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Le università sostengono la Casa internazionale delle donne

casa internazionale delle donne 350 260 minAppello segnalato da Fiorenza Taricone. Pubblicato su ilmanifesto.it del 20 nov '18.

di Laura Fortini - La Casa internazionale della donna non gode certo di privilegi, come invece sostiene la sindaca di Roma Virginia Raggi: lo hanno capito benissimo le donne e gli uomini che hanno aderito all’iniziativa dell’università a sostegno della Casa, nata d’impulso il 17 maggio 2018 mentre era in corso la seduta del consiglio comunale con il voto di una mozione contro le donne della Casa senza neanche ascoltare la loro voce.

La Casa delle donne svolge nella città pratica attiva di una positiva differenza rispetto a un clima di sopraffazione e sgombero forzato di tutto quello che cerca di costruire un tessuto di relazionalità diffuso. È un punto di riferimento e di convivenza pacifica, modello per la città in cui desideriamo vivere. Il lavoro della Casa nel corso di questi anni è di fatto incalcolabile e non si pone nel campo del privilegio, non certo nei termini con cui è stato tratteggiato proprio dalla sindaca Raggi, con superficialità e genericità.

Al comunicato che sintetizza il senso dell’iniziativa hanno aderito molte università romane, da Roma Tre a La Sapienza e Tor Vergata, moltissime università italiane e altrettante sedi internazionali, con il coinvolgimento di amministratrici e docenti, ricercatrici e bibliotecarie, studenti e insegnanti della scuola, direttrici di dipartimento e di centri di studi, prorettrici e tecniche di laboratorio, assegniste di ricerca, scrittrici e professore emerite; e uomini che hanno accettato di essere rappresentati dalla differenza femminile.

Una adesione per molti versi sorprendente e che dice anche di una porosità e di una capacità di impegno dell’università maggiore rispetto a quanto non ci si potesse aspettare in un momento storico in cui essa pare aver serrato i ranghi sul proprio essere comunità separata. Le parole che hanno accompagnato le adesioni a Roma e in Italia, dal Canada al Sud America fino alla Nuova Zelanda sono parole di forte apprezzamento e partecipazione ad una esperienza e a una storia alla quale anche da lontano si guarda come propria, capace di raccontarci in modo trasversale, qualunque sia il sesso, l’appartenenza, l’età, le esperienze professionali, le collocazioni lavorative.

Il mondo universitario sostiene la Casa consapevole della posta in gioco e di ciò che significa non solo per la città di Roma, ma per tutti quanti hanno a cuore la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Come università continueremo a dare un contributo alla Casa in termini di progettazione di incontri e di opportunità di formazione e di conoscenza di ampio spettro e sappiamo bene quanto questo sia importante per la creazione di un orizzonte culturale e simbolico altro rispetto alla violenza e alla sopraffazione di qualsiasi genere e tipo.

Proprio per questo non è una questione che può essere affrontata in semplici termini economici come continuano a fare la sindaca Raggi e le assessore del Comune. Forse sono capaci solo di farne un’impresa di servizi, da assegnare indipendentemente dal lavoro svolto in quel luogo, indipendentemente dalla memoria storica di lungo periodo che lo sostanzia e che ne fa quel luogo unico per serenità e propositività che esso è per la città e come tale rinomato in così tante parti del mondo. Sarebbe una perdita che andrebbe a danno della città e di chi la abita non rinunciando a cambiarla. Essere donne non vuol dire solo pari diritti ma essere differenti: ne sono capaci le donne che governano questa città?

La Casa internazionale della donna non gode certo di privilegi, come invece sostiene la sindaca di Roma Virginia Raggi: lo hanno capito benissimo le donne e gli uomini che hanno aderito all’iniziativa dell’università a sostegno della Casa, nata d’impulso il 17 maggio 2018 mentre era in corso la seduta del consiglio comunale con il voto di una mozione contro le donne della Casa senza neanche ascoltare la loro voce.

La Casa delle donne svolge nella città pratica attiva di una positiva differenza rispetto a un clima di sopraffazione e sgombero forzato di tutto quello che cerca di costruire un tessuto di relazionalità diffuso. È un punto di riferimento e di convivenza pacifica, modello per la città in cui desideriamo vivere. Il lavoro della Casa nel corso di questi anni è di fatto incalcolabile e non si pone nel campo del privilegio, non certo nei termini con cui è stato tratteggiato proprio dalla sindaca Raggi, con superficialità e genericità.

Al comunicato che sintetizza il senso dell’iniziativa hanno aderito molte università romane, da Roma Tre a La Sapienza e Tor Vergata, moltissime università italiane e altrettante sedi internazionali, con il coinvolgimento di amministratrici e docenti, ricercatrici e bibliotecarie, studenti e insegnanti della scuola, direttrici di dipartimento e di centri di studi, prorettrici e tecniche di laboratorio, assegniste di ricerca, scrittrici e professore emerite; e uomini che hanno accettato di essere rappresentati dalla differenza femminile.

Una adesione per molti versi sorprendente e che dice anche di una porosità e di una capacità di impegno dell’università maggiore rispetto a quanto non ci si potesse aspettare in un momento storico in cui essa pare aver serrato i ranghi sul proprio essere comunità separata. Le parole che hanno accompagnato le adesioni a Roma e in Italia, dal Canada al Sud America fino alla Nuova Zelanda sono parole di forte apprezzamento e partecipazione ad una esperienza e a una storia alla quale anche da lontano si guarda come propria, capace di raccontarci in modo trasversale, qualunque sia il sesso, l’appartenenza, l’età, le esperienze professionali, le collocazioni lavorative.

