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E' un sasso nello stagno, per me

Analisi Opinioni Dibattitidialogo 350 min

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  1. Dialogo con Alteri
  2. Il respiro di riposo

Dialogo con Ivano Alteri

platone dialogo filosofia minLo scritto di Ivano Alteri “Un sasso nella Stagno” deve avere una ragion d’essere. La voglio ricavare dalla mia ottica di osservazione: Il travaglio di questo mondo in cui viviamo non tanto e non solo per l’aggressione di un virus quanto mai pericoloso e difficile da debellare, il covid 19 contro il quale lottiamo ogni giorno, quanto per un male ben più grave che gli preesiste: è l’ingiustizia sociale, giunta ad un punto tale di sofferente diseguaglianza che domanda nuove visioni di convivenza sociale e una nuova organizzazione di società. Questa richiesta di giustizia per la sopravvivenza dell’umanità è contrastata e ostacolata dalla resistenza immodificabile dell’attuale assetto che vede concentrato il 60% delle ricchezze nelle mani di un pugno di persone. (da IlSole24ore)

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari. Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara.

In Italia l'1% dei 'paperoni' possiede la ricchezza del 70% più povero. (fonti: IlSole24ore.com e AGI.com)

Penso che Ivano Alteri parta da questa realtà che insieme alle ingiustizie si porta con sé concreti disagi, guerre e sistemi autoritari.
Considero accattivante che Alteri avvii la sua riflessione partendo in maniera così esplicita da ricordi personali. Di questi, quello che conta al fine della considerazione delle idee esposte nel testo mi pare sia la figura della «donna che, assidua frequentatrice dei riti religiosi, non solo della domenica e delle feste comandate, … votava e faceva votare, come si diceva allora, il Partito Comunista Italiano». Mi pare un modo assai diretto di proporre una caratterista determinante dei vecchi partiti di massa e dei risultati che poteva dare il modo con cui svolgevano il confronto delle idee. Tornerò più avanti su questo punto. nelle considerazioni con cui concluderò la nota.

Ora voglio concentrarmi nell’individuare il punto su cui aprire un confronto costruttivo con tutto lo scritto che ho difronte.

Alteri vede un trauma nella nascita, perché «transitiamo tra urla e strida (a suo dire) da un caldo ambiente liquido, confortati da ogni cura, preventiva di ogni bisogno, ad uno gassoso, dove la fame e il freddo si fanno invece già sentire, e dobbiamo già iniziare a respirare aria, aprendo per la prima volta e dolorosamente i polmoni alla vita; senza più smettere, fino alla fine dei nostri giorni, di respirare, mangiare, bere, dormire, coprirci e procurarci una qualche tana che ci sia di qualche conforto. Dopo questo, penso io, nessun trauma potrà mai angustiarci più di tanto…» E qui si passa ad un’altra interessante valutazione, ma aperta a più diverse interpretazioni come la precedente. Infatti, Ivano ci fa sapere che per lui «invece, ve n’è uno maggiore (trauma nda), tanto grande e terribile, nello scoprire infine che i propri convincimenti coincidono in buona parte con quelli di chi un tempo si considerava persecutore e nemico. Anzi, peggio: che quei propri convincimenti, con ogni probabilità, non vi sarebbero mai stati, non avrebbero mai potuto esserci, senza che, per primo, proprio quel persecutore e nemico li avesse prodotti, introdotti e preservati nella storia per lunghi secoli, per quanto contraddicendoli di frequente e profondamente; e che quella mia cara donna tanto cattolica quanto comunista aveva già sentito vivificarsi armonicamente in sé, senza aver mai avuto alcun bisogno di sapere né capire.»
Ahi, parliamone di questi due “traumi” a partire nel definire se sono tali e poi se sono confrontabili (nel dettaglio magari in altra occasione).

Perché spaventarsi che altri la pensino come noi anziché rallegrarsene?
La voce da cui attinge Alteri e quella di Benedetto Croce che qui nel suo scritto ha le vesti ed il ruolo di un Virgilio dantesco che rivela al nostro Ivano: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta …Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate”.

Bene. Non faccio certo fatica rintracciare nella figura del Cristo perseguitato una guida anticipatrice e portatrice di valori nuovi ed immortali fra cui solidarietà e fratellanza primeggiano insieme alla domanda di giustizia e pari diritti fra tutte le persone. È anche mio patrimonio d’intelligenza e di sentimenti. È quello che siamo soliti chiamare cultura. Ed è la mia cultura. Mi ritrovo anche nel passaggio successivo che sostiene come tutte le altre rivoluzioni che «investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo»

Io sono ateo. Se qualcuno, ora, vuole chiamarmi cristiano, lo faccia pure. Io aggiungo che anche nel confronto con altre religioni che guidano popoli nel mondo, a partire da quella musulmana, ad esse manca qualcosa per cui non tengono al confronto con quella cristiana. Infatti se ognuna di loro porta in sé segni di innovazione e cambiamento, nessuna parte dal riconoscimento dei bisogni per vivere e dalla necessità di soddisfarli, cosa che avviene pienamente nel cristianesimo assicurandogli il primato. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci sta lì a simboleggiare il diritto alla vita, nella solidarietà e nell’amore. Tre valori che insieme non si riescono a rintracciare facilmente in altri credi. Il verbo “credere” è voluto perché è un atto che senza volontà non esiste.

Mi convincono meno le ragioni per le quali il Cristianesimo costituisca una rivoluzione così radicale e profonda come ancora dice Croce che precisa: essa “operò nel centro dell’anima”. Bene mi fermo qui. Perché qui si ferma la rivoluzione, nell’intimo dell’anima, purtroppo, infatti, ad ora è incompiuta non avendo potuto modificare, se pure lo voleva, i rapporti di forza nella società. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e sempre più numerosi. E poi chiediamoci, ma è funzione di una religione, da sola, operare questi cambiamenti? Ivano Alteri forse pensa questo? Credo di no. Croce sente anche il bisogno di dire: «anche questa rivoluzione non è una “creazione” dello spirito, bensì “un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi”.» Mi suona come una rassicurazione che mi fa sentire una indistruttibile certezza di razionalità.

L’ispirazione Cristiana alla solidarietà e alla fratellanza resta assolutamente condivisibile e la loro validità attuale non è in discussione. La questione che si pone è come si passa dall’ "IDEA" alla realizzazione di regimi sociali che quei valori rendano praticabili stili di vita. A fronte della vita reale mi pare un’affermazione un po’ datata parlare di rivoluzione “radicale e profonda”.
Capire i bisogni e trovare la loro soddisfazione sono gli imperativi individuati, che dopo oltre 2000 anni trascinano ancora disagio, migranti, povertà, senza lavoro, (Papa Francesco docet), basta vedere quanta parte fondante siano dell’operato e dell’elaborazione di Francesco d’Assisi, figura a me molto cara.

