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Ivano Alteri

Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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Democrazia delegata e democrazia diretta

 Analisi, Opinioni, Dibattiti

 Il problema della rappresentanza politica degli interessi e dei territori

di Ivano Alteri
Votareepartecipare 380 minNei giorni scorsi si è appresa la notizia che la provincia di Frosinone, a seguito della riduzione dei parlamentari e della conseguente ridefinizione in corso dei collegi a livello nazionale, rischia di perderne due, a danno della rappresentanza politica del territorio e dei suoi cittadini. E immediatamente si sono innalzati gli alti lai delle forze politiche tradizionali per questa amputazione democratica che il territorio subirebbe.

In questo modo, però, si sovverte il nesso di causa-effetto e si mistifica la realtà: non è la riduzione dei parlamentari che causa la mancanza di rappresentanza politica di gran parte dei cittadini (non solo a Frosinone), ma, al contrario, è la mancanza di rappresentanza politica, seguita alla degenerazione dei partiti, ad aver indotto il popolo alla riduzione dei parlamentari, per una sorta di vendetta contro il ceto politico. È una vendetta ben misera, è vero, e fa il paio con quella del famigerato marito che per far dispetto alla moglie ecc.; ma tale è la sequenza storica e logica dei fatti, e da qui bisognerebbe partire.

Invece, assistiamo all’ennesima fuga dalle responsabilità, ed anzi al vile tentativo di scaricare sugli altri, gli odiati grillini, le responsabilità proprie. Non pare, perciò, essere questa la giusta via per il ravvedimento.

Al contrario, ciò che occorrerebbe, in nome della verità e della volontà di superare il problema, sarebbe porre due premesse necessarie alla discussione.

La prima. Ammettere la responsabilità di aver trasformato i partiti in comitati elettorali per le carriere personali di alcuni, in strumento per l’occupazione di lucrosi posti istituzionali e di sottogoverno, di posizioni privilegiate per camarille affaristiche; di avere così violato lo spirito della Costituzione laddove, invece, essa attribuisce ai partiti la funzione di connessione tra società e istituzioni, per consentire ai cittadini di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. In poche parole, di aver trasformato i partiti da luoghi fruibili dai cittadini in strumenti contendibili dagli ambiziosi, da bene comune in bene privato. Se si partisse da qui, si manderebbe l’inequivocabile segnale di avere la stoffa per assumere responsabilità, di aver compreso la vera natura del problema, e di essere quindi in grado di affrontarlo.

La seconda. Riconoscere che il vero nodo della questione è il rapporto tra democrazia delegata e democrazia diretta, e, soprattutto, che esso non avviene fra termini antagonisti ma complementari. Infatti, sarebbe opportuno, a mio parere, considerare, da una parte, che sono mature nella società le condizioni perché i cittadini partecipino con maggiore intensità e frequenza agli affari pubblici; ma, dall’altra, che ciò non avvenga a scapito delle prerogative della politica e del suo ceto operativo, bensì proprio a tutela di quelle dall’aggressione di poteri altri, che si presentano ormai esorbitanti e minacciosi per lo stesso sistema democratico (le vicende relative alla proprietà e gestione dell’acqua a livello planetario ne siano l’esempio plastico). In questo quadro, i partiti dovrebbero comunque tornare a svolgere quel ruolo previsto espressamente dalla Costituzione, non venendo meno la necessità di sintesi dei diversi interessi contrapposti, necessaria alla definizione dell’interesse generale (che non è la mera sommatoria di quelli individuali); e non venendo meno neanche la necessità di ridare alla politica una visione di lungo termine sulle prospettive del mondo.

Attualmente, in proposito, sembrano essere ancora latenti le due parti contrapposte, ancorché già dotate di vocianti tifoserie. La prima, quella dei sostenitori della democrazia delegata attraverso i partiti, avrebbe l’opportunità di valorizzare compiutamente l’esperienza empirica maturata nel Novecento con i partiti di massa; la seconda, quella dei sostenitori della democrazia diretta, di riportare in auge, e ad un livello superiore, quella modalità antica di partecipazione individuale alla cosa pubblica che ha designato in origine il nome stesso di democrazia. Ma entrambe hanno il grave torto, come si accennava, di rendere antagonista ciò che dovrebbe e potrebbe essere complementare.

Insomma, il problema della rappresentanza politica degli interessi e dei territori è senz’altro centrale; ma se la discussione si riduce ad un lamento per la perdita di posti in Parlamento sembra trattarsi piuttosto di rimostranze per leso interesse di casta.

Frosinone 17 dicembre 2020

Tari: Sentenza a favore del cittadino ricorrente

Vertenze promosse da cittadini 

Da tale sentenza, se passasse in giudicato, possono seguire serie conseguenze per la politica cittadina

di Ivano Alteri
commissione trib prov 390 minSabato mattina, 28 novembre 2020, presso Piazzale Vittorio Veneto di Frosinone, si è svolta un’iniziativa di “Rigenerare Frosinone”, una nascente formazione politica “dal basso”, su un tema in sé particolare, ma dalle ampie complicanze politiche potenziali: la Tari, la tassa sui rifiuti. Sostanzialmente l’iniziativa dava notizia di una sentenza di accoglimento emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone riguardo il ricorso presentato da alcuni cittadini, inerente quella tassa.

“Con atto depositato presso la CTP di Frosinone in data 03.10.2019”, narra la sentenza, il ricorrente “proponeva impugnativa nei confronti del Comune di Frosinone, avverso l'avviso di accertamento e atto di irrogazione delle sanzioni amministrative tributarie… con il quale veniva richiesto il pagamento complessivo di € 449,00 per supposto parziale versamento anno 2017, della tassa sui rifiuti e del tributo provinciale”. Insomma, secondo il Comune di Frosinone, il cittadino ricorrente aveva pagato meno del dovuto.

In effetti, egli aveva ottemperato al pagamento del tributo, sì, ma per la sola quota del 20%. Ma perché? “Dalla documentazione versata in atti”, continua la sentenza, “risulta che il contribuente ha pagato il dovuto sulla base della disciplina traibile dal capitolato speciale di appalto 2017”. Infatti, l’art. 24 di quel regolamento afferma che in caso di “mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti ovvero l’effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento", il tributo in questione è dovuto nella misura del 20% dell'imponibile accertato, così come avevano correttamente interpretato i cittadini ricorrenti.

Insomma, era accaduto che la società gestrice dell’appalto per la raccolta dei rifiuti (la Sangalli) avrebbe dovuto effettuare la “raccolta differenziata” degli stessi per una percentuale minima del 65%, come previsto dalla “disciplina di riferimento” (art. 181 del Dlgs n. 152 del 3 aprile 2006), cui espressamente rimandava l’art. 24 del regolamento comunale, prevedendo il diritto del cittadino a pagare il solo 20% del tributo in caso di violazione.

E violazione vi era effettivamente stata, dato che negli anni dal 2012 in poi la raccolta differenziata a Frosinone non aveva mai superato il 18%. Pertanto, il 12 ottobre 2020 la Commissione Tributaria Provinciale ha sentenziato che “il ricorso si rileva fondato e, quindi, meritevole di accoglimento”. Ora i ricorrenti provvederanno a notificare la sentenza al Comune di Frosinone e questi potrà presentare appello presso la Commissione Tributaria Regionale del Lazio entro 60 giorni. Nel frattempo, Rigenerare Frosinone metterà a disposizione dei cittadini un modello prestampato di richiesta di restituzione dell’80% della Tari, da presentare al Comune di Frosinone, per gli anni in cui è stata già accertata ufficialmente la violazione di legge, e comunque rientranti nei cinque anni di prescrizione.

Da tale sentenza, qualora passasse in giudicato, possono seguire serie conseguenze per la politica cittadina. Infatti, in caso di mancato appello entro i 60 giorni, o nel caso la Commissione Tributaria Regionale rigettasse l’appello eventualmente presentato dal Comune, ribadendo così la sentenza di quella provinciale, si potrebbe arrivare al coinvolgimento degli amministratori interessati, i quali diverrebbero responsabili di omesso controllo nei confronti della ditta appaltatrice del servizio, con importanti conseguenze di ordine pecuniario sul piano personale (come già sentenziato dal Tar ligure, per una simile fattispecie). In città c’è già chi tenta di minimizzare, dicendo che un altro ricorso simile è stato rigettato dalla stessa Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone; ma omette di dire cha tale rigetto riguarda meri vizi di forma, non il merito della questione.

Sul piano politico, invece, è senz’altro importante rilevare che all’iniziativa erano presenti i soli consiglieri di opposizione Daniele Riggi, Marco Mastronardi e Fabiana Scasseddu, che hanno recentemente costituito gruppo consiliare a sé, e nessuno degli altri consiglieri di maggioranza e opposizione espressione dei partiti.

Frosinone 29 novembre 2020

 

 

 

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La storia non si fa addomesticare

 Opinioni e Commenti

Sempre a proposito di ricostrizioni storiche ed esercitazioni revisionistiche

di Ivano Alteri
la boccadellaverità 360 min“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Questo pensiero di Sandro Pertini non è solo il monito di una grande persona, ma anche il principio di un grande politico, consapevole della funzione pedagogica esercitata dalla politica e dal discorso pubblico in generale. Ma a giudicare da quanto accade in questo nostro tempo declinante, non sembra che i giovani abbiano grandi esempi da seguire, e neanche il resto dei cittadini. Al contrario, si hanno quotidianamente numerosi e deprimenti casi di disonestà intellettuale, di cui riporto qui di seguito qualche mesto esempio.

