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Le “combinazioni” che ti cambiano la vita

 Ricordi di vita

 Chi mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco

di Elia Fiorillo
torre annunziata 360 minHo avuto sempre la “passione” per lo scrivere. Francamente non so quale sia stato il “fiammifero” che ha acceso questo trasporto. Direi una cosa naturale, essendo “figlio unico di madre vedova”, e non avendo avuto esempi da seguire. Fin da ragazzo mi piaceva elaborare. A scuola in italiano avevo il massimo dei voti. In matematica… lasciamo perdere.


Quando frequentavo l’oratorio salesiano avevo predisposto un ciclostilato, che io chiamavo “giornalino”, in cui raccontavo gli eventi, i “fatti del giorno”, a partire dai risultati dei vari tornei di calcio che si svolgevano da quelle parti.

Correva l’anno 1968 quando mi iscrissi all’università. Ebbi, allora, tramite la mia “fidanzata” dell’epoca, la possibilità di conoscere un giornalista che da poco tempo pubblicava un mensile, “La voce della provincia”, che raccontava la vita di una realtà complessa com’era allora la città di Torre Annunziata. E fu così, per combinazione, che cominciai a scrivere. Ricordo ancora il titolo del primo “pezzo” pubblicato sulla “Voce”: “Il caro funebre”. Niente di funesto, solo la storia di quanto super-costava un funerale. Essendoci pochissime strutture per il trasporto dei cadaveri al cimitero, si può ben immaginare gli alti costi. Allora il trasporto avveniva con mastodontici cavalli che tiravano un’enorme urna di cristallo dov’era ben visibile la cassa con il feretro. I cavalli che tiravano il carro funebre potevano essere sei o otto. Tutto dipendeva dalle disponibilità degli eredi del “de cuius”.

Non mi limitavo solo a scrivere articoli, a correggere bozze in tipografia, ma una volta stampato il giornale portavo anche le copie ai vari distributori che non si trovavano solo a Torre, ma anche nelle città vicine. Partivo da casa mia circa verso le sette del mattino, con una vecchia cinquecento scassata del proprietario del giornale, e facevo il giro anche nei comuni vicini per distribuire “La Voce” fresca di stampa. Premetto che in termini economici non ci guadagnavo una sola lira, ma la passione è passione!

Una delle mie speranze, quando collaboravo con la “Voce”, era di diventare “giornalista pubblicista”. C’era bisogno di un certo numero di articoli “retribuiti” per diventare pubblicista. Il numero di articoli l’avevo raggiunto. Per la retribuzione, pur non avendo preso una lira, la prassi voleva che il direttore del giornale predisponesse una dichiarazione in cui si diceva che tu avevi avuto pochi spiccioli a “pezzo”. Tutto qui.

Insomma, dopo tanta fatica, il mio sogno si stava per coronare, ma poi tutto saltò per aria. Il motivo non lo ricordo, ma litigai con il direttore-proprietario del giornale. Che delusione! Il tanto atteso tesserino da “pubblicista” me lo potevo scordare.

Allora collaboravo saltuariamente con il giornale della Curia napoletana: “Nuova stagione”. E così, intensificando la collaborazione, con l’aiuto del direttore Luigi Maria Pignatiello, nato il 16 febbraio 1925 ed ordinato sacerdote a soli 22 anni, riuscii a diventare “giornalista pubblicista”.

Le “combinazioni” a volte sono il sale della vita. Te la possono modificare in un batter d’occhi.

Nella metà degli anni settanta, finito il servizio militare negli «assaltatori», anche se figlio unico di madre vedova, tornai a lavorare in Regione Campania, a Palazzo Reale. Posto incantevole in tutti i sensi. Io avevo l’ufficio che affacciava su Piazza del Plebiscito. Se eri per un attimo pensieroso o triste bastava che guardassi quell’immenso “ben di Dio” che tutto passava. Lì, a Palazzo Reale, per un’altra combinazione conobbi un personaggio all’apparenza bisbetico. Anzi, faceva tutto per farsi considerare tale, probabilmente perché era una persona molto dolce e legata ai suoi affetti. Ma essendo il vice segretario nazionale del Sindacato dei giornalisti, a suo avviso, doveva apparire “tosto ed irremovibile”.

La conoscenza con Mimmo Castellano non solo mi ha dato un esempio da seguire, ma anche la possibilità di fare esperienze per me inimmaginabili: sono stato Consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e del Sindacato. Momenti indimenticabili, anche quando per diverse ragioni, troppo lunghe da elencare, si sono trascinate dietro amarezze infinite.

Ma chi più di altri mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco. Lo incontrai ad un Campo scuola. Capendo la mia passione per il sindacato m’invitò a collaborare con la Cisl Campania. Siamo alla metà degli anni settanta. Accettai la collaborazione e mi ritrovai a fare esperienze bellissime ed indimenticabili a favore dei lavoratori. E per tutta la vita sono rimasto in questa splendida organizzazione.

 

 

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Alteri: Lunga vita al Governo Giallo-Rosso

Analisi, Opinioni, Dibattiti

La storia ha prodotto un governo che nessuna mente avrebbe potuto mai progettare a tavolino

conte con mascherina 390 mindi Ivano Alteri.

Non sono avvezzo a sostenere i governi, ad essere “filo-governativo”. La mia esperienza, che è simile a quella di milioni di uomini e donne della sinistra, è fatta di estenuante opposizione. La storia italiana ha prodotto questo, per una buona parte degli italiani. Come molti altri, quindi, sono un cittadino d’opposizione, con tutte le inclinazioni del caso. Tra queste, c’è senz’altro quella di cercare sempre ciò che non va, piuttosto che rivendicare ciò che va.

Non è una buona inclinazione, per chi voglia rendere storicamente efficace la politica della propria parte. Ma ora la storia, che come si sa si burla spesso di noi, ha prodotto un governo che nessuna mente, neanche la più diabolica, avrebbe potuto mai progettare a tavolino: il governo Giallo-Rosso. Grazie al gesto inconsulto del Padano (“Che Dio benedica il Papeete!” [cit. Benny Taormina]), si sono ritrovati costretti a governare il Paese due partiti che se ne sono dette di tutti i colori, che pensavano entrambe, dichiaratamente, di essere destinati a scontrarsi l’uno contro l’altro, che si consideravano niente meno che nemici; ma i cui due popoli, al contrario, non si sentono nemici affatto; anzi, in buona parte coincidono e sono praticamente lo stesso popolo.

A questo si aggiunge che, sempre per quelle burle della storia, l’Europa proprio in questo momento stia cambiando direzione di centottanta gradi, e il Covid, con tutti i disastri che sta combinando nelle nostre vite, sta accelerando quel cambiamento rendendolo fulmineo. Quelle che si stanno presentando, quindi, sono delle occasioni storiche irripetibili, per entità delle risorse economiche disponibili e per la direzione della loro allocazione.

Ed allora, quella mala inclinazione a ricercare sempre quello che non va, bisogna metterla urgentemente da parte. E a fronte del rischio incombente di perdere l’occasione storica e irripetibile di costruire finalmente l’Italia degli italiani (e non più di lor signori), è mia opinione che gli uomini e le donne della sinistra, senza rinunciare mai al proprio spirito critico e a lottare per il bene comune, ed anzi proprio per questo, dovrebbero mettere al bando ogni ritrosia; e, con tutti i distinguo e le contraddizioni del caso, dire con voce tonante: Lunga Vita al Governo Giallo-Rosso!

Frosinone 17 settembre 2020

 

 

 

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Vita breve della ASL RM5 e Ospedale di Colleferro

Le Associazioni, i Comitati e Cittadinanzattiva sono pronti per incontrare la Regione Lazio e per iniziare a metà settembre, se necessario, una protesta con un presidio fisso a Tivoli, davanti la sede della ASL RM5.

logocomitatoospedalecolleferroDi fronte al rischio di una nuova ripresa del coronavirus chiediamo sicurezza per tutto il personale sanitario e servizi garantiti alla cittadinanza. Non vogliamo che si ripeta nel comprensorio territoriale - un bacino di circa 120 mila abitanti - quanto accaduto durante l’emergenza: il “blocco” delle prestazioni ambulatoriali e ospedalieri, a fronte della cronica carenza di personale per tutti i profili, di posti letto, di una risonanza magnetica e di un’automedica con “dottore” a bordo.

