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Paolo Ciofi

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URL del sito web: http://www.paolociofi.it

Il virus e la necessità di un’altra Europa

Cambiare le fondamenta dell’intera costruzione

bce 460 minIl Covid-19 non guarda in faccia nessuno, neanche madame Christine Lagarde. La sacerdotessa della Banca Centrale Europea, custode dell’equilibrio monetario del sistema e fino al 13 marzo attestata sulla linea della non ingerenza nella crisi generata dal virus. Costretta poi a mettere in canna 750 miliardi di euro per fronteggiare un’emergenza «senza precedenti per la salute pubblica» e uno «shock economico estremo» (come lei stessa ha dichiarato), che prima hanno colpito l’Italia e adesso stanno dilagando in tutta Europa.

Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato da www.jobsnews.it il 21 marzo 2020

 

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Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

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Salute e reddito per tutti, non licenziare nessuno

 Prima la salute poi il profitto. Prima il lavoro poi il capitale

Web Brescia 460 minSi è tornati a parlare di loro, dopo un oscuramento durato anni, in queste giornate incerte e preoccupanti segnate dal Coronavirus. Degli operai, dei lavoratori e delle lavoratrici in carne e ossa, che erano scomparsi, come fantasmi di un altro mondo, dall’orizzonte sociale, culturale e politico dominato dal capitale. Dalla sua ossessione per i numeri e la quantità di profitti e rendite, dal parossismo individualista dell’arricchimento a tutti i costi e della lotta di tutti contro tutti.

Una visione e un comportamento che hanno mostrato la loro iniquità e una insostenibile debolezza quando, di fronte alla necessità dell’isolamento in casa, gli operai in primo luogo e tutte le persone che devono lavorare per il proprio sostentamento e per tenere in vita l’intera società si sono trovate senza tutele e senza protezione. Si è configurata così una situazione del tutto anomala e a addirittura paradossale: si annuncia la tutela della salute di tutte e di tutte attraverso il contenimento del virus, ma non si adottano misure per salvaguardare la salute di chi lavora per tutelare la vita e la salute di tutte e di tutti.

Gli scioperi e le proteste si sono moltiplicati, insieme a dichiarazioni inqualificabili di qualchefiat pomigliano Coronavirus tensione alle stelle in fabbrica sciopero spontaneo 350 min padrone trinariciuto. Alla fine, vincendo un’ottusa resistenza padronale, si è siglato il «Protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro». Un documento complesso, articolato in 13 punti, che rispecchia gli attuali rapporti di forza tra il capitale e il lavoro. Secondo Cgil, Cisl, Uil l’accordo «consentirà alle imprese di tutti i settori, attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali e la riduzione o sospensione dell’attività lavorativa, la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro. Nell’accordo è stato previsto il coinvolgimento dei lavoratori e delle loro rappresentanze a livello aziendale o territoriale per garantire una piena ed effettiva tutela della loro salute».

Tutelare la salute e il reddito di tutti, non licenziare nessuno: questo dovrebbe essere l’obiettivo. Metterlo in pratica, però, non sarà facile e richiederà una vigilanza e una mobilitazione continue. In questi anni il mondo del lavoro è stato fortemente indebolito. Sotto attacco sono finite le persone che con il loro lavoro hanno tenuto a galla il Paese: soprattutto gli operai, le lavoratrici e i lavoratori dipendenti (18 milioni su 23,5 milioni di occupati) hanno visto fortemente ridimensionata la loro autonomia e la loro libertà, subendo un’offensiva sistematica su tutti fronti. Fino alla cancellazione dello Statuto dei diritti, presentata dall’allora capo del governo come una innovativa scelta di sinistra.

rabbia nelle fabbriche minL’attacco al lavoro, la sua retrocessione da diritto a merce, ha coinciso con la decadenza del Paese - che ha perso il 30 per cento del potenziale industriale -, e con il logoramento dell’impianto democratico, nel quale non esiste un’autonoma e libera organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro tempo. Siamo il Paese dove ogni anno muoiono sul lavoro più di 1.100 persone; dove la disoccupazione giovanile tocca nel Mezzogiorno il 50 per cento; dove il precariato nel lavoro e nella vita è diventato normalità, come ha reso a tutti evidente il caso della ricercatrice precaria Francesca Colavita, che ha isolato il virus all’ospedale Spallanzani.

Il lavoro degrada e la ricchezza si concentra, fino al punto che oggi l’uno per cento è più ricco del 70 per cento degli italiani. Una situazione che appare insostenibile nel momento in cui il dramma del Coronavirus ha messo in chiaro che non basta garantire la sicurezza e la salute dei medici e di tutto il personale coraggiosamente impegnato con enormi sacrifici nella cura dei malati. Ciò è indispensabile, e tuttavia senza il lavoro di chi produce i beni necessari alla riproduzione della vita e alla tutela della salute (a cominciare dalle mascherine) nulla sarebbe possibile, e ci avvicineremmo alla fine del genere umano. In questa fase difficile della nostra storia appare di solare evidenza che senza il lavoro il mondo non sta in piedi. E dunque penalizzare il lavoro in nome del dio denaro e del trionfo del capitale è un controsenso, che ci condanna a una crisi organica e senza sbocchi.

Un insegnamento da tutto ciò dovremmo trarre. C’è bisogno di una civiltà più avanzata, nella quale la priorità va data al lavoro rispetto al capitale, finalizzando il lavoro stesso non all’accrescimento del profitto privato, ma al benessere della comunità e dell’ambiente naturale in cui viviamo. È una necessità storica che la pandemia ha reso stringente. E che richiede non il lavoro subalterno e disgregato nell’isolamento del processo economico, ma la presenza delle lavoratrici e dei lavoratori come forza produttiva libera e autonoma non solo nell’economia, ma anche nella società e nello Stato. Sia nella dimensione nazionale come in quella europea e sovranazionale.sciopero coronavirus FIOM UILM CISL min

La sfida è di enorme portata, ma questa è la posta in gioco nel tempo del lavoro digitale e della rivoluzione tecnico-scientifica in atto. E per metterla con i piedi per terra bisognerebbe cominciare a costruire, senza inutili esclusivismi e incoscienti personalismi, un’organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori con caratteristiche popolari e di massa. O qualcuno pensa davvero che sia possibile il progresso del mondo tornando al passato? Ai bei tempi del dominio del capitale, in assenza di una Repubblica democratica fondata sul lavoro?