La presente riflessione è stata suscitata dalla lettura dell’articolo di Angelino Loffredi e Lucia Fabi, su uonoetre.it (v. qui: https://www.unoetre.it/politica/commenti/item/8985-fare-storia-non-raccontare-storie.html), in cui, con comprensibile rammarico, si racconta di un’iniziativa tenutasi in questi giorni a Cassino sui Treni della Felicità, ossia quella vicenda dell’immediato dopo guerra che ha visto protagonisti migliaia di bambini cassinati rimasti orfani o comunque in stato d’indigenza, ospitati per lunghi mesi da famiglie del Centro-Nord Italia. Loffredi e Fabi conoscono bene quella storia, avendone scritto un libro, e sanno bene che quei treni e quelle ospitalità erano stati organizzati dal Partito Comunista Italiano. Ebbene, nel corso dell’iniziativa nessuno dei presenti, pur perfettamente a conoscenza degli avvenimenti, ha trovato il tempo e il modo di ricordarlo neanche una volta.

Ma ve ne sono altri, di esempi, di questa totale disonestà intellettuale, forse meno tristi ma di certo non meno deplorevoli.

Su Rai Storia si tiene quotidianamente una rubrica dal titolo “Passato e Presente” diretta da Paolo Mieli. Ebbene, Passato e Presente è una rubrica ideata da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere, in cui è citata decine di volte, ma nessuno ha mai sentito il bisogno di dirlo.

Sempre sulla Rai, è andata in onda per molti anni un’altra trasmissione dal titolo “La storia siamo noi”, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ringraziare o citare l’autore di quel verso, Francesco De Gregori, il quale ha avuto modo di dolersene pubblicamente in occasione di un’intervista.

In politica ci sono i casi, eclatanti e reiterati da ogni parte politica, di sindaci che inaugurano opere pubbliche tutti impettiti, senza preoccuparsi di citare, tanto meno di invitare, il predecessore che ne ha avviato l’iter, anni prima di loro. E non parliamo dei politici che passano l’estate a dire che la mascherina non serve e che loro non la indossano, a fare comizi con la febbre, a farsi selfie di gruppo senza protezione, salvo poi chiedere polemicamente al governo cosa abbia fatto per evitare la seconda ondata di Covid…

Insomma, un profluvio di maleducazione, cafonaggine, disonestà intellettuale che procura profonda amarezza. E anche preoccupazione, essendo essa l’origine di ogni disonestà, e non potendo certo esservi quella della tasca senza prima quella della testa. Una sconfortante sguaiatezza pubblica che non può essere di buon esempio per le giovani generazioni e per i cittadini in generale.

Dobbiamo quindi prendere atto con sconforto che la funzione pedagogica del discorso pubblico, auspicato opportunamente ed energicamente dal compianto Presidente Pertini, è andata disperatamente perduta. Almeno per quanto concerne il buon esempio…

Frosinone 29 ottobre 2020

 

 

 

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Pubblicato in Commenti

Parlarsi addosso di Covid 19

Covid 19 e Opinioni

Un bailamme di voci che frastorna

convivereconilcovid19 400 mindi Ivano Alteri
Immagino uno scienziato curvo sui suoi strumenti, intento a sminuzzare pazientemente in mille parti un certo fenomeno, passo dopo passo, millimetro dopo millimetro, senza saltarne uno, giorno dopo giorno, anno dopo anno, passando di frustrazione in frustrazione, fino a quando un giorno finalmente ha un’intuizione, emersa chissà come dai meandri della sua mente, e allora corre a rivedere tutti i suoi minuziosissimi appunti su quanto ha già verificato, ritrovandovi con incontenibile emozione già qualche riscontro. Gioia, entusiasmo, euforia. D’istinto gli verrebbe di gridare “Eureka!”, ma tace, non è ancora certo, e non ne parla con nessuno.

Ma proprio con nessuno non si può, non si deve; non solo perché se non ne parlasse schiatterebbe, ma soprattutto perché da solo impiegherebbe decenni per fare tutte le verifiche necessarie ad avere certezza della sua intuizione. E allora immagino questo scienziato passare le sue notti a scrivere una lunga e dettagliatissima relazione in cui descrive con pedanteria la sua ipotesi, in tutti i suoi minimi passaggi, supportandola con argomenti, prove e riscontri; e, dopo settimane di lavoro extra e gratuito, con le occhiaie fino al mento lo vedo inviare questa relazione ai suoi pari, in tutta umiltà, chiedendo loro un parere, altri riscontri, un aiuto a procedere celermente a degli approfondimenti ulteriori. Telefonate, scambi d’email, elaborazioni, invio dati, esperimenti e ancora esperimenti, polemiche, invidie tra scienziati… Tutto tra scienziati.

Invece poi esco dalla mia fantasia a fare due passi fuori, nel mondo reale, e al posto del mio scienziato immaginario vedo vanesi in cerca di notorietà, presenzialisti televisivi irrispettosi l’uno dell’altro, prezzolati disposti a qualsiasi affermazione utile al prezzolante, irresponsabili del tutto indifferenti alle conseguenze delle proprie affermazioni, tutti intenti a ricavarsi qualche attimo di celebrità, come se la pandemia fosse un red carpet.

E allora, ecco il grande ricercatore che sproloquia di mascherine su facebook, affermando che non servono a niente, perché lui, e lui solo, le mascherine le conosce bene, avendole studiate per anni e sa con certezza che, comunque, qualcosina la lasciano sempre entrare, perché purtroppo bisogna sempre respirare… ma senza considerare che nessuno, ma proprio nessuno, ha mai detto che la sola mascherina basti a preservare dal virus e che occorra invece anche il distanziamento fisico, non toccarsi il viso, un’igiene costante delle mani… e che solo tutto l’insieme dei comportamenti può preservare dal virus, ma sono in una buona percentuale dei casi, dice la scienza.

E allora ecco il grande luminare, illuminato dai riflettori di un suo grande cliente, urlare al mondo “il virus è morto!”, salvo poi essere costretto dopo mesi a ricoverare, prima, un altro suo bizzarro cliente nel frattempo ammalatosi di prostatite ai polmoni, e poi il suo stesso cliente illuminante, che però si vanta della sua eccellentissima tempra, per aver vinto coraggiosamente la sua ennesima battaglia campale proprio contro quel ferocissimo virus… morto.

E allora ecco il rinomatissimo, eccellentissimo, celebratissimo Prof Vattelappesca cinguettare su twitter (su twitter, mica fichi secchi!) che il governo non ha una strategia scientifica contro il covid. Chiedo: ha provveduto ad informarne i suoi colleghi del Comitato Scientifico che supporta il governo?

E allora ecco una biologa, famosissima nel suo condominio ma con ambizioni che già raggiungono l’isolato, dichiarare "urbi et orbi" che il vaccino non servirà a niente e che il governo deve smetterla di ingannare gli italiani. E i francesi? E i tedeschi? E gli americani? E gli esquimesi?

(Poi ci sarebbero anche i giornalisti che corrono a riportare la cosiddetta notizia, ma questo è un altro discorso)

Questo è lo spettacolo penoso che sta dando di sé la scienza in un momento già tragico di suo, proprio quando dovrebbe udirsi, ed essere ascoltata, la sola voce dell’Autorità. E pensare che ambirebbe ad essere il nuovo culto del futuro… E allora le cose sono due: o la mia immaginazione è del tutto fallace e fuori dal mondo, e ci può sicuramente stare; oppure aveva ragione il compianto professor Carlo M. Cipolla quando ha enunciato la sua Seconda Legge Fondamentale della Stupidità umana, questa sì scientifica alla luce dei fatti riscontrati: “La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa”.

Frosinone 23 ottobre 2020

 

 

 

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Un sindacato di nuovo protagonista è necessario al territorio e al Paese

Lotte e Vertenze 

Ci rivolgiamo in particolar modo al sindacato nel suo insieme

di Ivano Alteri
valledelsaccoallariscossa 350 minQualche giorno fa è stato pubblicato un appello sottoscritto da singoli cittadini (me compreso), associazioni e alcuni giornali locali (v. qui: https://www.unoetre.it/lavorosocieta/lotte-e-vertenze/item/8898-appello-alle-forze-politiche-sociali-e-sindacali-territoriali.html), rivolto alle forze politiche e sociali e alle istituzioni territoriali, col quale si chiedeva un forte coinvolgimento del territorio nella imminente discussione in sede nazionale in vista dell’allogazione delle ingenti “risorse Covid” provenienti dall’Europa.

I firmatari ritenevano e ritengono che quella attuale sia un’occasione storica irripetibile, per il Paese e per il territorio del Frusinate, utile ad imprimere una svolta radicale al loro storico andamento claudicante. Mai, infatti, era accaduto di avere tante risorse disponibili e una tale congiuntura politica per una loro diversa allocazione, che non fosse la solita distribuzione a pioggia tra i soliti noti del “prendi i soldi e scappa”. Una volta tanto si può dire “ce lo chiede l’Europa!”, senza essere tentati di mettere mano alla pistola.

