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Stefano Balassone

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Un CdA non basta per cambiare la RAI

RAI DA RINNOVARE

I CdA del secolo XXI

di Stefano Balassone
foto cavallo viale mazzini Polisemantica 350 minLa Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano news e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanto un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’Amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del Cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di lettere, filosofia, comunicazione. Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che comunque sia composto nessun Consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al Parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. E per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi
Il primo tipo di CdA di cui torna conto di parlare era quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei dc, quattro PSI, tre PCI –assortiti per correnti – 1 PSDI, 1 PRI, 1 PLI). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni ‘70 il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima Repubblica del Cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo diciassette anni, all’alba dei ’90, la Prima Repubblica crollò sotto il Muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Vespa dixit). In quattro e quattr’otto nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di Consigloi snello di cinque unità, perché quando i posti sono pochi si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria e a metterci del suo. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione Parlamentare di Vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i Presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose.

Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia, dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione. Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal Direttore Generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai.

A rendere vulnerabile quel cinque+1 stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un CdA dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel Consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.

Confessa di un Consigliere
A inizio ’98 ne prese il posto quello in cui anche noi - che c’eravamo dimessi dall’azienda un paio d’anni prima perché ci pareva avviata allo sbaraglio – fummo nominati, senza che l’avessimo mai chiesto, anche se siete padroni di non crederci, dall’Ulivo esteso a comprendere la stessa Rifondazione Comunista. Fu lì che, onorati di una considerazione tanto estesa, accesi di entusiasmo temerario, vogliosi di porre mano al rilancio dell’azienda, accettammo la proposta, fin dimettendoci, a scanso di conflitto d’interessi, dal ruolo e dal ben maggior stipendio che ci eravamo trovati nel privato. Insieme agli altri quattro e al Direttore Generale ci gettammo tutti a lavorare, tanto più che Mediaset, alias Forza Italia, aveva appena perso le elezioni e pareva meno in grado di condizionare, di riffa o di raffa, le sorti della Rai, tanto che proprio allora Berlusconi stava tentando di rifilare a Murdoch il suo Biscione.

Lo spazio pareva dunque sgombro per articolare in modo chiaro le funzioni dell’azienda, eliminare ridondanze e sovrapposizioni, riqualificare le strutture informative regionali, lanciarsi sulle piattaforme, allora nuove, del satellite, separare la commistione velenosa fra la risorsa pubblica e la pubblicità assegnandole a canali ben distinti e separati. In sei mesi era pronto e deliberato ogni disegno ed ebbe inizio la fase d’attuazione della “Divisionalizzazione” della Rai, che non era farla a pezzi, ma, al contrario, ricomporla per missioni: prendi questa struttura e spostala per intero, scindine un’altra, cancella quella e inventane una nuova. Un intenso lavoro cuci e scuci, condotto dai dirigenti stessi dell’azienda con la necessaria competenza. Ma campato, purtroppo, molto in aria perché la mappa vera dell’azienda non è quella formale, ma l’altra che, allora come oggi, guarda ai poteri esterni che non passano e per davvero lanciano o stroncano carriere.

La lezione
Perché la Rai cambi non basta (questa è la lezione che rapidamente apparve chiara) - operare solo su di essa se prima non l’hai resa autonoma e sovrana, capace di perseguire a modo proprio i fini che la politica (dal Governo al Parlamento) le assegna. Mentre è ovvio che se la politica bada solo ad avere i propri amici nelle stalle del Cavallo, il CdA diviene, ben che vada, un soggiorno di manager in vacanza, di anime belle e di simpatiche canaglie. Mentre chi dall’azienda attende lo stipendio vede il vertice aziendale come un meteorite di passaggio, bada a fare il suo lavoro, ma non sarà mai così incauto da rescindere i rapporti con il personale politico della maggioranza del momento o della minoranza che attende il turno proprio.

Ecco perché la grande impresa di riorganizzazione che auspicammo ed impostammo nell’invidiato ruolo di membri del CdA Rai si dissolse come neve al sole non appena il Centro Destra, vinte le elezioni designò nel 2002 un ulteriore quintetto di Consiglio, consociativo con le Opposizioni, ma diviso da confini politici più netti e per di più pressato, dall’interno e dall’esterno, dagli emissari dell’azienda di proprietà del Capo del Governo, che era, per chi non lo ricordi, Berlusconi.

Nel contempo era venuta tramontando, anche presso gli avversari più accaniti del Duopolio, l’idea che questo fosse un male e che andasse in ogni modo superato. A metterci un pietra sopra provvide il buon Gasparri, Ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, che completò la marcia indietro portando a partire dal 2005, da cinque a nove i membri del Consiglio e riaffidando le nomine alla Commissione di Vigilanza per lottizzarli più di prima. Fossero, anzi, più agevolmente lottizzabili. Così i partiti di nuovo conio, vuoti di progetto e tutti presi dal far contento Tizio anziché Caio, trovavano in questa potestà la sola ragione per assecondare le sorti della Rai, ognuno avendoci dentro una sua cosa, ma non fino al punto da considerarla tutti insieme Cosa Nostra.