Dal lontano 1891, con la prima enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, e a seguire con la Quadragesimo Anno di Pio XI del ’31 anche la Chiesa da un esempio concreto di come i bisogni e la lettura della realtà che muta costituiscano bagaglio permanente della rivoluzione di Cristo. Poi qualcuno fa di tutto per dimenticarsene, ma questo è altro discorso.

Gli aspetti morali, certamente importanti meritano, tuttavia, una considerazione specifica. Non voglio intrecciarli agli elementi che costituiscono la rivoluzione concreta anche se di essa costituiscono il miglior brodo di cultura.
Ivano sottolinea, direi con meraviglia, «la tenacia con cui la Chiesa riesce a mantenere la propria persistenza nella storia, che offre a Croce anche l’opportunità di individuare e fornire un principio, che possiamo accogliere come universalmente valido, secondo cui “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”.» Non dimenticare.

Un istituto muore quando non soddisfa più alcun bisogno

popoliinrivolta 390 minDa tenere rigorosamente a memoria come concetto guida per chi vuole parlare alle genti e farsi capire.
Fra le citazioni tratte da Croce c’è anche un’espressione nuova: il “respiro di riposo”, cioè una certa inerzia della Chiesa, che Croce nobilita subito dopo dandole un ruolo affermando che proprio grazie ad esso, la carica rivoluzionaria del Cristianesimo torna nella storia e a vivificarne il proprio pensiero e le proprie opere.

A questo punto sento il bisogno di esternare un dubbio che potrebbe essere generato da una commistione. Croce si rammarica o meglio critica (è possibile) che «la Chiesa non può “a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”.»

Si passa dall’ammirazione dell’idea della rivoluzione alla “considerazione” del risultato ottenuto dalla costruzione reale della chiesa. È giusto? Mi dico che può essere istintivo, ma io percepisco chiaramente che la “rivoluzione cristiana”, per dirla con Croce, è cosa diversa dalla chiesa, come sono certo che il marxismo è altra cosa dai partiti comunisti e socialisti che si sono realizzati e hanno preteso di interpretarlo.

Non è una presa di distanza, preciso con decisione, ma vorrei che si guardasse nella realtà: le idee devono trovare le gambe per camminare, ma sono solo quelle possibili. “Quelle gambe non sono e non saranno mai la traduzione organizzativa fedelissima dell’idea”. Anzi per essere le “gambe possibili” hanno sicuramente dei limiti nel camminare e nel fare tutti i passi che l’idea avrebbe voluto o vorrebbe. Sono però perfettibili se lo si vuole.

Le azioni non possono e non debbono essere identificate semplicemente con l’idea, ma vanno esaminate per quelle che sono criticando opportunamente i limiti, i difetti che ha proprio rispetto all’ “IDEA” e constatando i danni che “i comportamenti reali” producono. Altrimenti buttiamo l’acqua sporca con il bambino.
Da questo punto di vista la critica al capitalismo di Marx ed Engels rappresenta una lezione di stile.

Giusto, perciò. L’idea è una cosa, l’organizzazione che la diffonde è altra cosa con regole e discipline interne che almeno per ora non sono eliminabili, ma certamente modificabili e migliorabili. Se si vuole (lo ripeto per la seconda volta).
Che significa dire «gli uni al cospetto della Chiesa e del Cristianesimo e gli altri al cospetto del marxismo e della storia» - questa relazione mi pare impropria.
Se si parla di Cristianesimo e di marxismo si parla di idee e indirizzi.
Se si parla di chiesa si deve specularmente parlare di partiti: gli strumenti del proselitismo e dell’organizzazione vanno valutati in rapporto all'ispirazione: quanto sono fedeli a questa?

Ivano scrive: «Quella sinistra che predicava l’edificazione del “paradiso in terra”, sprezzante nei confronti di chi ne predicava uno, surrettizio, rimandato negli impalpabili cieli, ora si è inginocchiata davanti a chi i paradisi in terra, quelli fiscali!, li ha edificati in nome del dio-quattrino, scavando contestualmente per tutti gli altri una gigantesca fossa infernale.»

Per me quest’affermazione contiene verità. Che altro è l’occhiolino malizioso di consenso ai dettami del liberismo, se non l’inchino a quel cosiddetto “paradiso in terra”? Si sono votate leggi (da partiti si dichiaravano di sinistra), per dimostrare di ubbidire alle sue regole. E, si badi bene, le regole del liberismo non sono quelle della liberalità, sono le regole del potere che “fa quello che gli pare”.

Ma chi riguarda questa verità. Una sinistra astratta, non meglio identificata. Quali sono queste organizzazioni, con nome e cognome, che ad essa dicono di richiamarsi?

Questa domanda è imprescindibile. Non ci possono esser mille sinistre ognuna più vera di un’altra, così come non esistono mille cristianesimi. (fatte le debite differenze)
Oggi queste “mille” sinistre si parlano addosso.

Devono rifare anch’esse il percorso che parte dalla riscoperta dei bisogni, della loro soddisfazione in termini di soluzioni politiche. Se Ivano propone alla sinistra di riscoprire le sue motivazioni originarie come ha fatto Papa Francesco è un discorso da condividere ma soprattutto da attuare. Non basta fare autocritiche a parole! Occorrono espliciti e costanti comportamenti di reale e concreta correzione delle linee politiche e dei conseguenti comportamenti. Sapendo rintracciare quali sono le cause e chi sono i responsabili di questo mondo così diseguale.

Tiriamo una linea e ripartiamo dai bisogni dei più deboli, degli esclusi, dalle ingiustizie, dalle enormi aree del disagio nel mondo, dai diritti conculcati. Gli elenchi si possono fare facilmente in altra trattazione. Non si tratta di invitare al credo religioso o all’ascetismo si tratta di essere convinti che occorrono gli strumenti e la cultura della politica seria democratica e organizzata. Non basta, però.

Anche qui qualcosa si può prendere in prestito e se si preferisce copiare da Papa Francesco. Se si vuole leggere il suo operato non si può fare a meno di vedere e mettere in rilievo l’impegno che lui ha messo per recuperare credibilità. Chi sa che la propria missione è parlare alle intelligenze e ai cuori sa anche che la sua prima dote deve essere la credibilità. Senza di questa neppure il più straordinario progetto vale più di un soldo bucato. La crisi dei partiti, di tutti i partiti sta qui. Ma quello che preme a me e, penso, anche a Ivano è la crisi dei partiti che si autodefiniscono di sinistra. Hanno perso credibilità perché chi credeva di essere rappresentato da loro non li riconosce più.

