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L'UE non aiuta...se lo fa, votano contro o s’astengono

Inutili idioti

Malvini e Seloni mindi Aldo Pirone - Finora hanno gridato all’Europa che non aiuta e non interviene. Quando lo fa, votano contro o s’astengono. I “patrioti” son fatti così. Ultimamente, più l’Ue prova a superare il suo deleterio confederalismo, mette in campo nuove risorse e abbandona i vecchi totem dell’austerità (patto di stabilità ecc.), e più i sovranisti vanno in confusione. Ieri Macron e Merkel hanno fatto una proposta importante, ancorché insufficiente: recovery fund di 500 miliardi di trasferimenti, non di prestiti com’è stato finora. E’ una proposta, ma per i soggetti da cui proviene, Francia e Germania, è importante. Almeno lo è per chi conosce la storia europea dal 1870 al 1945, dipanatasi attorno al conflitto nazionalistico franco-tedesco e che la costruzione europea doveva disinnescare in un'Unione più larga, democratica e sociale.

Ebbene che dice il nostro “bauscia” (Salvini)? “Non si capisce se c’è una Ue o decidono tutto Francia e Germania. Così il Recovery fund è dimezzato ed è solo un prestito destinato ad alcuni settori”. La “proposta” – alla quale già annunciano opposizione i “paesi frugali” di Austria, Olanda, Danimarca e Svezia – per il “ganassa” è diventata “decisione” e il “trasferimento” un “prestito”. Quanto alla quantità dello stanziamento, dovrebbe spiegare perché si è astenuto venerdì scorso sui 2000 miliardi chiesti dall’europarlamento. Poveraccio. Piuttosto, la discussione dei 27 su questa proposta sarà dura, sia per farne accettare la modalità di prestito sia per allargarne la quantità secondo quanto richiesto dall’europarlamento. E sarà dura perché in quella sede si decide all’unanimità.

Dal canto suo la concorrente di Salvini, Giorgia Meloni, nota “patriota” italiana, non ci ha capito nulla e, come ubriaca, dice che Conte e Di Maio sono stati utilizzati come “utili idioti” da Macron. Aver avuto l’assenso dalla Merkel per 500 miliardi di cui l’Italia dovrebbe beneficiare per molta parte, perché saranno distribuiti secondo le necessità e su progetti ben precisi, non la smuove dal suo antieuropeismo d’accatto. Preferirebbe che l’Italia affondasse priva di ogni aiuto europeo pur di abbattere il governo Conte. Non capisce, inoltre, che è la Germania che si è smarcata dai “paesi frugali”, non la Francia da quelli del sud i quali, infatti, apprezzano, come, d’altro canto, Ursula Von Der Leyen che il 27 prossimo dovrebbe presentare la proposta complessiva della Commissione europea sul recovery fund.

Insomma, un’idiota e manco utile.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Una babele di lingue biforcute

Il Totem

mes 390 mindi Aldo Pirone - Se uno vuole avere una visione della cialtroneria imperante nell’informazione e nella politica italiana, basta che segua gran parte del dibattito di questi giorni sul Mes e sulle proposte di parziale modifica che l’eurogruppo ha fatto ai 27 capi di governo della Ue. Una cacofonia di linguaggi propagandistici senza capo né coda, ma tutti molto assertivi. Trovare il testo integrale del comunicato finale dell’eurogruppo sui mass media, dove, tuttavia, su di esso pontificano da giorni fior di esperti economici, commentatori del nulla e politici a fiuto, per avere contezza di cosa in effetti abbiano deciso i rappresentati dei 19 paesi aderenti all’euro, è come sprofondare nel classico pagliaio cercandovi il proverbiale ago che, infatti, non si trova perché non c’è.

Lasciamo stare i clowneschi leader della destra, Meloni e Salvini, che sul Mes hanno detto più falsità e bugie di quante possa contenerne un cargo transoceanico. Ma anche nel campo del centrosinistra e del governo mica si scherza. La cosa più falsa che agitano i grillini, per esempio, è quella di presentare le cose come se il governo Conte dovesse decidere se avvalersi del Mes così com’è, o meno. Cosa che non è. Neanche il governo Monti, in verità, si avvalse del Mes per non avere la Troika (Fmi, Bce, e Commissione europea) in casa. Quella che poi, eterodiretta dalla Merkel, mise piede in Grecia, con i risultati che tutti abbiamo visto e di cui gli stessi troikisti si sono successivamente pentiti, piangendo calde lacrime di coccodrillo. A salvarci dallo spread stellare innescato dal predecessore di Monti, Berlusconi, fu la Bce di Draghi con il quantitative easing. Non a caso, l’unica grande istituzione economica e finanziaria europea che decide a maggioranza, andando oltre l’unanimismo confederale della Ue.

