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Per il rispetto della memoria e della storia

Andy Warhol Falce e Martello 350 minAppello all'Europarlamento. Le giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista

La risoluzione del Parlamento europeo approvata a grande maggioranza il 19 settembre scorso, su «importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», è un atto politico e culturale sbagliato e da respingere con forza.

In primo luogo va detto che non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia.

Questo è un compito che va lasciato al libero confronto tre le diverse interpretazioni e opinioni, alla ricerca degli studiosi. Un uso della storia che voglia imporre una determinata visione dei principali eventi del secolo scorso per farne armi per la battaglia politica immediata non dovrebbe avere cittadinanza in una vera democrazia.

In secondo luogo, le affermazioni riguardanti la storia del Novecento presenti nella risoluzione contengono errori, forzature e visioni unilaterali che sono inaccettabili.

Vi si afferma che il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Si omette così qualsiasi riferimento al colpevole comportamento delle democrazie liberali di fronte alla politica espansionistica nazifascista, che data almeno dall’invasione dell’Etiopia (1935) e dalla guerra di Spagna scatenata dal generale Franco (1936), e proseguita con il “diktat di Monaco” (1938) e il conseguente smembramento della Cecoslovacchia non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria. E non va dimenticata la annessione dell’Austria (Anschluss) avvenuta l’11 marzo del 1938.

La storia ci insegna che l’Unione Sovietica cercò a lungo una intesa con Francia e Regno Unito in funzione antitedesca, e si decise a un accordo con la Germania (al fine di rimandare il pur inevitabile attacco nazista) solo quando fu chiaro che tale intesa era impossibile, anche per l’opposizione della classe dirigente polacca guidata dal dittatore di destra Piłsudski e alleata di Francia e Regno Unito.

Inoltre la risoluzione non fa cenno all’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti stesse dell’Europa e dell’umanità, dato sia dall’Unione Sovietica (oltre 25 milioni di morti), sia da chi, ovunque in Europa e nel mondo, spesso guidato dagli ideali e dai simboli delle varie correnti del movimento comunista internazionale, si oppose alle truppe hitleriane e ai loro alleati. Si dimentica così che Antonio Gramsci, oggi tra gli autori più letti e studiati in tutto il mondo, morto per volontà del fascismo, era un dirigente e teorico comunista. Si riesce a nominare Auschwitz senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio.

O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo, dando un contributo di primo piano alla sua sconfitta e alla rinascita in quei paesi di una democrazia costituzionale e alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose. Per non parlare del decisivo apporto che Stati e idealità comuniste diedero nel Novecento alla liberazione di interi popolo dal giogo coloniale e a volte dalla schiavitù.

Ricordare questi dati di fatto, che la mozione colpevolmente omette, non significa ignorare e tacere sugli aspetti più condannabili di ciò che generalmente si chiama “stalinismo”, sugli errori e sugli orrori che vi furono anche in quel campo.

Essi però non possono cancellare una differenza di fondo: mentre il nazifascismo, nel dare vita a una spietata dittatura e nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato, le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi, i regimi comunisti prima e dopo la guerra, allorquando si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà, tradirono gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto.

La qual cosa deve produrre domande, riflessioni e indagini, ma – congiuntamente al contributo dato dai militanti e dall’Urss alla sconfitta del nazifascismo – non permette in alcun modo l’equiparazione di nazismo e comunismo che è al centro della risoluzione del Parlamento europeo, né l’identificazione, più volte fatta dalla mozione, di comunismo e stalinismo, vista la grande varietà di correnti ideali ed esperienze politiche a cui il primo ha dato vita.

Queste falsificazioni e omissioni non possono essere assunte come base di una «memoria condivisa» e tantomeno diventare base di un programma comune di insegnamento della storia nelle scuole, come la mozione auspica.

Non può divenire la piattaforma di una «Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari», quale la mozione chiede. Né fornire la motivazione per la rimozione «di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.)» che, con la scusa della lotta a un indistinto totalitarismo, invita in realtà a cancellare limpide pagine della storia di chi contribuì col proprio sacrificio a battere il nazifascismo.

Si afferma che la mozione del Parlamento europeo contiene inevitabili compensazioni atte a far passare anche una affermazione di volontà di lotta al «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza».

Ma queste giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista. I popoli d’Europa non lo devono permettere.

PRIMI FIRMATARI:
Guido Liguori
Maurizio Acerbo
Walter Baier
Maria Luisa Boccia
Luciana Castellina
Paolo Ciofi
Davide Conti
Enzo Collotti
Maria Rosa Cutrufelli
Paolo Favilli
Paolo Ferrero
Eleonora Forenza
Nicola Fratoianni
Citto Maselli
Ignazio Mazzoli
Lidia Menapace
Massimo Modonesi
Roberto Morea
Roberto Musacchio
Pasqualina Napoletano
Rosa Rinaldi
Bianca Pomeranzi
Aldo Tortorella
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UE voto 2019. Lina Novelli, Sindaca candidata del PD

lina novelli 2 ridimensionato minA differenza della fine del '900 oggi l'UE è percepita come responsabile delle condizioni di crisi che colpiscono i ceti più deboli dei paesi europei. Si può correggere questa percezione, come?

Si, la percezione è cambiata notevolmente e oggi il sentimento antieuropeo è cresciuto molto.
Purtroppo dopo l’entrata in vigore dell’Euro è mancata la costruzione di una vera sovranità politica europea capace di guidare uno sviluppo equilibrato e sostenibile con le scelte più adeguate per favorire la crescita e l’inclusione sociale.
Moltissimo c’è da fare per riavvicinare L’Europa ai tanti cittadini della comunità, a cominciare da un cambiamento vero e profondo delle politiche che hanno prodotto questa rottura tra popoli e istituzioni. Cambiamento che certo non può essere rappresentato dai sovranisti e dai nazionalisti perché l’Europa ha già conosciuto i nazionalismi quando questi sono stati la causa dei conflitti più gravi della storia dell’umanità.
Ciò che serve è riavvicinare l’Europa ai bisogni veri dei cittadini con istituzioni rinnovate e più rappresentative della volontà popolare. Noi proponiamo di lavorare alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa dove i cittadini che votano lo fanno per scegliere sia il parlamento e sia il governo dell’Unione.

