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Ceccano, è tempo di esibizioni per gli atleti del Kanda FmkP

CECCANO SPORT

Gianluca Nicolia e Noa Nicolia del Kanda FMK di Ceccano, unici praticanti Ciociari presenti

di Tommaso Cappella
I Nicolia80 minSabato e domenica scorsi si sono svolto presso il Marici Dojo di Casagiove in provincia di Caserta il Seminario di Aikido tenuto dal Maestro Ferdinando Silvano VI Dan Aikikai Tokyo; fra gli oltre 40 praticanti giunti da tutta Italia (evento a numero chiuso nel rispetto delle vigenti norme anti Covid), erano presenti anche il Maestro Gianluca Nicolia e l’Istruttrice Noa Nicolia del Kanda FMK di Ceccano, unici praticanti presenti per tutta la Ciociara. L’evento ha visto i partecipanti praticare con i diversi approcci alle proposte tecnico relazionali del Maestro, spaziando dal lavoro con le armi tradizionali (bokken/jo), alla riproposizione dei medesimi principi applicati al lavoro senza armi.

Al rientro, contattato il Maestro Nicolia ci ha delucidato sull’importanza di tale avvenimento, in quanto il primo evento di Aikido a carattere nazionale dopo lo stop dovuto alla pandemia; la presenza di Maestri e praticanti, provenienti da quasi tutta Italia, ha dato un segnale forte sulla voglia di riprendere una pratica così impegnativa e formativa che coinvolge praticanti dai 3-4 anni fino ed oltre gli 80 anni, salvaguardando quindi un tessuto sociale ampio nelle diverse fasce temporali. Dopo questo preambolo doveroso, ha parlato dell’alto livello di lavoro proposto da F. Silvano Sensei, con la semplicità che lo ha sempre contraddistinto. Il Maestro Ferdinando Silvano vive ed insegna a Torino, Presidente di Progetto Aiki, forse la più grande organizzazione Aikidoistica Italiano, per il lavoro riconducibile al Maestro e Shian, Cristian Tissier, esponente mondiale aikidoistico perl’ Aikikai Tokyo.

Il Maestro Nicolia ha iniziato anche a praticare con il Maestro Silvano ad inizio 2000, e da allora non ha mancato di partecipare a suoi Seminari, dove fra l’altro nel 2005 gli conferì il 2° Dan; inoltre per quanto riguarda la giovane istruttrice Noa Nicolia, sarà insignita del riconoscimento Aikikai Tokyo del proprio grado, entrando a tutti gli effetti a far parte dei Tecnici internazionali. Unica nota dolente è stata l’assenza del giovane Iano Nicolia che avrebbe dovuto sostenere l’esame di cintura nera 1° dan, ma che in settimana durante la preparazione dello stesso, ha subito un infortunio al ginocchio che lo ha costretto a rinviare l’esame al prossimo agosto. Facciamo tanti auguri di pronta guarigione a Iano, ricordando che nella Scuola Arti Marziali Kanda FMK, si pratica Aikido, Kick Boxing, Taekwondo ITF, Free Martial Kombat, sia per amatori che per agonisti; corsi dai 3-4 anni (avviamento alla motricità e percettività), fino a tarda età (corsi di motricità cognitiva), e nel mezzo tutto ciò che spazia dallo Studio prettamente Marziale, alle Discipline da Combattimento, al Combattimento Sportivo Agonistico.

 

 

 

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Fuori tempo massimo

Cronache&Commenti

I Savoia di perdoni ne dovrebbero chiedere due

di Aldo Pirone
emanuele di savoia 390 minIeri Emanuele Filiberto di Savoia ha chiesto perdono in nome di tutta la famiglia agli ebrei italiani per le leggi razziali fasciste firmate dal suo bisnonno. “dichiaro solennemente – scrive l’erede - che non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un’ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera”. Non abbiamo notizia delle sofferenze che patì il poveretto a mettere la sua regale firma sotto quell’obbrobrio ma in questi casi si usa dire: meglio tardi che mai. Solo che il tardi – sono passati 82 anni dal misfatto fasciosavoiardo – non è di poco conto. Infatti, la Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni ha risposto per le rime. “Né l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane né qualsiasi Comunità ebraica – ha dichiarato - possono in ogni caso concedere il perdono in nome e per conto di tutti gli ebrei che furono discriminati, denunciati, deportati e sterminati” rilevando il ritardo del pentimento: “Un lasso di tempo molto lungo”. In effetti, Emanuele Filiberto poteva scrivere la lettera prima, molto prima; ha 48 anni suonati non è un giovincello di primo pelo. E prima di lui il pentimento e il perdono li potevano esprimere e chiedere suo padre e suo nonno, “il re di maggio”. Di tempo i Savoia ne hanno avuto parecchio a disposizione.

I reali savoiardi dovrebbero chieder perdono anche a tutti gli italiani per quel che hanno combinato con il fascismo e le guerre, non solo quella mondiale. Lo stiamo ancora aspettando. Invece, come si sa, nel 2007 Emanuele Filiberto e il padre Vittorio Emanuele non si vergognarono di chiedere il risarcimento dei danni dell’esilio per un valore complessivo di 260 milioni di euro oltre alla restituzione dei beni confiscati alla famiglia Savoia dallo Stato quando nacque la Repubblica Italiana.

Perciò, per tornare al tema iniziale, “la macchia indelebile” su casa Savoia di cui parla il pronipote del re fellone nella sua lettera, non riguarda solo l’approvazione delle leggi razziali ma anche il ritardo del pentimento solo ora esibito.
Di perdoni ne dovrebbero chiedere due.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Assenteismi in tempo di Covid

Sanità nell'emergenza covid 

L'assenteismo degli infermieri al "Santa Scolastica" di Cassino in tempo di Covid

di Mario Costa
Sanità ospedale SantaScolasticaCassino 350 minUno che sceglie di fare il militare, tra le tante cose, deve mettere in conto che potrebbe capitargli, un maledetto giorno, di dover essere spedito in una missione bellica. O di essere chiamato a combattere, armi in pugno e baionetta tra i denti – non sia mai! – qualche doverosa battaglia in difesa del proprio Paese. Se invece dovesse pensare che, passato il primo periodo di addestramento, più o meno duro, dopo qualche annetto potrà mettersi comodo, al sicuro, dietro qualche scrivania, o potrà tranquillamente oziare in qualche magazzino della caserma di appartenenza, beh!, allora penserebbe male. E farebbe bene a pensare ad un altro mestiere.

