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Ivano Alteri

Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

URL del sito web:

Liste verso il voto in otto comuni

Quando anche i partiti si travestono da liste civiche

listeciviche 390 minL’approssimarsi della tornata elettorale amministrativa, con tutti gli smarrimenti e i dubbi da cui sono assaliti gli elettori di questi tempi, ci ha suscitato il ricordo di un aneddoto, per altro avulso, in cui Socrate, alla domanda di un giovane che gli chiedeva se sposare o no la sua amata, gli rispondeva: “Guarda, fa’ come vuoi, tanto in ogni caso te ne pentirai”. Questa risposta ci è parsa molto consona alle contorte manovre preelettorali dei raggruppamenti politici ciociari, in particolare del centro sinistra per quanto ci riguarda, in vista delle elezioni nei comuni di Belmonte Castello, Ceccano, Guarcino, Cervaro, Fontana Liri, Pontecorvo, Ripi e Trevi nel Lazio.

Quelle contorsioni indecorose, un fenomeno funesto che non accenna ad esaurirsi, consistono nel ricorso dilagante alle cosiddette liste civiche, a cui corrisponde il persistente e ulteriore arretramento dei partiti. La disinvoltura che le caratterizzano è il sintomo di una patologia, minacciosa come la peste nera e già prossima alla cronicizzazione, che non lascia sperare niente di buono.

Ma dal punto di vista dei cittadini, constatiamo che essi hanno ottime ragioni per nutrire una vera e propria idiosincrasia nei confronti dei partiti, e per sentirsi costretti ad optare, perciò, per una politica fai-da-te, avendo fatto, quei partiti, tutto il possibile per rendersi repellenti. E va notato, inoltre, che quella idiosincrasia che riguarda i partiti, non coinvolge anche la politica, come invece si vorrebbe far credere additando quei cittadini come portatori di antipolitica.

Al contrario, la creazione di liste civiche ad opera dei cittadini testimonia una certa loro consapevolezza dell’importanza della politica, tanto da sentirsi chiamati ad assumerne la responsabilità in prima persona. Tuttavia, a tale consapevolezza non ne corrisponde un’altra, che sarebbe invece necessaria, riguardo l’incapacità strutturale delle liste civiche a rimpiazzare adeguatamente il ruolo dei partiti. È destino delle liste civiche, infatti, sfaldarsi non appena sia esaurita la loro funzione elettorale, non riuscendo a mantenere, mai o quasi mai, il necessario coagulo dei partecipanti, ossia la necessaria memoria storica, anche nella fase successiva, e ben più pregnante, della gestione concreta della cosa pubblica. Gli esempi, a destra e a sinistra, non mancano…

Invece, dal punto di vista dei partiti, le constatazioni che si possono fare sono assai più amare, poiché nella scelta di proporsi elettoralmente come liste civiche, occultando nomi e simboli, è sempre possibile rintracciarvi delle preoccupanti opacità, quando non del dolo. I partiti che vi ricorrono non sono alla ricerca di “civismo”; se lo volessero, lo svilupperebbero in sé stessi, invece di tenerlo accuratamente e deliberatamente fuori. I partiti che ricorrono alle liste civiche, piuttosto, danno l’idea di qualcuno che si vergogni di sé (verrebbe da dire, giustamente), tanto da doversi mascherare; per nascondere il viso alla vista, per occultare tutte le deformità che lo sfigurano. E, trattandosi di partiti, ossia di soggetti collettivi deputati alla gestione della cosa pubblica, quelle deformità non comportano trascurabili obbrobri estetici, bensì danni incalcolabili alla politica, alle istituzioni e agli interessi materiali e immateriali dei cittadini, a cui sarebbero chiamati invece a dare rappresentanza. La scelta deliberata dei partiti di trasformarsi in liste civiche, perciò, è una scelta molto grave, soprattutto se si considera la sua natura dolosa.

I partiti sono, dovrebbero essere, un bene comune, non proprietà privata di qualcuno; i partiti sono, dovrebbero essere, “fruibili” dai cittadini, non “contendibili” dagli aspiranti leader, né accaparrabili dagli ambiziosi di ogni risma; i partiti sono, dovrebbero essere, un diritto dei cittadini costituzionalmente garantito, non il luogo di affari, carriere e camarille.

Essi sono lo strumento, unico e insostituibile, fornito dalla Costituzione ai cittadini “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica” locale e nazionale. E allora è evidente che senza di essi, malamente sostituiti dalle cosiddette liste civiche, i cittadini sono automaticamente, inesorabilmente, deliberatamente esclusi dalle scelte riguardanti i loro stessi interessi. La partecipazione popolare alla politica attraverso i partiti, come l’abbiamo conosciuta noi e i nostri padri, non è un pio desiderio per anime belle, ma l’assoluta necessità per una politica che voglia avere caratteri popolari; non populisti né popolani.

Così, al povero cittadino elettore, minacciato da questo virus politico e indeciso se “sposare” o no una tale lista civica, opportunamente verrebbe da dire: “Fa’ come vuoi, tanto in ogni caso te ne pentirai”.

Frosinone 4 luglio 2020

Pubblicato in Elezioni

Mi piace, ma non Condivido e quando Condivido?

Social network e manifestazione delle opinioni

social 350 260“CONDIVIDO MA... NON CONDIVIDO!”, è un atteggiamento social molto diffuso ma troppo poco considerato. Perché anche quando si appone un like su un articolo poi, molto spesso, non lo si condivide con altri? Pubblicando frequentemente i miei e gli altri articoli di unoetre.it su facebook, constato sempre che il numero dei like è di molto superiore al numero delle condivisioni; anzi, tra le due grandezze non c’è proprio confronto. E allora questa domanda mi sorge spontanea. Ma mi accorgo che le risposte non sono affatto facili da trovare; e quelle che trovo non sono affatto rassicuranti.

