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La Via Crucis di Papa Francesco

Papa Francesco e l'Auditel

papafrancesco 350 260di Stefano Balassone - La prima Via Crucis di Bergoglio, oggetto di immediato culto dopo che, essendo già Francesco I, si affacciò al balcone con un cortese “buonasera”, ebbe luogo il 29 marzo del 2013, a due settimane dall’innalzamento al soglio. Radunò su Rai 1, secondo auditel, 7 milioni di spettatori medi per l’intera ora e mezza di durata e mai erano stati così numerosi negli anni precedenti. Ma in seguito l’ascolto è tornato quello “normale” – del resto il Papa non era più nuovo di zecca – e di anno in anno meno intenso e meno vasto, fino a toccare il minimo proprio lo scorso anno. Ma stavolta La Via Crucis su Rai 1 ha registrato un’audience media di quasi otto milioni. E qui il virus c’entra di sicuro.

Chi sono le pecorelle che si erano disperse e ora sono tornate nell’ovile dell’auditel mentre il Paese soffre per il morbo? Intanto alcuni fra i tipi allegri che l’altr’anno si erano buttati non sul rito della Pasqua, ma su Ciao Darwin dove Madre Natura si esponeva con i glutei. Poi parecchi che nel 2019 avevano scelto di rivedersi il kolossal religioso, Il Re dei Re, uscito nei cinema a pochi anni dalla fine della guerra e ormai pezzo fisso di Rete 4 ad ogni Pasqua. Qualche sguardo è stato anche sottratto a Propaganda Live di La7, ma non più di tanto giacché lì siamo, com’è evidente, in partibus infedelium.

Notevole l’afflusso del tutto nuovo delle cosiddette élites, che la Via Crucis la snobbavano. Lo rivela il balzo dello share fra “quelli che hanno studiato”, le classiche famiglie in cui lei e/o lui svolgono professioni di alto livello e hanno due figli in una casa foderata con i libri.

Merita sottolineare che le regioni del Centro Nord, dove i ricoverati in terapia intensiva sono l’81% del totale, hanno segnato uno share inferiore, spesso parecchio, a quello medio del 25,6%. Le altre che, avvisate in tempo, hanno avuto la grazia di prendere le misure al coronavirus, ringraziano con ascolti che sanno anche un poco di scongiuri.

 

La Repubblica, Onda su onda, 12 aprile 2020

 

 

 

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Super Quark+, con Piero Angela

Spettacoli Tv

superquark plus 400 mindi Stefano Balassone - Super Quark+, con Piero Angela fa parte del lato “interessante” di Rai Play rispetto agli altri due generi, divertimento e narrazione, esibiti dalla piattaforma Rai.

Il programma è costituito da puntate monotematiche di circa venti minuti l’una, perché nato direttamente per l’on line, dove la misura apprezzata è quella breve, che meglio si adatta all’uso impaziente e occasionale dello smartphone. Il tema dell’ottavo episodio, scelto a caso, è quello del “giocare”, ovvero il fare cose piacevoli e divertenti, talvolta appassionanti, ma rigorosamente “inutili” (altrimenti non è gioco) o dannose.

Però Angela spiega che i giochi fra bambini, altro che inutili, imprimono in chi sta crescendo le “regole della cooperazione fra gli adulti, cosi come fanno le zuffe fra i cuccioli dei lupi.

Il “giocare” è anche il nome che viene dato agli sfoghi dell’aggressività insita in ognuno, come alle partite di calcetto o nella sfide sul web tra sconosciuti in debito di adrenalina, forse futuri atleti alle Olimpiadi nella specialità dei videogiochi in rete.

“Giocano”, e parecchio, anche quelli che nei tempi andati speravano spendendo piccoli patrimoni per l’argento degli ex voto. Oggi grattano la cartolina che fa sperare nel domani milionario. Ma la speranza forse non c’entra ed è anzi per la sua assenza che buttano i soldi nei grattini così come uno si butterebbe giù dal ponte. Infatti sono detti “ludopatici”, gli unici insieme ai fumatori che, guarda caso in questo tempo di serrate comandate, trovino aperto, nelle tabaccherie, lo spaccio della roba.

Dopo dieci minuti di lezione, Rai Play ci si è trasfigurata nelle forme di una Enciclopedia Popolare come s’usavano una volta, ma 2.0, con una infinità di locandine dai contenuti potenzialmente sconfinati. Posto che giorno per giorno, se abbiamo ben capito, raccoglierà i programmi nuovi e, mano a mano, la moltitudine prodotta nei settanta anni in cui la tv pubblica ha visto e detto un po’ di tutto, secondo il vento del momento.