Senza girarci troppo attorno, stesso discorso vale per gli operatori sanitari, medici ed infermieri innanzitutto. La vita non scorre sempre tranquilla. Possono capitare tra capo e collo – come è capitato, purtroppo - momenti brutti come questo, con il Covid da fronteggiare e respingere con tutte le forze disponibili. Una battaglia dura, contro un nemico invisibile, ma proprio per questo ancor più insidioso. Una battaglia nella quale molti sono caduti, altri continuano a cadere, altri purtroppo cadranno ancora. Ma tantissimi possono, devono essere salvati. Perciò si richiede fermezza, decisione, responsabilità nell’adempimento del proprio dovere da chi ha scelto questo compito, questa professione, questo mestiere. Si richiede anche coraggio. “Se ci si spaventa davanti ad un virus, allora cambia mestiere”, ci è parso di captare, in sintesi, nel pensiero della nuova direttrice generale della Asl, Pierpaola D’Alessandro. La manager ha le idee chiare su ciò che serve per fronteggiare la situazione. C’è da avviare un vero e proprio piano Marshall per il doveroso e necessario salto di qualità di cui la nostra Sanità provinciale ha bisogno.

Abbiamo appreso che sono stati assunti una novantina di medici, trecento infermieri, ma se poi solo nell’ospedale di Cassino si registrano 96 infermieri in malattia in uno stretto arco di tempo, ancor più quando più forte se ne avverte il bisogno, si rinforza ben poco. Allora è bene che tale fenomeno venga fuori. Non si potrebbe fare errore peggiore se lo si volesse coprire, non far conoscere o anche solo ovattare (come già stato fatto a marzo scorso). Certo, tra costoro ci saranno persone realmente impossibilitate, per motivi di salute, a raggiungere il posto di lavoro. Assurdo credere che siano tutti disertori, furbacchioni che si defilano dalla battaglia nel momento in cui essa diventa più cruenta, lasciando in mezzo al pericolo, soli, i colleghi più coraggiosi. O i più fessi, stando al pensare di alcuni “deviati”. Ma il numero così alto è sospetto, inutile nasconderselo.

Bene ha fatto quindi la D’Alessandro nell’incontro al “Santa Scolastica” di qualche giorno fa a parlare chiaro, a dire che saranno premiati i bravi, i responsabili, la “parte buona”. Nonché i più attivi e i più presenti nel posto di lavoro, pare d’intendere anche. Accantonando e “silenziando”, ove possibile, quelli la cui professione di operatori sanitari l’hanno trasformata in quella di allegri “opinionisti”, o di patologici lamentosi in perenne frustrazione, peraltro contagiosa. Anche perché se si vuole alzare il livello delle prestazioni, bisogna intervenire “senza guardare in faccia a nessuno, ma solo all’interesse generale”, come abbiamo sentito dire dalla manager, una donna cui pare non difettino determinazione e passione, oltre ad una indiscussa competenza acquisita sul campo. Senza considerare che un indistinto trattamento, tra chi dà il massimo e chi nemmeno il minimo, è doveroso sia in linea di principio, sia per non disincentivare i primi, i solerti, le persone serie. E anche perché, infine, se tutto si lascia correre e le cose non vanno secondo le aspettative, le bordate arriveranno a chi sta nel punto più alto, al vertice. Non ai “disertori”, né ai soliti noti, allegri “opinionisti”, dalle discutibili opinioni, ove si tratti pure di organizzazione sanitaria.

 

 

 

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La scuola al tempo del Covid 19

Un'insegnante

A scuola ci si arrangia..ad arrangiarsi e trovare soluzioni sono gli insegnanti e i dirigenti

riapertura delle scuole e normative 380 min

Nadeia De Gasaperis intervista Serena Galella, insegnante di arte presso una scuola secondaria di primo grado della provincia di Latina, ci racconta le sue impressioni sulla organizzazione della emergenza sanitaria all’indomani della riapertura delle scuole. Il suo punto di vista è quello di una docente che si è appena trasferita nella provincia dove ha ricevuto l’incarico di docenza.

Quale è, secondo lei, la percezione esterna del “sistema scuola” in rapporto all’emergenza sanitaria?

Penso che tenendo conto delle cause di contagio, riscontrate soprattutto nelle mancate precauzioni adottate in famiglia e all’esterno, non si possa pensare, come accade diffusamente, di rintracciare “colpe” solo nella scuola. Fuori da scuola, sappiamo come i coetanei tendano a incontrarsi senza distanziamento e mascherine. Almeno fino alla loro obbligatorietà. Qui in provincia, le mascherine all’aperto erano obbligatorie già da prima dell’ultimo DPCM e ho sempre ritenuto che fosse scontato il loro uso in classi con più di venti persone.

La scuola presso la quale insegna quali misure ha adottato per garantire la sicurezza?

La scuola, anche la mia, ha dovuto adeguare gli spazi preesistenti per adeguarsi alle norme anti-covid, ma non dimentichiamo che le scuole sono spesso proprietà di enti locali o delle Province, dunque, proprio queste avrebbero dovuto predisporre spazi per creare nuove classi e garantire il distanziamento. Quello che è accaduto, invece, è che durante l’estate, le scuole si siano svuotate di ogni mobilia per creare nuovi spazi, percorsi, ingressi separati. Non si è avuto il tempo e la capacità di creare dei circuiti per il recupero dei materiali che potevano essere destinati anche ai cittadini bisognosi e/o interessati. Tutto il lavoro svolto in classe per dare valore al riciclo dei materiali e il riuso, per questioni ambientalistiche (tema che sembra importi solo ai giovanissimi che non hanno alcun ascolto) è sempre vanificato dall’esempio che non si riesce a dare, nel concreto. È stato inoltre necessario creare nuove corse per i trasporti dei pulmini. In un anno così complesso il Ministero avrebbe dovuto fare in modo di superare le ataviche difficoltà della scuola e predisporre tutto il personale necessario già nella prima settimana di settembre. I banchi, di cui si è tanto blaterato, erano l’ultimo dei problemi. Nella mia scuola, i ragazzi entrano tra le 8,20 e le 9,00. Questo, sebbene gli ingressi siano tre, non garantisce il regolare svolgimento delle lezioni alla prima ora.

