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Nuvole nere su Zingaretti

nuvolegrigrigieIn poche ore il cielo di Nicola Zingaretti si è ancor di più offuscato di nuvole grigie. Si tratta anche di fuoco “amico”? Ma! Non sembra.

L’ultimo nuvolone arriva da Frosinone, per la precisione da Art. UNO di Frosinone, l’altro è un minaccioso quesito posto in Consiglio Regionale dal Consigliere Antonello Aurigemma.

Seguono nell’ordine:

Da Art. UNO Frosinone a firma del Coordinatore Provinciale Gaetano Ambrosiano

«Sulla base degli ultimi avvenimenti art.UNO considera chiusa l’esperienza politica con l’ass. DI berardino. Il rapporto, ormai logorato da una attività politica iin giunta regionale, mai condivisa con il partito locale, si è sommata ad un Rapporto politico mai strutturato, nemmeno prima della sua nomina in Giunta.
Per quanto siano stati fatti innumerevoli sforzi e nonostante le difficili prove di pazienza dimostrate dal partito, nonostante i tentativi posti in essere dai coordinatori locali del Lazio, per cercare un dialogo con l'assessore che avrebbe dovuto rappresentare la nostra forza politica nella maggioranza della regione Lazio, a fronte del risultato delle elezioni regionali cui articolo uno del Lazio ha contribuito in maniera determinante, non è stato possibile nemmeno avviare un rapporto politico in grado di tutelare la rappresentanza degli elettori del Lazio di Articolo Uno.
Per questo riteniamo concluso il rapporto politico con un l'assessore Di Berardino, il quale, giova ricordare, non è stato indicato dalle forze politiche di articolo UNO Lazio, le quali non sono state nemmeno consultate sulla scelta del nome dell assessore al lavoro della regione Lazio. Il voto politico delle cinque province laziali appartiene a chi ci ha dato fiducia, questo per ricordare all’assessore che il suo ruolo politico nella giunta dovrebbe essere foriero della rappresentanza di quell' ArtUNO, che ha raccolto i voti che permettono la sua presenza in Giunta. Sarebbe bene che l assessore ricordasse che il ruolo istituzionale che ricopre, non proviene dalla volontà di rappresentanza del corpo elettorale del Partito Democratico, cui l assessore sembra invece rispondere in maniera esclusiva.
Sarebbe invece opportuno avere rispetto dei territori e del corpo elettorale che in quei territori hanno votato leu, di cui oggi resta sostanzialmente articolo uno.
Il punto di questa vicenda era e rimane politico come pure politica deve essere la sua soluzione.
Con la decisione di annunciare la rottura del rapporto di rappresentanza tra articolo uno e l ass Di Berardino, si vuole concludere la vicenda dei tecnici all’interno delle rappresentanze politiche delle amministrazioni. La politica e la rappresentanza devono tornare protagonisti assoluti. Il quadro politico italiano è mutato in maniera repentina e per questo serve un cambio di passo altrettanto imminente anche nella rappresentanza della giunta regionale del Lazio. Il fallimento del governo giallo verde e la nuova alleanza di governo ha ridefinito la rappresentanza di governo e ha lanciato tali rappresentanze anche sugli scenari delle future alleanze amministrative. Ciascun partito con la propria rappresentanza e dunque con la propria soggettività e responsabilità politica è oggi chiamato a contribuire all'azione di governo. Dobbiamo ricordare di essere alleati di governo e non subalterni ad una alleanza. La nostra forza politica non può sottomettersi alle scelte del partito democratico che resta un alleato ma che deve restare fuori dalle scelte di rappresentanza del partito. Ora é doveroso giungere ad una nuova fase nel rapporto politico nel nostro territorio, caratterizzata da nuova trasparenza e chiarezza nei rapporti di rappresentanza e nel rapporto di alleanza nella Regione Lazio dove, riteniamo, vada riconfigurato e ripristinato il ruolo di Art. UNO.
Non abbiamo bisogno di uomini che rappresentano se stessi al contrario uomini che siano voce delle nostre idee in una chiara proposta politica, senza attendere o sottostare ad altri, rimane l’obiettivo di riequilibrare la distribuzione della ricchezza, in Italia ed in Europa e nel Lazio che rappresentiamo, poiché consapevoli del fatto che negli ultimi decenni il divario dei redditi si è allargato e che questo disallineamento ha portando vantaggio ai più ricchi, una minoranza, e svantaggio a chi ha di meno. Dobbiamo convertire gli squilibri sociali attraverso un progetto che metta insieme la conversione dell’attuale modello di produzione della ricchezza in un nuovo modello ecosostenibile e la ridefinizione di un quadro di sostenibilità della divisione della ricchezza che consenta a tutti di vivere una vita degna, liberando alcuni dagli stenti ed altri da una vita di sacrifici per arrivare alla fine del mese e questo include i diritti di una classe operaia abbandonata a se stessa espropriata di qualsiasi titolo nel diritto e questo sinceramente non è più tollerabile. Abbiamo sempre aggregato le forze della sinistra ed abbiamo fatto una campagna elettorale per le elezioni politiche ed una per quelle amministrative aprendo uno spazio a sinistra in quella che è stata l’elezione del Governatore ed attuale Segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti. Ora è arrivato il momento che si dia trasparenza e si faccia chiarezza per quella che è e rimane la fase di un nuovo confronto politico alla base del nuovo scenario politico. Questa dichiarazione è a fronte di un confronto all’interno dei territori per un diritto di agibilità politica nel rispetto di chi ci ha votato ed ancora crede in sano progetto a sinistra del Partito Democratico, che non è mai stato inclusivo nei nostri confronti al contrario ha sempre cercato di escluderci ed ostacolarci da qualsiasi momento ed atto della vita politica del centro-sinistra, evidente l’assenza di Zingaretti alla nostra Festa Nazionale tenutasi a Roma con una disdetta dell’ultimo momento un atto sgraziato ed irrispettoso che un alleato di governo sincero e forse realmente “inclusivo” non avrebbe mai compiuto. Ora se si vuole aprire un nuovo percorso ed un rapporto chiaro va ridefinito il confronto politico che parta dal riconoscimento del nostro ruolo di alleati di governo nella Regione Lazio con la dignitá ed il rispetto che spetta a chi si é dimostrato sempre leale ed onesto. Ma rimane un punto fermo che esclude qualsiasi tipo di discussione, la nostra esperienza con Claudio diBerardino ribadiamo è terminata e si apre una nuova fase che deve necessariamente guardare ad una rappresentanza reale, nel rispetto degli elettori di Roma e del Lazio»

