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Michele Santulli

Michele Santulli

Il costume ciociaro in Cina

Soccus 350 mindi Michele Santulli - Questo veramente grande ed unico Paese, la Cina, che a dispetto di tragedie e catastrofi sociali e politiche durate anni e anni che l’hanno insanguinata e sconvolta, è riuscita a trovare la sua fisionomia autentica e il suo volto pubblico nonché la sua congenita conformazione politica e sociale che offre al mondo, dove gradita e dove no. Certo è che tutto quanto la riguarda, fornisce l’idea del gigantismo e dello straordinario: tutto quanto è di livello superiore all’immaginario comune!

E in questo mondo il cui volto immediato è la possanza industriale e militare e finanziaria e umana, una accelerazione permanente, spazio enorme, più di quanto si immagini, è riservato anche alle altre emanazioni dell’uomo quali la cultura, l’arte, la scienza, la bellezza…..cioè anche per lo spirito e l’anima. E se si scorrono le notizie di cronaca, ci si rende conto della incredibile fioritura di esposizioni e manifestazioni d’arte, di convegni scientifici e letterari, della nascita di musei e di pinacoteche, dell’interesse per l’arte e la ricerca e la cultura, delle attività didattiche e accademiche.

E in siffatto contesto culturale e artistico dinamico e in continua evoluzione si inserisce una manifestazione di arte fotografica che si tiene ogni due anni a quasi duemila Km da Pechino, a Lishui, significativa città universitaria.CiociariainCina 350 min
E’ una iniziativa dedicata esclusivamente alla fotografia, sia in Cina sia all’estero, fondata nel 2004 e promossa dalle autorità municipali e accademiche della città, proprio con la finalità di sviluppare e stimolare ma soprattutto confrontare le ricerche e sperimentazioni di tutti i fotografi artisti nazionali e stranieri e quindi la istituzione di un Festival biennale internazionale. E la presente edizione, la nona, che si sta svolgendo dall’8 al 12 del mese è quella dove la rappresentanza internazionale è particolarmente vistosa. Una manifestazione sia espositiva e sia informativa del massimo livello in quanto parallelamente al festival vero e proprio, ha luogo un simposio sulla fotografia di proporzioni anche questo inimmaginabili per gli argomenti affrontati, il numero delle sessioni e la rilevanza degli oratori: tutti i temi connessi con l’arte fotografica sono discussi e dibattuti.

Mentre gli espositori al festival vero e proprio sono oltre cinquemila fotografi da tutto il mondo, le esposizioni oltre duemila, i paesi partecipanti 108 e le istituzioni e organismi nazionali e stranieri 155 e le università ed atenei 112: e nella ciclopica e impressionante manifestazione è presente anche una associazione italiana Expophoto il cui socio fondatore è un artista fotografo ciociaro di Sora, Rocco de Ciantis, il quale nell’ambito del festival espone un progetto fotografico intitolato SOCCUS che parte da una sua iniziativa consistente in una serie di riproduzioni di qualità non comune che illustrano dei personaggi che vogliono richiamare il costume ciociaro dei quartieri di Arpino da lui stesso fotografati, organizzati e promossi da una istituzione locale, la Fondazione Mastroianni. Per dare un’idea delle proporzioni basti tener presente che i pannelli che illustrano le immagini presentate dalla associazione di Rocco de Ciantis sono 180x130: tutto dunque gigantesco e di proporzioni incredibili, a sottolineare il significato altissimo del festival di Lishui. Naturalmente il progetto SOCCUS è stato illustrato dalla rappresentante italiana in lingua cinese ed inglese e presentato con le parole redatte appositamente dallo scrivente.

Dalle prime impressioni raccolte, le immagini dei ciociari fotografati magistralmente dal Sig. Rocco de Ciantis sono state moltissimo apprezzate e considerate: non è esclusa qualche reazione di turismo dalla Cina destinazione Arpino per ammirare da vicino questa umanità con questi costumi. Imperdonabile, ci si consenta la nota polemica, che nella patria del costume ciociaro si continui ad ignorare tale fenomeno al contrario conosciuto dovunque, da sempre.

 

 

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San Benedetto, l’Europa e la Ciociaria

Lesueur St.Benoit 350 260 ok mindi Michele Santulli - L’undici luglio ricorre la commemorazione di San Benedetto, morto il 21 marzo del 547, Patrono d’Europa. San Benedetto, con il suo insegnamento, con la sua ‘Regola’, con la diffusione del suo pensiero ed ammaestramento grazie alla diffusione incredibile dei monasteri benedettini in tutta Europa, tanto che nell’anno mille all’incirca se ne contavano, di soli maschili, oltre mille sparsi in ogni nazione, è stato il giusto riconoscimento tributato ad una delle menti eccelse dell’Occidente. Grazie ai suoi monasteri una nuova voce e un nuova ideologia presero gradualmente posto negli animi. Nuovi concetti e sentimenti iniziarono a farsi spazio: il significato dello studio e della lettura, il ruolo del superiore eletto dalla maggioranza della comunità ma anche il ruolo del singolo nell’esporre i propri principi: cioè si gettavano i primi semi della convivenza democratica. E poi l’amore per il prossimo, il significato della preghiera, l’assistenza ai derelitti e poveri, la lotta alla violenza e alla vendetta.

Ma soprattutto la scoperta rivoluzionaria fu la valutazione differente e perfino dirompente che veniva riconosciuta al lavoro: fino ad allora, e anche dopo purtroppo, e anche oggi in certi luoghi, si conosceva solo la schiavitù e il servaggio totale e lo sfruttamento: ora invece si comincia a sentire per la prima volta che il lavoro non solo è necessario per procacciarsi il sostentamento ma altresì un contributo che si fornisce al benessere della società: è una riprova della benedizione di Dio. E quindi il famoso precetto: ora, labora et lege. S. Benedetto

Pio XII subito dopo la fine degli orrori del secondo conflitto mondiale, ritenne sua primaria responsabilità rammentare che San Benedetto era il ‘Padre dell’Europa’ con tutto quanto ciò comportava; e poi qualche anno più tardi -le istituzioni europee erano state chiamate in vita da poco- Paolo VI Montini colse tale fondamentale occasione di collaborazione europea e di buona volontà per proclamare San Benedetto : ‘Messaggero di Pace’ cioè Patrono d’Europa: il 24 ottobre 1964 con l’enciclica ‘Pacis Nuntius’ ‘Messaggero di pace’ Papa Montini metteva finalmente fine ad un ritardo secolare a proposito del riconoscimento internazionale degli insegnamenti dell’umile monaco di Montecassino.

