità fisiche e intellettuali, la forza-lavoro che vende in cambio dei mezzi per vivere: lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà è dunque la sua caratteristica inconfondibile.
 
Questo è il fondamento della società in cui viviamo. Un dato di realtà confermato da un intero percorso storico durante il quale il capitale si è mostrato con sembianze diversificate e imprevedibili, e il capitalismo ha subito continue mutazioni ma sempre fondandosi sullo sfruttamento del lavoro, che a sua volta ha assunto forme mai uguali e se stesse. Nella «immane raccolta di merci» che caratterizza il modo di produzione capitalistico nella fase della rivoluzione digitale, la merce forza-lavoro non è stata cancellata, al contrario si è generalmente diffusa. Una merce particolare, il cui uso in cambio dei mezzi per vivere genera per chi la compra un valore superiore al suo costo, un plusvalore determinato dal lavoro non pagato. È il cuore del capitale, poiché il plusvalore misura il grado di sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori, da cui hanno origine il profitto e l’accumulazione capitalistica.
 
Lo sfruttamento umano, quindi, non è un’anomalia o una “asimmetria” del capitalismo degenere del nostro tempo, come sostengono alcuni economisti liberal e anche coraggiosi esploratori ed esploratrici delle forme più aberranti di precarietà e di disoccupazione che ci propongono un ritorno al passato, bensì la condizione di normale esistenza e riproduzione del capitale, ovviamente in forme diverse e di diversa intensità che nella sostanza dipendono dai rapporti di forza tra le parti. Deve essere però chiaro che senza il lavoro da sfruttare il capitale cesserebbe di esistere. E senza le lavoratrici e i lavoratori che generano plusvalore il capitalismo sarebbe condannato a morte certa.
 
Ma, osserva Marx, «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza». Se consideriamo la «ricchezza reale», vale a dire i beni d’uso necessari al soddisfacimento dei bisogni umani, allora ci accorgiamo che la natura è la fonte di tale ricchezza effettiva «altrettanto quanto il lavoro». Anche per questa ragione va salvaguardata e tramandata ai posteri migliorata, evitandone la privatizzazione che sarebbe una vera assurdità, «come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo». Per altro verso, essendo il lavoro un processo insopprimibile, e in perenne mutamento, di interazione degli esseri umani con l’ambiente naturale, non è pensabile di poterlo sopprimere per salvaguardare la natura. È invece necessario controllare come, con quale intensità, in quali forme e per quali scopi il processo di interazione con l’ambiente naturale si riproduce, in modo da qualificare il lavoro e arricchire la natura.
 
Poiché il fine cui è sottomesso l’intero l’ordinamento dell’economia e della società imposto dal capitale consiste nell’incremento indefinito del profitto privato, ovvero nell’estrazione del massimo profitto dal lavoro e dalla natura, risulta allora evidente che il sistema può reggersi solo su un meccanismo unico di sfruttamento degli esseri umani e dell’intero ambiente naturale. Perciò è pura fantasia ritenere che si possa salvaguardare la natura senza mettere in discussione il capitale, nel suo scopo e nel rapporto sociale che lo rende possibile.
 
In un mondo sempre più deturpato e inquinato, instabile e corroso dalla povertà, percorso dai rischi di una guerra totale, si riduce il tasso di libertà e la disuguaglianza cresce. È l’effetto della straordinaria potenza distruttiva del capitale, incapace di soddisfare bisogni umani emergenti che non generino immediatamente profitto. Non i bisogni reali della comunità ma solo quelli solvibili, espressi in domanda pagante valida per incamerare il profitto, vengono presi in considerazione in questa società. In altri termini, la produzione capitalistica non considera la domanda sociale complessiva, ma solo quella di chi paga ed è riconosciuto dal mercato. Emerge così in modo clamoroso il paradosso del capitale, per cui, in presenza di una crisi da sovrapproduzione per difetto di domanda pagante, si assiste in pari tempo al diffondersi della povertà in conseguenza di bisogni reali insoddisfatti.
 