La Repubblica, Onda su onda, 17 marzo 2020

 

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La Tv nella stagione del coronavirus

La TV di Stefano Balassone

rai mediasetNell’Italia in quarantena, come un’immensa nave da crociera ferma in porto, molta più gente del solito se ne sta chiusa in cabina a guardarsi la televisione. Perché si rifugge da situazioni che non distanzino i corpi quanto necessario (si era cominciato a suggerire il “mezzo metro” e ora siamo arrivati a “due”, nella stagione più casta di cui il Paese tratterrà memoria). In compenso s’affollano le case (lì, almeno, il virus resta fra parenti), i ragazzi rifuggono dalla movida, e così i clienti dai ristoranti, gli spettatori dai cinema, le massaie dai mercati e le famigliole dai centri commerciali. Ecco perché gli spettatori del giorno televisivo e, in quantità più modica, quelli della sera, sono tornati ai livelli abituali dei primi anni ’90, quando non per caso gli spettatori issarono al Governo il proprietario delle telenovelas e del Gabibbo.

Proprio nel 1990, per coincidenza, nacque la Pretty Woman che da allora è passata varie volte in TV e a cui Rai 1, orbata dello stadio, ha chiesto soccorso ancora mercoledì sera, mentre altrove fioccavano le nuove circa il decreto del governo e l’immediata chiusura delle scuole.

Superando qualche imbarazzo per via della professione della nostra Julia Roberts entro il film suddetto, la Rai potrebbe accenderle più di un cero perché è stata capace tutta sola di radunare quasi quattro milioni di spettatori. A conferma che quel film allunga radici robuste nelle emozioni basiche grazie allo schema antico del Principe Azzurro che salva e impalma le Cenerentole di tutto il mondo. Replicata mille volte, ma ecco la sorpresa: mentre gli adulti si sono un po’ sottratti, i più giovani (dagli otto ai 34 anni) hanno ampiamente compensato perché per loro si è trattato, probabilmente, di una scoperta. Meno chiaro è come mai ciò sia avvenuto non dovunque, ma solo nelle regioni meno colpite dal coronavirus. Un mistero su cui pensare, mentre si è fatto chiaro il perché del vedersi la tv: se ti è vietato altro.

La Repubblica, Onda su onda, 6 marzo 2020

Dati Studio Frasi

 

 

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Io e i racconti in Tv

rai mediasetdi Daniela Mastracci - Ho scoperto che le serie tv mi sanno fare compagnia. Sono un’occasione di svago della mente, di riposo, di tregua, forse. Sono disponibili e accoglienti, sono come una coperta calda, una tazza di caffè bollente. E con la tazza di caffè io le guardo. Seguo i personaggi, ascolto le loro voci, vedo i loro volti, le rughe di chi è più anziano e la pelle bella liscia di chi è più giovane. Vedo i sorrisi di quando scherzano, le lacrime di quando stanno soffrendo, quando è capitato un incidente, un amore finito, un tradimento; una risata improvvisa di quando a qualcuno torni in mente un ricordo buffo; un’alzata di spalle di quando “in fondo non importa, c’è di peggio nella vita” …

All’inizio mi affascinavano i dialoghi, le belle parole che si dicevano i protagonisti. Mi dicevo che sanno essere dei bravi insegnanti visto che sanno usare così belle parole e così bene, sanno parlare, sanno capirsi, sanno intendersi. E poi quelle belle parole, quel vocabolario ricco di tante sfumature lessicali, si accompagnava all’espressione dei volti, ai toni di voce, ai movimenti impercettibili delle sopracciglia, degli angoli delle labbra, del collo che un poco si voltava, di piedi che sembravano muoversi quasi di proprio volere, e di tanti altri piccoli movimenti che, insieme alle belle parole, mi facevano da guida per comprendere un poco meglio, per andare oltre la sola semantica: i dialoghi visti e ascoltati, quando si accompagnano all’interpretazione degli attori, fanno intendere il non detto, le intenzioni, le paure, le speranze, i legami, la sfumatura dei significati …

