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Paolo Ciofi

Paolo Ciofi

URL del sito web: http://www.paolociofi.it

La maschera grottesca dell’anticomunismo

 Battaglia delle idee

 Ma di che cosa sono imputati i comunisti italiani?

di Paolo Ciofi
2giugno ritaglio minViviamo in una condizione di eccezionale gravità mai vista prima, in cui si sommano tre crisi: sanitaria, ambientale ed economico-sociale. Ma invece di occuparsi dei loro effetti e delle possibili soluzioni, le grandi firme dei giornaloni puntano il dito contro i comunisti. In vista del centenario della fondazione del Pci, che ricorre nel 1921, è già cominciato il cannoneggiamento con articoli di Paolo Mieli e con un libro di Ezio Mauro. Ma di che cosa sono imputati i comunisti italiani per essere esposti al pubblico ludibrio dalle cosiddette grandi firme?

Si dice che il buon giornalismo dovrebbe giudicare muovendo dai fatti. E i fatti dicono che i comunisti italiani hanno combattuto per la libertà durante il fascismo. Sono stati alla testa della guerra di liberazione. Hanno contribuito in modo decisivo alla scrittura della Costituzione e hanno sempre lottato in difesa della democrazia. C’è qualcuno che può citare un loro atto che abbia offeso la nostra libertà? E allora di che parliamo? L’anticomunismo ormai è solo una maschera tragica e grottesca, messa su dai padroni benpensanti per evitare di cambiare la realtà.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

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Cambiamo la politica. Non la Costituzione

È tempo di preoccuparsi.

difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260In Italia, stretta tra l’epidemia con le sue pesanti ricadute in tutti i campi e la necessità pressante della ripresa economica e sociale, il referendum sul taglio dei parlamentari ha reso evidente l’involuzione e l’inconsistenza in cui si dibatte oggi la politica. Dato confermato dalle elezioni regionali, che con il risultato nettamente negativo dei 5 Stelle segnalano la persistente instabilità del sistema.

 

La maggioranza degli italiani sembra ritenere che lo stato del Paese sia da porre in relazione con il numero degli eletti, oltre che con il ruolo e gli intrighi del Parlamento descritto come un’adunanza di parassiti che campano occupando poltrone: una visione rozza e punitiva, pericolosamente falsificante lontana mille miglia dalla realtà dei rapporti sociali, da cui si trae la risibile conclusione che tagliando i rappresentanti di conseguenza si risolvono i problemi dei rappresentati e dell’intera società.

 

In realtà è stato inferto un colpo alla Costituzione, e i grillini applaudono in modo scompostamente infantile per quella che considerano una vittoria «storica», peraltro intrecciata alla altrettanto «storica» sconfitta da loro subita nel voto regionale con numeri quasi sempre al di sotto di due cifre. La spinta antistituzionale è diventata comunque più insistente e pericolosa, con la Lega e l’intera destra che puntano a una Repubblica di tipo presidenziale, fondata sul rapporto diretto capo-masse. Mentre Grillo vuole abolire il Parlamento scegliendo l’estrazione a sorte al posto delle elezioni.

 

La Repubblica presidenziale fa capolino da più parti, e sono in molti a volersi sbarazzare della Costituzione. Un obiettivo, questo, sempre perseguito dalla destra e pomposamente annunciato a suo tempo da Berlusconi, che ora coinvolge lo stesso Pd e le forze politiche presenti in Parlamento.

 

La cultura costituzionale non è mai stata molto diffusa in Italia, nell’opinione pubblica e anche nel ceto politico. Mentre, al contrario, ripetuti e insistiti sono i richiami alla democrazia liberale. Proprio quando la democrazia liberale è in crisi nel mondo per effetto delle condizioni imposte dal capitalismo dominante, che nella sua decadenza tende a distruggere non solo le istituzioni socio-politiche in cui sopravvive ma anche il pianeta Terra e gli esseri viventi che la abitano.

dirigenti politici provenienti dal Pci sono stati tra i più tenaci e perseveranti sostenitori della democrazia liberale. Ed è noto come il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer sia stato il fattore decisivo della guerra di liberazione dal fascismo e della conquista della Costituzione, e anche delle lotte democratiche di massa per la sua attuazione. Sembra un paradosso ma in realtà, senza il testardo impegno di quelli che avrebbero dovuto continuare l’opera costruttiva di una democrazia partecipata e progressiva, ben più difficile e complicata sarebbe l’inversione a U verso la democrazia liberale.

 

Non per l’attuazione della Costituzione, ma per la retrocessione verso la democrazia liberale hanno fieramente combattuto i fondatori del Pd Walter Veltroni e Goffredo Bettini. E se il sindaco di Roma è stato pubblicamente elogiato dal quotidiano della Confindustria per il suo deferente omaggio alla ricchezza innalzando al cielo «le virtù dei ricchi», il suo aiutante pensieroso, chiedendo il sostegno dei ricchi virtuosi, è stato ancora più chiaro. Occorre «una vera e propria rifondazione democratica» perché la Repubblica è stata costruita principalmente da due partiti che rispondevano a «poteri esterni»: «la Chiesa per la Dc, il mondo comunista per il Pci. Questo ha ritardato una vera rivoluzione liberale», che è l’obiettivo per cui nasce il Pd.

 

Ma cos’è questa benedetta democrazia liberale, per la quale i più ganzi chiedono addirittura una rivoluzione? In sintesi, è l’assetto socio-politico che consente la massima libertà e sovranità del mercato, condizione ideale per l’espansione e il dominio del capitale. E siccome la nostra Repubblica è fondata non sul capitale ma sul lavoro che al capitale impone dei vincoli, ciò comporta che la libertà del capitale si possa ottenere solo ignorando la Costituzione, o facendone strame con l’obiettivo di depositarla nel retrobottega della storia.

n questi anni i tentativi sono stati numerosi. Con il risultato di concentrare fortemente la ricchezza e diffondere la povertà, accrescere le disuguaglianze e la disoccupazione, generalizzare la precarietà penalizzando soprattutto le donne e i giovani. Nel contesto di un deterioramento grave della condizione ambientale e di quella del Mezzogiorno. E senza che nessuno dei tradizionali problemi storici del Pese, come quello della sburocratizzazione e dell’efficienza democratica, sia stato avviato a soluzione.

 

Problemi preesistenti alla pandemia, che da questa sono stati fortemente aggravati, cambiando il nostro modo di vita, le relazioni umane e degli stessi esseri umani con la natura. E mettendo al tempo stesso in evidenza, nelle avversità, le risorse e le capacità di cui dispongono l’Italia e gli italiani.

 

Il nostro punto forte è proprio la Costituzione, che fondando la Repubblica sul lavoro e stabilendo il principio dell’uguaglianza sostanziale secondo cui occorre rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà, impediscono lo sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», ci ha consentito con la gestione pubblica della sanità di limitare i danni e di assicurare maggiore sicurezza rispetto ad altri Paesi, soprattutto anglosassoni, che hanno operato secondo il principio del privatismo individualista.

 

L’Italia, facendo asse su quel che resta del pubblico, ha potuto reagire con maggiore efficacia proprio perché ha usato gli strumenti messi a disposizione da una Costituzione in cui il pubblico ha una funzione trainante. Da noi, infatti, secondo l’articolo 32 della nostra Carta, «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

 

Se dunque la Costituzione ha dato un’ottima prova di sé in un momento cruciale della storia come quello che stiamo attraversando non ha alcun senso cambiarla. Nel migliore dei casi si tratterebbe di una regressione culturale e politica, nel peggiore di una svolta reazionaria. Il vero problema di cui soffriamo non è la Costituzione, ma la sua mancata attuazione a causa della vittoria del capitale sul lavoro e del degrado dei partiti, che come tramite tra la società e le istituzioni dovrebbero essere il pilastro su cui si regge la Repubblica.

 

Tema cruciale già affrontato con grande lucidità da Enrico Berlinguer quando, denunciando la questione morale, sosteneva che «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia». Con una differenza sostanziale rispetto ad allora: che oggi non esiste un partito in grado di rappresentare la classe lavoratrice e il mondo del lavoro del nostro tempo. Tanto meno di organizzarla. Una parte fondamentale della società moderna non ha né rappresentazione né rappresentanza. Tanto meno organizzazione.

 

Questa è la ragione di fondo della crisi della democrazia, e dello sragionare sulla necessità di cambiare la Costituzione. La Costituzione non va cambiata rovesciando il principio dell’uguaglianza sostanziale. Va aggiornata, potenziando e perfezionando quel principio. C’è bisogno di un’adeguata “manutenzione”. Ma soprattutto c’è bisogno di forze politiche che facciano asse sul lavoro È tempo di preoccuparsi. Di ragionare e di lavorare per colmare un insostenibile e pericoloso vuoto politico.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

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Pubblicato in Commenti

La Costituzione e il lavoro

Non lottare per attuare la Costituzione, mettendo in campo tutte le forze e le alleanze possibili, sarebbe una responsabilità enorme, dal peso difficilmente sostenibile.

