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Il Sindacato di strada

CRONACHE&COMMENTI

Camere del lavoro e zone sindacali aperter fino a sera tardi

di Aldo Pirone
sindacatodistrada 390 minIeri Luciana Castellina ha intervistato Maurizio Landini su “il manifesto”. Lettura interessante. Tra molti propositi di rinnovamento espressi dal segretario della Cgil, ce n’è uno di particolare importanza: “il sindacato di strada”. In sostanza, dice Landini, se vogliamo intercettare e organizzare i lavoratori frammentati e dispersi sul territorio bisogna investire di più sull’organizzazione territoriale del sindacato. Il tema non è nuovo. Questa esigenza fu presente anche negli anni dal ’69 ai ’70 fino agli anni ’80 per poi declinare ed essere abbandonata. La Castellina ricorda i “consigli di zona” che furono una proiezione esterna dei consigli di fabbrica appena assunti dai sindacati confederali a struttura portante nei luoghi di lavoro, in particolar modo dalla Flm la federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici. Eravamo ancora in piena epoca fordista, quando a dare il là al sindacato e all’intero movimento dei lavoratori erano le grandi concentrazioni operaie. Poi vennero le zone sindacali della Cgil che cercarono di dare una proiezione confederale e territoriale stabile al sindacato, con l’intento non solo di organizzare i lavoratori delle piccole unità produttive ma anche di interessare il movimento sindacale alle problematiche del territorio (sanità, trasporti, scuola, casa) che riguardavano da vicino la vita del cittadino-lavoratore. Luciana Castellina fa di queste battaglie dei Consigli di zona e dei risultati ottenuti un elenco puntiglioso. L’emblema di questo sforzo organizzativo esterno alla fabbrica furono le famose riforme oggetto fra il ’68-’69 e i primi anni ’70 di grandi scioperi generali e di mobilitazioni sindacali di non secondaria importanza. Portarono alla conquista di alcuni pilastri del welfare italiano come il Servizio sanitario nazionale.

La rivoluzione tecnologica messa in campo e utilizzata dal padronato imprenditoriale per mettere all’angolo la vecchia classe operaia, con tutto quel che ne è seguito di cambiamenti nei metodi e negli strumenti della produzione e della comunicazione, nella frantumazione del lavoro dipendente, nella diffusione del precariato ecc., ha fatto arretrare, fino alla sua scomparsa, l’organizzazione sindacale dal territorio negli ultimi decenni, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuto raddoppiare quello sforzo che oggi Landini e Castellina chiamano “sindacato di strada”.

Ricordo che un segretario generale della Cgil, Antonio Pizzinato, eletto dopo Lama, iniziò il suo breve mandato proprio su questa necessità. Diceva che bisognava tenere aperte le Camere del lavoro e le zone sindacali fino a sera tardi per essere punto di riferimento organizzativo e anche vertenziale per questi nuovi lavoratori, anche immigrati, che iniziavano a popolare il lavoro frammentato, occasionale e precario. E che da tutto ciò emergeva l’esigenza di una “rifondazione” della Cgil. Non fu ascoltato, anzi fu contestato e, dopo 32 mesi, sfiduciato.

Che oggi Landini senta la necessità di ritornare al “sindacato di strada” è un fatto sicuramente positivo. Insieme a tanti altri propositi rinnovatori, anche epocali, che espone nell’intervista insieme alla Castellina che non sto qui ad elencare per brevità. Raccomanderei solo molta concretezza nelle proposte in grado di partire sempre dalle necessità più sentite dai lavoratori per agganciarle alle problematiche e obiettivi più generali.

Vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Intanto ricordiamoci del compagno Pizzinato.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Cassino. Per una strada dedicata a Don Minozzi

77° DISTRUZIONE DI CASSINO. Storie del Frusinate

“Ripercorriamo, con la memoria dei ragazzi di allora..."

di Mario Costa
15marzo1944 e Cassino fu rasa al suolo 390 minAnche se, come quest’anno, il 15 marzo, 77esimo anniversario della distruzione della Città, causa “zona rossa” lo si è dovuto ricordare non con la tradizionale partecipata cerimonia, ma solo con un momento di raccoglimento del sindaco, Enzo Salera, davanti al monumento ai caduti con la deposizione di una corona di alloro, questa data, ogni volta, nel lento fluire degli anni, porta alla mente, in particolare a quella dei cassinati indigeni, sempre qualcosa di particolare, di nuovo, di diverso.

A noi quest’anno la triste ricorrenza ci ha riproposto con forza il dolce, pur se malinconico, ricordo (e l’attualità) di un giornalino, “Zainetto News”, fatto da nostri alunni di terza media alla “Di Biasio” in occasione dei 60 anni dalla distruzione di Cassino. “Oggi, 60 anni fa”, era il titolo a tutto tondo della prima pagina di quel giornalino. “Ripercorriamo, con la memoria dei ragazzi di allora, la vita che rinasceva sulle macerie della Città rasa al suolo dai bombardamenti”, il sommario.

Stampato in diecimila copie grazie al Comune che ne coprì il costo della stampa, andò a ruba. Tra le nostre disordinate e mai troppo “sudate carte”, abbiamo fatto fatica a ritrovarne una copia, che sapevamo esserci lì rimasta. I ragazzi, con quel diligente lavoro, hanno cercato di ricostruire, soprattutto attraverso la voce di protagonisti del tempo, in molti casi quella dei loro nonni, la condizione di povertà materiale ed umana della nostra gente quando la guerra, ritiratasi alla fine del maggio del 1944, lascia cadaveri, mine inesplose, malaria, lutti, miserie atroci.

Hanno raccontato la dura vita nelle baracche, i pericolosi giochi dei loro coetanei di allora con i proiettili inesplosi, l’emigrazione in terre anche lontanissime come l’Australia e l’America, con nel cuore la speranza in un futuro migliore e la nostalgia per i cari da cui ci si staccava. Ma hanno parlato pure di qualche bella storia d’amore, e dell’amore per la vita, per la nostra terra, grazie al quale è stato possibile “il miracolo della ricostruzione”. Incontrando testimoni, hanno attinto notizie sugli artefici della rinascita, sulla ricostruzione dell’Abbazia, su protagonisti del tempo che seppero suscitare l’orgoglio del riscatto, riaccendere la fiammella della fiducia e seppero guidare la ripresa della vita.

