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Paolo Ciofi

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URL del sito web: http://www.paolociofi.it

Il nazismo, l’Europa e il comunismo italiano

parlamento europeo 460 minLa risoluzione del Parlamento europeo «sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» - secondo il titolo ridicolo di questo straccio di documento - è un’operazione provocatoria e maldestra senza precedenti, che squalifica chi l’ha approvata e getta ulteriore discredito su una istituzione già depotenziata e sostanzialmente inerte di fronte alla crisi devastante che stiamo attraversando. A quanto pare, non si rendono neanche conto delle fesserie che scrivono. Come si fa a costruire il futuro - e quale futuro? - falsificando in modo così greve e volgare la storia, e offendendo milioni di persone?

 

Hanno deciso di equiparare nazismo e comunismo, due visioni opposte e inconciliabili dell’umanità, mettendo sullo stesso piano la bandiera rossa e la croce uncinata, l’armata rossa che ha liberato i superstiti di Auschwitz e le SS che lì hanno sterminato ebrei e comunisti. Hanno cancellato i 25 milioni di morti dell’Unione sovietica occupata dagli sterminatori di Hitler. E ignorato la resistenza di Leningrado e Stalingrado, che ha bloccato l’avanzata delle truppe naziste, condannandole alla disfatta. Il soldato russo che pianta la bandiera rossa sul tetto del Reichstag a Berlino è il simbolo del ruolo decisivo avuto dai sovietici guidati dal Partito comunista nell’abbattimento del regime nazista.

 

Senza quell’evento, e senza le enormi sofferenze dei russi, la storia dell’Europa avrebbe preso un’altra strada, e questi falsificatori scriteriati e opportunisti che approvano risoluzioni indicando nel comunismo il nemico da abbattere difficilmente siederebbero oggi sugli scranni di un’aula parlamentare. Nonostante tragedie, errori e comportamenti anche contrastanti con le sue stesse finalità, il movimento comunista è stato un movimento di liberazione umana. Il contrario del nazifascismo, che teorizza e pratica l’oppressione degli esseri umani da parte di altri esseri umani.

 

Bisogna avere ben chiara la portata dell’operazione politico-culturale-comunicativa in corso - di cui il documento del Parlamento europeo è l’espressione più sgangherata e al tempo stesso più deprecabile - per poterla contrastare con efficacia. Identificato strumentalmente il comunismo con le Stato sovietico, se ne deduce che il crollo dell’Urss è l’inconfutabile presa d’atto della scomparsa del comunismo dalla faccia della terra. Cosicché il progetto di una civiltà più avanzata, ossia di una società di liberi e uguali, diventa addirittura impensabile, e non ci resta che vivere nel meraviglioso mondo della democrazia liberale, peraltro corrosa da una crisi di fondo.

 

Come osservava Giacomo Leopardi, «senza memoria l’uomo non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla». E dunque la falsificazione della storia e la cancellazione della memoria è un mezzo fondamentale per incatenarci all’eterno presente e impedire di proiettarci verso il futuro. Spariscono i fatti costitutivi della storia del Novecento, e quindi le contraddizioni e i conflitti del mondo di oggi. È una questione che tocca direttamente noi italiani con pesanti effetti negativi, dal momento che anche il comunismo italiano, più precisamente il Pci di Gramsci e Togliatti, è stato buttato nell’immondezzaio della storia, come se non fosse mai esistito.

 

Così abbiamo assistito all’indecoroso spettacolo del Partito democratico che vota a favore del documento europeo, immemore del fatto che i comunisti italiani sono stati costruttori e difensori della democrazia in questo Paese. Il degrado della politica ha raggiunto vette inusitate. Non ci sono parole per descrivere il comportamento senza principi di pseudo democratici che rinnegano la loro storia. Per non parlare dell’ineffabile presidente del Parlamento europeo Sassoli, al quale evidentemente sono ignote le parole di De Gasperi, quando non si era ancora piegato agli americani: «Il comunismo - diceva De Gasperi - è impregnato di fratellanza cristiana ed è perciò antirazzista per eccellenza mentre il nazismo e il fascismo sono essenzialmente e in primo luogo razzisti. Quindi due fenomeni inconciliabili e opposti il comunismo e il nazismo».

 

Oggi invece vanno di moda le cazzullate di quel giornalista del Corriere della sera, il quale si ostina a ripetere - evidentemente con l’accordo del suo direttore ex comunista - che l’antifascismo e l’anticomunismo sono come l’acqua e l’aria che respiriamo. Con il bel risultato di picconare la democrazia italiana, di cui il Pci è stato un pilastro. Ma sfigurando e cancellando il ruolo del Pci – è ora di dirlo a chiare note – si fa a pezzi la storia d’Italia, non si comprende la portata della guerra di liberazione dal fascismo e la conquista della democrazia costituzionale. Sottolineo: democrazia costituzionale, che va oltre i principi liberali di libertà e di uguaglianza formali, come stabilisce l’articolo tre.

 

Per contrastare la campagna di falsificazione in corso Futura Umanità, l’associazione per la storia e la memoria del Pci, ha deciso di ristampare le lezioni di Togliatti sul fascismo, e per questo dobbiamo ringraziare gli Editori Riuniti.

 

È arrivato il tempo di ricordarci e di ricordare a tutti, in particolare ai giovani, che senza l’impegno diretto del segretario generale del Pci, di Palmiro Togliatti, il quale ne ha redatto le parti più innovative, noi non avremmo avuto una Costituzione che non ha uguali in Europa. E che fonda sul lavoro la Repubblica democratica aprendo le porte all’affermazione delle lavoratrici e dei lavoratori come classe dirigente: un progetto di nuova società, che rivoluziona i rapporti economici e sociali attraverso l’espansione progressiva della democrazia.

