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Ivano Alteri

Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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Sì, questo sistema economico è il problema

sistemi economici 350 mindi Ivano Alteri - Nel suo intervento su UNOetTRE.it su crescita economica e sviluppo, Donato Galeone indica una questione di fondo che molti sembrano non voler vedere: la crescita economica, da sola, non comporta un vantaggio per tutti, bensì, al contrario, solo l’arricchimento di pochi e pochissimi e l’impoverimento di molti e moltissimi. Più precisamente egli individua nell’attuale “modello liberista globalizzato dell'economia” la causa di tanto insopportabile male. E noi siamo perfettamente d’accordo con lui.

Ma le sue potrebbero sembrare le solite chiacchiere lamentose dei buonisti, delle anime belle che ancora si attardano a pensare agli “ultimi”, poverini, invece di pensare realisticamente a far funzionare le cose… Allora è meglio dare a quelle parole una qualche concretezza, qualcosa che si possa vedere con gli occhi e con la mente, e a cui si possa credere senza affidarsi alle parole altrui; per dimostrare come le cose, in realtà, non funzionino affatto.

Così, siamo andati a rovistare tra le carte della nostra contabilità casalinga, alla ricerca di prove di quanto da lui affermato e di cui anche noi siamo assolutamente convinti. E abbiamo scovato un bollettino postale, il cui pagamento è stato effettuato il 03/09/1996 a favore del Comune di Frosinone, relativo al canone per il servizio idrico, pari a £ 63.679 per l’intero anno 1995. Cioè, in quegli anni, il bilancio economico di una famiglia tipo registrava un costo per l’acqua pari agli attuali € 33,00 circa l’anno. A distanza di ventiquattro anni, dopo le privatizzazioni liberiste, oggi quel bilancio familiare, già impoverito per le stesse politiche in altri campi, sopporta invece un costo di circa € 1.200,00 l’anno, con un aumento monstre del 3.636%! Dividendo questa percentuale da vertigine per i venticinque anni considerati (1995-2019), abbiamo un aumento medio annuo del 145,44%, mentre l’inflazione media annua, nel medesimo periodo, è stata dell’1,97% circa. In altre parole, rispettando l’andamento dell’inflazione, oggi dovremmo pagare € 49,25 l’anno, in luogo di € 1.200,00.

Ma, si dirà, a questo mostruoso aumento dei costi del servizio causato dalla privatizzazione sarà seguita una altrettanto “mostruosa” efficienza degli impianti idrici frusinati. Niente affatto. Come si può leggere in un articolo di Milena Gabanelli del 15 maggio 2018 sul Corriere della Sera, e come era già tristemente noto a noi ciociari, in testa alla classifica dei comuni che sprecano acqua “c’è Frosinone dove la rete colabrodo butta via addirittura il 75% dell’acqua nel tragitto dall’impianto di erogazione ai condomini”. E le altre città italiane, sottoposte al medesimo sistema, non vanno affatto meglio (sempre dall’articolo di Gabanelli: Potenza 68,8%, Cagliari 59,3%, Palermo 54,6%, Bari 52,3%, Firenze 47,1%, Trieste 46,8%, Roma 44,1%, Perugia 41,4%...).

Come si ricorderà, quando la classe politica del tempo, già avviata all’autodistruzione, discuteva delle privatizzazioni, in particolare della gestione dell’acqua, come panacea di tutti i mali, le chimere che ci poneva davanti agli occhi erano quelle del miglioramento del servizio al consumatore, della efficienza degli impianti e, soprattutto, della riduzione del costo finale al consumatore grazie alla mitica, ma proprio mitica, concorrenza. A distanza di ventiquattro anni, le chimere sono tutte scomparse, gli impianti fanno acqua da tutte le parti, i consumatori sono trattati a pesci in faccia, i costi familiari sono lievitati alle stelle. Con la privatizzazione del servizio idrico, a Frosinone abbiamo avuto un aumento del costo del 3.636% e oltre il 75% di dispersione idrica. Altro che riduzione dei costi ed efficienza!

È forse, questo, un caso particolare, un’eccezione? No, è la regola; il drenaggio di denaro dal basso verso l’alto, anche a scapito della qualità, è la regola. La ricchezza prodotta da tutti noi è stata e continua ad essere accaparrata dai lestofanti, oggi anche autorizzati da quella classe politica che avrebbe dovuto, invece, impedirglielo.

L’accaparramento di risorse è la base dell’attuale sistema economico. Ma l’accaparramento era un istinto ostativo, perché troppo basso, persino per le semplici comunità umane delle origini, persino per l’effimera costituzione di un’orda, figuriamoci se può essere posto alla base delle nostre società iper-complesse, senza subire, tutti noi, danni inenarrabili.

Questo è il “modello liberista globalizzato dell'economia” che pretenderebbe di trasformare in merce anche la mamma, e che Galeone inchioda al banco degli imputati per gravi delitti economici contro le persone che lavorano. Questo è il modello economico dell’accaparramento. Questo è il modello economico che bisognerebbe urgentemente superare. E sarebbe tanto urgente farlo che, se proprio non riuscissimo a metterci d’accordo sulle soluzioni da dare al problema, quanto meno dovremmo metterci d’accordo sul problema. E dire: sì, questo sistema economico è il problema.

Frosinone 27 ottobre 2019

Diana Iaconetti è la sua prima volta in Ciociaria?

Diana Iaconetti veroli 3 minIvano Alteri intervista Diana Iaconeti - Domenica 27 ottobre '19 si è tenuto a Veroli, presso il Teatro Comunale, in apertura della stagione teatrale, lo spettacolo “Leopardi, il poeta del dolce Infinito”, per la regia di Diana Iaconetti. Approfittando della sua venuta in terra ciociara, e avendone già apprezzato il lavoro di regista e attrice in passato, l’abbiamo intervistata per continuare a seguirne l’interessante percorso artistico.

È la sua prima volta in Ciociaria?
Con un mio spettacolo sì, è la prima volta e ne sono davvero felice. Nel 2014 con la Compagnia Stabile del Teatro Manzoni di Cassino portai in scena, durante l’evento «Europa Legalità e Lavoro», un monologo civile tratto dallo spettacolo «Soggetto ad alto rischio», di Carmine Monaco.

Il nostro giornale l’ha conosciuta per il suo impegno civile al tempo di “Mamma 'ndrangheta”. Nel passaggio da quello spettacolo a quello attuale su Leopardi sembra esserci una grande distanza.
Si, è vero, sembra abissale la distanza tra due mondi così opposti come quello di «Mamma ’ndrangheta e “Leopardi il Poeta del dolce Infinito”. Sembra non esserci alcuna connessione.

