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Riflettendo sulla pandemia Covid 19

Le conseguenze del coronavirus

coronavirus pandemia 370 minNel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli. In sostanza il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione.
Negli ultimi decenni alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.

Dunque le origini di questo coronavirus e di questa pandemia sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Nel senso che, se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo, e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se, invece, si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo. La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere una linea nazionalista e sovranista che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”.

Se una cosa è evidente è che di fronte a queste emergenze la sola dimensione dello stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche gli stati più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli. Se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali; se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente. Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema che avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. Quante morti in più ha comportato tutto questo? Non credo lo sapremo mai.

Che lo si voglia o no la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nel brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc. Ad oggi i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia e il Regno Unito, a dimostrazione della oggettiva difficoltà che hanno avuto le forze della destra ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza proprio perché rimaste chiuse in una logica nazionalista inconcludente e dannosa.

L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima del resto è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.

“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.

La salute degli esseri viventi e la salute del pianeta. È interessante ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (Prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020. Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.

In questo senso il problema del rapporto tra l’uomo e la natura porta con sé quello del rapporto tra pubblico e privato. Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora è più chiaro che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti. Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo di cui le posizioni del nuovo Presidente della Confindustria italiana ne sono un esempio. Il ruolo degli Stati tornerà a crescere e servirà una politica più determinata e più forte per riscrivere un patto per la ricostruzione in cui sia il pubblico a fissare gli obiettivi di benessere e di sostenibilità, e il privato a concorre al raggiungimento degli stessi.

Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Non sono più rinviabili la lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze, alla povertà; la lotta per affermare il valore e la dignità del lavoro. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco. Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.

L’emergenza sanitaria mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universale, e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati. L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di pace, non c’era quasi più. Per questo in occidente si è smesso di realizzarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni e, magari, con l’occasione, compiere la scelta più impegnativa di tornare ad investire di più, non solo sui vari sistemi sanitari nazionali, ma per la ricostruzione su scale europea di una filiera produttiva che garantisca dotazioni di qualità e di eccellenza per ogni evenienza. Ma non dovremo fermarci qui. Perchè la vera opzione da compiere è la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.

Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di PIL, di sicurezza e di benessere. Per quanto riguarda l’Italia è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal MES. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui il Paese, non dico si sia abituato, ma sostanzialmente si è adagiato, nell’incapacità “storica” di cambiare e di innovarsi.

Il costo di questa operazione, per essere sostenibile, deve essere ripartito su una platea più larga di contribuenti pena il suo fallimento. Il che significa che non possiamo più permetterci sacche (ormai gigantesche) di economia sommersa e illegale. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale circa 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” in modo da garantire una più larga base imponibile, una più larga redistribuzione dei costi e una più ampia partecipazione alle responsabilità dello Stato da parte dei cittadini. Conosco già l’obiezione. E’ la solita sinistra delle tasse mentre il paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dal lockdown e alla parte più fragile della popolazione.

Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del paese. Certo per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee. E’ la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute e nuove reti di protezione sociale, impresa e lavoro. Quindi non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.

Se queste considerazioni hanno senso, allora in gioco non c’è una generica ripartenza. Né per l’Italia, né per l’Europa, né per il mondo. In gioco c’è appunto verso quale modello vogliamo riaprire e ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale. Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.

 

 

 

 

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Virus nei secoli. Non sempre è uguale

Non scherziamo con la natura...

Pandemie350Dr. Antonio Colasanti - I virus hanno influito e stanno, oggi, influendo sul corso della storia

Il vaiolo che gli spagnoli portavano con se fu loro di grande aiuto per soggiogare gli indiani del messico. Cosi i comandanti britannici fecero deliberatamente ricorso a quest'arma durante la guerra contro i francesi e gli indiani. Un ufficiale offrì due coperte di lana provenienti da un ospedale per vaiolosi a due capi indiani, le cui tribu furono colpite da epidemia di vaiolo.

