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Ivano Alteri

Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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Oh come aveva ragione Diogene...!!!

bimbofame 350 minIvano Alteri - Racconta Diogene Laerzio nella sua opera “Le Vite dei Filosofi” che Diogene di Sinope, detto il cane, tra le altre sue stranezze soleva masturbarsi in pubblico con noncuranza, suscitando grande scandalo tra i passanti. E che un giorno, ad uno di questi che lo aveva rimbrottato aspramente per le sue sconcezze, Diogene abbia risposto senza scomporsi troppo: “Magari potessi placare la fame stropicciandomi lo stomaco!”. È evidente che molti fra i detrattori del Reddito di Cittadinanza non conoscano Diogene, né l’ostinazione dello stomaco, senza per questo rinunciare alle loro esibizioni pubbliche. Capita, perciò, di leggere, sui social e altrove, sconcezze varie sull’argomento, tutte rigurgitate da gente più che satolla, di cui riportiamo un breve ma significativo compendio.

“Questa è una legge stupida e inutile le cui risorse economiche potevano essere spese per incentivare la piccola e media impresa, che rappresentano le uniche realtà che avviano i giovani al lavoro. La Legge sul Reddito di Cittadinanza è utile solo a chi vuole creare un bacino di voti per il proprio movimento politico”. (Una utente facebook)

“Noi crediamo che questa manovra di bilancio sia una dichiarazione di guerra contro chi produce e chi lavora, non c'è niente che riguardi la crescita, niente che riguardi il tentativo di creare nuovi posti di lavoro… Ci sono soldi spesi in deficit per pagare il reddito di cittadinanza e altre marchette elettorali”. (Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia)

“Meno demagogia. Più concretezza. Sono d'accordo con Giorgia Meloni. Il Reddito di cittadinanza va ripensato se non abolito. Il Paese ha bisogno di concretezza, di scelte coraggiose”. (Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella)

“Quelli che sgobbano e percepiscono retribuzioni in nero risulta che abbiano le tasche vuote mentre in realtà le hanno piene. Quelli che viceversa non sanno fare un tubo è ovvio che versino in condizioni penose. Ma sono una minoranza di sfigati, la quale non mi pare incida molto sulle statistiche degli affamati. In effetti coloro che riscuotono il reddito di cittadinanza di solito sono ragazzotti che non hanno voglia di fare alcunché. E che noi manteniamo per pietà pur sapendo che essi sono un branco di fessi, nati stanchi. Non hanno studiato né si sono impegnati per diventare muratori o idraulici o falegnami”. (Vittorio Feltri, Libero)

“In un qualsiasi sistema di sussidi bisogna valutare quanto il sussidio diminuisce al crescere del reddito, in questo caso se a un guadagno di 100 euro in più corrisponde una riduzione del sussidio di 100 euro vuol dire che l’aliquota marginale è del 100 per cento, l’effetto dell’incentivo è il peggiore possibile. Se un’ora di lavoro in più rende zero, è evidente che le persone sono indotte a godersi il tempo libero. Questo rischia di creare una classe di persone che vive di sussidi e rimane intrappolata nella povertà, qualcosa di simile a ciò che è accaduto nell’Inghilterra pre-Thatcher”. (Riccardo Puglisi, docente di Scienza delle finanze all’Università di Pavia)

Da questa serie di polluzioni, e da molte altre che imbrattano il web e i giornali, si può ricavare che aveva certamente ragione Diogene a dire che non passa la fame con gli stropicciamenti dello stomaco, ma che si può invece vivere alla grande con gli stropicciamenti del cervello, praticati rigorosamente dopo i pasti. E senza neanche correre il rischio di restare ciechi.

Frosinone 21 dicembre 2019

Dobbiamo smetterla di amare Papa Francesco

papafrancesco stringemani 350 260 mindi Ivano Alteri - Papa Francesco è in gravi difficoltà: alcuni tra coloro che si definiscono cattolici lo odiano, letteralmente. E una delle ragioni di questo odio, per quanto possa sembrare folle, siamo proprio noi che invece lo amiamo; perché noi siamo i “comunisti”. E quei cattolici, i “comunisti” non li possono proprio vedere; con loro non vogliono avere niente a che fare, neanche in fatto d’amore per il loro stesso Papa. Insomma, noi “comunisti” dovremmo smetterla di magnificare Papa Francesco, se vogliamo evitare che sia odiato per colpa nostra. Sarebbe invece il caso di iniziare a denigrarlo un po’, come gratuito gesto d’amore. Proviamo, da “comunisti”.

Papa Francesco, accusato dai suoi detrattori cattolici di essere egli stesso un “comunista”, nega di esserlo. Tuttavia, i suoi pensieri e le sue parole, gli strumenti di analisi che usa nelle sue riflessioni sono di chiara impronta marxista; tanto che in molti, compreso chi scrive, si aspettavano da lui l’enciclica “Beati i poveri”. Ma lui sapeva che ad attenderlo a questo varco ci sarebbero stati anche i suoi nemici interni, che non avrebbero certo plaudito all’iniziativa; ed allora, meglio prendere una via traversa e optare per la “Laudato si’”, che consente di proporre le stesse analisi e giungere alle stesse conclusioni (essendo quella ecologica tra le maggiori contraddizioni del capitalismo nel presente periodo storico), ma dietro la maschera dell’ecologismo, della difesa della natura e del pianeta: inattaccabile.

