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Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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Giuseppe Conte, l’ex avvocato del popolo italiano

Un'Opinione

 In attesa che nasca il governo del Presidente

di Elia Fiorillo
giuseppe conte 350 minNo, proprio non ipotizzava una soluzione che lo vedesse fuori dai giochi. Il percorso lo aveva bene in mente. Lui, “l’avvocato del popolo”, già si vedeva al Quirinale non come ospite, per confrontarsi con l’inquilino in carica, ma come locatario. Il percorso per lui era scontato: presidente del Consiglio in attesa che Mattarella sloggiasse dal Colle, eppoi il salto da palazzo Chigi al luogo più prestigioso del “bel Paese”. I tempi dello sgombero non erano lunghissimi. Anzi, tutto sommato, tenendo conto del momento critico attraversato dal Paese, erano ragionevolmente brevi.

No, non aveva preoccupazioni - una volta assiso al Palazzo del Governo - che qualche nome di prestigio potesse ostacolarlo nella corsa a presidente della Repubblica. Romano Prodi non impensieriva minimamente l’avvocato 5Stelle Giuseppe Conte. “Mortadella” aveva fatto il suo tempo, si capiva bene dai sondaggi a cui “l’avvocato” è attentissimo. Ogni sua mossa è misurata, prima e dopo, dai consensi che gli italiani - e non solo - gli avrebbero potuto tributare. A 56anni, a suo avviso, era giunto il momento di sedersi sullo scranno più alto d’Italia. Basta mandare alla presidenza della Repubblica vecchi già un po’ – per non dire totalmente - rincoglioniti. Era il tempo di voltare pagina. Lui, don Giuseppe Conte, al Quirinale avrebbe dato alla presidenza della Repubblica un ruolo di primissimo piano che avrebbe oscurato totalmente il protagonismo dell’ex inquilino Giorgio Napolitano. Sarebbe stato lui a pilotare le scelte dei presidenti del Consiglio. Insomma, bisognava voltare pagina. Dare al presidente della Repubblica un ruolo attivo, di primissimo piano.

No, non era assolutamente preoccupato che Mattarella potesse dare l’incarico di presidente del Consiglio ad altri che non a lui. Le analisi, a suo avviso, fatte dal presidente della Camera Fico erano chiare: Conte, fortissimamente Conte a capo del Governo.

In una delle tasche degli impeccabili vestiti che indossava già aveva la lista dei ministri. Certo, non poteva fare tutto di testa sua. Per le nomine dei membri del Governo doveva anche tener conto della voce dei partiti che gli avevano dato il consenso ma… fino ad un certo punto. Lui era “l’avvocato degli italiani” e, quindi, non poteva permettersi di non difenderli dando incarichi a nomi chiacchierati. Avrebbe fatto di tutto per mettere ai ministeri chiave suoi uomini di fiducia. Era o non era lui il capo?

Per farla breve Giuseppe Conte aveva previsto tutto il percorso che lo avrebbe portato a sostituire Sergio Mattarella. Ed era anche certo che il presidente in carica sarebbe stato orgoglioso di essere avvicendato da lui.

Non c’è bisogno di descrivere i suoi stati d’animo quando venne a conoscenza di essere stato scartato, sostituito da Mario Draghi. Perché gli avevano fatto un così brutto scherzo? Che c’era sotto la nomina del “banchiere più banchiere del mondo”? Interrogativi che lo spinsero subito ad ipotizzare una strategia per vendicarsi del torto subito. Capintesta dei Cinque Stelle era la risposta all’affronto subito. E chi meglio di lui poteva mettere pace e rilanciare il MoVimento e vendicarsi facendo le pulci, per non dire altro, all’usurpatore Mario Draghi? No, finché lui sarebbe stato il capo dei Pentastellati, Grillo o non Grillo permettendo, il “banchiere” non avrebbe mai messo piede da inquilino al “Colle” più importante del Paese.

Certo Mario Draghi, che non è uno sprovveduto e sa ben muoversi in situazioni complesse, è in prospettiva il candidato più quotato per la presidenza della Repubblica. Ma per don Giuseppe non si sa mai quello che può accadere. Ed è certo che il “suo” MoVimento farà di tutto per bloccare la strada a “SuperMario”.

Chi riteneva Mattarella un “moderato oltre misura” si dovrà ricredere. È sicuro che il presidente della Repubblica, prima di fare il grande passo, ci avrà pensato su tantissime volte. Ma difronte alla pandemia, con tutto quello che si è portato dietro, come lui stesso ha specificato, scegliere di andare alle urne come Salvini e company vogliono, è da irresponsabili. Prima di tutto il bene degli italiani!