Taccuino in mano, i ragazzi sono andati dai loro nonni, si sono fatti raccontare ogni cosa. Si sono sguinzagliati sul territorio ed hanno chiesto ancora, spinti da un entusiasmo crescente per ciò che apprendevano e dall’orgoglio per il lavoro che stavano producendo. Hanno così riferito degli “scioperi a rovescio”, le prime lotte sociali per il lavoro, della tenace battaglia per riavere il tribunale ed anche di qualcosa che prima c’era e ora non c’è più.
Tra le cose che non ci sono più, il glorioso Istituto “Padre Minozzi”, come veniva chiamato dai cassinati (Ora lì c’è il “San Raffaele”, la casa di cura privata del gruppo Angelucci). Venne inaugurato l’11 marzo del 1946. Era un orfanotrofio. Purtroppo gli orfani sono una triste “eredità” della guerra. Fu realizzato grazie all’impegno dell’ordine “Figli d’Italia” con sede a Philadelphia e alla appassionata attività di propaganda e di raccolta di denaro di don Giovanni Minozzi. In America, da missionario per un anno, costituì un comitato permanente italo-americano per orfani di guerra. Con le generose offerte si realizzò tra le macerie di Cassino quella struttura dove tanti ragazzi, privati degli affetti più cari, trovarono vitto, alloggio, istruzione, amici. Ed un futuro.

Ed eccoci ora giunti alla cosa, di scottante attualità, che la ricorrenza del 15 marzo, tra le tante, legate alla guerra e all’immediato dopoguerra, ci ha fatto balzare alla mente: a Cassino non c’è alcuna via “Padre Giovanni Minozzi”. Niente più che ricordi questa nobile e meritoria figura di uomo, di religioso, di benefattore a quelli più avanti negli anni e che la indichi ai più giovani per l’alto valore educativo, morale, civile. In passato ha supplito a tale grave “dimenticanza” l’Istituto “Figli d’Italia”, che la nostra gente chiamava il “Padre Minozzi”. Da molto tempo non è più così. Occorre riparare.

Giorni addietro finalmente si è costituita in Comune, dopo un bel po’ di anni, la commissione toponomastica che dovrà proporre l’intitolazione di diverse vie attualmente senza nome e senza numeri civici. Pur nella consapevolezza che da più parti le tireranno la giacca, anche a nome di tanti riconoscenti ex ragazzi del “Don Minozzi”, ci permettiamo di segnalare pubblicamente alla presidente, Alessandra Umbaldo, persona sensibile e attenta, l’inopportunità del permanere di tale “dimenticanza” nella nostra città Martire, decorata di medaglia d’oro al valor militare, dove la sua gente migliore non dimentica chi le è venuto in soccorso nel momento del bisogno.

 

 

 

 

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"Questa, secondo noi, è la strada"

Genitori Tarantini

"...la nostra posizione in merito ex-Ilva non cambia"

Associazione Genitori Tarantini
AssociazioneGenitoriTarantiniA margine della videoconferenza organizzata dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, alla presenza di alcune associazioni impegnate sul territorio, riteniamo doveroso rendere noto, sia alle persone che ci seguono e che in varie occasioni hanno mostrato fiducia in noi che a quelle che non ci seguono o che non hanno alcuna voglia di credere in noi, che la nostra posizione in merito alla questione ex-Ilva (e, più in generale, alla questione Taranto) non cambia:

Chiusura delle fonti inquinanti, a cominciare dai pericolosi e illegali impianti del siderurgico che sono sotto sequestro penale dal luglio 2012 perché “causano malattie e morti”; restituzione, previa bonifica, del territorio, attualmente occupato dall’azienda, ai rispettivi comuni di pertinenza; NO-TAX area per un minimo di dieci anni a favore dei comuni considerati area S.I.N.; progetti per uno sviluppo ecocompatibile con le peculiarità del nostro territorio presentati da personalità di rilievo internazionale.

Inoltre, data la gravità della situazione sanitaria determinata dalle pericolosissime emissioni inquinanti delle industrie che per anni hanno avvelenato la nostra città, pretendiamo un registro, aggiornato giornalmente, sulla mortalità a Taranto, suddivisa per quartieri, sesso ed età, con la collaborazione dell’Ufficio Anagrafe del comune di Taranto , che si realizza con facilità con gli strumenti informatici di cui disponiamo. Parallelamente dovrà essere incrementato il numero degli operatori sanitari che paradossalmente è carente in una città afflitta da eccessi di malattie dovuti ai veleni industriali.

A Genova, nel 2005, l’area a caldo è stata chiusa per sempre (e trasferita a Taranto), tutelando, attraverso un accordo di programma, le maestranze tutte. Anche Trieste, quest’anno, si è liberata di quella produzione inquinante, con grande felicità del ministro triestino Patuanelli. Riteniamo oltremodo offensivo della dignità, della salute e della vita dei tarantini continuare a produrre in questa maniera obsoleta.

La Costituzione italiana assegna a tutti i cittadini pari dignità e tutela la salute come unico diritto fondamentale.

Taranto ha diritto di essere considerata territorio italiano, non possedimento della Repubblica; Taranto ha diritto ad avere pari opportunità; Taranto ha diritto di regalare aria pura ai suoi figli e i suoi figli hanno diritto di restare nella terra che li ha visti nascere.

Regione Puglia e Comune di Taranto, se davvero vogliono attivarsi per la tutela del territorio e della salute dei cittadini, dovrebbero sollecitare al TAR del Lazio la trattazione, previa sospensiva, del ricorso per l’annullamento del DPCM del 29 settembre 2017 che autorizza la produzione con impianti che invece dovrebbero essere fermati per l’art. 29 decies del d. lgs. 152/2006 (Codice dell’Ambiente). A tal proposito, il Sindaco potrebbe anche intervenire nel ricorso alla CEDU contro lo Stato italiano che continua a violare i nostri diritti alla vita e alla salute.

Cogliamo l’occasione per invitare il presidente della Regione Puglia, Emiliano, il presidente della Provincia, Gugliotti, e il sindaco di Taranto, Melucci, con le rispettive fasce distintive, a d organizzare un sit in sotto il Palazzo della Prefettura di Taranto per dire, insieme ai cittadini, NO al nuovo accordo. Una posizione chiara di chiusura immediata di impianti illegali e pericolosi.

Questa, secondo noi, è la strada.