ILLAVOROCOSTITUZIONEITALIANA 460Il fondamento del lavoro definisce la democrazia italiana, e con essa i principi di uguaglianza e libertà, ben oltre il perimetro della democrazia liberale fondata sulla proprietà. Un vero e proprio passaggio d’epoca, giacché la Costituzione, in presenza delle lavoratrici e dei lavoratori politicamente organizzati, apre le porte a una civiltà più avanzata, solidale e comunitaria, che potremmo denominare socialismo di tipo nuovo rispetto ai modelli novecenteschi, quello sovietico e quello socialdemocratico.

 

Tuttavia, dopo il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento del Pci, per troppo tempo le sinistre comunque configurate hanno perso le tracce della nostra Carta fondamentale, la conquista più alta degli italiani nel contrastato cammino verso la libertà e l’uguaglianza. Un vuoto culturale. E anche un evidente errore politico di chi, scegliendo di non trasformarsi in un mansueto gestore del capitale e proclamando ad alta voce di voler lottare per il comunismo, ossia per una civiltà più avanzata oltre il capitale, ha ignorato come tale processo si possa avviare nelle condizioni storico-politiche dell’Italia. Mantenendo insieme la prospettiva della trasformazione della società e la concretezza delle risposte ai problemi che travagliano la vita quotidiana delle persone.

 

La retorica del cambiamento, con i suoi richiami prevalentemente propagandistici, troppo spesso ha perso di vista un dato di fondo. Ovvero, che la Costituzione, andando oltre l’uguaglianza formale davanti la legge e stabilendo il principio dell’uguaglianza sostanziale, ha posto le condizioni basilari perché i lavoratori si elevino al rango di classe dirigente nella prospettiva di una civiltà più avanzata. Come risulta con chiarezza dall’articolo 3, secondo il quale «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

La nostra, diversamente da quella sovietica del 1936 che prendeva atto delle radicali trasformazioni intervenute nella società e nello Stato, è una Costituzione progettuale-programmatica. «Non di previsione, ma di guida», sosteneva Palmiro Togliatti, padre costituente tra i più eminenti e unico segretario di partito tra gli estensori della Carta insieme al socialista Lelio Basso, ai democristiani Aldo Moro e Giuseppe Dossetti, e al liberale progressista Piero Calamandrei. Una Costituzione, aggiungeva il capo dei comunisti italiani, che «porti a un rinnovamento audace, profondo, di tutta la struttura della nostra società, nell’interesse del popolo e nel nome del lavoro, della libertà e della giustizia sociale».

 

Non una Costituzione socialista, nel senso tradizionale che allora faceva riferimento al modello sovietico o in alternativa al laburismo inglese. Bensì una Costituzione come programma per il futuro, che tracci il percorso verso un socialismo di tipo nuovo, diverso da ogni modello fino ad allora conosciuto. Il principio dell’uguaglianza sostanziale infatti, superando l’uguaglianza formale di fronte alla legge e il principio di equità nella distribuzione del reddito, comporta la necessità di intervenire nel rapporto di produzione capitalistico, e dunque nel rapporto di proprietà, se si vuole davvero garantire libertà e uguaglianza, e il pieno sviluppo della persona umana.

 

È quanto prevede la nostra Costituzione, che va ben oltre il compromesso socialdemocratico di stampo keynesiano, fermo alla fase distributiva della ricchezza. Assumendo il lavoro come diritto fondamentale, e costruendo sul fondamento del lavoro l’edificio dei nuovi diritti sociali al di là di quelli civili di stampo liberale, la Costituzione del 1948 indica infatti nelle diverse forme di proprietà, nonché nella funzione sociale e nel limite della medesima, una delle condizioni fondamentali per l’esercizio concreto dell’insieme dei diritti (articoli 41-43). Come pure nel principio della progressività delle imposte, necessarie per coprire le spese sociali, fissato nell’articolo 53. L’altra fondamentale e imprescindibile condizione - e non poteva essere altrimenti - è quella socio-politica, determinata dalla presenza, dalla organizzazione e dall’iniziativa dei sindacati e dei partiti delle lavoratrici e dei lavoratori (artt. 39,49). Non dimentichiamo che in Costituzione il partito è lo strumento indispensabile perché i cittadini possano «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

 

Il lavoro, come si vede, costituisce il corpo e l’anima dell’intero impianto costituzionale. Inteso non solo come interscambio permanente tra gli esseri umani e la natura, che comporta una visione d’insieme dello sfruttamento della persona e dell’ambiente; non solo come forza produttiva dei beni materiali e immateriali e riproduttiva della vita; bensì anche come fattore costitutivo della personalità. Per cui, in una moderna visione del processo storico-politico che non contrapponga la classe all’individuo, liberazione del lavoro e libertà della persona s’intrecciano in modo inscindibile. E la valorizzazione del lavoro diventa così la base materiale e culturale dell’uguaglianza e della libertà.

 

Muovendo dal principio che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto» (art. 4), la Costituzione - come (non a tutti) è noto - «tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni», stabilisce la parità di diritti e di retribuzione per uomini e donne a parità di lavoro; introduce il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente comunque ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», nonché il diritto all’istruzione, al riposo e alla salute, alla pensione e all’assistenza sociale.

 

Sul fondamento del lavoro si delinea il quadro di una nuova società nella quale la proprietà, limitata e finalizzata a scopi sociali, assume configurazioni diverse: pubbliche, private, comuni. Mentre il mercato viene regolato per soddisfare esigenze umane e ambientali attraverso l’intervento pubblico e l’iniziativa dei soggetti sociali politicamente organizzati. Prende forma in tal modo, nel contesto dell’economia mista, una relazione del tutto originale, diversa dai modelli novecenteschi ad Ovest come ad Est, tra classe sociale e individuo, tra collettività e persona, tra solidarietà e personalismo, e anche tra utilità sociale e impresa, sulla quale oggi bisognerebbe lavorare. Una relazione inedita, che dà all’impianto costituzionale italiano il respiro di una grande operazione di portata strategica.

 

Nata dalla specificità della nostra storia nazionale, dall’abbattimento del fascismo e dalla convergenza di diverse culture, ispirate al marxismo del Pci e del Psi di quel tempo, al solidarismo cristiano della Dc, al liberalismo progressista di azionisti, repubblicani e liberali, la Carta del 1948 non cerca di resuscitare vecchi fantasmi rimestando nell’orticello nazionale. Al contrario, fissa principi e detta disposizioni di valore universale che guardano al futuro. A cominciare dall’articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. Anche l'esigenza di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, e di garantire il diritto all’istruzione, alla salute, alla tutela della vecchiaia, ha una portata universale rivolta al futuro. Altrettanto si può dire della necessità di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per assicurare libertà e uguaglianza, e consentire ai lavoratori di assurgere al ruolo di classe dirigente. Come si vede, emerge un orientamento che già contiene elementi di un nuovo socialismo.

 

A differenza dei costituzionalisti di oggi, che indagano esclusivamente sugli aspetti istituzionali prescindendo dai contenuti, come se ignorando i contenuti si possa difendere la nostra Carta fondamentale, è opportuno ricordare che un grande costituzionalista come Stefano Rodotà si è sempre impegnato perché venissero attuati i diritti sociali, cogliendo pienamente nel segno quando affermava che la Costituzione deve essere la nostra bussola. Una «bussola moderna» proprio perché, sancendo la visione complessa dell’uguaglianza sostanziale, è aperta all’affermazione di nuovi diritti, che scaturiscono dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, e dalla condizione umana del nostro tempo. È infatti del tutto evidente che per l’accesso alla conoscenza reso possibile da Internet non basta affermare il pari diritto di ciascuno in presenza di condizioni di disuguaglianza e di esclusione. Ed è altrettanto evidente, per altro verso, che se la Costituzione si fosse attuata in tutte le sue parti sarebbe stata molto più efficace la lotta al Covid.

 

La Costituzione è la fonte della coesione della società. Questo vuol dire che per evitare la disgregazione sociale è necessario attuare la Costituzione. Ma perché si sviluppi un movimento reale è indispensabile muovere dalla concretezza della realtà, e avere come obiettivo l’attuazione dei diritti che attengono alle condizioni di lavoro e di vita delle persone. La nostra Carta non abolisce la proprietà privata, ma la conforma in modo tale da consentire la realizzazione di finalità sociali. Di conseguenza vengono poste le basi per il superamento della tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista del mercato. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare.