L’appello, come si diceva, era rivolto a tutti i gradi di rappresentanza del territorio e dal territorio, ma, in particolar modo, era rivolto al sindacato nel suo insieme, inteso quale primo livello di rappresentanza sociale.

Esso, ovviamente, aveva ed ha quale scopo esplicito quello di attirare sul nostro territorio le risorse necessarie ad edificare opere materiali e immateriali che superino finalmente i suoi limiti strutturali, che lo emancipino dalla sua atavica condizione di minorità economica, sociale, culturale, esistenziale.

Ma ve ne era e ve ne è anche uno meno esplicito, secondo il mio sentire, riguardante la condizione democratica di fondo, che vede il nostro territorio particolarmente sofferente. Non è un mistero, infatti, che nel corso dei decenni esso abbia sofferto di una rappresentanza assai carente a tutti i livelli, tale per cui i suoi interessi sono stati molto spesso mortificati, sacrificati per interessi altri, non sempre cristallini.

Molte delle cause di tale condizione hanno origine dalla nascita stessa della Provincia di Frosinone, ma esse non hanno mai smesso di perpetuare i loro nefasti effetti per tutto il tempo, sino ad oggi. La “costante” che si può individuare nell’intero fenomeno consiste nella sistematica esclusione popolare da ogni decisione.

Tale esclusione mostra due aspetti, distinti e speculari: la scarsa propensione a rappresentare da parte dei rappresentanti; la scarsa propensione a partecipare da parte dei rappresentati. È un circolo vizioso che ha portato di catastrofe in catastrofe, senza soluzione di continuità.

Oggi, e da qualche decennio, a questa già poco amena condizione si aggiunge un elemento più generale, altrettanto distruttivo, consistente nella scomparsa dei partiti quale luogo di partecipazione, e nella loro trasformazione in luogo di carriera individuale e affari di gruppo. Senza alcuna polemica, che pure non ci starebbe male, è importante segnalare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che tale distacco tra rappresentanti e rappresentati, tale baratro venutosi a creare tra politica e cittadini, può portare a disastri immani, sul piano politico e sociale, con una terrificante crescita esponenziale della conflittualità interindividuale e collettiva; fino a paventare non augurabili rotture del tessuto nazionale.

Quest’occasione storica di avere ingenti risorse e congiuntura politica favorevole, dunque, non può, non dovrebbe riguardare soltanto l’edificazione di quelle opere necessarie ad un sano e solido sviluppo economico, bensì anche una nuova strutturazione della condizione politica e sociale del territorio e del Paese, che nel territorio dovrebbe avere la sua più solida e consona origine. Il sindacato nel suo insieme, essendo il primo livello di rappresentanza sociale, può svolgere nel contesto un ruolo di primaria e irrinunciabile importanza.

In quell’appello, infatti, non erano enumerati le opere e gli interventi specifici, non si entrava nel merito delle cose da fare, non si chiedevano spazi di visibilità per questo o quello; si auspicava implicitamente, invece, che il sindacato, con le sue strutture capillarmente distribuite sul territorio, tornasse a tessere la trama del primo scampolo di tela necessario a ricostruire l’intero tessuto territoriale e nazionale, senza il quale la politica, di qualsiasi colore essa sia, non può che esprimersi in termini di dominio, e mai in termini di egemonia.

La presenza sindacale sul territorio, quindi, non dovrebbe consistere più soltanto nell’apertura di sportelli erogatori di servizi, pur necessari, ma in una presenza capillare e costante per l’erogazione del primo tra tutti i servizi: la rappresentanza degli interessi del popolo. Né c’è da temere che questo impegno alteri il ruolo del sindacato, poiché esso è e deve rimanere quello di rappresentante sociale. Aiuterebbe, invece, a rimettere in moto i meccanismi della partecipazione e della rappresentanza, senza i quali ben difficilmente saranno mai realizzate politiche che possano definirsi, anche lontanamente, popolari.

Un sindacato di nuovo protagonista è necessario al territorio e al Paese.

 

Frosinone 19 ottobre 2020

 

 

 

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Pubblicato in Lotte e Vertenze

Per chi suona… la sveglia

Vita difficile

Tutti contro tutti. Ma sempre poveri contro poveri.

di Ivano Alteri
LA GUERRA DEI POVERI minI dipendenti privati contro quelli pubblici, perché sono dei privilegiati; le partite Iva contro quelli pubblici e quelli privati, perché hanno un posto stabile; i disoccupati contro tutti gli altri, perché hanno un posto.

I giovani contro i vecchi, perché hanno una pensione che loro non avranno, e i vecchi contro i giovani, perché con la pensione dei vecchi ci stanno campando i giovani. Le donne contro gli uomini, perché le hanno oppresse per secoli, e gli uomini contro le donne, perché non capiscono che sono stati oppressi anche loro. Gli italiani contro gli stranieri, perché gli rubano il lavoro, e gli stranieri contro gli italiani, perché fanno un lavoro schifoso per loro conto a tre euro l’ora. Il sud contro il nord, perché lo ha saccheggiato e sottomesso, e il nord contro il sud, perché deve mantenerlo.

I negazionisti del Covid contro i sostenitori delle mascherine, perché sono delle pecore tremebonde succubi della dittatura sanitaria, e i sostenitori delle mascherine contro i negazionisti del Covid perché si lasciano manipolare da debosciati irresponsabili.

Tutti contro tutti. Ma sempre poveri contro poveri. E ognuno dice all’altro: sveglia!, senza accorgersi di vivere nello stesso incubo.

Mentre dall’altra parte c’è chi sghignazza già e prepara la bottiglia di champagne, per brindare al momento in cui potrà tornare a licenziare.

“La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità”. Perciò, quando senti la sveglia suonare, non chiederti mai per chi stia suonando: essa suona per te.

Frosinone 17 ottobre 2020

 

 

 

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Un sasso nello stagno

 Una riflessione per un dibattito

Parliamone. Una occasione di dialogo alla ricerca di un incontro

Sasso nello stagno 280 min Perché "Un sasso nello stagno"? Una elaborata riflessione di Ivano Alteri, che qui potete leggere, offre a UNOeTRE.it l'opportunità di discutere di valori, principi, strumenti per consentire ai progressisti o a chi si sente tale, come quelli che amano definirsi "popolo di sinistra" di riprendere una nuova elaborazione ed un nuovo impegno organizzativo che indichi l'obiettivo una società senza sfruttatori e sfruttati attraverso una visione politica di partecipazione e di rappresentanza di tutti i cittadini che si guadagnano la vita con il proprio lavoro, studio ed impegno.

 

  di Ivano Alteri

Io, D’io e Dio
Gesu nel deserto di Moretto Brescia 1540ca 360 minDa ragazzo scrissi una poesia di tre sole lettere più un segno grafico, che aveva il limite (o il pregio?) di manifestare il suo senso soltanto leggendola: D’io. Oltre ad essere completamente insignificante al solo ascolto, non riuscendo la voce a segnalare quell’apostrofo, non consentiva neanche di assegnarle agevolmente un titolo, senza che il senso e la forma ne fossero stravolti, squilibrati, banalizzati; e, di fatti, non ne ha.

Pensavo allora di esprimere con essa, tra l’altro, la mia lontananza da quel dio che attraverso la sua chiesa, con le omelie-comizio domenicali dei suoi preti, incombeva contro la mia parte politica, il Pci, marxista almeno nella tradizione, e quindi contro di me e la mia effettiva condizione materiale di classe, discriminandomi, emarginandomi e, niente di meno, scomunicandomi senza colpa; anzi, secondo la mia sensibilità ancora attuale, contro ogni buona azione e intenzione.

Ricordo un episodio, per me giovanissimo molto spiacevole, in cui quell’avversione mi si era palesata plasticamente nei comportamenti di una donna, dalle apparenze devotissime ma dai trascorsi notoriamente dubbi, che, incaricata dal parroco di distribuire i ramoscelli d’ulivo benedetti durante la processione della Domenica delle Palme a coloro che vi assistevano ai lati della strada, ne dava uno a ciascuno di quelli che mi precedevano nella fila, saltava me, e riprendeva a darne a quelli che seguivano. Un episodio doloroso, che ha segnato a lungo il mio giudizio sulla Chiesa, di certo non contribuendo a renderlo più obiettivo e ad approfondirlo di più e meglio.

Non di meno, ricordo un’altra donna che, assidua frequentatrice dei riti religiosi, non solo della domenica e delle feste comandate, e assai più coerente nei comportamenti con quanto prescritto dalla sua fede, votava e faceva votare, come sicatechismodeibambini 350 min diceva allora, il Partito Comunista Italiano, come ulteriore segno di coerenza con quanto credeva; e ad esso era tanto legata, e tanto nel profondo, che non si trattenne dal piangere impudicamente alla notizia, che le diedi io mentre scendeva da un pullman sulla piazza del paese con tanti altri, di ritorno da qualche sua commissione, della morte di Enrico Berlinguer.

