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L'ennesima strage

morireinmare mindi Aldo Pirone - L’altro ieri da “Il Messaggero”. “La strage delle donne e dei bambini si compie alle 3 di una notte di pioggia, vento e mare mosso: c'è chi è andata a fondo tenendo stretto al petto il figlio e chi, nel buio pesto della notte, non ha fatto neanche in tempo a capire cosa stesse accadendo che l'acqua gli aveva già riempito i polmoni.

Sul molo di Lampedusa ci sono ancora una volta le bare allineate e le motovedette che scaricano cadaveri, quattro giorni dopo l'anniversario della strage del 3 ottobre del 2013 in cui cui morirono 368 persone e l'Europa, indignata da quell'orrore, promise: ‘mai più’. Ed invece nel Mediterraneo si continua a morire, con i porti chiusi e con i porti aperti. […] A bordo erano più di 50, tunisini e subsahariani. E la macabra conta dei vivi e dei morti dice che solo grazie al coraggio degli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, ci sono 22 sopravvissuti, 13 uomini e 9 donne.

I cadaveri sul molo sono invece 13 e sono tutte donne, di cui una neanche maggiorenne e un'altra incinta; tutti gli altri sono in fondo al mare e, tra loro, almeno 8 bambini di cui uno di 8 mesi, annegato con la mamma.
‘Dove sono, dove sono, dove è il mio nipotino’ continua a chiedere la sorella della donna a tutti quelli che incontra nel centro di accoglienza.

[…] ‘Quando sono arrivati i soccorritori il barcone, lungo una decina di metri, già imbarcava acqua e aveva il motore che non andava’ dice Vella (n.d.r. Procuratore aggiunto di Agrigento) . Il resto l'ha fatto il mare forza 3, il buio e il terrore. ‘A bordo c'è stato il caos, tutti volevano andare verso le motovedette - hanno raccontato agli operatori umanitari alcuni sopravvissuti - molti sono caduti in acqua e poi la barca si è capovolta’.

Di questi poveri morti non importa un fico secco ai nostri “leader” politici “carismatici”. “Il Messaggero” riporta due dichiarazioni sciacallesche: una di Salvini e l’altra, contrapposta, di Orfini che carismatico non è mai stato. Non le riporto per rispetto di quei poveri morti; di quei poveri bambini, di quella donna incinta, di quella mamma col figlioletto di otto mesi, annegati nel buio e nel terrore. In questo momento sento solo un’indignazione feroce verso una classe politica, italiana ed europea, incapace di impedire questa strage infinita. E altrettanta indignazione verso quei talk show politici che alluvionano le Tv e che, invece di mettere al centro dell’attenzione questo calvario, si diffondono, bramosi, solo sul gossip di una politica priva di pudore e di umanità.

Vergogna!

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“Una strage dimenticata” - 3, ancora una testimonianza

AntoniettaTiberia 24ago2019 400 minIntervista di Adriano Papetti ad Antonietta Tiberia - Ha destato molta attenzione l’articolo scritto da Angelino Loffredi dal titolo “Una strage dimenticata” pubblicato sul sito unoetre.it. Il 4 agosto 1942, infatti nella fabbrica di munizioni BPD di Bosco Faito in Ceccano ci fu una esplosione che causò la morte di 5 persone ed un numero di feriti non ben definito.
Fra i feriti risultava esserci Antonietta Tiberia. La donna è vivente, ha 97 anni, vive a Ceccano in uno dei Palazzi Evangelisti, a ridosso del Ponte sul Sacco, possiede una buona memoria ed è pronta a rispondere in modo esauriente alle domande che le sottopongo.

Ci racconti di quella tragica mattinata. Dove era e cosa faceva nell’interno della fabbrica?
“Debbo precisare che Ugo Ricci, uno dei deceduti nell’esplosione, era il mio caporeparto, mi chiese di sostituire per il turno notturno una collega che aveva avuto un imprevisto. Avevo 20 anni e lavoravo nello stabilimento da più di un anno. Alla richiesta del mio capo non me la sentii di dire di no."