E Montecassino, porta del Sud della Ciociaria, ha appresentato e ancora rappresenta per l’Europa un luogo di ricovero e di rifugio e di fiducia nel futuro. E’ vero, si dirà, malgrado la presenza dei monasteri benedettini in tutta Europa, ai quali agli inizi del 1100 andranno ad aggiungersi quelli dei Cistercensi e dei Certosini e di altri ordini, tutti originari dai benedettini, le guerre e le carneficine continuarono ad imperversare in tutta Europa anche nei secoli successivi, è vero, perché il male purtroppo è quello che sempre prevale, ma si immagini che cosa sarebbe mai potuto avvenire senza la presenza di queste migliaia e migliaia di monaci e di monache che diffondevano i loro messaggi e le loro testimonianze.

 

 

 

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La Ciociaria e l’Europa

Ettal 350 mindi Michele Santulli - Accostare dei termini apparentemente discordanti forse perfino inconciliabili, a certi occhi può rappresentare invece motivo di riflessione e forse anche di apprendimento e di resipiscenza. I rapporti e relazioni e anche gli apporti della regione storica che oggi identifichiamo con ‘Ciociaria’ rispetto all’Europa, iniziano con Roma antica e perdurano ancora più intensi fino ad oggi.

Se si entra nel Municipio di Basilea, la ricca metropoli elvetica, nel cortile ti viene incontro una imponente scultura di un soldato romano nel suo paludamento di generale: illustra il personaggio fondatore della città, Lucio Munazio Planco che effettivamente alle ultime decadi della Repubblica Romana, all’epoca di Cesare, gettò le fondamenta di quella che diverrà poi la città svizzera; questo stesso personaggio nei medesimi anni, poserà la prima pietra anche di quella che poi nei secoli crescerà fino a diventare la metropoli di oggi cioè Lione in Francia: egli era di Atina. Più verso Sud, nella regione della Provenza, si ammira un acquedotto quasi perfettamente conservato che dopo un percorso di 50 Km dalla sorgente, sopra e sotto terra, portava acqua alla odierna Nîmes: fu fatto costruire da Marco Vipsanio Agrippa, cognato di Augusto, al quale pure si deve il Pantheon di Roma: era di Arpino. Questa opera, l’acquedotto del Gard, da sempre riscuote ammirazione e meraviglia non tanto per la mole di certi tratti quali un ponte lungo circa 275 m composto di tre arcate per un’altezza di 49 m, quanto per il fatto che gli enormi massi che lo compongono sono semplicemente giustapposti l’uno sull’altro senza cementi o malte e tenuti fermi da staffe di ferro: la costruzione attira da allora l’attenzione durante tutto l’anno non solo di curiosi e di turisti ma soprattutto di studenti e studiosi: tanto significativo che l’UNESCO l’ha dichiarato patrimonio della umanità: percorrendo l’autostrada che porta verso la Provenza ad un certo punto la mole gigantesca del ponte si staglia alla vista del viaggiatore e vale la pena arrestarsi e andare sul sito ben attrezzato turisticamente.

Altra impresa di afflato europeo fu la conquista dell’isola britannica nel 43 dopo Cristo, imperatore Claudio, a opera di Aulo Plauzio da Atina, comandante supremo dell’esercito di cui una delle quattro legioni che si aggiungevano ai ventimila ausiliari, era comandata dal console Gneo Senzio Saturnino pure di Atina. Innocenzo III papa dei Conti di SegniGavignano di Segni1160 1198 1216 min
Nel VI secolo, nell’anno 500 dunque, una luce abbagliante si accende nella terra dei Volsci e degli Ernici, nel Latium Novum dei Romani, la luce di San Benedetto da Norcia, a Subiaco prima e a Montecassino dopo. E nasce l’Europa moderna a seguito del cosiddetto monachesimo occidentale. Già nell’anno 1000 si levavano in tutta Europa oltre mille conventi benedettini, senza contare quelli per le benedettine, ai quali pochi anni dopo vanno ad aggiungersi i cenobi cistercensi e certosini, originari dalla medesima radice: molti sono attivi anche oggi dovunque in Europa. E la guida per tutti era la Regola scritta da San Benedetto che è, sembra incredibile, anche oggi uno strumento di consultazione specie a certi livelli. Il monachesimo apportò insegnamenti dirompenti: per la prima volta si parlò di democrazia cioè di un capo di comunità eletto dalla maggioranza, di rispetto e obbedienza all’autorità prescelta, si predicò e documentò il ruolo significativo della lettura e della scrittura e quindi della cultura, la prima volta nella storia; si illustrò e predicò il ruolo del lavoro individuale di ognuno quale non solo mezzo di sussistenza ma anche quale contributo sociale al benessere comune e allo stesso tempo prova della benevolenza del Creatore: era la prima volta nella storia dell’uomo che si affrontava tale attività umana con parole nuove mai espresse prima: fino ad allora il lavoro era inteso come schiavitù e violenza ed oppressione, una maledizione dunque, ora grazie all’umile monaco di Montecassino si adoperavano altri linguaggi e si mettevano in essere altre funzioni e maniere di realizzarsi: una autentica rivoluzione sociale che ha dato la sua impronta all’Europa. “Cruce, aratro et libro” così veniva sintetizzato tale nuovo insegnamento che più tardi qualche esperto dialettico sintetizzò nella celebre formula: “ora, labora et lege”.