La contraddizione che questi e altri episodi suscitarono in me mi ha accompagnato per sempre, senza mai risolversi in qualcosa di meglio definito e intellegibile, senza che le mie convinte tesi, anch’esse fideistiche col senno di poi, e le antitesi esistenziali che fatalmente vi si opponevano riuscissero mai a trovare una benché minima sintesi.

Un ulteriore contributo all’inasprimento della contraddizione, ma anche un primo sollecito alla scelta, li procurò un altro piccolo episodio più recente, ma comunque di molti anni fa. Una domenica mattina d’estate, intorno alle undici, affacciatomi al balcone di casa che dà verso la strada provinciale, non potei non notare un movimento insolito: file di macchine e pedoni che si affollavano procedendo tutti nella medesima direzione bloccavano completamente il traffico. Non capendone la ragione, chiesi lumi a mia moglie che, più informata di me, mi disse che sicuramente si trattava dell’inaugurazione del nuovo centro commerciale. Ne rimasi tristemente sbalordito. Preso allora da ulteriore curiosità, mi recai all’altra finestra, nel lato opposto della casa, da cui si scorge il piazzale antistante una chiesa, dove dovetti invece constatare quel che già temevo: non vi era quasi nessuno.

Un groviglio di domande mi intasarono immediatamente la mente; ma una su tutte svettò e mi si impose: tu da che parte stai? Dalla parte del dio-quattrino, che porta inimicizia tra fratelli, fino a disconoscere madre e padre, che fa compiere gesti degradanti e umilia uomini e donne, che ottunde le menti e incattivisce i cuori? O dalla parte di quel Dio cristiano a cui non credi, spesso sconfessato dalla sua stessa Chiesa, ma che fa riconoscere l’“altro” come sé stessi, che ha posto gli “ultimi” nel suo seno, che predica l’amore annunciato da Gesù, che concepisce e insegna il “gratuito”, che fa compagnia e allevia le sofferenze della solitudine con l’abbraccio della comunità, e che inonda le menti di grandezza e i cuori intenerisce ed emancipa dal meschino egoismo?

Da allora, quella domanda si è ripresentata più volte, sempre più pressante col crescere della consapevolezza delle cose del mondo: tu da che parte stai? Tu da che parte stai? Tu da che parte stai?

Oggi quindi, in un moto all’apparenza subitaneo, mi rendo conto che, al di là delle mie intenzioni, quella poesia, col suo apostrofo irriverente e quasi blasfemo, mentre costituiva una sfumatura, un passo d’allontanamento da Dio verso Io, ora ancor più critico e indisponibile alla fede cieca, ne costituiva e ne costituisce, contestualmente e specularmente, anche un altro che da Io sfuma verso Dio.

D’altra parte, se Dio esistesse, vorrebbe dire che un essere perfettissimo ha creato degli esseri imperfetti come noi, per un puro atto di amore; e ciò sarebbe bellissimo. Ma se Dio non esistesse, vorrebbe dire che degli esseri imperfetti come noi hanno creato un essere perfettissimo come Dio, per un puro atto di intelligenza; e ciò sarebbe meraviglioso. L’esistenza di Dio è bellissima; l’idea di Dio è meravigliosa.

Senza che tale scoperta abbia di per sé potuto mutare il mio rapporto con la fede, tuttavia oggi quella poesia adolescenziale mi segnala e attesta la presenza ineliminabile di Dio anche nella mia pur persistente condizione di non-credente. Cosicché il percorso Dio-D’io-Io, come posto davanti ad uno specchio, ora mi rimanda perentoriamente anche la sua immagine speculare: Io-D’io-Dio.

Cosa è accaduto? Chi o cosa hanno posto nel mezzo quello speculum che alla direzione proveniente da Dio ha aggiunto l’altra che, invece, conduce a Dio, così come alla sua Chiesa, rendendo ancora più evidente e stridente la contraddizione? Com’è possibile che ciò sia avvenuto?

Forse a quest’ultima domanda posso rispondere adeguatamente già coi mezzi miei, senza l’aiuto altrui. E già ad un primoPesce simbolo cristiano nelle catacombe min approccio la risposta appare persino ovvia. Cos’è, infatti, un dio, per chi lo pensa o lo crede? Egli è, prescindendo dai caratteri suoi propri e ben prima di essi, innanzitutto qualcosa di più grande del sé pensante, immensamente più vasta di Io; e io in quella immensità ero già immerso, essendo anche la mia una “fede” ben più grande di me, ben più vasta del mio Io individuale, e anch’essa trascendente la mia esistenza terrena, e anch’essa serbante di me memoria.

Ma da questo punto di vista, penso io, nel passaggio dal me-dicente senza-dio a Dio e la sua Chiesa, in definitiva, vi è forse un minor trauma che nello stesso assurgere al mondo; quando nascendo transitiamo tra urla e strida da un caldo ambiente liquido, confortati da ogni cura, preventiva di ogni bisogno, ad uno gassoso, dove la fame e il freddo si fanno invece già sentire, e dobbiamo già iniziare a respirare aria, aprendo per la prima volta e dolorosamente i polmoni alla vita; senza più smettere, fino alla fine dei nostri giorni, di respirare, mangiare, bere, dormire, coprirci e procurarci una qualche tana che ci sia di qualche conforto. Dopo questo, penso io, nessun trauma potrà mai angustiarci più di tanto…

Forse, invece, ve n’è uno maggiore, tanto grande e terribile, nello scoprire infine che i propri convincimenti coincidono in buona parte con quelli di chi un tempo si considerava persecutore e nemico. Anzi, peggio: che quei propri convincimenti, con ogni probabilità, non vi sarebbero mai stati, non avrebbero mai potuto esserci, senza che, per primo, proprio quel persecutore e nemico li avesse prodotti, introdotti e preservati nella storia per lunghi secoli, per quanto contraddicendoli di frequente e profondamente; e che quella mia cara donna tanto cattolica quanto comunista aveva già sentito vivificarsi armonicamente in sé, senza aver mai avuto alcun bisogno di sapere né capire.

 

Non possiamo non dirci “cristiani”
E qui mi accorgo, e mi ricordo, che prima di me, e molto più consapevolmente, qualcun altro, di diversa provenienza eBenedetto Croce 370 min tradizione, ma ben più di me fornito di mezzi e spirito, era stato preso da analoga scoperta e struggimento, cogliendo sé stesso nella pienezza di una tale profondissima contraddizione: Benedetto Croce. È a lui che chiedo dunque soccorso, per tentare di sciogliere quel groviglio che stringe lo stomaco e spezza il ritmo al cuore, mentre non vuol cessare d’inquietar la mente.

1942. “15 agosto. … La sera, cascando dal sonno, mi sono addormentato sulla poltrona”. “16 agosto. Risvegliatomi dopo la mezzanotte, sono andato a letto, ma non ho potuto riaddormentarmi presto, e non ho trovato di meglio da fare che venire meditando sul punto: Perché non possiamo non chiamarci cristiani? La mattina ho tracciato il disegno di un piccolo scritto sull’argomento…”. “26 agosto. Per scuotere la malinconia ho meditato e scritto il saggio sul perché non possiamo non chiamarci cristiani, che dovrò qua e là chiarire nel copiarlo”.

Sono i primi segni, appuntati nei suoi Taccuini di Lavoro, di una riflessione che Croce farà confluire nel breve saggio che chiamerà, appunto, Perché non possiamo non dirci “cristiani” (locuzione non più in forma interrogativa, bensì affermativa, e sostituendo il semplice “chiamarci” col più pregnante “dirci”, oltre a porre significativamente tra virgolette la parola cristiani); pubblicato per la prima volta sulla rivista La Critica, scritto sulla spinta dello sbigottimento del filosofo posto di fronte agli orrori del nazismo e alla crisi della civiltà che portavano con sé. Lui, liberale (termine che ha il suo contrario nella parola “servile”, come puntualizza Croce in altro luogo) si ritrova all’età di settantasei anni di fronte alla constatazione di dovere molto, dei suoi valori liberali, al Cristianesimo e alla civiltà che aveva informato. Lo adotto, perciò, ancorché da comunista e non ignaro della sua incrollabile avversione per il comunismo, come mio personalissimo Virgilio, allo scopo precipuo d’inoltrarmi alla scoperta delle origini di quei valori che hanno vivificato spiritualmente anche me e la mia parte politica e culturale, ma per i quali né io né la mia parte, così come Croce per il liberalismo, possiamo vantare alcuna primogenitura. Così scoprendo, e prendendone atto con non poca sorpresa, che nell’amore e cura degli “ultimi” io e la mia parte siamo arrivati… ultimi.

Dopo aver premesso che il suo intento non è quello di attribuirsi superficialmente e ipocritamente il titolo di “cristiano”, come molti fanno ancor oggi per scopi spesso distanti e opposti ai valori di quella fede, Croce afferma preliminarmente e perentoriamente, ma con l’intento di argomentare alla luce della storia: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, unpanipescimini 350 min diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate”.

E qui enumera, per il confronto, le rivoluzioni precedenti: dei greci, nella poesia, nell’arte, nelle libertà politiche; dei romani, nel diritto; dei popoli più antichi, nella scrittura, nella matematica, nella scienza astronomica, nella medicina. Per poi passare a quelle successive, dell’epoca moderna, affermando che esse, pur non essendo “particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo”.