L’ospedale di Anagni non è stato riaperto, il Valmontone Hospital è stato chiuso e quello di Palestrina è stato trasformato in Covid: per la cura di altre gravi e diffuse patologie, i cittadini si sono ritrovati improvvisamente senza un’assistenza alternativa e accessibile.

Per il ripristino del regime ordinario si registrano lentezze e disservizi: i tempi di attesa delle liste superano i 150 giorni e 1 anno e mezzo per gli esami diagnostici di base. Non c'è un piano per il loro abbattimento, come non c’è il blocco delle richieste, non c’è nemmeno un calendario per l’ampliamento degli orari dei servizi e degli ambulatori.

I cittadini di Segni rispondono con la protesta: le Autorità, tra cui il Sindaco, non intervengono a difesa dei diritti dei malati.

Per dare maggiore sicurezza e certezza ai cittadini, l ’Assemblea dei Sindaci dei Comuni del distretto sociosanitario doveva confrontarsi con la Regione, con la ASL RM5 e con i rappresentanti eletti e avere un ruolo attivo, come previsto dai decreti governativi. Per i Sindaci, primi cittadini e prime Autorità sanitarie del territorio, con gli Assessori di settore, non è stata ritenuta una priorità.

Li abbiamo visti alle inaugurazioni, come accaduto all’ospedale L.P. Delfino di Colleferro: “La terapia intensiva sarà ‘velocemente’ portata entro il 28 marzo a 9 posti letto e 2 di subintensiva”, annuncia il Sindaco Sanna, anche se poi c’è stato un ulteriore slittamento di due mesi. Il problema, come sanno molto bene Sindaco e Assessore alla sanità, non sono i tempi di consegna, bensì l’assegnazione di nuovo personale.

Vale ricordare che fino a circa 5 anni fa l’UTIC di terapia intensiva cardiologica dell’ospedale di Colleferro era un centro qualificato e di riferimento per l’elettrostimolazione (pace-maker). Negli ultimi anni tutti gli interventi per il suo inserimento sono stati eseguiti presso l’ospedale di Tivoli, dove i pazienti sono stati trasferiti da Colleferro (privo di emodinamica). Oggi per le procedure salvavita (infarto) i pazienti vengono indirizzati al policlinico Tor Vergata di Roma (nemmeno a Tivoli, a causa della distanza).

La mancanza di personale costringe a tenere chiuso “ l’ambulatorio” chirurgico di oculistica, inaugurato a luglio. Vedremo cosa succederà del laboratorio chemioterapico.

Dopo una decina di anni di completa disorganizzazione manageriale, la ASL RM5, che non è più interessante per i giovani medici specializzati, è stata costretta a ricorrere a costose prestazioni aggiuntive e occasionali, da luglio a dicembre, per ordinarie guardie, sedute operatorie e attività ambulatoriali di preospedalizzazione , chiamando chirurghi a gettone e ingaggiando 20 neolaureati a contratto (non affiancati da colleghi anziani durante il servizio) da assegnare ai 5 Pronto soccorso degli ospedali di Tivoli, Guidonia, Colleferro, Palestrina, Monterotondo, Subiaco e per i Dea di I livello.

Poi “scopriamo” che dal 1 agosto la ASL RM5 non esegue interventi di chirurgia su minori di 18 anni e che in tutta l’Azienda non c’è la chirurgia pediatrica! Mancano infermieri e anestesisti? D ecisione non comunicata alla cittadinanza e non legata ad una direttiva scientifica nazionale. Le famiglie vengono “obbligate” ad andare Roma (spesso dal privato convenzionato) per curare i propri figli o per necessità di un certo livello e per tutte le altre attività diagnostiche minori (broncoscopia, CPRE terapeutico, nutrizioni parentali).

Il progetto sanitario regionale, che conta sull’appoggio politico di Sindaci e Assessori taciturni e disinteressati, vuole la definitiva trasformazione della Provincia in una colonia subordinata alla Capitale per far diventare i suoi abitanti cittadini di serie B. La Regione spinge verso l’accorpamento ospedaliero a Roma e il potenziamento delle strutture private convenzionate, che sostituiscono sempre di più quelle pubbliche: ha fretta di completare l’opera di smantellamento della sanità pubblica e degli ospedali della ASL RM5 e delle altre realtà provinciali.

Paradossali le disfunzioni del Polo ospedaliero unico Colleferro-Palestrina per l’ ortopedia e i reparti materno-infantili. In pratica i pazienti traumatizzati, che necessitano del gesso, vengono trasportati dall’ospedale di Palestrina a Colleferro e riportati indietro. I pazienti invece che necessitano di intervento vengono trasferiti dall’ospedale di Palestrina a quello di Colleferro o di Tivoli e in pochi giorni destinati presso le strutture di riabilitazione.

Con la trasformazione dell’ospedale di Palestrina in Covid, i famosi 4 reparti neonatali non sono stati riassegnati a Colleferro, ma all’ospedale di Tivoli: una violazione dell’Atto aziendale e del Polo unico che il Tavolo dei Sindaci ha subìto senza protestare.

La famosa “giornata storica” dell’ottobre 2019, nella quale i Sindaci del comprensorio si sono seduti allo stesso Tavolo a difesa del Polo unico, si è rivelata effimera: gli atti e gli incontri con gli Enti sovraordinati sono state le promesse non mantenute del Sindaco Sanna.

Né si sono indignati del fatto che il servizio ambulatoriale ginecologico e ostetrico (e pediatrico?) aperto solo 2 giorni a settimana presso l’ospedale di Colleferro venga propinato come “potenziamento”!

Dopo anni di annunci il Pronto soccorso dell’ospedale di Colleferro sarà ampliato, ma non ci sono medici sufficienti per le turnazioni, soprattutto di notte. I pazienti in attesa di visita (l’altro giorno ve ne erano 45) vi possono rimanere anche molto a lungo prima di essere “appoggiati” in reparto o trasferiti in altri ospedali. Senza trascurare che per alcune patologie ed emergenze arrivare al Bambin Gesù o al S. Camillo, nel centro di Roma, potrebbe essere tardi.

Pochi servizi, pochi macchinari, poco personale, pochi posti letto con gravi disagi per i pazienti sono frutto di una razionale scelta politica: le risorse non mancano. Il nuovo piano per l’edilizia sanitaria assegna una quota rilevante all’ammodernamento di strutture private/convenzionate (Gemelli e Campus biomedico) e prevede la costruzione di 5 nuovi ospedali: la stessa Regione che ne ha visti chiudere 16, che ha lasciato altri inutilizzati, non ha voluto investire su quelli ancora aperti!

Tutto ciò è ben noto ai Sindaci, agli Assessori alla sanità e ai soggetti politici che abbiamo eletto: situazione che sta bene a loro, non a noi.

Gabriella Collacchi, Portavoce e Ina Camilli, Coordinatore del Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro” - Coordinamento territoriale

Colleferro, 21.8.2020

 

 

 

 

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La politica come scelta di vita delle donne russe

Nell'acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra '800 e '900 occupano un posto particolare.

vera figner rivoluzionaria russa minFiorenza Taricone - Le elezioni in Bielorussia hanno riconfermato al potere per un sesto mandato Aleksandr Lukashenko, l'ex capo di una fattoria sovietica che ama farsi chiamare batka, padre, ma che in America chiamano l'ultimo dittatore d'Europa. In un Paese in cui sono vietati i sondaggi politici, la vittoria del leader uscente è stata schiacciante, almeno così pare, e solo una minima parte dei voti è andata alla sfidante Svetlana Tikhanovskaja, la vera sorpresa di questa tornata elettorale, appoggiata da altre due donne, il nuovo contro il vecchio anche in termini anagrafici. Di fronte a un sesto mandato, in qualunque modo si pensi, la sfidante rappresenta una novità, ma lo è meno rispetto alla tradizione ribellistica delle donne russe che il governo imperituro del maschilista Putin cerca in ogni modo di far dimenticare.