Come ha vissuto artisticamente questo stacco?
Nel Recital su Leopardi indosso dentro e fuori abiti diversi, mi svesto di una maschera tragica e crudele, del nero di seppia di un maleficio da cui trasuda dolore e morte per entrare nel mondo intangibile della poesia.

Anche per l’autrice di entrambi gli spettacoli, Nuccia Martire, quella distanza sarà sembrata abissale.
Sì, anche lei sembra sdoppiarsi, risalire dagli inferi per toccare nel Recital altre profondità, per accogliere altri richiami, altri mondi intrisi di desideri e sentimenti.

Sembra davvero non esserci alcuna connessione. Ma?
Ma non è forse la poesia un mettersi in salvo, una cura? Il modo per attraversare il bene ed il male che ci appartengono? Per compiere attraverso la parola una rivoluzione profonda dentro noi stessi riconoscendoci fragili, incompiuti, sempre in bilico tra ciò che siamo e ciò che non riusciamo ad essere? Non è forse voce che si ribella all’indifferenza, alla gratuità del male, all’oppressione, alle guerre, agli stermini? Non è forse voce per pronunciare e difendere ciò che riteniamo giusto o sbagliato? Leopardi a Veroli 350 min

E Giacomo Leopardi può ancora aiutarci in questo?
Certamente. Leopardi, al di là di ogni apparenza e del suo pessimismo, non ci ha forse consegnato un messaggio di ribellione nei confronti di ogni ottusità e limite? Non ha forse tentato di salvare l’uomo dalla fredda logica attraverso la poesia e l’immaginazione?


Senz’altro, intensamente.
Ecco dunque paradossalmente colmarsi la distanza tra ciò che sono in «Mamma ’ndrangheta» e nel poeta del dolce Infinito, eccomi tenere insieme i capi di uno stesso filo che sono il mio sentire: la ribellione e la poesia.

Nel suo spettacolo di Veroli si nota anche la presenza del “nostro” Amedeo Di Sora. Come è nata e come si è svolta la collaborazione artistica con lui?
In verità conosco il Professore da moltissimi anni e da quando frequentavo il «Centro di Cultura Popolare per il Teatro» con la Direzione Artistica di Elio Pandolfi e Ugo De Vita. Ci unisce, tra l’altro, il ricordo di un’amicizia in comune con il semiologo Maurizio Grande, mio docente all’Università della Calabria che ci ha lasciati prematuramente nel 1996.

E come vi siete ritrovati?
Era da diverso tempo che desideravo coinvolgerlo in un mio progetto ed è giunta l’occasione con questo spettacolo. Sono veramente onorata di averlo nel mio Recital su Leopardi perché la stima che ho per lui è davvero immensa.

Le auguriamo un gran successo per il suo Recital e arrivederci a presto in Ciociaria.

Frosinone 28 ottobre 2019

 

 

 

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Caligiore, un espediente narrativo

a guardar bene 350 mindi Ivano Alteri - La caduta della Giunta Caligiore a Ceccano dovrebbe essere solo l’espediente narrativo per raccontare l’amaro finale di una lunga storia di degenerazione dei partiti, di cui Caligiore ha responsabilità del tutto marginali. La sua esperienza, infatti, non è dissimile da quella di molti altri aspiranti amministratori, tendenzialmente di sinistra o di destra che siano, che hanno tentato, con le cosiddette “liste civiche” e non di rado con ottima buona volontà e perfetta buona fede, di sostituire i partiti nella funzione a cui questi avevano deliberatamente rinunciato. Se, dunque, a criticare Caligiore e gli altri amministratori improvvisati sono i semplici cittadini, ci può stare, come si usa dire; ma se a criticarlo sono invece i partiti (o, meglio, le loro spoglie fantasmatiche), le accuse e le reprimende risultano essere del tutto fuori luogo e fin troppo autoassolutorie.

Per di più, dire che Caligiore è pur sempre espressione della destra e di una sua forza organizzata, come Fratelli d’Italia, è altrettanto fuorviante, poiché con ciò si vorrebbe accreditare Caligiore come espressione di una parte politica e di una forza politica, quando invece lo è soltanto della loro degenerazione e della loro assenza.

E ancora, dovremmo scusarci con gli avversari se non dicessimo onestamente che la stessa cosa è accaduta anche nel campo della nostra sinistra. Anzi, ad onor del vero dovremmo dire che la degenerazione avvenuta a sinistra è molto più grave, poiché la sinistra, per scienza ed esperienza, era ed è perfettamente informata del valore irrinunciabile del partito politico e della sua funzione in democrazia; quindi, le sue responsabilità nei confronti del popolo, espulso di fatto dall’agone politico, sono di molto superiori a quelle di Caligiore e la sua parte.

Per di più e peggio, in questa lunga e vergognosa vicenda di rinuncia dei partiti al loro ruolo costituzionale, gli stessi partiti, di destra e di sinistra, si sono spesso nascosti dietro le liste civiche per timore che il loro simbolo potesse allontanare gli elettori. Ma se questo era il problema, la preoccupazione dei partiti avrebbe dovuto essere riformare se stessi, per rendersi meno repellenti ai cittadini; o magari per rendersi addirittura attraenti e attrattivi, anziché assecondare la tendenza modaiola delle inconcludenti liste civiche.

Il “civismo” di cui i partiti si mascheravano, anziché fuori, avrebbe dovuto esercitarsi all’interno dei partiti. Il civismo vero, prolifico, efficace, duraturo, infatti, è quello del militante di partito, che imparando a sentirsi parte di un insieme più grande di sé, a riconoscere la parzialità della propria opinione, a valorizzarne però la funzione irrinunciabile nel processo di formazione del pensiero collettivo, impara anche la disciplina democratica e la sua necessità; impara la proficuità del processo dialettico; impara anche a riconoscere l’interesse generale, e a perseguirlo con mezzi efficaci. Attraverso il militante di partito, il civismo si trasforma in efficace politica popolare, quella che raggiunge lo scopo ed ha per scopo l’emancipazione dei più.

I partiti sono un bene comune, né privato né privatizzabile; i partiti sono l’unico mezzo conforme al fine politico, di sinistra e di destra, non un optional della democrazia; i partiti sono l’unico luogo dove i cittadini possono effettivamente concorrere alla definizione delle politiche locali e nazionali, non un postificio per carrieristi e ambiziosi.

Perciò, la sinistra e la destra che vogliano davvero mettersi al servizio di coloro che dicono di voler rappresentare, si affrettino a ricostruire i rispettivi partiti. Ma partiti che abbiano la funzione descritta in Costituzione, non quella di comitati elettorali o d’affari; che siano fruibili dai militanti, non contendibili dagli aspiranti leader; i cui comportamenti siano d’esempio per l’intera comunità, non oggetto di vergogna. E che, in fondo, non abbiano alcun bisogno di rappresentare il popolo, poiché essi sono il popolo.