 

Con la cosiddetta nuova «memoria condivisa» costruita sulla falsificazione della storia è questa fondamentale conquista che si vuole cancellare in Italia. L’abbattimento della Costituzione nata dalla lotta contro il fascismo: questo è l’obiettivo reiterato su cui puntano forze diverse, italiane e straniere. Dunque, un’operazione politica conservatrice e reazionaria a tutto campo, il cui risultato produrrebbe inevitabilmente il rafforzamento del potere dei grandi proprietari universali e del capitalismo finanziario globale.

 

L’obiettivo da perseguire è perciò molto chiaro: prima di tutto, mettere in sicurezza la Costituzione. La sua cultura, i diritti in essa sanciti, il suo progetto di nuova società. Ciò presuppone una grande campagna informativa rivolta soprattutto - ma non solo - ai giovani sulla storia d’Italia e sulle forze politiche che hanno costruito la democrazia in questo Paese, a cominciare dal Pci. Oltre che sui contenuti della Costituzione antifascista. È auspicabile che si possa costituire un coordinamento stabile e duraturo tra tutte le forze e le forme associative disponibili a promuovere una iniziativa di questo tipo, in Italia e in Europa.

 

Senza dimenticare le parole di Togliatti, pronunciate al V congresso del Pci: «Soltanto ponendosi sulla via del socialismo, cioè della trasformazione dell’organizzazione e degli scambi nel senso della solidarietà sociale e umana, si può sperare di ricostruire una civiltà e di preservare la pace». «Siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione».

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

Il nazismo, l’Europa e il comunismo italiano

  • Pubblicato in UE

parlamento europeo 460 minLa risoluzione del Parlamento europeo «sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» - secondo il titolo ridicolo di questo straccio di documento - è un’operazione provocatoria e maldestra senza precedenti, che squalifica chi l’ha approvata e getta ulteriore discredito su una istituzione già depotenziata e sostanzialmente inerte di fronte alla crisi devastante che stiamo attraversando. A quanto pare, non si rendono neanche conto delle fesserie che scrivono. Come si fa a costruire il futuro - e quale futuro? - falsificando in modo così greve e volgare la storia, e offendendo milioni di persone?

 

Hanno deciso di equiparare nazismo e comunismo, due visioni opposte e inconciliabili dell’umanità, mettendo sullo stesso piano la bandiera rossa e la croce uncinata, l’armata rossa che ha liberato i superstiti di Auschwitz e le SS che lì hanno sterminato ebrei e comunisti. Hanno cancellato i 25 milioni di morti dell’Unione sovietica occupata dagli sterminatori di Hitler. E ignorato la resistenza di Leningrado e Stalingrado, che ha bloccato l’avanzata delle truppe naziste, condannandole alla disfatta. Il soldato russo che pianta la bandiera rossa sul tetto del Reichstag a Berlino è il simbolo del ruolo decisivo avuto dai sovietici guidati dal Partito comunista nell’abbattimento del regime nazista.

 

Senza quell’evento, e senza le enormi sofferenze dei russi, la storia dell’Europa avrebbe preso un’altra strada, e questi falsificatori scriteriati e opportunisti che approvano risoluzioni indicando nel comunismo il nemico da abbattere difficilmente siederebbero oggi sugli scranni di un’aula parlamentare. Nonostante tragedie, errori e comportamenti anche contrastanti con le sue stesse finalità, il movimento comunista è stato un movimento di liberazione umana. Il contrario del nazifascismo, che teorizza e pratica l’oppressione degli esseri umani da parte di altri esseri umani.

 

Bisogna avere ben chiara la portata dell’operazione politico-culturale-comunicativa in corso - di cui il documento del Parlamento europeo è l’espressione più sgangherata e al tempo stesso più deprecabile - per poterla contrastare con efficacia. Identificato strumentalmente il comunismo con le Stato sovietico, se ne deduce che il crollo dell’Urss è l’inconfutabile presa d’atto della scomparsa del comunismo dalla faccia della terra. Cosicché il progetto di una civiltà più avanzata, ossia di una società di liberi e uguali, diventa addirittura impensabile, e non ci resta che vivere nel meraviglioso mondo della democrazia liberale, peraltro corrosa da una crisi di fondo.

 

Come osservava Giacomo Leopardi, «senza memoria l’uomo non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla». E dunque la falsificazione della storia e la cancellazione della memoria è un mezzo fondamentale per incatenarci all’eterno presente e impedire di proiettarci verso il futuro. Spariscono i fatti costitutivi della storia del Novecento, e quindi le contraddizioni e i conflitti del mondo di oggi. È una questione che tocca direttamente noi italiani con pesanti effetti negativi, dal momento che anche il comunismo italiano, più precisamente il Pci di Gramsci e Togliatti, è stato buttato nell’immondezzaio della storia, come se non fosse mai esistito.

 

Così abbiamo assistito all’indecoroso spettacolo del Partito democratico che vota a favore del documento europeo, immemore del fatto che i comunisti italiani sono stati costruttori e difensori della democrazia in questo Paese. Il degrado della politica ha raggiunto vette inusitate. Non ci sono parole per descrivere il comportamento senza principi di pseudo democratici che rinnegano la loro storia. Per non parlare dell’ineffabile presidente del Parlamento europeo Sassoli, al quale evidentemente sono ignote le parole di De Gasperi, quando non si era ancora piegato agli americani: «Il comunismo - diceva De Gasperi - è impregnato di fratellanza cristiana ed è perciò antirazzista per eccellenza mentre il nazismo e il fascismo sono essenzialmente e in primo luogo razzisti. Quindi due fenomeni inconciliabili e opposti il comunismo e il nazismo».

 

Oggi invece vanno di moda le cazzullate di quel giornalista del Corriere della sera, il quale si ostina a ripetere - evidentemente con l’accordo del suo direttore ex comunista - che l’antifascismo e l’anticomunismo sono come l’acqua e l’aria che respiriamo. Con il bel risultato di picconare la democrazia italiana, di cui il Pci è stato un pilastro. Ma sfigurando e cancellando il ruolo del Pci – è ora di dirlo a chiare note – si fa a pezzi la storia d’Italia, non si comprende la portata della guerra di liberazione dal fascismo e la conquista della democrazia costituzionale. Sottolineo: democrazia costituzionale, che va oltre i principi liberali di libertà e di uguaglianza formali, come stabilisce l’articolo tre.