Conoscendo i trascorsi di Draghi si può essere certi che il suo unico obiettivo sarà quello di gestire uno dei momenti più difficili che la nostra Italia sta vivendo sia sul piano sanitario, che economico, che politico. È sicuro che l’ex presidente della BCE non si fermerà difronte ai tanti ostacoli che gli cadranno letteralmente addosso.

 

 

 

 

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USA: 20 gennaio sarà “giornata nazionale di unità”

Dal Mondo. Gli USA

Non ha perso tempo Joe Biden a fare atti per certi versi eclatanti

di Elia Fiorillo
trump donald 350 260No, non l’aveva nemmeno lontanamente immaginato che dopo il primo mandato potesse essere sfrattato dalla “sua” Casa Bianca. A parte che nessuno in sua presenza si sarebbe potuto permettere di ipotizzare cose del genere. O dargli consigli su come muoversi, su quali azioni politiche intraprendere; su quali messaggi non twittare. Ma ammesso che qualcuno avesse lontanamente perseguito una simile idea per aiutarlo, per consigliarlo, un “vaffa”, come minimo, sarebbe stata la sua risposta feroce, intransigente. Ovviamente con un licenziamento in tronco, se si fosse trattato di un dipendente o anche di un amico. No, Donald Trump nel suo ego smisurato non prendeva proprio in considerazione che un concorrente potesse sedersi al suo posto nello “Studio Ovale” E chi meglio di lui, Donald, poteva far uscire l’America, e non solo, dalla congiuntura negativa che era piombata sul mondo a causa del Covid?

Non ha perso tempo Joe Biden, il 46esimo presidente americano, appena insediato, a fare atti per certi versi eclatanti. Ha proclamato il 20 gennaio, giorno del suo insediamento, “giornata nazionale di unità”, invitando gli americani “a unirsi e a scrivere il prossimo capitolo della storia della nostra democrazia, una storia di decoro e dignità, di amore e di riconciliazione, di grandezza e di virtù”. Quest’invito al popolo americano sembra proprio un atto d’accusa per il suo predecessore che in fatto di decoro e dignità, di amore e riconciliazione, di grandezza e virtù ha lasciato molto a desiderare.

Donald, nella convinzione di brogli a favore di Biden che lo avrebbero penalizzato, non ha voluto partecipare all’insediamento del suo successore, né ha voluto seguire la prassi dei suoi predecessori usciti dalla Casa Bianca con sorrisi ed incitamenti al nuovo “inquilino”. “Se lo facesse da solo l’insediamento nella mia Casa Bianca”, ha pensato dal primo momento.

Appena entrato nello studio Ovale il neopresidente ha firmato 15 ordini esecutivi che il suo predecessore nemmeno in sogno avrebbe accettato. Tra i provvedimenti la revoca del Travel ban nei confronti di alcuni paesi a maggioranza mussulmana. Poi l’obbligo di indossare la mascherina all’interno degli edifici federali e il provvedimento per mettere fine alla dichiarazione di emergenza utilizzata da Trump per reperire i fondi con i quali costruire il muro al confine con il Messico. Insomma, un volta pagina totale, senza precedenti.

Si può ben immaginare l’ira dell’ex presidente nel vedere in TV Biden sorridere e piangere mentre è nominato nuovo presidente degli States. Lui, l’ex presidente, s’illude di poter rimettere i piedi da padrone nello Studio Ovale, ma sembra proprio un’allucinazione.

“È certo che Trump non riceverà il Nobel per la Pace, ma adesso entrerà nel Guinness dei primati come unico presidente finito sotto impeachment per ben due volte”. L’ha dichiarato Michael Cohen, ex avvocato di Trump, che ha scontato una pena in una prigione federale per aver comprato il silenzio di due donne coinvolte in relazioni extraconiugali con l’ex presidente.
“L’eredità di Trump includerà: l’amministrazione più corrotta nella storia americana, un massiccio trasferimento di decisioni politiche alle società di capitali, un razzismo e una xenofobia anti-immigranti mai così palesi e aggressivi in qualsiasi altra amministrazione dei nostri giorni….” Lo dichiara Robert Weissman, presidente del gruppo liberale Public Citizen.

Certo, l’America patria della democrazia come l’ha sempre vista il mondo intero non si meritava un personaggio come Donald Trump. Ma è una “storia” da tenere sempre in mente per chi crede veramente nella sovranità popolare.

I soldi possono comprare tutto? La brutta storia di Trump c’insegna che bisogna puntare in politica sulla formazione dei cittadini. Nel loro coinvolgimento nelle azioni politiche. Finché la politica verrà considerata dal popolo come qualcosa che non gli appartiene, tutto può succedere e i vari Trump nel mondo prospereranno.