Annunci senza risultati, cosiddette riforme che hanno colpito i più deboli e i più indifesi come il Jobs Act, i soldi tolti alla sanità pubblica che hanno reso difficilissima la lotta alla pandemia, che senza l’accorta tempestività del Governo Conte e soprattutto senza disponibilità, generosità e solidarietà degli italiani, in particolari quelli impegnati negli ospedali e nella sanità in genere sarebbe stata un tragico disastro e ancora oggi può esserlo. Senza dimenticare, è necessario, la mancanza di finanziamento e di rinnovo della scuola pubblica, tanto per citare i danni più gravi arrecati all’Italia. Ma, guardiamo in faccia pure la realtà dei quadri dirigenti, spesso si tratta di personale culturalmente discutibile e a volte anche moralmente discutibile.

Nella riflessione di Ivano ci troviamo di fronte ad un parallelismo fra cristianesimo e la sinistra? Non proprio. Ci troviamo di fronte a come le istituzioni delegate a tradurre in realtà operative le “idee” – chiesa e partiti – si sono comportate e si comportano di fronte ai cambiamenti della vita reale e delle società.

Bene. Grazie Ivano, io ci sto a fare questo esame parallelo e ci sto a proporlo perché si estenda nella ricerca di approfondimenti, proposte e di soluzioni.

Pensando a questo quadro debbo ricordarmi di quella donna cattolica e comunista che tanto è rimasta impressa ad Ivano. Perché nella sua mente e nel suo animo convivevano due messaggi di diversa provenienza? Può esser che ella non li trovava così estranei come a prima vista poteva sembrare)? Chi l’aveva aiutata a trovare punti di contatti fra i due linguaggi? Quali risposte nella vita di tutti i giorni le erano apparse tali da farla sentire cittadina e non suddita restando fedele alla sua religione? Può essere che l’articolo 7 della Costituzione, che assicura pace religiosa al nostro popolo, le facesse apprezzare la ricchezza di proposte di diversa provenienza?
Certo doveva esserci qualcuno che portava messaggi sapeva ascoltare e tradurre in risposte concrete le “domande”. Ecco “cari sinistri”, oggi non c’è. Questo è stare con i cittadini e significa anche stare con gli ultimi. Non servono annunci e enunciazioni. Deve esserci una scelta senza ripensamenti che obbliga ad atti concreti che partano dal capire e conoscere le esigenze, individuare le cause che le generano e quando possibile rimuoverle e poi infine individuare le proposte possibili da attuare.

Chiudo questa nota, ricordando, intanto a me, che la maturità politica di questa Italia può tutta essere recuperata. È una cultura che si è formata nei secoli, per brevità, da Machiavelli a Gramsci, passando per Cavour, fino a Don Sturzo, De Gasperi e Togliatti, Pertini e Berlinguer.
Qualcuno a sinistra che non voglia liquidare tutto dicendo ma è roba passata, si domandi perché nello scenario politico mondiale PCI eccelle? Perché era il partito meno ideologico fra quelli esistenti e invece più coerentemente e concretamente portatore di politiche realizzabili.
Nessuno vuole riproporre modelli inattuali, ma ciò che costituisce patrimonio culturale anche in politica va usato con scienza e coscienza. IM

 

 

ultima  modifica 24 ottobre 2020

 

 

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Un sasso nello stagno

 Una riflessione per un dibattito

Parliamone. Una occasione di dialogo alla ricerca di un incontro

Sasso nello stagno 280 min Perché "Un sasso nello stagno"? Una elaborata riflessione di Ivano Alteri, che qui potete leggere, offre a UNOeTRE.it l'opportunità di discutere di valori, principi, strumenti per consentire ai progressisti o a chi si sente tale, come quelli che amano definirsi "popolo di sinistra" di riprendere una nuova elaborazione ed un nuovo impegno organizzativo che indichi l'obiettivo una società senza sfruttatori e sfruttati attraverso una visione politica di partecipazione e di rappresentanza di tutti i cittadini che si guadagnano la vita con il proprio lavoro, studio ed impegno.

 

  di Ivano Alteri

Io, D’io e Dio
Gesu nel deserto di Moretto Brescia 1540ca 360 minDa ragazzo scrissi una poesia di tre sole lettere più un segno grafico, che aveva il limite (o il pregio?) di manifestare il suo senso soltanto leggendola: D’io. Oltre ad essere completamente insignificante al solo ascolto, non riuscendo la voce a segnalare quell’apostrofo, non consentiva neanche di assegnarle agevolmente un titolo, senza che il senso e la forma ne fossero stravolti, squilibrati, banalizzati; e, di fatti, non ne ha.

Pensavo allora di esprimere con essa, tra l’altro, la mia lontananza da quel dio che attraverso la sua chiesa, con le omelie-comizio domenicali dei suoi preti, incombeva contro la mia parte politica, il Pci, marxista almeno nella tradizione, e quindi contro di me e la mia effettiva condizione materiale di classe, discriminandomi, emarginandomi e, niente di meno, scomunicandomi senza colpa; anzi, secondo la mia sensibilità ancora attuale, contro ogni buona azione e intenzione.

Ricordo un episodio, per me giovanissimo molto spiacevole, in cui quell’avversione mi si era palesata plasticamente nei comportamenti di una donna, dalle apparenze devotissime ma dai trascorsi notoriamente dubbi, che, incaricata dal parroco di distribuire i ramoscelli d’ulivo benedetti durante la processione della Domenica delle Palme a coloro che vi assistevano ai lati della strada, ne dava uno a ciascuno di quelli che mi precedevano nella fila, saltava me, e riprendeva a darne a quelli che seguivano. Un episodio doloroso, che ha segnato a lungo il mio giudizio sulla Chiesa, di certo non contribuendo a renderlo più obiettivo e ad approfondirlo di più e meglio.

Non di meno, ricordo un’altra donna che, assidua frequentatrice dei riti religiosi, non solo della domenica e delle feste comandate, e assai più coerente nei comportamenti con quanto prescritto dalla sua fede, votava e faceva votare, come sicatechismodeibambini 350 min diceva allora, il Partito Comunista Italiano, come ulteriore segno di coerenza con quanto credeva; e ad esso era tanto legata, e tanto nel profondo, che non si trattenne dal piangere impudicamente alla notizia, che le diedi io mentre scendeva da un pullman sulla piazza del paese con tanti altri, di ritorno da qualche sua commissione, della morte di Enrico Berlinguer.

La contraddizione che questi e altri episodi suscitarono in me mi ha accompagnato per sempre, senza mai risolversi in qualcosa di meglio definito e intellegibile, senza che le mie convinte tesi, anch’esse fideistiche col senno di poi, e le antitesi esistenziali che fatalmente vi si opponevano riuscissero mai a trovare una benché minima sintesi.