Comitato cittadino per la tutela della salute e dell’ambiente a Taranto

Rappresentante legale: Massimo Castellana

PeaceLink (Alessandro Marescotti)

Ass. Genitori tarantini – ets (Cinzia Zaninelli)

Comitato Quartiere Tamburi (Giuseppe Roberto)

Donne e Futuro per Taranto Libera (Lina Ambrogi Melle)

LiberiAmo Taranto – aps (Maria Arpino)

Lovely Taranto – ets (Antonella Coronese)

 

 

 

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Perché l'Arte di strada?

Arte trovata per caso

 C'è sempre un pubblico di tutte le estrazioni sociali, bambini, giovani, gente di ogni età.

Le risposte di Serena Galella alle domande di UNOeTRE.it

Serena Galella Perché l'Arte di strada?

«Primo perché, ce ne sono parecchi...
Ho sempre pensato che l'arte debba essere accessibile a tutti. In strada lo è. Il pubblico della strada è eterogeneo, di ogni estrazione sociale, può decidere liberamente di fermarsi a vedere lo spettacolo o proseguire. Diventa una scelta personale e si trasforma in partecipe.
L'artista che lavora in strada spesso coinvolge il pubblico e si rompe quella distanza che sovente è dovuta allo spazio fisico. A teatro si paga un biglietto, si è programmato di andare e si è scelto lo spettacolo. In strada la sorpresa è uno degli elementi cardine. Io mi fermo se sono attratto e resto se coinvolto emotivamente. L'artista di strada dona a prescindere, chi vuole può lasciare un'offerta o andare via. Il pubblico smette di essere passivo, spesso è direttamente coinvolto e parte dello spettacolo.
L'arte in strada è per tutti. Trasforma lo spazio che viene vissuto in modo differente dai cittadini che assistono.
E' socialmente utile, mette insieme la gente dal vivo, con la presenza fisica dei loro corpi, cosa sempre più difficile.
Oggi a causa della pandemia siamo costretti a incontrarci virtualmente, ma prima? Le nostre piazze sono piene di stranieri, spesso gli unici a frequentarle perché noi italiani restiamo in casa davanti una tastiera... le rare volte che negli ultimi anni sono andata a Roma ed ho passeggiato ho notato che la strada non è più il luogo dell'incontro, almeno non per noi. Piazze dove vanno polacchi, luoghi di incontro di cittadini immigrati africani, strade dove a passeggiare vanno le famiglie rumene. Gli italiani escono solo per lo shopping... abbiamo perso il gusto dello stare insieme, completamente rimbambiti dai social che sono diventati l'unica piazza per troppi, con le conseguenze che sappiamo.
Specie ora è necessario l'incontro dal vivo.
Le persone che si fermano, stanno al gioco, si divertono e spesso riducono le distanze tra loro. Nel cerchio il pubblico si trova e si riconosce, spesso nascono amicizie (di certo tra i più piccoli).
Il valore sociale è evidente, specie se pensiamo a progetti speciali fatti da artisti che hanno sviluppato la capacità di mettere insieme le diverse realtà sociali intorno ad un progetto artistico e culturale, vedi l' “Orquestra Criativa” di Alksandar Caric' Zar in Portogallo.
I numeri dei partecipanti ai festival di teatro e musica in strada sono impressionanti, ma la cosa più impressionante è che in oltre 30 anni di attività non si sia mai registrato un atto violento o uno rissa, malgrado l'elevato numero di giovani che spesso finiscono la serata ubriachi.
Stare insieme in armonia è possibile.
L'artista di strada è indipendente. La gestione del suo lavoro è autonoma, necessita di una capacità di autogestione su diversi fronti, artistico, artigianale, organizzativo e disciplinare. Chi fa spettacolo in strada ha necessità di allenarsi, ha uno stile di vita sano, cura alimentazione, corpo e anima.
In poche parole, è una scelta di vita che ti permettere di vivere in modo umano, rispettoso della natura, ti consente di stare vicino ai tuoi figli, crescerli e non affidarli a nonni e baby sitter. Tra i numerosi bambini che ho conosciuto, i pargoli degli amici artisti sono i più autonomi, felici, sani e creativi.
Ci sono intere famiglie dedicate a questo genere artistico.
I valori di solidarietà, lo scambio delle conoscenze spontaneo, la generosità, l'operosità, il “fare” al posto del “comprare”, sono tra le caratteristiche di questo mondo.»

Quando nasce, come nasce, dove nasce?

«La nascita risale al medioevo con i trovatori occitani che portano poesia in tutta Europa. Più specificatamente in Italia si può parlare di Commedia dell’Arte che ha le sue origini a metà del ‘500, almeno al 1545 risale il primo contratto scritto, attori finanziati per girare e portare spettacoli in luoghi diversi. Gli attori si esibivano dopo aver concordato un canovaccio scritto e aperto all'improvvisazione, con regole precise. Da qui nasce l'espressione, comunemente usata di “prova all'italiana”. Il saltimbanco era un commediante che improvvisava una commedia con altri attori, spesso nelle fiere e feste, saltando sui banchi per farsi vedere.
L’arte di strada europea si sviluppa a seguito della rivolta giovanile del ’68. Diversa è la sua espansione in Europa e in Italia, dove le leggi del codice Rocco hanno di fatto impedito la crescita di questa forma di spettacolo. Il naturale appropriarsi delle piazze da parte dei giovani negli anni settanta ha fatto emergere compagnie teatrali importanti come il “Living Theatre”, che si esibiva in performance all'aperto, dei veri e propri happening di teatro poetico e politico, e dato a questa espressione artistica un’identità più moderna, ma in realtà l’arte di strada è sempre stata praticata e troviamo nei quadri di Goya dei trampolieri e girovaghi, nelle incisioni e tanti artisti hanno “fotografato” saltimbanchi in diverse epoche e fattezze.
Oggi, dopo anni di battaglie, siamo al punto di partenza.
La legge che hanno abrogato, la tristemente nota 121, ha lasciato un vuoto legislativo e dato la possibilità ai comuni di organizzarsi da soli, in modi diversi e spesso illogici.
Roma è stata la prima grande città che ha approvato una delibera per regolare questo tipo di esibizione in città, ma dopo 10 anni il sindaco innominabile (Alemanno) ha smantellato tre norme del regolamento e ha di fatto impedito nuovamente le esibizioni.
Oggi è tutto da rifare. Si continua, specie da noi, a trattare chi si esibisce in strada alla stregua di un mendicante, quando invece il mondo che gira intorno a questo tipo di arte ha creato oltre 200 festival e rassegne di tutto rispetto e con numeri di pubblico impressionanti. Ci sono intere pubblicazioni fatte con festival, artisti, compagnie, guide per gli addetti ai lavori, che dimostrano un’affluenza a tali iniziative oltre l’immaginabile.
La cosa più bella e interessante è che mai ci sia stato un scontro o un atto vandalico e violento, una moltitudine di gente felice che passeggia in armonia con i suoi simili, spostandosi da uno spettacolo all’altro, sorridente e soddisfatta.
Questo è il mondo che gira intorno all’arte di strada.»