Sorvolando sulla possibilità che sia solo per pigrizia, una potrebbe essere che il like, o altra espressione, sia solo un segnale di attenzione per l'amico che lo ha postato, e non di condivisione dei contenuti del suo post. E questo ci può stare.

Ma un'altra ragione, ben più pregnante e forse più frequente, potrebbe essere: condivido solo in parte il contenuto dell'articolo, e quindi non lo condivido con altri per non assumere la responsabilità anche della parte di contenuto che non condivido. E questa meriterebbe invece maggiore attenzione, potendo avere delle conseguenze tanto importanti quanto grottesche.

La prima conseguenza, ovvia, è che non diffondendo la parte del contenuto che non si condivide, non si diffonde neanche quella che si condivide.

La seconda è un po’ più complessa. Una persona dotata di un forte spirito critico difficilmente condivide in pieno un intero articolo; quindi, sulla base di quell’impostazione, su Facebook e altri social condivide molto meno di un’altra che, essendo dotata di uno spirito critico più debole, aderisce più facilmente a ciò che legge, e di conseguenza più facilmente lo diffonde. Ma la persona più selettiva attinge solitamente a fonti molto più attendibili e a notizie di maggior valore rispetto all’altra. Quindi, sulla base di tale constatazione, ci troviamo di fronte al paradosso per cui un’informazione meno selezionata e di minor valore è più diffusa dell’altra più selezionata e di maggior valore.

Se poi allarghiamo lo sguardo, e proviamo ad esportare quella impostazione mentale nell’ambito più generale della vita associata e della politica, arriviamo ad una terza conseguenza che può assumere aspetti terrificanti.

Infatti, se alla locuzione “diffondo soltanto ciò che condivido pienamente” sostituiamo l’altra, “aderisco soltanto a ciò che condivido pienamente”, nessuno aderirà mai a niente! E se è vero, come è vero, che l’organizzazione politica è l’unico mezzo che consente di perseguire e conseguire un fine politico, per esempio l’interesse generale, nessun interesse generale sarà mai perseguibile e conseguibile, poiché alcuna organizzazione politica potrà mai nascere.

Ma non basta. Perché, al contrario, accade invece che si condivida frequentemente sui social ciò che non si condivide affatto nel contenuto, magari solo per dire “ma tu guarda cosa mi tocca leggere!”. Ma intanto lo si diffonde a piene mani. Così, se un tizio traccia una croce uncinata su una lapide (ma la croce non era la firma degli analfabeti?), in poche ore diventa virale sul web, proprio ad opera di chi non condivide il gesto; se invece un altro perde le sue ore a scrivere un ragionamento articolato, che probabilmente sarà condivisibile solo in parte, nessuno lo condivide e nessuno lo legge.

Che dire… un bel risultato!

 

Frosinone 28 giugno 2020

 

 

 

 

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Pubblicato in Informazione

TAV: Intervista a Pietro Fargnoli

Il ruolo svolto dall’associazione dei pendolari “Roma-Cassino Express”

romacassionoexpressdi Ivano Alteri - La Tav è appena arrivata a Frosinone, ma nella carrozza dei vincitori c’è già assembramento. Si dovrebbe onestamente dire che il risultato ottenuto con le fermate Tav sia derivato, oltre che da alcune circostanze concomitanti, dall’impegno convergente di più soggetti territoriali (e non solo): associazioni di cittadini, sindaci, politici, partiti, sindacati, istituzioni locali; ma sembra che nessuno voglia segnalare e riconoscere questa coralità, come se ciò significasse annullare la propria specifica individualità. Forse manca l’umiltà necessaria a far parte di un “coro”, senza smettere di far sentire la propria voce.

Nel mentre, infatti, è stato completamente misconosciuto, dalle autorità e dalla politica, il ruolo svolto dall’associazione dei pendolari “Roma-Cassino Express”, che è stata la promotrice delle fermate Tav in Provincia di Frosinone; forse per ribadire che la partecipazione popolare non deve contare. Noi vorremmo invece ribadire che è fondamentale. Abbiamo perciò intervistato Pietro Fargnoli, il Presidente dell’associazione.

Fargnoli, come nasce l’associazione?

In treno c’è da passare un bel po’ di tempo ogni giorno e si parla, ci si confronta, nascono idee. L’associazione nasce così: dalle idee scambiate in treno e dalla volontà di non lasciarle morire su quelle carrozze, ma cercare di valorizzarle portandole all’attenzione di chi gestisce il servizio. È stato così che un gruppetto di volenterosi ha messo su una regolare associazione ed un gruppo facebook che poi si sono evoluti nel corso degli anni.

Chi l’ha fatta vivere?

Un piccolo gruppo di 17 associati ha costituito l’associazione e nominato un direttivo in cui comparivano, oltre me, Gerardo Arduini, Emanuela Belfiore, Ilenia Leoni, Armando Mirabella e Giovanni Pietroluongo (uno dei fondatori della storica associazione Aproca che prima della nostra aveva fatto sentire la propria voce e fatto passi importanti sul problema).

Quali sono le tappe fondamentali della sua attività?

All’inizio è stato più che altro un passaparola, poi siamo arrivati sui social, Facebook in particolare, ed il giro dei curiosi ha iniziato ad allargarsi. All’inizio riuscivamo a fare anche frequenti riunioni di persona poi, come spesso capita, l’attività è stata polarizzata dai canali social e le idee hanno iniziato a circolare più che altro su Facebook.

Che, quindi, ha svolto un ruolo rilevante…

Sì. Per questo dobbiamo dire un enorme grazie a Gianfranco Picozzi (poi entrato nel direttivo) che ha preso la pagina Facebook con poche centinaia di utenti e l’ha portata agli oltre 10.000 di oggi.

Ma in pratica?

Fin da subito ci siamo messi in contatto con la Regione ed abbiamo avuto degli incontri con loro per capire i problemi della linea ed a darne conto tramite Facebook o tramite il nostro blog

Poi?