Dove si trovava nel momento dell’esplosione?
“Io lavoravo nel reparto che chiamavamo caricamento. (tecnicamente, secondo Francesco Giglietti, chiamato Reparto Cannelli https://www.unoetre.it/radici/storia-provinciale-e-locale/item/7212-una-strage-dimenticata-parte-seconda.html) Vi lavoravano tante donne. Quella mattina ero a pochi metri da dove avvenne lo scoppio. Quando sentii il boato erano le 5,30. In quella occasione una amica carissima Ida Colasanti, di 17 anni, residente a Frosinone venne ferita, prima portata all’ospedale di Ceccano dove dopo qualche ora purtroppo mori. A tanti anni di distanza ricordo ancora il suo bel viso, la sua voce e la sua voglia di vivere. Le altre colleghe morte venivano da paesi vicini ma non ricordo la provenienza “.

Può raccontarci meglio cosa successe?
“Mi trovavo a lavorare in quel preciso momento con altre 7-8 persone. L’esplosione mi i scaraventò da una parte all’altra dello stanzone dove lavoravo.
La tragedia poteva avere un esito peggiore. Infatti, mancando pochi minuti al cambio del turno altre colleghe in quel momento si trovavano nei bagni a cambiarsi. Avere anticipato il fine turno ha salvato la loro vita. Per quella esplosione ho perso il braccio sinistro.
Venni operata a Milano, dove in Ospedale conobbi quello che divenne mio marito. A tanti anni di distanza non sono in grado di raccontare di più“.

Ricorda se ci furono ripercussioni dentro la fabbrica?
“Posso dire solo alcune cose, quelle che ricordo.. Per capire quanto successo la Polizia e i vari dipartimenti dell’Interno mi interrogarono più volte. Pensavano addirittura ad un sabotaggio ma alla fine riconobbero che si era trattato di un errore umano o tecnico. Qualche mese dopo misero in manutenzione e sicurezza l’intero reparto“.

Al lavoro con quale mezzo andava?
“In un primo periodo andavo a piedi in quanto abitavo a due chilometri dallo stabilimento.. Successivamente venne messo a disposizione un pulman della ditta Cimini".

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Una strage dimenticata - Parte seconda

Francesco Giglietti 350 mindi Redazione - Domenico Malizia, noto ristoratore di Ceccano ha commentato attraverso FaceBook, in modo asciutto ed essenziale la nota apparsa su unoetre.it e letta da più di cinquecento persone dal il titolo “Una strage dimenticata” (https://www.unoetre.it/radici/storia-provinciale-e-locale/item/7161-una-strage-dimenticata-2.html). In pochi giorni abbiamo colto tanta sorpresa ed incredulità da parte di chi leggeva nel sapere che la morte di 5 persone in una fabbrica ove lavoravano circa 5 mila dipendenti i non abbia avuto la dovuta attenzione e risonanza. E vero che nel ventennio le notizie tragiche venivano oscurate ma anche nel dopoguerra nessuna organizzazione politica o sindacale ha mai ricordato tale tragedia.

Domenico Malizia, forse involontariamente , dall’articolo ha avviato l’approfondimento, scrivendo :
“Anche mia madre lavorava lì dentro aveva ventidue anni e stava al re-parto assiematura spolette, pericolosissimo e spesso raccontava di questo incidente ma non si sapeva più di tanto tutto top secret “

Tante questioni mai conosciute meritano essere disvelate. Abbiamo voluto fare un salto all’indietro per provare a capire come era organizzata il complesso bellico di Bosco Faito, partendo appunto da quel reparto indicato da Malizia, lo spolettificio appunto. La persona che ci ha dato un notevole aiuto è stata Francesco Giglietti.
Giglietti ora in pensione, dal 1974 al 1994, ha lavorato presso la BPD/Snia di Bosco Faito. Ha esercitato un ruolo importante quale Capo lavorazione nel reparto meccanico.