Ma in questo capolavoro tattico-strategico di Papa Francesco si cela, tuttavia, un’ingiustizia cosmica: coloro che quelle idee hanno professato e professano da anni (appunto i “comunisti”) subendo la feroce ostilità altrui, compresa la scomunica da parte della stessa Chiesa Cattolica, ne escono mortificati, deprivati delle proprie ragioni, in persistenza di condanna, nonostante le ragioni per cui sono stati condannati ora siano divenute le idee forza di colui che ha condannato. O, per dire meglio: loro, i “comunisti”, per quelle idee sono stati condannati inappellabilmente dalla Chiesa; la Chiesa, che ha emesso la condanna sulla base di esse, ora le usa per ri-vivificare sé stessa, per di più in persistenza di condanna. Insomma, la Chiesa può, i “comunisti” no. Si potrebbe dire: assoluzione (della Chiesa-giudice) e delitto (dei “comunisti”-imputati), lo stesso movente…

Non dovrebbe, Papa Francesco, riconoscere la profonda ingiustizia di quella condanna inflitta indiscriminatamente a tutti i “comunisti”? Non avrebbero, i “comunisti”, il sacro diritto di veder riconosciuta esplicitamente la propria innocenza da Papa Francesco, già da lui riconosciuta implicitamente?
Inoltre, è corretto, è lecito, è moralmente accettabile usare i pensieri, le parole, gli argomenti di qualcuno misconoscendogliene la paternità? È corretto, è lecito, è moralmente accettabile usare i pensieri, le parole, gli argomenti di qualcuno dopo averlo nientemeno che “scomunicato” per quegli stessi pensieri, parole e argomenti, e senza sentire la stridente contraddizione? È corretto, è lecito...

Ma mentre procediamo in questo nostro volenteroso intento di attaccare e denigrare Papa Francesco e la sua Chiesa ci rendiamo conto che lui potrebbe fondatamente stroncarci ogni ragionamento, ritorcendo contro di noi le stesse accuse: siete stati voi “comunisti” ad usurpare alla Chiesa Cattolica, e con quale sprezzo!, la rappresentanza degli “ultimi”; voi “comunisti” a non riconoscere alla Chiesa la “maternità” di quei pensieri, parole e argomenti; a non riconoscere che senza quel sistema di valori, la scienza marxista e voi “comunisti” non avreste mai potuto avere l’efficacia storica che invece avete avuto in difesa degli ultimi. Dovreste essere voi “comunisti” a scusarvi con la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo; e a ringraziarci, anzi, per aver gettato, noi!, il seme dell’amore per gli ultimi tra i solchi della storia degli uomini…

E allora ci accorgiamo che, nonostante tutte le nostre buone intenzioni di denigrare Papa Francesco, non riusciamo a farlo fino in fondo; forse perché continuiamo ad amarlo e a preoccuparci di non farlo odiare dagli altri. Per riuscire a denigrarlo davvero, e per convincere quei certi cattolici a smetterla di odiarlo, forse dovremmo compiere il passo successivo: imparare a denigrarlo odiandolo profondamente. Ma se lo odiassimo profondamente allo scopo di farlo amare dagli altri, ci chiediamo, non sarebbe anche questo un gratuito gesto d’amore? Non ne usciamo…

Frosinone 14 dicembre 2019

 

 

 

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Le "Sardine" ciociare

Sa.r.d.i.n.a 350 mindi Ivano Alteri - Domenica mattina 1° dicembre, a mezzogiorno, in Piazza Garibaldi a Frosinone si riuniranno le “sardine” ciociare. Esse, come le altre che hanno già nuotato (viste le intemperie, a volte quasi letteralmente) nelle altre piazze italiane, sono diventate oggetto di insulti e minacce, tra le quali quelle espresse esplicitamente da un noto direttore di giornale frusinate che scrive su facebook di volergli passare sopra con la macchina, nientemeno.

Ma le critiche non sono tutte provenienti da destra. Anche da sinistra, come scrive dettagliatamente Marco Revelli in un suo articolo su TPI (“Il neo-qualunquismo della sinistra radicale che attacca le Sardine”), non mancano le contumelie e gli sberleffi. Lo stesso Revelli segnala a sua volta un articolo di Giulio Gambino che a tali critici risponde: “Smettetela di vedere nelle Sardine la salvezza dal vuoto politico a cui ci avete abituati”. E questo, per loro, dovrebbe bastare. Ma noi non possiamo fermarci qui.

Ad esser franchi, neanche noi, infatti, aderiamo acriticamente a questo movimento; neanche noi ne condividiamo appieno le dichiarazioni (una sardina rivolta a Salvini: “Abbiamo imparato il tuo mestiere in otto minuti”; quale mestiere, l’arruffapopoli?); neanche noi pensiamo che esso sia sufficiente a modificare le condizioni deprimenti della sinistra italiana; neanche noi pensiamo che esso possa produrre, da sé, una efficace politica popolare. Ma, nonostante ciò, noi aderiamo al movimento. Per diverse ragioni.

Una prima ragione. Le sardine sono una “forza” della sinistra, che sta dimostrando di sussistere nonostante il vuoto pneumatico presente nei partiti della sinistra radicale, pseudo radicale, radical-chic, sedicente riformista, pragmatista e via sinistrando.

