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Stefano Balassone

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Che ne sarà dei “talk show politici”?

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Se lo chiede il mondo dei mass media

di Stefano Balassone
propagandalive LaDifesadelPopolo minChe ne sarà dei “talk show politici”, fatti di sughero per meglio galleggiare nella tv sull’onda delle risse? Se lo chiede il mondo dei mass media, chi col timore, chi con la speranza che la convergenza universale dei partiti allineati dietro Draghi stia privando di bandiere le proteste e i loro echi presso Giletti, Berlinguer, Floris, Formigli, Porro, Del Debbio, Giordano e compagnia. Tanto più che alla novità di una maggioranza estesa da Fornaro fino a Borghi (il succedaneo umano della Bestia social di Salvini) s’aggiunge il taglio comunicativo secco e anti polemico del Presidente del Consiglio e la riduzione a zero delle chiacchiere vaganti rispetto alla cogenza del PNRR coi suoi irrinunciabili miliardi. Rimane all’Opposizione tutta sola la Meloni che un’alternativa non l’avanza e bada piuttosto a pescare a strascico gli elettori di Destra indispettiti. Per il resto calma piatta, perché a Silvio e alle sue aziende non passa per la testa di abbandonare l’ombra del Governo, l’M5S è impegnato a smentire il suo passato, il PD è draghiano per istinto e per cultura e l’opposizione social e piazzarola – che l’estate ha in larga misura privato del risuono dei mass media – alla sfida del bluff si rivela una scartina. Ci sono in prospettiva, questo è vero, feroci duelli per ruoli di Sindaco e assessore, ma stando almeno a Roma, non tira aria di tempesta e i candidati non promettono sfracelli. Del resto la fiducia nel tocco magico di un onesto, un competente o un furbacchione è svanita e s’è capito che, altro che magia, senza un PNRR a scala cittadina i rifiuti son destinati a restare per le strade.

La resilienza degli ascolti

Tuttavia per ragioni tecniche e socioculturali non è affatto scontato che gli ascolti dei talk show politici entrino in crisi e che il genere tramonti a causa dell’unità nazionale che spiana vecchi slogan e differenze. Questo suggeriscono intanto alcuni semplici confronti fra gli ascolti dei talk show che d’estate occupano l’access prime time attorno alle h20.40: In Onda (La7) e Stasera Italia (Rete4).

Considerate le audience delle tre ultime stagioni; viste le scelte degli spettatori vecchi e giovani, umili e agiati; valutati gli orientamenti fra una regione e l’altra; tenuto conto delle circostanze di contorno determinate dai trionfi sportivi dell’Italia; siamo giunti alla conclusione che pochissimo è cambiato fra l’estate del 2020 e quella del 2021 nonostante che nella prima (altro che unità più o meno coatta) il Paese fosse spaccato fra il Governo Giallorosso e le bizze del Salvini oppositore, mentre l’estate attuale è giunta a compiere il primo semestre del Governo Draghi con Salvini ridotto a inventarsi ruggiti d’occasione e i Cinque Stelle privi degli slogan che li portarono al trionfo. Con il che le due maggiori sorgenti di audience populista e militante sono andate a farsi benedire, ma senza che i talk show politici ne abbiano patito un qualche esodo. E dunque, per tornare alla questione, cos’è che, a dispetto delle differenze di contesto, rende così placido e inalterabile l’andamento di questi ascolti?

L’ipotesi che facciamo riguarda il piano tecnico e quello socioculturale.

Sul piano tecnico va considerato che i momenti rissaioli dentro n talk (su cui si concentra l’attenzione della stampa il giorno dopo), trattengono lo zapping appena qualche istante, non conquistano lo spettatore in pianta stabile e incidono assai poco sulla media dell’ascolto. Peraltro lo scontro di bandiere è diventato duello tra personaggi da quando la comunicazione politica s’è rifugiata per la più gran parte nelle tecniche di marketing. Dunque le risse sono comunque assicurate con l’aiuto di scuotitori di teste, troll e cantori esagitati dei quali Sgarbi, gliene va dato atto, ha fissato sia l’Idea che la tariffa, non platonica.

Le tribù socioculturali

Sul piano socioculturale c’è da considerare che la platea televisiva è tribalizzata e muove il telecomando seguendo una bussola essenzialmente identitaria, in modo perfettamente consapevole e non secondo una reattività elementare ed incosciente. Contrariamente al parere degli spregiatori della “ggente” (sic), gli incoscienti nell’audience sono scarsi e hanno anzi chiara in testa la mappa delle offerte tv che corrispondono alle loro propensioni più profonde. La “ggente”, in sostanza, legge, scrive, valuta e fa zapping secondo criteri di appartenenza culturale. Questo è il dato che abbiamo verificato più volte con l’aiuto dei dati d’ascolto elaborati dallo Studio Frasi di Milano.

Quelle mappe identitarie orientano, ad esempio, l’audience di Nicola Porro che non la raccoglie a suon di urla, ma semplicemente somigliandole a costo di restarne prigioniero. Un’audience di Destra, più o meno moderata, di brave persone convinte dalla culla che la Sinistra sia una specie di Long Covid dell’Italia e dunque sempre in guardia e pronta a imbracciare il voto al primo refolo di vento. Oggi quell’audience, detta un tempo “maggioranza silenziosa” fa più rumore di una volta, si sparge per i social e in qualche modo si rivela ai pochi che, pur diversi, vogliano conoscerla. Ma sta di fatto che al calare della sera quell’audience si rinserra nei talk show che ha scelto come patria, identici quanto a insediamento politico, sociale e culturale è diversi nella scelta del profilo del conduttore (più fraterno o più paterno) e del linguaggio (argomentativo, narrativo o surreale). Gli autori a loro volta vezzeggiano i clienti e così si perpetua il circolo della bolla tribale, che ha il difetto dell’autoreferenza, ma gli ascolti comunque li fornisce.

La resilienza delle audience della Destra trova analogo riscontro nel campo socioculturale cosiddetto di Sinistra. Salvo che mentre il quid del mondo moderato è “stare” e l’unità si crea automatica sul denominatore comune difensivo, il quid della Sinistra sta invece nel “volere cose nuove” attraverso la Politica. E poiché le cose nuove sono tante e spesso non collimano tra loro, la Sinistra inevitabilmente, si frammenta, litiga ed esiste, ma solo al plurale. Tranne quando scatta anche per essa il riflesso difensivo di un nemico comune da combattere.

Le mappe dei talk show politici “di sinistra” rispecchiano questa condizione. Si pensi alla differenza che corre fra il positivismo dialogante di Floris, che analizza ogni problema essenzialmente con gli strumenti della logica, e l’attivismo etico di Formigli che stuzzica nello spettatore l’emozione. Mondi tribali in parte sovrapponibili e in parte differenti. Comunque in perenne ricerca di conferma nel talk show che più li rappresenta.

Il pubblico Narciso

In conclusione, sempre che a ottobre una catastrofe d’ascolti non sopravvenga a darci la smentita, noi pensiamo di conoscere la ragione profonda che disegna le mappe identitarie e le conseguenti fidelizzazioni delle audience dei talk show politici, al di là dello svanire dei Partiti in quanto Idee. A dirla in breve, i Partiti, cambiano, muoiono ed altri ne verranno, ma mentre noi del pubblico lasciamo girare la ruota della Storia continuiamo a cercare nei talk show quello che siamo. In altri termini, per capire le dinamiche d’ascolto, conviene rovesciare il luogo comune per cui chi si becca del Narciso sono i conduttori e tutto il Bestiario variopinto di quelli che ucciderebbero la madre per garantirsi la comparsata in un talk show. Conviene invece avere chiaro che i Narcisi siamo noi, il pubblico, che come la Regina della favola, interroghiamo ogni sera lo specchio del talk show prediletto per controllare che nel reame dei nostri pregiudizi regni l’ordine.