Moglie di un blogger e insegnante, Svetlana Tikhanovskaja ha goduto di un diritto all’istruzione per il quale le donne russe hanno lottato ben prima della rivoluzione del ‘17. L'educazione delle ragazze nell'impero russo zarista riguarda un’esigua minoranza. L'accesso all'educazione secondaria fino al 1858 avveniva ancora attraverso gli istituti creati al tempo di Caterina II, che oltre impartire nozioni per aspiranti mogli prevedono l'insegnamento del francese e tedesco, e in anni successivi economia, fisica e anatomia. Ma nella memoria delle frequentanti sono ricordati come luoghi di grande ristrettezza mentale, dove non è consentita nessuna lettura di libri al di fuori dei testi di studio, né esercizio fisico; il pane quotidiano sono soprattutto le composizioni di scrittura e di copiatura. Nel 1858 sono istituiti i licei femminili in piccola parte finanziati dallo stato, ma lo scopo non è la preparazione all'università ma semplicemente la formazione di un corpo insegnante delle scuole inferiori. Prima del 1863 le donne all'università di Pietroburgo sono accolte solo come uditrici. Quando l'università viene riaperta dopo i primi moti studenteschi alle donne viene vietata la partecipazione.

Il movimento studentesco russo di uomini e donne è legato anche alle riforme dello zar Alessandro II succeduto a Nicola I nel 1855: i giornali principali di Pietroburgo e Mosca non sono sottoposti alla censura preventiva, viene sospeso il divieto di viaggiare all'estero, è concessa l'amnistia ad alcuni prigionieri politici. Soprattutto nel 1861 si liberalizza la schiavitù e si abroga il cosiddetto possesso delle anime, tematica che ha dato vita a capolavori letterari tra cui il romanzo di Gogol, Anime morte. I contadini sono da allora in poi civilmente liberi e ottengono un pezzo di terreno di estensione variabile in usufrutto perpetuo, con diritto di acquisto attraverso compensi in natura o lavoro; le valutazioni costose nell'ammontare dei riscatti renderanno vano in realtà in parte questo decreto.

Il segnale di cambiamento inizia con la ribellione di Maria Kniaznina alla proibizione dell'Università di Pietroburgo di proseguire gli studi nelle scienze naturali; nel 1864 scrive una lettera al direttore responsabile del Politecnico di Zurigo in cui Maria spiega le sue ragioni. Ma è Nadezda Suslova l'iniziatrice ufficiale dei tentativi di esercitare la professione medica che tanta importanza avrà nel populismo che si proponeva tra le altre cose di curare le donne istruendole sull’igiene. Nel 1867 ottiene la promozione come prima dottoressa in medicina e come lei stessa scrive si prepara a una lotta per l'uguaglianza di diritti. È convinta di combattere per una giusta causa, perché non può abituarsi a essere schiava della casualità. La Suslova nasce nel 1843 e suo padre era stato un servo della gleba, che era riuscito poi ad amministrare gli affari della tenuta dove lavora; la madre ha una propria formazione culturale nonostante le origini modeste, che trasmette alla figlia, mentre la sorella è una famosa scrittrice russa molto legata allo scrittore Dostoevskij. Nel 1861 assieme ad un'amica inizia a frequentare come uditrice l'Accademia di medicina chirurgica di Pietroburgo, ma nel 1863 entra in vigore un nuovo statuto; l'anno seguente un ordinamento vieta l'ammissione delle donne, e la partenza per l'estero diventa una necessità. Le alternative possibili sono il College femminile in America, la Sorbonne, che fa pervenire una risposta negativa e infine Zurigo, dove formalmente non esiste alcun regolamento che impedisce l'immatricolazione a una donna, per cui la sua domanda viene accolta. L’ammissione consentita a Zurigo ha come effetto l'emigrazione di una prima colonia, negli anni dal 1870 al 1873, e si forma un primo nucleo di presenze molto attive politicamente e culturalmente, influenzate dalle figure di Lavrov e Bakunin. Nel frattempo in Russia nel 1868 una petizione sottoscritta da quattrocento donne rivendica il diritto alla fondazione di un'accademia universitaria; nel 1873 il governo russo emette un'ordinanza con la quale impedisce il proseguimento degli studi alle donne presso le università straniere causando il rientro forzato di molti di loro. La Svizzera con Zurigo continuano a rappresentare quindi un’oasi tranquilla dove si potevano coltivare i propri interessi, consentendo dal 1874 al 1913 a circa 6000 donne slave di studiare, anche come uditrici. Le studentesse non sono solo figlie di nobili, ma anche in minor numero di commercianti e in piccolissima parte di contadini. Numerose sono le studentesse di religione ebraica.

Nel processo di acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra ottocento e novecento occupano un posto particolare. Anche se tra i ceti medio-alti le cure materne fino all'adolescenza erano sostituite con quelle di una balia le donne continuano ad avere un ruolo decisivo nella vita delle loro figlie che condividono i loro ideali con le madri; sono loro ad aiutarle sia nello studio, sia nell'esilio e nella prigionia; a volte le seguono nella deportazione, e una volta diventate rivoluzionarie le sostengono comunque. Nella famiglia di Vera Figner, quattro sorelle danno un contributo all'attività rivoluzionaria, scontando anni di deportazione e di prigionia, mentre dei due fratelli, uno diventa direttore di una miniera e l'altro diventa celebre attore dell'opera russa. E’ invece grazie alla madre Varvara, che Sofia Perovskaia viaggia verso Pietroburgo per trovare una scuola in sostituzione dell’università. Sulla nave, Sofia conosce altre giovani ragazze che diventeranno volti noti del movimento rivoluzionario.

Al Politecnico di Zurigo, dove le studentesse slave si guadagnano il diritto all’istruzione, partecipano regolarmente a riunioni in circoli improvvisati di autoeducazione, dove si discute anche delle cosiddette decabriste, cioè delle compagne dei decabristi, parola russa, dekabr, con cui si indicano i partecipanti agli avvenimenti del dicembre 1826 a Pietroburgo e nella Russia meridionale. La società segreta lotta contro l’organizzazione sociale arretrata, l’esistenza di una servitù della gleba e gli abusi dell’aristocrazia. Convinti che il cambiamento possa venire solo da un rivolgimento violento, compresa l’uccisione dello zar, il giorno dell’incoronazione di Nicola alcuni reparti di truppa si sollevano, ma la ribellione è soffocata e seguita da arresti numerosissimi. 120 persone sono processate, cinque condannati all’impiccagione, gli altri ai lavori forzati nelle colonie punitive. Per non abbandonare mariti e compagni le decabriste abbandonano esistenze agiate, partendo con loro. A qualcuna di loro è vietato portare i figli in esilio, e a causa delle condizioni di vita e climatiche in Siberia alcune di loro perdono molti figli. Poiché i genitori sono giudicati delinquenti di Stato, i figli sono condannati alla perdita dei diritti civili e politici, mentre i figli e le figlie che sopravvivono in Siberia vengono riconosciuti dallo Stato solo come contadini, con il divieto di visitare i padri in prigione. Tra le donne che vivono insieme, separate inizialmente dai mariti, si crea uno spirito di condivisione e un profondo legame; addirittura in una località viene concesso loro di costruirsi una sorta di casa e la via in cui abitano viene da loro nominata ‘via delle donne’. Dostoevskij le definisce grandi martiri, la cui grandezza consente loro per venticinque anni di sostenere la durezza della prigionia. Anche se la ribellione non è alla radice della loro partenza, poiché sono spesso all'oscuro dell'attività dei loro uomini, fa molta impressione la scelta radicale che le condanna alla fatica, alla povertà e alla sofferenza.

A Zurigo, le numerose studentesse slave vengono definite anche cavalline cosacche. Pagano con la povertà e i sacrifici il diritto alla formazione, nutrendosi poco e male, e non di rado ammalandosi. Per alcune loro colleghe, come Franziska Tiburtius, sono fanatiche, imbevute di nichilismo e seguaci di Bakunin. Le ragazze sono passate alla storia anche per il loro modo di vestire controcorrente, che esprime da solo la critica al conformismo e l’aspirazione all’uguaglianza fra i sessi. Fumatrici dai capelli corti, portano cappelli e occhiali rotondi e scelgono un abbigliamento che può essere anche quello di un ragazzo, la cui austerità sta a significare la poca importanza dell’esteriorità.