Un ulteriore contributo all’inasprimento della contraddizione, ma anche un primo sollecito alla scelta, li procurò un altro piccolo episodio più recente, ma comunque di molti anni fa. Una domenica mattina d’estate, intorno alle undici, affacciatomi al balcone di casa che dà verso la strada provinciale, non potei non notare un movimento insolito: file di macchine e pedoni che si affollavano procedendo tutti nella medesima direzione bloccavano completamente il traffico. Non capendone la ragione, chiesi lumi a mia moglie che, più informata di me, mi disse che sicuramente si trattava dell’inaugurazione del nuovo centro commerciale. Ne rimasi tristemente sbalordito. Preso allora da ulteriore curiosità, mi recai all’altra finestra, nel lato opposto della casa, da cui si scorge il piazzale antistante una chiesa, dove dovetti invece constatare quel che già temevo: non vi era quasi nessuno.

Un groviglio di domande mi intasarono immediatamente la mente; ma una su tutte svettò e mi si impose: tu da che parte stai? Dalla parte del dio-quattrino, che porta inimicizia tra fratelli, fino a disconoscere madre e padre, che fa compiere gesti degradanti e umilia uomini e donne, che ottunde le menti e incattivisce i cuori? O dalla parte di quel Dio cristiano a cui non credi, spesso sconfessato dalla sua stessa Chiesa, ma che fa riconoscere l’“altro” come sé stessi, che ha posto gli “ultimi” nel suo seno, che predica l’amore annunciato da Gesù, che concepisce e insegna il “gratuito”, che fa compagnia e allevia le sofferenze della solitudine con l’abbraccio della comunità, e che inonda le menti di grandezza e i cuori intenerisce ed emancipa dal meschino egoismo?

Da allora, quella domanda si è ripresentata più volte, sempre più pressante col crescere della consapevolezza delle cose del mondo: tu da che parte stai? Tu da che parte stai? Tu da che parte stai?

Oggi quindi, in un moto all’apparenza subitaneo, mi rendo conto che, al di là delle mie intenzioni, quella poesia, col suo apostrofo irriverente e quasi blasfemo, mentre costituiva una sfumatura, un passo d’allontanamento da Dio verso Io, ora ancor più critico e indisponibile alla fede cieca, ne costituiva e ne costituisce, contestualmente e specularmente, anche un altro che da Io sfuma verso Dio.

D’altra parte, se Dio esistesse, vorrebbe dire che un essere perfettissimo ha creato degli esseri imperfetti come noi, per un puro atto di amore; e ciò sarebbe bellissimo. Ma se Dio non esistesse, vorrebbe dire che degli esseri imperfetti come noi hanno creato un essere perfettissimo come Dio, per un puro atto di intelligenza; e ciò sarebbe meraviglioso. L’esistenza di Dio è bellissima; l’idea di Dio è meravigliosa.

Senza che tale scoperta abbia di per sé potuto mutare il mio rapporto con la fede, tuttavia oggi quella poesia adolescenziale mi segnala e attesta la presenza ineliminabile di Dio anche nella mia pur persistente condizione di non-credente. Cosicché il percorso Dio-D’io-Io, come posto davanti ad uno specchio, ora mi rimanda perentoriamente anche la sua immagine speculare: Io-D’io-Dio.

Cosa è accaduto? Chi o cosa hanno posto nel mezzo quello speculum che alla direzione proveniente da Dio ha aggiunto l’altra che, invece, conduce a Dio, così come alla sua Chiesa, rendendo ancora più evidente e stridente la contraddizione? Com’è possibile che ciò sia avvenuto?

Forse a quest’ultima domanda posso rispondere adeguatamente già coi mezzi miei, senza l’aiuto altrui. E già ad un primoPesce simbolo cristiano nelle catacombe min approccio la risposta appare persino ovvia. Cos’è, infatti, un dio, per chi lo pensa o lo crede? Egli è, prescindendo dai caratteri suoi propri e ben prima di essi, innanzitutto qualcosa di più grande del sé pensante, immensamente più vasta di Io; e io in quella immensità ero già immerso, essendo anche la mia una “fede” ben più grande di me, ben più vasta del mio Io individuale, e anch’essa trascendente la mia esistenza terrena, e anch’essa serbante di me memoria.

Ma da questo punto di vista, penso io, nel passaggio dal me-dicente senza-dio a Dio e la sua Chiesa, in definitiva, vi è forse un minor trauma che nello stesso assurgere al mondo; quando nascendo transitiamo tra urla e strida da un caldo ambiente liquido, confortati da ogni cura, preventiva di ogni bisogno, ad uno gassoso, dove la fame e il freddo si fanno invece già sentire, e dobbiamo già iniziare a respirare aria, aprendo per la prima volta e dolorosamente i polmoni alla vita; senza più smettere, fino alla fine dei nostri giorni, di respirare, mangiare, bere, dormire, coprirci e procurarci una qualche tana che ci sia di qualche conforto. Dopo questo, penso io, nessun trauma potrà mai angustiarci più di tanto…

Forse, invece, ve n’è uno maggiore, tanto grande e terribile, nello scoprire infine che i propri convincimenti coincidono in buona parte con quelli di chi un tempo si considerava persecutore e nemico. Anzi, peggio: che quei propri convincimenti, con ogni probabilità, non vi sarebbero mai stati, non avrebbero mai potuto esserci, senza che, per primo, proprio quel persecutore e nemico li avesse prodotti, introdotti e preservati nella storia per lunghi secoli, per quanto contraddicendoli di frequente e profondamente; e che quella mia cara donna tanto cattolica quanto comunista aveva già sentito vivificarsi armonicamente in sé, senza aver mai avuto alcun bisogno di sapere né capire.

 

Non possiamo non dirci “cristiani”
E qui mi accorgo, e mi ricordo, che prima di me, e molto più consapevolmente, qualcun altro, di diversa provenienza eBenedetto Croce 370 min tradizione, ma ben più di me fornito di mezzi e spirito, era stato preso da analoga scoperta e struggimento, cogliendo sé stesso nella pienezza di una tale profondissima contraddizione: Benedetto Croce. È a lui che chiedo dunque soccorso, per tentare di sciogliere quel groviglio che stringe lo stomaco e spezza il ritmo al cuore, mentre non vuol cessare d’inquietar la mente.

1942. “15 agosto. … La sera, cascando dal sonno, mi sono addormentato sulla poltrona”. “16 agosto. Risvegliatomi dopo la mezzanotte, sono andato a letto, ma non ho potuto riaddormentarmi presto, e non ho trovato di meglio da fare che venire meditando sul punto: Perché non possiamo non chiamarci cristiani? La mattina ho tracciato il disegno di un piccolo scritto sull’argomento…”. “26 agosto. Per scuotere la malinconia ho meditato e scritto il saggio sul perché non possiamo non chiamarci cristiani, che dovrò qua e là chiarire nel copiarlo”.