 

Paolo Ciofi
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Socialismo, Costituzione: riappropriamoci delle parole*

paolo ciofi 350 260 minUniversalità e diversità dei socialismi. La conquista storica della Costituzione italiana

 

(per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Parte prima..
  2. Parte seconda
  3. Parte terza

I

 

«Quando l’economia è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene» sosteneva Keynes. Il capitalismo nelle cui mani siamo finiti - aggiungeva - «non è bello, non è giusto, non è virtuoso - e non fornisce alcun bene». Una profezia che si è avverata. Dopo il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione capitalista ha generato un mondo instabile e pericoloso, percorso da disuguaglianze insostenibili, e da un’insostenibile condizione umana e climatico-ambientale. A rischio è l’esistenza stessa del pianeta, nel degrado della politica e della democrazia, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che consentirebbe con il lavoro digitale di salvaguardare la natura, conquistando condizioni di vita più elevate per tutte e tutti

Sono noti i dati diffusi da Oxfam, che descrivono la sconcertante concentrazione della ricchezza e della proprietà a fronte della crescente diffusione della povertà, in Italia e nel mondo. La realtà è talmente dura che dagli stessi portavoce più accorti del capitale si levano significative voci critiche. Da più parti il capitalismo è in discussione come accertano anche numerose ricerche. In Italia, invece, il tema è tabù. Fa una certa impressione sentir dire da esponenti del Pd il che il problema è salvare il capitalismo. Non ripensare il socialismo, non salvarci dal capitalismo ma salvare il capitalismo. Proprio così, quando riaffiora la parola socialismo, in particolare nel mondo anglosassone dopo le controverse vicende del socialismo in America Latina. Non si tratta soltanto di innovative ricerche culturali, come il manifesto Un femminismo per il 99%, secondo il quale femminismo vuol dire rovesciare il potere delle corporation, non dare loro un volto femminile. O, per citare un altro esempio, il Manifesto socialista per il XXI secolo di Bhaskar Sunkara. Il dato più rilevante a sinistra, non solo culturale ma politico, è che nei punti alti del finanzcapitalismo delle piattaforme sta emergendo una proposta di alternativa socialista. In particolare per iniziativa di Sanders negli Stati Uniti, dove l’esperimento della rivista marxista Jacobin diretta da Sunkara andrebbe attentamente valutato. «L’America non sarà mai un Paese socialista», ha proclamato l’immobiliarista plurimiliardario, agitatore dell’America first, che risponde al nome di Trump. Ma le indagini sul campo segnalano che nel suo Paese la maggioranza dei giovani ha un’opinione positiva del socialismo. E’ una nuova scoperta dell’America.

Paolo CiofiNaturalmente c’è anche chi sogna (o fa finta di sognare) un capitalismo equo e solidale - che è come chiedere a una balena di volare - e chi si propone di «riparare il capitalismo». Ma domandiamoci: cosa ha fatto il riformismo socialdemocratico, se non fornire pezzi di ricambio per riparare la macchina del capitale? E nella realtà con la parola riformismo si sono messe in opera la peggiori controriforme. Il punto di arrivo è sotto gli occhi di tutti: un sistema dominante ma decadente, corroso dalle sue interne contraddizioni. Siamo in presenza non di una “normale” crisi ciclica dell’economia, ma di una crisi universale di un’intera formazione storica, che insieme all’economia investe la società e la natura, la politica e la cultura.

Se questa è la portata del problema che quotidianamente si rovescia sulla vita di miliardi di persone, la soluzione non sta nel rinculo nazionalista verso le piccole patrie, nell’esclusione dei poveri e dei diversi, nella guerra ai migranti e di tutti contro tutti, nell’accumulo di bombe atomiche che accresce i rischi di un conflitto nucleare. Sta nell’affermazione di un universalismo alternativo portatore di pace e solidarietà, di democrazia e libertà, amico e protettore della natura, fermo e determinato nella lotta per rimuovere le cause dello stato di cose presente.

Una visione e una pratica, una teoria e una prassi, e anche una condotta morale, alle quali non so dare altro nome se non quello di nuovo socialismo, per differenziarlo dall’esperienza sovietica e dal modello socialdemocratico. Una civiltà più avanzata in cui l’ordinamento economico-sociale sia posto al servizio degli esseri umani e a tutela della natura. Non, viceversa, nella disponibilità totalitaria di pochi proprietari universali, che depredano gli uni e l’altra in piena libertà.

Ma non puoi cambiare la società dominata dal capitale se non sai cos’è e come funziona il capitale, al di là delle infinite forme e degli adattamenti proteiformi in cui si manifesta. Scopriamo allora con Marx, proprio nella fase suprema del suo dominio, che «il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale mediato da cose», ossia da una immane raccolta di merci. Un rapporto tra esseri umani, socialmente e storicamente determinato, nel quale una parte monopolizza gli strumenti della produzione, della comunicazione e della finanza. Mentre un’altra parte, che costituisce la stragrande maggioranza, monopolizza solo le proprie abilità fisiche e intellettuali racchiuse nel corpo di ciascuno e di ciascuna, denominate forza-lavoro.

Dunque, secondo la visione di Marx, al di là dell’immane raccolta di merci e della finanziarizzazione del sistema, lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà costituisce il codice genetico del capitale. E poiché il processo di produzione finalizzato all’ottenimento del profitto riproduce al tempo stesso il rapporto sociale tra i produttori, ne deriva che la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.
D’altra parte, osserva ancora Marx, la natura è la fonte dei valori d’uso altrettanto quanto il lavoro. Ciò significa che il proprietario capitalista per ottenere il profitto deve poter disporre, oltre che della forza-lavoro umana, anche della natura, coinvolgendo entrambe in un unico processo di sfruttamento. Di conseguenza, come ha osservato Emanuele Severino, è inevitabile che nella corsa al profitto il capitalismo distrugga la terra, «la sua base ‘naturale’». Esattamente ciò che si sta verificando nella guerra senza limiti - che talora oltrepassano anche quelli della guerra guerreggiata - al fine di accaparrarsi le limitate risorse naturali di cui dispone questo mondo.

(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

II

 

Le contraddizioni del sistema sono diventate esplosive. In modo drammatico si presenta la divisione tra chi compra e chi vende la forza-lavoro. Tra chi è proprietario dei mezzi finanziari e di produzione, delle più sofisticate conquiste della scienza e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, e li usa per sfruttare il lavoro, e chi è proprietario soltanto del proprio corpo e dei mezzi per vivere.