Noi nel frattempo, come capita a chi si fa educare dalle proprie Waterloo, spremevamo in qualche libro l’esperienza condotta a spese degli utenti. A ripensarci a distanza di decenni, la foga riformatrice che ci aveva spinto era giustificata, tant’è che nei vent’anni successivi la posizione del Servizio Pubblico non è di certo migliorata. Ma per intraprendere le sfide occorre che le circostanze siano coerenti e, quando così non è, occorre la prudenza di rinunciare a un’azione scapestrata.

I CdA del secolo XXI
Reso il mea culpa doveroso, era impossibile per noi non tenere d’occhio le imprese dei successivi CdA Rai, così come un ex alcolizzato non evita di sbirciare nel bicchiere del vicino.

Gli affollati Consigli voluti da Gasparri più che lasciare un segno sull’azienda le infliggevano ferite, con l’aiuto (a Roma si dice “aiuti per la scesa”) di Direttori Generali poco sensibili alla gloria. Poi sull’onda della crisi finanziaria arrivarono i “tecnici” di Monti che nel 2012 piazzò in Rai un vero Direttore Generale mentre i partiti, incalzati dalle chiacchiere di Grillo (allora in grande spolvero), auto certificavano purezza nominando qualche stimabile individuo. Gubitosi, il suddetto Direttore, fece cose rilevanti e serie, ma solo rispondendo a successive direttive del Governo e senza correre il rischio dell’audacia. Di suo ci aggiunse il progetto di ridurre le tante Testate giornalistiche a una sola, come accade del resto per ogni azienda tv in tutto il mondo. Per la Rai si tratta di una, forse “della”, questione capitale per emanciparsi dal passato. Ma l’astuto Gubitosi promulgò il progetto “in limine”, cioè quando era già con un piede fuori dall’azienda e diretto ad altri incarichi. Evidentemente, o i tre anni in Rai gli erano occorsi tutti interi per accorgersi di quel problema gigantesco oppure gli parve meglio lasciare un bel progetto ai Consigli successivi che parevano più idonei perché di nuovo snelliti nel 2015 da Renzi, che li ridusse a sette membri con il più dei poteri consegnati all’Amministratore Delegato. Sembrava il trionfo della politica del fare, ma invece l’inerzia prudenziale l’ebbe vinta anche stavolta e il progetto fu riposto in un cassetto, esposto alla rodente critica dei topi, come disse Marx di un suo possente e a lungo ignorato manoscritto.

Divenire soggetto
L’ultimo Consiglio, proprio quello che oggi giorno dopo giorno va svanendo, anziché correre rischi incontrollabili, ha tirato fuori dal cappello la trovata della “Società di consulenza”. Gente esperta del latinorum che imbelletta le piaghe dell’impresa, pronta a fornirti qualsiasi Piano, anche Industriale e perfino doppio, denso di dati e di prospettive mondiali, ricche e ben descritte. Opere ornamentali e ben pagate con le quali il triennio del mandato è stato ammazzato a suon di chiacchiere essendo tutti ormai scaltriti quanto basta a evitare le fughe in avanti e stare ben fermi per scansare le insidie d'ogni fare.

È possibile che i prossimi consiglieri (4) nominati dal Parlamento con voto consociato, insieme con il rappresentante dei dipendenti Rai e con l’aggiunta del Presidente e del Direttore Generale indicati dal Governo, debbano affrontare stavolta una sfida più incalzante. La tv tradizionale, di cui la Rai tuttora è parte, è infatti sotto attacco da parte dei giganti tecnologici, dei social, delle piattaforme sull’on line. Può dunque essere che la trippa del Duopolio sia finita e che gli stessi che ieri volevano tutto conservare oggi siano disposti a qualche rivoluzione, almeno mezza se non tutta intera. Sarebbe quindi gran cosa che anche i quattro nomi che emergeranno dagli accordi in Parlamento non siano pellegrini pieni di meraviglia a naso alzato, ma capaci di saldarsi con il resto del Consiglio e con l’azienda, per svolgere pedagogia riformatrice nei confronti degli stessi mondi politici che li avranno designati. Perché, mezza o completa, qualsiasi rivoluzione nella Rai deve essere accompagnata da un sommovimento delle volontà politiche e degli interessi economici che finora dall’esterno l’hanno resa impossibile a priori.

A dirla in breve, si tratta di premere il legislatore da ogni parte, come hanno fatto da ultimo i Sindacati Confederali della comunicazione e le 120 firme del Manifesto Nuova RAI, affinché con poche norme ben assestate l’azienda passi dallo stato di oggetto a quello di soggetto, capace in quanto tale di assumere la forma adatta alle tempeste del presente e del futuro e a generare sviluppo per chi ci lavora e per l’insieme della produzione nazionale.