 

Dal consigliere regionale del Lazio del Gruppo Misto, Antonello Aurigemma, (riceviamo da Vincenzo Grande)

Roma, 9 ott. (askanews) - "O Nicola Zingaretti si dimette o viene all'interno di questa aula". Così il consigliere regionale del Lazio del Gruppo Misto, Antonello Aurigemma, intervenendo in aula alla Pisana e rivolgendosi alla presidenza rappresentata da Devid Porrello (M5S) ha manifestato dissenso per l'assenza, a suo parere ingiustificata, del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti. "Non può essere che oggi la Regione Lazio venga governata da un presidente che nella storia delle regioni di Italia è il presidente più assente. Non è mai venuto nascondendosi dietro le assenze istituzionali. Lui qui è il presidente della giunta regionale, non è il segretario del Pd" ha sottolineato Aurigemma.

"Abbiamo chiesto le informazioni e stiamo aspettando dal gabinetto del presidente della giunta regionale non un parere sul fatto che Zingaretti sia assente per motivi istituzionali o no, ma cosa sta facendo Zingaretti e appena avremo notizia sarà nostra cura comunicarlo all'Aula" ha spiegato Porrello incalzato anche dal capogruppo della Lega alla Pisana, Orlando Tripodi e da Fabrizio Ghera di FdI.
"Lei non ha fornito nessuna risposta e la invito a non considerare oggi Zingaretti assente giustificato fino a quando il suo gabinetto e la sua segreteria non forniranno, cosa che noi già abbiamo e non sono motivi istituzionali, non fornirà le motivazioni della sua assenza. Noi le chiediamo il rispetto delle regole e la invitiamo a non considerare assenza istituzionale quella di Zingaretti" ha sottolineato Aurigemma invitando Porrello a non considerare presente Zingaretti.
Sulla stessa linea tutti i consiglieri di Fratelli d'Italia. "Noi esigiamo di sapere dove si trova Zingaretti" che costa dire "sta a Ravenna impegnato con il Pd"?" si è chiesto Giancarlo Righini. Anche Laura Corrotti e Daniele Giannini della Lega hanno sollevato la questione delle assenze del governatore. La richiesta delle opposizioni è la sospensione della seduta fino a che non si comprenderà con esattezza la natura della assenza del governatore.

 

 

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Zingaretti: le mie sono domande che si fanno gli italiani

  • Pubblicato in Partiti

renzi zingaretti 400 minInfo curata da Antonella Necci - «PD, Zingaretti: 'Da Renzi un whatsapp a decisione presa'» (ansa.it)

«Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo non è una questione personale».

«Ovviamente no. Ho ricevuto un whatsapp quando la decisione era stata presa». Così il leader Pd Nicola Zingaretti, da Maria Latella a l'Intervista su Sky a chi gli chiede se Matteo Renzi lo avesse avvisato di voler compiere la scissione durante le trattative per la formazione del governo.

«Non pretendevo - dice Zingaretti - una telefonata. Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo. Non è una questione personale per me».

«La sfida - ha detto riguardo al possibile faccia a faccia tra Renzi e Salvini - non è il giochetto dello scontro tra i leader ma risolvere i problemi degli italiani. Priorità dell'Italia non è attendere il faccia a faccia di Tizio contro Caio».

«Salvini e Renzi - ha detto in un altro passaggio - sono persone con idee diverse cui conviene litigare per far parlare di sè. Ma la grande forza dell'alternativa si chiama Pd che è l'unica vera forza nazionale che intercetta cambiamento e giustizia sociale».

Zingaretti ha parlato anche del patto civico al quale M5s e Pd stanno lavorando per le regionali in Umbria. Sull'accordo con il M5S sull'Umbria - ha detto - «non c'è nessun automatismo per le Regionali, ogni Regione dovrà decidere sulla base delle proprie leadership, dei propri contenuti, ma c'è una vocazione unitaria a provarci, per un futuro del Paese non fondato sull'odio, ma sulla crescita, sullo sviluppo, il lavoro e il benessere. E' un fatto positivo che si stanno provando a verificare le condizioni per dare insieme una risposta ai cittadini, è utile per l'Italia».