Negli stessi anni e cioè 1100 e 1200 San Tommaso d’Aquino irradiava il suo messaggio alla Sorbona di Parigi e nei suoi scritti; l’architettura gotica arrivata a Fossanova e a Casamari dalla Borgogna, ripartiva in maniera incisiva e più elaborata verso l’Europa dove costituirà il punto di avvio scientifico delle grandi cattedrali che ancora oggi arricchiscono il paesaggio europeo. Sempre in tale periodo e grazie ai papi ciociari Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV, Bonifacio VIII furono per la prima volta introdotti concetti e realtà che letteralmente squassarono l’Europa: la lotta per le investiture, la scoperta dell’’eresia’, la lotta spietata ai dissidenti o ‘eretici’, la carneficina dei Catari o Albigesi, la istituzione della Inquisizione, del Ghetto, il concetto di cesarepapismo e di teocrazia, la fine della dinastia sveva…
Si tornerà nelle prossime settimane su tale pagina di storia comune di civiltà e progresso.

Tentativi abusivi sulle opere di Cataldi

VILLAGGIO OLIMPICO PUGILATO 350 mindi Michele Santulli - “Tentata ‘rapina’ alle opere di Cataldi al Villaggio olimpico”
E’ questo il titolo di una cronaca apparsa sul Fatto Quotidiano dell’11 scorso dove si legge che nei giorni precedenti una squadra di operai munita di tutti gli attrezzi e mezzi necessari si è riversata nel Villaggio Olimpico di Roma dove dislocate nell’ambiente si levano quattro sculture maestose di Amleto Cataldi, lo scultore di Roma, ciociaro di Castrocielo, che illustrano le varie specialità ginniche; la lotta, la corsa, il pugilato, il calcio. Ogni scultura in bronzo consta di due atleti, alti circa 3 metri e più, su basamenti alti in media metri 1,60, quindi una visione imponente. Tali sculture furono collocate nel 1927 per incarico di un celebre architetto dell’epoca, sulla sommità della facciata dello stadio Nazionale (oggi Flaminio) a quattordici metri da terra, su dei piedistalli, liberi nell’aria dunque, in modo da essere visibili dal di fuori e dal di dentro. La documentazione cinematografica dell’epoca illustra tale spettacolare e impressionante visione. Due anni dopo il Duce in persona inaugurò lo stadio.

In occasione dei giuochi olimpici del 1960, lo stadio fu abbattuto e sostituto da quello esistente, il Flaminio, a cura di altro celebre architetto e allo stesso tempo fu realizzato il Villaggio Olimpico per ospitare gli atleti da tutto il mondo e il personale: i quattro gruppi giganteschi non ricevettero l’attenzione di cui erano degni -si trattava di opere fasciste!!!- e furono buttati giù in malo modo e poi dispersi nei depositi del Comune di Roma.

Nel corso degli anni, le abitazioni assegnate a nuovi titolari aventi diritto, iniziò a sorgere la esigenza di addobbare in qualche modo gli spazi e per iniziativa di qualche benpensante si addivenne alla decisone di rintracciare i gruppi di atleti del Cataldi. Dopo non pochi anni finalmente il Comune di Roma e la Sovrintendenza trovarono tempi e fondi per sistemare i quattro gruppi in quattro differenti vie del Villaggio Olimpico su basamenti appositamente realizzati. Una signora del Nord che era solita frequentare il villaggio olimpico in quanto vi abitava un suo congiunto, prese ad ammirare e ad amare quelle gigantesche figure librate in aria ancora sporche e ricoperte della patina del verderame e se ne fece promotrice della ripulitura e restauro e così avvenne. E esattamente dieci anni fa la signora poté assistere all’inizio del restauro del primo gruppo di atleti, quello dei lottatori a Via Unione Sovietica. La morte involò la gentile signora e l’opera di salvaguardia degli altri tre gruppi rimase incompiuta. Per fortuna il marito, senatore della Repubblica, in omaggio e ossequio alla memoria e volontà della defunta congiunta, riprese l’opera e diede incarico alla Sovrintendenza di procedere al restauro degli altri tre gruppi a proprie spese che, mi riferì, ammontarono a circa quarantacinquemila Euro.

Le sculture gigantesche del Villaggio Olimpico fanno immaginare effettivamente una personalità ed uno stile atipici dell’artista Cataldi: era il nuovo mondo e le nuove ideologie che bisognava ricreare e cioè i sentimenti di grandezza, di potenza, di ricchezza, anche di ostentazione e Amleto Cataldi, lo scultore di Roma, assolse pienamente a tale incombenza, come avvenne anche col grandioso monumento davanti al Comando Generale della Guardia di Finanza da lui realizzato, inaugurato l’anno dopo, nel 1930, dal Re in persona.

E per riprendere la cronaca del Fatto Quotidiano tre giorni fa il CONI, in vista delle gare internazionali di tennis da tenere al Foro Italico la prossima estate e allo scopo di arricchire e rendere imponente ancora di più il contesto, aveva pensato bene di ricorrere alla maestosità degli atleti del Villagio Olimpico e così arbitrariamente e illecitamente, senza autorizzazioni né del Comune né della Sovrintendenza, aveva inviato questa squadra di operatori a semplicemente prelevare, indebitamente, quindi a ‘rapinare’, le maestose sculture del Villaggio Olimpico! Un gruppo di cittadini -in mezzo alla morta gora vi è sempre fortunatamente quello sensibile e attento- ha approfondito il tema e costatato l’arbitrio e la insolenza e la cattiva volontà, sono corsi ai ripari e evitato l’arbitrio e la manfrina.

 

 

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Ammazzamenti e ammazzamenti

eroina 350 260 mindi Michele Santulli - Qualche settimana addietro abbiamo descritto gli assassini di alberi in provincia di FR, dove hanno perfino coniato il neologismo ‘pini killers’, adesso illustriamo nuovamente gli assassini di animali.