 

Consiglieri da evitare
Il problema è che gli animali adatti a questo tipo di “fatiche da Consiglio” sono rari. Alcune specie, secondo quanto abbiamo visto e conosciuto, sono in particolare da evitare: gli scudieri politici di rincalzo, i profughi della tv commerciale, i commis di stato membri di cordata, specie nel ruolo di Direttori Generali nel quale si ricordano almeno un paio di tristissimi esperienze; lo sbriga faccende di provincia catapultato a Viale Mazzini per intrecciare relazioni che lo proiettino in un altrove più lucroso; l’esperto di finanza bravo a comprare invece che a produrre perché detesta la creatività industriale con tutte le sue rogne; il moralista che vede la televisione come un pulpito; quello che vuoto d’idee sul Servizio Pubblico si rifa al Maestro Manzi di cui ha sentito dire; il giurista convinto che la realtà si scolpisce con la legge mentre sovente è meglio che avvenga esattamente l’incontrario; l’infatuato della cultura e degli artisti, ma con un occhio attento alle modelle. Tutti costoro sarebbe bene che la tv se la guardassero da casa.

E mai possibile che da tante sabbie mobili prenda il volo una Riforma Strutturale della Rai? Può pensarlo solo un folle. Se non fosse che pareva impossibile anche avere in gestione 200 miliardi e passa di Fondi Europei, che fosse sospeso il Patto di Maastricht e che tutto avvenisse sulla spinta dei tedeschi che fino allora l’avevano impedito. È vero che a convincere i tedeschi c’è voluto il Covid19 e che solo questa pressione e il bisogno di quei soldi produrrà, vale sperarlo, lo sblocco di ben altre riforme strutturali: Fisco, Giustizia, Burocrazia. Con tempeste di problemi a fronte delle quali quella della Rai sarebbe un venticello.

 

 

 

 

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Il business del'insulto

 LA TV DI STEFANO BALASSONE. Rubrica

Il falso si insinua sempre dove c’è una fiducia da sfruttare.

di Stefano Balassone
farmers 380 minLa lamentela, il cruccio, il borbottio, la lagna son dette in America “gripe”. L’espressione è onomatopeica ed esprime fin dal suono il ringhio di rabbia che sale dal profondo in cerca di uno sfogo. Ecco allora che in USA, faro dei costumi della Rete, sono sorti numerosi i “gripe sites”, siti web dove chiunque può postare, dietro l’anonimo o un’identità farlocca, contumelie, lamentele, maledizioni e sfoghi contro chi, indicato con cognome e nome, gli provochi un guasto dell’umore. Alcuni apparentano queste azioni al “roof shouting”, il gesto di salire sopra un tetto a gridare la propria rabbia al mondo sottostante, ma la faccenda è assai meno romantica. Intanto chi sale in cima a un tetto finisce con l’esporre se stesso, in primo luogo, come un qualunque Don Chisciotte che stia affidando le parole al vento. Chi invece che con due tocchi di tastiera sputtana chi gli pare equivale a chi tempesta di missive anonime il quartiere. Anzi peggio, perché mentre la carta da lettere finisce in gran parte nel cestino, l’insulto piazzato dentro un sito si riproduce senza fine sia ad opera di chi lo condivide sia per il modo in cui “ragionano” gli algoritmi dei motori di ricerca che, quando fiutano un insulto lo arricchiscono di sottolineature che ne aumentano l’afrore affinché cresca anche l’andirivieni degli utenti. Unico faro che guida i meccanismi di business della Rete. Sta di fatto che, se finite sotto mira di un gripe site, in pochi passi il vostro nome vien distrutto.

A meno che non s’offra sollecito un “ripulitore”, esperto d’informatica e di web che riesca a cancellare, a pagamento, almeno il grosso della materia calunniosa racchiusa dentro i server. Ovviamente chi s’offre a ripulire spesso è il medesimo che ha attivato la calunnia, secondo lo schema di Chaplin vetraio, che confidava nel Monello che tirava sassi alle finestre per procurargli fatturato.

L’inchiesta del New York Times

La faccenda è venuta a galla grazie all’astuto esperimento di un reporter del New York Times che ha avuto il coraggio di scrivere un post calunnioso su se stesso (senza peraltro esagerare, giacché si dava semplicemente del “buono a nulla”) e piazzarlo su cinque di quei siti, marcandolo per ognuno con un codice (watermark) segreto. Poi ha scritto un algoritmo per dragare in Rete l’attività di una dozzina di gripe site, compresi quelli in cui aveva inserito il post, ricavando circa 150.000 messaggi indirizzati contro 47.000 individui, lui compreso. Ultimo passo, con l’aiuto di un web crawler, un programmino facilmente disponibile per navigare automaticamente nella Rete, ha chiesto a Google e Bing qi risultati legati ai nomi dei 47.000 tapini sotto attacco.

Qui si è palesata la dimensione del disastro. Mentre, infatti, se googlate il vostro nome il motore di ricerca vi mostra per prime una decina di risposte su aspetti vari della vostra esistenza registrata in Rete, per i 47.000 triturati dai gripe site le prime dieci risposte erano tutte relative ai contenuti calunniosi, e se fra loro ci fosse stato un Nobel la relativa notazione sarebbe finita dispersa nelle pagine di risposte successive. In sostanza, la “web reputation” era distrutta. Cosa non da poco dato che oggi è proprio da lì (chi non lo ha fatto alzi la mano) che si comincia per cercare informazioni dovendo rilasciare un mutuo, affittare un appartamento, assumere qualcuno e perfino per accettare un primo approccio al lume di candela.

il reporter del New York Times, mano a mano che il suo nome veniva sputtanato sui gripe site e dagli algoritmi di Google e Bing, notava che ai post si accompagnavano avvisi pubblicitari di “ditte” capaci di ripulire il web di quella roba.