Invece, se non fosse per il suffragio universale, se non fossero cioè costretti dalla fame di voti, i partiti di oggi, del tutto autocratici, non degnerebbero i semplici cittadini neanche di un saluto. Tutto questo ci racconta amaramente, come mero espediente narrativo, la caduta della Giunta Caligiore.

Frosinone 16 ottobre 2019

 

 

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Unione dei Comuni del Frusinate con una discussione larga

Provincia Frosinone 350 260di Ivano Alteri - La discussione sull’Unione dei Comuni del Frusinate non riesce a decollare, né fra gli addetti ai lavori né, tanto meno, tra i semplici cittadini. Nonostante i tentativi di alcuni, tra cui senz’altro Unindustria, il Psi, il presidente della Camera di Commercio ed altri, essa langue nel limbo delle cose che servirebbero, ma per le quali manca la determinazione necessaria a realizzarle. Probabilmente, c’è qualche limite da superare, oltre a qualche elemento da aggiungere; ma, ancor più probabilmente, forse vi è la necessità di inquadrare l’idea della città intercomunale in un ambito più ampio dell’attuale.

Un primo limite che, a nostro parere, è possibile individuare consiste, infatti, nell’aver ristretto la discussione ai soli otto sindaci interessati all’Unione; ossia, quelli di Frosinone, Veroli, Alatri, Ferentino, Supino, Patrica, Ceccano e Torrice (per la cronaca, fino ad ora solo i comuni di Frosinone e Supino hanno deliberato formalmente per l’Unione, mentre gli altri sono rimasti inoperosi, anche quelli i cui sindaci si sono espressi a favore). Ma l’Unione Comunale del Frusinate, in realtà, tratta della città capoluogo, non di una città qualsiasi; pertanto, dovrebbe essere l’intera provincia, l’insieme dei suoi comuni, dei suoi amministratori e dei suoi cinquecentomila cittadini, ad esprimersi e discuterne.

Un secondo limite riguarda proprio la distanza siderale che separa il tema in discussione da tutti i cittadini materialmente interessati. Ma questo è un errore antico, già presente nella stessa formazione del Paese, i cui fondatori furono costretti a dire, come si ricorderà, che dopo aver fatto l’Italia allora bisognava “fare gli italiani”; ma gli italiani si sarebbero fatti, più acconciamente, proprio facendo l’Italia... Così, ora si pretenderebbe di realizzare un grande progetto istituzionale locale, quel è l’Unione, senza la partecipazione di coloro che l’Unione dovrebbero popolarla e vivificarla.

Un terzo limite che individuiamo secondo il nostro modo di vedere, è la solitudine scientifica in cui è venuto a trovarsi il lodevole studio della professoressa Prezioso e colleghi, dell’Università di Tor Vergata. Esso avrebbe dovuto, dovrebbe, essere accompagnato da altri studi scientifici di pari valore riguardo i caratteri antropologici, sociologici, economici, storici, delle popolazioni autoctone, per comprendere i come e i perché dell’attuale condizione di disgregazione generale in cui versa il territorio, e porvi rimedio.

Un ulteriore limite, forse il più claustrofobico, è quello di aver discusso ed operato per la creazione dell’Unione dei Comuni del Frusinate per un nuovo capoluogo, senza aver prima riflettuto sul futuro dell’esistente istituzione della Provincia di Frosinone; e su questo limite riteniamo dovrebbe concentrarsi maggiormente l’attenzione. Più concretamente, esso richiederebbe un discorso a parte, che qui ci limitiamo a descrivere nei suoi tratti essenziali.

Infatti, se è vero che l’Unione riguarderebbe il capoluogo di provincia, è altrettanto vero che la nostra provincia è stata avviata all’estinzione istituzionale, con scelte frettolose poi bocciate da referendum popolare, compiute in nome di chimerici risparmi (ma risparmiare sulla democrazia e sulla governabilità dei territori, quando ci si riesce, non è mai stato un buon affare). In ogni caso, la Provincia è stata declassata a istituzione di secondo livello, con i suoi rappresentanti votati non più dai cittadini bensì dagli amministratori, e svuotata di molte sue prerogative, assegnate ad altre istituzioni sovraordinate. Ora che ci si è accorti della fallacia di tali scelte, e dopo la loro bocciatura venuta dalla diretta espressione popolare, forse sarebbe giunto il momento di riflettere su cosa debba essere la nuova Provincia di Frosinone, prima di discutere del suo capoluogo.

Certo, rifarla com’era non avrebbe molto senso, ma lasciare che si estingua per consunzione sarebbe una responsabilità davvero imperdonabile, ricadente su tutti noi suoi cittadini. Ed allora, bisognerebbe iniziare a dire che, alla luce della storia, la Provincia di Frosinone non è mai arrivata all’efficienza amministrativa, tanto meno all’efficacia, sin dalle sue origini. Ciò è dovuto ad un difetto costituente, consistente nell’aver accorpato due territori, quello del sud della ex Provincia di Roma e quello del nord della ex Provincia di Caserta, che allora rappresentavano le parti più povere delle rispettive province. Tale tara genetica ha condizionato pesantemente la sua storia fino ai giorni nostri. Ma sempre facendo riferimento alla memoria tramandata del passato, sappiamo che l’idea originaria della Provincia di Frosinone, quella definita il 6 dicembre 1926 con decreto del Consiglio dei Ministri presieduto da Benito Mussolini, per la verità non corrisponde affatto a quella che abbiamo oggi, definita invece dal Decreto Reggio del 2 gennaio 1927. La prima, infatti, comprendeva anche i territori dell’attuale provincia di Latina (circa), la seconda aveva invece subito l’amputazione dello sbocco al mare ad opera del re (per ragioni non ancora sufficientemente indagate dagli storici), con tutte le conseguenze, non solo di ordine economico.

Ci chiediamo, perciò, se non siano il caso e il momento, ora che siamo in fase di ristrutturazione di molti degli assetti del nostro Paese, di rivedere complessivamente anche quelli dei territori del Lazio meridionale, per dar loro una migliore struttura, una maggiore e migliore capacità di determinazione. In altre parole, se non sia il caso di ripensare l’intera Provincia di Frosinone, tornando alla sua definizione originaria, alla cui testa porre un nuovo capoluogo di provincia; appunto: l’Unione dei Comuni del Frusinate.

Abbiamo la convinzione che, così ridefinita, la discussione avrebbe maggiori probabilità di attecchire, e di arrivare magari a suscitare anche qualche chiacchiera da bar, che darebbe la netta sensazione di una cosa viva, concreta, partecipata; di certo con maggiori speranze di realizzare gli obiettivi annunciati.

