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Non tutti i gatti sono bigi

Ogni tanto qualcuno ci pova a coglierlo in fallo

Vaticano 390 mindi Aldo Pirone - Ieri c’era questo titolo sul sito online del “Messaggero”: “1 Maggio, Papa Francesco licenzia 5 lavoratori senza aspettare la fine del loro processo”. Detta così, potrebbe sembrare che Bergoglio sia uno spietato padrone dimentico di ogni umanità e, per giunta, della sacralità della Festa dei Lavoratori. Inoltre, il titolo gioca sul fatto che chiunque sia dipendente è considerato un lavoratore. Infatti, leggendolo, la prima cosa che viene in mente è che il Papa abbia messo alla porta 5 poveri cristi, che so, di operai, impiegati, operatori ecologici (spazzini), portieri, autisti, infermieri ecc. Invece, si tratta di due dirigenti della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, di due alti dirigenti vaticani: don Maurizio Carlino, capo dell'Ufficio informazione e Documentazione, e il direttore dell'Agenzia di informazione finanziaria vaticana (Ai) Tommaso Di Ruzza. implicati in una vicenda di acquisto con i soldi dell’“Obolo di San Pietro” di un palazzo a Londra. La magistratura vaticana ha aperto un’inchiesta e sta ancora indagando. Il lungo articolo della Giansoldati illustra tutta la vicenda non risparmiando interrogativi sulla persona del Papa e sulla singolarità dei licenziamenti, a indagine del Tribunale ancora in corso, nella giornata celebrata da Bergoglio in nome di San Giuseppe falegname e lavoratore.

Non conoscendo a fondo la vicenda non posso esprimere un giudizio nel merito. Ma sul titolo sì. E’ fuorviante e capzioso, volto a sporcare la figura di Papa Bergoglio rappresentato implicitamente come uno che predica bene ma razzola male; e a fare una certa confusione sul concetto di lavoratori nel cui ambito storicamente determinato non rientrano alti dirigenti, manager, finanzieri anche se dipendenti. Non furono loro a lottare per le otto ore, per la libertà sindacale, per la contrattazione collettiva, per il diritto di sciopero, per la salute e la sicurezza in fabbrica, per i riposi retribuiti ecc. Lotte simboleggiate nella festa internazionale del Primo Maggio. Certo, ogni persona che viene pagata da un datore di lavoro può essere definita lavoratore dipendente. Ma quelli licenziati da Bergoglio non sembrano proprio appartenere al “Quarto stato” di Pelizza da Volpedo.

Sia detto con tutto il rispetto anche per il lavoro di dirigenti e manager quando è fatto con correttezza e per il bene comune. Cosa non proprio frequente.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Nella didattica a distanza tutti perdono

Subire la didattica?

didattica a distanza 350 mindi Antonella Necci - Ragionando a margine di una vicenda controversa come quella della didattica a distanza, dobbiamo riconoscere quanto l'attuale sperimentazione, se applicata al modello classico della scuola italiana, risulti perdente sotto tutti i punti di vista.

Risulta perdente per chi subisce la didattica. Gli studenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado.
A cominciare dagli scolari delle elementari che, posti di fronte al video, se non accompagnati dal sostegno dei genitori, percepiscono un buon 1% della lezione frontale a distanza. Molte sono, infatti, le fonti di distrazione di quello che viene considerato più un videogioco che non un reale strumento di apprendimento.

Nella scuola secondaria di primo grado, poiché ci troviamo ancora nell'obbligo, i problemi si fanno più evidenti. Il lavoro in classe, eseguito in gruppi e meno in modo individuale, in questa situazione sospesa, riporta in vita i famosi spettri nell'armadio della scuola media: la mancanza di un lavoro individuale svolto con scadenze e modalità acquisite.

I dolori, però, arrivano quando lo studente italiano varca la soglia virtuale della didattica a distanza degli istituti superiori.
In questo caso l'individualismo, il metodo di studio, la rielaborazione individuale degli argomenti nuovi che vengono affrontati, diventano un baratro che i più cercano di scavalcare con l'aiuto di internet, dei genitori onnipresenti, del tutor che li sostiene a distanza e che svolge i compiti per loro, previa remunerazione. È qui che nascono le reali disparità sociali. Qui si evidenzia il perché una fetta esigua della popolazione italiana che ha arraffato il potere, vuole, a gran voce, e ora anche con decreto legge, che la didattica a distanza continui, anzi sia già attiva ed efficiente dal 1 settembre 2020. Obbligatoriamente.

Se guardiamo alla prospettiva dal punto di vista genitoriale, dobbiamo parlare di due fronti. Uno, il sostenitore della distruzione della scuola pubblica, ma anche in parte di quella privata, perché purtroppo il libero pensiero infastidisce è risulta inopportuno. Serve l'immunità di gregge, ma non perché solo i migliori possano resistere, ma perché i più piatti secondo il loro encefalogramma possano accettare i nuovi modelli.

Ricordiamo che la scuola e l'insegnamento sono soprattutto femminili, e che negli anni 40 e 50 molte donne dedite all'insegnamento siano divenute le nostre madri costituenti. Non impiegate di banca, attrici, soubrette, o politiche che si laureano grazie alla loro posizione sociale. Maestre, insegnanti di scuola media e superiore, giornaliste, donne che hanno fatto la storia, con la loro dignità, la loro forza, il loro libero pensiero. E che hanno formato diverse generazioni, prima che si decidesse di asfaltare la scuola, perché troppo pericolosa.