 

Per contrastare la campagna di falsificazione in corso Futura Umanità, l’associazione per la storia e la memoria del Pci, ha deciso di ristampare le lezioni di Togliatti sul fascismo, e per questo dobbiamo ringraziare gli Editori Riuniti.

 

È arrivato il tempo di ricordarci e di ricordare a tutti, in particolare ai giovani, che senza l’impegno diretto del segretario generale del Pci, di Palmiro Togliatti, il quale ne ha redatto le parti più innovative, noi non avremmo avuto una Costituzione che non ha uguali in Europa. E che fonda sul lavoro la Repubblica democratica aprendo le porte all’affermazione delle lavoratrici e dei lavoratori come classe dirigente: un progetto di nuova società, che rivoluziona i rapporti economici e sociali attraverso l’espansione progressiva della democrazia.

 

Con la cosiddetta nuova «memoria condivisa» costruita sulla falsificazione della storia è questa fondamentale conquista che si vuole cancellare in Italia. L’abbattimento della Costituzione nata dalla lotta contro il fascismo: questo è l’obiettivo reiterato su cui puntano forze diverse, italiane e straniere. Dunque, un’operazione politica conservatrice e reazionaria a tutto campo, il cui risultato produrrebbe inevitabilmente il rafforzamento del potere dei grandi proprietari universali e del capitalismo finanziario globale.

 

L’obiettivo da perseguire è perciò molto chiaro: prima di tutto, mettere in sicurezza la Costituzione. La sua cultura, i diritti in essa sanciti, il suo progetto di nuova società. Ciò presuppone una grande campagna informativa rivolta soprattutto - ma non solo - ai giovani sulla storia d’Italia e sulle forze politiche che hanno costruito la democrazia in questo Paese, a cominciare dal Pci. Oltre che sui contenuti della Costituzione antifascista. È auspicabile che si possa costituire un coordinamento stabile e duraturo tra tutte le forze e le forme associative disponibili a promuovere una iniziativa di questo tipo, in Italia e in Europa.

 

Senza dimenticare le parole di Togliatti, pronunciate al V congresso del Pci: «Soltanto ponendosi sulla via del socialismo, cioè della trasformazione dell’organizzazione e degli scambi nel senso della solidarietà sociale e umana, si può sperare di ricostruire una civiltà e di preservare la pace». «Siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione».

 

Paolo Ciofi
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La poltrona che resta è del capo politico

Una poltrona in parlamentoDopo il taglio dei parlamentari, il capo politico del M5S è andato in piazza a tagliare poltrone di carta con forbici di cartone. L’ennesima ridicola manifestazione di un vacuo esibizionismo gestuale, rivolto ad attirare attenzione in cerca di consensi. Il Parlamento - massima espressione della democrazia costituzionale - equiparato a un poltronificio, e la politica degradata al livello della invadente e stucchevole presenza del capo dichiarante. Il quale, dopo aver abolito la povertà, ci ha fatto sapere che si tratta - ovviamente - di una svolta «storica».

 

In realtà, questo provvedimento di riduzione del numero di deputati e senatori non dà risposta al problema cruciale della rappresentanza e dell’efficienza della democrazia. Al contrario, lo aggrava perché in sostanza lo traduce nella pratica antidemocratica della riduzione dei poteri del Parlamento. La crisi democratica che stiamo attraversando dipende infatti non dal numero dei parlamentari, che a determinate condizioni si possono anche ridurre. Ma dal degrado del sistema politico e dalla degenerazioni dei partiti, che non sono più lo strumento costituzionalmente riconosciuto attraverso il quale i cittadini concorrono «con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).

 

Questo è il punto, da cui tutto il resto dipende. I partiti invece di promuovere l’elevazione sociale e culturale delle classi subalterne, la partecipazione popolare e l’incivilimento del Paese, sono diventati pure macchine di potere al servizio di capi, capetti e capettini, di boss e sottoboss, di correnti e sottocorrenti, che occupano lo Stato, il Parlamento e le istituzioni pubbliche in cerca del consenso per la realizzazione dei loro fini privati. Con il risultato che i detentori del potere economico fanno il bello e il cattivo tempo.

 

La ricchezza si concentra, la povertà si diffonde. L’ambiente degrada, i diritti sociali e il lavoro vengono duramente penalizzati in dispregio dei principi costituzionali. Il disagio è tale che ormai circa la metà degli italiani in condizioni di voto non va a votare e non si riconosce nei partiti esistenti. Le donne e gli uomini che vivono del proprio lavoro non hanno più una loro organizzazione e rappresentanza politica. In queste condizioni il Parlamento non è lo specchio del Paese e la democrazia è dimezzata. Ma una democrazia dimezzata non può essere né partecipata né efficiente.

 

Se questa è la realtà, la svolta «storica» annunciata dal capo del M5S non è neanche un pannicello caldo. È un diversivo che aggrava i problemi reali. Già, ma ci dicono che i risparmi della spesa saranno straordinari. E ovviamente ancora maggiori se abolissero il Parlamento. Per ora però, secondo i calcoli più seri, non vanno oltre lo zero virgola della spesa pubblica totale. E allora qualche domanda s’impone. Perché non si tagliano le spese militari e gli eccessivi emolumenti dei parlamentari in carica? Perché, per aumentare le entrate, non si tassano in modo adeguato i grandi patrimoni e le rendite finanziarie?

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

Articolo scritto per Jobsnews. it

 

 

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Che ne dice il governo?

