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Addio Valerio, all'improvviso non ci sei più

valerio ascenzi 350 260ADDIO VALERIO, ALL'IMPROVVISO NON CI SEI PIU'

Sono i mesi dell'autunno 2012. La disfatta del centro sinistra e del PD a Frosinone e Ceccano. Iscritti, militanti ed elettori si interrogano smarriti. Dichiarazioni e conferenze stampa si susseguono.

Incontro e conosco Valerio Ascenzi grazie a Ivano Alteri che me lo presenta. Ci diamo un appuntamento, noi tre, per incontrarci con più calma.
Al bar Minotti Valerio con un immancabile borsello ascolta come me lo presenta Ivano, con tanti particolari che attestano la qualità del suo impegno e poi attende che io gli parli della iniziativa editoriale nella quale siamo impegnati con un gruppo di appassionati di politica che guarda all'eguaglianza, a sinistra, al futuro delle persone.

Nasce qui un'amicizia e una collaborazione giornalistica. UNOeTRE.it è il giornale in cui ci ritroveremo.
Valerio parla con facilità e senza intoppi delle sue idee e dei suoi intendimenti. Di cosa intende per "fare politica" e cosa vuol dire per lui "scrivere di politica": organizzare, costruire iniziative sui bisogni, scrivere di fatti reali che accadono e narrino le persone e i problemi che hanno. Resta affascinato da Niki Vendola, ma non gli basterà, cerca un impegno concreto, forse come quello che lo prende nel sindacato del lavoratori della conoscenza della Cgil. Vorrebbe una casa dove svolgere attività politica, ma non la trova.

Valerio insegna, ha già scritto per alcune testate provinciali, è un pubblicista, ma non gli basta e trova il tempo per laurearsi in scienza della comunicazione all'Università di Cassino. Ero lì il giorno della sua laurea. Era molto soddisfatto dei sè. Sapeva studiare e fare, sapeva non risparmiarsi negli impegni che assumeva. Amava entrare negli aspetti più nascosti delle cose di cui trattava e scriveva.

Ora ci lascia solo questi suoi ricordi insieme all'entusiasmo del suo amore per la moglie e l'attesa desiderosa di diventare papà.
Un inaspettata, tragica malattia di cui non si dovrebbe morire più, ti toglie ogni futuro che avevi cercato di costruire con tanta passione per te e per i tuoi cari, insieme al tuo atteso ritorno ad Anagni.

Apparso la prima volta sulla pagina FB di unoetreit il giorno 14 noveembre 2018

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"Reddito di cittadinanza si, reddito di cittadinanza no" - n°2

reddito di cittadinanza del m5s 350 260L'articolo "Reddito di cittadinanza si, reddito di cittadinanza no" a firma di Valerio Ascenzi, pubblicato su questo giornale domenica 8 marzo '15, ha aperto un confronto. Mirko Ferrari del M5S ha postato su Facebook le sue osservazioni all'articolo di Ascenzi, che qui apre con lui un dialogo. Un dialogo fatto di argomenti, alla pari e assai rispettoso delle posizioni in campo.

Mirko Ferrari - Sinceramente non sono d'accordo col punto di vista dell'articolo. Spesso si dimentica di dire 2 cose: la prima è che il reddito di cittadinanza contiene una riforma del collocamento e la seconda è che gli attuali ammortizzatori sociali sono ben più assistenzialisti e inefficaci del reddito di cittadinanza. Nell'articolo si dice che sarebbe umanamente ingiusto ricevere dei soldi per non fare niente, ma perché i disoccupati normalmente che fanno? E i cassintegrati? E perché se Lula tagliava gli armamenti in favore di politiche sociali si lodavano i Brics e in Italia invece sarebbe populismo? La flexsecurity non sembra un modello tanto lontano dal jobs act, parte dallo stesso presupposto (sbagliato in questo momento storico), che gli imprenditori non assumono per la troppa rigidità. Gli imprenditori non assumono perché non producono, e non producono perché non si consuma e non si consuma perché c'è troppa disoccupazione. Se invece di dare 80€ in più a chi già lavora si desse un sostegno per massimo 3 anni a chi un lavoro non ce l'ha i consumi ripartirebbero e il motore si rimetterebbe in moto. È chiaro che si tratta del mio punto di vista e le misure da abbinarvi sarebbero anche altre (seria riforma del fisco).

