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Patto per crescita e lavoro partendo dal mezzogiorno

copertina FB Assago 9ott 500 mindi Donato Galeone* - Milano ricordando Rimini. Anche l'Assemblea Nazionale CGIL, CISL, UIL delle rappresentanze sindacali unitarie di lavoratori associati - convocata a Milano il 9 ottobre 2019 - ha dimostrato che in Italia “non ci sono altri soggetti che abbiano quasi 12 milioni di persone che ogni mese pagano la tessera senza che nessuno costringe a farlo” - volutamente - sottolineato dal Segretario della CGIL Landini, concludendo il suo intervento e ribadendo che “non esistono governi amici o governi nemici, esistono governi che giudichiamo per quello che fanno”.

Ecco, una grande parte sociale democratica sindacale di lavoratori, liberamente e autonomamente associata, che ripropone l'esigenza di una “forte discontinuità nel rapporto col Governo e non solo cambiando clima nel confronto ma cambiando anche i numeri”.

Vale a dire - afferma il Segretario della CISL Furlan - che “non bastano i 2,5 miliardi per il taglio del cuneo fiscale, così come sono troppo pochi gli 1,7 miliardi per i contratti pubblici, a fronte di una promessa di 5,4 miliardi, oltre all'urgenza di sbloccare i cantieri e affrontare la piaga dei morti sul lavoro”.

E il Segretario della UIL, Barbagallo in apertura dei lavori dell'Assemblea - presenti oltre 10 mila delegati di lavoratori - invia un chiarissimo segnale al Governo dichiarando che “solo sul merito, riga per riga, daremo una valutazione al Documento di Economia e Finanza dello Stato”.

Da questi tre sintetici richiami e sollecitazioni sindacali unitari di Milano della CGIL.CISL,UIL rivolte al Governo - pur lontana nel tempo - mi fa ricordare quello di Rimini di fine maggio 1975: la Conferenza Nazionale degli oltre 1.200 Delegati e Rappresentanze Sindacali Unitarie della CGIL-CISL-UIL.
Rivolgendosi al Governo Carniti disse che tutti “dobbiamo comprendere la drammaticità di realtà esplosive nel Mezzogiorno laddove è concentrata la disoccupazione e la sottoccupazione legata a tutte le forme possibili di lavoro, così come non possiamo ignorare il dilagare in tutto il Paese dell'allarmante disoccupazione giovanile e femminile”.
E ancora Carniti, nella sua breve replica ad oltre 50 interventi nei due giorni riminesi del 28-30 maggio 1975 - compresi quelli di Lama, di Storti e di Ravenna per CGIL,CISL,UIL - non poteva non evidenziare i “RISCHI DA SUPERARE” congiunti alla possibilità di una divisione tra “OCCUPATI E DISOCCUPATI”; tra città, periferie e campagne, oltre che tra Nord e Sud che potevano condurre sia a disgregazioni che a disarticolazioni e, comunque, verso scelte auto difensive dei posti di lavoro e del salario e, conseguentemente, verso chiusure corporative.

E allora riflettendoci, ieri come oggi, con le nuove cresciute e forti rappresentanze sindacali generazionali e la generalità dei lavoratori - occupati e disoccupati - appare attualissimo il messaggio unitario lanciato da Milano il 9 ottobre 2019 dalla CGIL,CISL,UIL: “il sindacato dei lavoratori è stato ed è un soggetto e una numerosa parte sociale che vuole unire il Paese e non lo vuole dividere, perché lo è già abbastanza con le troppe e crescenti disuguaglianze sociali”.

Ecco che, personalmente, con l'occhio al passato del secolo scorso e agli ultimi 20 anni del terzo millennio, fino ai giorni nostri - dal basso Lazio al Mezzogiorno del Paese - nonostante l'impegno sindacale dei lavoratori guidato sia da Giuseppe Di Vittorio che da Giulio Pastore, primo Segretario della CISL dagli anni '50 al 1958 e, per un decennio, Ministro del Mezzogiorno, sia gli strumenti cogenti dei Governi che gli interventi del Comitato dei Ministri per gli insediamenti industriali pubblici e privati nel Sud - pur messi in ginocchio nel nostro Paese dalla crisi mondiale del 1973 - mancarono di azioni coordinate, peraltro, frammentate negli investimenti infrastrutturali destinati ad attrezzare i “poli di sviluppo industriale che furono oltre sessanta tra aree e nuclei industriali, annacquando le disponibilità e rinunciando a dare una configurazione avanzata del Sud italiano” .
Nei fatti - scrive Zoppi a 50 anni dalla scomparsa di Pastore sindacalista e ministro - “l'intervento ordinario dello Stato - quello in primo luogo dei Ministeri - “disertò l'impegno a favore del Mezzogiorno, concentrando la spesa nei territori dell'Italia centrale e settentrionale”.

Se è vero quanto, peraltro, verificato per oltre mezzo ultimo secolo e mentre oggi si dice di non parlare più di “questione meridionale ma di crescita e sviluppo nazionale nella dimensione europea e mondiale” dobbiamo constatare che - ancora - il Mezzogiorno, partendo dal basso Lazio, non riesce più a crescere.

Si dice molto su il rilancio del Sud ma poco su come e quando riattivare e - “provare con lungimiranza e graduale concretezza” - superare quel tasso di crescita media annua italiana che tra il 2013 e 2018 è stato il peggiore nella dimensione europea (0,41%) e con la previsione sul Prodotto Interno Lordo (Pil) del 2019-2020 che potrebbe raggiungere una “crescita zero” nonostante la modestissima ripresa italiana, iniziata soltanto nel 2014, con un tasso di crescita medio annuo del Pil tanto nell'area settentrionale pari all' 1,2% quanto, nel Mezzogiorno, di appena 0,80% medio annuo, differenziato marcatamente tra le stesse regioni.