Per rendermi conto tra tanta babele di lingue biforcute che cosa avesse veramente deciso l’eurogruppo sul Mes ho cercato in rete il testo del comunicato finale che consta di ben 23 punti. Al punto 16 si dice tra l’altro: «Proponiamo di istituire un sostegno di crisi pandemica, basato sull'esistente precauzione ECCL linea di credito e adattata alla luce di questa specifica sfida, quale garanzia pertinente per gli Stati membri dell'area dell'euro colpiti da questo shock esterno. Sarebbe disponibile per tutti gli Stati membri dell'area dell'euro durante questi periodi di crisi, con condizioni standardizzate concordate in anticipo dagli organi direttivi del MES, che riflettano le sfide attuali, sulla base di valutazioni anticipate da parte delle istituzioni europee. L'unico requisito per accedere alla linea di credito sarà che gli Stati membri dell'area dell'euro che richiedono assistenza si impegnino a utilizzare questa linea di credito per sostenere il finanziamento interno dell'assistenza sanitaria diretta e indiretta, i costi relativi alla cura e alla prevenzione dovuti alla crisi COVID 19. Seguiranno le disposizioni del Trattato MES. L'accesso concesso sarà il 2% del PIL del rispettivo membro alla fine del 2019, come parametro di riferimento. Con un mandato dei leader, ci impegneremo a rendere questo strumento disponibile entro due settimane, nel rispetto delle procedure nazionali e dei requisiti costituzionali. La linea di credito sarà disponibile fino alla fine della crisi di COVID 19».

Il timore di alcuni (Travaglio) è che questa linea di credito senza condizioni possa essere in seguito sottoposta alle norme iugulatorie previste dal Trattato Mes. Altri (Fassina) ritengono la cosa addirittura inevitabile. Insomma, sarebbe una trappola e una truffa insieme, riducendo l’intento solidaristico dell’Europa a una specie di gioco delle tre carte. Nel comunicato dell’eurogruppo si nota una frasetta: “Seguiranno le disposizioni del Trattato MES”. Potrebbe significare che gli Sati che si avvalessero di quest'aiuto specifico e incondizionato dovranno poi seguire ciò che prevede il Mes in generale, oppure, come a me pare, che per rendere effettiva la incondizionalità riferita all’obiettivo di utilizzare l’aiuto in campo sanitario per fronteggiare il covid 19, si dovranno modificare le “disposizioni” del Trattato Mes.

Come che sia, se l’intento non è quello di parlare a vanvera ritrovandosi al seguito di Salvini e Meloni, ma di sconfiggere eventuali intenti truffaldini allora è su questo che bisogna puntare l’attenzione con le dovute proposte e osservazioni, per portare a casa in sicurezza 37 miliardi per la nostra sanità di cui abbiamo estremo bisogno. Stasera a mettere ordine nella cacofonia del centrosinistra è arrivato il Presidente Conte: “Parlo da premier e da avvocato – ha detto su facebook - Se vi saranno condizionalità o meno lo giudicheremo alla fine. E solo allora potremo valutare se il Mes è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l'ultima parola". Ottimo metodo e ottimi propositi.

Certo, non è qui e su questo la svolta che si chiede all’Europa. Su ben altre grandezze economiche e su ben altri strumenti dovranno prendere decisioni definitive i capi di governo dei 27 paesi aderenti all’Ue il 23 aprile prossimo. Papa Bergoglio gliel’ha ricordato due giorni fa: «Oggi l’Unione Europea – ha detto - ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative». I

l Mes non è fra queste ultime, e il fatto di farne una specie di totem mettendolo al centro dello scontro e del confronto politico, per altro propagandistici e confusi, dentro il campo del centrosinistra, di quello progressista e della maggioranza di governo è, per citare Fouché, “peggio di un delitto, è un errore politico".