La crisi del sistema non è un malaugurato accidente, o un colpo a tradimento del destino cinico e baro. È insita nella natura stessa del capitale, nel rapporto di produzione che gli dà il soffio della vita e al tempo stesso ne condiziona l’esistenza. Il capitale entra in crisi se non comprime i salari per alzare i profitti; ma i bassi salari comprimono il potere d’acquisto e riducono la domanda pagante, e quindi impediscono la realizzazione dei profitti. Il capitale vittima di se medesimo? In questo senso sí. La storia del capitalismo è la storia delle sue crisi e dei tentativi, talora geniali e imprevedibili, di attenuare e superare questa contraddizione insuperabile del capitale che è la condizione della sua stessa vita.
 
Perciò cercare l’origine delle crisi del sistema nella sfera dei consumi e della finanza, o nello “squilibrio” della ripartizione dei redditi e della ricchezza, è un esercizio che non porta lontano. Questa è precisamente la ragione per la quale, non avendo indagato sulla natura del capitale e sul suo funzionamento, gli economisti si sono confermati emissari di una «scienza triste», se non di una pretenziosa apologia, che non ha previsto né prevenuto – perché non poteva farlo – la crisi in cui siamo precipitati.
 
Decisiva rimane la visione che si ha del capitale. Infatti, se si assume che il capitale non è una “cosa”, materiale o immateriale, bensì un determinato rapporto di produzione sociale nel quale, a fronte di una minoranza di proprietari che monopolizza le condizioni tecnologiche e strumentali, finanziarie e naturali del processo produttivo, sta una maggioranza di lavoratrici e di lavoratori che monopolizza solo il possesso della propria forza-lavoro, allora dovrebbe risultare comprensibile anche agli economisti di chiara fama che la distribuzione del reddito e della ricchezza dipendono in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà. Ma la proprietà, nel tempo di grandiose conquiste della scienza e della tecnica, invece di essere socializzata e distribuita, è stata massimamente concentrata nelle mani di pochi proprietari universali. Ed è tornata a essere sacra e inviolabile come un dogma indiscutibile della fede.
 
Nelle mani dei detentori del capitale le innovazioni scientifiche e tecniche servono per accrescere i profitti attraverso l’intensificazione del lavoro, il prolungamento della giornata lavorativa, la riduzione del numero degli occupati. Nell’insieme, la quota degli investimenti destinata ai salari, ossia alla riproduzione della forza-lavoro generatrice del plusvalore, tende a decrescere rispetto alla quota investita in macchinari e strumenti di lavoro. Ciò fa sì che tendenzialmente si riduca il saggio del profitto, che è il rapporto tra il plusvalore e la totalità delle risorse investite nel processo della produzione. Storicamente diminuisce non la quantità dei profitti, bensì il livello di remunerazione del capitale rispetto all’ammontare complessivo degli investimenti.
 
Il segnale è chiaro: il rendimento del capitale cala. Un segnale indiscutibile della perdita di efficienza del sistema. Una tendenza pienamente confermata, contro la quale lottano con tutti i mezzi i moderni proprietari universali e la classe dirigente che li rappresenta. Ma il rapporto di produzione capitalistico, che si identifica con il rapporto di proprietà, è conformato in modo tale che gli stessi fattori messi in atto per contrastare la caduta del saggio dei profitti e la sostanziale stagnazione del sistema generano, a loro volta, nuove contraddizioni e conflittualità. Lo stato di crisi tende a coincidere con lo stato di normalità, e l’equilibrio del sistema con una condizione di eccezionalità piuttosto casuale. Come accade con la finanziarizzazione e la digitalizzazione nella fase del dominio globale del capitale.

di Paolo Ciofi

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Socialismo domani

sinistra 350 260In questa sezione, "Il Partito che vorrei", qualche giorno fa Ivano Alteri apri un dibattito con un articolo dal titolo "Una proposta al Psi" partendo dalla necessità di impedire la "desolante deriva [che] rischia di portare effettivamente all'estinzione lo stesso seme dell'ideale di sinistra: l'Uguaglianza". Oggi, Vincenzo Iacovissi, socialista, membro della direzione nazionale del Psi, dice la sua sull'argomento con questo lavoro che ha intitolato "Socialismo domani".