Le ragioni per le quali il Cristianesimo costituisca una rivoluzione così radicale e profonda, continua Croce, risiedono nel fatto che essa “operò nel centro dell’anima”, tanto che “quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”.

Ma neanche la rivoluzione cristiana, puntualizza il filosofo, come le altre che l’hanno preceduta e succeduta, è una “creazione” dello spirito, bensì “un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi”. E se è vero che quelle che la precedettero potevano già contenere alcuni “tentativi, precorrimenti, preparazioni” del Cristianesimo, è vero anche che la luce che quei fatti anteriori ci rimandano “la ricevono di riflesso, dall’opera che si è poi attuata”, poiché “nessun’opera preesiste nei suoi antecedenti”.

Infatti, “La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvisò, esultò e si travagliò in modi nuovi… col senso del peccato che sempre insidia e col possesso della forza che sempre gli si oppone e sempre lo vince, umile ed alta, e nell’umiltà ritrovando la sua esaltazione e nel servire al Signore la letizia”.

 

La nuova virtù dell’Amore
Ma qual è quella virtù tanto nuova, fino ad allora sconosciuta all’umanità, che fa della rivoluzione cristiana la più solenne dellePorziuncola e indulgenze dono dellamore di Dio min “crisi” della storia, e che illumina di sé le rivoluzioni precedenti così come di sé informa quelle successive? Al suo assurgere alla storia degli uomini, quale frutto del processo storico, rileva Croce, “il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo che è opera di Dio e Dio che è Dio d’amore, e non sta distaccato dall’uomo, e verso l’uomo discende, e nel quale tutti siamo, viviamo e ci moviamo”.

Nel cogliere e nell’accogliere tali valori della rivoluzione cristiana, inoltre, a Croce non era necessario nascondersi i “rimproveri” che alla Chiesa si potevano e si possono rivolgere riguardo il suo stare al mondo. Coerentemente con quanto aveva già affermato in precedenza, non negava che, superato il Cristianesimo delle origini, la Chiesa fosse giunta alla cristallizzazione, e spesso alla contraddizione, del suo pensiero, alla quasi sterilizzazione della sua carica rivoluzionaria. Infatti, “questo nuovo atteggiamento morale e questo nuovo concetto… si intrigarono in pensieri non sempre portati ad armonia ed urtarono in contraddizioni innanzi a cui si soffermarono incerti e perplessi”. Ma non per questo smisero di risuonare con tutto il loro valore in ognuno, “quando pronunzia a se stesso il nome di ‘cristiano’”.

Invero, “una nuova azione, un nuovo concetto, una nuova creazione di poesia non è e non deve essere concepita… come unIl poteretemporale della chiesa 380 min qualcosa di oggettivamente concluso e circoscritto, ma come una forza che si apre la via tra le altre forze, e talora s’incaglia, tal’altra si smarrisce, tal’altra ancora avanza lenta e faticosa o perfino si lascia qua e là soverchiare dalle altre forze che non può attualmente vincere del tutto e a sé assoggettare e in sé risolvere, e nelle sconfitte si ritempra e dalle sconfitte si rialza pugnace”. Perciò, “chi voglia intenderla nel suo proprio ed originale carattere deve sceverarla da quei fatti estranei, sorpassare quegli incidenti, vederla non già nei suoi impacci ed arresti, nelle sue aporie e contraddizioni, nei suoi erramenti e sviamenti, ma nel suo impeto primo e nella sua tensione dominante, così come un’opera di poesia vale per ciò che ha in sé di poesia e non per l’impoetico che vi si frammischia o che si porta seco in compagnia, per le maculae che sono anche in Omero e in Dante”.

Inoltre, era anche naturale che il processo rivoluzionario cristiano “avesse un respiro di riposo (respiro che in istoria può essere cronologicamente di secoli) e si desse un assetto stabile”. Questo fenomeno si manifestò con “il fissamento, il praticizzamento, il politicizzamento del pensiero religioso, l’arresto del suo fluire, la solidificazione che è morte”. Ma anche qui, argomenta il filosofo, la polemica con la Chiesa sarebbe poco ragionevole, poiché le stesse critiche potrebbero essere rivolte anche ad altre istituzioni mondane, come le Università e le altre scuole “in cui la scienza, che è continua critica e autocritica, cessa di esser tale e vien fissata in catechismi e manuali e la si apprende bella e fatta, sia per valersene a fini pratici, sia, negli ingegni ben disposti, come materia da tener presente per i nuovi progressi scientifici da compiere o da tentare”.

Nessuno “spirito”, insomma, neanche quello cristiano, poteva evitare il suo momento di irrigidimento, di stasi, di quasLa potenza dellachiesa 380i infertilità; ma tale momento, se da una parte può considerarsi “morte”, dall’altra consiste, invece, nella preservazione del proprio seme alla vita futura. Così la Chiesa ha protetto, conservato e tramandato quello del Cristianesimo nei suoi dogmi, nel culto, nel sistema sacramentale, nella gerarchia, nella disciplina, nel patrimonio terreno, nell’economia, nella finanza, nel diritto; affinché nel futuro potesse ancora generare nuovi germogli. E in questo suo “respiro di riposo” secolare ha, allo stesso tempo, compiuto grandi opere, da cui trasse grande gloria; poiché, tra molto altro, “tenne le parti della esigenza morale e religiosa che sovrasta a quella unilateralmente politica e a sé la piega, e, in quanto tale, a giusto titolo essa affermò il suo diritto di dominio sul mondo intero, quali che nel fatto fossero sovente le perversioni o le inversioni di questo diritto”.

Né Croce si nasconde la corruttela che era venuta deturpando nei secoli il volto della Chiesa, e che già Dante osservava con rammarico e disprezzo ai tempi suoi. Purtuttavia, nessuna istituzione umana ne è scevra, dice il filosofo, ed ognuna ne cade vittima; persino quelle chiese riformate che si erano rivoltate contro la Chiesa Cattolica proprio contestandone le depravazioni. Ma la Chiesa aveva saputo ridestarsi, rinsanguarsi e riformarsi tacitamente più volte; e persino quando, con l’avvento delcarlo magno incoronato dal Pap è imperatore deuropa 380 min “nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta con prudenza e con politica, salvando di sé quanto prudenza e politica possono salvare, e continuando nell’opera sua, che riportò i trionfi migliori nelle terre di recente scoperte del Nuovo Mondo”.

La tenacia con cui la Chiesa riesce a mantenere la propria persistenza nella storia, oltre che essere oggetto della sua sincera ammirazione, offre a Croce l’opportunità di individuare e fornire un principio, che possiamo accogliere come universalmente valido, secondo cui “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”.

Così, dopo questo lungo, lunghissimo, “respiro di riposo”, e per molti aspetti proprio grazie ad esso, la carica rivoluzionaria del Cristianesimo era destinata a tornare nella storia e a vivificarne il pensiero e le opere. L’azione degli originari propugnatori, da Gesù a Paolo e tutti gli altri che vi si adoperarono, dice Croce, era stata di tale profondità e fervore, e tanto grande il loro sincero travaglio esistenziale, che l’opera loro non chiedeva soltanto di essere attinta nei secoli, ma d’essere nei secoli opera in divenire, sempre viva e prolifica; capace di fornire risposte anche a domande che al tempo loro non potevano ancora porsi, e che solo il processo storico avrebbe posto agli uomini. E i continuatori dell’opera loro, non potendo una prosecuzione avvenire “senza meglio determinare, correggere e modificare i primi concetti e aggiungerne di nuovi e compiere nuove sistemazioni”, furono coloro “che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita”.

 

I continuatori del Cristianesimo
E qui vale la pena soffermarsi a notare che ciò che Croce verrà affermando gli varrà un’accoglienza ostile, da parte ecclesiastica, tanto da negare quasi ogni valore a questo suo scritto. Infatti, prosegue Croce, “nonostante talune parvenze anticristiane”, quei continuatori furono “gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il sopranaturalismo e l’ascetismopapafrancesco stringemani 350 260 min medievali”; “gli uomini della Riforma” che resero di significato universale le dottrine di Paolo; “i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura”, che dotarono l’umanità di mezzi nuovi di conoscenza; “gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza”, che suscitarono ulteriori concezioni liberali; gli “illuministi della ragione trionfante”, che riformarono la vita sociale e politica, abbatterono il feudalesimo con tutti i suoi privilegi, superstizioni e pregiudizi, ma “accendendo un nuovo ardore e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario”. A cui seguirono “i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta”; i filosofi, “che procurarono di dar forma critica e speculativa all’idea dello Spirito”

Tutti costoro, che pure Croce enumera quali continuatori moderni del pensiero rivoluzionario cristiano, non potranno non essere condannati, tuttavia, dalla stessa Chiesa insieme all’intera modernità, pur non essendo la Chiesa “in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà”. Ma la Chiesa, secondo Croce, “doveva e deve respingere con orrore, come blasfemia, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee”.

Perché la Chiesa non può “a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. Ma lui, nonostante ciò, deve confermare, per onestà morale e intellettuale, “l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario”. E a riprova fa notare ulteriormente che, nonostante le pur feroci polemiche anti-ecclesiastiche che ininterrottamente hanno percorso la storia moderna, i suoi autori non sono mai giunti alla denigrazione della figura di Gesù, quale fondatore di quella sensibilità e di quel pensiero rivoluzionari, “sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé” medesimi. E anche ai poeti, ai quali pure si concedono non poche licenze di “celiare” su qualsiasi fatto o personaggio della storia, ciò non è stato loro consentito intorno alla persona di Gesù.