 

Qual è a suo parere la critica più fondata e quale correzione principale andrebbe introdotta?

La critica più fondata è che l’Europa è apparsa via via più distante dalla vita materiale di milioni di cittadini. E il problema principale, almeno di questi ultimi dieci anni, è stata la cosiddetta “austerity” che ha imprigionato molti paesi dell’Unione alle più rigide regole di bilancio senza avere la possibilità di investire risorse per la crescita economica e occupazionale e reagire alla crisi del 2007-2008.
Adesso, più che mai, ciò che serve è il ritorno a politiche più espansive che aumentino le opportunità per i cittadini, per le imprese e per i territori. Bisogna rimettere al centro il lavoro e lo sviluppo sostenibile.

 

In questa situazione qual è il punto di forza del programma del PD? Ha in sé le proposte perché la voce dei popoli pesi nella giusta misura sulle decisioni legislative del Parlamento europeo?

IL PD propone un’Europa riformata e democratica come strumento essenziale per superare le disuguaglianze, perseguire la giustizia fiscale, affrontare le minacce dei cambiamenti climatici, gestire i flussi migratori e garantire la sicurezza per tutti i cittadini europei.
In un’Europa veramente democratica il Parlamento, che rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione, e il Consiglio, che rappresenta gli Stati, devono essere sullo stesso piano. Il principio della co-decisione sugli atti legislativi, oggi in vigore su molte materie, deve essere esteso a tutte le materie proprio per realizzare la pari dignità tra la voce dei cittadini e quella dei governi.
In ogni caso il prossimo Parlamento Europeo deve promuovere una profonda riforma costituzionale dell’Unione Europea.

 

Secondo lei dovrebbe concludersi l'esperienza della Commissione europea per fare posto a pieni poteri del Parlamento UE?

Chiedere, come noi facciamo, una riforma costituzionale dell’Europa significa innanzitutto voler semplificare e rendere più efficienti le istituzioni europee. Avere insieme la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, entrambi in rappresentanza dei governi degli Stati, è qualcosa che deve necessariamente essere superata per lasciare il posto ad un limpido confronto tra Parlamento europeo e Governo europeo.

 

Dopo Greta Thunberg, l'UE dovrebbe legiferare per aumentare le normative ambientali destinate alle imprese al fine di ridurre le emissioni di diossido di carbonio e gli sversamenti di inquinanti nei fiumi?

L’iniziativa ‘Fridays for future’ di Greta, sostenuta da milioni di giovani in tutto il mondo, impone una significativa attenzione alle tematiche ambientali. Nella lotta ai cambiamenti climatici non si può e non si deve perdere altro tempo perché è ormai un’emergenza e una priorità.
Secondo noi, in materia di emissioni, si deve rivedere il pacchetto clima-energia per giungere al dimezzamento delle emissioni nel 2030 e a zero emissioni nette nel 2050. Inoltre, serve un piano straordinario con il quale l’UE dovrà essere capace di mobilitare 290 miliardi di Euro per la completa decarbonizzazione del sistema energetico europeo.
Per quanto riguarda gli sversamenti di inquinanti nei fiumi, si tratta di veri e propri reati ambientali che vanno perseguiti come prevede la legge italiana introdotta nella precedente legislatura e meglio conosciuta come “legge sugli ecoreati”. La legge italiana fa seguito ad una direttiva europea del 2008, proprio in materia di reati ambientali.

 

Il rapporto Europa territori, in termini di ascolto e risposta ai disagi e nuove esigenze può offrirsi a nuove opportunità ed esperienze, in che modo principalmente?
E’ necessaria una nuova visione per i territori, le città e le periferie affinchè nessuno resti indietro. Noi, per esempio, pensiamo che i fondi di coesione devono diventare sempre di più il centro di una politica attiva contro la povertà e le disuguaglianze, a cominciare dalle aree più deboli. Nella prossima programmazione europea serviranno almeno 5 miliardi di Euro per le aree urbane e per i piccoli comuni che soffrono lo spopolamento e la perdita di servizi essenziali.
La mia esperienza di Sindaco di un piccolo comune, Canino, che si mette in gioco in una competizione di ambito sovranazionale vuole proprio rappresentare una domanda di partecipazione forte dei territori alle scelte fondamentali dell’UE. Ma rappresenta anche la consapevolezza che i territori devono sapersi organizzare per essere all’altezza della sfida europea e coglierne tutte le opportunità. I territori, le comunità locali, devono fare rete se vogliono dire la loro ed essere ascoltati. In Europa vincono le reti, e noi dobbiamo accettare questa sfida se vogliamo veramente realizzare un salto di qualità.

 

 

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UE voto 2019. "La Sinistra" nelle parole di Nicola Fratoianni

nicolafratoianni 350 minNadeia De Gasperis (video) - Abbiamo intervistato Nicola Fratoianni, candidato con La Sinistra alle prossime elezioni europee nel collegio di centro, Lazio, Marche, Umbria, Toscana, incontrandolo presso il Grid di Frosinone, dopo che a Cassino aveva ascoltato lavoratori e cittadini. È stata l’occasione per affrontare temi strettamente legati al nostro territorio, come disoccupazione, Valle del Sacco e Certosa di Trisulti.

Una opportunità per ribadire l’urgenza di invertire la tendenza delle politiche di privatizzazione, di fare dell’ambiente e della sua bonifica una occasione per rivedere totalmente il nostro stile di vita, di incentivare la ricerca, e di fare, per esempio, della bonifica dei SIN una occasione di lavoro per tutti. Fratoianni ha ribadito che per dirsi di sinistra non basta solo dichiararlo ma fare scelte controtendenza e portarle avanti senza risparmiarsi, redistribuire i redditi, concentrati nelle mani di pochi, diminuire l’orario di lavoro e salari più equi, ritornare all’articolo 18, creare un nuovo modello di sviluppo per meridione e aree interne abbandonate. Basterebbe tagliare i fondi alle fonti fossili per dare una risposta concreta all’appello di Greta Humbert, e dei milioni di ragazzi che hanno accolto il suo monito, senza tanti salamelecchi, in un passaggio parlamentare che costerebbe pochissimo sforzo ma che è stato avanzato solo da Loredana De Petris.

