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Il senso di un futuro per la RAI

I VIDEO DI UNOeTRE.it 

Il Prof. Stefano Balassone risponde alle domande di Valentino Bettinelli

RAI min 1Le domande poste da Valentino Bettinelli e in fondo la registrazione della video intervista svolta in diretta on line

A pochi giorni dall’avvio della discussione in Senato sul ddl di riforma della Rai, previsto per il prossimo 25 maggio, UNOeTRE.it ospita il Prof. Stefano Balassone, professore universitario, docente in materia di comunicazione e linguaggi, e già componente del consiglio di amministrazione Rai dal 1998 al 2002.
Tra le persone che hanno portato in Rai un nuovo metodo comunicativo, definito “Tv verità”. Un periodo florido dal quale nascono trasmissioni come “Quelli che il calcio”, “Avanzi”, “Un giorno in pretura” e “Chi l’ha visto”.

Con il Prof. Balassone vogliamo affrontare le prospettive future per la tv di Stato, anche e soprattutto alla luce delle imminenti novità riformatrici della stessa.
- A tal proposito inizierei con un quesito che riguarda il ruolo che una tv come la Rai può e deve rivestire in un mercato sempre più globale, dove i social network e i contenuti in streaming la fanno sempre più da padroni. Come crede che la Rai possa entrare a pieno titolo nella sfera più alta tra i network internazionali?

- Le ultime vicende relative alle polemiche del post concerto del Primo Maggio hanno riaperto una questione forse mai del tutto chiarita, ovvero quella della libertà di informazione delle tre reti nazionali. Partendo dalla sua esperienza diretta, può fornirci qualche spunto di riflessione sul ruolo che la politica riveste all’interno della gestione della Rai? Non crede che il diritto di informazione dei cittadini, che annualmente pagano il canone, vada garantito con pluralismo e senza interferenze politiche di qualsiasi genere da parte di chi fa servizio pubblico?

- Troppo spesso i contenuti della tv contemporanea sono dettati esclusivamente dai dati di audience e dallo share, a scapito della qualità degli stessi. Non trova opportuno che la televisione pubblica sia la prima a fornire una inversione di tendenza, tornando ad offrire format dalla qualità più alta e, quindi, un servizio maggiore al cittadino?

- Con l’avvento dell’era digitale l’offerta della Rai è cresciuta a livello di canali, ma personalmente trovo che tanti contenuti, soprattutto quelli prettamente culturali e di approfondimento artistico, trovino poco spazio nelle tre reti principali. Le chiedo se è d’accordo con questa mia visione, e se pensa che si possa fare di più anche su questo fronte?

 

 La registrazione della diretta video

 

 

 

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Come funziona l'Auditel spiegato da Stefano Balassone