Quindi si può affermare, continua Croce, che “sebbene tutta la storia passata confluisca in noi e della storia tutta noi siamo figli, l’etica e la religione antiche furono superate e risolute nell’idea cristiana della coscienza e della ispirazione morale”. E perciò “noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo”.

Sicché “come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, e dalla consapevolezza di non poterli comporre mai a pieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita. E serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che non mai pungente e tormentoso tra dolore e speranza”.

Il Dio cristiano è quindi il nostro Dio. E se “noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come ‘logica umana’, ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi ‘divina’, intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo”.

Qui si conclude il commosso riconoscimento crociano al Cristianesimo e ai suoi valori fondativi, che commuove anche chi, come me, si dibatte oggi nel medesimo turbamento a guardare sé e le cose del mondo. Le quali forse più di ieri, perché di certo più infide, allontanano il mondo nuovo che in molti abbiamo in mente, che non può non dirsi “cristiano”, e in cui non ci è dato ancora vivere, e in cui forse personalmente non vivremo mai, ma che la nostra voglia e la nostra volontà non smettono di desiderare. E ci fa turbinare vorticosamente nella mente, parafrasando lo stesso filosofo, tutti i perché, a nostra volta e in questo specifico senso, non possiamo non dirci “crociani”.

 

Critiche della Chiesa a Croce
Come accennato sopra, tuttavia, questo scritto non ricevette un’accoglienza benevola da parte della Chiesa e dei suoi studiosi. Essi ne deprecarono, in particolare, l’insistenza di Croce sul carattere terreno del Cristianesimo, il suo essere frutto del processo storico, come ogni altra concezione umana; negandone, quindi, il carattere divino. A tale punto giunse l’ostilità, che sia allapresa della bastiglia rivoluzione francese di henry singleton 350 min pubblicazione dello scritto, sia nei necrologi in occasione della sua morte, sia ancora molti anni dopo, la critica a Croce da parte della Chiesa non accennò mai a spegnersi. Ne sia prova anche il fatto che gli si preferì persino il filosofo Bertrand Russell, con gli ampi riconoscimenti tributatigli in occasione della morte sua, il quale al contrario aveva scritto e più volte ribadito il suo Perché non sono cristiano.

Ma le ragioni di tale apparente paradosso erano già presenti in Croce, che in tal proposito, come visto, non si faceva illusione alcuna, quando affermava che la Chiesa “non può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. La Chiesa non può accettare, come invece è piaciuto dire a me, quella sfumatura che da Io porta a Dio, poiché, allo stesso tempo, dovrebbe accettarne anche l’altra, che da Dio porta a Io. Il ché significherebbe non solo lo scivolamento e la rarefazione dei propri confini, ma anche la relativizzazione, la “umanizzazione” (ossia l’oscuramento dell’origine divina e all'opposto l’attestazione loro quale prodotto del processo storico) dei propri principi; invece la Chiesa ha sempre il dovere di difendere e preservare il “proprio istituto”, quindi...

D’altra parte, non si può non notare il vero paradosso di una Chiesa, le cui vicende sono appunto quelle di un Dio che si è fatto carne e storia, che proprio nel processo storico preferisce il “nemico” al potenziale alleato, colui che le è più distante a colui che le è più vicino, nonostante questi arrivi, pur in un momento di terrore e disperazione intellettuali e spirituali, a riconoscerle niente meno che la primogenitura dei principi propri, l’origine stessa del proprio pensiero e della propria costituzione morale!

“Il cristiano è tale se è nella Chiesa”, sembra ribadire con fermezza la Chiesa, “e non fuori”; “fuori, è il luogo del non cristiano” come Russell. Resterebbe da indagare come la Chiesa, dopo aver collocato, con giusto piglio, il cristiano dentro e il non cristiano fuori di sé, e non accettando “a niun patto” il cristiano fuori, riesca invece ad accettare la presenza del non cristiano dentro di sé… Ma ciò forse fa parte di quel “respiro di riposo” che può durare molto a lungo, e trova giustificazione nella contingenza storica, che nella sua evoluzione tutta terrena potrà invece suscitare pensieri nuovi e nuovi comportamenti.

 

Cristo “primo socialista della storia”?
rivoluzioneFrancese lalibertà guid il popolo 350 minSe è vero che questa riflessione crociana può essere di qualche conforto agli uomini della sinistra come me riguardo il rapporto loro con i propri valori e con la Chiesa, mi chiedo però se può essere per loro esaustiva. In fondo, Croce aveva della politica e della vita una visione del tutto elitaria, aristocratica, del tutto distante e in opposizione a quella di cui gli uomini della sinistra sono informati. Di loro, penserebbe che vivano quei valori come una sorta di superstizione, e ne cantino le parole come le strofe di cantilena consolatoria; incapaci di coglierne il senso intrinseco e quello immesso nella storia. Egli aveva in uggia l’ingresso dei popoli nella storia; anzi, il suo mondo viveva nel terrore delle “folle”, che col marxismo si erano trasformate in masse organizzate e partecipanti e, orrore! orrore!, produttrici di storia. Anche questo lo aveva atterrito, e indotto a ricorrere alla Chiesa quale sicuro approdo per ciò che considerava una deriva della civiltà.

Ma per gli uomini della sinistra essa è tutt’altro che una deriva, bensì esattamente la rotta da seguire per una civiltà di livello superiore. Essi avrebbero perciò bisogno, probabilmente, di un percorso proprio, col supporto dei mezzi resi disponibili dalla propria parte, attraverso cui riscoprire autonomamente l’origine e il percorso delle proprie sensibilità, del proprio legame sentimentale, morale e intellettuale con quegli “ultimi” che per primo il Cristianesimo ha posto nel cuore della divinità. Ma mentre il liberalismo, con Croce, si è posto quel problema, concludendo di essere in debito col Cristianesimo, la sinistra questi conti non li ha fatti mai.

Eppure, se persino per il liberale Croce il problema si era infine posto come imperativo storico, per la sinistra, marxista o no, avrebbe dovuto porsi con maggior forza e a maggior ragione, avendo essa in comune con la Chiesa, appunto, la fondativa cura degli “ultimi”, fino ad essere considerata una vera e propria “eresia”; cura a cui Croce, da liberale, non voleva e non poteva attendere, considerando gli “ultimi”, come faceva, naturalmente e irrimediabilmente ultimi, senza speranza di redenzione terrena. La sinistra, quindi, avrebbe dovuto porsi il problema di quella sorta di sincretismo che animava moltissimi dei suoi seguaci, tra cui quella mia cara donna, cattolica e comunista addolorata per la morte di Enrico; avrebbe dovuto scandagliarne le origini, i limiti e le potenzialità; avrebbe dovuto più apertamente e diffusamente parlare di Chiesa,i moti del 1848 Italia 350 min piuttosto che limitarsi a parlare di mondo cattolico, lasciando così che cadesse su di sé il sospetto di mero proselitismo. Si è invece limitata a scansare il problema, a vagheggiare, non senza boria e in modo sin troppo liquidatorio e sprezzante, di un Cristo “primo socialista della storia”, quando era essa stessa, noi stessi, a costituire, in verità, la schiera inconsapevole dei ben ultimi cristiani.

Eppure, era avvenuto persino che, al contrario, la stessa Chiesa si vedesse invasa dal pensiero marxista, fino a produrre in essa ciò che, alla luce del presente discorso, non poteva non definire eresia, quando non pochi suoi uomini, che del marxismo adottavano gli strumenti di lettura della storia, elaborarono quella che viene definita la Teologia della Liberazione; arrivando persino ad affermare quanto il marxismo fosse “necessario” al Cristianesimo per rendersi storicamente efficace. Il travaglio che essa subì, lo sconquasso che le procurò, i provvedimenti radicali che fu costretta ad assumere contro i suoi stessi uomini, forse tra i più fervidi prosecutori di Gesù nella cura degli ultimi, avrebbero meritato un’attenzione molto particolare della sinistra, che invece si rintanò nell’indifferenza, quando non si prodigò nella strumentalizzazione.

Eppure, la stessa Chiesa Cattolica, già a partire dal lontano 1891, con la prima enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, e a seguire con la Quadragesimo Anno di Pio XI del ‘31… per continuare per tutto il XX secolo e concludere con la Laudato si’ di Papa Francesco nel Terzo Millennio, non respingeva passivamente le sollecitazioni che la storia le veniva procurando ed evolveva la propria riflessione “con prudenza e politica”, preservando di sé ciò che con prudenza e politica poteva preservare. E ancor di più con Papa Francesco, che ha scosso la Chiesa dalla sua apnea secolare, dal suo “respiro di riposo”, e ridato autonomamente fiato alla carica rivoluzionaria del Cristianesimo, fino a farsi dare del comunista dai suoi nemici interni edOttobreRosso 17 la prese del Palazzo dinverno 350 min esterni, la sinistra resta silente, rinuncia a riflettere su di sé e sulla sua storia, e a proferire quella verità che dalla storia sta emergendo con moto tellurico: non è Papa Francesco ad essere comunista, ma i comunisti ad essere stati e ad essere “cristiani”!

