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Loredana Ferri

Loredana Ferri

Scrittrice di racconti. Di Ivrea, collabora con UNOeTRE.it dall'anno 2013. Di sè dice:

Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

URL del sito web:

Uno spazio per tutti

di Loredana Ferri narratrice di Storie e di Favole, amante dei quadri d'autore. Da Ivrea

20anni1e3it minUnoetre compie vent’anni! Accipicchia… vent’anni!
Ho provato un misto di stupore e gioia quando l’ho saputo.
Unoetre, il primo giornale on-line della Ciociaria!

All’epoca deve essere stata sicuramente un’idea geniale pensata da Ignazio Mazzoli, creando un giornale virtuale, moderno, interattivo, nato in una città antica come Veroli. È così che dovrebbe andare il Mondo, sempre con uno sguardo oltre il nostro orizzonte e uno, dietro le nostre spalle.

La sua creatura, non sbraita, non scalcia, piuttosto spiega. Racconta il passato e il presente, sollevando garbatamente i problemi del Frusinate e spaziando oltre i suoi confini. I sui pensieri? Sono a sinistra, ma senza calcare la mano. I suoi autori? Raccontano la libertà, conquistata con il lavoro e lottano contro ogni forma di discriminazione sociale, favorendo l’integrazione.

In questo periodo di quarantena per via del Covid-19, forse per paura, rabbia o per altre nostre insicurezze nascoste, ci siamo aggrappati a te scrivendo in questi due mesi, i dubbi, le speranze, di questa nostra Italia malconcia. Tu, anche in quell’occasione ci sei stato.loredanaferri 350 min

Ricordo, sette anni fa, quando ho scritto per la prima volta.
La mia idea, era di scrivere racconti ispirandomi a dei quadri di pittori famosi. A Mazzoli piacque questa idea. Il mio cuore batteva a mille quando il giorno dopo ho visto il racconto pubblicato su UnoeTre. Non potevo crederci! Io, che scrivo mentre cucino e viceversa. Questo è il segreto, la carta vincente di UnoeTre, dare voce e spazio a tutti.

Grazie per darci l’occasione di scrivere su questa piattaforma. Per te saremo sempre dei cuochi, dove ognuno porta i suoi ingredienti per cucinare insieme dei piatti per tutti i palati. Augurandoci, nonostante tutto, di trovare sempre delle ricette nuove.

Buon compleanno… Unoetre!

 

 

 

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Pubblicato in MessaggiVentennale

La sartoria

I rammendi che più sapevano fare erano le chiacchiere

atelier di sartoria Botero 350 260di Loredana Ferri - Attraverso un vetro satinato di una finestra di una piccola sartoria, s’intravedeva l’ombra di un acero illuminato dal sole.
I suoi rami quasi spogli dalle foglie d’orate erano mossi dal vento e bussavano a quel vetro dove, dall’altra parte, in una stanza, c’era seduta Mari'.

A ogni colpo di ramo, la giovane sarta si spaventava sobbalzando dalla sedia pungendosi tutte le volte, un dito.
La poverina lamentandosi e piagnucolando si portava il dito in bocca e diceva: «Accidenti...che dolore!» mentre le sue compagne se la ridevano a denti stretti.
«Ah cara la mia Mari', se solo fossero questi i dolori!» Gli rispose Gina, la titolare della sartoria intenta a tagliare una spessa stoffa gialla.
«Eh... si!» affermò sospirando Rosalinda, seduta davanti alla macchina per cucire.
Solo Dora, la nuova apprendista restava in silenzio.
A lei era stato affidato l’incarico di tenere la sartoria pulita: scopare i fili, lavare per terra e riordinare gli scaffali.
Le sarte, nel tepore di quell’atelier mentre i loro aghi ondeggiavano tra le trame delle stoffe, le loro lingue ordivano sempre gli stessi discorsi: il tempo, i figli e i mariti.
Preferivano però, tessere le chiacchiere che si sentivano nel quartiere. Quelli erano i rammendi che più sapevano fare!
Ad ascoltare le loro storie c’era un gatto rosso che arrivava puntuale tutti i pomeriggi alla stessa ora. Il felino, dall’ignota provenienza, si andava a sdraiare comodamente su un tappeto ai piedi delle sarte.

Arrivò novembre e l’acero perse tutte le sue foglie. Dal vetro della sartoria s’intravedevano solo i rami che sembravano delle lunghe dita nodose di una mano gigantesca.atelier di sartoria Botero
Gina, come tutti i lunedì mattina si accingeva ad aprire la serranda della sua sartoria.
Da un paio di settimane sembrò che quel vento si fosse portato via oltre le foglie anche i clienti.
I loro aghi di colpo non ondeggiavano più come prima e così, le chiacchiere inutili che tanto amavano fare.
Anche il gatto sembrava annoiato e un pomeriggio approfittando che la porta della sartoria era aperta sgattaiolò via attirato dai cinguettii di un passerotto sul marciapiede.
Nel pomeriggio il sole si velò e iniziò a calare tra le case del paese una nebbia azzurrina.
Le sarte rimasero incantate da quel momento magico e si portarono davanti alla vetrina.
In quel frangente passò un uomo.
«Avete visto quell’uomo alto, magro e triste che zoppicava un tantino da una gamba?» disse Gina con una faccia di quelle che hanno visto passare da poco un fantasma!
«Si... forse... non ne siamo sicure!» risposero prontamente le sue dipendenti.