Anticipando i collettivi femministi europei degli anni Settanta del ‘900, molte ragazze slave di Zurigo si riuniscono in circoli di sole donne, per esprimersi liberamente senza l’ingombrante presenza dei ragazzi. Il collante è la politica, la rivoluzione sociale, l’evoluzione umana, e non necessariamente tematiche solo femminili. A un circolo di cultura politica dei fratelli Zebunov partecipa anche Anna Rozenstejn, in futuro Anna Kuliscioff. I testi dei circoli sono quelli del socialismo francese, e quelli di Marx ed Engels, ma le donne propagandano anche le teorie comuniste sul libero amore; il pericolo della diffusione delle loro idee si nasconde nei viaggi ripetuti da Zurigo alla Russia e viceversa, portando con sé testi rivoluzionari; si cercano fondi per ristamparli, e per impegnarsi nella cosiddetta ‘andata al popolo’; dopo il 1873, si gettano le fondamenta di uno dei primi partiti rivoluzionari russi, Zemlja i volja. Il ruolo delle donne è fondamentale, come quello di Hessa Helfman, di origine ebraica, cucitrice di Kiev, che si occupa della corrispondenza rivoluzionaria; trasporta in gran numero, per i condannati all’esilio in casa propria, proclami e stampa clandestina. La repressione non si fa attendere: alla fine del 1875 centinaia di persone fra cui molte donne sono arrestate; alcune sono studentesse di Zurigo, condannate ai lavori forzati.

Esponente di primo piano del movimento populista è Vera Nikolaevna Figner; per la sua bellezza è stata chiamata la Venere della rivoluzione e appartiene ad una agiata famiglia della nobiltà russa; il padre dopo la liberazione dei servi diventa giudice di pace. E’ la prima di sei figli e nei primi anni della sua vita Vera vive in una casa completamente isolata da ogni altra abitazione ai margini di un vastissimo bosco. Il padre, spesso assente per lavoro, ha un carattere duro, con i figli maschi usa punizioni corporali; per completare l’istruzione, Vera entra all'istituto di Pietroburgo dove rimane per sei anni: pur riconoscendo di aver appreso il valore del cameratismo, il senso della disciplina e dell'abitudine al lavoro intellettuale non contribuisce molto alla sua crescita spirituale. Dopo aver terminato il ginnasio, nel 1869, Vera torna a casa e apprende la notizia che per la prima volta nella storia una donna russa, Nadezda Suslova, si era laureata in medicina all'Università di Zurigo. Chiede al padre il permesso di stabilirsi all'estero ma le viene negato; preparano invece il suo debutto in società per trovare marito. Poco tempo dopo la reciproca conoscenza, il giovane magistrato Aleksej Filippov, diventa suo marito.

Decisa a studiare medicina all'Università di Zurigo convince il marito a lasciare la magistratura e a trasferirsi con lei in Svizzera; per prepararsi Vera studia il tedesco e matematica e si fa ammettere con la sorella Lidija alle lezioni di anatomia; nell'estate del 1873, come già ricordato, il governo russo ordina alle studentesse di lasciare l'Università di Zurigo, pena il disconoscimento della laurea ottenuta. Alcuni di loro ignorano l'ingiunzione, altre si limitano a cambiare università, trasferendosi a Parigi, Ginevra, Berna; Vera ha ormai scoperto la passione per la politica e quindi comprende di non avere nulla in comune con il marito, di idee conservatrici, che nel 1874 ritorna Russia divorzia e riprende la carriera di magistrato; la sorella le rivela di aver organizzato con il suo compagno un gruppo clandestino rivoluzionario, con un programma socialista, per educare i lavoratori alla rivolta contro il regime zarista. Nel 1875 l'organizzazione viene smantellata dalla polizia russa e le due sorelle esiliate in Siberia. Vera è indecisa se riorganizzare il gruppo a Mosca perché questo significa abbandonare la tesi di laurea per completare gli studi. Lascia comunque la Svizzera nel 1875, per non tradire i suoi ideali, si stabilisce a Mosca e riesce comunque a Pietroburgo a superare l'esame di assistente medico presso l'accademia medico chirurgica. Nell'organizzazione dove lavora, Zemlja i Volja si ritiene che la terra debba appartenere alla comunità che lavora e i rivoluzionari debbano vivere a contatto della gente, condividendone i bisogni e tutelandone gli interessi, difendendo la dignità dei contadini contro ogni sopruso. Vera si sposta perciò da un villaggio all'altro fermandosi all'interno di baracche dove riceve pazienti di ogni età; la maggior parte delle malattie è conseguenza della miseria, della mancanza d’igiene e della sifilide.

Per le sue capacità di cura, Vera è soprannominata ‘la guaritrice’ e insieme alla sorella apre anche una scuola elementare che viene però chiusa dalle autorità; poco tempo dopo il gruppo più radicale dell'organizzazione si pone come obiettivo di rovesciare l'autocrazia e di uccidere lo zar, anche se secondo Vera il terrorismo non è stato mai l'obiettivo del partito, ma un mezzo di protezione; appena le viene affidato l'incarico di organizzare un attentato contro Alessandro II in occasione del suo arrivo in Crimea per le vacanze estive, porta con sé la dinamite da Pietroburgo a Odessa; il piano prevede di affittare un negozio nella via dove presumibilmente sarebbe passato l'imperatore; nel retro del negozio sarebbe stato scavato un tunnel fino al centro della strada dove sarebbe stata deposta una carica; all'impresa collabora anche Vera che conserva l'esplosivo in casa e trasporta la terra estratta dallo scavo; anche questo lavoro si rivela inutile perché lo zar giunge in Crimea prima del previsto; alla fine del 1880 il comitato esecutivo mette in atto un nuovo piano, affittando un negozio di rivendita di formaggi davanti al quale lo zar è solito passare ogni domenica; si comincia a scavare un cunicolo che dal retrobottega deve raggiungere la strada; se l'esplosione del piano stradale non fosse riuscita, sarebbero intervenuti altri quattro terroristi armati di altrettante bombe; di nuovo arriva la notizia che l'imperatore ha cambiato strada e interviene a salvare la situazione il suggerimento di Sofia Perovskaja. Certa che il corteo imperiale al ritorno dal maneggio avrebbe costeggiato il canale Caterina, sposta i quattro attentatori; ferito a morte dalla bomba, Alessandro II muore poco dopo e la sua morte viene salutata come la fine di grandi violenze, sopraffazioni e atrocità; successivamente, Vera Figner viene tradita da un infiltrato; nel 1883 è arrestata poco dopo essere uscita da casa e nell'ufficio del commissario si rifiuta di rivelare la sua identità; la mattina dopo viene portata a Pietroburgo nella fortezza di Pietro e Paolo dove rimane 20 mesi in attesa del processo; durante la detenzione riceve la visita della madre e della sorella Olga. Scrive di essere obbligata a vivere fino al processo, l'atto finale dell'attività di un rivoluzionario militante; il processo si svolge rapidamente, la sentenza è la condanna a morte mediante impiccagione, ma la sera del 20 ottobre il comandante della fortezza le annuncia che Sua maestà l'imperatore ha commutato la sentenza di morte nel carcere a vita.

Come prigioniera politica, Vera iniziò una nuova vita avvolta nel silenzio, senza possibilità di ricevere visite e tenere corrispondenza; ogni detenuto non conosce l'edificio che lo ospita e ignora chi siano i prigionieri che vivono sotto lo stesso tetto. Anche le guardie identificano i detenuti secondo un numero e Vera è sempre il numero 11; nel 1880 ottiene per la prima volta il permesso di uscire dalla propria cella e le viene assegnata afferma con un'altra prigioniera la cura dei piccoli orti. Punita per aver protestato contro il trattamento disumano di un detenuto, è trasportata in una piccola cella con il pavimento asfaltato. L'arredamento è costituito da un tavolo, una sedia e un banco di ferro senza materasso; vestita di una camicia, di una gonna e di un mantello di lino, Vera dorme per terra avvolgendosi la testa per il freddo con le calze; solo dopo vari giorni le portano un materasso e quando ritorna nella vecchia cella, si scopre allo specchio improvvisamente invecchiata di molti anni.

Nel 1902 una sua lettera alla madre non viene inoltrata dall'amministrazione del carcere e protesta contro il sovrintendente al quale in un momento di rabbia strappa le spalline da ufficiale; inaspettatamente però nel 1903 le viene comunicato che il carcere a vita era commutato in una pena di 20 anni e la prigionia sarebbe quindi scaduta nel 1904; Vera rimane prima sbalordita e indignata poiché vent'anni prima si era fatta promettere dalla madre di non chiedere la grazia; tre giorni dopo però una lettera della madre la informa di essere malata di cancro e di volerla rivedere prima di morire. Muore però senza riuscirci.