Cosa spinge a diventare artista di strada?

«Io posso parlare per me. Avevo iniziato a fare teatro in provincia e smesso a seguito della perdita di mio padre. Mi mantenevo mentre finivo gli studi in Accademia. Quando ho ripreso mi ero trasferita a Roma e ho trovato casualmente dei corsi di teatro organizzati da una compagnia di trampolieri, l'Abraxa Teatro. Lavoravo a tempo pieno con loro e quando ero libera, la domenica, andavo ad esibirmi da sola a Piazza Navona, questo mi aiutava economicamente, perché i guadagni erano magri e contemporaneamente mi pagavo la formazione.
Mi ha spinto la sopravvivenza. Era l'unica forma di spettacolo che veniva finanziata liberamente dal pubblico presente e io riuscivo a mantenermi, non dovevo attendere il comune, la compagnia, il comitato, l'associazione... erano soldi che arrivavano subito. Un'altra delle cose è l'autonomia. La gestione autonoma, certo dettata dagli ingaggi, ma non solo. La giornata passa tra allenamenti, prove, studio di uno strumento, ufficio, corsi o lezioni, burocrazie varie se gestisci tu anche la parte legata al lato fiscale.
La vita dell'artista non è tutta divertimento come si crede, è fatta di sacrifici e amore.
E questa è la motivazione vera, l'amore per la vita, perché in strada c'è la vita. Tutte le arti posso convivere nella strada, dipende dall'accoglienza che viene riservata a quest'espressione artistica.
Una serie di coincidenze mi hanno spinta a essere un'artista di strada, perché ho sempre alimentato la bellezza attraverso l'arte, che fosse la musica, il teatro, la danza, la pittura e la strada mi ha permesso di mettere tutto insieme, rispettando la mia natura, naturalmente estroversa e allegra.
Il contatto diretto con il pubblico è uno scambio a doppio senso fatto di gesti, attenzioni e sorrisi e questo è impagabile.»

Che pubblico richiama l'arte di strada e con quale messaggio?

«Il pubblico nei grandi Festival è di tutte le estrazioni sociali, molti addetti ai lavori, bambini, giovani, gente di ogni età. L'arte di strada è molto amata dal pubblico, è la politica che non trova una soluzione a risolvere le problematiche di sempre. E' anche vero che negli ultimi anni la situazione è esplosa e ora i numeri degli artisti che si esibiscono in strada è talmente elevato che solo a Milano il sito delle prenotazioni usato dal comune ha registrato 1600 richieste di prenotazioni su un'unica strada in un solo giorno.
In Italia non abbiamo idea delle produzioni straniere. La Francia ha produzioni con musica dal vivo, strutture scenografiche mobili e fantascientifiche, teatri gonfiabili dove vedi lo spettacolo sdraiato perché tutti agiscono in aria, orchestra compresa. Da noi non si è potuto sviluppare per via delle leggi del 1932 sulla pubblica sicurezza, leggi fatte da Mussolini e ancora vigenti fino all'abrogazione di una legge che multava gli artisti girovaghi e li inseriva tra vari mestieri ormai scomparsi. E' questo che ha impedito lo sviluppo, oltre che la mancanza totale di investimenti statali sull'arte e men che meno su questo tipo di spettacolo. Anzi, hanno cercato e cercano di fermarlo in ogni modo.
Il teatro è cultura, in Italia pochissimi vanno a teatro, in strada si arriva a tutti. La vera cultura avviene anche negli spazi aperti dove non si scende a compromessi perché non assoggettati a dinamiche di mercificazione.
Questa la lezione che ci ha lasciato un attore e fondatore del Teatro Kismet di Bari, recentemente scomparso, Vittorio Cosentino, che ha portato i classici in strada.
"L'essenza del teatro è racchiusa in un mistero che si chiama momento presente. Con il teatro noi riusciamo a capire l'essenza del funzionamento del cervello umano. Questa è la magia dello spettacolo. I grandi autori ci fanno capire, in parte come funzioniamo".
Non credo ci sia un unico messaggio...
“...l’arte di strada è un momento di vita collettiva autenticamente vissuta e non attraverso il filtro alienante dello schermo televisivo o di un computer. L’arte di strada, proprio perché mette in contatto gente che ha fatto scelte di vita diverse, persone e espressioni culturali di tutto il mondo, costituisce un ottimo antidoto contro la cultura del pregiudizio, del sospetto, della separazione.
Attraverso l’arte di strada si possono anche comunicare i valori di civile convivenza di un Paese, dove tali valori ci sono e sono forti, ma che, troppo spesso, sono oscurati dalla rappresentazione di manifestazioni di stupidità e violenza, che non nascono nemmeno da furore ideologico, ma dalla ricerca di un nemico qualsiasi da offendere, da colpire. L’arte di strada è una piazza, sono le strade di un centro storico o di un borgo antico affollate di persone che si muovono con serena euforia alla ricerca di uno spettacolo, ma anche di un’occasione di incontro e di conoscenza. L’arte di strada può legittimamente essere l’immagine di un’Italia non minoritaria, ma non adeguatamente mostrata, che non si sente rappresentata dai piazzali di guerra che circondano gli stadi, dove bande di giovani e meno giovani fanno scontrare fragorosamente il proprio vuoto interiore.”
Sante parole, scritte anni fa' da Gigi Russo uno degli ideatori del festival musicale più famoso d'Italia, il Ferrara Buskers Festival».