di Vincenzo Iacovissi - Si discute, da almeno un ventennio, su cosa sia diventata la sinistra italiana, e sulle possibili misure da intraprendere per cambiare il corso di una storia gloriosa che, purtroppo, risulta oggi minoritaria nella coscienza collettiva.
In tutta Europa, le forze di matrice socialista e progressista arrancano sotto il peso della crisi più profonda degli ultimi secoli, che riscrive paradigmi economici e rapporti sociali, portando con sé una sfiducia generalizzata sul futuro. Una cornice di questo genere non è di certo il substrato ideale per il prosperare di movimenti basati sui valori della libertà, dell'uguaglianza delle opportunità e della giustizia sociale.
Sarebbe molto più semplice, infatti, trincerarsi dietro i nuovismi dilaganti nel paese, fondati spesso su una vacuità di riferimenti culturali e interamente orientati al pragmatismo.
È un fatto notorio che nella situazione attuale l'elaborazione politico-culturale sia percepita come un orpello del passato, e quindi ad essa si preferiscano approcci vocati più alla "azione" che non al "pensiero", tradendo la massima "mazziniana" della politica intesa come sintesi di strategia e battaglia.
Purtroppo, la caduta del muro di Berlino non ha consentito alla sinistra italiana quella evoluzione che pure era prevedibile, ed ha quindi impedito la ricomposizione della frattura del 1921, con ciò ampliando l'asimmetria esistente tra il nostro paese e il resto delle democrazie occidentali, laddove il termine sinistra viene associato, dal dopoguerra ad oggi, a movimenti e partiti di ispirazione socialdemocratica. Così è avvenuto nei principali Stati, dalla Francia alla Gran Bretagna, passando per la Germania e financo per le democrazie più recenti, come Spagna, Portogallo.
In Italia, al contrario, la dicotomia delle "due sinistre" è rimasta tutta intera, ed ha avuto il suo culmine proprio nei fatti successivi al crollo del comunismo sovietico, che invece avrebbe potuto schiudere le porte alla riunificazione a sinistra del movimento operaio italiano.
Sappiamo che ciò non si è verificato, per diverse cause, e spesso per gli errori che i leader di entrambe le parti hanno compiuto in quel tornante decisivo, e drammatico, della storia repubblicana.
I decenni successivi, che ci hanno condotto sino alla contemporaneità, non hanno posto rimedio al problema, anzi, ne hanno enfatizzato le conseguenze negative, per la sinistra e soprattutto per gli italiani, con un partito socialista dapprima demonizzato e poi parzialmente "tollerato" ma solamente in una cornice di subalternità, ed una sinistra postcomunista egemonizzata dall'ossessione berlusconiana per elevarsi davvero a moderno soggetto politico nel campo progressista. Tutto ciò mentre il mondo mutava regole e visioni, rimettendo in discussione vecchie conquiste, con modifiche epocali nella condizione dei lavoratori.
Ebbene, definirsi di sinistra oggi, o meglio socialisti, vuol dire, a mio umile parere, anzitutto adoperarsi affinché i valori che ispirano la nostra azione siano capaci di adattarsi al mutato contesto, politico, economico e sociale, riscoprendo quella voglia di stupire e di lottare per la propria causa che caratterizzò i pionieri del movimento operaio italiano degli albori.
Detto in altri termini, attualizzare i nostri valori fondanti, per trasformarli in ricette idonee a fronteggiare le nuove sfide, conservando l'essenza del pensiero ma modificando approcci e strumenti di azione.
Ogni fase recessiva della storia contemporanea ha prodotto mutamenti irreversibili per i cittadini, e quella che stiamo vivendo ci restituirà un mondo diverso da come lo conoscevamo. Sicuramente peggiorato, e quindi da migliorare. In fondo, non è sempre stato questo lo scopo delle forze di sinistra?
Ebbene, per chi, come il sottoscritto, ritiene il socialismo essenziale per il miglioramento della vita delle persone, in particolare degli ultimi, questa è una sfida troppo affascinante per essere elusa. Il cammino sarà tortuoso e difficilissimo, ma vale la pena di continuare il viaggio, con zaini carichi di esperienza e qualche fardello, ma con una voglia matta di battere sentieri che conducano la comunità in un riparo sicuro e confortevole, prima che faccia buio.
La "politica delle cose" è nel nostro dna, con la libertà di guardare Avanti, perché se la storia ha emesso i suoi verdetti, quella da scrivere può e deve essere alla portata di chi non lascia, ma raddoppia. Buon viaggio.