C’è bisogno che i cittadini già da giovani vengano formati alla politica, non all’appartenenza a questo o quel partito. La scuola in questo campo dovrebbe impegnarsi molto, ma anche le tante associazioni non partitiche che vogliono il bene del Paese.

Finché non riusciremo a dare ai cittadini una coscienza politica, finché la politica, e chi la pratica, sarà vista come qualcosa di truffaldino, di non corretto e via dicendo, i pericoli per la tenuta democratica del Paese sono tanti.

Pubblicato in Dal Mondo

Le “combinazioni” che ti cambiano la vita

 Ricordi di vita

 Chi mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco

di Elia Fiorillo
torre annunziata 360 minHo avuto sempre la “passione” per lo scrivere. Francamente non so quale sia stato il “fiammifero” che ha acceso questo trasporto. Direi una cosa naturale, essendo “figlio unico di madre vedova”, e non avendo avuto esempi da seguire. Fin da ragazzo mi piaceva elaborare. A scuola in italiano avevo il massimo dei voti. In matematica… lasciamo perdere.


Quando frequentavo l’oratorio salesiano avevo predisposto un ciclostilato, che io chiamavo “giornalino”, in cui raccontavo gli eventi, i “fatti del giorno”, a partire dai risultati dei vari tornei di calcio che si svolgevano da quelle parti.

Correva l’anno 1968 quando mi iscrissi all’università. Ebbi, allora, tramite la mia “fidanzata” dell’epoca, la possibilità di conoscere un giornalista che da poco tempo pubblicava un mensile, “La voce della provincia”, che raccontava la vita di una realtà complessa com’era allora la città di Torre Annunziata. E fu così, per combinazione, che cominciai a scrivere. Ricordo ancora il titolo del primo “pezzo” pubblicato sulla “Voce”: “Il caro funebre”. Niente di funesto, solo la storia di quanto super-costava un funerale. Essendoci pochissime strutture per il trasporto dei cadaveri al cimitero, si può ben immaginare gli alti costi. Allora il trasporto avveniva con mastodontici cavalli che tiravano un’enorme urna di cristallo dov’era ben visibile la cassa con il feretro. I cavalli che tiravano il carro funebre potevano essere sei o otto. Tutto dipendeva dalle disponibilità degli eredi del “de cuius”.

Non mi limitavo solo a scrivere articoli, a correggere bozze in tipografia, ma una volta stampato il giornale portavo anche le copie ai vari distributori che non si trovavano solo a Torre, ma anche nelle città vicine. Partivo da casa mia circa verso le sette del mattino, con una vecchia cinquecento scassata del proprietario del giornale, e facevo il giro anche nei comuni vicini per distribuire “La Voce” fresca di stampa. Premetto che in termini economici non ci guadagnavo una sola lira, ma la passione è passione!

Una delle mie speranze, quando collaboravo con la “Voce”, era di diventare “giornalista pubblicista”. C’era bisogno di un certo numero di articoli “retribuiti” per diventare pubblicista. Il numero di articoli l’avevo raggiunto. Per la retribuzione, pur non avendo preso una lira, la prassi voleva che il direttore del giornale predisponesse una dichiarazione in cui si diceva che tu avevi avuto pochi spiccioli a “pezzo”. Tutto qui.

Insomma, dopo tanta fatica, il mio sogno si stava per coronare, ma poi tutto saltò per aria. Il motivo non lo ricordo, ma litigai con il direttore-proprietario del giornale. Che delusione! Il tanto atteso tesserino da “pubblicista” me lo potevo scordare.

Allora collaboravo saltuariamente con il giornale della Curia napoletana: “Nuova stagione”. E così, intensificando la collaborazione, con l’aiuto del direttore Luigi Maria Pignatiello, nato il 16 febbraio 1925 ed ordinato sacerdote a soli 22 anni, riuscii a diventare “giornalista pubblicista”.

Le “combinazioni” a volte sono il sale della vita. Te la possono modificare in un batter d’occhi.

Nella metà degli anni settanta, finito il servizio militare negli «assaltatori», anche se figlio unico di madre vedova, tornai a lavorare in Regione Campania, a Palazzo Reale. Posto incantevole in tutti i sensi. Io avevo l’ufficio che affacciava su Piazza del Plebiscito. Se eri per un attimo pensieroso o triste bastava che guardassi quell’immenso “ben di Dio” che tutto passava. Lì, a Palazzo Reale, per un’altra combinazione conobbi un personaggio all’apparenza bisbetico. Anzi, faceva tutto per farsi considerare tale, probabilmente perché era una persona molto dolce e legata ai suoi affetti. Ma essendo il vice segretario nazionale del Sindacato dei giornalisti, a suo avviso, doveva apparire “tosto ed irremovibile”.