Il punto di massima tensione si raggiunge allorché è la scienza stessa a configurarsi come forza direttamente produttiva. Osserva Marx che «quando l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» il lavoro non scompare ma assume un livello superiore di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità, il «cervello sociale» che inventa le macchine, le usa e le controlla. Ciò che comporta un elevamento culturale generalizzato, affinché ciascuno, uomo e donna, nella sua individualità possa diventare padrone del proprio destino. Nel superamento non della proprietà individuale, ma della proprietà capitalistica.

Aver abbandonato il dirompente pensiero critico di Marx per un riformismo liberal-liberista senza anima e senza classi si è rivelata una scelta retrograda, subalterna e perdente. Giacché non è crollato il pensiero critico di Marx, come ha osservato Aldo Tortorella. È crollato l’imparaticcio pseudo marxista, che già ai suoi tempi aveva spinto Marx a dichiarare di non essere marxista. Al di là delle varie ortodossie che lo hanno imprigionato in poche ordinarie formulette, oggi andrebbero liberate le enormi potenzialità del suo metodo per mettere a nudo la realtà del nostro tempo, e per poterla trasformare.

A lui era estranea l’idea che il passaggio a una civiltà più avanzata, oltre il capitalismo, si possa compiere per spontanea evoluzione, come pure l’affermazione infondata e primitiva secondo cui ci si debba affidare a un modello unico, valido ovunque e in ogni tempo. Marx non ha mai detto che una società socialista si costituisce sulla statizzazione integrale dei mezzi di produzione. Ricordo che nel discorso pronunciato ad Amsterdam nel 1872, dopo avere affermato che gli sfruttati devono «prendere il potere politico per fondare una nuova organizzazione del lavoro», aggiungeva: «Non abbiamo affatto preteso che per arrivare a questo scopo i mezzi fossero dappertutto identici. Sappiamo quale importanza abbiano le istituzioni, i costumi, le tradizioni di vari Paesi». E perciò riteneva che nei Paesi più avanzati «i lavoratori possono raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici».

Sul piano politico, in Italia non resta pressoché nulla del pensiero critico di Marx. E delle conquiste storiche del movimento operaio, che a quel pensiero e a quella prassi si ispiravano. È significativo il fatto che di pari passo viene cancellata la memoria della lotta antifascista, e di ciò che ha significato pCopertina de "La rivoluzione del nostro tempo"er l’Italia l’abbattimento del fascismo con la conquista della Costituzione, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica.

Eppure, sebbene se ne sia perduta la consapevolezza, questa Costituzione progettuale, un progetto inedito di nuova società, è il disegno più alto di liberazione umana raggiunto in Europa. Il risultato di una convergenza originale del pensiero d’ispirazione marxista del Pci e del Psi di allora e di quello d’ispirazione cristiana dei cattolici democratici della Dc, cui ha concorso anche il pensiero liberale nel campo del diritto civile. Un progetto senza precedenti, al quale il Partito comunista di Gramsci e Togliatti ha contribuito in modo decisivo con la strategia della democrazia progressiva, in cui si sostanziava la via italiana al socialismo.

In questa fase di crisi organica del sistema del capitale, il progetto della Costituzione non è una reliquia del passato, bensì una bussola per avventurarsi nel futuro. Salvaguardando e mettendo in opera i punti cardinali, e aggiornando il percorso in quei territori che ai padri costituenti erano ancora sconosciuti, come la crisi climatico-ambientale o la rivoluzione digitale. Ma mantenendo ferma la rotta innovativa sull’asse della libertà e dell’uguaglianza. E lottando perché i principi fondamentali che segnano la rotta, in gran parte inattuati, diventino realtà. «Intorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale», ha osservato papa Francesco. Perciò «togliere lavoro alla gente o sfruttare la gente (…) è anticostituzionale». Ma l’appello non è stato raccolto.

Il fondamento del lavoro è una precisa scelta di campo. Significa che, nella dualità capitale-lavoro e nel conflitto che la caratterizza, la preminenza spetta alle persone che per vivere devono lavorare, non ai detentori del capitale. Il proprietario cittadino, posto a fondamento della democrazia liberale, lascia il posto al lavoratore cittadino. Un principio che equivale a una conquista storica, reso esplicito dall’articolo 3. Dove, come sappiamo, premesso che tutte e tutti sono uguali davanti alla legge, si stabilisce che la Repubblica rimuove gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza, e quindi «impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In altre parole, per costruire una democrazia effettiva, fondata sulla partecipazione di chi lavora e nella quale le lavoratrici e i lavoratori possano farsi classe dirigente, non basta intervenire nella sfera distributiva della ricchezza, occorre porre mano al rapporto di produzione, ovvero al rapporto di proprietà. È il principio dell’uguaglianza sostanziale. Senza di che la libertà diventa un mito irraggiungibile.

Ne deriva che, al fine di conquistare la piena occupazione indicata nell’articolo 4 e di porre in atto la fitta trama dei diritti sociali, nei quali si sostanzia l’uguaglianza e la libertà di ogni persona, è sì indispensabile che tutti concorrano alle spese «in ragione della loro capacità contributiva» secondo «criteri di progressività» (art.53). Ma in pari tempo occorre conformare la proprietà e l’iniziativa economica in modo tale da consentire la concreta attuazione delle finalità sociali.

Parliamo, in sintesi, della «tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni»; della parità di trattamento economico tra uomini e donne; di «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro», comunque sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa» con riposo settimanale e ferie retribuite. E inoltre del diritto alla tutela della salute, alla pensione, all’assistenza sociale. Nonché, «per i capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi», del diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi, dopo l’istruzione di base gratuita per tutti. Ricordo anche che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Di conseguenza, per conseguire tali finalità insieme alla piena occupazione, non è previsto il monopolio della proprietà capitalistica privata. Chiarito che «la proprietà è pubblica o privata» e che «i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati», si stabilisce: che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art.41); che alla proprietà privata vengono posti limiti per assicurarne la funzione sociale e l’accessibilità a tutti (art. 42); che è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori e di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia e a situazioni di monopolio (art. 43). Si tratta di scelte e disposizioni in linea con gli articoli successivi riguardanti il limite alla proprietà terriera e l’uso razionale del suolo, la funzione sociale della cooperazione, la tutela del risparmio e il controllo del credito. Nonché il diritto dei lavoratori a collaborare nella gestione delle imprese.(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

III

 

Sarebbe necessario assumere l’intero impianto costituzionale come riferimento per un ampio e articolato movimento di massa con concreti obiettivi di cambiamento. Avendo ben chiaro che l’ordinamento istituzionale non si difende se non si lotta per l’occupazione e per l’attuazione dei diritti sociali che attengono alla vita delle persone. E muovendo dalla consapevolezza, oggi oscurata, che la conquista storica della Costituzione del 1948 rovescia a vantaggio della classe lavoratrice il tradizionale paradigma del conflitto tipico delle democrazie liberali, fondate sul dominio del mercato.

