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Paolo Ciofi

Paolo Ciofi

URL del sito web: http://www.paolociofi.it

Berlinguer, Un’altra idea del mondo*

L’ 11 giugno 1984 si spegneva in modo drammatico la vita di Enrico Berlinguer. (vai alla nota*)

EnricoBerlinguer 460 minContrariamente agli sforzi profusi da più parti per farne un retrogrado e un passatista, Enrico Berlinguer è stato in realtà un rivoluzionario moderno e innovatore, come dimostrano in particolare le sue posizioni sulla rivoluzione elettronica, la terza rivoluzione industriale che ha aperto una nuova fase nella storia del capitalismo.

 

Rivoluzionario perché intendeva trasformare la società; moderno e innovatore perché ha lottato per un assetto sociale diverso dai modelli fino ad allora conosciuti e dominanti in Europa, quello del «socialismo realizzato» ad Est e quello socialdemocratico ad Ovest. E anche perché era consapevole che il Pci e il movimento operaio, se volevano assolvere alla loro funzione, erano chiamati a misurarsi non solo con l’offensiva politico-culturale del neoliberismo, ma anche con le profonde trasformazioni indotte da una rivoluzione tecnico-scientifica che cambiava il modo di produrre, di lavorare, di vivere. E quindi, insieme alla conformazione della classe operaia, l’intera dislocazione delle forze in campo, sia sul fronte del lavoro sia sul fronte del capitale.

 

Se questo aspetto strutturale è stato molto sottovalutato a sinistra e nello stesso Pci, per il segretario comunista assumeva invece un significato fondante. Giacché, di fronte alle contraddizioni emergenti nel modo di produzione capitalistico nel secolo passato, che oggi si presentano in forme ulteriormente aggravate, non bastava secondo il suo giudizio «introdurre qualche correzione marginale nell’assetto sociale esistente», ma occorreva favorire «con il lavoro e con la lotta la processuale fuoriuscita della società dall’assetto capitalistico» - sono sue parole - sempre più segnato da «masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati», e dunque non solo da una crisi economica ma da veri e propri «fenomeni di barbarie».
Un processo di fuoriuscita dall’assetto capitalistico, precisava Berlinguer, «che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista», secondo i principi di libertà e di uguaglianza, di giustizia sociale e di solidarietà in essa contenuti. Dove è evidente il nesso organico che si instaura tra sviluppo della democrazia e costruzione di un «nuovo socialismo», non più separati da muri e muraglie.

 

Quando osserva che lo «schema, messo in giro non a caso da certi nostri avversari, secondo il quale il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto, è una delle più grandi castronerie che siano state dette», il segretario del Pci, contro ogni stagnazione dogmatica del pensiero e in sintonia con Marx (il quale resta il critico più acuto del capitale ma non si reputava un marxista “ortodosso”), doveva avere ben presente quel passo cruciale del Manifesto del partito comunista dove si afferma che «la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Per cui «l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti» (K. Marx, F. Engels, Manifesto del partitocomunista, Editori Riuniti, 1983, 57).

 

In effetti, la rivoluzione elettronica, cambiando la nozione stessa di tempo e di spazio, ha consentito di andare ben oltre  il fordismo e il taylorismo, propulsori della produzione standardizzata di massa da parte di una classe operaia fortemente concentrata. Con ciò rendendo possibili - sul versante del lavoro - l’organizzazione della produzione dei beni materiali e immateriali nonché la fornitura di servizi da e in qualsiasi punto del pianeta, e d’altra parte - sul versante del capitale - la movimentazione istantanea di enormi quantità monetarie, in un flusso incessante di denaro che figlia denaro senza la mediazione del processo produttivo. Di conseguenza cambiando anche la natura dell’impresa, da luogo deputato alla creazione di beni di consumo a instabile entità immateriale, dedita alla valorizzazione del capitale monetario a beneficio dell’azionista. Essendo stati esclusi i lavoratori subordinati e i produttori diretti da qualsiasi controllo sulla rivoluzione elettronica, la globalizzazione capitalistica si è risolta nella doppia versione di finanziarizzazione universale del capitale e di gigantesca subordinazione del lavoro al capitale.
Si può obiettivamente sostenere che Enrico Berlinguer è stato forse l’unico dirigente di primo piano del Pci e della sinistra europea a comprendere il senso e la portata della nuova fase che si apriva, e quindi ad affermare la necessità di un profondo rinnovamento del pensiero e della pratica politica per un partito che intendesse lottare per contrastare le tendenze in atto e cambiare la società. Non per caso aveva proposto al congresso della Federazione giovanile comunista un convegno di
«futurologia», poi non realizzato anche in conseguenza della sua morte, volendo segnalare con quel termine, precisava, «che oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria ‘crisi del mondo’ (…). L’allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l’elettronica, ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l’aria che respiriamo, l’atmosfera e la troposfera della Terra». Per non parlare dei pericoli di un conflitto nucleare, in conseguenza delle tensioni crescenti. «Viviamo - sosteneva - in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo sia per le possibilità che per i rischi» .

 

Nell’intervista all’Unità del 18 dicembre 1983, che consiglio vivamente di leggere e meditare, interrogato in particolare sulla «rivoluzione elettronica» allora appena agli
inizi, Berlinguer muove dal famoso romanzo di Orwell 1984 per sottolineare che, rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo. Tutto dipende, sottolinea il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

 

Perciò, chiarisce, «bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. (…). Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, a controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze fondamentali dei lavoratori e dei cittadini».
In merito alla questione cruciale, riguardante le forze motrici potenzialmente interessate al superamento del meccanismo di sfruttamento capitalistico, Berlinguer considera «un dato ineluttabile la diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale».

 

Tuttavia, trarre da qui la conclusione che «la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione», sarebbe un errore. Non solo perché persistono vecchie forme di sfruttamento, ma perché occorre «individuare e
conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. (…). E poi ci sono le donne, i giovani», che sempre più saranno coinvolti nella precarietà, la nuova forma dello sfruttamento del lavoro tipica del capitalismo del nuovo secolo.

 

In altri termini, ci dice Berlinguer, la platea dei soggetti sociali potenzialmente coinvolti nel processo di sfruttamento capitalistico non si restringe. Si allarga, mentre il capitale invade i più diversi campi delle attività umane e della vita, e con ciò si approfondisce una contraddizione di fondo sulla quale agire per aprire la strada a una civiltà più avanzata, coinvolgendo il più ampio schieramento di forze sociali e politiche: quella tra chi vende la propria forza-lavoro fisica e intellettuale in cambio dei mezzi per vivere e chi la compara per ottenere un profitto. Nella sua visione era infatti ben chiaro, come dichiara nell’intervista del 1983, che - cito - «il carattere sociale della produzione (e anche dell’informazione come fattore della produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione
economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica».

 

Anzi, non si può negare che sia stato clamorosamente confermato, proprio perché alla gigantesca socializzazione planetaria della produzione e circolazione dei beni materiali e immateriali non corrisponde con tutta evidenza la socializzazione dei mezzi con cui si producono. Al contrario, la loro proprietà si è massimamente concentrata nelle mani di pochi proprietari universali accrescendo le disuguaglianze al limite dell’insostenibilità, come dimostrano tutti i dati e in particolare la recente corposa ricerca di Thomas Piketty diventata ben presto un best seller con il titolo "Il capitalismo nel XXI secolo".

 

Il contrasto tra la potenzialità delle forze produttive e la ristrettezza dei rapporti proprietari capitalistici è diventata esplosiva. Se dunque, secondo Berlinguer che guarda avanti, la diffusione dei mezzi informatici offre la possibilità, accrescendo enormemente la massa delle informazioni disponibili, «di arrivare a una dimensione onnilaterale dell’uomo» e a una «direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali», questa possibilità viene costantemente distorta e repressa dai poteri dominanti.

 

Berlinguer aveva ragione. Noi oggi viviamo in una fase della storia dalle enormi potenzialità ancora largamente inesplorate. Nella quale la scienza si configura come forza produttiva diretta e motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di produzione sempre più manovrabile e flessibile, e che richiede una classe lavoratrice di livello superiore, appunto dalle capacità onnilaterali. Ma la classe lavoratrice del nostro tempo viene costantemente divisa, frantumata e dispersa dalla precarietà, dalla disoccupazione, dallo sfruttamento intensivo, dalla crescente povertà. La connessione tra lavoro e sapere è immanente all’avanzamento della scienza come forza produttiva diretta, ma questa connessione viene ostacolata e distrutta dal dominio del capitale, che nella forma massimamente concentrata di una proprietà parassitaria si appropria dei frutti del lavoro sociale disgregando la società.

 

Per questo c’è bisogno di un’alternativa di civiltà e di un pensiero critico globale, che si misuri con una visione “allargata” del lavoro se così si può dire, declinato al maschile e al femminile, e valutato nella sua generalità che metta insieme stabili e precari, occupati e disoccupati, privati e pubblici, italiani e stranieri al di sopra di ogni divisione nazionale e religiosa: una visione del lavoro come forza produttiva fondamentale della ricchezza e interscambio permanente con la natura, ma anche come pilastro della democrazia e fattore costitutivo della personalità, che esclude l’annullamento dell’individuo nella classe. In questa visione il lavoro diventa davvero una potente forza di trasformazione, che ha bisogno però di una sua espressione politica al di là della concretezza dei diversi lavori.

 

La tavola dei valori cui fare riferimento per un’operazione di così vasta portata a mio giudizio noi ce l’abbiamo in Italia e dovremmo portarla in Europa: è la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e non più sulla figura del cittadino possidente. Ciò che latita è una coalizione politica dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro tempo con caratteristiche popolari e di massa, in grado di lottare per cambiare lo stato delle cose presente. È il tema ineludibile dell’attualità politica.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

*L’ 11 giugno 1984 si spegneva in modo drammatico la vita di Enrico Berlinguer. Nella ricorrenza di quella data riproponiamo ampi stralci dell’intervento di Paolo Ciofi al convegno di studi «Centralità del lavoro e trasformazione della società nel pensiero di Enrico Berlinguer», promosso da Futura Umanità Associazione per la storia e la memoria del Pci e dal Dipartimento di Economia e Management dell’Università, Brescia 21.10.2014

I virgolettati del testo sono tratti dal volume "Enrico Berlinguer, Un’altra idea del mondo". Antologia a cura di Paolo Ciofi e Guido Liguori, Editori Riuniti university press, 2014

 

 

 

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2 giugno 2020. L'anticomunismo e il declino della Repubblica

Emergenza Covid 19 e Crisi economica. Come se ne esce?