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La UE, il virus e la mucca pazza

Questa è oggi la UE

Blu tongue ulcerated lip nares 350 260Domanda: Il «coronavirus non pone il problema di un coordinamento dell’azione europea contro le pandemie?» Risposta (del presidente del Parlamento europeo): «Abbiamo una capacità di risposta comune per le crisi veterinarie, come quella della mucca pazza. Non l’abbiamo sulla salute delle persone».
Eccola qua la bella Europa solidale e socialista sognata da Altiero Spinelli: una burocratica costruzione padronale, che ai fini del profitto e dell’equilibrio monetario dei più forti tutela la salute delle bestie (con rispetto parlando per le prosperose mucche olandesi), ma non quella degli esseri umani e il loro lavoro.
Questa è oggi la UE: un mostriciattolo dal volto disumano, che nulla ha a che vedere con l’Europa dei popoli e dei lavoratori.

nuvola rossa

 

 

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Per il rispetto della memoria e della storia

Andy Warhol Falce e Martello 350 minAppello all'Europarlamento. Le giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista

La risoluzione del Parlamento europeo approvata a grande maggioranza il 19 settembre scorso, su «importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», è un atto politico e culturale sbagliato e da respingere con forza.

In primo luogo va detto che non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia.

Questo è un compito che va lasciato al libero confronto tre le diverse interpretazioni e opinioni, alla ricerca degli studiosi. Un uso della storia che voglia imporre una determinata visione dei principali eventi del secolo scorso per farne armi per la battaglia politica immediata non dovrebbe avere cittadinanza in una vera democrazia.

In secondo luogo, le affermazioni riguardanti la storia del Novecento presenti nella risoluzione contengono errori, forzature e visioni unilaterali che sono inaccettabili.

Vi si afferma che il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Si omette così qualsiasi riferimento al colpevole comportamento delle democrazie liberali di fronte alla politica espansionistica nazifascista, che data almeno dall’invasione dell’Etiopia (1935) e dalla guerra di Spagna scatenata dal generale Franco (1936), e proseguita con il “diktat di Monaco” (1938) e il conseguente smembramento della Cecoslovacchia non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria. E non va dimenticata la annessione dell’Austria (Anschluss) avvenuta l’11 marzo del 1938.

La storia ci insegna che l’Unione Sovietica cercò a lungo una intesa con Francia e Regno Unito in funzione antitedesca, e si decise a un accordo con la Germania (al fine di rimandare il pur inevitabile attacco nazista) solo quando fu chiaro che tale intesa era impossibile, anche per l’opposizione della classe dirigente polacca guidata dal dittatore di destra Piłsudski e alleata di Francia e Regno Unito.

Inoltre la risoluzione non fa cenno all’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti stesse dell’Europa e dell’umanità, dato sia dall’Unione Sovietica (oltre 25 milioni di morti), sia da chi, ovunque in Europa e nel mondo, spesso guidato dagli ideali e dai simboli delle varie correnti del movimento comunista internazionale, si oppose alle truppe hitleriane e ai loro alleati. Si dimentica così che Antonio Gramsci, oggi tra gli autori più letti e studiati in tutto il mondo, morto per volontà del fascismo, era un dirigente e teorico comunista. Si riesce a nominare Auschwitz senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio.

O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo, dando un contributo di primo piano alla sua sconfitta e alla rinascita in quei paesi di una democrazia costituzionale e alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose. Per non parlare del decisivo apporto che Stati e idealità comuniste diedero nel Novecento alla liberazione di interi popolo dal giogo coloniale e a volte dalla schiavitù.

Ricordare questi dati di fatto, che la mozione colpevolmente omette, non significa ignorare e tacere sugli aspetti più condannabili di ciò che generalmente si chiama “stalinismo”, sugli errori e sugli orrori che vi furono anche in quel campo.

Essi però non possono cancellare una differenza di fondo: mentre il nazifascismo, nel dare vita a una spietata dittatura e nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato, le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi, i regimi comunisti prima e dopo la guerra, allorquando si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà, tradirono gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto.

La qual cosa deve produrre domande, riflessioni e indagini, ma – congiuntamente al contributo dato dai militanti e dall’Urss alla sconfitta del nazifascismo – non permette in alcun modo l’equiparazione di nazismo e comunismo che è al centro della risoluzione del Parlamento europeo, né l’identificazione, più volte fatta dalla mozione, di comunismo e stalinismo, vista la grande varietà di correnti ideali ed esperienze politiche a cui il primo ha dato vita.

Queste falsificazioni e omissioni non possono essere assunte come base di una «memoria condivisa» e tantomeno diventare base di un programma comune di insegnamento della storia nelle scuole, come la mozione auspica.