Sappiamo - sperando io e noi di non dimenticare e ai governanti di volere ascoltare e favorire investimenti e lavoro produttivo – in presenza della nuova e drammatica qualitativa e quantitativa emigrazione giovanile dal Sud verso il Nord del nostro Paese e all'estero che, secondo i dati Svimez e negli ultimi sedici anni anni, è stata di oltre un milione di residenti nel Mezzogiorno, di cui un quinto laureati e la metà di giovani di età compresa tra i 15 ed i 34 anni di età.

Ecco la “positività” - così definita da CGIL,CISL,UIL - di oggi 17 ottobre 2019 con l'incontro costruttivo sul Mezzogiorno dal neo Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano. Incontro, positivo penso e avviato, per “definire un piano straordinario per il Sud (partendo dal basso Lazio come già dal secolo scorso) qualificato sugli obiettivi del lavoro, degli investimenti e delle politiche sociali”.

Urgente, quindi, ripartire con un “Patto per il Sud” - è stato ripetuto e formalmente comunicato anche in questi ultimi giorni al Governo da CGIL, CISL, UIL e Confindustria - per rilanciare investimenti e creare opportunità di lavoro programmati e, innanzitutto, rispettare la regola secondo cui “almeno il 34% del Bilancio Ordinario dello Stato”- oltre le risorse aggiuntive destinate alla convergenza - arrivino al Mezzogiorno, partendo dal Sud di Roma a Santa Maria di Leuca e alle Isole italiane - se è vero come appare possibile e sostenibile, che dalle potenzialità umane territoriali ambientali - lavoro e imprese - del Mezzogiorno può dipendere, non solo a parole, il futuro economico italiano nella dimensione europea e mediterranea nel mondo.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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Il sud e il gap sulla speranza di vita

AspettativadiVita795Italiaal4postoinEuropa 350 260 minDr. Giovanni Fabi - Secondo una indagine dell ADN Kronos, la speranza di vita nel Sud Italia è di quattro anni inferiore rispetto alla popolazione del Nord. I dati del Lazio sono leggermente migliori. Le cause di morte legate al diabete, alle malattie cardiovascolari e alle neoplasie sono esattamente il doppio che al Nord con punte di eccellenza nel Trentino, mentre c’è una forte prevalenza di malattie legate alla sindrome metabolica.

Ma come non eravamo il paese della dieta mediterranea? Quello che ha insegnato al mondo come si mangia sano e salutare? Il paese della longevità? Cosa è successo? La realtà è che è stato snaturato un modo di vivere, l’emigrazione prima, l’industrializzazione dopo e la industrializzazione della agricoltura, hanno determinato lo spopolamento delle nostre campagne e abbiamo recepito in pieno il modello di vita della civiltà industriale, con il modo tipico di alimentarsi di essa, lo stress e la sedentarietà. Noi siamo qui al Sud la prima generazione che ha a disposizione enormi quantità di cibo senza dover faticare per procurarselo.

Abbiamo abdicato alla abitudine del pasto lento, ricordo le grandi insalatiere di verdure colte al momento nell’orto di casa e acquisito l’abitudine all’uso massiccio di cibi prodotti secondo criteri industriali che provengono da fuori. La crisi sta imponendo un ripensamento, ma il ritorno ad una nostra agricoltura è lento, ci vorranno anni. Si son perse abitudini tradizioni e biodiversità, invasi come siamo da prodotti a basso costo e della grande industria alimentare sostenuta dalla pubblicità, cibi spazzatura, cibi precotti, pronti, diete ricche di carboidrati, grassi e poveri di fibre, mentre si tende sempre meno a mettere in tavola verdure e vegetali.

A questo si aggiunge la difficoltà di accesso alle cure e ai servizi di prevenzione secondaria che ci sono, ma sono mal distribuiti sul territorio, non hanno i livelli di organizzazione del Nord, hanno costi notevoli per l’aumento dei ticket che in rapporto al reddito pesano molto di più che al Nord, Insomma si tratta di cause multifattoriali, ma sicuramente il solito problema di ingiustizia sociale. Intanto una massiccia azione di educazione sanitaria tendente a rimuovere abitudini di vita scorrette, al recupero delle buone abitudini alimentari, l’invito ai controlli per individuare forme morbose in fase preclinica con l’accesso gratuito ai servizi di prevenzione secondaria, auspicabile, se non altro per il fatto che avrebbe un costo efficacia e un costo beneficio enorme.

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Università, la sfida del Sud

università Cassino 350di Ermisio Mazzocchi - Le differenze rimangono. Se non si accentuano ancora di più. L'annuale classica delle Università nazionali stilata da Il Sole 24Ore, pur nel suo "arbitrario esercizio di analisi", come dicono i promotori della graduatoria, costituisce un utile parametro di valutazione e pone alcune riflessione, che aiutano a capire quale potrebbe essere il futuro degli atenei e in modo più appropriato quello della cultura italiana.
Qualità e ricerca si posizionano e si consolidano per la loro maggiore credibilità al Nord del paese. Al Sud permane se non scivola verso una difficoltà che ne abbassa la capacità di attrazione e di espansione. Si pone un problema sostanziale per ifuturo dell'intero paese e delle prospettive delle nuove generazioni.
L’antico divario tra Nord e Sud può tradursi in una separazione più marcata di quanto non lo sia oggi. Si pongono inevitabilmente questioni rivolte alle risorse finanziarie per le Università e a una politica di rinascita delle aree deboli del paese, da cui la provincia di Frosinone non è esclusa.

Centrale è il ruolo delle Università

Gli interventi devono mirare a rendere il Sud conforme al resto del paese con una preferenza per le infrastrutture e il potenziamento di settori produttivi vitali, in cui è centrale il ruolo delle Università.
Ritengo che debba essere molto chiaro che bisogna rifuggire dalla logica dell'intervento "straordinario, "speciale", e ribadire quella della politica "ordinaria" del paese per togliere il Sud dalla marcatura della "specificità", nulla togliendo alla dimensione meridionalistica i tratti di particolari inconfondibili e rilevanti. Una questione che può essere risolta unicamente nel quadro dell'unità nazionale e di quella europea. La vastità dei problemi delle Università italiane, dai finanziamenti alla carenza dei dottorati di ricerca, alla necessità di ricambio generazionale dei professori, pur rimanendo rilevanti gli aspetti positivi, qualità e un flusso maggiore di studenti, per citarne alcuni, sono aspetti di un unico problema quale quello del ruolo delle Università nel panorama della crescita del paese.