Esiste un protocollo univoco di intervento?

Per garantire il tracciamento in caso contagio abbiamo un registro cartaceo in classe (che maneggiamo tutti dopo aver disinfettato le mani entrando in classe. Ogni classe è munita di dispenser). In totale abbiamo tre registri. Dobbiamo registrare ogni spostamento degli alunni, indicare orario di uscita e rientro in aula per andare ai servizi igienici. Questo, come può intuire, sottrae ancora altro tempo alla didattica.

Quali sono le paure dei docenti?

È naturale che, come accade diffusamente in tutto il mondo a tutti gli esseri umani, anche i prof siano preoccupati, impauriti, nonostante ciò non solo vengono a lavorare, si adoperano con tutte le precauzioni e di continuo ricordano ai ragazzi come comportarsi, ma sono costantemente esposti al rischio, anche per le diverse criticità riscontrate nell’applicare le linee guida e le continue circolari e indicazioni che si sono susseguite dall’estate fino ad oggi.

Quali sono queste criticità?

Per esempio, i docenti di sostegno sono quelli con più difficoltà, oltre quelli della scuola dell’infanzia, per ovvie ragioni. I ragazzi con disagi, non hanno l’obbligo di usare mascherine o hanno difficoltà e necessitano di presenza constante e ravvicinata nella maggioranza dei casi.
Come poteva essere affrontato a suo avviso l’anno scolastico in fase di emergenza? Cosa è mancato?
Quello che come in altre occasioni è mancato, a mio avviso, è stato il coordinamento tra istituzioni, Regione, enti locali, scuola e soprattutto una organizzazione del trasporto che garantisse la massima protezione dal rischio di contagio.
A scuola ci si arrangia come sempre, e ad arrangiarsi e trovare soluzioni sono gli insegnanti e i dirigenti, che lavorano senza sosta, in interminabili chat e in continue riunioni a distanza. Sono i prof che adeguano la lezione alla situazione reale, sia in classe che a casa. Già si pensa ad iniziare con la DAD (acronimo di “didattica a distanza”) per evitare di avere tutte le classi in presenza.
Sempre i docenti hanno rinunciato all’ora intera di lezione per andare incontro alle esigenze legate agli spostamenti. Recuperano il tempo mancante mettendosi a disposizione. Così alla fine di una settimana si arriva a tre ore di lezione perse! Questo recupero fa sì che si stia a scuola tutta la mattina anche quando non si è in orario. Praticamente dalla prima all’ultima ora quasi tutti i giorni.
I prof hanno una sala prof piccola per contenerli tutti e quindi quando devono fermarsi nell'ora di buco tra una lezione e l'altra o per restare a disposizione, non hanno neanche un posto dove lavorare, incontrarsi (che sarebbe fondamentale per un confronto) e sostare fisicamente.
Non hanno più armadietti personali o altri spazi dove mettere i propri materiali. Il cassetto della cassettiera della sala prof è nel corridoio e si può lasciare solo libri in uso costante. Io personalmente, che insegno arte e immagine vado a scuola carica come un mulo, borsa personale con il tablet per il registro elettronico, valigetta cose per disinfettare, visiera, mascherine nuove, a mie spese, e altro, valigetta per attrezzi personali per la pratica (pennelli, colori, squadre, forbici, colla, taglierini...)

 

 

 

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Un eroe del nostro tempo

Era un suo ammiratore (di Berlusconi ndr), dall'inizio...

AmedeoFranco 350 mindi Aldo Pirone - Giudice Amedeo Franco a Berlusconi: “Dall’inizio sono sempre stato un suo ammiratore, tutti quanti, sono sempre stato...non dell’ultima ora, diciamo, anche se devo stare zitto perché in quell’ambiente è meglio non parlare. Questa cosa mi ha deluso profondamente perché ho trascorso tutta la mia vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo, dico la verità”. Poi continua a piagnucolare: “In effetti hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? Voglio per sgravarmi la coscienza, perché mi porto questo peso del... ci continuo a pensare. Non mi libero... Io gli stavo dicendo che la sentenza faceva schifo”. Alla sezione feriale il fascicolo su Berlusconi, ricevuto dal Tribunale di Milano, ce lo mandò l’ufficio esame preliminare dei ricorsi della 3za Sezione, in persona del magistrato Luca Ramacci, che annotò: ‘Urgentissimo, prescrizione 1.8.2013’.

Il giudice Franco firmò la sentenza e ne siglò una per una tutte le 208 pagine, inoltre collaborò a stenderne le motivazioni. Poteva non farlo, non era obbligato. La di lui coscienza non ebbe alcun fremito, anzi fece parte del “plotone di esecuzione” come ha definito Franco il collegio giudicante. Dopo, invece, si risveglia e che fa? Lo fa correre al Quirinale da Ernesto Lupo, già Presidente della Cassazione dal 2010 al 2013 e poi consigliere di Napolitano per gli affari giudiziari, riferendo a Berlusconi di avergli detto: “Guarda, mi hanno coinvolto in questa faccenda maledetta...se avessi saputo...io mi sarei dimesso, mi sarei dato malato, sarei andato in ospedale perché non volevo essere coinvolto in ‘sta cosa, in ‘sto affare”. Insomma il nostro eroe, anzi il loro (dei berlusconiani e paraberlusconiani di ogni specie e colore), cerca l’assoluzione dal cavaliere non avendo avuto il coraggio di esporsi per fargliela dare.