Se la sinistra ha vinto in Spagna lo ha fatto, non solo perché unita contro i nazionalismi ma perché ha progettato di ricostruire il tessuto sociale a partireFratojanni Maddalena 350 min dalla edilizia popolare, un tema, quello dell’abitare, che in Italia è una emergenza sociale e ingenera una guerra tra poveri.

Il modo in cui le istituzioni si confrontano con le periferie genera razzismo, che vede come prime vittime gli immigrati. Quegli immigrati per i cui diritti vale la pena battersi sempre e con forza a discapito di qualche voto mancato. A proposito di migranti bisognerebbe fare la conta magari di quanti ragazzi lasciano l’Italia perché altrimenti costretti a svendere il loro talento. Una sinistra, che voglia essere riconosciuta come tale, deve farsi promotrice senza reticenze, di tassare i patrimoni alti. Una sinistra che non deve più essere confusa con le politiche del PD, che vedono l’immigrazione porre un problema di democrazia, che affrontano la crisi parlando di tagli al sociale. Una sinistra che inizi a RI-conoscersi, sicura di ritrovarsi nelle stesse istanze, per le stessi ragioni, quelle degli ultimi.

 

Video: Nadeia De Gasperis intervista Nicola Fratoianni

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La farsa è finita. Comincia la lotta per un'altra Europa

parlamento europeo europa 350 260 minLa paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e poi a ratificare decisioni prese da altri in altre sedi: un colpo duro alla democrazia. Sia perché il cosiddetto governo del cambiamento nella sostanza non ha cambiato un bel niente, limitandosi ad applicare i dispositivi stabiliti in sede europea. Secondo i quali, una volta garantito l’equilibrio monetario del sistema con la valuta unica, e fissati i parametri relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico, a tutto il resto provvede il mercato. L’occupazione, il salario, la tutela della natura, i diritti sociali e civili, ossia l’intera condizione umana, ridotti a varabili dipendenti dal mercato. Questa è la scelta. La sovranità del mercato, vale a dire del capitale, non è stata minimamente contrastata.

 

Tutto ciò impone una svolta radicale. L’esigenza di progettare un’alternativa programmatica e di movimento allo stato di cose presente, in grado di raccogliere con proposte concrete il malessere e il disagio sempre più diffusi, è diventata pressante in tutta Europa. Ed è indispensabile per contrastare con efficacia le crescenti spinte nazionalistiche e fascistiche. Detto in estrema sintesi: all’Europa della finanza e dei mercati, quale è attualmente la UE, occorre contrappore non il ripiegamento nazionalista, ma un’altra idea d’Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

 

Oggi la UE è l’espressione tecnico-politica del dominio del capitale. E al tempo stesso un campo di battaglia in cui si contrastano le grandi multinazionali del capitalismo finanziario digitalizzato, e in cui gli Stati più forti dettano legge su quelli più deboli. Alla sovranità del mercato per il tramite della moneta unica hanno corrisposto la distruzione dei diritti sociali, a cominciare dal diritto al lavoro, e la crisi dell’intero sistema del welfare. Le lavoratrici e i lavoratori, donne e uomini, giovani e anziani, migranti e autoctoni, sono posti in concorrenza e in lotta tra loro per il salario, per l’occupazione, per le più elementari condizioni di sussistenza. La divisione delle persone che per vivere devono lavorare è dunque fattore costitutivo della UE: una situazione insostenibile che rende l’Unione una costruzione fragile e incerta, e spinge il Vecchio Continente in una posizione gregaria e subalterna nel nuovo ordine geopolitico che si profila nel mondo.

 

È stato distrutto, per iniziativa delle stesse socialdemocrazie, il compromesso tra capitale a e lavoro. Di conseguenza, private di rappresentanza e di organizzazione politica le classi lavoratrici del nostro tempo, è entrato in crisi l’intero impianto democratico costruito in Europa dopo l’abbattimento del nazifascismo. In radicale contrapposizione non solo con la Costituzione italiana che fonda sul lavoro i principi di uguaglianza e libertà, ma anche con il tradizionale Stato di diritto d’impianto liberale, non più in grado di reggere l’urto di una oligarchia di proprietari universali. I quali usano le innovazioni scientifiche e tecnologiche per rafforzare il loro potere, diffondendo le più aberranti forme di sfruttamento degli esseri umani e della natura, e di dominio sul genere femminile.
 
In tali condizioni la principale questione politica e sociale che si pone in Europa è quella di far crescere la cooperazione e l’unità solidale tra le lavoratrici e i lavoratori, tra tutti coloro i quali subiscono le conseguenze distruttive della crisi. Mettendo in campo una prospettiva che rovesci le tendenze attuali e faccia avanzare un’altra idea d’Europa in grado di contrastare le cause della povertà e dei movimenti migratori, ridefinendo i principi di uguaglianza e di libertà. Perciò è irrinunciabile una piattaforma programmatica europea, che muovendo da tre presupposti cardinali – il protagonismo della classe lavoratrice, la differenza di genere, la tutela della natura e dell’ambiente storico-culturale – metta al centro alcune scelte discriminanti, come quelle che seguono.
 