Forti di questo abbrivio, ai talk show “politici” potrebbe quindi bastare un poco di inventiva per riscaldare la solita minestra cogliendo l’occasione di avventurarsi con le tribù d’audience al seguito all’esplorazione delle cose.

 

su DOMANI 4 settembre 2021

Oggetti intelligenti e un'Internet tutta nuova

INTERNET E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Oligopoli USA, copyright, privacy e tasse

di Stefano Balassone
5g 370 minDai giorni dell’assalto al Campidoglio Trump è stato privato degli account da cui chattava col popolo sovrano. Buon per noi e peggio per il trumpiano che s’infuria, ma intanto accade che il potere di attizzare o spegnere le fiamme nei mass media sia nelle mani del MAGAF (dalle iniziali di Microsoft, Apple, Google, Amazon, Facebook), il pugno di oligopoli USA che ha requisito l’Internet negli ultimi decenni accumulando fatturato a livello di trilioni.

Questo regno potrebbe intravedere il suo tramonto non per la virtuosa e democratica indignazione di eletti e popolani, che badano solo a scambiarsi messaggini, ma perché dopo l’Internet sociale “delle persone” (io, tu, il fidanzato perso nel passato) avanza quella “delle cose”: l’elettrodomestico, l’automobile, il semaforo, la metropolitana, il cassonetto e tanti altri compagni della vita, trasformati in Pinocchi dalla magia di chip e sensori che li fanno reagire a quello che succede dentro e fuori. Come potrebbe l’internet delle cose mangiarsi quella delle persone e rivoluzionare l’equilibrio del business e del potere? Lo abbiamo capito scorrendo un pugno di tabelle di Antonio Sassano, davvero illuminanti.

L’Internet delle persone

L’Internet delle persone è come una ragnatela che vede fermo al centro il ragno, cioè il potere del calcolo e dell’algoritmo che si collega agli utenti con i fili, gli propone le forme dell’agire, ne raccoglie gli input e spedisce a ognuno in contraccambio un risultato. Quest’andirvieni di segnali attraverso mezzo mondo, cavi sottomarini, nugoli di server, sorvoli di satelliti è al servizio della Potenza di Calcolo centrale, il cuore del sistema, sorvegliato dalle guardie armate MAGAF e assai caro a CIA ed FBI, che anche così ci tengono sott’occhio. È un cuore ultrapotente, che sbriga milioni di richieste perché è velocissimo, ma non al punto da azzerare il tempo, detto “latenza”, che corre fra la domanda e la risposta. Il social ci fornisce comunque l’adrenalina di una specie di diretta della vita che non soffre per il ritardo del segnale e che non ci disamora del sistema perché siamo umani, mossi a socializzare attraverso lo scambio di concetti e sentimenti o anche solo di foto di gattini. Anche la pubblicità, la principale risorsa del sistema, non soffre il mal della “latenza” e bada essenzialmente a finirci sotto gli occhi. Così sono contenti gli utenti, soddisfatti i pubblicitari e ultraricchi i monopoli che hanno costruito la baracca.

L’Internet delle cose

Quando si entra nel mondo delle cose “intelligenti” la musica è diversa perché gli oggetti vengono dotati di chip al fine di fronteggiare esigenze operative nelle quali ogni minimo istante di ritardo può essere fatale e provocare tamponamenti, crolli, incendi, alluvioni. Di conseguenza non c’è spazio per le attese, le risposte agli allarmi debbono essere istantanee, dritte e fulminee, corredate di diagnosi, prognosi e rimedi per quello specifico oggetto affidato allo scambio di informazioni con la Rete. Ecco perché nell’Internet delle cose non esiste la lavatrice generica, uguale a tante uscite dalla fabbrica, ma quel preciso esemplare della serie, dotato del pedigree del comportamento d’ogni vite e giuntura che nelle concrete condizioni d’uso rivela il suo caratterino.

Un siffatto servizio, immediato, individuale e “intelligente”, non si concilia con la latenza di reazione propria della struttura accentrata dei social dominanti. Pretende invece: 1) che la rete di comunicazione sia molecolare, il che pare possibile solo col 5G che punteggia di fitte antenne il territorio; 2) che ogni oggetto accumuli il diario delle proprie prestazioni in una memoria a blocchi, in sostanza una block chain, inalterabile e inaccessibile agli intrusi, così da evitare scherzi e sabotaggi; 3) che l’algoritmo di una smagata Intelligenza Artificiale si sparpagli lungo la rete, a ridosso degli oggetti e si specializzi nel prendersi cura dei piccoli guai di un aspirapolvere o delle catastrofi incombenti sulle auto a guida autonoma.

Una sola Internet, ma nuova.

Un sistema tarato a misura delle esigenze estreme delle cose, può ben provvedere anche a fornire il social alle persone, per non dire di posta, messaggistica e telefonia. In più la tecnica della block chain, allargandosi dalla lavatrice al suo padrone, libererebbe quest’ultimo dall’ansia per la privacy e gli darebbe il potere di cambiare app e provider portandosi appresso come roba sua l’insieme dei file con le azioni compiute ed i contatti.

Da qui, se non capiamo male, l’evidenza di una sfida inusitata agli attuali padroni del vapore: i MAGAF e gli Stati Uniti, che ne sono patria e protettori. Con tanto di guerre politiche e commerciali attorno al 5G, tanto che la proprietaria di Huawei, la compagnia cinese pronta a realizzarlo, da oltre un anno è ostaggio nelle prigioni canadesi. Le motivazioni vanno dal furto di conoscenza al puro e semplice spionaggio, e quella signora forse non è un’anima innocente, ma è ovvio sospettare dello zampino USA volto anche ad evitare che la tecnologia matura, sia troppo rapidamente resa obsoleta dalla nuova sia sul piano tecnico che riguardo al business.

 

Stati e Big Tech

Nel mentre che la nuova internet, chissà come e chissà quando, appare all’orizzonte, le comunità politiche e d’interessi dell’Occidente sono ferme alle tematiche di copyright, privacy e tasse.

L’Unione Europea ha adottato ormai da anni il GDPR (General Data Protection Regulation) che spalleggia il diritto d’autore, per frenare l’uso gratuito di contenuti a fil di Rete, ed ha enfatizzato la privacy, seppellendoci di moduli e intimazioni da accettare. Tutto è rimasto uguale a prima, ma forse l’intento era soltanto di piazzare qualche bastone europeo nelle ruote dei monopoli d’oltre Atlantico per meglio negoziare la questione delle tasse. Tutti i MAGAF, come è noto, le eludono col semplice fare marameo dalla sede legale del Paese UE che gli offre un paradiso fiscale, per avere i suoi dannati quattro soldi danneggiando tutti gli altri. La questione pareva inamovibile, ma si è da ultimo sbloccata a partire dal Governo USA. Come se ai MAGAF, al di là di speculare sulle tasse, interessasse essenzialmente restare monopoli grazie al favore di Governi, Parlamenti e Ministeri del Tesoro che, altro che antitrust, parteciperanno alla mungitura di monopolistici quattrini compiuta dagli oligarchi di quella compagnia.