E Berlusconi che fa? Si tiene queste registrazioni per sette anni e poi le fa tirare fuori dopo la morte dell’eroico giudice. Perché? Perbacco, ma perché – dice - voleva salvaguardare la persona del giudice Franco. Il che, come battuta, fa il paio con la marocchina Ruby nipote dell’egiziano Mubarak. Come ha scritto Marco Travaglio, la registrazione di Franco “Ricorda ai tanti smemorati chi è davvero B.: un delinquente seriale che i giudici o li paga o li induce a delinquere. E riporta il dibattito sulla riforma della giustizia nei giusti binari: in Italia le uniche carriere da separare sono quelle degli imputati eccellenti da quelle dei giudici collusi”.

Delle puerili alzate di scudi di maggiordomi politici e giornalisti su libro paga di padron Silvio, è inutile parlare. Lo hanno paragonato al caso Dreyfus, altri hanno addirittura lanciato una petizione per dargli il laticlavio senatoriale. Gli statisti Meloni e Salvini si sono subito prostrati. Qualcuno, più prudente, aspetta che Papa Francesco defunga per poi chiedere la beatificazione del cavaliere, sperando in un successore al soglio di Pietro più accomodante come Papa Borgia.

Dalla messinscena carnascialesca poteva mancare il clown maggiore? No. E infatti, Matteo Renzi ha fatto sentire tutto il suo antico affetto. Del resto a ritirare politicamente su Berlusconi, dopo la sentenza di condanna della Cassazione nel 2013, fu proprio il suo emulo di Rignano nel gennaio successivo. Come non ricordare i nefasti del patto del Nazareno? Come non rammentare l’improvvisa promozione di Silvio a padre costituente della riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini? Son cose che stanno nel profondo del miocardio. "È doveroso – ha detto “il bomba” - fare chiarezza su ciò che esce dagli audio di quella trasmissione e nessuno può permettersi il lusso di far finta di niente".

Giusto. Basta ascoltarli quegli audio per rendersi conto della melma che ne esce.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La vita al tempo del coronavirus

Questo nostro tempo di emergenza

mascherineantivirus 350 mindi Valentino Bettinelli - C’è tempo durante questa quarantena; un tempo da riscoprire, un tempo per pensare e rivalutare il proprio stile di vita, in relazione a quello che, sempre di più, sta diventando protagonista delle nostre giornate: il nuovo Coronavirus, classificato dalle due scienziate dello Spallanzani come COVID-19.

Il virus che sta contagiando migliaia di persone in tutto il mondo è partito da Wuhan, megalopoli cinese di 11 milioni di abitanti, scatenando una vera e propria guerra che si sta combattendo senza armi convenzionali, ma che sta lasciando dietro di sé una scia di morte senza precedenti.

Il nostro tempo, in queste settimane di isolamento, è scandito dal rincorrersi delle notizie, dal susseguirsi dei Decreti e dall’attesa del resoconto quotidiano del Capo della Protezione Civile Borrelli. Le dichiarazioni delle 18:00 sono il vero e prorpio bollettino della guerra in corso, che negli ultimi giorni ci racconta una situazione drammatica, atrocemente devastante per il nostro Paese, colpito da un aumento esponenziale di contagi e da un numero di decessi che non è secondo nemmeno alla Cina. Un primato poco gratificante, che delinea un quadro complicato e che fa guardare al prossimo futuro con preoccupazione, ma che deve essere un forte ammonimento per chi ancora oggi non riesce a cambiare i ritmi del proprio tempo, della propria vita.
Parchi, strade e città sono ancora piene di persone che continuano ad uscire per motivi non dovuti a esigenze di primaria importanza. E’ urgente, e quantomai necessario, sviluppare una piena coscienza sulla situazione di emergenza che stiamo vivendo. Bisogna essere consapevoli che senza un corretto comportamento, e senza rispettare le direttive restrittive non sarà possibile un’uscita in breve tempo da questa epidemia.

Non è accettabile assistere inermi, da casa, all’incoscienza dei molti che, in barba alle buone norme del senso civico, continuano a vivere la prorpia quotidianità con i ritmi di sempre. Bisogna capire, tornando al concetto del tempo, che il tempo di oggi necessita di un rallentamento, per far sì che il tempo di domani torni a scorrere con il ritmo consueto.

Non si può pensare di essere immuni da una pandemia che sta seminando panico in tutto il mondo. Non si può, e non si deve essere correi di un contagio che rischia di immobilizzare il nostro futuro, congestionando la sanità e distruggendo in maniera irrimediabile la nostra economia.

C’è stata una sottovalutazione iniziale del fenomeno, che ci ha fatto pensare che il virus potesse nascere e morire in quella Cina che sembrava così lontana ed isolata da noi. Purtoppo non abbiamo preso in considerazione la facilità della diffusione di un virus nel tempo della globalizzazione e dei collegamenti rapidi tra Paesi. Anche in seguito ai primi focolai italiani, da Codogno a Vo’ Euganeo, il senso comune era quello di una “semplice influenza” che colpisce nella sua forma più grave solo i più anziani, come se questi ultimi fossero meritevoli di una morte atroce, lontani dai propri cari, costretti a spegnersi su un letto di ospedale, attaccati ad una respiratore che prova a tenerli in vita.

Oggi è arrivato il tempo della responsabilità. E se per la politica è il momento delle decisioni emergenziali e consistenti, per i cittadini è arrivato il giorno di sviluppare il tanto decantato senso civico. Le immagini di qualche giorno fa di Bergamo siano un monito per tutti noi; una fila di camoin militari che trasportavano salme. Donne e uomini, vittime di un nemico invisibile ed infido, costretti ad essere allontanati dalla propria città per garantire loro un giusto trattamento dopo la morte. Bergamo è l’esempio della strage che il nostro Paese sta vivendo. Comune ricco, dotato di una sanità all’avanguardia, eppure in difficoltà. Il nostro territorio non ha, purtroppo, le stesse caratteristiche della ricca e sviluppata Lombardia; pensiamo, dunque, a quali potrebbero essere gli effetti di un’epidemia dalle nostre parti.