ènatalarepubblica min1. La festa della Repubblica, segnata quest’anno dai lutti e dagli sconvolgimenti del Coronavirus, ci impone una riflessione di fondo poiché la pandemia, nella quale crisi sanitaria e crisi economico-sociale si intrecciano e si condizionano a vicenda, ha portato allo scoperto la natura del capitalismo dominante con effetti disastrosi e imprevedibili. Per l’Italia la prova è ancora durissima. In gioco è il futuro degli italiani, delle donne e degli uomini di questo Paese nella loro individualità, delle classi e dei diversi gruppi sociali, della stessa nazione come Repubblica democratica «una e indivisibile».

 

Come se ne esce? Con il ritorno alla “normalità” di un sistema che non è stato in grado di assicurare la salute e il lavoro, la tenuta complessiva dell’economia accrescendo a dismisura le disuguaglianze tra ricchezza e povertà? Con una “normalizzazione” autoritaria e repressiva? O aprendo la strada a un cambiamento radicale negli assetti economici e socio-politici, in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che trasforma in continuazione il lavoro quindi anche la vita?

 

La stragrande maggioranza degli italiani, nella prima fase della lotta al virus, si è portata all’altezza del compito dando prova di unità, compattezza e solidarietà, responsabilità e partecipazione. Come hanno dimostrato soprattutto, in modo visibile ed esemplare, i medici, gli infermieri, tutto il personale socio-sanitario. Ma anche gli invisibili delle filiere industriali, agroalimentari e logistiche che con il loro lavoro - spesso sottopagato, precario e intermittente - hanno tenuto a galla il Paese. Rendendo chiaro che senza il lavoro non c’è vita.
Al bisogno di unità, solidarietà e partecipazione che nell’emergenza della pandemia consolidasse il patto democratico tra gli italiani – unificando i territori e unendo tutti gli sfruttati compresi gli immigrati, e le donne, i giovani, gli anziani - non ha corrisposto, nella sua disorganica frammentazione, il sistema politico-istituzionale. Apparso distante e inefficace, logorato da contrapposte spinte corporative e personali, privo di una visione di cambiamento e della cultura progettuale della Costituzione. Nella sostanza subalterno agli interessi economici dominanti.

 

A ciò si aggiungano le campagne di discriminazione ed esclusione, facilmente debordanti nell’odio razziale e religioso, promosse soprattutto dalla destra estrema e dalla Lega di Salvini. Che ancora prima della pandemia, trasportando armi e bagagli nelle trincee del sovranismo nazionalista con l’obiettivo di raccogliere consensi, aveva bisogno di individuare e mettere sotto accusa un nemico per giustificare il disagio, la precarietà e la disoccupazione prodotte dalle insanabili contraddizioni del sistema.

 

l risultato, mettendo insieme al liberismo e al privatismo universali un individualismo esasperato, tutti rivolti alla conquista del profitto privato e dell’arricchimento personale, si è risolto in un equilibrio istituzionale che di fatto capovolge quello della Costituzione. Viene infatti istituzionalizzata la preminenza dominante del ricco proprietario, al quale perdipiù debbono essere ridotte le tasse perché possa (compassionevolmente) assistere il povero. Come vuole la cosiddetta tassa piatta, in modo da favorire la grande proprietà privata. Che secondo Salvini, fermo allo Statuto albertino, è «sacra e inviolabile»¹.

 

 

2. Tutto è cominciato con l’anticomunismo. La foglia di fico usata da Berlusconi per coprire le pudenda, prendere il potere e incrementare il patrimonio. Ancora nel 2006, in un comizio a Napoli il 26 marzo, il Cavaliere affermava testualmente: «Ho sempre detto che i comunisti mangiavano i bambini. Ma i cinesi di Mao facevano di peggio: li bollivano per concimare i campi»². Una dichiarazione incredibile, apparentemente insensata e controproducente, che tuttavia, sostenuta da un potente apparato comunicativo, aveva lo scopo di diffondere il terrore e l’odio per i comunisti tra gli elettori spoliticizzati e declassati al livello di tifosi del Milan.

 

D’altra parte, cosa c’è di più nobile, se non la condanna irrevocabile di quei criminali senz’anima e senza dio, che compiono il più orribile dei delitti, impensabile per ogni essere umano? E infatti, nella fase di generale smarrimento che in Italia seguì al crollo dell’Urss e a Tangentopoli, Berlusconi scese in campo con uno scopo alto e nobile, spinto dal «dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti»³. All’epoca a lui non era noto che costoro usavano i bambini come concime, sapeva solo che li mangiavano. Ed era bene non correre rischi anche in Italia, il Paese dove Occhetto aveva già provveduto a sciogliere il più forte e influente partito comunista dell’Occidente.

 

Il berlusconismo è stato in realtà un fenomeno complesso, prima sottovalutato e ancora oggi, quando il Cavaliere è ridotto al lumicino, non adeguatamente studiato e compreso. Resta il fatto che l’avvento di Berlusconi alla guida dell’Italia, sulla base di un anticomunismo apertamente professato e capillarmente diffuso, segna una svolta profonda e anticipatrice nel mondo occidentale. Per la prima volta il capitale, nella persona di un piccolo borghese che cresce in maniera poco chiara tra l’edilizia e la speculazione finanziaria fino a spezzare il monopolio pubblico della televisione, prende direttamente il potere politico senza alcuna mediazione, legittimando a questo scopo il partito neofascista. Si configura così un cambio di regime.

 

Superando in un solo colpo la separazione dei poteri con la concentrazione del potere politico, economico e culturale-comunicativo nella sua persona, e dando luogo di conseguenza a un permanente conflitto di interessi, il Cavaliere di Arcore non si propone una semplice alternativa di governo, bensì il cambiamento dello Stato. Con il duplice obiettivo di rovesciare la Costituzione e di assicurare la libertà totalitaria del capitale, secondo lui «un diritto spirituale e civile». Obiettivo esplicitamente dichiarato nel 2001 all’assemblea della Confindustria, quando afferma che «sull’economia la Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell’ideologia sovietica»⁴.

 

La cultura d’impresa viene elevata a cultura di governo. È una novità rilevante. Ma questa novità, che avviene con la copertura e la propaganda della democrazia liberale, sostenuta da una forte e permanente campagna anticomunista, non ha portato in Italia alla formazione di una classe dirigente capitalista di livello internazionale, stabile e con un’effettiva capacità egemonica. A conti fatti, il berlusconismo ha fallito come classe dirigente. Allo stesso modo della sinistra, incapace di costruire un’alternativa fondata sulle conquiste storiche del movimento operaio e del lavoratori, di cui il Pci è stato un pilastro decisivo. Le classi subalterne, senza rappresentanza e senza organizzazione, sono fuori gioco, e il sistema politico-istituzionale è diventato un campo di battaglia a disposizione dei politicanti e dei demagoghi di turno (con qualche rara eccezione), mentre si va riorganizzando il potere del capitale intorno alla Confindustria.

 

A differenza dell’anticomunismo della Dc e di Craxi, l’anticomunismo di Berlusconi ha una sua rilevante specificità, quella di avere coinvolto l’intero sistema politico-istituzionale, ormai monoclasse. Un salto di qualità che ha lasciato il segno, al punto che oggi l’anticomunismo è diventato di fatto un fattore costitutivo della democrazia rappresentativa. Non solo perché coloro che si dichiarano comunisti, a cominciare da Rifondazione comunista, sono fuori del Parlamento, divisi in raggruppamenti senza un peso reale nella società, e la cultura dominante è per la maggior parte anticomunista. Ma anche perché, insieme alla libera e autonoma organizzazione politica delle classi lavoratrici che i comunisti italiani rappresentavano, è stata cancellata e messa all’indice senza colpo ferire anche la storia e la memoria del Pci.

 

Gli ex comunisti, o non lo sono mai stati come ha detto di sé Veltroni, o si sono vergognati di una simile scelta. Un pesante testa-coda del pensiero, del comportamento personale e politico, di cui ancora non sono state pienamente valutate le conseguenze negative. E tuttavia, in una fase di drammatiche difficoltà come quella che stiamo attraversando si avverte acuta l’esigenza di tornare ai momenti alti e decisivi della nostra storia di italiani per ritrovare il coraggio nella lotta, l’unità di intenti e la partecipazione popolare di massa, la capacità di costruire il futuro nella democrazia non lasciando indietro nessuno. Allora, se stiamo ai fatti e ci atteniamo alla verità storica, in quei passaggi alti e decisivi troviamo in prima linea il Pci. Il Partito comunista italiano, che ha pagato la sua lunga lotta con la vita di molti militanti e dirigenti, con quella di Antonio Gramsci e con il tentato omicidio di Palmiro Togliatti.

 

 

3. I comunisti italiani hanno combattuto tenacemente contro la dittatura fascista: dei 4.671 antifascisti condannati dal Tribunale speciale, 4.040 erano comunisti per un totale di 23.000 anni di carcere. I comunisti italiani sono stati alla testa della Resistenza e della guerra partigiana di liberazione nazionale. Con Luigi Longo a capo del Corpo volontari della libertà («il Garibaldi del novecento» secondo Berlinguer), e con oltre 200 mila partigiani combattenti organizzati nei Gap (Gruppi di azione patriottica), nelle Sap (Squadre di azione patriottica) e in 575 Brigate d’assalto Garibaldi⁵.