La Carta che regola il patto tra gli italiani non cancella e non sanziona il conflitto tra le classi. Al contrario, lo riconosce, e ponendolo sul terreno dello sviluppo della democrazia lo tutela come strumento per la conquista dell’uguaglianza sostanziale e della libertà. Decisivi sono i rapporti di forza. Ma chi lotta per il lavoro e per i diritti ha dalla sua parte la Carta, al contrario di chi sfrutta il lavoro e calpesta i diritti. Questo è il senso di una conquista storica, che consente una rivoluzione per via democratica e costituzionale, la rivoluzione del nostro tempo.

Copertina del libro "Costituzione e Rivoluzione"Le lavoratrici e i lavoratori, oltre alla libertà sindacale e al diritto di sciopero, condizioni essenziali per potersi dichiarare liberi, con la Costituzione conquistano il diritto di farsi classe dirigente, associandosi in partito politico «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», come recita l’articolo 49. Sappiamo che la vecchia forma partito è in crisi e non è ripetibile. E tuttavia nessun cambiamento reale appare possibile, al di là di movimenti imprevedibili come quello delle sardine, senza una libera associazione delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro secolo, che si organizzano e impiegano le più avanzate acquisizioni della scienza e della tecnica nella lotta contro lo sfruttamento di sé e della natura.

Nell’insieme, dalla Costituzione emerge un quadro inedito dell’assetto economico-sociale e politico-culturale in movimento, nel quale il pluralismo delle forme di proprietà e la presenza di una economia mista in funzione dell’utilità sociale, valorizzando il lavoro, consentono in pari tempo la valorizzazione della persona. Si configura in tal modo una relazione unica, del tutto originale e ricca di implicazioni per il presente, tra individualità e solidarietà, tra persona e classe sociale, tra impresa e società, tra economia e ambiente naturale, che dà alla Costituzione italiana il respiro di un disegno strategico di grande portata non solo per questo Paese, ma per l’Europa e il mondo.

Nati nella specificità della lotta antifascista in Italia, i principi e i diritti costituzionali che ho ricordato, insieme al ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali», assumono un valore universale nella diversità dei percorsi storici di ogni Paese. E possono essere la trama su cui costruire una piattaforma per la lotta di liberazione dalla dittatura del capitale non solo in Italia ma nell’intera Europa, Se l’obiettivo è la conquista di una civiltà più avanzata, questa Costituzione, che già contiene elementi di socialismo, indica la strada.

 

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

*Testo della relazione al convegno sul tema: «A trent’anni dal crollo del muro di Berlino. La fine della sinistra, la crisi del capitalismo e l’esigenza di un nuovo socialismo», promosso da Futura Umanità-Associazione per la storia e la memoria del Pci in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza. Roma, Villa Mirafiori, 7 febbraio 2020

 

 La registrazione video dell'intervento

 


La svolta gentile delle sardine tra Politica e Costituzione

sardine piazza san giovanni 460 min

 L’umore della piazza e lo stato della politica

Le sardine a piazza San Giovanni. C’è molto da riflettere - e anche molto fa da fare - dopo la grandiosa manifestazione di Roma, una delle più numerose e intense a memoria di chi, come me, dagli anni 70 in poi ha sempre partecipato in quella piazza alle manifestazioni per il lavoro, per la democrazia e la libertà. È stata una bella giornata non solo perché splendeva il sole. Soprattutto perché si avvertiva un sentimento di ritrovata solidarietà, la soddisfazione dello stare insieme tra tante persone e tra tanti volti diversi, sorridenti e consapevoli, di giovani, di donne, di anziani, di intere famiglie in cui non mancava l’ironia scanzonata dei romani. Tutti impegnati con i loro cartelli, con le loro parole e con motivazioni spesso diverse in una comune e giusta causa democratica: l’opposizione senza sconti alla destra-destra di Salvini che semina odio, esclusione, una vera e propria guerra tra poveri.

 

Contro quella che gli inventori delle sardine chiamano «retorica populista», contro il razzismo e ogni atto di violenza squadrista digitale e materiale, la risposta è stata imponente: forse la più grande manifestazione di massa a Roma dopo quella del Circo Massimo nel 2002. È un dato di fatto del tutto nuovo da cui muovere, in controtendenza rispetto allo stato di cose in cui viviamo, che genera passività, malessere diffuso, impoverimento crescente. Dunque, in primo luogo, eliminiamo il non detto della comunicazione mainstream e portiamo la realtà pienamente alla luce: la bella e gremita piazza San Giovanni del 14 dicembre è la fotografia impietosa del fallimento delle classi dirigenti di governo (dalla destra berlusconiana al Pd-Pds fino a Salvini e Di Maio), e anche degli errori della sinistra comunque configurata. Separando la politica dal conflitto sociale, privatizzandola e riducendola nel migliore dei casi a gestione personale o di gruppo, e comunque a braccio armato del potere economico come bene mettono in luce le inchieste sui soldi della Lega e di Renzi, l’effetto è stato l’aumento insopportabile delle disuguaglianze, l’autoreferenzialità istituzionale e il declino inesorabile del Paese.

 

Molti si domandano, con serietà ma anche con malizia, che fine faranno le sardine. Altri impartiscono loro severe (e talora settarie) lezioni. Tra i politici prevalgono apprezzamenti, complimenti, vezzeggiamenti. C’è stato anche chi ha gridato «L’Italia s’è desta!», dopo averla sedata e sbertucciata quand’era al governo. Non sembra però che si voglia rispondere alla vera domanda che dopo piazza San Giovanni è diventata stringente: saprà la politica, sapranno i partiti rinnovarsi e portarsi all’altezza della sfida che da quella piazza come da tante altre piazze d’Italia è emersa con forza? E che, senza rancore e senza violenza, chiede trasparenza e partecipazione, inclusione, priorità del bene pubblico rispetto all’interesse privato.