-La transizione ecologica integrale della base economica e dei servizi, in modo da assicurare, insieme a un’equilibrata riproduzione della natura, una vita dignitosa per tutti e per tutte. Ciò che comporta la definizione di un piano per l’occupazione e la qualificazione del lavoro, rivolto in particolare al lavoro di cura, alla tutela dei beni ambientali e culturali, alla messa in sicurezza dei territori e al risanamento delle periferie urbane.
-La promozione programmata dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e all’elevazione culturale della popolazione, assicurando l’istruzione gratuita fino al livello superiore e per i meritevoli fino all’università.
-L’aumento dei salari e degli stipendi in modo da elevare il livello di vita per tutti i residenti, a parità di condizioni tra donne e uomini per pari lavoro, e contrastando sistematicamente i lavori precari.
-La fissazione di standard comuni in Europa per le tutele sanitarie e previdenziali e per la tutela della maternità, corredati di adeguati servizi in modo da contrastare il calo delle nascite e la mortalità infantile. Assicurando al tempo stesso in tutta Europa il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza.
 
La nuova Europa deve dare attuazione al diritto al lavoro e all’insieme dei diritti sociali e civili. A tal fine andrebbe ripreso e ripensato il progetto di un’Europa federale contenuto nel Manifesto di Ventotene, dove è scritto che la «rivoluzione europea» «dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici».
 
Le scelte sopra indicate comportano l’eliminazione dei paradisi fiscali, il controllo e la tassazione sui movimenti dei capitali, la separazione delle banche commerciali dalle banche d’investimento come premessa per la tutela del risparmio. Nonché un vero e proprio rivoluzionamento dei sistemi fiscali secondo i criteri della progressività in base al principio che chi più ha più paga; dell’introduzione dell’imposta sui grandi patrimoni (con esonero della casa d’abitazione); della lotta senza quartiere all’evasione e all’elusione fiscale.
 
C’ è bisogno di un’Europa né antirussa né antiamericana, porta aperta sul Mediterraneo e sul mondo, ordinata al fine della coesistenza pacifica tra i popoli e al disarmo generale, e quindi al ripudio della guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. Un’Europa che, costruendo su nuove basi la rappresentanza e l’organizzazione politica delle classi subalterne, si fondi sull’espansione di una democrazia progressiva in cui la centralità del Parlamento si coniughi con la partecipazione dei corpi intermedi e con inedite forme di democrazia diretta.
 
Per la costruzione di una nuova Europa può venire dall’Italia un duplice contributo: portando nel Continente i principi universali della nostra Costituzione e lottando in Italia per l’attuazione di tali principi.
 
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
 
articvolo pubblicato anche su Jobsnews.it
 
 
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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Europa matrigna? Anche no! Vedi l'Ambiente.

bruxelles parlamento europeodi Francesco Garofani - L’Europa unita rimane una grande idea e fin qui è riuscita a garantire molti decenni di pace al vecchio continente, dopo secoli di guerre. E questo nonostante le classi dirigenti e le élite burocratiche europee dell'ultimo trentennio abbiano dedicato più energie alla moneta unica che non alla costruzione dell’unità politica.

Negli ultimi anni, precisamente dall'esplodere della crisi più pesante del secondo dopoguerra e forse dell’età moderna, però, il difficile equilibrio del compromesso europeo ha subito due forti scosse che hanno finito per alimentare l’anti europeismo e l’euro scetticismo: le politiche di austerity e quelle migratorie.

Le prime concentrate sul debito pubblico hanno finito per coinvolgere negativamente l’economia reale fino a compromettere la coesione sociale. Le seconde - in presenza di un moto migratorio di dimensioni epocali che di certo non si arresterà ora davanti alle ricette securitarie di alcuni Stati- hanno deciso che ad occuparsi dei confini dell’EU rimanessero da sole Spagna, Grecia ed Italia come se ancora si trattasse dei vecchi confini nazionali.

Questo ha alimentato quello che tutti chiamiamo di continuo, purtroppo senza troppi distinguo, sovranismo o populismo.

Ma l’Europa non è solo questo.

Si potrebbe parlare di molti campi in cui l’Europa si è rivelata utile alle genti europee, ma qui prendo ad esempio solo i temi del riscaldamento globale e dei conseguenti cambiamenti climatici, e più in generale dell’ambiente.

In questi ambiti l’UE ha fatto bene e continua a fare bene, al netto di alcune critiche particolari, anche condivisibili, che tuttavia non sono in grado di alterare il giudizio generale positivo.

Ad esempio in materia di salvaguardia ambientale la VIA, la valutazione di impatto ambientale, è nata con una direttiva comunitaria del 1985, anche se noi l’abbiamo introdotta solo nel 1996. Il che non vuol dire aver risolto i problemi, ma solo che grazie alla VIA e alle successive evoluzioni legislative e ai nuovi strumenti è più difficile inquinare rispetto a prima.

Anche in tema di rifiuti e discariche la disciplina si avvia in sede europea. La prima direttiva arriva nel 1975, noi la recepimmo nel 1982. Una seconda direttiva arriva nel 91, noi la recepimmo nel 1997 con il decreto Ronchi. Tra luci e ombre, d’allora la materia dei rifiuti nel nostro paese ha iniziato ad uscire dal medioevo.

Il 4 luglio scorso per sostenere la politica di transizione verso "economiacircolare" - cioè il nuovo paradigma che, se davvero si vuole tener conto dei cambiamenti climatici, della esiguità delle risorse e dalla difesa dell'ambiente, è necessario assumere fino in fondo per passare dal concetto di rifiuto a quello di risorsa - sono entrate in vigore le nuove 4 direttive europee che modificano le sei precedenti in materia di rifiuti, imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile. Alcuni degli obiettivi di riciclaggio in esse previsti sono: per i rifiuti urbani il 55% entro il 2025, il 60% entro il 2030 e il 65% entro il 2035; rifiuti in discarica fino ad un massimo del 10% entro il 2035; per il riciclaggio degli imballaggi il 65% entro il 2025 e il 70% entro il 2030; mentre i rifiuti tessili e rifiuti pericolosi delle famiglie dovranno essere raccolti separatamente dal 2025. Gli stati membri hanno tempo fino al 2020 per recepire tali direttive.

Anche per questo argomento non voglio dire che abbiamo risolto i problemi, ma solo che le regole esistono e producono già i loro effetti: si pensi soltanto all'innalzamento della percentuale di raccolta differenziata figlio diretto del recepimento delle direttive europee di questi anni.