 

I comunisti italiani, con Togliatti in prima persona, hanno dato un contributo decisivo alla elaborazione e alla scrittura della Costituzione antifascista, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e hanno sempre lottato per la sua attuazione. A cominciare dal fondamentale articolo 3, secondo cui - ricordiamolo in questi tempi bui - «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

In poche parole, i comunisti italiani sono stati i più tenaci combattenti per la libertà e l’uguaglianza e i più coerenti costruttori della democrazia in questo Paese. È stato detto e si dice il contrario, ma questa è la realtà. E anche la prova inequivoca che l’anticomunismo non è altro che il mezzo per coprire scelte di destra, conservatrici e reazionarie. E infatti in questi anni, sotto la bandiera dell’anticomunismo lasciato liberamente prosperare senza un effettivo contrasto, lo Stato sociale è stato messo in ginocchio e le privatizzazioni hanno trionfato, il lavoro è tornato ad essere merce che si svende al mercato, la democrazia logorata e la Costituzione messa in discussione e largamente svuotata. Il risultato è sotto i nostri occhi: la crisi dell’Italia e il suo degrado.

 

Una condizione preoccupante segnata da un paradosso storico-politico, perché è molto difficile che il Paese possa costruire il suo rinascimento cancellando una componente fondamentale della sua storia e della sua coscienza nazionale che ha portato alla liberazione dal fascismo e alla formazione della Repubblica democratica. Il bel libro Noi, partigiani a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi è una testimonianza significativa di quella straordinaria stagione⁶. Ma lo tsunami della pandemia si è abbattuto su un’Italia ormai preda del degrado e della crisi.

 

Nello stato presente delle cose c’è quindi bisogno di un cambiamento radicale, vale a dire di una società diversa, di una nuova Italia. Non il ritorno al passato, ma la costruzione di una civiltà più avanzata che insieme al lavoro e alla salute tuteli l’ambiente e rilanci il Mezzogiorno, promuova la ricerca scientifica, finalizzi le tecnologie digitali alla riduzione degli orari e alla massima occupazione, assicuri a tutte e tutti gratuitamente un livello adeguato di istruzione e di cultura, sburocratizzi e qualifichi i pubblici apparti, ridefinisca il ruolo dello Stato programmatore e imprenditore, abbatta significativamente le disuguaglianze sociali, di classe, di genere e generazionali. A cominciare da quella fiscale, contrastando l’evasione e i paradisi fiscali, e stabilendo una reale progressività su redditi e patrimoni.

 

Se ci si domanda da dove cominciare per costruire la nuova Italia, la risposta è netta, ed è la stessa che ha dato Maurizio Landini: dalla Costituzione . Nelle condizioni dell’Italia di oggi lottare per l’attuazione della Costituzione antifascista, dei principi e dei diritti costituzionali, significa abbattere il muro dell’anticomunismo e aprire una stagione di avanzamento democratico, sociale e civile per tutti gli italiani e le italiane. Ponendo al centro dell’economia, della società e della politica non l’astrazione impersonale e distruttiva del profitto, ma la concretezza liberatoria del lavoro nella sua declinazione personale e classe. Non la cultura dell’individualismo proprietario e rapace, ma quella della pace e della solidarietà sociale. Una luce che può illuminare l’intera Europa.

 


Note

1. V. Paolo Ciofi, La proprietà di Salvini e quella della Costituzione, www.paolociofi.it, 6 settembre 2018;
2. Bianca Di Giovanni, Quando Berlusconi disse: i cinesi di Mao bollivano i bambini, www.huffingtonpost.it, 13 marzo 2019;
3. Silvio Berlusconi, L’Italia è il paese che amo. La discesa in campo di Berlusconi, www.repubblica.it, 22 gennaio 2004;
4. Il sole 24ore, 18 marzo 2001;
5. V. Alexander Höbel, Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto, https://futuraumanita.com, 25 aprile 2015 e anche l’articolo redazionale Il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella guerra partigiana in Teoria e Prassi, n.18 novembre 2007;
6. V. Noi, partigiani. Memoriale della Resistenza italiana a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi. Prefazione di Carla Nespolo, Feltrinelli, Milano 2020.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
28 maggio 2020, Roma

 

 

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Ciofi: un giornale locale, battagliero, aperto...Una mosca rara

Paolo Ciofi, Economista e saggista, nel PCI fino al suo scioglimento, è oggi presidente di Futura Umanità (Associazione per la storia e la memoria del Pci).

20anni1e3it minCaro Ignazio,
i tuoi 20 anni spesi con coraggio, tenacia e costante dedizione per UNOeTRE in questo tempo burrascoso, ricco di incognite e di grandi cambiamenti, non sono stati una spesa ma un felice investimento. Complimenti per un impegno tutt’altro che facile, e molti sentiti auguri di buon proseguimento. Al giornale, a te, alle tue collaboratrici e ai tuoi collaboratori.

Non solo siete riusciti a mantenere viva un’ispirazione di fondo chiaramente enunciata: stare dalla parte delle lavoratrici e di lavoratori non inpaolo ciofi 350 260 min astratto, ma nella concretezza delle loro rivendicazioni e della loro vita; assumere la Costituzione, a cominciare dagli articoli 1 e 3 richiamati dalla vostra testata, come progetto di nuova civiltà, estremamente attuale seppure inattuato, che nella tutela della natura sia volto a conseguire la pace, la libertà, l’uguaglianza sostanziale tra gli esseri umani; assicurare un’informazione libera e veritiera su pagine aperte a chiunque voglia intervenire.

Avete fatto un giornale locale, ma non localistico; battagliero, ma non becero e sguaiato; aperto, ma non qualunquista e falsamente nuovista. Una mosca rara. E perciò complimenti e auguri rafforzati, con un semplice consiglio. Continuate a usare le nuove tecnologie per accrescere la partecipazione e la cultura. Per lavorare insieme. Per unire, non per dividere e separarvi da chi ne è escluso.

Un abbraccio, Paolo Ciofi

 

 

 

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Pubblicato in MessaggiVentennale

2 giugno 2020. L'anticomunismo e il declino della Repubblica

Emergenza Covid 19 e Crisi economica. Come se ne esce?

ènatalarepubblica min1. La festa della Repubblica, segnata quest’anno dai lutti e dagli sconvolgimenti del Coronavirus, ci impone una riflessione di fondo poiché la pandemia, nella quale crisi sanitaria e crisi economico-sociale si intrecciano e si condizionano a vicenda, ha portato allo scoperto la natura del capitalismo dominante con effetti disastrosi e imprevedibili. Per l’Italia la prova è ancora durissima. In gioco è il futuro degli italiani, delle donne e degli uomini di questo Paese nella loro individualità, delle classi e dei diversi gruppi sociali, della stessa nazione come Repubblica democratica «una e indivisibile».

 

Come se ne esce? Con il ritorno alla “normalità” di un sistema che non è stato in grado di assicurare la salute e il lavoro, la tenuta complessiva dell’economia accrescendo a dismisura le disuguaglianze tra ricchezza e povertà? Con una “normalizzazione” autoritaria e repressiva? O aprendo la strada a un cambiamento radicale negli assetti economici e socio-politici, in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che trasforma in continuazione il lavoro quindi anche la vita?

 

La stragrande maggioranza degli italiani, nella prima fase della lotta al virus, si è portata all’altezza del compito dando prova di unità, compattezza e solidarietà, responsabilità e partecipazione. Come hanno dimostrato soprattutto, in modo visibile ed esemplare, i medici, gli infermieri, tutto il personale socio-sanitario. Ma anche gli invisibili delle filiere industriali, agroalimentari e logistiche che con il loro lavoro - spesso sottopagato, precario e intermittente - hanno tenuto a galla il Paese. Rendendo chiaro che senza il lavoro non c’è vita.
Al bisogno di unità, solidarietà e partecipazione che nell’emergenza della pandemia consolidasse il patto democratico tra gli italiani – unificando i territori e unendo tutti gli sfruttati compresi gli immigrati, e le donne, i giovani, gli anziani - non ha corrisposto, nella sua disorganica frammentazione, il sistema politico-istituzionale. Apparso distante e inefficace, logorato da contrapposte spinte corporative e personali, privo di una visione di cambiamento e della cultura progettuale della Costituzione. Nella sostanza subalterno agli interessi economici dominanti.

 

A ciò si aggiungano le campagne di discriminazione ed esclusione, facilmente debordanti nell’odio razziale e religioso, promosse soprattutto dalla destra estrema e dalla Lega di Salvini. Che ancora prima della pandemia, trasportando armi e bagagli nelle trincee del sovranismo nazionalista con l’obiettivo di raccogliere consensi, aveva bisogno di individuare e mettere sotto accusa un nemico per giustificare il disagio, la precarietà e la disoccupazione prodotte dalle insanabili contraddizioni del sistema.

 

l risultato, mettendo insieme al liberismo e al privatismo universali un individualismo esasperato, tutti rivolti alla conquista del profitto privato e dell’arricchimento personale, si è risolto in un equilibrio istituzionale che di fatto capovolge quello della Costituzione. Viene infatti istituzionalizzata la preminenza dominante del ricco proprietario, al quale perdipiù debbono essere ridotte le tasse perché possa (compassionevolmente) assistere il povero. Come vuole la cosiddetta tassa piatta, in modo da favorire la grande proprietà privata. Che secondo Salvini, fermo allo Statuto albertino, è «sacra e inviolabile»¹.

 

 

2. Tutto è cominciato con l’anticomunismo. La foglia di fico usata da Berlusconi per coprire le pudenda, prendere il potere e incrementare il patrimonio. Ancora nel 2006, in un comizio a Napoli il 26 marzo, il Cavaliere affermava testualmente: «Ho sempre detto che i comunisti mangiavano i bambini. Ma i cinesi di Mao facevano di peggio: li bollivano per concimare i campi»². Una dichiarazione incredibile, apparentemente insensata e controproducente, che tuttavia, sostenuta da un potente apparato comunicativo, aveva lo scopo di diffondere il terrore e l’odio per i comunisti tra gli elettori spoliticizzati e declassati al livello di tifosi del Milan.

 

D’altra parte, cosa c’è di più nobile, se non la condanna irrevocabile di quei criminali senz’anima e senza dio, che compiono il più orribile dei delitti, impensabile per ogni essere umano? E infatti, nella fase di generale smarrimento che in Italia seguì al crollo dell’Urss e a Tangentopoli, Berlusconi scese in campo con uno scopo alto e nobile, spinto dal «dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti»³. All’epoca a lui non era noto che costoro usavano i bambini come concime, sapeva solo che li mangiavano. Ed era bene non correre rischi anche in Italia, il Paese dove Occhetto aveva già provveduto a sciogliere il più forte e influente partito comunista dell’Occidente.

