fbpx
Menu
A+ A A-

Un CdA non basta per cambiare la RAI

RAI DA RINNOVARE

I CdA del secolo XXI

di Stefano Balassone
foto cavallo viale mazzini Polisemantica 350 minLa Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano news e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanto un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’Amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del Cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di lettere, filosofia, comunicazione. Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che comunque sia composto nessun Consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al Parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. E per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi
Il primo tipo di CdA di cui torna conto di parlare era quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei dc, quattro PSI, tre PCI –assortiti per correnti – 1 PSDI, 1 PRI, 1 PLI). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni ‘70 il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima Repubblica del Cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo diciassette anni, all’alba dei ’90, la Prima Repubblica crollò sotto il Muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Vespa dixit). In quattro e quattr’otto nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di Consigloi snello di cinque unità, perché quando i posti sono pochi si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria e a metterci del suo. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione Parlamentare di Vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i Presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose.

Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia, dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione. Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal Direttore Generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai.

A rendere vulnerabile quel cinque+1 stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un CdA dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel Consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.

Confessa di un Consigliere
A inizio ’98 ne prese il posto quello in cui anche noi - che c’eravamo dimessi dall’azienda un paio d’anni prima perché ci pareva avviata allo sbaraglio – fummo nominati, senza che l’avessimo mai chiesto, anche se siete padroni di non crederci, dall’Ulivo esteso a comprendere la stessa Rifondazione Comunista. Fu lì che, onorati di una considerazione tanto estesa, accesi di entusiasmo temerario, vogliosi di porre mano al rilancio dell’azienda, accettammo la proposta, fin dimettendoci, a scanso di conflitto d’interessi, dal ruolo e dal ben maggior stipendio che ci eravamo trovati nel privato. Insieme agli altri quattro e al Direttore Generale ci gettammo tutti a lavorare, tanto più che Mediaset, alias Forza Italia, aveva appena perso le elezioni e pareva meno in grado di condizionare, di riffa o di raffa, le sorti della Rai, tanto che proprio allora Berlusconi stava tentando di rifilare a Murdoch il suo Biscione.

Lo spazio pareva dunque sgombro per articolare in modo chiaro le funzioni dell’azienda, eliminare ridondanze e sovrapposizioni, riqualificare le strutture informative regionali, lanciarsi sulle piattaforme, allora nuove, del satellite, separare la commistione velenosa fra la risorsa pubblica e la pubblicità assegnandole a canali ben distinti e separati. In sei mesi era pronto e deliberato ogni disegno ed ebbe inizio la fase d’attuazione della “Divisionalizzazione” della Rai, che non era farla a pezzi, ma, al contrario, ricomporla per missioni: prendi questa struttura e spostala per intero, scindine un’altra, cancella quella e inventane una nuova. Un intenso lavoro cuci e scuci, condotto dai dirigenti stessi dell’azienda con la necessaria competenza. Ma campato, purtroppo, molto in aria perché la mappa vera dell’azienda non è quella formale, ma l’altra che, allora come oggi, guarda ai poteri esterni che non passano e per davvero lanciano o stroncano carriere.

La lezione
Perché la Rai cambi non basta (questa è la lezione che rapidamente apparve chiara) - operare solo su di essa se prima non l’hai resa autonoma e sovrana, capace di perseguire a modo proprio i fini che la politica (dal Governo al Parlamento) le assegna. Mentre è ovvio che se la politica bada solo ad avere i propri amici nelle stalle del Cavallo, il CdA diviene, ben che vada, un soggiorno di manager in vacanza, di anime belle e di simpatiche canaglie. Mentre chi dall’azienda attende lo stipendio vede il vertice aziendale come un meteorite di passaggio, bada a fare il suo lavoro, ma non sarà mai così incauto da rescindere i rapporti con il personale politico della maggioranza del momento o della minoranza che attende il turno proprio.

Ecco perché la grande impresa di riorganizzazione che auspicammo ed impostammo nell’invidiato ruolo di membri del CdA Rai si dissolse come neve al sole non appena il Centro Destra, vinte le elezioni designò nel 2002 un ulteriore quintetto di Consiglio, consociativo con le Opposizioni, ma diviso da confini politici più netti e per di più pressato, dall’interno e dall’esterno, dagli emissari dell’azienda di proprietà del Capo del Governo, che era, per chi non lo ricordi, Berlusconi.

Nel contempo era venuta tramontando, anche presso gli avversari più accaniti del Duopolio, l’idea che questo fosse un male e che andasse in ogni modo superato. A metterci un pietra sopra provvide il buon Gasparri, Ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, che completò la marcia indietro portando a partire dal 2005, da cinque a nove i membri del Consiglio e riaffidando le nomine alla Commissione di Vigilanza per lottizzarli più di prima. Fossero, anzi, più agevolmente lottizzabili. Così i partiti di nuovo conio, vuoti di progetto e tutti presi dal far contento Tizio anziché Caio, trovavano in questa potestà la sola ragione per assecondare le sorti della Rai, ognuno avendoci dentro una sua cosa, ma non fino al punto da considerarla tutti insieme Cosa Nostra.