9 febbraio 2019 09h25m58 ritagliook 500minIl Financial Times, la sacra bibbia della city londinese ripresa dal Fatto Quotidiano, denuncia in modo forte e argomentato gli effetti distruttivi del sistema economico in cui siamo precipitati. La crisi è tale che dagli stessi esponenti più accorti del capitale si invocano correttivi radicali. Ma questo non è un «capitalismo truccato», come titola il giornale di Travaglio, da riportare alle (presunte) origini benefiche sognate da Veltroni. È il capitalismo realizzato. Quello oggi esistente: rapinoso, ingiusto e corrotto, che sta massacrando milioni di esseri umani mettendo a repentaglio la vita stessa del pianeta in nome del massimo profitto e della rendita.

 

Dopo la cancellazione del «socialismo realizzato» in Russia e nell’Oriente europeo, i vincitori - e tanti servizievoli “riformisti” - avevano annunciato un mondo da sogno, libero e giocondo. Invece siamo in presenza di contraddizioni esplosive e di piaghe purulente inflitte al pianeta Terra dal capitalismo realizzato in Occidente. Che hanno aperto la strada alla povertà e al disagio sociale crescenti, alle guerre tra poveri, alle migrazioni di massa, e quindi alle spinte nazionaliste e razziste di stampo autoritario e fascistico. È ora di prenderne atto e di cambiare strada.

 

La crisi organica del sistema non si supera sostituendo qualche pezzo di ricambio nelle officine riformiste della socialdemocrazia. Quel tempo è finito. Lo stato del mondo oggi ci grida che è necessario un cambiamento di sistema. Non più finalizzato alla ricerca del massimo profitto e della rendita, bensì al benessere della collettività degli umani e di tutti i viventi. C’è bisogno di una nuovo assetto. Ecologico e sociale, che assicuri il diritto al lavoro, la libertà e l’uguaglianza sostanziale.

 

In Italia, sconfitto (per ora) Salvini, non bastano i pensierini e i giochetti tattici di Di Maio e Zingaretti, molto lontani dalla cultura della Costituzione. Serve una visione d’insieme, una strategia del cambiamento, che non nasce, come ha scritto qualcuno, dal mescolamento degli elettorati. Ma dalla chiarezza del progetto e dalla forza delle idee, tali da rendere protagonisti e padroni del proprio destino i subalterni e gli sfruttati, tutti gli uomini e le donne che vivono del proprio lavoro.

 

Da dove cominciare? Dalla visione della politica come strumento di lotta per la conquista di una civiltà più avanzata. Dunque, dall’attuazione della Costituzione in tutte le sue parti. Avendo ben chiaro: primo, che questa è una Costituzione antifascista; secondo, che questa Costituzione disegna un diverso assetto della società. In cui la libertà della persona si fonda non sulla dittatura della proprietà privata, ma su una fitta trama di diritti sociali e su diverse forme di proprietà, pubblica e privata.

 

A chi se l’è dimenticato ricordo l’articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Sul lavoro vuol dire che non è fondata sul capitale. Come conferma l’articolo 4, che suona così: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto». Che ne dice il governo? Su questo aspetto dirimente devono comunque alzare la voce - insieme ai comitati per la difesa della Costituzione e ai costituzionalisti più sensibili - i movimenti sociali, i sindacati, i partiti e i gruppi politici che si dichiarano di sinistra. Senza una partecipazione democratica di massa non c’è avvenire.

 

Paolo Ciofi
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Morti sul lavoro e morti in mare

annegare 350 minAltri morti sul lavoro. Una strage senza fine nel silenzio assordante della politica. Non si accorge, questa politica, che i morti uccisi dal lavoro e i morti affogati in mare sono tutti vittime, gli uni come gli altri, di un unico sistema economico-sociale. Si chiama capitalismo: il capitalismo del XXI secolo, che distrugge congiuntamente gli esseri umani e l’ambiente naturale, mettendo a rischio l’esistenza stessa del pianeta.

Gli esseri umani contro la natura e la natura contro gli esseri umani, i lavoratori e gli sfruttati in lotta tra loro, donne e uomini in competizione permanente per il lavoro e per la vita. È questo sistema che va superato, lottando per un civiltà più avanzata che assuma come finalità non il capitale e il massimo profitto. Ma il lavoro e il benessere degli esseri umani e di tutti i viventi, ponendo fine allo sfruttamento senza limiti delle persone e dei beni naturali.

Un’utopia campata in aria, un sogno irraggiungibile? No, se si ricostruisce una cultura critica dell’esistente. No, se si ragiona sulle cause effettive di questo stato delle cose. Assumendo come guida per l’azione i principi fondamentali e i diritti inscritti nella nostra Costituzione. E quindi, se si organizza una lotta democratica di massa per la loro attuazione. Prima che sia troppo tardi.

Paolo Ciofi
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Se all’operaio non fai sapere i suoi diritti e il suo potere

Whirlpool lavoratori in lotta 460 minL’inchiesta di Gad Lerner pubblicata da Repubblica il 2 agosto scopre in Lombardia una realtà già presente da tempo, ma finora non indagata dai giornali e dagli altri mezzi di comunicazione. Sindacalmente gli operai si dichiarano iscritti alla Cgil perché la Cgil sta dalla loro parte e li difende. Politicamente sono contro il Pd (e in maggioranza votano Lega) perché il Pd non sta dalla loro parte, non li tutela e non li organizza. Questo hanno dichiarato, fotografando la cruda realtà. Lerner trova tutto ciò sorprendente, ma forse sarebbe stato meno sorpreso se avesse indagato come vivono gli operai e non solo come votano. Per anni, prima il Pds e poi il Pd hanno maltrattato nel corpo e nella mente le persone che vivono del proprio lavoro, privilegiando rendite e profitti, restando anche impigliati qua e là nel sistema del malaffare. Altro che “zoccolo duro” come sognava qualcuno, la classe lavoratrice è stata duramente colpita nei salari e nei diritti, nella cultura e nell’immaginario collettivo da quelli che sarebbero dovuti stare dalla loro parte. È ora di prendere atto che in Italia non esiste da tempo un partito della classe operaia e lavoratrice. Con il risultato che una parte decisiva della società non ha più un’organizzazione e una rappresentanza politica. Di fatto, è fuori dal sistema politico, come avviene ormai nella maggioranza dei Paesi capitalisticamente maturi, a cominciare dagli Usa. E qui sta la radice più profonda della crisi della democrazia e dei rischi che corriamo come Paese.