Un destino segnato

«Credevo... fosse morto! Mio padre, pace all’anima sua, mi raccontava che quell’uomo da giovane scivolò proprio davanti alla nostra sartoria per via, forse... di un gatto che gli passò tra le gambe. Le sue ossa si fratturarono in vari punti e la guarigione fu molto, molto... lenta e dolorosa.
Potrei dire che nessun uomo ha provato nella sua vita tante sofferenze come lui.
Un giorno fece uno starnuto tanto forte che il suo corpo s’irrigidì. Per mesi fu costretto a letto senza poter muovere un muscolo.
Sembrava che tutti i mali si posassero su quel povero uomo. Oramai era distrutto, non solo nel fisico perdendo così ogni speranza di guarigione e di fede.
Se non ricordo male, era un giorno come questo, la gente si preparava a celebrare i santi e i morti; quando mio padre vide entrare nella sua sartoria quell’uomo che a malapena si trascinava a fatica sulle proprie gambe.
Chiese con un filo di voce di volersi far cucire su misura un vestito, perché presto il suo tempo su questa terra stava per terminare, ma non l'avrebbe pagato perché secondo lui tutti i suoi mali erano nati il giorno in cui accidentalmente scivolò davanti alla sartoria.
E aggiunse, guardando mio padre con occhi di fuoco, che se non avesse confezionato presto il suo vestito i suoi aghi non avrebbero mai più attaccato un bottone.
Dopo queste minacciosa proposta mio padre si affrettò a prendergli le misure.
L’uomo poco dopo uscì dalla sartoria.
Per uno strano destino, forse sempre per colpa di un gatto, l’uomo scivolò battendo fortemente la testa sul marciapiede e morì di colpo».

Nella sartoria calò il silenzio! Mari’, Rosalinda e Dora erano impietrite e Gina a quel punto terminò la sua storia:
«Poiché a mio padre quelle misure prese per confezionare il vestito a quell’uomo non servirono più, le passò direttamente al falegname del paese per farne una bara su misura!»

Intanto quella nebbia azzurrina pian piano cominciò a diradarsi.
Le sarte, soddisfatte di quel finale si andarono a risistemare nelle loro postazioni aspettando i clienti che non tardarono ad arrivare.
Anche il gatto rientrò e si andò a sdraiare come sempre sul tappeto sotto i loro piedi perché le sarte, ricominciarono a far ondeggiare i loro aghi e a tessere... le loro chiacchiere!

Il quadro è di Fernando Botero: “L’atelier de la sartoria”.

 

 

 

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Pubblicato in Racconti

Il 4 Maggio 2020

Il big ben

Honoré Daumier 350 minIl 4 maggio lo “starter-men” alzerà il braccio e sparerà in alto! Il colpo sarà forte, assordante, dopo giorni di silenzi. Pronti, un po’ assonnati, alcuni italiani ripartiranno, dove frettolosamente erano inciampati per provare a riprendersi le loro vite. Sui treni, sui metrò ci saranno quelli che si guarderanno negli occhi con sospetto, smarriti e spaventati. Non si riconosceranno, perché prima del Covid-19 non c’era il tempo per guardarsi negli occhi. Sempre su quei treni viaggeranno anche i più coraggiosi, quelli che al 4 maggio ci credono davvero!

Alcuni forse si avvolgeranno lo striscione del “tutto andrà bene” del balcone come sciarpa e ne faranno la loro bandiera. Sta di fatto che le due fazioni si ritroveranno negli stessi uffici o fabbriche. Qualcuno si domanderà se dopo tutto quello stress e giusto andare anche in ferie, magari al mare! Altri invece non si faranno più nessuna domanda anzi, il loro punto di domanda, non sarà ricurvo, sospeso sul pallino ma steso piatto sul rigo della pagina.

Sulla soglia di questa nuovo periodo che si sta prospettando quel punto di domanda, ha la forza di rialzarsi. Mi chiedo chi festeggerà con tanto entusiasmo l’anniversario del 25 Aprile? Molti di loro che avevano vissuto quel giorno di libertà, ora sono morti nelle vecchie case di cura. Le loro voci che fino a ieri erano vivide dentro di noi ora saranno solo lette dentro libri e documenti. Basteranno a raccontare alle nuove generazioni quel periodo che diventa inesorabilmente sempre più lontano soffocato dal nostro presente caotico?

Intanto aspettiamo e vedremo se la storia del passato ci possa dare una soluzione al più presto, prima che sia troppo tardi. Per ora non sapremo se il 4 maggio 2020 sarà per tutti una partenza prematura o una nuova libertà per ricominciare.

Il quadro è del pittore francese Honore’ Daumier datato 1862.
Intitolato “Il vagone di terza classe”, rappresenta delle persone povere e ricche ammassate in un vagone.