In questi giorni la rete ospita una immagine che dovrebbe far tremare: il solito americano feroce e pieno di soldi, cosiddetto cacciatore, autorizzato a dare la caccia e ad ammazzare leoni tigri ed elefanti: in effetti non pochi dei governanti dei paesi africani che ospitano sul loro suolo questa fauna patrimonio della umanità ormai in rapidissima estinzione, solleciti dei propri conti presso le banche di Zurigo o di Londra piuttosto che delle creature selvagge di cui immeritatamente hanno la custodia, non fanno che favorire con licenze e concessioni in cambio di soldi, il perpetuarsi di siffatti ignobili passatempi e distrazioni di una umanità grottesca e criminale, degna di ben altre ‘distrazioni’. Con le armi letali oggi a disposizione, è gioco da bambini abbattere un innocuo elefante o un innocente rinoceronte: basta un colpo! E quindi nella rete, con grande vituperio da parte di chi guarda, circola la foto di quest’altro ridicolo delinquente che si compiace quale pagliaccio ghignante, a farsi fotografare con la preda ai suoi piedi, un magnifico esemplare di maschio di leone ammazzato, lui stesso -l’eroe- precisa, mentre dormiva.

Nella rete circola, sempre in America, anche la immagine di una ridente e gratificata cacciatrice che orgogliosa indica la preda ai suoi piedi: un povero orso! Parrebbe in realtà, che in quel paese la caccia ai grandi animali, soprattutto a quelli di altri paesi!!, sia sempre e ancora un passatempo molto gradito a nullafacenti e violenti e sanguinari -e non sono pochi- malgrado la generale unanime riprovazione e biasimo che piombano loro addosso da ogni parte. E’ sicuramente motivo di riflessione costatare che spietate ammazzatrici siano anche le donne…

Altrettanto feroci ed efferati sono i bracconieri, forse la stirpe più riprovevole e sanguinaria, che non per piacere ma per soldi, ammazza e sevizia senza pietà i poveri eroe 350 260 minanimali per privarli di certi loro organi che una categoria di bipedi altrettanto turpe e sanguinaria richiede per soddisfare certe voglie e frenesie. Per non ricordare quell’altra altrettanto abietta e vile categoria di bipedi che vive sulla cattura e vendita degli animali e quell’altra specie umana che incendia boschi e foreste: le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: i bipedi aumentano vertiginosamente, il mondo vegetale è preda continua di devastazione e distruzione dovunque, quello animale in rapida estinzione, gli oceani ormai sul punto di trasformarsi in pozzanghere e accumulo di rifiuti e plastica.

Che ancora debba aver valore ed esistere il ‘verbo’ ammazzare riferito agli animali, è il massimo dell’oltraggio nonché del civile sottosviluppo e, come direbbe don Ciotti, del vuoto etico: che si ammazzino i bipedi tra di loro, è perfino normale, fa parte della propria genetica perversa, dall’inizio della storia, ma ammazzare un agnello o un vitello o un ‘galletto’ per poi, tra l’altro, mangiarli è un atto di pura ferocia e aggressività: il degrado sociale ed educativo è tale da ritenere normale tale pratica come pure, per certa umanità, quella di commettere violenze a danno di creature indifese ed innocue. E pertanto la televisione, ma non solo la televisione, normalmente, illustra e beatifica certi particolari su queste creature messe a morte per ricavarne mangiamenti. E’ a dir poco disdicevole e immorale che a scuola debba sistematicamente essere fatto ritenere atto normale quello di esercitare violenza su un altro essere, e quindi ammazzare e quindi anche le scene di torture e di sevizie di cui si sente parlare. Non è vero che nella sua storia l’uomo abbia geneticamente ammazzato gli animali per poi mangiarli, l’uomo ha sempre lavorato la terra per procacciarsi il sostentamento: cannibalizzare, e non solo gli animali, fa parte dei momenti speciali e eccezionali della sua storia oppure di particolari contesti umani: è certo però che la parola ‘ammazzare’ andrebbe cancellata dai libri, nelle scuole tale termine non dovrebbe essere mai più pronunciato o espresso: una scuola che acriticamente e spensieratamente ancora accetta e conserva tali concetti va chiusa, immediatamente, come scrivevano Pasolini e Capitini e mille altri, ancora.

 

 

 

Roma ciociara nel 1800

Gonin G.Roma1870 mindi Michele Santulli - Ci sono concetti ardui non tanto a comprendere quanto ad assimilare e uno di questi è la relazione secolare tra Roma e la sua appendice meridionale, che oggi individuiamo come la Ciociaria, una volta Lazio Aggetto e, successivamente, Campagna di Roma, ma alle origini Terra dei Volsci. La storia come sempre si limita a informare e a fornire fatti e vicende, la lettura e le interpretazioni sono degli altri. E quindi ben si conosce che, come osservò quell’acuto ciociaro Anton Giulio Bragaglia, mentre ancora ai piedi del Palatino il Tevere era tutto un pantano confuso e mescolato fino alle paludi pontine, dove alto si levava il gracidio delle rane, la regione al suo sud abitata dalle prime popolazioni italiche, dai Volsci, Ernici, Sanniti, Osci, Equi ed altre, si estendeva invece tra boschi e pianure fertili ed ubertose solcate da fiumi scroscianti e pescosi, laddove sui monti circostanti, Ernici e Mainarde e sui versanti dei Lepini e degli Aurunci e degli Ausoni si annidavano racchiuse nelle mura di pietre gigantesche appena tagliate e ancora bianche e brillanti al sole, Atina, Anagni, Veroli, Cori, Priverno, Fondi, Alatri, Norma, Ferentino… quali gioielli incastonati nel paesaggio.