Una seconda. Abbiamo ben chiaro che, come diceva un vecchio slogan pubblicitario, “la Forza è Nulla, senza Controllo”; ma quella “nullità” è addebitabile a chi il controllo avrebbe dovuto esercitarlo responsabilmente negli ultimi decenni, e non lo ha fatto, non ai detentori della forza, che esiste ancora nonostante loro. In altre parole, sentire proprio coloro che hanno distrutto i partiti della sinistra, fino a ridurli in soffocanti polveri sottili, criticare i cittadini di sinistra che non si rassegnano al vuoto di rappresentanza di cui sono vittime, è inaccettabile. Noi siamo ridotti a sardine per colpa loro; altrimenti saremmo cittadini rispettabili e rispettati, capaci di partecipare alla determinazione della politica locale e nazionale, come Costituzione comanda.

Ce ne sarebbero molte altre, ma, per farla breve, fermiamoci ad una terza ragione generale: prima di criticare gli altri, bisogna essere in grado di fare meglio; prima di distruggere ciò che stanno facendo gli altri, bisogna essere in grado di ricostruire meglio…

Perciò noi ci saremo, in Piazza Garibaldi a Frosinone, a mezzogiorno di domenica 1° dicembre 2019, con tutti gli altri che, come noi, non sono capaci di fare meglio delle sardine.

Frosinone 30 novembre 2019

 

 

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Alla Certosa il diavolo ci ha messo la coda

Certosa tetto danneggiato di Ivano Alteri - Non sarebbe il suo posto, ma alla Certosa di Trisulti il diavolo non ha voluto mancare di metterci la coda. Anzi, due. Con una, ha fatto cadere il tetto proprio mentre lo Stato revoca la concessione a Dignitatis Humanae Institute di Bannon; con l’altra, non ha scelto un tetto a caso, ma quello che non rientra (!) nella concessione. Con una tale, puntuale, scelta di tempi e di spazi, non ci sarebbe neanche da chiedersi da quale parte stia, ‘sto maledetto diavolo.

Non dalla parte dello Stato, che se prima aveva il problema di chi potesse gestire un importante monumento ormai all’abbandono, ora subisce anche la pressione di quel crollo che, come in un fumetto, con la sua “nuvoletta” pone alle autorità la perfida, diabolica, domanda: “Ma come?!, la Certosa sta crollando e tu revochi la concessione alla DHI, per di più senza avere ancora soluzioni alternative?”.

Neanche dalla parte dei cittadini ciociari, specialmente di quelli che si sono adoperati alacremente per la revoca di quella concessione illegale e sbagliata, per i quali il crollo suona come una pernacchia e un’accusa: “con voi anime belle va tutto in malora”.

E neanche, ça va sans dire, dalla parte della Chiesa, a cui il crollo rivolge un monito mortifero: “il tuo nemico di sempre è all’opera sotto il tuo stesso tetto ed è pronto a demolirti da dentro, pietra dopo pietra… pardon, tegola dopo tegola”.

Ma men che meno è dalla parte della stessa Certosa che, dopo 808 anni di onorato e sacro servizio, si vede cadere preda dei colpi di coda delle sbeffeggianti forze luciferine.

L’unica (magra?) consolazione è che, sia lo Stato, sia i cittadini ciociari, sia la Chiesa, sia la stessa Certosa di Trisulti, possono serenamente e orgogliosamente affermare: “Il diavolo non è con noi!”. Almeno.

Frosinone 17 novembre 2019

 

 

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Il fallimento di Caligiore offre al centro sinistra una nuova opportunità

CeccanoCastelloConti 1 mindi Ivano Alteri - Ceccano, nel corso dei decenni passati, ha rappresentato per il centro sinistra, centro-sinistra, Centrosinistra, un caposaldo della politica e dell’amministrazione locali: se in generale il centro sinistra vinceva, a Ceccano vinceva di più e meglio; se in generale il centro sinistra perdeva, a Ceccano resisteva di più e meglio e vinceva comunque la sfida con la destra. La città ha dato al territorio quadri amministrativi e politici di notevole spessore, basti ricordare per tutti il compianto senatore Angelo Compagnoni; molti ceccanesi hanno vivificato i vari partiti della sinistra e del centro sinistra, e le loro organizzazioni, a livello provinciale e non solo; con tutti loro la città è cresciuta, si è emancipata, si è “modernizzata”.

Tuttavia, come avviene in tutte le vicende umane, anche in questa si è giunti alla parola fine, con un centro sinistra sfilacciato, destrutturato, inesistente. Il trascorrere del tempo, che ha visto i protagonisti politici ceccanesi contorcersi vanamente per anni senza tuttavia venire a capo di nulla, ha indotto i cittadini a constatare l’incapacità di questo campo di forze a reagire, a riformarsi, a ri-strutturarsi, a ri-assicurare una guida alla città; costringendoli a cercare altrove, obtorto collo, qualcuno che garantisse quel minimo vitale di amministrazione. E ha pensato di trovarlo in Caligiore. Ma Caligiore ha fallito: non ha saputo tenere insieme la squadra dei suoi amministratori, che ne hanno approfittato per perseguire interessi personalistici; non ha saputo individuare e risolvere i problemi nevralgici della città, lasciandoli marcire; non ha saputo produrre avanzamenti per la città e i cittadini; non ha saputo garantire, insomma, alcuna buona amministrazione. Le aspettative dei cittadini, dunque, sono di nuovo andate miseramente deluse.