 

 

 

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Zinga il fortunato

Matteo Renzi 350 260 mindi Aldo Pirone - Non era in questione il se ma solo il quando. Finalmente Renzi ha sgonfiato la crescente suspense e se n’è andato dal PD. Il capo delegazione dei dem al governo, Franceschini, ha commentato: “Nel 1921 e 22, la litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori”. Il paragone con l’oggi sembra azzardato, per non dire fuori luogo. Zingaretti, invece, ha invitato a guardare avanti: “Ci dispiace è un errore. Ma ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”. Il presidente Conte non è stato così serafico come Zingaretti; e si capisce. Il “bomba” ha cercato di rasserenarlo - il che visti i precedenti non lo ha per niente tranquillizzato -; gli ha detto che la sua “novità”, - pudicamente, non vuole chiamarla scissione - gli allargherà il consenso parlamentare. Ma il Presidente teme i Danai anche quando portano doni (timeo Danaos et dona ferentes). Infatti, ha fatto sapere “le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo. A tacer del merito dell’iniziativa, infatti, rimane singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo“. Non proprio un’alleluja!

Renzi ha spiegato oggi su “la Repubblica” in una lunga intervista dai toni “renzianissimi” le motivazioni della sua scelta. Un bel po’ di luoghi comuni a lui usuali, conditi di retorica futuristica e di qualche notevole bugia. Come quella, sommamente esilarante, di aver portato il PD al 41%. Ricorda l’effimero inizio della sua rovinosa leadership, dimenticando il baratro del 18,7% in cui ha lasciato i dem. Ma Renzi è così, non a caso a scuola, quando da giovani si mostra la propria indole, i suoi coetanei lo soprannominarono “il bomba”.

A guidare il Renzi politico sono sempre state due cose: un ego stratosferico che lo rende incapace di stare in un collettivo se non al comando di esso e, a esso connesso, il proprio interesse politico personale. Le sue mosse tattiche, anche le più spericolate e apparentemente contraddittorie, non si comprendono se non in quella sua ottica. Può accadere, come nell’operazione Conte 2, che l’interesse personale combaci incidentalmente con quello generale, ma può, col tempo, non essere più così. Nell’intervista a “la Repubblica” le motivazioni poco credibili della sua scelta, ridotte all’osso, sono: il PD, nato per essere una cosa all’ “americana capace – dice il nostro – di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”, non è decollato. E già, si è consunto fino allo sfinimento, balcanizzato in correnti e cordate, infettato dalla questione morale, ma americano non c’è diventato. Di danni storici, comunque, ne sono stati fatti a iosa. Per capire come gli innesti americani non funzionino nel nostro paese, non c’era tanto da elucubrare sul Lingotto di Veltroni, bastava andare al cinema a rivedere l’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Dell’intervista di Renzi ad Annalisa Cuzzocrea conviene rilevare le cose che possono incidere in negativo sul percorso del governo. Al fondo ve n’è una sola: “Non sono interessato a mettere il naso nelle nomine”, e questa è la bugia, seguita dall'inquietante verità: “ma voglio dire la mia sulla strategia”. E qui potrebbero nascere i dolori per Conte e gli altri partner, perché se le convenienze del rignanese dovessero cambiare, egli non tarderà a mettere i bastoni tra le ruote di provvedimenti di sinistra in economia e sul lavoro. E’ da prevedere, dunque, anche una lotta contro il tempo, perché, in fondo, se il governo riesce a sfornare celermente provvedimenti sociali – per esempio il cuneo fiscale, il salario minimo, il ripristino dei diritti sul lavoro ecc. – in grado di renderlo popolare, allora oltre a Salvini e al centrodestra si terrà a bada anche qualche “renzata”. Staremo a vedere.

Quanto al PD, è naturale che sul momento vi siano esponenti che cerchino di ridurre le conseguenze della fuoriuscita renziana parlando d'ingiustificabile divisione, di uscita non indolore, di grave danno ecc. C’è da evitare, fra l’altro, che nei gruppi parlamentari siano lasciate le “quinte colonne” renziane. Tuttavia la sinistra tutta, non solo il PD, dovrebbe accogliere l’evento come un’occasione liberatoria per procedere a una rifondazione comune e di un nuovo soggetto unitario di sinistra e progressista che coinvolga in prima persona le forze partecipative e associative della società civile progressista. Già il fatto che in alcune regioni gravide di elezioni amministrative si stiano sperimentando le cosiddette liste civiche, dice che la strada obbligata del rinnovamento rifondativo è quella. E non solo per creare le condizioni per una convergenza col M5s a livello locale. Zingaretti appena eletto segretario disse che bisognava cambiare tutto. Il 13 luglio affermò: “La riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Non ce ne siamo occupati perché c’erano le elezioni ma sul partito dobbiamo cambiare tutto perché tutti sappiamo che cosi non si va più avanti […] perché troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere, c’è gruppo dirigente nazionale attorno a leader ma poi c’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate che si collocano da una parte o dall’altra, con un leader o un altro a prescindere dalle idee”. Naturalmente a questo imputridimento lui non è stato del tutto estraneo, ma tant’è.

La questione, dunque, non può essere ridotta al ritorno nel PD dei fuoriusciti Bersani, D’Alema, Speranza e compagnia bella. La “discontinuità” rifondativa, nelle persone e nelle politiche, da praticare nel paese e non solo nel parlamento, è ben più profonda; risale non solo al PD di Veltroni, ma molto più indietro: risale almeno al blairismo. E con essa deve fare i conti tutta la sinistra, comunque configurata e dislocata, non solo i dem; e lo deve fare stando immersi nel corpo sociale, a contatto anche con le sue parti più lontane e ostiche.