Purtoppo la politica locale sembra un po’ ferma sulle proprie posizioni. C’è bisogno di prevenzione e di anticipare, come in una vera e propria guerra appunto, le mosse di un avversario potente, come il COVID-19. Tante proposte sono state avanzate per prevenire una eventuale esplosione di contagi, in particolare la riattivazione degli ex ospedali di Anagni, Ceccano e Pontecorvo. Le istituzioni sembrano, però, non attente a queste richieste, quantomai necessarie in un territorio che non offre una garanzia sanitaria tale da vivere con serenità questo periodo di emergenza.

La vita di oggi, alle porte di una primavera che per fortuna sembra non accorgersi del disastro che stiamo vivendo, è sempre più scandita da un tempo dove ognuno di noi ha la facoltà di imporre il proprio ritmo. Curioso come in musica questa libertà lasciata all’esecutore venga indicata da un punto definito Coronato. Uno scherzo del destino, forse, ma un’opportunità di riscoprire se stessi, le proprie priorità e il proprio rapporto con un tempo che troppo spesso ci costringe a vivere il quotidiano con frenesia.

Ancora una volta, in conclusione di queste riflessioni, mi preme richiamare tutti alla responsabilità e al rispetto delle norme e delle linee guida diffuse dal Governo e richiamate costantemente dagli esperti. Oggi dobbiamo fare squadra, tutti insieme, senza polemiche che contribuiscono solo a sterilizzare le azioni, al fianco di chi, come i medici e gli infermieri, lottano in prima linea per sconfiggere l’avversario di turno. Dobbiamo essere una grande retrovia, in grado di offrirci sostegno l’un l’altro e, così facendo, la musica che oggi ravviva i balconi delle nostre città tornerà a risuonare nelle piazze e nelle strade.

Torneremo a rivalutare l’importanza di un abbraccio e scopriremo di essere un grande Paese che, ancora una volta, ha saputo lottare e resistere, sconfiggendo un invasore che oggi si chiama COVID-19.

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Stare insieme anche da lontano e, passare il tempo

Passatempo dell'emergenza Covid 19

andràtuttobene corretto 350 min

Piccola Rassegna Giornaliera di iniziative individuali e collettive

 

 

 

 

Da "Inviti Gottifredo" un bel manifesto da espoprre, su un lenzuolo o un cartellone, dal balcone o dalla finestra di casa propria. Dà compagnia, ci fa sentire in compagnia anche da lontano

Andrà tutto bene

 

Ancora un manifesto, di TiCondivido.it invato da Giulio Conti, da Ceccano, da riprodurre e inviare per email o whatsapp ad amici e parenti distanti

 

Andrà tutto bene - 2

 

Ecco l'iniziativa di un parroco, Don Tonino del Sacro Cuore di Ceccano. Può esser condivisa anche da chi non frequenta la chiesa e la preghiera, perchè ateo. come chi scrive. E' un modo di ternere apero il dialogo e la comunicazione in un momenti in cui siamo costretti ad una certa clausura. E' giusto stare a casa.

Questo sacerdote presenta così la sua iniziativa:
«Ho deciso di intervenire con abiti casalinghi proprio nel rispetto del periodo che stiamo vivendo, ho scelto il giallo, colore del sole con l’augurio che presto possa tornare a splendere nella nostra vita!
Buona preghiera certi che solo questa ci può aiutare e a quanto pare... siamo già sulla buona strada! ❤»

Speriamo che ognuno dia spazio alla propria fantasia per lanciare e rilanciare forme di dialogo e comunicazione. Fateci avere tutte le iniziative che intraprendete e le pubblicheremo.

 

Auguri a tutti, UNOeTRE.it è costantemente con i suoi lettori.

 

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La scuola al tempo del coronavirus

Coronavirus

scuola 350 mindi Dario Missaglia* - Siamo in presenza di una situazione molto delicata. Sul piano sanitario certo, perché è del tutto evidente che se il virus si diffonderà ulteriormente, soprattutto nelle regioni del Sud, accentuando il bisogno di unità di terapia intensiva, il sistema sanitario entrerà in difficoltà malgrado un impegno straordinario del personale delle strutture sanitarie pubbliche. Rischia inoltre di aumentare la paura, continuamente alimentata da una informazione inevitabilmente crescente e invasiva, ma talvolta troppo ansiogena. Soprattutto siamo già dentro una crisi economica gravissima, dalle conseguenze incalcolabili, verosimilmente molto più devastante, anche dal punto di vista sociale, degli effetti ad oggi più visibili della epidemia in corso.

Abbiamo un governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente capaci di gestire con forza ed efficacia questa crisi? Non è tempo di polemiche, ma i tifosi della autonomia differenziata, solo per fare un esempio, credo abbiano molto su cui riflettere; il coordinamento istituzionale ha mostrato tutte le sue debolezze al punto che per mettere a tacere una situazione persino imbarazzante (e drammatica per i suoi effetti verso i Paesi esteri) ha dovuto prendere la parola il Presidente Mattarella che ancora una volta si è confermato come la vera e autentica sicurezza di questo nostro Paese.

In tutto questo, la chiusura per un breve periodo della scuola di ogni ordine e grado ha costituito una misura inevitabile nel tentativo di ridurre i fenomeni di contagio. Misura delicatissima sul piano sociale non perché questo produca, almeno nelle proporzioni attuali, un danno irreparabile nella preparazione dei nostri studenti, ma perché evidenzia, molto più di qualsiasi messaggio, la gravità complessiva della situazione.

D’improvviso, in questo contesto inedito, ci è stato presentato il volto di una scuola che “a distanza” risolve ogni problema e realizza la migliore delle didattiche possibili, superando i limiti dello spazio e del tempo. Chi conosce la situazione concreta dei nostri edifici scolastici e delle loro dotazioni tecnologiche, avrà provato qualche brivido, ma non è questo il vero problema. Come non lo è la polemica contro la supposta forza della didattica a distanza, vista come una strategia (se pensata) o come una deriva (se solo acriticamente praticata) per sminuire il ruolo della scuola pubblica e la sua insostituibilità. Tecnologie e didattiche digitali possono benissimo concorrere a migliorare la capacità della scuola, dei docenti, ma non potranno mai sostituire la ricchezza della relazione educativa che si realizza nelle aule di scuola alla presenza di docenti e studenti. Una scuola chiusa non è solo un edificio chiuso.