Ad un certo punto abbiamo anche sviluppato una app (fatta da un pendolare) che tracciava mensilmente i ritardi sulla nostra linea, così eravamo in grado di controbattere puntualmente a Trenitalia quando nelle riunioni in regione ci davano dati che non ci parevano chiari.

Interessante…

Ma la ciliegina sulla torta della nostra attività associativa è stata lo studio del progetto AV, per il quale un grazie particolare va all’ing. Daniele Bravi (uno specialista di trasporto su ferro che ha messo a disposizione il suo sapere e ci ha dato una grande mano per la gestione degli aspetti più tecnici).

L’organizzazione innanzitutto… Ma quali sono stati gli elementi che, secondo voi, hanno poi determinato la scelta di Ferrovie?

Dopo un lungo periodo in cui in regione nessuno voleva darci retta (durato diversi anni!), alla fine abbiamo convinto l’Amministrazione Zingaretti della bontà del progetto e, almeno a parole, l’hanno sposato.

E cosa ne è seguito?

Ci risulta che la Regione abbia spinto su Trenitalia per ottenere il servizio AV almeno in via sperimentale, ma da parte di quest’ultima, non c’era alcuna volontà di andare avanti.

Però?

Poi Zingaretti è diventando socio di maggioranza del Governo (quindi in posizione di avere un ascendente ancora maggiore sul gruppo Ferrovie), è arrivato il Covid che (come dichiarato dall’AD Battisti nel giorno dell’inaugurazione della nuova fermata a Frosinone) ha imposto al Gruppo Ferrovie di cercare un nuovo modello di business… e si sono finalmente allineati tutti gli astri! Non deve essere stata una trattativa facile e va dato atto a Zingaretti di aver avuto un ruolo determinante.

Finalmente il Tav a Frosinone! È fondata, quindi, questa esultanza?

Certamente sì. Dalle nostre prime riunioni in Regione abbiamo capito quanto complicato fosse apportare la seppur minima miglioria all’attuale servizio, a causa della congestione del traffico sulla nostra linea. Questo servizio AV, seppur non ancora rivolto ai pendolari, rappresenta però una prima breccia verso l’utilizzo di un’altra linea, più moderna e performante, da integrare a quella storica. Adesso si aprono mille scenari interessanti, ma c’è molto da lavorare ancora.

Come giudichi l’attuale diatriba tra nord e sud della provincia sull’ubicazione della futura stazione Tav?

Inutile.

Cosa bisognerebbe fare, invece?

Come dicevo, queste prime fermate aprono scenari del tutto nuovi e c’è molto lavoro da fare, per concretizzare qualche obiettivo che possa apportare valore per l’intera provincia… e di certo ce ne sono!

Ma quelle fermate sono provvisorie…

Non è detto, dipenderà dalla risposta dell’utenza, dal mercato, insomma. Ovviamente la fermata di Supino sarà alternativa a quella di Frosinone, quando a Supino sorgerà la stazione; ma la fermata di Cassino potrebbe avere un senso proprio, sia in termini economici sia di servizio. Esse permetteranno di creare degli Hub attorno ai quali va completamente reinventato il sistema di trasporto intermodale provinciale.

Come?

Con l’integrazione dei TPL (Trasporto Pubblico Locale), il coordinamento con le corse Cotral; con nuove navette (su gomma o su ferro) che colleghino tutti i territori agli hub… solo per citare le azioni secondo me immediate, ma di cui ancora non si è sentito parlare.

Ancora? Ma se ne parlerà?

Mi chiedo se in provincia di Frosinone esista un solo Comune che si sia dotato di un Mobility Manager; questo non è il momento dei campanilismi, ma il momento di iniziare un dialogo ed una collaborazione efficace tra tutti gli attori della provincia, se non vogliamo farci scappare… anche questo treno! Ma sono certo che anche le associazioni di categoria (di cui cito in particolare Unindustria e la Camera di Commercio, per l’interesse che hanno sempre avuto nei confronti del progetto AV) daranno un significativo contributo perché l’occasione è grande anche per loro.

Nonostante i meriti tuoi e dell’associazione, però, i pendolari rischiano di restarne fuori, a causa dei prezzi proibitivi per i più. C’è il rischio che il Tav sia, e resti!, il treno dei signori?

Esiste in Italia già da molti anni un sistema per rendere accessibile ai pendolari Regionali l’offerta di treni a mercato (Intercity e Frecce): si chiama Carta Tuttotreno ed è una integrazione all’abbonamento Regionale che ne permette l’estensione a tutti i treni in transito in linea (Regionali e a mercato). Abbiamo già chiesto alla Regione di discutere dell’introduzione della carta Tuttotreno anche per la nostra linea; e dall’Assessorato si sono detti disponibili.

A che punto siamo?

Siamo in attesa di un primo appuntamento in cui discuterne; il nostro obiettivo è di arrivare ad un costo per l’integrazione all’abbonamento annuale, inferiore ai 200€. Un prezzo accessibile per usufruire di un servizio di qualità nettamente superiore rispetto all’attuale.

Cos’altro si dovrebbe fare per evitare che resti il treno dei signori? Cosa dovrebbero fare gli amministratori?

Oltre alla disponibilità degli amministratori regionali per l’introduzione della carta Tuttotreno, secondo me è indispensabile pensare ad un sistema di TPL integrato per la provincia di Frosinone e, perché no, integrato anche con gli abbonamenti regionali (quelli che tutti i pendolari sottoscrivono per utilizzare treni, mezzi Cotral e Atac). Un unico abbonamento da utilizzare davvero in tutta la Regione sarebbe anche uno stimolo ai pendolari all’utilizzo del TPL in sostituzione dell’auto per raggiungere la stazione.

Cosa dovrebbero fare, invece, i politici?