Lo abbiamo incontrato e attentamente sentito. Non ci ha fornito risposte dirette ed esaustive ma ci ha aperto scenari di conoscenza su come fosse organizzato il lavoro nella fabbrica.
“Il disastro avvenne in uno dei reparti dove si producevano 'bombe' e che io preferisco chiamare invece colpo assiemato per cannone. L’organizzazione prevedeva un reparto per la produzione delle spolette, elemento che innesca l’esplosione della granata, un’altro per la produzione del bossolo, un altro per la granata, un altro per l’Assiematura Cannelli. Quest’ultimo è un dispositivo che serve ad innescare la polvere nel bossolo. Infine esisteva un ultimo reparto addetto ad assiemare le quattro componenti sopra descritte“.


Alla domanda del perché possano esserci state 4 donne su 5 vittime dell’esplosione Francesco Giglietti dà questa motivazione: “A parte il fatto che la presenza femminile fosse notevolmente presente nell’opificio, mi sento di affermare che l’attività nel reparto Spolette e nel reparto Assiematura Cannelli avesse caratteristiche particolari, innanzi tutto bisognava avere capacità di precisione, concentrazione e mani sensibili. Requisiti che le donne hanno. Se dovessi azzardare una ipotesi su dove avvenne la tragedia sono propenso a ritenere che avvenne in uno dei due reparti sopra indicati".

 

 

 

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Una strage dimenticata

Igino Ugo Riccidi Lucia Fabi Angelino Loffredi - Ceccano 4 agosto 1942, stabilimento BPD di Bosco Faito. Alle ore 5,25, poco prima del termine del turno di notte, un’esplosione uccide 5 persone: una strage. A tanti anni di distanza sarebbe meglio chiamarla una strage mai conosciuta. In circolazione non si conoscono infatti documenti che ne rivelino il Reparto dove avviene la deflagrazione, le cause, l’eventuale inchiesta avviata dalle autorità aziendali e inquirenti per individuare le responsabilità e l’esito della stessa. Lo stesso periodico provinciale fascista dell’epoca “ Il Bollettino dei Fasci di Combattimento “, sempre attento a riportare gli avvenimenti ciociari, nel numero di agosto, ignora il tragico fatto di sangue. Nello stabilimento BPD di Ceccano lavorano circa 5.000 persone la presenza femminile è notevole. Sarà in attività a pieno regime dall’inizio del 1940 fino all’8 settembre del 1943

Non va dimenticato inoltre che nel nostro territorio, a Colleferro, alle 7,40 del 29 gennaio 1938, sempre nella fabbrica di guerra BPD, c’era già stata una catastrofe di notevoli dimensionii: 60 morti e oltre 1000 feriti. Quella di Ceccano, pur con le dovute proporzioni, dunque è una storia che si ripete ma le brutte notizie non possono essere riportate. Il Regime non le tollera. Il popolo, infatti, in ogni momento deve essere galvanizzato, entusiasmato, non può “ perdere “ tempo con le riflessioni o con le analisi critiche che rischiano di deprimere,considerato soprattutto, che da due anni l’Italia è in guerra, e c’è bisogno, al contrario, di entusiasmo e di mantenere una fede per la sicura vittoria.

A Ceccano chi sono le vittime ? Un uomo e quattro donne, fra i feriti risultano esserci le due sorella Antonietta ( 19 anni ) e Giovanna Tiberia ( 17 anni ). Antonietta perse un braccio ed è tuttora vivente.
Coloro che in quella giornata persero la vita furono:
Ricci Igino Ugo, di 34 anni, nato a Patrica, residente a Ceccano, lascia la moglie Rosa De Luca e il figlio Mario di 4 anni.
Corsi Lucia, 25 anni, nata e residente a Supino, non sposata.
Sorprende ancora di più conoscere l’età delle altre decedute: Marciesi Angela di Isola del Liri, 16 anni. Colasanti Ida, di Frosinone, 17 anni, Incagnoli Maria, di Ceprano,18 anni. Le ultime due dopo essere rimaste ferite vengono portate presso l’Ospedale di Ceccano, dove muoiono alle 9,15 dello stesso giorno.