È una comunità che viene improvvisamente a mancare in quel territorio; è quel luogo dove ogni mattina i bambini delle materne ed elementari si ritrovano per passare una giornata insieme con le loro maestre mentre i genitori si incontrano, si confidano, raccontano. È quel luogo in cui gli studenti delle medie e delle superiori si incontrano ogni mattina per commentare la giornata, confidare timori e speranze, parlare delle loro passioni e interessi. È quel luogo, unico e irripetibile, dove ogni mattino le vecchie e le nuove generazioni si incontrano.
Tutto questo mondo non si può riprodurre “a distanza” ed è la ricchezza che dobbiamo preservare.

La polemica pertanto non ci serve perché mette in ombra il fatto più importante che sta accadendo. Larga parte del personale, dirigenti, docenti, tecnici, si è mobilitata per dare un segnale ai ragazzi, agli studenti, per comunicare innanzitutto la loro vicinanza, per far sapere che non si sono messi in vacanza, ma cercano in ogni modo di dare continuità al lavoro interrotto con la speranza di riprenderlo presto.

A me, lo confesso, non interessa molto il livello delle tecnologie utilizzate e neppure i contenuti delle offerte didattiche, anche se immagino che ciascuno avrà cercato di dare il meglio. Mi interessa, e apprezzo infinitamente, il messaggio che le scuole comunicano a un Paese impaurito e smarrito: l’empatia che arriva, questa sì, anche a distanza; il senso di una responsabilità e di una solidarietà educativa che non si ferma di fronte al virus e rilancia un messaggio di fiducia senza attendere le istruzioni ministeriali

Di fronte a questo io provo un profondo senso di gratitudine verso tutti gli attori della nostra scuola pubblica: è una straordinaria risorsa malgrado tutti i problemi, vecchi e nuovi che ben conosciamo e attendono risposta. Una ragione in più per rimotivare il nostro impegno al loro fianco.

 

*Dario Missaglia
Presidente Associazione Proteo Fare Sapere
9 Marzo 2020

 

Per chi è costretto a spostarsi, da qui si può scaricare il modulo di autocertificazione emesso dal Mininterno: Può essere utile se richiesto durante qualche controllo
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Natale e il tempo dell'adesso

natività 350 mindi Fausto Pellecchia - Il Natale e i suoi nemici. Intorno alla festa del Natale cristiano, diffusa in tutto l’Occidente – e che coinvolge anche Paesi non cristiani, sia pure con minore enfasi e in conformità con usi e tradizioni autoctone - circolano differenti tipi di denegazione (nel senso della Verneinung freudiana).

Il primo tipo caratterizza l’ateismo pratico di coloro che si professano credenti e consiste nel rimuovere il significato evangelico della natività di Gesù, oscurandone la natura inquietante e paradossale dietro il luccichio delle celebrazioni secolarizzate del Verbo cristiano. Il senso dell’evento messianico risulta così completamente smarrito e risolto nelle luminarie degli abeti in pivvuccì o nei presepi allestiti nelle stazioni della metropolitana; negli acquisti online, negli addobbi nelle vetrine e delle illuminazioni stradali, nel pletorico corteo delle renne e delle slitte dell’esercito dei Santa Claus che sui marciapiedi delle città si offrono per i selfie con i bambini. Il colorato mondo del Natale è ormai soltanto un’esibizione posticcia per catturare la curiosità dei compulsivi acquirenti dei centri commerciali, aperti tutto il giorno, per l’effimero risorgere di un infantilismo collettivo che non ha più nulla a che vedere con la nascita di Gesù bambino. In questo senso, l’ateismo pratico dei credenti tende a fondersi o a con-fondersi con ateismo devoto di molti intellettuali e politicanti non-credenti (da Leo Strauss ai nostri Marcello Pera, Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara) , impegnati a trasformare ideologicamente il cristianesimo in una “religiosità” puramente culturale e politica. Nella loro visione, pur in assenza della fede personale, il tradizionalismo cristiano viene identificato come il tabernacolo intangibile di pretesi valori fondamentali dell’Occidente, minacciati dalla contaminazione del multiculturalismo indotto dalla globalizzazione.

Paradigma perfettamente simbiotico di questa duplice forma di ateismo è il fondamentalismo catto-sovranista di Salvini, Meloni e della destra reazionaria europea (M. Le Pen in Francia, A. Gauland di Alternative für Deutschland) con l’esibizione strumentale dei simboli cristiani in chiave identitaria e xenofoba.

Ma a nulla vale l’altrettanto rituale geremiade contro il consumismo che si leva dai pulpiti delle parrocchie o nelle rubriche dei nuovi sacerdoti dei mass media. Anche le Chiese, del resto, sono diventate scuole di ateismo, nelle quali la forza paradossale del Verbo cristiano viene dissolta nel feticcio consolatorio della retorica dei buoni sentimenti.

V’è infine una forma di denegazione ancor più puerile che appartiene al fondamentalismo laicista di molti non-credenti, inclini a stemperare la novitas christiana, riconducendola ad antichi rituali precristiani, attraverso una saccente quanto fuorviante genealogia storica. Come tutti i fondamentalismi, anche il laicismo lascia trasparire la natura polemica della sua ispirazione: esso spoglia la laicità dell’ateismo da ogni intrinseco rischio di problematicità e da ogni incertezza, per irrigidirlo nell’opposto, simmetrico dogmatismo di un’anti-religione. Questa matrice ideologica detta i periodici “ripescaggi” dei Saturnali romani come origine prossima del Natale cristiano. In queste sommarie ricostruzioni antropologiche viene privilegiata una serie di tratti estrinseci che documenterebbero una presunta discendenza: 1) la coincidenza cronologica (la festa dei Saturnali si celebrava dal 17 al 25 dicembre, “ante diem XVI Kalendas Ianuarias” ossia sedici giorni prima delle calende di Gennaio); 2) i caratteri mitologici del dedicatario: Saturno, dio dell’ “età dell’oro”, cioè di un’epoca in cui gli uomini vivevano in pace, senza bisogno di lavorare, associata all’alternarsi ciclico delle stagioni o, più in generale, allo scorrere del tempo [ la divinità corrispondente a Saturno nella mitologia greca era Crono, padre di Zeus e Titano del Tempo]. L’immensa distanza che separa il mito arcaico dal Natale cristiano viene perciò disinvoltamente scavalcata sulla scorta di alcune somiglianze esteriori: lo scambio di doni , la sospensione delle attività lavorative, la rituale rievocazione dell’uguaglianza nell’età d’oro (con la concessione agli schiavi di poter banchettare in quei giorni con i padroni e persino essere serviti da loro), ecc.