 

 

 

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Senza respiro

Al mio amico Paolo che ieri si è iscritto alla CRI. come volontario

Géricault la zattera della medusa 350 mindi Loredana Ferri

Senza respiro

È così che sono morti, Ebrei, Zingari, Omosessuali e tutti i prigionieri politici nella Seconda Guerra Mondiale. Chiusi dentro le camere a gas senza via si scampo. I loro nomi andati in fumo insieme alle loro povere ceneri. Per i sopravvissuti, numeri marchiati sulla pelle per sempre. Se solo si fosse fermata in tempo quella carneficina! La colpa fu di… un FOLLE VISIONARIO!

Senza respiro

È così che sono morti gli anziani nelle case di cura e tutti gli esseri umani di tutto il mondo per colpa del virus chiamato Covid-19. Anche le vittime di questa guerra sono diventate dei numeri virtuali ma questa è “tutta un'altra storia”. Peccato, non aver ascoltato il giovane medico, Li Wenling il cui nome “Li” significa forza, coraggio. Forse qualcuno lo aveva preso per un… FOLLE VISIONARIO?

Senza respiro

Sono i morti che migrano attraverso il Mediterraneo in cerca di un porto sicuro. Pochi l’hanno trovato. Ora, i porti sicuri nel mondo non ci sono più. Qualcuno pensa che siano stati e continuano a essere dei… FOLLI VISIONARI.

Senza respiro

È così che rimarremo quando torneremo ad abbracciare il vecchio mondo perché quello di prima non era così bello. Sarà diverso da come lo avevamo lasciato, tanto da non riconoscerlo. E se qualcuno ci avesse chiesto di chiuderci in casa per un paio di mesi per il bene del nostro pianeta, lo avremmo preso per un... FOLLE VISIONARIO!

 

La grande tela s’intitola “La zattera della Medusa” del 1819. Esposto al museo del Louvre di Parigi. Il dipinto è di Jean Louis Theodore Gericault.
La scena rappresenta un avvenimento accaduto il 2 luglio del 1816. Descrive una fregata incagliata sul fondale sabbioso sulle coste della Mauritania per negligenza del suo comandante.
Fortunatamente grazie alle scialuppe le 250 persone riuscirono a salvarsi.

 

 

 

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Il Forte di Bard

Al borgo di Bard è arrivato il circo!

chagall la vie 390di Loredana Ferri - Il Forte di Bard è una fortezza arroccata sulla cima di una collina all’inizio della Valle D’Aosta.

Sulle alpi era appena iniziata l’estate.
Una sera, arrivarono sotto una vigna aggrappata su una montagna rocciosa dei circensi, con i loro variopinti carrozzoni.
Da lì si apriva una vallata e un ponte di pietra sotto il quale scorreva un fiume.

Sotto quel ponte fluivano le acque disciolte dai ghiacciai e sembravano fiamme guizzanti azzurre.
Il cielo era un manto di velluto blu e al centro c’era un foro perfetto dove, da sempre, pendeva una grande moneta d’argento chiamata… luna.
Sulla sponda del fiume dormiva il piccolo borgo di Bard.
Sotto quella luce argentata brillavano le sue case di pietra, con i loro tetti d’ardesia.
Sopra il borgo, costruito su una grande roccia, un Forte.

Tutto sembrava fondersi in un blocco possente e impenetrabile.
Da circa un mese era appena terminata una sanguinosa guerra e il borgo con i suoi abitanti ne portavano ancora i segni.
L’uva di quella vigna ancora acerba profumava l’aria della notte e si univa all’odore acre del fumo ancora vivo dalle bocche dei cannoni del Forte.

La mattina seguente, il piccolo popolo del circo, scese dalla vigna per allietare sul sagrato della chiesa i bardesi.
Sfilarono per portare gioia e conforto tra le strette viuzze: I fratelli acrobati Roen, Mimi’ la funambula, Polin la contorsionista con il suo ombrellino giallo, Battista il violinista, Sebastian il giocoliere e altri artisti.
Gli abitanti al passaggio invece di aprire le finestre incuriositi, preferirono tenerle chiuse persiane e porte.
Solo un’anziana donna ebbe il coraggio di aprire una cigolante porticina e avvicinandosi a Sebastian con un filo di voce, gli spiegò che i suoi concittadini per via delle tante guerre erano caduti nella disperazione convinti che in quel borgo nessuno avesse più una nuova speranza di vita.

I loro animali erano stati catturati dai soldati per sfamarsi. Finita la guerra, molti di loro erano rimasti rinchiusi dentro le prigioni del Forte e così anche il suo uccellino blu. Di notte i loro lamenti erano strazianti dietro le sbarre di ferro delle prigioni e presto sarebbero morti di fame.
Nessuno in paese sarebbe stato in grado di liberali, le scale per arrivare al Forte erano andate distrutte.
Detto questo, l’anziana donna con la testa china rientrò in casa.