 

Intervista di Tania Castelli a Serena Galella sui temi affrontati nel testo

 

Serena Galella scrive anche per CiesseMagazie per il quale cura la rubrica dell'arte

 

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Una strada c'è

25 novembre 2020

In particolare mi rivolgo a voi uomini...

di Tania Castelli

FotoTania 1 350 minCom'eri vestita?
Perché eri in giro a quell'ora?
Te la sei cercata.
Perché sei andata a quella festa?
L'uomo è cacciatore.
Dovevi pensarci prima!
Si sa come vanno certe cose ...
Cosa hai fatto per provocarlo?
Devi pensare alla famiglia.
Vuoi togliere il padre ai tuoi figli?
Probabilmente hai fatto qualcosa di sbagliato ...
Se scatti certe foto o fai un certo tipo di video non ti lamentare delle conseguenze!
Le donne "per bene" non fanno certe cose ...
Guarda cosa mi costringi a fare, è colpa tua!
Sei tu a volerlo …
Un uomo sa cosa vuole una donna.

 

Diciamolo una volta per tutte: sono idiozie! Idiozie pericolose a cui ribellarci, indipendentemente dal genere. Contro cui combattere uniti donne e uomini.

Il cambiamento deve essere profondo e soprattutto culturale. Bisogna cambiare la mentalità che vede le donne sottomesse, esseri inferiori, vittime predestinate della forza bruta votate alla cura familiare e domestica, indissolubilmente legate al maschio alpha. Cambiare il modo in cui molte donne percepiscono e subiscono supinamente il patriarcato. E cambiare innanzitutto il modo in cui molti uomini vogliono continuare a mantenere in piedi una società arcaica e maschilista che dipinge gli uomini quasi come animali da punta che, soli o in branco, vanno a caccia di "prede femmine". Dobbiamo cambiare anche il linguaggio: la narrazione di una società ne determina la qualità, così come le definizioni. Cambiare gli atteggiamenti, modificare l'attitudine al rispetto educando fin da piccoli bambine e bambini, anche attraverso l'esempio. Cambiare molte leggi, ancora pregne di stereotipi superati, che non rispondono più alla società reale o alle sue nuove esigenze.

La società va ricostruita partendo da altri paradigmi, basati su equità, parità di genere e rispetto. Diversamente saremmoFotoTania 2 390 min destinati al fallimento dell'intera specie e gli orrori a cui assistiamo quotidianamente ai danni del genere femminile ne sono il preludio.
Femminicidio, stupro, riduzione in schiavitù, sfruttamento sessuale, sfregiamenti con l'acido, maltrattamenti fisici e psicologici, stalking, revenge porn, sfruttamento economico, controllo del patrimonio, ostacolo alla libera scelta e all'autodeterminazione, disparità di genere professionale e retributiva … sono tutte facce della stessa medaglia. Aspetti molteplici e insopportabili della violenza di genere.

C'è un altro modo di coesistere, di collaborare e costruire un futuro migliore possibile. In particolare mi rivolgo a voi uomini: ribellatevi all'autocompiacimento dello stereotipo che impone l'immagine del maschio in preda all'estro riproduttivo incontrollabile. Ribellatevi a chi tenta di inculcare il vanto di avere più ormoni che neuroni. Altrimenti è come negare che l'essere umano sia uscito finalmente dalle caverne! Uomini scendete in strada, riempite le piazze e cominciate a pretendere una società diversa, più giusta ed equa. Camminate assieme a noi, a fianco a noi.

La strada non è poi così impervia se percorsa sostenendoci reciprocamente!

 

Tania Castelli fa parte della redazioni di CiesseMagazine e di UNOeTRE.it. E' cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 

 

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Frosinone strada per strada

Elezione del Consiglio dei Giovani

GiovaniDem candidati 350 minL’impegno dei Giovani Democratici del capoluogo

Era il 2015 quando da una proposta dei Giovani Dem del capoluogo ebbe inizio l’iter chiuso qualche mese fa con il decreto di indizione delle elezioni per il Consiglio Comunale dei Giovani. Nonostante i ritardi, i rinvii e i finanziamenti mancati finalmente domenica 15 marzo tutti i ragazzi e le ragazze tra i 15 e 25 anni residenti nel capoluogo potranno eleggere per la prima volta i propri rappresentanti nel Consiglio Comunale dei Giovani.

“Ci sono nove persone, tra ragazze e ragazzi iscritti ai Giovani Democratici, che saranno in campo nella lista Frosinone Strada per Strada e nei prossimi giorni percorreranno letteralmente tutta la città per invitare alla partecipazione attiva tutta la popolazione giovanile del capoluogo. Noi con tutta l’organizzazione giovanile siamo con loro e ovviamente sosterremo attivamente questo impegno collettivo che viene da lontano.”

Questo il commento di Giulio Comegna, esponente del circolo frusinate dei giovani dem.
La squadra dei Giovani Democratici candidati nella lista Frosinone Strada per strada è composta da Gianmarco Longiarù 18 anni, studente Liceo Severi; Giuseppe Manzo, 15 anni, studente Liceo Severi; Nicolò Trulli, 22 anni, studente universitario; Grejsa Gjomemo, 18 anni, studentessa IIS Turriziani; Valeria Chiappini, 18 anni, studentessa Liceo Severi; Surafel Getachew Mekonen (detto Susu), 16 anni, studente IIS Brunelleschi-Da Vinci; Giovanni Andrea Mignardi, 19 anni, studente universitario; Gabriele Maggi; 18 anni, studente IIS Brunelleschi-Da Vinci.

“Finalmente dopo una lunga attesa parte il Consiglio dei Giovani, con le elezioni che si terranno domenica 15 marzo può avere inizio un nuovo percorso positivo per le politiche giovanili e per il coinvolgimento attivo dei ragazzi alla vita pubblica, per questo come Giovani Democratici abbiamo dialogato e collaborato con altre realtà politico-associative per costruire insieme la lista Frosinone Strada per Strada. Qualunque sarà il risultato questo fatto rappresenta comunque una ricchezza e insieme una capacità da non disperdere.” Queste le parole di Gianmarco Longiarù, referente GD nella lista Frosinone Strada per Strada.

Prosegue sulla stessa linea Nicolò Trulli, rappresentante GD studenti universitari: "L'obiettivo è quello di avvicinarsi alle necessità e alle problematiche dei giovani della nostra città, puntando ad una stretta collaborazione con le ragazze ed i ragazzi di altre associazioni e organizzazioni. Insieme abbiamo le potenzialità per estendere il discorso ad un ampio bacino di ascoltatori, di modo da portare le nostre idee il più lontano possibile”.