Noi nel frattempo, come capita a chi si fa educare dalle proprie Waterloo, spremevamo in qualche libro l’esperienza condotta a spese degli utenti. A ripensarci a distanza di decenni, la foga riformatrice che ci aveva spinto era giustificata, tant’è che nei vent’anni successivi la posizione del Servizio Pubblico non è di certo migliorata. Ma per intraprendere le sfide occorre che le circostanze siano coerenti e, quando così non è, occorre la prudenza di rinunciare a un’azione scapestrata.

I CdA del secolo XXI
Reso il mea culpa doveroso, era impossibile per noi non tenere d’occhio le imprese dei successivi CdA Rai, così come un ex alcolizzato non evita di sbirciare nel bicchiere del vicino.

Gli affollati Consigli voluti da Gasparri più che lasciare un segno sull’azienda le infliggevano ferite, con l’aiuto (a Roma si dice “aiuti per la scesa”) di Direttori Generali poco sensibili alla gloria. Poi sull’onda della crisi finanziaria arrivarono i “tecnici” di Monti che nel 2012 piazzò in Rai un vero Direttore Generale mentre i partiti, incalzati dalle chiacchiere di Grillo (allora in grande spolvero), auto certificavano purezza nominando qualche stimabile individuo. Gubitosi, il suddetto Direttore, fece cose rilevanti e serie, ma solo rispondendo a successive direttive del Governo e senza correre il rischio dell’audacia. Di suo ci aggiunse il progetto di ridurre le tante Testate giornalistiche a una sola, come accade del resto per ogni azienda tv in tutto il mondo. Per la Rai si tratta di una, forse “della”, questione capitale per emanciparsi dal passato. Ma l’astuto Gubitosi promulgò il progetto “in limine”, cioè quando era già con un piede fuori dall’azienda e diretto ad altri incarichi. Evidentemente, o i tre anni in Rai gli erano occorsi tutti interi per accorgersi di quel problema gigantesco oppure gli parve meglio lasciare un bel progetto ai Consigli successivi che parevano più idonei perché di nuovo snelliti nel 2015 da Renzi, che li ridusse a sette membri con il più dei poteri consegnati all’Amministratore Delegato. Sembrava il trionfo della politica del fare, ma invece l’inerzia prudenziale l’ebbe vinta anche stavolta e il progetto fu riposto in un cassetto, esposto alla rodente critica dei topi, come disse Marx di un suo possente e a lungo ignorato manoscritto.

Divenire soggetto
L’ultimo Consiglio, proprio quello che oggi giorno dopo giorno va svanendo, anziché correre rischi incontrollabili, ha tirato fuori dal cappello la trovata della “Società di consulenza”. Gente esperta del latinorum che imbelletta le piaghe dell’impresa, pronta a fornirti qualsiasi Piano, anche Industriale e perfino doppio, denso di dati e di prospettive mondiali, ricche e ben descritte. Opere ornamentali e ben pagate con le quali il triennio del mandato è stato ammazzato a suon di chiacchiere essendo tutti ormai scaltriti quanto basta a evitare le fughe in avanti e stare ben fermi per scansare le insidie d'ogni fare.

È possibile che i prossimi consiglieri (4) nominati dal Parlamento con voto consociato, insieme con il rappresentante dei dipendenti Rai e con l’aggiunta del Presidente e del Direttore Generale indicati dal Governo, debbano affrontare stavolta una sfida più incalzante. La tv tradizionale, di cui la Rai tuttora è parte, è infatti sotto attacco da parte dei giganti tecnologici, dei social, delle piattaforme sull’on line. Può dunque essere che la trippa del Duopolio sia finita e che gli stessi che ieri volevano tutto conservare oggi siano disposti a qualche rivoluzione, almeno mezza se non tutta intera. Sarebbe quindi gran cosa che anche i quattro nomi che emergeranno dagli accordi in Parlamento non siano pellegrini pieni di meraviglia a naso alzato, ma capaci di saldarsi con il resto del Consiglio e con l’azienda, per svolgere pedagogia riformatrice nei confronti degli stessi mondi politici che li avranno designati. Perché, mezza o completa, qualsiasi rivoluzione nella Rai deve essere accompagnata da un sommovimento delle volontà politiche e degli interessi economici che finora dall’esterno l’hanno resa impossibile a priori.

A dirla in breve, si tratta di premere il legislatore da ogni parte, come hanno fatto da ultimo i Sindacati Confederali della comunicazione e le 120 firme del Manifesto Nuova RAI, affinché con poche norme ben assestate l’azienda passi dallo stato di oggetto a quello di soggetto, capace in quanto tale di assumere la forma adatta alle tempeste del presente e del futuro e a generare sviluppo per chi ci lavora e per l’insieme della produzione nazionale.