Sebastian e i suoi amici si guardarono negli occhi e in silenzio ritornarono nei loro carrozzoni sulla vigna.
Anche quella sera la luna posava delicatamente la sua luce argentata sui tetti del borgo.
Sebastian seduto su una roccia fumava la sua pipa e mentre contemplava la vallata, continuava a pensare alle parole di quella donna.

Conosceva benissimo cosa significava non possedere nulla. Ogni giorno con i suoi compagni dovevano affrontare una vita dura e umiliante.
Per non farsi abbattere e andare avanti custodiva dentro di se, la speranza e sarebbe stato lieto di regalare questo sentimento a tutti gli abitanti del borgo.

La mattina seguente Sebastian vide che sul Forte sventolava lo stendardo del borgo ridotto a brandelli con ricamati dei pesci.
A quel punto, rivolgendosi ai suoi compagni di viaggio, disse con fermezza: «Andiamo a liberare gli animali dal Forte. Presto… facciamoci venire un’idea, dopotutto, siamo degli artisti e la fantasia di certo non ci manca!».
Così sfilarono per le vie di Bard svegliando con la loro musica gli abitanti. Questi, finalmente, uscirono dalle loro case e si riversarono sul sagrato della chiesa.

Gli acrobati si misero uno sulle spalle dell’altro poi lanciarono una fune lunghissima che si andò ad agganciare sull’asta dello stendardo.
Mimi’ con un balzo volò sulla fune in punta di piedi.
Passo dopo passo arrivò davanti a una finestrina e s’infilo’ tra le sbarre.
Una grossa chiave pendeva attaccata a un chiodo.
Mimi’ la prese e scese dentro le buie prigioni.
Aprì la prima porta e uscirono delle capre, poi ne aprì una seconda e uscirono delle mucche.
Nella terza, delle galline con un gallo.
Nell’aprire l’ultima porta Mimi’ non poteva credere ai suoi occhi: seduta su uno sgabello c’era quell’anziana donna.

Avvicinandosi a Mimi’ la ringraziò e si trasformò proprio davanti a lei in un gigante e bellissimo uccello blu.
Si caricò sul dorso tutti gli animali e volò planando dolcemente sul sagrato della chiesa.

I bardesi erano increduli dell’accaduto vedendo i loro animali in salvo.
Per ringraziare i circensi fecero una gran festa e per mesi bevvero vino, mangiando pane e lardo.
Nel borgo ritornò così la voglia di vivere.
Le donne rammendarono a nuovo il loro stendardo logorato e gli uomini ricostruirono la scala distrutta che portava al Forte dove i loro figli ora giocano… alla guerra!

In alto la grande tela di Marc Chagal intitolata “La Vita”.

 

 

 

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Pubblicato in Racconti

Milano: Procura indaga su 70 decessi per Covid-19.

Albergo Trivulzio in linea con la sua storia

morbelli OspedaleTrivulziio mindi Loredana Ferri - L’albergo Pio Trivulzio è una delle tante case di cura per anziani di Milano. Oggi chiamate Rsa. La procura sta indagando perché pare che la struttura avrebbe finora occultato settanta decessi per Covid-19.

Curiosamente questa casa di cura in passato ha ispirato molti artisti. È stata citata in passato, da Fabrizio De Andre’ nella canzone “La Domenica delle salme” e prima ancora di lui, Angelo Morbelli pittore divisionista di fine ottocento.

Morbelli ha dipinto molte opere ispirandosi a questa casa per anziani. La tela che più mi ha colpito è “Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio” del 1892, conservata al Musee D’Orsay di Parigi.
È la sala di aspetto dell’Albergo. Ricorda una chiesa vuota, quella di questi giorni di Papa Francesco. Nel quadro ci sono due anziani… attendono distanziati su delle panche i loro cari, in silenzio…nella completa solitudine. Uno di loro, stanco dell’attesa è ricurvo su se stesso. La sua testa si è lasciata cadere pesantemente sul di un pezzetto di stoffa azzurra, un fazzoletto, un cuscino improvvisato. Ieri come oggi ai tempi del coronavirus questo quadro è incredibilmente più attuale che mai!

 

 

 

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Promesse impossibili

Fantasia durante Covid 19

ursula von der leyen esibizionista mindi Loredana Ferri - Questa storia che vi sto per raccontare la conservo nel computer ereditato dalla mia trisavola. Quando sento la necessità, vado a rileggermela perché la storia del passato ci può insegnare qualcosa, nonostante il tempo passa inesorabile cambiando spesso le sue regole di vita.

In una lettera scritta ai suoi nipoti prima di lasciare questo pianeta raccontava di quando nel lontano 2020 nel pianeta Terra arrivò nel suo paese un’epidemia che, nel giro di pochi mesi si trasformò in una pandemia.

Scriveva così: Erano oramai passati diversi mesi da quando il virus mortale aveva seminato morte e povertà ma, questo “serial killer” riusciva a sopravvivere vittorioso sopra i tetti delle nostre case. L’unica soluzione per non contagiarsi gli uni con gli altri fu chiudersi tra le quattro mura domestiche. Il parroco Don Beppe dovette chiudere con dispiacere la sua parrocchia. Prima del virus, si era prodigato per aiutare tutti i suoi fedeli, anche i cittadini del paese confinante. Era convinto che l’unione renda gli uomini più forti. Per ringraziarlo gli promisero che se un giorno ne avesse avuto bisogno, si sarebbero fatti in quattro per aiutarlo.