Inutile ricordare gli uomini, e le loro opere, nati in questa terra: sono essi che hanno dato a Roma contributi significativi di cultura e di civiltà, sono essi che veramente hanno prodotto e creato senza ricorrere a violenze o a spargimento di sangue: è vero alcuni di loro hanno combattuto e brillato per coraggio, ma sempre al servizio di Roma: da loro non è emanata angheria prepotenza aggressività. Chi vuol saperne di più, raccomando “ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria pride”. I secoli successivi hanno confermato e rafforzato un rapporto divenuto vera e propria simbiosi. Tributaria di Roma da sempre per vettovaglie e uomini: in epoca romana ha dato sistematicamente i soldati per le legioni, nei secoli successivi è stata quasi la sacrestia della gerarchia ecclesiastica, dalla quantità infinita di semplici preti alla quantità di alti prelati, ai cardinali e ad almeno sette papi. Ma il secolo che marca e contrassegna una realtà ancora più intima e stretta è il secolo diciannovesimo che registra la vera e propria ciociarizzazione di Roma, un fenomeno sociale ed antropologico che ancora oggi si continua a disconoscere anziché valorizzare ed approfondire. Il flusso costante di immigrati iniziato già alla fine del 1700 partendo dalla Valcomino e poi estesosi gradualmente a tutta la regione a Sud del Tevere e dell’Aniene, ebbe come conseguenza che ad un certo punto già verso il 1850 la presenza di quella umanità in quei variopinti abiti e con quelle calzature così singolari ai piedi era così massiccia ed imponente che divenne logico e normale far diventare i ciociari i veri abitanti di Roma: si rammenti che Roma in quest’epoca contava poco più di centomila abitanti e se si calcola quanti potessero essere i preti, i monaci, i sagrestani, le monache, gli aristocratici e i nobili e la loro servitù, e che molta parte dei romani erano osti o albergatori o caffettieri o pizzicagnoli o artigiani o bottegai e i sei-settemila ebrei confinati nel ghetto, allora ben si comprende come i quindici-ventimila ciociari presenti, effettivamente venissero considerati i veri abitanti di Roma.

Una concomitanza particolare fu che all’epoca di Pio IX e nella sua segreteria si contavano almeno quindici cardinali ciociari e il ministro delle finanze era anche un ciociaro di Ceprano: quindi fu perfino normale, allorché l’8 dicembre del 1854 il Papa proclamò il dogma della Immacolata Concezione, prendere atto da parte delle gerarchie ecclesiastiche che la popolazione romana erano i ciociari: e infatti nei Musei Vaticani si ammira la Sala con gli affreschi che ricordano la celebrazione della Immacolata Concezione e sulla parete in cui si vede il Papa che pronuncia il dogma, si noterà che la popolazione romana che assiste all’evento immortale è rappresentata da una ciociarella col suo bimbo che guardano verso il Papa! Ma tale realtà sociale era fatto acquisito anche in tutta l’Italia: e infatti nel 1867 o giù di lì, in Piemonte appariva sulla stampa un documento che mostrava la figura dell’ Italia incoronata che si rivolgeva al Re Vitt.Em.II e gli diceva: “ Sbrigati, Maestà, a liberare quella poveretta, così io sarà unita e tu ne avrai la gloria”: e quella ‘poveretta’ era una ciociarella in inappuntabile costume e con cioce ai piedi, accasciata su una sedia, con i simboli del potere per terra, assistita da una badante: era Roma. E qualche anno più tardi Gerolamo Induno dava il proprio contributo di patriota alle giornate rivoluzionarie che stavano affliggendo ed angustiando la tranquillità della romana esistenza, illustrando in un suo quadro alcune ragazze in costume ciociaro che, segretamente, confezionavano le bandiere tricolori.

Una conseguente realtà della cosiddetta ciociarizzazione di Roma la si rileva anche nella produzione artistica dell’epoca sia nelle opere degli artisti europei sia anche nella folta schiera di artisti sbocciati a Roma prima e dopo il 1870: infatti l’elemento umano presente nelle loro opere erano solo la ciociara o il ciociaro. Si aggiunga che tutta la iconografia sia artistica sia giornalistica e di cronaca in occasione del fatidico 20 settembre avevano come soggetti solo il ciociaro quale abitante di Roma e il bersagliere quale liberatore.

 

 

 

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Italiani migranti

Stetten C.E.von Italians in Paris 1888 159x1015 SOTHEBY NY 350mindi Michele Santulli - Un suggestivo documento della emigrazione.
Va in vendita in questi giorni a New York un quadro di artista tedesco dipinto a Parigi nel 1888. Ci si trova in uno dei luoghi più caratteristici e famosi della città e cioè lungo la Senna dove da sempre, affilate sul parapetto, si trovano le bancarelle dei cosiddetti bouquinistes cioè dei venditori ambulanti di libri e stampe antichi, uno spettacolo tipico di Parigi, risalente a secoli addietro. Si ricordi che l’amore dei parigini, e non solo, per i libri e la lettura si è tradotto nella presenza nella città di una quantità inaudita ed unica di librerie di ogni tipo e grandezza che hanno sempre contribuito al fascino particolare di Parigi: oggi la situazione sta mutando e al posto delle antiche librerie sorgono caffè e ristoranti o mutanderie. E qui sul Lungosenna si trova anche l’italiano emigrato, venditore di statuine col figlio, che offre la sua mercanzia. Trattasi di una prova documentaria di un certo significato in quanto la umanità della emigrazione, quella della povera gente, in verità non ha mai rappresentato un motivo di particolare attenzione. In effetti la miseria non ha storia: essa è identica dovunque e allora la si accetta come una realtà della esistenza, senza notarla, come l’aria, l’acqua, la luce…..Ecco la ragione per cui abbiamo parlato di un documento di alta suggestione e rarità.

Gli anni attorno al 1870 e a seguire sono quelli della gigantesca diaspora di Italiani in Francia dal Piemonte e dalla Lombardia e dalla Campania soprattutto: si rammenti però che i pionieri ne furono i ciociari della Valcomino presenti a Parigi già alla fine del 1700 e inizi del 1800. In effetti le cosiddette guerre di indipendenza e la unificazione d’Italia ebbero come micidiale e fatale esito, fame e miseria e quindi la necessità della ricerca del sostentamento: si aprì la via dell’ espatrio forzato. Grandi masse di piemontesi e di lombardi e di napoletani e anche di toscani e romagnoli si riversarono in regioni particolari della Francia: nel Delfinato, nella Savoia, nelle saline alle Bocche del Rodano; i napoletani rimasero nel loro elemento, il mare, e si convogliarono in gran parte a Marsiglia. Alla fine del secolo si censirono quasi duecentomila Italiani, solamente in Francia!