 

Consiglieri da evitare
Il problema è che gli animali adatti a questo tipo di “fatiche da Consiglio” sono rari. Alcune specie, secondo quanto abbiamo visto e conosciuto, sono in particolare da evitare: gli scudieri politici di rincalzo, i profughi della tv commerciale, i commis di stato membri di cordata, specie nel ruolo di Direttori Generali nel quale si ricordano almeno un paio di tristissimi esperienze; lo sbriga faccende di provincia catapultato a Viale Mazzini per intrecciare relazioni che lo proiettino in un altrove più lucroso; l’esperto di finanza bravo a comprare invece che a produrre perché detesta la creatività industriale con tutte le sue rogne; il moralista che vede la televisione come un pulpito; quello che vuoto d’idee sul Servizio Pubblico si rifa al Maestro Manzi di cui ha sentito dire; il giurista convinto che la realtà si scolpisce con la legge mentre sovente è meglio che avvenga esattamente l’incontrario; l’infatuato della cultura e degli artisti, ma con un occhio attento alle modelle. Tutti costoro sarebbe bene che la tv se la guardassero da casa.

E mai possibile che da tante sabbie mobili prenda il volo una Riforma Strutturale della Rai? Può pensarlo solo un folle. Se non fosse che pareva impossibile anche avere in gestione 200 miliardi e passa di Fondi Europei, che fosse sospeso il Patto di Maastricht e che tutto avvenisse sulla spinta dei tedeschi che fino allora l’avevano impedito. È vero che a convincere i tedeschi c’è voluto il Covid19 e che solo questa pressione e il bisogno di quei soldi produrrà, vale sperarlo, lo sblocco di ben altre riforme strutturali: Fisco, Giustizia, Burocrazia. Con tempeste di problemi a fronte delle quali quella della Rai sarebbe un venticello.

 

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari che s'impegnano gratuitamente. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

14-18, La Grande Guerra raccontata in tv

Televisione

rai logodi Stefano Balassone - "14-18, La Grande Guerra" è stato prodotto e trasmesso dalla Rai nel centenario di quel primo tempo dell’autodistruzione dell’Europa degli stati nazionali.

National Geographic ripropone oggi su Sky quei 20 episodi che, se visti di sfuggita, somigliano ai tanti altri documentari che ripercorrono le guerre del ‘900 colorando talvolta le immagini d’archivio e col supporto di specialisti di bombe, mitraglie e arnesi vari.

Il titolo Rai spicca per due tocchi d’autore. Il ruolo prevalente della voce degli storici, indispensabili per collegare ieri e oggi in una materia che tuttora ci coinvolge (come nel caso, ad esempio, delle sparate retoriche di fior d’intellettuali che come Papini erano preda dell’entusiasmo del nuovo contro il vecchio). L’assegnazione a Carlo Lucarelli della funzione di narratore “di ultima istanza”, che periodicamente tira le fila e il senso del racconto. Sicché lo spettatore tranquillo si rilassa confidando che il Nostro giungerà puntuale a dirgli quanto possa essergli sfuggito. E chissà che grazie a quel paio d’invenzioni, 14-18, La Grande Guerra, oltre a evitare la stanchezza celebrativa di ogni compleanno centenario, non riesca a farsi vedere anche dal pubblico più giovane e da quello femminile, oltre che conteggiare l’attesa presenza dei maschi anziani assiepati ai cantieri della Storia.

A completare il lavoro ci vorrebbe un programma che della Grande Guerra spiegasse le cause fino in fondo. Il documentario Rai si limita a esporre nel dettaglio l’idea, ben nota, che il conflitto sia stato scatenato da un gigantesco fallimento diplomatico, a causa del cieco automatismo, dopo Sarajevo, dei meccanismi d’alleanza.

Ma resterebbe da volgere l’attenzione del pubblico anche alla formidabile concentrazione di ricchezza e agli immensi capitali che in quegli anni si spargevano nel mondo all’ombra delle armi. Sottolineando, statistiche alla mano, che la disuguaglianza di quella Belle époque si è ricreata uguale nell’attuale centenario.

 

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

la Repubblica, Onda su onda, 10 settembre 2020
Leggi tutto...

Le amnesie di Massimo Cacciari

 I suoi interventi polemici gli hanno valso la popolarità, assai poco invidiabile, di uno “Sgarbi di sinistra”

Massimo Cacciari 370 mindi Fausto Pellecchia - Com’è noto, Massimo Cacciari è l’unico filosofo italiano (se si eccettua qualche sporadica presenza di Umberto Galimberti) che sia diventato un volto televisivo, in qualità di ospite fisso nelle trasmissioni di approfondimento politico con maggiore audience. Cacciari è infatti sistematicamente invitato da Bianca Berlinguer (#Cartabianca) e da Lilli Gruber (otto-e-mezzo) a discutere sui temi emergenti dell’attualità politica. La giustificazione simbolica di questa ricorrente partecipazione rimanda alla figura del “centauro” che egli è chiamato a impersonare: una testa pensante, da filosofo accademico e da finissimo intellettuale, impiantata sul corpo di uno scalpitante destriero di attivista politico, in progressivo “scartamento” dalla sinistra verso il centro liberaldemocratico.