Seguendo il filo degli insulti si è in tal modo palesato un Nuovo Mondo di competenze e di valori, impegnate vuoi a fare il danno che a porvi rimedio. A dimostrazione che l’informatica da un lato disintermedia e fa crollare interi mondi di mestieri; dall’altro è fertile di intermediazioni nuove, radicate nei meccanismi stessi della Rete, tra cui la “slander industry”, la diffamazione fatta impresa, che ovviamente ben s’attaglia all’istinto criminale. Quelli del mestiere preferiscono chiamarlo “complaint business” (far soldi coi lamenti). Questo è il campo in cui si colloca Mr Sullivan, giovanottone di Portland (Oregon) un tempo porto malfamato sul Pacifico e oggi luogo di cultura e innovazione, che, non potendo esprimersi nei loschi traffici grazie ai quali il porto s’era reso celebre, è ricorso a strumenti più aggiornati prima ricattando una signora (e associandosi per qualche tempo alla galera) e poi divenendo, con un sito proprio, spacciatore delle diffamazioni altrui. Contemporaneamente s’ propone (al costo di $699,99) come ripulitore di quegli informatici escrementi sapendo come intervenire sui post diffamatori per renderli invisibili agli algoritmi dei motori di ricerca;. Oppure, con approccio meno tecnologico, mettendo in contatto diffamante e diffamato perché s’accordino sul pizzo pagato il quale il post diffamatorio è cancellato. In altro caso si è constatato che due vicini di casa, Ms. Gossler e Mr. Breitentstein, s’erano divisi i ruoli, l’uno diffamando e l’altro offrendo, per $750, il salvamento. Tanto per dimostrare che la materialissima complicità di condominio è una valida risorsa anche per fecondare i “territori” immateriali della Rete.

L’Italia non è da meno

Esistono, ci siamo chiesti, anche in Italia analoghe e fiorenti imprese di informatico ricatto? Gripe site nostrani non ne conosciamo, ma potrebbe trattarsi del solito ritardo con cui da noi prendono forma le pratiche informatiche degli USA. A meno che ai nostri criminali basti e avanzi il business delle “recensioni” di ristoranti, alberghi e affittacamere che sono i più vulnerabili a chi li prende di mira e li diffama. Quel che è certo è che le recensioni non nascono solo da quelli come noi che hanno apprezzato una cena o un soggiorno. Esistono infatti siti dove puoi acquistare pacchetti numerose di recensioni, comunque taroccate anche se fossdero poisitive perché non nascerebbero dalla clientela ma dall’oste che loda il proprio vino. Il servizio comprende l’immissione in Rete attraverso identità informatiche molteplici perché se il mittente fosse uno solo il sospetto sarebbe inevitabile e l’algoritmo di guardia prontamente stopperebbe tutto il traffico.

La morale del racconto è che il falso si insinua sempre dove c’è una fiducia da sfruttare. In questo caso quella dei navigatori frettolosi e di chi tende a prendere per vera qualsiasi cosa purché sia stampata, non importa se sulla carta o sullo schermo.

da "DOMANI" del 14 maggio 2021

La Rai nella stretta, fra politica e funzione

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Pubblicato su "DOMANI" 3 maggio 2021

di Stefano Balassone
Fedez 380 minC’è sicuramente scritto da qualche parte nel contratto stipulato con il produttore dell’evento Primo Maggio che la Rai può metter becco nei contenuti che vanno sui propri palinsesti. Quindi c’è poco da meravigliarsi se apprendendo che Fedez alla Lega le avrebbe cantate molto chiare (e con uso di cognomi) il funzionario competente l’abbia invitato ad acconciarsi a quel tanto di autocensura che serve a evitare alla Rai guai politici e legali. Il punto è che quello che per la RAI è un guaio per Fedez è invece una fortuna.

La Rai, finché resta una cosa lottizzata, ha in testa innanzitutto gli umori dei politici di ringhio e di rango che ricordano ad ogni piè sospinto che sono loro a decidere le nomine, gli stipendi, il capitale della video esposizione. Nel vecchio mondo che ha preceduto l’arrivo della social comunicazione in Rete il funzionario Rai aveva un gran potere nei confronti dell’artista perché era la tv che ne decideva la carriera. E se qualcuno sgarrava la punizione seguiva con certezza come sa chi ricorda di Dario Fo e Franca Rame, espulsi dalla loro Canzonissima del 1962 (senza che facessero un sol nome, perché bastava che fossero ruvidi nei confronti dei “padroni”). Oppure il buon Lelio Luttazzi, genio musicale, che scomparì dai programmi a causa di questioni di polvere bianca mai chiarite. O anche lo stesso Enzo Tortora che col suo “Portobello” su Rai 2, matrice di tutto l’info trattenimento successivo, sconvolgeva gli equilibri del video potere e fu di conseguenza azzoppato dalla camorra e da qualche magistrato. In tutti questi casi, e qui sta il punto, la posta era sempre e comunque la medesima: apparire o meno nel più potente, e per di più a lungo in monopolio, mass medium di quel tempo, cacciati dal quale si precipitava, come l’Angelo Superbo, dal Cielo nell’Inferno.