Dobbiamo onestamente constatare che è questo fallimento ad offrire al centro sinistra una nuova opportunità per una nuova lunga storia, non certo i meriti propri; è da questo fallimento che il centro sinistra può ripartire. E poi c’è la città di Ceccano che glie lo chiede con forza; perché, insomma, Caligiore, per quanto “civico”, oltre ad aver fallito è anche pur sempre un uomo di destra; e la destra, per quanto destrutturata, è pur sempre la destra. E alla città di Ceccano, pur sempre culturalmente di sinistra e centro sinistra, la destra non piace. A Ceccano, quindi, il centro sinistra può e deve cambiare, perché Ceccano ne ha bisogno e glie lo chiede.

Data la situazione, perciò, attribuire le responsabilità, individuali e di partito, del disfacimento del centro sinistra (e ce ne sono!) è senz’altro importante per mantenere in memoria il passato che ha determinato il presente, e quindi per meglio operare per il futuro. Ma ciò che più conta è l’assunzione di responsabilità da parte del centro sinistra, oggi, di fronte alla città; la quale, a seguito del fallimento dell’esperienza Caligiore in rappresentanza della destra, resta ancora senza guida sicura.

Una guida che, invece, potrebbe essere di nuovo assicurata da un centro sinistra capace di ritrovare consapevolmente e finalmente un rapporto stabile e strutturato con i cittadini; di conquistare una nuova consapevolezza di sé; di recuperare quel trattino di congiunzione che ha caratterizzato i suoi anni migliori, senza più pretendere di diventare una parola sola.

Frosinone 12 novembre 2019

 

 

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Sì, questo sistema economico è il problema

sistemi economici 350 mindi Ivano Alteri - Nel suo intervento su UNOetTRE.it su crescita economica e sviluppo, Donato Galeone indica una questione di fondo che molti sembrano non voler vedere: la crescita economica, da sola, non comporta un vantaggio per tutti, bensì, al contrario, solo l’arricchimento di pochi e pochissimi e l’impoverimento di molti e moltissimi. Più precisamente egli individua nell’attuale “modello liberista globalizzato dell'economia” la causa di tanto insopportabile male. E noi siamo perfettamente d’accordo con lui.

Ma le sue potrebbero sembrare le solite chiacchiere lamentose dei buonisti, delle anime belle che ancora si attardano a pensare agli “ultimi”, poverini, invece di pensare realisticamente a far funzionare le cose… Allora è meglio dare a quelle parole una qualche concretezza, qualcosa che si possa vedere con gli occhi e con la mente, e a cui si possa credere senza affidarsi alle parole altrui; per dimostrare come le cose, in realtà, non funzionino affatto.

Così, siamo andati a rovistare tra le carte della nostra contabilità casalinga, alla ricerca di prove di quanto da lui affermato e di cui anche noi siamo assolutamente convinti. E abbiamo scovato un bollettino postale, il cui pagamento è stato effettuato il 03/09/1996 a favore del Comune di Frosinone, relativo al canone per il servizio idrico, pari a £ 63.679 per l’intero anno 1995. Cioè, in quegli anni, il bilancio economico di una famiglia tipo registrava un costo per l’acqua pari agli attuali € 33,00 circa l’anno. A distanza di ventiquattro anni, dopo le privatizzazioni liberiste, oggi quel bilancio familiare, già impoverito per le stesse politiche in altri campi, sopporta invece un costo di circa € 1.200,00 l’anno, con un aumento monstre del 3.636%! Dividendo questa percentuale da vertigine per i venticinque anni considerati (1995-2019), abbiamo un aumento medio annuo del 145,44%, mentre l’inflazione media annua, nel medesimo periodo, è stata dell’1,97% circa. In altre parole, rispettando l’andamento dell’inflazione, oggi dovremmo pagare € 49,25 l’anno, in luogo di € 1.200,00.

Ma, si dirà, a questo mostruoso aumento dei costi del servizio causato dalla privatizzazione sarà seguita una altrettanto “mostruosa” efficienza degli impianti idrici frusinati. Niente affatto. Come si può leggere in un articolo di Milena Gabanelli del 15 maggio 2018 sul Corriere della Sera, e come era già tristemente noto a noi ciociari, in testa alla classifica dei comuni che sprecano acqua “c’è Frosinone dove la rete colabrodo butta via addirittura il 75% dell’acqua nel tragitto dall’impianto di erogazione ai condomini”. E le altre città italiane, sottoposte al medesimo sistema, non vanno affatto meglio (sempre dall’articolo di Gabanelli: Potenza 68,8%, Cagliari 59,3%, Palermo 54,6%, Bari 52,3%, Firenze 47,1%, Trieste 46,8%, Roma 44,1%, Perugia 41,4%...).

Come si ricorderà, quando la classe politica del tempo, già avviata all’autodistruzione, discuteva delle privatizzazioni, in particolare della gestione dell’acqua, come panacea di tutti i mali, le chimere che ci poneva davanti agli occhi erano quelle del miglioramento del servizio al consumatore, della efficienza degli impianti e, soprattutto, della riduzione del costo finale al consumatore grazie alla mitica, ma proprio mitica, concorrenza. A distanza di ventiquattro anni, le chimere sono tutte scomparse, gli impianti fanno acqua da tutte le parti, i consumatori sono trattati a pesci in faccia, i costi familiari sono lievitati alle stelle. Con la privatizzazione del servizio idrico, a Frosinone abbiamo avuto un aumento del costo del 3.636% e oltre il 75% di dispersione idrica. Altro che riduzione dei costi ed efficienza!