Durante la pandemia compì con i pochi mezzi che aveva dei veri miracoli! Pregò fortemente il suo Dio. In alcuni casi fu ascoltato e riuscì a guarire indistintamente benestanti e poveri. Tutti seppero dei suoi prodigi. Era per tutti il “Santo del Virus”. Anch’esso però era un uomo e le sue forze gli vennero a mancare.

Intanto, la Pasqua era vicina. Una sera, alcuni suoi parrocchiani stremati e scoraggiati andarono a bussare alla sua porta. Molti di loro avevano perso il lavoro e il cibo nelle loro case, cominciava a scarseggiare. Questa “Grazia”, però il parroco non riuscì ad ottenerla. Pensò di rivolgersi al paese vicino, memore della promessa che gli era stata fatta.

Anche se era quasi sera, balzò sulla sua bicicletta e arrivò speranzoso alle porte del paese confinante. Bussò al comune ma nessuno gli rispose. Bussò al suo amico parroco, ma anche lui fece altrettanto. Poi, gli venne in mente che in gioventù aveva preso una cotta per una certa Ursula, una biondina con gli occhi azzurri, di certo lei si sarebbe ricordata di lui. Giunto alla sua porta… bussò.

Ursula finalmente aprì la finestra. Lo riconobbe, ma gli rovesciò un secchio d’acqua in testa urlandogli: “Che cosa ci fai in giro! Non vedi che tutti siamo in casa, sarà per colpa tua se ci ammaleremo tutti! Anche noi siamo nella stessa barca ma a differenzacaos min vostra noi non elemosiniamo come voi”. Borbotto qualcosa, richiuse la finestra e ritornò nel suo letto a dormire.

Nel frattempo, la notte e le sue stelle stavano lasciando il posto al giorno. Il parroco risalì sulla sua bicicletta cigolante, era deluso ma sapeva in cuor suo che insieme ai suoi concittadini avrebbero combattuto con tenacia quel virus mortale. Pedalando verso casa vide che i suoi abitanti erano tutti alle finestre con dei lumini accesi e intonavano l’inno del paese. Pensò che fosse giunto il momento di reagire! Anche da soli usando l’ingegno e la creatività di ognuno si poteva raggiungere la meta prefissa.

La lettera a questo punto s’interrompe. In certi aspetti e circostanze più apparire un po’ ridicola. In quei tempi l’Italia era ancora legata alle sue tradizioni tragicomiche di alcune commedie degli anni cinquanta. So per certo che i pochi sopravvissuti hanno dovuto lasciare la Terra. Solo la natura con i suoi animali tuttora la popolano.

Ora, anche qui sul mio pianeta le cose non vanno tanto bene. I popoli di altri pianeti si erano fidati di alcune promesse che noi gli avevamo fatto e che non abbiamo potuto mantenere. Gli uomini dunque non sono cambiati e trovare la soluzione è sempre più complicata!
Adesso vi devo lasciare, sto scappando con una navicella alla ricerca di un mondo nuovo.

 

 

 

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Pubblicato in Racconti

Tra un anno.....

Covid-19, e come chiamarlo?

cittaideale 350 mindi Loredana Ferri - In questi giorni passati in compagnia di quel… vorrei trovargli un nome più umano e togliergli addosso, quel nome scientifico “Covid-19” che mi ricorda tanto il nome di una spedizione spaziale. Spero che, alla fine di questo pezzo, riuscirò’ a trovarglielo! Quindi… vado avanti.

In questi giorni siamo tutti delle crisalidi, non sappiamo nulla di quello che succederà il giorno dopo. Aspettiamo di diventare delle bellissime farfalle perché da quando le città sono di colpo diventate orfane di tutti noi, le strade sono più pulite e così l’aria che respiriamo. Sembra incredibile, che, in un mese, sia avvenuto un miracolo compiuto da un virus! Mi chiedo se una volta usciti tutti dalle nostre crisalidi, saremo capaci di custodire questo nuovo paradiso che per ora, ci sta aspettando dietro le nostre porte.

La terra ci vuole dare un’altra possibilità: il premio dopo il castigo. Non so quando questo momento speciale accadrà, forse tra un mese, o tra un anno. Quando succederà all’inizio saremo tutti dei bravi bambini perché abbiamo preso una bella sculacciata dalla mamma.
Poi, torneremo a fare i capricci finché un altro virus si presenterà alla nostra porta, starà a noi decidere se farlo entrare o no.

Ripensandoci, continuerò a chiamarlo Covid-19 quel nome scientifico gli sta da Dio. Quando ci lascerà, vagherà tra le stelle e lo spazio infinito e non odiamolo troppo se su questa terra avrà seminato la morte ovunque.