Molto c'è ancora da fare, come la cronaca quotidiana di masse di rifiuti per le strade delle città e di incendi nei capannoni di raccolta della plastica dimostra. Ma queste ed altre deficienze sono attribuili solo alla miopia delle classi politiche, soprattutto regionali, alla criminalità e alla scarsa sensibilità di pochi singoli.

Anche in tema di "cambiamentoclimatico" il ruolo dell’Europa è stato determinante nel decennio scorso con i famosi obiettivi 20-20-20 al 2020 - cioè riduzione del 20% dell’emissioni in atmosfera rispetto al 2005, 20% di penetrazione delle rinnovabili nei consumi finali di energia e 20% di riduzione dei consumi di energia - con i quali il vecchio continente si è candidato ad assumere la leadership nella lotta al riscaldamento globale.

Oggi sono in discussione i Piani nazionali energia e clima figli del nuovo quadro di obiettivi che l’UE si è data per il 2030. Quadro che rafforza ancor più il ruolo di driver mondiale che l’Europa già ha nella lotta ai gas serra. Si tratta dei cosiddetti obiettivi 40-32-32,5, cioè meno 40% di emissioni di CO2 rispetto al 1990, più 32% di penetrazione delle rinnovabili e un più 32,5% di efficienza energetica.

Penso, in conclusione, che tali questioni vadano tenute presenti nel giudicare l’Europa il prossimo maggio in occasione delle elezioni per il nuovo Parlamento europeo, dal momento che, senza troppe distinzioni tra le diverse generazioni, gli italiani si dichiarano in grandissima parte favorevoli alla lotta al cambiamento climatico e alla difesa dell’ambiente. Materie e questioni, queste, sulle quali è sicuramente necessario fare di più, perché determinanti per la sopravvivenza della specie umana più che del pianeta, e che, però, senza l'Europa di questi anni sarebbero rimaste relegate al livello nazionale, con il rischio concreto di essere affrontate anche in modo blando o non integrato. Come ad esempio accade oggi negli USA di Trump.

15 novembre 2018

 

 

 

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Come interrogarsi sulla crisi?

Ciofi rivoluzione ritaglio 500 minCapita a volte che i messaggi pubblicitari sollecitino delle considerazioni che vanno al di là del loro unico intento, che è quello di vendere. Infatti, finito il Tg7, prima dell’Otto e mezzo della Lilli Gruber c’è un’interminabile serie di spot pubblicitari, fra questi uno è dell’Electrolux, azienda di elettrodomestici che offre lavatrici a “solo” 599,00 euro.. Quel “solo” fa scattare il rapido calcolo di una casalinga, mia moglie ex impiegata dello stato, insegnante, che così traduce il messaggio: ma come le lavatrici fra il ’70 e il ’90 costavano 300 mila lire ed chi guadagnava intorno al milione e mezzo ne avrebbe potuto comprare 5 ed oggi, invece con uno stipendio medio di 1200,00 euro ce ne entrano 2 e un pezzetto. Ma che affare è?

E’ una reazione istintivamente empirica o ha un fondamento? Voglio verificarla. Incredibile, ma i calcoli sono abbastanza simili a quelli della casalinga: la benzina per esempio costava poco più di 1000 lire, circa 0,55 € oggi nel migliore dei casi ci vuole 1,600 €) - dice answers.yahoo.com, che prosegue - il miglior casco per moto era in commercio a 500.000 lire oggi siamo sui 7-800 €, uno stipendio medio era di circa 1.500.000 di lire e a fatica ci campava una famiglia di 4 persone, oggi un single con 750 € morirebbe di fame (tutte le stime sono con l’euro a 1960 lire). E si può continuare: comprare casa in Italia oggi richiede uno sforzo pari a tre volte quello che era necessario nel 1980, da “idealista.it”. La Federconsumatori e finanche uno studio dell'economista Filippo Taddei, del PD, pubblicato da linkiesta.it, mettono in luce come sia cresciuto questo sforzo ben oltre le 3 volte per acquistare un appartamento. Un dipendente trenta-quarantenne con un reddito medio da lavoro per acquistare un appartamento impiega da 5,6 o 8 anni e fino a 9 o 11 per città come Roma e Milano. Questi pochi esempi ci fanno significa scoprire quanto abbiamo perso in termini di potere d’acquisto.

Cosa ripetutamente ci è stato detto in questi anni? Che stavamo uscendo dalla crisi e che dovevamo pensare ai nostri figli al loro futuro. Pensiamo, come fa a non salire la delusione, l'indignazione, la rabbia? Tutti i benefici verranno ... per i più domani. Per pochi ci sono già oggi, subito. Un po' come il paradiso promesso dopo la vita. E in questo stadio della crisi come si fa a pensare che si accetti la condizione esistente senza nemmeno provare a credere in qualche altra cosa? Si pensa davvero che gridare attenti al populismo possa creare ravvedimenti nel voto?
I vecchi partiti di governo non hanno voluto mai fare i conti con la perdita della loro credibilità. C’è chi scommette che accadrà anche ai nuovi governLocandina presentazione libro di Ciofianti, forse, è probabile, ma questo lo dirà la storia. Oggi vediamo cosa ci può dire la nostra ragione.
Il passaggio dalla lira all’euro è avvenuto sotto Berlusconi, nel solco del pensiero unico neoliberista con precise direttrici di marcia, tenere basso il costo del lavoro, limitare i diritti dei lavoratori in un brodo di coltura che indicava ogni protesta legittima come inutile e disdicevole. Da evitare se non da condannare. A vantaggio di chi si è tradotto il cambio di valuta?

I salari e la maggior parte degli stipendi, cioè i redditi reali, come un cambio alla frontiera sono passati da una valuta ad un’altra come se non fossero redditi da produzioni reali di merci e di lavoro intellettuale che invece sarebbero state vendute al valore corrente dell’euro. Questa la prima botta stramazzante al potere di acquisto. Si badi bene e nessuno gridi allo scandalo: non è colpa dell’euro è colpa di chi ha governato il passaggio da una moneta all’altra creando vantaggi per le grandi imprese e i grandi commerci, lasciando l’illusione della libera concorrenza fra i dettaglianti (poveri disgraziati anche loro), ma consentendo ai fornitori mondiali di dettare legge.