Ciò che sfugge a queste derivazioni è la potenza straordinaria del racconto evangelico e l’impatto deflagrante della sua novitas nella percezione del tempo che esso ha trasmesso all’intero pensiero occidentale. Beninteso: anche a quel pensiero filosofico radicale che, rinunciando consapevolmente al sostegno di una fede, non si è però sottratto all’esperienza della “morte di Dio” del nostro tempo per farne -al di là o al di qua di ogni forma di ateismo volgare- lo stimolo di un’inesauribile domanda di senso.

Il laicismo anticlericale, infatti, in occasione delle solenni ricorrenze liturgiche cristiane, si preoccupa di esibire un imperturbabile disincanto persino nello scambio dei convenzionali messaggi di auguri natalizi, con l’uso di formule meticolosamente purificate da ogni richiamo alla dimensione religiosa della festa. Ripiegando perciò sul terreno di “umane, troppo umane” usanze culturali, il laicismo tende paradossalmente a ripetere il gesto apotropaico di rimuovere dalla percezione del tempo storico l’alterazione irreversibile introdotta dall’Evento messianico del Natale cristiano (che nel calendario liturgico termina con la celebrazione della Vergine Maria Theotokos e della circoncisione di Gesù nel primo giorno dell’anno nuovo). E a nulla vale obiettare che il corrente sistema di datazione suddivida il tempo storico in un “avanti” e un“dopo” (la nascita di) Cristo; né che i calendari in tutto l’Occidente (prescindendo dalla riforma gregoriana del calendario giuliano) siano comunque riciclati sulle fasi liturgiche e sulla scansione settimanale che ha il suo incipit nella domenica in quanto giorno del Signore. D’altra parte, il preteso accertamento filologico che vede nelle usanze dei saturnalia l’antefatto storico-antropologico dell’Evento cristiano potrebbe sorprendere soltanto chi ignori che quasi tutte le cattedrali e le abbazie dell’alto medioevo furono costruite sulle fondamenta di preesistenti templi pagani.

Accade così che, proprio quando l’epoca della “morte di Dio” raggiunge il suo culmine, con la compiuta secolarizzazione del tempo liturgico e della tradizione ecclesiale nell’attuale dispendio consumistico e nello spreco improduttivo (Georges Bataille), il laicismo insorge per rivendicare e sancire pleonasticamente, post factum, il sovrano distacco da ogni fede e da ogni trascendenza; e cioè, proprio nell’epoca in cui anche la Chiesa cattolica sembra aver smarrito l’esperienza del tempo messianico che dovrebbe costituirne il fondamento. Infatti, il tempo del Messia, inaugurato dall’incarnazione del Verbo, non è semplicemente una fase cronologica dell’umano essere-nel-mondo, ma implica una trasformazione qualitativa del tempo vissuto, all’origine di ogni genuina esperienza della storicità. Il tempo messianico, infatti, è già e, insieme, non è ancora la fine dei tempi (escatologia): in esso si dispiega l’intima sollecitudine di ogni istante cronologico a diventare una possibilità del kairos, dell’ attimo carico di eternità, in quanto segretamente correlato alla fine dei tempi. Perciò, Paolo, l’Apostolo delle genti, poteva scrivere che “il giorno del Signore viene come un ladro di notte” (I, Tess., 5, 2). Con la venuta del Messia - e la sua Resurrezione, nella quale è custodita la promessa del suo finale ritorno (parousia)-, ogni istante si contrae nell’inizio della fine.

Conseguentemente, il tempo dismette sia la ciclicità naturale delle stagioni e dei giorni, sia il continuum omogeneo e vuoto del mero trascorrere degli istanti , per assumere la discontinuità dell’attimo immenso, nel quale la facies hippocratica del vissuto può trasfigurarsi alla luce della redenzione. Perciò, Walter Benjamin, sulla scorta della lezione paolina, ha scritto che, nella storia dell’uomo, «ogni istante è la porta stretta attraverso la quale può passare il Messia». La linea infinita del tempo profano si spezza e si trasforma, perché ogni istante cronologico si fa carico dell’attesa della fine, in rapporto con l’ Irrappresentabile (accessibile sola fide) prossimità alla meta eterna. Il kairos messianico, mentre ci libera dalla rappresentazione ordinaria del tempo, entro il quale crediamo che resti inclusa integralmente la nostra esperienza, ci offre l’occasione di afferrare per la prima volta il tempo cronologico come il tempo che noi stessi siamo, allorché ci sentiamo capaci di trasformare profondamente il nostro modo di vivere, di “rivoluzionare” la nostra esistenza. Di qui, il suo significato propriamente storicizzante (e assolutamente non-storicistico) , che l’Apostolo esprime nella sua irrisolta ambivalenza attraverso la locuzione hos me (= “come se non”): «Vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve (ho kairos synestalmenos estì); d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano dei beni del mondo, come se non li usassero pienamente» (I Cor. 7, 29-31). La vocazione messianica si esplica come sospensione di ogni vocazione mondana, ossia come svuotamento e interna riqualificazione di ogni condizione fattuale per renderne possibile un uso assolutamente nuovo. Solo questa visione permette di pensare la tensione che tra le cose penultime (la nostra condizione sociale e umana) e le cose ultime (il mistero della nostra destinazione escatologica) che costituisce il nucleo dell’esperienza messianica (cfr.Dietrich Bonhoeffer). Qui la dimensione dell’eschaton come “realtà ultima” non è relegata in un altro mondo, ma consiste essenzialmente nel mutamento di prospettiva sulla realtà penultima in grado di conferirle un altro senso. L’istanza del presente, il tempo di “ora” (ho nyn kairos) dell’esperienza messianica sospende e trasforma la realtà penultima -impedendole di assolutizzarsi come realtà ultima- pur operando interamente al suo interno come suo lievito essenziale e sua inconclusa apertura.