Di sicuro, non si ravvisano fremiti antimonopolistici al momento, a meno di non prendere sul serio i progetti di legge emersi in questi giorni nel Senato americano per chiedere ai monopoli una qualche dose di morigeratezza, come garantire parità d’accesso ai pubblicitari e l’astenersi dal risucchiare coi miliardi le start up potenzialmente concorrenti. Se son queste le guerre contro i monopoli, non ci resta che sperare negli oggetti intelligenti.

pubblicato su "DOMANI" del 19 agosto 2021

 

 

 

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RAI 2021: la lottizzazione inceppata ed altre cose

 RINNOVO VERTICI RAI

 Che esiti potranno esserci?

di Stefano Balassone
marinella soldi Dagospia 350 minCamera e Senato hanno indicato quattro membri del Consiglio di Amministrazione Rai che s’aggiungono ai due indicati dal Capo del Governo d’intesa col Ministro dell’Economia e a quello eletto dai dipendenti dell’azienda. Rispetto alla volta precedente il meccanismo della lottizzazione s’è inceppato perché il Governo i suoi due nomi l’ha indicati senza, a differenza del Conte 1, darsi la pena di fungere da stanza di compensazione delle sofferenze spartitorie dei partiti. Gli esiti sono molteplici e qui proviamo ad elencarne solo alcuni:

1) Forza Italia e Lega, le destre nel Governo, avendo solo due posti da spartirsi, hanno lasciato fuori Fratelli d’Italia, destra anch’essa, ma all’opposizione. Quindi è possibile che gli esclusi chiedano che Barachini, l’uomo di Mediaset che presidia la Commissione Parlamentare di Vigilanza, si dimetta affinché l’opposizione possa, come è stato sempre garantito, prendere quel posto. Qualcuno in verità già mormora o s’aspetta che Fuortes sia chiamato a trovare il compenso a Fratelli d’Italia negli anfratti dell’azienda. Ma sarebbe ben strano che il drago una volta giunto nella grotta della “maggiore azienda culturale dell’Italia” (ipse dixit) si acconciasse a compiere il mestiere di mezzano al quale il Presidente Draghi si è sottratto.

2) La Presidente designata, Marinella Soldi, verrà bombardata di pressioni perché si faccia garante del “pluralismo”, cioè della lottizzazione partitica degli incarichi dirigenti dell’azienda. Minacciandola, in caso contrario, di respingerne la designazione in Commissione. Salvo che la sventurata se davvero temesse le minacce o cedesse alle lusinghe sarebbe fritta all’istante, innanzitutto sul piano dell’immagine che, a quanto capiamo dal curriculum, di certo non trascura. Per non dire che per garantire quel tipo lottizzato di “pluralismo”, metodo antico per gestire le carriere dall’esterno dell’azienda, serve la connivenza dell’Amministratore Delegato, cioè Fuortes. Il che rinvia alla conclusione del punto precedente.

3) Chi si trova al centro del tormento è certamente la Commissione di Vigilanza o meglio, in essa la Destra nel Governo che deve decidere se votare contro la candidata di Draghi alla Presidenza facendole mancare i due terzi di voti necessari alla conferma. Ma gli argomenti paiono o deboli o inconfessabili e, se il Marziano di Governo si tiene fuori dall’omertà consociativa, senza un minimo di ragione razionale non si va da alcuna parte.

4) È inoltre possibile, numeri alla mano, che in Consiglio si coaguli un blocco di voti disposti a far bella figura intestandosi la riforma radicale dell’azienda. Non vediamo perché i designati da M5S e PD debbano respingere questa tentazione. Tanto più che l’unico partito ostile fino in fondo è solo Forza Italia, che la Rai ha da sempre badato a congelarla al fine di tenere immobile il mercato italiano – dell’audience generalista e dei ricavi – su cui si basano le fortune monopolistiche del Biscione di famiglia.

5) La componente giornalistica dei lavoratori Rai ha già dato il suo malvenuto all’anti consociativismo lottizzatorio espresso dal Governo, rimbrottandolo per l’ardire di nominare consigliere Soldi e proporla nel contempo come Presidente. Il che, tradotto in spiccioli, sta a dire che da parte di quel gruppo di mestiere si preferiva una diversa Presidenza. Nella sostanza è ovvio che un’organizzazione informativa che trasuda lottizzazione da ogni poro si senta preoccupata per l’impatto che un esecutivo forte potrebbe avere su carriere e posti di lavoro. Questa del resto è, accanto a Forza Italia, l’altra componente che storicamente inchioda la Rai a un presente eterno, ma privo di futuro. Tuttavia la materia è friabile rispetto al divenire concreto dei bilanci dell’azienda e un’iniziativa di riorganizzazione editoriale e strutturale ben pensata potrebbe dinamizzare questo blocco a-storico, tanto più offrendogli prospettive meno scontate e assai migliori delle attuali.

6) Sarà il caso di tenere gli occhi addosso alla Commissione Lavori Pubblici del Senato che ha giurato di voler elaborare una nuova legge in cui fissare punto a punto la missione e il modello di governo del Servizio Pubblico Multimediale in questi tempi di social e piattaforme. Per ora, ogni Partito ha depositato un Disegno di legge tutto suo. Qualcuno se l’è dovuto scrivere da zero, qualche altro aveva un archivio più fornito. C’è da temere che siano tutti tentati di prenderla alle lunghe. Ma dovranno fare audizioni vere, compresa quella di questa Rai, che, se non sbagliamo, sarà meno propensa a reggere il sacco all’eterna voglia di rinvio, semplicemente dicendo i problemi dove stanno.

 pubblicato già su "DOMANI" del 16 luglio 2021

 

 

 

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Raffella Carrà

CRONACHE&COMMENTI

Il mito portabile

di Stefano Balassone
RaffaellaCarrà 390 minMoltissimi sanno che Raffaella Carrà comincia a divenire l’incarnazione dell’Italia nell’autunno del ’70 quando anziché mettersi la torre sulla testa, mostra in primo piano l’ombelico e canta il Tuca Tuca, la canzone più allusiva che ci sia.

Quella Rai ancora in monopolio e in bianco e nero, tre lustri prima andava in crisi per Abbe Lane che dimenava i fianchi e per la tuta color carne di Alba Arnova. Il sesso innocente era ancora da venire e, per prudenza, ancora nel ’66 le Kessler mostravano le gambe, ma foderate da grossi mutandoni. L’ombelico esposto di Raffaella coglieva evidentemente a modo proprio il mutamento di costume del Paese che proprio allora conosceva il ’68, la pillola e il divorzio.

Il mito portabile

Con tutto questo Raffaella non è mai stata icona di seduzione e basta ma, pur istruitissima e in scuole serie artistiche e di base, ha giocato la parte della schietta capace di scambiare una parola con chiunque. Un mito portabile , per così dire, perché non suscitava le brame dei mariti e la rabbia delle mogli, ma li rendeva allegri e privi di pensieri senza mai mostrare di prenderli per scemi.

Raffaella è rimasta per sempre incorniciata in questa funzione di mito nazionale legata a sua volta al fatto di fare la sua parte di tv in un luogo a sua volta istituzionale come la TV di Stato. La Rai, a dire il vero, quanto a contenuti prese presto all’alba degli ‘80 a rincorrere la tv commerciale appena nata, ma a differenziarla bastava la memoria del passato e la convinzione che le trasgressioni solo se avvenivano nel video del Cavallo erano costume e non trovata scenica di comodo. Intanto, mentre su Italia 1 Antonio Ricci con Drive IN parlava agli ormoni dei ragazzi, Raffaella inaugurava il premierato video-femminile reggendo il microfono ad ora pranzo davanti a un boccione di fagioli. Chi indovinava il numero vinceva chissà cosa, ma l’importante era che lei duettasse con le voci e le inflessioni che si buttavano a indovinare da ogni parte dell’Italia. Il gioco era semplice ma non sciocco e Carrà riusciva a donargli un’anima non facendosi vedere la più brava, ma dando a intendere che qualsiasi spettatrice avrebbe fatto meglio al posto suo. Così calamitava l’attenzione grazie all’incontro fra l’istituzionalità del logo e la cordialità del tratto.

Che il segreto di Carrà fosse nascosto proprio in quella specie di simbiosi fu comprovato quando nell’’86 Berlusconi, ansioso di far secca la Rai in poche tappe, le strappò proprio Raffaella e Pippo che del Cavallo erano i fantini. Però entrambi tornarono a casa dopo aver incamerato qualche fiasco come due pesci finiti fuori d’acqua.