 

La grande innovazione della Carta del 1948 consiste nel rovesciamento del paradigma tradizionale del conflitto, disponendolo a vantaggio della classe lavoratrice. È del tutto falso sostenere che la Costituzione, fondando la Repubblica sul lavoro, cancella il conflitto tra le classi. Al contrario, lo riconosce, e lo tutela, come fattore costitutivo della democrazia politica e dello sviluppo sociale. Chi lotta per l’uguaglianza e la liberà, per l’attuazione piena dei diritti sociali, civili e politici, può fare leva sulla legge che regola il patto tra gli italiani. La Costituzione sta dalla sua parte, non di chi si oppone e difende l’ordine del capitale e le forze politiche che lo rappresentano. Questo è il senso di una conquista storica, che consente il passaggio a una civiltà superiore per via democratica e costituzionale. Non è un caso che in questi anni si siano ripetuti i tentativi, tutti respinti, di cambiare la Costituzione e di affossarla.

 

Oggi siamo però arrivati a un passaggio molto stretto, di cui peraltro non si avverte adeguata consapevolezza: può sopravvivere la Repubblica fondata sul lavoro in assenza dell’organizzazione politica del lavoro? Questo è il dilemma, dal momento che le lavoratrici e i lavoratori del nostro tempo sono stati di fatto espulsi dal sistema politico, non avendo né rappresentanza né organizzazione che consentano di incidere nella società e nello Stato. Ormai quasi metà del corpo elettorale non si riconosce nei partiti esistenti, e la crisi di fondo della democrazia rappresentativa risulta assai profonda. L’alternativa è secca e sta nelle cose: o si costituisce un’autonoma e libera organizzazione politica del lavoro in grado di lottare per l’egemonia, oppure questa Repubblica permarrà in uno stato di crisi duratura, e in definitiva verrà travolta da movimenti di stampo fascistico e nazionalistico.

 

Ma non basta dire lavoro. Quale lavoro? Parliamo del lavoro del nostro tempo, segnato da una rivoluzione tecnico-scientifica permanente, che con la digitalizzazione cambia senza soluzione di continuità il modo di lavorare e di vivere ben oltre il perimetro novecentesco. E che d’altra parte, sotto la pressione del capitale, si accompagna alla diffusione di forme regressive anche schiavistiche. Perciò occorre dare rappresentanza e forma politica non solo agli operai e agli impiegati in fabbrica, in ufficio e nel lavoro a domicilio, all’insieme dei lavoratori dipendenti e autonomi, ma anche ai precari e ai disoccupati, donne e giovani, italiani e stranieri. Come pure ai lavoratori cognitivi e alle infinite espressioni del lavoro indotte dalla digitalizzazione nell’industria, in agricoltura e nei servizi, nel settore pubblico e in quello privato, nonché dall’espansione del capitale in tutti i campi delle attività umane e della vita.

 

Si tratta di un’impresa di cui è difficile misurare la portata. Comunque assai complessa, che si può compiere a una sola condizione: restituendo alla politica il suo significato più alto - al vertice delle attività umane - di strumento per trasformare il mondo. Questo è il passaggio che non si può omettere, per la cui realizzazione è indispensabile dedicare tutte le energie, lavorando per recuperare, insieme al senso rivoluzionario della politica, il principio altrettanto rivoluzionario dell’uguaglianza sostanziale. Mettendo in campo, di conseguenza, movimenti e lotte democratiche di massa per l’attuazione della Costituzione, dei suoi principi e diritti fondamentali. Nel cui svolgimento possa crescere una nuova consapevolezza e responsabilità politica.

 

È una via obbligata. Non c’è altra strada per uscire dalla crisi e aprire una reale prospettiva di cambiamento. Non lottare per attuare la Costituzione, mettendo in campo tutte le forze e le alleanze possibili, sarebbe una responsabilità enorme, dal peso difficilmente sostenibile.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

pubblicato anche sul giornale online di Rifondazione comunista

Berlinguer, Un’altra idea del mondo*

L’ 11 giugno 1984 si spegneva in modo drammatico la vita di Enrico Berlinguer. (vai alla nota*)

EnricoBerlinguer 460 minContrariamente agli sforzi profusi da più parti per farne un retrogrado e un passatista, Enrico Berlinguer è stato in realtà un rivoluzionario moderno e innovatore, come dimostrano in particolare le sue posizioni sulla rivoluzione elettronica, la terza rivoluzione industriale che ha aperto una nuova fase nella storia del capitalismo.

 

Rivoluzionario perché intendeva trasformare la società; moderno e innovatore perché ha lottato per un assetto sociale diverso dai modelli fino ad allora conosciuti e dominanti in Europa, quello del «socialismo realizzato» ad Est e quello socialdemocratico ad Ovest. E anche perché era consapevole che il Pci e il movimento operaio, se volevano assolvere alla loro funzione, erano chiamati a misurarsi non solo con l’offensiva politico-culturale del neoliberismo, ma anche con le profonde trasformazioni indotte da una rivoluzione tecnico-scientifica che cambiava il modo di produrre, di lavorare, di vivere. E quindi, insieme alla conformazione della classe operaia, l’intera dislocazione delle forze in campo, sia sul fronte del lavoro sia sul fronte del capitale.

 

Se questo aspetto strutturale è stato molto sottovalutato a sinistra e nello stesso Pci, per il segretario comunista assumeva invece un significato fondante. Giacché, di fronte alle contraddizioni emergenti nel modo di produzione capitalistico nel secolo passato, che oggi si presentano in forme ulteriormente aggravate, non bastava secondo il suo giudizio «introdurre qualche correzione marginale nell’assetto sociale esistente», ma occorreva favorire «con il lavoro e con la lotta la processuale fuoriuscita della società dall’assetto capitalistico» - sono sue parole - sempre più segnato da «masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati», e dunque non solo da una crisi economica ma da veri e propri «fenomeni di barbarie».
Un processo di fuoriuscita dall’assetto capitalistico, precisava Berlinguer, «che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista», secondo i principi di libertà e di uguaglianza, di giustizia sociale e di solidarietà in essa contenuti. Dove è evidente il nesso organico che si instaura tra sviluppo della democrazia e costruzione di un «nuovo socialismo», non più separati da muri e muraglie.

 

Quando osserva che lo «schema, messo in giro non a caso da certi nostri avversari, secondo il quale il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto, è una delle più grandi castronerie che siano state dette», il segretario del Pci, contro ogni stagnazione dogmatica del pensiero e in sintonia con Marx (il quale resta il critico più acuto del capitale ma non si reputava un marxista “ortodosso”), doveva avere ben presente quel passo cruciale del Manifesto del partito comunista dove si afferma che «la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Per cui «l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti» (K. Marx, F. Engels, Manifesto del partitocomunista, Editori Riuniti, 1983, 57).

 

In effetti, la rivoluzione elettronica, cambiando la nozione stessa di tempo e di spazio, ha consentito di andare ben oltre  il fordismo e il taylorismo, propulsori della produzione standardizzata di massa da parte di una classe operaia fortemente concentrata. Con ciò rendendo possibili - sul versante del lavoro - l’organizzazione della produzione dei beni materiali e immateriali nonché la fornitura di servizi da e in qualsiasi punto del pianeta, e d’altra parte - sul versante del capitale - la movimentazione istantanea di enormi quantità monetarie, in un flusso incessante di denaro che figlia denaro senza la mediazione del processo produttivo. Di conseguenza cambiando anche la natura dell’impresa, da luogo deputato alla creazione di beni di consumo a instabile entità immateriale, dedita alla valorizzazione del capitale monetario a beneficio dell’azionista. Essendo stati esclusi i lavoratori subordinati e i produttori diretti da qualsiasi controllo sulla rivoluzione elettronica, la globalizzazione capitalistica si è risolta nella doppia versione di finanziarizzazione universale del capitale e di gigantesca subordinazione del lavoro al capitale.
Si può obiettivamente sostenere che Enrico Berlinguer è stato forse l’unico dirigente di primo piano del Pci e della sinistra europea a comprendere il senso e la portata della nuova fase che si apriva, e quindi ad affermare la necessità di un profondo rinnovamento del pensiero e della pratica politica per un partito che intendesse lottare per contrastare le tendenze in atto e cambiare la società. Non per caso aveva proposto al congresso della Federazione giovanile comunista un convegno di
«futurologia», poi non realizzato anche in conseguenza della sua morte, volendo segnalare con quel termine, precisava, «che oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria ‘crisi del mondo’ (…). L’allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l’elettronica, ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l’aria che respiriamo, l’atmosfera e la troposfera della Terra». Per non parlare dei pericoli di un conflitto nucleare, in conseguenza delle tensioni crescenti. «Viviamo - sosteneva - in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo sia per le possibilità che per i rischi» .

 

Nell’intervista all’Unità del 18 dicembre 1983, che consiglio vivamente di leggere e meditare, interrogato in particolare sulla «rivoluzione elettronica» allora appena agli
inizi, Berlinguer muove dal famoso romanzo di Orwell 1984 per sottolineare che, rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo. Tutto dipende, sottolinea il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

 

Perciò, chiarisce, «bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. (…). Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, a controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze fondamentali dei lavoratori e dei cittadini».
In merito alla questione cruciale, riguardante le forze motrici potenzialmente interessate al superamento del meccanismo di sfruttamento capitalistico, Berlinguer considera «un dato ineluttabile la diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale».