Cacciari, infatti, è stato più volte sindaco di Venezia (1993-2000 e 2005-2010): transitato dalle schiere dell’operaismo sessantottardo sugli scranni parlamentari del PCI, fu eletto all’europarlamento con i Democratici dell’Ulivo, per passare successivamente nella Margherita rutelliana e infine nel PD fino al 2010, anno in cui fondò l’aggregazione neocentrista Verso il Nord, equidistante dal PD e dal PDL berlusconiano, che ebbe tuttavia scarsissime fortune elettorali.

Abbandonata la politica militante, è chiamato a recitare il ruolo televisivo dell’opinionista indipendente, voce critica e progressista che sfida liberamente i conformismi e i crampi ideologici, sia della destra più becera che del radicalismo di sinistra. L’irruenza, al limite dell’insofferenza, che caratterizzano i suoi interventi polemici gli hanno valso la popolarità, assai poco invidiabile, di uno “Sgarbi di sinistra”. Ma proprio questa veste di “bastian contrario” a cui lo costringe la parte in commedia nei talk show, lo induce talvolta a sbandate di incoerenza o a forme di oblio che lasciano perplessi.

Recentemente, ad esempio, Cacciari si è scagliato, peraltro con argomenti assolutamente condivisibili, contro il disegno di legge costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari (da 630 a 400 per i deputati e da 315 a 200 per i senatori) approvato con amplissima maggioranza nell’ottobre dell’anno scorso. Intervistato, qualche settimana fa, nel salotto di Bianca Berlinguer, Cacciari ha bocciato con intransigenza il testo della legge, che avrebbe, a suo parere, «una valenza puramente demagogica», impostato com’è unicamente sul risparmio di spesa corrente. «Ma allora – ha concluso il filosofo - mandateli a casa tutti, eleggiamo un consiglio d’amministrazione con un amministratore delegato! Superiamo la democrazia parlamentare. Come se i parlamenti fossero superflui… Questa logica sta massacrando la democrazia liberale un po’ in tutto il mondo».

Quel che sorprende, in questo severo grido di allarme per le sorti della democrazia, è il malizioso tentativo di minimizzare l’esplicito consenso che egli concesse all’analoga manovra contenuta nella riforma Renzi-Boschi e poi naufragata con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Pur lasciando ancora trapelare le sue simpatie per il leader di Italia Viva, Cacciari ha precisato : «Il taglio dei parlamentari era già presente anche nei tentativi di riforma di Renzi e poteva andare benissimo ma all’interno di una riforma di sistema». Un velo di oblìo - o forse di residuo pudore- ha indotto il filosofo a sorvolare sul contesto politico che precedette e caratterizzò l’iter del confronto referendario. Infatti, già le riserve avanzate da illustri giuristi (come Alessandro Pace e Fulco Lanchester ), favorevoli all’ipotesi di “spacchettamento” dei quesiti referendari, erano motivate dalla sostanziale “disomogeneità” di quel disegno di legge. Ipotesi che, in un primo tempo, incontrò un certo interesse in una parte del M5S e dei radicali, poi anche della minoranza del PD, nonché in componenti della stessa maggioranza renziana. Prevalsero, tuttavia, ragioni procedurali [l’art.138 della Costituzione non ammette la possibilità di sottoporre a referendum confermativo solo parti della legge approvata dalle camere, come nei referendum abrogativi] e, soprattutto, l’ambizione renziana di trasformare la consultazione referendaria in un plebiscito sull’operato del governo. Si stabilì perciò di votare su un unico quesito, che, diversamente dal ricordo che ne serba Cacciari, era anch’esso manifestamente ispirato alla demagogia populista del «contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni». All’epoca, infatti, il filosofo veneziano, convinto estimatore delle proposte avanzate nelle riunioni della Leopolda di Matteo Renzi, si schierò apertamente per il Sì – sia pure, con vezzo montanelliano, “turandosi il naso”, tanto per mantenere il consueto profilo di intellettuale critico.

Forse, almeno con il senno di poi, un pur cauto cenno di autocritica avrebbe reso più comprensibile il senso della sua preoccupazione odierna.
A tutt’altro registro, più squisitamente socio-culturale, appartengono invece le sue recenti dichiarazioni -rese nel corso di un’intervista sul giornale Avvenire- concernenti l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Anche in questo caso, le sue perentorie osservazioni hanno una legittimità e una fondatezza teorica apparentemente incontestabile: «sarebbe civile che in questo Paese – sostiene il filosofo- si insegnassero nelle scuole i fondamenti elementari della nostra tradizione religiosa. Sarebbe assolutamente necessario battersi perché ci fosse un insegnamento serio di storia della nostra tradizione religiosa. Lo stesso vale per le università; sarebbe ora che fosse permesso lo studio della teologia nei corsi normali di filosofia, esattamente come avviene in Germania. La religione, dunque, al pari della lingua italiana o della matematica. Non può essere un optional…[…] non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. […] Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi».