 

La scelta della Costituzione

Costituzione. Il 14 dicembre è risuonata alta questa parola, oggi deformata dalla richiesta della cosiddetta autonomia differenziata, e in generale troppo spesso dimenticata dal ceto politico nonostante il referendum del dicembre 2016 abbia bocciato sonoramente chi voleva storpiarla. Si va in piazza – dicono le sardine – in nome dei «valori antifascisti e costituzionali». Avere assunto come punto di riferimento la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e battersi per la sua attuazione, è il dato politico più rilevante, e più ignorato da tanti solerti commentatori, emerso da piazza San Giovanni. Una questione di fondo, che va ben al di là delle contingenze tattiche e anche della formazione dei governi, perché propone il tema della natura della democrazia e del ruolo dello Stato, e quindi della funzione della politica e della conformazione dei partiti.

 

Sforziamoci di usare le parole giuste, e dunque parliamo non di democrazia in astratto, ma di democrazia costituzionale. Vale a dire di «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», in cui «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Un progetto di nuova società nella quale - ricordiamolo - «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Per cui, se ci domandiamo cosa vuol dire dare attuazione alla Costituzione, la risposta è semplice: occorre farsi carico della condizione materiale, ambientale e spirituale in cui vivono le donne e gli uomini del nostro tempo. E quindi di dare corso alla libertà e all’uguaglianza sostanziale.

 

In modo da rimuovere - come recita la seconda parte dell’articolo tre letto ad alta voce insieme ad altri articoli a piazza San Giovanni - «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». In questa fase di continuo rivoluzionamento scientifico e tecnologico, e dunque del modo di lavorare e di vivere, il nodo che si presenta in tutta la sua complessità e cogenza è esattamente questo: il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, dell’economia e della società.

 

La vita reale, la libertà e l’uguaglianza sostanziale

Oggi, nelle condizioni determinate dalla globalizzazione del capitale, il lavoro si svolge sotto il segno della precarietà, della disoccupazione, dei bassi salari. Mentre le lavoratrici e i lavoratori, resi nell’insieme culturalmente subalterni e politicamente impotenti in un sistema politico monoclasse, sono stati privati di un’autonoma e libera organizzazione politica, e posti alla mercé del demagogo di turno. Questa è la realtà con la quale fare i conti, sebbene accuratamente mascherata dai più sofisticati analisti del particolare apparente e dalle baggianate di chi si dichiara né di sinistra né di destra.

 

Alcuni dati, riportati anche da la Repubblica del 4 dicembre, sono impressionanti. Negli ultimi 10 anni gli investimenti fissi sono diminuiti del 15 per cento mentre i profitti sono cresciuti dell’84 per cento. D’altra parte, in 25 anni i salari medi dell’industria sono aumentati di 500 euro, mentre quelli del pubblico impiego, commercio e turismo sono diminuiti notevolmente. Un caso emblematico del rapporto capitale-lavoro è quello recentissimo della banca Unicredit: 5 miliardi di utili da incassare e 8 miliardi di dividendi di distribuire a fronte di 8 mila posti di lavoro da tagliare.

 

La subalternità del lavoro, al contrario di ciò che stabilisce la Costituzione, è testimoniata dall’ interminabile sequenza degli “esuberi” e dalle 160 vertenze aziendali che in Italia non trovano sbocco. Tra il 2008 e il 2015 vi è stata una riduzione della produzione industriale del 28 per cento e 134 mila imprese sono sparite tra il 2008 e il 2013. Dentro questo contesto l’espansione della povertà ha compiuto un vero e proprio salto quantitativo: da 8 milioni di persone nel 2008 a oltre 14 nel 2017, di cui 5 milioni in povertà assoluta secondo i dati Istat. La causa principale della povertà è, naturalmente, la disoccupazione e la precarietà del lavoro. Ricordiamoci che nell’ultimo decennio 816 mila italiani soprattutto giovani sono emigrati, 117 mila solo nel 2018.

 

Uno stato delle cose in contrasto radicale con i principi costituzionali, secondo cui «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (articolo 4), indicando così l’obiettivo della piena occupazione. Non solo: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35). Ciò che implica una svolta di 180 gradi nelle scelte della politica economica e sociale praticata in questi anni, e una visione della società alternativa a quella imposta dal pensiero unico dominante. Se la politica non si misura con le condizioni reali in cui vivono milioni di uomini e donne nell’ Italia di oggi, le destre saranno vincenti.

 

A mio parere l’errore più grave compiuto dalle sinistre dopo l’89 consiste nell’avere abbandonato il terreno di lotta per l’attuazione dei principi e dei diritti costituzionali. In particolare per ciò che riguarda i diritti sociali e i rapporti economici fissati nel titolo III della Carta. Laddove, in coerenza con i principi fondamentali, che non sono ordinati alla finalità del massimo profitto bensì al diritto al lavoro e quindi all’elevamento della persona umana, si fissano le condizioni economiche che rendono possibile l’esercizio concreto dei diritti. A cominciare dalla proprietà dei mezzi produzione e di comunicazione, che «è pubblica o privata». E della quale è necessario stabilire «i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale» (art. 42).

 

Una visione secondo cui il lavoro non è fatica, non è oppressione, non è sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani per l’estrazione di profitti e rendite, bensì è un fattore costitutivo della personalità, nell’interazione permanente con l’ambiente naturale. Quindi, è una conquista di libertà nella conservazione e nella tutela della natura. Dovrebbe essere ormai chiaro che se una persona è disoccupata o precaria, e perciò non è padrona del proprio destino al punto da dover abbandonare la propria terra, questa persona è lacerata nella sua libertà. Come pure dovrebbe essere chiaro che la distruzione della natura prima di tutto offende la libertà degli sfruttati, per poi mettere in forse la vita stessa.

 

Le sardine e la rappresentanza del lavoro

Dall’esperienza di questi anni emergono due dati di cui prendere atto. In primo luogo, che il connubio tra economia di mercato e democrazia liberale, invece di esondare benessere a cascata per tutti come annunciato dai suoi cantori, ha prodotto invece una crisi organica del sistema. In secondo luogo, che la Costituzione, la quale fonda la Repubblica non su quel connubio ma sul lavoro, non si può attuare in assenza di un partito che faccia asse sulle lavoratrici e sui lavoratori del nostro tempo. Questo è il nodo che bisogna sciogliere quando si afferma che l’obiettivo per cui lottare è l’attuazione della Costituzione.