Non può divenire la piattaforma di una «Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari», quale la mozione chiede. Né fornire la motivazione per la rimozione «di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.)» che, con la scusa della lotta a un indistinto totalitarismo, invita in realtà a cancellare limpide pagine della storia di chi contribuì col proprio sacrificio a battere il nazifascismo.

Si afferma che la mozione del Parlamento europeo contiene inevitabili compensazioni atte a far passare anche una affermazione di volontà di lotta al «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza».

Ma queste giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista. I popoli d’Europa non lo devono permettere.

PRIMI FIRMATARI:
Guido Liguori
Maurizio Acerbo
Walter Baier
Maria Luisa Boccia
Luciana Castellina
Paolo Ciofi
Davide Conti
Enzo Collotti
Maria Rosa Cutrufelli
Paolo Favilli
Paolo Ferrero
Eleonora Forenza
Nicola Fratoianni
Citto Maselli
Ignazio Mazzoli
Lidia Menapace
Massimo Modonesi
Roberto Morea
Roberto Musacchio
Pasqualina Napoletano
Rosa Rinaldi
Bianca Pomeranzi
Aldo Tortorella
Per adesioni:

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UE voto 2019. Lina Novelli, Sindaca candidata del PD

lina novelli 2 ridimensionato minA differenza della fine del '900 oggi l'UE è percepita come responsabile delle condizioni di crisi che colpiscono i ceti più deboli dei paesi europei. Si può correggere questa percezione, come?

Si, la percezione è cambiata notevolmente e oggi il sentimento antieuropeo è cresciuto molto.
Purtroppo dopo l’entrata in vigore dell’Euro è mancata la costruzione di una vera sovranità politica europea capace di guidare uno sviluppo equilibrato e sostenibile con le scelte più adeguate per favorire la crescita e l’inclusione sociale.
Moltissimo c’è da fare per riavvicinare L’Europa ai tanti cittadini della comunità, a cominciare da un cambiamento vero e profondo delle politiche che hanno prodotto questa rottura tra popoli e istituzioni. Cambiamento che certo non può essere rappresentato dai sovranisti e dai nazionalisti perché l’Europa ha già conosciuto i nazionalismi quando questi sono stati la causa dei conflitti più gravi della storia dell’umanità.
Ciò che serve è riavvicinare l’Europa ai bisogni veri dei cittadini con istituzioni rinnovate e più rappresentative della volontà popolare. Noi proponiamo di lavorare alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa dove i cittadini che votano lo fanno per scegliere sia il parlamento e sia il governo dell’Unione.

 

Qual è a suo parere la critica più fondata e quale correzione principale andrebbe introdotta?

La critica più fondata è che l’Europa è apparsa via via più distante dalla vita materiale di milioni di cittadini. E il problema principale, almeno di questi ultimi dieci anni, è stata la cosiddetta “austerity” che ha imprigionato molti paesi dell’Unione alle più rigide regole di bilancio senza avere la possibilità di investire risorse per la crescita economica e occupazionale e reagire alla crisi del 2007-2008.
Adesso, più che mai, ciò che serve è il ritorno a politiche più espansive che aumentino le opportunità per i cittadini, per le imprese e per i territori. Bisogna rimettere al centro il lavoro e lo sviluppo sostenibile.

 

In questa situazione qual è il punto di forza del programma del PD? Ha in sé le proposte perché la voce dei popoli pesi nella giusta misura sulle decisioni legislative del Parlamento europeo?

IL PD propone un’Europa riformata e democratica come strumento essenziale per superare le disuguaglianze, perseguire la giustizia fiscale, affrontare le minacce dei cambiamenti climatici, gestire i flussi migratori e garantire la sicurezza per tutti i cittadini europei.
In un’Europa veramente democratica il Parlamento, che rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione, e il Consiglio, che rappresenta gli Stati, devono essere sullo stesso piano. Il principio della co-decisione sugli atti legislativi, oggi in vigore su molte materie, deve essere esteso a tutte le materie proprio per realizzare la pari dignità tra la voce dei cittadini e quella dei governi.
In ogni caso il prossimo Parlamento Europeo deve promuovere una profonda riforma costituzionale dell’Unione Europea.

 

Secondo lei dovrebbe concludersi l'esperienza della Commissione europea per fare posto a pieni poteri del Parlamento UE?

Chiedere, come noi facciamo, una riforma costituzionale dell’Europa significa innanzitutto voler semplificare e rendere più efficienti le istituzioni europee. Avere insieme la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, entrambi in rappresentanza dei governi degli Stati, è qualcosa che deve necessariamente essere superata per lasciare il posto ad un limpido confronto tra Parlamento europeo e Governo europeo.