Frosinone 12 ottobre 2019

 

 

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Cosa serve per un vero cambiamento?

Conte Zingaretti Di Maio storia di una crisi di governo di 22mezza estate22 mindi Ivano Alteri - Com’era prevedibile, entrambe i partiti della maggioranza di governo, M5S e Pd, scendono nei sondaggi. Era prevedibile per ragioni evidenti, anzi, appariscenti: i rispettivi elettorati si sono reciprocamente insultati per lungo tempo, i rispettivi gruppi dirigenti non sono stati da meno; c’è Renzi sulla loro destra col mandato precipuo di “impedire che si faccia” il cambiamento e, notoriamente, con la forza parlamentare per riuscirvi; si è consentito a Salvini, per un anno e mezzo, di gonfiare il petto e il consenso sulla questione migranti, lasciandolo seminare diffidenza e odio (aporofobico, come dice Papa Francesco); il M5S è un partito ancora strutturando, il Pd, ahinoi, pervicacemente ancora destrutturando (e lasciamo stare il resto sulla sinistra)… In un tale contesto, i sondaggi non potevano che registrare una discesa del consenso, almeno nell’immediato.

A tutto questo bisogna aggiungere, ancor più grave, che non si intravvede ancora all’orizzonte quella “visione” richiesta accoratamente da Beppe Grillo (non un politico!...) a tutti i protagonisti potenziali del vero Cambiamento, invitandoli a lasciar stare le sterili discussioni su “punti e posti” del programma e della squadra di governo. Ma quella visione che non c’è ancora sarebbe l’unico vero antidoto al veleno che le due parti, dal vertice alla base, si sono somministrate appassionatamente per anni; e i cittadini, soprattutto quelli più accorti e partecipanti, ne hanno assoluto bisogno per sapere cosa fare, per non stare alla finestra a guardare passivamente ciò che accade, per sostenere attivamente, invece, un’azione di governo che non porterà ad alcun cambiamento, se loro stessi non ne saranno la cifra originale. La partecipazione non è un orpello, essi pensano, ma il carattere peculiare di una politica nuova, la vera politica del Cambiamento. Senza quella visione coinvolgente, quindi, temiamo che o l’un partito eliminerà l’altro, o, molto più probabilmente, entrambe si estingueranno elettoralmente e politicamente, inghiottiti dal buco nero di un fallimento cosmico.

Per uscire da questa micidiale trappola autocostruita, essi potrebbero partire, intanto, constatando e riconoscendo di non aver meritato in alcun modo questa gigantesca opportunità, essendo essa tutto “merito” di Salvini; che quel loro rapporto conflittuale era “innaturale”, artificioso, strumentale, personalistico, prerazionale, impolitico, infondato nella condizione materiale, visto che gli elettorati dei due partiti, tra un insulto e l’altro, dicevano di volere la stessa cosa e i rispettivi partiti dicevano di volerli rappresentare; che Renzi non è il gigante di cui parla la sua tifoseria, ma solo un inserviente d’alto rango con il mandato d’impedire il cambiamento in direzione di una politica popolare, e che la figura che si vede giganteggiare è, in realtà, solo l’ombra di un uomo morbosamente ambizioso proiettata sulle pareti della caverna.

A seguire, essi dovrebbero fornire finalmente quella “visione” illuminata di Cambiamento che gli italiani aspettano da decenni. Essa dovrebbe consistere, chiaramente e nettamente, in una politica Popolare come l’Italia non ha mai visto nei secoli, sin dalle sue origini risorgimentali; tanto che, fino ad ora, ogni volta che si è parlato di riforme si è sentito il bisogno di aggiungere “anche a costo di essere impopolari”, come se l’impopolarità fosse una manifestazione di coraggio e radicalità riformista. Al contrario, d’ora in poi si dovrebbe sentire il bisogno di affermare che le riforme o sono popolari o non sono, e anzi che tutto ciò che non è popolare è conservazione, altro che cambiamento!

Popolare, diciamo, non popolaresco, né tanto meno populista. Il ché, tradotto in partica, significa: ampio e profondo coinvolgimento dei cittadini nelle scelte, tutela del Lavoro sotto ogni sua espressione storica, volontà d’acciaio, coraggio fino al confine della temerarietà e, soprattutto, incrollabile determinazione a conseguire lo scopo, anche fino all’estremo sacrificio del sé individuale e collettivo. Mandando ruvidamente i sondaggi alla malora.

E tutto questo, non dovrebbe solo sembrare, ma anche essere. E tutto questo, non dovrebbe solo essere, ma anche sembrare.

Frosinone 30 settembre 2019

 

 

 

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I partiti facciano un passo avanti

  • Pubblicato in Partiti

conte di maio zingaretti come le tre grazie e renzi e cupido 350 mindi Ivano Alteri - Si continua a perseverare nell'errore che tanti danni ha causato e sta causando al nostro Paese (e non solo). Le dichiarazioni di Di Maio a proposito delle elezioni regionali umbre, lo confermano. Dice Di Maio: “Giunta civica per l'Umbria, i partiti facciano un passo indietro” (Il Fatto online). Ma, secondo il nostro parere, è l'esatto opposto di ciò che si dovrebbe fare.

Contrariamente a quanto si pensa e dice, infatti, se il nostro paese è attanagliato dai tanti mali che conosciamo e se molti dei nostri concittadini sono ridotti letteralmente alla fame, non è a causa dei partiti, ma, a pensarci un po' meglio, della loro assenza. I non-partiti e i partiti-fluidi esistenti, il M5S e il Pd in particolare, tutt'al più possono servire a vincere le elezioni, ma non certo a produrre una solida politica popolare, poiché nessuna politica popolare sarà mai possibile senza popolo. Le organizzazioni politiche esistenti, allora, soprattutto quelle proiettate verso il cambiamento sostanziale della società, dovrebbero tornare a farsi da tramite tra il popolo e le istituzioni, organizzando la partecipazione dei cittadini, affinché essi possano effettivamente “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, come Costituzione comanda.

Chi ha vissuto il tempo dei partiti del Novecento conosce la differenza tra un partito vero e un mero comitato elettorale, quali sono invece i partiti di oggi. Sa che mentre quelli producevano una partecipazione di massa mai vista nella storia, questi producono astensionismo di massa; mentre quelli producevano avanzamenti sociali sostanziosi, questi producono sostanziosi, dolorosissimi e generalizzati arretramenti; mentre quelli edificavano dalle macerie un'Italia che riusciva a stupire il mondo, questi la lasciano sprofondare tra la disperazione di milioni di persone, tra i rifiuti, tra le macerie di ponti crollati e paesi terremotati mai ricostruiti.