Il mondo universitario sostiene la Casa consapevole della posta in gioco e di ciò che significa non solo per la città di Roma, ma per tutti quanti hanno a cuore la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Come università continueremo a dare un contributo alla Casa in termini di progettazione di incontri e di opportunità di formazione e di conoscenza di ampio spettro e sappiamo bene quanto questo sia importante per la creazione di un orizzonte culturale e simbolico altro rispetto alla violenza e alla sopraffazione di qualsiasi genere e tipo.

Proprio per questo non è una questione che può essere affrontata in semplici termini economici come continuano a fare la sindaca Raggi e le assessore del Comune. Forse sono capaci solo di farne un’impresa di servizi, da assegnare indipendentemente dal lavoro svolto in quel luogo, indipendentemente dalla memoria storica di lungo periodo che lo sostanzia e che ne fa quel luogo unico per serenità e propositività che esso è per la città e come tale rinomato in così tante parti del mondo. Sarebbe una perdita che andrebbe a danno della città e di chi la abita non rinunciando a cambiarla. Essere donne non vuol dire solo pari diritti ma essere differenti: ne sono capaci le donne che governano questa città?

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Università oggi

assemblea1dic17 350 minTesto dell'intervento per l'assemblea del 1° dicembre "Meno Individualismo PIU' SOLIDARIETA'" nell'ambito del Progetto per "la Democrazie e l'Uguaglianza" .

di Fausto Pellecchia - Per offrire un’immagine sintetica dello stato di sofferenza attuale dell'università, si può cominciare dai problemi denunciati dai docenti universitari con l'inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione autunnale.
I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale dell’evidente tendenza alla dismissione del sistema universitario italiano, della drammatica insufficienza degli stanziamenti pianificati dai governi per la ricerca scientifica [siamo da molti anni al penultimo posto tra i Paesi dell’Ue], del conseguente svilimento per il ruolo sociale del docente universitario e per la qualità della formazione della classe dirigente. (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Inerzie ed errori
  2. Scontenti e...

Inerzie ed errori

In una parola, la crisi dell’università italiana è diventata il paradigma negativo della valutazione sociale del pensiero critico e delle connesse prospettive di innovazione scientifica e tecnologica del nostro sistema produttivo. Lunghissima è la sequenza d'inerzie e di errori, non esenti da vere e proprie ingiustizie. Non è necessario ripercorrerla, quanto semmai ricordare sinteticamente a quale situazione questo impasto di atteggiamenti ha condotto.
L'università italiana si trova in un tornante in cui si manifesta un’accelerazione inaudita della crisi storica che fa impallidire la denuncia, ormai vecchia di alcuni decenni, circa il degrado e il declino dell'università allora sagomata sul modello "di massa" degli anni ’70 e ‘80. Partiamo dalle problematiche più squisitamente "sindacali": il docente universitario ha pagato più di ogni altra categoria pubblica la crisi di questi anni. Agganciato da sempre nel trattamento ai magistrati per la comune natura di argine verso ogni rigurgito settario, corporativo, autoritario (più ancora che con le garanzie giurisdizionali, con la preservazione del libero pensiero), si è visto poi, per decisione politica e con l'avallo dei tribunali, di soppiatto sganciato da questo collegamento non solo “simbolico”.

Come dipendente pubblico, il docente "non contrattualizzato" soffre come e più degli altri dipendenti pubblici della lunga stagione del mancato rinnovo del contratto, che ancora non si è concretizzata nei modesti aumenti concordati. In più il docente universitario ha perso con un trattamento ingiustificatamente discriminatorio e quasi punitivo (esplicito con la destra al potere, e forse più frutto di “riformismo” astratto e scarsa conoscenza delle situazioni reali, per i governi di centro-sinistra) gli scatti di carriera che, peraltro, sarebbero diventati triennali e non più biennali. Di fatto gli stipendi sono assolutamente fermi da molti anni, mentre quelli dei magistrati per esempio sono stati regolarmente sbloccati in termini reali si sono ridotti in modo non impercettibile. Non esiste tra l'altro un'adeguata consapevolezza sociale sul livello stipendiale dei docenti universitari, frutto di una percezione che lo ricollega in modo tralatizio ad certo status sociale e alla condizione (più che altro teorica) di dirigente dello stato: è un trattamento economico analogo o di poco superiore a quello di una figura preziosa ma non certo parte per definizione della ruling élite quale è un operaio specializzato. Con tutto il rispetto, quale idea di paese c'è dietro la realtà di una equiparazione della tecnica e della scienza? O che dire del fatto, incontrovertibile, che in sostanza lo stipendio è una retribuzione della didattica (limitatamente all'impegno minimo richiesto: le supplenze spesso non sono più pagate) ma non della ricerca, dal momento che passano poche centinaia di euro tra la retribuzione di professore universitario ed uno di scuola? Non richiede, la scienza, investimento personale, infinita pazienza, sacrificio, studio, e il dovere istituzionale dell'originalità?