È forse, questo, un caso particolare, un’eccezione? No, è la regola; il drenaggio di denaro dal basso verso l’alto, anche a scapito della qualità, è la regola. La ricchezza prodotta da tutti noi è stata e continua ad essere accaparrata dai lestofanti, oggi anche autorizzati da quella classe politica che avrebbe dovuto, invece, impedirglielo.

L’accaparramento di risorse è la base dell’attuale sistema economico. Ma l’accaparramento era un istinto ostativo, perché troppo basso, persino per le semplici comunità umane delle origini, persino per l’effimera costituzione di un’orda, figuriamoci se può essere posto alla base delle nostre società iper-complesse, senza subire, tutti noi, danni inenarrabili.

Questo è il “modello liberista globalizzato dell'economia” che pretenderebbe di trasformare in merce anche la mamma, e che Galeone inchioda al banco degli imputati per gravi delitti economici contro le persone che lavorano. Questo è il modello economico dell’accaparramento. Questo è il modello economico che bisognerebbe urgentemente superare. E sarebbe tanto urgente farlo che, se proprio non riuscissimo a metterci d’accordo sulle soluzioni da dare al problema, quanto meno dovremmo metterci d’accordo sul problema. E dire: sì, questo sistema economico è il problema.

Frosinone 27 ottobre 2019

Diana Iaconetti è la sua prima volta in Ciociaria?

Diana Iaconetti veroli 3 minIvano Alteri intervista Diana Iaconeti - Domenica 27 ottobre '19 si è tenuto a Veroli, presso il Teatro Comunale, in apertura della stagione teatrale, lo spettacolo “Leopardi, il poeta del dolce Infinito”, per la regia di Diana Iaconetti. Approfittando della sua venuta in terra ciociara, e avendone già apprezzato il lavoro di regista e attrice in passato, l’abbiamo intervistata per continuare a seguirne l’interessante percorso artistico.

È la sua prima volta in Ciociaria?
Con un mio spettacolo sì, è la prima volta e ne sono davvero felice. Nel 2014 con la Compagnia Stabile del Teatro Manzoni di Cassino portai in scena, durante l’evento «Europa Legalità e Lavoro», un monologo civile tratto dallo spettacolo «Soggetto ad alto rischio», di Carmine Monaco.

Il nostro giornale l’ha conosciuta per il suo impegno civile al tempo di “Mamma 'ndrangheta”. Nel passaggio da quello spettacolo a quello attuale su Leopardi sembra esserci una grande distanza.
Si, è vero, sembra abissale la distanza tra due mondi così opposti come quello di «Mamma ’ndrangheta e “Leopardi il Poeta del dolce Infinito”. Sembra non esserci alcuna connessione.

Come ha vissuto artisticamente questo stacco?
Nel Recital su Leopardi indosso dentro e fuori abiti diversi, mi svesto di una maschera tragica e crudele, del nero di seppia di un maleficio da cui trasuda dolore e morte per entrare nel mondo intangibile della poesia.

Anche per l’autrice di entrambi gli spettacoli, Nuccia Martire, quella distanza sarà sembrata abissale.
Sì, anche lei sembra sdoppiarsi, risalire dagli inferi per toccare nel Recital altre profondità, per accogliere altri richiami, altri mondi intrisi di desideri e sentimenti.

Sembra davvero non esserci alcuna connessione. Ma?
Ma non è forse la poesia un mettersi in salvo, una cura? Il modo per attraversare il bene ed il male che ci appartengono? Per compiere attraverso la parola una rivoluzione profonda dentro noi stessi riconoscendoci fragili, incompiuti, sempre in bilico tra ciò che siamo e ciò che non riusciamo ad essere? Non è forse voce che si ribella all’indifferenza, alla gratuità del male, all’oppressione, alle guerre, agli stermini? Non è forse voce per pronunciare e difendere ciò che riteniamo giusto o sbagliato? Leopardi a Veroli 350 min

E Giacomo Leopardi può ancora aiutarci in questo?
Certamente. Leopardi, al di là di ogni apparenza e del suo pessimismo, non ci ha forse consegnato un messaggio di ribellione nei confronti di ogni ottusità e limite? Non ha forse tentato di salvare l’uomo dalla fredda logica attraverso la poesia e l’immaginazione?


Senz’altro, intensamente.
Ecco dunque paradossalmente colmarsi la distanza tra ciò che sono in «Mamma ’ndrangheta» e nel poeta del dolce Infinito, eccomi tenere insieme i capi di uno stesso filo che sono il mio sentire: la ribellione e la poesia.

Nel suo spettacolo di Veroli si nota anche la presenza del “nostro” Amedeo Di Sora. Come è nata e come si è svolta la collaborazione artistica con lui?
In verità conosco il Professore da moltissimi anni e da quando frequentavo il «Centro di Cultura Popolare per il Teatro» con la Direzione Artistica di Elio Pandolfi e Ugo De Vita. Ci unisce, tra l’altro, il ricordo di un’amicizia in comune con il semiologo Maurizio Grande, mio docente all’Università della Calabria che ci ha lasciati prematuramente nel 1996.