Nessuno ha modificato questa impostazione, dopo. Non Prodi, non Monti (ohi ohi), non Letta né tanto meno Renzi. La fatica fatta per uscire dalla crisi – dice oggi Gentiloni – viene vanificata.
Qualcuno vuole dire da quale crisi è uscito il popolo italiano? Il popolo italiano non è, né era affatto uscito dalla crisi. La società italiana nel suo insieme è dentro la crisi. Il crollo del ponte di Genova è l’ultimo grido di un Paese in terribile difficoltà. Qualcuno che dice di esser uscito dalla crisi, forse non lo è mai stato, anzi molti di costoro hanno fatto affari d’oro con la crisi. Pensiamo alla strana contraddizione che il terrorismo liberista per l’aumento dello spread, come lo chiama l’economista Giulio Sapelli, ha giornalmente riversato su tutti noi. Si badi bene terrorismo a partire da Bruxelles fino giù, in una ramificazione di rivoli della gran parte della informazione e delle banche: prima affermano che “i mercati” fanno valutazioni sui numeri e poi invocano che bisogna stare attenti ai “toni” altrimenti sale lo spread. Ma allora sono i toni (poco graditi) e non sono valutazioni scientifiche, di numeri immutabili a metterci in difficoltà? Quindi, ci sono dei manovratori che operano per conto di qualcuno?

IL NODO E' QUI, TUTTO QUI. Capire che non c’è una oggettività del destino.

È possibile fare il punto di questa situazione? Vogliamo cominciare a provarci? Vogliamo provare a dirci la verità una volta tanto? Già dall’epoca dei DS qualcuno aveva deciso che questo era il migliore dei mondi possibili. Il PD vive dominato da questo convincimento e trascina con se tutti i suoi alleati tradizionali e occasionali. PERCHE'? Forse perché è una formazione politica frutto di una unione a tavolino solamente politicista senza radici nel Paese? Una passiva assunzione a sinistra della «perennità» del capitalismo, in conseguenza della quale si è pervenuti alla «soppressione concettuale del lavoro salariato e dipendente». Il disagio dei più si rigonfia a dismisura proprio in rapporto allo straordinario sviluppo delle forze produttive che ora, in forme diverse sono sottomesse e sfruttate.

Quale sarà la sorte del PD ce lo dirà la storia vediamo cosa ci dice la ragione, quella delle nostre teste. Si può fare una valutazione di dove sta andando il nostro Paese? Il governo gialloverde non è un monolite, ma è sbilanciato, non ha una idea di società tranne che per la parte che tira a destra e che non si può assecondare. Tutti discettano dell’arte della guerra di Sun Tzu, ma anche la politica ha una sua “arte”, perché fare un dono di longevità a questo governo attaccandolo in blocco senza distinguere al suo interno? C’è davvero qualcuno che pensa che siano indissolubili? Questa maggioranza trova nemici, ma non le cause di questo disastro.

Vogliamo provare a trovare le cause? Cominciamo a provarci il 26 ottobre, alle ore 16, nella Biblioteca della Provincia di Frosinone, discutendo il libro di Paolo Ciofi “La Rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo”. Dall’esame di un potere privato e smisurato, in possesso di pochissime mani, al rinnovato riconoscimento della dualità capitale-lavoro e del conflitto che la caratterizza, il libro riesce a rintracciare nella nostra Carta Costituzionale e nella concezione «progressiva» da cui è originata, precisi connotati per una possibile azione ideale, politica, sociale di massa e organizzata.
Nella riflessione di Ciofi c’è anche un interessante contributo e un ulteriore stimolo a confrontarsi sulla questione, tutt’ora irrisolta, della mutilazione della sovranità democratica e popolare operata dalle istituzioni europee individuando una soluzione lontana e ben diversa dalla «retrocessione verso l’Europa delle patrie»

Arrivederci il 26 ottobre!

15 ott 18

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Europa mon amour

mappa UE 350 mindi Aldo Pirone - Le elezioni europee si avvicinano. Si terranno in primavera a maggio. E’ evidente la crescita nei singoli paesi dell’Unione europea, ultima la Svezia, delle forze di destra, nazionaliste e xenofobe. Dovrebbe essere altrettanto evidente che la loro resistibile marcia è causata, essenzialmente, dall’incapacità delle forze moderate che hanno finora dominato la scena politica continentale – con gran parte delle sinistre del PSE al loro rimorchio - di dare risposte alla questione sociale provocata dai processi di globalizzazione avvenuti nel segno di un neoliberismo sfrenato ancora imperante. In ultima analisi, anche l’intensificarsi di flussi emigratori, principalmente dall’Asia e dall’Africa, verso l’Europa è conseguenza della mondializzazione economica segnata dalla finanziarizzazione e spinta innanzi dalla rivoluzione tecnologica. E sulla paura di questi arrivi, la destra sta giocando in tutti i paesi europei la sua carta politica principale arruolando indirizzando contro di essi la sofferenza sociale dei settori popolari.

Le forze moderate europee, per intenderci l’asse Germani-Francia in termini nazionali, e popolari-socialisti (versione blairiana) in termini di forze politiche, hanno creduto di poter affrontare l’ultima crisi finanziaria ed economica con politiche di rigore e di austerità; dentro un quadro istituzionale dell’Unione governato da un sovranismo più moderato di quello delle crescenti destre nazionaliste, ma pur sempre basato sul principio intergovernativo. Quel sovranismo intergovernativo che bloccherà, con il veto di qualche paese amico di Orban, il recente voto del Parlamento europeo di censura dell’Ungheria per violazione dei “valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze” del Trattato di Lisbona. Il medesimo sovranismo che impedisce di gestire su base europea gli sbarchi dei disperati provenienti dall’Africa; ripartendo, da una parte, gli arrivi fra tutti gli stati dell’Unione e, dall’altra, organizzando un intervento politico ed economico di lungo respiro nei paesi africani di provenienza per, come si dice, “aiutarli a casa loro”. Affidarsi solo al buon cuore del volontariato degli Stati è cosa penosa e risibile che, da sola, dà il senso dell'inanità dell’attuale Unione. Una palude che ha consentito a forze xenofobe come Salvini, qui in Italia ma non solo da noi, di sguazzarci dentro a piacimento, giocando di sponda con Orban.