 

Tuttavia, trarre da qui la conclusione che «la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione», sarebbe un errore. Non solo perché persistono vecchie forme di sfruttamento, ma perché occorre «individuare e
conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. (…). E poi ci sono le donne, i giovani», che sempre più saranno coinvolti nella precarietà, la nuova forma dello sfruttamento del lavoro tipica del capitalismo del nuovo secolo.

 

In altri termini, ci dice Berlinguer, la platea dei soggetti sociali potenzialmente coinvolti nel processo di sfruttamento capitalistico non si restringe. Si allarga, mentre il capitale invade i più diversi campi delle attività umane e della vita, e con ciò si approfondisce una contraddizione di fondo sulla quale agire per aprire la strada a una civiltà più avanzata, coinvolgendo il più ampio schieramento di forze sociali e politiche: quella tra chi vende la propria forza-lavoro fisica e intellettuale in cambio dei mezzi per vivere e chi la compara per ottenere un profitto. Nella sua visione era infatti ben chiaro, come dichiara nell’intervista del 1983, che - cito - «il carattere sociale della produzione (e anche dell’informazione come fattore della produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione
economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica».

 

Anzi, non si può negare che sia stato clamorosamente confermato, proprio perché alla gigantesca socializzazione planetaria della produzione e circolazione dei beni materiali e immateriali non corrisponde con tutta evidenza la socializzazione dei mezzi con cui si producono. Al contrario, la loro proprietà si è massimamente concentrata nelle mani di pochi proprietari universali accrescendo le disuguaglianze al limite dell’insostenibilità, come dimostrano tutti i dati e in particolare la recente corposa ricerca di Thomas Piketty diventata ben presto un best seller con il titolo "Il capitalismo nel XXI secolo".

 

Il contrasto tra la potenzialità delle forze produttive e la ristrettezza dei rapporti proprietari capitalistici è diventata esplosiva. Se dunque, secondo Berlinguer che guarda avanti, la diffusione dei mezzi informatici offre la possibilità, accrescendo enormemente la massa delle informazioni disponibili, «di arrivare a una dimensione onnilaterale dell’uomo» e a una «direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali», questa possibilità viene costantemente distorta e repressa dai poteri dominanti.

 

Berlinguer aveva ragione. Noi oggi viviamo in una fase della storia dalle enormi potenzialità ancora largamente inesplorate. Nella quale la scienza si configura come forza produttiva diretta e motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di produzione sempre più manovrabile e flessibile, e che richiede una classe lavoratrice di livello superiore, appunto dalle capacità onnilaterali. Ma la classe lavoratrice del nostro tempo viene costantemente divisa, frantumata e dispersa dalla precarietà, dalla disoccupazione, dallo sfruttamento intensivo, dalla crescente povertà. La connessione tra lavoro e sapere è immanente all’avanzamento della scienza come forza produttiva diretta, ma questa connessione viene ostacolata e distrutta dal dominio del capitale, che nella forma massimamente concentrata di una proprietà parassitaria si appropria dei frutti del lavoro sociale disgregando la società.

 

Per questo c’è bisogno di un’alternativa di civiltà e di un pensiero critico globale, che si misuri con una visione “allargata” del lavoro se così si può dire, declinato al maschile e al femminile, e valutato nella sua generalità che metta insieme stabili e precari, occupati e disoccupati, privati e pubblici, italiani e stranieri al di sopra di ogni divisione nazionale e religiosa: una visione del lavoro come forza produttiva fondamentale della ricchezza e interscambio permanente con la natura, ma anche come pilastro della democrazia e fattore costitutivo della personalità, che esclude l’annullamento dell’individuo nella classe. In questa visione il lavoro diventa davvero una potente forza di trasformazione, che ha bisogno però di una sua espressione politica al di là della concretezza dei diversi lavori.

 

La tavola dei valori cui fare riferimento per un’operazione di così vasta portata a mio giudizio noi ce l’abbiamo in Italia e dovremmo portarla in Europa: è la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e non più sulla figura del cittadino possidente. Ciò che latita è una coalizione politica dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro tempo con caratteristiche popolari e di massa, in grado di lottare per cambiare lo stato delle cose presente. È il tema ineludibile dell’attualità politica.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

*L’ 11 giugno 1984 si spegneva in modo drammatico la vita di Enrico Berlinguer. Nella ricorrenza di quella data riproponiamo ampi stralci dell’intervento di Paolo Ciofi al convegno di studi «Centralità del lavoro e trasformazione della società nel pensiero di Enrico Berlinguer», promosso da Futura Umanità Associazione per la storia e la memoria del Pci e dal Dipartimento di Economia e Management dell’Università, Brescia 21.10.2014

I virgolettati del testo sono tratti dal volume "Enrico Berlinguer, Un’altra idea del mondo". Antologia a cura di Paolo Ciofi e Guido Liguori, Editori Riuniti university press, 2014

 

 

 

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2 giugno 2020. L'anticomunismo e il declino della Repubblica

Emergenza Covid 19 e Crisi economica. Come se ne esce?

ènatalarepubblica min1. La festa della Repubblica, segnata quest’anno dai lutti e dagli sconvolgimenti del Coronavirus, ci impone una riflessione di fondo poiché la pandemia, nella quale crisi sanitaria e crisi economico-sociale si intrecciano e si condizionano a vicenda, ha portato allo scoperto la natura del capitalismo dominante con effetti disastrosi e imprevedibili. Per l’Italia la prova è ancora durissima. In gioco è il futuro degli italiani, delle donne e degli uomini di questo Paese nella loro individualità, delle classi e dei diversi gruppi sociali, della stessa nazione come Repubblica democratica «una e indivisibile».

 

Come se ne esce? Con il ritorno alla “normalità” di un sistema che non è stato in grado di assicurare la salute e il lavoro, la tenuta complessiva dell’economia accrescendo a dismisura le disuguaglianze tra ricchezza e povertà? Con una “normalizzazione” autoritaria e repressiva? O aprendo la strada a un cambiamento radicale negli assetti economici e socio-politici, in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che trasforma in continuazione il lavoro quindi anche la vita?

 

La stragrande maggioranza degli italiani, nella prima fase della lotta al virus, si è portata all’altezza del compito dando prova di unità, compattezza e solidarietà, responsabilità e partecipazione. Come hanno dimostrato soprattutto, in modo visibile ed esemplare, i medici, gli infermieri, tutto il personale socio-sanitario. Ma anche gli invisibili delle filiere industriali, agroalimentari e logistiche che con il loro lavoro - spesso sottopagato, precario e intermittente - hanno tenuto a galla il Paese. Rendendo chiaro che senza il lavoro non c’è vita.
Al bisogno di unità, solidarietà e partecipazione che nell’emergenza della pandemia consolidasse il patto democratico tra gli italiani – unificando i territori e unendo tutti gli sfruttati compresi gli immigrati, e le donne, i giovani, gli anziani - non ha corrisposto, nella sua disorganica frammentazione, il sistema politico-istituzionale. Apparso distante e inefficace, logorato da contrapposte spinte corporative e personali, privo di una visione di cambiamento e della cultura progettuale della Costituzione. Nella sostanza subalterno agli interessi economici dominanti.

 

A ciò si aggiungano le campagne di discriminazione ed esclusione, facilmente debordanti nell’odio razziale e religioso, promosse soprattutto dalla destra estrema e dalla Lega di Salvini. Che ancora prima della pandemia, trasportando armi e bagagli nelle trincee del sovranismo nazionalista con l’obiettivo di raccogliere consensi, aveva bisogno di individuare e mettere sotto accusa un nemico per giustificare il disagio, la precarietà e la disoccupazione prodotte dalle insanabili contraddizioni del sistema.

 

l risultato, mettendo insieme al liberismo e al privatismo universali un individualismo esasperato, tutti rivolti alla conquista del profitto privato e dell’arricchimento personale, si è risolto in un equilibrio istituzionale che di fatto capovolge quello della Costituzione. Viene infatti istituzionalizzata la preminenza dominante del ricco proprietario, al quale perdipiù debbono essere ridotte le tasse perché possa (compassionevolmente) assistere il povero. Come vuole la cosiddetta tassa piatta, in modo da favorire la grande proprietà privata. Che secondo Salvini, fermo allo Statuto albertino, è «sacra e inviolabile»¹.