Secondo Giuseppe Manzo, referente GD under-18: “Il Consiglio dei Giovani è un organo di rappresentanza eletto da tutte le ragazze ed i ragazzi, che ci darà la possibilità di formulare proposte e idee direttamente al Sindaco, agli Assessori, al Consiglio Comunale. Ha inoltre potere consultivo su tutti gli atti amministrativi riguardanti le politiche giovanili e possiede un proprio bilancio finanziato da appositi bandi regionali ed eventuali altri trasferimenti da parte dell’amministrazione comunale. Per tutte queste ragioni rappresenta un’importante opportunità per un territorio come quello di Frosinone, dove la scarsa presenza di aggregazione, politiche giovanili e prospettive lavorative creano un mix micidiale.”

 

Frosinone, 03/03/2020

 

 

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Spostano un fiume per farsi una via diretta in discarica

fiumemelfadeviato 400 mindi Alessandro Coltrè per asud.net - Spostare di cinquanta metri il corso naturale di un fiume per realizzare una strada vicino una discarica.
Succede a Roccasecca, in provincia di Frosinone, dove da fine giugno il Melfa, affluente del fiume Liri, per colpa di ruspe e macchine movimento terra ha smesso di scorrere nel suo letto originale.

In quel tratto ora c’è una strada sterrata che conduce alla discarica di rifiuti urbani di proprietà della società Mad Srl. Un episodio ancora senza responsabili e che, dopo il sequestro dell’area da parte dei vigili urbani, è ora al centro di un’indagine della procura di Cassino.
A diffondere l’accaduto è stato Mauro Marsella, presidente del Comitato per la tutela e la salvaguardia del fiume Melfa che il 29 giugno, dopo aver visitato l’area sotto sequestro, ha racconto la situazione sui social: “Il corso del fiume è stato modificato artificialmente attraverso opere di contenimento e di riempimento ed è stato deviato l’alveo naturale del fiume, che adesso corre sulla sponda opposta. Si è trattato di un atto che ha snaturato l’immensa bellezza di quei luoghi, fino a dieci giorni fa intatti, e ne ha violentato le sue intrinseche caratteristiche naturali”.

La mobilitazione dei cittadini contro l’ampliamento della discarica

Il 2 luglio, le associazioni ambientaliste e gli amministratori locali hanno organizzato un sit-in davanti i cancelli della discarica, per contestare le operazioni che hanno deturpato il corso del Melfa e per confermare tutte le criticità del sito di smaltimento rifiuti. Una lotta, quella contro la discarica di Roccasecca, che va avanti da più di dieci anni, e che nei mesi scorsi ha portato in strada migliaia di persone contro la sopraelevazione provvisoria di venti metri di una parte della discarica, nel bacino 4.
Lo scenario dell’ampliamento della discarica si è delineato con l’aggravarsi della crisi rifiuti romana: il sito di Roccasecca infatti, oltre ad accogliere i rifiuti provenienti dalla provincia di Frosinone, riceve anche i rifiuti della Capitale. Questo flusso di immondizia romana ha occupato molte delle volumetrie disponibili all’interno della discarica.
A ottobre del 2018 la Mad Srl presenta quindi un progetto per una sopraelevazione con una capacità di 750 mila tonnellate. Numeri troppo grandi, contestati soprattutto per un fattore: l’autosufficienza. L’amministrazione comunale, guidata dal Sindaco Giuseppe Sacco, durante le conferenze dei servizi e negli incontri in Regione Lazio, ha fatto presente che la provincia di Frosinone potrebbe chiudere autonomamente il ciclo dei rifiuti senza aver bisogno di smaltire un tale quantitativo in discarica. Le mobilitazioni in tutta la Ciociaria hanno lanciato un messaggio chiaro: “Non siamo la pattumiera di Roma”. Comitati e Sindaci della zona hanno contrasto il nuovo palazzone dei rifiuti anche con un ricorso al Tar del Lazio, ottenendo all’inizio una sospensiva dell’ampliamento, poi rigettata e alla fine, dopo una lotta costante, si è arrivati a una riduzione di 10 metri della sopraelevazione e a un dimezzamento delle volumetrie.
Per i prossimi 14 mesi i rifiuti di Roma continueranno ad arrivare comunque a Roccasecca, perché la Capitale è in emergenza, gli impianti in sofferenza e la monnezza deve viaggiare. Per i prossimi 14 mesi il fiume Melfa e la popolazione della Ciociaria dovranno continuare a lottare contro questa assenza di programmazione.

I vincoli ambientali e la distanza tra la discarica e il fiume

Sull’ultimo attacco al Melfa, Tommasino Marsella, consigliere comunale di Roccasecca con delega all’ambiente, ai microfoni di Extra Tv ha raccontato alcuni aspetti che collegano la battaglia contro l’ampliamento della discarica e lo spostamento di un tratto del fiume. Secondo il consigliere “i responsabili si sono prodigati per spostare il fiume di circa 50 metri a sinistra per ovviare a un problema che l’amministrazione comunale gli aveva creato, perché avevamo scoperto che i bacini 2 e 3 della discarica Mad insistevano sulla fascia di rispetto della legge Galasso, che impone di stare almeno a 150 metri di distanza da un fiume, mentre i bacini si trovavano a 110 metri. Hanno quindi spostato il fiume e sconvolto per i 600 metri di lunghezza il Melfa, spostandolo letteralmente a sinistra di circa 50-60 metri”. Citando la famosa legge del 1985; primo provvedimento che sottoponeva il territorio nazionale a vincoli paesaggistici e ambientali, il consigliere Marsella consegna dunque una possibile ipotesi sulle motivazioni dei lavori nella zona ora sottoposta a sequestro. E mentre la procura di Cassino indaga sulla vicenda, resta la triste certezza di avere un fiume oppresso dai rifiuti, ferito dalle ruspe e spostato di 50 metri su un’altra sponda.