A 77 anni di distanza abbiamo sentito il dovere di riportare questo triste avvenimento con la speranza che esso pur nell’essenzialità dei fatti solleciti ulteriori approfondimenti che la storia ufficiale non ci ha fatto conoscere. Per le essenziali notizie forniteci, vogliamo ringraziare Maurizio Federico, Tommaso Bartoli, Gianluca Coluzzi, Vincenzo Ricci, Giuseppe Diana, Mariella Tiberia e Domenico Vellucci, ufficiale di stato civile del comune di Ceccano.

Ceccano 3 Agosto 2019

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'La violenza sulle donne è una strage che non si ferma'

beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalkingbeatrice moretti Cassino30nov18 350 min presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

Noi OO.SS. (organizzazioni sindacali) possiamo comunque fare molto, quindi sicuramente fare rete, ma ad esempio anche mettere in campo progetti condivisi con le associani datoriali per superare il cosiddetto gender pay gap, il contrasto alla violenza di genere e promuovere la sicurezza di genere nei luoghi di lavoro. Questo vuol dire che fondamentale è il ruolo di Rsu/Rls per promuovere la prevenzione ed il contrasto delle violenze di genere nei luoghi di lavoro, partendo dai compiti loro assegnati, formando però adeguatamente queste figure: ben l’80% delle donne che subiscono molestie e ricatti nei luoghi di lavoro non ne parla con nessuno. Questo è un dato che ci interroga perché vuol dire che abbiamo la necessità di essere maggiormente riconoscibili come interlocutori da questo punto di vista, in quanto pur essendo presenti nei luoghi di lavoro non riusciamo a far riconoscere i nostri rappresentanti sindacali nei diversi luoghi di lavoro come riferimento per le donne che hanno bisogno.

Come Sindacato vogliamo incidere, innanzitutto partendo dalla contrattazione, in cui peraltro sono stati inseriti strumenti importanti che sono già disponibili (congedi per le donne vittime di violenza) , ma vogliamo anche rafforzare il sistema, mettendo in campo nuove alleanze e progettualità, per essere conseguenziali rispetto alla convinzione che la violenza contro le donne è un problema di tutti.
Cassino, 30 novembre 2018

 

**Inviato in Redazione venerdì 30 novembre 2018. UNOeTRE.it pubblicherà anche l'intervento svolto da Alessandra Romano della Cisl di Frosinone appena ci verrà inviato.

 

 

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La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
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La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
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Come Sindacato vogliamo incidere, innanzitutto partendo dalla contrattazione, in cui peraltro sono stati inseriti strumenti importanti che sono già disponibili (congedi per le donne vittime di violenza) , ma vogliamo anche rafforzare il sistema, mettendo in campo nuove alleanze e progettualità, per essere conseguenziali rispetto alla convinzione che la violenza contro le donne è un problema di tutti.
Cassino, 30 novembre 2018

 

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Strage di pini secolari a Castrocielo