In prossimità della liberazione, Vera distrugge i suoi quaderni perché sa di non poterli portare con sé e dopo 22 anni, nel 1903, lascia il carcere, per una residenza obbligata con relativa sorveglianza. Sorvegliata dalle due sorelle anche per timore di crisi depressive, Vera non migliora e riesce ad ottenere un passaporto con cui lascia la Russia, alla volta di Capri dove viene ricevuta da Gorkij nella sua villa. Tornata, inizia a occuparsi della storia del movimento rivoluzionario, scrivendo le biografie dei suoi vecchi compagni e compagne. Dal materiale ricevuto dagli esiliati in Siberia, contadini, operai e soldati, ricava un articolo; sono circa 100.000 in condizione di inattività e depressione. Nel 1909 va a Londra per la propaganda in favore dei detenuti politici russi. A Liegi scrive in francese Les prisons russe tradotto poi in molte lingue, anche in italiano; inizia a scrivere le sue memorie e poco dopo scoppia la guerra; allo scoppio della rivoluzione è a Pietrogrado; il 21 marzo il governo provvisorio emette il decreto di amnistia per tutti i condannati di reati politici e viene costituita la Società degli ex detenuti ed esuli politici, presieduta da Vera Figner.

Il Comitato esecutivo centrale del Soviet di Pietroburgo la nomina membro del cosiddetto Pre Parlamento, un organismo privo di potere e voluto dalle forze che appoggiano il governo provvisorio. È definito da lei stessa una fabbrica di chiacchiere degna di essere eliminata; è sciolto con la rivoluzione di ottobre. Rimane contraria alla rivoluzione bolscevica, ma non si oppone apertamente per non combattere altri partiti socialisti fratelli. Ritiene come gran parte dei socialisti rivoluzionari che prima del passaggio al socialismo sia necessario un periodo di libertà parlamentare per l'educazione politica e civica delle masse popolari; nel 1921 viene pubblicato il primo volume delle sue memorie terminate con il terzo volume nel 1924; Vera continua a spostarsi spesso in provincia e nel distretto di Kazan promuove la nascita di una fattoria collettiva; visita scuole, orfanotrofi e biblioteche, sostiene materialmente iniziative culturali e narra in conferenze pubbliche, nelle scuole, nelle fabbriche, la storia politica di cui è stata protagonista, ricordando figure del movimento rivoluzionario; negli anni dello stalinismo protesta contro le persecuzioni politiche indirizzando lettere allo stesso Stalin, al presidente del Soviet supremo, Kalinin, all'ultimo presidente della società degli ex detenuti ed esuli politici; conserva la speranza nel trionfo della giustizia. Muore novantenne, nel 1942.

 

 

 

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La nostra vita nella valle avvelenata del Sacco

 Iniziativa di: Associazione Medici di famiglia per l’ambiente e Comitato residenti Colleferro

TamaraZanella testimonianzaPoco prima della dichiarazione di emergenza del Covid19, ignari di quanto sarebbe accaduto di lì a poco, ilLOFT.it, una piattaforma TV, ha realizzato un servizio sul degrado sanitario e ambientale della valle del Sacco, uno dei siti di interesse nazionale (SIN) più estesi e terzo per livello di contaminazione, con le testimonianze dei territori.

La prima voce è quella di Tamara Zanella, che racconta la dolorosa perdita del figlio, la storia coraggiosa di una madre che non avrà giustizia (vedi video)

Sempre più spesso le conseguenze dell’inquinamento e della contaminazione entrano di prepotenza dentro le case delle famiglie e minano la salute, il futuro, degli abitanti della valle del Sacco.
Il coronavirus non ha ancora cessato di mostrare i suoi mortali effetti incontrollati ed è come se nulla fosse cambiato, tanto meno il modo di affrontare, durante e dopo il covid, la questione ambientale. Trovare una soluzione politica, condivisa con i territori, per il risanamento ambientale, economico, sanitario e sociale significa trovare una soluzione per proteggere la salute pubblica.

Cosa si stava facendo per la prevenzione dei fenomeni illegali di sversamento nel fiume e la individuazione delle fonti di inquinamento prima che scoppiasse la pandemia? Sono state pianificate e adottate misure di sorveglianza e controllo del rischio sanitario? Nulla e dal nulla dobbiamo ripartire: il virus non ha cambiato la capacità di reazione delle Istituzioni in termini di intervento e risposta alle diverse forme di inquinamento tutt’ora presenti in queste zone della Ciociaria.

Il registro tumori regionale mai nato, il piano epidemiologico della valle del Sacco mai voluto. Due strumenti imprescindibili per dar vita ad un risanamento sanitario e senza i quali, verosimilmente questo è l'obiettivo, qualsiasi rivendicazione di rapporto causa-effetto della malattia resta pura chiacchiera o al massimo supposizione.

L’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo con l’infezione da Covid, che non è stata ancora debellata, può peggiorare l’impatto sanitario nella valle del Sacco, dove manca la certezza di una appropriata assistenza di medicina territoriale.

Associazione Medici di famiglia per l’ambiente
Comitato residenti Colleferro

 

Frosinone, 26.7.2020

 

 

 

 

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Vita di partito e militanza politica

Storie di militanza e di bandiere, quelle belle, le difficoltà del presente e il bisogno di futuro. L’analisi politica di Maurizio Cerroni.

1maggiocerroni 350 minNegli anni 70 lavoravo nelle squadre operative Enel della zona di Frosinone. L'esperienza lavorativa, quella sindacale e la politica, per i militanti del PCI come me era tutt’uno. Ricordo in particolare il Compagno Piero Ciofi, sindacalista, che più volte manifestò solidarietà alla mia famiglia per la tragica morte di mio padre, avvenuta sul lavoro, nel maggio del 1972 e la Compagna Gianna Pieragostina che dirigeva con determinazione le assemblee operaie degli elettrici, figlia di un Partigiano caduto nella Resistenza e di Lina, deputata PCI. Il mondo del sindacato è stato per me e per molti della mia generazione uno strumento di partecipazione; ci confrontavamo per migliorare le condizioni del lavoro e affermarne i diritti. La passione vera che sentivo con più forza era la militanza nel PCI. Organizzammo la cellula del PCI Enel e celebrammo il congresso nei locali della sezione di Ceprano. I lavori erano seguiti per conto della Federazione da Colafranceschi, responsabile lavoro della federazione di Frosinone. Con mia sorpresa fui eletto responsabile della cellula PCI ENEL di Frosinone, avevo appena compiuto 18 anni, e questo fu il mio primo incarico politico; lo accettai tra mille preoccupazioni.

Inizio così a frequentare assiduamente la federazione di Frosinone del PCI, in via Garibaldi; all’epoca diretta da Ignazio Mazzoli. Il rapporto con i funzionari del PCI è stato determinante e molto utile per la mia formazione e la crescita politica. L'attività lavorativa, l'impegno politico, mi porta a rafforzare i legami con la mia sezione del Partito Comunista di Ceccano. Il segretario del comitato cittadino era Angelino Loffredi, quello della mia Sezione Francesco Compagnone e della sezione di Colle Leo Luciano Natalizi.

Io opero con un gruppo di giovani nella sezione FGCI di Ceccano, eravamo attivi e radicati nel territorio, guardavamo al futuro, la voglia di cambiare le cose era forte; tra le battaglie importanti quella per il voto ai diciottenni, le lotte per l’affermazione dei diritti civili, divorzio e Legge 194. Tante iniziative, eravamo anche creativi e con strumenti poveri demmo vita a un giornalino cittadino. Ricordo il rumore del ciclostile, strumento indispensabile per la propaganda della Sezione, riuscimmo così a far sentire la nostra voce, vivevamo il sogno del cambiamento della generazione del post 68.

La sezione del PCI di Ceccano era quella dell’antifascista Bovieri, primo Sindaco di Ceccano, del Senatore, Angelo Compagnoni, e dei Sindaci Aldo Papetti e di Angelino Loffredi. Io mi sento onorato di aver condiviso con loro una lunga militanza in Sezione oltre all’esperienza amministrativa e umana che è stata determinante per la mia formazione.

