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Il taglio dei parlamentari. Una cortina fumogena

 Referendum

Votare senza farsi confondere dal tourbillon del contingente, dell'immediato

Referendumdi Aldo Pirone
Ieri sera, a “Accordi e Disaccordi”, il buon Bersani, rivolgendosi ai “No sinceri” nel referendum sul taglio del numero dei parlamentari, ha detto che il voto negativo sarebbe “lo schiaffo più antiparlamentare alla prova dei fatti che io ricordi”.

E perché? Fu “antiparlamentare” il No che affossò la riforma berlusconiana del 2006 e quella renziana del 2016? Non era prevista anche là la riduzione del numero dei parlamentari votata dal parlamento? Il No di oggi sarebbe uno schiaffo solo perché alla quarta votazione anche Leu e Pd hanno votato Sì? E che fine hanno fatto gli altri impegni che dovevano essere realizzati (legge elettorale proporzionale ecc.) e che soli giustificarono quel Sì? Non c’è bisogno di arrampicarsi sugli specchi per motivare il proprio Sì al taglio. Rifacendoci alla categoria bersaniana della sincerità, bisogna osservare che anche tra i Sì ci sono parecchi "insinceri" che si sono adeguati opportunisticamente a quella posizione.

Motivazioni diverse e opposte esistono fra i No e fra i Sì: esagerazioni, falsi storici, stravolgimenti propagandistici, fake news strampalate. Nel Sì prevale un’impostazione demagogica e populistica a trazione prevalentemente grillina ma anche salviniana e meloniana, sebbene ultimamente con il freno a mano tirato, nonostante i distinguo del Pd; nel No, accanto a una motivazione strettamente costituzionale e antipopulista, ne è cresciuta un’altra di origine opposta assolutamente opportunistica volta a dare al No un significato antigovernativo. Cosa, per altro, un po’ campata in aria, perché in parlamento il Sì al taglio, alla fine, è stato pressoché di tutti i partiti o quasi.

Sarebbero proprio da vedersi Salvini e Meloni protesi a intestarsi il No dopo aver detto tante volte, e fino all’ultimo, Sì. A costoro del “Sì insincero” - insincero rispetto al Sì con motivazioni aliene dal populismo - non importa un fico secco della Costituzione, com’è noto, mentre a tanti del “No insincero”, soprattutto annidati nelle redazioni dei cosiddetti “giornaloni”, la Carta fondamentale può essere anche stravolta per fini di potere, come ai tempi del referendum Renzi quando essi si schierarono a suo favore con articolesse che trasudavano servilismo.

Non è la prima volta che accade che su scelte importanti per la vita istituzionale del paese le insincerità, gli opportunismi, i calcoli di potere a breve termine si mischino, nell’uno e nell’altro schieramento, con motivazioni diverse ed opposte. L’importante è che non ci si faccia confondere dal tourbillon del contingente, legando a ciò la propria scelta, soprattutto se in ballo ci sono revisioni importanti della Costituzione che riguarderanno gli anni a venire. E quindi ognuno valuti serenamente il suo voto in base alla propria coscienza e cultura costituzionale. Con la consapevolezza che gli sbreghi inferti alla nostra democrazia sono già stati dati (autonomie regionali come pezze a colori, leggi elettorali vergognose che affossano la sovranità popolare, partititi personali divenuti carrozzoni informi ecc.) e che il taglio al numero dei parlamentari può essere oggettivamente l’ennesima coltre fumogena volta a farli dimenticare o nascondere.

Ma la campagna referendaria è stata punteggiata, tra tante cacofonie, anche da garrule risa. Sono scoppiate fragorose quando Renzi si è rifiutato di esplicitare il suo voto con il pretesto di non voler “personalizzare” il referendum. Come se stesse ancora al 2016. Crede ancora “il Bomba” di essere l’alfa e l’omega della situazione. Le risa, poi, sono diventate inarrestabili con tanto di lacrime al ciglio quando ha detto di lasciare “libertà di voto” ai suoi. La stessa cosa l’ha ripetuta anche patron Silvio suo mentore storico. Ambedue nicchiano per il “No insincero”, ma non lo dicono esplicitamente perché non si sa mai. Si limitano a farlo presagire. Intanto “lasciano libertà” ai propri elettori, come i Papi o i principi feudali che dispensavano i sudditi da alcuni obblighi ecclesiastici o da alcune servitù della gleba. Questi bambocci credono non di avere consensi, per altro ridotti al lumicino, ma di possederli come si possedeva lo ius primae noctis in epoca feudale.

Una democrazia se vuole tornare a essere seria non può non liberarsi di costoro e di tutti gli altri ciarlatani che occupano la scena politica nazionale.

Al di là del Sì e del No.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Simiele: Taglio parlamentari. Le ragioni del SI

Riduzione dei parlamentari, occasione da non perdere

referendume si no 350 260Antonio Simiele - E’ ormai tanto tempo che si discute di riduzione del numero dei parlamentari, per motivi che solo marginalmente c’entrano con i costi. Sono circa quaranta anni che la politica promette di farlo e, quando la politica per anni promette cose e non le mantiene si alimenta la sfiducia tra la gente e la crescita dell’antipolitica.