 

Da qui non si sfugge. Il partito politico nel nostro ordinamento è il tramite imprescindibile tra società e istituzioni. E senza partiti che svolgano tale funzione la democrazia costituzionale involve e degrada. L’articolo 49 è molto chiaro: solo associandosi liberamente in partiti si può «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Il problema dunque è più che mai aperto.

 

Come si può dare vita a un partito in grado di raccogliere le istanze oggi fatte proprie dalle sardine? E come possono le sardine concorrere a costruire un partito che proponga l’alternativa costituzionale coprendo il vuoto politico che minaccia la nostra democrazia? Come unificare, quindi, le lavoratrici e i lavoratori oggi divisi e in competizione tra loro? L’idea di considerare quelli che votano Lega non nemici da odiare ma sfruttati e oppressi con i quali cercare un terreno comune di lotta è l’idea giusta da praticare. Forse un confronto e una convergenza non effimeri tra il movimento delle sardine e il mondo del lavoro sul terreno della lotta per l’attuazione dei principi e dei diritti costituzionali può aprire davvero una pagina nuova.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

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Il nazismo, l’Europa e il comunismo italiano

  • Pubblicato in UE

parlamento europeo 460 minLa risoluzione del Parlamento europeo «sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» - secondo il titolo ridicolo di questo straccio di documento - è un’operazione provocatoria e maldestra senza precedenti, che squalifica chi l’ha approvata e getta ulteriore discredito su una istituzione già depotenziata e sostanzialmente inerte di fronte alla crisi devastante che stiamo attraversando. A quanto pare, non si rendono neanche conto delle fesserie che scrivono. Come si fa a costruire il futuro - e quale futuro? - falsificando in modo così greve e volgare la storia, e offendendo milioni di persone?

 

Hanno deciso di equiparare nazismo e comunismo, due visioni opposte e inconciliabili dell’umanità, mettendo sullo stesso piano la bandiera rossa e la croce uncinata, l’armata rossa che ha liberato i superstiti di Auschwitz e le SS che lì hanno sterminato ebrei e comunisti. Hanno cancellato i 25 milioni di morti dell’Unione sovietica occupata dagli sterminatori di Hitler. E ignorato la resistenza di Leningrado e Stalingrado, che ha bloccato l’avanzata delle truppe naziste, condannandole alla disfatta. Il soldato russo che pianta la bandiera rossa sul tetto del Reichstag a Berlino è il simbolo del ruolo decisivo avuto dai sovietici guidati dal Partito comunista nell’abbattimento del regime nazista.

 

Senza quell’evento, e senza le enormi sofferenze dei russi, la storia dell’Europa avrebbe preso un’altra strada, e questi falsificatori scriteriati e opportunisti che approvano risoluzioni indicando nel comunismo il nemico da abbattere difficilmente siederebbero oggi sugli scranni di un’aula parlamentare. Nonostante tragedie, errori e comportamenti anche contrastanti con le sue stesse finalità, il movimento comunista è stato un movimento di liberazione umana. Il contrario del nazifascismo, che teorizza e pratica l’oppressione degli esseri umani da parte di altri esseri umani.

 

Bisogna avere ben chiara la portata dell’operazione politico-culturale-comunicativa in corso - di cui il documento del Parlamento europeo è l’espressione più sgangherata e al tempo stesso più deprecabile - per poterla contrastare con efficacia. Identificato strumentalmente il comunismo con le Stato sovietico, se ne deduce che il crollo dell’Urss è l’inconfutabile presa d’atto della scomparsa del comunismo dalla faccia della terra. Cosicché il progetto di una civiltà più avanzata, ossia di una società di liberi e uguali, diventa addirittura impensabile, e non ci resta che vivere nel meraviglioso mondo della democrazia liberale, peraltro corrosa da una crisi di fondo.

 

Come osservava Giacomo Leopardi, «senza memoria l’uomo non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla». E dunque la falsificazione della storia e la cancellazione della memoria è un mezzo fondamentale per incatenarci all’eterno presente e impedire di proiettarci verso il futuro. Spariscono i fatti costitutivi della storia del Novecento, e quindi le contraddizioni e i conflitti del mondo di oggi. È una questione che tocca direttamente noi italiani con pesanti effetti negativi, dal momento che anche il comunismo italiano, più precisamente il Pci di Gramsci e Togliatti, è stato buttato nell’immondezzaio della storia, come se non fosse mai esistito.

 

Così abbiamo assistito all’indecoroso spettacolo del Partito democratico che vota a favore del documento europeo, immemore del fatto che i comunisti italiani sono stati costruttori e difensori della democrazia in questo Paese. Il degrado della politica ha raggiunto vette inusitate. Non ci sono parole per descrivere il comportamento senza principi di pseudo democratici che rinnegano la loro storia. Per non parlare dell’ineffabile presidente del Parlamento europeo Sassoli, al quale evidentemente sono ignote le parole di De Gasperi, quando non si era ancora piegato agli americani: «Il comunismo - diceva De Gasperi - è impregnato di fratellanza cristiana ed è perciò antirazzista per eccellenza mentre il nazismo e il fascismo sono essenzialmente e in primo luogo razzisti. Quindi due fenomeni inconciliabili e opposti il comunismo e il nazismo».

 

Oggi invece vanno di moda le cazzullate di quel giornalista del Corriere della sera, il quale si ostina a ripetere - evidentemente con l’accordo del suo direttore ex comunista - che l’antifascismo e l’anticomunismo sono come l’acqua e l’aria che respiriamo. Con il bel risultato di picconare la democrazia italiana, di cui il Pci è stato un pilastro. Ma sfigurando e cancellando il ruolo del Pci – è ora di dirlo a chiare note – si fa a pezzi la storia d’Italia, non si comprende la portata della guerra di liberazione dal fascismo e la conquista della democrazia costituzionale. Sottolineo: democrazia costituzionale, che va oltre i principi liberali di libertà e di uguaglianza formali, come stabilisce l’articolo tre.

 

Per contrastare la campagna di falsificazione in corso Futura Umanità, l’associazione per la storia e la memoria del Pci, ha deciso di ristampare le lezioni di Togliatti sul fascismo, e per questo dobbiamo ringraziare gli Editori Riuniti.

 

È arrivato il tempo di ricordarci e di ricordare a tutti, in particolare ai giovani, che senza l’impegno diretto del segretario generale del Pci, di Palmiro Togliatti, il quale ne ha redatto le parti più innovative, noi non avremmo avuto una Costituzione che non ha uguali in Europa. E che fonda sul lavoro la Repubblica democratica aprendo le porte all’affermazione delle lavoratrici e dei lavoratori come classe dirigente: un progetto di nuova società, che rivoluziona i rapporti economici e sociali attraverso l’espansione progressiva della democrazia.