L’unica istituzione che è riuscita a forzare un po’ le politiche di rigore e di austerità, ma solo sul piano finanziario, è stata la BCE di Mario Draghi con il Quantitative easing; il solo intervento a carattere europeista. Tant’è che all’annuncio della fine di questo scudo finanziario, i paesi più indebitati, come il nostro, già cominciano a traballare.

Dunque, per sintetizzare, se il sovranismo intergovernativo, socialmente moderato e neoliberista, è la causa principale della crescita del sovranismo estremo di destra, nazionalista e xenofobo, per fronteggiare con una qualche efficacia il secondo bisogna rimuovere radicalmente il primo. Rimuoverlo vuol dire, al punto cui si è giunti di quasi sfaldamento politico e morale dell’Europa, rifondare l’Unione europea su un piano di politiche economiche e sociali improntate alla solidarietà e, su quello Istituzionale, con una democratizzazione sovranazionale e federale. Partendo da chi ci sta. Non c’è una cosa senza l’altra. Né, tanto meno, sia detto per inciso, vi può essere, per combattere il sovranismo di destra, un “sovranismo di sinistra”, come sembrano pensare alcuni esponenti della sinistra nel nostro paese. Un sovranismo che sarebbe inevitabilmente subalterno a quello di destra.

Suonano alquanto strambi e retorici, da parte dei nostri maître a penser liberal democratici di ogni grado e colore, i richiami a Spinelli e al manifesto di Ventotene se non si assume di quel testo l’intima connessione fra Unione europea federale sovranazionale e contenuto sociale e progressista, per non dire socialista, della stessa. “Un’Europa libera e unita – si dice in quel testo di tre quarti di secolo fa - è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. […] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”. Messe al bando le pulsioni rivoluzionarie dovute all’epoca di “ferro e di fuoco", rimane, tuttavia, che oggi il contenuto economico sociale progressista dovrebbe fondarsi sulla messa da parte delle politiche di austerità e la progressiva, ma decisa, messa in comune di bilanci, politiche fiscali, bancarie e finanziarie, del lavoro ecc. in un quadro di moderno neo keynesismo. Cosa che non è nelle corde delle “sei chiavi” proposte da Macron nel settembre scorso per il futuro dell’Europa.

Che senso ha, perciò, invocare larghezza di schieramenti – da Macron a Tsipras dice il provvisorio segretario del PD Martina, oppure, come reclama la Boldrini, “lista innovativa senza simboli di partito” del centrosinistra - indipendentemente dai loro contenuti? Ogni proposta di schieramento - che deve avere una caratteristica imprescindibilmente sovranazionale per essere efficace – non può non avere come obiettivo il cambiamento e la rifondazione nel segno del progresso sociale e del federalismo sovranazionale dell’Unione europea, informato a valori e princìpi democratici che non consentano alcuna adesione da parte degli Orban, dei Kaczyński, dei Kurz ecc.. Per esempio, rendendo sovrano il Parlamento europeo eletto su base transnazionale; con una commissione di governo responsabile di fronte ad esso e non più espressione dei governi nazionali; e con una seconda camera espressione degli stati nazionali come ente di compensazione, controllo e salvaguardia del carattere federale delle nuove Istituzioni europee. Il tutto attraverso un processo democratico costituente che chiami il popolo europeo a pronunciarsi nelle forme che si riterranno opportune. Su questi contenuti bisognerebbe dibattere, approfondire, precisare, rendere popolari e comprensibili al popolo e all'opinione pubblica le proposte di cambiamento e rifondazione europea; e non attardarsi astrattamente sui nomi dei contenitori che vengono dopo. Da parte di chi è di sinistra, non c’è da difendere uno stato di cose e un’Unione che sta affondando se stessa; c’è, invece, da andare all’offensiva per cambiare se si vuole salvare l’idea di unità europea. Per ora, sul discriminante solco rifondativo e socialmente progressista, a farsi avanti è stato solo Cacciari con un suo appello per una formazione o schieramento transnazionale.

L’impressione è che le prossime elezioni europee, decisive per il futuro del Continente, siano vissute in Italia, come al solito da parecchi lustri a questa parte, in una chiave tutta provinciale di rapporti di forza nazionali fra forze politiche. E a sinistra, per strapparsi qualche decimo di punto fra partiti e partitini relegati all’irrilevanza politica.
Ma, si dice da parte dei sostenitori delle “ammucchiate” politiche da Macron a Tsipras, giacché i fascisti xenofobi e nazionalisti sono alle porte, bisogna unirsi contro di loro, come si è sempre fatto nel passato. Giusto. Dimenticando il piccolo particolare che l’unione delle forze antifasciste, anche la più larga, in Italia, ma anche in Europa dai “Fronti popolari” in poi, si è sempre fatta su basi progressiste e non certo sotto l’insegna delle forze moderate. Quando in Italia ci si mise sotto quell’insegna, fu l’Aventino. Non servì a fermare la strada a Mussolini.

Merkel e Macron non fermano Orban o Salvini. Ci vuole ben altro.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Prospettive della UE, governo Conte e sovranità costituzionale

Suzanne Valadon par Henri de Toulouse Lautrec ridimensionato minIntervista a Vladimiro Giacchè da sinistrainrete.it - Pubblichiamo di seguito un’intervista a Vladimiro Giacchè, economista marxista, a cura di Francesco Valerio della Croce

 

E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione.

Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).

Qui mi sembra che nulla si possa sperare dall’opposizione del Pd, indistinguibile – su questo come su altri temi – da quella di Forza Italia.