 

 

 

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Globo Sora, il palleggiatore Marrazzo indica la strada

volleySora federico marrazzo 350 260 mindi Cristina Lucarelli* - Si avvicina un'altra sfida per la Globo Banca Popolare del Frusinate Sora che la prossima domenica, alle 18.00, sarà impegnata sul parquet della CandyArena contro i padroni di casa del Vero Volley Monza. I bianconeri hanno fretta di archiviare le ultime sconfitte e rituffarsi in campionato con l'obiettivo di accumulare punti utili a centrare una salvezza tranquilla e non si sono certamente lasciati abbattere dagli ultimi risultati, come ha spiegato il palleggiatore Federico Marrazzo ai microfoni di Radio Day:

“Sono convinto che il nostro collettivo possa dare filo da torcere a chiunque – tiene a rimarcare - Noi non partiamo mai sconfitti, ma scendiamo sempre in campo con la volontà di fare bene. Gli ultimi referti, è vero, non ci hanno sorriso, ma ci hanno lasciato delle preziose indicazioni su cui lavorare per fare ancora meglio e tornare quelli che hanno battuto Siena e Padova. Adesso, più che guardare gli avversari, dobbiamo pensare a noi stessi. Siamo una squadra giovane, che non si risparmia e con tanta buona volontà. Mantenendo alta la concentrazione e facendo il nostro gioco, possiamo vedercela con tutte le rivali”.

A proposito della prossima, il regista romano aggiunge: “Quella brianzola è una rosa molto buona e che sta facendo un ottimo percorso, come indicano gli ultimi risultati. Noi però non abbiamo paura e l'affronteremo a viso aperto. Stiamo costruendo la nostra identità e possiamo toglierci diversi sassolini dalle scarpe”.

Nel corso della stessa trasmissione è intervenuto, per la controparte lombarda, il diesse Claudio Bonati che ha detto: “Dopo questo tour de force di inizio campionato, abbiamo una settimana per lavorare normalmente. Siamo un po' stanchi e ci servirà. Sora mi ha sorpreso in maniera positiva: ha vinto partite importanti e dato filo da torcere a squadre di spessore; è una formazione che quando gioca riuscendo a stare sui propri livelli e con l'opposto in giornata, può dare fastidio a tutti. Non ci aspettiamo certo un turno facile, tutt'altro. L'atleta che più temiamo è proprio Dusan Petkovic. Sappiamo che sarà una gara insidiosa, dove dovremo dare il cento per cento. La Globo non ha nulla da perdere perché verrà a giocare in casa nostra, contro un roster sulla carta più forte in questo momento. Noi, dal canto nostro, non dobbiamo abbassare mai la guardia e non dobbiamo sottovalutare i bianconeri. Ci dispiace non potrà esserci Buchegger, infortunato, che insieme all'altro giovanissimo Dzavonorok sono i nostri due gioiellini. Siamo stati però fortunati a trovare in Ghafour un degno sostituto del braccio pesante austriaco”.

Alla guida dei lombardi, un uomo che la piazza sorana conosce molto bene, coach Fabio Soli, di cui Bonati afferma: “Nonostante la giovane età, Soli è un ottimo allenatore, che conosco molto bene. Sta facendo un grande lavoro con i nostri ragazzi”.

Un pensiero all'ex mister, lo dedica anche Marrazzo, riconoscendo in lui l'uomo che ne ha fatto un professionista: “Con coach Soli mi sono evoluto e trasformato. E' stato un allenatore fondamentale per la mia carriera ed è con lui che ho iniziato questo percorso di forte miglioramento. Come naturale prosecuzione, poi, non avrei potuto che chiedere di meglio: mister Barbiero è un tecnico abituato a lavorare con i giovani e sono convinto che sotto la sua direzione posso solo che crescere”.

*Cristina Lucarelli-Globo BPF Sora

 

 

 

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Frosinone, con l'Empoli ko pesante. Ora la strada è in salita

Ciano Camillo 350 260 mindi Tommaso Cappella - giornalista volontario in pensione - Sconfitta senza attenuanti quella subìta al 'Benito Stirpe' dal Frosinone al cospetto della capolista Empoli. Tanto di cappello alla squadra toscana che si è rivelata un vera e propria corazzata e sta meritando di fare il salto in serie A (ai toscani, a cinque giornate dal termine del campionato, praticamente manca un punto per la matematica promozione). I giallazzurri di Moreno Longo non solo hanno perso la ghiotta possibilità di battere la capolista ma anche di riconquistare la seconda piazza che vale pur sempre la promozione diretta nel massimo campionato. E così, rispetto al turno precedente, ora alle spalle dell'Empoli, c'è la coppia Parma-Palermo. Dionisi e compagni inseguono ad un punto, mentre a cinque lunghezze ci sono Bari, Perugia e Venezia.

E pensare che, quello visto all'opera contro la formazione di Andreazzoli, è sembrato un Frosinone abbastanza motivato. Sin dalle prime battute si è visto che c'era voglia di far bene. Ed è arrivato anche il gol di Ciano a sbloccare il match. I canarini hanno avuto anche la ghiotta possibilità di raddoppiare con Crivello, ma un grande Gabriel gli ha negato la gioia del gol. I toscani hanno portato pochi pericoli alla porta di Vigorito e il primo tempo si è chiuso con il meritato vantaggio dei padroni di casa. Nella ripresa è venuta fuori tutta la qualità dell'Empoli. Ha prima pareggiato con Krunic e, nonostante l'eurogol di Ciano per il nuovo vantaggio giallazzurro, ha di nuovo pareggiato con Di Lorenzo per poi capovolgere il risultato con il solito Caputo e dilagare con il neo entrato Lollo per il 4-2 finale.

Che dire di una partita che la squadra di Longo, tutto sommato, ha interpretato nel modo migliore? Ma, quando si esce dal campo con un pesante ko come quello rimediato contro l'Empoli, le giustificazioni servono a poco. E' apparso evidente che sono stati commessi troppi errori, soprattutto individuali. Forse anche il tecnico Longo ci ha messo del suo quando, sul 2-2, ha tolto Dionisi e inserito Citro. E' pur vero che l'attaccante reatino non ha brillato come ad Avellino, ma rappresenta pur sempre un pericolo per le difese avversarie. Non sarebbe stato il caso di rafforzare invece l'attacco proprio per impensierire la difesa ospite e cercare di vincere la gara? Cosa che invece è riuscita benissimo ai toscani che hanno preso coraggio proprio dall'uscita di Dionisi ed hanno stravinto la gara.