 

Da questo stato delle cose occorrerebbe muovere, stabilendo un contatto diretto con chi porta sulla propria pelle i segni di una crisi organica del sistema, per prospettare ciò che è necessario: un’altra idea di società fondata sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza sostanziale e sulla libertà. Vale a dire una rivoluzione democratica da percorrere lungo la via tracciata dalla Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro non sul capitale. Oggi non ha molto senso parlare di sinistra radicale e di sinistra riformista, come ha osservato Luciano Canfora sul manifesto. Ma qual è la via d’uscita? Il ritorno alla socialdemocrazia, secondo la proposta del professore? O piuttosto la ricerca di un percorso nuovo, all’altezza del capitalismo maturo e decadente del nostro tempo? Da questo punto di vista, non si può fare a meno del pensiero di Gramsci e della sua teoria della rivoluzione come processo, né si può omettere un approfondito recupero critico della visione e della pratica del comunismo italiano incarnate nel Pci. Ossia del tentativo inedito, oggi particolarmente attuale, di superare la tradizionale contrapposizione novecentesca tra rivoluzionari e riformisti, tra riforme e rivoluzione, con l’obiettivo di costruire una civiltà più avanzata oltre il capitalismo. Una concezione e una pratica che andavano al di là dei modelli sperimentati nel Novecento dal movimento operaio: quello sovietico e quello socialdemocratico, ormai definitivamente tramontati e irripetibili. C’è una strada nuova da percorrere. E noi italiani, recuperando criticamente la nostra storia democratica e antifascista di cui il Pci è stato un protagonista assoluto, avremmo molte cose da dire. E da fare anche in Europa, per costruire una stagione di lotte e nuove forme di politica organizzata.

Paolo Ciofi

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Cazzullate senza fine

rizzo460Risposta a Marco Rizzo, che nei giorni scorsi sulla pagina Facebook di Rifondazione aveva commentato l’articolo di Paolo Ciofi “Comunista, tu sii maledetto” con queste parole: «“Degenerazioni staliniste”?!! Ciofi e chi la pensa come lui se lo merita Cazzullo e il Corsera. Quando si accetta e si fa propria la versione anticomunista sulla gloriosa storia dell’URSS poi non ci si può stupire né della ‘mutazione genetica’ del PCI (dal compromesso storico allo scioglimento della Bolognina), né dell’anticomunismo d’accatto dei nostri nemici, rafforzati ogni giorno dalle analisi degli opportunisti.»

Se, come ormai si è potuto comunemente accertare, la cazzullata è una narrazione che (per scopi non sempre nobili) prescinde totalmente dai fatti della storia e della lotta politica, allora non si può ignorare che Marco Rizzo disponga di un’indubbia qualità: quella di riuscire a formulare in poche righe ben tre cazzullate. Per di più di una tale entità, che non varrebbe la pena di soffermarcisi se non danneggiassero la già difficile lotta per un’alternativa allo stato di cose presente.

 

Punto primo. Secondo lui, nella storia del Novecento le «degenerazioni staliniane» non esistono. Sono solo un’invenzione degli anticomunisti, attribuita quindi anche a me, che come molti altri mi vengo a trovare a mia insaputa nella poco nobile schiera di coloro che ho sempre combattuto. Ma veniamo alla sostanza. Di Krusciov, il capo dei comunisti sovietici, che quelle degenerazioni ha denunciato drammaticamente in termini ancora più crudi, Rizzo non ha sentito parlare? E di Togliatti, il capo dei comunisti italiani, che le ha analizzate criticamente rilanciando la via italiana al socialismo?

A quanto pare lui non è venuto neanche a conoscenza del XX congresso del Pcus, che nel 1956 tentò tra molti drammi e tensioni di superare lo stalinismo, con l’obiettivo di aprire una nuova fase nella costruzione del socialismo e nelle relazioni tra i partiti comunisti. Tutto è possibile. E se invece, putacaso, ne è venuto a conoscenza, allora cosa dovremmo dire? Nella migliore delle ipotesi, che la sua visione della rivoluzione e della costruzione di una nuova società è incredibilmente fanciullesca, tanto da infischiarsene delle condizioni storiche concrete: una botta e vai («Taja, ch’è rosso!» annunciava il Belli). Per non dire schematica e primitiva. Ma la rivoluzione non è una passeggiata sulla Prospettiva Nevskij, tanto meno un pranzo di gala. Bensì un processo difficile e contraddittorio in cui gli errori e le correzioni sono inevitabili.

 

Seconda cazzullata. Berlinguer, il quale, come egli stesso dichiarò, lottava «per la realizzazione degli ideali del comunismo» e aveva dimostrato di sapere e volere correggere gli errori del Pci, viene considerato alla stregua di un politicante di passaggio. Equiparato a coloro i quali, sciogliendo il partito e abbandonando al loro destino le lavoratrici e i lavoratori del XXI secolo, il comunismo lo hanno rinnegato e hanno fatto il contrario di ciò che Berlinguer non ha potuto portare a termine, stroncato dalla morte improvvisa. Ovvero un nuovo socialismo, corrispondente alla fase di sviluppo del capitale e dunque diverso dal modello sovietico e da quello socialdemocratico. Dall’unico pensiero di Rizzo tutti vengono infilati nello stesso sacco: Berlinguer e i miglioristi, i rivoluzionari e i gestori del sistema. Con Berlinguer capofila di quelli che hanno liquidato il Pci e le conquiste del movimento operaio in Itala.