Unicas va nella direzione giusta

In questo ambito dobbiamo rilevare che l'Università degli Studi di Cassino e Lazio meridionale mantiene una posizione che non allarma per la sua stabilità rispetto agli anni passati, "stiamo andando nella giusta direzione", come dice il Rettore Giovanni Betta. Restano aperte altre considerazioni, non ultima quella della ripartizione delle risorse finanziarie, che riguardano la percezione del ruolo di questa Università nell'area centro-sud dell'Italia. Il vettore del nuovo assetto territoriale e organizzativo è sempre più orientato a una integrazione tra le due province di Frosinone e Latina, aprendo scenari inediti nei rapporti economici, sociali, politici. L'Università di Cassino è il punto focale per un impulso alla qualificazione delle politiche di una vasta area geografica. Un terreno su cui le forze politiche dovranno rivedere i loro parametri di valutazione su le scelte di governo dello sviluppo e crescita per circa mezzo milione di cittadini. E l'Unicas non può essere considerata ai margini di questa ristrutturazione sociale ed economica. Non può essere lasciata sola nel suo sforzo di alzare il suo livello di "gradimento" e di qualificazione. E' il fulcro sui cui fare leva per dare una prospettiva alla nuove generazioni. Intorno a essa si deve costruire una rete di salvaguardia per rafforzare ulteriormente le sue energie e potenzialità. E ognuno deve fare la sua parte. Il PD deve metter in campo interventi verso il Miur, attraverso i suoi parlamentari, per una verifica delle politiche del governo verso questa Università, coinvolgendo in modo sinergico la Regione con l'assessore regionale, Buschini. Penso che il PD non possa sottrarsi a questa responsabilità, attivando con una propria iniziativa dall'ampio respiro politico sul futuro dell'Università. E' necessario e urgente.

Pubblicato su Perté (settimanale) giovedì 5 gennaio 2017

 
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Grazie a Roma, la Regione Lazio è tra le prime in Italia. E il sud del Lazio?... Muore

ufficio di collocamento 350 260di Donato Galeone - Le due risposte sottoscritte e inviate al Consigliere Regionale Silvana Denicolò dagli Assessori della Regione Lazio (Attvità Produttive, Prof. Guido Fabiani e Lavoro, Prof. Avv. Lucia Valente) coincidono con i recenti annunci del Governo sulla “decontribuzione e sugli investimenti nel Mezzogiorno” molto bene sintetizzati il 14 novembre da Giuseppe Sarracino, componente del Direttivo Circolo PD di Frosinone e pubblicati da questro giornale unoetre.it.

Anche queste letture ci riconfermano la “esclusione” dell'area meridionale (ex Cassa Mezzogiorno) del basso Lazio e della nostra Provincia pur caratterizzata da un declino economico e disagio sociale, con circa un terzo dei residenti (130.000) senza lavoro e con gli stessi livelli di area depressa del Sud, già evidenziati dal rapporto SVIMEZ con gli ultimi dati statistici socioeconomici richiamati lo scorso estate e commentati, in parte, anche da Ermisio Mazzocchi.

Frosinone e Latina aree depresse socialmente nei redditi e in posti di lavoro

Esclusione, quindi, dal “Masterplan Mezzogiorno” del Governo e dalla “decontribuzione e dagli investimenti” della nostra Provincia - non più area del Mezzogiorno - in quanto l'ordinamento comunitario europeo e italiano considera come unità territoriale l'intera “Regione Lazio” così come considera tutte le altre regioni italiane. E nel Lazio, sappiamo, è compresa anche la Provincia di Frosinone che, con la Provincia di Latina e le loro ASI (Area Sviluppo Industriale) e Consorzi, pur con indici di aree depresse - disagiate socialmente nei redditi e in posti di lavoro - non possono essere considerate disgiunte, territorialmente, dal Lazio.

Anzi si dice e si sostiene che, grazie a Roma, la Regione Lazio è tra le prime Regioni italiane.

Se così fosse, nella realtà quotidiana e, conseguentemente, dovrebbero essere impegnate risorse pubbliche e incentivazioni adeguate per la ripresa del LAVORO nel basso Lazio mediante iniziative imprenditoriali immediatamente cantierabili e proposte a medio e lungo termine certe, condivise, partecipate e sostenute dalle rappresentanze politiche, sindacali e istituzionali a tutti i livelli territoriali per rispondere all'attesa, con il lavoro, dei 130.000 disoccupati della Provincia di Frosinone.

Poichè tutto ciò scarsamente avviene, io penso e non solo io, che si dovrebbe procedere oltre, mediante la Regione Lazio, almeno con la estensione delle agevolazioni contributive alle imprese e al lavoro nel contesto degli investimenti annunciati dal Governo per il Mezzogiorno, rilanciando e recuperando lo sviluppo bloccato del basso Lazio e della Provincia di Frosinone.

Tuttavia osservo che è tanto importante quanto impressionante, in positivo e discutibile, allorquando leggiamo le indicazioni degli Assessori alle attività Produttive e Lavoro della Regione Lazio scritte il mese scorso che ci indicano disponibilità di Fondi europei con 140 milioni di euro per i contratti di ricollocazione dei lavoratori in posti di lavoro e per il rilancio del tessuto produttivo del frusinate nel breve, medio e lungo periodo con le opportunità contenute nei 913 milioni del POR, FSR 2014-2020. Viene, poi, richiamato l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni-Fiuggi sottoscritto nell'agosto 2013 che dovrebbe mettere in campo - dopo oltre 2 anni - un progetto collettivo con risorse di 91 milioni di euro mediante contratti di sviluppo per un valore complessivo di 100 milioni di euro nella Cioiciaria e quanti posti di lavoro ??