Sono i primi segni, appuntati nei suoi Taccuini di Lavoro, di una riflessione che Croce farà confluire nel breve saggio che chiamerà, appunto, Perché non possiamo non dirci “cristiani” (locuzione non più in forma interrogativa, bensì affermativa, e sostituendo il semplice “chiamarci” col più pregnante “dirci”, oltre a porre significativamente tra virgolette la parola cristiani); pubblicato per la prima volta sulla rivista La Critica, scritto sulla spinta dello sbigottimento del filosofo posto di fronte agli orrori del nazismo e alla crisi della civiltà che portavano con sé. Lui, liberale (termine che ha il suo contrario nella parola “servile”, come puntualizza Croce in altro luogo) si ritrova all’età di settantasei anni di fronte alla constatazione di dovere molto, dei suoi valori liberali, al Cristianesimo e alla civiltà che aveva informato. Lo adotto, perciò, ancorché da comunista e non ignaro della sua incrollabile avversione per il comunismo, come mio personalissimo Virgilio, allo scopo precipuo d’inoltrarmi alla scoperta delle origini di quei valori che hanno vivificato spiritualmente anche me e la mia parte politica e culturale, ma per i quali né io né la mia parte, così come Croce per il liberalismo, possiamo vantare alcuna primogenitura. Così scoprendo, e prendendone atto con non poca sorpresa, che nell’amore e cura degli “ultimi” io e la mia parte siamo arrivati… ultimi.

Dopo aver premesso che il suo intento non è quello di attribuirsi superficialmente e ipocritamente il titolo di “cristiano”, come molti fanno ancor oggi per scopi spesso distanti e opposti ai valori di quella fede, Croce afferma preliminarmente e perentoriamente, ma con l’intento di argomentare alla luce della storia: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, unpanipescimini 350 min diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate”.

E qui enumera, per il confronto, le rivoluzioni precedenti: dei greci, nella poesia, nell’arte, nelle libertà politiche; dei romani, nel diritto; dei popoli più antichi, nella scrittura, nella matematica, nella scienza astronomica, nella medicina. Per poi passare a quelle successive, dell’epoca moderna, affermando che esse, pur non essendo “particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo”.

Le ragioni per le quali il Cristianesimo costituisca una rivoluzione così radicale e profonda, continua Croce, risiedono nel fatto che essa “operò nel centro dell’anima”, tanto che “quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”.

Ma neanche la rivoluzione cristiana, puntualizza il filosofo, come le altre che l’hanno preceduta e succeduta, è una “creazione” dello spirito, bensì “un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi”. E se è vero che quelle che la precedettero potevano già contenere alcuni “tentativi, precorrimenti, preparazioni” del Cristianesimo, è vero anche che la luce che quei fatti anteriori ci rimandano “la ricevono di riflesso, dall’opera che si è poi attuata”, poiché “nessun’opera preesiste nei suoi antecedenti”.

Infatti, “La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvisò, esultò e si travagliò in modi nuovi… col senso del peccato che sempre insidia e col possesso della forza che sempre gli si oppone e sempre lo vince, umile ed alta, e nell’umiltà ritrovando la sua esaltazione e nel servire al Signore la letizia”.

 

La nuova virtù dell’Amore
Ma qual è quella virtù tanto nuova, fino ad allora sconosciuta all’umanità, che fa della rivoluzione cristiana la più solenne dellePorziuncola e indulgenze dono dellamore di Dio min “crisi” della storia, e che illumina di sé le rivoluzioni precedenti così come di sé informa quelle successive? Al suo assurgere alla storia degli uomini, quale frutto del processo storico, rileva Croce, “il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo che è opera di Dio e Dio che è Dio d’amore, e non sta distaccato dall’uomo, e verso l’uomo discende, e nel quale tutti siamo, viviamo e ci moviamo”.

Nel cogliere e nell’accogliere tali valori della rivoluzione cristiana, inoltre, a Croce non era necessario nascondersi i “rimproveri” che alla Chiesa si potevano e si possono rivolgere riguardo il suo stare al mondo. Coerentemente con quanto aveva già affermato in precedenza, non negava che, superato il Cristianesimo delle origini, la Chiesa fosse giunta alla cristallizzazione, e spesso alla contraddizione, del suo pensiero, alla quasi sterilizzazione della sua carica rivoluzionaria. Infatti, “questo nuovo atteggiamento morale e questo nuovo concetto… si intrigarono in pensieri non sempre portati ad armonia ed urtarono in contraddizioni innanzi a cui si soffermarono incerti e perplessi”. Ma non per questo smisero di risuonare con tutto il loro valore in ognuno, “quando pronunzia a se stesso il nome di ‘cristiano’”.

Invero, “una nuova azione, un nuovo concetto, una nuova creazione di poesia non è e non deve essere concepita… come unIl poteretemporale della chiesa 380 min qualcosa di oggettivamente concluso e circoscritto, ma come una forza che si apre la via tra le altre forze, e talora s’incaglia, tal’altra si smarrisce, tal’altra ancora avanza lenta e faticosa o perfino si lascia qua e là soverchiare dalle altre forze che non può attualmente vincere del tutto e a sé assoggettare e in sé risolvere, e nelle sconfitte si ritempra e dalle sconfitte si rialza pugnace”. Perciò, “chi voglia intenderla nel suo proprio ed originale carattere deve sceverarla da quei fatti estranei, sorpassare quegli incidenti, vederla non già nei suoi impacci ed arresti, nelle sue aporie e contraddizioni, nei suoi erramenti e sviamenti, ma nel suo impeto primo e nella sua tensione dominante, così come un’opera di poesia vale per ciò che ha in sé di poesia e non per l’impoetico che vi si frammischia o che si porta seco in compagnia, per le maculae che sono anche in Omero e in Dante”.

Inoltre, era anche naturale che il processo rivoluzionario cristiano “avesse un respiro di riposo (respiro che in istoria può essere cronologicamente di secoli) e si desse un assetto stabile”. Questo fenomeno si manifestò con “il fissamento, il praticizzamento, il politicizzamento del pensiero religioso, l’arresto del suo fluire, la solidificazione che è morte”. Ma anche qui, argomenta il filosofo, la polemica con la Chiesa sarebbe poco ragionevole, poiché le stesse critiche potrebbero essere rivolte anche ad altre istituzioni mondane, come le Università e le altre scuole “in cui la scienza, che è continua critica e autocritica, cessa di esser tale e vien fissata in catechismi e manuali e la si apprende bella e fatta, sia per valersene a fini pratici, sia, negli ingegni ben disposti, come materia da tener presente per i nuovi progressi scientifici da compiere o da tentare”.