Quando, però, ci si trova a discorrere di questo argomento nelle varie occasioni, non manca mai chi, dall'alto della sua saggezza, ti dica “eh, ma non possiamo ricostruire i partiti del Novecento”, accusandoti, di fatto, di essere un nostalgico. Ma non c'è nessuna nostalgia, né si vogliono riesumare i partiti del Novecento: essi hanno abbondantemente mostrato tutti i loro limiti, se è vero che siamo giunti alle disperate condizioni attuali. I sinceri democratici, di qualsiasi orientamento politico, dovrebbero invece perorare la nascita di partiti adatti al ventunesimo secolo, e con i mezzi che questo fornisce, tendendo conto della recente e straordinaria esperienza storica maturata. Quell'esperienza, secondo la nostra opinione, non è una storia finita lì, ma solo l'inizio di un'altra storia, che attende di essere vissuta e scritta; ma solo per mezzo di partiti strutturati.

I due partiti al governo, il M5S e il Pd, per quanto destrutturati siano oggi, potrebbero contribuire alla ricostruzione di partiti veri ed operanti secondo Costituzione: il primo, con la sua originale carica democratica neo-partecipativa; il secondo, con la sua esperienza, la sua storia e la voglia di esserci ancora.

Perciò, altro che passo indietro: i partiti facciano un passo avanti. Potrebbe essere questa la prima, fondamentale, prova di effettivo Cambiamento.

Frosinone 16 settembre 2019

 

 

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Alteri: sciogliere i nodi venuti al pettine

crisidigoverno 400 mindi Ivano Alteri - È molto probabile che Salvini abbia commesso un grave errore tattico, potenzialmente letale, nel decidere di affossare il Governo Conte. Forse non ha considerato abbastanza che il massiccio consenso ricevuto dalla Lega alle scorse elezioni europee era molto legato, nella testa dei suoi nuovi elettori, proprio all'esistenza di quel governo, col quale Salvini e la Lega avevano ottenuto un potere politico e una visibilità del tutto insperati, di certo non proporzionati ai numeri ottenuti, invece, alle elezioni politiche. Per di più, forse non ha considerato abbastanza che, nonostante l'exploit della Lega alle europee, i suoi numeri nel parlamento italiano restavano gli stessi, ossia di molto inferiori a quelli dei 5Stelle, i quali, invece, con i propri avevano la possibilità di creare nuove maggioranze alternative (tra l'altro senza alcun ribaltone o inciucio, visto che dalle urne del 2018 non è uscita alcuna maggioranza). D'altronde, forse avrebbe dovuto già essere edotto da tempo che di tattica si può morire, come gli mostravano e dimostravano ampiamente le “generose” esperienze fornite dal Pd e dalla sinistra negli ultimi lustri.

Ora, però, grazie a quell'errore, e non certo per meriti altrui, possono aprirsi scenari che sembravano preclusi fino a qualche giorno fa. Lo scenario più accreditato sembra essere la creazione di una maggioranza parlamentare composta da M5S, Pd e Leu.

L'alleanza tra queste due aree sarebbe stata già possibile nel 2012, col Pd di Bersani che aveva non-vinto le elezioni (essendo il primo partito, ma senza i numeri per governare) e il M5S al 25%, ma l'impreparazione di quest'ultimo, e alcuni suoi originari tratti impolitici, impedirono che quella possibilità si concretizzasse; assistemmo allora allo scontro Cambiamento Vs Cambiamento. Poi quell'alleanza sarebbe stata possibile anche nel 2018, col M5S vincente e il Pd ai suoi minimi storici; ma quest'ultimo, tiranneggiato e decimato da Renzi, preferì la dieta del pop-corn, e anche allora non se ne fece niente. Forse è il caso di ricordare, ad entrambi i soggetti, che la mancata alleanza del 2012 causò la nascita del Governo Monti e la sua scia di lacrime e sangue per i cittadini italiani; e la mancata alleanza del 2018 causò la nascita del Governo Conte, svilito e strumentalizzato dalla deriva salviniana, stra-votata alle elezioni europee. Ma il tempo trascorso da allora potrebbe non essere trascorso invano, ed ora potrebbe prospettarsi davvero un concreto scenario di Cambiamento.

Sono note le opinioni di coloro che, sia nel campo del M5S sia in quello del Pd, considerano tale alleanza “innaturale”; ma se la politica è l'arte di rendere possibile ciò che è necessario, ed è necessario un cambiamento del Paese nel giusto verso, allora costoro dovrebbero meglio considerare che probabilmente è più “naturale”, o meno “innaturale”, un'alleanza tra M5S e Pd, piuttosto che quella tra M5S e Lega, o tra Pd e qualche parte inciucista della destra (com'è stato nel recente passato). Forse, ancora, dovrebbero meglio considerare che, con ogni probabilità, è proprio il “verso” che il Cambiamento prenderebbe con quell'alleanza, ad aver indotto Renzi e i suoi poteri di riferimento ad impedirla. Ora, invece, proprio Renzi è costretto a proporla, anche se sappiamo che della sua parola non ci si può fidare, e che il suo scopo è solo tentare di ipotecare ancora le vicende del Pd. Forse, però, ci si potrebbe fidare della parola del Pd zingarettiano, che prima o poi dovrà pur definire il proprio “verso”; ammesso però che si sciolgano anche le pregiudiziali nel campo 5S.

Sono molte le difficoltà che si frappongono alla creazione di tale alleanza; non ultima, proprio la capacità d'interdizione di Renzi e i “suoi” parlamentari; ma questi ultimi saranno “suoi” fino a quando non si prospetterà una nuova e reale alternativa, a fronte della quale avranno buoni argomenti per aggiornare la propria posizione, se non vorranno trasformarsi da “parlamentari di Renzi” in “capponi di Renzo”. In ogni caso, il carattere particolarmente ostico di quelle difficoltà potrebbe indurre i fautori del Cambiamento ad ignorarle e procedere purchessia; in questo modo, però, l'alleanza nascerebbe con non poche forzature e in evidente stato di necessità; e non è questo che serve. Ciò che serve, invece, sarebbe una sostanziosa e catartica autocritica del M5S e del Pd, a partire dalle idee sbagliate di ciascuno, secondo il nostro parere, e dai reciproci pregiudizi. In questo potrebbero essere aiutati da Leu, che ha mostrato nel tempo maggiore lungimiranza di entrambi.

Da parte nostra, vorremmo limitarci, da semplici tifosi, ad esprimere qualche parere preliminare, pre-programmatico, rivolto all'uno e all'altro soggetto.