Taglio alberi 350 260 mindi Michele Santulli - E’ motivo, e non solo per chi scrive, non di sorpresa ma di terrore assistere a tale tristissimo spettacolo di almeno venti pini secolari abbattuti lungo la Casilina, a destra e a sinistra della strada, in comune di Castrocielo. Sorpresa è poco, sbigottimento è il termine corretto: gli unici che avrebbero potuto impedire tali fatti criminali sarebbero stati i cittadini stessi principalmente oppure le Forze dell’ordine e la Magistratura. Lo spettacolo di almeno venti maestose creature ridotte a pezzi e ancora nei posti dove si levavano nobili e innocue, dimostra che i cittadini non esistono a Castrocielo, che le forze dell’ordine rincorrono ubriachi e ladri ma non assassini di alberi e la Magistratura non vede o, il che è lo stesso, non è stata informata del massacro. E’ da chiedersi come può essere accettabile e ammissibile che piante della circonferenza di almeno tre metri, quindi della età di ottanta-cento anni si possano abbattere così impunemente e facilmente, ignorando, tra il tantissimo altro, il contributo vitale che danno, gratuitamente!, alla esistenza dell’essere umano, senza contare lo spettacolo impagabile, e gratuito!, della loro immagine e della loro presenza e dell’ospitalità che offrono agli uccelli e ad altre creature. Le piante abbattute erano in perfetta salute, solo visibilmente trascurate e probabilmente mai potate e accudite, come è costume delle società barbariche e quartomondiste e perciò pericolose. Inoltre, per quanto comprensibile, nessunissimo visibile ‘rischio cedimento’ ma soprattutto nessun visibile cenno di ‘sradicamenti’ o di ‘sconnessioni del manto stradale’. Quindi gratuita e vile violenza ai danni di innocue e indifese creature. Tutti rei: il Comune per primo, la Provincia pesce in barile come sempre, l’Astral il boia.

Il Comune di Castrocielo stando ai fatti ha una particolare predilezione per ‘la salute pubblica’, per ‘la incolumità dei cittadini’ , per ‘il manto stradale’, ecco le sue parole: “urgente necessità”, “una vera fonte di pericolo incombente per il transito dei veicoli. Infatti sono visibilmente pericolanti. Inoltre, le loro radici hanno sconnesso il manto stradale, con grave pericolo per la incolumità pubblica". Sono le medesime parole che nella loro perentorietà e nel loro tono imperioso e categorico, può aver espresso qualche anno addietro il sindaco di Aquino in merito alle piante, ormai in ragione di poche unità, che si levano sulla Casilina nel suo comune, anche lui tutto afflato lirico e altruismo e solidarietà e che ordinò di abbattere: per fortuna sia le associazioni di Fare Verde e la Consulta dell’ambiente nonché anche alcuni ‘cittadini’ si levarono contro tale criminale provvedimento e la cosa finì. Ma a Castrocielo come detto, tutti morti: le autorità che hanno assistito ignave allo scempio, le associazioni -ed è incomprensibile-, soprattutto gli inesistenti cittadini. Il Comune di Castrocielo è già dal 2014 che ha iniziato a scrivere a provincia ed ASTRAL per l’abbattimento! A proposito di questo afflato lirico del Comune di Castrocielo per i suoi ‘cittadini’ e soprattutto per gli automobilisti, c’è da ricordare che quando usci la legge degli autovelox, se non ricordo male fu tra i primi a impiantarne addirittura due, sulla Casilina, sempre per ‘ la incolumità’ e la ‘solidarietà’ e ‘l’altruismo’ verso gli automobilisti, non per i soldi che si potevano incassare !!!