Riavviare e recuperare gli alti livelli di emarginazione e povertà raggiunti nel Sud

Così come considerare interessante e da verificare, alla scadenza al 31 ottobre 2015, le proposte della “call” che ha messo a bando i 70 milioni di euro nel processo di reindustrializzazione dei sistemi imprenditoriali laziali coinvolgendo anche i Comuni del frusinate che dovrebbero collocarsi - mediante i Consrozi ASI - nel più ampio contesto operativo del “recupero produttivo delle aree industriali dismesse per favorirne la riconversione e riqualificazione produttiva”.

E per l'area ciociara a Sud di Cassino dai positivi annunci degli investimenti, negli anni, della Fiat- Fca, mirati anche all'aumento dei livelli occupazionali, si prevedono stanziamenti nel bilancio regionale al 2017 di 3,5 milioni di euro destinati sia per l'adeguamento delle infrastrutture e sia alle imprese, collegate all'indotto e alla ristrutturazione tecnologica produttiva del complesso multinazionale automoblistico.

E per il Nord della Provincia il polo termale di Fiuggi già indicato tanto nell'Accordo di Programma Frosinone-Anagni-Fiuggi dell'agosto 2013 quanto nella essenzialità della Regione Lazio di coadiuvare a saldare i circa 2,3 milioni di debiti verso il Comune di Fiuggi e non anche - contestualmente – a prevedere attività promozionali di LAVORO mediante incentivazioni mirati verso “specifici progetti modulari” - diversificati e integrati - di rilancio del termalismo fiuggino nella prospettiva termale e turistica non solo stagionale estiva ciociara-romana potenziando, con adeguati investimenti un “Parco degli Ernici” collegato agli impianti sportivi invernali delle aree montane di Filettino, Campostaffi e Campocatino.

Questi richiami territoriali allo sviluppo con volontà politiche, mezzi, strumenti, proposte e normative agevolatorie per gli investimenti annunciati con il Masterplan del Governo al 2023 ( circa 7 miliardi di euro disponibili per le otto Regioni del Mezzogiorno già dal 2016) dovrebbero riavviare e recuperare gradualmente, con il LAVORO, gli alti livelli di emarginazione e povertà raggiunte nel Sud.

Così come per la Provincia di Frosinone i raggiunti livelli di emarginazione e povertà - nella dimensione regionale Lazio - mediante gli interventi dei “140.000 milioni destinati ai contratti di ricollocazione” potrebbero favorire il ricollocamento a lavoro - soltanto e unicamente - se le imprese attive e produttive presenti sul territorio domandassero lavoro, altrimenti, l'intervento di “ricollocazione” mirato all'essenziale inclusione sociale, con il lavoro, sarebbe resa nulla in assenza di posti di lavoro e verrebbe compensata, agevolmente e in quota parte, soltanto l'Agenzia privata riconosciuta dalla Regione Lazio.

Necessario, quindi, priorizzare e definire interventi di “sostegno minimali di reddito con graduale inclusione sociale” - verso il lavoro - considerando realisticamente i tempi non brevi previsti della ripresa economica e dell'occupazione produttiva tanto quelli dovuti agli investimenti Masterplan annunciati dal Governo per il Mezzogiorno quanto quelli per l'ulizzzo innovativo delle risorse europee disponibili, integrati dalla Regione Lazio e richiamati l'ottobre scorso per la Provincia di Frosinone, da completare nella quantificazione previsionale dei posti di lavori che sono i veri fattori della inclusione sociale.
Frosinone,19.11.2015

 

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I Paesi del Sud e un'Europa più equilibrata

bruxelles parlamento europeodi Antonio Simiele - Le recenti vicende, riguardanti l’immigrazione e la Grecia, hanno messo a nudo un’Europa con regole inadeguate e in difficoltà a dare speranza ai suoi cittadini, in particolare a quelli che stanno pagando i prezzi più alti della crisi. Negli ultimi anni, essa non ha posto la persona “al centro della sua azione” com'è scritto nel Preambolo della sua Carta dei diritti; anzi, ha imposto, come nel caso della Grecia, misure senza valutarne le conseguenze sulle vite delle persone.
Le sue scelte, le sue contraddizioni, le incertezze e gli egoismi emersi, stanno ridando fiato ai nazionalismi che, individuati come l’origine di ogni guerra, spinsero Ernesto Rossi e Altiero Spinelli a scrivere il Manifesto di Vendotene, ispirando per l’Europa il più grande progetto di pace e di sviluppo di una storia millenaria, basato sulla solidarietà, su una vita degna per tutti, sui diritti. E’ questa prospettiva che si vanifica quando si contrappongono i Paesi ricchi a quelli più poveri e si mette una Nazione contro l’altra. Nei giorni scorsi, in un'intervista al The Guardian, il filosofo e sociologo tedesco Jurgen Habermas ha detto: ”Temo che il governo tedesco... abbia dilapidato in una sola notte tutto il capitale politico che una Germania migliore aveva accumulato in mezzo secolo di storia”. Ciò riattizza il fuoco di una diffidenza nei confronti della Germania che rende tutto più difficile.
E’ un quadro che rappresenta come, senza la riforma dei trattati UE, sia ardua la costruzione di quell’Europa politica ed economica di cui c’è bisogno. Appare pure chiaro che, per fa sì che la riforma dia i risultati auspicati, bisognerebbe affrontare contestualmente, se non prima, la questione dell’Europa a diverse velocità, con i Paesi del Sud che si muovono in ordine sparso, deboli rispetto a quelli del Nord i quali, invece, sono più compatti ma non sempre in sintonia con gli originari valori guida dell’ Europa. Diversamente, si profila la germanizzazione di un Continente che, invece, dovrebbe proporsi di far convivere le tante diversità di cui è ricco, portando a sintesi il meglio delle loro grandi culture e potenzialità.
I Paesi del Sud, con il loro agire, possono essere risolutivi per costruire un’Europa più equilibrata e solidale; possono anche aiutare o costringere la Germania a ricredersi su quelli che Timothy Garton Ash, in un articolo pubblicato su Repubblica lunedì 27 luglio scorso, definisce gli stereotipi negativi che i tedeschi hanno degli europei del Sud, inetti e indolenti.
Essi dovrebbero fare i cosiddetti compiti a casa che non s’identificano con quelli dettati dalla troika, ma sono, innanzitutto, la lotta alla corruzione, la drastica riduzione dell’evasione, la maggiore coscienza civica, la migliore organizzazione dello Stato, la realizzazione di un fisco equo, come quello che descrive la Costituzione Italiana, “informato a criteri di progressività” e al quale tutti concorrono “in ragione della loro capacità contributiva”.
Essi, comunque, potrebbero avere un ruolo ancor più decisivo se, insieme, sviluppassero una politica tendente a rafforzare i rapporti antichi, di ordine politico, economico e culturale, tra i Paesi di tutte le sponde del Mediterraneo. L’Italia ne potrebbe e dovrebbe essere la principale protagonista. Nel Mediterraneo, infatti, più che in ogni altra parte, l’Italia può svolgere un'efficace funzione autonoma, corrispondente, oltretutto, agli interessi reali di Paese che nel Mediterraneo vive e che nel Mediterraneo ha radicato tutta la sua storia.
La maggiore cooperazione tra le nazioni, che una tale politica realizza, aiuterebbe ad affrontare in modo costruttivo la questione immigrazione, rafforzerebbe la battaglia contro il terrorismo di matrice islamica, risponderebbe al desiderio di fare del Mediterraneo un mare di pace e di benessere, favorirebbe la stabilità di un’area del mondo sempre più fondamentale per la sicurezza dell’intera Europa.
Lì, 31 luglio 2015