Capire che l’AV è una occasione da sfruttare e mettere a sistema con altre occasioni storiche che questo periodo ci sta offrendo. Penso in particolare ai vari sistemi di incentivi che nascono dal Covid; ad esempio i bonus ristrutturazione potrebbero contribuire, assieme all’AV, a rendere estremamente appetibili gli investimenti sul mattone in provincia di Frosinone; ma anche i tanti incentivi per il sostegno a diversi tipi di servizi. Queste occasioni sono del tutto irripetibili, e rischiare di sacrificarle sull’altare del litigio partitico (non uso la parola politica perché “politica” dovrebbe essere altro) sarebbe un macigno sulle speranze di rilancio del nostro territorio.

E, tutto ciò considerato, cosa dovrebbe fare, a questo punto, il management delle Ferrovie?

Per quanto ne so, sta ripensando il proprio modello di business mettendo al centro anche territori inizialmente tagliati fuori dalla “metropolitana d’Italia”; ed è già un grosso passo avanti! Nell’attuazione di questo progetto, molto tempo si è perso proprio perché non rientrava nei piani del gruppo Ferrovie, ma finalmente l’aria è cambiata. So che stanno facendo anche un importante lavoro per l’integrazione del servizio ferroviario con quelli di TPL ed è un’altra nota positiva.

Ma c’è un ripensamento più generale, pare di capire…

Io credo che il Covid creerà un piccolo svuotamento delle metropoli; pensate alle tante persone che non dovranno più andare tutti i giorni in ufficio potendo usufruire dello Smart Working: per loro potrebbe diventare più sostenibile andarsene (o tornare) a vivere in città di provincia, piuttosto che lottare tutti i giorni con il sovraffollamento delle metropoli. Al gruppo Ferrovie spetterà raccogliere e implementare (cogliere la sfida di saper leggere con la maggior agilità possibile) le nuove richieste di un’utenza che, come in tutto il mondo, sta mutando rapidamente le proprie esigenze.

Cosa pensate di fare, invece, voi dell’associazione?

Personalmente penso di dimettermi dal ruolo di Presidente appena sia possibile (siamo alla ricerca di candidati a sostituirmi!), perché abbiamo bisogno di forze fresche. Anche l’associazione va reinventata perché abbiamo fondato buona parte del nostro operato proprio sul progetto AV e, adesso che lo abbiamo ottenuto, oltre a renderlo economicamente accessibile ai pendolari dobbiamo a mio avviso ragionare anche su altre dimensioni. Si è capito che le esigenze dei pendolari sono fortemente integrate con la crescita del territorio e dobbiamo riuscire a ramificarci per soddisfarle. Come farlo non mi è ancora chiaro, ma abbiamo iniziato a ragionarci… questa estate ci porterà consiglio!

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

I giornale della diaspora

di Ivano Alteri, fra i più impegnati fondatori di UNOeTRE.it

20anni1e3it minIn questo giugno 2020 ricorre il ventesimo anniversario di Unoetre.it e del suo antenato Edicolaciociara.it. È quindi l’occasione propizia per svolgere qualche riflessione in proposito.

Una prima riflessione che sorge, forse ovvia, è che Unoetre.it è un giornale che non c’era, ma ora c’è; perché qualcuno lo ha creato, lo ha cresciuto e lo fa vivere. È un impegno costante, quotidiano, che richiede dispendio di energie, non solo economiche, e che occupa, perciò, uno spazio importante nelle vite dei suoi redattori, sostenuti, per altro, soltanto dalla propria volontà. I suoi fondatori hanno ritenuto di dover fornire, a sé stessi, alla sinistra e a tutti gli altri, un segno di esistenza in vita, uno strumento di discussione, un luogo d’incontro, tenace e sicuro, per quei pensieri che sorgono quando si annaspa nella diaspora, e si inizia a temere la marginalità, se non l’estinzione, del proprio seme, del seme stesso della sinistra. Un segno vitale che ha particolare significato per la Ciociaria, dove Unoetre.it è nato, e dove la sinistra non ha, com’è noto, radici tradizionalmente profonde e diffuse.

Una seconda, riguarda il “mezzo” che ha consentito l’esistenza di Unoetre.it, ossia internet. Non vi è dubbio, infatti, che permanendo nell’era tecnologica delle pubblicazioni cartacee, senza il supporto informatico e la rete, il giornale non sarebbe mai nato; le difficoltà organizzative e tecniche, l’entità delle risorse necessarie ne avrebbero impedito l’esistenza. Dobbiamo all’esistenza di internet, quindi, la sua esistenza.

A seguire, ne sorge una terza, che riguarda i tanto vituperati social network, da internet germinati. Essi, nel corso di questi vent’anni, sono spesso stati oggetto di scandalo tra i dotti, per la numerosa schiera di “imbecilli” che osava esprimervi un’opinione. In effetti, abbiamo assistito ad un travaso di “imbecillità”, dal bar a facebook, senza soluzione di continuità; siamo effettivamente passati dalle superficialità espresse con la tazzina in mano a quelle pubblicate imbracciando una micidiale tastiera semi automatica. Ma forse quei dotti non hanno considerato che quel trabocco di “imbecillità” nella sfera pubblica proveniva da quell’infinità di persone che una sfera pubblica non l’avevano mai avuta, e non per incidente della storia; che essa quindi, l’imbecillità massiccia, forse era il prezzo nIvanoAlteri 350 minecessario per assurgere, un giorno, ad una discussione pubblica più evoluta, di livello superiore, ancorché partecipata da “tutti”. In altri termini, l’orgia di supposta imbecillità a cui abbiamo assistito e assistiamo potrebbe essere niente altro che “l’infanzia” di una discussione pubblica propriamente democratica, massivamente partecipata. In ogni caso, senza quei “tutti” e quegli “imbecilli”, non ci sarebbe mai stato nessuno a scrivere e leggere Unoetre.it.

In sostanza, perciò, possiamo dire che Unoetre.it è figlio delle nuove tecnologie ormai massificate, per quanto ancora in rodaggio. Ma le sue funzioni, quelle che si è modestamente attribuito, vengono da lontano; e attengono al bisogno di diffondere, in tutta umiltà, quella capacità critica sempre più necessaria ad interpretare la complessa realtà presente; cercando così di scansare i rischi di restarne prigionieri e soccombervi, per ignoranza o assuefazione. Diffondere modestamente i propri piccoli esempi di “pensiero critico” è stato il chiaro “fine” che Unoetre.it si è dato sin dalla sua fondazione.