 

Con la cosiddetta nuova «memoria condivisa» costruita sulla falsificazione della storia è questa fondamentale conquista che si vuole cancellare in Italia. L’abbattimento della Costituzione nata dalla lotta contro il fascismo: questo è l’obiettivo reiterato su cui puntano forze diverse, italiane e straniere. Dunque, un’operazione politica conservatrice e reazionaria a tutto campo, il cui risultato produrrebbe inevitabilmente il rafforzamento del potere dei grandi proprietari universali e del capitalismo finanziario globale.

 

L’obiettivo da perseguire è perciò molto chiaro: prima di tutto, mettere in sicurezza la Costituzione. La sua cultura, i diritti in essa sanciti, il suo progetto di nuova società. Ciò presuppone una grande campagna informativa rivolta soprattutto - ma non solo - ai giovani sulla storia d’Italia e sulle forze politiche che hanno costruito la democrazia in questo Paese, a cominciare dal Pci. Oltre che sui contenuti della Costituzione antifascista. È auspicabile che si possa costituire un coordinamento stabile e duraturo tra tutte le forze e le forme associative disponibili a promuovere una iniziativa di questo tipo, in Italia e in Europa.

 

Senza dimenticare le parole di Togliatti, pronunciate al V congresso del Pci: «Soltanto ponendosi sulla via del socialismo, cioè della trasformazione dell’organizzazione e degli scambi nel senso della solidarietà sociale e umana, si può sperare di ricostruire una civiltà e di preservare la pace». «Siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione».

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

La poltrona che resta è del capo politico

Una poltrona in parlamentoDopo il taglio dei parlamentari, il capo politico del M5S è andato in piazza a tagliare poltrone di carta con forbici di cartone. L’ennesima ridicola manifestazione di un vacuo esibizionismo gestuale, rivolto ad attirare attenzione in cerca di consensi. Il Parlamento - massima espressione della democrazia costituzionale - equiparato a un poltronificio, e la politica degradata al livello della invadente e stucchevole presenza del capo dichiarante. Il quale, dopo aver abolito la povertà, ci ha fatto sapere che si tratta - ovviamente - di una svolta «storica».

 

In realtà, questo provvedimento di riduzione del numero di deputati e senatori non dà risposta al problema cruciale della rappresentanza e dell’efficienza della democrazia. Al contrario, lo aggrava perché in sostanza lo traduce nella pratica antidemocratica della riduzione dei poteri del Parlamento. La crisi democratica che stiamo attraversando dipende infatti non dal numero dei parlamentari, che a determinate condizioni si possono anche ridurre. Ma dal degrado del sistema politico e dalla degenerazioni dei partiti, che non sono più lo strumento costituzionalmente riconosciuto attraverso il quale i cittadini concorrono «con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).

 

Questo è il punto, da cui tutto il resto dipende. I partiti invece di promuovere l’elevazione sociale e culturale delle classi subalterne, la partecipazione popolare e l’incivilimento del Paese, sono diventati pure macchine di potere al servizio di capi, capetti e capettini, di boss e sottoboss, di correnti e sottocorrenti, che occupano lo Stato, il Parlamento e le istituzioni pubbliche in cerca del consenso per la realizzazione dei loro fini privati. Con il risultato che i detentori del potere economico fanno il bello e il cattivo tempo.

 

La ricchezza si concentra, la povertà si diffonde. L’ambiente degrada, i diritti sociali e il lavoro vengono duramente penalizzati in dispregio dei principi costituzionali. Il disagio è tale che ormai circa la metà degli italiani in condizioni di voto non va a votare e non si riconosce nei partiti esistenti. Le donne e gli uomini che vivono del proprio lavoro non hanno più una loro organizzazione e rappresentanza politica. In queste condizioni il Parlamento non è lo specchio del Paese e la democrazia è dimezzata. Ma una democrazia dimezzata non può essere né partecipata né efficiente.

 

Se questa è la realtà, la svolta «storica» annunciata dal capo del M5S non è neanche un pannicello caldo. È un diversivo che aggrava i problemi reali. Già, ma ci dicono che i risparmi della spesa saranno straordinari. E ovviamente ancora maggiori se abolissero il Parlamento. Per ora però, secondo i calcoli più seri, non vanno oltre lo zero virgola della spesa pubblica totale. E allora qualche domanda s’impone. Perché non si tagliano le spese militari e gli eccessivi emolumenti dei parlamentari in carica? Perché, per aumentare le entrate, non si tassano in modo adeguato i grandi patrimoni e le rendite finanziarie?

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

Articolo scritto per Jobsnews. it

 

 

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Che ne dice il governo?

9 febbraio 2019 09h25m58 ritagliook 500minIl Financial Times, la sacra bibbia della city londinese ripresa dal Fatto Quotidiano, denuncia in modo forte e argomentato gli effetti distruttivi del sistema economico in cui siamo precipitati. La crisi è tale che dagli stessi esponenti più accorti del capitale si invocano correttivi radicali. Ma questo non è un «capitalismo truccato», come titola il giornale di Travaglio, da riportare alle (presunte) origini benefiche sognate da Veltroni. È il capitalismo realizzato. Quello oggi esistente: rapinoso, ingiusto e corrotto, che sta massacrando milioni di esseri umani mettendo a repentaglio la vita stessa del pianeta in nome del massimo profitto e della rendita.

 

Dopo la cancellazione del «socialismo realizzato» in Russia e nell’Oriente europeo, i vincitori - e tanti servizievoli “riformisti” - avevano annunciato un mondo da sogno, libero e giocondo. Invece siamo in presenza di contraddizioni esplosive e di piaghe purulente inflitte al pianeta Terra dal capitalismo realizzato in Occidente. Che hanno aperto la strada alla povertà e al disagio sociale crescenti, alle guerre tra poveri, alle migrazioni di massa, e quindi alle spinte nazionaliste e razziste di stampo autoritario e fascistico. È ora di prenderne atto e di cambiare strada.

 

La crisi organica del sistema non si supera sostituendo qualche pezzo di ricambio nelle officine riformiste della socialdemocrazia. Quel tempo è finito. Lo stato del mondo oggi ci grida che è necessario un cambiamento di sistema. Non più finalizzato alla ricerca del massimo profitto e della rendita, bensì al benessere della collettività degli umani e di tutti i viventi. C’è bisogno di una nuovo assetto. Ecologico e sociale, che assicuri il diritto al lavoro, la libertà e l’uguaglianza sostanziale.