Al M5S. Forse sarebbe il caso che il Movimento eliminasse dal proprio armamentario ideologico e propagandistico alcune idee sbagliate e pregiudizi che di buona politica non hanno nulla, ma che, al contrario, risultano particolarmente ostativi ad ogni cambiamento e urticanti al solo ascolto. Innanzitutto: gli elettori del Pd non sono pidioti, non sono come “quelli che vanno a letto con una vecchietta perché da giovane era una gran bella donna”, ma persone e cittadini che, nonostante tutto!, conservano la volontà di partecipare alla vita politica del Paese; a cui, tra l'altro, sono legati come pochi altri. In secondo luogo: la sinistra e la destra esistono nella condizione materiale di milioni di uomini e donne, nella concreta realtà sociale; la scelta di misconoscerlo equivale a “intelligenza col nemico”, per quanto inconsapevole, ed espone al sospetto di tradimento e collaborazionismo intenzionali; quindi, essere “né di destra, né di sinistra” è, a nostro parere, un'emerita sciocchezza; semmai, si è “di destra e di sinistra”. In terzo luogo: il “sono tutti uguali” non è soltanto falso e offensivo per chi non è “uguale”, ma anche carico di disfattismo e fallimenti rovinosi. In quarto luogo: la politica delle alleanze non è un'attività da inciucisti, ma una necessità ineliminabile dalla politica democratica; senza tener conto della quale ogni obiettivo politico si trasforma in velleità. In quinto luogo: la “professionalità” nella politica serve, e non deve necessariamente far degenerare il ceto politico in casta (l'esperienza in corso dovrebbe giovare al giudizio dei 5S). Insomma, il M5S riveda le sue posizioni: esso può continuare ad essere parte della soluzione; non si faccia ora parte del problema.

Al Pd. Forse sarebbe il caso che anche il Pd eliminasse dal proprio armamentario ideologico e propagandistico alcune sue idee sbagliate, sempre secondo il nostro giudizio, che lo hanno portato all'ininfluenza politica e fin quasi all'estinzione. E allora, innanzitutto: i 5S non sono “grillini” ma cittadini che si auto organizzano; Grillo è stato solo il catalizzatore di energie già circolanti; per la precisione, essi non sarebbero neanche nati come organizzazione politica se il Pd non avesse tradito la propria rappresentanza popolare; chi li demonizza, quindi, è oggettivamente contro la partecipazione dei cittadini alla vita politica. In secondo luogo: se proprio li si vuole identificare col male, i 5S sono stati un “male necessario”; necessario al Pd stesso, per ridestarsi dal diabolico malefizio liberista, liberticida, affamatore, predatorio e proditorio degli ultimi venticinque anni. In terzo luogo: i 5S non sono degli incapaci ma solo delle persone spesso senza esperienza; e la loro inesperienza è quella di cittadini scientemente e colpevolmente estromessi per decenni dall'agone politico, dagli stessi che oggi li accusano di incapacità. In quarto luogo: la politica delle alleanze non è il momento delle disinvolture e delle piroette programmatiche, ma esattamente il suo opposto: è il momento dell'attuazione del proprio programma e della coerenza, compatibilmente con la realtà politica. In quinto luogo: il professionismo politico senza rappresentanza degli interessi, dei diritti, delle sensibilità reali dei cittadini, è soltanto carriera di alcuni, sostenuti da carrieristi loro pari, questuanti vari e poveri cristi di elettori condannati senza appello all'amarezza di infinite disillusioni. Insomma, anche il Pd riveda le proprie posizioni: esso è stato parte del problema, ora si faccia parte della soluzione.

Ad entrambi, invece, vorremmo suggerire di fare chiarezza, a se stessi e a noi tutti, su un aspetto che rischia di restare ancora e di nuovo sullo sfondo, pur essendo invece, secondo noi, centrale: cosa possiamo aspettarci di buono da una eventuale maggioranza di governo composta da un non-partito con un non-statuto, come i 5S, e un partito-fluido-liquido-gassoso-plasmatico, insomma finto, come il Pd? Non sarebbe il caso di rivedere ognuno le proprie opinioni, catastrofiche all'evidenza dei fatti, a proposito della presunta vetustà della forma partito? Non è stata, in ultima istanza, proprio l'eliminazione proditoria dei partiti strutturati la vera causa dell'estromissione drastica dei cittadini italiani e dei loro interessi dalla gestione della cosa pubblica? E non è proprio da quella estromissione che è derivata la degenerazione morale, politica, culturale, sociale, non di rado istituzionale, dell'insieme del Paese? È possibile un qualsiasi, reale, cambiamento, senza prendere atto di ciò e agire di conseguenza?

Insomma, ora che “la frittata è fatta” e “Salvini l'ha pestata grossa”, grazie a lui e non ad altri, tutti questi nodi verranno al pettine. La speranza è che essi siano sciolti e non tagliati di netto, affinché i possibili operatori del Cambiamento non si trasformino negli autori, più o meno intenzionali, della più becera e truculenta conservazione.

Frosinone 17 agosto 2019

Importanza dei movimenti e dell'associazionismo per il frusinate

orgogliodi Ivano Alteri - Tutte le battaglie che il mondo dell'associazionismo, sinistra compresa, sta combattendo sul territorio, e alle quali aderiamo con convinzione e determinazione nella gran parte dei casi, hanno nondimeno tutte una stessa caratteristica, che lascia il sapore della insoddisfazione: sono tutte, ancora, “contro” qualcosa. A nostro parere, questo è il sintomo di una crisi di crescita del tessuto associativo ciociaro, che non riesce a compiere il passo ulteriore del suo cammino verso la compiutezza politica, che sola potrebbe dare alla parola “partecipazione” il senso pregnante che gli attribuisce la Costituzione Italiana; che sola, in definitiva, potrebbe dare efficacia politica alle aspirazioni di quelle associazioni e di quegli associati.

A nostra memoria, ma forse a memoria della storia, il nostro territorio non è mai stato così pullulante di associazioni di cittadini come lo è ora. E se da una parte questo è il frutto amaro della dissoluzione dei partiti, che sono stati i propugnatori e i catalizzatori della partecipazione politica per molti decenni del secolo scorso, dall'altra, è anche il frutto dolce della maturazione di una comunità che inizia ad acquisire consapevolezza di sé, a porre le basi per una democrazia efficiente ed efficace, a tendere all'autogoverno.

C'è da chiedersi se il tempo trascorso dalla nascita di questo fenomeno sia stato sufficiente alla maturazione collettiva necessaria a compiere l'ulteriore passo verso la determinazione politica delle volontà; o se, al contrario, non sia opportuno continuare a fare esperienze associative di “opposizione”, prima di pretendere di farsi soggetto collettivo politicamente determinante. In ogni caso, non può far male tentare di avere chiara la strada che si dovrà percorrere, anche se più lentamente.