Quel Grande Uomo vissuto venti secoli fa che ben conosceva il mondo, definì ‘sepolcri imbiancati’ una certa miserevole, pertanto pericolosa, umanità.
E’ una maledizione che ancora si abbattano alberi maestosi per le più varie e sovente insulse se non mafionesche motivazioni: la gloriosa Casilina, la strada più antica della Regione se non d’Italia, era tutta fiancheggiata in prevalenza da nobili querce: si immagini quale spettacolo e quale ristoro e quale sinfonia di suoni e canti e quale beneficio esistenziale. A poco a poco sono state annientate in cambio dello spettacolo che si ammira guardandosi attorno. Parrebbe che i ciociari abbiano un particolare odio o indifferenza per le piante, come gli incendiari e i piromani e i bracconieri: si è mai visto che si abbattano vecchie e pericolanti case abbandonate oppure scheletri di cemento armato che abbruttiscono l’ambiente magari da venti anni? Si è mai visto un sindaco che fa abbattere la casa abusiva o altro abuso? Si è mai visto punire chi butta cartacce o altro per la strada? E invece gli alberi sì. Non solo non vedi mai che vengano curati o potati, non solo non vedi mai piantarne uno, ma soprattutto non si ha nessuna idea di come trattarli e curarli e le rare volte che li potano, in realtà li capitozzano: vadano in Germania o in Francia per imparare o in Israele per capirne significato e messaggio: le piante qui non rovinano il ‘manto stradale’, non sono un ‘pericolo per gli automobilisti’ anzi semmai è proprio il contrario: tutti gli immensi viali di Parigi ma anche altrove in Europa, sono fiancheggiati da piante di alto fusto anche esse secolari ma non vedi manti stradali rovinati: perché? Si vada a vedere e ad imparare! I ciociari invece hanno grande cura e rispetto per i loro ‘fioriti’, ma ignorano che cosa sia ‘manutenzione, ‘ ’cura’, ‘la gestione intelligente’: infatti la politica è: distruggere, mandare in rovina così poi si ricomincia daccapo e la moneta circola! E quindi sempre lampioni nuovi, fogne nuove, marciapiedi rifatti dopo cinque anni, bitumazione stradale dopo sei mesi ecc.

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“Amianto: come fermare la strage”

ONA 350da ONA, Osservatorio Nazionale Amianto - Roma, 3 novembre 2017 - Lunedì 6 novembre, alle ore 14.30, la Sala del Carroccio (Piazza del Campidoglio – Roma) ospiterà la conferenza stampa promossa dall’Osservatorio Nazionale sull’Amianto – ONA Onlus, sul tema “Amianto: come fermare la strage”.
Interverranno:

- Ezio Bonanni, Avvocato cassazionista, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

- Nicola Forte, Dottore commercialista, pubblicista.

- Luciano Mutti, Professore, titolare della cattedra di oncologia medica e ricerca oncologica della facoltà di medicina presso l’università Salford di Manchester.

L’Osservatorio Nazionale Amianto ha sviluppato una proiezione delle stime dell’incidenza dell’esposizione ad amianto per i prossimi 120 anni e calcola che ci saranno in Italia non meno di 100.000 decessi. L’ONA prevede una spesa sanitaria media di 40.000 euro l’anno per ogni paziente: 400 milioni annui a cui si aggiungono le spese per prestazioni previdenziali ed assistenziali: un totale di 48 miliardi in 120 anni.

Cinque miliardi di euro nei prossimi dieci anni: questa la spesa che graverà sul welfare per l’assistenza ai malati di mesotelioma e cancro polmonare da amianto. Sono le stime dell’ONA, che a quello che definisce “un rischio collasso del welfare” contrappone la sua proposta di legge per la bonifica della ‘fibra killer’.

“Seimila decessi nel 2016, 10.000 nuovi casi diagnosticati; 45.000 decessi da qui al 2025, anno in cui ci sarà il picco; 100.000 decessi nei prossimi 120 anni, solo in Italia e le stime sono prudenziali. Vite umane che si possono ancora salvare. E’ inaccettabile il sacrificio di tante vite umane per l’inerzia delle pubbliche autorità. Chiediamo uno scatto di reni da parte delle istituzioni”, dichiara l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

​“La proposta di legge si fonda sull’utilizzo della leva fiscale per incentivare i numerosi e, attualmente troppo costosi, interventi di bonifica dell’amianto e smaltimento del materiale cancerogeno, attraverso un riconoscimento di un credito di imposta alle imprese e di detrazione per i privati”, conclude il Dott. Nicola Forte.​