 

Il berlusconismo è stato in realtà un fenomeno complesso, prima sottovalutato e ancora oggi, quando il Cavaliere è ridotto al lumicino, non adeguatamente studiato e compreso. Resta il fatto che l’avvento di Berlusconi alla guida dell’Italia, sulla base di un anticomunismo apertamente professato e capillarmente diffuso, segna una svolta profonda e anticipatrice nel mondo occidentale. Per la prima volta il capitale, nella persona di un piccolo borghese che cresce in maniera poco chiara tra l’edilizia e la speculazione finanziaria fino a spezzare il monopolio pubblico della televisione, prende direttamente il potere politico senza alcuna mediazione, legittimando a questo scopo il partito neofascista. Si configura così un cambio di regime.

 

Superando in un solo colpo la separazione dei poteri con la concentrazione del potere politico, economico e culturale-comunicativo nella sua persona, e dando luogo di conseguenza a un permanente conflitto di interessi, il Cavaliere di Arcore non si propone una semplice alternativa di governo, bensì il cambiamento dello Stato. Con il duplice obiettivo di rovesciare la Costituzione e di assicurare la libertà totalitaria del capitale, secondo lui «un diritto spirituale e civile». Obiettivo esplicitamente dichiarato nel 2001 all’assemblea della Confindustria, quando afferma che «sull’economia la Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell’ideologia sovietica»⁴.

 

La cultura d’impresa viene elevata a cultura di governo. È una novità rilevante. Ma questa novità, che avviene con la copertura e la propaganda della democrazia liberale, sostenuta da una forte e permanente campagna anticomunista, non ha portato in Italia alla formazione di una classe dirigente capitalista di livello internazionale, stabile e con un’effettiva capacità egemonica. A conti fatti, il berlusconismo ha fallito come classe dirigente. Allo stesso modo della sinistra, incapace di costruire un’alternativa fondata sulle conquiste storiche del movimento operaio e del lavoratori, di cui il Pci è stato un pilastro decisivo. Le classi subalterne, senza rappresentanza e senza organizzazione, sono fuori gioco, e il sistema politico-istituzionale è diventato un campo di battaglia a disposizione dei politicanti e dei demagoghi di turno (con qualche rara eccezione), mentre si va riorganizzando il potere del capitale intorno alla Confindustria.

 

A differenza dell’anticomunismo della Dc e di Craxi, l’anticomunismo di Berlusconi ha una sua rilevante specificità, quella di avere coinvolto l’intero sistema politico-istituzionale, ormai monoclasse. Un salto di qualità che ha lasciato il segno, al punto che oggi l’anticomunismo è diventato di fatto un fattore costitutivo della democrazia rappresentativa. Non solo perché coloro che si dichiarano comunisti, a cominciare da Rifondazione comunista, sono fuori del Parlamento, divisi in raggruppamenti senza un peso reale nella società, e la cultura dominante è per la maggior parte anticomunista. Ma anche perché, insieme alla libera e autonoma organizzazione politica delle classi lavoratrici che i comunisti italiani rappresentavano, è stata cancellata e messa all’indice senza colpo ferire anche la storia e la memoria del Pci.

 

Gli ex comunisti, o non lo sono mai stati come ha detto di sé Veltroni, o si sono vergognati di una simile scelta. Un pesante testa-coda del pensiero, del comportamento personale e politico, di cui ancora non sono state pienamente valutate le conseguenze negative. E tuttavia, in una fase di drammatiche difficoltà come quella che stiamo attraversando si avverte acuta l’esigenza di tornare ai momenti alti e decisivi della nostra storia di italiani per ritrovare il coraggio nella lotta, l’unità di intenti e la partecipazione popolare di massa, la capacità di costruire il futuro nella democrazia non lasciando indietro nessuno. Allora, se stiamo ai fatti e ci atteniamo alla verità storica, in quei passaggi alti e decisivi troviamo in prima linea il Pci. Il Partito comunista italiano, che ha pagato la sua lunga lotta con la vita di molti militanti e dirigenti, con quella di Antonio Gramsci e con il tentato omicidio di Palmiro Togliatti.

 

 

3. I comunisti italiani hanno combattuto tenacemente contro la dittatura fascista: dei 4.671 antifascisti condannati dal Tribunale speciale, 4.040 erano comunisti per un totale di 23.000 anni di carcere. I comunisti italiani sono stati alla testa della Resistenza e della guerra partigiana di liberazione nazionale. Con Luigi Longo a capo del Corpo volontari della libertà («il Garibaldi del novecento» secondo Berlinguer), e con oltre 200 mila partigiani combattenti organizzati nei Gap (Gruppi di azione patriottica), nelle Sap (Squadre di azione patriottica) e in 575 Brigate d’assalto Garibaldi⁵.

 

I comunisti italiani, con Togliatti in prima persona, hanno dato un contributo decisivo alla elaborazione e alla scrittura della Costituzione antifascista, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e hanno sempre lottato per la sua attuazione. A cominciare dal fondamentale articolo 3, secondo cui - ricordiamolo in questi tempi bui - «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

In poche parole, i comunisti italiani sono stati i più tenaci combattenti per la libertà e l’uguaglianza e i più coerenti costruttori della democrazia in questo Paese. È stato detto e si dice il contrario, ma questa è la realtà. E anche la prova inequivoca che l’anticomunismo non è altro che il mezzo per coprire scelte di destra, conservatrici e reazionarie. E infatti in questi anni, sotto la bandiera dell’anticomunismo lasciato liberamente prosperare senza un effettivo contrasto, lo Stato sociale è stato messo in ginocchio e le privatizzazioni hanno trionfato, il lavoro è tornato ad essere merce che si svende al mercato, la democrazia logorata e la Costituzione messa in discussione e largamente svuotata. Il risultato è sotto i nostri occhi: la crisi dell’Italia e il suo degrado.

 

Una condizione preoccupante segnata da un paradosso storico-politico, perché è molto difficile che il Paese possa costruire il suo rinascimento cancellando una componente fondamentale della sua storia e della sua coscienza nazionale che ha portato alla liberazione dal fascismo e alla formazione della Repubblica democratica. Il bel libro Noi, partigiani a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi è una testimonianza significativa di quella straordinaria stagione⁶. Ma lo tsunami della pandemia si è abbattuto su un’Italia ormai preda del degrado e della crisi.

 

Nello stato presente delle cose c’è quindi bisogno di un cambiamento radicale, vale a dire di una società diversa, di una nuova Italia. Non il ritorno al passato, ma la costruzione di una civiltà più avanzata che insieme al lavoro e alla salute tuteli l’ambiente e rilanci il Mezzogiorno, promuova la ricerca scientifica, finalizzi le tecnologie digitali alla riduzione degli orari e alla massima occupazione, assicuri a tutte e tutti gratuitamente un livello adeguato di istruzione e di cultura, sburocratizzi e qualifichi i pubblici apparti, ridefinisca il ruolo dello Stato programmatore e imprenditore, abbatta significativamente le disuguaglianze sociali, di classe, di genere e generazionali. A cominciare da quella fiscale, contrastando l’evasione e i paradisi fiscali, e stabilendo una reale progressività su redditi e patrimoni.

 

Se ci si domanda da dove cominciare per costruire la nuova Italia, la risposta è netta, ed è la stessa che ha dato Maurizio Landini: dalla Costituzione . Nelle condizioni dell’Italia di oggi lottare per l’attuazione della Costituzione antifascista, dei principi e dei diritti costituzionali, significa abbattere il muro dell’anticomunismo e aprire una stagione di avanzamento democratico, sociale e civile per tutti gli italiani e le italiane. Ponendo al centro dell’economia, della società e della politica non l’astrazione impersonale e distruttiva del profitto, ma la concretezza liberatoria del lavoro nella sua declinazione personale e classe. Non la cultura dell’individualismo proprietario e rapace, ma quella della pace e della solidarietà sociale. Una luce che può illuminare l’intera Europa.

 


Note

1. V. Paolo Ciofi, La proprietà di Salvini e quella della Costituzione, www.paolociofi.it, 6 settembre 2018;
2. Bianca Di Giovanni, Quando Berlusconi disse: i cinesi di Mao bollivano i bambini, www.huffingtonpost.it, 13 marzo 2019;
3. Silvio Berlusconi, L’Italia è il paese che amo. La discesa in campo di Berlusconi, www.repubblica.it, 22 gennaio 2004;
4. Il sole 24ore, 18 marzo 2001;
5. V. Alexander Höbel, Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto, https://futuraumanita.com, 25 aprile 2015 e anche l’articolo redazionale Il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella guerra partigiana in Teoria e Prassi, n.18 novembre 2007;
6. V. Noi, partigiani. Memoriale della Resistenza italiana a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi. Prefazione di Carla Nespolo, Feltrinelli, Milano 2020.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
28 maggio 2020, Roma

 

 

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Viva Il Primo Maggio

Primo Maggio 2020

1 maggio 400 minMai come in quest’anno devastato dal Coronavirus è emersa la centralità del lavoro. Sia nella salvaguardia e nella riproduzione della nostra vita, sia nell’imprescindibile - e rispettoso - rapporto con la natura che ci circonda. A maggior ragione, perciò, non possiamo non rendere onore a tutte e a tutti coloro che lavorano, e che nell’emergenza debbono essere messi in condizioni di sicurezza, con la garanzia dell’occupazione e di retribuzioni adeguate.

 

I medici e il personale sanitario prima di tutto, ma anche i lavoratori delle campagne e delle città, i braccianti, gli operai e i tecnici nelle fabbriche, gli operatori della logistica e della distribuzione, gli impiegati negli uffici privati e pubblici, nelle scuole, in ogni luogo di lavoro, di studio e di ricerca. Come pure tutti coloro i quali lavorando nell’isolamento a distanza non mancano di cooperare a risollevare il Paese.

 

È una urgenza tanto più incalzante dal momento che la classe lavoratrice, tutte le persone che per vivere devono lavorare, sono state divise, rese precarie, private del lavoro stabile e di diritti fondamentali con l’effetto di indebolire il Paese. Esponendolo a una drammatica emergenza sanitaria che si accompagna a disuguaglianze insostenibili sul piano sociale e democratico.