Zingaretti non è un fulmine ma è fortunato. In pochi giorni Salvini ha tolto il disturbo dal governo e Renzi dal PD.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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"Nicola è stato sempre così"

zingaretti 350 260di Antonella Necci - “Nicola è sempre stato così. Pure da ragazzino. Tu lo attaccavi, lo insultavi, lo provocavi. Lui ti stava a sentire e poi ti diceva: parliamone. Ha diversi nemici, ma non è nemico di nessuno. Per anni abbiamo pensato fosse un limite. Sta diventando una grande opportunità“.

Sono tanti gli ex compagni dei tempi della Fgci che mai, senza il senno di poi, negli anni ’80-90 avrebbero scommesso un euro (anzi, una lira) su Nicola Zingaretti futuro segretario del partito. E pure potenziale candidato alla formazione di un governo giallorosso Conte Bis.
Lo chiamavano er “Sor Tentenna”, ancora oggi lo etichettano come “Er Saponetta”, ma in quasi 40 anni di politica attiva ha sempre fatto la mossa giusta, senza mai fallire una competizione. Anche a costo di perdere qualche treno. Come quello del 2013 che avrebbe dovuto portarlo in Campidoglio, convoglio poi deragliato miseramente e finito nel burrone portandosi via (quasi) tutti coloro che vi erano a bordo. Occhio lungo, clinico. Anzi, cinico. Lui optò per il porto sicuro della Regione Lazio, da dove ha continuato a fare ciò che faceva da 30 anni: intessere relazioni, costruire alleanze e cucire gli strappi. “È il Partito Comunista Italiano, bellezza”, dice oggi chi, nel Pd, rivede le tecniche della “vecchia scuola”.

La scuola, quella ufficiale, non è mai stata il suo forte. D’altronde, nato nel 1965, la sua generazione è stata forse l’ultima a ritenere che la vera formazione avvenisse in sezione e al Liceo (come all’Università) bisognava andarci per fare politica. Così, mentre all’Istituto per Odontotecnici coltiva il piano B nel caso la politica non dia i frutti sperati, alla Sezione del Pci Montagnola studia Marx, Gramsci e Pasolini, mentre partecipa ai collettivi prima al Liceo Classico Mameli e poi all’Università Sapienza dove, in realtà, non si è mai laureato. Perché nel frattempo l’ex deputato Goffredo Bettini lo prende sotto la sua ala protettiva. In breve tempo Nicola diventa segretario della Fgci romana, guida l’organizzazione attraverso il passaggio traumatico della Bolognina e nel 1991 diventa segretario nazionale della Sinistra Giovanile. Il debutto nelle istituzioni lo farà nel 1992, quando sindaco della Capitale era Franco Carraro, restando in Aula Giulio Cesare per meno di un anno. Non tornerà più sul colle capitolino.

D’altronde, in quel momento, al ragazzo la politica di territorio piace fino a un certo punto. Preferisce i “massimi sistemi”. Negli anni ‘90 è presidente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista e vicepresidente dell’Internazionale Socialista, incarichi grazie ai quali gira il mondo e intesse relazioni importanti in Medio Oriente, Asia e Sudamerica. Il suo vate Goffredo Bettini – che all’epoca portava avanti il ‘modello Roma’ prima con Francesco Rutelli e poi con Walter Veltroni – lo vuole sul campo. Così ne sostiene l’elezione a segretario dei Ds di Roma nel 2000, cui seguirà il salto a segretario regionale nel 2006. In quegli anni si consuma una sorta di dualismo con un altro “compagno” bettiniano dei tempi della Fgci, l’allora assessore Roberto Morassut. In questo periodo, la “vocazione europea” lo spinge a diventare, nel 2004 parlamentare europeo, dove continua a tessere relazioni all’interno del Pse e con gli “amici” dei Verdi Europei che non smetterà mai di coltivare.

Ma è da segretario regionale che mette in mostra le sue “doti” politiche. Prova in tutti i modi a contenere l’emorragia del 2007 che vede fuoriuscire la “mozione Mussi” dalla trasformazione in Partito Democratico, consumatasi con un duro scontro con il segretario del Circolo di Testaccio, Roberto Gilioli. Nel frattempo, dà il suo contributo alla costruzione del Pd radunando gli imprenditori locali da Rinaldo all’Acquedotto, cena in cui l’ospite d’onore era Massimo D’Alema. Determinante il suo lavoro dietro le quinte per tenere compatta la maggioranza che appoggia Walter Veltroni in Campidoglio, con l’allora sindaco impegnato – specialmente nei due anni del suo secondo mandato – a costruire la sua candidatura nazionale. Qui Zingaretti interviene spesso, contribuendo a tenere unita una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi con la sinistra radicale con un piede fuori dalla porta.

Dura poco, però. Perché dopo tanta “politica” per Nicola è arrivato il tempo di sporcarsi le mani. Con Marrazzo in Regione affidato alla guida di Esterino Montino e Rutelli ricandidato in Campidoglio, Bettini lo vuole presidente della Provincia. Lui all’inizio non è entusiasta, ma non sa ancora che è proprio da qui che inizierà la sua vera scalata. Mentre un Rutelli sempre più in versione cattolica rompe con Rifondazione e consegna – di fatto – la città a Gianni Alemanno, Zingaretti stravince il ballottaggio con il forzista Alfredo Antoniozzi e diventa presidente della Provincia. Non senza un “piccolo” scandalo, da cui poi uscirà pulito: il 15 febbraio 2008 – 24 ore prima di accettare la candidatura – viene assunto a 8.348 euro lordi dal Comitato provvisorio Pd Lazio. In quel momento, la legge permetteva ai datori di lavoro di far gravare sulla Provincia gli stipendi e i contributi per gli eletti. Il presidente si sarebbe messo in aspettativa, salvo il diritto al versamento dei contributi previdenziali rimborsati al datore di lavoro dalla Provincia. La Procura di Roma, dopo aver aperto un’inchiesta su esposto dei Radicali, non rileva la presenza di reati e archivia tutto.