E qui, l’utopia pedagogica di Cacciari si tiene a braccetto con la rimozione delle condizioni reali in versa la scuola italiana - persino per l’insegnamento delle materie curriculari come la letteratura italiana o la matematica. Per quanto riguarda specificamente l’ora di religione, Cacciari dimentica che la formazione dei docenti è attualmente sottoposta alle disposizioni della CEI e viene conseguita frequentando i corsi delle Università pontificie o di istituzioni scolastiche paritarie, gestite e controllate dalle diocesi ecclesiastiche. Pertanto essa conserva un taglio prettamente confessionale, nient’affatto storico-culturale o filosofico-teologico. Rendere obbligatoria l’ “ora di religione” così come viene attualmente insegnata significa perciò, di fatto, compromettere o manomettere nei ragazzi la legittima esigenza di conoscenza nell’ambito della scienza e della storia delle religioni, propinando loro un surrogato di catechesi cattolica a buon mercato. Ed anzi, visti gli esiti assai poco edificanti che l’insegnamento facoltativo della religione cattolica attualmente consegue, una vera riforma della scuola dovrebbe prevederne la soppressione. Soluzione che, tra l’altro, avrebbe il merito di liberare finalmente i dirigenti scolastici dalla penosa elaborazione di un calendario delle lezioni che renda effettivamente praticabile il carattere facoltativo di questo insegnamento strutturalmente “anomalo”e in palese contrasto con la laicità della scuola pubblica.

 

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

La Via Crucis di Papa Francesco

Papa Francesco e l'Auditel

papafrancesco 350 260di Stefano Balassone - La prima Via Crucis di Bergoglio, oggetto di immediato culto dopo che, essendo già Francesco I, si affacciò al balcone con un cortese “buonasera”, ebbe luogo il 29 marzo del 2013, a due settimane dall’innalzamento al soglio. Radunò su Rai 1, secondo auditel, 7 milioni di spettatori medi per l’intera ora e mezza di durata e mai erano stati così numerosi negli anni precedenti. Ma in seguito l’ascolto è tornato quello “normale” – del resto il Papa non era più nuovo di zecca – e di anno in anno meno intenso e meno vasto, fino a toccare il minimo proprio lo scorso anno. Ma stavolta La Via Crucis su Rai 1 ha registrato un’audience media di quasi otto milioni. E qui il virus c’entra di sicuro.

Chi sono le pecorelle che si erano disperse e ora sono tornate nell’ovile dell’auditel mentre il Paese soffre per il morbo? Intanto alcuni fra i tipi allegri che l’altr’anno si erano buttati non sul rito della Pasqua, ma su Ciao Darwin dove Madre Natura si esponeva con i glutei. Poi parecchi che nel 2019 avevano scelto di rivedersi il kolossal religioso, Il Re dei Re, uscito nei cinema a pochi anni dalla fine della guerra e ormai pezzo fisso di Rete 4 ad ogni Pasqua. Qualche sguardo è stato anche sottratto a Propaganda Live di La7, ma non più di tanto giacché lì siamo, com’è evidente, in partibus infedelium.

Notevole l’afflusso del tutto nuovo delle cosiddette élites, che la Via Crucis la snobbavano. Lo rivela il balzo dello share fra “quelli che hanno studiato”, le classiche famiglie in cui lei e/o lui svolgono professioni di alto livello e hanno due figli in una casa foderata con i libri.

Merita sottolineare che le regioni del Centro Nord, dove i ricoverati in terapia intensiva sono l’81% del totale, hanno segnato uno share inferiore, spesso parecchio, a quello medio del 25,6%. Le altre che, avvisate in tempo, hanno avuto la grazia di prendere le misure al coronavirus, ringraziano con ascolti che sanno anche un poco di scongiuri.

 

La Repubblica, Onda su onda, 12 aprile 2020

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

{jd_file file==21}

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Super Quark+, con Piero Angela

Spettacoli Tv

superquark plus 400 mindi Stefano Balassone - Super Quark+, con Piero Angela fa parte del lato “interessante” di Rai Play rispetto agli altri due generi, divertimento e narrazione, esibiti dalla piattaforma Rai.

Il programma è costituito da puntate monotematiche di circa venti minuti l’una, perché nato direttamente per l’on line, dove la misura apprezzata è quella breve, che meglio si adatta all’uso impaziente e occasionale dello smartphone. Il tema dell’ottavo episodio, scelto a caso, è quello del “giocare”, ovvero il fare cose piacevoli e divertenti, talvolta appassionanti, ma rigorosamente “inutili” (altrimenti non è gioco) o dannose.

Però Angela spiega che i giochi fra bambini, altro che inutili, imprimono in chi sta crescendo le “regole della cooperazione fra gli adulti, cosi come fanno le zuffe fra i cuccioli dei lupi.

Il “giocare” è anche il nome che viene dato agli sfoghi dell’aggressività insita in ognuno, come alle partite di calcetto o nella sfide sul web tra sconosciuti in debito di adrenalina, forse futuri atleti alle Olimpiadi nella specialità dei videogiochi in rete.