Ecco, il gruppo di genitori che aderisce alla prospettiva di asfaltare la scuola percepita come un bene per la comunità è di gran lunga superiore a quello che percepisce tale situazione come un fallimento a lungo termine di un faticosamente raggiunto sistema democratico.
Diciamo pure che il rapporto è di 10 a 1.
Una guerra persa in partenza.
Possiamo già dire addio alla libertà d'insegnamento, se mai ci sia stata una reale possibilità di esercitarla, senza ingerenza alcuna.

Infine, guardiamo alla didattica a distanza dalla prospettiva più importante: quella del corpo docente.
Anche qui la situazione si presenta frastagliata. Tralasciamo le abilità più o meno accentuate nell'uso del digitale. Concentriamoci sulle teste dei docenti. Sempre nell'ottica della distruzione della scuola, si può dire che il lavoro si svolga anche dal basso. Immettere nella scuola le teste piatte sta sortendo il suo effetto. Lauree in letteratura senza conoscere la letteratura, in filosofia con leggera infarinatura filosofica, master in discipline più disparate, svolti presso università private definite prestigiose perché molto costose, ma scarsa attitudine all'insegnamento, che viene bypassato previa raccomandazione di quel senatore o ministro o tycoon industriale amico del nonno, compagno di scuola del cugino. E via di questo passo.

Si entra nella scuola, sognando di emulare divi come Trump, anche se pubblicamente nessuno di loro lo esalta apertamente. Alcuni vogliono dominare il mondo e amano Salvini, ma anche Hitler è un modello di vita ideale. Insomma, la scuola è solo il trampolino di lancio verso carriere prestigiose, matrimoni favolosi. La scuola è quei mille euro che fanno comodo per pagare la donna di servizio, ma non per abiti firmati e sfoggio di gioielli. Va da sé che in questo angolo di scuola non esiste né libero pensiero, né pensiero.

Nel cantuccio, relegati a cenerentola del focolare, si trovano quei pochi veri e propri docenti che, ovviamente, lavorano da docenti, non ascoltano le prepotenze e il bullismo di quell'altra fetta nemmeno esigua che non conosce educazione, che, insomma, svolgono il loro ruolo istituzionale. Anche qui la guerra sembra persa in partenza. Il rapporto tra primedonne senza valori è di 10 a 1. Il rapporto tra cafoni e prepotenti è ugualmente di 10 a 1.
Il quadro è chiaro. Diventa catastrofico se vi si sovrappone la didattica a distanza.

Possiamo dire che in questo modo si accelera la fine della didattica e si modifica la scuola in una qualsiasi azienda. Altro che libero pensiero. Inizio in gran stile di 1984 di George Orwell.

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Per la salute di tutti alle Istituzioni chiediamo trasparenza vera

 

messaggerodel4aprile20 500 min

 

Il Messaggero di ieri. 4 aprile 2020, pubblicò il riquadro che apre questa pagina. L'immagine contiene a sinistra un elenco di comuni nei quali fino ad ora non è stato accertato alcun contagio e a destra segnala i comuni dove i contagi, invece, si sono sviluppati: Alatri, Cassino, Ceprano, Fiuggi, Frosinone, Sora, Veroli per un totale di 208.

In data 1 aprile gli organi di stampa locali riportavano 434 contagiati in provincia, di cui 24 morti. Sicuramente questi dati contengono anche i contagi numerosi dei cluster di Città Bianca-Veroli e di Fiuggi e delle RSA. Purtroppo non ci sono mai articolazione delle cifre.

Ora lasciamo stare la certezza dei numeri che l'informazione in genere, i lettori ed i cittadini, soprattutto, non riescono ad avere.

Ma, una richiesta sentiamo che va avanzata

Si può mettere a disposizione un osservatorio che fornisca quotidianamente i dati di questa provincia comune per comune?

Con quale granzia? Lo pubblichi la Prefettura di Frosinone sulla sua pagina Facebook (https://www.facebook.com/Prefettura-Frosinone-360228644151758) tutti i giorni alla stessa ora.

Per il numero dei contagiati indicati genericamente nei comuni sopra indicati, si può sapere come sono distribuiti sui singoli territori comunali? In quali aree dei comuni? Al centro, nelle frazioni e in quali numeri? Nessuno, nessuno vuole i nomi, nè li chiederà mai, ma se un cittadino vive in uno stabile, in un condomio, in un agglomerato di case dove c'è un contagiato, lo deve sapere, ha il diritto di sapere che nell'area in cui vive c'è del probabile contagio e, quindi, deve essere molto prudente con moltissima diligenza. Come deve sapere quale struttura sanitaria è intervenua per seguire quel caso o quei casi e, soprattutto, deve essere rassicurato che chi è contagiato rispetta le disposizioni a cui sono soggetti per legge malati e non malati secondo le misure ristrettive delle nostre libertà e le conseguenti disposizioni.

Non abbiamo certezza, anche per esperienza diretta, che i controlli vengono eseguiti con continuità.

Tutti le Istituzioni, fra cui i Comuni, dispongono di un sito web e molte anche di unan pagina Facebook dove pubblicare tuttele informazioni e i dati della situazione. E' troppo chiedere questa trasparenza alle Istituzioni tutte, Sindaci compresi?