 

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TV, giovani e sud seguono Papa Francesco

PapaFrancesco 350 260di Stefano Balassone - Con l'arrivo di Bergoglio in Vaticano l'audience del rito della Via Crucis è tornata a salire verso i cinque milioni e mezzo di spettatori medi e il 22% di share, come ai tempi di Giovanni Paolo II, quando però l'ascolto televisivo era assai meno disperso di oggi tra canali e canaletti più o meno a pagamento.
Quell'ascolto "medio" è il risultato di una decina di milioni di contatti personali, di durata variabile dai pochi minuti alla intera durata dell'evento. Al tirare delle somme, quel che conta è che ognuno degli spettatori che si sono affacciati è rimasto lì, senza fare zapping, mediamente per circa la metà della durata dell'intero appuntamento. Un indice di fedeltà assai elevato, che le trasmissioni in diretta di lunga durata (qui siamo all'ora e mezza) raramente raggiungono.
Sono spettatori, supponiamo, che per lo più non erano convenuti per assistere a uno spettacolo, sia pure religioso, ma per essere mediaticamente partecipi di una liturgia. Spettatori "motivati dal di dentro".
Proprio per la specificità motivazionale di questa audience viene da chiedersi di che tipo fossero fra i tanti, quelli che con Ratzinger la Via Crucis televisiva la disertavano e che con Bergoglio invece sono tornati a frequentarla. Come ai tempi di Wojtyla, e cioè ai massimi livelli visto che il Papa polacco quanto a mediaticità non doveva andare a lezione da nessuno.
Se si guarda all'età e al sesso degli spettatori, il flusso aggiuntivo attirato da Bergoglio rispetto a Ratzinger è costituito principalmente da giovani sotto i 35 anni, specialmente maschi e per lo più residenti al Sud.
Se approfondiamo il dato territoriale e andiamo a spulciare fra le Regioni osserviamo che le più meridionali fra le regioni del Sud, e cioè le isole, la Calabria e, particolarmente, la Campania, sono proprio quelle che registrano il maggiore incremento di presenze auditel da un Papa all'altro. Le altre Regioni registrano anch'esse un incremento di ascolti, ma non di entità tale da far pensare a una "rottura di atteggiamento" dovuta specificamente alla personalità del nuovo Papa. Come invece si rileva in alcuni dei territori più sofferenti del Paese, guarda caso quelli alle prese con la "spuzza" di mafia e camorra, cioè con la violenza di poteri di fatto e non di diritto.
Se poi guardiamo alle categorie socioculturali scopriamo che le élites più sensibili nel percepire i movimenti e le tendenze della società sono più attente alla personalità del Papa argentino, pur in un quadro di propensione più favorevole che si registra generalmente rispetto al predecessore.
Si, lo sappiamo, anche con l'auditel dovrebbe valere l'accorgimento di giocare con i fanti (TG, Quiz, Talk Show e serialità varie) e lasciare in pace i Santi. Tanto più che di questi tempi qualcuno potrebbe voler misurare la santità in base alla misura dello zapping attirato o subito. Noi fino a tanto non ci spingiamo e ci limitiamo, come il Tentatore, a porgere il dato a chi voglia decidere cosa dedurne.