 

Dopo Greta Thunberg, l'UE dovrebbe legiferare per aumentare le normative ambientali destinate alle imprese al fine di ridurre le emissioni di diossido di carbonio e gli sversamenti di inquinanti nei fiumi?

L’iniziativa ‘Fridays for future’ di Greta, sostenuta da milioni di giovani in tutto il mondo, impone una significativa attenzione alle tematiche ambientali. Nella lotta ai cambiamenti climatici non si può e non si deve perdere altro tempo perché è ormai un’emergenza e una priorità.
Secondo noi, in materia di emissioni, si deve rivedere il pacchetto clima-energia per giungere al dimezzamento delle emissioni nel 2030 e a zero emissioni nette nel 2050. Inoltre, serve un piano straordinario con il quale l’UE dovrà essere capace di mobilitare 290 miliardi di Euro per la completa decarbonizzazione del sistema energetico europeo.
Per quanto riguarda gli sversamenti di inquinanti nei fiumi, si tratta di veri e propri reati ambientali che vanno perseguiti come prevede la legge italiana introdotta nella precedente legislatura e meglio conosciuta come “legge sugli ecoreati”. La legge italiana fa seguito ad una direttiva europea del 2008, proprio in materia di reati ambientali.

 

Il rapporto Europa territori, in termini di ascolto e risposta ai disagi e nuove esigenze può offrirsi a nuove opportunità ed esperienze, in che modo principalmente?
E’ necessaria una nuova visione per i territori, le città e le periferie affinchè nessuno resti indietro. Noi, per esempio, pensiamo che i fondi di coesione devono diventare sempre di più il centro di una politica attiva contro la povertà e le disuguaglianze, a cominciare dalle aree più deboli. Nella prossima programmazione europea serviranno almeno 5 miliardi di Euro per le aree urbane e per i piccoli comuni che soffrono lo spopolamento e la perdita di servizi essenziali.
La mia esperienza di Sindaco di un piccolo comune, Canino, che si mette in gioco in una competizione di ambito sovranazionale vuole proprio rappresentare una domanda di partecipazione forte dei territori alle scelte fondamentali dell’UE. Ma rappresenta anche la consapevolezza che i territori devono sapersi organizzare per essere all’altezza della sfida europea e coglierne tutte le opportunità. I territori, le comunità locali, devono fare rete se vogliono dire la loro ed essere ascoltati. In Europa vincono le reti, e noi dobbiamo accettare questa sfida se vogliamo veramente realizzare un salto di qualità.

 

 

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UE voto 2019. "La Sinistra" nelle parole di Nicola Fratoianni

nicolafratoianni 350 minNadeia De Gasperis (video) - Abbiamo intervistato Nicola Fratoianni, candidato con La Sinistra alle prossime elezioni europee nel collegio di centro, Lazio, Marche, Umbria, Toscana, incontrandolo presso il Grid di Frosinone, dopo che a Cassino aveva ascoltato lavoratori e cittadini. È stata l’occasione per affrontare temi strettamente legati al nostro territorio, come disoccupazione, Valle del Sacco e Certosa di Trisulti.

Una opportunità per ribadire l’urgenza di invertire la tendenza delle politiche di privatizzazione, di fare dell’ambiente e della sua bonifica una occasione per rivedere totalmente il nostro stile di vita, di incentivare la ricerca, e di fare, per esempio, della bonifica dei SIN una occasione di lavoro per tutti. Fratoianni ha ribadito che per dirsi di sinistra non basta solo dichiararlo ma fare scelte controtendenza e portarle avanti senza risparmiarsi, redistribuire i redditi, concentrati nelle mani di pochi, diminuire l’orario di lavoro e salari più equi, ritornare all’articolo 18, creare un nuovo modello di sviluppo per meridione e aree interne abbandonate. Basterebbe tagliare i fondi alle fonti fossili per dare una risposta concreta all’appello di Greta Humbert, e dei milioni di ragazzi che hanno accolto il suo monito, senza tanti salamelecchi, in un passaggio parlamentare che costerebbe pochissimo sforzo ma che è stato avanzato solo da Loredana De Petris.

Se la sinistra ha vinto in Spagna lo ha fatto, non solo perché unita contro i nazionalismi ma perché ha progettato di ricostruire il tessuto sociale a partireFratojanni Maddalena 350 min dalla edilizia popolare, un tema, quello dell’abitare, che in Italia è una emergenza sociale e ingenera una guerra tra poveri.