La questione si è posta quando è mutata la realtà istituzionale e rappresentativa del Paese, a seguito della nascita delle Regioni e del Parlamento Europeo, cui sono stati trasferiti parti importanti dei poteri del nostro Stato Centrale; questi nuovi Enti hanno ampliato e arricchito la possibilità di partecipazione politica e le occasioni di rappresentanza dei cittadini, lì dove si decide e si fanno le leggi.

Già negli anni ottanta ci fu un proliferare di conferenze, convegni, iniziative varie, alla ricerca di una riforma capace di adeguare le nostre istituzioni alle nuove realtà che erano sorte, senza raggiungere risultati concreti. Si sono, poi, succedute tre commissioni bicamerali per le riforme che, a fronte di un copioso lavoro svolto, non sono giunte mai a compimento, ma tutte e tre proponevano la riduzione del numero dei parlamentari.

La situazione, che si è trascinata fino ad oggi, ha rimarcato che il nostro Parlamento fosse divenuto pletorico, così perdendo anche di autorevolezza. La sua riduzione numerica, allora, s’impone per rinvigorirlo, rilanciarlo e rendere più vera e reale la rappresentanza democratica. Rappresentanza, invéro, già duramente colpita dalle leggi elettorali degli ultimi venti anni che hanno reso irrilevante la volontà degli elettori, ai quali, è stato scippato il diritto-dovere di eleggere i parlamentari, trasformando Camera e Senato in assemblee di nominati dai vertici dei partiti.

Ha una sua rilevanza, da non sottovalutare, anche il risparmio che ne deriva e che potrebbe essere ancor più efficace se si adeguassero alla media europea le indennità parlamentari che, è cosa certa almeno per quanto si riferisce alla spesa lorda, sono ora le più alte del mondo.

So bene che il taglio dei parlamentari, per non creare problemi agli equilibri istituzionali, non può restare un provvedimento isolato, ma deve essere accompagnato con una serie di riforme. Serve la modifica degli articoli 57 e 83 della Costituzione in materia di base territoriale per l’elezione del Senato e di riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (è già iniziato l’iter con la proposta di legge Fornaro). Serve, poi, cambiare i regolamenti parlamentari e distinguere i compiti tra le due Camere. E, più urgente di tutto, s’impone una nuova legge elettorale con sistema proporzionale puro, perché è quello che garantisce, in modo giusto, la rappresentanza in Parlamento delle molteplici sensibilità esistenti nel Paese, la presenza dei territori e delle minoranze; una legge che faciliti, anche, un processo di selezione qualitativa dei parlamentari, oggi inesistente.

Se passasse il no, come l’esperienza insegna, tutto rimarrebbe fermo. L’auspicabile vittoria dei sì, invece, avvierebbe un processo inarrestabile, capace, dopo tanti tentativi a vuoto e tante tergiversazioni, di obbligare il Parlamento a fare presto le conseguenti, indispensabili riforme.

All’attenzione di quanti del PD si stanno esprimendo per votare no, voglio solo sottoporre due cose su cui riflettere. La prima è offerta dalle parole di Luigi Berlinguer che, in un'intervista a Il Riformista il 14 agosto scorso, dice al PD che “ci deve essere coerenza tra la decisione assunta in sede parlamentare e quella sostenuta in sede referendaria”, la coerenza in politica è un valore che quando manca dà, anch’essa, fiato all’antipolitica. La seconda, di sapore più tattico, riguarda quello che Pierluigi Bersani chiama “trappolone”, cioè “la campagna per un no insincero, mirato ad aprire un solco incolmabile tra 5stelle e sinistra e quindi a destabilizzare il governo”.

Lì 31 agosto 2020

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Referendum. Il SI del PD è condizionato. Davvero?

  • Pubblicato in Partiti

Zingaretti: «Ora la nuova legge elettorale. Le nostre condizioni per il Sì al referendum» Il segretario del Pd: «Per votare Sì al referendum abbiamo chiesto anche modifiche ai regolamenti parlamentari. Un modo per rispondere ai tanti dubbi originati dall’antipolitica» Ma il tempo c'è per fare tutto prima del 20 settembre, altrimenti?

nicolazingaretti 350 260di Maria Teresa Meli - Segretario Zingaretti, il Pd farà campagna elettorale per il sì al referendum sul taglio dei parlamentari?

«Sosteniamo da sempre la riduzione del numero dei parlamentari e per anni abbiamo presentato proposte di legge in questo senso. Tuttavia per votare Sì e far nascere il governo abbiamo chiesto modifiche circa i regolamenti parlamentari e una nuova legge elettorale, per scongiurare rischi di distorsioni nella rappresentanza e tutelare adeguatamente i territori, il pluralismo e le minoranze. Tutta la maggioranza ha sottoscritto questo accordo, ora faccio un appello a finché sia onorato. Questo permetterebbe anche di interloquire con i tanti dubbi e le perplessità che stanno crescendo; soprattutto in riferimento ad una insopportabile campagna in atto all’insegna dell’anti politica. Naturalmente il Sì va considerato solo un primo passo, in sé insufficiente di una riforma complessiva del bicameralismo e dell’insieme dell’attività legislativa. Come vede, pur nel pieno rispetto dell’autonomia di coscienza di ciascun cittadino, mi impegno a costruire le condizioni più ragionevoli alla scelta del Sì».