Grazie da parte di tutti, UNOeTRE.it

 

 aggiornato alle 18,00 di domenica 5 aprile 2020

 

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La salute dei cittadini, tutti, deve essere al primo posto

Sanità: vanno messi al centro tre aspetti decisivi

salutebenecomune 350 mindi Alfiero Grandi - La battaglia contro il corona virus non è finita. È sperabile che le misure consentano di bloccare i contagi, ma il successo finale ha bisogno di individuare cure efficaci per tutti i pazienti, come è avvenuto con pandemie precedenti, in sinergia con i paesi che possono fare la differenza per trovare cure innovative, fino alla produzione di un vaccino per prevenire questa malattia. Questo richiede tempo. Oggi la priorità è curare al meglio tutti per avere il tempo di arrivare a soluzioni più strutturali. Il sistema sanitario italiano ha confermato buone qualità e potenzialità, malgrado la cura dimagrante che ha portato in 10 anni a tagliare 37 miliardi di euro e 71.000 posti letto. La corsa a creare posti letto è la critica più feroce alla faciloneria dei tagli del passato e non si spiega con la sola emergenza. Quei tagli rendono oggi più difficile, al limite dell’impossibile, affrontare sfide come quella del corona virus. Recentemente è stato consentito di andare in pensione a migliaia di medici e infermieri esperti, senza prevedere con anticipo la loro sostituzione, facendo anche un enorme regalo di competenze alle strutture private. Il numero di posti letto per abitanti in Italia è uno dei più bassi in Europa. Il personale è diminuito in modo impressionante, sono cresciute forme di affidamento esterno della cura della salute e di servizi, come si trattasse di riparare biciclette rotte. La disponibilità di mezzi e tecnologie nelle strutture sanitarie, ospedali compresi, non sono state al passo, per di più sono sottoutilizzate, favorendo il settore privato.

La sanità è da tempo oggetto di riduzione della spesa con conseguenze negative sulla capacità di cura – mentre oggi è questo il settore che regge il peso della pandemia – favorendo la crescita di una sanità privata finanziata dal pubblico, una sorta di conto terzi nella cura delle persone. La diffusione delle assicurazioni private è il potente volano finanziario che ha spinto la crescita del ruolo del privato, con un percorso che avvicina l’Italia agli Usa, anziché il contrario. Oggi la priorità è fare fronte all’emergenza del coronavirus ad ogni costo, con iniziative straordinarie, riconoscendo il coraggio, il sacrificio del personale sanitario che affronta una prova tremenda, che regge con professionalità, ma occorre mettere fin da ora all’ordine del giorno i temi di fondo: quale servizio sanitario occorre all’Italia? la cura della salute è una priorità assoluta oppure no?

In un paese moderno e civile la salute dei cittadini deve essere al primo posto, ne consegue che il parametro non è la crescita del Pil in sé ma come si calcola il Pil. Se aumentano gli armamenti è un aumento malato del Pil. Se aumenta la capacità di mantenere in salute la popolazione e di affrontare emergenze come questa si tratta di un aumento positivo del Pil. Così è per il sistema di istruzione pubblica nazionale, per uno sviluppo ambientalmente sostenibile, ecc. Se il sistema di istruzione garantisce un accesso a tutti fino ai livelli più alti con un buon livello di risultati si tratta di un aumento positivo del Pil. Sempre di spesa si tratta, ma questa serve a migliorare la vita, le armi a distruggerla. C’è spesa e spesa. La qualità del Pil è da tempo la cartina di tornasole di una società malata o di una società sana. Occorre cambiare in profondità i criteri di valutazione. Purtroppo la contabilità del Pil è quella di sempre mentre nuovi parametri dovrebbero entrare nella valutazione del Pil, la cui crescita non può coesistere con il peggioramento delle condizioni di vita, oppure con una distribuzione della ricchezza e del reddito sempre più divaricati. Ricordando che una crescente divaricazione nella distribuzione del reddito è all’origine della debolezza della domanda interna, in presenza della crisi di un modello tutto proiettato all’esportazione, che infatti è in serie difficoltà, a partire dalla Germania.

La crisi provocata dal corona virus deve spingere ad invertire la rotta e per tornare alla sanità vanno messi al centro tre aspetti decisivi:

1)Non c’è posto per 20 sanità regionali, differenti tra loro. Occorre un sistema sanitario nazionale, che ci ha garantito per anni una delle migliori sanità del mondo, del quale beneficiamo tuttora malgrado tanti errori e impoverimenti. Tralasciamo aspetti farseschi come lo spettacolo disarmante di alcuni esponenti regionali alla ricerca di altri su cui scaricare le responsabilità, arrivati a sostenere sistemi diversi di intervento regionale, cercando di dimostrare superiorità inesistenti, salvo poi invocare dal governo misure draconiane, interventi dell’esercito, aiuti dal resto del paese e quant’altro. La diatriba sui tamponi a tutti oppure no ha raggiunto rari livelli di stupidità, se il sistema è giusto deve essere generale, se non lo è non ha senso gonfiarne il ruolo. Se e quanto il loro uso sia valido, vale per altri interventi, va deciso in sede politica sentiti gli esperti, nella consapevolezza che occorre avere apertura ad evidenze ed essere a disponibili ad aggiustare il tiro contro un nemico sconosciuto. È apparso chiaro dall’inizio che la diversità tra regioni riguarda i diversi tempi di contagio e la capacità reale di garantire le misure necessarie di isolamento. Invece si è cercato di dimostrare che c’erano diverse ricette. Le scelte che riguardano la salute delle persone richiedono un indirizzo unitario che garantisca ai cittadini in qualunque parte del nostro paese la possibilità di avere un sistema di cura adeguato ed è probabile che per arrivare a questo risultato sia necessario definire nuove forme di solidarietà e di coinvolgimento di strutture di buon livello a sostegno di altre che non lo sono, avviando il superamento dello spostamento per curarsi in altre parti del paese. Non solo va archiviata l’autonomia regionale differenziata ma va ripensato l’attuale titolo V della Costituzione, modificato nel 2001, chiudendo la fase delle differenti sanità regionali e riconducendo le scelte e la gestione ad un indirizzo unitario nazionale. Non solo dello stato, ma dello stato con il concorso delle regioni e con un’attuazione comune. Il nuovo titolo V è stato un errore, occorre correggerlo rapidamente garantendo l’unità nazionale, come del resto va fatto nella scuola, nell’ambiente, nel lavoro, garantendo che le scelte nazionali siano discusse obbligatoriamente con le regioni, ma ferma restando una decisione unica nazionale.