Ma non è tutto. Molti docenti universitari sono abilitati e non ancora chiamati e questo è, pur in assenza di una pretesa giuridica, un danno giuridico ed economico non da poco (anni di differenza di stipendio e trattamento pensionistico andati in fumo).
In più c'è la precarizzazione della docenza universitaria. In particolare i ricercatori, la cui età media supera i 40 anni e che, per la maggior parte, hanno un contratto a termine). Inoltre il pensionamento del 50% dei docenti universitari (2007-2013) è avvenuto senza turn over, prima bloccato per anni, poi sbloccato in misura del tutto insufficiente, con il conseguente rischio di chiusura di molti corsi di laurea. Molti docenti universitari vivono con estrema ansia il proprio futuro che è divenuto uno slalom tra ostacoli di ogni tipo e soggetto al realizzarsi di condizioni imperscrutabili. Le regole concorsuali cambiano quasi a ogni cambio del governo e il reclutamento non riesce ad essere continuo e fluido. L’attuale dispositivo delle “abilitazioni nazionali a termine”, subordinate all’eventualità della chiamata entro il triennio successivo– unitamente all’aggravarsi della situazione di bilancio di molte università- determinano incertezza e precarietà tra i neo-abilitati, costringendoli a perseguire logiche clientelari per non vedere vanificato il loro titolo.

Le carenze di risorse degli Atenei, soprattutto nell’Italia meridionale, per i tagli dei trasferimenti pubblici, creano infatti lunghe code per le chiamate, con effetti deprimenti sulla serenità del lavoro e sulle prospettive di carriera. Si sono perciò introdotti sempre più esplicitamente canali di finanziamento privatistico che disturbano il dispiegarsi di logiche istituzionali orientate alle scelte migliori nell'interesse pubblico.
Se guardiamo ai giovani, i posti di dottorato si sono drasticamente contratti e la formazione dottorale è diventata spesso irrilevante, per la chiusura di molti corsi di dottorato pregevoli e il confluire dei docenti in calderoni senza identità, sotto la sovrintendenza delle scuole di dottorato con nomi ecumenici, che comprendono le aree più disparate senza alcuna possibilità di seria formazione. E ciò per un titolo, ricordiamo che invece all'estero gode, dalla Germania agli Stati Uniti, di grande prestigio. Ma è dopo il dottorato che la situazione diventa ancora più dolente. Molti Atenei non bandiscono più assegni di ricerca con fondi pubblici e pertanto si limitano a bandire con risorse che provengono dal privato. Risorse che sono auspicabili se aggiuntive ma non sostitutive di quelle pubbliche, e che se non adeguatamente inquadrate creano situazioni opache. Il che è ancora più grave quando l'assegno di ricerca, reiterato per un certo tempo, è divenuto una condizione imprescindibile per partecipare ai concorsi di seconda fascia (professore associato). A tale proposito, la docenza continua ad essere articolata, a differenza di molti paesi simili a noi, in ben tre fasce (ricercatore, associato, ordinario) ciascuna delle quali prevede la conferma triennale, con la conseguenza che la fascia più ambita si consegue spessissimo dopo il cinquant'anni (sei ordinari under 40 censiti nel 2015!), spesso dopo i sessanta, e talora mai. In altri paesi dopo selezioni severe si diventa professori a tutti gli effetti (senza specificazioni) in giovane età o si entra in posti di prestigio nelle strutture dello stato, quando si è ancora assistiti da grandi energie e non quando si è sfibrati da una lunghissima, e spesso, avara e poco dignitosa, gavetta.

In questo contesto invogliare un giovane a intraprendere il sentiero della ricerca può diventare un atto di irresponsabilità, almeno quanto invitarlo a farsi un futuro fuori dall'Italia (nei settori in cui è più possibile) - dove non mancano le soddisfazioni - un atto a dir poco fallimentare per lo Stato. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

Scontenti e qualche volta frustrati o demotivati,

Docenti e giovani hanno più di qualche ragione per essere scontenti e qualche volta frustrati o demotivati, mentre vengono bombardati di convocazioni per commissioni, mail con scadenze e infinite schede da compilare di valutazioni e autovalutazione (affidate alla sovraintendenza dell’ANVUR) che tolgono tempo prezioso e, nella migliore tradizione italiana, non approdano quasi mai a nulla. A tale proposito, si ha la sensazione che la cultura della valutazione di tipo anglosassone, apprezzabilmente introdotta, non ha forse raggiunto ancora quella soglia critica da lasciar intravedere i suoi grandi benefici, mentre se ne scorgono molti difetti. Tra questi è indubbio un percepibile peggioramento della qualità media delle pubblicazioni scientifiche e una certa crescita delle frodi scientifiche. La ricerca italiana nonostante ciò, è bene ribadirlo, resta ad un livello decisamente alto per le pubblicazioni e a un livello discreto per i brevetti, e si colloca, anche se in mancanza di cambiamenti è verosimile che avvenga ancora per poco, nel gruppo di testa mondiale. Ciò rappresenta un miracolo nelle condizioni date e qui illustrate. Basti dire che i docenti dei grandi paesi con i quali ci confrontiamo guadagnano, negli atenei pubblici, generalmente il doppio, se non il triplo, per non dire della Germania dove, per avere il senso delle abissali differenze, ogni professore ordinario è messo in condizione di fare al meglio il proprio lavoro didattico e di ricerca grazie alla preziosa disponibilità di una segretaria. Si paragoni la situazione con l'Italia, dove una segretaria di dipartimento fa i salti mortali per essere utile anche a cento e più professori costituenti il dipartimento, che ovviamente evitano di disturbarla se non per il minino necessario. Così il professore universitario perde ore a compilare moduli, prepararsi itinerari, diffondersi via posta i prodotti della ricerca e così via.