Approvare la riforma elettorale in un ramo del Parlamento come chiedevate sembra impossibile.

«Non è così. Se c’è la volontà politica si può fare molto. Quando si parla di democrazia e istituzioni tutti i momenti sono buoni. Naturalmente accanto a questo c’è la priorità del lavoro, della scuola, della crescita. Confido che si possa aprire tutti assieme una fase nuova dove la politica diriga i grandi processi di trasformazione in corso e non li subisca. Penso alla qualità dei progetti da realizzare con le risorse del Recovery fund, alla necessità di una nuova e coordinata politica industriale, alle priorità da indicare sul fisco, alla necessità di un intreccio equilibrato tra l’intervento pubblico e quello dei soggetti privati sul tema della rete unica. Con una ambizione, lasciare ai giovani un’Italia ed un Europa migliore di quella che abbiamo trovato».

Lei ha detto che il voto delle regionali sarà importante per i futuri scenari politici. Che cosa intende?

«Quando votano milioni di cittadini è sempre un fatto politico. Peserà sugli sviluppi della situazione italiana. Comunque, quello che cambierà sicuramente in meglio o peggio, sarà la vita dei cittadini delle Regioni investite dalla consultazione elettorale, per questo ovunque combattiamo per vincere».

Il Pd si è entusiasmato per il voto dei grillini sulla piattaforma Rousseau ma alle regionali, eccezion fatta per la Liguria, andrete ognuno per conto proprio, è una sconfitta della linea dem?

«Questa è una caricatura un po’ maliziosa. Per fortuna nella vita sono ben altre le cose che mi entusiasmano. È naturale, tuttavia, che la caduta di un veto pregiudiziale da parte del Movimento 5 Stelle su possibili alleanze nei territori è un fatto positivo, poi come hanno giustamente ricordato Sala, Nardella ed altri saranno i territori a decidere. Se al pronunciamento sono seguite rigidità e incoerenze, è un problema degli altri. Abbiamo, però, candidature e alleanze competitive ovunque. E nella società il Pd è il pilastro della battaglia contro la destra sovranista».

Se le regionali dovessero andare male si dimetterà?

«Come abbiamo annunciato da tempo apriremo un grande dibattito sul futuro dell’Italia, a prescindere dal risultato che riusciremo ad ottenere e che riguarda il Pd, l’insieme dell’alleanza ed anche il governo nazionale. Il Pd si candida a guidare con spirito unitario, la transizione ad un’altra Italia. Quando ci si chiede cos’è il Pd, io rispondo: il Pd è la garanzia ed il motore affinché le cose cambino in meglio. Quello che abbiamo fatto fin qui è stato importantissimo. Abbiamo gestito la pandemia e rafforzato il nostro rapporto con l’Europa che sta cambiando. Tutto questo lo abbiamo guadagnato sul campo. Ora occorre, se intendiamo continuare insieme a dare una guida alla Repubblica, mettere in campo una progettualità ed una visione più forte».

Se Virginia Raggi facesse un passo indietro, voi e i 5 Stelle potreste trovare un candidato comune a Roma?

«Il futuro sindaco di Roma sarà, nei prossimi anni, una delle personalità politiche di maggiore rilevanza in Italia e a livello internazionale. La superficialità con la quale nel caldo agostano è stato affrontato questo tema è imbarazzante e ha rimosso la portata di questa sfida con un fiorire di nomi senza senso e slegati a qualsiasi progetto. Per questo le polemiche sui ritardi nell’indicazione dei nomi, sono prive di fondamento. Le candidature si avranno dopo le amministrative 2020. È quasi banale doverlo ricordare».

Nel Pd si ragiona su un’alleanza organica con i 5 Stelle: questa decisione andrà ratificata da un congresso?

«Il dibattito su un’alleanza “organica” o “non organica” appassiona pochi e per certi aspetti è incomprensibile. Abbiamo deciso con Italia Viva, Leu e 5 Stelle di governare l’Italia per tutta la legislatura. È dunque un’alleanza che ha delle ambizioni politiche e una missione da realizzare. Tale alleanza si verifica ogni giorno nei processi reali. Occorre una maggiore concordia e la rigorosa verifica della bontà delle nostre decisioni. D’altra parte noi l’abbiamo detto mille volte. Crediamo al governo, vogliamo collaborare meglio con i nostri alleati, ma restiamo convinti che è giusto assumersi responsabilità e gestire il potere solo fino a quando tutto questo risulta utile all’insieme della nostra comunità».

Mancano poche settimane alla riapertura delle scuole e vige ancora la massima incertezza, non ha nessuna critica da fare alla ministra Azzolina?

«Sono mesi che tutti i giorni stiamo ponendo questo tema. Da luglio abbiamo chiesto al governo un coordinamento interministeriale. Ritengo sbagliato ogni atteggiamento polemico o insofferente rispetto al mondo della scuola, che deve essere coprotagonista in questa prova difficile. Lo stesso calendario che si è costruito che prevede un’interruzione delle lezioni subito dopo l’apertura, mi appare problematico. Avevamo suggerito di organizzare in tempo luoghi alternativi per svolgere le elezioni e il referendum».