2) Il finanziamento deve consentire di ricostruire un sistema sanitario pubblico in grado di offrire a tutti i servizi necessari, usando le strutture tecniche più moderne, con un nastro orario di utilizzo adeguato alle esigenze dei cittadini, perché il loro utilizzo parziale è un enorme favore al privato e un danno ai cittadini. Il sistema sanitario non deve più essere il bancomat dell’austerità, semmai deve essere il traino della ricostruzione di settori produttivi e servizi che sono indispensabili per la salute, la cui fornitura non può dipendere dall’estero, come è accaduto con le mascherine. C’è un interesse nazionale che deve avere la priorità, controlli nell’interesse nazionale su export ed import compresi. Il sistema pubblico deve avere le strutture necessarie per fare fronte alle necessità ordinarie e in grado di affrontare le emergenze che la globalizzazione ha dimostrato coinvolgono tutti. In questo quadro occorre reclutare il personale necessario, specializzarlo al massimo livello, anche con vincoli che consentano di contare su un apporto per un periodo non breve, visto che i costi di formazione nelle strutture sono alti e c’è una concorrenza di altri paesi e del privato che offre condizioni concorrenziali, cosa possibile perché trovano personale già formato e capace, risparmiando la formazione già avvenuta. Occorre retribuire adeguatamente il personale, specie quello che è in prima linea. Occorre una programmazione sanitaria nazionale in grado di prevedere le esigenze di personale e di strumenti. Un esodo del personale senza avere pronti per tempo i sostituti è stato un errore. Il sistema sanitario deve essere finanziato sulla base della considerazione che è indispensabile per garantire il meglio per la salute delle persone.

3)Occorre rideterminare il rapporto tra il tempo speso dal personale nel sistema pubblico e l’attività privata, stiamo infatti ad un limite che non va superato. Non va dimenticato che essere docenti o a capo di un reparto pubblico è un titolo spendibile per la professione privata. La programmazione del lavoro deve prevedere la presenza nelle fasi di maggiore bisogno, evitando che la parte privata debordi sulle scelte nel pubblico e occorre introdurre, come in altri paesi, un preciso limite, per esercitare al di fuori della struttura pubblica che può avvenire insieme al superamento delle liste di attesa nella struttura pubblica. Altrimenti il buon nome che deriva dall’incarico pubblico serve solo a fare pubblicità alla professione privata. Uno stop va messo anche alla crescita del settore privato che ormai punta a soppiantare il pubblico, non ad integrarlo. Il funzionamento attuale porta seriamente al rischio che la sanità pubblica italiana subisca una irreversibile deriva mercatista di tipo americano. Da anni aumentano le strutture sanitarie acquistate o controllate dall’estero, chiudendo il cerchio con il ruolo che svolgono le assicurazioni integrative. I fondi pubblici debbono essere trovati, investimenti e remunerazioni debbono essere adeguati, ma parte delle risorse deve essere trovato rilanciando un funzionamento efficiente ed efficace della sanità pubblica, ridimensionando la crescita delle aspettative private che rischiano di essere il tarlo che svuota dall’interno il sistema pubblico, avvicinandolo sempre più a quello americano.

Una discussione di questo tipo si impone, deve essere nazionale e portare ad una nuova fase di rilancio del sistema sanitario pubblico. Se non ora, quando?

 

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Salute e reddito per tutti, non licenziare nessuno

 Prima la salute poi il profitto. Prima il lavoro poi il capitale

Web Brescia 460 minSi è tornati a parlare di loro, dopo un oscuramento durato anni, in queste giornate incerte e preoccupanti segnate dal Coronavirus. Degli operai, dei lavoratori e delle lavoratrici in carne e ossa, che erano scomparsi, come fantasmi di un altro mondo, dall’orizzonte sociale, culturale e politico dominato dal capitale. Dalla sua ossessione per i numeri e la quantità di profitti e rendite, dal parossismo individualista dell’arricchimento a tutti i costi e della lotta di tutti contro tutti.

Una visione e un comportamento che hanno mostrato la loro iniquità e una insostenibile debolezza quando, di fronte alla necessità dell’isolamento in casa, gli operai in primo luogo e tutte le persone che devono lavorare per il proprio sostentamento e per tenere in vita l’intera società si sono trovate senza tutele e senza protezione. Si è configurata così una situazione del tutto anomala e a addirittura paradossale: si annuncia la tutela della salute di tutte e di tutte attraverso il contenimento del virus, ma non si adottano misure per salvaguardare la salute di chi lavora per tutelare la vita e la salute di tutte e di tutti.

Gli scioperi e le proteste si sono moltiplicati, insieme a dichiarazioni inqualificabili di qualchefiat pomigliano Coronavirus tensione alle stelle in fabbrica sciopero spontaneo 350 min padrone trinariciuto. Alla fine, vincendo un’ottusa resistenza padronale, si è siglato il «Protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro». Un documento complesso, articolato in 13 punti, che rispecchia gli attuali rapporti di forza tra il capitale e il lavoro. Secondo Cgil, Cisl, Uil l’accordo «consentirà alle imprese di tutti i settori, attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali e la riduzione o sospensione dell’attività lavorativa, la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro. Nell’accordo è stato previsto il coinvolgimento dei lavoratori e delle loro rappresentanze a livello aziendale o territoriale per garantire una piena ed effettiva tutela della loro salute».