Ai fini della nostra comprensione è stato utile fare a noi stessi alcuni esempi.

Un primo esempio riguarda la vicenda della Certosa di Trisulti. In questo caso la sinistra territoriale, e i movimenti in generale, hanno mostrato una capacità di resilienza e aggregazione che probabilmente ha stupito gli stessi promotori delle iniziative. Il movimento che si è creato contro l'ipotesi d'impiantare lì una scuola sovranista, populista, dalla cultura ultra reazionaria come quella di Bannon, è riuscito a bloccare (almeno così pare) un'operazione illecita, accaparratrice e portatrice di una cultura dai contenuti spesso orripilanti.

Tuttavia, a chi sente di appartenere a quella tradizione culturale il cui motto era e resta “studiare, studiare, studiare”, prendere consapevolezza di combattere una battaglia politica nientemeno che contro la nascita di una “scuola” (!), fa venire un brivido gelido lungo la schiena. In quel preciso istante, si palesa alla mente una terribile contraddizione che, all'inizio oscura, alla fine arriva a schiarirsi e a porre una fatidica domanda: “ma anziché stare qui a combattere contro la scuola di qualcuno, non dovremmo più coerente impiegare le nostre energie per crearne una nostra?”. Ma questo passo ulteriore non è stato compiuto.

Inoltre, mentre il movimento è risuscito (almeno così pare) a bloccare la illecita operazione di Bannon, non è stato in grado di proporre un'alternativa alla gestione della Certosa; la quale, abbandonata all'inerzia, è senz'altro condannata al decadimento e all'annientamento. Forse una soluzione potrebbe essere fare della Certosa di Trisulti il luogo “delle” scuole politiche, magari compresa quella di Bannon? Ma questo passo ulteriore non è stato compiuto.

Un altro esempio riguarda il tema dell'acqua pubblica. Anche in questo caso, il movimento dei cittadini è riuscito a far scoppiare tutte le contraddizioni presenti in seno alla classe amministrativa e politica, nonché alla classe dirigente più in generale; a partire dal referendum del 2011, che, sancendo la volontà collettiva di riportare l'acqua nella proprietà e nella gestione pubbliche, ha costretto i nemici dei beni comuni, gli accaparratori dei beni comuni, a venire allo scoperto e violare palesemente la democrazia referendaria. L'entità di questa loro prepotenza è la misura stessa della loro sconfitta morale e culturale. Tuttavia, politicamente parlando, il movimento non ha saputo, nel concreto, ricondurre l'acqua nella proprietà e nella gestione pubblica. Si tratta di un problema più generale, è vero; ma non mancherebbero, a livello territoriale, tante piccole iniziative tendenti alla soluzione complessiva. Forse una soluzione potrebbe essere creare un “governo ombra” per la gestione del servizio idrico, composto da associazioni, esperti, amministratori, politici che volessero impegnarsi nella realizzazione concreta dell'obiettivo referendario: la ri-pubblicizzazione dell'acqua. Ma questo passo ulteriore il movimento non l'ha saputo, potuto, compiere.

Un altro esempio ancora riguarda la spinosissima e pericolosissima gestione dell'immondizia. In qualche caso il movimento è riuscito a bloccare i tentativi di mantenere la Ciociaria nella condizione di pattumiera del Lazio; in qualche altro caso, meno. Ma non c'è dubbio che, anche qui, l'azione collettiva dei cittadini sia riuscita a far emergere la cattiva coscienza della classe dirigente più generale, e che ci sia ora un coro, ormai, a dire che “il re è nudo!”. Tuttavia, tale movimento non è arrivato a formulare una proposta praticabile e risolutiva per una nuova e più salubre gestione del ciclo dei rifiuti. Questo passo ulteriore, il movimento non ha saputo, potuto, voluto compierlo.

Siamo convinti, insomma, che molti dei problemi dei territori e del Paese possano essere davvero affrontati e risolti solo attraverso una massiccia, organizzata e consapevole partecipazione popolare, e che ogni altra via sia illusoria e velleitaria. Ma forse occorre aspettare che maturino i tempi, perché anche quella consapevolezza maturi, perché maturi l'esperienza democratica, e si inizi a comportarsi davvero come se il mondo che auspichiamo esistesse già. O forse no, non è opportuno aspettare. In ogni caso, qualsiasi scelta compiremo, non resterà senza conseguenze.

Frosinone 12 luglio 2019

 

 

 

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A Frosinone il Lazio Pride 2019

LazioPride Fr2019 mindi Ivano Alteri - Il 22 giugno, a partire dalle 15,30 nel Piazzale Salvo D'Acquisto, a Frosinone si svolgerà il Lazio Pride 2019. Ad esso hanno aderito col proprio patrocinio la Provincia di Frosinone e i comuni ciociari di Alatri, Ferentino, San Donato Val di Comino; e vi hanno aderito molte associazioni locali e rappresentanze locali di quelle nazionali: ANPI Frosinone, Casa del Popolo Vittorio Arrigoni – Anagni, Comunità Solidali Frosinone, Frosinone Bella e Brutta, Grid, il Gazzettino Ciociaro, Indiegesta, Legambiente Frosinone, Possibile, Partito Democratico Frosinone, Piattaforma Civica di Ceccano, UIL Frosinone. L'entità delle adesioni e la loro qualità, mostrano e dimostrano l'attenzione del territorio ai temi centrali della manifestazione. L'entità e la qualità della partecipazione ne mostreranno e dimostreranno la maturità.

In definitiva, chi vi parteciperà, lo farà per diverse e numerose ragioni, magari anche contrastanti. Ma è utile, ognuno per sé o collettivamente, metterne a fuoco qualcuna, per avere chiaro perché partecipare è un bene per tutti.

È bene partecipare perché l'omosessualità non è un artifizio culturale. Il Pride non serve a dire che i gay esistono: i gay e le gay esistono in natura. Esso, invece, serve a legittimarne l'esistenza in ambito culturale di una condizione naturale, con una banale ma consapevole presa d'atto. Quindi, forse è opportuno sottolineare che, come accade in molti casi, le divisioni ideologiche tra destra e sinistra, che pur persistono in tutti i campi della vita associata, hanno poco senso in questo caso; poiché ciò di cui parliamo, l'esistenza degli omosessuali maschi e femmine, prima di riguardare la cultura riguarda già la natura; e ciò che è in natura non può costituire oggetto di schietta disputa ideologica, bensì solo disonesta e meschina. Non vi sono gay di destra o di sinistra, ma soltanto gay. L'accettazione culturale di una condizione naturale è un evidente segno di maturità umana e individuale. E anche politica.