Se dalle "risorse umane" passiamo alle strutture, non va meglio. Le biblioteche universitarie fanno estrema fatica, e la gran parte in pratica non acquista più se non, con ritardo, lo stretto necessario per non aprire lacune, anzi voragini, incolmabili. Le riviste cartacee sono spesso in dismissione con rottura di continuità di serie in genere prestigiose. Si sopravvive con il pregresso, gli invii tra colleghi, i prestiti interbibliotecari e con l'online. Ma non può essere tutto. Spesso i docenti, anche per la passione genuina che nutrono per i testi, ma pure per ovviare a procedure burocratiche poco snelle, preferiscono acquistare volumi con risorse proprie, sottraendo ulteriori risorse alla famiglia. Tra l'altro i fondi di ricerca a disposizione dei docenti sono ben poca cosa, spesso insufficienti anche per andare a un paio di convegni all'anno (quelli dell'associazione scientifica di riferimento...), e quindi vengono utilizzati per comprare toner, cartucce, stampanti, risme di carta e, ancora, qualche libro.
Lo stato delle sedi è, naturalmente, molto variabile ma in linea con l'edilizia pubblica italiana, ma la manutenzione è, come in generale per il patrimonio pubblico, carente. Le tasse, è vero, non sono particolarmente alte ma i servizi complementari (residenze, borse di studio, assistenza ai disabili, aule studio, etc.), al netto della formazione di un titolo di laurea che regge, e piuttosto bene, il confronto all'estero hanno spesso punte critiche e palesi irrazionalità, dovute anche al nostro Welfare State che, come noto, funziona al rovescio a causa di un’evasione fiscale da record, del lavoro nero e delle dichiarazioni mendaci.

È noto peraltro che un meccanismo squilibrato (oggi in parte riequilibrato, se non erro) ha portato molte risorse dagli Atenei del Centro-Sud a quelli del Centro-Nord, impoverendo la parte meridionale del paese di docenti, studenti e corsi di laurea per lo più specialistici, che insieme a tutto il post-laurea, dovrebbero accompagnare la transizione dallo studio al lavoro dei giovani.
Il meccanismo del finanziamento tarato sugli studenti, lungi da una cultura del risultato, ha portato (con altri fattori) a una concorrenza al ribasso per il conferimento di un titolo che pure avrebbe valore legale, e la situazione si è aggravata con la comparsa di nuovi Atenei (telematici e non), non sempre dotati di strutture e di personale rispettabili.

Dell'emigrazione di un numero enorme di giovani ogni anno, per parte significativa laureati, è tema troppo risaputo, anche nei costi economici e sociali, per dire qui altro.
A questo quadro complessivo, decisamente poco esaltante, dell’Università italiana, l’Università di Cassino e del Lazio meridionale aggiunge criticità peculiari, dovute ad alcune congiunture della gestione amministrativa che sono ancora (o dovrebbero essere) oggetto di indagine da parte della magistratura. Per molti anni, fino al 2015, con un’operazione di bilancio a dir poco disinvolta, sono stati stornati i contributi INPS del personale amministrativo e del personale docente, per far fronte agli investimenti destinati all’edilizia del Campus Folcara, in attesa dei fondi ministeriali. Ma, in forza dei tagli intercorsi, si è creato un buco di bilancio di alcune decine di milioni di euro, per il quale l’attuale Rettore è riuscito a strappare al Miur la concessione di una procedura “rottamazione”. Tuttavia, questa situazione di deficit di bilancio impedirà, fino al 2023, la possibilità di chiamare docenti neo-abilitati, con evidenti gravi ripercussioni sul turn-over e sulla regolare didattica dei corsi di laurea. Inoltre, per fronteggiare il debito contratto negli anni precedenti, oltre alla drastica decurtazione dei fondi di Ateneo è stata introdotta – caso quasi unico in Italia- una tassazione sui compensi per le attività extra-accademiche dei docenti (conferenze, collaborazioni editoriali, articoli su riviste, partecipazione a commissioni ecc.) per le quali sia stato concesso il nulla osta dell’Università. Praticamente una ulteriore misura punitiva per scoraggiare la ricerca e la diffusione della cultura che colpisce i docenti più apprezzati nel panorama nazionale. Ce n’è abbastanza per comprendere come molti docenti, ed in particolare i neo-abilitati stiano cercando disperatamente di essere chiamati in altre Università, avviando così una inesorabile “eutanasia” strisciante dei corsi di laurea dell’UNICLAM.