Direzione nazionale PSI

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Un proposta al Psi

sinistra 350 260di Ivano Alteri - "In principio fu il Socialismo". Questa frase dal sapore biblico potrebbe essere il punto di arrivo della riflessione che andiamo sviluppando, individualmente e collettivamente, sulla crisi che attanaglia ormai da troppo tempo quell'ampia area politica che ci ostiniamo a chiamare Sinistra. Dopo tutti gli sbandamenti, gli arretramenti, le rese, i tradimenti, il Socialismo sembra l'unica stella in grado di indicare ancora una qualche direzione, per quanto offuscata dalla fitta nebbia. Ma quell'affermazione potrebbe anche essere il punto di partenza di un'altra riflessione che conduca invece fuori da questa atroce crisi; che opprime noi, è vero, ma con noi tutti gli uomini e le donne del nostro tempo.

Volendo riassumere, molto schematicamente come nostro solito, la storia della sinistra italiana, potremmo dire che essa consista in un lungo processo che partendo dall'unità l'ha vista marciare spedita verso la frammentazione, fino alla polverizzazione della sua struttura partitica e sociale, nonché politica. Di scissione in scissione è giunta, da una parte, a ridursi in un pulviscolo impotente di posizioni più o meno strampalate, assiomatiche, autistiche, paradossalmente a-critiche e impolitiche, desolatamente senza popolo, che, contrariamente ai proclami fondativi, sono sempre giunte tutte, con una sistematicità diabolica, verso la totale inefficacia politica. Dall'altra parte, si è trasformata in quelle forze che invece riescono in qualche modo a creare ancora una massa critica ai fini dell'efficacia politica, anch'esse prescindendo dal popolo con un certo piglio, ma che sono state trascinate, per volontà dei loro dirigenti o per loro insipienza, a servire pedissequamente il Capitale. Il tutto, con grave danno di coloro che tutte quelle forze dicevano di voler rappresentare: i lavoratori, la povera gente, il 99% della popolazione. Insomma: una politica di sinistra, frammentata, infondata teoricamente e senza popolo, o fallisce o tradisce.

Percorrendo a ritroso questo drammatico fenomeno, e ri-aggregando idealmente quel che è stato proditoriamente scisso, arriviamo ad una data e un evento fatali: il 21 gennaio 1921 e la Scissione di Livorno; la madre di tutte le scissioni a sinistra. Seguendo questo percorso, quel che è divenuto negli anni progressivamente disperazione, si ricompone via via in vivida speranza; anzi, fondata aspettativa. E allora a noi viene in mente che bisognerebbe ripartire da lì, e ci poniamo, molto ingenuamente, una domanda: è sanabile la Scissione di Livorno? O, ancor meglio: è superabile?

Noi siamo troppo piccoli per dare una qualche risposta a queste domande; ma non così tanto da non sapere che esistono persone e "luoghi" che invece sarebbero in grado di farlo, anche per noi. Queste persone e questi "luoghi", purtroppo, sono state progressivamente marginalizzate, con cura maniacale, dalla classe dirigente che ha diretto la varia sinistra negli ultimi decenni. Guidata probabilmente da una presunzione incontenibile, quella classe dirigente ha ritenuto che l'azione politica, la prassi, fosse rimasta l'unica via percorribile, di fronte a un mondo ormai avviato strutturalmente a trasformare i rapporti capitalistici in perenne condizione antropologica dell'umanità; e di potere... anzi di dovere, quindi, fare a meno degli strumenti d'analisi e degli obiettivi ideologici, la teoria, che fino ad allora l'avevano guidata; trasformando in questo modo la Politica, la teoria della prassi, in semplice amministrazione al servizio permanente effettivo del Capitale. Ciò che ne è conseguito, l'opportunismo, il carrierismo, l'amoralità, la corruzione, l'indecisione, il velleitarismo, l'inganno becero, il tradimento, da parte del uomo politico della sinistra, è produzione diretta, vorremmo dire necessaria, e non collaterale, di quel fenomeno.