Poi mi affascinavano le storie raccontate, quelle che si snodano di puntata in puntata, quella storia di sottofondo che lega i personaggi, che ce li fa conoscere pian piano, ce li fa scoprire e amare. Certo, sì, qualcuno non si amerà, qualcuno ci resterà antipatico, qualcuno ci sembrerà ambiguo, inaffidabile, insomma un po’ il “cattivo” della situazione, o la “cattiva”. E sì, perché le serie ci fanno vedere la gamma umana, la commedia umana, si potrebbe dire, ma nel suo significato alto di palcoscenico ove l’umano si mette in scena per l’umano, dove si fa conoscere, si fa apprezzare oppure disprezzare, dove accade il riconoscimento, dove un po’ ci specchiamo in noi stessi, ci ritroviamo nel carattere, nella timidezza, nella spavalderia, nel coraggio, nel timore, nella ritrosia, nella audacia, nel fare le cose buone, oppure nel fare un poco di cose meno buone. Però ecco, qui devo riconoscere che le serie non mi piacciono più: se c’è del male, della violenza, se c’è l’omicidio esposto ai miei occhi, i miei occhi si abbassano, tendo a non vedere, in fondo perché vedere il male? perché dar ad esso “adienza”, si direbbe in napoletano? perché dar ad esso lo spazio della vista? preferisco essere guercia a un occhio, preferisco non vedere, perché così lo ignoro, ed esso allora perde forza, non si impone; alla lunga forse si stufa di apparire se nessuno gli dà importanza, se nessuno gli conferisce esistenza perché non lo guarda, non lo considera, si mostra piuttosto indifferente.

Quando le scene sono cruente io faccio finta di niente, chiudo un occhio, ma non nel senso di assentire, di assecondare l’atto, non vedendolo per non doverlo denunciare, oppure addirittura perché lo avalli. No, non è questo il modo mio di chiudere un occhio: è un po’ come il modo del Vangelo di Matteo quando Gesù dice che piuttosto che vedere, ed essere forse attratti dal male, è meglio non vedere, fare come si fosse ciechi. Aristotele lo sapeva quanto il male potesse avere forza attraente, potesse lusingare, e anche lui ci diceva di guardare al solo bene, guardare al centro del bersaglio come un eccellente arciere, e ignorare tutto ciò che ci si facesse intorno, perché quell’intorno poteva essere male, brutte azioni, pessime scelte, vizi e delitti. In fondo lo sappiamo quanto il male sia potente, quanto allora si tratti di resistere, quanto ci si debba frenare: quella spinta sembra così forte! E invece le cose buone e belle sono disarmate, non sanno agganciare, non sanno lusingare: loro sono proprio all’altro canto della lusinga, perché la lusinga è proprio l’incantamento che ci inganna, allora come potrebbe accompagnarsi l’inganno alle cose buone e belle? Ma nelle serie c’è tanto di buono e bello perché ci sono gli abbracci, la solidarietà, l’amicizia, il volersi bene; ci sono visi buoni che sai che sono buoni perché sono distesi e sereni, non sono tesi e arcigni, chiusi in espressioni che ti fanno vedere come dentro di loro: là dove combatte il conflitto delle opposte tensioni, e dove le brutte cose sembrano vincere.

Alla prossima ….

 

 

 

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Le tv dell’affetto

rai mediasetdi Stefano Balassone - "C’è posta per te" nacque nel 2000 mobilitando ogni ritrovato della “tv dell’affetto”, da venti anni in campo con programmi quali Chiamate Roma 3131, Portobello, Chi l’ha visto?, e la coppia gemellare di Stranamore e Carramba. Ognuno di questi nascendo esagerava rispetto a quello che imitava, ma sempre, citando il sito Mediaset, sono “protagonisti persone comuni, che vogliono ricongiungersi con parenti lontani, amori perduti o amicizie di gioventù, ma anche –un po’ minacciosamente – risolvere situazioni rimaste in sospeso”. Di certo le versioni USA prepararono Zuckerberg, ancora bimbo, a concepire Facebook, la macchina social fatta apposta per ritrovarsi, senza sosta e confini, ma non scoppiando costantemente a piangere. Per cui il Nostro adottò il simbolo del pollice anziché quello dell’occhio lacrimante.

Molti questa televisione “cuore in mano” la trovano insopportabile e la sfuggono. Ad altri pare palpitante. Così pare la pensi il grosso dell’intero universo femminile, con percentuali fra il 37% e il 48%, come anche i maschi dai 25 ai 44 anni (ancora figli o recenti padri). Sembra inoltre che C’è posta per te attiri a frotte ogni tipo di immigrati, nonostante il muro della diversità linguistica. Il che per un programma di parola, dove le sfumature e le allusioni contano molto, è davvero incredibile, tanto da far pensare che il dato sia distorto oppure che davvero il battito cardiaco sia un linguaggio universale.