Né va sottaciuto che il bilancio positivo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2017-2018, dopo anni di recessione, ha cause contingenti che non possono essere trascurate: da un lato l’acquiescenza dei giovani laureati alla prospettiva di emigrazione nei Paesi dell’Ue, che promettono maggiori probabilità di sbocchi occupazionali; dall’altro l’aumento di immatricolati già occupati che si iscrivono per migliorare la loro posizione lavorativa, e che usufruiscono di percorsi accademici agevolati (secondo il progetto “laureare l’esperienza), con età media (tra i 40 e i 50 anni) decisamente superiore agli studenti in possesso di un diploma di scuola media superiore.
Di fronte a questa situazione la recente protesta dei docenti universitari impone una decisione che vada oltre le retoriche e, direi, le stucchevoli precisazioni. E che non esclude, naturalmente, anche un impietoso esame di coscienza. Ma non c'è dubbio che è la politica la maggiore responsabile di questo stato, tra ristrettezze di bilancio, incertezza normative e di modelli.

 

 
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L’Università di Cassino e del Lazio meridionale è salva

università Cassino 350da L'Inchiesta quotidiano di sabato 25 novembre 2017 - L’Università di Cassino e del Lazio meridionale è ufficialmente salva dal default grazie al sostegno del Miur che anticipa 9 milioni di euro che saranno restituiti in cinque anni: lo ha annunciato il rettore, professor Giovanni Betta, sottolinean­do l’importanza della firma del relativo accordo da parte del ministro Valeria Fedeli, nel corso dell’assemblea su università, scuola e beni culturali organizzata ieri sera, nella Sala Restagno del Comune di Cassino, da L’inchiesta-Quotidiano, dal sito di informazione Unoetre.it, dall’Allenza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza, con il patronato del Comune stesso. L’incontro, nel corso del quale il rettore è stato intervistato dal direttore de L’inchiesta-Quotidiano, è stato condotto dal professor Fausto Pelecchia ed ha visto gli interventi della professoressa Giulia Orofino, pro rettore Uniclam, della professoressa Annunziata Sanseverino del Dipartimento di Ingegneria Elettrica, del rappresentante degli studenti di Eco- nomia e Giurisprudenza, Federico Schimperna e del professore Tommaso Di Brango.

 

Ha portato i saluti ed ha puntualizzato vari aspetti del rapporto Ateneo-città il sindaco Carlo Maria D’Alessandro. «Già da giugno - ha ricordato Betta a proposito della crisi finanziaria che l’ha spinto a scrivere proprio ieri una mail ai dipendenti dell’Università annunciando uno slittamento di qualche giorno dello stipendio - la ministra Fedeli dichiarò che avrebbe aiutato l’Università, nel riconoscimento del fatto che Uni­clam rappresenta un bene non sostituibile per il territorio. Ci sono voluti un certo nume­ro di mesi ed oggi posso dire che la settimana scorsa ho firmato un accordo di programma con il ministero che ci consente di affrontare e superare in maniera tranquilla questo 2017, che è forse il momento più impegnativo di questa vicenda. Oggi posso dire che ha firmato anche il ministro. Il Miur ci fornisce 9,6 milioni di euro che noi siamo chiamati a restituirea, partire dal 2019, in cinque anni. Il 2017 è caratterizzato dal fatto che abbiamo dovuto pagare le prime due rate della rottamazione e, quindi, far fronte a 16 milioni di euro che rappresentavano per l’an­no in corso un extra costo molto impegnativo. La rottamazione era importante perché ci ha consentito di risparmiare 9 milioni di euro di san- zioni. Quindi oggi abbiamo rispetto al momento in cui questa vicenda si è aperta 9 milioni di debiti in meno e questo accordo col ministero ci consente di spalmarne almeno una parte».

Ma come è potuto accadere il mancato versamento di contributi previdenziali che ha portato all’indebitamento? «Dal 2009 ad oggi - ha spiegato Betta - le risorse trasferite dal ministero agli atenei si sono ridotte del 25%. A fronte di una situazione di questo tipo ogni università ha stabilito le proprie strategie per correre ai ripari. Mi sento di dire che quella a­dottata da noi non era una soluzione neanche particolarmente intelligente perché, alla fine, ha creato quei “nodi” che giocoforza vengono al pettine. A nessuno venga il sospetto che qualcuno questi soldi se li sia messi in tasca. Effettivamente c’era una situazione di tensione finanziaria. Ogni buon padre di famiglia in simili condizioni inizia a ridurre i costi. Oppure, prima o poi, qualche problema na­sce».

L’incentivazione di trasferimenti e pensionamenti nei confronti dei docenti - è stato, quindi, chiesto al professor Betta - non rischia di privare l’Ateneo di un capitale umano di assoluto rilievo? «Il fatto che ci sia mobilità tra gli atenei non è di per sé pericoloso - ha risposto -, soprattutto se a questa operazione si affianca la possibilità, nel giro di un paio di anni, di ricominciare a riprendere i giovani. Se noi restiamo fermi con l’organico attuale per 5 anni, per quanto bravi e brillanti, alla fine ci ritroveremo con un sistema che ha difficoltà. Se invece perdiamo anche pedine importanti, ma siamo poi in grado di prendere dei giovani o di consentire a persone interne di avere le meritate progressioni di carriera, il futuro che ci attende sarà tranquillo. Nessuno è induspensabile».