 

Terza cazzullata. Appiccicare l’etichetta di opportunisti e di veri e propri nemici a quelli che cercano di trarre insegnamenti per l’oggi dall’esperienza e dagli errori di ieri. Rizzo non va per il sottile: se non la pensi come lui sei out, esattamente come sostiene Cazzullo. E nella diaspora che ha frantumato la sinistra in mille pezzi moltiplicando i partiti che si denominano comunisti, il medesimo Marco Rizzo, il quale finora ha dato prova di essere soprattutto un promotore di divisioni badando principalmente ai casi suoi, si autoproclama l’unico vero rivoluzionario e comunista. Con quale programma? Con quale progetto? Con quale strategia e con quale tattica? Con quali forze motrici e con quali alleanze? Qui viene il bello e qui casca l’asino.

 

A sentir lui, la risposta è semplice: ci vuole il modello sovietico. Semplice, ma impraticabile. A oltre 100 anni di distanza, e in un mondo completamente diverso, a tutti dovrebbe essere chiaro che non si può ripetere un’esperienza originale e imprevedibile compiuta nelle condizioni della Russia zarista, travolta dalla prima guerra mondiale imperialista. Nel merito, rispetto alle condizioni di oggi, l’unica cosa certa è che Rizzo non è Lenin. E questo, a dir la verità, non ci rassicura.
«Fare politica significa agire per cambiare il mondo», sosteneva Togliatti. E aggiungeva, riferendosi a Gramsci, che così intesa la politica «è il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli». In modo da poter «comprendere (...) tanto l'avanzata quanto la ritirata o l'arresto, tanto la vittoria quanto la sconfitta. Alla base di questa comprensione vi è la critica di se stessi e degli altri, che è momento di azione ulteriore».

 

Se della politica non hai questa visione, e non sei in grado di praticarla nonostante le petizioni principio, la loquacità televisiva e le meschinerie di una vantata abilità manovriera, alla fine torni a cantare sempre e ovunque la stessa canzone. E così ti riduci all’inutilità politica. Proprio come è successo a Rizzo. Amen, e pace all’anima sua.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

pubblicato anche su http://www.rifondazione.it/ il 17 luglio '19

 

 

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Comunista, tu sii maledetto

aldo cazzullo 460 miniTra i tanti titolari di cazzullate che inondano la nostra vita, il Cazzullo doc, quello che scrive sul Corriere della sera, questa volta l’ha fatta davvero grossa. Addirittura spropositata. A sentir lui «l’anticomunismo e l’antifascismo dovrebbero essere come l’aria e l’acqua: valori condivisi da tutti, la premessa comune di qualsiasi confronto politico». Né più né meno. Dunque, fascismo e comunismo pari sono e come tali vanno trattati. Una cazzullata senza precedenti contro la storia e contro la verità, esposta a chiare lettere sul giornalone che a suo tempo non mancò di dare una mano a Mussolini, fino a diventarne un servizievole trombettiere.

 

Ma se le cose stanno come dice Cazzullo, che ne facciamo della Costituzione su cui si regge la democrazia repubblicana in questo Paese? Una Costituzione antifascista costruita con il contributo decisivo dei comunisti italiani (quelli del Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, per intenderci), i quali sempre hanno lottato per difenderla e per attuarla nella vita quotidiana. Evidentemente, inaugurando la nuova era anticomunista cazzulliana, questa Costituzione è un intralcio e va buttata alle ortiche. Un’operazione molto pericolosa, che da più parti si è tentato e si tenta di mettere in atto con il contributo di chi sistematicamente storpia la tormentata e difficile lotta degli italiani per la democrazia e per la libertà. Nella quale il Pci ha avuto un ruolo insostituibile, cancellando il quale si abbatte un pilastro del sistema democratico e si apre la strada a nuove forme di autoritarismo e di dittatura del capitale.

 

Aldo Cazzullo, con un’operazione pseudoculturale gabellata come una necessità dei tempi nuovi, mette insieme esperienze storiche e concezioni del mondo completamente diverse. L’una - quella fascista - orientata all’oppressione e alla soppressione del diverso, sia esso ebreo, nero o comunista, in nome della presunta supremazia della razza ariana e del capitale sul lavoro. Un’esperienza tragicamente vissuta da milioni di esseri umani che ha generato la catastrofe della seconda guerra mondiale. L’altra - quella comunista - orientata invece alla liberazione dell’umanità da qualsiasi forma di oppressione e di sfruttamento. Un’idea di civiltà più avanzata oltre il capitalismo, allorché - secondo Marx - all’ordinamento imposto dal capitale «subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti». Un livello di società e un’esperienza che finora l’umanità non ha raggiunto e sperimentato.

 

Altra cosa è il percorso storico concreto compiuto dai diversi partiti comunisti nei diversi Paesi del mondo, sul quale il giudizio critico deve esprimersi in piena obiettività e autonomia. In particolare sulla rivoluzione russa del 1917, sulle sue conquiste, le sue contraddizioni, le degenerazioni staliniane e tutto quello che è avvenuto dopo. Fino alla crisi e alla sconfitta storica di fronte al capitalismo vincente, che hanno cambiato l’assetto geopolitico del pianeta. Non dimentichiamoci però che senza i 20 e oltre milioni di morti dell’Unione Sovietica non ci sarebbe stata la vittoria sul nazifascismo, come opportunamente ha scritto Franco Venturini. Lo faccia sapere anche al suo collega Cazzullo, ossessionato da un anticomunismo viscerale.

 

Quanto ai comunisti italiani, l’anticomunismo viscerale cazzulliano dà il meglio di sé. Come bene mette in evidenza lo stesso titolare, quando afferma che Enrico Berlinguer era «un personaggio certo limpido, interessante, coraggioso (…) ma - aggiunge - pur sempre comunista». Se hai un dubbio questa è la risposta: comunista, tu sii maledetto. Non la storia, non la ricerca della verità. Basta la parola, e sei fuori dal confronto politico. Vale a dire, dal consorzio umano che regola la società. Da dove nasce questa irrazionalità viscerale? Questo anticomunismo postmoderno, pregiudiziale e illiberale, di chi proclama l’universalità del liberalismo?