“Giocano”, e parecchio, anche quelli che nei tempi andati speravano spendendo piccoli patrimoni per l’argento degli ex voto. Oggi grattano la cartolina che fa sperare nel domani milionario. Ma la speranza forse non c’entra ed è anzi per la sua assenza che buttano i soldi nei grattini così come uno si butterebbe giù dal ponte. Infatti sono detti “ludopatici”, gli unici insieme ai fumatori che, guarda caso in questo tempo di serrate comandate, trovino aperto, nelle tabaccherie, lo spaccio della roba.

Dopo dieci minuti di lezione, Rai Play ci si è trasfigurata nelle forme di una Enciclopedia Popolare come s’usavano una volta, ma 2.0, con una infinità di locandine dai contenuti potenzialmente sconfinati. Posto che giorno per giorno, se abbiamo ben capito, raccoglierà i programmi nuovi e, mano a mano, la moltitudine prodotta nei settanta anni in cui la tv pubblica ha visto e detto un po’ di tutto, secondo il vento del momento.

La Repubblica, Onda su onda, 17 marzo 2020

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

{jd_file file==21}

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

La Tv nella stagione del coronavirus

La TV di Stefano Balassone

rai mediasetNell’Italia in quarantena, come un’immensa nave da crociera ferma in porto, molta più gente del solito se ne sta chiusa in cabina a guardarsi la televisione. Perché si rifugge da situazioni che non distanzino i corpi quanto necessario (si era cominciato a suggerire il “mezzo metro” e ora siamo arrivati a “due”, nella stagione più casta di cui il Paese tratterrà memoria). In compenso s’affollano le case (lì, almeno, il virus resta fra parenti), i ragazzi rifuggono dalla movida, e così i clienti dai ristoranti, gli spettatori dai cinema, le massaie dai mercati e le famigliole dai centri commerciali. Ecco perché gli spettatori del giorno televisivo e, in quantità più modica, quelli della sera, sono tornati ai livelli abituali dei primi anni ’90, quando non per caso gli spettatori issarono al Governo il proprietario delle telenovelas e del Gabibbo.

Proprio nel 1990, per coincidenza, nacque la Pretty Woman che da allora è passata varie volte in TV e a cui Rai 1, orbata dello stadio, ha chiesto soccorso ancora mercoledì sera, mentre altrove fioccavano le nuove circa il decreto del governo e l’immediata chiusura delle scuole.

Superando qualche imbarazzo per via della professione della nostra Julia Roberts entro il film suddetto, la Rai potrebbe accenderle più di un cero perché è stata capace tutta sola di radunare quasi quattro milioni di spettatori. A conferma che quel film allunga radici robuste nelle emozioni basiche grazie allo schema antico del Principe Azzurro che salva e impalma le Cenerentole di tutto il mondo. Replicata mille volte, ma ecco la sorpresa: mentre gli adulti si sono un po’ sottratti, i più giovani (dagli otto ai 34 anni) hanno ampiamente compensato perché per loro si è trattato, probabilmente, di una scoperta. Meno chiaro è come mai ciò sia avvenuto non dovunque, ma solo nelle regioni meno colpite dal coronavirus. Un mistero su cui pensare, mentre si è fatto chiaro il perché del vedersi la tv: se ti è vietato altro.

La Repubblica, Onda su onda, 6 marzo 2020

Dati Studio Frasi

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Io e i racconti in Tv

rai mediasetdi Daniela Mastracci - Ho scoperto che le serie tv mi sanno fare compagnia. Sono un’occasione di svago della mente, di riposo, di tregua, forse. Sono disponibili e accoglienti, sono come una coperta calda, una tazza di caffè bollente. E con la tazza di caffè io le guardo. Seguo i personaggi, ascolto le loro voci, vedo i loro volti, le rughe di chi è più anziano e la pelle bella liscia di chi è più giovane. Vedo i sorrisi di quando scherzano, le lacrime di quando stanno soffrendo, quando è capitato un incidente, un amore finito, un tradimento; una risata improvvisa di quando a qualcuno torni in mente un ricordo buffo; un’alzata di spalle di quando “in fondo non importa, c’è di peggio nella vita” …

All’inizio mi affascinavano i dialoghi, le belle parole che si dicevano i protagonisti. Mi dicevo che sanno essere dei bravi insegnanti visto che sanno usare così belle parole e così bene, sanno parlare, sanno capirsi, sanno intendersi. E poi quelle belle parole, quel vocabolario ricco di tante sfumature lessicali, si accompagnava all’espressione dei volti, ai toni di voce, ai movimenti impercettibili delle sopracciglia, degli angoli delle labbra, del collo che un poco si voltava, di piedi che sembravano muoversi quasi di proprio volere, e di tanti altri piccoli movimenti che, insieme alle belle parole, mi facevano da guida per comprendere un poco meglio, per andare oltre la sola semantica: i dialoghi visti e ascoltati, quando si accompagnano all’interpretazione degli attori, fanno intendere il non detto, le intenzioni, le paure, le speranze, i legami, la sfumatura dei significati …