Una quarta riflessione riguarda la collocazione politica di Unoetre.it. Essendo un giornale della diaspora della sinistra, e non genericamente della sinistra, già a partire dal nome, che si riferisce agli articoli 1 e 3 della Costituzione, il protagonista di questo anniversario ha segnalato la propria collocazione ideale, culturale e politica in una tradizione “anche” di sinistra, la Costituzione, appunto; con la consapevolezza, perciò, di essere parte di un tutto molto più ampio di sé. Ma senza rinunciare agli strumenti che la “propria” tradizione mette a disposizione di tutti, per rendersi individualmente e collettivamente consapevoli della realtà in cui viviamo immersi, conoscerla e migliorarla.

È la consapevolezza generalizzata dunque, in ultima istanza, il fine di UNOeTRE.it.

La consapevolezza di essere eredi e custodi di una tradizione ideale, culturale e politica; di un seme da cernere, preservare, accrescere e trasmettere. Ciò ha significato, innanzitutto, non gettar via quanto prodotto di originale e ricevuto in dote dagli avi politici, mentre in altri luoghi della sinistra si provvedeva, proditoriamente e incomprensibilmente, a disperderne il patrimonio.

La consapevolezza della “liquidità” della storia che stiamo vivendo; di quell’assenza di legami da cui deriva la solitudine politica, quando non esistenziale, in cui si ritrova chi si colloca a sinistra e i tanti altri uomini e donne dotati di inestirpabili sensibilità verso il prossimo e gli “ultimi”. E, a seguire, di quell’assenza di perimetri netti, necessari a distinguere questo da quello; della insostenibilità del confronto con la condizione delle generazioni precedenti, che invece di perimetri netti ne avevano, e potevano distinguere e distinguevano, perciò, questo da quello.

La consapevolezza della mancanza di rappresentanza politica, che condanna alla marginalità, ad una vita grama e ad una espressione incompiuta della propria natura il “99%” dei cittadini.

La consapevolezza, infine, che il modo migliore, più coraggioso, più lungimirante, più sicuro per preservare il seme è spargere tutto ciò ai quattro venti, a piene mani.

E seminare. Per esserci ancora, anche quando il tempo non promette niente di buono, anche quando sembra prospettarsi ogni avversità, anche quando si sente di essere al limite delle forze, prostrati, sfiniti, vinti. Anche quando tutto è, o appare, perduto.

Frosinone 28 maggio 2020

 

 

 

 

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Pubblicato in MessaggiVentennale

Eroi di serie A e B. L'Italia dei più uguali

Accade nel Lazio

carceri di frosinone 390 mindi Ivano Alteri - Neanche i “nostri eroi” sono tutti uguali, specialmente nel Lazio. Accade questo: il Governo stanzia dei fondi per riconoscere agli operatori sanitari un bonus per il sacrificio che hanno dovuto sopportare di fronte all’emergenza covid, ne assegna la gestione alle regioni e queste ne definiscono i criteri di distribuzione con accordo sindacale.

Nel Lazio, tale accordo per il settore sanitario include quasi tutti, da coloro che sono effettivamente in prima linea (medici, infermieri, oss…) a coloro che siedono dietro una scrivania (impiegati amministrativi, addetti ai call center…), ma esclude dall’assegnazione del bonus gli operatori sanitari impiegati nelle carceri. In tale accordo, ovviamente, rientra anche il carcere di Frosinone, nel quale, tra l’altro, si registra il record di zero contagi, grazie al lavoro degli stessi operatori sanitari, del personale penitenziario e all’apporto della Protezione Civile territoriale.

Si tratterà senz’altro di una dimenticanza, di un disguido, di un refuso nella redazione dell’accordo, visto che tale esclusione non troverebbe altrimenti giustificazione. Se non altro perché, come si ricorderà, nelle carceri italiane scoppiarono persino le rivolte dei detenuti, proprio per il panico da contagio scatenato dalla pandemia; fatto che avrebbe dovuto mettere quegli operatori maggiormente al centro dell’attenzione delle autorità e delle parti sociali, piuttosto che escluderli.

Tanto è vero che in altre regioni, come la Toscana, l’analogo accordo sindacale prevede un bonus anche per loro, per quanto ridotto rispetto agli altri.

Inoltre, nel caso del carcere di Frosinone, sembra esserci una sorta di accanimento, visto che a quegli operatori non è riconosciuta dalla Asl, già in momenti di normalità, neanche l’indennità per Rischio Infettivologico, pur in presenza costante (che in un ospedale è invece intermittente) di detenuti affetti da patologie particolarmente contagiose (aids, epatite, tubercolosi, sifilide…) come invece viene riconosciuta dalla relativa Asl ai loro colleghi del carcere di Viterbo. Non è chiaro cosa accada agli stessi operatori nelle altre province del Lazio, ma certo non sembra esserci un trattamento equanime.

È auspicabile che si ponga rimedio a quest’errore, e si ripristini un minimo di riconoscimento anche agli operatori sanitari impiegati nelle carceri, che forse vivono spesso situazioni anche peggiori, per ovvi motivi, dei loro colleghi impiegati altrove.

Frosinone 26 maggio 2020

Pubblicato in Commenti

Ai “più cattolici del Papa”

Cè chi vorrebbe che la ruota della storia girasse all'indietro?

papafrancesco stringemani 350 260 mindi Ivano Alteri - Vi sono i “più realisti del Re”, ma anche i “più cattolici del Papa”. Continuano così le aggressioni a Papa Bergoglio, a cura di chi l’accusa di essere comunista, di minare i valori “tradizionali” della Chiesa, di essere un traditore; proprio a lui che, più di altri e contrariamente a più di tanti altri, sembra l’eco secolare delle parole apprese da ognuno di noi al catechismo, quelle di Gesù di Nazaret.