Dobbiamo insomma constatare con rammarico che, di fronte alla problematizzazione della propria condizione da parte di liberali e cattolici, gli uni al cospetto della Chiesa e del Cristianesimo e gli altri al cospetto del marxismo e della storia; di fronte all’inquietudine che ha travolto molti seguaci suoi, e a tutto questo susseguirsi di sommovimenti storici profondissimi e amplissimi, la sinistra sembra essere rimasta completamente immota; come se la propria origine, i propri valori di riferimento e la propria storia fossero svaniti nel nulla, e niente e nessuno ne fossero stati investiti. Essa, che pure molto di buono e di giusto ha saputo produrre per i moltissimi, altrimenti condannati alla marginalità nel consesso umano, proprio essa, rivoluzionaria, ha sorprendentemente rinunciato a confrontarsi con la più grande rivoluzione di tutti i tempi.

Ci si sarebbe aspettati, ma forse è pretendere troppo, che una tale riflessione avvenisse all’atto della fondazione di quel partito,lottapartigiana il Pd, che diceva di voler ricongiungere le radici storiche della sinistra, del cattolicesimo popolare e del liberalismo. Mentre quell’operazione si è rivelata, alla luce dei fatti, una specie di imbarazzante amerikanata (con la “k” d’obbligo), che blatera di diritti civili per allontanare da sé l’incombenza di garantire quelli sociali, senza i quali i primi diventano un imbroglio linguistico; oltre ad un riciclo del ceto politico, pur legittimo, ma rimasto privo di giustificazione ideologica e politica.

Quella sinistra che predicava l’edificazione del “paradiso in terra”, sprezzante nei confronti di chi ne predicava uno surrettizio rimandato negli impalpabili cieli, ora si è inginocchiata davanti a chi i paradisi in terra, quelli fiscali!, li ha edificati in nome del dio-quattrino, scavando contestualmente per tutti gli altri una gigantesca fossa infernale.

Ma ora che i “mercanti” si sono appropriati, non del Tempio, ma dell’intero mondo, e contro ogni logica ne indirizzano il futuro (ricorda Aristotele nella “Politica”: “A Tebe era legge che non potesse accedere alle cariche pubbliche chi non fosse stato dieci anni lontano dal commercio”!…); ora che lo sgomento di fronte alle cose del mondo tocca anche i cuori e le menti più semplici e lo scandalo sotto gli occhi di Dio e degli uomini è divenuto insopportabile ad ognuno; ora che tutto è o pare perduto, non sarebbe giunto il momento di porsi quella domanda fatidica che assilla me, e darvi risposta? Non sarebbe ora di chiedersi: tu da che parte stai? Dalla parte del Dio cristiano o del dio-quattrino? Dalla parte di quel Dio che fa crocifiggere sé per la salvazione degli uomini? O di quello che crocifigge gli uomini per la salvazione di sé?!

E se questa mia doglia, questa contraddizione che sento nel rapporto con una Chiesa che consideravo nemica, non è soltanto un1969 assemblea mirafiori 350 min mio cruccio, un mio smarrimento nella mia personalissima selva oscura, avendo abbondantemente superato il mezzo del cammin di nostra vita, e fosse invece un travaglio interiore ben più diffuso e radicato nei tanti che, come me, hanno vissuto in prima persona un’epoca di grandi rivolgimenti sociali e politici, partecipandovi e non subendoli soltanto, non sarebbe il momento di prendere atto che esso è un travaglio che attiene alla politica?

La risposta è Sì, da parte mia, e appare in rilievo anche dalla tabula rasa che si vorrebbe fare di quella memoria collettiva; poiché quel mio cruccio non è il travaglio intimistico di chi ha ormai più passato dietro di sé che futuro davanti, ma il frutto di eventi veri, di quel processo storico che ha coinvolto milioni di persone, poste di fronte a contraddizioni come questa, che mai avevano attraversato prima la loro mente, facendoli improvvisamente sentire uomini nella pienezza e pesantezza dell’essere!

E proprio in questo, proprio in questa disparità tra i giganteschi passi che la storia improvvisamente sa compiere, e quelli miseri che riusciamo a compiere noi nel nostro incerto incedere esistenziale, penso si trovi il vero valore di quella partecipazione, di quella affezione alle cose del mondo, di quello slancio temerario che la sinistra ha suscitato e dovrebbe preservare, che ha fatto di tanti piccoli insignificanti uomini e donne dei costruttori di storia, da miserabili sue vittime che erano stati sino ad allora.

Quel travaglio, dunque, è innegabilmente travaglio politico, che attiene alla politica; ma che la sinistra lascia che pesi come unawhirpool 320 min croce sulle povere spalle di tanti poveri cristi, lasciati languire nella solitudine, nell’abbandono, in quella terribile sensazione di inadeguatezza che porta a pensare di sé d’essere indegni e inetti alla vita. Vi è una colpa più grave, una più imperdonabile anche dal più misericordioso Dio?

Inoltre e infine, se Croce, da liberale e incrollabile avversario della sinistra, ha omesso di enumerare tra i prosecutori del pensiero cristiano, tra coloro cioè “che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita”, gli uomini e le donne della sinistra, che pure hanno prodotto la gran messe di pensiero e compiuto le grandi azioni che conosciamo, con smisurato dispendio di energie, sudore, sangue e inestinguibile amore per il prossimo, mi chiedo, è consentito alla sinistra fare altrettanto, e scaraventare nell’oblio i propri stessi padri e madri, condannandoli alla damnatio memoriae?

No, mi rispondo io; però lo fa. Ma, nonostante ciò, penso che niente sia davvero perduto, se è vero, come afferma Croce, che “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”. E la sinistra allora, dopo il suo non encomiabile “respiro di riposo”, può tonare, se vuole, a far germinare nella storia i valori propri, ancorché non esclusivi e di cui non ha paternità, essendo anch’essa il prodotto storico dell’anelito alla giustizia, alla difesa degli ultimi, dei diseredati, degli esclusi, dei clandestini della vita, dei soltanto vivi. Quelli che il Cristianesimo ha posto primigeniamente nel cuore della divinità, e gli uomini e donne della sinistra continuano amorevolmente e testardamente a portare nel cuore loro.

Ivano Alteri

Frosinone 23 settembre 2020

 

 

 

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Gli imbecilli di Umberto Eco

 Social network

 Quella sui social, al lordo dell’imbecillità, è una discussione pubblica di massa, inedita

di Ivano Alteri
socialnetworkloghi 390 minUsava dire Umberto Eco che i social “danno diritto di parola a legioni d’imbecilli”. Come dargli torto? E invece ha proprio torto. O forse ha proprio ragione.

Se consideriamo quella che avviene sui social una discussione pubblica, dobbiamo ammettere che è piuttosto imbecille. Ci sono quelli che non riescono a restare sul punto neanche inchiodati, e di qualsiasi cosa si parli ne hanno sempre un’altra più importante: “e allora Bibbiano?”, “e allora il Pd?”, “e allora il M5S?”, “e allora le Foibe?”; o ancora: “il vaccino anti-covid gratuito, e per le altre malattie?”, “si comprano i banchi con le rotelle, ma le spese delle famiglie?...”. Ci sono quelli che ad ogni piè sospinto intimano agli altri: “svegliatevi!”, dopo aver sproloquiato di argomenti di cui non sanno assolutamente nulla, con frasi strampalate, senza un punto né una virgola, in un delirio molto simile al sonno della ragione. Ci sono quelli per i quali “il covid non c’è”, però “ce lo portano gli immigrati”, e poi magari partecipano alla manifestazione contro la “dittatura sanitaria” con la mascherina! E ancora, ci sono quelli che toglierebbero il suffragio universale perché fa votare anche gli imbecilli, autoescludendosi dal suffragio universale. Poi ci sarebbero anche quelli che appongono la faccina che ridacchia su qualsiasi argomento gli capiti a tiro, ma questi bisogna considerarli fuori gara e passare oltre… Insomma, come dare torto a Eco?

E invece ha proprio torto. Quella sui social, al lordo dell’imbecillità, è infatti una discussione pubblica di massa completamente inedita, mai esistita prima nell’intera vicenda umana, dai suoi albori fino ad oggi. Essa, perciò, deve, dovrebbe, essere considerata l’“infanzia” di una discussione pubblica ampiamente partecipata; una discussione, cioè, che non può non essere in un certo senso imbecille, partecipandovi per la prima volta milioni di persone, noi, che nel corso dei secoli e dei millenni sono state tenute accuratamente fuori da ogni discussione pubblica. La discussione, pubblica e privata, ha una propria grammatica e una propria sintassi, che occorre imparare; e per impararle occorre esperienza e tempo. I partiti di massa del Novecento avevano inaugurato quell’ampia partecipazione, anche se gli eredi di quegli stessi partiti hanno provveduto a stroncarla in nome di partiti leggeri, liquidi, gassosi, plasmatici, ossia utili esclusivamente alle carriere degli aspiranti leader e seguaci. Ma s’imporrà di nuovo. Solo chi abbia una visione elitaria, escludente, discriminatoria della vita, quindi, può dare dell’imbecille a quella discussione e a chi vi partecipa, senza dire a sua volta un’imbecillità. Come dare ragione ad Eco?