A questo punto, a cinque giornate dal termine della regular season, con una concorrenza spietata, appare difficile riconquistare quella seconda piazza per la serie A diretta. Ma occorre crederci e, fin quando la matematica lo consente e fino all'ultimo secondo dell'ultima gara con il Foggia, servirà dare il massimo e non abbassare mai la guardia. Ora il Frosinone è atteso da due trasferte di fila, a Cesena e Brescia. Due formazioni 'toste', ma alla portata. Occorre mettersi alle spalle la sconfitta con l'Empoli e riprendere in cammino. I giallazzurri devono provarci e, anche grazie al sostegno dei propri tifosi, ancora una volta encomiabili per l'incitamento e il calore verso la squadra, conquistare più punti possibili e, perché no, sperare anche nelle disgrazie altrui.

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Il rifiuto di questa riforma è di tenere aperta la strada per un’altra riscrittura

votoNO 350 260di Fausto Pellecchia - Sul significato della formula: “Preferisco di No”
Post festum, dopo l’ultimo incontro organizzato dal Comitato "Preferisco di No" con la partecipazione di Augusto Illuminati e Alfredo D’Attorre, ad appena 48 ore dal voto referendario, è forse il caso di esporre alcune delle ragioni che ci hanno indotto a battezzare il nostro gruppo di lavoro con la catchphrase di Bartleby lo scrivano, nell’omonimo racconto di Herman Melville.
Più di qualcuno aveva infatti obiettato che la denominazione prescelta sembra smorzare o attenuare la forza performativa del No, dislocandone le ragioni nella sfera delle preferenze e delle inclinazioni soggettive, e privandolo perciò della perentorietà categorica di un netto rifiuto. Sarebbe infatti implicito, nella frase melvilliana, anche il riconoscimento della potenza persuasiva che spinge all’assenso e all’accettazione, nonostante che le ragioni del No appaiano relativamente preponderanti e, infine, prevalenti. La formula sembra dunque sottesa da una temporanea oscillazione tra le opposte ragioni, segnalando una possibile esitazione dinanzi alla problematicità della decisione.
Pur in ossequio alla political correctness, conviene tuttavia ribadire la radicalità del rifiuto espresso nel tormentone melvilliano.
Preliminarmente, è opportuno precisare che l’originale formula di Bartleby ha la forma verbale del modo condizionale : “preferirei di no” (I would prefer not to). Se presa alla lettera, manifesta una piega manieristica che la rende inusuale e sofisticata, prossima all’agrammaticalità - che qualcuno direbbe appropriata al lessico dei “radical chic”. Essa andrebbe tradotta infatti con “Avrei preferenza di non farlo”, giacché la forma equivalente di uso comune è appunto: I had rather not.
Tuttavia, nel racconto di Melville, la formula ha delle varianti. Talvolta abbandona il condizionale e diventa seccamente indicativa: “Preferisco di No” (I prefer not to). In ogni caso, la formula conserva la caratteristica indeterminatezza semantica risultante dal rifiuto di Bartleby di eseguire tutto ciò che gli viene ordinato, consigliato o implorato di fare. Le sue numerose occorrenze si riferiscono sia all’ordine dell’Avvocato di collazionare le copie degli altri due scrivani dello studio, o di rileggere a quattr’occhi le proprie copie, sia quando gli si chiede di svolgere alcune commissioni all’esterno, sia quando viene invitato a cambiare di posto, sedendo nella stanza accanto allo studio. Persino quando, una domenica mattina, l’Avvocato cerca di entrare nel suo studio e si accorge che Bartleby lo usa ormai come camera da letto, o quando infine, esasperato dalla irremovibile riluttanza del suo eccentrico scrivano, vuole cacciarlo via, proponendogli altre possibili occupazioni (dal momento che questi si rifiuta ormai anche di copiare i documenti di studio), sempre riaffiora la formula del diniego e della non-preferenza. O meglio: come preferenza di nulla piuttosto che qualcosa (qualsiasi cosa) : «non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà», precisa Gilles Deleuze nel suo impareggiabile commento. Da essa l’Avvocato è progressivamente sospinto verso una sorta di feconda disperazione, che lo costringe a mutare costantemente e inutilmente il proprio ruolo: da capufficio esigente a padre premuroso, da confidente a consulente benevolo, da padrone ad amico fraterno.

Dire NO non significa teniamoci quella che abbiamo

Se proviamo a svolgere il parallelismo situazionale del Comitato per il No con la formula di Bartleby, è facile comprendere che in essa non si esprime un semplice rifiuto, ma ci si limita a ricusare nettamente un non-preferito, cioè il testo della controriforma costituzionale. Tuttavia, neppure accetta o vi oppone un preferibile. La formula, infatti, obbliga lo stesso Bartleby a cessare definitivamente la sua attività di copista, sostituendola con un puro, irredimibile non-fare. Pertanto, tradotto nei nostri termini, rifiutare il revisionismo della controriforma non equivale a mantenere inalterata l’attuale “costituzione materiale” del sistema politico italiano, che rappresenta il modo in cui è stata erosa, stravolta e tradita nella sua attuazione la costituzione formale del ’48. Al contrario, il diniego suppone esattamente l’impossibilità di una tale perseveranza. L’opzione che si limitasse a preservare lo status quo, a perpetuare le cose come sono, è tolta così radicalmente che non c’è neppure bisogno di ricusarla esplicitamente. Come per Bartleby, la formula “preferisco di No” del Comitato referendario elimina impietosamente tanto il non-preferito quanto il preteso preferibile: li rende indiscernibili, azzerando ogni preponderanza e ogni inclinazione soggettiva. Essa crea un vuoto nel linguaggio che lo svincola dai riferimenti, dalle assunzioni o dai taciti presupposti che generalmente assicurano e rassicurano l’interlocutore circa le attese di senso con le quali egli si dispone a comprendere ciò che gli viene detto. Anche nel caso del Comitato referendario, l’impiego della formula di Bartleby «esclude – come scrive Deleuze- ogni alternativa e inghiotte quel che pretende di conservare, non meno di quanto scarti ogni altra cosa».
È dunque possibile sciogliere il significato politico della formula di Bartleby con le parole di Augusto Illuminati:
«Il problema, infatti, non è di dire NO, teniamoci quella che abbiamo (la Costituzione, la vita in degrado ad essa soggiacente), ma diciamo Sì a una vita in trasformazione e avviamo un processo costituente che ne registri le direzioni di cambiamento. [...] L’unico senso del rifiuto di questa riforma, metà inconcludente e metà autoritaria, è di tenere aperta la strada per un’altra riscrittura, che faccia perno sull’espansione dei diritti e della cittadinanza, sui beni comuni e sul municipalismo, su nuove forme di reddito e welfare»

 
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