Tale desolante deriva rischia di portare effettivamente all'estinzione lo stesso seme dell'ideale di sinistra: l'Uguaglianza. Questa pianta, già estirpata in gran parte del pianeta (ma non ancora in tutto), rischia di essere definitivamente sterilizzata, privando i posteri dei suoi potenziali effetti salvifici. Siamo cioè arrivati ad un punto cruciale, dove le possibilità di scelta si riducono al vivere o morire, culturalmente e politicamente, oltre che esistenzialmente. Il dovere di reagire con efficacia dovrebbe perciò assalire ogni coscienza che abbia a cuore la Persona Umana; maschio, femmina o sfumatura che sia. Non è certo questo il momento delle annose recriminazioni, dei fiumi di parole in cui è affogata la riflessione vera ed efficace, dei distinguo cavillosi degli seguaci di setta, né, tanto meno, dei cortigiani che ai giorni nostri hanno immiserito la politica fino a piegarla ai fini di un'imbarazzante carriera. Oggi è il tempo delle scelte coraggiose, difficili, complesse. Ma è proprio questo tipo di tempo che sa dove scovare il coraggio, la capacità d'analisi e di sintesi, anche quando sembra che non ve ne siano affatto.

Ma perché questo lavorio sopraffino sia, appunto, efficace, c'è vitale bisogno che esso sia perfettamente organizzato; e, perché lo sia, è necessario che esista un partito che lo concepisca, lo svezzi, e ne curi la crescita, fino a condurlo all'età adulta. A questo punto si ripropone l'affermazione iniziale: in principiò fu il Socialismo; che da punto di arrivo di una riflessione, potrebbe farsi punto di partenza per un'altra riflessione, dotata di una quantità di elementi straordinariamente maggiori rispetto alla disponibilità dei nostri avi politici, e una qualità di analisi certo più affinata dall'esperienza e dall'evoluzione del pensiero e della storia; che la porrebbe, quindi, ad un livello di gran lunga superiore.

Secondo questa nostra modesta riflessione, toccherebbe dunque ai socialisti, al Partito Socialista, l'onore e l'onere di questa nuova ripartenza. Se la sentono i socialisti, il Partito Socialista, di assumere questo ruolo? Sono in grado di riordinare il fagotto contenente tutti i nostri tesori comuni, riporselo sulle spalle, per riprendere insieme il cammino? Il 21 gennaio cadrà il 94° anniversario di quell'evento fatale: può essere quella l'occasione per compiere il primo passo sulla lunga strada del comune futuro?

Frosinone 17 gennaio 2015

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Togliatti e la via italiana al socialismo

Palmiro TogliattiIn occasione del 50° anniversario della morte di Palmiro Togliatti ci pare doveroso riproporne alcune pagine significative. Quello che segue è un lungo estratto dal Rapporto tenuto il 24 giugno 1956 al Comitato centrale del PCI.

Aldo Agosti nella biografia "Togliatti. Un uomo di frontiera" (Utet, 2003) sottolinea "l'ampiezza di respiro e la varietà di spunti che contraddistinguono il rapporto" che si colloca, in quello che è stato definito "l'indimenticabile 1956", tra il XX Congresso con il clamoroso "Rapporto segreto" di Chruščëv sui crimini di Stalin e l'invasione dell'Ungheria.

Il segretario del PCI e dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale "tenta di comporre in un quadro organico e coerente la sua concezione della « via italiana al socialismo".

Il testo è piuttosto lungo e lo abbiamo convertito in un file .pdf perché si possa scaricare, stampare e leggere con comodo. Clicca sul link che segue. pdf Togliatti: Via Italiana al socialismo (272 KB)

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