 

In Italia, sconfitto (per ora) Salvini, non bastano i pensierini e i giochetti tattici di Di Maio e Zingaretti, molto lontani dalla cultura della Costituzione. Serve una visione d’insieme, una strategia del cambiamento, che non nasce, come ha scritto qualcuno, dal mescolamento degli elettorati. Ma dalla chiarezza del progetto e dalla forza delle idee, tali da rendere protagonisti e padroni del proprio destino i subalterni e gli sfruttati, tutti gli uomini e le donne che vivono del proprio lavoro.

 

Da dove cominciare? Dalla visione della politica come strumento di lotta per la conquista di una civiltà più avanzata. Dunque, dall’attuazione della Costituzione in tutte le sue parti. Avendo ben chiaro: primo, che questa è una Costituzione antifascista; secondo, che questa Costituzione disegna un diverso assetto della società. In cui la libertà della persona si fonda non sulla dittatura della proprietà privata, ma su una fitta trama di diritti sociali e su diverse forme di proprietà, pubblica e privata.

 

A chi se l’è dimenticato ricordo l’articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Sul lavoro vuol dire che non è fondata sul capitale. Come conferma l’articolo 4, che suona così: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto». Che ne dice il governo? Su questo aspetto dirimente devono comunque alzare la voce - insieme ai comitati per la difesa della Costituzione e ai costituzionalisti più sensibili - i movimenti sociali, i sindacati, i partiti e i gruppi politici che si dichiarano di sinistra. Senza una partecipazione democratica di massa non c’è avvenire.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

Morti sul lavoro e morti in mare

annegare 350 minAltri morti sul lavoro. Una strage senza fine nel silenzio assordante della politica. Non si accorge, questa politica, che i morti uccisi dal lavoro e i morti affogati in mare sono tutti vittime, gli uni come gli altri, di un unico sistema economico-sociale. Si chiama capitalismo: il capitalismo del XXI secolo, che distrugge congiuntamente gli esseri umani e l’ambiente naturale, mettendo a rischio l’esistenza stessa del pianeta.

Gli esseri umani contro la natura e la natura contro gli esseri umani, i lavoratori e gli sfruttati in lotta tra loro, donne e uomini in competizione permanente per il lavoro e per la vita. È questo sistema che va superato, lottando per un civiltà più avanzata che assuma come finalità non il capitale e il massimo profitto. Ma il lavoro e il benessere degli esseri umani e di tutti i viventi, ponendo fine allo sfruttamento senza limiti delle persone e dei beni naturali.

Un’utopia campata in aria, un sogno irraggiungibile? No, se si ricostruisce una cultura critica dell’esistente. No, se si ragiona sulle cause effettive di questo stato delle cose. Assumendo come guida per l’azione i principi fondamentali e i diritti inscritti nella nostra Costituzione. E quindi, se si organizza una lotta democratica di massa per la loro attuazione. Prima che sia troppo tardi.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

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Se all’operaio non fai sapere i suoi diritti e il suo potere

Whirlpool lavoratori in lotta 460 minL’inchiesta di Gad Lerner pubblicata da Repubblica il 2 agosto scopre in Lombardia una realtà già presente da tempo, ma finora non indagata dai giornali e dagli altri mezzi di comunicazione. Sindacalmente gli operai si dichiarano iscritti alla Cgil perché la Cgil sta dalla loro parte e li difende. Politicamente sono contro il Pd (e in maggioranza votano Lega) perché il Pd non sta dalla loro parte, non li tutela e non li organizza. Questo hanno dichiarato, fotografando la cruda realtà. Lerner trova tutto ciò sorprendente, ma forse sarebbe stato meno sorpreso se avesse indagato come vivono gli operai e non solo come votano. Per anni, prima il Pds e poi il Pd hanno maltrattato nel corpo e nella mente le persone che vivono del proprio lavoro, privilegiando rendite e profitti, restando anche impigliati qua e là nel sistema del malaffare. Altro che “zoccolo duro” come sognava qualcuno, la classe lavoratrice è stata duramente colpita nei salari e nei diritti, nella cultura e nell’immaginario collettivo da quelli che sarebbero dovuti stare dalla loro parte. È ora di prendere atto che in Italia non esiste da tempo un partito della classe operaia e lavoratrice. Con il risultato che una parte decisiva della società non ha più un’organizzazione e una rappresentanza politica. Di fatto, è fuori dal sistema politico, come avviene ormai nella maggioranza dei Paesi capitalisticamente maturi, a cominciare dagli Usa. E qui sta la radice più profonda della crisi della democrazia e dei rischi che corriamo come Paese.

 

Da questo stato delle cose occorrerebbe muovere, stabilendo un contatto diretto con chi porta sulla propria pelle i segni di una crisi organica del sistema, per prospettare ciò che è necessario: un’altra idea di società fondata sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza sostanziale e sulla libertà. Vale a dire una rivoluzione democratica da percorrere lungo la via tracciata dalla Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro non sul capitale. Oggi non ha molto senso parlare di sinistra radicale e di sinistra riformista, come ha osservato Luciano Canfora sul manifesto. Ma qual è la via d’uscita? Il ritorno alla socialdemocrazia, secondo la proposta del professore? O piuttosto la ricerca di un percorso nuovo, all’altezza del capitalismo maturo e decadente del nostro tempo? Da questo punto di vista, non si può fare a meno del pensiero di Gramsci e della sua teoria della rivoluzione come processo, né si può omettere un approfondito recupero critico della visione e della pratica del comunismo italiano incarnate nel Pci. Ossia del tentativo inedito, oggi particolarmente attuale, di superare la tradizionale contrapposizione novecentesca tra rivoluzionari e riformisti, tra riforme e rivoluzione, con l’obiettivo di costruire una civiltà più avanzata oltre il capitalismo. Una concezione e una pratica che andavano al di là dei modelli sperimentati nel Novecento dal movimento operaio: quello sovietico e quello socialdemocratico, ormai definitivamente tramontati e irripetibili. C’è una strada nuova da percorrere. E noi italiani, recuperando criticamente la nostra storia democratica e antifascista di cui il Pci è stato un protagonista assoluto, avremmo molte cose da dire. E da fare anche in Europa, per costruire una stagione di lotte e nuove forme di politica organizzata.

Paolo Ciofi

https://www.paolociofi.it

 

 

 

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