A Palazzo Valentini inizia ad affrancarsi pian piano da Bettini e a costruire la sua rete. Stringe i rapporti con Massimiliano Smeriglio, non perde mai di vista il movimentismo e il sindacato, tesse le sue reti anche al centro. Soprattutto, mette su uno staff della comunicazione che confermerà per i 10 anni a seguire. Fino al 2012, quando tutto sembra pronto per la sua candidatura a sindaco. Abbastanza giovane, abbastanza bravo, abbastanza “ecumenico” e pure con un fratello famoso – che non guasta – è pronto per il Campidoglio. Ma in Regione succede l’imprevedibile. Il centrodestra viene travolto dallo scandalo sui rimborsi (che intacca anche il Pd) e Renata Polverini scappa in Parlamento. Così in Regione si vota di nuovo. La vittoria è facile, scontata, ma sul candidato naturale, il medico Ignazio Marino, non c’è la quadra. Nicola ne approfitta per ribaltare il tavolo e togliersi dall’impiccio: lui va in Regione mettendo tutti d’accordo, e spedisce il chirurgo genovese alle primarie per il Comune. Il ‘marziano’, sostenuto da Bettini, vincerà a sorpresa contro David Sassoli e Paolo Gentiloni. Il resto è storia di questo ultimo mese, per ciò che ci è dato sapere.

Si parla di contatti con la sfidante in regione per M5S, Roberta Lombardi alla quale i giornalisti riconoscono doti da stratega politica che a confronto Napoleone Bonaparte era un pivello.
Il curriculum politico della Lombardi è però irrisorio se confrontato con altri. Le sue doti politiche sembrano “ciniche e spietate” perché confrontate con l'inesperienza dei Grillini. La Lombardi sta crescendo e maturando grazie a zar Nicola. Grazie ar Saponetta. Ogni ulteriore commento a ciò che ci dobbiamo aspettare in un futuro nemmeno tanto lontano farebbe rabbrividire i profeti dell'alta politica. A noi comuni mortali viene solo richiesta una flebile speranza di risoluzione dei problemi contingenti. Se non risoluzione almeno prospettiva di miglioramento.

Ma per favore, evitiamo di osannare chi non merita. Evitiamo di rendere un mito una grillina che fa parte di un partito che non è un partito, ma una grande società per azioni a zero ideali politici. Ci siamo appena resi conto dei negativi effetti collaterali del salvinismo. Possibile che non sappiamo proprio ragionare in modo autonomo?

 

 

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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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M5S interroga Zingaretti su ristrutturazioni Ater ad Arpino

bandiera M5S okIl consigliere regionale Loreto Marcelli ha chiesto al Presidente della Commissione regionale per l’urbanistica, politiche abitative, rifiuti, Marco Cacciatore, di fare luce sull’attuale stato dei lavori dell’edificio sito in Arpino, in via Colonna, e destinato all’housing sociale in ordine ad un accordo, del 2012/2013, tra Ater e il comune di Apino. L’immobile, oggetto di ristrutturazione da parte dell’Ater, non è stato completato e i soli quattro appartamenti ultimati, attualmente non solo non sono mai stati assegnati ma restano sconosciute anche le condizioni in cui versano dopo anni di abbandono.

“In un sopralluogo che ho fatto sabato 15 giugno – spiega il Consigliere Marcelli - mosso anche dalle segnalazioni dei cittadini agli attivisti del Movimento 5 Stelle di Arpino, mi sono potuto facilmente rendere conto che la situazione è al limite. Il passaggio accanto all’edificio dovrebbe essere vietato per il forte e concreto rischio di caduta calcinacci e parti dell’immobile. Ancor più se si pensa che a pochi metri di distanza c’è una scuola. L’interno è praticamente inesistente, il tetto ha parzialmente ceduto e, l’ipotesi che possa crollare tutta la struttura non è da escludere. Chiarire al più presto la situazione è francamente doveroso”.

Immediata l’azione del Presidente Cacciatore che, insieme al Consigliere Marcelli, ha provveduto a presentare una interrogazione a risposta scritta al Presidente della Giunta, On. Nicola Zingaretti, all’assessore Politiche abitative, urbanistica, ciclo dei rifiuti, On. Massimiliano Valeriani, per conoscere l’ammontare delle risorse stanziate per finanziare il progetto e gli importi già spesi; le ragioni per le quali sia stata ristrutturata solo una parte dello stabile e per quale motivo gli unici appartamenti realizzati non siano ancora stati assegnati. Infine, è richiesto all’Ater di Frosinone di spiegare quali azioni sta intraprendendo o voglia intraprendere per il completamento dei lavori.


 

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Certosa di Trisulti: le 'preoccupazion' a scoppio ritardato di Zingaretti

Certosa di Trisulti 350 260«La "preoccupazione" di Zingaretti, Segretario del PD e Presidente della Regione Lazio, sulla presenza di "formazioni politiche sovraniste" nella Certosa di Trisulti arriva fuori tempo massimo perché la concessione del bene culturale è del 14 febbraio 2018, atto finale di un percorso cominciato anni prima: l'intera procedura è quindi stata gestita dal governo precedente a guida PD» dichiara il deputato del MoVimento 5 Stelle Luca Frusone che continua «Zingaretti ha fatto bene a scrivere al Ministro dei Beni culturali. Peccato che abbia sbagliato tempi e destinatario, visto che il responsabile della concessione è Franceschini. All'attuale Ministro dei Beni culturali, Bonisoli, il Segretario del PD Zingaretti avrebbe dovuto scrivere per scusarsi delle decisioni nefaste prese dal suo partito. Da parte nostra - assicura il deputato pentastellato - c'è la massima attenzione nel vagliare i profili di legittimità della concessione, voluta da PD.

Come ha sottolineato il ministro Bonisoli l'associazione DHI, a cui è stata affidata la gestione della Certosa, è lontana anni luce dal nostro modo di pensare. Ma qui non siamo a una scelta su Bannon; è una questione di rispetto delle regole che stiamo verificando partendo dal mio esposto all'Anac». In conclusione, il deputato M5S Frusone ricorda che «quando c'era da sollevare la questione, oltre alle associazioni, sono intervenuti giornalisti locali coraggiosi, che hanno raccontato i fatti, e il sottoscritto, unico a denunciare all'Anac, mentre dalle parti del PD si preferiva stare in silenzio per tenere nascosta la propria responsabilità. Adesso che c'è qualche telecamera, gli esponenti del PD si rifanno vivi e il consigliere regionale Buschini ci fa sapere che condivide le "preoccupazioni" a scoppio ritardato di Zingaretti. Ma quando entrambi potevano incidere sul comportamento del ministro Franceschini, perché se ne sono ben guardati?»

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Zingaretti e il rap di Matteo e Gigino: «Il governo non cadrà, non cadrà…»

Zingaretti pure il pd balla sul cadaveredi di maiodi Elia Fiorillo - Il fratello del commissario Montalbano ce la sta mettendo tutta per tentare d’entrare seriamente in partita. Fino a poche tempo fa sembrava che il Pd fosse impegnato a non dare troppo fastidio al duo Matteo - Giggino, che pur non trovandosi d’accordo su niente, resta arroccatissimo a Palazzo Chigi. Anzi, il mantra che ripetono i due, pare sia diventata una canzonetta rap: “Il governo non cadrà, il governo non cadrà, non cadrà, non cadrà…”. Con il seguito: “Tav, Tav, Tav…”, suonata però con note completamente diverse dai due musicanti, Giggino e Matteo; nome d’arte di quest’ultimo “il Capitano”. E l’avvocato del Popolo, il presidente Conte, non perde occasione per intonarla, da tutte le parti del mondo dove si trova. E mica è un caso che l’Italia è anche famosa nel mondo per le sue canzonette! Per fortuna non per quelle cantate ultimamente dal trio Saldico.

Per il momento Nicola Zingaretti non può che esultare. E’ riuscito a portare a casa 1,26 milioni di voti, pari al 70% dei votanti; più di 1,8 milioni ai gazebo. C’è chi per depotenziare l’ottimo risultato ricorda la vittoria di Walter Veltroni nel 2007: 2,7 milioni di voti, pari al 75% dei votanti, con un’affluenza ai gazebo di 3,5 milioni. Cifre da capogiro, ma erano altri tempi. Per ben comprendere la buona discesa in campo di Zingaretti vale la pena ricordare che alle primarie del 2017 vinse Matteo Renzi con 1,257 milioni di voti, pari al 69% dei votanti, con una presenza ai gazebo di 1,8 milioni di partecipanti.

In questa fase ottimistica che sta pervadendo il Pd, e che comincia a far ben sperare in un’opposizione non improvvisata al governo “Lega5Stelle”, ritorna un punto interrogativo. Il solito: “E Matteo Renzi cosa farà?” La risposta la si può trovare nel suo libro “Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani”. Ma non c’è bisogno di leggere tutte le 235 pagine del testo. Basta soffermarsi alla citazione che l’ex presidente del Consiglio inserisce nelle primissime pagine del suo libro per capire tutto, per comprendere come andrà a finire. Il pensiero è di Michael 'Air' Jordan, leggenda del basket americano, che afferma: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Al di là che la politica è proprio un’altra cosa rispetto al basket, da questa citazione si capisce come l’ego renziano è proprio smisurato.

Per Nicola Zingaretti : “L'agenda del nuovo PD sarà un'agenda nuova, fatta di parole semplici: scuola, scienza, giustizia, infrastrutture, lavoro, conoscenza, che poi vuol dire libertà per il genere umano”. Ma anche, per forza di cose, suo malgrado, “combattere il renzismo”. C’è chi pensa che alla fine l’ex consigliere comunale di Rignano sull’Arno si deciderà a lasciare il partito e a mettere le tende altrove. Ma chi conosce a fondo il personaggio pensa che questo non avverrà. Fu lui a far uscire Bersani e D'Alema, e buona parte della sinistra dem, dal Pd per fondare Liberi e Uguali. Quell’uscita non rafforzò per niente l’immagine e i consensi dei due. Renzi lo sa bene e, quindi, tra minacce, silenzi, e via proseguendo non abbandonerà il Pd, specialmente nel momento della sua nuova vita ad opera di Zingaretti. Starà a guardare, certo che verrà per lui il momento in cui potrà ritornare a cavalcare il “suo” partito.

Con queste premesse il fratello di Montalbano dovrà continuare la difficile opera di rilancio del Pd, puntando a sfruttare il momento di crisi grave tra Salvini e Di Maio. E sperando che i due continuino nei loro litigi “su tutto”, fino alle elezioni europee. In questo modo avrà tempo di rafforzare l’immagine di un Pd ecumenico, pronto a rilanciare il Paese oltre gli steccati economici e politici costruiti dai suoi avversari. Oggi una spaccatura, con conseguente crisi di governo dei giallo-verdi, non gli conviene. Sarebbe costretto a scendere in campo elettorale impreparato, con un Renzi più agguerrito che mai a far sentire la sua voce. Per il momento meglio che resti tutto così com’è.

 

 

 

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Zingaretti nuovo Segretario del PD

  • Pubblicato in Partiti

nicolazingaretti 350 260di Ermisio Mazzocchi - Zingaretti ha vinto

Si può essere soddisfatti per il risultato ottenuto dal PD nelle primarie aperte ai cittadini. Hanno votato in tutto il paese 1.700.000 cittadini, di cui circa il 70% ha scelto Nicola Zingaretti quale segretario del PD. Nella provincia di Frosinone con un risultato superiore alle aspettative, hanno votato 22.501 cittadini in cui Zingaretti ottiene 20.391 voti pari al 90,6%. La partecipazione è vita per la democrazia e il PD ha suscitato un interesse che ha sbaragliato lo scetticismo di molti e sconfitto le strumentali critiche degli osservatori.

La eccezionalità di questo risultato di Zingaretti risiede nel fatto che esso è omogeneo su tutto il territorio nazionale, così come in quello provinciale.
Questo voto è pervaso da una capacità di tutti gli iscritti al PD a rilanciare il partito e che non lo hanno abbandonato, ma resistito con caparbietà accompagnata da una profonda passione.
Dall'altra parte il voto è stato espresso da una larga parte di cittadini che non si riconosce nel populismo grilloleghista e reclamano la difesa dei valori della democrazia e della Costituzione italiana.

Nessun modo migliore può esistere per commentare il risultato delle primarie con l'elezione di Zingaretti a segretario nazionale, che quello di fare un esame dell'immenso lavoro che dobbiamo svolgere e che dovrà fare lo stesso segretario per ridisegnare la nuova configurazione politica e strutturale del Partito Democratico.
Un impegno strettamente legato alla situazione generale del paese, verso il quale è necessario rivelare e praticare, partendo dalle considerazioni contenute nel programma di Zingaretti, un maggiore senso di responsabilità e manifestando di averlo con una evidente preoccupazione per le criticità dell'Italia, le sofferenze del popolo italiano, aggravate e irrisolte da un governo imbelle e confusionario.
Questo è il problema attuale che si pone, reagendo a un agguerrito avversario di centrodestra e infondendo nel paese una nuova cultura della politica.
Un obiettivo su cui Zingaretti è stato sempre molto chiaro ed esplicito, ma anche con la consapevolezza di un cambio strutturale e di rinnovati contenuti del PD.

Il PD con queste primarie e l'elezione di Zingaretti chiude definitivamente con il suo passato.
Una grande parte di italiani ha dato fiducia al PD proprio perché considera possibile ricostruire una speranza per un futuro migliore.
Rimettere in movimento le realtà sociali colpiti dalla crisi, risvegliare un senso di appartenenza rivolto a rivendicazioni economiche, a preservare i valori costituzionali, a entrare nel mondo delle nuove tecnologie.
Ribaltare e modificare un sistema socio-economico, reso ancora più debole e inefficace sotto i colpi micidiali dell'attuale governo e che nel passato non è stato preservato da politiche di grande respiro sociale ed economico.

E' necessario che l'impianto programmatico di Zingaretti sia un catalizzatore di tutte quelle forze politiche , culturali, associative disponibili a fare germogliare i semi gettati per ridare una prospettiva di rinascita del paese.
Tutta l'impalcatura politico - programmatica del nuovo segretario poggia su l'obiettivo di recuperare il distacco tra i cittadini e la politica, che è stato ampio e motivato e che le formule del populismo moderno hanno premiato i suoi paladini.
Non solo un recupero, ma soprattutto rimuovere la diffidenza verso i partiti, che nel tempo ha logorato il PD.
Colmare questo fossato tra la politica, a maggiore ragione quella del PD, e il paese significa avere un ottimo programma di cose da fare e un ceto politico dello stesso PD, capace di infondere quella fiducia per riprendere un cammino verso un domani fatto di certezze per i lavoratori, per le nuove generazioni, per l'intero paese, in termini di credibilità e di consenso.

E' stato aperto un nuovo cantiere del quale non solo nel PD si sentiva bisogno.
All'orizzonte si profila una permanente opera di rifondazione di una cultura politica progressiste e di sinistra per comprendere i tempi del XXI secolo, in cui il PD assume la responsabilità di essere il vero protagonista.
IL PD e con esso in primo piano Zingaretti, oggi apre un nuovo percorso della sua politica e della sua organizzazione su la base di rinnovate formule e contenuti in rapporto ai mutamenti avvenuti e che avverranno.
La bussola di orientamento dovrà essere quella di avere una politica in grado di dominare e guidare gli avvenimenti tale da salvaguardare gli interessi di tutto il paese.
Ci si deve preparare a una attività concreta, a un lavoro rivolto alle necessità di milioni di donne e di uomini, che si immerga nella realtà del lavoro, della povertà, della precarietà, dei bisogni delle nuove generazioni, dentro una cornice di solidarietà e di convivenza civile e democratica.
Avere una coscienza più viva dei problemi concreti, affrontati in modo tale che si alzi il livello di partecipazione e di coinvolgimento di un intero popolo.

Il PD non è arrivato a queste primarie con un modulo gattopardesco, cambiare perché tutto rimanga come prima.
La volontà, come espressa da Zingaretti, è quella di un profondo segno di rinnovamento alla struttura organizzativa per favorire il confronto, ripristinare l'abitudine di parlare di politica, ragionando insieme, volta a dare dignità alla politica.
La piattaforma su cui poggiare questa volontà, è quella di cementare l'unita dell'intero PD.
Una nuova politica quale strumento che renda il PD capace di attrarre forze democratiche e fortemente legati ai valori della Costituzione in modo da riconoscere i problemi generati dalla disuguaglianza economica e sociale, riportare in primo piano le drammatiche condizioni di larghe zone del paese, come il Mezzogiorno.
Un partito che esalti i principi democratici e sappia ricostruire una politica che guardi al Paese e all'Europa, e parafrasando Gramsci, una politica come "passione organizzata" capace di provocare emozioni e nutrire speranze, risvegliare sentimenti di partecipazione e di impegno.
Questo è il PD dopo il 3 marzo, che proietta la sua politica per completare quella saldatura, che nel primo PD non è avvenuta, del carattere popolare della tradizione culturale socialista, comunista, cattolica, di quel cattolicesimo sociale e democratico, avendo chiaro che il suo avversario sono quelle forze populiste, di destra, che si riconoscono in una area di centrodestra.

Rimettere in cammino un percorso di riscatto, di liberazione da politiche neoliberiste inserite nel sistema della feroce globalizzazione, con i connotati di sfruttamento, di razzismo, di xenofobia che mira a indebolire la democrazia e a favorire la ricchezza economica e il potere, concentrati in poche ambiti sociali e in una cerchia ristretta di persone.
Il riflesso delle primarie sul territorio provinciale con una accettabile competizione, ha messo in rilievo una diversa lettura del fenomeno gialloleghista e dell'insieme del centrodestra e una diversa impostazione delle strategie per parlare a quel popolo deluso e mortificato.
Uno scenario che, anche in questa provincia, ha come sfondo la speranza di una unità per il PD, essenziale per non portare a frantumarsi tutto l'edifico di costruzione del nuovo partito.
In questo ambito il prevalere di Zingaretti su gli altri candidati e la lista di "Piazza grande" su quella del "Territorio", non annulla quella spinta a un cambiamento che sono venute da queste primarie.
Del resto le due liste, ambedue a sostegno di Zingaretti, convergono di fatto su un comune progetto di riforma della politica prospettata dal nuovo segretario.
La fusione delle due rappresentanze sarà inevitabile, non potendo esserci dissonanze nel perseguire gli obiettivi comuni imposti dal nuovo corso del PD.
La partecipazione altissima al voto per le primarie nei comuni di maggiore intensità cittadina, come Frosinone con 1.680 votanti, Isola del Liri con 1.601, Alatri con 1.217, significativa di una spinta che viene da tutti i ceti sociali del popolo italiano, rafforza la convinzione di un riconoscimento di una nuova identità del PD necessaria e attesa. E

Zingaretti è stato convincente e ha conquistato questo alto consenso.
Le logiche del passato sono state seppellite da queste primarie e aprono uno scenario inedito, da costruire, da esplorare.
La fiducia che ci è stata concessa dal popolo italiano, come quella da questa provincia, deve essere onorata da quella politica sana, viva, fatta di partecipazione dell'intera comunità, quale strumento per dare a tutto il paese la sua rinascita.
4 marzo 2019

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Zingaretti garantisca servizi no a bluff elettorali, dice il M5S

M5S logo minSanità: M5S, stop a bluff elettorali. Zingaretti garantisca servizi. Secondo le valutazione dell’advisor la perdita stimata è tre volte maggiore rispetto a quella annunciata dal Governatore

Roma, 13 febbraio – “Garantire nell’annualità 2019 il pareggio di bilancio, e allo stesso tempo la completa operatività dei servizi, superando il disavanzo del 2017, la cui perdita è di 45,665 milioni di euro, a fronte dei Piani Operativi della Regione che prevedevano una chiusura in equilibrio e del disavanzo che si profila anche per il 2018 come da valutazione dello stesso advisor regionale.”

Questa in sintesi la richiesta principale contenuta in un ordine del giorno presentato dai consiglieri regionali Movimento 5 Stelle del Lazio durante il Consiglio straordinario dedicato al commissariamento della sanità. “Dall’ultima verifica non risultano Asl in utile, quindi è di fondamentale importanza la chiusura dei bilanci in pareggio, con particolare attenzione alla Asl di Frosinone per la sua esposizione contabile a rischio”.consiglio lazio 350 260

Si legge nel testo: “Serve inoltre diminuire i tempi di pagamento ai fornitori, che attualmente sono oltre i limiti di legge europei; ripristinare il corretto tasso di occupazione dei posti letto, affrontare i problemi della rete di emergenza/urgenza e ridefinire tutte le azioni per l’abbattimento delle liste di attesa; Inoltre serve sbloccare le risorse non trasferite alle Asl per 632 milioni di euro, garantendo che il bilancio della GSA sia pubblico e pienamente trasparente”. Infine sul piano dell’organizzazione dei servizi e della governance i 5 stelle hanno chiesto. “La revisione del modello fallimentare delle case della salute, il superamento urgente della carenza cronica del personale territoriale ed ospedaliero allocato sui servizi per la salute mentale, l’attivazione delle equipes multidisciplinari territoriali e l’avvio di uno studio di fattibilità relativo alla graduale e sostenibile reinternalizzazione dei servizi sanitari; l’avvio di una definizione condivisa, equilibrata e sostenibile del modello ‘azienda zero’, non da ultimo l’adesione al network delle regioni, in modo da avere a disposizione un sistema di valutazione delle performances del sistema sanitario regionale del Lazio”.

 

 

 

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