 

Si possono fare due ipotesi. La prima è che Cazzullo Aldo da Alba non conosca la nostra storia di italiani, nonostante l’incetta di premi letterari di cui è uno specialista. E quindi non sia a conoscenza che il Pci è stato un fondatore capitale e un pilastro della Repubblica democratica e della Costituzione. Un partito che ha lottato per garantire tutte le libertà meno quella di «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità della persona». E che ha progettato di cambiare la società secondo i principi costituzionali attraverso una democrazia progressiva in grado di realizzare - come disse ai suoi tempi Berlinguer - «un socialismo diverso da ogni modello esistente». Era un progetto non improvvisato che veniva da lontano. La lettura delle Lezioni sul fascismo di Palmiro Togliatti, pronunciate nel 1935, sarebbe in proposito molto utile.

 

Dovremmo allora concludere che Cazzullo sia un ignorante? E che un ignorante possa fare l’editorialista di punta del Corrierone? Difficile a dirsi. Non trascurerei però la seconda ipotesi. Vale a dire che l’anticomunismo postmoderno di conio cazzulliano, a fronte del fallimento clamoroso delle classi dirigenti, sia un pretesto ideologico per impedire il cambiamento reale dello stato di cose presente. O meglio, per rafforzare il potere delle forze economiche dominanti contro i diritti del lavoro, con l’obiettivo di smontare definitivamente la Costituzione in modo da eliminare ogni limite al dominio del profitto e della rendita. Comunque, la posta in gioco è molto alta: la manipolazione del passato serve per evitare la trasformazione del presente e la costruzione di un futuro più affabile, al servizio degli umani e dell’intera natura.

 

Veniamo da lontano per andare lontano. Al riguardo riprendo le parole di Francesco Barbagallo nel suo ultimo libro, L’Italia nel mondo contemporaneo. Sei lezioni di storia 1943-2018: «La Resistenza (…) diventa il più alto riferimento morale e il fondamento etico-politico del travagliato processo di ricostruzione e di riunificazione della comunità nazionale. Nell’Italia contemporanea irrompono (…) e svolgono ruoli centrali forze sociali nuove e correnti ideali rimaste ai margini del processo risorgimentale e dell’Italia monarchica. Nuovi protagonisti sono i contadini, gli operai, i cattolici, i comunisti, i democratici radicali, che volevano costruire un nuovo Stato, una società profondamente rinnovata».

 

Quest’opera è stata stroncata e arrovesciata nel suo contrario. Ma nel mondo di oggi, pervaso dalle nuove tecnologie, dal personalismo della politica intesa come pura gestione del potere e da diffuse spinte autoritarie, l’esigenza di un generale cambiamento e di un rivoluzionamento sociale si è fatta ancora più pressante. Riannodiamo perciò i fili del passato per tessere la tela del futuro. Nonostante l’imperversare dei molti Cazzulli. Passati, presenti e futuri.


Paolo Ciofi
www.paolociofi.it


pubblicato anche su Jobsnews.it

Il voto e la sinistra che non c'è

sinistra unita 460 minIl risultato elettorale del 26 maggio ci squaderna una questione dalla quale non si può prescindere e che appare decisiva: la scomparsa della sinistra politica in Italia nel contesto del massiccio spostamento a destra del corpo elettorale (avanzata travolgente di Lega e Fratelli d’Italia, tracollo verticale dei 5 Stelle e marginalizzazione di Forza Italia, assestamento del Pd come secondo partito pur perdendo 120 mila voti). E in presenza di un astensionismo che tocca il 50 per cento.

 

Scomparsa della sinistra? Sì, esattamente di questo si tratta se stiamo ai fatti: della scomparsa della sinistra del cambiamento e della trasformazione. Proprio nella fase in cui, di fronte alla crisi della società e alle contraddizioni esplosive del capitalismo moderno che distrugge il pianeta e tratta gli umani come scarti, una sinistra all’altezza del nostro tempo sarebbe invece indispensabile.

 

Non parlo evidentemente della sinistra liberale (del capitale, direbbe Alfredo Reichlin) al servizio della grande borghesia e delle grandi ricchezze, che sebbene contestata da una destra illiberale e autoritaria è ben presente. E ben rappresentata dai due partiti di Scalfari, la Repubblica e il Pd. Mi riferisco alla sinistra espressione del variegato e complesso mondo del lavoro del XXI secolo, in grado di lottare - secondo quanto prescrive la Costituzione - per «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

Non nascondiamoci dietro un dito: questa sinistra di cui c’è bisogno ormai da tempo non è più un fattore costitutivo della nostra democrazia. La rappresentanza politica è diventata una questione privata dei ceti dominanti che detengono la ricchezza e si contrastano tra loro. Tutti gli altri sono fuori dai giochi. E qui risiede la radice più profonda della crisi democratica che il Paese sta attraversando. La sinistra cosiddetta riformista ha cessato non da oggi di criticare il capitale, e del capitale è diventata una stampella portante. D’altra parte, la sinistra cosiddetta radicale, nonostante l’impegno generoso di tante persone, non è stata in grado di organizzare un’opposizione efficace, che offrisse un progetto di nuova società fondato su un’alternativa credibile e concretamente praticabile.

 

In questo stato delle cose è maturato l’exploit dei 5 Stelle, che hanno messo nello stesso sacco destra e sinistra per poi fallire alla prova del governo aprendo la strada alla massiccia affermazione della destra di Salvini. L’errore più grave che si può commettere è ritenere - come da più parti si sente dire - che la Lega abbia vinto perché gli italiani sono diventati tutti nazionalisti ottusi, xenofobi arretrati, populisti, sovranisti e anche fascisti. Si tratta di una visione primitiva e superficiale che generalizzando fenomeni regressivi pur presenti ignora i processi reali che hanno investito l’economia e la società, producendo effetti distruttivi sulla vita di milioni di esseri umani. Con il vantaggio, se così si può dire, di esonerare dalle loro responsabilità e dai loro fallimenti le classi dirigenti.