Nessuno “spirito”, insomma, neanche quello cristiano, poteva evitare il suo momento di irrigidimento, di stasi, di quasLa potenza dellachiesa 380i infertilità; ma tale momento, se da una parte può considerarsi “morte”, dall’altra consiste, invece, nella preservazione del proprio seme alla vita futura. Così la Chiesa ha protetto, conservato e tramandato quello del Cristianesimo nei suoi dogmi, nel culto, nel sistema sacramentale, nella gerarchia, nella disciplina, nel patrimonio terreno, nell’economia, nella finanza, nel diritto; affinché nel futuro potesse ancora generare nuovi germogli. E in questo suo “respiro di riposo” secolare ha, allo stesso tempo, compiuto grandi opere, da cui trasse grande gloria; poiché, tra molto altro, “tenne le parti della esigenza morale e religiosa che sovrasta a quella unilateralmente politica e a sé la piega, e, in quanto tale, a giusto titolo essa affermò il suo diritto di dominio sul mondo intero, quali che nel fatto fossero sovente le perversioni o le inversioni di questo diritto”.

Né Croce si nasconde la corruttela che era venuta deturpando nei secoli il volto della Chiesa, e che già Dante osservava con rammarico e disprezzo ai tempi suoi. Purtuttavia, nessuna istituzione umana ne è scevra, dice il filosofo, ed ognuna ne cade vittima; persino quelle chiese riformate che si erano rivoltate contro la Chiesa Cattolica proprio contestandone le depravazioni. Ma la Chiesa aveva saputo ridestarsi, rinsanguarsi e riformarsi tacitamente più volte; e persino quando, con l’avvento delcarlo magno incoronato dal Pap è imperatore deuropa 380 min “nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta con prudenza e con politica, salvando di sé quanto prudenza e politica possono salvare, e continuando nell’opera sua, che riportò i trionfi migliori nelle terre di recente scoperte del Nuovo Mondo”.

La tenacia con cui la Chiesa riesce a mantenere la propria persistenza nella storia, oltre che essere oggetto della sua sincera ammirazione, offre a Croce l’opportunità di individuare e fornire un principio, che possiamo accogliere come universalmente valido, secondo cui “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”.

Così, dopo questo lungo, lunghissimo, “respiro di riposo”, e per molti aspetti proprio grazie ad esso, la carica rivoluzionaria del Cristianesimo era destinata a tornare nella storia e a vivificarne il pensiero e le opere. L’azione degli originari propugnatori, da Gesù a Paolo e tutti gli altri che vi si adoperarono, dice Croce, era stata di tale profondità e fervore, e tanto grande il loro sincero travaglio esistenziale, che l’opera loro non chiedeva soltanto di essere attinta nei secoli, ma d’essere nei secoli opera in divenire, sempre viva e prolifica; capace di fornire risposte anche a domande che al tempo loro non potevano ancora porsi, e che solo il processo storico avrebbe posto agli uomini. E i continuatori dell’opera loro, non potendo una prosecuzione avvenire “senza meglio determinare, correggere e modificare i primi concetti e aggiungerne di nuovi e compiere nuove sistemazioni”, furono coloro “che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita”.

 

I continuatori del Cristianesimo
E qui vale la pena soffermarsi a notare che ciò che Croce verrà affermando gli varrà un’accoglienza ostile, da parte ecclesiastica, tanto da negare quasi ogni valore a questo suo scritto. Infatti, prosegue Croce, “nonostante talune parvenze anticristiane”, quei continuatori furono “gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il sopranaturalismo e l’ascetismopapafrancesco stringemani 350 260 min medievali”; “gli uomini della Riforma” che resero di significato universale le dottrine di Paolo; “i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura”, che dotarono l’umanità di mezzi nuovi di conoscenza; “gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza”, che suscitarono ulteriori concezioni liberali; gli “illuministi della ragione trionfante”, che riformarono la vita sociale e politica, abbatterono il feudalesimo con tutti i suoi privilegi, superstizioni e pregiudizi, ma “accendendo un nuovo ardore e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario”. A cui seguirono “i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta”; i filosofi, “che procurarono di dar forma critica e speculativa all’idea dello Spirito”

Tutti costoro, che pure Croce enumera quali continuatori moderni del pensiero rivoluzionario cristiano, non potranno non essere condannati, tuttavia, dalla stessa Chiesa insieme all’intera modernità, pur non essendo la Chiesa “in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà”. Ma la Chiesa, secondo Croce, “doveva e deve respingere con orrore, come blasfemia, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee”.

Perché la Chiesa non può “a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. Ma lui, nonostante ciò, deve confermare, per onestà morale e intellettuale, “l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario”. E a riprova fa notare ulteriormente che, nonostante le pur feroci polemiche anti-ecclesiastiche che ininterrottamente hanno percorso la storia moderna, i suoi autori non sono mai giunti alla denigrazione della figura di Gesù, quale fondatore di quella sensibilità e di quel pensiero rivoluzionari, “sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé” medesimi. E anche ai poeti, ai quali pure si concedono non poche licenze di “celiare” su qualsiasi fatto o personaggio della storia, ciò non è stato loro consentito intorno alla persona di Gesù.

Quindi si può affermare, continua Croce, che “sebbene tutta la storia passata confluisca in noi e della storia tutta noi siamo figli, l’etica e la religione antiche furono superate e risolute nell’idea cristiana della coscienza e della ispirazione morale”. E perciò “noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo”.

Sicché “come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, e dalla consapevolezza di non poterli comporre mai a pieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita. E serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che non mai pungente e tormentoso tra dolore e speranza”.

Il Dio cristiano è quindi il nostro Dio. E se “noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come ‘logica umana’, ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi ‘divina’, intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo”.

Qui si conclude il commosso riconoscimento crociano al Cristianesimo e ai suoi valori fondativi, che commuove anche chi, come me, si dibatte oggi nel medesimo turbamento a guardare sé e le cose del mondo. Le quali forse più di ieri, perché di certo più infide, allontanano il mondo nuovo che in molti abbiamo in mente, che non può non dirsi “cristiano”, e in cui non ci è dato ancora vivere, e in cui forse personalmente non vivremo mai, ma che la nostra voglia e la nostra volontà non smettono di desiderare. E ci fa turbinare vorticosamente nella mente, parafrasando lo stesso filosofo, tutti i perché, a nostra volta e in questo specifico senso, non possiamo non dirci “crociani”.

 

Critiche della Chiesa a Croce
Come accennato sopra, tuttavia, questo scritto non ricevette un’accoglienza benevola da parte della Chiesa e dei suoi studiosi. Essi ne deprecarono, in particolare, l’insistenza di Croce sul carattere terreno del Cristianesimo, il suo essere frutto del processo storico, come ogni altra concezione umana; negandone, quindi, il carattere divino. A tale punto giunse l’ostilità, che sia allapresa della bastiglia rivoluzione francese di henry singleton 350 min pubblicazione dello scritto, sia nei necrologi in occasione della sua morte, sia ancora molti anni dopo, la critica a Croce da parte della Chiesa non accennò mai a spegnersi. Ne sia prova anche il fatto che gli si preferì persino il filosofo Bertrand Russell, con gli ampi riconoscimenti tributatigli in occasione della morte sua, il quale al contrario aveva scritto e più volte ribadito il suo Perché non sono cristiano.