In fondo lo dicono anche gli scienziati, lui è un virus…naturale!

Il quadro su tavola in legno si intitola “La città ideale”. La paragono ad una delle tante nostre città in questo periodo. Il pittore che ha eseguito questo quadro forse è Piero della Francesca.

 

 

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Amore e denaro vanno poco d’accordo

Il ladro: Black-out Primo episodio

botero il ladro 350 mindi Loredana Ferri - “Le candele si consumarono e si spensero, io mi sentii prendere da un’infinita stanchezza e da un gran sonno e mi allontanai in cerca di un posto, dove potessi coricarmi e dormire…”. Questa è una frase tratta dal libro di Hermann Hesse dal titolo “Il pellegrinaggio in Oriente”. L’ho presa in prestito per scrivere una storia completamente diversa.

Signor maresciallo, quel gran sonno era dovuto a qualche bicchiere di troppo. Se non avessi bevuto, non credo avrei avuto il coraggio di fare quello che ho fatto! Volevo uscire da quell’appartamento il più presto possibile. Per non svegliare i condomini mi tolsi le scarpe e scesi le scale in punta di piedi.

La fortuna volle che il portone fosse aperto. Uscii, ritrovandomi sul marciapiede della strada principale. Anche i lampioni erano spenti. Tutto il quartiere improvvisamente si trovò al buio, avvolto in un silenzio surreale, quel silenzio si sente solo dopo un’abbondante nevicata. C’era la luna piena e le stelle brillavano come miliardi di lampadine. Nonostante la mia mole appesantita m’incamminai velocemente. L’autobus dell’ultima corsa con dentro solo il conducente mi passò accanto, illuminando i miei passi. Mi tirai su il bavero della giacca e mi portai la mano davanti alla faccia. Avrei potuto attraversare e mi sarei trovato di fronte il mio condominio, salire e chiudere la mia porta dietro di me. Non lo feci. Era troppo rischioso, sicuramente avrei incontrato qualche vicino di casa. Vagai per la città. Aspettavo alba, anzi il pomeriggio. Solo al quel punto potevo sentirmi al sicuro. E tornare finalmente a casa.

L’aria fredda cominciava a svegliare la mia coscienza e questo non mi piaceva.
Mi misi le mani in tasca e strinsi forte le banconote che avevo rubato. Pensai che con quelle, non sarei andato neanche un giorno al mare con i miei figli. Bel padre che sono! E tutta colpa della mia ex moglie che continua a chiedermi soldi e soldi… con quello che guadagno! Ci siamo lasciati perché diceva che la picchiavo. Bugiarda… erano solo piccoli schiaffi! Se le meritava, mi tradiva.

Comunque io non sono un ladro, come quelli che si sentono alla Tv. Quelli che sparano e si drogano e ammazzano. Io non sono un ladro… io… la mia religione lo dice chiaro: non rubare. Giuro che è l’ultima volta che lo faccio. È andata così. “La vecchia” è un anno che la osservo dalla mia finestra. Come tutte le sere dopo cena gioca al solitario. Di colpo come tutti nel quartiere si è trovata al buio. Si diresse appoggiandosi a una sedia e un mobile, dove teneva le candele e i fiammiferi. Le accese sistemandole sul tavolo e si rimise nuovamente a giocare a carte. Mi sono detto: «Adesso o mai più». Ho bevuto due grossi bicchieri in un sol fiato di vodka e sono sceso in fretta dalle scale del mio condominio. Il suo portone era aperto. Giunto davanti alla sua porta ho inserito un coltellino affilato nella serratura. È stato facile, la porta si è aperta subito non era di quelle blindate. Lei era lì, intenta, su quelle carte non si accorse della mia presenza. Attorniata da tutte quelle candele, le rughe del suo viso mi apparvero ancora più profonde. In quel preciso momento lei… diventò il mio nemico. Afferrai il suo bastone e la colpii dietro la nuca. Mi avvicinai al cassetto, dove teneva i soldi mettendomeli in tasca. Mentre in un sacco, misi le quattro cose che mi sembravano preziose. A quel punto le candele si fecero basse e si spensero. Per via della tensione accumulata, le forze incominciavano ad abbandonarmi. Non vedevo l’ora di tornare a casa e andare a dormire e dimenticare tutto quello che avevo fatto. È così che sono andati i fatti mi creda signor maresciallo è tutta colpa del black-out. A proposito… la vecchia… sta bene?

Il quadro in alto è del pittore e scultore colombiano Ferdinando Botero intitolato: Il ladro. Le sue tele sono famose per le forme fisiche esageratamente tonde. Pur rimanendo, un vero ladro Botero, lo fa sembrare tenero, goffo e simpatico.