Era l’epoca in cui erano attive anche le scuole di partito, ricordo i miei 40 giorni a Fageto Lario sul lago di Como all’istituto per la formazione giovanile Eugenio Curiel, e più tardi, i miei 10 mesi alla mitica scuola di formazione pcerroni 300 minolitica Frattocchie.

La Sezione era lo strumento principe per l’elaborazione della nostra proposta politica, non c’era nessuna paura della discussione. Il gruppo dirigente del PCI Ceccanese era apprezzato e riconosciuto per la sua autorevolezza anche a livello provinciale, tanti i Compagni militanti della sezione PCI che sono diventati negli anni dirigenti provinciali. Anche il tessuto associativo era presente nel nostro territorio, ricordo le tante iniziative promosse dal circolo Arci e dal Presidente Gerardo Masocco, su tutte il concerto con gli Inti Illimani dopo il Golpe di stato in Cile; e ancora, le Feste di Partito, importante grande e partecipata era la Festa de L’Unita. Sono ancora indelebili le tante riunioni fatte in tutte le zone di Ceccano, le tante persone che ho avuto la possibilità di incontrare per parlare e per lavorare insieme per migliorare le condizioni della nostra comunità. Ci si sentiva di appartenere al Partito di cui si faceva parte e in cui ci si riconosceva, e attraverso questo era forte il senso di vivere la comunità Cittadina. Era forte il Noi, il valore di unità e l'impegno politico mirava veramente al bene comune.

Non è retorico dire che la Politica si deve fare tra la gente. Perché o è così oppure è niente. Credo nel primato della Politica e in quello dei Partiti che sono strumento per elaborarla, rappresentarla e tradurla in azione.
Il ruolo dei Partiti politici è fondamentale per la ricostruzione e il rilancio del Paese all’insegna di un nuovo modello di sviluppo economico e per il benessere dei molti. Purtroppo, negli ultimi anni la crisi della Politica con la conseguente sfiducia dei cittadini verso le istituzioni è stata forte e i vuoti sono stati in parte colmati da movimenti e da personalità che rapidamente conquistano il proprio consenso e che, in assenza della capacità di programmare sul lungo orizzonte e di predisporre le risposte e le soluzioni ai problemi che sollevano, con la stessa velocità e voracità vengono essi stessi consumati.

A livello locale i movimenti, le liste civiche, il trasversalismo e il trasformismo sono ancora più forti; questo non assicura buon governo e spesso molti comuni vengono commissariati prima della scadenza naturale del mandato amministrativo.

Sono convinto che dopo l’esperienza pandemica niente sarà come prima. Si torna già a parlare della centralità dello Stato che sarà determinante alla gestione delle politiche e degli investimenti per il rilancio del Paese e per indurre un nuovo sviluppo, e torneranno nuovamente centrali le forze politiche, sociali e sindacali interlocutori imprescindibili nell’elaborazione della linea e dell’azione.

La Politica e i partiti saranno sempre più determinanti per tutti i livelli di governo: Enti locali, Regione,
Provincia e Comuni e per ricostruire, o meglio, rilanciare ci sarà davvero bisogno di tutti, del Noi; non è più il momento del “particolare”!

 

 

 

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La vita al tempo del coronavirus

Questo nostro tempo di emergenza

mascherineantivirus 350 mindi Valentino Bettinelli - C’è tempo durante questa quarantena; un tempo da riscoprire, un tempo per pensare e rivalutare il proprio stile di vita, in relazione a quello che, sempre di più, sta diventando protagonista delle nostre giornate: il nuovo Coronavirus, classificato dalle due scienziate dello Spallanzani come COVID-19.

Il virus che sta contagiando migliaia di persone in tutto il mondo è partito da Wuhan, megalopoli cinese di 11 milioni di abitanti, scatenando una vera e propria guerra che si sta combattendo senza armi convenzionali, ma che sta lasciando dietro di sé una scia di morte senza precedenti.

Il nostro tempo, in queste settimane di isolamento, è scandito dal rincorrersi delle notizie, dal susseguirsi dei Decreti e dall’attesa del resoconto quotidiano del Capo della Protezione Civile Borrelli. Le dichiarazioni delle 18:00 sono il vero e prorpio bollettino della guerra in corso, che negli ultimi giorni ci racconta una situazione drammatica, atrocemente devastante per il nostro Paese, colpito da un aumento esponenziale di contagi e da un numero di decessi che non è secondo nemmeno alla Cina. Un primato poco gratificante, che delinea un quadro complicato e che fa guardare al prossimo futuro con preoccupazione, ma che deve essere un forte ammonimento per chi ancora oggi non riesce a cambiare i ritmi del proprio tempo, della propria vita.
Parchi, strade e città sono ancora piene di persone che continuano ad uscire per motivi non dovuti a esigenze di primaria importanza. E’ urgente, e quantomai necessario, sviluppare una piena coscienza sulla situazione di emergenza che stiamo vivendo. Bisogna essere consapevoli che senza un corretto comportamento, e senza rispettare le direttive restrittive non sarà possibile un’uscita in breve tempo da questa epidemia.

Non è accettabile assistere inermi, da casa, all’incoscienza dei molti che, in barba alle buone norme del senso civico, continuano a vivere la prorpia quotidianità con i ritmi di sempre. Bisogna capire, tornando al concetto del tempo, che il tempo di oggi necessita di un rallentamento, per far sì che il tempo di domani torni a scorrere con il ritmo consueto.

Non si può pensare di essere immuni da una pandemia che sta seminando panico in tutto il mondo. Non si può, e non si deve essere correi di un contagio che rischia di immobilizzare il nostro futuro, congestionando la sanità e distruggendo in maniera irrimediabile la nostra economia.

C’è stata una sottovalutazione iniziale del fenomeno, che ci ha fatto pensare che il virus potesse nascere e morire in quella Cina che sembrava così lontana ed isolata da noi. Purtoppo non abbiamo preso in considerazione la facilità della diffusione di un virus nel tempo della globalizzazione e dei collegamenti rapidi tra Paesi. Anche in seguito ai primi focolai italiani, da Codogno a Vo’ Euganeo, il senso comune era quello di una “semplice influenza” che colpisce nella sua forma più grave solo i più anziani, come se questi ultimi fossero meritevoli di una morte atroce, lontani dai propri cari, costretti a spegnersi su un letto di ospedale, attaccati ad una respiratore che prova a tenerli in vita.

Oggi è arrivato il tempo della responsabilità. E se per la politica è il momento delle decisioni emergenziali e consistenti, per i cittadini è arrivato il giorno di sviluppare il tanto decantato senso civico. Le immagini di qualche giorno fa di Bergamo siano un monito per tutti noi; una fila di camoin militari che trasportavano salme. Donne e uomini, vittime di un nemico invisibile ed infido, costretti ad essere allontanati dalla propria città per garantire loro un giusto trattamento dopo la morte. Bergamo è l’esempio della strage che il nostro Paese sta vivendo. Comune ricco, dotato di una sanità all’avanguardia, eppure in difficoltà. Il nostro territorio non ha, purtroppo, le stesse caratteristiche della ricca e sviluppata Lombardia; pensiamo, dunque, a quali potrebbero essere gli effetti di un’epidemia dalle nostre parti.

Purtoppo la politica locale sembra un po’ ferma sulle proprie posizioni. C’è bisogno di prevenzione e di anticipare, come in una vera e propria guerra appunto, le mosse di un avversario potente, come il COVID-19. Tante proposte sono state avanzate per prevenire una eventuale esplosione di contagi, in particolare la riattivazione degli ex ospedali di Anagni, Ceccano e Pontecorvo. Le istituzioni sembrano, però, non attente a queste richieste, quantomai necessarie in un territorio che non offre una garanzia sanitaria tale da vivere con serenità questo periodo di emergenza.

La vita di oggi, alle porte di una primavera che per fortuna sembra non accorgersi del disastro che stiamo vivendo, è sempre più scandita da un tempo dove ognuno di noi ha la facoltà di imporre il proprio ritmo. Curioso come in musica questa libertà lasciata all’esecutore venga indicata da un punto definito Coronato. Uno scherzo del destino, forse, ma un’opportunità di riscoprire se stessi, le proprie priorità e il proprio rapporto con un tempo che troppo spesso ci costringe a vivere il quotidiano con frenesia.