Abbiamo già in più occasioni descritto e ricordato gli Italiani in Francia con particolare riguardo alla piccola nicchia rappresentata dai ciociari e in merito consigliamo sempre la lettura di “ORGOGLIO CIOCIARO/CIOCIARIA PRIDE” a chi ama approfondire.

Una delle occupazioni degli emigranti ciociari a Parigi e anche a Londra, era la vendita ambulante, per le strade, delle sculturine in gesso di santi, madonne e personaggi vari. Ricercatori della disciplina hanno concordato che tutti i venditori di statuine di gesso originavano in prevalenza dalla Toscana e in particolare dalla Lucchesia come, per analogia, gli spazzacamini erano in gran parte bambini e ragazzi piemontesi, come i suonatori girovaghi e i modelli erano essenzialmente ciociari della Valcomino.

 

 

 

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Rodin, il pigmalione del secolo

RodinA. Donna accovacciata mindi Michele Santulli - Il grande poeta Ovidio come tutti sanno, tra le varie opere ne scrisse una particolarmente significativa e ricca di motivi: le Metamorfosi dove vengono narrate e tramandate ai posteri decine di vicende amorose o altri fatti, tutti attinenti però il particolare che uno dei soggetti per volere di qualche divinità o per altre ragioni, poteva venir trasformato in un essere diverso: Apollo per esempio si invaghisce di Dafne che viene trasformata in pianta di alloro perché la dea rifiuta le sue attenzioni oppure Leda che cede alle lusinghe di Giove che si trasforma in cigno oppure Narciso che vedendo la sua immagine riflessa nello stagno se ne innamora credendola di un altro essere…. Il tema che qui ci occupa fa parte del patrimonio letterario occidentale da sempre: infinite sono le trattazioni e riadattamenti sul tema: stiamo parlando della vicenda incredibile di Pigmalione: oggi tra più noti è la splendida commedia di G.B.Shaw intitolata appunto: Pigmalione. Chi era dunque secondo Ovidio, questo personaggio? Uno scultore dell’antica Grecia: un giorno terminò una scultura di donna in grandezza naturale e il poeta ci tiene a menzionare il particolare: in avorio: una impresa quasi fuori del comune data la rarità del materiale anche a quell’epoca, anzi ancora di più. Finita l’opera l’artista si avvede che la scultura uscita dallo scalpello supera ogni aspettativa: è bellissima, perfino affascinante: poco a poco l’avorio agli occhi dell’artista inizia ad animarsi, ad assumere le sembianze di una donna vera, stupefacente e incantevole…..Abbandoniamo Ovidio e presentiamo lo scultore considerato il massimo dell’Ottocento-Novecento europeo, Auguste Rodin e i suoi amati modelli ciociari.Rodin Eva

Far vivere la materia, dar vita vera ad un oggetto e ad un essere vivente, è il grande segreto di ogni forma d’arte, dono rarissimo, solo degli eletti: l’artista è grande e destinato ai posteri quando sa infondere vita e anima al suo soggetto. Rodin aveva questa qualità. Si osservi la ‘Donna accovacciata’, una posizione apparentemente banale eppure la si osservi: la posizione delle labbra, la conformazione del viso, l’espressione, la posizione delle due braccia, la nudità intima esposta naturalmente e semplicemente, senza infingimenti o artificio, come in una scultura dell’antica Grecia: essa è viva e palpitante davanti a noi. L’artista ne realizzò molti esemplari e in diverse dimensioni: tanto diffuso fu ed è l’innamoramento dell’osservatore, oggi come allora. La stessa emozione di Narciso che viene ammaliato dalla sua immagine riflessa, sperimentiamo al cospetto di ‘Eva’: si immagini lo scultore nel suo studio, circondato dai suoi allievi, che modella un blocco Rodin S. Giovanni Battistainforme di creta: davanti a lui sulla pedana si leva la modella: una ragazza di circa diciotto anni, nuda, membra formose e sode, dal corpo perfetto, capigliatura corvina, piedi e mani –incredibile- di una dea classica: l’artista è ammaliato e incantato, rapito da quel fiore della natura in posa davanti a lui e le sue mani affondano avidamente e quasi con concupiscenza nella creta e comincia a dar forma: le sedute si succedono e l’ansia e l’ardore, la bramosia quasi dell’artista raggiungono momenti spasmodici: quanto esce dalle sue mani, come per Narciso, lo coinvolge e ammalia, sempre e sempre più mano a mano che la creta morta diventa viva: fino a quando dopo qualche settimana di lavoro convulso, si avvede che la modella come la Dafne di Apollo, inizia a modificare il proprio corpo: una nuova vita ha iniziato a palpitare in lei: l’artista abbandona la scultura, rinuncia perché la sua donna gli sta sfuggendo e tradendo: il corpo della sua Eva sta degenerando e pervertendosi e trasformandosi: l’opera è compiuta pur se non ultimata : la modella è incinta!

Un giorno della fine del 1870 un uomo barbuto, abiti consunti e laceri, sporco, sicuramente non profumato, bussa allo studio dello scultore, sapendo che ingaggiava modelli: a questa visione, l’artista ha un sobbalzo: ecco il mio uomo! Rodin lo assume, stabiliscono il prezzo delle sedute e inizia il rapporto. Era parecchio tempo che l’artista aveva in mente un personaggio per il quale non era riuscito ancora a trovare colui che doveva impersonarlo. Ora lo ha davanti a lui: iniziano le sedute, frenetiche, appassionate: l’artista è quasi travolto dalla sua stessa ansia nel costatare che il modello in posa davanti a lui nella sua nudità è perfino superiore alle sue aspettative fisiche, a quanto immaginava. Sotto le sue dita instancabili e magistrali la creta prende forma e visibilità: quella barba sporca e ruvida, quei capelli arruffati, assumono la perfezione di una filigrana sotto il cesello magistrale e innamorato dell’artista: il volto, quel braccio teso, quelle mani e soprattutto quelle dita parlano: è ‘San Giovanni Battista’, Pigmalione-Rodin quasi un miracolo, ha infuso vita e coscienza nella creta, ha trasformato una sostanza morta in un essere vivente! La povera e umile creatura di Gallinaro ha assunto il sembiante e la esistenza del Battista! Il Battista è la personificazione del modello! L’Ovidio dei nostri giorni ne farebbe un campione da immortalare.