Ma le ragioni di tale apparente paradosso erano già presenti in Croce, che in tal proposito, come visto, non si faceva illusione alcuna, quando affermava che la Chiesa “non può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. La Chiesa non può accettare, come invece è piaciuto dire a me, quella sfumatura che da Io porta a Dio, poiché, allo stesso tempo, dovrebbe accettarne anche l’altra, che da Dio porta a Io. Il ché significherebbe non solo lo scivolamento e la rarefazione dei propri confini, ma anche la relativizzazione, la “umanizzazione” (ossia l’oscuramento dell’origine divina e all'opposto l’attestazione loro quale prodotto del processo storico) dei propri principi; invece la Chiesa ha sempre il dovere di difendere e preservare il “proprio istituto”, quindi...

D’altra parte, non si può non notare il vero paradosso di una Chiesa, le cui vicende sono appunto quelle di un Dio che si è fatto carne e storia, che proprio nel processo storico preferisce il “nemico” al potenziale alleato, colui che le è più distante a colui che le è più vicino, nonostante questi arrivi, pur in un momento di terrore e disperazione intellettuali e spirituali, a riconoscerle niente meno che la primogenitura dei principi propri, l’origine stessa del proprio pensiero e della propria costituzione morale!

“Il cristiano è tale se è nella Chiesa”, sembra ribadire con fermezza la Chiesa, “e non fuori”; “fuori, è il luogo del non cristiano” come Russell. Resterebbe da indagare come la Chiesa, dopo aver collocato, con giusto piglio, il cristiano dentro e il non cristiano fuori di sé, e non accettando “a niun patto” il cristiano fuori, riesca invece ad accettare la presenza del non cristiano dentro di sé… Ma ciò forse fa parte di quel “respiro di riposo” che può durare molto a lungo, e trova giustificazione nella contingenza storica, che nella sua evoluzione tutta terrena potrà invece suscitare pensieri nuovi e nuovi comportamenti.

 

Cristo “primo socialista della storia”?
rivoluzioneFrancese lalibertà guid il popolo 350 minSe è vero che questa riflessione crociana può essere di qualche conforto agli uomini della sinistra come me riguardo il rapporto loro con i propri valori e con la Chiesa, mi chiedo però se può essere per loro esaustiva. In fondo, Croce aveva della politica e della vita una visione del tutto elitaria, aristocratica, del tutto distante e in opposizione a quella di cui gli uomini della sinistra sono informati. Di loro, penserebbe che vivano quei valori come una sorta di superstizione, e ne cantino le parole come le strofe di cantilena consolatoria; incapaci di coglierne il senso intrinseco e quello immesso nella storia. Egli aveva in uggia l’ingresso dei popoli nella storia; anzi, il suo mondo viveva nel terrore delle “folle”, che col marxismo si erano trasformate in masse organizzate e partecipanti e, orrore! orrore!, produttrici di storia. Anche questo lo aveva atterrito, e indotto a ricorrere alla Chiesa quale sicuro approdo per ciò che considerava una deriva della civiltà.

Ma per gli uomini della sinistra essa è tutt’altro che una deriva, bensì esattamente la rotta da seguire per una civiltà di livello superiore. Essi avrebbero perciò bisogno, probabilmente, di un percorso proprio, col supporto dei mezzi resi disponibili dalla propria parte, attraverso cui riscoprire autonomamente l’origine e il percorso delle proprie sensibilità, del proprio legame sentimentale, morale e intellettuale con quegli “ultimi” che per primo il Cristianesimo ha posto nel cuore della divinità. Ma mentre il liberalismo, con Croce, si è posto quel problema, concludendo di essere in debito col Cristianesimo, la sinistra questi conti non li ha fatti mai.

Eppure, se persino per il liberale Croce il problema si era infine posto come imperativo storico, per la sinistra, marxista o no, avrebbe dovuto porsi con maggior forza e a maggior ragione, avendo essa in comune con la Chiesa, appunto, la fondativa cura degli “ultimi”, fino ad essere considerata una vera e propria “eresia”; cura a cui Croce, da liberale, non voleva e non poteva attendere, considerando gli “ultimi”, come faceva, naturalmente e irrimediabilmente ultimi, senza speranza di redenzione terrena. La sinistra, quindi, avrebbe dovuto porsi il problema di quella sorta di sincretismo che animava moltissimi dei suoi seguaci, tra cui quella mia cara donna, cattolica e comunista addolorata per la morte di Enrico; avrebbe dovuto scandagliarne le origini, i limiti e le potenzialità; avrebbe dovuto più apertamente e diffusamente parlare di Chiesa,i moti del 1848 Italia 350 min piuttosto che limitarsi a parlare di mondo cattolico, lasciando così che cadesse su di sé il sospetto di mero proselitismo. Si è invece limitata a scansare il problema, a vagheggiare, non senza boria e in modo sin troppo liquidatorio e sprezzante, di un Cristo “primo socialista della storia”, quando era essa stessa, noi stessi, a costituire, in verità, la schiera inconsapevole dei ben ultimi cristiani.

Eppure, era avvenuto persino che, al contrario, la stessa Chiesa si vedesse invasa dal pensiero marxista, fino a produrre in essa ciò che, alla luce del presente discorso, non poteva non definire eresia, quando non pochi suoi uomini, che del marxismo adottavano gli strumenti di lettura della storia, elaborarono quella che viene definita la Teologia della Liberazione; arrivando persino ad affermare quanto il marxismo fosse “necessario” al Cristianesimo per rendersi storicamente efficace. Il travaglio che essa subì, lo sconquasso che le procurò, i provvedimenti radicali che fu costretta ad assumere contro i suoi stessi uomini, forse tra i più fervidi prosecutori di Gesù nella cura degli ultimi, avrebbero meritato un’attenzione molto particolare della sinistra, che invece si rintanò nell’indifferenza, quando non si prodigò nella strumentalizzazione.

Eppure, la stessa Chiesa Cattolica, già a partire dal lontano 1891, con la prima enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, e a seguire con la Quadragesimo Anno di Pio XI del ‘31… per continuare per tutto il XX secolo e concludere con la Laudato si’ di Papa Francesco nel Terzo Millennio, non respingeva passivamente le sollecitazioni che la storia le veniva procurando ed evolveva la propria riflessione “con prudenza e politica”, preservando di sé ciò che con prudenza e politica poteva preservare. E ancor di più con Papa Francesco, che ha scosso la Chiesa dalla sua apnea secolare, dal suo “respiro di riposo”, e ridato autonomamente fiato alla carica rivoluzionaria del Cristianesimo, fino a farsi dare del comunista dai suoi nemici interni edOttobreRosso 17 la prese del Palazzo dinverno 350 min esterni, la sinistra resta silente, rinuncia a riflettere su di sé e sulla sua storia, e a proferire quella verità che dalla storia sta emergendo con moto tellurico: non è Papa Francesco ad essere comunista, ma i comunisti ad essere stati e ad essere “cristiani”!