Il modo in cui le istituzioni si confrontano con le periferie genera razzismo, che vede come prime vittime gli immigrati. Quegli immigrati per i cui diritti vale la pena battersi sempre e con forza a discapito di qualche voto mancato. A proposito di migranti bisognerebbe fare la conta magari di quanti ragazzi lasciano l’Italia perché altrimenti costretti a svendere il loro talento. Una sinistra, che voglia essere riconosciuta come tale, deve farsi promotrice senza reticenze, di tassare i patrimoni alti. Una sinistra che non deve più essere confusa con le politiche del PD, che vedono l’immigrazione porre un problema di democrazia, che affrontano la crisi parlando di tagli al sociale. Una sinistra che inizi a RI-conoscersi, sicura di ritrovarsi nelle stesse istanze, per le stessi ragioni, quelle degli ultimi.

 

Video: Nadeia De Gasperis intervista Nicola Fratoianni

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La farsa è finita. Comincia la lotta per un'altra Europa

parlamento europeo europa 350 260 minLa paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e poi a ratificare decisioni prese da altri in altre sedi: un colpo duro alla democrazia. Sia perché il cosiddetto governo del cambiamento nella sostanza non ha cambiato un bel niente, limitandosi ad applicare i dispositivi stabiliti in sede europea. Secondo i quali, una volta garantito l’equilibrio monetario del sistema con la valuta unica, e fissati i parametri relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico, a tutto il resto provvede il mercato. L’occupazione, il salario, la tutela della natura, i diritti sociali e civili, ossia l’intera condizione umana, ridotti a varabili dipendenti dal mercato. Questa è la scelta. La sovranità del mercato, vale a dire del capitale, non è stata minimamente contrastata.

 

Tutto ciò impone una svolta radicale. L’esigenza di progettare un’alternativa programmatica e di movimento allo stato di cose presente, in grado di raccogliere con proposte concrete il malessere e il disagio sempre più diffusi, è diventata pressante in tutta Europa. Ed è indispensabile per contrastare con efficacia le crescenti spinte nazionalistiche e fascistiche. Detto in estrema sintesi: all’Europa della finanza e dei mercati, quale è attualmente la UE, occorre contrappore non il ripiegamento nazionalista, ma un’altra idea d’Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

 

Oggi la UE è l’espressione tecnico-politica del dominio del capitale. E al tempo stesso un campo di battaglia in cui si contrastano le grandi multinazionali del capitalismo finanziario digitalizzato, e in cui gli Stati più forti dettano legge su quelli più deboli. Alla sovranità del mercato per il tramite della moneta unica hanno corrisposto la distruzione dei diritti sociali, a cominciare dal diritto al lavoro, e la crisi dell’intero sistema del welfare. Le lavoratrici e i lavoratori, donne e uomini, giovani e anziani, migranti e autoctoni, sono posti in concorrenza e in lotta tra loro per il salario, per l’occupazione, per le più elementari condizioni di sussistenza. La divisione delle persone che per vivere devono lavorare è dunque fattore costitutivo della UE: una situazione insostenibile che rende l’Unione una costruzione fragile e incerta, e spinge il Vecchio Continente in una posizione gregaria e subalterna nel nuovo ordine geopolitico che si profila nel mondo.

 

È stato distrutto, per iniziativa delle stesse socialdemocrazie, il compromesso tra capitale a e lavoro. Di conseguenza, private di rappresentanza e di organizzazione politica le classi lavoratrici del nostro tempo, è entrato in crisi l’intero impianto democratico costruito in Europa dopo l’abbattimento del nazifascismo. In radicale contrapposizione non solo con la Costituzione italiana che fonda sul lavoro i principi di uguaglianza e libertà, ma anche con il tradizionale Stato di diritto d’impianto liberale, non più in grado di reggere l’urto di una oligarchia di proprietari universali. I quali usano le innovazioni scientifiche e tecnologiche per rafforzare il loro potere, diffondendo le più aberranti forme di sfruttamento degli esseri umani e della natura, e di dominio sul genere femminile.
 
In tali condizioni la principale questione politica e sociale che si pone in Europa è quella di far crescere la cooperazione e l’unità solidale tra le lavoratrici e i lavoratori, tra tutti coloro i quali subiscono le conseguenze distruttive della crisi. Mettendo in campo una prospettiva che rovesci le tendenze attuali e faccia avanzare un’altra idea d’Europa in grado di contrastare le cause della povertà e dei movimenti migratori, ridefinendo i principi di uguaglianza e di libertà. Perciò è irrinunciabile una piattaforma programmatica europea, che muovendo da tre presupposti cardinali – il protagonismo della classe lavoratrice, la differenza di genere, la tutela della natura e dell’ambiente storico-culturale – metta al centro alcune scelte discriminanti, come quelle che seguono.
 