Ancora una volta, in conclusione di queste riflessioni, mi preme richiamare tutti alla responsabilità e al rispetto delle norme e delle linee guida diffuse dal Governo e richiamate costantemente dagli esperti. Oggi dobbiamo fare squadra, tutti insieme, senza polemiche che contribuiscono solo a sterilizzare le azioni, al fianco di chi, come i medici e gli infermieri, lottano in prima linea per sconfiggere l’avversario di turno. Dobbiamo essere una grande retrovia, in grado di offrirci sostegno l’un l’altro e, così facendo, la musica che oggi ravviva i balconi delle nostre città tornerà a risuonare nelle piazze e nelle strade.

Torneremo a rivalutare l’importanza di un abbraccio e scopriremo di essere un grande Paese che, ancora una volta, ha saputo lottare e resistere, sconfiggendo un invasore che oggi si chiama COVID-19.

 

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Qualità della vita nel frusinate: bassa

Statistica qualità vita 2019 350 260 mindi Umberto Zimarri* - I numeri hanno la testa dura: non ascoltano i grandi annunci, i programmi scritti sempre e solo sulla carta, gli innumerevoli proclami, i favori a Tizio e a Caio, i concorsi per gli amici degli amici, il posto di lavoro come baratto elettorale, gli enti intermedi gestiti esclusivamente come un mezzo per esercitare il potere. Quando qualcuno si prende la briga di misurarti oggettivamente e ne vien fuori un quadro tra il pietoso e il fallimentare, si dovrebbe prendere atto che così non può più andare e che la classe dirigente che da decenni tiene ingabbiata questa Provincia ha fallito. Punto e a capo. Il rapporto redatto da Italia Oggi e l’Università la Sapienza è un dritto allo stomaco che non ammette repliche: la Provincia di Frosinone è al novantaseiesimo posto per qualità della vita. Nell’ultimo anno ha perso tredici posizioni. Nel 2015 eravamo 72 esimi. Siamo la peggior provincia del Centro Italia.

Questi numeri ci fanno male, fanno male a tutti quelli come noi che non sono solamente abitanti della Provincia di Frosinone, ma sono principalmente innamorati di questa porzione d’Italia. Non possiamo rimuovere la realtà, anche se guardiamo i nostri paesi con la soggettiva irrazionalità di chi è ammirato ed estasiato dalle ricchezze storiche, naturalistiche e culturali dei 91 comuni della Provincia di Frosinone.

I numeri ci prendono a schiaffi descrivendo un mondo fatto di Paesi ancora non coperti da una connessione internet decente, di ospedali affollati come il fiume Gange nel Kumbh Mela, il più grande raduno religioso al mondo, di fenomeni di inquinamento presenti continuamente da Anagni a San Vittore, dell’assenza completa di un’idea di sviluppo complessiva per il territorio, della completa indifferenza nei confronti dei giovani che anno dopo anno, giorno dopo giorno, sempre in maniera maggiore, si allontanano da questa Provincia e a cui nessuno si degna di dare una risposta.

Ora possiamo far finta di nulla: un’altra pagina che si aggiungerà alle tante altre del passato. Passerà anche questa. I Cittadini e gli elettori dimenticheranno. E domani partirà un’altra giostra, la solita.
Oppure no: oppure da abitanti, da donne e uomini, da ragazze e ragazzi di questa Provincia dobbiamo iniziare a pretendere un nuovo modo di approcciarsi alle cose. Basta con il “si è sempre fatto così”, basta con “il tirare a campare” dai piccoli comuni alle grandi città, basta con il far passare i diritti dei cittadini come grandi favori, basta, per favore, basta con questa approssimazione. Basta con una mentalità rivolta solo ed esclusivamente al passato e se proprio tutto va bene allo strettissimo presente e che dimentica qualsiasi prospettiva di futuro. Basta con un ceto politico che pensa solo e soltanto alla sua preservazione, basta con il ricevere aiuto e sostegno dalle lobby che ci avvelenano.

E’ la stessa classifica che ci dice da dove partire per ribaltare lo status quo: lotta all’inquinamento, miglioramento dei servizi eUmbertoZimarri 350 min del welfare, creazione di un offerta culturale degna di questo nome e lotta alla disoccupazione. Ci difendiamo, dignitosamente, per quanto riguarda l’ordine pubblico. C’è poco da aggiungere: costruire il futuro o dei dormitori scomodi via via sempre più piccoli. A tutti noi la scelta.

 

*Umberto Zimarri,
Consigliere Comunale San Giovanni Incarico.
Ufficio di Presidenza, Green Italia

 

 

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Ma c'è vita in Ciociaria fra alleati di governo?

Sala del Consiglio MinistriIn questo autunno, La7Tv ci ha riproposto stralci del film Fahrenheit 11/9. Documentario del 2018 scritto e diretto da Michael Moore che riprende un tema caro al regista: le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016, già documentate nella sua precedente pellicola “TrumpLand” per raccontare l’avvio della presidenza di Donald Trump.

 

  1. Sentirsi popolo
  2. Il Governo Conte Due
  3. Al PD bisogna chiedere

Sentirsi popolo

Nel film si parte da un grave e inoppugnabile scandalo, quello della crisi dell'acqua di Flint (città del Michigan negli Stati Uniti), gravemente contaminata dal piombo che provocò una spaventosa diffusione di “Saturnismo”, malattia causata dalla corrosione delle antiquate tubature dell'acqua per colpa del malgoverno di politici senza scrupoli, che hanno messo in grande pericolo la salute di migliaia di bambini del Michigan. Moore si chiede come sia possibile uscire dall'attuale situazione politica e vede una possibile risposta per un riscatto nazionale nei movimenti giovanili sorti in seguito al massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School e che rivendicano il controllo delle armi.

Si tratta di due drammatici spunti che tuttavia permettono a Moore di documentare una lunga teoria di iniziative popolari di movimento e partecipazione. Il film infatti si dipana attraverso la rappresentazione di numerosissime interviste ai promotori dei più svariati movimenti, fra di essi ce n’è uno che afferma convintamente “senza individuazione dei disagi e senza l’organizzazione della rivendicazione per superarli non c’è speranza di futuro”.flint acquainquinata nelle case 400 min
Mi scuso per questa lunga premessa introduttiva che mi è sembrata importante per porre una questione costantemente dimenticata e trascurata dai partiti, dagli organi di stampa, insomma dal dibattito corrente che cerca le cause della crisi politica e istituzionale italiana e non solo, dappertutto, meno dalle cause che la generano. Si parla di democrazia interna ai partiti (importantissima), di metodi di comunicazione (molto sofisticati oggi), di simpatia e antipatia dei protagonisti, della spettacolarità delle iniziative, ma mai si domanda di cosa soffre la gente che non si riconosce nelle scelte di chi governa e perché.
L’huffingtonpost.it di qualche giorno titolava «la rabbia non risparmia più nessuno” Taranto, operai totalmente disillusi. Non si fidano di Conte, né di Emiliano. "Dov'è Di Maio, il garante dell'accordo?"».

Vale ancora la constatazione fatta da tanti osservatori una manciata di settimane fa: lo scenario politico è cambiato? E’ diverso dall’imbarbarimento politico sollecitato da.
Ad esempio, l'atteggiamento verso i migranti è in parte cambiato, non vengono più tenuti in ostaggio sulle navi. Il meccanismo è ancora approssimativo e fragile ma forse siamo vicini alla svolta tanto attesa: accoglienza, regole per il flusso dei migranti, nuovo contesto europeo. Conte ha incontrato i sindacati dopo anni di sostanziale ostracismo. È andato in queste ore nell’inferno dell’Ilva, dando un segnale di comportamento nuovo.
Anche con l'Europa il clima è cambiato. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

Il Governo Conte Due

La composizione del governo e il suo programma non destano grandi entusiasmi. Anzi è bene guardare ad occhi aperti i difetti e i pericoli della situazione, per evitare di ritrovarci a regalare tra qualche tempo a Salvini una vittoria immeritata. Tuttavia, un conto è vedere con lucidità i limiti del secondo governo Conte, altro è lavorare per logorare la nuova maggioranza.