Il risanamento viene pagato anche dagli studenti in termini di tasse... «Quest’anno - ha spiegato Betta - il governo ha messo in atto un intervento molto importante, forte e positivo sotto l’aspetto del diritto allo studio e dell’accesso alla formazione universitaria. Ha introdotto la cosiddetta no tax area: qualunque studente che abbia Isee inferiore ai 13mi­la euro non paga; non solo ma fino a 30mila euro di Isee le tasse sono bloccate. A fronte di questo sconto imposto agli atenei le risorse giunte dallo Stato non sono state sufficienti a coprire i mancati introiti. L’effetto è stato mol­to positivo per i redditi bassi ma si è dovuto purtroppo introdurre una politica che ha portato gli studenti con reddito più alto ad arrivare a tasse che prima non avevano mai dovuto pagare. Come Cassino siamo nella fascia media. Ma io sono ottimista: ritengo che questo piano di rientro ci consentirà di portarci in una situazione di gestione attenta ma non di emergenza. A quel punto il primo punto su cui si interverrà sarà il riallenamento delle tasse universitarie».

Il rettore ha poi affrontato altri temi di cui torneremo ad occuparci, dalla prossima inaugurazione di ulteriori 200 residenze universi- tarie, all’installazione del wifi che consentirà l’accesso gratuito ad internet agli studenti Uniclam in città, fino all’apertura che collega il campus della Folcara alla zona dove sorgono vari istituti superiori e si raccorda con la provinciare Valle dei Santi. Di particolare rilievo la verifica in corso da parte degli esperti dell’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario, che hanno iniziato ad esaminare una serie di dati attraverso accessi ai siti dell’Ateneo e che da martedì saranno nelle sedi Uniclam per condurre una serie di interviste.

L’incontro è proseguito con l’intervento della professoressa Orofino che ha spiegato come l’Univerità di Cassino sia oggi «impegnata in un importantissimo progetto che è la presentazione della candidatura nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco del sito “Gli insediamenti benedettini nel paesaggio culturale dell’Italia Medievale”. Un’altra sfida è rappresentata proprio dall’inserimento di Montecassino perché tra i criteri imposti dall’Unesco ci sono l’autenticità e l’integrità dei siti e la nostra Abbazia è stata notoriamente ricostruita nel dopoguerra, quindi in età moderna, ricostruita “dov’era e com’era”, quindi in forme che già avevano perso dal XIV secolo la loro facies medievale. Paradossamente proprio questa fedele e meticolosissima ricostruzione testimonia autenticamente l’impprtanza del sito e del culto di San Benedetto».

Sulle criticità del sistema universitario italiano si è soffermata la professoressa Sanseverino che ha sottolineato l’elevatissimo livello di precarietà che costringe i ricercatori all’incertezza del proprio futuro fino a 45 anni di età. La docente si è chiesta se ci sia un interesse a rendere strutturale la precarietà visto e considerato che nel dibattito politico non si parla più di investimenti, e soprattutto di quelli che andrebbero fatti urgentemente sul capitale umano. Interessanti e profonde le riflessioni del professor Di Brango sulla situazione nella scuola pubblica italiana approfondendo gliaspetti relativi all’introduzione del concetto di “competenza” nella pedagogia scolastica per la quale non esiste una sua definizione precisa da tutti condivisa.

 
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Università, la sfida del Sud

università Cassino 350di Ermisio Mazzocchi - Le differenze rimangono. Se non si accentuano ancora di più. L'annuale classica delle Università nazionali stilata da Il Sole 24Ore, pur nel suo "arbitrario esercizio di analisi", come dicono i promotori della graduatoria, costituisce un utile parametro di valutazione e pone alcune riflessione, che aiutano a capire quale potrebbe essere il futuro degli atenei e in modo più appropriato quello della cultura italiana.
Qualità e ricerca si posizionano e si consolidano per la loro maggiore credibilità al Nord del paese. Al Sud permane se non scivola verso una difficoltà che ne abbassa la capacità di attrazione e di espansione. Si pone un problema sostanziale per ifuturo dell'intero paese e delle prospettive delle nuove generazioni.
L’antico divario tra Nord e Sud può tradursi in una separazione più marcata di quanto non lo sia oggi. Si pongono inevitabilmente questioni rivolte alle risorse finanziarie per le Università e a una politica di rinascita delle aree deboli del paese, da cui la provincia di Frosinone non è esclusa.

Centrale è il ruolo delle Università

Gli interventi devono mirare a rendere il Sud conforme al resto del paese con una preferenza per le infrastrutture e il potenziamento di settori produttivi vitali, in cui è centrale il ruolo delle Università.
Ritengo che debba essere molto chiaro che bisogna rifuggire dalla logica dell'intervento "straordinario, "speciale", e ribadire quella della politica "ordinaria" del paese per togliere il Sud dalla marcatura della "specificità", nulla togliendo alla dimensione meridionalistica i tratti di particolari inconfondibili e rilevanti. Una questione che può essere risolta unicamente nel quadro dell'unità nazionale e di quella europea. La vastità dei problemi delle Università italiane, dai finanziamenti alla carenza dei dottorati di ricerca, alla necessità di ricambio generazionale dei professori, pur rimanendo rilevanti gli aspetti positivi, qualità e un flusso maggiore di studenti, per citarne alcuni, sono aspetti di un unico problema quale quello del ruolo delle Università nel panorama della crescita del paese.