Con Fedez e i pari suoi la faccenda è di tutt’altra pasta: le pop star, da quando la loro carriera si costruisce sui social, non arrivano alla tv sperando nel successo, ma perché nella celebrità già ci sguazzano alla grande. E quindi non è la tv che li fa e li usa, ma sono essi che possono piegarla alla propria immagine nel mondo, ai propri interessi politici, sociali, culturali, loro business.

Avendo a che fare con personaggi di tal fatta, il meschinello funzionario Rai dovrebbe ragionare in modo inverso a quanto si è finora fatto. Non chiedere a Fedez di conformarsi al costume della Rai, ma chiedersi se alla Rai, o per meglio dire se al Direttore di rete e al CdA cui protempore risponde, conviene accomodarsi alle regole del gioco di una pop star/influencer che vive traendo forza momento per momento dai suoi milioni di follower e seguaci.

A occhio e croce diremmo che la Rai non ha alternative rispetto al rassegnarsi alle nuove regole del gioco e a tenere conto della forza delle cose piuttosto che alle raccomandazioni cautelose dei legali. Può la Rai tagliarsi fuori dai “nuovi” circuiti della popolarità che prescindono dal potere dell’azienda? Ovviamente no, per non ridursi a un deserto privo di interesse. Può la Rai, così com’è combinata nei rapporti con la politica, lanciarsi all’avventura, rendersi complice delle nuove vie del “popolare”, correre rischi e magari subire un ulteriore scippo del canone, oltre ai 250 mln che già oggi le sono distolti dal bilancio? Ovviamente no, perché è costretta dalla sua natura e storia ad essere grande, cioè costosa, o insignificante.

Fedez, a parere nostro, ha molto chiaro con chi ha a che fare e, soprattutto ciò che per lui stesso è prima di tutto irrinunciabile: confermarsi la figura di riferimento del mondo che lo segue come “politico” ed artista. Esattamente come, in altri tempi (1986) Celentano, quando guidò Fantastico a suo modo, tra silenzi carichi d’attesa e parole buttate un poco a caso.

La differenza fra i due sta nella direzione dello sguardo. Celentano ci teneva a volgersi all’indietro, a dire che i valori o sono eterni oppure sono assenti, che la veracità si nutre di nostalgia (via Gluck) e di salde distinzioni fra lo scansafatiche e l’uomo realizzato (che in cambio del lavoro ottiene il premio dell’amore).

Fedez guarda invece al costume mentre evolve e se ne fa bandiera lui per primo dipingendosi il corpo con i colori del guerriero. E attento al mondo dove va e non a dove si trova. Un tipo di tal fatta si spegnerebbe come star se non vivesse in collegamento perenne con i suoi fan, se non mostrasse ogni istante del suo vivere da offrire a garanzia e testimonianza, se non registrasse, oltre alla pappa del bambino, anche, e tanto più, la telefonata con una tizia che lo chiama dalla Rai, dopo essere stato messo sull’avviso che poteva esserci voglia di censura.

 

 

 

 

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14-18, La Grande Guerra raccontata in tv

Televisione

rai logodi Stefano Balassone - "14-18, La Grande Guerra" è stato prodotto e trasmesso dalla Rai nel centenario di quel primo tempo dell’autodistruzione dell’Europa degli stati nazionali.

National Geographic ripropone oggi su Sky quei 20 episodi che, se visti di sfuggita, somigliano ai tanti altri documentari che ripercorrono le guerre del ‘900 colorando talvolta le immagini d’archivio e col supporto di specialisti di bombe, mitraglie e arnesi vari.

Il titolo Rai spicca per due tocchi d’autore. Il ruolo prevalente della voce degli storici, indispensabili per collegare ieri e oggi in una materia che tuttora ci coinvolge (come nel caso, ad esempio, delle sparate retoriche di fior d’intellettuali che come Papini erano preda dell’entusiasmo del nuovo contro il vecchio). L’assegnazione a Carlo Lucarelli della funzione di narratore “di ultima istanza”, che periodicamente tira le fila e il senso del racconto. Sicché lo spettatore tranquillo si rilassa confidando che il Nostro giungerà puntuale a dirgli quanto possa essergli sfuggito. E chissà che grazie a quel paio d’invenzioni, 14-18, La Grande Guerra, oltre a evitare la stanchezza celebrativa di ogni compleanno centenario, non riesca a farsi vedere anche dal pubblico più giovane e da quello femminile, oltre che conteggiare l’attesa presenza dei maschi anziani assiepati ai cantieri della Storia.