Tutelare la salute e il reddito di tutti, non licenziare nessuno: questo dovrebbe essere l’obiettivo. Metterlo in pratica, però, non sarà facile e richiederà una vigilanza e una mobilitazione continue. In questi anni il mondo del lavoro è stato fortemente indebolito. Sotto attacco sono finite le persone che con il loro lavoro hanno tenuto a galla il Paese: soprattutto gli operai, le lavoratrici e i lavoratori dipendenti (18 milioni su 23,5 milioni di occupati) hanno visto fortemente ridimensionata la loro autonomia e la loro libertà, subendo un’offensiva sistematica su tutti fronti. Fino alla cancellazione dello Statuto dei diritti, presentata dall’allora capo del governo come una innovativa scelta di sinistra.

rabbia nelle fabbriche minL’attacco al lavoro, la sua retrocessione da diritto a merce, ha coinciso con la decadenza del Paese - che ha perso il 30 per cento del potenziale industriale -, e con il logoramento dell’impianto democratico, nel quale non esiste un’autonoma e libera organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro tempo. Siamo il Paese dove ogni anno muoiono sul lavoro più di 1.100 persone; dove la disoccupazione giovanile tocca nel Mezzogiorno il 50 per cento; dove il precariato nel lavoro e nella vita è diventato normalità, come ha reso a tutti evidente il caso della ricercatrice precaria Francesca Colavita, che ha isolato il virus all’ospedale Spallanzani.

Il lavoro degrada e la ricchezza si concentra, fino al punto che oggi l’uno per cento è più ricco del 70 per cento degli italiani. Una situazione che appare insostenibile nel momento in cui il dramma del Coronavirus ha messo in chiaro che non basta garantire la sicurezza e la salute dei medici e di tutto il personale coraggiosamente impegnato con enormi sacrifici nella cura dei malati. Ciò è indispensabile, e tuttavia senza il lavoro di chi produce i beni necessari alla riproduzione della vita e alla tutela della salute (a cominciare dalle mascherine) nulla sarebbe possibile, e ci avvicineremmo alla fine del genere umano. In questa fase difficile della nostra storia appare di solare evidenza che senza il lavoro il mondo non sta in piedi. E dunque penalizzare il lavoro in nome del dio denaro e del trionfo del capitale è un controsenso, che ci condanna a una crisi organica e senza sbocchi.

Un insegnamento da tutto ciò dovremmo trarre. C’è bisogno di una civiltà più avanzata, nella quale la priorità va data al lavoro rispetto al capitale, finalizzando il lavoro stesso non all’accrescimento del profitto privato, ma al benessere della comunità e dell’ambiente naturale in cui viviamo. È una necessità storica che la pandemia ha reso stringente. E che richiede non il lavoro subalterno e disgregato nell’isolamento del processo economico, ma la presenza delle lavoratrici e dei lavoratori come forza produttiva libera e autonoma non solo nell’economia, ma anche nella società e nello Stato. Sia nella dimensione nazionale come in quella europea e sovranazionale.sciopero coronavirus FIOM UILM CISL min

La sfida è di enorme portata, ma questa è la posta in gioco nel tempo del lavoro digitale e della rivoluzione tecnico-scientifica in atto. E per metterla con i piedi per terra bisognerebbe cominciare a costruire, senza inutili esclusivismi e incoscienti personalismi, un’organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori con caratteristiche popolari e di massa. O qualcuno pensa davvero che sia possibile il progresso del mondo tornando al passato? Ai bei tempi del dominio del capitale, in assenza di una Repubblica democratica fondata sul lavoro?

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato su Jobsnews.it 15 marzo 2020

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La cultura diffusa e critica che aiuterebbe tutti

anpi BANDIERA 350 260 minsi può, si deve...

L'ANPI invita a diffondere la presa di posizione di un Preside di liceo a proposito delle misure adottate per la protezione dal coronavirus. In attesa che leggiate tutto il documento (attraverso il link che troverte più in basso) riportiamo una frase che può invitare a leggere tutto quanto scritto dal Preside Domenico Squillace: «Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali».
Ed ora... la lettera dell'ANPI che informa...

Cari tutte e tutti,
Ci sembra quanto meno salutare diffondere un documento di grande civiltà che una nostra compagna ci ha trasmesso.
Lo trovate al link che segue:
https://www.liceovolta.it/nuovo/la-scuola/dirigente-scolastico/1506-lettera-agli-studenti-25-febbraio-2020
e ve lo proponiamo perché ci sembra trattarsi di una lezione di serietà istituzionale, di rigore morale, di valorizzazione della funzione del proprio ruolo e della istituzione che si è chiamati a dirigere, di competenza e controllo di sé.
Questo in una fase in cui sempre meno importanza si concede a queste caratteristiche del fare civile e della responsabilità sociale di ciascuno e sempre meno si vuole riconoscere questa come premessa ineludibile per l'esercizio della sovranità e della cittadinanza.
Sappiamo bene che la società non è fatta solo di meschini accaparratori o superficiali egoisti, sappiamo altrettanto bene che le persone perbene che considerano il loro lavoro non come una seccatura necessaria per portare dei soldi a casa sono tante e non cedono. E sappiamo anche che queste persone, anche quando non sono organizzate fra loro, sono la maggioranza degli esseri umani.
Ma sappiamo anche che lo sciovinismo, l'individualismo capace di diventare egoismo, o anche solo la sfiducia possono prendere piede con molta facilità nelle nostre coscienze e nelle nostre abitudini, finendo per diventare "senso comune" ed essere accettate come "realistiche".
Crediamo perciò che esempi come questi vadano promossi, discussi, sostenuti affinché non restino, appunto, "casi" ma diventino cultura diffusa e critica, in sostanza, politica. E' giusto e doveroso impegnarsi per grandi battaglie e sostenere grandi cause (citiamo solo a titolo di esempio Mimmo Lucano o Federica Angeli, ma ce ne sono tanti e li conosciamo tutti); ma siamo anche convinti che i comportamenti anche più semplici, più quotidiani orientati al rispetto ed alla valorizzazione dei contenuti positivi siano i materiali con cui giorno per giorno, luogo per luogo, non solo si difendono le conquiste della civiltà umana, ma si rafforzano, si accrescono, si rinnovano.
Grazie quindi al Preside che fa il suo lavoro con questa serietà, ed alla nostra compagna che ce lo ha segnalato.