È bene partecipare per stabilire un principio: ogni libera scelta, di qualsiasi natura, che non arrechi danno altrui, è lecita; anche la sua eventuale disapprovazione morale è lecita, ma non autorizza in alcun modo la discriminazione e la stigmatizzazione sociali, poiché arrecherebbero, esse sì, danno altrui.

È bene partecipare perché è liberatorio, per tutti. Spesso non ci si bada, ma in presenza di discriminazioni nei confronti di qualcuno, in qualsiasi ambito, tutti si resta coinvolti e si paga un prezzo; anche coloro che non intendessero schierarsi; poiché assistere ad una discriminazione impone una scelta: intervenire per opporvisi o non intervenire pensando che sia un problema di altri. In ogni caso, l'una scelta o l'altra definiscono moralmente e palesemente chi la compie.

È bene partecipare anche per un'altra ragione, più generale, anch'essa riguardante tutti, indistintamente: dopo la legittimazione delle coppie fondate sull'amore fra persone e non solo sui legami tra i sessi a scopi riproduttivi, occorre urgentemente codificare e legittimare un'altra “coppia”, la più liberatrice di tutte: quella tra i diritti civili e i diritti sociali; stabilendo definitivamente ed incontrovertibilmente che essi sono inscindibili; e che dopo la loro unione nessuno, neanche la morte, potrà mai separarli.
Essa, oltre che nella coscienza individuale di ognuno, fonda la propria legittimità nell'articolo 3 della Costituzione, in cui si dice che “la Repubblica”, tutta e non una qualche sua parte, ha il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Se non si compisse questo salto, fuori da questa coppia i diritti civili resterebbero sempre esposti a rischio mortale. Non solo nel senso che qualcuno potrebbe prima o poi cancellarli col favore dell'opinione pubblica, ma anche nel senso che essi sarebbero fittizi e, pur restando formalmente scritti nelle leggi, non ci sarebbe nessuno ad esercitarli liberamente, per impossibilità materiale.

Quindi, anche chi fino ad ora non abbia sentito il bisogno di assumere una propria posizione netta sul tema, si affretti a farlo, è il momento opportuno: partecipi al Pride, si liberi dalla gabbia di pregiudizi di cui è prigioniero e contribuisca a liberare milioni di persone omosessuali dalla minaccia di una vita che a volte può trasformarsi in un incubo.

Frosinone 17 giugno 2019

Determinazione politica che altre iniziative del passato non avevano

locandina 350 mindi Ivano Alteri - La manifestazione per “Ambiente, la Bonifica, la Salute e lo Sviluppo” della Valle del Sacco, organizzata dal “Coordinamento interprovinciale per l’ambiente e la salute della Valle del Sacco e della bassa Valle del Liri”, che si svolgerà a Frosinone il 13 aprile, con partenza alle 15,30 dal piazzale della stazione ferroviaria, è un'occasione a cui non mancare. Per almeno quattro ragioni.

La prima. L'iniziativa è promossa da un'aggregazione ampia di associazioni che, per una volta, decidono di scendere in piazza non separatamente, ma unitamente e unitariamente.

La seconda. Esse decidono di proporre all'attenzione pubblica non un singolo tema, ma un'aggregazione di temi, che caratterizzano i territori interessati.

La terza. L'iniziativa, infatti, non riguarda una città o un territorio, ma un insieme di territori, da Colleferro a Ceprano.

Insomma, un'aggregazione di associazioni, insistenti su territori amministrativamente distinti, organizzano un'iniziativa pubblica unitaria, su un'aggregazione di temi. Se il problema di fondo dei nostri territori è stato sino ad ora la tendenza mortifera alla disgregazione, e così è, l'iniziativa del 13 aprile rappresenta una radicale inversione di tendenza: quel giorno potrebbe avere inizio il fenomeno nuovo dell'aggregazione, che rappresenterebbe un notevole salto di qualità generalizzato, rispetto a quanto è avvenuto in passato nel mondo associativo.

La quarta ragione, ovviamente, riguarda i temi specifici, ma tenuti insieme, che la manifestazione intende imporre all'attenzione della discussione pubblica, delle istituzioni, di tutti i cittadini: l'Ambiente, la Bonifica, la Salute e lo Sviluppo; che senza quell'aggregazione avrebbero scarsa speranza di essere affrontati e risolti.

In riferimento ad essi, gli organizzatori hanno inserito nella loro piattaforma programmatica cinque propositi definiti “necessari”:

– l’avvio di uno screening sanitario della popolazione, soprattutto negli adolescenti, che valuti lo stato di contaminazione delle persone nei diversi contesti ambientali e gli eventuali effetti sulla loro salute, collegato ad un registro dei tumori effettivamente funzionante;
– promuovere e sostenere un piano eco-sostenibile per la mobilità di merci e persone;
– ripensare completamente le forme di riscaldamento domestico;
– promuovere un piano per la qualità dell’aria, delle acque e dell’ecosistema;
– creare tavoli di lavoro partecipati sulle bonifiche, sugli investimenti produttivi in tutti i settori, sul piano dei rifiuti, sui servizi pubblici e le strutture sanitarie.

Dalla lettura di questa piattaforma, dalla sua forma e dalla sua sostanza, si percepisce che non si tratta di un mero cahier de doléance, di un elenco di rivendicazioni e pii desideri; ma di proposte strutturate, organiche, che derivano da studi scientifici accurati, durati nel tempo. Durante il quale, tra l'altro, le associazioni proponenti hanno mostrato una duratura solidità, una concreta capacità di diffondere efficacemente le proprie riflessioni e determinazioni, la maturità politica necessaria a comprendere che “le persone passano, l'organizzazione resta”. Un fenomeno, nel complesso, che sembra avere l'ambizione di durare nel tempo e farsi progressivamente strutturale alle nostre comunità.

Quelle loro proposte sembrano allora aver la forza di dire alla politica: o fai ciò che deve essere fatto o lo faremo noi. Esse danno la sensazione di voler mostrare una determinazione politica che altre iniziative del passato non avevano e non potevano avere, proprio perché spurie.

Perciò, in definitiva, la manifestazione di sabato 13 promette di essere uno spartiacque nella storia dei movimenti sociali ciociari: con un prima, nel quale abbiamo visto nobili e anche ben riuscite iniziative risolversi in miseri fuochi di paglia; e un dopo, in cui invece vedremo finalmente in atto una concreta azione politica capace di raggiungere gli scopi prefissati.

Se questo movimento aggregato riuscirà a strutturarsi e a mantenere la promessa fatta, non si sa: ma questo dipende anche, e forse soprattutto, da quanti decideranno di partecipare e con quale determinazione.

Frosinone 12 aprile

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