Unicas va nella direzione giusta

In questo ambito dobbiamo rilevare che l'Università degli Studi di Cassino e Lazio meridionale mantiene una posizione che non allarma per la sua stabilità rispetto agli anni passati, "stiamo andando nella giusta direzione", come dice il Rettore Giovanni Betta. Restano aperte altre considerazioni, non ultima quella della ripartizione delle risorse finanziarie, che riguardano la percezione del ruolo di questa Università nell'area centro-sud dell'Italia. Il vettore del nuovo assetto territoriale e organizzativo è sempre più orientato a una integrazione tra le due province di Frosinone e Latina, aprendo scenari inediti nei rapporti economici, sociali, politici. L'Università di Cassino è il punto focale per un impulso alla qualificazione delle politiche di una vasta area geografica. Un terreno su cui le forze politiche dovranno rivedere i loro parametri di valutazione su le scelte di governo dello sviluppo e crescita per circa mezzo milione di cittadini. E l'Unicas non può essere considerata ai margini di questa ristrutturazione sociale ed economica. Non può essere lasciata sola nel suo sforzo di alzare il suo livello di "gradimento" e di qualificazione. E' il fulcro sui cui fare leva per dare una prospettiva alla nuove generazioni. Intorno a essa si deve costruire una rete di salvaguardia per rafforzare ulteriormente le sue energie e potenzialità. E ognuno deve fare la sua parte. Il PD deve metter in campo interventi verso il Miur, attraverso i suoi parlamentari, per una verifica delle politiche del governo verso questa Università, coinvolgendo in modo sinergico la Regione con l'assessore regionale, Buschini. Penso che il PD non possa sottrarsi a questa responsabilità, attivando con una propria iniziativa dall'ampio respiro politico sul futuro dell'Università. E' necessario e urgente.

Pubblicato su Perté (settimanale) giovedì 5 gennaio 2017

 
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Incarico a "La Sapienza" e non all'Università di Cassino. Perché?

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260da Marcello Colasanti, Pci Frosinone - Apprendiamo dalla stampa locale che l'amministrazione provinciale di Frosinone ha affidato incarico all'Ateneo romano "La Sapienza" per 10.000 euro per uno studio sulla visibilità, sicurezza e soste per autovetture sulla strada per lo stabilimento FCA di Piedimonte San Germano.
Probabilmente l'amministrazione Pompeo non è a conoscenza che sul territorio provinciale esiste una Università, "UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CASSINO E DEL LAZIO MERIDIONALE" che guarda caso ha le stesse competenze della Sapienza in quanto consulente dell'Astral e risiede a due passi dal sito dello studio.
Il PCI di Frosinone davanti a tanto ignorare, chiede ai potentati della Politica/amministrativa che si sbracciano ogni momento per esaltare le qualità del proprio territorio, cosa ne pensano se si registrano siffatti sgambetti pur di non far crescere la nostra Università?
Come non ricordare i continui ostacoli che l'amministrazione Ottaviani sta procurando al Polo universitario di Frosinone in piazza D.Marzi, tanto è che qualche tempo fa si voleva incrementare le facoltà con altro Ateneo della capitale, ma non vediamo concretamente una iniziativa vera per lo sviluppo della cultura nel capoluogo di provincia. Come per esempio non si è fatto nulla per creare le condizioni per strutturare la Casa dello Studente, in quanto ormai tra Università, Accademia delle belle arti, Conservatorio, gravitano diverse centinaia di studenti e la Casa dello Studente risolleverebbe un centro storico ormai ai minimi storici. Frosinone negli ultimi 5 anni ha perso ancora circa 2000 residenti.

Frosinone 21/10/16

 
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Ceccano era l'università della politica