E questo il primo caso di guerra batteriologica che si ricordi. In Olanda la mania dei tulipani durante il diciassettesimo secolo provocò infezione da virus. Molte delle patate irlandesi contengono virus allo stato latente. Molte sigarette che vengono fumate contengono virus. Malgrado la conciatura del tabacco il calore non uccide il virus del mosaico. Per fortuna i virus delle piante, ne esistono a centinaia, non attaccano l'uomo.

Infezione virale, è la diagnosi piu comune che viene fatta a livello medico. Le possibili affezzioni da virus sono: comuni raffreddori, influenza, rosolia, morbillo, varicella, parotide, poliomielite, meningite, polmonite, verruche, alcuni tipi di cancro Poche le parti del nostro corpo sono al sicuro da virus: dal cervello per le meningiti ai piedi per le verruche.

i virus non si limitano a provocare i soliti sintomi: febbre, infiammazione e debolezza generale, ma possono dare malformazioni congenite, deficit mentali, autismo, paralisi, vizi cardiaci, cancro. Cinquant'anni fa si conoscevano solo 10 virus, 20 anni fa settanta, oggi piu di 200. Si pensa che le malattie virali siano in aumento e mentre una volta avevano un andamento sporadico oggi possiedono un carattere epidemico.

Tutte le misure che hanno ridotto le infezioni batteriche hanno avuto l'effetto opposto su quelle virali perche ogni misura igienica riduce la possibilita di costruirsi una immunità naturale mediante una di quelle deboli infezioni virali che passano inavvertite. Inoltre il traffico mondiale di viaggi facilitano gli incroci le mutazioni dei virus. In ogni caso siamo meno resistenti dei nostri nonni alle infezioni virali.
La manipolazione genetica nei laboratori di tutto il mondo è pericolosa perchè si possono formare virus resistenti a tutti i farmaci per cui diventano mortali per l'uomo.

Non scherziamo con la natura.....................

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La UE, il virus e la mucca pazza

Questa è oggi la UE

Blu tongue ulcerated lip nares 350 260Domanda: Il «coronavirus non pone il problema di un coordinamento dell’azione europea contro le pandemie?» Risposta (del presidente del Parlamento europeo): «Abbiamo una capacità di risposta comune per le crisi veterinarie, come quella della mucca pazza. Non l’abbiamo sulla salute delle persone».
Eccola qua la bella Europa solidale e socialista sognata da Altiero Spinelli: una burocratica costruzione padronale, che ai fini del profitto e dell’equilibrio monetario dei più forti tutela la salute delle bestie (con rispetto parlando per le prosperose mucche olandesi), ma non quella degli esseri umani e il loro lavoro.
Questa è oggi la UE: un mostriciattolo dal volto disumano, che nulla ha a che vedere con l’Europa dei popoli e dei lavoratori.

nuvola rossa

 

 

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2 virus: Covid 19 e disoccupazione

Vertenza Frusinate

disoccupati in più 350 260di Valentino Bettinelli - In questi giorni viviamo tutti l’apprensione per l’aumento dei contagi dovuti alla diffusione del nuovo Coronavirus. Tutto il Paese sta attraversando le sue ore più buie dal secondo dopoguerra ad oggi. Ma la nostra terra, oltre al Covid-19, da anni subisce il contagio da un virus chiamato disoccupazione.

La situazione del tessuto economico ed industriale dell'area di crisi complessa è disastrosa. Da più di un decennio, ormai, le nostre zone produttive subiscono la desolante condizione della deindustrializzazione, con la conseguente uscita dal mondo del lavoro di tante lavoratrici e lavoratori ciociari.

Anni di battaglie e diritti ottenuti con fatica e grande dedizione da parte dei disoccupati ciociari, uniti sotto il vessillo della Vertenza Frusinate. Quante manifestazioni e assemblee hanno visto protagonista il gruppo di Vertenza nel corso di questa emergenza decennale. Oggi, però, per le giuste restrizioni adottate dal governo, gli ex lavoratori non possono più far sentire la loro presenza alle istituzioni e alle parti sociali, spronando costantemente questi soggetti, al fine di ottenere ascolto.