 

È emblematico del degrado in cui versano il Paese e la sua politica il fatto che ripetuti richiami alla Costituzione vengano in questi giorni da chi ha combattuto per rovesciarla o per renderla innocua. Dalla destra di Berlusconi, Salvini e Meloni anzitutto, nata contro la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica, e sempre orientata a toglierla di mezzo. Ma anche da Matteo Renzi, che già prima del referendum costituzionale dal quale è uscito sconfitto, le aveva inferto un colpo micidiale liquidando lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

 

Della scoperta strumentalità di tale operazione, e del suo obliquo tatticismo politico, distanti mille miglia dalla condizione umana di chi con il proprio lavoro tiene a galla questo pur generoso Paese, parla a squarcia gola il silenzio sul lavoro. E infatti, negli urlati richiami ai vulnus che alla Carta costituzionale sarebbero stati inferti, del lavoro non si fa menzione come se non fosse il tema cruciale che la Costituzione mette al centro.

 

La presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia ha osservato che «anche nell’emergenza la Costituzione non è sospesa», giacché «nella Costituzione sono indicate le ragioni che possono giustificare limitazioni dei diritti», in particolare «per motivi di sanità e di sicurezza» come indica l’articolo 16. E poiché «i principi costituzionali sono sempre finestre aperte sulla realtà», per la cui attuazione vale «la solidarietà», la loro limitazione può avvenire soltanto secondo criteri di «necessità, proporzionalità, ragionevolezza, bilanciamento e temporaneità».

 

Stiamo parlando, ovviamente, di motivata e temporanea sospensione di principi e diritti costituzionali rispetto alla loro normale e constatata attuazione. Ma allora sorge inevitabile una domanda: chi può sostenere che in materia di lavoro i principi e i diritti costituzionali sono stati attuati? Si può affermare che sono stati rimossi gli ostacoli economici e sociali, che, «limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», come prescrive l’articolo 3? O è vero il contrario, dal momento che quegli ostacoli sono cresciuti, e della partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese non si vede neanche l’ombra?

 

E che dire dell’art. 4, secondo cui «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto»? O, per fare qualche altro esempio, dell’art. 35? («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni»). E degli articoli seguenti, che riguardano il diritto del lavoratore a un salario sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa», e della donna lavoratrice alla stessa retribuzione dell’uomo «a parità di lavoro»? L’elenco sarebbe lungo. Senza dimenticare l’articolo 41, il quale sancisce che «L’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

 

La conclusione da trarre è chiara. La Costituzione antifascista, che a fondamento della democrazia repubblicana pone il lavoro non solo come fattore produttivo della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, nonché della riproduzione umana, e non solo come rapporto permanente e rispettoso della natura, ma anche come fattore costitutivo della personalità, comporta un rivoluzionamento del sistema economico-sociale dominante, che sopporta la «Costituzione più bella del mondo» come un peso di cui liberarsi.

 

Il vero punto di svolta allora è esattamente questo, nel momento in cui il grande capitale si sta riorganizzando per aggiornare il suo comando nella fase della pandemia e del suo possibile superamento. Come dimostrano due significativi cambi della guardia. Quello alla testa della Confindustria con il «concreto» Bonomi seguace di Marchione, e quello alla testa di Repubblica e del gruppo Gepi con Molinari, un altro uomo del gruppo ex Fiat, che punta a un governo molto osservante e volonteroso.

 

La pandemia e l’emergenza che stiamo attraversando mettono in chiaro la necessità di un cambiamento di sistema. Ma perché questo non resti appeso tra le nuvole di un indistinto e confuso avvenire c’è bisogno di un progetto e di una lotta. La nostra storia qualcosa dovrebbe insegnare alle formazioni politiche di sinistra e progressiste, ai sindacati, ai movimenti, al mondo diffuso dell’associazionismo.

 

Il punto più alto conquistato nella lotta degli italiani per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale, vale a dire la nostra Costituzione, è al tempo stesso il punto da cui muovere per cambiare il sistema avanzando verso una nuova civiltà. Nella quale gli sviluppi della scienza e della tecnica, che di continuo modificano il modo di lavorare e di vivere, siano posti al servizio del benessere dell’umanità e dell’intera natura, non dell’arricchimento di pochi.

 

Celebrare il Primo Maggio senza un richiamo forte alla Costituzione, che ci consente con la solidarietà di sconfiggere la pandemia e sul lavoro costruisce il progetto di una più alta civiltà, è un errore che non possiamo permetterci.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
30 aprile 2020, Roma

Pubblicato in Lavoro e Lavoratori

La Confindustria di Bonomi all’assalto del potere

Nessuna visione dell’interesse generale e del benessere comune

assembleaconfindustria 460 minNon è stato un buon inizio quello di Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali di Milano, Monza e Brianza, dimostratasi un fattore non insignificante nell’ eccezionale e tragica diffusione del virus in Lombardia, e ora presidente designato della Confindustria italiana. Congratulazioni e auguri sono piovuti da molte parti, ma i precedenti contano e non sono beneauguranti. Soprattutto perché nelle aggressive parole subito pronunciate dal neo presidente è mancato l’essenziale.

 

Ecco il nostro progetto per tutelare la salute di chi lavora in fabbrica, in modo che la ripresa sia rapida e sicura; ed ecco le scelte degli industriali italiani per dotare il Paese delle mascherine e dei tamponi, indispensabili per sconfiggere il virus. Queste sono le parole che avremmo dovuto sentir dire da chi rappresenta le imprese su cui si regge la base industriale e produttiva del Paese. Invece su questi temi decisivi il silenzio è stato tombale. Forse anche perché è una vera vergogna che il sistema industriale italiano non sia in grado di fornire gli strumenti essenziali per combattere la pandemia.

 

La politica, ha dichiarato il Bonomi, noto esponente della «concretezza lombarda» come il presidente leghista della Regione Fontana, «ci ha esposto a un pregiudizio anti-industriale». Quindi c’è bisogno del massimo impegno per passare all’offensiva e affermare il «potere» della Confindustria, ossia del capitale. Intanto, per aprire tutti e per aprire subito. E poi per prendere direttamente il comando nel governo. Questa, che viene sbandierata come la vera innovazione rispetto alle incertezze di chi governa, in realtà è l’espressione aggiornata della tradizionale e gretta visione corporativa e di classe del capitalismo italiano. Che ha portato il Paese al declino e sull’orlo della catastrofe.

 

Nessuna visione dell’interesse generale e del benessere comune. Solo i dane’ e l’arricchimento personale. Non per caso, dietro il piccolo imprenditore del biomedicale sempre ammanicato col potere che conta, e oggi portato alla presidenza di una Confindustria votata a configurarsi come un vero e proprio partito del capitale, c’è l’artiglieria pesante del capitalismo lombardo. Gente come Gianfelice Rocca, presidente di Techint e dell’Istituto Clinico Humanitas, Marco Tronchetti Provera vicepresidente di Pirelli, Emma Marcegaglia portata alla presidenza dell’Eni da Matteo Renzi, e altri consimili.

 

Si tratta di quel vertice del capitale che tra privatizzazioni e svendite del pubblico, cessioni dei pacchetti azionari alle multinazionali straniere e uso a gogò dei paradisi fiscali, si è arricchito in maniera indecente nell’impoverimento complessivo del Paese. Di fronte alla perdita del 30 per cento del potenziale industriale dell’Italia, già prima dell’irruzione del Coronavirus, di che parliamo se non del fallimento clamoroso di una intera classe dirigente? Di cui Confindustria è stata parte organica e decisiva.

 

Sì, c’è bisogno di una svolta. Ma nel senso contrario a quella propugnata da Bonomi & Company. Cominciando con lo stabilire che la Repubblica, questa Repubblica, insieme alla salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», «tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni». Forse il «concreto» Bonomi non lo sa, ma lo dice la Costituzione. La quale - ne prenda nota -afferma anche che l’iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità della persona».

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

17 aprile 2020, Roma

 

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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zip.png Modulo di autocertificazione
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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

Data 2020-03-11 Dimensioni del File 456.82 KB Download 87 Scarica

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Pubblicato in Commenti

Il virus e la necessità di un’altra Europa

Cambiare le fondamenta dell’intera costruzione

bce 460 minIl Covid-19 non guarda in faccia nessuno, neanche madame Christine Lagarde. La sacerdotessa della Banca Centrale Europea, custode dell’equilibrio monetario del sistema e fino al 13 marzo attestata sulla linea della non ingerenza nella crisi generata dal virus. Costretta poi a mettere in canna 750 miliardi di euro per fronteggiare un’emergenza «senza precedenti per la salute pubblica» e uno «shock economico estremo» (come lei stessa ha dichiarato), che prima hanno colpito l’Italia e adesso stanno dilagando in tutta Europa.

Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato da www.jobsnews.it il 21 marzo 2020

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Salute e reddito per tutti, non licenziare nessuno

 Prima la salute poi il profitto. Prima il lavoro poi il capitale

Web Brescia 460 minSi è tornati a parlare di loro, dopo un oscuramento durato anni, in queste giornate incerte e preoccupanti segnate dal Coronavirus. Degli operai, dei lavoratori e delle lavoratrici in carne e ossa, che erano scomparsi, come fantasmi di un altro mondo, dall’orizzonte sociale, culturale e politico dominato dal capitale. Dalla sua ossessione per i numeri e la quantità di profitti e rendite, dal parossismo individualista dell’arricchimento a tutti i costi e della lotta di tutti contro tutti.

Una visione e un comportamento che hanno mostrato la loro iniquità e una insostenibile debolezza quando, di fronte alla necessità dell’isolamento in casa, gli operai in primo luogo e tutte le persone che devono lavorare per il proprio sostentamento e per tenere in vita l’intera società si sono trovate senza tutele e senza protezione. Si è configurata così una situazione del tutto anomala e a addirittura paradossale: si annuncia la tutela della salute di tutte e di tutte attraverso il contenimento del virus, ma non si adottano misure per salvaguardare la salute di chi lavora per tutelare la vita e la salute di tutte e di tutti.