 

Come ha osservato anche Thomas Piketty, l’affermazione delle destre reazionarie in Italia e in Francia trova la sua motivazione di fondo nella crescita delle disuguaglianze, generate da un sistema economico e da un assetto fiscale ingiusti, che concentrano in poche mani la ricchezza e diffondono per altro verso povertà e insicurezza, disoccupazione e precarietà. Ormai dovrebbe essere chiaro che se non si affronta questo nodo non trovano soluzione né la questione ambientale né la liberazione delle donne dall’oppressione di genere e dal doppio lavoro.

 

In assenza di alternative, gran parte degli sfruttati, dei poveri, dei disagiati dal degrado delle periferie, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, che ancora vanno a votare si sono aggrappati al presenzialismo della Lega. Ma la Lega di Salvini, che sguazza nel disagio e nell’impoverimento crescenti anche tra i ceti medi, non si propone di cambiare il sistema. Al contrario, con la sua proposta della tassa piatta e con il suo continuo richiamo alla “rivoluzione” di Trump, spinge verso ulteriori disuguaglianze.

 

In sostanza Salvini ci propone un nuovo capitalismo dai connotati ottocenteschi, antidemocratico e assolutista, autoritario e arrogante. E favorito dalla sottovalutazione delle contraddizioni inedite prodotte dalle correnti migratorie, copre questa scelta seminando la paura e l’odio per il diverso. Per il migrante che fugge dal disastro generato della rapina delle risorse naturali da parte di quelle stesse multinazionali che nei territori del capitalismo avanzato espellono manodopera dai processi produttivi e dalle attività di servizio.

 

Le contraddizioni e le difficoltà sono destinate ad aumentare. Tuttavia, al cospetto del fallimento della Sinistra, nella lotta per uscire dalla crisi e costruire una civiltà più avanzata in Italia e in Europa, il riferimento non può essere il Pd di Zingaretti. Innanzitutto perché, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, non si propone di essere il partito politico della classe lavoratrice del XXI secolo, di tutti coloro i quali, in questa fase della rivoluzione scientifica e digitale in atto, per vivere dispongono solo delle proprie capacità fisiche e intellettuali, della propria forza-lavoro. E come potrebbe essere diversamente, se il Pd non ha neanche il coraggio di ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e di proporre una patrimoniale sulle grandi ricchezze, vista come il fumo negli occhi?

 

C’è bisogno di una sinistra che non c’è. Con caratteristiche popolari e di massa, immersa nel profondo della società, vicina a tutti coloro che sono sfruttati e che soffrono. In grado di organizzare un’opposizione efficace al degrado del Paese e alla deriva autoritaria in atto. E di indicare soluzioni concrete sul terreno della solidarietà, della cooperazione, della partecipazione democratica. Insomma, c’è bisogno di un vero cambiamento di rotta. Ma questa svolta non si può realizzare se non si analizzano a fondo le cause che hanno portato a questo stato delle cose.

 

Costruire un pensiero critico della realtà che ti circonda, e capire le motivazioni dell’avversario che ti ha sconfitto, è essenziale. Se non metti in chiaro le ragioni della sconfitta, e non correggi gli errori che hai compiuto, sei condannato alla tua inutilità politica e sociale. Per compiere questo passo decisivo è però necessario cambiare la visione e la pratica della politica, restituendole la sua progettualità, la sua concretezza, la sua moralità. La politica non come funzione tecnica del capitale, o come amministrazione dell’esistente. La politica come servizio della comunità, come strumento per la conquista di una più alta civiltà, peraltro prospettata dalla nostra Costituzione. Bisognerebbe mettersi all’opera su questo terreno superando corporativismi, divisioni e fratture.

«Fare politica significa agire per trasformare il mondo». Per questo «occorre avere un’esatta conoscenza dei fatti storici e della realtà attuale, occorre valutarli esattamente, alla luce di principi generali, e far concorrere conoscenza e valutazione e una concezione organica dei bisogni del momento e dell’avvenire». La politica così intesa «è il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli. Giunge a comprendere, e quindi a giustificare storicamente, tanto l’avanzata quanto la ritirata o l’arresto, tanto la vittoria quanto la sconfitta. Alla base di questa comprensione vi è la critica di se stessi e degli altri, che è momento di azione ulteriore». 

 

Sono parole di quel tale, si chiamava Palmiro Togliatti, che ha costruito il più grande e influente partito comunista dell’Occidente. Nelle condizioni di oggi c’è chi dispone del coraggio politico e della forza intellettuale per compiere una svolta di tale portata? Questo è il problema.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

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Mercatone Uno. Dove è finita la Costituzione

fallimento mercatone uno 460 min1800 esseri umani, uomini e donne. 1800 persone. Licenziate in tronco da MercatoneUno e messe sulla strada senza neanche un avviso. Trattate come scarti del mercato, come inutili merci avariate da buttare nei cassonetti della mondezza. Un caso estremo, si dice. Ma succede quando il lavoro non è più un diritto, bensì una merce qualunque che nulla ha a che fare con un’esistenza libera e dignitosa. E infatti qui si fa strame della vita delle persone, del loro presente e del loro futuro. Il contrario dei basilari principi di convivenza, e di ciò che la Costituzione prescrive.

Al di là delle petulanti e vergognose chiacchiere di chi governa, è tempo di rendercene conto tutti. Dove è finito l’articolo 1, che fonda la Repubblica democratica sul lavoro? E l’articolo 4, secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto»? E anche l’articolo 41, il quale afferma che «l’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»?

Su questi principi è calato un preoccupante silenzio. Al riguardo anche i costituzionalisti più sensibili e attenti sembrano impacciati. Eppure questi principi attengono alla vita materiale e spirituale delle persone. E su di essi si misura il vero distacco della politica dalla realtà umana e sociale del nostro tempo. In gioco non è solo il pane, ma anche la libertà e la democrazia. Una volta, in difesa della vita e dei diritti, della democrazia e della libertà, si lottava per attuare la Costituzione: si chiamava al lavoro e alla lotta. Al lavoro e alla lotta! Mai come adesso queste parole sono state così attuali.

 

Paolo Ciofi
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