E invece Eco aveva proprio ragione; perché, in realtà, egli non ha mai affermato quello che a noi sembra di aver capito. Infatti, il contesto in cui ha pronunciato quella frase attribuisce ad essa un significato del tutto diverso da quello che viene percepito isolandola: la sua non era un’invettiva contro i social e la partecipazione di moltissimi alla discussione pubblica, ma la descrizione di un fenomeno in divenire, in cui gli imbecilli, già presenti in natura e non creati dai social, perderebbero progressivamente la loro carica distruttiva, lasciando il campo ad una buona discussione, larga e vera.

Quella che segue è la frase esatta di Eco (fonte Repubblica, qui il video: https://www.repubblica.it/le-storie/2019/01/05/news/umberto_eco_i_social_gli_imbecilli_e_cosa_disse_veramente_quel_giorno-215761508/#gallery-slider=116600861): «Il fenomeno twitter permette alla gente di essere in contatto con gli altri, e benché abbia una natura leggermente onanistica ed escluda la gente da tanti contatti faccia a faccia crea però un fenomeno anche positivo. Pensiamo a cose che succedono in Cina, o Erdogan… in Turchia vi è stato anche un movimento d’opinione… Qualcuno ha detto che se ci fosse stata internet ai tempi di Hitler i campi di sterminio non sarebbero stati possibili, perché la notizia si sarebbe diffusa viralmente. Ma d’altro canto, dà diritto di parola a legioni d’imbecilli; i quali prima parlavano solo al bar, dopo due-tre bicchieri di rosso, e quindi non danneggiavano la società… gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni: ‘ma tas ti stùpid..’; e che adesso, invece, ha lo stesso diritto di parola di un premio nobel; e uno non sa se sta parlando un premio nobel o… Quanto alla invasione degli imbecilli, io credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo: la gente non crederà più a quello che gli dice twitter. All’inizio, grande entusiasmo; ma a poco a poco si dirà ‘chi l’ha detto?’, ‘twitter’, ‘quindi tutte balle!’».

Insomma, Eco non ci diceva di tacere, ma d’imparare a non essere, e a riconoscere gli, imbecilli; e che la discussione sui social sembra imbecille solo perché è molto giovane. È piccola, quindi, ma crescerà.

Frosinone 3 ottobre 2020

 

 

 

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Pubblicato in Informazione

I partiti non siano luogo di carriera personale e affari di gruppo

Opinioni sul voto

I cittadini si riprendano i partiti e li govenino dal basso

di Ivano Alteri
rferendumIl recente voto referendario e amministrativo ha evidenziato luci e ombre nel quadro politico generale, come sempre accade. Tuttavia, un dato emerge con nettezza dalla complessità del tutto: la spallata al Governo non c’è stata; anzi, il governo Giallo-Rosso ne esce consolidato. Quella destra produttrice di bufale, disposta a speculare letteralmente sulla pelle degli italiani, imbrogliona senza scrupoli, incapace di individuare e perseguire l’interesse collettivo, a volte feroce nei confronti degli ultimi, non ce l’ha fatta a trasformare la tornata elettorale nell’ultimo atto della sua perenne aggressione selvatica ad un governo e ad una maggioranza legittimamente costituiti.

Tuttavia, ai sostenitori del No, tra i quali mi annovero, resta il rammarico per un esito referendario che si considerava e si considera pericoloso per le istituzioni democratiche. Ma è solo un rammarico a metà, pensandoci meglio. Il risultato di circa il 30% dei No, infatti, ha smentito perentoriamente ogni pronostico, se si considera che fino a pochi giorni prima del voto il No risultava attestarsi intorno al 6%; ed è particolarmente rilevante, considerata la disparità di mezzi tra i sostenitori dell’una e l’altra opzione. Inoltre, come immediatamente ammesso da Zingaretti, sostenitore del Sì, quel sostanzioso risultato ha consentito di evidenziare con forza la fondatezza di alcune, importanti, ragioni del NO, a tal punto che nello sviluppo del processo riformatore non si potrà non tenerne conto. Fatta la tara di quelle più insulse - tipo lo scarso risparmio derivante dalla riduzione dei parlamentari, abbattere il governo o far dispetto a Di Maio - esse contribuiranno quindi a costituire il futuro patrimonio istituzionale riformato. Se da una parte, dunque, può esserci rammarico, dall’altra dovrebbe esserci un buono e legittimo orgoglio.

Ma soprattutto, quel risultato consente di continuare con forza ed approfondire la riflessione e la discussione pubbliche sul tema della rappresentatività delle forze presenti in Parlamento, la quale non era garantita prima del taglio e ancor meno lo è oggi. Essa, tuttavia, è la questione delle questioni, poiché, qualsiasi sia il numero dei rappresentanti, nulla può venire di buono ai rappresentati, persistendo l’autoreferenzialità dei primi. Neanche la legge elettorale potrà, di per sé, attendere adeguatamente a questo compito, persistendo in ogni caso ampi margini di strumentalizzazione del voto popolare, anche con la reintroduzione del sistema proporzionale e delle preferenze (che, va opportunamente ricordato, sono state eliminate a furor di popolo, col 95,57% di Sì all’abrogazione!, nel referendum del 9 giugno 1991).

Nell’ambito di tale discussione, perciò, andrebbe piuttosto meglio sottolineata, a mio parere, l’importanza che riveste, nel futuro assetto istituzionale, il tema dei partiti, della loro strutturazione e della loro rispondenza al dettato costituzionale, vero snodo della questione-rappresentatività. A tal proposito si segnala una pubblicazione del 2018 del Prof. Salvatore Bonfiglio, docente di Diritto costituzionale italiano e comparato presso l’Università degli Studi “Roma Tre” e sostenitore del NO: “L’art. 49 della Costituzione e la regolazione del partito politico: ‘rilettura’ o ‘incompiuta’ costituzionale?” (https://www.nomos-leattualitaneldiritto.it/wp-content/uploads/2019/01/Bonfiglio-1.pdf).

Nessuna legge elettorale, nessuna riforma costituzionale, potrà mai ridare rappresentatività politica in Parlamento ai cittadini, se i cittadini continueranno ad essere tenuti accuratamente fuori dai partiti, e i partiti continueranno ad essere mero luogo di carriera personale e affari di gruppo. Insomma, è mia convinzione che l’unica vera via per la rappresentatività risieda nella partecipazione attiva ed effettiva dei cittadini alla vita interna dei partiti. Ogni altra, si rivelerà sempre un vicolo cieco.

 

Frosinone 23 settembre 2020

Alteri: Lunga vita al Governo Giallo-Rosso

Analisi, Opinioni, Dibattiti

La storia ha prodotto un governo che nessuna mente avrebbe potuto mai progettare a tavolino

conte con mascherina 390 mindi Ivano Alteri.

Non sono avvezzo a sostenere i governi, ad essere “filo-governativo”. La mia esperienza, che è simile a quella di milioni di uomini e donne della sinistra, è fatta di estenuante opposizione. La storia italiana ha prodotto questo, per una buona parte degli italiani. Come molti altri, quindi, sono un cittadino d’opposizione, con tutte le inclinazioni del caso. Tra queste, c’è senz’altro quella di cercare sempre ciò che non va, piuttosto che rivendicare ciò che va.

Non è una buona inclinazione, per chi voglia rendere storicamente efficace la politica della propria parte. Ma ora la storia, che come si sa si burla spesso di noi, ha prodotto un governo che nessuna mente, neanche la più diabolica, avrebbe potuto mai progettare a tavolino: il governo Giallo-Rosso. Grazie al gesto inconsulto del Padano (“Che Dio benedica il Papeete!” [cit. Benny Taormina]), si sono ritrovati costretti a governare il Paese due partiti che se ne sono dette di tutti i colori, che pensavano entrambe, dichiaratamente, di essere destinati a scontrarsi l’uno contro l’altro, che si consideravano niente meno che nemici; ma i cui due popoli, al contrario, non si sentono nemici affatto; anzi, in buona parte coincidono e sono praticamente lo stesso popolo.

A questo si aggiunge che, sempre per quelle burle della storia, l’Europa proprio in questo momento stia cambiando direzione di centottanta gradi, e il Covid, con tutti i disastri che sta combinando nelle nostre vite, sta accelerando quel cambiamento rendendolo fulmineo. Quelle che si stanno presentando, quindi, sono delle occasioni storiche irripetibili, per entità delle risorse economiche disponibili e per la direzione della loro allocazione.

Ed allora, quella mala inclinazione a ricercare sempre quello che non va, bisogna metterla urgentemente da parte. E a fronte del rischio incombente di perdere l’occasione storica e irripetibile di costruire finalmente l’Italia degli italiani (e non più di lor signori), è mia opinione che gli uomini e le donne della sinistra, senza rinunciare mai al proprio spirito critico e a lottare per il bene comune, ed anzi proprio per questo, dovrebbero mettere al bando ogni ritrosia; e, con tutti i distinguo e le contraddizioni del caso, dire con voce tonante: Lunga Vita al Governo Giallo-Rosso!

Frosinone 17 settembre 2020

 

 

 

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