Ma Papa Bergoglio non è comunista. Lo ha dimostrato ampiamente, quando nella sua patria e all’interno della sua Chiesa molti lo erano, obiettivamente, e codificavano le proprie convinzioni persino in teologie, per la liberazione dei loro popoli.

Ma Papa Bergoglio non mina i valori “tradizionali” della Chiesa, poiché ripete, passo passo, le parole di Gesù di Nazaret, che di quella tradizione è niente meno che l’indiscutibile e insostituibile fondatore.

Ma Papa Bergoglio non è un traditore, poiché ama, palesemente e incondizionatamente, la sua Chiesa, dal primo all’ultimo fedele, dal primo all’ultimo "prossimo", dal primo all’ultimo essere vivente.
Molto banalmente, i “più cattolici del Papa” vorrebbero che Bergoglio non piacesse a noi, non credenti, e soprattutto “comunisti”. A sentire questa parola, i “più cattolici del Papa” inorridiscono, e delirano nel sonno malato di chi deve dar retta ad una miriade di coscienze scisse.

Vorrebbero che Papa Bergoglio continuasse nella “tradizione” costantiniana della Chiesa di allearsi col potere dei forti, contro i deboli. Ma Costantino era un imperatore, un politico, di quelli disposti a baciare crocifissi ed altro per detenere e mantenere il potere sugli uomini e le donne. Quella “tradizione” è esattamente l’origine del tradimento degli Ultimi.

Secondo loro, la religione dovrebbe servire a tenere buoni i più per mantenere i privilegi dei pochi; ma questo significherebbe dare fondatezza all’accusa di essere “l’oppio dei popoli”. Il cattolicesimo, invece, ha saputo sottrarsi progressivamente a questa accusa (più che fondata per i pregressi millenni); Papa Bergoglio arriva ben ultimo in questo processo; persino Ratzinger lo ha preceduto, e i “più cattolici del Papa” ne avrebbero la prova se solo leggessero i suoi “Gesù di Nazaret”.

Già a partire dalle encicliche sociali di fine Ottocento e inizi Novecento (e quelle che seguirono, fino alla “Laudato Sì” dello stesso Bergoglio), La Chiesa Cattolica ha iniziato a sottoporre a severa critica l’intera sua storia, compiendo il suo percorso di consapevolizzazione, a nostro parere, con l’affermazione di Giovanni Paolo II a proposito del comunismo come “male necessario”; necessario a cosa? Necessario, pensiamo noi, a ricordare ai cristiani (e soprattutto alla sua forma meglio organizzata storicamente, ossia la Chiesa Cattolica) che il Cristianesimo è la prima religione della storia ad aver posto gli “ultimi” nel seno della Divinità; e che la sua alleanza secolare, invece, con tutti i poteri temporali che hanno attraversato la storia, rappresenta, essa sì, un lampante e atroce tradimento del Gesù e del Cristo; e quindi degli “ultimi”, che Egli ha amato fino all’estremo sacrificio della Croce.

Papa Bergoglio non è un comunista, non è contro la “tradizione”, non è un traditore, ma ha il torto di piacere anche ai non credenti, anche ai comunisti; per questo ci eravamo ripromessi di non parlarne più: per risparmiargli tanto odio a causa nostra. Ma sentiamo il dovere di tornare a farlo, per far sapere, a lui e ai suoi amorevoli fedeli, che la sua predicazione pastorale ha grande valore anche nelle coscienze di chi è distante dall’approccio religioso alla vita, di chi al “credo” preferisce il “penso”, di chi alla parola Dio mette un apostrofo e la fa diventare D’io.

Frosinone 10 maggio 2020

Lettera aperta al Sindaco e ai Consiglieri Comunali di Frosinone

Il Grande Capoluogo

frosinonedematthaeisaerea 350 260di Ivano Alteri - Illustre Sindaco, illustri Consiglieri,
approfitto di queste pagine e della voce che mi forniscono per ricondurre la vostra attenzione su una questione che considero di particolare importanza per tutti noi ciociari.

È di qualche giorno fa la notizia relativa alla decisione delle Ferrovie di prevedere due fermate della Tav in provincia di Frosinone, e di realizzare in breve tempo un'apposita stazione in territorio ferentinate. È senz’altro un’ottima notizia. Ma, potrà sembrare strano, non è questa la notizia migliore. Quella che maggiormente dovrebbe farci compiacere e riflettere è che a questo risultato hanno contribuito molti amministratori, politici e cittadini ciociari associati, di vario colore politico, una volta tanto capaci di perseguire e conseguire un obiettivo comune, pur in ordine sparso, per il bene collettivo di questa nostra terra. (Bisogna continuare così finché non sarà concretamente, completamente e al più presto realizzato.)

Infatti, mentre possiamo non aver dubbi sulle qualità individuali di molti ciociari, in numerosi campi e ad importanti livelli, dobbiamo senz’altro averne, e di gravi, riguardo la nostra capacità di sentire, pensare e agire collettivamente. L’intera storia della nostra provincia, nei suoi quasi cento anni di esistenza, infatti, sembra essere una lunga sequela di inettitudini collettive, con rarissime eccezioni (qualcuno direbbe: nessuna), dal 1926-27 ad oggi. Sempre proni nei confronti di volontà esogene, la nostra classe politica, amministrativa e noi stessi in qualità di semplici cittadini, abbiamo spesso consentito (qualcuno direbbe: sempre) che la nostra terra e la nostra comunità venissero calpestate, bistrattate, sfruttate e, non di rado, vilipese. Dobbiamo dolercene assai, e prenderne coscienza.