 

 

2. Tutto è cominciato con l’anticomunismo. La foglia di fico usata da Berlusconi per coprire le pudenda, prendere il potere e incrementare il patrimonio. Ancora nel 2006, in un comizio a Napoli il 26 marzo, il Cavaliere affermava testualmente: «Ho sempre detto che i comunisti mangiavano i bambini. Ma i cinesi di Mao facevano di peggio: li bollivano per concimare i campi»². Una dichiarazione incredibile, apparentemente insensata e controproducente, che tuttavia, sostenuta da un potente apparato comunicativo, aveva lo scopo di diffondere il terrore e l’odio per i comunisti tra gli elettori spoliticizzati e declassati al livello di tifosi del Milan.

 

D’altra parte, cosa c’è di più nobile, se non la condanna irrevocabile di quei criminali senz’anima e senza dio, che compiono il più orribile dei delitti, impensabile per ogni essere umano? E infatti, nella fase di generale smarrimento che in Italia seguì al crollo dell’Urss e a Tangentopoli, Berlusconi scese in campo con uno scopo alto e nobile, spinto dal «dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti»³. All’epoca a lui non era noto che costoro usavano i bambini come concime, sapeva solo che li mangiavano. Ed era bene non correre rischi anche in Italia, il Paese dove Occhetto aveva già provveduto a sciogliere il più forte e influente partito comunista dell’Occidente.

 

Il berlusconismo è stato in realtà un fenomeno complesso, prima sottovalutato e ancora oggi, quando il Cavaliere è ridotto al lumicino, non adeguatamente studiato e compreso. Resta il fatto che l’avvento di Berlusconi alla guida dell’Italia, sulla base di un anticomunismo apertamente professato e capillarmente diffuso, segna una svolta profonda e anticipatrice nel mondo occidentale. Per la prima volta il capitale, nella persona di un piccolo borghese che cresce in maniera poco chiara tra l’edilizia e la speculazione finanziaria fino a spezzare il monopolio pubblico della televisione, prende direttamente il potere politico senza alcuna mediazione, legittimando a questo scopo il partito neofascista. Si configura così un cambio di regime.

 

Superando in un solo colpo la separazione dei poteri con la concentrazione del potere politico, economico e culturale-comunicativo nella sua persona, e dando luogo di conseguenza a un permanente conflitto di interessi, il Cavaliere di Arcore non si propone una semplice alternativa di governo, bensì il cambiamento dello Stato. Con il duplice obiettivo di rovesciare la Costituzione e di assicurare la libertà totalitaria del capitale, secondo lui «un diritto spirituale e civile». Obiettivo esplicitamente dichiarato nel 2001 all’assemblea della Confindustria, quando afferma che «sull’economia la Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell’ideologia sovietica»⁴.

 

La cultura d’impresa viene elevata a cultura di governo. È una novità rilevante. Ma questa novità, che avviene con la copertura e la propaganda della democrazia liberale, sostenuta da una forte e permanente campagna anticomunista, non ha portato in Italia alla formazione di una classe dirigente capitalista di livello internazionale, stabile e con un’effettiva capacità egemonica. A conti fatti, il berlusconismo ha fallito come classe dirigente. Allo stesso modo della sinistra, incapace di costruire un’alternativa fondata sulle conquiste storiche del movimento operaio e del lavoratori, di cui il Pci è stato un pilastro decisivo. Le classi subalterne, senza rappresentanza e senza organizzazione, sono fuori gioco, e il sistema politico-istituzionale è diventato un campo di battaglia a disposizione dei politicanti e dei demagoghi di turno (con qualche rara eccezione), mentre si va riorganizzando il potere del capitale intorno alla Confindustria.

 

A differenza dell’anticomunismo della Dc e di Craxi, l’anticomunismo di Berlusconi ha una sua rilevante specificità, quella di avere coinvolto l’intero sistema politico-istituzionale, ormai monoclasse. Un salto di qualità che ha lasciato il segno, al punto che oggi l’anticomunismo è diventato di fatto un fattore costitutivo della democrazia rappresentativa. Non solo perché coloro che si dichiarano comunisti, a cominciare da Rifondazione comunista, sono fuori del Parlamento, divisi in raggruppamenti senza un peso reale nella società, e la cultura dominante è per la maggior parte anticomunista. Ma anche perché, insieme alla libera e autonoma organizzazione politica delle classi lavoratrici che i comunisti italiani rappresentavano, è stata cancellata e messa all’indice senza colpo ferire anche la storia e la memoria del Pci.

 

Gli ex comunisti, o non lo sono mai stati come ha detto di sé Veltroni, o si sono vergognati di una simile scelta. Un pesante testa-coda del pensiero, del comportamento personale e politico, di cui ancora non sono state pienamente valutate le conseguenze negative. E tuttavia, in una fase di drammatiche difficoltà come quella che stiamo attraversando si avverte acuta l’esigenza di tornare ai momenti alti e decisivi della nostra storia di italiani per ritrovare il coraggio nella lotta, l’unità di intenti e la partecipazione popolare di massa, la capacità di costruire il futuro nella democrazia non lasciando indietro nessuno. Allora, se stiamo ai fatti e ci atteniamo alla verità storica, in quei passaggi alti e decisivi troviamo in prima linea il Pci. Il Partito comunista italiano, che ha pagato la sua lunga lotta con la vita di molti militanti e dirigenti, con quella di Antonio Gramsci e con il tentato omicidio di Palmiro Togliatti.

 

 

3. I comunisti italiani hanno combattuto tenacemente contro la dittatura fascista: dei 4.671 antifascisti condannati dal Tribunale speciale, 4.040 erano comunisti per un totale di 23.000 anni di carcere. I comunisti italiani sono stati alla testa della Resistenza e della guerra partigiana di liberazione nazionale. Con Luigi Longo a capo del Corpo volontari della libertà («il Garibaldi del novecento» secondo Berlinguer), e con oltre 200 mila partigiani combattenti organizzati nei Gap (Gruppi di azione patriottica), nelle Sap (Squadre di azione patriottica) e in 575 Brigate d’assalto Garibaldi⁵.

 

I comunisti italiani, con Togliatti in prima persona, hanno dato un contributo decisivo alla elaborazione e alla scrittura della Costituzione antifascista, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e hanno sempre lottato per la sua attuazione. A cominciare dal fondamentale articolo 3, secondo cui - ricordiamolo in questi tempi bui - «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

In poche parole, i comunisti italiani sono stati i più tenaci combattenti per la libertà e l’uguaglianza e i più coerenti costruttori della democrazia in questo Paese. È stato detto e si dice il contrario, ma questa è la realtà. E anche la prova inequivoca che l’anticomunismo non è altro che il mezzo per coprire scelte di destra, conservatrici e reazionarie. E infatti in questi anni, sotto la bandiera dell’anticomunismo lasciato liberamente prosperare senza un effettivo contrasto, lo Stato sociale è stato messo in ginocchio e le privatizzazioni hanno trionfato, il lavoro è tornato ad essere merce che si svende al mercato, la democrazia logorata e la Costituzione messa in discussione e largamente svuotata. Il risultato è sotto i nostri occhi: la crisi dell’Italia e il suo degrado.

 

Una condizione preoccupante segnata da un paradosso storico-politico, perché è molto difficile che il Paese possa costruire il suo rinascimento cancellando una componente fondamentale della sua storia e della sua coscienza nazionale che ha portato alla liberazione dal fascismo e alla formazione della Repubblica democratica. Il bel libro Noi, partigiani a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi è una testimonianza significativa di quella straordinaria stagione⁶. Ma lo tsunami della pandemia si è abbattuto su un’Italia ormai preda del degrado e della crisi.

 

Nello stato presente delle cose c’è quindi bisogno di un cambiamento radicale, vale a dire di una società diversa, di una nuova Italia. Non il ritorno al passato, ma la costruzione di una civiltà più avanzata che insieme al lavoro e alla salute tuteli l’ambiente e rilanci il Mezzogiorno, promuova la ricerca scientifica, finalizzi le tecnologie digitali alla riduzione degli orari e alla massima occupazione, assicuri a tutte e tutti gratuitamente un livello adeguato di istruzione e di cultura, sburocratizzi e qualifichi i pubblici apparti, ridefinisca il ruolo dello Stato programmatore e imprenditore, abbatta significativamente le disuguaglianze sociali, di classe, di genere e generazionali. A cominciare da quella fiscale, contrastando l’evasione e i paradisi fiscali, e stabilendo una reale progressività su redditi e patrimoni.

 

Se ci si domanda da dove cominciare per costruire la nuova Italia, la risposta è netta, ed è la stessa che ha dato Maurizio Landini: dalla Costituzione . Nelle condizioni dell’Italia di oggi lottare per l’attuazione della Costituzione antifascista, dei principi e dei diritti costituzionali, significa abbattere il muro dell’anticomunismo e aprire una stagione di avanzamento democratico, sociale e civile per tutti gli italiani e le italiane. Ponendo al centro dell’economia, della società e della politica non l’astrazione impersonale e distruttiva del profitto, ma la concretezza liberatoria del lavoro nella sua declinazione personale e classe. Non la cultura dell’individualismo proprietario e rapace, ma quella della pace e della solidarietà sociale. Una luce che può illuminare l’intera Europa.