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"Guerra e Resistenza a sud di Roma"

locandina libro 350-260di Angelino Loffredi - Il libro di Roberto Salvatori "Guerra e Resistenza a sud di Roma" merita una necessaria e doverosa attenzione perché rappresenta il punto più alto della informazione e della rappresentazione organica del movimento partigiano nella nostra provincia.
L'autore ha messo al centro della sua indagine la resistenza che settanta anni fa si sviluppò sui monti Prenestini e nell'alta Valle del Sacco ma dobbiamo riconoscere che tale ricognizione va aldilà di tali aree geografiche. Il ruolo resistenziale in questa area, anche se prevalente, da parte dell'autore viene sempre ricollegato a quanto avviene nei dintorni.
Non ho alcuna difficoltà a riconoscere che tante notizie e importanti avvenimenti riportati mi erano sconosciuti ed oggi fortunatamente invece tutti noi possiamo arricchirci attraverso questo libro di altre conoscenze e scoprire che la Resistenza nella nostra provincia ha avuto maggiore profondità e consenso di quanta finora abbiamo immaginato.
Salvatori attraverso il suo lavoro ha tirato fuori con molta pazienza e ostinazione un numero straordinario di persone che parteciparono a tali avvenimenti. Persone anonime, dimenticate e che oggi ritrovano una loro identità e una specifica e esaltante collocazione nella nostra storia.
Partigiani a mezzo tempo verrebbe da dire perché sono combattenti che curano i campi, le loro bestie e le famiglie e poi rischiano, compiono atti di sabotaggio, combattono. E quando combattono contro i tedeschi ed entrano in azione non debbono farlo per più di dieci minuti. Questa infatti era l'indicazione data da Enrico Giannetti comandante riconosciuto non solo della banda di Paliano ma di tutta una vasta area che sa valutare i rapporti di forza numerici fra tedeschi e resistenti.
Ecco Enrico Giannetti e Dante Bersini di Palestrina sono gli uomini che nel libro vediamo più degli altri presenti, attivi, potrei dire inesauribili.
Mi ha fatto veramente riflettere la lettura riguardante Giannetti, una persona che organizzava gli atti di sabotaggio, partecipava direttamente ai combattimenti forte dell'esperienza avuta nella guerra di Spagna e nello stesso tempo cercava e stabiliva contatti nelle realtà, curava i rapporti con i contadini, raccoglieva iscritti al PCI, diffondeva l'Unità clandestiva, organizzava scuole di partito e poi con una minuzia certosina registrava l'ammontare delle entrate e le uscite per tali attività.
Lo stesso commissario prefettizio del comune di Paliano, il collaborazionista Maliziotti negli ultimi giorni di guerra lo manda a chiamare e il 28 maggio, quattro giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate gli consegna le chiavi del comune di Paliano.
Paliano e l'area Palestrina, Gennazzano, Cave dunque costituiscono l'epicentro più impegnato ma a questo vanno aggiunte le attività nei comuni di Sgurgola, Supino, Collepardo, i quaranta giorni di impegno attivo dei gruppi partigiani di Ceccano e in altre realtà locali. Organizzazioni spesso frammentate, disperse non unite da un progetto politico perché i partiti in tutto il territorio non hanno avuto un potere di indirizzo o di coordinamento. La stessa forza del PCI che è la più presente rispetto alle altre è più richiamata dai proclami tedeschi che concreta nella realtà.
Il libro riporta resoconti dettagliati degli scontri a fuoco e degli uomini che vi partecipano ma anche le rapine dei tedeschi, i saccheggi e le fucilazioni di contadini che pur non facendo parte organizzata della Resistenza si ribellano, si oppongono alla razzia del loro bestiame e per questo vengono arrestati o fucilati.
La lotta è fra gli uomini della Resistenza ed i tedeschi. In tale conflitto non emergono mai gli uomini della RSI, la repubblica di Mussolini. Le istituzioni repubblichine rappresentano un fantasma di stato, non svolgono mai una funzione autonoma, sono sempre al servizio dell'occupante tedesco. Va sempre ricordato che in provincia di Frosinone degli ottomila nati nel 1924 e 25 chiamati dal bando Graziani rispondono alla chiamata alle armi solo in 400. La questura di Frosinone-Fiuggi riesce ad organizzare solo 52 persone e a fatica si riesce a trovare un questore; nessun magistrato risponde all'appello di Mussolini. L'ultimo questore, Voltarelli ha la funzione di bruciare il carteggio rimasto negli uffici, privandoci cosi di venire a conoscenza di tante malefatte consumate nel periodo.
Roberto Salvatori almeno per quanto riguarda la nostra zona è riuscito a riannodare i fili di una memoria che è sempre più divisa e minacciata dalle nuove idee revisioniste e contro le quali spesso vedo molta rinuncia o tanta sottovalutazione.
Questo lavoro ricuce, rimette a sistema, da organicità ad una storia che ci veniva trasmessa in modo riduttivo e frammentato e che invece era stata scritta ma rimasta negli archivi impolverati; mai completamente conosciuta e che si apprestava inevitabilmente ad essere dimenticata. Il nostro autore ha girovagato negli archivi ne ha tirato fuori notizie inedite ed importanti e poi le ha verificate facendo parlate direttamente i protagonisti consegnadoci così un affresco bello, coinvolgente che si fa leggere e che merita di far parte delle nostre biblioteche.

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Senza il Sud non c’è crescita equilibrata e stabile