ceccano monumento 350 260di Angelino Loffredi - In questi giorni un'amica per ricordare Aldo Papetti mi ha consegnato una delibera approvata quaranta anni fa dalla giunta comunale di Ceccano, di cui conoscevo l'esistenza ma che non avevo mai visto.
Una deliberazione con un dispositivo breve, essenziale ed eccezionalmente significativo. Riguarda il rifiuto da parte del comune di Ceccano alle diposizioni governative di esporre il tricolore a mezz'asta in onore della morte del dittatore spagnolo Francisco Franco. Tali indicazioni, infatti erano state date telegraficamente a tutti i comuni ciociari dal prefetto di Frosinone.
A Ceccano ci fu subito una generale riprovazione. A quell'epoca ero segretario del Comitato cittadino del Pci e fu proprio Papetti a farmi conoscere il telegramma e immediatamente concordammo una iniziativa per dare una risposta alle vergognose pretese del prefetto.
A meta pomeriggio pur non avendo telefoni o cellulari e senza senza essere collegati alla rete in tanti riuscimmo a vederci, discutere e decidere cosa fare nell'interno della sezione del Pci.
In quella stagione politica la Spagna non era lontana dai nostri sentimenti e dalle nostre attenzioni politiche. Era rimasto, infatti, dopo la caduta dei regimi in Portogallo e Grecia l'ultimo paese europeo a regime fascista. Gli occhi di tutta Europa erano rivolti a questo paese che da tanti anni soffriva per un regime autoritario e violento. L'anno prima un anarchico catalano di cui ricordo solo il nome, Salvatore, era stato condannato alla garrota cioè era stato ucciso attraverso un lento, doloroso strangolamento. A settembre cinque indipendentisti baschi, pur sostenuti dalla comunità internazionale che chiedeva ne venisse salvata la vita, in località diverse erano stati fucilati. Ricordo che uno di questi appatenente all'Eta era morto cantando avanti al plotone d'esecuzione l'inno della resistenza basca. A Barcellona nelle stesse ore tre militanti del Frap dopo essere stati torturati dagli uomini appartenenti alla Brigata politico-sociale vennero fucilati dalla Guardia Civil.
Grande era l'attenzione attorno alle questioni spagnole e questo stato d'animo coinvolgeva tutti noi. A meta novembre tanti ceccanesi con il poeta Rafael Alberti vollero partecipare e rendere un tributo a Dolores Ibarruri, la Passionaria, presso il palazzo dello sport a Roma, in occasione dei suoi ottanta anni.
Quella richiesta di onorare il tiranno Franco dunque era inaccettabile!
Ricordo che mentre discutevamo in sezione ed io fra Aldo Papetti e l'Assessore Giovannino Giovannone preparavo il testo da portare in giunta ad un certo momento Aldo prese il foglio già predisposto e con molta discrezione aggiunse un concetto che giudicai fine ed opportuno: "senza rimpianto".
Quella bozza preparata in sezione fu poi approvata in giunta ed giusto pertanto ricordarne il testo "preso atto, senza rimpianto, della morte del dittatore spagnolo, fondatore di un regime ispirato alla violenza brutale ed impietosa, soffocando nel sangue gli aneliti di libertà del popolo spagnolo; interpretando i sentimentio della stragrante maggioranza del popolo italiano e dei cittadini di Ceccano unanime delibera di non esporre la bandiera nazionale listata a lutto perché sarebbe un gesto offensivo alla coscienza democratica e antifascista della maggioranza dei nostri cittadini".
Ho ancora negli occhi il ricordo che quando uscimmo dalla sezione e andammo tutti insieme a salutare il sindaco Orazio Trotta all'ingresso del comune mi accorsi di sentirlo molto rassicurato per tale manifestazione di affetto, anche perché si temeva qualche ritorsioni prefettizia nei suoi confronti. Mancava qualche minuto alle 19 di quel 22 novembre 1975. Nello stesso tempo arrivarono anche gli assessori Lellenzo Masi e Felice Ruspantini. La giunta si riunii e decise all'unanimità che il tricolore non dovesse essere scomodato per rendere omaggio al tiranno e con questo atto si consolidò anche ancora di più l'idea che Ceccano "Era l'università della politica".

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Cassino: inaugurato l'Anno Accademico 2014/2015 dell'Università

università cassino lazio merid 350 260di Ermisio Mazzocchi - Ganbatte! espressione giapponese che è il titolo della significativa e impegnativa relazione del Rettore Ciro Attaianese, svolta giovedì 5 febbraio per la Cerimonia di inaugurazione dell'Anno Accademico 2014/2015 dell'Università di Cassino e del Lazio Meridionale. In quella espressione che nella sua traduzione significa "fa' del tuo meglio, sii tenace con forza e coraggio" è racchiuso il messaggio del Rettore per una Università che guarda con fiducia al futuro. In evidenza i risultati conseguiti e gli obiettivi che oggi si pone questa Università sempre più proiettata in una dimensione europea. Un bilancio positivo di una Università che "sta in piedi e con la testa alta" per offrire alle nuove generazioni una qualificata preparazione per affrontare le sfide del futuro. Su questo obiettivo si è soffermato, Daniele Marandola, laureato in Economia aziendale nel 2012 e oggi laureando in Economia e diritto di impresa. Attualmente è rappresentante degli studenti nel Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo. Il suo è stato un intervento che ha messo in risalto quale potrebbero essere le potenzialità di questa università attraverso "una eccellenza nella didattica, di migliorare i servizi offerti, di internazionalizzare la nostra dimensione, scommettendo su diritti e merito". In questo senso si è voluto dare la parola a Cristina Silvestri, laureata a pieni voti in ingegneria delle Telecomunicazioni nel 2005, presso l'Università di Cassino e attualmente responsabile di un progetto dell'Enel, che ha svolto il suo intervento raccontando la sua esperienza da studente universitario a dirigente dell'Enel. Una esperienza significativa di come l'Università di Cassino si qualifica sempre di più come un Ateneo di alto livello accademico nella preparazione dei suoi studenti, che devono "seguire le proprie passioni di vita e di studi, di credere fermamente nel valore dell'impegno e di perseverare sempre nonostante tutto..." . Un bilancio della condizione amministrativa è stata affrontata dall'intervento di Francesco Cuzzi, rappresentante del personale tecnico amministrativo, augurando che "tutte le attività accinte possano dare uno slancio produttivo in termini di benefici positivi e favorevoli a studenti, personale T/A, docenti e cittadini" E' seguita la prolusione di Stefano Fantoni su "Meritocrazia o Meritofobia" che ha messo in risalto la specificità dei due aspetti. Alla cerimonia erano presenti autorità istituzionali, civili, politiche, religiose e moltissimi studenti. Un particolare compito è stato svolto dal Coro dell'Università che ha intonato l'Inno nazionale in apertura di cerimonia e a sottolineare l'apertura dell'Università verso le nuove frontiere ha cantato una nota canzone dei Beatls. Nel trentaseiesimo anno dalla sua fondazione 1979/2015 l'Università di Cassino ha compiuto un percorso che prosegue, come dice Attaianese, "operando nel presente per costruire il futuro proprio e degli altri".

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