 


Note

1. V. Paolo Ciofi, La proprietà di Salvini e quella della Costituzione, www.paolociofi.it, 6 settembre 2018;
2. Bianca Di Giovanni, Quando Berlusconi disse: i cinesi di Mao bollivano i bambini, www.huffingtonpost.it, 13 marzo 2019;
3. Silvio Berlusconi, L’Italia è il paese che amo. La discesa in campo di Berlusconi, www.repubblica.it, 22 gennaio 2004;
4. Il sole 24ore, 18 marzo 2001;
5. V. Alexander Höbel, Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto, https://futuraumanita.com, 25 aprile 2015 e anche l’articolo redazionale Il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella guerra partigiana in Teoria e Prassi, n.18 novembre 2007;
6. V. Noi, partigiani. Memoriale della Resistenza italiana a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi. Prefazione di Carla Nespolo, Feltrinelli, Milano 2020.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
28 maggio 2020, Roma

 

 

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Ciofi: un giornale locale, battagliero, aperto...Una mosca rara

Paolo Ciofi, Economista e saggista, nel PCI fino al suo scioglimento, è oggi presidente di Futura Umanità (Associazione per la storia e la memoria del Pci).

20anni1e3it minCaro Ignazio,
i tuoi 20 anni spesi con coraggio, tenacia e costante dedizione per UNOeTRE in questo tempo burrascoso, ricco di incognite e di grandi cambiamenti, non sono stati una spesa ma un felice investimento. Complimenti per un impegno tutt’altro che facile, e molti sentiti auguri di buon proseguimento. Al giornale, a te, alle tue collaboratrici e ai tuoi collaboratori.

Non solo siete riusciti a mantenere viva un’ispirazione di fondo chiaramente enunciata: stare dalla parte delle lavoratrici e di lavoratori non inpaolo ciofi 350 260 min astratto, ma nella concretezza delle loro rivendicazioni e della loro vita; assumere la Costituzione, a cominciare dagli articoli 1 e 3 richiamati dalla vostra testata, come progetto di nuova civiltà, estremamente attuale seppure inattuato, che nella tutela della natura sia volto a conseguire la pace, la libertà, l’uguaglianza sostanziale tra gli esseri umani; assicurare un’informazione libera e veritiera su pagine aperte a chiunque voglia intervenire.

Avete fatto un giornale locale, ma non localistico; battagliero, ma non becero e sguaiato; aperto, ma non qualunquista e falsamente nuovista. Una mosca rara. E perciò complimenti e auguri rafforzati, con un semplice consiglio. Continuate a usare le nuove tecnologie per accrescere la partecipazione e la cultura. Per lavorare insieme. Per unire, non per dividere e separarvi da chi ne è escluso.

Un abbraccio, Paolo Ciofi

 

 

 

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Pubblicato in MessaggiVentennale

2 giugno 2020. L'anticomunismo e il declino della Repubblica

Emergenza Covid 19 e Crisi economica. Come se ne esce?

ènatalarepubblica min1. La festa della Repubblica, segnata quest’anno dai lutti e dagli sconvolgimenti del Coronavirus, ci impone una riflessione di fondo poiché la pandemia, nella quale crisi sanitaria e crisi economico-sociale si intrecciano e si condizionano a vicenda, ha portato allo scoperto la natura del capitalismo dominante con effetti disastrosi e imprevedibili. Per l’Italia la prova è ancora durissima. In gioco è il futuro degli italiani, delle donne e degli uomini di questo Paese nella loro individualità, delle classi e dei diversi gruppi sociali, della stessa nazione come Repubblica democratica «una e indivisibile».

 

Come se ne esce? Con il ritorno alla “normalità” di un sistema che non è stato in grado di assicurare la salute e il lavoro, la tenuta complessiva dell’economia accrescendo a dismisura le disuguaglianze tra ricchezza e povertà? Con una “normalizzazione” autoritaria e repressiva? O aprendo la strada a un cambiamento radicale negli assetti economici e socio-politici, in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che trasforma in continuazione il lavoro quindi anche la vita?

 

La stragrande maggioranza degli italiani, nella prima fase della lotta al virus, si è portata all’altezza del compito dando prova di unità, compattezza e solidarietà, responsabilità e partecipazione. Come hanno dimostrato soprattutto, in modo visibile ed esemplare, i medici, gli infermieri, tutto il personale socio-sanitario. Ma anche gli invisibili delle filiere industriali, agroalimentari e logistiche che con il loro lavoro - spesso sottopagato, precario e intermittente - hanno tenuto a galla il Paese. Rendendo chiaro che senza il lavoro non c’è vita.
Al bisogno di unità, solidarietà e partecipazione che nell’emergenza della pandemia consolidasse il patto democratico tra gli italiani – unificando i territori e unendo tutti gli sfruttati compresi gli immigrati, e le donne, i giovani, gli anziani - non ha corrisposto, nella sua disorganica frammentazione, il sistema politico-istituzionale. Apparso distante e inefficace, logorato da contrapposte spinte corporative e personali, privo di una visione di cambiamento e della cultura progettuale della Costituzione. Nella sostanza subalterno agli interessi economici dominanti.

 

A ciò si aggiungano le campagne di discriminazione ed esclusione, facilmente debordanti nell’odio razziale e religioso, promosse soprattutto dalla destra estrema e dalla Lega di Salvini. Che ancora prima della pandemia, trasportando armi e bagagli nelle trincee del sovranismo nazionalista con l’obiettivo di raccogliere consensi, aveva bisogno di individuare e mettere sotto accusa un nemico per giustificare il disagio, la precarietà e la disoccupazione prodotte dalle insanabili contraddizioni del sistema.

 

l risultato, mettendo insieme al liberismo e al privatismo universali un individualismo esasperato, tutti rivolti alla conquista del profitto privato e dell’arricchimento personale, si è risolto in un equilibrio istituzionale che di fatto capovolge quello della Costituzione. Viene infatti istituzionalizzata la preminenza dominante del ricco proprietario, al quale perdipiù debbono essere ridotte le tasse perché possa (compassionevolmente) assistere il povero. Come vuole la cosiddetta tassa piatta, in modo da favorire la grande proprietà privata. Che secondo Salvini, fermo allo Statuto albertino, è «sacra e inviolabile»¹.

 

 

2. Tutto è cominciato con l’anticomunismo. La foglia di fico usata da Berlusconi per coprire le pudenda, prendere il potere e incrementare il patrimonio. Ancora nel 2006, in un comizio a Napoli il 26 marzo, il Cavaliere affermava testualmente: «Ho sempre detto che i comunisti mangiavano i bambini. Ma i cinesi di Mao facevano di peggio: li bollivano per concimare i campi»². Una dichiarazione incredibile, apparentemente insensata e controproducente, che tuttavia, sostenuta da un potente apparato comunicativo, aveva lo scopo di diffondere il terrore e l’odio per i comunisti tra gli elettori spoliticizzati e declassati al livello di tifosi del Milan.

 

D’altra parte, cosa c’è di più nobile, se non la condanna irrevocabile di quei criminali senz’anima e senza dio, che compiono il più orribile dei delitti, impensabile per ogni essere umano? E infatti, nella fase di generale smarrimento che in Italia seguì al crollo dell’Urss e a Tangentopoli, Berlusconi scese in campo con uno scopo alto e nobile, spinto dal «dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti»³. All’epoca a lui non era noto che costoro usavano i bambini come concime, sapeva solo che li mangiavano. Ed era bene non correre rischi anche in Italia, il Paese dove Occhetto aveva già provveduto a sciogliere il più forte e influente partito comunista dell’Occidente.

 

Il berlusconismo è stato in realtà un fenomeno complesso, prima sottovalutato e ancora oggi, quando il Cavaliere è ridotto al lumicino, non adeguatamente studiato e compreso. Resta il fatto che l’avvento di Berlusconi alla guida dell’Italia, sulla base di un anticomunismo apertamente professato e capillarmente diffuso, segna una svolta profonda e anticipatrice nel mondo occidentale. Per la prima volta il capitale, nella persona di un piccolo borghese che cresce in maniera poco chiara tra l’edilizia e la speculazione finanziaria fino a spezzare il monopolio pubblico della televisione, prende direttamente il potere politico senza alcuna mediazione, legittimando a questo scopo il partito neofascista. Si configura così un cambio di regime.

 

Superando in un solo colpo la separazione dei poteri con la concentrazione del potere politico, economico e culturale-comunicativo nella sua persona, e dando luogo di conseguenza a un permanente conflitto di interessi, il Cavaliere di Arcore non si propone una semplice alternativa di governo, bensì il cambiamento dello Stato. Con il duplice obiettivo di rovesciare la Costituzione e di assicurare la libertà totalitaria del capitale, secondo lui «un diritto spirituale e civile». Obiettivo esplicitamente dichiarato nel 2001 all’assemblea della Confindustria, quando afferma che «sull’economia la Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell’ideologia sovietica»⁴.