Teme che con la riapertura delle scuole possa esserci un’impennata del Covid?

«Ci sarà. È previsto. Il negazionismo è stata una propaganda sciagurata. Dobbiamo continuare a governare il problema nel delicato equilibrio tra aumento dei livelli di sicurezza e la necessità della ripresa delle attività sociali ed economiche».

A settembre riproporrete il tema del Mes?

«Non abbiamo mai smesso di porre questo tema. È parte del progetto che abbiamo per la crescita e il benessere che hanno assoluto bisogno di una linea di finanziamento enormemente più favorevole rispetto alle altre possibili».

Il «suo» Pd ha rinunciato alla vocazione maggioritaria?

«Semmai il contrario. Il Pd prende atto che il cammino di una nostra ripresa è in atto e che per non soffocare la vocazione maggioritaria in un isolamento borioso e stizzito occorre saperla esprimere, in un processo, seppure tumultuoso, che si realizza nel paese, che conta, influenza e allarga. Quando si dice che questa linea sarebbe la rinuncia ad una grande forza democratica e riformatrice e la subalternità agli altri, si dice una cosa non vera. Evidentemente non vera. Noi cresceremo se la nostra proposta politica al paese potrà marciare, anche con mille difficoltà, ma nella dimensione reale. Che allo stato attuale presuppone, non l’isolamento, piuttosto la sfida unitaria con gli altri. A livello nazionale e parlamentare con altri soggetti politici nei territori con tante forze civiche, associative o valorizzando la straordinaria forza dei Sindaci e amministratori».

Pubblicato dal Corriere della Sera il 26 agosto 2020 (modifica il 26 agosto 2020 | 08:50)

 

 

 

 

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Taglio dei parlamentari? Meglio di NO…

Tagliare è svuotare il Parlamento a tutto vantaggio dell’esecutivo...

ReferendumTaglioParlamentari_chidiceNO 370 mindi Fausto Pellecchia - La crisi che sta sgretolando i fondamenti della democrazia rappresentativa in Italia ha avuto un lungo periodo di incubazione. Lo svuotamento del Parlamento, che la nostra Costituzione ancora designa come organo legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo, è in atto da alcuni decenni. Tangentopoli ne ha segnato il primo punto di svolta con il passaggio alla cosiddetta “seconda Repubblica”, costituita essenzialmente dalle macerie della prima, con i “piccoli padri” (di seconda e terza fila) dei partiti. Dopo la deflagrazione di Tangentopoli, non c’è stata alcuna riforma organica della struttura dello Stato; nessun serio progetto di superamento del bicameralismo perfetto; nessuna redistribuzione dei poteri tra governo centrale e regionale (riforma del famigerato titolo V della Costituzione), nessun tentativo di rafforzamento delle assemblee legislative, con una chiara limitazione del ricorso alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia.

Oggi, alla vigilia del referendum del 20-21 settembre, siamo di fronte alla svolta definitiva. Priva persino del sostegno certo di una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, la riduzione dei parlamentari contenuta nel quesito referendario ha come unica motivazione il presunto taglio di spesa, con evidenti sottintesi demagogici provenienti dalla più rozza antipolitica populista. La posta in gioco è infatti nulla di meno che la fine della democrazia rappresentativa. Come ha lucidamente spiegato Massimo Cacciari, si è passati «dalla crisi della democrazia alla quale si assisteva, magari ignorandone le cause e nulla combinando per uscirne, tuttavia deprecandola, all’azione, consapevole o no poco importa, per distruggerla definitivamente. Per costoro democrazia deve diventare l’universale chiacchiera in rete, organizzata, diretta e decisa nei suoi esiti dai padroni della stessa, senza partiti, senza corpi intermedi, senza sindacati che disturbino la linea diretta, in tempo reale e interattiva, come recita il loro verbo, tra il Popolo e il Capo, espressione della volontà generale».

Del resto, lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente italiano (imputabile ai Salvini o Di Maio di turno), il collasso della democrazia rappresentativa investe l’intero Occidente, con la crescente diffusione, nell’opinione pubblica, del luogo comune secondo il quale le istituzioni rappresentative sono un inutile ornamento, giacché ogni forma di rappresentanza alimenta una “casta di privilegiati”, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, dalle funzioni esercitate e dalla valutazione del loro operato. Il dibattito e il confronto nelle assemblee legislative, perciò, può e deve essere surrogato dagli spot elettorali e dai like nei social network.
Anche il numero eccessivo dei parlamentari in Italia rispetto agli altri Paesi europei, sbandierato dalle classifiche populiste, è viziato da una clamorosa svista aritmetica: nel rapporto tra popolazione e numero di rappresentanti, l’Italia è al 23° posto, con un parlamentare ogni quasi 63mila abitanti. Fra i paesi più popolosi in UE, quindi, siamo quelli con il rapporto più elevato.