Fraterni saluti

Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
Comitato Provinciale di Frosinone

 

lettera agli iscritti
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Tutti con i ragazzi del Cinema America

anagrafeantifascista 350 minCara cittadina, caro cittadino,

siamo a dover commentare un altro grave episodio avvenuto in questi giorni con l’aggressione ai ragazzi e alla ragazza del Cinema America di Roma a Trastevere nei giorni scorsi. Non dobbiamo più sorprenderci e non basta indignarsi di fronte a persone che vogliono estirpare con la violenza un’idea ed una passione, che non riescono a concepire che possa esistere un luogo di cultura, di riflessione libera, plurale, aperta, che non riescono a tollerare la diversità.

Essere antifascisti per noi significa un impegno quotidiano di denuncia e di azione: vogliono farci abituare alla logica del più forte che appartiene a chi non ha altra ragione da spendere se non la violenza.

Essere antifascisti significa per noi essere democratici, dialogare, comprendere la pluralità del pensiero, sostenere tutti gli spazi dove si fa cultura. Essere antifascisti significa per noi credere in un futuro di progresso, di libertà, di civiltà che non può germogliare in una dimensione totalitaria, ma plurale.

Ci sono tante esperienze come quella del Cinema America: tante persone che non si arrendono al fatto che le nostre periferie siano spazi del degrado o dell’abbandono: siamo antifascisti perché crediamo che la cultura sia un argine alla barbarie.

Per questo sono vicino ai ragazzi del Cinema America e dico loro di non mollare.

Tutti i 44mila iscritti dell’anagrafe possono lanciare un messaggio.

Continuiamo a far crescere questo spazio della democrazia e del dialogo.

Il Sindaco di Stazzema

Maurizio Verona

 

 

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"Possibile": “Nessuna strumentalizzazione, il Pride è di tutti”

  • Pubblicato in Partiti

LazioPride Fr2019 minFrate-Capogna (Possibile): “Nessuna strumentalizzazione, il Pride è di tutti”

“Non è possibile accettare alcuna strumentalizzazione del Pride che è un grande momento di festa e di rivendicazione per i diritti, la libertà, l’uguaglianza e l’inclusione di tutte e tutti. Questa manifestazione, in tutto il mondo, è aperta al sostegno di chiunque voglia sottoscriverne le finalità: associazioni, movimenti, collettivi, organizzazioni sindacali e politici. Con questo spirito, come Possibile e Possibile LGBTI, abbiamo aderito dall’inizio al Lazio Pride abbracciandone il documento politico e dando tutto il nostro sostegno nella realizzazione della Pride Week e della parata di sabato” dichiarano Anna Rosa Frate, portavoce di Possibile a Frosinone, e Gianmarco Capogna, portavoce nazionale di Possibile LGBTI.

“Se battersi per i diritti e l’uguaglianza significa essere manichei, sì lo siamo e lo rivendichiamo con orgoglio perché su questi temi non può esserci alcuna indecisione. Saremo al Pride con la convinzione che il nostro Paese, ma ancor di più il nostro comune ed il nostro territorio, debbano ancora fare tanto per garantire pari opportunità e diritti. Non possiamo accettare i livelli di odio a cui abbiamo assistito dentro e fuori il web nelle ultime settimane. Serve un impegno che coinvolga tutte le forze politiche e associative per il contrasto alle discriminazioni che ogni giorno gravano sulla pelle di chi, considerato diverso, viene marginalizzato ed escluso. La lotta alle disuguaglianze non può e non deve essere strumentalizzata. Ci spiace che il Sindaco abbia invece deciso di spostare sul terreno dello scontro politico la questione del Pride a cui avrebbe potuto partecipare a testimonianza che quando si ricopre un tale incarico si rappresentano tutte e tutti non solo alcuni. In tutto il mondo le battaglie LGBTI sono sostenute in maniera trasversale e tanti traguardi della comunità sono stati raggiunti proprio grazie al voto favorevole di forze diverse. Quello che serve è il coraggio di scegliere da che parte stare. Noi ci schieriamo al fianco delle persone LGBTI, lo abbiamo fatto ieri, lo faremo sabato al Pride e continueremo anche dal 23 giugno. Nessuno può e deve rimanere indietro meno uguale rispetto agli altri”.

 

 

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La bonifica del Sacco sia lavoro per tutti i disoccupati

platea26mar16 350 mindi Valentino Bettinelli e Maria Giulia Cretaro - Vertenza Frusinate alle prese con una nuova assemblea, ancora una volta capace di riempire il Salone di Rappresentanza della Provincia di Frosinone. Pomeriggio di martedì 26 marzo; all’ordine del giorno il nuovo accordo quadro per lo stanziamento dei fondi per le mobilità in deroga 2019. Ulteriore punto di discussione, l’opportunità occupazionale legata alla futura bonifica del SIN della Valle del Sacco. L'incontro inizia con più di un'ora di ritardo, in attesa di tutte le figure di rappresentanza contattate e dalle quali è mancata persino la cortese risposta.