Il plebiscito di tanto pubblico, costante di anno in anno, conferma che a tenere svegli gli spettatori intervengono tre categorie di “capitale individuale”: due ben note, patrimoniale e culturale, che distinguono tra ricchi e poveri, colti e ingenui. Terza quella del capitale affettivo, accumulato sulle “relazioni corte” che riguardano parenti, amici e vicinato.

La medesima risorsa, azzardiamo, su cui conta il format politico C’è un leader per te, che condivide e agita gli amori e gli odi, lasciando dormire in pace le teste e i portafogli.

 

 

 

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Le Tv e il 25 novembre

rai mediasetdi Stefano Balassone - Nulla si situa più all’opposto dei due pomeriggi offerti Domenica scorsa da Canale 5 e Rai 1. Sulla tv di Stato si succedevano sotto l’insegna di Da noi… a ruota libera, una serie di faccia a faccia condotti donna a donna da Francesca Fialdini. Il tema cui tutto si riconduceva era la condizione femminile, alla vigilia della giornata appositamente dedicata. Si è passati dalla Iotti immersa nella politica all’estremo opposto, con quella che si dedica tutta alla famiglia e ai figli, senza risorse proprie ed esposta al ricatto di essere mollata da un momento all’altro. Nel mezzo l’assortimento dei femminicidi contro le fidanzate ritrose, le mogli ribelli, le figlie scapestrate. Ad opera dei padri, dei mariti e dei fratelli.

Sul concorrente Canale 5 tirava tutt’altra aria, con un esempio ennesimo della tv scaldata col gossip da riciclo, dove la voce emozionata della D’Urso si scusava con Luxuria per gli insulti di qualche giorno prima a Live non è la d’Urso, che è la stessa zuppa ma di sera. Qui Vittorio Sgarbi aveva inscenato il solito casino che tutti contano rifaccia. Stavolta contro Luxuria miserella, che si è sentita definire battona subendo la conseguente furia di lui in favore di platea, di fronte a lei che si mostrava offesa e lacrimava. Mentre Canale 5 già spendeva quel pezzo di tv sui social e calcolava il profitto del suo riuso fintanto ch’era fresco. Come è, puntualmente, accaduto quattro giorni appresso.

Al tirare delle somme dell’auditel i giovani, dai più piccoli a quelli già maturi, hanno preferito di gran lunga la garanzia del trash di origine Barbara controllata, che essendo giocato sulle sparate e sugli accenti sembra già proiettato ai frammentati click del mondo social.

Mentre nel ben ordinato mondo di Rai 1 si sono ritrovate le signore più avanti negli anni, specie se residenti in Emilia&Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna, dove a quanto pare se ne infischiano dei maschi alfa da talk show e delle loro stesse vittime.

La Repubblica, Onda su onda, 26 novembre 2019

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I lunatici dell'etere

ottoemezzo gruber 350 mindi Stefano Balassone - Soft talk. Si fa un gran discutere, e non da ieri, della politica ridotta alle trovate estemporanee, a sommare ciò che vuole questo e quello, a soffiare sui fuochi in cui si imbatte solo per spingerne le fiamme altrove. Questo procedere a tentoni, senza una rotta e pensieri lunghi, va di conserva con la strana idea che il quid stia tutto nel rendere la comunicazione assai “forte ed efficace”, a prescindere da cosa e dal perché.

La nevrosi è tanto più forte nella fabbrica dei talk show politici, che per fare share devono rincorrere anche quella metà l’Italia che non vota e della politica in sé per sé non vuol sapere. Ecco così che dalla tv tracima un surplus di enfasi che trattiene per la coda dello zapping molti pronti a scegliere qualche Netflix oppure ad andarsene a dormire. Se poi aggiungi che il talk show - di intrattenimento, politico o misto – riempie a basso costo i troppi palinsesti, capisci perché siano in realtà le aziende intere della tv che gridano: “al lupo, al lupo”, a beneficio dei ricavi nel bilancio.

Fra questi lunatici dell’etere ci ha colpito che 8 e mezzo di La7 diradi la presenza dagli ospiti politici, in specie dei peones avidi di video, e tenda a somigliare a un simpatico pub che, chiuse le mescite del giorno, accoglie ogni sera i soliti avventori pronti a dire la loro circa le sorti del Paese.