Auditel gli ascolti si fanno differitidi Stefano Balassone da Sciò Business - Se fossimo una delle 5.000 e passa “famiglia auditel” i televisori di casa sarebbero abbinati ad altrettanti apparecchietti dotati di una fila di tastierini numerati, uno per ogni residente o ospite, anche temporaneo, della magione. Come tutti gli altri mortali ci piazzeremmo davanti al video, metti conto quello nel tinello in compagnia della consuocera in visita, e vagheremmo col telecomando, oppure, mentre sbrighiamo faccende in casa, lasceremmo correre un programma di compagnia (fai conto Uomini e Donne, perché ci sentiamo dei loro oppure, al contrario, li osserviamo di passaggio come fossimo allo zoo). A differenza degli altri comuni mortali, i “non auditel”, avremmo in più l’incombenza di premere il tastierino corrispondente per avvisare l’apparecchietto di considerarci “spettatori”. E se per ipotesi, a un certo punto (perché c’è un limite a tutto, anche all’interesse per Uomini e Donne) decidessimo di darci sollievo lasciando la consuocera addormentata davanti alla tv del tinello e trasferendoci di soppiatto in altra stanza con relativo televisore, dovremmo disattivare il “nostro” tastierino del tinello e attivare quello corrispondente nella nuova postazione.
In sostanza il “sistema auditel” altro non è che il diario giornaliero annotato su un minicomputer, di quanto a lungo stanno davanti a un televisore acceso i vari membri della famiglia con gli eventuali ospiti. Dove “stare davanti” non vuol dire “seguire appassionatamente”, ma comprende anche il dormire alla grossa in poltrona mentre la antistante tv procede per conto suo. Poi, nel cuore della notte, lo stesso computer, mentre la casa risuona solo dei respiri del sonno notturno, trasmette silenziosamente i suoi dati a un molto più potente computer milanese che li mette in fila e fa le somme. Il risultato sono i famosi “ascolti” (numero complessivo di spettatori) su cui si avventano la mattina successiva i dirigenti delle tv, gli autori dei programmi, gli investitori pubblicitari e i politici comparsi nei talk show. Perché da quei dati dipendono fatturati e carriere. Ed è per questo che la lista delle “famiglie auditel” è sempre stato un segreto, ma di quelli abbastanza sforacchiati perché chiunque (amici, parenti, fornitori) capitasse in quelle case constatava, a causa della presenza dei relativi tastierini, il loro essere “componenti del campione”, e dunque di fare parte di quelli che contribuiscono, a colpi di zapping, alle fortune e ai fallimenti dello show business televisivo.
Certo, stavolta ha fatto sensazione che proprio chi recluta quelle famiglie ne abbia, per una svista, diramato la lista. Ma ci ha sorpreso che, almeno finora e a differenza di qualche, pur meno vistoso, incidente del passato, non vi sia traccia del famoso dibattito sulla “schiavitù dell’auditel” (cui tanti da sempre addebitano di essere fasullo, manipolabile e massificante oltre che, va da sé, nemico della qualità). Come se l’auditel fosse divenuto davvero, ormai, una istituzione di riferimento. Come l’Arma dei Carabinieri, che inciampa anche lei di tanto in tanto, ma restando comunque la Fedelissima. Perché in qualcosa bisogna pur credere.

 

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Rai, parlare di finanziamenti fa bene a tutti