L’apertura ,affidata come sempre al portavoce Gino Rossi, il quale, con triste consuetudine, punta il dito sugli assenti. “Tutte le sigle sindacali, i rappresentanti parlamentari e regionali del territorio sono stati invitati, ma non hanno raccolto l'invito. C’è rabbia per una evidente mancanza di comprensione da parte di chi non raccoglie le istanze di questo gruppo di lavoratori. Ancora oggi siamo da soli. Politici e sindacalisti non rispondono. Abbiamo tutte le prove che dimostrano questa latitanza indegna da parte di chi dovrebbe rappresentarci. Fa soffrire ancora di più la mancata informazione su un importante comunicato del 18 marzo, reso pubblico dalla Segreteria Nazionale della CGIL. Nel documento un chiaro riferimento alla gestione dei fondi riguardanti la mobilità in deroga per le 18 aree di crisi complessa e la loro immediata erogazione. Come può essere sfuggito all'attenzione dei delegati locali, nonostante le numerose richieste inoltrate da parte dei disoccupati?”
Unica risposta è stata la non necessità di ulteriori assemblee, a causa della mancanza di novità.

Vertenza Frusinate porta avanti la lotta, non solo come protesta ma sostituendosi all'evanescenza dei rappresentanti di riferimento. I Sindacati rimandano l'accordo quadro attendendo notizie dalla Regione e dal Governo. Ma dove sono le pressioni necessarie alla causa? Come operano affinché i tempi possano essere ridotti? Sembra che un possibile incontro per l'accordo potrà esserci tra Aprile o Maggio, un rinvio imbarazzante che non tiene conto della contingenza drammatica dei bisogni dei lavoratori.
Anche per un’altra circostanza molto attuale, i contatti tra i delegati di Vertenza e i Sindacati non hanno avuto l'attenzione in materia di politiche attive. Esist26marzo19 350 mine, infatti, un'occasione concreta creatasi grazie ai 53 milioni per la Bonifica della Valle del Sacco, tuttavia la materia non sembra ancora essere stata presa sul serio con azioni di interesse per i progetti già finanziati. Come può un'opportunità simile sfuggire all'attenzione di chi è deputato dai tesserati alla tutela del Lavoro?
Su questo tema Rossi affonda chiamando a raccolta “gli attori protagonisti della vicenda sui territori. Per noi la bonifica è un’occasione per ottenere quello che in tutti questi anni abbiamo chiesto a gran voce: il lavoro. I comuni e le amministrazioni devono rispondere per difendere i diritti del lavoro. I disoccupati devono sfruttare il megafono politico per rivendicare le proprie necessità”.

L’Accordo di Programma per la bonifica del SIN del Sacco, investe un’area vasta di 19 comuni in Provincia di Frosinone, da Paliano a Ceprano. 10 progetti che nei prossimi sei mesi dovranno essere caratterizzati per una futura bonifica. Le amministrazioni puntino su questa opportunità e facciano chiarezza sulle modalità di messa in opera degli interventi. Ancora una volta bisogna porsi delle domande: perché i Comuni, attraverso i loro consigli, non si sono resi parte attiva dopo che sono state escluse le assemblee elettive? Perché i sindacati non chiedono di essere coinvolti sfruttando i progetti per le politiche attive?
La conclusione dell'accordo è di dubbia chiarezza, ma c'è ancora modo di comprendere e monitorare il progresso di queste opere. Non dovrebbero però essere i disoccupati a ricordarlo alla classe dirigente.

Anche nei rapporti con il governo, Vertenza Frusinate recita il ruolo di intermediario. Di recente una delegazione ha incontrato il sottosegretario Claudio Durigon, il quale ha affermato che il ruolo politico del governo si è concluso con lo stanziamento dei 117 milioni in finanziaria. Secondo l’esponente della Lega la palla deve ora passare alle competenze tecniche per dirimere le questioni pratiche.
La Politica, per Vertenza Frusinate, sembra essersi persa tra Riunioni di Segreterie e Campagne Elettorali perenni, rinunciando al ruolo democratico affidato dai cittadini.
Gino Rossi ha annunciato un incontro in Prefettura per sollecitare gli interventi istituzionali in mancanza di risposte. L’occasione potrebbe consentire anche, a piccole delegazioni di disoccupati, di dialogare con le diverse strutture sindacali, approfittando dell'appuntamento offerto dal sit-in.
La sollecitazione è destinata anche al Presidente della Provincia Antonio Pompeo, perché recuperi un ruolo esecutivo, di cui lo ha privato l’istituzione del RUA, togliendo, così, tutto il peso che devono avere il territorio e i cittadini della Valle del Sacco. A lui il compito di attivare un tavolo, sull’esempio di quello a cui aveva già dato vita in passato, al fine di mettere in sinergia tutte le forze produttive in campo.

Ad ora almeno le parole sono aleatorie. Senza incertezze i disoccupati aspettano fatti concreti.

26 mar ’19 ore 17:51

 

 

 

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Lavorare meno, lavorare tutti

detassazione straordinari 350 260 mindi Ivano Alteri - Come appreso dall'articolo di Lidia Baratta sull'Inkiesta online, il consigliere regionale dell'Emilia Romagna Piergiovanni Alleva, eletto con la lista “L’altra Europa con Tsipras”, ha presentato al Consiglio una proposta di legge per una riduzione di orario di lavoro di un giorno a settimana, utilizzando lo strumento normativo dei “contratti di solidarietà espansiva”. A conti fatti, dice Alleva, “per ogni 4 [lavoratori] che accettano, si crea un posto di lavoro”. La riduzione dovrebbe avvenire a parità di salario, attingendo a strumenti già esistenti ed altri da definire. In sintesi, è l'antica ricetta: lavorare meno, lavorare tutti. A sostegno della sua tesi, Alleva adduce delle ottime ragioni, alle quali se ne possono aggiungere almeno altre due.