Da queste considerazioni discendono gli argomenti a sostegno di un voto contrario al taglio dei parlamentari così come proposto dalla riforma costituzionale.

a) In primo luogo, perché è dettata dalla logica del “taglio lineare” (peraltro con un risparmio alquanto modesto per le finanze pubbliche, specie se paragonato ai disastri economico-finanziari causati da un dilettantismo politico spinto fino all’improvvisazione delle competenze); si tratta di una riforma improntata semplicisticamente all’obiettivo del puro risparmio senza alcun riguardo per il funzionamento delle istituzioni , priva persino del tentativo di superamento del bicameralismo perfetto, prospettato, pur in maniera maldestra e abborracciata, dal precedente progetto di riforma Renzi-Boschi;

b) è una riforma che compromette la rappresentatività delle due Camere. In origine, la Costituzione prevedeva un numero di deputati e senatori variabile in dipendenza del variare della popolazione italiana. Nel 1963 una legge costituzionale determinò l’attuale numero di 630 deputati e 315 senatori a fronte di un numero di circa 51 milioni di abitanti; oggi la popolazione italiana supera i 60 milioni. Se passasse la riforma oggetto di referendum, la proporzione fra eletti ed elettori sarebbe una delle più basse rispetto a quelle relative alle assemblee parlamentari di altri Paesi europei (Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna) di dimensioni paragonabili a quelle dell’Italia;

c) la procedura per approvare una modifica costituzionale prevede maggioranze qualificate, superiori a quelle previste per l’approvazione delle leggi ordinarie (art. 138 Cost.), in quanto le revisioni della Costituzione devono essere il frutto di una larga condivisione da parte delle forze politiche presenti in Parlamento. Per la riforma in questione, pur essendo stata formalmente rispettata la procedura, la maggior parte dei parlamentari ha votato, almeno una volta, contro il disegno di legge di revisione sul taglio dei parlamentari: si è quindi ben lontani da quella necessaria ed ampia condivisione auspicata in sede costituente.

Infine, che lo sfondo implicito di questo progetto di riforma sia determinato dal nodo essenzialmente ideologico del M5S, che la destra leghista utilizza come grimaldello per manomettere l’alleanza con il PD e provocare una crisi di governo, rende ancora più urgente una forte opposizione popolare alle manovre politiche in corso.

Quale che sia la prospettiva dalla quale si valuti il testo di riforma in questione, esso appare il prodotto di una sub-cultura istituzionale che tende a sovvertire le regole della rappresentanza democratica al solo scopo di esibire almeno uno “scalpo” vittorioso per forze politiche che hanno perso, progressivamente, consensi e interesse da parte dei loro elettori.

 

 

 

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6 marzo a Latina si presenta il comitato per il NO al taglio parlamentari

MA ANCHE NO (Comitato per il no-Latina)

maancheno mindi Stefano Vanzini - La costituzione cambia e a nessuno sembra importare. Il 29 marzo è sempre più vicino ma di un dibattito pubblico sul tema non c'è traccia. Il Parlamento, la casa delle idee degli italiani, viene tagliato di un terzo dei suoi membri. Le problematiche derivanti da questo taglio irrazionale sono innumerevole.

La decisione di abbandonare definitivamente un giusto rapporto tra numero degli elettori e numero dei rappresentanti. Provincie che perderanno la loro voce. La creazione di cittadini, in alcune regioni, di seria A e in altre, come la nostra, di serie B. La formazione di un senato con numerose criticità, in primo piano la presenza di mini commissioni. Le tanto decantate promesse di riequilibrio sembrano se non inesistenti del tutto irrisorie.

Chi vuole questo taglio addice motivazioni fantasiose; in primis un risparmio considerevole per le casse dello stato, ma se questo fosse il vero motivo perché tagliare 1/3 e non metà o ancora di più dei parlamentari, e poi quale è stato il criterio sulla riduzione? Ancora oggi non è dato saperlo. La verità è che il risparmio sara ridicolo lo 0,007% della spesa nazionale, molto meno di quello che i fautori della riforma predicano.

Questa rimane una riforma figlia dell’antipolitica, l’ ultima bandiera di un vento che soffia in Italia da ormai 30 anni, il numero dei parlamentari non è un tabù su cui non discutere, ma da inserire in un ragionamento complessivo su una riforma dell’assetto istituzionale.

Il nome del comitato deriva anche da questo: MA ANCHE NO. Non un no perentorio, ma la voglia di ricominciare a parlare delle nostre isituzioni su un piano costruttivo per evolverle in simultaneità con il cambiamento dellla società. Per tutto cio il 6 marzo a Latina in viale XVIII Dicembre n 124 (presso il Gabbiano) presentiamo il comitato per il NO.

Sarà dura, ma alcune battaglie si combattono perché giuste, per quanto possano apparire impopolari. Con questo spirito rivolgiamo un invito a cittadini, associazioni e partiti politici nella speranza che questa battaglia possa diventare una battaglia di tutti.
MA ANCHE NO (Comitato per il no-Latina)

3 marzo 2020
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Iniziative Comitato No al taglio dei parlamentari

Comitato NOTAGLIO

notaglioparlamentari 350 min1) La mattina del 7 marzo molto probabilmente a Ceprano presentazione ufficiale del Comitato No al taglio dei parlamentari. In quella sede si distribuiranno volantini e manifesti ovviamente dopo sottoscrizione.

2) In questa pagina è reperibile materiale propagandistico e documentazione informativa. La campagna elettorale inizia il 28 febbraio e si conclude il venerdì 27 marzo, mentre il 29 si vota.