Gli scioperi e le proteste si sono moltiplicati, insieme a dichiarazioni inqualificabili di qualchefiat pomigliano Coronavirus tensione alle stelle in fabbrica sciopero spontaneo 350 min padrone trinariciuto. Alla fine, vincendo un’ottusa resistenza padronale, si è siglato il «Protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro». Un documento complesso, articolato in 13 punti, che rispecchia gli attuali rapporti di forza tra il capitale e il lavoro. Secondo Cgil, Cisl, Uil l’accordo «consentirà alle imprese di tutti i settori, attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali e la riduzione o sospensione dell’attività lavorativa, la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro. Nell’accordo è stato previsto il coinvolgimento dei lavoratori e delle loro rappresentanze a livello aziendale o territoriale per garantire una piena ed effettiva tutela della loro salute».

Tutelare la salute e il reddito di tutti, non licenziare nessuno: questo dovrebbe essere l’obiettivo. Metterlo in pratica, però, non sarà facile e richiederà una vigilanza e una mobilitazione continue. In questi anni il mondo del lavoro è stato fortemente indebolito. Sotto attacco sono finite le persone che con il loro lavoro hanno tenuto a galla il Paese: soprattutto gli operai, le lavoratrici e i lavoratori dipendenti (18 milioni su 23,5 milioni di occupati) hanno visto fortemente ridimensionata la loro autonomia e la loro libertà, subendo un’offensiva sistematica su tutti fronti. Fino alla cancellazione dello Statuto dei diritti, presentata dall’allora capo del governo come una innovativa scelta di sinistra.

rabbia nelle fabbriche minL’attacco al lavoro, la sua retrocessione da diritto a merce, ha coinciso con la decadenza del Paese - che ha perso il 30 per cento del potenziale industriale -, e con il logoramento dell’impianto democratico, nel quale non esiste un’autonoma e libera organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro tempo. Siamo il Paese dove ogni anno muoiono sul lavoro più di 1.100 persone; dove la disoccupazione giovanile tocca nel Mezzogiorno il 50 per cento; dove il precariato nel lavoro e nella vita è diventato normalità, come ha reso a tutti evidente il caso della ricercatrice precaria Francesca Colavita, che ha isolato il virus all’ospedale Spallanzani.

Il lavoro degrada e la ricchezza si concentra, fino al punto che oggi l’uno per cento è più ricco del 70 per cento degli italiani. Una situazione che appare insostenibile nel momento in cui il dramma del Coronavirus ha messo in chiaro che non basta garantire la sicurezza e la salute dei medici e di tutto il personale coraggiosamente impegnato con enormi sacrifici nella cura dei malati. Ciò è indispensabile, e tuttavia senza il lavoro di chi produce i beni necessari alla riproduzione della vita e alla tutela della salute (a cominciare dalle mascherine) nulla sarebbe possibile, e ci avvicineremmo alla fine del genere umano. In questa fase difficile della nostra storia appare di solare evidenza che senza il lavoro il mondo non sta in piedi. E dunque penalizzare il lavoro in nome del dio denaro e del trionfo del capitale è un controsenso, che ci condanna a una crisi organica e senza sbocchi.

Un insegnamento da tutto ciò dovremmo trarre. C’è bisogno di una civiltà più avanzata, nella quale la priorità va data al lavoro rispetto al capitale, finalizzando il lavoro stesso non all’accrescimento del profitto privato, ma al benessere della comunità e dell’ambiente naturale in cui viviamo. È una necessità storica che la pandemia ha reso stringente. E che richiede non il lavoro subalterno e disgregato nell’isolamento del processo economico, ma la presenza delle lavoratrici e dei lavoratori come forza produttiva libera e autonoma non solo nell’economia, ma anche nella società e nello Stato. Sia nella dimensione nazionale come in quella europea e sovranazionale.sciopero coronavirus FIOM UILM CISL min

La sfida è di enorme portata, ma questa è la posta in gioco nel tempo del lavoro digitale e della rivoluzione tecnico-scientifica in atto. E per metterla con i piedi per terra bisognerebbe cominciare a costruire, senza inutili esclusivismi e incoscienti personalismi, un’organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori con caratteristiche popolari e di massa. O qualcuno pensa davvero che sia possibile il progresso del mondo tornando al passato? Ai bei tempi del dominio del capitale, in assenza di una Repubblica democratica fondata sul lavoro?

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato su Jobsnews.it 15 marzo 2020

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Pubblicato in Lotte e Vertenze

Socialismo, Costituzione: riappropriamoci delle parole*

paolo ciofi 350 260 minUniversalità e diversità dei socialismi. La conquista storica della Costituzione italiana

 

(per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Parte prima..
  2. Parte seconda
  3. Parte terza

I

 

«Quando l’economia è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene» sosteneva Keynes. Il capitalismo nelle cui mani siamo finiti - aggiungeva - «non è bello, non è giusto, non è virtuoso - e non fornisce alcun bene». Una profezia che si è avverata. Dopo il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione capitalista ha generato un mondo instabile e pericoloso, percorso da disuguaglianze insostenibili, e da un’insostenibile condizione umana e climatico-ambientale. A rischio è l’esistenza stessa del pianeta, nel degrado della politica e della democrazia, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che consentirebbe con il lavoro digitale di salvaguardare la natura, conquistando condizioni di vita più elevate per tutte e tutti

Sono noti i dati diffusi da Oxfam, che descrivono la sconcertante concentrazione della ricchezza e della proprietà a fronte della crescente diffusione della povertà, in Italia e nel mondo. La realtà è talmente dura che dagli stessi portavoce più accorti del capitale si levano significative voci critiche. Da più parti il capitalismo è in discussione come accertano anche numerose ricerche. In Italia, invece, il tema è tabù. Fa una certa impressione sentir dire da esponenti del Pd il che il problema è salvare il capitalismo. Non ripensare il socialismo, non salvarci dal capitalismo ma salvare il capitalismo. Proprio così, quando riaffiora la parola socialismo, in particolare nel mondo anglosassone dopo le controverse vicende del socialismo in America Latina. Non si tratta soltanto di innovative ricerche culturali, come il manifesto Un femminismo per il 99%, secondo il quale femminismo vuol dire rovesciare il potere delle corporation, non dare loro un volto femminile. O, per citare un altro esempio, il Manifesto socialista per il XXI secolo di Bhaskar Sunkara. Il dato più rilevante a sinistra, non solo culturale ma politico, è che nei punti alti del finanzcapitalismo delle piattaforme sta emergendo una proposta di alternativa socialista. In particolare per iniziativa di Sanders negli Stati Uniti, dove l’esperimento della rivista marxista Jacobin diretta da Sunkara andrebbe attentamente valutato. «L’America non sarà mai un Paese socialista», ha proclamato l’immobiliarista plurimiliardario, agitatore dell’America first, che risponde al nome di Trump. Ma le indagini sul campo segnalano che nel suo Paese la maggioranza dei giovani ha un’opinione positiva del socialismo. E’ una nuova scoperta dell’America.

Paolo CiofiNaturalmente c’è anche chi sogna (o fa finta di sognare) un capitalismo equo e solidale - che è come chiedere a una balena di volare - e chi si propone di «riparare il capitalismo». Ma domandiamoci: cosa ha fatto il riformismo socialdemocratico, se non fornire pezzi di ricambio per riparare la macchina del capitale? E nella realtà con la parola riformismo si sono messe in opera la peggiori controriforme. Il punto di arrivo è sotto gli occhi di tutti: un sistema dominante ma decadente, corroso dalle sue interne contraddizioni. Siamo in presenza non di una “normale” crisi ciclica dell’economia, ma di una crisi universale di un’intera formazione storica, che insieme all’economia investe la società e la natura, la politica e la cultura.

Se questa è la portata del problema che quotidianamente si rovescia sulla vita di miliardi di persone, la soluzione non sta nel rinculo nazionalista verso le piccole patrie, nell’esclusione dei poveri e dei diversi, nella guerra ai migranti e di tutti contro tutti, nell’accumulo di bombe atomiche che accresce i rischi di un conflitto nucleare. Sta nell’affermazione di un universalismo alternativo portatore di pace e solidarietà, di democrazia e libertà, amico e protettore della natura, fermo e determinato nella lotta per rimuovere le cause dello stato di cose presente.

Una visione e una pratica, una teoria e una prassi, e anche una condotta morale, alle quali non so dare altro nome se non quello di nuovo socialismo, per differenziarlo dall’esperienza sovietica e dal modello socialdemocratico. Una civiltà più avanzata in cui l’ordinamento economico-sociale sia posto al servizio degli esseri umani e a tutela della natura. Non, viceversa, nella disponibilità totalitaria di pochi proprietari universali, che depredano gli uni e l’altra in piena libertà.

Ma non puoi cambiare la società dominata dal capitale se non sai cos’è e come funziona il capitale, al di là delle infinite forme e degli adattamenti proteiformi in cui si manifesta. Scopriamo allora con Marx, proprio nella fase suprema del suo dominio, che «il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale mediato da cose», ossia da una immane raccolta di merci. Un rapporto tra esseri umani, socialmente e storicamente determinato, nel quale una parte monopolizza gli strumenti della produzione, della comunicazione e della finanza. Mentre un’altra parte, che costituisce la stragrande maggioranza, monopolizza solo le proprie abilità fisiche e intellettuali racchiuse nel corpo di ciascuno e di ciascuna, denominate forza-lavoro.

Dunque, secondo la visione di Marx, al di là dell’immane raccolta di merci e della finanziarizzazione del sistema, lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà costituisce il codice genetico del capitale. E poiché il processo di produzione finalizzato all’ottenimento del profitto riproduce al tempo stesso il rapporto sociale tra i produttori, ne deriva che la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.
D’altra parte, osserva ancora Marx, la natura è la fonte dei valori d’uso altrettanto quanto il lavoro. Ciò significa che il proprietario capitalista per ottenere il profitto deve poter disporre, oltre che della forza-lavoro umana, anche della natura, coinvolgendo entrambe in un unico processo di sfruttamento. Di conseguenza, come ha osservato Emanuele Severino, è inevitabile che nella corsa al profitto il capitalismo distrugga la terra, «la sua base ‘naturale’». Esattamente ciò che si sta verificando nella guerra senza limiti - che talora oltrepassano anche quelli della guerra guerreggiata - al fine di accaparrarsi le limitate risorse naturali di cui dispone questo mondo.