 

 

 

 

 

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Leonardo e il Ciociaro

amboise bzodi Michele Santulli - Quest’anno ricorre il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci avvenuta il 2 maggio 1519 ad Amboise, cittadina sul fiume Loira nel Centro-Ovest della Francia, a un’ora di treno ad alta velocità da Parigi e dove è sepolto in una cappella del castello reale: infatti è qui che il Genio Unico trascorse i suoi ultimi tre anni di vita, ospite del re di Francia Francesco I in un piccolo castello distante pochi metri dal Castello reale, dedicandosi a tempo pieno alle sue predilezioni: gli studi di ingegneria e geometria, l’architettura, la scenografia e l’organizzazione di grandiose feste per la corte, i disegni di anatomia e di meccanica e di idraulica… La regione attraversata dalla Loira è conosciuta per i suoi magnifici castelli e palazzi e per il suo paesaggio naturale meravigliosamente conservato e valorizzato. E Amboise da sempre è luogo di pellegrinaggio da tutto il mondo in onore di Leonardo. Nel castello da lui abitato si possono ammirare tra l’altro disegni, schizzi, riproduzioni delle opere pittoriche nonché la realizzazione in scala reale di una quarantina di suoi progetti di meccanismi e di mezzi di locomozione e di strutture idrauliche o di difesa da lui previsti o inventati e perciò quasi si tocca con mano, ancora di più dopo cinquecento anni, la grandezza e unicità di quest’uomo: la visita e la vista delle sue invenzioni e progetti ma anche della riproduzione di parte delle sue opere pittoriche lascia a dir poco senza respiro e si riesce ad afferrare, in verità solo ad intuire, la molteplicità inaudita dei suoi interessi e soprattutto delle sue intuizioni e premonizioni scientifiche. La rete, a chi ha piacere, fornirà tutti i dettagli e spiegazioni sulla presenza del massimo genio della umanità dall’Italia ad Amboise e, altresì, sulla presenza in Francia della Gioconda e del San Giovanni Battista e della S.Anna.

 

Ora dobbiamo dare risposta a chi si chiede: ma che cosa c’entra Amleto Cataldi, cioè il ciociaro si cui al titolo, pur se lo scultore di Roma, con Leonardo massimo genio della umanità e, in aggiunta, con Amboise? E si va incontro ad uno di quei casi fuori del comune tipici della storia dell’arte e del collezionismo che sempre ci riempiono di ammirazione e di sorpresa ma anche di ammaestramento. Enrico Garda era un imprenditore ebreo della Repubblica di San Marino, intelligente uomo di affari e di soldi ma anche sensibile e dai vasti orizzonti culturali che ebbe moltissimo anche lui a soffrire a causa delle nefaste leggi razziali e antiebraiche in voga in Europa in quegli anni letali: negli anni venti del Novecento fu nominato console di San Marino a Parigi e proprio nella medesima epoca, nel maggio del 1923, Amleto Cataldi, che a Roma aAMBOISE isola doro 350 260 min ragione chiamavano il Parigino a seguito dei legami e interessi che lo legavano alla metropoli francese, esponeva trenta sculture in una nota galleria della città, con notevole successo di critica e di visite. Ed è ben possibile che Enrico Garda, rassicurato dai giudizi entusiasti della stampa, fu in occasione di questa manifestazione espositiva che entrò in contatto con Cataldi col quale gradualmente maturò il progetto della scultura di Leonardo da Vinci, di cui stiamo parlando. Anche se non conosciamo i vari passaggi cronologici che portarono alla realizzazione della commissione, è certo che qualche anno più tardi -Cataldi era ormai deceduto- ed esattamente nel 1935 il Comune di Parigi registrava nei civici inventari il dono di una scultura in bronzo lunga quattro metri dello scultore Amleto Cataldi raffigurante Leonardo da Vinci disteso a guisa di dio fluviale della mitologia, da parte della Repubblica di San Marino quale segno di gratitudine per le attenzioni politiche che la Francia aveva avuto nei riguardi del piccolo Stato in certe vicende della storia europea.

 

La scultura fu sistemata provvisoriamente nel municipio cittadino di Auteuil e dopo alcuni anni nel 1976 trovò intelligentemente la sistemazione ottimale: la Loira, superbo corso d’acqua, quando attraversa la cittadina di Amboise si divide in due rami formando una piccola isola che i francesi sempre pratici e amanti delle loro cose, chiamano l’Isola d’Oro: effettivamente uno smeraldo incastonato tra le acque. E in un angolo dell’isoletta, quasi a toccare il fiume, proprio di fronte al castello dell’amato protettore, il Leonardo di Cataldi disteso sul terreno all’ombra di due alberi secolari con sotto il braccio sinistro la testa della medusa, ha lo sguardo rivolto verso il castello del suo Re dove era vissuto tre anni onorato e rispettato e verso la cappella dove si trovano le spoglie.

 

Di questa scultura, in verità quasi sconosciuta alla letteratura critica sull’artista, si erano completamente perse le tracce e chi scrive, dopo non pochi tentativi andati a vuoto, quale ultima risorsa ebbe la intuizione di rivolgersi al sindaco di Parigi: dopo due giorni la sua segreteria lo mise al corrente delle tappe principali. Il seguito auspicabile potrebbe verificarsi in occasione delle manifestazioni in onore di Leonardo che si svolgeranno durante l’anno e cioè che l’Isola d’Oro di Amboise o parte di essa venga intestata al nome di Amleto Cataldi che è già presente a Parigi con due opere, una presso il Museo Nazionale Beaubourg e una presso il Petit Palais.

 

 

 

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Non oscurare Giordano Bruno in Campo de’ Fiori!