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La strage di Bologna, 2 agosto 1980

bologna 2 agosto bombardata 350di Nadeia De Gasperis - Il 2 agosto 1980, alle 3:00 del mattino, i miei genitori, mia nonna e mia zia, erano fermi nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, in attesa del treno che li avrebbe ricondotti a casa. Facevano ritorno dalla cerimonia di giuramento di mio zio Giuseppe, che sarebbe passato di lì, poco prima delle 10:25, per fare definitivamente ritorno a casa.
Ognuno di noi può marcare sulla mappa della propria sorte, una traccia delle coordinate spazio-temporali che lo separi da una strage insabbiata. Una stazione, poi, è un crocevia di destini e l’odio che deflagra su un sabato di una mattina di agosto è due volte vigliacco. Un mattino d’estate porta il bagaglio di tutte le fatiche di un anno, di tutti i desideri di baci e abbracci degli incontri attesi.
“Ricordare, commemorare è roba da conformisti”, pare che vada di moda dire così. Io allora voglio essere conformista, conforme alla consuetudine di SENTIRE e ricordare. Il risentimento è un’altra cosa, è un sentimento che ricalca se stesso, come una brutta copia di una emozione. Sentire è portare il peso di un anello di quella concatenazione di pena e dolore che negli anni si è agganciata al filo della speranza e delle aspettative dei parenti delle vittime. Quella catena, se trascinata su un terreno comune, senza che nessuno la sostenga, lascia solchi per fiumi di parole inascoltate, sepolte, zittite, umiliate, a Bologna come a Ustica, o ovunque la ricerca della verità rimbalzi contro muri di gomma.

 

 
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"Siamo schegge della nostra società in frantumi"

orlando lutto 350 260di Nadeia De Gasperis - Non siamo tutti Orlando e i suoi ragazzi, siamo schegge della nostra società in frantumi, siamo la prova del fallimento del genere umano. La diversità non va compatita e non va accettata, va difeso il suo diritto di manifestarsi.
Io non sono gay, sono il desiderio infranto di ognuno di quei ragazzi, sono la libertà di espressione della mia natura umana e civile, sono la sua mutilazione.
Sono l’ultimo volo del ragazzo dai pantaloni rosa dalla finestra dell’aula di una scuola, l’ultimo bacio di Mario e Luca prima di essere massacrati di botte, sono la porta che si chiude alle spalle di Francesca, buttata fuori di casa e ripudiata, sono il fallimento della mia educazione sentimentale, che fuori dai confini della rassicurante comprensione abdica alla meschinità.

Opporsi alla cultura della violenza

Non so se nella mia città possa nascondersi un covo di terroristi, so che il mio amico Mohamed ha paura di prendere l’aereo e così patisce due giorni di nave per raggiungere il suo Paese, so che la destra xenofoba populista e reazionaria sta prendendo sempre più ardore e l’ardire di occupare quegli spazi preclusi alla violenza. Ma la violenza assume forme inaspettate, occupando luoghi “meno comuni e più feroci”, ma anche più comuni e meno feroci, la violenza non la puoi redimere, la devi lavorare ai fianchi opponendo strenuamente la cultura della non violenza, marcandola stretta con una feroce mitezza, facendo proseliti tra le persone perbene relegandola a una sparuta minoranza. Andrea, il nostro compagno ventenne, è stato picchiato da otto trentacinquenni, perchè indossava una maglietta “antifascista”.
Sono così lontani e così vicini i giorni in cui provavo rabbia nel vedere un gazebo di forza nuova campeggiare senza vergogna nella piazza cittadina a sottrarre un po’ di aria al mio passeggio domenicale o la famigliola votata a Salvini, fuori dalla chiesa la domenica, “battersi in petto” per i diritti (da negare) ai ragazzi immigrati.
Dare spazio a qualsiasi tipo di fondamentalismo, sia esso religioso che politico, significa rendersi complici del fallimento di una intera società.
Sono il peso sul cuore di Andrea, il suo ginocchio gonfio e la rabbia rappresa in ogni livido, sono l’ultimo volo, e l’ultimo bacio, sono gay, lesbica e disabile ma non sarò mai la mano che vi accorderà il potere sulla mia città, sarò tutta la forza necessaria a contrastarvi.
Perchè la vostra violenza, sdoganata e legittimata, non sia mai promossa a “razzismo federale”.

 
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