3) Entro domattina chiederemo formalmente tutti gli spazi di propaganda diretta ai comuni della provincia di Frosinone.

Qualsiasi cosa da sottolineare, proporre, cambiare COMUNICATELO.

Salute a tutti

Paolo Iafrate

domenica 23 feb 20

 

 

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La poltrona che resta è del capo politico

Una poltrona in parlamentoDopo il taglio dei parlamentari, il capo politico del M5S è andato in piazza a tagliare poltrone di carta con forbici di cartone. L’ennesima ridicola manifestazione di un vacuo esibizionismo gestuale, rivolto ad attirare attenzione in cerca di consensi. Il Parlamento - massima espressione della democrazia costituzionale - equiparato a un poltronificio, e la politica degradata al livello della invadente e stucchevole presenza del capo dichiarante. Il quale, dopo aver abolito la povertà, ci ha fatto sapere che si tratta - ovviamente - di una svolta «storica».

 

In realtà, questo provvedimento di riduzione del numero di deputati e senatori non dà risposta al problema cruciale della rappresentanza e dell’efficienza della democrazia. Al contrario, lo aggrava perché in sostanza lo traduce nella pratica antidemocratica della riduzione dei poteri del Parlamento. La crisi democratica che stiamo attraversando dipende infatti non dal numero dei parlamentari, che a determinate condizioni si possono anche ridurre. Ma dal degrado del sistema politico e dalla degenerazioni dei partiti, che non sono più lo strumento costituzionalmente riconosciuto attraverso il quale i cittadini concorrono «con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).

 

Questo è il punto, da cui tutto il resto dipende. I partiti invece di promuovere l’elevazione sociale e culturale delle classi subalterne, la partecipazione popolare e l’incivilimento del Paese, sono diventati pure macchine di potere al servizio di capi, capetti e capettini, di boss e sottoboss, di correnti e sottocorrenti, che occupano lo Stato, il Parlamento e le istituzioni pubbliche in cerca del consenso per la realizzazione dei loro fini privati. Con il risultato che i detentori del potere economico fanno il bello e il cattivo tempo.

 

La ricchezza si concentra, la povertà si diffonde. L’ambiente degrada, i diritti sociali e il lavoro vengono duramente penalizzati in dispregio dei principi costituzionali. Il disagio è tale che ormai circa la metà degli italiani in condizioni di voto non va a votare e non si riconosce nei partiti esistenti. Le donne e gli uomini che vivono del proprio lavoro non hanno più una loro organizzazione e rappresentanza politica. In queste condizioni il Parlamento non è lo specchio del Paese e la democrazia è dimezzata. Ma una democrazia dimezzata non può essere né partecipata né efficiente.

 

Se questa è la realtà, la svolta «storica» annunciata dal capo del M5S non è neanche un pannicello caldo. È un diversivo che aggrava i problemi reali. Già, ma ci dicono che i risparmi della spesa saranno straordinari. E ovviamente ancora maggiori se abolissero il Parlamento. Per ora però, secondo i calcoli più seri, non vanno oltre lo zero virgola della spesa pubblica totale. E allora qualche domanda s’impone. Perché non si tagliano le spese militari e gli eccessivi emolumenti dei parlamentari in carica? Perché, per aumentare le entrate, non si tassano in modo adeguato i grandi patrimoni e le rendite finanziarie?

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

Articolo scritto per Jobsnews. it

 

 

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Taglio dei parlamentari. Ma perché?

camera dei deputati 350 mindi Aldo Pirone - "NO, senza se e senza ma". Domani la Camera voterà, in quarta lettura costituzionale, la riduzione dei parlamentari. 345 in meno fra Montecitorio e il Senato di Palazzo Madama. La questione, purtroppo, è diventata dirimente per la sopravvivenza del governo Conte 2. La destra, ovviamente, voterà a favore - salvo sorprese che se ci saranno non saranno per amore della democrazia - di questa grave riduzione della rappresentanza politica slegata da qualsiasi riforma equilibrata delle Istituzioni parlamentari. Il M5s, dal canto suo, la considera da sempre una sua battaglia identitaria motivata con la becera motivazione del populismo e della demagogia più deteriore: il taglio delle poltrone della casta.

In ciò favorito da un lungo decadimento della classe parlamentare e politica, da scandali e da privilegi che ne hanno punteggiato il declino. La bassa qualità dei rappresentati politici parlamentari – ma la stessa cosa è accaduta nei Comuni e nelle Regioni – coinvolge un po’ tutti. Anche i cosiddetti “portavoce” del popolo “grillini” che, stando agli ultimi abbandoni trasformistici subìti e a quelli di cui si vocifera che seguiranno, paiono dei miracolati, frutto di una selezione operata con la “pesca a strascico”. Non a caso anche tra le loro file abbondano delle “cozze” attaccate agli scranni, veri e propri ignoranti saccenti.