E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindi della sovranità costituzionale.

Ritengo che essere giunti alle elezioni senza avere una posizione corretta e chiara su questo punto, senza aver compreso – cioè – che la difesa della sovranità costituzionale è l’unica trincea che consente di difendere i diritti del lavoro nell’attuale fase della “guerra di posizione”, sia uno dei fondamentali motivi del disastro elettorale della sinistra in tutte le sue declinazioni.

Ho recensito l’ottimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra) pochi giorni prima delle elezioni. Concludevo la mia recensione sostenendo che una ripresa della sinistra dopo le elezioni avrebbe dovuto passare per una riflessione sui problemi trattati in quel libro. Continuo a pensarla così.

 

Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)?

Questa anomalia politica potrà portare l’Italia a divenire l’ “anello debole” del processo di integrazione europea o prevarrà una normalizzazione come avvenuto con la Syriza greca (anche alla luce dei primi obiettivi indicati dal governo in materia economica e sociale)?

Io credo che la formazione del nuovo governo italiano sia stato un evento dirompente quanto inatteso. E a ragione, visto che il nostro era sino a qualche anno fa il paese più “europeista” – il che poi in pratica purtroppo ha significato: il paese i cui rappresentanti hanno sacrificato gli interessi rappresentati, e in particolare quelli dei lavoratori e degli strati sociali più colpiti dalla crisi nel nostro paese, sull’altare dell’integrazione europea (considerata – soltanto da noi – come buona e progressiva a prescindere dai suoi concreti contenuti).

E’ chiaro che ora si è aperta una partita durissima, e che la posta in gioco è precisamente la “normalizzazione greca” del nuovo governo.

Anche per questo è importante che la sinistra di opposizione, quale che sia il giudizio che ritiene di dare dell’operato governativo, profili in modo molto netto la propria posizione su questo punto. Rifiutando ogni compromesso con i poteri dominanti in Europa e ovviamente, ancora prima, evitando di illudersi che questi poteri possano rappresentare un alleato fosse anche solo “tattico” dell’opposizione al governo attuale.

 

ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.

Ad oggi, l’approccio governativo verso questi grandi temi sta riscontrando una sostanziale continuità con il passato. Nella stessa aggressività usata in materie come l’immigrazione verso il nostro Paese, è possibile notare l’assoluto silenzio nei confronti delle responsabilità dell’Occidente nel passato e, conseguentemente, l’assenza di interventi in discontinuità con le politiche imperiali e di saccheggio. Come ritieni che i comunisti e le organizzazioni comuniste debbano porsi di fronte a queste contraddizioni ed, in generale, a questa fase politica?

Premetto che non ho alcun titolo per dare indicazioni a nessuno, e in particolare a nessuna organizzazione politica, meno che mai nella fase attuale. È una premessa doverosa da parte di chi, come il sottoscritto, non fa parte di alcuna organizzazione e non ritiene di essere dotato di ricette magiche per suggerire “linee” a chicchessia. Credo più in generale che ci si debba guardare dall’attribuire un ruolo di indirizzo attribuito a “intellettuali di area” che spesso finiscono per essere portatori soltanto delle proprie personalissime riflessioni.

Detto questo, sui temi che mi hai proposto penso questo.

Dal punto di vista sociale credo che il massimo radicamento questo governo lo abbia tra i disoccupati, la classe operaia e la piccola borghesia. Mi sembra per contro che la grande borghesia non si sia ancora abituata a quanto avvenuto il 4 marzo e a quello che ne è seguito.

Dal punto di vista sia del programma di governo che della sua composizione, mi sembra evidente che esistano linee diverse, a volte confliggenti tra loro. Solo il tempo potrà dirci quali interessi/linee prevarranno.

Quale atteggiamento tenere? Nel merito, mi aiuto con un esempio. Personalmente non sono un fautore della flat tax. Mi sembra che essa sia più un tributo alla piccola borghesia che al grande capitale o agli evasori (che come noto la flat tax se la procurano da soli in altri modi). Credo che da sinistra abbia senso opporsi a questa proposta in nome di provvedimenti alternativi (investimenti in infrastrutture fisiche e della conoscenza che finanzino un piano del lavoro, ad esempio). Ma credo anche che si debba assolutamente evitare di farlo in nome dei “conti in ordine” e dell’obbedienza al fiscal compact o alle “regole di Maastricht”. Questo significa che bisogna avere una propria agenda.

Quanto al resto, francamente per ora non vedo tutta questa continuità in politica estera. E precisamente per il motivo che ricordavi anche tu: le ambiguità e le diverse opinioni che sussistono tra i due partiti di governo su aspetti anche molto significativi. Io però preferisco le “ambiguità” alle posizioni di inequivocabile e assoluta sudditanza a cui ci avevano abituato i governi precedenti. Vedo ora qualcosa di diverso: un tentativo di smarcarsi da alcuni degli errori più gravi commessi in passato, in particolare per quanto riguarda la politica nei confronti della Russia. E’ ovviamente possibile che prevalgano i richiami all’ordine in sede UE e Nato. Ma lo scenario più probabile a mio avviso non è questo, bensì lo smarcamento su alcuni temi e la continuità su altri, magari attraverso una “politica dei due forni” che proverà a giocare gli uni contro gli altri alleati europei e statunitensi.

Più in generale, penso che su tutti i temi chiave (politiche economiche dell’eurozona, euro, politica internazionale, immigrazione, unione bancaria ecc.) a sinistra bisognerebbe per prima cosa chiarirsi le idee e assumere posizioni sensate. E su quelle, poi, sviluppare un’autonoma iniziativa.

Purtroppo invece la sensazione che giunge all’esterno è oggi quella di una babele di voci da cui si distinguono al massimo degli slogan autoconsolatori ma privi di qualsiasi effetto politico.

Tutto questo dovrà cambiare, e in fretta. Pena la fine della sinistra politica in questo Paese. Il messaggio che viene dalle amministrative del 24 giugno mi sembra chiaro.

 

 

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