E come vi siete ritrovati?
Era da diverso tempo che desideravo coinvolgerlo in un mio progetto ed è giunta l’occasione con questo spettacolo. Sono veramente onorata di averlo nel mio Recital su Leopardi perché la stima che ho per lui è davvero immensa.

Le auguriamo un gran successo per il suo Recital e arrivederci a presto in Ciociaria.

Frosinone 28 ottobre 2019

 

 

 

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Caligiore, un espediente narrativo

a guardar bene 350 mindi Ivano Alteri - La caduta della Giunta Caligiore a Ceccano dovrebbe essere solo l’espediente narrativo per raccontare l’amaro finale di una lunga storia di degenerazione dei partiti, di cui Caligiore ha responsabilità del tutto marginali. La sua esperienza, infatti, non è dissimile da quella di molti altri aspiranti amministratori, tendenzialmente di sinistra o di destra che siano, che hanno tentato, con le cosiddette “liste civiche” e non di rado con ottima buona volontà e perfetta buona fede, di sostituire i partiti nella funzione a cui questi avevano deliberatamente rinunciato. Se, dunque, a criticare Caligiore e gli altri amministratori improvvisati sono i semplici cittadini, ci può stare, come si usa dire; ma se a criticarlo sono invece i partiti (o, meglio, le loro spoglie fantasmatiche), le accuse e le reprimende risultano essere del tutto fuori luogo e fin troppo autoassolutorie.

Per di più, dire che Caligiore è pur sempre espressione della destra e di una sua forza organizzata, come Fratelli d’Italia, è altrettanto fuorviante, poiché con ciò si vorrebbe accreditare Caligiore come espressione di una parte politica e di una forza politica, quando invece lo è soltanto della loro degenerazione e della loro assenza.

E ancora, dovremmo scusarci con gli avversari se non dicessimo onestamente che la stessa cosa è accaduta anche nel campo della nostra sinistra. Anzi, ad onor del vero dovremmo dire che la degenerazione avvenuta a sinistra è molto più grave, poiché la sinistra, per scienza ed esperienza, era ed è perfettamente informata del valore irrinunciabile del partito politico e della sua funzione in democrazia; quindi, le sue responsabilità nei confronti del popolo, espulso di fatto dall’agone politico, sono di molto superiori a quelle di Caligiore e la sua parte.

Per di più e peggio, in questa lunga e vergognosa vicenda di rinuncia dei partiti al loro ruolo costituzionale, gli stessi partiti, di destra e di sinistra, si sono spesso nascosti dietro le liste civiche per timore che il loro simbolo potesse allontanare gli elettori. Ma se questo era il problema, la preoccupazione dei partiti avrebbe dovuto essere riformare se stessi, per rendersi meno repellenti ai cittadini; o magari per rendersi addirittura attraenti e attrattivi, anziché assecondare la tendenza modaiola delle inconcludenti liste civiche.

Il “civismo” di cui i partiti si mascheravano, anziché fuori, avrebbe dovuto esercitarsi all’interno dei partiti. Il civismo vero, prolifico, efficace, duraturo, infatti, è quello del militante di partito, che imparando a sentirsi parte di un insieme più grande di sé, a riconoscere la parzialità della propria opinione, a valorizzarne però la funzione irrinunciabile nel processo di formazione del pensiero collettivo, impara anche la disciplina democratica e la sua necessità; impara la proficuità del processo dialettico; impara anche a riconoscere l’interesse generale, e a perseguirlo con mezzi efficaci. Attraverso il militante di partito, il civismo si trasforma in efficace politica popolare, quella che raggiunge lo scopo ed ha per scopo l’emancipazione dei più.

I partiti sono un bene comune, né privato né privatizzabile; i partiti sono l’unico mezzo conforme al fine politico, di sinistra e di destra, non un optional della democrazia; i partiti sono l’unico luogo dove i cittadini possono effettivamente concorrere alla definizione delle politiche locali e nazionali, non un postificio per carrieristi e ambiziosi.

Perciò, la sinistra e la destra che vogliano davvero mettersi al servizio di coloro che dicono di voler rappresentare, si affrettino a ricostruire i rispettivi partiti. Ma partiti che abbiano la funzione descritta in Costituzione, non quella di comitati elettorali o d’affari; che siano fruibili dai militanti, non contendibili dagli aspiranti leader; i cui comportamenti siano d’esempio per l’intera comunità, non oggetto di vergogna. E che, in fondo, non abbiano alcun bisogno di rappresentare il popolo, poiché essi sono il popolo.

Invece, se non fosse per il suffragio universale, se non fossero cioè costretti dalla fame di voti, i partiti di oggi, del tutto autocratici, non degnerebbero i semplici cittadini neanche di un saluto. Tutto questo ci racconta amaramente, come mero espediente narrativo, la caduta della Giunta Caligiore.