Ma qui non è in discussione la qualità della rappresentanza parlamentare perché, se lo fosse, il Parlamento bisognerebbe solo che chiuderlo. Qui è in gioco un principio democratico, per cui ridurre così drasticamente e senza criterio il rapporto fra eletti ed elettori già di per sé riduce gli spazi di democrazia portando l’Italia all’ultimo posto nella graduatoria europea. Quanto alla qualità della rappresentanza, essa non dipende dal numero degli asini che la compongono; essa dipende dalla selezione che non c’è da parte dei partiti, diventati taxi - contenitori su cui si sale e si scende a piacimento – si chiama trasformismo - solo in base a rigorose convenienze personali. E ciò non si combatte – altro cavallo di battaglia grillino – con il vincolo di mandato, con i contratti e le penali incostituzionali ecc., si combatte facendo ridiventare la politica e i partiti, che la democrazia partecipativa la dovrebbero organizzare, il luogo d'idealità forti e di etica condivisa. Senza di questo non c’è neanche concretezza di programmi e di progetti. Le motivazioni antiparlamentari e loscamente antidemocratiche che hanno accompagnato la campagna massmediatica dei pentastellati, sono ributtanti.

Pertanto al referendum confermativo della “schiforma”, per usare un termine travagliesco, io voterò no.
Senza se e senza ma.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Taglio del nastro per la 14ª edizione del “Dieciminuti Film Festival”.

10minff 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Taglio del nastro per la 14esima edizione del “Dieciminuti Film Festival”. La rassegna dedicata al cortometraggio e organizzata dall’associazione “Indiegesta”, si terrà a Ceccano presso la sala del Cinema Teatro Antares, fino a sabato 23 marzo.
Nella mattinata del 19 marzo, l’aula magna dell’ I.T.E. di Ceccano ha ospitato il convegno di apertura del festival. L’evento ha avuto come tema centrale la possibilità di riconversione del sito dell’ex Annunziata, per costruire una cittadella del cinema. Un dibattito, moderato dal prof. pietro Alviti, che ha visto sedere al tavolo di rappresentanza, al fianco del Sindaco Roberto Caligiore e del presidente di Indiegesta Alessandro Ciotoli, l’Architetto Alfonso Giancotti, Dario De Santis (Unindustria), Marcello Pigliacelli (Presidente della Camera di Commercio di Frosinone) e Claudio Gubitosi, ideatore e direttore del “Giffoni Film Festival”.
Dopo i saluti, affidati alla Preside dell’Istituto di Istruzione Superiore di Ceccano Alessandra Nardoni, parola ad Alessandro Ciotoli che, dopo un breve video introduttivo, ha esposto la sua idea di riqualificazione dello stabilimento Annunziata.
“Il progetto nasce proprio da qui, quando ero ancora uno studente alle prese con l’esame di maturità. La mia idea ha preso corpo la scorsa estate quando, osservando lo sviluppo di Giffoni, ho pensato quanto il nostro festival avesse bisogno di strutture adeguate per crescere sempre di più”. Continua affermando che “il sito dell’ex Annunziata è il posto perfetto per realizzare strutture ricettive, stabilimenti produttivi, start-up, palazzo del cinema. Un luogo dove i ragazzi possano appassionarsi al cinema e restare a lavorare lì”.
Il progetto che Ciotoli espone alla platea di ragazzi presenti è sicuramente innovativo e visionario, tanto da ispirare il legame con l’eroe figlio della penna di Cervantes, Don Chisciotte. Alessandro Ciotoli chiude, infatti, il suo intervento ricordando come “il mondo ha bisogno di tanti Don Chisciotte per cambiare realmente”.
A sostegno di questo progetto, il discorso dell’Architetto Giancotti, già curatore della riqualificazione del sito dell’ex Cartiera Savoni di Ceccano. “Bisogna riconquistare il potere della visione per leggere, interpretare e cambiare la realtà. Valorizzare i cosiddetti spazi dell’abbandono è l’obiettivo del mio lavoro. Credo que riqualificare questi spazi già esistenti sia un’opportunità non declinabile, una questione di responsabilità morale e civica”.
Dario De Santis ha ribadito “la necessità di uno sviluppo sostenibile, da ottenere con un approccio etico e culturale adeguato”. Al centro del discorso del rappresentante di Unindustria la celebre “Agenda 2030” diffusa dall’ONU. “La cultura, seppur non menzionata, può essere individuata indirettamente sui dati dell’agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile. Senza approccio culturale ed etico non si raggiungerà mai l’obiettivo”.
Marcello Pigliacelli prende spunto da Giffoni, affermando che “per dare futuro al nostro territorio serve anche la cocciutaggine di chi, difendendo le proprie idee, ha il coraggio di proporre idee innovative. Immagino un territorio dove industria e sviluppo sostenibile possano coesistere”.
Spazio centrale della discussione, giustamente dedicato a Claudio Gubitosi, ideatore e Direttore del Giffoni Film Festival. “La storia di Giffoni è una bella storia italiana. Il prossimo anno sarà il nostro 50esimo anniversario. Non è solo un festival, ma una realtà culturale internazionale. Giffoni è un comune di 12.000 abitanti ed io, cinquant’anni, fa ero un giovane diciassettenne, pronto a mettere in campo le sue idee visionarie. Proprio i giovani sono i padroni del presente e coloro che devono pretendere una visione innovativa per il futuro”.
Il Dott. Gubitosi ha voluto anche chiarire come “la rete di forze messa in campo, a livello politico e amministrativo, è la condizione necessaria per il raggiungimento di obiettivi così importanti. Bisogna mettere insieme tanti piccoli campanili e costruire, di conseguenza, una grande cattedrale, sempre rispettando e coltivando le radici”.
Un discorso puntuale e anche colorato che ha attirato l’attenzione dei tanti ragazzi presenti, colpiti dalla capacità di Gubitosi di instaurare una immediata empatia con i più giovani.
A chiusura dell’evento i saluti del Sindaco del Comune di Ceccano, Roberto Caligiore, che ha voluto ringraziare l’associazione Indiegesta per il lavoro e le iniziative di spessore messe in campo sul territorio, confermando la vicinanza e la disponibilità dell’Amministrazione.
Il Dieciminuti Film Festival 2019 è ufficialmente iniziato. Settimana densa di proiezioni ed incontri nelle serate al Cinema Teatro Antares, che nella giornata di sabato 23 marzo si concluderà con la proclamazione dei vincitori delle varie categorie in concorso.