-La transizione ecologica integrale della base economica e dei servizi, in modo da assicurare, insieme a un’equilibrata riproduzione della natura, una vita dignitosa per tutti e per tutte. Ciò che comporta la definizione di un piano per l’occupazione e la qualificazione del lavoro, rivolto in particolare al lavoro di cura, alla tutela dei beni ambientali e culturali, alla messa in sicurezza dei territori e al risanamento delle periferie urbane.
-La promozione programmata dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e all’elevazione culturale della popolazione, assicurando l’istruzione gratuita fino al livello superiore e per i meritevoli fino all’università.
-L’aumento dei salari e degli stipendi in modo da elevare il livello di vita per tutti i residenti, a parità di condizioni tra donne e uomini per pari lavoro, e contrastando sistematicamente i lavori precari.
-La fissazione di standard comuni in Europa per le tutele sanitarie e previdenziali e per la tutela della maternità, corredati di adeguati servizi in modo da contrastare il calo delle nascite e la mortalità infantile. Assicurando al tempo stesso in tutta Europa il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza.
 
La nuova Europa deve dare attuazione al diritto al lavoro e all’insieme dei diritti sociali e civili. A tal fine andrebbe ripreso e ripensato il progetto di un’Europa federale contenuto nel Manifesto di Ventotene, dove è scritto che la «rivoluzione europea» «dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici».
 
Le scelte sopra indicate comportano l’eliminazione dei paradisi fiscali, il controllo e la tassazione sui movimenti dei capitali, la separazione delle banche commerciali dalle banche d’investimento come premessa per la tutela del risparmio. Nonché un vero e proprio rivoluzionamento dei sistemi fiscali secondo i criteri della progressività in base al principio che chi più ha più paga; dell’introduzione dell’imposta sui grandi patrimoni (con esonero della casa d’abitazione); della lotta senza quartiere all’evasione e all’elusione fiscale.
 
C’ è bisogno di un’Europa né antirussa né antiamericana, porta aperta sul Mediterraneo e sul mondo, ordinata al fine della coesistenza pacifica tra i popoli e al disarmo generale, e quindi al ripudio della guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. Un’Europa che, costruendo su nuove basi la rappresentanza e l’organizzazione politica delle classi subalterne, si fondi sull’espansione di una democrazia progressiva in cui la centralità del Parlamento si coniughi con la partecipazione dei corpi intermedi e con inedite forme di democrazia diretta.
 
Per la costruzione di una nuova Europa può venire dall’Italia un duplice contributo: portando nel Continente i principi universali della nostra Costituzione e lottando in Italia per l’attuazione di tali principi.
 
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
 
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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

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“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
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Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
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Europa matrigna? Anche no! Vedi l'Ambiente.

bruxelles parlamento europeodi Francesco Garofani - L’Europa unita rimane una grande idea e fin qui è riuscita a garantire molti decenni di pace al vecchio continente, dopo secoli di guerre. E questo nonostante le classi dirigenti e le élite burocratiche europee dell'ultimo trentennio abbiano dedicato più energie alla moneta unica che non alla costruzione dell’unità politica.

Negli ultimi anni, precisamente dall'esplodere della crisi più pesante del secondo dopoguerra e forse dell’età moderna, però, il difficile equilibrio del compromesso europeo ha subito due forti scosse che hanno finito per alimentare l’anti europeismo e l’euro scetticismo: le politiche di austerity e quelle migratorie.

Le prime concentrate sul debito pubblico hanno finito per coinvolgere negativamente l’economia reale fino a compromettere la coesione sociale. Le seconde - in presenza di un moto migratorio di dimensioni epocali che di certo non si arresterà ora davanti alle ricette securitarie di alcuni Stati- hanno deciso che ad occuparsi dei confini dell’EU rimanessero da sole Spagna, Grecia ed Italia come se ancora si trattasse dei vecchi confini nazionali.

Questo ha alimentato quello che tutti chiamiamo di continuo, purtroppo senza troppi distinguo, sovranismo o populismo.

Ma l’Europa non è solo questo.