A completare il lavoro ci vorrebbe un programma che della Grande Guerra spiegasse le cause fino in fondo. Il documentario Rai si limita a esporre nel dettaglio l’idea, ben nota, che il conflitto sia stato scatenato da un gigantesco fallimento diplomatico, a causa del cieco automatismo, dopo Sarajevo, dei meccanismi d’alleanza.

Ma resterebbe da volgere l’attenzione del pubblico anche alla formidabile concentrazione di ricchezza e agli immensi capitali che in quegli anni si spargevano nel mondo all’ombra delle armi. Sottolineando, statistiche alla mano, che la disuguaglianza di quella Belle époque si è ricreata uguale nell’attuale centenario.

 

 

 

 

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la Repubblica, Onda su onda, 10 settembre 2020
Pubblicato in Informazione

La Via Crucis di Papa Francesco

Papa Francesco e l'Auditel

papafrancesco 350 260di Stefano Balassone - La prima Via Crucis di Bergoglio, oggetto di immediato culto dopo che, essendo già Francesco I, si affacciò al balcone con un cortese “buonasera”, ebbe luogo il 29 marzo del 2013, a due settimane dall’innalzamento al soglio. Radunò su Rai 1, secondo auditel, 7 milioni di spettatori medi per l’intera ora e mezza di durata e mai erano stati così numerosi negli anni precedenti. Ma in seguito l’ascolto è tornato quello “normale” – del resto il Papa non era più nuovo di zecca – e di anno in anno meno intenso e meno vasto, fino a toccare il minimo proprio lo scorso anno. Ma stavolta La Via Crucis su Rai 1 ha registrato un’audience media di quasi otto milioni. E qui il virus c’entra di sicuro.

Chi sono le pecorelle che si erano disperse e ora sono tornate nell’ovile dell’auditel mentre il Paese soffre per il morbo? Intanto alcuni fra i tipi allegri che l’altr’anno si erano buttati non sul rito della Pasqua, ma su Ciao Darwin dove Madre Natura si esponeva con i glutei. Poi parecchi che nel 2019 avevano scelto di rivedersi il kolossal religioso, Il Re dei Re, uscito nei cinema a pochi anni dalla fine della guerra e ormai pezzo fisso di Rete 4 ad ogni Pasqua. Qualche sguardo è stato anche sottratto a Propaganda Live di La7, ma non più di tanto giacché lì siamo, com’è evidente, in partibus infedelium.

Notevole l’afflusso del tutto nuovo delle cosiddette élites, che la Via Crucis la snobbavano. Lo rivela il balzo dello share fra “quelli che hanno studiato”, le classiche famiglie in cui lei e/o lui svolgono professioni di alto livello e hanno due figli in una casa foderata con i libri.

Merita sottolineare che le regioni del Centro Nord, dove i ricoverati in terapia intensiva sono l’81% del totale, hanno segnato uno share inferiore, spesso parecchio, a quello medio del 25,6%. Le altre che, avvisate in tempo, hanno avuto la grazia di prendere le misure al coronavirus, ringraziano con ascolti che sanno anche un poco di scongiuri.

 

La Repubblica, Onda su onda, 12 aprile 2020

 

 

 

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Super Quark+, con Piero Angela

Spettacoli Tv

superquark plus 400 mindi Stefano Balassone - Super Quark+, con Piero Angela fa parte del lato “interessante” di Rai Play rispetto agli altri due generi, divertimento e narrazione, esibiti dalla piattaforma Rai.

Il programma è costituito da puntate monotematiche di circa venti minuti l’una, perché nato direttamente per l’on line, dove la misura apprezzata è quella breve, che meglio si adatta all’uso impaziente e occasionale dello smartphone. Il tema dell’ottavo episodio, scelto a caso, è quello del “giocare”, ovvero il fare cose piacevoli e divertenti, talvolta appassionanti, ma rigorosamente “inutili” (altrimenti non è gioco) o dannose.

Però Angela spiega che i giochi fra bambini, altro che inutili, imprimono in chi sta crescendo le “regole della cooperazione fra gli adulti, cosi come fanno le zuffe fra i cuccioli dei lupi.

Il “giocare” è anche il nome che viene dato agli sfoghi dell’aggressività insita in ognuno, come alle partite di calcetto o nella sfide sul web tra sconosciuti in debito di adrenalina, forse futuri atleti alle Olimpiadi nella specialità dei videogiochi in rete.

“Giocano”, e parecchio, anche quelli che nei tempi andati speravano spendendo piccoli patrimoni per l’argento degli ex voto. Oggi grattano la cartolina che fa sperare nel domani milionario. Ma la speranza forse non c’entra ed è anzi per la sua assenza che buttano i soldi nei grattini così come uno si butterebbe giù dal ponte. Infatti sono detti “ludopatici”, gli unici insieme ai fumatori che, guarda caso in questo tempo di serrate comandate, trovino aperto, nelle tabaccherie, lo spaccio della roba.