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II

 

Le contraddizioni del sistema sono diventate esplosive. In modo drammatico si presenta la divisione tra chi compra e chi vende la forza-lavoro. Tra chi è proprietario dei mezzi finanziari e di produzione, delle più sofisticate conquiste della scienza e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, e li usa per sfruttare il lavoro, e chi è proprietario soltanto del proprio corpo e dei mezzi per vivere.

Il punto di massima tensione si raggiunge allorché è la scienza stessa a configurarsi come forza direttamente produttiva. Osserva Marx che «quando l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» il lavoro non scompare ma assume un livello superiore di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità, il «cervello sociale» che inventa le macchine, le usa e le controlla. Ciò che comporta un elevamento culturale generalizzato, affinché ciascuno, uomo e donna, nella sua individualità possa diventare padrone del proprio destino. Nel superamento non della proprietà individuale, ma della proprietà capitalistica.

Aver abbandonato il dirompente pensiero critico di Marx per un riformismo liberal-liberista senza anima e senza classi si è rivelata una scelta retrograda, subalterna e perdente. Giacché non è crollato il pensiero critico di Marx, come ha osservato Aldo Tortorella. È crollato l’imparaticcio pseudo marxista, che già ai suoi tempi aveva spinto Marx a dichiarare di non essere marxista. Al di là delle varie ortodossie che lo hanno imprigionato in poche ordinarie formulette, oggi andrebbero liberate le enormi potenzialità del suo metodo per mettere a nudo la realtà del nostro tempo, e per poterla trasformare.

A lui era estranea l’idea che il passaggio a una civiltà più avanzata, oltre il capitalismo, si possa compiere per spontanea evoluzione, come pure l’affermazione infondata e primitiva secondo cui ci si debba affidare a un modello unico, valido ovunque e in ogni tempo. Marx non ha mai detto che una società socialista si costituisce sulla statizzazione integrale dei mezzi di produzione. Ricordo che nel discorso pronunciato ad Amsterdam nel 1872, dopo avere affermato che gli sfruttati devono «prendere il potere politico per fondare una nuova organizzazione del lavoro», aggiungeva: «Non abbiamo affatto preteso che per arrivare a questo scopo i mezzi fossero dappertutto identici. Sappiamo quale importanza abbiano le istituzioni, i costumi, le tradizioni di vari Paesi». E perciò riteneva che nei Paesi più avanzati «i lavoratori possono raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici».

Sul piano politico, in Italia non resta pressoché nulla del pensiero critico di Marx. E delle conquiste storiche del movimento operaio, che a quel pensiero e a quella prassi si ispiravano. È significativo il fatto che di pari passo viene cancellata la memoria della lotta antifascista, e di ciò che ha significato pCopertina de "La rivoluzione del nostro tempo"er l’Italia l’abbattimento del fascismo con la conquista della Costituzione, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica.

Eppure, sebbene se ne sia perduta la consapevolezza, questa Costituzione progettuale, un progetto inedito di nuova società, è il disegno più alto di liberazione umana raggiunto in Europa. Il risultato di una convergenza originale del pensiero d’ispirazione marxista del Pci e del Psi di allora e di quello d’ispirazione cristiana dei cattolici democratici della Dc, cui ha concorso anche il pensiero liberale nel campo del diritto civile. Un progetto senza precedenti, al quale il Partito comunista di Gramsci e Togliatti ha contribuito in modo decisivo con la strategia della democrazia progressiva, in cui si sostanziava la via italiana al socialismo.

In questa fase di crisi organica del sistema del capitale, il progetto della Costituzione non è una reliquia del passato, bensì una bussola per avventurarsi nel futuro. Salvaguardando e mettendo in opera i punti cardinali, e aggiornando il percorso in quei territori che ai padri costituenti erano ancora sconosciuti, come la crisi climatico-ambientale o la rivoluzione digitale. Ma mantenendo ferma la rotta innovativa sull’asse della libertà e dell’uguaglianza. E lottando perché i principi fondamentali che segnano la rotta, in gran parte inattuati, diventino realtà. «Intorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale», ha osservato papa Francesco. Perciò «togliere lavoro alla gente o sfruttare la gente (…) è anticostituzionale». Ma l’appello non è stato raccolto.

Il fondamento del lavoro è una precisa scelta di campo. Significa che, nella dualità capitale-lavoro e nel conflitto che la caratterizza, la preminenza spetta alle persone che per vivere devono lavorare, non ai detentori del capitale. Il proprietario cittadino, posto a fondamento della democrazia liberale, lascia il posto al lavoratore cittadino. Un principio che equivale a una conquista storica, reso esplicito dall’articolo 3. Dove, come sappiamo, premesso che tutte e tutti sono uguali davanti alla legge, si stabilisce che la Repubblica rimuove gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza, e quindi «impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In altre parole, per costruire una democrazia effettiva, fondata sulla partecipazione di chi lavora e nella quale le lavoratrici e i lavoratori possano farsi classe dirigente, non basta intervenire nella sfera distributiva della ricchezza, occorre porre mano al rapporto di produzione, ovvero al rapporto di proprietà. È il principio dell’uguaglianza sostanziale. Senza di che la libertà diventa un mito irraggiungibile.

Ne deriva che, al fine di conquistare la piena occupazione indicata nell’articolo 4 e di porre in atto la fitta trama dei diritti sociali, nei quali si sostanzia l’uguaglianza e la libertà di ogni persona, è sì indispensabile che tutti concorrano alle spese «in ragione della loro capacità contributiva» secondo «criteri di progressività» (art.53). Ma in pari tempo occorre conformare la proprietà e l’iniziativa economica in modo tale da consentire la concreta attuazione delle finalità sociali.

Parliamo, in sintesi, della «tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni»; della parità di trattamento economico tra uomini e donne; di «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro», comunque sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa» con riposo settimanale e ferie retribuite. E inoltre del diritto alla tutela della salute, alla pensione, all’assistenza sociale. Nonché, «per i capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi», del diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi, dopo l’istruzione di base gratuita per tutti. Ricordo anche che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Di conseguenza, per conseguire tali finalità insieme alla piena occupazione, non è previsto il monopolio della proprietà capitalistica privata. Chiarito che «la proprietà è pubblica o privata» e che «i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati», si stabilisce: che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art.41); che alla proprietà privata vengono posti limiti per assicurarne la funzione sociale e l’accessibilità a tutti (art. 42); che è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori e di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia e a situazioni di monopolio (art. 43). Si tratta di scelte e disposizioni in linea con gli articoli successivi riguardanti il limite alla proprietà terriera e l’uso razionale del suolo, la funzione sociale della cooperazione, la tutela del risparmio e il controllo del credito. Nonché il diritto dei lavoratori a collaborare nella gestione delle imprese.(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

III

 

Sarebbe necessario assumere l’intero impianto costituzionale come riferimento per un ampio e articolato movimento di massa con concreti obiettivi di cambiamento. Avendo ben chiaro che l’ordinamento istituzionale non si difende se non si lotta per l’occupazione e per l’attuazione dei diritti sociali che attengono alla vita delle persone. E muovendo dalla consapevolezza, oggi oscurata, che la conquista storica della Costituzione del 1948 rovescia a vantaggio della classe lavoratrice il tradizionale paradigma del conflitto tipico delle democrazie liberali, fondate sul dominio del mercato.

La Carta che regola il patto tra gli italiani non cancella e non sanziona il conflitto tra le classi. Al contrario, lo riconosce, e ponendolo sul terreno dello sviluppo della democrazia lo tutela come strumento per la conquista dell’uguaglianza sostanziale e della libertà. Decisivi sono i rapporti di forza. Ma chi lotta per il lavoro e per i diritti ha dalla sua parte la Carta, al contrario di chi sfrutta il lavoro e calpesta i diritti. Questo è il senso di una conquista storica, che consente una rivoluzione per via democratica e costituzionale, la rivoluzione del nostro tempo.

Copertina del libro "Costituzione e Rivoluzione"Le lavoratrici e i lavoratori, oltre alla libertà sindacale e al diritto di sciopero, condizioni essenziali per potersi dichiarare liberi, con la Costituzione conquistano il diritto di farsi classe dirigente, associandosi in partito politico «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», come recita l’articolo 49. Sappiamo che la vecchia forma partito è in crisi e non è ripetibile. E tuttavia nessun cambiamento reale appare possibile, al di là di movimenti imprevedibili come quello delle sardine, senza una libera associazione delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro secolo, che si organizzano e impiegano le più avanzate acquisizioni della scienza e della tecnica nella lotta contro lo sfruttamento di sé e della natura.

Nell’insieme, dalla Costituzione emerge un quadro inedito dell’assetto economico-sociale e politico-culturale in movimento, nel quale il pluralismo delle forme di proprietà e la presenza di una economia mista in funzione dell’utilità sociale, valorizzando il lavoro, consentono in pari tempo la valorizzazione della persona. Si configura in tal modo una relazione unica, del tutto originale e ricca di implicazioni per il presente, tra individualità e solidarietà, tra persona e classe sociale, tra impresa e società, tra economia e ambiente naturale, che dà alla Costituzione italiana il respiro di un disegno strategico di grande portata non solo per questo Paese, ma per l’Europa e il mondo.

Nati nella specificità della lotta antifascista in Italia, i principi e i diritti costituzionali che ho ricordato, insieme al ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali», assumono un valore universale nella diversità dei percorsi storici di ogni Paese. E possono essere la trama su cui costruire una piattaforma per la lotta di liberazione dalla dittatura del capitale non solo in Italia ma nell’intera Europa, Se l’obiettivo è la conquista di una civiltà più avanzata, questa Costituzione, che già contiene elementi di socialismo, indica la strada.