In seguito tutti sanno che Raffaella è divenuta parte di Carramba, cioè della tv della “sorpresa per il cuore”, delle lacrime, del romanzone popolare vissuto attraverso quelli che lo vivono.

La seconda Raffaella

Lì si è verificata la seconda nascita di Raffaella a icona e mito nazionale. Anziché tenere il pubblico col repertorio di canzoni e le mosse di balletto, stavolta Raffaella era la donna esperta e curiosa che esortava a non nascondere le trame da fotoromanzo che viviamo, ma a farne carburante per l’ascolto. Questo tipo di tv esplose proprio allora in tutto il mondo, cacciò dai teleschermi film e varietà tradizionali, impose di prendere sul serio drammi e confessioni. Ovvio che a chi la mette insieme sia richiesta una buona dose di cinismo, correndo costantemente sul ciglio del ridicolo, attentissimi a che nessuna ti colga mentre sotto i baffi te la ridi di te stesso. Sta di fatto che da allora il “sentimento”, l’amore per il dire “vero e autentico” vengono impiegati come armi di intrattenimento universale e da noi, in particolare, la banda di C’è posta per te e roba simile è diventata una super video potenza, che con pugno di ferro in guanto di velluto, piglia per il naso l’audience alquanto fra fattoidi e trovate pesantissime di mano.

Carrà e riuscita a non finire in questo tritacarne e a restare la donna che sa far funzionare qualsiasi macchina di gioco, ma senza diventarne una rotella senza senso.

La terza Raffaella

Nell’ultimo decennio abbiamo notato la Carrà invitata a conversare nei talk show. E anche in questo caso ci è sembrato che riuscisse a dare un tono, corriva quel tanto che serviva, ma mai fino al punto di finire fra le damazze perenni dello schermo.

Dal percorso che ha condotto Raffaella Carrà a finire nel Pantheon del Paese s’impara in sostanza che il Mito resiste se s’accompagna alla Misura; se pattina sul luogo comune, ma in modo da non escludere che il mondo dei costumi e delle idee sia un luogo provvisorio dove è bravo chi sa accogliere chiunque.

Questo diremmo dunque di Raffaella: è stato un mito nazionale perché, miracolo in quel mondo, era in pace con se stessa e dava del tu ad ogni cosa della vita in video. Questo era, alle strette, il suo specifico talento.

 pubblicato sul quotidiano "Domani" del 6 luglio 2021

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Annotazioni per la riforma della Rai

 RAI: QUALE RIFORMA?

 La fatica dell’obiettività

di Stefano Balassone
rai logoL’informazione “obiettiva” è stretta parente della decisione “razionale”, libera dai ricatti dell’umore. Il punto è se i “decisori razionali” esistano davvero.
Se l’è chiesto Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’Economia, ma psicologo di formazione, che, a quanto riferisce il New York Times, ha studiato le decisioni di un bel numero (208) di professionisti della decisione: giudici federali americani, gente che decide se assegnarti alla sedia elettrica, alla galera o mandarti libero e giulivo.

Tutti hanno accettato di prendere parte a un esperimento che gli chiedeva di deliberare in merito a 16 casi inventati dai ricercatori e fissati in report privi di colori o artifici narrativi. Gli anni di galera sono fioccati nella misura di sette in media per ogni caso, ma si è trattato del classico pollo statistico di Trilussa (il lo mangio intero, tu digiuni e risulta che ce n’è mezzo per ciascuno). Nella realtà, sulla base di delitti e prove uguali in molti se la sarebbero cavata con tre anni e mezzo di prigione mentre altri avrebbero languito per dieci anni e oltre.

Messi insieme dati e osservazioni è emerso che la sentenza dipendeva dallo stato psicologico del giudice: allegro, triste, depresso, affaticato, meteoropatico oltre che propenso a detestare un tipo di reato più di un altro. In sostanza, la Giustizia è cieca sì, ma come la Fortuna. Uguale l’esito di esperimenti analoghi condotti con analisti finanziari, radiologi, cardiologi, lettori di impronte digitali, cacciatori di teste per le più importanti aziende.

La criticità della decisione razionale
La criticità della “decisione razionale” mette alle strette ogni mass medium che pretenda di essere obiettivo. L’informare è infatti nulla più che un processo decisionale che consiste nel classificare di ogni situazione gli aspetti sostanziali rispetto a quelli di contorno e nel comporre una narrazione popolata di caratteri distinti. L’esperienza di Kahneman sembra suggerire che ad un prodotto “obiettivo” sia possibile soltanto “tendere” asintoticamente, attraverso un costante accanimento, oppure come fanno i giudici dei concorsi di ginnastica, che attenuano i torti dei singoli nella media di giuria.

Nel caso del linguaggio audiovisivo il problema è parecchio complicato perché, a differenza che in un pezzo scritto, lo spettatore trova mille dettagli sui quali si sofferma e divaga rispetto al filo principale del racconto. Di questo fenomeno dal lato dell’ascolto chi fa tv è talmente consapevole che, quando gli scrupoli non gli fanno d’imbarazzo, punta per catturare l’attenzione proprio sugli elementi apparentemente di contorno, quali i capelli blu di Prussia dell’omone, la voce chioccia, l’ospite illustrato e accomodato come se invece fosse illustre.

La fatica dell’obiettività
La difficoltà di costruire un percorso informativo razionale ed obiettivo è un problema non da poco per un Servizio Pubblico che operi nel campo della comunicazione. La Rai, or è mezzo secolo, scantonò la questione moltiplicando le proprie voci in molteplici Testate. Il prodotto nasceva da TG che inalberavano orgogliose bandiere di Partito, senza lo sforzo di aumentare lo spessore di quanto si narrava. Lo spettatore – e vagli a dare torto – non perdeva certo tempo a metterli a confronto e, com’era naturale, anticipò alla grande il fenomeno delle bolle social dove domina l’affiliazione precostituita tra la fonte e il ricevente nella misura in cui già si somigliano.
Una strada sbagliata. Lo sospettavamo da tempo, ma ora anche Kahneman lo ha certificato. Lo segnaliamo ai valorosi parlamentari che hanno giurato di porre mano per davvero a una Riforma, affinché non prestino il fianco al sospetto che poco gli interessi una Rai che sudi per essere obiettiva.

pubblicato su "DOMANI" 1 luglio 2021

 

 

 

 

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Il morso alla Mela non è più innocente

 WEB. MONDO DIGITALE

Apple ha un nuovo accordo con la Cina,in cui da decenni produce i suoi device

di Stefano Balassone
logoApple 370 minApple ha annunciato fresco fresco, un accordo con la Cina, il Paese in cui da decenni produce i suoi Mac, IPhone e IPad, destinati a tutto il mondo, e allo stesso mercato interno dove ne vende tanti da ricavarne un quinto dei ricavi annuali.

Apple, ricordiamo, è anche la compagnia dal segno libertario che nel 1984 si fece sotto nel mercato con i computer personali, solidi e semplici da usare che rendevano l’informatica un bene di famiglia, non più riservata ai mega calcolatori di IBM e alle grandi aziende che se li potevano permettere. Per l’appunto nel 1984 comparve lo spot in cui una fanciulla colorata corre dentro un mondo grigio fino a scagliare un martellone contro un Grande Fratello (leggasi IBM) che tutto avrebbe voluto controllare. Nata libertaria, Apple si è fatta spesso un vanto di proteggere i clienti opponendosi perfino alle richieste dell’FBI di guardare nei cellulari di alcuni terroristi. Questa almeno era l’immagina associata alla Mela Morsicata, indipendentemente dal fatto che fosse o meno una recita dal palco mentre con l’FBI si andava comunque a braccetto in altri modi.