Oggi la crisi drammatica dell’Ilva è la causa scatenante del manifestarsi di quale sia la fragilità di questa maggioranza di governo (M5S-PD-LEU-ItaliaViva). Una città avvelenata dalle polveri sottili con tre funerali a settimana, spesso di giovani e giovanissimi e 20.000 lavoratori-cittadini che rischiano di perdere il lavoro richiedono una grande capacità di governo, di senso politico, di abnegazione per il bene comune.
E’ chiaro quanto vale l’Ilva? Non solo una città avvelenata, 20.000 posti di lavoro persi e famiglie sul lastrico, ma un colpo mortale al sistema industriale italiano che è prevalentemente manifatturiero e ha bisogno di acciaio. Questo significa l’Ilva oggi.

Come ci stanno i partiti in questa maggioranza? Non bene a osservare l’eccessiva conflittualità. Essa è un danno sicuramente ma non è la causa del male. C’è un variegato mondo insoddisfatto della soluzione di governo (preferiva la Lega al governo?) che sembra avere oggi simpatie per quanti escono dal Pd, vagheggiando alternative, da Calenda a Renzi . La continua inesauribile polemica non è la causa delle difficoltà fra alleati, è la mancata individuazione consapevole del pericolo e delle cause del disagio.Governo conte dimaio franceschini speranza governo pd m5s leu 400 min
Qualche domanda va rivolta al PD: questo partito che sta tentando di mostrarsi serio, può pensare che il suo ruolo sia solo quello di pensare ai conti di bilancio che tuttavia in questa circostanza sono assai importanti? Parlare di aver scongiurato, meno male, una tassa IVA sul nostro groppone di ben 23 miliardi non basta. Si rischia così di apparire, a chi soffre, solo per quelli che hanno buoni rapporti con una UE che poi non sembra molto intenzionata a cambiare. Bene non essere isolati come ci aveva condannato Salvini, ma qui in Italia bisogna trovare soluzioni ai drammi della mancanza di lavoro, di una sanità sempre più privatizzata e perciò costosa e per pochi, quindi, di una mobilità individuale su strade disastrate o pubblica efficiente solo per i ricchi e… se si vuole si può continuare. I costi di vita in questa Italia sono quelli di un paese per i più ricchi e che premia l’egoismo privato. Lo scontro Calenda-Telese non è solo colore da talk show in cui i presenti sono sollecitati a tifare per il liberista. Sono due idee di mondo, che come sanno e possono si scontrano, ma lo scontro è vero.

Il silenzio di questo PD è preoccupante, perché nessuno più lo interpreta come “garbo istituzionale” ma è visto come mancanza di idee e proposte e, soprattutto, lontananza dai cittadini e dai territori. Altro che leader!
Il governo sarà effettivamente capace di andare oltre le buone maniere e di intavolare un dialogo positivo non solo con i sindacati ma con i soggetti sociali in generale? Questo vorrebbe dire introdurre novità sociali rilevanti, nuove priorità dell'azione di governo, impegni forti su investimenti e occupazione, diritti di chi lavora. Bene, ma il PD è capace di stare nella protesta, anzi di promuoverla, non contro il governo, ma per condividere con la gente, il popolo le difficoltà e trovare insieme le possibili soluzioni (vedi il film di Michael Moore vecchie verità riaffermate in forma nuova). Non se ne può più di suggeritori di buone maniere e di fair play o anche solo di corrette metodologie. Sono tutte astrazioni. Il funzionamento della democrazia italiana è decisivo e la partecipazione attiva e costante rappresenta il miglior contrassegno della sua qualità ed efficienza. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

Al PD bisogna chiedere

Ma ancora al PD bisogna chiedere: Che fa nei territori? Qui in provincia di Frosinone non c’è segno di vita. Ma quanta inerzia! Non solo del PD.
La destra ciociara è la più condizionata da Casa Pound (Sora, Anagni, Frosinone). C’è solo l’ANPI in campo. Dopo la vergognosa astensione sulla Mozione Segre che ha indignato tutto il mondo, come si può dimenticare che la destra, qui, in questo territorio ha il 57%? Il frusinate è ammalato gravemente di disoccupazione. Diritti del lavoro mortificati o peggio negati e disoccupazione che si cronicizza sono le manifestazioni anticipatrici di ben più gravi difficoltà e rischi che impongono di non minimizzare le minacce autoritarie. La nostra politica locale fatta di partiti che stanno al governo del Paese e della Regione che fa? Luigi Carlini qualche giorno fa con amarezza franca e genuina denunciava: «Ogni territorio in crisi ha il suo parlamentare che tira l'acqua al suo mulino, invece da noi vengono a farsi i selfie. Non è che la "coperta" è sempre corta e il denaro lo mandano alle altre aree di crisi complessa più virtuose, cioè dove politici, sindacato, comuni e tutte le istituzioni fanno squadra per proteggere il proprio territorio e nella nostra area di crisi complessa FROSINONE/RIETI c'è un tale disimpegno che si rischia la chiusura del "rubinetto?» Chi è pronto a impegnarsi per dimostrare il contrario?Provincia Fr 350

La nuova maggioranza di governo quale dialogo ha innescato fra le forze politiche che qui in provincia la rappresentano? Nessun dialogo.
Soltanto ieri un segnale, che non so definire, giunge da un incontro fra due deputati del M5S Luca Frusone e Enrica Segneri e il presidente dell’Asi. Nel comunicato reso pubblico si parla di «Favorire un nuovo modello con al centro la Green economy e la nuova strategia del governo per la realizzazione del green new deal, così come lo sviluppo dell’Economia circolare come traino per il rilancio del Paese sono stati i temi affrontati inizialmente.» Che senso ha discutere di temi politici prioritari fra soggetti non egualmente abilitati a proporre e definire programmi e scelte che appartengono alle forze politiche, ai sindacati ed alle Istituzioni? Fa una brutta impressione questo incontro che si fa interpretare per l’inizio di un “dialogo” con una fetta di partito o meglio fra fette di partiti anziché con l’intero quadro delle forze politiche impegnate nel Governo del Paese. È un incontro privato? Mai visto che rappresentanti di partiti non incontrano i loro omologhi in un quadro di alleanze di governo per affrontare delle “novità”?
Se questi sono argomenti per provare ad affrontare seriamente la crisi, proporre politiche attive per il lavoro perché partiti, sindacati, associazioni attraverso i loro organi rappresentativi non si assumono la responsabilità di svolgere pubblicamente un confronto e dare il via ad un nuovo dialogo fra loro e con i cittadini?
TUTTI, INTORNO AD UN TAVOLO PUBBLICO

 

 

 

 

 

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'Mi ripresi la vita in mano…'

depressione depressione 350 260 mindi Tiziano Ziroli - “Mi ripresi la vita in mano…”

Era un pomeriggio d’estate, precisamente era il giorno del mio compleanno, ma ero solo in casa la mia famiglia era lontano a causa mia e a causa di chi in quel momento era la mia unica compagnia.
In casa eravamo solo io e lei, ma la lei non era una bella donna ma era lei, lei che ha mille nomi…bamba, neve, bianca,gnugna ecc ecc….o come si chiama veramente la cocaina.

Erano oramai anni che si era presa la mia libertà, ero cascato nella sua subdlola trappola, era entrata nella mia vita piano piano…  piccole dosi..mi facevano star bene, mi facevano sentire forte,mi aprivano la mente…ma allo stesso tempo mi stava togliendo la liberta’.. ero oramai dipendente da lei…tutto ruotava intorno a lei ed ogni scusa era buona per “farsi” di lei.

Ma quel giorno del mio compleanno dichiarai a lei che volevo il”divorzio”…”basta!!!” le dissi..”Ti sei presa la mia vita, mi hai allontanato la famiglia, per te ho detto bugie a chi piu tenevo…le persone non mi credeno piu.. ho fatto soffrire tutti …ora basta!!!!”…

Mi decisi che da quel giorno avrei chiesto aiuto non potevo smettere da solo la dipendenza era forte.
Il compleanno passò…ma il giorno dopo mi feci il piu bel regalo della mia vita…
Ripresi la mia vita in mano….ora sono dodici anni che non la cerco più…e non la voglio più…

La vita è bella e bisogna viverla senza scappatoie…quando si è depressi o delusi non bisogna prendere dipendenze strane per sentirsi bene o trovare la forza per superare gli ostacoli, la forza è in noi e li che dobbiamo trovarla…

“la droga ti fotte la vita”…datemi retta!!!!

 

 

 

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