 

Per fortuna che c’e`… “Un posto al sole”.

botero famiglia 350 minLui, il ladro, ha raccontato la sua versione al maresciallo; ma come sono andati realmente i fatti, lo so solo io…

I giornalisti spesero solo due righe sulla povera vittima. Mentre per il ladro, furono scritte pagine di quanto fosse abile a raccontare bugie e clamorose fughe da ogni carcere e altre vicende della sua vita da delinquente. La sua vittima, il ladro la chiamava “la vecchia” ma, il suo nome era Elsa ed era una casalinga. Si pensa che la vita di una casalinga sia noiosa, ripetitiva, poco creativa ecc…ecc. Si sbagliano! Elsa mise al mondo tanti figli quante le dita delle sue mani e annodava tutte le mattine la cravatta al marito prima di recarsi al lavoro. Adorava preparare per loro cibi fantasiosi per accontentare tutti i palati. Mentre lavava i piatti o stirava inventava storielle ai suoi bambini e quando le capitava di stare in casa da sola, direi molto raramente, scriveva poesie d’amore; ma questo rimase per sempre un segreto per tutti. Questo, fece Elsa per tutta la sua vita e non si sentiva una casalinga disperata, anche perché, non aveva il tempo per sentirsi tale. Tutto questo nel nome dell’amore, uno stipendio sarebbe stato ridicolo!?

Amore e denaro vanno poco d’accordo. Poi… in un giorno non preciso, i figli uscirono dall’uscio di casa, il marito pochi anni dopo morì lasciandole in eredità le cravatte dentro il cassetto e una misera pensione. All’inizio fu dura, poi insieme a una sua amica, decisero di iscriversi al centro anziani del quartiere. Pur rimanendo sempre una casalinga, perché una casalinga rimane casalinga fino alla fine dei suoi giorni, era pronta a iniziare una seconda vita. Elsa prese l’iniziativa come un premio, per quella vita fatta di sacrifici e rinunce. Lì, al centro anziani organizzavano feste danzanti, pranzi per compleanni centenari e tornei di burraco. Insomma, una vera pacchia. Si sentiva come Pinocchio nel paese dei balocchi. Era ringiovanita quasi a dimenticare la sua prima vita. Una sera, mentre danzava un tango con un arzillo coetaneo, cadde e così dovette lasciare la sua seconda vita e tornare per un po’ tra le pareti domestiche. Passò dal burraco al solitario. Il destino però, gli volle presentare una terza vita ed è qui che, arrivai io! Come tutte le mattine Elsa si alzò presto. Aprì le serrande e la finestra.

Nemmeno se ne accorse, quando in un lampo entrai. So già che voi avreste voluto che fosse entrato un povero uccellino intirizzito dal freddo ma, che ci posso fare se sono… un pappagallo! Subito si spaventò. E chi non lo sarebbe? Cercò in tutti i modi di cacciarmi con il bastone ed io per sfuggirle andai a “appollaiarmi” su l’armadio più alto della casa. A quell’inseguimento a un certo punto Elsa si arrese. Pensò che, in fondo, gli avrei fatto compagnia in quel periodo di solitudine. L’anziana donna non sapeva che io ero il pappagallo del ladro. Ero scappato da lui perché era un pessimo padrone.

Aveva rubato dai diamanti e per non farli trovare dal suo capo, me li fece ingoiare. Mi ritenni fortunato quella mattina ad averBotero tango 350 min trovato la finestra aperta di Elsa e con lei, rimasi gli ultimi tre giorni della sua vita. Come fossi il suo prete confessore, mi raccontò con la gioia negli occhi di quando incontrò la prima volta il marito e s’illuminarono, quando parlò dei figli e ancor di più… del centro anziani. Improvvisamente, quegli occhi prima gioiosi e luminosi divennero tristi. Sapeva in cuor suo che alla fine, i figli l’avrebbero sistemata in un ricovero. Per uscire in quel momento di angoscia cercava di farmi parlare.

Mi diceva: E L S A, di… E L S A, scandendo tutte le parole. Avrei voluto imparare ma, non ne ho avuto il tempo. Le uniche parole che sapevo dire erano imprecazioni varie! Il ladro mi aveva insegnato solo questa lingua e poi, vicino a una signora non mi sarei mai permesso! Ma veniamo al dunque, a quella brutta sera del black out. Il ladro, mi aveva visto dalla sua finestra svolazzare dentro l’appartamento di Elsa ed è per questo, che aveva deciso di venirmi a prendere. Io per lui, ero troppo prezioso! Elsa non guardava i notiziari perché sosteneva che alcune immagini erano troppo violente. Mi diceva:
«Per fortuna che c’e` “Un posto al sole” quelli si che mi fanno stare serena!».

Mancavano pochi minuti all’inizio della sua sop opera quando la luce se ne andò. Lui nel frattempo s’intrufolò nella sua casa. Elsa cercò in tutti i modi di difendermi. Purtroppo non ci riuscì, quel maledetto fu più veloce avventandosi su di lei. Approfittai della porta socchiusa e con un colpo d’ali presi con me l’anima di Elsa e rifuggii lontano con lei. Questa…signori miei è la vera versione dei fatti! E che non si dica più che, la vita di una casalinga sia noiosa e poco creativa!

Entrambe le opere sono di Ferdinando Botero: Famiglia e Tango.