E proprio questo essenziale elemento messianico sembra eclissarsi nella Chiesa di oggi, per effetto della rimozione dal discorso teologico di ogni riferimento alle “cose ultime”, radicalmente disgiunte dalle penultime e imbalsamate nel feticcio di una ripetitiva catechesi. Sintomatica è al riguardo l’espressione del teologo Hans Urs von Balthasar, che riprendeva, conferendole pertinenza e attualità, una battuta ironica di Ernst Troeltsch: «L’Ufficio dell’escatologia è per lo più chiuso per restauri» (I novissimi nella teologia contemporanea, Brescia, Queriniana 1967, 31.). Per questo, in sua vece, oggi domina piuttosto la figura del Grande Inquisitore, estrema incarnazione del “potere frenante” (il katechon della II lett. ai Tessalonicesi ) che si sforza di differire indefinitamente la parousia fino a cancellarne radicalmente l’attesa, secondo il fosco ritratto offertoci da Fëdor Dostoevskij.

Ma secondo S.Paolo, l’avvento del Regno, che il Messia annuncia, incombe costantemente nell’accadere storico attraverso la capacità dell’uomo di riconoscere in esso i segni dell’economia della salvezza e la premonizione dell’eterno sigillo che vi darà compimento. Il tempo messianico, nella tradizione patristica, è dunque l’immanente novità kairologica del tempo vissuto: è quell’eccedenza che ne fa il tempo dell’ “adesso” (Jetztzeit) sospeso tra il già e il non ancora, per il quale si apre uno scarto e una distensione all’interno del presente, permettendoci così di pensare e decidere la nostra vita. In questo senso, senza l’autotrascendimento messianico che palpita nel cuore stesso della cronologia, non sarebbe stata possibile alcuna filosofia della storia, che resta, anche in Marx, una disciplina essenzialmente cristiana. Per essa, all’opposto di ogni storicismo, l’esistenza non si acquieta nella storia del mondo come in una stabile dimora, ma soggiorna in essa come un viandante o uno straniero . La condizione storica dell’umanità si ridefinisce quindi come un campo percorso da opposte tensioni: da un lato è sospinta dalle forze del katechon (cfr. II Tess.) ovvero dai poteri istituzionali (Chiesa e Stato), che trattengono e differiscono indefinitamente la fine del tempo, nel tentativo di accasarsi stabilmente tra le “cose penultime” nel prolungamento omogeneo e indifferente della cronologia; dall’altro, l’uomo avverte in ogni momento il richiamo del senso ultimo, che mettendo in relazione inizio e fine, spezza le catene di Kronos, portando a compimento il suo cammino storico. Una comunità umana, infatti, non potrebbe sopravvivere se queste due polarità non fossero compresenti e se non esistesse tra di esse la tensione liberatrice di un’alterità che oltrepassa il limite del possibile. Questa è dunque la lezione permanente che ci viene dal pensiero del Natale: solo assumendo come parametro esistenziale un Im-possibile che ci trascende, ovvero l’eccezione inaudita del Verbo fattosi Figlio dell’Uomo, possiamo tentare di spingerci Altrove, rompendo i recinti dell’abitudine per disporre e indirizzare diversamente le nostre vite.

 

 

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Anagni ed Acea: una relazione infelice da tempo

Anagni Palazzo civico Sec. XI XIII 350 250 minIl Sindaco Daniele Natalia, in relazione alla vicenda del distacco dell’acqua paventato da Acea, ha rilasciato a un noto quotidiano la seguente dichiarazione “Siamo in stretto contatto con Acea e abbiamo convocato un tavolo tecnico per dirimere la questione. A giorni ci incontreremo con i responsabili della società. Puntiamo a trovare una soluzione condivisa che garantisca sia gli abitanti di San Bartolomeo sia il gestore idrico”. Appena finito di leggere mi sono cadute le braccia. Il Sindaco è consapevole che l’accordo con Acea lo ha fatto proprio ad un tavolo tecnico quasi un anno fa? Ora cosa spera di ottenere da un nuovo tavolo? Quell’accordo che lui stesso puntualmente ha disatteso e che ora, per sua diretta responsabilità, si sta trasformando in una tragedia per un intero quartiere. Perché non va ad incontrare gli abitanti di san Bartolomeo e a chiedergli scusa per la sua negligenza nell’affrontare la vicenda?

Non basta (è accaduto ieri mattina), caro Sindaco, incontrare un ristretto gruppo di persone, “Crescita Comune”, non rappresentativo dell’intero quartiere ma solo di se stesse, in una stanza chiusa. Forse per lavarsi la coscienza? Perché alcuni membri del Comitato San Bartolomeo, lì presenti, sono stati lasciati fuori?

Io mi domando: il problema dell’acqua è un problema collettivo oppure solo per pochi?!? Le persone hanno bisogno di trasparenza e di risposte certe.

Perché Crescita Comune continua a temporeggiare coprendo le inadempienze del Sindaco?

Nel frattempo il problema Acea non solo non è stato risolto ma addirittura da lunedì prossimo nostri concittadini rischiano di ritrovarsi senza acqua. Qui stiamo parlando di famiglie, bambini, anziani, la scuola, attività commerciali.

Quindi io invito tutti i cittadini di san Bartolomeo e tutti gli Anagnini a rispondere con la propria presenza a questa ennesima ingiustizia: lunedì mattina alle ore 10 presso la Sala della Ragione del Comune di Anagni ci sarà una seduta del consiglio comunale. Il Sindaco ci dovrà guardare negli occhi e dire realmente come stanno le cose!!!

#megliochevifateiselfie

#parlatecidiurbanwaste

#cittatrepuntozero

 

 

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