Si potrebbe parlare di molti campi in cui l’Europa si è rivelata utile alle genti europee, ma qui prendo ad esempio solo i temi del riscaldamento globale e dei conseguenti cambiamenti climatici, e più in generale dell’ambiente.

In questi ambiti l’UE ha fatto bene e continua a fare bene, al netto di alcune critiche particolari, anche condivisibili, che tuttavia non sono in grado di alterare il giudizio generale positivo.

Ad esempio in materia di salvaguardia ambientale la VIA, la valutazione di impatto ambientale, è nata con una direttiva comunitaria del 1985, anche se noi l’abbiamo introdotta solo nel 1996. Il che non vuol dire aver risolto i problemi, ma solo che grazie alla VIA e alle successive evoluzioni legislative e ai nuovi strumenti è più difficile inquinare rispetto a prima.

Anche in tema di rifiuti e discariche la disciplina si avvia in sede europea. La prima direttiva arriva nel 1975, noi la recepimmo nel 1982. Una seconda direttiva arriva nel 91, noi la recepimmo nel 1997 con il decreto Ronchi. Tra luci e ombre, d’allora la materia dei rifiuti nel nostro paese ha iniziato ad uscire dal medioevo.

Il 4 luglio scorso per sostenere la politica di transizione verso "economiacircolare" - cioè il nuovo paradigma che, se davvero si vuole tener conto dei cambiamenti climatici, della esiguità delle risorse e dalla difesa dell'ambiente, è necessario assumere fino in fondo per passare dal concetto di rifiuto a quello di risorsa - sono entrate in vigore le nuove 4 direttive europee che modificano le sei precedenti in materia di rifiuti, imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile. Alcuni degli obiettivi di riciclaggio in esse previsti sono: per i rifiuti urbani il 55% entro il 2025, il 60% entro il 2030 e il 65% entro il 2035; rifiuti in discarica fino ad un massimo del 10% entro il 2035; per il riciclaggio degli imballaggi il 65% entro il 2025 e il 70% entro il 2030; mentre i rifiuti tessili e rifiuti pericolosi delle famiglie dovranno essere raccolti separatamente dal 2025. Gli stati membri hanno tempo fino al 2020 per recepire tali direttive.

Anche per questo argomento non voglio dire che abbiamo risolto i problemi, ma solo che le regole esistono e producono già i loro effetti: si pensi soltanto all'innalzamento della percentuale di raccolta differenziata figlio diretto del recepimento delle direttive europee di questi anni.

Molto c'è ancora da fare, come la cronaca quotidiana di masse di rifiuti per le strade delle città e di incendi nei capannoni di raccolta della plastica dimostra. Ma queste ed altre deficienze sono attribuili solo alla miopia delle classi politiche, soprattutto regionali, alla criminalità e alla scarsa sensibilità di pochi singoli.

Anche in tema di "cambiamentoclimatico" il ruolo dell’Europa è stato determinante nel decennio scorso con i famosi obiettivi 20-20-20 al 2020 - cioè riduzione del 20% dell’emissioni in atmosfera rispetto al 2005, 20% di penetrazione delle rinnovabili nei consumi finali di energia e 20% di riduzione dei consumi di energia - con i quali il vecchio continente si è candidato ad assumere la leadership nella lotta al riscaldamento globale.

Oggi sono in discussione i Piani nazionali energia e clima figli del nuovo quadro di obiettivi che l’UE si è data per il 2030. Quadro che rafforza ancor più il ruolo di driver mondiale che l’Europa già ha nella lotta ai gas serra. Si tratta dei cosiddetti obiettivi 40-32-32,5, cioè meno 40% di emissioni di CO2 rispetto al 1990, più 32% di penetrazione delle rinnovabili e un più 32,5% di efficienza energetica.

Penso, in conclusione, che tali questioni vadano tenute presenti nel giudicare l’Europa il prossimo maggio in occasione delle elezioni per il nuovo Parlamento europeo, dal momento che, senza troppe distinzioni tra le diverse generazioni, gli italiani si dichiarano in grandissima parte favorevoli alla lotta al cambiamento climatico e alla difesa dell’ambiente. Materie e questioni, queste, sulle quali è sicuramente necessario fare di più, perché determinanti per la sopravvivenza della specie umana più che del pianeta, e che, però, senza l'Europa di questi anni sarebbero rimaste relegate al livello nazionale, con il rischio concreto di essere affrontate anche in modo blando o non integrato. Come ad esempio accade oggi negli USA di Trump.

15 novembre 2018

 

 

 

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