 

 

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Accanto a te, lontano da te

“Dedicato a chi sembra diverso da noi”.

tigre ragno ligabue 350 mindi Loredana Ferri - Il giorno preciso non lo ricordo, però sono sicuro che fosse quando sfioriscono i fiori. La potrei chiamare “l’autunno di primavera”. Il prato del nostro giardino si ricoprì di petali rosa di un ciliegio. Di colpo, al loro posto, spuntarono rapidamente delle piccole e tenere foglie.

Mio fratello maggiore era lì, su quel prato. Era rimasto per sempre come quelle piccole e tenere foglie, tranne che nell’aspetto. Seduto sotto un cespuglio, sembrava un gigante.
M’inginocchiai accanto a te porgendoti la mia macchinina rossa un po’ impolverata, ma tu eri lontano da me e dal mio regalo riciclato.
Continuavi a dondolarti guardando forse un fiore, un albero, il cielo o le nuvole. A dire il vero, non so cosa guardavi e neanche dove tu fossi!

Ero corso da te per farmi consolare, sperando che mi dessi qualche consiglio da fratello maggiore, di come togliersi di mezzo un compagno di classe scomodo. Quella mattina uscendo da scuola continuava insieme ai suoi amici, a spingermi e chiamarmi cretino.
Il motivo erano le mie scarpe “originali”. Non sapevo che essere originali significava essere folli ma, anche se fosse, cosa importa?

Ero talmente arrabbiato che volevo fuggire dove eri tu. In quel posto segreto con te sarei stato al sicuro e una volta raggiunto, raccontarti tutto di quel bullo. Tu, grande e grosso l’avresti sistemato per le feste!
Anche se non sopportavi farti toccare, rischiai. Cercando un contatto con te, ti sfiorai il mignolo della mano. A quel punto chiusi gli occhi, aspettando il tuo urlo disumano.

Invece successe l’inaspettabile. Fu come un tuffarsi in un mare profondo. Sentivo che eravamo connessi come si fa su facebook con un amico, ma che dico… era meglio. Provavo il sentimento più grande: quello che, un fratello prova verso un altro fratello.
Quel posto dov’ero finito lo credevo lontano, oltre un buco nero di una galassia, invece mi trovavo ancora nel nostro giardino. Riconobbi quello scenario, lo avevo disegnato e colorato io. Quel foglio era appeso da anni sopra il tuo letto. Non so come tu riuscissi a fare tutto questo.

C’era solo una piccola differenza tra il mio disegno e il tuo scenario. La luce del sole che si posava sul prato era più luminosa. Svariate erano le sfumature dei verdi e dei gialli delle foglie. Ero finito sopra una di quelle foglie, tu mi avevi trasformato in una goccia di rugiada. Quello che per me sembrava un sogno, per te era la vita che vivevi ogni giorno filtrando dentro un imbuto la nostra reale vita familiare.
Percepivo in lontananza della musica. Brani di Mozart ascoltati da papà si alternavano ai Pink Floyd, a canzoncine imparate all’asilo. Poi, finalmente, ti ho visto uscire dietro un cespuglio. Non eri più tu ma, una bellissima e maestosa tigre. Non ruggivi, ma mi parlavi, sapevo che alla fine avresti imparato. Mi dicevi di evaporare perché stava per arrivare… un grosso ragno. Cocciuto com’ero, non mi mossi di lì.

Per salvarmi ti sacrificasti, mentre l’aracnide si avventò su di te. Il morso del ragno ti fece spalancare le fauci. Capii in quel frangente i tuoi continui ruggiti e mugolii improvvisi. Anche nella tua pittoresca realtà c`erano i cattivi come nella mia vita. Quel posto non era così bello come io pensavo! Comunque quel grosso ragno non era altro che il mio ragno di gomma. Lo tenevo appeso nel mio zaino come porta fortuna.

Di colpo si fece sera. Sentivo una voce in lontananza. Era la mamma dall’altra parte che ci chiamava per rientrare a casa. Il ragno ti aveva lasciato una ferita profonda e non avevo nessuna intenzione di abbandonarti tutto solo, nel buio della notte.
Per sbaglio aprii gli occhi. Era giunto il momento di tornare, evaporare e continuare il mio percorso. Tu non eri più la grande tigre ed io non ero più una goccia di rugiada.

Accanto a te, lontano da te c’eri tu, il mio fratellone coraggioso. Il contatto si era perso.
Mi sentivo stanco e affaticato. L’importante era aver imparato il percorso dove venirti a cercare quando io… ho bisogno di te; finché potrò farlo.

Il quadro in alto è del pittore e scultore Antonio Ligabue. Tigre con ragno (1953).
Al suo paese lo chiamavano “Toni il matto”. Passò la sua vita in collegi psichiatrici e manicomi. Poi il suo talento nascosto nel disegno fu scoperto dal pittore e scultore Mazzacurati che gli fece conoscere i colori.
I suoi quadri furono la sua fortuna economica ma, soprattutto perché riuscì liberare i suoi stati d’animo su quelle tele. I suoi soggetti preferiti erano gli animali che amava più degli uomini.
Li amava talmente tanto che, mentre li ritraeva, s’immedesimava in loro.

 

 

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