Frosinone 16 ottobre 2019

 

 

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Unione dei Comuni del Frusinate con una discussione larga

Provincia Frosinone 350 260di Ivano Alteri - La discussione sull’Unione dei Comuni del Frusinate non riesce a decollare, né fra gli addetti ai lavori né, tanto meno, tra i semplici cittadini. Nonostante i tentativi di alcuni, tra cui senz’altro Unindustria, il Psi, il presidente della Camera di Commercio ed altri, essa langue nel limbo delle cose che servirebbero, ma per le quali manca la determinazione necessaria a realizzarle. Probabilmente, c’è qualche limite da superare, oltre a qualche elemento da aggiungere; ma, ancor più probabilmente, forse vi è la necessità di inquadrare l’idea della città intercomunale in un ambito più ampio dell’attuale.

Un primo limite che, a nostro parere, è possibile individuare consiste, infatti, nell’aver ristretto la discussione ai soli otto sindaci interessati all’Unione; ossia, quelli di Frosinone, Veroli, Alatri, Ferentino, Supino, Patrica, Ceccano e Torrice (per la cronaca, fino ad ora solo i comuni di Frosinone e Supino hanno deliberato formalmente per l’Unione, mentre gli altri sono rimasti inoperosi, anche quelli i cui sindaci si sono espressi a favore). Ma l’Unione Comunale del Frusinate, in realtà, tratta della città capoluogo, non di una città qualsiasi; pertanto, dovrebbe essere l’intera provincia, l’insieme dei suoi comuni, dei suoi amministratori e dei suoi cinquecentomila cittadini, ad esprimersi e discuterne.

Un secondo limite riguarda proprio la distanza siderale che separa il tema in discussione da tutti i cittadini materialmente interessati. Ma questo è un errore antico, già presente nella stessa formazione del Paese, i cui fondatori furono costretti a dire, come si ricorderà, che dopo aver fatto l’Italia allora bisognava “fare gli italiani”; ma gli italiani si sarebbero fatti, più acconciamente, proprio facendo l’Italia... Così, ora si pretenderebbe di realizzare un grande progetto istituzionale locale, quel è l’Unione, senza la partecipazione di coloro che l’Unione dovrebbero popolarla e vivificarla.

Un terzo limite che individuiamo secondo il nostro modo di vedere, è la solitudine scientifica in cui è venuto a trovarsi il lodevole studio della professoressa Prezioso e colleghi, dell’Università di Tor Vergata. Esso avrebbe dovuto, dovrebbe, essere accompagnato da altri studi scientifici di pari valore riguardo i caratteri antropologici, sociologici, economici, storici, delle popolazioni autoctone, per comprendere i come e i perché dell’attuale condizione di disgregazione generale in cui versa il territorio, e porvi rimedio.

Un ulteriore limite, forse il più claustrofobico, è quello di aver discusso ed operato per la creazione dell’Unione dei Comuni del Frusinate per un nuovo capoluogo, senza aver prima riflettuto sul futuro dell’esistente istituzione della Provincia di Frosinone; e su questo limite riteniamo dovrebbe concentrarsi maggiormente l’attenzione. Più concretamente, esso richiederebbe un discorso a parte, che qui ci limitiamo a descrivere nei suoi tratti essenziali.

Infatti, se è vero che l’Unione riguarderebbe il capoluogo di provincia, è altrettanto vero che la nostra provincia è stata avviata all’estinzione istituzionale, con scelte frettolose poi bocciate da referendum popolare, compiute in nome di chimerici risparmi (ma risparmiare sulla democrazia e sulla governabilità dei territori, quando ci si riesce, non è mai stato un buon affare). In ogni caso, la Provincia è stata declassata a istituzione di secondo livello, con i suoi rappresentanti votati non più dai cittadini bensì dagli amministratori, e svuotata di molte sue prerogative, assegnate ad altre istituzioni sovraordinate. Ora che ci si è accorti della fallacia di tali scelte, e dopo la loro bocciatura venuta dalla diretta espressione popolare, forse sarebbe giunto il momento di riflettere su cosa debba essere la nuova Provincia di Frosinone, prima di discutere del suo capoluogo.

Certo, rifarla com’era non avrebbe molto senso, ma lasciare che si estingua per consunzione sarebbe una responsabilità davvero imperdonabile, ricadente su tutti noi suoi cittadini. Ed allora, bisognerebbe iniziare a dire che, alla luce della storia, la Provincia di Frosinone non è mai arrivata all’efficienza amministrativa, tanto meno all’efficacia, sin dalle sue origini. Ciò è dovuto ad un difetto costituente, consistente nell’aver accorpato due territori, quello del sud della ex Provincia di Roma e quello del nord della ex Provincia di Caserta, che allora rappresentavano le parti più povere delle rispettive province. Tale tara genetica ha condizionato pesantemente la sua storia fino ai giorni nostri. Ma sempre facendo riferimento alla memoria tramandata del passato, sappiamo che l’idea originaria della Provincia di Frosinone, quella definita il 6 dicembre 1926 con decreto del Consiglio dei Ministri presieduto da Benito Mussolini, per la verità non corrisponde affatto a quella che abbiamo oggi, definita invece dal Decreto Reggio del 2 gennaio 1927. La prima, infatti, comprendeva anche i territori dell’attuale provincia di Latina (circa), la seconda aveva invece subito l’amputazione dello sbocco al mare ad opera del re (per ragioni non ancora sufficientemente indagate dagli storici), con tutte le conseguenze, non solo di ordine economico.