Dopo dieci minuti di lezione, Rai Play ci si è trasfigurata nelle forme di una Enciclopedia Popolare come s’usavano una volta, ma 2.0, con una infinità di locandine dai contenuti potenzialmente sconfinati. Posto che giorno per giorno, se abbiamo ben capito, raccoglierà i programmi nuovi e, mano a mano, la moltitudine prodotta nei settanta anni in cui la tv pubblica ha visto e detto un po’ di tutto, secondo il vento del momento.

La Repubblica, Onda su onda, 17 marzo 2020

 

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La Tv nella stagione del coronavirus

La TV di Stefano Balassone

rai mediasetNell’Italia in quarantena, come un’immensa nave da crociera ferma in porto, molta più gente del solito se ne sta chiusa in cabina a guardarsi la televisione. Perché si rifugge da situazioni che non distanzino i corpi quanto necessario (si era cominciato a suggerire il “mezzo metro” e ora siamo arrivati a “due”, nella stagione più casta di cui il Paese tratterrà memoria). In compenso s’affollano le case (lì, almeno, il virus resta fra parenti), i ragazzi rifuggono dalla movida, e così i clienti dai ristoranti, gli spettatori dai cinema, le massaie dai mercati e le famigliole dai centri commerciali. Ecco perché gli spettatori del giorno televisivo e, in quantità più modica, quelli della sera, sono tornati ai livelli abituali dei primi anni ’90, quando non per caso gli spettatori issarono al Governo il proprietario delle telenovelas e del Gabibbo.

Proprio nel 1990, per coincidenza, nacque la Pretty Woman che da allora è passata varie volte in TV e a cui Rai 1, orbata dello stadio, ha chiesto soccorso ancora mercoledì sera, mentre altrove fioccavano le nuove circa il decreto del governo e l’immediata chiusura delle scuole.

Superando qualche imbarazzo per via della professione della nostra Julia Roberts entro il film suddetto, la Rai potrebbe accenderle più di un cero perché è stata capace tutta sola di radunare quasi quattro milioni di spettatori. A conferma che quel film allunga radici robuste nelle emozioni basiche grazie allo schema antico del Principe Azzurro che salva e impalma le Cenerentole di tutto il mondo. Replicata mille volte, ma ecco la sorpresa: mentre gli adulti si sono un po’ sottratti, i più giovani (dagli otto ai 34 anni) hanno ampiamente compensato perché per loro si è trattato, probabilmente, di una scoperta. Meno chiaro è come mai ciò sia avvenuto non dovunque, ma solo nelle regioni meno colpite dal coronavirus. Un mistero su cui pensare, mentre si è fatto chiaro il perché del vedersi la tv: se ti è vietato altro.

La Repubblica, Onda su onda, 6 marzo 2020

Dati Studio Frasi

 

 

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Sacco di pulci

Web Amazon

Web 350 mindi Stefano Balassone - Fleabag, (sacco di pulci) su Amazon Prime e giunta a tre stagioni, è una produzione BBC che, puntando agli smartphone dei giovani dai 16 ai 34 anni, appare solo in streaming. Protagonista Phoebe Waller-Bridge, una sorta di Litizzetto d’oltre Manica, carina quanto basta e pluripremiata commediografa.

Phoebe si spende, come tanti, in commerci precari, sesso variegato, taccheggio, approcci avventurosi, rapporti d’amore e d’odio fra parenti. Ma al di là della materia picaresca, il racconto è incisivo e il lato comico esplode grazie al costante ricorso al doppio piano di racconto. Intendiamo dire l’artificio per cui il protagonista si assenta per un momento dall’azione, volge lo sguardo in camera, vi fissa negli occhi e rivela i risvolti impliciti di quanto accade e, in Fleabag soprattutto, i suoi più intimi pensieri. Attraverso questi varchi lo spettatore viene trascinato dentro un universo di moventi, di non detti, di timori e obiettivi che generalmente non si confessano, se non sul divano della psicanalisi.

Accade così che le giovani spettatrici, impegnate a rompere il guscio dell’età ingrata, sentano nominare e, per così dire “normalizzare”, la propria materialità di intestini, ghiandole e vagine e si alleggeriscano di quanto celano a causa di timidezza o galateo.

Per contro, l’adolescente maschio ce lo immaginiamo stupito dalla rivelazione del backstage del femminile. Privilegio raro, cui si unisce la rassegna di modelli negativi del maschile, fragili o impettiti, ma tutti comunque un po’ ridicoli. Qui Phoebe si è tolta parecchi sassolini dalla scarpa, ma offrendo ai maschi qualcosa da imparare.

Da sottolineare che Fleabag, col suo linguaggio senza peli (ovunque), esibisce in Inghilterra le insegne del Servizio Pubblico pagato dagli abbonati, e con buone ragioni perché la tv commerciale mai rischierebbe di spingersi per prima oltre i confini del normale. Non ricordiamo traccia in Italia, sia Rai o altrove, di qualcosa anche lontanamente simile.