Ora, proprio in presenza di quel progetto di così grande importanza, abbiamo l’opportunità di apportare un cambiamento radicale a questa nostra non lusinghiera condizione, se solo riusciamo a renderci consapevoli che possiamo aggiungere ad esso un progetto tutto nostro, che ci veda protagonisti; e che, una volta tanto, ci faccia dire con soddisfazione: questo l’abbiamo fatto noi ciociari. Senza ulteriori indugi, mi sto riferendo alla proposta, anch’essa proveniente da più parti, di creare una città intercomunale, il Grande Capoluogo: l’Unione dei Comuni del Frusinate. Essa, com’è noto, dovrebbe comprendere i comuni di Frosinone, Veroli, Alatri, Ferentino, Supino, Patrica, Ceccano e Torrice.

Sono perfettamente consapevole che questa idea suscita perplessità in molti nostri concittadini; so che molti amministratori, specialmente quelli direttamente interessati, sono contrari, temendo una diminutio del proprio ruolo; e so della contrarietà anche di altri semplici cittadini, per le ragioni più varie, non sempre all’altezza della discussione. Timori a volte fondati, altre no.

Non voglio entrare nel merito della proposta; l’ho già fatto in altre occasioni e tornerò a farlo in futuro. Ma penso che sia una proposta di eccezionale valore, di grande svolta, e foriera di grandi progressi per la qualità della vita dei ciociari; e che la concomitanza dell’apertura della stazione Tav con questa nostra iniziativa darebbe il segnale, soprattutto e innanzitutto a noi stessi, che in Ciociaria non solo qualcosa sta cambiando, ma che sta cambiando radicalmente. Sarebbe, si può dire?, un evento storico. Penso, quindi, che sarebbe importantissimo riprendere la discussione avviata nel 2019, poi bruscamente interrotta, forse per scansare il peso delle responsabilità e lasciare che il tutto cadesse nell’oblio.

Ma questo, penso io, non si può fare. Non si possono scansare tali responsabilità senza far pagare ulteriori prezzi alla comunità ciociara e alle sue generazioni future. Penso che i nostri rappresentati politici e voi rappresentanti amministrativi dobbiate, con la nostra consapevole e responsabile partecipazione di semplici cittadini, assumere la responsabilità di una scelta chiara a precisa.

La città di Frosinone è il capoluogo di provincia, e in quanto tale ha l’onore e l’onere di indirizzare la politica territoriale, soprattutto per quanto riguarda scelte fondamentali. Non mancano le energie affinché questo ruolo sia svolto con grande dignità, assumendo la guida, sin da ora, dell’intero processo anche nei confronti degli amministratori e dei cittadini degli altri comuni interessati.

Chiedo perciò all’intero consesso municipale, Sindaco e Consiglieri, di prevedere al più presto possibile una discussione pubblica e formale in Consiglio Comunale, con tutti i mezzi compatibili con l’emergenza pandemica, sulla proposta di realizzare l’Unione dei Comuni del Frusinate, per decidere, responsabilmente, in un senso o nell’altro.

Certo di un vostro concreto interessamento, invio i miei più cordiali saluti.

Frosinone 8 maggio 2020

 

 

 

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Pubblicato in Il Capoluogo

Treno Alta Velocità ferma anche nel frusinate

Accordo Regione Lazio e Ferrovie dello Stato

ETR 600 350 260di Ivano Alteri - Come riportato da molti giornali, locali e nazionali, nonché in un comunicato delle stesse Ferrovie, il Treno ad Alta Velocità effettuerà due fermate giornaliere sulla linea Cassino-Roma, precisamente a Cassino e Frosinone; e, nell’immediato futuro, una nuova stazione Tav a nord del capoluogo, in territorio di Ferentino. Le cronache di questi giorni raccontano che, una volta tanto, la classe politica del territorio ha messo molto di suo, per il raggiungimento di questo ottimo risultato. Ma non ancora tutto, a nostro parere, perché avrebbe ancora vigorie e opportunità per raggiungere un risultato eccellente.

Sulla grande importanza che riveste per la Ciociaria l’accordo tra Regione Lazio e Ferrovie dello Stato, nessuno dovrebbe avere dubbi. Come ha dichiarato il Presidente Zingaretti: “L'Alta velocità tra Cassino e Frosinone è il primo grande investimento in tempo Covid, un piano d'azione per il rilanciare il sistema economico e turistico del Lazio che ammonta al valore di 18 miliardi di euro". Ancora più esplicito l'ad di Fsi Gianfranco Battisti: “È un evento storico per la provincia. C'è la prospettiva di rilancio della Ciociaria, che creerà le condizioni di un nuovo sviluppo”. Anche il Sindaco Ottaviani non ha fatto mancare il suo legittimo entusiasmo: “Quando, otto anni fa, abbiamo inserito, nel nostro programma amministrativo, la fermata della Tav, con i treni veloci, anche a Frosinone… alcuni sostenevano che fossimo dei visionari. Oggi quel sogno è divenuto realtà”.

Poi occorre ricordare che a questo risultato hanno contribuito, oltre alle istituzioni e alla politica tutta, anche le associazioni dei cittadini sorte sul territorio, in particolare il “Comitato Roma – Cassino Express”, che per anni hanno protestato, in modo organizzato e civile, per le pessime condizioni in cui viaggiavano i nostri lavoratori e studenti diretti a Roma; e per anni hanno elaborato, proposto e tenacemente insistito affinché si giungesse esattamente a questa soluzione. Con questo accordo, insomma, considerate le convergenze di volontà realizzate, la Provincia di Frosinone ha l’opportunità vera di uscire definitivamente dalla condizione di minorità, non solo economica, in cui ha versato sin dalla sua nascita, quasi cento anni fa.

Ma l’ottimo risultato, dicevamo, può divenire eccellente, se a questo obiettivo, che abbiamo conseguito con la partecipazione determinante di altri, riuscissimo ad aggiungerne uno tutto nostro: la realizzazione dell’Unione Comunale del Frusinate, il Grande Capoluogo, che vedrebbe la confluenza dei comuni di Frosinone, Ferentino, Alatri, Veroli, Torrice, Ceccano, Patrica e Supino. Le congiunzioni astrali tra politica, economia e comunità sembrano propizie per riavviare quella discussione interrotta nel 2019. Sarebbe un modo per dare forti segnali, innanzitutto a noi stessi, di forte coesione e assertività territoriale, per cogliere al meglio le opportunità offerte dal progetto Tav, per prospettare a noi stessi un futuro che fino ad ora non pensavamo neanche possibile.