Valerio Ascenzi - I socialnetwork ci restituiscono un livello di democrazia tale che anche chi non scrive su un giornale o su un blog, possa esprimere le sue opinioni. Un commento sulla nostra pagina Facebook, da parte di Mirko Ferrari, sull'articolo in merito al reddito di cittadinanza, sta a dimostrare che il dibattito su questo tema è molto sentito. Raccolgo il commento con interesse, riportandone alcuni tratti, senza sconvolgerne il significato, e rispondo punto per punto secondo quella che è la mia visione.
La crisi in Italia è reale, tangibile. Chi dice che c'è ripresa usa i media per fare propaganda come faceva qualche anno fa Berlusconi. Non è cambiato molto. Il dibattito sul reddito di cittadinanza mostra che la popolazione non ce la fa più, ma ciò che bisogna fare è intervenire sulla causa principale del malessere: la mancanza del lavoro, creando lavoro. Quando parlo di libertà, di dignità collegate al concetto di lavoro lo faccio in base a principi costituzionali, rintracciabili anche nella filosofia orientale. Un proverbio cinese dice: «Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita». Se fornisci gli strumenti per vivere a uomini e donne, li rendi liberi. Non è attraverso un sussidio che si possono rendere libere le persone.

Mirko Ferrari spiega di non essere d'accordo con la mia visione, perché: «Spesso si dimentica dire due cose: la prima è che il reddito di cittadinanza contiene una riforma del collocamento e la seconda è che gli attuali ammortizzatori sociali sono ben più assistenzialisti e inefficaci del reddito di cittadinanza». Sul fatto che gli ammortizzatori sociali esistenti siano inefficaci si dovrebbe entrare in un settore non di competenza dello scritto. Però se si tratta di metodi più assistenzialisti di quelli proposti, come fanno ad essere allo stesso tempo inefficaci? Sta di fatto che lo Stato italiano è uno stato assistenzialista e concede, ammortizzatori sociali secondo quelle che sono le norme previste. Andrebbero, come espresso nell'articolo, cambiate alcune norme. E si tratta di norme costituzionali: queste sarebbero ad esempio alcune norme costituzionali da cambiare, non quelle che fanno comodo ai nostri politici. Per esempio l'articolo 38 della carta è chiaro: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale».

Qui si parla di disoccupazione involontaria. Se si guarda a quel che ha fatto la Grecia in passato, a ciò che fa la Svezia attualmente e si pensa di poter solo sognare sussidi del genere, forse va rivista la percezione che si ha di questo Paese. La Grecia ha provato a dare dei sussidi a chi non percepiva reddito: anche a coloro i quali, se pur abili al lavoro, non ne trovavano neanche l'ombra.

Nessuno in Grecia si azzarderebbe a dire che questa non è una concausa del default. In Svezia gli studenti ricevono dallo stato un sussidio mensile, a patto che riportino determinati risultati, fino al giorno in cui troveranno un impiego. Stiamo parlando però di uno Stato che è in grado di garantire livelli di welfare che in Italia non possiamo permetterci, per un motivo di fondo: le tasse, che pochi in Italia continuano a pagare, vengono utilizzate tutte in servizi e assistenza. Si dimentica di dire, riguardo la proposta sul reddito di cittadinanza, che il Movimento cinque stelle la intende come: «L'insieme delle misure volte al sostegno al reddito per tutti i soggetti residenti sul territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà [...] al fine di garantire la pari dignità sociale e la partecipazione al progresso della nazione».

Stando a quanto scritto qui, questo reddito verrebbe esteso anche ai cittadini stranieri residenti in Italia: non si parla di cittadini italiani, ma residenti. Inoltre faccio fatica a pensare che un cittadino che, se abile al lavoro, percepisce un reddito senza far nulla, possa contribuire al progresso dello Stato. Ecco perché nell'altro articolo ho lanciato, per quando possa valere, l'idea di un intervento da parte dello Stato, finalizzato a investire su aziende in declino, non tanto per far guadagnare qualcosa allo stato stesso, ma per andarci in pari.
Intendo difendere la mia posizione, quanto mai obiettiva: la condizione imprescindibile per fare in modo che questo Paese risollevi la testa è la creazione dei posti di lavoro. Di un lavoro libero, in grado di dare dignità ai lavoratori e alle proprie famiglie. Ferrari obietta sul mio articolo di qualche giorno fa: «Nell'articolo si dice che sarebbe umanamente ingiusto ricevere dei soldi per non fare niente, ma perché i disoccupati normalmente che fanno? E i cassintegrati?».
Mi sembra di aver già spiegato anche qui la posizione espressa: chi ha perso il lavoro, chi va in cassaintegrazione ha versato comunque dei contributi ed ha il sacrosanto diritto di ricevere assistenza. Anzi: chi ha chiuso la propria attività, chi ha chiuso la partita iva, e ha versato regolarmente i contributi, dovrebbe avere le stesse tipologie di assistenza: ecco cosa andrebbe cambiato. Chi non trova lavoro perché l'Italia è la nazione della meritocrazia inversa, dovrebbe essere tutelato (ecco un'altra questione), ma non credo affatto che un ricercatore con lauree e dottorati accetti di stare in Italia a prendersi un sussidio.