Dobbiamo insomma constatare con rammarico che, di fronte alla problematizzazione della propria condizione da parte di liberali e cattolici, gli uni al cospetto della Chiesa e del Cristianesimo e gli altri al cospetto del marxismo e della storia; di fronte all’inquietudine che ha travolto molti seguaci suoi, e a tutto questo susseguirsi di sommovimenti storici profondissimi e amplissimi, la sinistra sembra essere rimasta completamente immota; come se la propria origine, i propri valori di riferimento e la propria storia fossero svaniti nel nulla, e niente e nessuno ne fossero stati investiti. Essa, che pure molto di buono e di giusto ha saputo produrre per i moltissimi, altrimenti condannati alla marginalità nel consesso umano, proprio essa, rivoluzionaria, ha sorprendentemente rinunciato a confrontarsi con la più grande rivoluzione di tutti i tempi.

Ci si sarebbe aspettati, ma forse è pretendere troppo, che una tale riflessione avvenisse all’atto della fondazione di quel partito,lottapartigiana il Pd, che diceva di voler ricongiungere le radici storiche della sinistra, del cattolicesimo popolare e del liberalismo. Mentre quell’operazione si è rivelata, alla luce dei fatti, una specie di imbarazzante amerikanata (con la “k” d’obbligo), che blatera di diritti civili per allontanare da sé l’incombenza di garantire quelli sociali, senza i quali i primi diventano un imbroglio linguistico; oltre ad un riciclo del ceto politico, pur legittimo, ma rimasto privo di giustificazione ideologica e politica.

Quella sinistra che predicava l’edificazione del “paradiso in terra”, sprezzante nei confronti di chi ne predicava uno surrettizio rimandato negli impalpabili cieli, ora si è inginocchiata davanti a chi i paradisi in terra, quelli fiscali!, li ha edificati in nome del dio-quattrino, scavando contestualmente per tutti gli altri una gigantesca fossa infernale.

Ma ora che i “mercanti” si sono appropriati, non del Tempio, ma dell’intero mondo, e contro ogni logica ne indirizzano il futuro (ricorda Aristotele nella “Politica”: “A Tebe era legge che non potesse accedere alle cariche pubbliche chi non fosse stato dieci anni lontano dal commercio”!…); ora che lo sgomento di fronte alle cose del mondo tocca anche i cuori e le menti più semplici e lo scandalo sotto gli occhi di Dio e degli uomini è divenuto insopportabile ad ognuno; ora che tutto è o pare perduto, non sarebbe giunto il momento di porsi quella domanda fatidica che assilla me, e darvi risposta? Non sarebbe ora di chiedersi: tu da che parte stai? Dalla parte del Dio cristiano o del dio-quattrino? Dalla parte di quel Dio che fa crocifiggere sé per la salvazione degli uomini? O di quello che crocifigge gli uomini per la salvazione di sé?!

E se questa mia doglia, questa contraddizione che sento nel rapporto con una Chiesa che consideravo nemica, non è soltanto un1969 assemblea mirafiori 350 min mio cruccio, un mio smarrimento nella mia personalissima selva oscura, avendo abbondantemente superato il mezzo del cammin di nostra vita, e fosse invece un travaglio interiore ben più diffuso e radicato nei tanti che, come me, hanno vissuto in prima persona un’epoca di grandi rivolgimenti sociali e politici, partecipandovi e non subendoli soltanto, non sarebbe il momento di prendere atto che esso è un travaglio che attiene alla politica?

La risposta è Sì, da parte mia, e appare in rilievo anche dalla tabula rasa che si vorrebbe fare di quella memoria collettiva; poiché quel mio cruccio non è il travaglio intimistico di chi ha ormai più passato dietro di sé che futuro davanti, ma il frutto di eventi veri, di quel processo storico che ha coinvolto milioni di persone, poste di fronte a contraddizioni come questa, che mai avevano attraversato prima la loro mente, facendoli improvvisamente sentire uomini nella pienezza e pesantezza dell’essere!

E proprio in questo, proprio in questa disparità tra i giganteschi passi che la storia improvvisamente sa compiere, e quelli miseri che riusciamo a compiere noi nel nostro incerto incedere esistenziale, penso si trovi il vero valore di quella partecipazione, di quella affezione alle cose del mondo, di quello slancio temerario che la sinistra ha suscitato e dovrebbe preservare, che ha fatto di tanti piccoli insignificanti uomini e donne dei costruttori di storia, da miserabili sue vittime che erano stati sino ad allora.

Quel travaglio, dunque, è innegabilmente travaglio politico, che attiene alla politica; ma che la sinistra lascia che pesi come unawhirpool 320 min croce sulle povere spalle di tanti poveri cristi, lasciati languire nella solitudine, nell’abbandono, in quella terribile sensazione di inadeguatezza che porta a pensare di sé d’essere indegni e inetti alla vita. Vi è una colpa più grave, una più imperdonabile anche dal più misericordioso Dio?

Inoltre e infine, se Croce, da liberale e incrollabile avversario della sinistra, ha omesso di enumerare tra i prosecutori del pensiero cristiano, tra coloro cioè “che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita”, gli uomini e le donne della sinistra, che pure hanno prodotto la gran messe di pensiero e compiuto le grandi azioni che conosciamo, con smisurato dispendio di energie, sudore, sangue e inestinguibile amore per il prossimo, mi chiedo, è consentito alla sinistra fare altrettanto, e scaraventare nell’oblio i propri stessi padri e madri, condannandoli alla damnatio memoriae?

No, mi rispondo io; però lo fa. Ma, nonostante ciò, penso che niente sia davvero perduto, se è vero, come afferma Croce, che “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”. E la sinistra allora, dopo il suo non encomiabile “respiro di riposo”, può tonare, se vuole, a far germinare nella storia i valori propri, ancorché non esclusivi e di cui non ha paternità, essendo anch’essa il prodotto storico dell’anelito alla giustizia, alla difesa degli ultimi, dei diseredati, degli esclusi, dei clandestini della vita, dei soltanto vivi. Quelli che il Cristianesimo ha posto primigeniamente nel cuore della divinità, e gli uomini e donne della sinistra continuano amorevolmente e testardamente a portare nel cuore loro.

Ivano Alteri

Frosinone 23 settembre 2020

 

 

 

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