Oggi non hanno davvero strumenti le donne e gli uomini di Vertenza Frusinate. Per loro il concetto di isolamento e distanziamento sociale non è, purtroppo, una novità. In questo periodo di emergenza sanitaria, dove ogni azione, anche la più semplice, risulta macchinosa e complessa, i disoccupati ciociari non possono passare in secondo piano.

Occorre ricordare come la mobilità in deroga risulti scaduta dal lontano 2 gennaio 2020. Da allora, nonostante il rifinanziamento degli ammortizzatori fosse presente in manovra di bilancio, nessun accordo è stato messo in piedi tra Regione e sindacati, per consentire l’erogazione dei nuovi assegni agli ex lavoratori. La situazione è arrivata ad un punto di non ritorno, e le istituzioni hanno il dovere di provvedere alla sopravvivenza dei cittadini, senza lasciare indietro alcuna categoria. Chi vive da mesi senza reddito e senza certezze merita attenzione, perché stare a casa è necessario per la salute pubblica, ma diventa un’impresa impossibile vivere chiusi tra quattro mura quando non si ha nemmeno la possibilità di provvedere alla spesa alimentare.

I disoccupati stanno lanciando da mesi, anzi da anni, continui gridi di allarme, ma sembra che chi di dovere non smetta di girare la testa dall’altra parte. Un comportamento di grave irresponsabilità da parte di una classe politica poco adeguata alla gestione di quello che è un male endemico per tutto il nostro territorio. Ad aggravare la condizione, la contingente emergenza dovuta al Covid-19, che dovrebbe, però, far riflettere maggiormente istituzioni e amministratori. Proprio questi ultimi hanno il dovere, morale ed amministrativo, di trasferire le istanze dei propri concittadini alle istituzioni superiori. È la realtà comunale quella più vicina al cittadino e quella da cui quest’ultimo pretende delle risposte e degli atti concreti.

I disoccupati di Vertenza Frusinate hanno inviato delle lettere accorate, prima al Prefetto e poi ai Vescovi della zona, per chiedere loro delle delucidazioni in merito alla loro condizione.
Gli ex lavoratori dell’area di crisi complessa ciociara vivono in quello che sembra un limbo politico-amministrativo. Incolpevoli del loro destino e costretti ad essere gli ultimi inascoltati, anche in situazioni di emergenza generale.

L’appello deve risuonare come un allarme non derogabile. C’è bisogno di chiarezza e di interventi celeri, perché questa emergenza sanitaria non vada ad acuire la piaga socio-economica che il nostro territorio già vive da anni. Qualcuno ascolti la disperazione di chi non ha nulla con cui vivere, e si impegni affinché tutti i percettori di ammortizzatori possano esercitare un diritto riconosciuto dalle leggi dello Stato.

Le emergenze vanno affrontate in parallelo, e la sopravvivenza di molti non può essere nascosta dalla crisi sanitaria in corso. Intervenire è un imperativo categorico per le istituzioni.
Bisogna trovare una soluzione. Subito.

 

 

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Il virus e la necessità di un’altra Europa

Cambiare le fondamenta dell’intera costruzione

bce 460 minIl Covid-19 non guarda in faccia nessuno, neanche madame Christine Lagarde. La sacerdotessa della Banca Centrale Europea, custode dell’equilibrio monetario del sistema e fino al 13 marzo attestata sulla linea della non ingerenza nella crisi generata dal virus. Costretta poi a mettere in canna 750 miliardi di euro per fronteggiare un’emergenza «senza precedenti per la salute pubblica» e uno «shock economico estremo» (come lei stessa ha dichiarato), che prima hanno colpito l’Italia e adesso stanno dilagando in tutta Europa.

Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato da www.jobsnews.it il 21 marzo 2020

 

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Dalle guerre stellari a quelle con i virus?

Coronavirus la moderna bomba atomica

virus cina controlli mascherine 350 mindi Elia Fiorillo - Se solo qualche giorno fa un giornalista avesse ipotizzato gli scenari attuali causati dal Coronavirus lo avremmo considerato pazzo. «E che siamo ai tempi della peste?!» gli avremmo probabilmente risposto. Ci saremmo messi ad elencare le nostre eccellenze in campo sanitario ed anche i servizi di prevenzione e protezione a livello mondiale. Impossibile che un virus da solo possa scuotere il mondo. «Mica siamo nel 1347 – avremmo affermato - quando, sempre dalla Cina, partì la pandemia della ‘peste nera’ che fece 20 milioni di vittime stimate nella sola Europa?».

E chi avrebbe mai pensato che ci sarebbe stato vietato di uscire di casa, pene serie multe inflitte dagli agenti delle forze dell’ordine coadiuvati dall’esercito? Se avessimo letto in un romanzo l’attuale storia del Coronavirus avremmo certo apprezzato le doti inventive dello scrittore, ma non avremmo mai nemmeno lontanamente ipotizzato che il racconto fantastico si potesse tradurre in realtà. E invece il reale ha superato il fantastico.

Quando finirà la «peste nera» del 2020? E chi può dirlo?! Speriamo presto. Ad oggi si contano nel mondo diecimila morti, destinati purtroppo ad aumentare.

Alcune riflessioni vengono spontanee.

C’è chi sostiene che il Covid-19 sarebbe stato creato a fini bellici o, comunque, a fini di “potere”. Potrebbe pure darsi che una delle grandi potenze, accantonata la bomba atomica, abbia ipotizzato sistemi di guerra più “soft”. Ma, in quanto ad efficacia, non certamente inferiori all’atomica, anzi. Ma se così fosse “l’invenzione” a questa potenza, come si dice, «le è scappata dalle mani» visto che sta imperversando in tutto il mondo. E, per il momento, nessun Paese ha inventato un qualsiasi tipo di rimedio contro l’immane sciagura. Non vogliamo credere che il cinismo umano possa arrivare al punto da non «far tirar fuori» l’antidoto - se c’è - per non compromettere l’efficacia distruttiva del virus. Ma se così fosse, fino a quando la potenza «proprietaria» del batterio sarebbe capace di resistere?

Il 6 agosto del lontano 1945, alle 8,15, l’aeronautica militare USA sganciò la prima bomba atomica, denominata “Little Boy”, sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo venne lanciato un altro ordigno atomico, il “Fat Man”, su Nagasaki. Il numero complessivo dei morti è stimato da 100.000 a 200.000. Le morti a causa del Covid-19, ad oggi, si aggirano intorno a circa diecimila. Cifra destinata però ad aumentare.

Ma fa paura oggi più l’atomica o i virus «sganciati» nel mondo? Ormai la bomba atomica, diciamo, è storia passata. Certo, fa sempre paura. Appartiene però ad un’altra epoca, ad un altro modo di «fare le guerre». Oggi sono i «virus» ad essere armi micidiali che, al di là dei morti, riescono a fare danni incalcolabili sul piano economico per un Paese. Basta vedere l’andamento delle Borse. Più che i morti per vincere certe battaglie servono i «segni meno» agli indici borsistici. Sono le Borse che contano più delle vite umane, purtroppo. Ed è sicuro che il Coronavirus sull’andamento borsistico ha prodotto proprio tanti danni, facendo scattare i micidiali «meno».