Campo de fiori 390 mindi Michele Santulli - Si liberi Campo de’ Fiori! Come sa bene il visitatore di Roma, uno dei due o tre luoghi più amati e più visitati e anche più tipicamente romani è Piazza Campo dé Fiori, veramente un fiore architettonico e ambientale nel cuore della città Eterna. Non vogliamo tediare il lettore col descrivere il fascino di questo angolo: la rete è ricca di dettagli.
Qui vogliamo richiamare alla memoria un fatto storico poco
conosciuto. Si ricordi che Roma, capitale dello Stato Pontificio fino al 1870, tra le sue mille peculiarità connotava anche quella di disporre di una forca, cioè di un patibolo, quasi in ogni piazza importante della città, sia ad ammonimento degli abitanti e sia per effettivamente giustiziare i condannati, tanto che assistere alle scene capitali era uno degli spettacoli ai quali i romani erano da secoli ormai abituati. Tale era anche Campo dé Fiori e probabilmente il martire più illustre fu Giordano Bruno, bruciato vivo il 17 febbraio del 1600: bruciato vivo!!!
Si immagini se possibile la orribile sofferenza, per converso la ferocia e la spietatezza della controparte!!! Questa piazzetta nel corso degli anni, a dispetto della fosca ed atroce storia, era anche luogo di mercato dove la mattina convenivano le contadine del ‘fuori porta’ a vendere i loro prodotti e il loro pollame. Molti documenti pittorici illustrano questo gruppo di contadine in un angolo della piazza.
La Storia ricorda che il 20 settembre 1870 segna la maggiore disgrazia e calamità che si sia abbattuta sulla umanità e cioè la fine di Roma antica e papale, la fine di un mondo: i nuovi padroni ed usurpatori, approfittando del fatto che i protettori ed amici di Roma erano stati obbligati ad abbandonarla per forza maggiore, immediatamente si buttarono sulla inerme preda ormai indifesa e se ne impossessarono: in pochi anni la trasfigurarono e quasi ne cancellarono la immagine e la unicità: non ebbero scrupolo alcuno ad annientare e ridurre in palazzoni insignificanti delle ville inaudite quali Villa Negroni (al cui posto si leva la Stazione Termini e luoghi circostanti), e Villa Boncompagni Ludovisi (al cui posto speculatori senza anima e senza scrupoli costruirono Via Veneto e affini ).

Meglio tornare a Giordano Bruno perché quanto avvenne in Roma dopo questi fatti è mille volte ancora più deleterio. Spodestato e derubato del suo potere che durava almeno da quindici secoli, rinchiuso e confinato ormai in Vaticano, il papato verso la fine del secolo dovette sorbire un ulteriore oltraggio: dei comitati di intellettuali e di studiosi decisero di innalzare un monumento alla memoria di Giordano Bruno nel luogo del suo martirio e cioè a Piazza Campo dé Fiori, il che ovviamente agli occhi delle gerarchie equivaleva a dileggio della Chiesa e a profanazione dei luoghi e della memoria: un monumento a un eretico professo! giordanobruno 350 260 min
I promotori della iniziativa, tra i quali coi suoi studenti spiccava Antonio Labriola da Cassino, professore di Filosofia Morale alla Sapienza, furono fatti oggetto di aspre rampogne e maledizioni da parte del Papato e, apparentemente, anche da parte delle autorità piemontesi, ma riuscirono a spuntarla: così il 9 giugno 1889 la statua, realizzata dallo scultore Ettore Ferrari, fu svelata al pubblico presente: un Giordano Bruno nei suoi abiti di monaco domenicano, corrucciato, protetto dal suo cappuccio, si leva terribile, a rammentare….

Pochi anni dopo si registravano a Roma nuove presenze e nuovi padroni e anche l’argomento del monumento, mai dimenticato, tornò sulla ribalta in special modo durante le trattative in occasione dei famoso ‘Concordato tra Stato e Chiesa’ del 1929: se ne richiese a gran voce lo smantellamento o la dislocazione altrove. Il Duce, in quegli anni non ancora disinquinato e depurato dei suoi sentimenti socialisti, rigettò ogni ipotesi: allo stesso tempo, dato il momento solenne della ‘Riappacificazione’, volle dare una prova di buona volontà e di comprensione: bisognava impedire che la presenza di Giordano Bruno si imponesse tutto il giorno. Ottenne perciò che quello che per secoli era stato un mercatino precario e di poche donne e di poche ore, assumesse altra veste e funzione: che si svolgesse su tutta la piazza, che iniziasse alle cinque di mattina e terminasse al tramonto, che fosse gestito solo da commercianti in possesso di regolare autorizzazione e licenza, che si svolgesse tutti i giorni dell’anno. E così avvenne.
Da allora la piazza si riempì di molte decine di venditori con le loro bancarelle ed ombrelloni e tende col risultato che effettivamente Giordano Bruno fu oscurato, la visione divenne impossibile a causa appunto degli ombrelloni e, addirittura, la statua divenne deposito di scatole vuote e di rifiuti ed avanzi di ortaggi, frutta, ecc.
Oggi la situazione è la medesima e ai prodotti mangerecci si sono aggiunte anche le bancarelle degli extracomunitari, con bigiotteria ed altre affinità. Alle cinque-le sei ogni sera uno stuolo di personale della nettezza urbana e di automezzi ripulisce la piazza -con notevole disagio dei sempre presenti turisti e visitatori- quindi dopo poco più di un’ora finalmente tutto ritorna all’origine cioè alla visione del corrucciato Giordano Bruno da Nola, che ormai si leva senza più quello schifo attorno anche se è buio o inizia a farsi buio.

Abbiamo scritto al Comune di Roma di eliminare lo scempio di quel mercato e pur conoscendo quante le incombenze della attuale amministrazione, siamo comunque certi che tale realtà di palese oltraggio alla figura di Giordano Bruno sarà motivo di riflessione e possibilmente di soluzione positiva. Un invito ad occuparsene è stato rimesso anche al Commissario Prefettizio di Nola.

 

 

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