La compagnia è varia di opinioni: Sallusti, Severgnini, Carofiglio, Travaglio e poi Scanzi, quello che spesso rimprovera De Angelis. Pochi altri. Sempre i soliti, ma non t’annoi perché, dagli e dagli, hai catturato il lessico di ognuno, il linguaggio dei gesti, ogni dettaglio delle espressioni portate in primo piano e, più che loro a dirti questo e quello, sei tu che ormai gli guardi dentro.
L’un verso l’altro sono cortesi quanto basta, come s’usa fra chierici di una stessa professione. E l’auditel, incredibile a dirsi, non ne soffre, suggerendo alla politica stessa che senza faccia feroce può comunque esistere. Chissà se dura.

fonte: La Repubblica, Onda su onda, 18 novembre 2019

 

 

 

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Berlusconi indagato per Costanzo!

rai mediasetdi Stefano Balassone, La Repubblica, Onda su onda, 27 settembre 2019 - Le vie delle indagini giudiziarie sono infinite e dunque non ci ha meravigliato più di tanto il Berlusconi indagato anche per l’attentato mafioso destinato a Costanzo di ritorno dal Teatro Parioli insieme con Maria De Filippi.
Era il 14 maggio 1993 e a luglio, ci sarebbero stati altri attentati che colpirono chiese e monumenti vari provocando molte vittime. E ancora prima l’Addaura, Falcone e Borsellino.

Una scia che ha cosparso di bombe la penisola, per minacciare e ottenere qualcosa dopo quel maxiprocesso di Palermo che segnava un punto di rottura col passato menage fra mafia e pezzi dello Stato. Rai Tre, dove stavamo allora, lo registro e mostrò in ogni dettaglio allo sbalordito pubblico.
Quel che è certo è che proprio in quegli anni, dietro la spinta di trasmissioni come quella di Santoro e altri fino a coinvolgere il Costanzo Show, la televisione passò da strumento di informazione e intrattenimento punto e basta a mezzo di messa a fuoco delle problematiche più gravi, girando i fari su fatti che c’erano sempre stati, ma fino allora avevano interessato solo pochi.

La tv possiede infatti, come è noto, la proprietà di intrecciare la notizia con l’emozione, mischiando insieme parole, suoni e memorie, facendo rivedere le cose e aiutando, basta volerlo, a unire i puntini fra eventi apparentemente differenti. Quindi, in poche parole, pensiamo che i mafiosi d’alto bordo abbiano fatto allora due più due concludendo che la tv fosse ormai un Potere e come tale dovesse essere costretto a scegliere tra scendere a patti o morire. E dovendo colpire era ovvio che si mirasse in alto. Come su Costanzo che rappresentava la tv che un po’ scherzando un po’ mettendola sul serio, arrivava al maggiore assortimento di persone.
Oggi la situazione in tv è molto diversa perché ogni parola detta pesa meno di quelle d’allora e la mafia eversiva sono piuttosto le Cambridge Analytica via social. Mondo in cui è difficile trovare un simbolo che valga la spesa di una bomba.

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Populismo e TV

tgla7 skytg24 tg1 tg5 300x2251di Stefano Balassone per LeftWing 11 settembre 2018 - La7 ha tenuto bordone al populismo? Lo chiedono a Lilly Gruber che devia la mira verso ”l’intero sistema dei media, dove la cosiddetta antipolitica, madre di tutti i populismi, ha trovato ampia rappresentanza”. E qui, immaginando che il riferimento sia al profluvio dei talk show, concordiamo perché sappiamo che da quelle parti si inizia, magari, volendo decifrare l’Aria che tira, ma ci si rassegna presto a mettersela in poppa. E da questo punto di vista parleremmo di affinità elettiva fra broadcaster e populismo.

Ma un divorzio potrebbe avvenire per due ordini ragioni.
La prima ragione è che gli stessi media che hanno cavalcato l’ampia e maestosa onda, saranno velocissimi a concentrarsi sullo tsunami al punto di arrivo, dove il grande NO (No Ilva, No Tav, No Tap, No Tax, No Vax, No Shopping, No Imm-migrati, etc) frantumerà il frantumabile, e si frantumerà a sua volta in separate pozzanghere. O tornerà in alto mare. Insomma, chi ha cavalcato i flussi cavalcherà anche i riflussi, perché il mestiere è il medesimo.
Ma il populismo dispone anche di una risorsa che ai mass media è negata. Si tratta della penetrazione analitica raggiungibile attraverso l’uso dei social network. Dove chi ha vista lunga e tasche profonde (perché deve avvalersi di talenti e mezzi che costano) può dare “a ciascuno il suo” infilandosi nelle “filter bubbles” (gattari, cinofili, suprematisti, filantropi, omofili, omofobi, e tutti i cercatori di anime gemelle), e retribuendo ciascun gruppo con la chiacchiera che meglio gli si confà.