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Altro che costi, ci sarà un taglio della democrazia

Nocontroriforme 350 260di Valerio Ascenzi - Riflettendo sul prossimo referendum di ottobre e sulle ragioni che ci spingono a votare e a far votare no, credo che i motivi per cui una riforma di questo genere non debba passare sono semplici: la “deforma” costituzionale reziana, rappresenta una rozza involuzione democratica, dal sapore demagogico. Dietro i tagli promessi dal governo si cela - neanche tanto velatamente - la volontà di portare l’orologio indietro di oltre 15 anni, dato che si sta tentando di modificare nuovamente gli articoli della costituzione a cui abbiamo già messo mano nel 2001. All’epoca fu il centrosinistra – ricordate? Era in carica il Governo Amato - a sostenere la modifica costituzionale del Titolo V, attraverso un referendum fu vinto per una manciata di voti). La scusa è quella che non possiamo perdere l’occasioni di superare il bicameralismo. Le promesse poi, arrivano a prospettare scenari in cui l’Italia sarebbe maggiormente in grado di combattere il terrorismo. La maggior parte degli attenti lettori dei quotidiani, che hanno seguito l’iter riformista, sta ancora ridendo.
Siamo chiamati a confermare una legge costituzionale che muta profondamente l’assetto della costituzione e, checché ne dicano i sostenitori che quali minimizzano parlando solo del taglio dei costi della politica, ci sarà un taglio della democrazia. Se si è trattato solo di creare il monocameralismo, non si comprende perché sono stati toccati ben 47 articoli della Costituzione vigente: 13 sono stati riscritti per intero, 32 sono stati modificati e 2 soppressi, fatta eccezione dell’art. 48 (Ordinamento della Repubblica).

Sarà un balzo all'indetro

Torneremo in dietro di oltre quindici anni dicevamo, per riaccentrare i poteri in seno ai vertici dello Stato. Sul finire della XIII legislatura, riuscimmo ad allargare i “momenti decisionali” e di democrazia, dando maggiori responsabilità e poteri legislativi alle Regioni e agli enti decentrati. È un disegno preciso che vede un nuovo accentramento dei poteri attraverso l’abolizione delle Province, una modifica profonda delle Regioni, una legge elettorale – sulla quale torneremo in seguito – che in nome della governabilità finirà per esautorare anche la Camera dei deputati da quelli che sono i suoi ambiti di intervento.
Potremmo essere anche d’accordo con il presidente della Repubblica Mattarella, quando dice che la pluarlità, il confronto e la sintesi tra diverse idee e opinioni portano alle migliori soluzioni. Ma è la democrazia così intesa, a non essere nel Dna di questo governo: Renzi e i suoi collaboratori, è ormai palese, stanno mettendo in atto un programma che non è quello del Pd, non sarebbe mai stato accettato dal centrosinistra. D’Alema stesso – non un cinquestelle - lo ha detto a gran voce: è il programma di Berlusconi.
Credo che l’Italia intera abbia capito. Nonostante il caldo di questi giorni che annebbia i neuroni: non ci si può accontentare di una rozza involuzione democratica e farla passare per una riforma epocale. Soprattutto non accettiamo di veder paragonata miss Boschi a Nilde Iotti.
Il rischio però è quello che, dopo anni di immobilismo berlusconiano, ai cittadini disorientati, potrebbe paradossalmente risultare accettabile qualsiasi riforma, piuttosto che nulla. Voglio ricordarvi che una riforma costituzionale simile la propose già nel 2006 Berlusconi. E perse il referendum con il centrosinistra che inneggiava al colpo di stato, che chiedeva alla popolazione di difendere la costituzione.
Accontentarsi di una riforma qualsiasi però sarebbe un pericoloso modo di ragionare che andrebbe scongiurato, utilizzando sempre e solo argomentazioni sul merito di ciò che questo pasticcio va a ledere, non di certo a migliorare. Esortando i lettori ad informarsi, vorrei però anche sottolineare che il primo a personalizzare il referendum sulla sua figura, è stato proprio Renzi, il quale dopo aver visto i sondaggi usciti dopo le sue dichiarazioni da spaccone – “Se vince il NO, mi dimetto – ha preferito ritirarsi con un: “Se vince il NO, resto”.

 
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