 

La cultura d’impresa viene elevata a cultura di governo. È una novità rilevante. Ma questa novità, che avviene con la copertura e la propaganda della democrazia liberale, sostenuta da una forte e permanente campagna anticomunista, non ha portato in Italia alla formazione di una classe dirigente capitalista di livello internazionale, stabile e con un’effettiva capacità egemonica. A conti fatti, il berlusconismo ha fallito come classe dirigente. Allo stesso modo della sinistra, incapace di costruire un’alternativa fondata sulle conquiste storiche del movimento operaio e del lavoratori, di cui il Pci è stato un pilastro decisivo. Le classi subalterne, senza rappresentanza e senza organizzazione, sono fuori gioco, e il sistema politico-istituzionale è diventato un campo di battaglia a disposizione dei politicanti e dei demagoghi di turno (con qualche rara eccezione), mentre si va riorganizzando il potere del capitale intorno alla Confindustria.

 

A differenza dell’anticomunismo della Dc e di Craxi, l’anticomunismo di Berlusconi ha una sua rilevante specificità, quella di avere coinvolto l’intero sistema politico-istituzionale, ormai monoclasse. Un salto di qualità che ha lasciato il segno, al punto che oggi l’anticomunismo è diventato di fatto un fattore costitutivo della democrazia rappresentativa. Non solo perché coloro che si dichiarano comunisti, a cominciare da Rifondazione comunista, sono fuori del Parlamento, divisi in raggruppamenti senza un peso reale nella società, e la cultura dominante è per la maggior parte anticomunista. Ma anche perché, insieme alla libera e autonoma organizzazione politica delle classi lavoratrici che i comunisti italiani rappresentavano, è stata cancellata e messa all’indice senza colpo ferire anche la storia e la memoria del Pci.

 

Gli ex comunisti, o non lo sono mai stati come ha detto di sé Veltroni, o si sono vergognati di una simile scelta. Un pesante testa-coda del pensiero, del comportamento personale e politico, di cui ancora non sono state pienamente valutate le conseguenze negative. E tuttavia, in una fase di drammatiche difficoltà come quella che stiamo attraversando si avverte acuta l’esigenza di tornare ai momenti alti e decisivi della nostra storia di italiani per ritrovare il coraggio nella lotta, l’unità di intenti e la partecipazione popolare di massa, la capacità di costruire il futuro nella democrazia non lasciando indietro nessuno. Allora, se stiamo ai fatti e ci atteniamo alla verità storica, in quei passaggi alti e decisivi troviamo in prima linea il Pci. Il Partito comunista italiano, che ha pagato la sua lunga lotta con la vita di molti militanti e dirigenti, con quella di Antonio Gramsci e con il tentato omicidio di Palmiro Togliatti.

 

 

3. I comunisti italiani hanno combattuto tenacemente contro la dittatura fascista: dei 4.671 antifascisti condannati dal Tribunale speciale, 4.040 erano comunisti per un totale di 23.000 anni di carcere. I comunisti italiani sono stati alla testa della Resistenza e della guerra partigiana di liberazione nazionale. Con Luigi Longo a capo del Corpo volontari della libertà («il Garibaldi del novecento» secondo Berlinguer), e con oltre 200 mila partigiani combattenti organizzati nei Gap (Gruppi di azione patriottica), nelle Sap (Squadre di azione patriottica) e in 575 Brigate d’assalto Garibaldi⁵.

 

I comunisti italiani, con Togliatti in prima persona, hanno dato un contributo decisivo alla elaborazione e alla scrittura della Costituzione antifascista, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e hanno sempre lottato per la sua attuazione. A cominciare dal fondamentale articolo 3, secondo cui - ricordiamolo in questi tempi bui - «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

In poche parole, i comunisti italiani sono stati i più tenaci combattenti per la libertà e l’uguaglianza e i più coerenti costruttori della democrazia in questo Paese. È stato detto e si dice il contrario, ma questa è la realtà. E anche la prova inequivoca che l’anticomunismo non è altro che il mezzo per coprire scelte di destra, conservatrici e reazionarie. E infatti in questi anni, sotto la bandiera dell’anticomunismo lasciato liberamente prosperare senza un effettivo contrasto, lo Stato sociale è stato messo in ginocchio e le privatizzazioni hanno trionfato, il lavoro è tornato ad essere merce che si svende al mercato, la democrazia logorata e la Costituzione messa in discussione e largamente svuotata. Il risultato è sotto i nostri occhi: la crisi dell’Italia e il suo degrado.

 

Una condizione preoccupante segnata da un paradosso storico-politico, perché è molto difficile che il Paese possa costruire il suo rinascimento cancellando una componente fondamentale della sua storia e della sua coscienza nazionale che ha portato alla liberazione dal fascismo e alla formazione della Repubblica democratica. Il bel libro Noi, partigiani a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi è una testimonianza significativa di quella straordinaria stagione⁶. Ma lo tsunami della pandemia si è abbattuto su un’Italia ormai preda del degrado e della crisi.

 

Nello stato presente delle cose c’è quindi bisogno di un cambiamento radicale, vale a dire di una società diversa, di una nuova Italia. Non il ritorno al passato, ma la costruzione di una civiltà più avanzata che insieme al lavoro e alla salute tuteli l’ambiente e rilanci il Mezzogiorno, promuova la ricerca scientifica, finalizzi le tecnologie digitali alla riduzione degli orari e alla massima occupazione, assicuri a tutte e tutti gratuitamente un livello adeguato di istruzione e di cultura, sburocratizzi e qualifichi i pubblici apparti, ridefinisca il ruolo dello Stato programmatore e imprenditore, abbatta significativamente le disuguaglianze sociali, di classe, di genere e generazionali. A cominciare da quella fiscale, contrastando l’evasione e i paradisi fiscali, e stabilendo una reale progressività su redditi e patrimoni.

 

Se ci si domanda da dove cominciare per costruire la nuova Italia, la risposta è netta, ed è la stessa che ha dato Maurizio Landini: dalla Costituzione . Nelle condizioni dell’Italia di oggi lottare per l’attuazione della Costituzione antifascista, dei principi e dei diritti costituzionali, significa abbattere il muro dell’anticomunismo e aprire una stagione di avanzamento democratico, sociale e civile per tutti gli italiani e le italiane. Ponendo al centro dell’economia, della società e della politica non l’astrazione impersonale e distruttiva del profitto, ma la concretezza liberatoria del lavoro nella sua declinazione personale e classe. Non la cultura dell’individualismo proprietario e rapace, ma quella della pace e della solidarietà sociale. Una luce che può illuminare l’intera Europa.

 


Note

1. V. Paolo Ciofi, La proprietà di Salvini e quella della Costituzione, www.paolociofi.it, 6 settembre 2018;
2. Bianca Di Giovanni, Quando Berlusconi disse: i cinesi di Mao bollivano i bambini, www.huffingtonpost.it, 13 marzo 2019;
3. Silvio Berlusconi, L’Italia è il paese che amo. La discesa in campo di Berlusconi, www.repubblica.it, 22 gennaio 2004;
4. Il sole 24ore, 18 marzo 2001;
5. V. Alexander Höbel, Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto, https://futuraumanita.com, 25 aprile 2015 e anche l’articolo redazionale Il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella guerra partigiana in Teoria e Prassi, n.18 novembre 2007;
6. V. Noi, partigiani. Memoriale della Resistenza italiana a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi. Prefazione di Carla Nespolo, Feltrinelli, Milano 2020.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
28 maggio 2020, Roma

 

 

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Viva Il Primo Maggio

Primo Maggio 2020

1 maggio 400 minMai come in quest’anno devastato dal Coronavirus è emersa la centralità del lavoro. Sia nella salvaguardia e nella riproduzione della nostra vita, sia nell’imprescindibile - e rispettoso - rapporto con la natura che ci circonda. A maggior ragione, perciò, non possiamo non rendere onore a tutte e a tutti coloro che lavorano, e che nell’emergenza debbono essere messi in condizioni di sicurezza, con la garanzia dell’occupazione e di retribuzioni adeguate.

 

I medici e il personale sanitario prima di tutto, ma anche i lavoratori delle campagne e delle città, i braccianti, gli operai e i tecnici nelle fabbriche, gli operatori della logistica e della distribuzione, gli impiegati negli uffici privati e pubblici, nelle scuole, in ogni luogo di lavoro, di studio e di ricerca. Come pure tutti coloro i quali lavorando nell’isolamento a distanza non mancano di cooperare a risollevare il Paese.

 

È una urgenza tanto più incalzante dal momento che la classe lavoratrice, tutte le persone che per vivere devono lavorare, sono state divise, rese precarie, private del lavoro stabile e di diritti fondamentali con l’effetto di indebolire il Paese. Esponendolo a una drammatica emergenza sanitaria che si accompagna a disuguaglianze insostenibili sul piano sociale e democratico.