Quell’immagina cambia di parecchio in seguito all’accordo con la Cina in cui è previsto: 1) che i dati generati in Cina vengano conservati solo in server posti in territorio cinese e siano gestiti da tecnici di fiducia del Governo; 2) che mai e poi mai verrà accettata nell’Apple Store una qualche app sospetta di fomentare malcostume sessuale o peggio opposizione in merito agli Uiguri, a Tien An Men, a Taiwan e simili questioni.
Resta da chiedersi se quest’accordo sia limitato al rapporto con la Cina o sia il primo di una serie in cui le grandi compagnie che ci sorvegliano (nel mentre che ci servono prevenendo ogni nostra pulsione o desiderio) trovano, Stato dopo Stato, uno stabile punto di equilibrio fra il proprio business e quello dei Governi, che della sorveglianza la praticano da sempre, in primo luogo sui propri cittadini. Se così fosse assisteremo in breve alla vicenda di compagnie tecnologiche (oggi Apple, domani Google, Amazon, Netflix, Facebook e compagnia) che dopo essersi allungate dall’America sul mondo, mettono radici specifiche in uno Stato appresso all’altro. Di conseguenza abbandonano la veste di aziende ancorate alla legislazione USA per adattarsi alle norme, ai costumi e alle credenze di ogni specifico territorio. Si nazionalizzano, per così dire, al fine di stabilizzare e massimizzare i propri affari, al lieve costo di perdere la patina di campioni del capitalismo liberale, della distruzione del vecchio, ovviamente creativa per cui alla fin fine tutti ne sorridano.

Fine della Grande Fuga (dalle tasse)
In questi anni, dinanzi all’evidenza di un potere incontrollabile incapace esso stesso di tenere a bada le varie Bestie che lo fanno guadagnare, è cresciuta nella Camera dei Rappresentanti e nel Senato americani l’antipatia bipartisan verso quei miliardi frutto di evasione grazie alla natura immateriale ed imprendibile della merce. Con l’elezione di Biden il vaso è traboccato e si son create per dare un taglio a quell’andazzo.

La questione è notevole sia sotto l’aspetto fiscale sia per l’attività degli spioni privati oppure dello Stato. Ormai tutti i Governi, compreso quello USA, sono decisi ad esigere almeno un minimo (forse il 15%) di tasse laddove vendono la roba e incamerano i ricavi. A questo punto va a farsi benedire il modello di business della compagnia che gioca un Fisco contro l’altro e li gabba tutti in una volta. Se il nodo arriva al pettine solo adesso è perché il Governo USA non cercava soldi per la politica sociale (a Biden invece ne servono parecchi) e, supponiamo, perché facendosi complice dei capitalisti della sorveglianza, si ottenevano compensi di tipo politico, ad esempio influenzando le elezioni proprie e altrui. Ce lo raccontano il caso Cambridge Analytica, la sigla che ha permesso a Facebook di favorire il candidato Trump, oppure l’ultima di Apple che zitta zitta ha passato al Trump Presidente i dati delle app dei democratici. Ma ora le questioni fiscali guidano la danza e così Apple plana in Cina e si sottrae agli ordini esecutivi dei poteri USA. Il prossimo passo, sarebbe incredibile che non accadesse, riguarderà la consegna dei dati ai vari Governi della UE o a qualche organismo comunitario perché sarebbe insopportabile lasciare agli USA i dati dei propri cittadini, raccolti dai maggiori spioni del momento. Gli USA non se ne avranno a male e continueranno comunque la decennale pratica di spiare amici ed alleati perseguita con Echelon, con l’aiuto dei cinque occhi anglosassoni (UK, Australia, Nuova Zelanda, Canada) lon e da ultimo con l’aiuto dei danesi che hanno piazzato troyan e microspie a ridosso costante della Merkel).

Compagnie apolidi e capitalismo estrattivo
La conversione da multinazionali USA ad apolidi flessibili alle specifiche richieste d’ogni singolo Governo riesce perché del Governo USA hanno molto meno dei boss della frutta e del petrolio con la CIA deponevano i governanti scomodi (ad esempio Mossadeq nell’Iran del 1953 o Arbenz in Guatemala nel 1954) e forse ancora li depongono.

Alle multinazionali della sorveglianza serve solo la fibra ed il satellite per giungere dovunque, e dunque le patrie immateriali se le trovane da soli consegnando i dati e assicurando censure su richiesta e così pompare fatturato grazie allo scambio di foto dei gattini, al birignao twittarolo, alla voglia d’apparire degli adulti e dei bambini. Posto che nel loro business l’importante è presidiare ogni mercato, saturarlo e bloccare la crescita di altri a costo di comprarseli. Meglio ancora se così nessun Governo avrà la tentazione di allevare nuovi concorrenti.

Insomma, così tutti ci guadagnano: La Company globale a farsi gli affari propri con chi e dove gli pare e tenendo in mano il mondo per il verso del consumo; lo Stato nazionale felice di ficcare il naso nei dati dei propri cittadini e di disporre di una base d’analisi potente per stroncare i disturbi fin dal sorgere. Contando entrambi sulla collaborazione del bravo cittadino che non manca mai d’avere appresso gli strumenti che lo spiano.

Sintesi
· Nata libertaria, Apple si è fatta spesso un vanto di proteggere i clienti opponendosi perfino alle richieste dell’FBI di guardare nei cellulari di alcuni terroristi.
· Ora ha concordato di consegnare alla Cina i dati dei cinesi e di censurare le applicazioni non gradite da Pechino. Di certo accadrà lo stesso con altri Paesi a partire dalla UE
· Una volta che essere americani non li aiuta più ad evadere le tasse, ai campioni della merce immateriale, più agili delle multinazionali “estrattive” della frutta e del petrolio conviene librarsi sopra gli Stati e farsi apolidi nel mondo.
fonte: pubblicato su "Domani" del 15 giugno 21

Un CdA non basta per cambiare la RAI

RAI DA RINNOVARE

I CdA del secolo XXI

di Stefano Balassone
foto cavallo viale mazzini Polisemantica 350 minLa Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano news e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanto un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’Amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del Cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di lettere, filosofia, comunicazione. Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che comunque sia composto nessun Consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al Parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. E per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi
Il primo tipo di CdA di cui torna conto di parlare era quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei dc, quattro PSI, tre PCI –assortiti per correnti – 1 PSDI, 1 PRI, 1 PLI). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni ‘70 il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima Repubblica del Cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo diciassette anni, all’alba dei ’90, la Prima Repubblica crollò sotto il Muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Vespa dixit). In quattro e quattr’otto nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di Consigloi snello di cinque unità, perché quando i posti sono pochi si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria e a metterci del suo. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione Parlamentare di Vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i Presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose.

Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia, dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione. Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal Direttore Generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai.

A rendere vulnerabile quel cinque+1 stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un CdA dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel Consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.

Confessa di un Consigliere
A inizio ’98 ne prese il posto quello in cui anche noi - che c’eravamo dimessi dall’azienda un paio d’anni prima perché ci pareva avviata allo sbaraglio – fummo nominati, senza che l’avessimo mai chiesto, anche se siete padroni di non crederci, dall’Ulivo esteso a comprendere la stessa Rifondazione Comunista. Fu lì che, onorati di una considerazione tanto estesa, accesi di entusiasmo temerario, vogliosi di porre mano al rilancio dell’azienda, accettammo la proposta, fin dimettendoci, a scanso di conflitto d’interessi, dal ruolo e dal ben maggior stipendio che ci eravamo trovati nel privato. Insieme agli altri quattro e al Direttore Generale ci gettammo tutti a lavorare, tanto più che Mediaset, alias Forza Italia, aveva appena perso le elezioni e pareva meno in grado di condizionare, di riffa o di raffa, le sorti della Rai, tanto che proprio allora Berlusconi stava tentando di rifilare a Murdoch il suo Biscione.