Tante le ipotesi che girano in questi giorni sulla nascita del virus. Con i mezzi d’intelligence a disposizione delle grandi nazioni non sarà difficile appurare se il malefico virus è un evento naturale o c’è dietro la mano assassina dell’uomo. Se così fosse ci dovremmo preparare al peggio perché è naturale che chi è stato «economicamente» colpito dal Covid-19 non starà, come si dice, «con le mani in mano. Certo qualcosa s’inventerà per colpire il nemico. Cosa? Niente di apparente per non essere accusato di sovversivismo. Per non passare «dalla ragione al torto». Colpirà con altri virus o con che cosa? Difficile rispondere a questa domanda. Ma la reazione ci sarà più per punire il danno economico subito che per pareggiare il conto dei morti.

Una domanda viene spontanea: «Ma nel terzo millennio valgono più i soldi che la vita umana?». La risposta è, purtroppo, «i soldi. Chissà, forse un giorno l’umanità tutta capirà che ci sono dei valori che non hanno prezzo, che sono più importanti della vile moneta. Che con essi, con questi valori, veramente è possibile fare rivoluzioni non cruente. Forse un giorno….

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Propaganda virus

Covid 19 nel tritacarne della propaganda

noirompiamo 350 mindi Aldo Pirone - Ieri pomeriggio Matteo Salvini uscendo dall’incontro con il Presidente Conte ha detto: “Finalmente qualcuno ci ha ascoltato, ma esco preoccupato: abbiamo portato la voce di chi chiede di chiudere tutto adesso per poi ripartire, ma la risposta è stata no. Quindi totale incertezza”. Cioè, se le parole hanno un senso, non è vero che sono stati “ascoltati” tutt’al più sono stati “sentiti”. La Meloni, per non esser da meno del “ganassa” milanese, ha detto che sulla chiusura totale del Paese “Al momento il governo non si dice disponibile ed interessato". Secondo l’Agenzia Ansa, invece, Conte ha detto a tutti e tre (c’era pure Tajani come soprammobile): "Vi assicuro che il Governo continuerà a rimanere disponibile e risoluto ad adottare tutte le misure necessarie a contrastare con il massimo rigore la diffusione del contagio". Quindi, ancor più drastiche di quelle finora adottate.

E’ ormai assodato che il “bauscia” non sa quel che dice e si contraddice non solo fra un giorno e l’altro ma nelle stesse frasi.
Ovviamente i rappresentanti della destra non si sono astenuti dall’attaccare l’Europa che manca all’appello coronavirus. Ed è vero, ma Salvini e la Meloni sono i meno indicati a sollevare la questione perché è proprio per mancanza di poteri sovranazionali, cioè per eccesso di quel sovranismo tanto caro ai due sodali della destra che ne vorrebbero ancora di più, che la UE sta mostrando la corda in tanti settori e su tanti fronti. Oddio, in materia si può sempre cambiare idea, ma bisogna dirlo, spiegare il perché e farsi l’autocritica. Al contrario, costoro aprono bocca con la prosopopea dei saputelli che la dicono sempre giusta anche quando straparlano e si contraddicono per crassa ignoranza e ancor più crassa incompetenza. Sono veramente patetici questi nostri sovranisti d’accatto, qualche giorno fa la Meloni ha scomodato niente meno che De Gaulle il quale, in un’altra epoca storica, aveva dell’Europa una sua improbabile visione politica - “dall’Atlantico agli Urali” diceva - scambiando la geografia fisica con la storia politica e culturale del nostro continente. La onorevole signora si è richiamata in positivo alla visione gaullista di “Europa delle Patrie” e “Confederale”, che è esattamente quella che c’è e che si sta dimostrando non all’altezza.

Il “bauscia” ha anche aggiunto: “Qualcuno sta sottovalutando l’emergenza sanitaria”. Ce l’aveva con se stesso, evidentemente, perché il 27 febbraio, cioè meno di due settimane fa, reclamava da Mattarella: “L’appello che ho chiesto per chi è al governo è di aprire tutto quello che si può: fabbriche, centri commerciali, teatri, bar”.

Non faceva cenno alle osterie, perché quelle erano già aperte solo per lui.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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