Poi mi affascinavano le storie raccontate, quelle che si snodano di puntata in puntata, quella storia di sottofondo che lega i personaggi, che ce li fa conoscere pian piano, ce li fa scoprire e amare. Certo, sì, qualcuno non si amerà, qualcuno ci resterà antipatico, qualcuno ci sembrerà ambiguo, inaffidabile, insomma un po’ il “cattivo” della situazione, o la “cattiva”. E sì, perché le serie ci fanno vedere la gamma umana, la commedia umana, si potrebbe dire, ma nel suo significato alto di palcoscenico ove l’umano si mette in scena per l’umano, dove si fa conoscere, si fa apprezzare oppure disprezzare, dove accade il riconoscimento, dove un po’ ci specchiamo in noi stessi, ci ritroviamo nel carattere, nella timidezza, nella spavalderia, nel coraggio, nel timore, nella ritrosia, nella audacia, nel fare le cose buone, oppure nel fare un poco di cose meno buone. Però ecco, qui devo riconoscere che le serie non mi piacciono più: se c’è del male, della violenza, se c’è l’omicidio esposto ai miei occhi, i miei occhi si abbassano, tendo a non vedere, in fondo perché vedere il male? perché dar ad esso “adienza”, si direbbe in napoletano? perché dar ad esso lo spazio della vista? preferisco essere guercia a un occhio, preferisco non vedere, perché così lo ignoro, ed esso allora perde forza, non si impone; alla lunga forse si stufa di apparire se nessuno gli dà importanza, se nessuno gli conferisce esistenza perché non lo guarda, non lo considera, si mostra piuttosto indifferente.

Quando le scene sono cruente io faccio finta di niente, chiudo un occhio, ma non nel senso di assentire, di assecondare l’atto, non vedendolo per non doverlo denunciare, oppure addirittura perché lo avalli. No, non è questo il modo mio di chiudere un occhio: è un po’ come il modo del Vangelo di Matteo quando Gesù dice che piuttosto che vedere, ed essere forse attratti dal male, è meglio non vedere, fare come si fosse ciechi. Aristotele lo sapeva quanto il male potesse avere forza attraente, potesse lusingare, e anche lui ci diceva di guardare al solo bene, guardare al centro del bersaglio come un eccellente arciere, e ignorare tutto ciò che ci si facesse intorno, perché quell’intorno poteva essere male, brutte azioni, pessime scelte, vizi e delitti. In fondo lo sappiamo quanto il male sia potente, quanto allora si tratti di resistere, quanto ci si debba frenare: quella spinta sembra così forte! E invece le cose buone e belle sono disarmate, non sanno agganciare, non sanno lusingare: loro sono proprio all’altro canto della lusinga, perché la lusinga è proprio l’incantamento che ci inganna, allora come potrebbe accompagnarsi l’inganno alle cose buone e belle? Ma nelle serie c’è tanto di buono e bello perché ci sono gli abbracci, la solidarietà, l’amicizia, il volersi bene; ci sono visi buoni che sai che sono buoni perché sono distesi e sereni, non sono tesi e arcigni, chiusi in espressioni che ti fanno vedere come dentro di loro: là dove combatte il conflitto delle opposte tensioni, e dove le brutte cose sembrano vincere.

Alla prossima ….

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Le tv dell’affetto

rai mediasetdi Stefano Balassone - "C’è posta per te" nacque nel 2000 mobilitando ogni ritrovato della “tv dell’affetto”, da venti anni in campo con programmi quali Chiamate Roma 3131, Portobello, Chi l’ha visto?, e la coppia gemellare di Stranamore e Carramba. Ognuno di questi nascendo esagerava rispetto a quello che imitava, ma sempre, citando il sito Mediaset, sono “protagonisti persone comuni, che vogliono ricongiungersi con parenti lontani, amori perduti o amicizie di gioventù, ma anche –un po’ minacciosamente – risolvere situazioni rimaste in sospeso”. Di certo le versioni USA prepararono Zuckerberg, ancora bimbo, a concepire Facebook, la macchina social fatta apposta per ritrovarsi, senza sosta e confini, ma non scoppiando costantemente a piangere. Per cui il Nostro adottò il simbolo del pollice anziché quello dell’occhio lacrimante.

Molti questa televisione “cuore in mano” la trovano insopportabile e la sfuggono. Ad altri pare palpitante. Così pare la pensi il grosso dell’intero universo femminile, con percentuali fra il 37% e il 48%, come anche i maschi dai 25 ai 44 anni (ancora figli o recenti padri). Sembra inoltre che C’è posta per te attiri a frotte ogni tipo di immigrati, nonostante il muro della diversità linguistica. Il che per un programma di parola, dove le sfumature e le allusioni contano molto, è davvero incredibile, tanto da far pensare che il dato sia distorto oppure che davvero il battito cardiaco sia un linguaggio universale.