Lo spazio pareva dunque sgombro per articolare in modo chiaro le funzioni dell’azienda, eliminare ridondanze e sovrapposizioni, riqualificare le strutture informative regionali, lanciarsi sulle piattaforme, allora nuove, del satellite, separare la commistione velenosa fra la risorsa pubblica e la pubblicità assegnandole a canali ben distinti e separati. In sei mesi era pronto e deliberato ogni disegno ed ebbe inizio la fase d’attuazione della “Divisionalizzazione” della Rai, che non era farla a pezzi, ma, al contrario, ricomporla per missioni: prendi questa struttura e spostala per intero, scindine un’altra, cancella quella e inventane una nuova. Un intenso lavoro cuci e scuci, condotto dai dirigenti stessi dell’azienda con la necessaria competenza. Ma campato, purtroppo, molto in aria perché la mappa vera dell’azienda non è quella formale, ma l’altra che, allora come oggi, guarda ai poteri esterni che non passano e per davvero lanciano o stroncano carriere.

La lezione
Perché la Rai cambi non basta (questa è la lezione che rapidamente apparve chiara) - operare solo su di essa se prima non l’hai resa autonoma e sovrana, capace di perseguire a modo proprio i fini che la politica (dal Governo al Parlamento) le assegna. Mentre è ovvio che se la politica bada solo ad avere i propri amici nelle stalle del Cavallo, il CdA diviene, ben che vada, un soggiorno di manager in vacanza, di anime belle e di simpatiche canaglie. Mentre chi dall’azienda attende lo stipendio vede il vertice aziendale come un meteorite di passaggio, bada a fare il suo lavoro, ma non sarà mai così incauto da rescindere i rapporti con il personale politico della maggioranza del momento o della minoranza che attende il turno proprio.

Ecco perché la grande impresa di riorganizzazione che auspicammo ed impostammo nell’invidiato ruolo di membri del CdA Rai si dissolse come neve al sole non appena il Centro Destra, vinte le elezioni designò nel 2002 un ulteriore quintetto di Consiglio, consociativo con le Opposizioni, ma diviso da confini politici più netti e per di più pressato, dall’interno e dall’esterno, dagli emissari dell’azienda di proprietà del Capo del Governo, che era, per chi non lo ricordi, Berlusconi.

Nel contempo era venuta tramontando, anche presso gli avversari più accaniti del Duopolio, l’idea che questo fosse un male e che andasse in ogni modo superato. A metterci un pietra sopra provvide il buon Gasparri, Ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, che completò la marcia indietro portando a partire dal 2005, da cinque a nove i membri del Consiglio e riaffidando le nomine alla Commissione di Vigilanza per lottizzarli più di prima. Fossero, anzi, più agevolmente lottizzabili. Così i partiti di nuovo conio, vuoti di progetto e tutti presi dal far contento Tizio anziché Caio, trovavano in questa potestà la sola ragione per assecondare le sorti della Rai, ognuno avendoci dentro una sua cosa, ma non fino al punto da considerarla tutti insieme Cosa Nostra.

Noi nel frattempo, come capita a chi si fa educare dalle proprie Waterloo, spremevamo in qualche libro l’esperienza condotta a spese degli utenti. A ripensarci a distanza di decenni, la foga riformatrice che ci aveva spinto era giustificata, tant’è che nei vent’anni successivi la posizione del Servizio Pubblico non è di certo migliorata. Ma per intraprendere le sfide occorre che le circostanze siano coerenti e, quando così non è, occorre la prudenza di rinunciare a un’azione scapestrata.

I CdA del secolo XXI
Reso il mea culpa doveroso, era impossibile per noi non tenere d’occhio le imprese dei successivi CdA Rai, così come un ex alcolizzato non evita di sbirciare nel bicchiere del vicino.

Gli affollati Consigli voluti da Gasparri più che lasciare un segno sull’azienda le infliggevano ferite, con l’aiuto (a Roma si dice “aiuti per la scesa”) di Direttori Generali poco sensibili alla gloria. Poi sull’onda della crisi finanziaria arrivarono i “tecnici” di Monti che nel 2012 piazzò in Rai un vero Direttore Generale mentre i partiti, incalzati dalle chiacchiere di Grillo (allora in grande spolvero), auto certificavano purezza nominando qualche stimabile individuo. Gubitosi, il suddetto Direttore, fece cose rilevanti e serie, ma solo rispondendo a successive direttive del Governo e senza correre il rischio dell’audacia. Di suo ci aggiunse il progetto di ridurre le tante Testate giornalistiche a una sola, come accade del resto per ogni azienda tv in tutto il mondo. Per la Rai si tratta di una, forse “della”, questione capitale per emanciparsi dal passato. Ma l’astuto Gubitosi promulgò il progetto “in limine”, cioè quando era già con un piede fuori dall’azienda e diretto ad altri incarichi. Evidentemente, o i tre anni in Rai gli erano occorsi tutti interi per accorgersi di quel problema gigantesco oppure gli parve meglio lasciare un bel progetto ai Consigli successivi che parevano più idonei perché di nuovo snelliti nel 2015 da Renzi, che li ridusse a sette membri con il più dei poteri consegnati all’Amministratore Delegato. Sembrava il trionfo della politica del fare, ma invece l’inerzia prudenziale l’ebbe vinta anche stavolta e il progetto fu riposto in un cassetto, esposto alla rodente critica dei topi, come disse Marx di un suo possente e a lungo ignorato manoscritto.

Divenire soggetto
L’ultimo Consiglio, proprio quello che oggi giorno dopo giorno va svanendo, anziché correre rischi incontrollabili, ha tirato fuori dal cappello la trovata della “Società di consulenza”. Gente esperta del latinorum che imbelletta le piaghe dell’impresa, pronta a fornirti qualsiasi Piano, anche Industriale e perfino doppio, denso di dati e di prospettive mondiali, ricche e ben descritte. Opere ornamentali e ben pagate con le quali il triennio del mandato è stato ammazzato a suon di chiacchiere essendo tutti ormai scaltriti quanto basta a evitare le fughe in avanti e stare ben fermi per scansare le insidie d'ogni fare.

È possibile che i prossimi consiglieri (4) nominati dal Parlamento con voto consociato, insieme con il rappresentante dei dipendenti Rai e con l’aggiunta del Presidente e del Direttore Generale indicati dal Governo, debbano affrontare stavolta una sfida più incalzante. La tv tradizionale, di cui la Rai tuttora è parte, è infatti sotto attacco da parte dei giganti tecnologici, dei social, delle piattaforme sull’on line. Può dunque essere che la trippa del Duopolio sia finita e che gli stessi che ieri volevano tutto conservare oggi siano disposti a qualche rivoluzione, almeno mezza se non tutta intera. Sarebbe quindi gran cosa che anche i quattro nomi che emergeranno dagli accordi in Parlamento non siano pellegrini pieni di meraviglia a naso alzato, ma capaci di saldarsi con il resto del Consiglio e con l’azienda, per svolgere pedagogia riformatrice nei confronti degli stessi mondi politici che li avranno designati. Perché, mezza o completa, qualsiasi rivoluzione nella Rai deve essere accompagnata da un sommovimento delle volontà politiche e degli interessi economici che finora dall’esterno l’hanno resa impossibile a priori.

A dirla in breve, si tratta di premere il legislatore da ogni parte, come hanno fatto da ultimo i Sindacati Confederali della comunicazione e le 120 firme del Manifesto Nuova RAI, affinché con poche norme ben assestate l’azienda passi dallo stato di oggetto a quello di soggetto, capace in quanto tale di assumere la forma adatta alle tempeste del presente e del futuro e a generare sviluppo per chi ci lavora e per l’insieme della produzione nazionale.