 

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

*Testo della relazione al convegno sul tema: «A trent’anni dal crollo del muro di Berlino. La fine della sinistra, la crisi del capitalismo e l’esigenza di un nuovo socialismo», promosso da Futura Umanità-Associazione per la storia e la memoria del Pci in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza. Roma, Villa Mirafiori, 7 febbraio 2020

 

 La registrazione video dell'intervento

 


La svolta gentile delle sardine tra Politica e Costituzione

sardine piazza san giovanni 460 min

 L’umore della piazza e lo stato della politica

Le sardine a piazza San Giovanni. C’è molto da riflettere - e anche molto fa da fare - dopo la grandiosa manifestazione di Roma, una delle più numerose e intense a memoria di chi, come me, dagli anni 70 in poi ha sempre partecipato in quella piazza alle manifestazioni per il lavoro, per la democrazia e la libertà. È stata una bella giornata non solo perché splendeva il sole. Soprattutto perché si avvertiva un sentimento di ritrovata solidarietà, la soddisfazione dello stare insieme tra tante persone e tra tanti volti diversi, sorridenti e consapevoli, di giovani, di donne, di anziani, di intere famiglie in cui non mancava l’ironia scanzonata dei romani. Tutti impegnati con i loro cartelli, con le loro parole e con motivazioni spesso diverse in una comune e giusta causa democratica: l’opposizione senza sconti alla destra-destra di Salvini che semina odio, esclusione, una vera e propria guerra tra poveri.

 

Contro quella che gli inventori delle sardine chiamano «retorica populista», contro il razzismo e ogni atto di violenza squadrista digitale e materiale, la risposta è stata imponente: forse la più grande manifestazione di massa a Roma dopo quella del Circo Massimo nel 2002. È un dato di fatto del tutto nuovo da cui muovere, in controtendenza rispetto allo stato di cose in cui viviamo, che genera passività, malessere diffuso, impoverimento crescente. Dunque, in primo luogo, eliminiamo il non detto della comunicazione mainstream e portiamo la realtà pienamente alla luce: la bella e gremita piazza San Giovanni del 14 dicembre è la fotografia impietosa del fallimento delle classi dirigenti di governo (dalla destra berlusconiana al Pd-Pds fino a Salvini e Di Maio), e anche degli errori della sinistra comunque configurata. Separando la politica dal conflitto sociale, privatizzandola e riducendola nel migliore dei casi a gestione personale o di gruppo, e comunque a braccio armato del potere economico come bene mettono in luce le inchieste sui soldi della Lega e di Renzi, l’effetto è stato l’aumento insopportabile delle disuguaglianze, l’autoreferenzialità istituzionale e il declino inesorabile del Paese.

 

Molti si domandano, con serietà ma anche con malizia, che fine faranno le sardine. Altri impartiscono loro severe (e talora settarie) lezioni. Tra i politici prevalgono apprezzamenti, complimenti, vezzeggiamenti. C’è stato anche chi ha gridato «L’Italia s’è desta!», dopo averla sedata e sbertucciata quand’era al governo. Non sembra però che si voglia rispondere alla vera domanda che dopo piazza San Giovanni è diventata stringente: saprà la politica, sapranno i partiti rinnovarsi e portarsi all’altezza della sfida che da quella piazza come da tante altre piazze d’Italia è emersa con forza? E che, senza rancore e senza violenza, chiede trasparenza e partecipazione, inclusione, priorità del bene pubblico rispetto all’interesse privato.

 

La scelta della Costituzione

Costituzione. Il 14 dicembre è risuonata alta questa parola, oggi deformata dalla richiesta della cosiddetta autonomia differenziata, e in generale troppo spesso dimenticata dal ceto politico nonostante il referendum del dicembre 2016 abbia bocciato sonoramente chi voleva storpiarla. Si va in piazza – dicono le sardine – in nome dei «valori antifascisti e costituzionali». Avere assunto come punto di riferimento la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e battersi per la sua attuazione, è il dato politico più rilevante, e più ignorato da tanti solerti commentatori, emerso da piazza San Giovanni. Una questione di fondo, che va ben al di là delle contingenze tattiche e anche della formazione dei governi, perché propone il tema della natura della democrazia e del ruolo dello Stato, e quindi della funzione della politica e della conformazione dei partiti.

 

Sforziamoci di usare le parole giuste, e dunque parliamo non di democrazia in astratto, ma di democrazia costituzionale. Vale a dire di «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», in cui «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Un progetto di nuova società nella quale - ricordiamolo - «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Per cui, se ci domandiamo cosa vuol dire dare attuazione alla Costituzione, la risposta è semplice: occorre farsi carico della condizione materiale, ambientale e spirituale in cui vivono le donne e gli uomini del nostro tempo. E quindi di dare corso alla libertà e all’uguaglianza sostanziale.

 

In modo da rimuovere - come recita la seconda parte dell’articolo tre letto ad alta voce insieme ad altri articoli a piazza San Giovanni - «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». In questa fase di continuo rivoluzionamento scientifico e tecnologico, e dunque del modo di lavorare e di vivere, il nodo che si presenta in tutta la sua complessità e cogenza è esattamente questo: il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, dell’economia e della società.

 

La vita reale, la libertà e l’uguaglianza sostanziale

Oggi, nelle condizioni determinate dalla globalizzazione del capitale, il lavoro si svolge sotto il segno della precarietà, della disoccupazione, dei bassi salari. Mentre le lavoratrici e i lavoratori, resi nell’insieme culturalmente subalterni e politicamente impotenti in un sistema politico monoclasse, sono stati privati di un’autonoma e libera organizzazione politica, e posti alla mercé del demagogo di turno. Questa è la realtà con la quale fare i conti, sebbene accuratamente mascherata dai più sofisticati analisti del particolare apparente e dalle baggianate di chi si dichiara né di sinistra né di destra.

 

Alcuni dati, riportati anche da la Repubblica del 4 dicembre, sono impressionanti. Negli ultimi 10 anni gli investimenti fissi sono diminuiti del 15 per cento mentre i profitti sono cresciuti dell’84 per cento. D’altra parte, in 25 anni i salari medi dell’industria sono aumentati di 500 euro, mentre quelli del pubblico impiego, commercio e turismo sono diminuiti notevolmente. Un caso emblematico del rapporto capitale-lavoro è quello recentissimo della banca Unicredit: 5 miliardi di utili da incassare e 8 miliardi di dividendi di distribuire a fronte di 8 mila posti di lavoro da tagliare.

 

La subalternità del lavoro, al contrario di ciò che stabilisce la Costituzione, è testimoniata dall’ interminabile sequenza degli “esuberi” e dalle 160 vertenze aziendali che in Italia non trovano sbocco. Tra il 2008 e il 2015 vi è stata una riduzione della produzione industriale del 28 per cento e 134 mila imprese sono sparite tra il 2008 e il 2013. Dentro questo contesto l’espansione della povertà ha compiuto un vero e proprio salto quantitativo: da 8 milioni di persone nel 2008 a oltre 14 nel 2017, di cui 5 milioni in povertà assoluta secondo i dati Istat. La causa principale della povertà è, naturalmente, la disoccupazione e la precarietà del lavoro. Ricordiamoci che nell’ultimo decennio 816 mila italiani soprattutto giovani sono emigrati, 117 mila solo nel 2018.

 

Uno stato delle cose in contrasto radicale con i principi costituzionali, secondo cui «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (articolo 4), indicando così l’obiettivo della piena occupazione. Non solo: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35). Ciò che implica una svolta di 180 gradi nelle scelte della politica economica e sociale praticata in questi anni, e una visione della società alternativa a quella imposta dal pensiero unico dominante. Se la politica non si misura con le condizioni reali in cui vivono milioni di uomini e donne nell’ Italia di oggi, le destre saranno vincenti.

 

A mio parere l’errore più grave compiuto dalle sinistre dopo l’89 consiste nell’avere abbandonato il terreno di lotta per l’attuazione dei principi e dei diritti costituzionali. In particolare per ciò che riguarda i diritti sociali e i rapporti economici fissati nel titolo III della Carta. Laddove, in coerenza con i principi fondamentali, che non sono ordinati alla finalità del massimo profitto bensì al diritto al lavoro e quindi all’elevamento della persona umana, si fissano le condizioni economiche che rendono possibile l’esercizio concreto dei diritti. A cominciare dalla proprietà dei mezzi produzione e di comunicazione, che «è pubblica o privata». E della quale è necessario stabilire «i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale» (art. 42).

 

Una visione secondo cui il lavoro non è fatica, non è oppressione, non è sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani per l’estrazione di profitti e rendite, bensì è un fattore costitutivo della personalità, nell’interazione permanente con l’ambiente naturale. Quindi, è una conquista di libertà nella conservazione e nella tutela della natura. Dovrebbe essere ormai chiaro che se una persona è disoccupata o precaria, e perciò non è padrona del proprio destino al punto da dover abbandonare la propria terra, questa persona è lacerata nella sua libertà. Come pure dovrebbe essere chiaro che la distruzione della natura prima di tutto offende la libertà degli sfruttati, per poi mettere in forse la vita stessa.

 

Le sardine e la rappresentanza del lavoro

Dall’esperienza di questi anni emergono due dati di cui prendere atto. In primo luogo, che il connubio tra economia di mercato e democrazia liberale, invece di esondare benessere a cascata per tutti come annunciato dai suoi cantori, ha prodotto invece una crisi organica del sistema. In secondo luogo, che la Costituzione, la quale fonda la Repubblica non su quel connubio ma sul lavoro, non si può attuare in assenza di un partito che faccia asse sulle lavoratrici e sui lavoratori del nostro tempo. Questo è il nodo che bisogna sciogliere quando si afferma che l’obiettivo per cui lottare è l’attuazione della Costituzione.

 

Da qui non si sfugge. Il partito politico nel nostro ordinamento è il tramite imprescindibile tra società e istituzioni. E senza partiti che svolgano tale funzione la democrazia costituzionale involve e degrada. L’articolo 49 è molto chiaro: solo associandosi liberamente in partiti si può «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Il problema dunque è più che mai aperto.

 

Come si può dare vita a un partito in grado di raccogliere le istanze oggi fatte proprie dalle sardine? E come possono le sardine concorrere a costruire un partito che proponga l’alternativa costituzionale coprendo il vuoto politico che minaccia la nostra democrazia? Come unificare, quindi, le lavoratrici e i lavoratori oggi divisi e in competizione tra loro? L’idea di considerare quelli che votano Lega non nemici da odiare ma sfruttati e oppressi con i quali cercare un terreno comune di lotta è l’idea giusta da praticare. Forse un confronto e una convergenza non effimeri tra il movimento delle sardine e il mondo del lavoro sul terreno della lotta per l’attuazione dei principi e dei diritti costituzionali può aprire davvero una pagina nuova.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

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