Con la realizzazione di entrambi i progetti, in pochi anni, con i nostri giovani e i nostri vecchi, potremmo ritrovarci a vivere in una provincia tutta nuova.

Frosinone 24 aprile 2020

 

 

 

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Pubblicato in Il Capoluogo

Frustrazioni

Dubbi

frustrazione 390 mindi Ivano Alteri - Un tizio senza arte né parte, prigioniero dei suoi più bassi istinti, traccia una croce (che, notoriamente, è la firma degli analfabeti), vi aggiunge quattro uncini (spesso nella direzione sbagliata), e compare una svastica. Immediatamente, gli antifascisti giovani e vecchi iniziano a divulgarla sui social a più non posso, la fanno diventare virale, la mandano a finire sui giornali, sulle televisioni nazionali.

Un altro tizio alza la mano destra nel saluto fascista, con sforzo cerebrale pari a zero, e i carissimi amici e compagni antifascisti non perdono un attimo e si mettono a smanettare, facendolo assurgere a notizia del giorno.

Un altro ancora, non analfabeta ma niente affatto emancipato dagli istinti più miseri, spara una … (mettete voi la parola che preferite) in televisione, insultando l’intero Sud del Paese cui appartiene (e a cui deve tutto!), ed ecco che immediatamente, gli stessi, indefessi, amici e compagni antifascisti iniziano a divulgarlo, come per le proprie idee non fanno, facendolo così diventare una specie di paladino del Nord.

Al contrario, si riuniscono gli antifascisti, tante brave persone di ottima volontà, che sacrificano il proprio tempo per gli altri, si informano, studiano, riflettono, scrivono, discutono, organizzano e che succede? Praticamente niente; al massimo verrà pubblicato sui giornali locali uno straccio di comunicato (senza stravolgimenti, se si hanno amici nella redazione!...) Nella riunione si parla di chi ha fatto il saluto fascista, di chi ha sfasciato una lapide a martellate, di chi insulta i propri concittadini, di chi lascia affogare i migranti, di chi detesta il popolo, di chi difende gli sfruttatori… Insomma, come direbbe De André: “Gli altri sognan se stessi, tu sogni di loro”.

Risultato: travaso di bile, rassegnazione, senso di frustrazione, oscuramento delle proprie idee, resa degli antifascisti. Dall’altra parte, sghignazzi, pernacchie, orgoglio alle stelle. Prosit!

A volte viene da dubitare sulla sanità mentale di noi antifascisti.

Frosinone 23 aprile 2020

 

 

 

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Covid 19. Che domani ci aspetta è domanda inevitabile

Quale stagione avremo dopo quella del coronavirus? Dubbi Speranze Timori

dopoilcovid19 350 mindi Ivano Alteri - Su questo giornale (e non solo) si è avviata spontaneamente una discussione che, altrettanto spontaneamente, ha espresso tre diverse interpretazioni della situazione presente. Alla domanda, più o meno esplicita, su cosa accadrà dopo la pandemia, le opinioni, pur partendo dallo stesso anelito e mantenendo la giusta dose di dubbi, si sono tripartite.

C’è chi sostiene, come fa lo stesso direttore Ignazio Mazzoli nel suo articolo “Come credere che nulla sarà come prima?”, che nonostante le azioni del governo italiano siano oggi orientate verso una buona attenzione per il sociale (sia inteso molto schematicamente), non è detto che lo stesso orientamento sia mantenuto dopo; anzi, egli teme che senza un’esplicita ammissione di responsabilità per le scelte compiute nel passato (su sanità, sistema economico, lavoro…) si torni come prima, al darwinismo di prima, alla macelleria sociale di prima.

Poi c’è chi sostiene, come fanno Angelino Loffredi e Lucia Fabi nel loro articolo “Orban e Mussolini”, che con l’alibi della pandemia si metta a repentaglio la democrazia. Cioè a dire: essi temono i nuovi fascismi, e che dopo, quindi, sarà peggio di prima.

Infine c’è la terza posizione, quella da noi espressa nel precedente articolo “Nessun male viene solo per nuocere”, secondo cui niente sarà più come prima, perché sarà meglio di prima.

Ognuno ha portato ottimi argomenti a sostegno della propria tesi, come si può leggere nei rispettivi articoli, ma nessuno si è lasciato andare ad affermazioni perentorie; ognuno, invece, si è ben opportunamente portato dietro, come fedele compagno di viaggio, il consueto fardello di dubbi.

Ma è indubbio, e in un certo senso anche banale, che ognuna delle interpretazioni, partite tutte dalla medesima e preliminare collocazione di parte, rappresentino obiettivamente le tre possibili vie di uscita: come prima, peggio di prima, meglio di prima. Se nessuna delle interpretazioni, quindi, ha inteso dare una chiara risposta riguardo il post-pandemia (né poteva essere diversamente), quantomeno ognuna ha contribuito a definire con chiarezza la domanda: dopo la pandemia, tutto sarà come prima, peggio di prima o meglio di prima, in termini politici e sociali?

Come sempre, sarebbe necessario, perché sia efficace, che la discussione penetri tra le pieghe più profonde della comunità. Questo giornale ha più volte svolto la funzione di catalizzatore delle riflessioni sulle condizioni politiche e sociali, generali e del territorio. Anche questa volta può svolgere questo suo ruolo, mettendosi a disposizione di quanti continuano a non accettare che qualcuno pensi al posto loro. I lettori di unoetre.it sono sicuramente tra questi.

Se si vuole, dunque, che i timori degli uni siano affrontati con consapevolezza ed efficacia, e gli auspici degli altri non restino come sempre pii desideri, allora, che ampia discussione sia! Scrivete.

Frosinone 6 aprile 2020

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