 

Consiglieri da evitare
Il problema è che gli animali adatti a questo tipo di “fatiche da Consiglio” sono rari. Alcune specie, secondo quanto abbiamo visto e conosciuto, sono in particolare da evitare: gli scudieri politici di rincalzo, i profughi della tv commerciale, i commis di stato membri di cordata, specie nel ruolo di Direttori Generali nel quale si ricordano almeno un paio di tristissimi esperienze; lo sbriga faccende di provincia catapultato a Viale Mazzini per intrecciare relazioni che lo proiettino in un altrove più lucroso; l’esperto di finanza bravo a comprare invece che a produrre perché detesta la creatività industriale con tutte le sue rogne; il moralista che vede la televisione come un pulpito; quello che vuoto d’idee sul Servizio Pubblico si rifa al Maestro Manzi di cui ha sentito dire; il giurista convinto che la realtà si scolpisce con la legge mentre sovente è meglio che avvenga esattamente l’incontrario; l’infatuato della cultura e degli artisti, ma con un occhio attento alle modelle. Tutti costoro sarebbe bene che la tv se la guardassero da casa.

E mai possibile che da tante sabbie mobili prenda il volo una Riforma Strutturale della Rai? Può pensarlo solo un folle. Se non fosse che pareva impossibile anche avere in gestione 200 miliardi e passa di Fondi Europei, che fosse sospeso il Patto di Maastricht e che tutto avvenisse sulla spinta dei tedeschi che fino allora l’avevano impedito. È vero che a convincere i tedeschi c’è voluto il Covid19 e che solo questa pressione e il bisogno di quei soldi produrrà, vale sperarlo, lo sblocco di ben altre riforme strutturali: Fisco, Giustizia, Burocrazia. Con tempeste di problemi a fronte delle quali quella della Rai sarebbe un venticello.

 

 

 

 

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Il business del'insulto

 LA TV DI STEFANO BALASSONE. Rubrica

Il falso si insinua sempre dove c’è una fiducia da sfruttare.

di Stefano Balassone
farmers 380 minLa lamentela, il cruccio, il borbottio, la lagna son dette in America “gripe”. L’espressione è onomatopeica ed esprime fin dal suono il ringhio di rabbia che sale dal profondo in cerca di uno sfogo. Ecco allora che in USA, faro dei costumi della Rete, sono sorti numerosi i “gripe sites”, siti web dove chiunque può postare, dietro l’anonimo o un’identità farlocca, contumelie, lamentele, maledizioni e sfoghi contro chi, indicato con cognome e nome, gli provochi un guasto dell’umore. Alcuni apparentano queste azioni al “roof shouting”, il gesto di salire sopra un tetto a gridare la propria rabbia al mondo sottostante, ma la faccenda è assai meno romantica. Intanto chi sale in cima a un tetto finisce con l’esporre se stesso, in primo luogo, come un qualunque Don Chisciotte che stia affidando le parole al vento. Chi invece che con due tocchi di tastiera sputtana chi gli pare equivale a chi tempesta di missive anonime il quartiere. Anzi peggio, perché mentre la carta da lettere finisce in gran parte nel cestino, l’insulto piazzato dentro un sito si riproduce senza fine sia ad opera di chi lo condivide sia per il modo in cui “ragionano” gli algoritmi dei motori di ricerca che, quando fiutano un insulto lo arricchiscono di sottolineature che ne aumentano l’afrore affinché cresca anche l’andirivieni degli utenti. Unico faro che guida i meccanismi di business della Rete. Sta di fatto che, se finite sotto mira di un gripe site, in pochi passi il vostro nome vien distrutto.

A meno che non s’offra sollecito un “ripulitore”, esperto d’informatica e di web che riesca a cancellare, a pagamento, almeno il grosso della materia calunniosa racchiusa dentro i server. Ovviamente chi s’offre a ripulire spesso è il medesimo che ha attivato la calunnia, secondo lo schema di Chaplin vetraio, che confidava nel Monello che tirava sassi alle finestre per procurargli fatturato.

L’inchiesta del New York Times

La faccenda è venuta a galla grazie all’astuto esperimento di un reporter del New York Times che ha avuto il coraggio di scrivere un post calunnioso su se stesso (senza peraltro esagerare, giacché si dava semplicemente del “buono a nulla”) e piazzarlo su cinque di quei siti, marcandolo per ognuno con un codice (watermark) segreto. Poi ha scritto un algoritmo per dragare in Rete l’attività di una dozzina di gripe site, compresi quelli in cui aveva inserito il post, ricavando circa 150.000 messaggi indirizzati contro 47.000 individui, lui compreso. Ultimo passo, con l’aiuto di un web crawler, un programmino facilmente disponibile per navigare automaticamente nella Rete, ha chiesto a Google e Bing qi risultati legati ai nomi dei 47.000 tapini sotto attacco.

Qui si è palesata la dimensione del disastro. Mentre, infatti, se googlate il vostro nome il motore di ricerca vi mostra per prime una decina di risposte su aspetti vari della vostra esistenza registrata in Rete, per i 47.000 triturati dai gripe site le prime dieci risposte erano tutte relative ai contenuti calunniosi, e se fra loro ci fosse stato un Nobel la relativa notazione sarebbe finita dispersa nelle pagine di risposte successive. In sostanza, la “web reputation” era distrutta. Cosa non da poco dato che oggi è proprio da lì (chi non lo ha fatto alzi la mano) che si comincia per cercare informazioni dovendo rilasciare un mutuo, affittare un appartamento, assumere qualcuno e perfino per accettare un primo approccio al lume di candela.

il reporter del New York Times, mano a mano che il suo nome veniva sputtanato sui gripe site e dagli algoritmi di Google e Bing, notava che ai post si accompagnavano avvisi pubblicitari di “ditte” capaci di ripulire il web di quella roba.

Seguendo il filo degli insulti si è in tal modo palesato un Nuovo Mondo di competenze e di valori, impegnate vuoi a fare il danno che a porvi rimedio. A dimostrazione che l’informatica da un lato disintermedia e fa crollare interi mondi di mestieri; dall’altro è fertile di intermediazioni nuove, radicate nei meccanismi stessi della Rete, tra cui la “slander industry”, la diffamazione fatta impresa, che ovviamente ben s’attaglia all’istinto criminale. Quelli del mestiere preferiscono chiamarlo “complaint business” (far soldi coi lamenti). Questo è il campo in cui si colloca Mr Sullivan, giovanottone di Portland (Oregon) un tempo porto malfamato sul Pacifico e oggi luogo di cultura e innovazione, che, non potendo esprimersi nei loschi traffici grazie ai quali il porto s’era reso celebre, è ricorso a strumenti più aggiornati prima ricattando una signora (e associandosi per qualche tempo alla galera) e poi divenendo, con un sito proprio, spacciatore delle diffamazioni altrui. Contemporaneamente s’ propone (al costo di $699,99) come ripulitore di quegli informatici escrementi sapendo come intervenire sui post diffamatori per renderli invisibili agli algoritmi dei motori di ricerca;. Oppure, con approccio meno tecnologico, mettendo in contatto diffamante e diffamato perché s’accordino sul pizzo pagato il quale il post diffamatorio è cancellato. In altro caso si è constatato che due vicini di casa, Ms. Gossler e Mr. Breitentstein, s’erano divisi i ruoli, l’uno diffamando e l’altro offrendo, per $750, il salvamento. Tanto per dimostrare che la materialissima complicità di condominio è una valida risorsa anche per fecondare i “territori” immateriali della Rete.

L’Italia non è da meno

Esistono, ci siamo chiesti, anche in Italia analoghe e fiorenti imprese di informatico ricatto? Gripe site nostrani non ne conosciamo, ma potrebbe trattarsi del solito ritardo con cui da noi prendono forma le pratiche informatiche degli USA. A meno che ai nostri criminali basti e avanzi il business delle “recensioni” di ristoranti, alberghi e affittacamere che sono i più vulnerabili a chi li prende di mira e li diffama. Quel che è certo è che le recensioni non nascono solo da quelli come noi che hanno apprezzato una cena o un soggiorno. Esistono infatti siti dove puoi acquistare pacchetti numerose di recensioni, comunque taroccate anche se fossdero poisitive perché non nascerebbero dalla clientela ma dall’oste che loda il proprio vino. Il servizio comprende l’immissione in Rete attraverso identità informatiche molteplici perché se il mittente fosse uno solo il sospetto sarebbe inevitabile e l’algoritmo di guardia prontamente stopperebbe tutto il traffico.