 

La Repubblica, Onda su onda, 25 febbraio 2020

 

Cronache Tv, Web, Film

 

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“Manifesto per un nuovo servizio pubblico e la qualità della comunicazione”

rai logoUna proposta innovativa

di Stefano Balassone - Alcuni esperti RAI, ora in pensione, insieme con cultori della materia, hanno dato alle stampe il “Manifesto per un nuovo servizio pubblico e la qualità della comunicazione” cui ho contribuito e che propongo per la firma sulla piattaforma change.org, all’indirizzo http://chng.it/XJjjzv4H7v (per accedere, copiare e incollare nella URL)

“La RAI, pagata dai cittadini, deve essere il primo luogo di ricerca della verità, della razionalità e della coesione sociale, e di stimolo alla qualità nella produzione dell’informazione, dei programmi e dei nuovi servizi nel sistema misto della comunicazione”. Si sente il bisogno di ricordarlo, evidentemente, perché questi obbiettivi non sembrano soddisfatti. E queste critiche sono inserite in un “panino” che collega la crisi del servizio pubblico, da una parte, alla crisi generale del sistema di comunicazione in ambiente social, e ai suoi effetti sulla rappresentanza politica democratica; dall’altra, a UNA PROPOSTA INNOVATIVA PER MODIFICARE SOSTANZIALMENTE LE MODALITÀ DI GOVERNANCE DEL GRUPPO RAI.

I promotori propongono la “costituzionalizzazione” del servizio pubblico: ritengono che la massima responsabilità politica, che risiede nel GOVERNO DELLA REPUBBLICA, E CERTIFICATA PER IL RISPETTO DELLE REGOLE ATTRAVERSO DPR DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, debba scegliere gli amministratori di una Fondazione, cui attribuire proprietà e controllo della RAI. Questo deve avvenire al di là della tattica politica e dei vantaggi immediati, attraverso regole di garanzia che orientino i prescelti alla ricerca della verità, alla coesione sociale e al rispetto delle diversità. L’esercizio di questa responsabilità, esercitata nell’interesse di tutti, deve costituire passaggio utile anche per ridare qualità alla politica e legittimare le istituzioni.

Le regole indicate dal Manifesto, come essenziali, prevedono che L’INCARICO SIA INDIVIDUALE E LUNGO, MA CON TEMPI DIFFERENZIATI ALLA PRIMA TORNATA DI NOMINE, analisi trasparente dei curricula, accertamento di competenze nei settori della comunicazione, dimostrata attitudine al dialogo e alla promozione della coesione sociale. In sostanza, scelte professionali, non partitiche né sincronizzate nel loro insieme sull’avvicendamento delle maggioranze.

È compito arduo attribuire alle massime istituzioni politiche, per il bene stesso della politica, il compito di tagliare i legami tra la RAI e la lottizzazione partitica, ma forse è la sola strada ancora possibile.
Per firmare, ripeto, change.org, all’indirizzo http://chng.it/XJjjzv4H7v

 

 

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Il rovescio del dritto

drittoerovescio 400 minStefano Balassone - Dritto e Rovescio, vista alla moviola la puntata scorsa, è il laboratorio perfetto per osservare i fili mentali fra Destra e Popolo.

Il cavo più robusto è quello dell’angoscia, dell’L’Urlo di Munch che cova dentro ogni spettatore.
Quell’angoscia “a priori” è esistenziale e non deriva, come è noto, da fatti specifici, ma in compenso li divora, siano i poveretti sui barconi, l’accento strascicato del rom bosniaco o le oscure mene delle élite europee. Ma oggi e fino a Sanremo, ce la prendiamo col coronavirus, e con l’untore che, avendo i tratti del cinese, si distingue facilmente.

Il fiore dell’angoscia si annaffia per diritto e per rovescio con tutte le voci, anche le più bizzarre perché a Rete 4 non si scherza e il giornalismo è scrupoloso ed esaustivo. Basti dire del pezzo di maniera, cioè il “si dice”, il “non si può escludere” che il suddetto virus derivi da intrugli militari. Cioè dai soliti scienziati Faust che se ne fregano del mondo per fare i soldi col demonio. Da cui il potente effetto “noi contro loro”, ottenuto con lo sforzo minimo di mescolare fatti e insinuazioni, e capace, riscontrato da noi in persona, di invadere le chiacchiere da bar il mattino successivo.

C’è poi il ricorso, più efficace dei “collegamenti” con gli esagitati, all’immersione di Del Debbio tra allevatori, pescivendoli e fruttaroli, giusto per rimarcare l’affinità elettiva con gli elettori a partita IVA.
Sagacissima, infine, la manifesta contiguità con i programmi meno cerebrali della comune semiosfera del Biscione. Sia con l’intervista incestuosa di Del Debbio a Giordano con scambi tipo: “Sembra che tu ce l’abbia con chi se n’approfitta. Ci sbagliamo?” “No, certo, poiché l’altruismo è per me un piacere”. Sia col momento "C’è Posta per te", col messaggio delle figlie di Giordano, mosso a puntuale commozione.

Come a dire: “Questa è la politica: paura, selfie e complicità. E noi qui lavoriamo perché L’Urlo che vi sta dentro prosperi pur dietro il ghigno di un sorriso”.

La repubblica, Onda su onda, 2 febbraio 2020

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