E qui arriviamo alla seconda ragione del possibile divorzio fra i mass media e il populismo. Questo gode, certo, della risonanza offerta dal broadcaster che per mestiere tende a radunare folle, ma è propenso a favorire gli interessi dei sistemi (Google, Facebook, Twitter, etc) in cui non è semplice ospite (di Lilly, Barbara, Myrta, Serena, Enrico, etc), mentre tira direttamente le fila del rapporto con le mappe sociali e psicografiche della società (chiedere alle versioni nostrane di Trump, Bannon e Cambridge Analytica). Da cui, per fare un esempio, l’orientamento a smantellare le perimetrazioni del diritto d’autore (distinzioni di territorio, calendario e piattaforma tecnica), presupposto giuridico e di fatto dei palinsesti dei broadcaster, e in tal modo favorire la Rete, che con i confini di spazio e tempo ha che fare come i cavoli con la merenda.
Due ragioni, o per meglio dire, motivazioni per una dialettica che può serbare sorprese. La posta, come sempre, siamo noi (una tipica battuta populista, per concludere, ci voleva).

 

 

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La RAI d'assalto

rai logodi Vincenzo Vita da ilmanifesto.it - Attenzione al linguaggio. Ciò che sta avvenendo sulle nomine dei vertici della Rai non è una lottizzazione. Con tale termine si indicava, con qualche giusto disprezzo, la pratica dei partiti (in particolare quelli del centrosinistra degli anni settanta-ottanta) di spartirsi le postazioni di comando. Tuttavia, a parte la qualità delle persone indicate, quel metodo deprecabile seguiva un percorso: sedi di partito, commissione di vigilanza, consiglio di amministrazione. E nel tragitto succedeva pure che un nome cambiasse perché considerato inadeguato o inopportuno. Nostalgia? Niente affatto. Nel 1993 con fatica passò una legge innovativa, che toglieva lo scettro alle forze politiche per consegnarlo ai presidenti di camera e senato. Ma la legge dell’ex ministro Gasparri del 2004 abrogò il tutto. Fino al pasticcio del 2015 voluto dalla maggioranza di Matteo Renzi, che ha dato il potere tout court al governo. E, infatti, ciò che sta accadendo è figlio proprio dell’attribuzione all’esecutivo di funzioni abnormi. Contro una consolidata giurisprudenza costituzionale. Ecco perché è improprio evocare la lottizzazione. L’attuale forma del potere è un vero e proprio assalto guerresco, deciso sì e no da quattro persone e, forse, con qualche suggerimento arrivato da altri luoghi. Dopo la vicenda di Cambridge Analytica e i soprassalti filo-putiniani testi e sottotesti si complicano.

Intendiamoci, finora la decisione proveniente da palazzo Chigi riguarda i due consiglieri mancanti, dei quali uno –Fabrizio Salini, ex Fox, La7, Stand by me società che lavora con la Rai- è indicato come il nuovo amministratore delegato, e l’altro –Marcello Foa, ex de il Giornale e della società che edita il Corriere del Ticino- al momento è solo un componente del cda di viale Mazzini. Come hanno fatto notare la federazione della stampa e il sindacato dei giornalisti della Rai. Il designato Foa sarà pure proposto dai suoi colleghi come presidente, ma dovrà ottenere il gradimento dei due terzi della commissione parlamentare. Non sarà affatto una passeggiata e per lo meno intempestiva è la sicurezza esibita dalla biografia che si leggeva su Wikipedia già nel primo pomeriggio di venerdì. Il conclamato sovranismo, il giudizio sul presidente Mattarella, un certo leghismo da tifoseria come emerge da twitter non giovano certamente al profilo di una presidenza teoricamente di garanzia. Diventerà davvero presidente?

E’ sicuro, invece, che il servizio pubblico cambierà seccamente e neppure resisteranno le tradizionali rose di nomi per reti e telegiornali, costruite con troppe analogie con il passato. Ci sarà un colpo di spugna e ne vedremo delle belle. E sì, la Rai sarà non più un territorio di compensazione e di compromesso, bensì la prima fila della lotta gialloverde per l’egemonia e per il controllo sull’informazione.
Il vecchio “partito rai” è devastato e i riti del servizio pubblico cambieranno i loro breviari. Una rottura “epistemologica”, direbbe la filosofia.

 

 

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