In pratica Alleva, già ordinario di diritto del lavoro all’università di Bologna, propone di compensare la perdita di salario (20%) che deriverebbe dalla riduzione dell'orario di lavoro, attraverso forme di welfare aziendale, con la erogazione al lavoratore di voucher da parte del datore di lavoro, pari al valore del salario perduto, a copertura del costo che sopporterebbe per accedere a servizi essenziali o per fare la spesa (per quest'ultimo aspetto, la Coop si è già detta disponibile a offrire all'uopo sconti del 15%).
Affinché l'operazione sia sostenibile anche per il datore di lavoro, Alleva propone di modificare il 2° comma dell'art. 51 del Testo unico delle imposte sui redditi, allo scopo di inserire tali specifici voucher nell'elenco dei bonus aziendali non soggetti a tassazione. Ciò dovrebbe avvenire, nelle sue previsioni, a livello nazionale e regionale.

Inoltre, spiega Alleva, il sistema proposto si potrebbe integrare col Reddito di Cittadinanza in via di attuazione, prevedendone l'erogazione “solo ai disoccupati che fanno parte delle fasce della popolazione fuori dal mercato del lavoro, sopra i 55 anni d’età ad esempio”.
La proposta è stata accolta con favore sia dalla maggioranza del Consiglio, sia dalle opposizioni; in particolare dal M5S, che potrebbe portare e sostenere la proposta in Parlamento e sollecitare il Governo in tale direzione.

Secondo Alleva, l'insieme di questi accorgimenti “è in grado di riassorbire la disoccupazione anche nel giro di uno o due anni”. E se non bastassero le sue già ottime argomentazioni a sostegno della proposta, se ne potrebbero aggiungerne altre due, tutt'altro che marginali.PG Alleva 350 260 min

La prima, sull'utilizzazione consona della Riduzione dell'Orario di Lavoro (ROL). Ogni contratto nazionale ne prevede una certa quantità di ore; per esempio, quello del commercio 104 (32 di ex festività, 72 di riduzione di orario propriamente detta); altrettanto quello dei metalmeccanici. Tale istituto ha una lunga storia di contrattazione sindacale, sviluppatasi quando la riduzione dell'orario di lavoro si considerava prioritaria; in qualche caso è stato effettivamente utilizzato allo scopo, ma molto più spesso le relative ore sono state utilizzate “in aggiunta alle ferie”, come permessi retribuiti. Attualmente, per di più, pochi sono i lavoratori a conoscerne l'esistenza e a fruirne; e spesso, molto spesso, quelle ore finiscono per “scomparire” dalla busta paga (eufemismo). Integrare queste ore nella proposta di Alleva riporterebbe l'istituto ROL alla sua dignità originaria e ai suoi scopi principali: alleviare la gravosità del lavoro per chi ce l'ha, creare occupazione per chi non ce l'ha.

La seconda, sul godimento totale delle ferie nell'anno di maturazione. Chiunque abbia competenze in materia di lavoro sa che la gran parte dei lavoratori, per ragioni indipendenti dalla sua volontà, non riesce a godere di tutte le ferie maturate nel corso dell'anno; in questo modo, gli restano delle ferie-non godute. Normalmente, come ognuno potrà verificare anche sulla propria busta paga, queste ammontano ad almeno una decina di giorni l'anno. Se moltiplicassimo queste giornate per i 22 milioni di lavoratori dipendenti (pubblici e privati) avremmo un monte ferie-non godute di 220 milioni di giornate annue; quindi: 220mln/250gg (giornate di lavoro medie annue; esclusi sabati, domeniche, festività)=880 mila; ossia: 880 mila nuovi posti di lavoro!

Il tutto, per di più, avverrebbe pressoché a costo zero. Allo stato attuale, non facendo godere tutte le ferie maturate a tutti i propri dipendenti nel corso dell'anno, il datore di lavoro ha solo l'illusione di risparmiare sul personale, mentre in realtà ci rimette; due volte. Infatti, con un organico tarato non considerando il godimento di tutte le ferie, egli rinuncia al lavoro di un dipendente ogni dodici circa (e relativa maggiore produttività), mentre ne mantiene i costi; che rinvia soltanto alla fine del rapporto di lavoro col dipendente in organico, quando dovrà pagargli, appunto, le ferie-non godute. Inoltre, l'ammontare economico delle stesse ferie-non godute va ad aggiungersi al montante-salariale su cui si calcola il Tfr, più interessi e rivalutazioni come da legge, aggiungendo costi a costi.
Insomma, se tutti godessero di tutte le ferie maturate nell'anno, si avrebbe quasi un milione di posti di lavoro in più, quasi senza aggravio di costi per l'azienda che, inoltre, ringiovanirebbe l'organico incrementando la produttività.

(A queste argomentazioni se ne potrebbe aggiungere ancora un'altra, sull'uso smodato che spesso si fa del lavoro straordinario; e su cosa si ricaverebbe, in termini occupazionali e di produttività, portandolo a livelli fisiologici. Ma il discorso si farebbe troppo complesso e problematico per questa sede.)

Oltre che necessarie, dunque, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e la conseguente eliminazione della disoccupazione sono anche tecnicamente possibili. Senza aggravi per il sistema, con aumento della produttività e gran sollievo per occupati e disoccupati.

Frosinone 8 gennaio 2019

 

 

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