rai logodi Stefano Balassone - All'ordine del giorno nel dibattito non c'è solo un discorso economico ma anche quello dei fini dell'azienda, un'occasione da non perdere per riflettere e decidere al meglio come essere servizio pubblico. C'è da pensare che il tema Rai, con tutto quel che ne segue per l'intero sistema dei media e delle industrie audiovisive in Italia, sia effettivamente all'ordine del giorno.
È vero che sul canone se ne stanno sentendo e inventando di tutti i tipi, dalla modulazione secondo fasce di reddito, all'aggancio alla bolletta elettrica (e a qualsiasi casa uno possieda), oppure agli aggeggi per comunicare che ci troviamo a possedere (in tal caso l'esattore sarebbero le compagnie telefoniche).
La verità è che se vuoi che tutti contribuiscano, devi per forza agganciarti a qualcosa di universalmente diffuso (l'elettricità e cioè la casa; la comunicazione, e cioè gli aggeggi per effettuarla/riceverla) oppure a un consumo che derivi da passioni "irrefrenabili", come il gioco d'azzardo (lotto, macchinette mangiasoldi etc) sulle quali puoi spalmare tasse stando tranquillo che il consumo non si contrarrà.
Alla fin fine la decisione di imboccare l'una o l'altra strada oppure un cocktail di tutte) dipenderà dal grado di reattività populistica connesso ad ogni ipotesi (Tocchi la casa?: ahi! ahi! Intercetti la bolletta elettrica? Oppure quella telefonica? Il rumore populista si abbassa, ma insorgono gli azzeccagarbugli delle compagnie costrette ad analitici rendiconti. Spremi qualcosa dalla mania del gioco? Non sia mai che si mischi il sacro del Servizio pubblico col profano tintinnare dei Jackpot).
La sensazione è che, comunque, l'aver posto all'ordine del giorno il tema del finanziamento del Servizio pubblico dia automaticamente la stura alle domande collegate: perché un Servizio pubblico? Chi lo guida? Come se ne valutano i risultati?
Domande nuove non perché anche ieri non avessero senso, ma perché invece di porsele e di dare risposte, si recitavano vuote litanie sulla "qualità" dei programmi, la "cultura" e via orecchiando, ma si partiva nella sostanza dal sistema del Duopolio (parliamo degli ultimi trenta anni!) che riproduceva se stesso come epifenomeno dell'equilibrio politico (questo è stato il capolavoro di Berlusconi: collocare gli oppositori come puntelli. Giacché i puntelli è così che funzionano, controllate in qualsiasi cantiere: più si "oppongono" più puntellano. E così pur sentendosi soggettivamente oppositori svolgono nella sostanza la funzione di sostenitori. E naturalmente qui ci riferiamo a quelli con la testa di legno. Perché se invece avessero una testa vera non starebbero lì a opporre/sostenere quel che c'è, ma cercherebbero di cambiarlo per davvero).
Oggi l'occasione del cambiamento c'è perché il Duopolio gode di pessima salute per molteplici e strutturali ragioni, a partire dal fatto che si basa sul controllo dei media (le frequenze, i canali) mentre il protagonista è diventato e ancor più diventerà il prodotto, che si rende disponibile attraverso le mille strade di internet. Così Biscione e Cavallo, se non si svegliano, o se non vengono svegliati, rischiano la fine delle repubbliche marinare italiane, spiazzate dalla scoperta delle rotte oceaniche.
Se tanto ci da tanto, il tira e molla e il pensa e ripensa sulle formule di finanziamento, apre necessariamente il discorso complessivo sulle finalità e gli assetti dell'attuale "mondo Rai" e, di riflesso, dell'attuale "mondo Mediaset". Insomma, è difficile che i parlamentari diano il via libera a un finanziamento senza aver discusso di come lo si guida, e per andare dove.
Finanziamento e fini sono facce della stessa medaglia. E quando guardi l'una, non puoi evitare di pensare all'altra.
Pubblicato in Odiens, Europa 26 novembre 2014

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Conversando con Stefano Balassone

Stefano Balassonedi Ignazio Mazzoli - Stefano Balssone scrive di sè: «Ha fatto in tempo a nascere poco prima della caduta del fascismo e a godersi gli ultimi sprazzi del secolo delle ideologie. Ma è molto tempo ormai che le narrazioni cerca di farsele da sé (si sbaglia ugualmente, ma meno a lungo). Quello che ha imparato lavorando (la Terza Rete negli anni '80, il CdA RAI al tempo dell'Ulivo e come produttore privato per qualche tempo) cerca di insegnarlo alla Luiss, a Roma 2, al Suor Orsola Benincasa. Ha scritto qualche libro, tra la pratica e la grammatica della tv.»
Noi l'abbiamo conosciuto per la prima volta, era febbario dell'anno 2000, in un interessante dibattito svolto alla biblioteca di Ceccano in cui parlavano di televisione Lilli Gruber e lui. Assolutamente interessante l'incontro ed interessantissimi i due intervenuti. Lei era il volto del Tg 1 e lui era un autorevole consigliere di amministrazione della Rai.
La nostra conoscenza si è via via fatta più approfondita. Nelle occasioni in cui Balassone veniva in provincia di Frosinone a Giuliano di Roma, dove aveva una casa, edicolaciociara.it, la crisalide di unoetre.it, ebbe, allora, il suo contributo in una serie di chat sulle vicende politiche locali e nazionali e su alcune analisi del voto. Ormai la conoscenza è diventata un'amicizia.
Questa volta Stefano Balassone ha dialogato con il nostro giornale che era rappresentato da Angelino Loffredi ed Ermisio Mazzocchi, oltre che da me e ci ha fornito per in nostri lettori idee guida d'interpretazione di quello che succede nella nostra produzione televisiva. Nelle risposte alle nostre domande, in questi video che seguono, ci sono molte cose da imparare.

Conversando con Stefano Balassone

 

 

 

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