 

È emblematico del degrado in cui versano il Paese e la sua politica il fatto che ripetuti richiami alla Costituzione vengano in questi giorni da chi ha combattuto per rovesciarla o per renderla innocua. Dalla destra di Berlusconi, Salvini e Meloni anzitutto, nata contro la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica, e sempre orientata a toglierla di mezzo. Ma anche da Matteo Renzi, che già prima del referendum costituzionale dal quale è uscito sconfitto, le aveva inferto un colpo micidiale liquidando lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

 

Della scoperta strumentalità di tale operazione, e del suo obliquo tatticismo politico, distanti mille miglia dalla condizione umana di chi con il proprio lavoro tiene a galla questo pur generoso Paese, parla a squarcia gola il silenzio sul lavoro. E infatti, negli urlati richiami ai vulnus che alla Carta costituzionale sarebbero stati inferti, del lavoro non si fa menzione come se non fosse il tema cruciale che la Costituzione mette al centro.

 

La presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia ha osservato che «anche nell’emergenza la Costituzione non è sospesa», giacché «nella Costituzione sono indicate le ragioni che possono giustificare limitazioni dei diritti», in particolare «per motivi di sanità e di sicurezza» come indica l’articolo 16. E poiché «i principi costituzionali sono sempre finestre aperte sulla realtà», per la cui attuazione vale «la solidarietà», la loro limitazione può avvenire soltanto secondo criteri di «necessità, proporzionalità, ragionevolezza, bilanciamento e temporaneità».

 

Stiamo parlando, ovviamente, di motivata e temporanea sospensione di principi e diritti costituzionali rispetto alla loro normale e constatata attuazione. Ma allora sorge inevitabile una domanda: chi può sostenere che in materia di lavoro i principi e i diritti costituzionali sono stati attuati? Si può affermare che sono stati rimossi gli ostacoli economici e sociali, che, «limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», come prescrive l’articolo 3? O è vero il contrario, dal momento che quegli ostacoli sono cresciuti, e della partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese non si vede neanche l’ombra?

 

E che dire dell’art. 4, secondo cui «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto»? O, per fare qualche altro esempio, dell’art. 35? («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni»). E degli articoli seguenti, che riguardano il diritto del lavoratore a un salario sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa», e della donna lavoratrice alla stessa retribuzione dell’uomo «a parità di lavoro»? L’elenco sarebbe lungo. Senza dimenticare l’articolo 41, il quale sancisce che «L’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

 

La conclusione da trarre è chiara. La Costituzione antifascista, che a fondamento della democrazia repubblicana pone il lavoro non solo come fattore produttivo della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, nonché della riproduzione umana, e non solo come rapporto permanente e rispettoso della natura, ma anche come fattore costitutivo della personalità, comporta un rivoluzionamento del sistema economico-sociale dominante, che sopporta la «Costituzione più bella del mondo» come un peso di cui liberarsi.

 

Il vero punto di svolta allora è esattamente questo, nel momento in cui il grande capitale si sta riorganizzando per aggiornare il suo comando nella fase della pandemia e del suo possibile superamento. Come dimostrano due significativi cambi della guardia. Quello alla testa della Confindustria con il «concreto» Bonomi seguace di Marchione, e quello alla testa di Repubblica e del gruppo Gepi con Molinari, un altro uomo del gruppo ex Fiat, che punta a un governo molto osservante e volonteroso.

 

La pandemia e l’emergenza che stiamo attraversando mettono in chiaro la necessità di un cambiamento di sistema. Ma perché questo non resti appeso tra le nuvole di un indistinto e confuso avvenire c’è bisogno di un progetto e di una lotta. La nostra storia qualcosa dovrebbe insegnare alle formazioni politiche di sinistra e progressiste, ai sindacati, ai movimenti, al mondo diffuso dell’associazionismo.

 

Il punto più alto conquistato nella lotta degli italiani per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale, vale a dire la nostra Costituzione, è al tempo stesso il punto da cui muovere per cambiare il sistema avanzando verso una nuova civiltà. Nella quale gli sviluppi della scienza e della tecnica, che di continuo modificano il modo di lavorare e di vivere, siano posti al servizio del benessere dell’umanità e dell’intera natura, non dell’arricchimento di pochi.

 

Celebrare il Primo Maggio senza un richiamo forte alla Costituzione, che ci consente con la solidarietà di sconfiggere la pandemia e sul lavoro costruisce il progetto di una più alta civiltà, è un errore che non possiamo permetterci.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
30 aprile 2020, Roma

Pubblicato in Lavoro e Lavoratori

La Confindustria di Bonomi all’assalto del potere

Nessuna visione dell’interesse generale e del benessere comune

assembleaconfindustria 460 minNon è stato un buon inizio quello di Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali di Milano, Monza e Brianza, dimostratasi un fattore non insignificante nell’ eccezionale e tragica diffusione del virus in Lombardia, e ora presidente designato della Confindustria italiana. Congratulazioni e auguri sono piovuti da molte parti, ma i precedenti contano e non sono beneauguranti. Soprattutto perché nelle aggressive parole subito pronunciate dal neo presidente è mancato l’essenziale.

 

Ecco il nostro progetto per tutelare la salute di chi lavora in fabbrica, in modo che la ripresa sia rapida e sicura; ed ecco le scelte degli industriali italiani per dotare il Paese delle mascherine e dei tamponi, indispensabili per sconfiggere il virus. Queste sono le parole che avremmo dovuto sentir dire da chi rappresenta le imprese su cui si regge la base industriale e produttiva del Paese. Invece su questi temi decisivi il silenzio è stato tombale. Forse anche perché è una vera vergogna che il sistema industriale italiano non sia in grado di fornire gli strumenti essenziali per combattere la pandemia.

 

La politica, ha dichiarato il Bonomi, noto esponente della «concretezza lombarda» come il presidente leghista della Regione Fontana, «ci ha esposto a un pregiudizio anti-industriale». Quindi c’è bisogno del massimo impegno per passare all’offensiva e affermare il «potere» della Confindustria, ossia del capitale. Intanto, per aprire tutti e per aprire subito. E poi per prendere direttamente il comando nel governo. Questa, che viene sbandierata come la vera innovazione rispetto alle incertezze di chi governa, in realtà è l’espressione aggiornata della tradizionale e gretta visione corporativa e di classe del capitalismo italiano. Che ha portato il Paese al declino e sull’orlo della catastrofe.

 

Nessuna visione dell’interesse generale e del benessere comune. Solo i dane’ e l’arricchimento personale. Non per caso, dietro il piccolo imprenditore del biomedicale sempre ammanicato col potere che conta, e oggi portato alla presidenza di una Confindustria votata a configurarsi come un vero e proprio partito del capitale, c’è l’artiglieria pesante del capitalismo lombardo. Gente come Gianfelice Rocca, presidente di Techint e dell’Istituto Clinico Humanitas, Marco Tronchetti Provera vicepresidente di Pirelli, Emma Marcegaglia portata alla presidenza dell’Eni da Matteo Renzi, e altri consimili.

 

Si tratta di quel vertice del capitale che tra privatizzazioni e svendite del pubblico, cessioni dei pacchetti azionari alle multinazionali straniere e uso a gogò dei paradisi fiscali, si è arricchito in maniera indecente nell’impoverimento complessivo del Paese. Di fronte alla perdita del 30 per cento del potenziale industriale dell’Italia, già prima dell’irruzione del Coronavirus, di che parliamo se non del fallimento clamoroso di una intera classe dirigente? Di cui Confindustria è stata parte organica e decisiva.

 

Sì, c’è bisogno di una svolta. Ma nel senso contrario a quella propugnata da Bonomi & Company. Cominciando con lo stabilire che la Repubblica, questa Repubblica, insieme alla salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», «tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni». Forse il «concreto» Bonomi non lo sa, ma lo dice la Costituzione. La quale - ne prenda nota -afferma anche che l’iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità della persona».

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

17 aprile 2020, Roma

 

 

 

 

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Pubblicato in Commenti

Il virus e la necessità di un’altra Europa

Cambiare le fondamenta dell’intera costruzione

bce 460 minIl Covid-19 non guarda in faccia nessuno, neanche madame Christine Lagarde. La sacerdotessa della Banca Centrale Europea, custode dell’equilibrio monetario del sistema e fino al 13 marzo attestata sulla linea della non ingerenza nella crisi generata dal virus. Costretta poi a mettere in canna 750 miliardi di euro per fronteggiare un’emergenza «senza precedenti per la salute pubblica» e uno «shock economico estremo» (come lei stessa ha dichiarato), che prima hanno colpito l’Italia e adesso stanno dilagando in tutta Europa.

Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato da www.jobsnews.it il 21 marzo 2020

 

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