Considero una cosa: in questo Paese, una piccolissima percentuale di lavoratori, svolge mansioni per le quali ha studiato. Questi sono quelli che amano il loro mestiere. Alcuni meno fortunati, ma sempre graziati dalla sorte, fanno un lavoro per cui non hanno studiato e si dividono in due categorie: quelli raccomandati e che occupano mansioni che non avrebbero mai svolto in un paese civile, quelli che pur avendo fatto altri percorsi si ritrovano a lavorare in altri ambiti ma si impegnano costantemente, portandosi il lavoro a casa. Poi ci sono quelli che non lavorano, ma hanno qualifiche tali da fare invidia al presidente degli Usa. Solo i cosiddetti raccomandati, secondo noi, avrebbero la faccia di considerarsi felici percependo un sussidio, senza fare nulla. Gli altri andrebbero alla ricerca di un lavoro gratificante.
Riguardo al ridurre il costo degli armamenti, Ferrari fa notare che lo ha fatto anche Lula, ma in Brasile non è stato visto come populismo. Populismo è quando semplicemente si fa una ipotesi di soluzione, senza ragionare. Si, a dir il vero sarebbe giusto ridurre il costo per gli armamenti in Italia. Però forse non possiamo farlo, per chissà quali accordi che non ci è dato sapere con la Nato. Ma, ridurre il costo degli armamenti e non pensare neanche minimamente di recuperare i soldi dal sommerso e dall'evasione fiscale (a livelli mostruosi in Italia) sarebbe una soluzione ideale. Ma questo, ne movimentisti ne piddini ci vogliono pensare, o almeno non lo dichiarano sui media mainstream.
Ferrari poi afferma: «La flexsecurity non sembra un modello tanto lontano dal jobs act, parte dallo stesso presupposto (sbagliato in questo momento storico), che gli imprenditori non assumono per la troppa rigidità. Gli imprenditori non assumono perché non producono, e non producono perché non si consuma e non si consuma perché c'è troppa disoccupazione». Prendo l'affermazione sulla flaxsecurity come opinione personale del nostro lettore, anche se ritengo che non abbia nulla a che fare con il job acts. Punto nevralgico di questo nuova norma varata da Renzi, ma anche punto critico, è la possibilità di licenziare in maniera sommaria i lavoratori. Il punto critico è che non è stata prevista la contrattazione collettiva nazionale per i lavoratori: questo sarebbe stato l'unico modo per tutelare le categorie. Quando una delle parti, nel caso specifico il datore di lavoro, è in grado di rescindere il contratto come e quando vuole, il lavoratore è automaticamente uno schiavo. La flaxsecurity invece è una forma di tutela che permette il reintegro dei lavoratori che sono rimasti disoccupati in maniera involontaria: prevede corsi di formazione e riqualificazione professionale, mentre viene erogato un sussidio economico e la possibilità di essere reintegrati in un posto di lavoro simile a quello svolto precedentemente, se durante la riqualificazione si rende disponibile un posto in un'altra azienda.

Non frequentare il corso di formazione, non accettare un nuovo impiego una volta creatasi l'occasione, il lavoratore perde anche il sussidio.
Ferrari conclude: «Se invece di dare 80 euro in più a chi già lavora, si desse un sostegno per massimo tre anni a chi un lavoro non ce l'ha i consumi ripartirebbero e il motore si rimetterebbe in moto. È chiaro che si tratta del mio punto di vista e le misure da abbinarvi sarebbero anche altre (seria riforma del fisco)».
La mossa degli 80 euro è stata una trovata che ancora mi sto chiedendo a cosa sia servita: alcuni lavoratori che li percepiscono, li dovranno restituire con i conguagli fiscali. Ma dare ammortizzatori per tre anni a chi non lavora, non basterebbe a risollevare, a mio avviso le sorti di questo Paese. Sono soldi che devono uscire sempre dalle casse dello Stato, che non rientrerebbero. Quindi l'ipotesi di creare lavoro, creare produttività e far si che questo Paese torni ad essere produttivo, non è da sottovalutare. Siamo sempre dell'avviso che un sussidio a chi, è abile per un certo tipo di lavoro, senza che questi possa accedere ad un percorso per la ricerca – magari anche agevolata – del posto di lavoro, non è concepibile oggi in Italia. Dare un contributo a chi non lavoro, cercando i soldi e la copertura economica rosicchiando qua e la, avrebbe lo stesso valore della trovata deli 80 euro. Con conseguenti ripercussioni sulle prossime tornate elettorali: se Renzi dovesse varare una manovra del genere, sararebbe anche in grado di prendersene il merito.

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