Ci chiediamo, perciò, se non siano il caso e il momento, ora che siamo in fase di ristrutturazione di molti degli assetti del nostro Paese, di rivedere complessivamente anche quelli dei territori del Lazio meridionale, per dar loro una migliore struttura, una maggiore e migliore capacità di determinazione. In altre parole, se non sia il caso di ripensare l’intera Provincia di Frosinone, tornando alla sua definizione originaria, alla cui testa porre un nuovo capoluogo di provincia; appunto: l’Unione dei Comuni del Frusinate.

Abbiamo la convinzione che, così ridefinita, la discussione avrebbe maggiori probabilità di attecchire, e di arrivare magari a suscitare anche qualche chiacchiera da bar, che darebbe la netta sensazione di una cosa viva, concreta, partecipata; di certo con maggiori speranze di realizzare gli obiettivi annunciati.

Frosinone 12 ottobre 2019

 

 

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Cosa serve per un vero cambiamento?

Conte Zingaretti Di Maio storia di una crisi di governo di 22mezza estate22 mindi Ivano Alteri - Com’era prevedibile, entrambe i partiti della maggioranza di governo, M5S e Pd, scendono nei sondaggi. Era prevedibile per ragioni evidenti, anzi, appariscenti: i rispettivi elettorati si sono reciprocamente insultati per lungo tempo, i rispettivi gruppi dirigenti non sono stati da meno; c’è Renzi sulla loro destra col mandato precipuo di “impedire che si faccia” il cambiamento e, notoriamente, con la forza parlamentare per riuscirvi; si è consentito a Salvini, per un anno e mezzo, di gonfiare il petto e il consenso sulla questione migranti, lasciandolo seminare diffidenza e odio (aporofobico, come dice Papa Francesco); il M5S è un partito ancora strutturando, il Pd, ahinoi, pervicacemente ancora destrutturando (e lasciamo stare il resto sulla sinistra)… In un tale contesto, i sondaggi non potevano che registrare una discesa del consenso, almeno nell’immediato.

A tutto questo bisogna aggiungere, ancor più grave, che non si intravvede ancora all’orizzonte quella “visione” richiesta accoratamente da Beppe Grillo (non un politico!...) a tutti i protagonisti potenziali del vero Cambiamento, invitandoli a lasciar stare le sterili discussioni su “punti e posti” del programma e della squadra di governo. Ma quella visione che non c’è ancora sarebbe l’unico vero antidoto al veleno che le due parti, dal vertice alla base, si sono somministrate appassionatamente per anni; e i cittadini, soprattutto quelli più accorti e partecipanti, ne hanno assoluto bisogno per sapere cosa fare, per non stare alla finestra a guardare passivamente ciò che accade, per sostenere attivamente, invece, un’azione di governo che non porterà ad alcun cambiamento, se loro stessi non ne saranno la cifra originale. La partecipazione non è un orpello, essi pensano, ma il carattere peculiare di una politica nuova, la vera politica del Cambiamento. Senza quella visione coinvolgente, quindi, temiamo che o l’un partito eliminerà l’altro, o, molto più probabilmente, entrambe si estingueranno elettoralmente e politicamente, inghiottiti dal buco nero di un fallimento cosmico.

Per uscire da questa micidiale trappola autocostruita, essi potrebbero partire, intanto, constatando e riconoscendo di non aver meritato in alcun modo questa gigantesca opportunità, essendo essa tutto “merito” di Salvini; che quel loro rapporto conflittuale era “innaturale”, artificioso, strumentale, personalistico, prerazionale, impolitico, infondato nella condizione materiale, visto che gli elettorati dei due partiti, tra un insulto e l’altro, dicevano di volere la stessa cosa e i rispettivi partiti dicevano di volerli rappresentare; che Renzi non è il gigante di cui parla la sua tifoseria, ma solo un inserviente d’alto rango con il mandato d’impedire il cambiamento in direzione di una politica popolare, e che la figura che si vede giganteggiare è, in realtà, solo l’ombra di un uomo morbosamente ambizioso proiettata sulle pareti della caverna.

A seguire, essi dovrebbero fornire finalmente quella “visione” illuminata di Cambiamento che gli italiani aspettano da decenni. Essa dovrebbe consistere, chiaramente e nettamente, in una politica Popolare come l’Italia non ha mai visto nei secoli, sin dalle sue origini risorgimentali; tanto che, fino ad ora, ogni volta che si è parlato di riforme si è sentito il bisogno di aggiungere “anche a costo di essere impopolari”, come se l’impopolarità fosse una manifestazione di coraggio e radicalità riformista. Al contrario, d’ora in poi si dovrebbe sentire il bisogno di affermare che le riforme o sono popolari o non sono, e anzi che tutto ciò che non è popolare è conservazione, altro che cambiamento!

Popolare, diciamo, non popolaresco, né tanto meno populista. Il ché, tradotto in partica, significa: ampio e profondo coinvolgimento dei cittadini nelle scelte, tutela del Lavoro sotto ogni sua espressione storica, volontà d’acciaio, coraggio fino al confine della temerarietà e, soprattutto, incrollabile determinazione a conseguire lo scopo, anche fino all’estremo sacrificio del sé individuale e collettivo. Mandando ruvidamente i sondaggi alla malora.

E tutto questo, non dovrebbe solo sembrare, ma anche essere. E tutto questo, non dovrebbe solo essere, ma anche sembrare.

Frosinone 30 settembre 2019

 

 

 

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