Italia del suddi Antonio Simiele - SENZA IL SUD NON SI ESCE DALLA CRISI IN MODO EQUILIBRATO E STABILE. In Europa sembra avviarsi la ripresa, che varie fonti danno per certa nel 2014, ma si prospetta modesta e lenta. Il nostro governo quasi ogni giorno ci dice che in fondo al tunnel s'intravede la luce; il ministro Saccomanni ha affermato che la crisi globale è finita. L'Italia, però, palesemente stenta rispetto agli altri Paesi a causa di una sua crisi più grave nella quale alle radici internazionali si sommano ragioni peculiari. E' sintomatico che solo qui non sia migliorata la competitività. Certo, per dare una risposta positiva ci vuole un governo stabile che governi, ma non basta. Esso dovrebbe anche dotarsi di una politica economica non ambigua come quella attuale e affrontare l'irrisolta questione meridionale, diversamente è improbabile che l'Italia agganci la locomotiva dei Paesi più forti.
Il Sud continua a camminare, quando non è addirittura fermo, a una velocità molte volte più bassa di quella della parte più avanzata dell'Europa e del resto dell'Italia, nei cui riguardi si è approfondito il divario principalmente nell'occupazione e nella capacità produttiva.
Questa parte dell'Italia sta subendo un esodo più grave anche di quelli biblici da cui fu colpita ai primi del novecento e dopo la seconda guerra mondiale. Per la prima volta, infatti, in misura così rilevante e prevalente il Sud vive quella che si chiama "fuga dei cervelli", con la migrazione di giovani a elevato profilo professionale e scientifico. Le conseguenze sono nefaste a fronte di un'economia mondiale in cui la novità, la qualità, l'eccellenza sono decisivi per reggere la concorrenza. Si alimenta un circolo vizioso che ormai da oltre un secolo pesa sull'Italia e condanna il Sud: senza il Sud non c'è crescita equilibrata e stabile, senza il contributo di tante intelligenze il Sud stenta a risorgere e non regge il passo, anzi la sua condizione rischia di peggiorare considerando che anche la crescita di ieri, dipendente da industrie non più competitive, in Italia non tornerà.
Il Sud può aiutare l'Italia a percorrere una strada nuova e virtuosa svolgendo con successo il proprio compito ma tutto il sistema Italia dovrebbe aiutarlo a riconquistare la convinzione di poter essere attore del proprio futuro. Il suo compito è vitale per rilanciare l'Italia ma anche per la nuova Europa che non può privarsi della presenza della più profonda cultura mediterranea.
Che cosa fare? Prioritario a tutto è, come scrive Scalfari, smantellare i privilegi, le mafie e le clientele; colpire le rendite e i monopoli; sconfiggere la demagogia e la legge del più forte. Al Sud, però, si deve rinnovare una classe dirigente complice delle scelte sbagliate fatte fino ad ora, rafforzare il senso dello Stato, rieducare una società civile al rispetto di diritti e doveri, ricostruire una tecnocrazia efficiente e sana.
E poi bisogna dire basta all'importazione di modelli di sviluppo avulsi dai contesti locali che ha disgregato il tessuto esistente e demotivato il Sud, ma ripartire dalle potenzialità del territorio, che dovrebbe essere in ogni caso la norma, facendo leva sulla ricchezza umana, la cultura, la storia, l'incomparabile patrimonio artistico, la bellezza dell'ambiente, un'agricoltura e un turismo che non temono concorrenza, un artigianato ricco di formidabili saperi. Su questo calibrare la rimozione del gap esistente in infrastrutture civili e servizi pubblici, un insediamento industriale compatibile e il rilancio di un sistema portuale indispensabile per tutta l'Europa considerando la posizione strategica che il Sud ha di cerniera tra i Paesi del Mediterraneo e di porta d'ingresso da e per l'Oriente.
Lo so, tanti diranno ecco il solito utopico elenco di cose, ma bisogna convincersi che è la strada da fare se si vuole costruire, per il Sud e l'Italia, un futuro di equo e solido benessere.
Lì, 11 novembre 2013

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Sud, risorsa indispensabile

Italia meridionaledi Antonio Simiele - La sinistra dovrebbe prendere in mano con più decisione e chiarezza la bandiera del Sud d'Italia perché l'esistenza di una questione meridionale irrisolta non è il convincimento di parte né il "pallino" di qualcuno, ma un dato oggettivo. Essa compromette anche la stabilità e il futuro dello stesso Nord. Riguarda, perciò, tutti gli italiani e l'Europa. La crisi che stiamo vivendo, come si può vedere, è segnata dallo squilibrato sviluppo avuto fin qui con l'accentuata debolezza del Sud.

Più di venti anni fa l'Episcopato italiano denunciava: "Il problema del Mezzogiorno si configura come "questione morale" in riferimento alla disuguaglianza nello sviluppo tra nord e sud del Paese e alle implicazioni di un tipo di sviluppo incompiuto, distorto, dipendente e frammentato". Oggi persiste negli stessi termini, anzi il divario rispetto al resto dell'Italia è drammaticamente cresciuto e riguarda principalmente la capacità produttiva e l'occupazione.

Si sono voluti importare al Sud modelli economici, culturali e sociali che, imposti senza alcuna considerazione del contesto locale, hanno prodotto prevalentemente la disgregazione del precedente tessuto. Una scelta sciagurata che non ha permesso di dispiegare le innumerevoli potenzialità che la grande storia, l'identità culturale e le vocazioni del Mezzogiorno offrono a favore di tutto il Paese.

Le conseguenze negative del modello di sviluppo sono state aggravate dall'agire della classe dirigente meridionale, anche di sinistra, che ne è stata complice. Una classe dirigente che non può accampare giustificazione alcuna, se non quella di essere stata selezionata senza che si potesse contare sulle innumerevoli energie costrette a lasciare il sud ed esercitare il proprio sapere in altre parti d'Italia e del mondo.

Non si può concretamente pensare a un'Italia con uno sviluppo equilibrato, stabile, duraturo, pienamente artefice della nuova Europa, se questo sforzo non è sostenuto da un unitario sistema Italia, cosa che, ad esempio, i leghisti per egoismo e miopia non vogliono vedere; la stessa nuova Europa non sarebbe tale senza il Mezzogiorno, perché priva della più vera e profonda cultura mediterranea. Il Mezzogiorno, a sua volta, può e deve essere artefice del proprio sviluppo, ma perché questo sia rapido e globale, cioè politico, economico, culturale, etico, ha bisogno dell'apporto di tutte le componenti della società italiana.

Rispettando l'impareggiabile bellezza della natura, che è la prima grande ricchezza del Mezzogiorno, si deve favorire sul suo territorio la realizzazione di un tessuto capillare di sviluppo, soprattutto attraverso la nascita e la crescita di piccole e medie imprese in agricoltura, nel turismo e nell'artigianato, risorse locali che non temono alcuna concorrenza nel mondo, ma non sono convenientemente utilizzate. Bisogna valorizzare meglio l'immenso patrimonio artistico, sviluppare processi d'innovazione, moltiplicare e rafforzare centri di ricerca che servono alle aziende e frenano la fuga dei cervelli. Il Sud, in virtù delle favorevoli condizioni geografiche e climatiche, può dare l'impulso decisivo allo sviluppo di energie rinnovabili, come l'eolico e il solare, vitale per ridurre la dipendenza dell'Italia nel campo energetico e avere un'economia competitiva e sostenibile.