Il plebiscito di tanto pubblico, costante di anno in anno, conferma che a tenere svegli gli spettatori intervengono tre categorie di “capitale individuale”: due ben note, patrimoniale e culturale, che distinguono tra ricchi e poveri, colti e ingenui. Terza quella del capitale affettivo, accumulato sulle “relazioni corte” che riguardano parenti, amici e vicinato.

La medesima risorsa, azzardiamo, su cui conta il format politico C’è un leader per te, che condivide e agita gli amori e gli odi, lasciando dormire in pace le teste e i portafogli.

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Le Tv e il 25 novembre

rai mediasetdi Stefano Balassone - Nulla si situa più all’opposto dei due pomeriggi offerti Domenica scorsa da Canale 5 e Rai 1. Sulla tv di Stato si succedevano sotto l’insegna di Da noi… a ruota libera, una serie di faccia a faccia condotti donna a donna da Francesca Fialdini. Il tema cui tutto si riconduceva era la condizione femminile, alla vigilia della giornata appositamente dedicata. Si è passati dalla Iotti immersa nella politica all’estremo opposto, con quella che si dedica tutta alla famiglia e ai figli, senza risorse proprie ed esposta al ricatto di essere mollata da un momento all’altro. Nel mezzo l’assortimento dei femminicidi contro le fidanzate ritrose, le mogli ribelli, le figlie scapestrate. Ad opera dei padri, dei mariti e dei fratelli.

Sul concorrente Canale 5 tirava tutt’altra aria, con un esempio ennesimo della tv scaldata col gossip da riciclo, dove la voce emozionata della D’Urso si scusava con Luxuria per gli insulti di qualche giorno prima a Live non è la d’Urso, che è la stessa zuppa ma di sera. Qui Vittorio Sgarbi aveva inscenato il solito casino che tutti contano rifaccia. Stavolta contro Luxuria miserella, che si è sentita definire battona subendo la conseguente furia di lui in favore di platea, di fronte a lei che si mostrava offesa e lacrimava. Mentre Canale 5 già spendeva quel pezzo di tv sui social e calcolava il profitto del suo riuso fintanto ch’era fresco. Come è, puntualmente, accaduto quattro giorni appresso.

Al tirare delle somme dell’auditel i giovani, dai più piccoli a quelli già maturi, hanno preferito di gran lunga la garanzia del trash di origine Barbara controllata, che essendo giocato sulle sparate e sugli accenti sembra già proiettato ai frammentati click del mondo social.

Mentre nel ben ordinato mondo di Rai 1 si sono ritrovate le signore più avanti negli anni, specie se residenti in Emilia&Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna, dove a quanto pare se ne infischiano dei maschi alfa da talk show e delle loro stesse vittime.

La Repubblica, Onda su onda, 26 novembre 2019

Leggi tutto...

I lunatici dell'etere

ottoemezzo gruber 350 mindi Stefano Balassone - Soft talk. Si fa un gran discutere, e non da ieri, della politica ridotta alle trovate estemporanee, a sommare ciò che vuole questo e quello, a soffiare sui fuochi in cui si imbatte solo per spingerne le fiamme altrove. Questo procedere a tentoni, senza una rotta e pensieri lunghi, va di conserva con la strana idea che il quid stia tutto nel rendere la comunicazione assai “forte ed efficace”, a prescindere da cosa e dal perché.

La nevrosi è tanto più forte nella fabbrica dei talk show politici, che per fare share devono rincorrere anche quella metà l’Italia che non vota e della politica in sé per sé non vuol sapere. Ecco così che dalla tv tracima un surplus di enfasi che trattiene per la coda dello zapping molti pronti a scegliere qualche Netflix oppure ad andarsene a dormire. Se poi aggiungi che il talk show - di intrattenimento, politico o misto – riempie a basso costo i troppi palinsesti, capisci perché siano in realtà le aziende intere della tv che gridano: “al lupo, al lupo”, a beneficio dei ricavi nel bilancio.

Fra questi lunatici dell’etere ci ha colpito che 8 e mezzo di La7 diradi la presenza dagli ospiti politici, in specie dei peones avidi di video, e tenda a somigliare a un simpatico pub che, chiuse le mescite del giorno, accoglie ogni sera i soliti avventori pronti a dire la loro circa le sorti del Paese.

La compagnia è varia di opinioni: Sallusti, Severgnini, Carofiglio, Travaglio e poi Scanzi, quello che spesso rimprovera De Angelis. Pochi altri. Sempre i soliti, ma non t’annoi perché, dagli e dagli, hai catturato il lessico di ognuno, il linguaggio dei gesti, ogni dettaglio delle espressioni portate in primo piano e, più che loro a dirti questo e quello, sei tu che ormai gli guardi dentro.
L’un verso l’altro sono cortesi quanto basta, come s’usa fra chierici di una stessa professione. E l’auditel, incredibile a dirsi, non ne soffre, suggerendo alla politica stessa che senza faccia feroce può comunque esistere. Chissà se dura.

fonte: La Repubblica, Onda su onda, 18 novembre 2019

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici