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Ivano Alteri

Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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Capoluogo: Dialogo nel centrosinistra

 CAPOLUOGO VERSO IL VOTO 2022

 Nessuno può restare a guardare

di Ivano Alteri*,
capoluogoRaccolgo con vivissimo interesse l’intervento di Francesco Notarcola sulla situazione politica a Frosinone.

Il decano della politica e dell’associazionismo cittadino, e non solo, stigmatizza nella sua analisi puntuale “l’assalto al territorio e la sua devastazione, lo straripare dell’illegalità e della corruzione, lo sperpero di danaro pubblico e la riduzione progressiva dei diritti costituzionali”, avvenuti negli ultimi decenni in città e in provincia, puntando il dito sugli ormai famigerati “gruppi di potere traversali” che ancora oggi tentano di mantenere le mani sulla città.

Il Tavolo per il nuovo Centrosinistra che mi onoro di coordinare, nato proprio per combattere quel trasversalismo degli interessi particolari contrapposti all’interesse collettivo, condivide dunque con lui e con coloro che degnamente rappresenta l’obiettivo primario di “sconfiggere questo meccanismo perverso”.

Come da lui e da noi auspicato, ora occorre che le forze sane della città, partiti e organizzazioni sindacali, associazioni e singoli cittadini, si guardino negli occhi e si riconoscano reciprocamente quali attori decisivi di questa battaglia epocale.

Nessuno può restare a guardare. Per ridare dignità e diritti, bellezza e buon vivere a Frosinone e alla sua provincia, il momento giusto è ora.

*Ivano Alteri- Coordinatore del Tavolo per il nuovo Centrosinistra
Frosinone 8 gennaio 2022

 

 

 

 

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Pubblicato in Capoluogo

Nelle piazze risuona, di nuovo, il grido di “Libertà! Libertà! Libertà!”

OPINIONI, ANALISI, DIBATTITI

Ma potrebbe essere un’allucinazione collettiva?

di Ivano Alteri
NoNoNo InPixioAllora ci chiediamo, saranno i riders delle famigerate piattaforme e app di consegna, che ci portano il cibo in tavola in pochi minuti già quasi digerito, e ora si ribellano alla prigionia di un irresponsabile algoritmo infernale, che serve innanzitutto a ripulire le coscienze dei responsabili? O saranno i giovani ben istruiti, che si ribellano alla prigionia di una trappola ordita da chi vorrebbe pagarli con un “cucchiaio di sale”, metodo antico di remunerazione del lavoro mai tramontato del tutto, e chi gli dà del fannullone se non accettano quella condizione dispotica? Saranno i dipendenti semi-umani di Amazon, che si ribellano alla prigionia di cateteri e pannoloni gentilmente messi a disposizione dall’azienda, in un impeto di welfare della fisiologia? O saranno gli operai licenziati con un sms balbettante di cmq, snz, nn, xché e senza tvtb finale, che si ribellano alla prigionia di una spietata concorrenza anti-umana con altri umanoidi come loro? O saranno i pensionati ridotti alla fame, e a subire l’accusa di privilegiati e affamatori di nipoti, dopo aver buttato sangue per decenni di lavoro, che ora si ribellano a chi li ha turlupinati per decenni con chiacchiere sulle riforme? O saranno invece tutti quelli che si ribellano alla stretta dei tentacoli di quella “dittatura del capitale” rilevata-profetizzata qualche anno fa da Edward Luttwak, che di dittature e capitale se ne intende?

No. Sono i No-mask, poi No-vax, ora No-greenpass.

Incredibile, ma vero! In un momento storico in cui il potere economico finanziarizzato, ormai quasi completamente estraniato dall’economia reale e immune da ogni sua tragedia, spazza via quasi ogni potere pubblico democraticamente legittimato, schiaccia sotto lo stesso tallone commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori e rispettivi dipendenti (miliardi di persone in tutto il mondo), getta la maschera e mostra tutta la sua ferocia, c’è chi trova tempo e motivazione per scendere in piazza e ribellarsi, sì, ma contro una mascherina, contro un vaccino, contro un lasciapassare, una volta tanto messi nella disponibilità di tutti.

Come è possibile, ci chiediamo, che persone apparentemente sane di mente, o meno, riescano a tendere il braccio nel saluto nazista e, contemporaneamente!, ad accusare i governi di essere dei nazisti che tolgono la libertà con la scusa del Covid, senza che si crei nella loro testa un corto circuito neuronale fulminante? Quale diabolico groviglio vi si è annidato?

Come è possibile che schiavi di fatto, condannati spesso ad una vita miserabile, costretti a rincorrere le bollette, quando va bene, e a recarsi alla Caritas o a rovistare tra i rifiuti, quando va male, arrivino ad invocare la libertà, sì, ma da una mascherina, anziché dai ceppi invisibili che martirizzano caviglie, polsi e collo, nonché l’intera esistenza loro e della loro progenie?

E come sarà possibile scampare al tracollo di una civiltà già traballante di suo, di fronte a questo profluvio di insensatezza?

In un tale contesto, è ovvio che a molti di noi faccia tristezza sentire invocare la libertà così tanto a sproposito; veder fare paragoni imbarazzanti tra le autorità governative e sanitarie, in lotta contro la pandemia, e le orde naziste intente a disumanizzare un intero continente.

D’altra parte, però, immersi come siamo in una tale abbacinata situazione, uno dei pericoli che corriamo è che questa nostra allucinazione collettiva ci induca a conclusioni troppo frettolose e facilone. La tentazione di liquidare il fenomeno spiegandolo con la rumorosa ignoranza dei protagonisti, infatti, è forte ed evidentemente persino ben fondata. Ma è necessario anche rilevare che l’ignoranza, ancorché spieghi molto, non riesce a spiegare tutto. Diego Fusaro è un ignorante? Giorgio Agamben è un ignorante? Massimo Cacciari è un ignorante? Di certo no. Eppure...

E allora bisogna cercare ancora, con pazienza e umiltà, per vedere se quelle persone tanto esagitate non abbiano delle ragioni che la Ragione ancora non conosce, nascoste nel loro cuore… o altrove.

Ivano Alteri

Frosinone 28 luglio 2021

 

 

 

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Un'occasione per la sinistra ciociara, da non perdere

 CRONACHE&COMMENTI

 Si preannuncia la fine di un’epoca, per la sinistra locale in particolare

di Ivano Alteri
consiglio lazio 350 260Le vicende relative alla gestione disinvolta delle assunzioni alla Regione Lazio, al di là degli eventuali aspetti di legalità-legittimità-liceità non ancora emergenti, sembrano preannunciare la fine di un’epoca, per la sinistra locale in particolare. Esse rappresentano, infatti, la manifestazione plastica di una intera concezione della politica distante anni luce dalla funzione democratica che questa dovrebbe svolgere, soprattutto per organizzazioni politiche di sinistra o pretese tali. Senza voler infierire opportunisticamente su chi già vacilla di suo, mi pare però necessario cogliere l’occasione per avviare una riflessione non ulteriormente rinviabile, possibilmente non polemica bensì serena per quanto sarà possibile e sapremo fare.

Non vi è dubbio che quella concezione abbia mandato in frantumi, nel corso degli anni, prima la sinistra e poi l’intero centro sinistra (fino a doverlo scrivere con due parole staccate e senza trattino); sacrificando, sull’altare di una pseudo realpolitik quanto meno disinvolta, idee e persone, sentimenti ed ideali, energie e storie individuali, insomma un intero mondo che aveva fatto la storia collettiva della sinistra e del centro sinistra ciociari; privando in questo modo i cittadini di uno proprio strumento di lotta politica per la difesa e l’asserzione dei propri diritti e legittimi interessi; e condannando l’intero territorio all’inerzia di un decadimento senza fine, all’umiliazione di un persistente e generalizzato stato di minorità, al dissipamento di ogni pulviscolo di speranza. Non è poca cosa, non è questione che si possa lasciar passare sotto silenzio, neanche qualora risultasse legale-legittimo-lecito tutto quanto sta emergendo.

Per onestà intellettuale, che in casi come il presente non è mai troppa, bisogna anche aggiungere che se è vero che molti hanno avversato, da sinistra, quella che a ragione consideravano una mutazione genetica, una contorsione, un’aberrazione della pratica politica, è altrettanto vero che in nessun caso si è poi riusciti ad andare oltre il lamento e le contumelie; in nessun caso si è riusciti a districare quel groviglio di personalismo, disinvoltura, impoliticità costituenti il vituperato, ma vincente, modello; e in nessun caso di certo si è riusciti a fornire al popolo della sinistra e del centro sinistra ciociari reali alternative a quell’andazzo. Anzi, al contrario, non sono mancati incredibili tentativi di imitazione di quelle stesse pratiche, per quanto finiti poi nel grottesco.

Per tali ragioni, penso che se eventuali rilievi di illegalità-illegittimità-illeceità dovessero emergere dalle indagini giudiziarie in corso, essi non dovrebbero riuscire ad oscurare ai nostri occhi, agli occhi degli uomini e delle donne della sinistra e del centrosinistra, la straordinaria rilevanza della nostra comune questione tutta politica. Non dobbiamo permettere che ciò accada, non dobbiamo dilapidare quest’occasione di rinascita.

Ce la farà “l’altra sinistra”, quella che in questi anni ha dovuto subire la mortificazione di sé ma a cui il tempo ha dato ragione, a dotarsi degli strumenti necessari per sostituire quella che sembra avviarsi mestamente al tramonto?

Bisognerà adoperarsi perché così sia.

Frosinone 10 aprile 2021

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

"Questione Femminile Paradigma di Liberazione"

OPINIONI

Raccogliere le sollecitazioni migliori dell'8 marzo

di Ivano Alteri
lottadonne 360 minTrascorso l’8 marzo con le sue ritualità e le sue retoriche, conviene raccoglierne le sollecitazioni migliori, soprattutto quella che invita ad estendere la discussione sulle donne, fatalmente commemorativa in quella giornata, a tutto l’anno; quindi, anche ad oggi, senza per ciò considerarla fuori tempo. In questo modo, anzi, abbiamo l’occasione di cogliere a mente fredda una peculiarità nella sua ricorrenza nel 2021 (ma forse era vero anche gli altri anni): la voce delle donne non è stata univoca; al contrario, si sono registrate articolazioni diverse tra donne e donne, producendo un notevole avanzamento nella discussione complessiva.

Questa mia affermazione, in mancanza di ulteriori specificazioni, potrebbe risultare contraddittoria, se non paradossale: come è possibile parlare di avanzamento della discussione sulle tematiche di genere, a fronte delle divisioni registrate? Ebbene sì, c’è un avanzamento, invece, in quanto le rilevate “differenze” non sono relative solo allo specifico vissuto delle donne ma, grazie ad una riflessione a tutto campo che ha coinvolto oramai da anni il movimento femminista planetario, colgono la totalità dell’oppressione materiale, ideologica e culturale della società capitalistica nella sua totalità.

Tra le divergenze di opinione che possiamo prendere ad esempio come strettamente legate al femminile, c’è senz’altro quella suscitata dal “direttore d’orchestra” Beatrice Venezi, la quale ha affermato a Sanremo che così vuole essere chiamata, direttore, e non direttrice d’orchestra, poiché quello d’orchestra non è un direttore qualsiasi, che possa essere declinato impunemente al femminile come in tutti gli altri casi (direttrice di un museo, di una scuola, di un’azienda, ecc.), ma il nome specifico di un mestiere, di una funzione, di un’arte, a cui lei, evidentemente, tiene molto. Molte donne si sono invece risentite per le sue affermazioni, poiché ritengono, non a torto, che esse possano essere strumentalizzate a fini reazionari e regressivi. Tuttavia, se questa specifica discussione è senz’altro utile all’emersione e all’avanzamento della condizione femminile, risulta essere del tutto estranea alla condizione del maschio, il quale, anche a fronte della declinazione al femminile di tutti i direttori in direttrice, infatti, continuerebbe a chiamarsi direttore.

Di tutt’altro valore, invece, sono le divergenze d’opinione seguite a un post della femminista Lorella Zanardo a proposito del diritto delle donne di rinunciare alla maternità, col seguito di perplessità e dissensi che esso ha suscitato in altre donne, per il timore, fondato, che quel diritto di scelta possa essere conculcato. Dice provocatoriamente la Zanardo: “Cosa pensereste se in un Paese in carestia io rivendicassi il mio diritto di mettermi a dieta?”, volendo con ciò intendere che è del tutto pleonastico rivendicare il diritto a rinunciare alla maternità nel momento in cui si registra una progressiva riduzione delle nascite e addirittura un loro crollo a causa della pandemia; per poi aggiungere molto significativamente, come riportato da Nadeia De Gasperis su questo stesso giornale, che “bisognerebbe rimuovere ostacoli sociali, economici, culturali [alla maternità, NdA], prima di affermare di non voler diventare madri”. Come si può notare, la Zanardo introduce nella propria riflessione di femminista concetti di grande valore, già noti alla riflessione generale, come nell’art. 3 della Costituzione (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”), i quali, ancorché non pedissequamente applicati, hanno già rivoluzionato l’intera visione del vivere associato, dal dopoguerra ad oggi, checché se ne dica.

La problematizzazione della discussione femminile e femminista, quindi, tutt’altro che deleteria ai fini propri, consente di porsene di più alti e coinvolgenti per tutti, e anche ad individuare, attraverso sé, la fonte originaria della sopraffazione generale di moltissimi esseri umani ad opera di pochissimi altri.

Infatti, nel prosieguo della discussione, quella problematizzazione consente ad una femminista come Roberta Pompili anche di indicare chiaramente il mondo femminile quale possibile ambito di “soggettivazione” del lavoro vivo, politicamente frammentato e de-soggettivizzato, oggi intento a difendersi inanemente dalle aggressioni del lavoro morto, accaparrato nei secoli dal Capitale (per il concetto di “soggettivazione”, v. Sandro Mezzadra, “Un mondo da guadagnare”, Meltemi Editore 2020). Ella, infatti, afferma: “La trasversalità del femminismo è stata la chiave che ha messo in discussione i meccanismi con cui si produceva (e si produce) la segmentazione del lavoro vivo: unire ciò che il capitale divide, uno strumento importante che costruisce un dualismo di potere, mentre trasforma l’idea stessa di potere”. E a questa sua affermazione si potrebbe aggiungere che quella stessa trasversalità ha consentito anche il processo di soggettivazione dei migranti, dei soggetti di discriminazione raziale ed etnica, dei popoli spogliati dal colonialismo e dal neocolonialismo, ecc., consentendo ad essi di dotarsi di strumenti di difesa, nonché di elaborazione tattica e strategica per avanzamenti sostanziali.

In tale modo, perciò, si può passare, concettualmente e nella prassi, dalla “liberazione della donna” alla “liberazione di tutti”, con la donna in primo piano; la quale, ben lungi dal considerarsi una specie nella specie, si considera bensì il paradigma della specie tutta intera, come si diceva; con ciò ponendosi come eccellente soggetto, strumento e luogo di analisi, prima, e di sintesi, poi, per la scoperta e il conseguimento di una auspicabile, possibile e necessaria civiltà di livello superiore.

 

 

 

 

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La crisi del PD come si risolverà?

 OPINIONI e SPERANZE

Ci sarà alleanza tra M5S, PD e Art.1 e che potrà fare?

di Ivano Alteri
M5S PD ART1 minLa nascente alleanza tra M5S, Pd e Art.1 restituisce speranze e legittime aspettative all’insieme dell’Italia progressista. Le dimissioni dalla segreteria del Pd a cui è stato indotto Nicola Zingaretti ne testimoniano ulteriormente l’importanza. A lorsignori, infatti, non è bastato far cadere il governo Conte II: finché il Pd resterà, anche solo potenzialmente, una forza progressista, quell’alleanza resterà per loro una minaccia incombente. Ma la “disinvoltura” politica con cui è stato proditoriamente abbattuto il governo e indotto Zingaretti alle dimissioni potrebbe essere l’ultimo e indecoroso sussulto post mortem di un sistema di poteri putrescente che ha continuato a vessare l’Italia per oltre un secolo e mezzo fino alle ultime ore (v. le posizioni della confindustria genovese e nazionale). Affinché questo auspicio si realizzi, tuttavia, a mio parere sarebbe necessario che i protagonisti dell’alleanza compiano, tutti e velocemente, un passo avanti nella definizione di sé e dell’insieme.

Nell’ordine, il M5S ha di fronte a sé un compito tanto arduo quanto affascinante, tanto attraente e attrattivo da rischiare, all’esito, di risucchiare parte dei suoi stessi alleati (se restassero immoti). Quel compito consiste, nientemeno, nella trasformazione di un movimento, che in pochissimi anni ha travolto furiosamente l’intero sistema politico italiano, in un partito solido e di governo. Le difficoltà sono formidabili, tali da irretire chiunque, fino a trascinarlo nel panico. Ma le ragioni che hanno determinato la nascita del movimento sono state anch’esse tante e tali da fornire oggi ottime basi per garantirne la persistenza politica sotto la forma di un partito vero e duraturo. L’ostacolo, di ordine psicologico e culturale, che più di altri rischia di apparire insormontabile, fino a condurre al fallimento del processo, è la ostilità, fondativa del movimento, proprio verso la forma partito. Ma ciò che loro, e non solo loro, giustamente contestavano era in realtà una forma già degenerata di partito; invece, ad una attenta lettura della Costituzione, essi potrebbero rintracciarvi significati molto diversi e positivi di partito, inteso come luogo in cui il popolo si organizza, perfettamente confacenti al proprio carattere originario, per arrivare così a procurarsi la necessaria tranquillità nel percorso di rifondazione.

Per il Pd il compito non è meno complesso. Sin dalla sua fondazione, esso ha tenuto un comportamento piuttosto neghittoso nella definizione di sé. Alla asserita volontà iniziale di essere un partito “colorato” dalle principali culture politiche nazionali, quelle socialista-marxista, cattolico-democratica e liberale, non sono seguiti atti e fatti conseguenti. Persino nella definizione del “pantheon” culturale di riferimento si è assistito a comportamenti imbarazzati e imbarazzanti, tanto che è lecito chiedersi: è così difficile, per gli eredi di quelle culture lì confluite, riconoscere la statura culturale e politica dei vari Gobetti, Gramsci, Don Sturzo, Togliatti, De Gasperi, Moro, Berlinguer… solo per citarne alcuni? È così difficile riconoscere la grandezza delle elaborazioni da essi compiute, dalle riflessioni di Gramsci alle encicliche sociali della Chiesa Cattolica? È così difficile riconoscere il valore immenso che quelle culture hanno saputo immettere, tra mille inenarrabili sacrifici, nella Costituzione Repubblicana? È così difficile dire che quelle culture hanno determinato, dopo la Seconda Guerra mondiale, i migliori decenni dell’intera storia unitaria? Certo che non sono la stessa cosa, ma il Pd non intendeva esattamente mettere insieme tre culture diverse? Non sarebbe stato esattamente quello lo sforzo primario da compiere? Invece, si è preferito abbandonare il partito all’inerzia correntizia, di certo non interessata a raccogliere quei valori, ma piuttosto all’azione lobbistica a favore di interessi particolari e particolarissimi (non sempre dicibili in pubblico). Ma eliminata la ragione fondativa non è rimasta più alcuna ragion d’essere, e il risultato è chiaro: da un partito “troppo” colorato si è arrivati ad un partito senza alcun colore. In tale contesto, le dimissioni di Zingaretti, che per lorsignori dovrebbe significare la fine di ogni progressismo nel Paese, per noi legati mani e piedi ad una cultura politica d’impronta fortemente popolare può invece essere l’inizio di un “progressismo” mai visto prima, se esse saranno occasione di definitivo chiarimento nel senso auspicato; soprattutto considerando (qui, sin troppo sbrigativamente) che il Pd è l’unico partito d’Italia ad avere strutture diffuse sull’intero territorio nazionale…

Ad Articolo Uno, nel perimetro dell’alleanza, è attribuito un compito di profondo fascino e responsabilità: creare i nessi tra il nuovo e l’antico; e cioè, da una parte, fornire gli stimoli per riconoscere ed eliminare il vecchio e l’obsoleto senza rinunciare alle buone esperienze del passato; e, dall’altra, segnalare le opportunità del nuovo e i pericoli del nuovismo. Questa forza di sinistra può costituire il punto di equilibrio di un’alleanza che altrimenti cederebbe alle spontanee forze centrifughe, come ha saputo ben dimostrare sin dalla prima costituzione della maggioranza di governo. Tuttavia, neanch’essa è immune da problemi d’identità. Se non vi sono dubbi, infatti, sul suo essere forza politica di sinistra, ve ne sono senz’altro riguardo la sua forma, che non è già più quella di un movimento, ma non è ancora quella di un partito. Le titubanze su questo tema cruciale, che hanno caratterizzato la sua breve vita dalla sua fondazione e ancora persistenti, restano legate a troppi attendismi rispetto a ciò che accade all’interno del Pd, anche a riprova di una troppo scarsa consapevolezza di sé e del proprio ruolo. In effetti, a ben guardare, quelle titubanze non sono prive di ottime ragioni, e ruotano tutte intorno ad una domanda chiara, ancorché inespressa: è più opportuno lavorare per la costruzione di un nuovo partito della sinistra (come era nelle intenzioni dichiarate inizialmente) o tentare di riconquistare spazi in quel Pd già dotato delle strutture e del radicamento necessari? La risposta non è semplice, e le titubanze, quindi, sono più che giustificate. Ma se si considera la necessità, ormai conclamata, della presenza di una forza politica organizzata, solida, strutturata, con chiari e inequivocabili caratteri popolari e di sinistra e, d’altra parte, non si vuole disconoscere la diversa funzione storica che nelle intenzioni ha dato vita al Pd, la scelta dovrebbe essere ormai chiara: creare un nuovo partito della sinistra, che non può limitarsi ad ArticoloUno, che sia un vero patito, solido e radicato nei territori sin dal suo primo vagito, con tutte le enormi difficoltà che questo comporta.

Dovrebbe essere anche chiaro, a questo punto, che se questo non accadrà, non vi sarà nessuno in grado di occuparsi dell’alleanza, e le singole parti saranno condannate alla marginalità in cui trascineranno inevitabilmente l’insieme. Al contrario, se tutto ciò dovesse avvenire, gran parte del carattere dell’alleanza ne risulterebbe già costituito, e ai singoli attori collettivi resterebbe il compito fondamentale di fornire ad essa quel surplus per renderla sinergica, di valore ben superiore alla somma delle singole parti.

Tutto ciò mi pare necessario per perseguire quegli obiettivi che stanno a cuore a milioni e milioni di cittadini italiani, animati dal desiderio di una civiltà nuova e di livello superiore. Non solo, quindi, per non soccombere alla destra e alle sue politiche trogloditiche (che se non sa adattarsi all’evoluzione figuriamoci al progresso degli uomini e delle donne), ma per affermare la propria visione del mondo e informare di sé la vita vera del terzo millennio.

Frosinone 7 marzo 2021

Perché la diretta-web su Recovery plan e territori?

Il Recovery plan

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà

di Ivano Alteri
nextgenerationitalia minVenerdì 19, alle 17,00, Donato Galeone, Francesco Notarcola, Fausto Pellecchia ed io terremo una diretta facebook su Unoetre.it, sul tema “Recovery Plan e Territorio del Frusinate”. L’iniziativa segue e rinnova un appello rivolto alle forze sociali, politiche, sindacali del territorio affinché provvedano a coinvolgere la cittadinanza ciociara nell’ambito delle trattative per l’allocazione delle ingenti risorse previste dal piano per il Paese e il territorio provinciale.

I firmatari, fra i quali mi annovero, considerano tale coinvolgimento dirimente ai fini del buon esito di quegli investimenti, poiché ritengono che nessun piano calato dall’alto, per quanto ben congegnato, possa sostituire le dinamiche sociali positive prodotte dalla partecipazione diretta dei cittadini alla definizione del proprio avvenire.

D’altronde, il nostro territorio ha già un’amara esperienza di “piani” calati dall’alto e accolti acriticamente dal basso, risalenti agli anni Settanta del secolo scorso, quando con la Cassa del Mezzogiorno arrivarono nel Frusinate finanziamenti a pioggia per anni.

Senza voler negare le indubbie ricadute positive di tali interventi, sono altrettanto indubbie e sovrabbondanti quelle negative, all’esito finale del fenomeno, dopo cinquant’anni: inquinamento di aria, acqua e suolo, con conseguenti malattie letali, la cui incidenza risulta duplicata, triplicata, quadruplicata rispetto ai dati regionali e nazionali, che hanno colpito sin dalla gravidanza le popolazioni locali; dis-urbanizzazione e neo-urbanizzazione selvaggia, con svuotamento dei centri storici, scivolamento a valle dei centri abitati, imbrattamento delle campagne e del paesaggio, conseguente crescita esponenziale dei costi di gestione urbanistica, disgregazione sociale; interruzione della trasmissione culturale di tradizioni e mestieri, depauperamento dei saperi…

Ad ogni modo, per quanto tutto ciò sia servito a redistribuire un po’ di ricchezza tra i ciociari attraverso il lavoro produttivo, il fenomeno di industrializzazione coatta, e non partecipata, non è riuscito né a creare una “cultura industriale” autoctona, se si considera che buona parte delle imprese presenti in loco sono “mono-cliente”, cioè legate mani e piedi a questa o a quella grande azienda nazionale o multinazionale; né una “cultura operaia” autoctona, considerata la non brillante sindacalizzazione dei posti di lavoro, il lavoro nero dilagante, le pratiche di caporalato, la scarsa consapevolezza dei diritti dei cittadini-lavoratori…

Se poi si aggiunge a tutto ciò (che costituisce il danno) l’attuale, inarrestabile processo di de-industrializzazione e le decine di migliaia di disoccupati che porta con sé (che costituisce la beffa), possiamo concludere che quel piano calato dall’alto ignorando le popolazioni locali non ha di certo emancipato il territorio dalla sua miserrima condizione di minorità rispetto agli altri territori del Paese.

Di qui la nostra insistenza di firmatari di quell’appello affinché le organizzazioni sindacali, innanzitutto, si adoperino sollecitamente a coinvolgere i lavoratori e i cittadini nella discussione che prelude le trattative per il Recovery Plan. Solo esse, con le loro strutture e diramazioni, possono garantire una discussione e partecipazione “organizzata”, che non si risolva in un chiacchiericcio su facebook; solo esse possono aiutare i ciociari a trasformarsi da soggetti passivi a produttori della propria storia; solo esse possono aiutarli ad aiutarsi, per emanciparsi da una condizione che non meritano.

Ma se la loro iniziativa è necessaria, non è affatto sufficiente. È urgente invece che in tale coinvolgimento rientrino le giovani generazioni e le loro associazioni, a partire da quelle studentesche: quando si parla di futuro non si può tener fuori proprio chi dovrà viverlo. Penso, quindi, che il loro coinvolgimento possa essere l’impegno, nell’immediato futuro, di noi partecipanti a quella diretta su Unoetre.it e dei firmatari dell’appello.

Frosinone 17 febbraio 2021

 

 

 

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Archeologia: esposizione dei reperti rinvenuti nel 2015 a Frosinone

Il Capoluogo

Esposizione della sepoltura rinvenuta nel 2015 a Piazzale De Matthaeis

di Ivano Alteri
MuseoArcFr 350 minNonostante le recenti restrizioni dovute al Covid 19 e le croniche ristrettezze finanziarie, i lavori interni al Museo Archeologico di Frosinone nel corso di questi anni non si sono mai fermati. Con l’impegno costante della direttrice, dottoressa Maria Teresa Onorati, e l’apporto encomiabile dei numerosi collaboratori volontari, sono invece continuati fino a conseguire un obiettivo molto atteso, in città e non solo: l’esposizione di quella sepoltura rinvenuta nel 2015 a Piazzale De Matthaeis, che tanto entusiasmò cittadini e associazioni.

Non era stata, quella, la prima rinvenuta sul posto. Già nel 1963, e poi nel 2005, sulla stessa area erano state rinvenute numerose altre sepolture, a testimonianza dell’esistenza di una antica necropoli di notevole estensione, di un’epoca precedente il IV secolo a.c., quando la Frusino di allora non aveva ancora subito la conquista romana, e mancavano secoli e secoli alla nascita di Gesù di Nazaret.

A partire da quei giorni del 2015, oltre a predisporre la logistica per l’esposizione dei resti, su di essi si sono attivati innanzitutto interventi a scopo conservativo. A seguire, sono stati compiuti diversi e approfonditi studi, attraverso i quali è stato possibile stabilire che il corredo funebre di quella sepoltura, costituito da un “colino di bronzo per il filtraggio del vino e il set di coltelli e spiedi per il taglio e la cottura della carne”, di notevole pregio, si inserisce nel “complesso rituale del banchetto di ispirazione greca”, costituendo una ritualità che nelle comunità arcaiche era riservata ai ranghi alti della società. Per questa via si è giunti a formulare l’ipotesi che quella sepoltura possa riguardare un “cavaliere” di 2500 anni fa. A tali studi, a latere se ne sta aggiungendo un altro nel campo storico, che aiuterà ulteriormente la comprensione dei reperti.

È una lunga storia, quella dell’archeologia ciociara, che varrebbe la pena raccontare; si può iniziare a conoscerla andando al Museo a visitare l’esposizione dei reperti del 2015. Le visite saranno possibili a partire da lunedì 15 febbraio, prenotando e rispettando tutte le regole di prevenzione che il Covid 19 impone.

Frosinone 13 febbraio 2021

Pubblicato in Capoluogo

Democrazia delegata e democrazia diretta

 Analisi, Opinioni, Dibattiti

 Il problema della rappresentanza politica degli interessi e dei territori

di Ivano Alteri
Votareepartecipare 380 minNei giorni scorsi si è appresa la notizia che la provincia di Frosinone, a seguito della riduzione dei parlamentari e della conseguente ridefinizione in corso dei collegi a livello nazionale, rischia di perderne due, a danno della rappresentanza politica del territorio e dei suoi cittadini. E immediatamente si sono innalzati gli alti lai delle forze politiche tradizionali per questa amputazione democratica che il territorio subirebbe.

In questo modo, però, si sovverte il nesso di causa-effetto e si mistifica la realtà: non è la riduzione dei parlamentari che causa la mancanza di rappresentanza politica di gran parte dei cittadini (non solo a Frosinone), ma, al contrario, è la mancanza di rappresentanza politica, seguita alla degenerazione dei partiti, ad aver indotto il popolo alla riduzione dei parlamentari, per una sorta di vendetta contro il ceto politico. È una vendetta ben misera, è vero, e fa il paio con quella del famigerato marito che per far dispetto alla moglie ecc.; ma tale è la sequenza storica e logica dei fatti, e da qui bisognerebbe partire.

Invece, assistiamo all’ennesima fuga dalle responsabilità, ed anzi al vile tentativo di scaricare sugli altri, gli odiati grillini, le responsabilità proprie. Non pare, perciò, essere questa la giusta via per il ravvedimento.

Al contrario, ciò che occorrerebbe, in nome della verità e della volontà di superare il problema, sarebbe porre due premesse necessarie alla discussione.

La prima. Ammettere la responsabilità di aver trasformato i partiti in comitati elettorali per le carriere personali di alcuni, in strumento per l’occupazione di lucrosi posti istituzionali e di sottogoverno, di posizioni privilegiate per camarille affaristiche; di avere così violato lo spirito della Costituzione laddove, invece, essa attribuisce ai partiti la funzione di connessione tra società e istituzioni, per consentire ai cittadini di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. In poche parole, di aver trasformato i partiti da luoghi fruibili dai cittadini in strumenti contendibili dagli ambiziosi, da bene comune in bene privato. Se si partisse da qui, si manderebbe l’inequivocabile segnale di avere la stoffa per assumere responsabilità, di aver compreso la vera natura del problema, e di essere quindi in grado di affrontarlo.

La seconda. Riconoscere che il vero nodo della questione è il rapporto tra democrazia delegata e democrazia diretta, e, soprattutto, che esso non avviene fra termini antagonisti ma complementari. Infatti, sarebbe opportuno, a mio parere, considerare, da una parte, che sono mature nella società le condizioni perché i cittadini partecipino con maggiore intensità e frequenza agli affari pubblici; ma, dall’altra, che ciò non avvenga a scapito delle prerogative della politica e del suo ceto operativo, bensì proprio a tutela di quelle dall’aggressione di poteri altri, che si presentano ormai esorbitanti e minacciosi per lo stesso sistema democratico (le vicende relative alla proprietà e gestione dell’acqua a livello planetario ne siano l’esempio plastico). In questo quadro, i partiti dovrebbero comunque tornare a svolgere quel ruolo previsto espressamente dalla Costituzione, non venendo meno la necessità di sintesi dei diversi interessi contrapposti, necessaria alla definizione dell’interesse generale (che non è la mera sommatoria di quelli individuali); e non venendo meno neanche la necessità di ridare alla politica una visione di lungo termine sulle prospettive del mondo.

Attualmente, in proposito, sembrano essere ancora latenti le due parti contrapposte, ancorché già dotate di vocianti tifoserie. La prima, quella dei sostenitori della democrazia delegata attraverso i partiti, avrebbe l’opportunità di valorizzare compiutamente l’esperienza empirica maturata nel Novecento con i partiti di massa; la seconda, quella dei sostenitori della democrazia diretta, di riportare in auge, e ad un livello superiore, quella modalità antica di partecipazione individuale alla cosa pubblica che ha designato in origine il nome stesso di democrazia. Ma entrambe hanno il grave torto, come si accennava, di rendere antagonista ciò che dovrebbe e potrebbe essere complementare.

Insomma, il problema della rappresentanza politica degli interessi e dei territori è senz’altro centrale; ma se la discussione si riduce ad un lamento per la perdita di posti in Parlamento sembra trattarsi piuttosto di rimostranze per leso interesse di casta.

Frosinone 17 dicembre 2020

Tari: Sentenza a favore del cittadino ricorrente

Vertenze promosse da cittadini 

Da tale sentenza, se passasse in giudicato, possono seguire serie conseguenze per la politica cittadina

di Ivano Alteri
commissione trib prov 390 minSabato mattina, 28 novembre 2020, presso Piazzale Vittorio Veneto di Frosinone, si è svolta un’iniziativa di “Rigenerare Frosinone”, una nascente formazione politica “dal basso”, su un tema in sé particolare, ma dalle ampie complicanze politiche potenziali: la Tari, la tassa sui rifiuti. Sostanzialmente l’iniziativa dava notizia di una sentenza di accoglimento emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone riguardo il ricorso presentato da alcuni cittadini, inerente quella tassa.

“Con atto depositato presso la CTP di Frosinone in data 03.10.2019”, narra la sentenza, il ricorrente “proponeva impugnativa nei confronti del Comune di Frosinone, avverso l'avviso di accertamento e atto di irrogazione delle sanzioni amministrative tributarie… con il quale veniva richiesto il pagamento complessivo di € 449,00 per supposto parziale versamento anno 2017, della tassa sui rifiuti e del tributo provinciale”. Insomma, secondo il Comune di Frosinone, il cittadino ricorrente aveva pagato meno del dovuto.

In effetti, egli aveva ottemperato al pagamento del tributo, sì, ma per la sola quota del 20%. Ma perché? “Dalla documentazione versata in atti”, continua la sentenza, “risulta che il contribuente ha pagato il dovuto sulla base della disciplina traibile dal capitolato speciale di appalto 2017”. Infatti, l’art. 24 di quel regolamento afferma che in caso di “mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti ovvero l’effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento", il tributo in questione è dovuto nella misura del 20% dell'imponibile accertato, così come avevano correttamente interpretato i cittadini ricorrenti.

Insomma, era accaduto che la società gestrice dell’appalto per la raccolta dei rifiuti (la Sangalli) avrebbe dovuto effettuare la “raccolta differenziata” degli stessi per una percentuale minima del 65%, come previsto dalla “disciplina di riferimento” (art. 181 del Dlgs n. 152 del 3 aprile 2006), cui espressamente rimandava l’art. 24 del regolamento comunale, prevedendo il diritto del cittadino a pagare il solo 20% del tributo in caso di violazione.

E violazione vi era effettivamente stata, dato che negli anni dal 2012 in poi la raccolta differenziata a Frosinone non aveva mai superato il 18%. Pertanto, il 12 ottobre 2020 la Commissione Tributaria Provinciale ha sentenziato che “il ricorso si rileva fondato e, quindi, meritevole di accoglimento”. Ora i ricorrenti provvederanno a notificare la sentenza al Comune di Frosinone e questi potrà presentare appello presso la Commissione Tributaria Regionale del Lazio entro 60 giorni. Nel frattempo, Rigenerare Frosinone metterà a disposizione dei cittadini un modello prestampato di richiesta di restituzione dell’80% della Tari, da presentare al Comune di Frosinone, per gli anni in cui è stata già accertata ufficialmente la violazione di legge, e comunque rientranti nei cinque anni di prescrizione.

Da tale sentenza, qualora passasse in giudicato, possono seguire serie conseguenze per la politica cittadina. Infatti, in caso di mancato appello entro i 60 giorni, o nel caso la Commissione Tributaria Regionale rigettasse l’appello eventualmente presentato dal Comune, ribadendo così la sentenza di quella provinciale, si potrebbe arrivare al coinvolgimento degli amministratori interessati, i quali diverrebbero responsabili di omesso controllo nei confronti della ditta appaltatrice del servizio, con importanti conseguenze di ordine pecuniario sul piano personale (come già sentenziato dal Tar ligure, per una simile fattispecie). In città c’è già chi tenta di minimizzare, dicendo che un altro ricorso simile è stato rigettato dalla stessa Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone; ma omette di dire cha tale rigetto riguarda meri vizi di forma, non il merito della questione.

Sul piano politico, invece, è senz’altro importante rilevare che all’iniziativa erano presenti i soli consiglieri di opposizione Daniele Riggi, Marco Mastronardi e Fabiana Scasseddu, che hanno recentemente costituito gruppo consiliare a sé, e nessuno degli altri consiglieri di maggioranza e opposizione espressione dei partiti.

Frosinone 29 novembre 2020

 

 

 

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La storia non si fa addomesticare

 Opinioni e Commenti

Sempre a proposito di ricostrizioni storiche ed esercitazioni revisionistiche

di Ivano Alteri
la boccadellaverità 360 min“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Questo pensiero di Sandro Pertini non è solo il monito di una grande persona, ma anche il principio di un grande politico, consapevole della funzione pedagogica esercitata dalla politica e dal discorso pubblico in generale. Ma a giudicare da quanto accade in questo nostro tempo declinante, non sembra che i giovani abbiano grandi esempi da seguire, e neanche il resto dei cittadini. Al contrario, si hanno quotidianamente numerosi e deprimenti casi di disonestà intellettuale, di cui riporto qui di seguito qualche mesto esempio.

La presente riflessione è stata suscitata dalla lettura dell’articolo di Angelino Loffredi e Lucia Fabi, su uonoetre.it (v. qui: https://www.unoetre.it/politica/commenti/item/8985-fare-storia-non-raccontare-storie.html), in cui, con comprensibile rammarico, si racconta di un’iniziativa tenutasi in questi giorni a Cassino sui Treni della Felicità, ossia quella vicenda dell’immediato dopo guerra che ha visto protagonisti migliaia di bambini cassinati rimasti orfani o comunque in stato d’indigenza, ospitati per lunghi mesi da famiglie del Centro-Nord Italia. Loffredi e Fabi conoscono bene quella storia, avendone scritto un libro, e sanno bene che quei treni e quelle ospitalità erano stati organizzati dal Partito Comunista Italiano. Ebbene, nel corso dell’iniziativa nessuno dei presenti, pur perfettamente a conoscenza degli avvenimenti, ha trovato il tempo e il modo di ricordarlo neanche una volta.

Ma ve ne sono altri, di esempi, di questa totale disonestà intellettuale, forse meno tristi ma di certo non meno deplorevoli.

Su Rai Storia si tiene quotidianamente una rubrica dal titolo “Passato e Presente” diretta da Paolo Mieli. Ebbene, Passato e Presente è una rubrica ideata da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere, in cui è citata decine di volte, ma nessuno ha mai sentito il bisogno di dirlo.

Sempre sulla Rai, è andata in onda per molti anni un’altra trasmissione dal titolo “La storia siamo noi”, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ringraziare o citare l’autore di quel verso, Francesco De Gregori, il quale ha avuto modo di dolersene pubblicamente in occasione di un’intervista.

In politica ci sono i casi, eclatanti e reiterati da ogni parte politica, di sindaci che inaugurano opere pubbliche tutti impettiti, senza preoccuparsi di citare, tanto meno di invitare, il predecessore che ne ha avviato l’iter, anni prima di loro. E non parliamo dei politici che passano l’estate a dire che la mascherina non serve e che loro non la indossano, a fare comizi con la febbre, a farsi selfie di gruppo senza protezione, salvo poi chiedere polemicamente al governo cosa abbia fatto per evitare la seconda ondata di Covid…

Insomma, un profluvio di maleducazione, cafonaggine, disonestà intellettuale che procura profonda amarezza. E anche preoccupazione, essendo essa l’origine di ogni disonestà, e non potendo certo esservi quella della tasca senza prima quella della testa. Una sconfortante sguaiatezza pubblica che non può essere di buon esempio per le giovani generazioni e per i cittadini in generale.

Dobbiamo quindi prendere atto con sconforto che la funzione pedagogica del discorso pubblico, auspicato opportunamente ed energicamente dal compianto Presidente Pertini, è andata disperatamente perduta. Almeno per quanto concerne il buon esempio…

Frosinone 29 ottobre 2020

 

 

 

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