E' un percorso che è possibile fare in tempi ragionevoli, ma deve poter contare sulla consapevolezza dei politici meridionali, sul recupero del senso dello Stato, sul contrasto deciso alla criminalità organizzata, su una società civile rispettosa dei diritti e dei doveri, su una tecnocrazia efficiente e sana al servizio del cittadino.

La Campania, con le sue luci e ombre a forte contrasto, offre uno spunto esemplificativo dell'intero sud. Il livello della sua offerta turistica è altissimo; la sua agricoltura è fonte di un Made in Italy che determina gran parte delle fortune dell'intera agricoltura italiana: quasi tutte le produzioni agricole ad alto valore aggiunto, che ci hanno consentito di conquistare il primo posto in Europa, sono concentrate in Campania e nel resto del Sud. Sono risultati, questi, che hanno un significato grande perché ottenuti da un'agricoltura costretta ad agire gravata, rispetto a quella del Centro e del Nord, da molti svantaggi: le infrastrutture civili e produttive, l'organizzazione del territorio, la legalità, l'efficienza della spesa e dei servizi pubblici.

Ho voluto porre l'accento su questi aspetti perché rendono del tutto evidente come il Mezzogiorno sia un decisivo fattore di convenienza, non un peso come alcuni cercano di farlo apparire. Un suo rapido rilancio non è solo una giusta rivendicazione o un risarcimento dovuto, ma rappresenta la risorsa principale da utilizzare per combattere la crisi e realizzare uno sviluppo economico equilibrato e stabile, condizione decisiva perché l'Italia possa avere un progresso democratico ed essere protagonista di un'Europa, più unita e forte, promotrice di un nuovo ordine internazionale di solidarietà e di diritto.

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Guerra e Resistenza a sud di Roma

La Resistenza a sud di Romadi Pierluigi Sanna - Sabato scorso, 21 settembre, nell'ambito della Festa democratica che il PD di Pofi ha organizzato in piazza Vittorio Emanuele II, è stato presentato il libro Guerra e Resistenza a sud di Roma. Monti Prenestini e Alta Valle del Sacco, 8 settembre 1943 - 5 giugno 1944 di Roberto Salvatori, studioso di storia della Resistenza nel Lazio, il quale ha svolto un approfondito lavoro di ricerca, per il periodo dell'occupazione tedesca tra il 1943 e il 1944, nei comuni posti a cavallo tra le province di Roma e di Frosinone, immediate retrovie dei fronti di Anzio e di Cassino, con l'obiettivo di dare organicità ed esaustività ai tanti episodi della lotta contro gli occupanti nella zona sud della regione, che non furono di secondaria importanza nell'ambito della Resistenza laziale. Dal lavoro emergono alcuni elementi nuovi e fecondi dal punto di vista storiografico, che pongono sotto una luce diversa la lettura della lotta di Liberazione in questa zona del Lazio, per la quale mancava uno studio unitario con caratteristiche così specifiche. Nel tracciare a grandi linee la costruzione del libro, le fonti di ricerca orali e documentarie e gli argomenti inquadrati in ordine cronologico, l'autore si è anche soffermato, soprattutto, sulle difficoltà organizzative, e reperimento armi, delle varie bande partigiane che via via sorsero nell'area dei monti Prenestini e nel Frusinate. Difficoltà molto meno sentite e superate agevolmente dalle bande del nord Ciociaria – come a Palestrina e a Paliano – dove sia Dante Bersini, il gruppo Praeneste, il CL locale ed Enrico Giannetti, capozona e referente principale del Comitato di liberazione nazionale e del Centro interno del PCI, aveva certamente ovviato, per via della vicinanza con Roma e con le principali basi di rifornimento (Cecchignola, Breda, Fronte militare clandestino ecc.) cosa che riuscì un po' meno alle bande ciociare a causa della massiccia presenza di truppe tedesche ad Anagni, Veroli, Alatri, Frosinone e Cassino, proprio perché zone troppo vicine al fronte. L'autore si è anche soffermato su Pofi dove, oltre all'eroe della Resistenza il parroco don Silvio Bergonzi, ricordato nell'introduzione dal segretario del PD, si segnala anche Pietro Forti, arrestato dai tedeschi assieme a don Silvio e rinchiusi entrambi nel carcere di Paliano. Si ricorda anche un certo Zeppieri, costretto dai tedeschi a scavarsi la fossa e poi fucilato. Ma anche lo sforzo di Giannetti nel contattare elementi comunisti di Pofi e spingerli ad organizzare una cellula clandestina del partito e a coinvolgere i contadini e la popolazione. Questi uomini avevano trafugato da un camion tedesco una grosso quantitativo di sigarette e lo avevano poi rivenduto per racimolare qualche lira per l'organizzazione. Per la cronaca, don Silvio Bergonzi, scampato alla fucilazione e alla deportazione in Germania, fuggì dal carcere di Paliano la notte tra il 3 e il 4 giugno '44, grazie ai bombardamenti e all'impatto tra un bombardiere tedesco in avaria e la torre del reclusorio, che aprì dei varchi tra le mura, permettendo anche l'evasione in massa dei detenuti. Il parroco di Pofi andò a rifugiarsi nel vicino convento dei Frati Cappuccini di San Pietro, ma la mattina seguente una granata sparata dall'artiglieria sudafricana sui tedeschi in fuga da Paliano, arrivò 'lunga' proprio sul cenobio, e lì rimasero uccisi don Silvio, il padre Guardiano e due sfollati: Nello Cesari di 12 anni e Silvana Alari. All'apertura del dibattito molto interessanti sono apparsi gli interventi di Angelino Loffredi, ex sindaco di Ceccano, storico e studiuso e di Ermisio Mazzocchi, dirigente provinciale del PD i quali hanno arricchito ulteriormente la discussione.

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