La morale del racconto è che il falso si insinua sempre dove c’è una fiducia da sfruttare. In questo caso quella dei navigatori frettolosi e di chi tende a prendere per vera qualsiasi cosa purché sia stampata, non importa se sulla carta o sullo schermo.

da "DOMANI" del 14 maggio 2021

La Rai nella stretta, fra politica e funzione

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Pubblicato su "DOMANI" 3 maggio 2021

di Stefano Balassone
Fedez 380 minC’è sicuramente scritto da qualche parte nel contratto stipulato con il produttore dell’evento Primo Maggio che la Rai può metter becco nei contenuti che vanno sui propri palinsesti. Quindi c’è poco da meravigliarsi se apprendendo che Fedez alla Lega le avrebbe cantate molto chiare (e con uso di cognomi) il funzionario competente l’abbia invitato ad acconciarsi a quel tanto di autocensura che serve a evitare alla Rai guai politici e legali. Il punto è che quello che per la RAI è un guaio per Fedez è invece una fortuna.

La Rai, finché resta una cosa lottizzata, ha in testa innanzitutto gli umori dei politici di ringhio e di rango che ricordano ad ogni piè sospinto che sono loro a decidere le nomine, gli stipendi, il capitale della video esposizione. Nel vecchio mondo che ha preceduto l’arrivo della social comunicazione in Rete il funzionario Rai aveva un gran potere nei confronti dell’artista perché era la tv che ne decideva la carriera. E se qualcuno sgarrava la punizione seguiva con certezza come sa chi ricorda di Dario Fo e Franca Rame, espulsi dalla loro Canzonissima del 1962 (senza che facessero un sol nome, perché bastava che fossero ruvidi nei confronti dei “padroni”). Oppure il buon Lelio Luttazzi, genio musicale, che scomparì dai programmi a causa di questioni di polvere bianca mai chiarite. O anche lo stesso Enzo Tortora che col suo “Portobello” su Rai 2, matrice di tutto l’info trattenimento successivo, sconvolgeva gli equilibri del video potere e fu di conseguenza azzoppato dalla camorra e da qualche magistrato. In tutti questi casi, e qui sta il punto, la posta era sempre e comunque la medesima: apparire o meno nel più potente, e per di più a lungo in monopolio, mass medium di quel tempo, cacciati dal quale si precipitava, come l’Angelo Superbo, dal Cielo nell’Inferno.

Con Fedez e i pari suoi la faccenda è di tutt’altra pasta: le pop star, da quando la loro carriera si costruisce sui social, non arrivano alla tv sperando nel successo, ma perché nella celebrità già ci sguazzano alla grande. E quindi non è la tv che li fa e li usa, ma sono essi che possono piegarla alla propria immagine nel mondo, ai propri interessi politici, sociali, culturali, loro business.

Avendo a che fare con personaggi di tal fatta, il meschinello funzionario Rai dovrebbe ragionare in modo inverso a quanto si è finora fatto. Non chiedere a Fedez di conformarsi al costume della Rai, ma chiedersi se alla Rai, o per meglio dire se al Direttore di rete e al CdA cui protempore risponde, conviene accomodarsi alle regole del gioco di una pop star/influencer che vive traendo forza momento per momento dai suoi milioni di follower e seguaci.

A occhio e croce diremmo che la Rai non ha alternative rispetto al rassegnarsi alle nuove regole del gioco e a tenere conto della forza delle cose piuttosto che alle raccomandazioni cautelose dei legali. Può la Rai tagliarsi fuori dai “nuovi” circuiti della popolarità che prescindono dal potere dell’azienda? Ovviamente no, per non ridursi a un deserto privo di interesse. Può la Rai, così com’è combinata nei rapporti con la politica, lanciarsi all’avventura, rendersi complice delle nuove vie del “popolare”, correre rischi e magari subire un ulteriore scippo del canone, oltre ai 250 mln che già oggi le sono distolti dal bilancio? Ovviamente no, perché è costretta dalla sua natura e storia ad essere grande, cioè costosa, o insignificante.

Fedez, a parere nostro, ha molto chiaro con chi ha a che fare e, soprattutto ciò che per lui stesso è prima di tutto irrinunciabile: confermarsi la figura di riferimento del mondo che lo segue come “politico” ed artista. Esattamente come, in altri tempi (1986) Celentano, quando guidò Fantastico a suo modo, tra silenzi carichi d’attesa e parole buttate un poco a caso.

La differenza fra i due sta nella direzione dello sguardo. Celentano ci teneva a volgersi all’indietro, a dire che i valori o sono eterni oppure sono assenti, che la veracità si nutre di nostalgia (via Gluck) e di salde distinzioni fra lo scansafatiche e l’uomo realizzato (che in cambio del lavoro ottiene il premio dell’amore).

Fedez guarda invece al costume mentre evolve e se ne fa bandiera lui per primo dipingendosi il corpo con i colori del guerriero. E attento al mondo dove va e non a dove si trova. Un tipo di tal fatta si spegnerebbe come star se non vivesse in collegamento perenne con i suoi fan, se non mostrasse ogni istante del suo vivere da offrire a garanzia e testimonianza, se non registrasse, oltre alla pappa del bambino, anche, e tanto più, la telefonata con una tizia che lo chiama dalla Rai, dopo essere stato messo sull’avviso che poteva esserci voglia di censura.

 

 

 

 

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14-18, La Grande Guerra raccontata in tv

Televisione

rai logodi Stefano Balassone - "14-18, La Grande Guerra" è stato prodotto e trasmesso dalla Rai nel centenario di quel primo tempo dell’autodistruzione dell’Europa degli stati nazionali.

National Geographic ripropone oggi su Sky quei 20 episodi che, se visti di sfuggita, somigliano ai tanti altri documentari che ripercorrono le guerre del ‘900 colorando talvolta le immagini d’archivio e col supporto di specialisti di bombe, mitraglie e arnesi vari.

Il titolo Rai spicca per due tocchi d’autore. Il ruolo prevalente della voce degli storici, indispensabili per collegare ieri e oggi in una materia che tuttora ci coinvolge (come nel caso, ad esempio, delle sparate retoriche di fior d’intellettuali che come Papini erano preda dell’entusiasmo del nuovo contro il vecchio). L’assegnazione a Carlo Lucarelli della funzione di narratore “di ultima istanza”, che periodicamente tira le fila e il senso del racconto. Sicché lo spettatore tranquillo si rilassa confidando che il Nostro giungerà puntuale a dirgli quanto possa essergli sfuggito. E chissà che grazie a quel paio d’invenzioni, 14-18, La Grande Guerra, oltre a evitare la stanchezza celebrativa di ogni compleanno centenario, non riesca a farsi vedere anche dal pubblico più giovane e da quello femminile, oltre che conteggiare l’attesa presenza dei maschi anziani assiepati ai cantieri della Storia.

A completare il lavoro ci vorrebbe un programma che della Grande Guerra spiegasse le cause fino in fondo. Il documentario Rai si limita a esporre nel dettaglio l’idea, ben nota, che il conflitto sia stato scatenato da un gigantesco fallimento diplomatico, a causa del cieco automatismo, dopo Sarajevo, dei meccanismi d’alleanza.

Ma resterebbe da volgere l’attenzione del pubblico anche alla formidabile concentrazione di ricchezza e agli immensi capitali che in quegli anni si spargevano nel mondo all’ombra delle armi. Sottolineando, statistiche alla mano, che la disuguaglianza di quella Belle époque si è ricreata uguale nell’attuale centenario.

 

 

 

 

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la Repubblica, Onda su onda, 10 settembre 2020
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