La conoscenza con Mimmo Castellano non solo mi ha dato un esempio da seguire, ma anche la possibilità di fare esperienze per me inimmaginabili: sono stato Consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e del Sindacato. Momenti indimenticabili, anche quando per diverse ragioni, troppo lunghe da elencare, si sono trascinate dietro amarezze infinite.

Ma chi più di altri mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco. Lo incontrai ad un Campo scuola. Capendo la mia passione per il sindacato m’invitò a collaborare con la Cisl Campania. Siamo alla metà degli anni settanta. Accettai la collaborazione e mi ritrovai a fare esperienze bellissime ed indimenticabili a favore dei lavoratori. E per tutta la vita sono rimasto in questa splendida organizzazione.

 

 

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Covid 19 altro che bomba atomica!

Covid 19

Stati Uniti 220mila decessi, India 115mila, Brasile 154mila, Russia 24.366, Argentina 26.267

di Elia Fiorillo
mascherine coronavirus ans 350 minSe solo qualche mese fa ci fosse stato richiesto qual era il peggiore pericolo per l'umanità̀, con molta probabilità̀ avremmo parlato di armi atomiche. Di America contro Cina, contro lo zar Putin. Insomma, il solito giro dei "potenti" mondiali.
Ci saremmo soffermati sulla sete di “onnipotenza” - o pazzia? - del leader supremo della Repubblica Popolare Democratica - si fa per dire!- di Corea, Kim Jong-un. Uno spietato assassino. Kim fece giustiziare lo zio Chang Sung-taek nel dicembre del 2013 per alto tradimento. Per il tentativo di golpe che stava provando ad organizzare contro di lui. Ma non si limitò solo a questo. Sterminò tutta la famiglia dello zio, figli, nipoti, parenti, per cancellare qualsiasi traccia che potesse far risalire a lui. Ma ci sarebbe dell'altro, ancor più̀ raccapricciante. L'uccisione della sorella Jang Kye-sun e del marito di sua sorella Jon Yong-jin, ambasciatore nordcoreano a Cuba e suo nipote Jang Yong-chol, ambasciatore in Malaysia e, con molta probabilità̀, anche di due figli di quest'ultimo.

Insomma, un assassino efferato, che usa la morte come arma per provare a mantenere il potere in "eterno". Ma forse, e lui lo sa bene, rischia di fare la stessa fine dei tanti che senza pietà, ma anche senza validi motivi, ha fatto assassinare.
Avremmo scovato nella memoria storie, fatti, ricordi, misfatti per indicare quali fossero i veri pericoli per l'umanità̀. In primo piano avremmo messo sempre la Russia contro l'America. Ma avremmo anche aggiunto la Cina, contro tutti. Insomma, solo qualche tempo fa, per noi il pericolo per l'intero mondo rimaneva la “bomba atomica” ed i morti di Hiroshima e Nagasaki.

Oggi tutto è cambiato. L’atomica è passata in second'ordine. Le due prime bombe sganciate dagli americani nell'agosto 1945 fecero, all'incirca, da 100.000 a 200.000 vittime dirette. Non è possibile contare il numero delle morti indirette che quei due micidiali bombardamenti si portarono dietro. A quei tempi quei numeri erano devastanti solo a pensarli. Un'apocalisse per l'epoca.

Se ai tempi dello sgancio delle prime atomiche si parlò di "catastrofe mondiale" oggi con il Covid 19 quale termine dovremmo usare per descrivere l'attuale situazione? Dramma universale? Un anticipo della possibile fine del mondo? Forse.
Certo, se non stiamo attenti tutto può̀ succedere. I dati sono sempre in aumento come se fossero impazziti. Come se il computer che riporta gli schemi della pandemia si fosse di botto rotto, inceppato, facendo salire all'impazzata gli schemi grafici che riportano i valori del Covid.

Stati Uniti 220mila decessi, India 115mila, Brasile 154mila, Russia 24.366, Argentina 26.267. Dall'inizio della pandemia i casi confermati nel mondo sarebbero 39.442.444. I morti 1.105.181, ma come si può̀ ben comprendere sono numeri che variano ad ogni momento. Proprio di ora in ora. Speriamo non in salita come pare stia avvenendo in questi momenti, ma in discesa. In una rapida e progressiva discesa. E speriamo che al più̀ presto un vaccino ad hoc faccia il miracolo di cancellare questa moderna e certamente più̀ pericolosa "bomba atomica". Basta fare il paragone tra i morti di Hiroshima e Nagasaki per comprendere come sia a dir poco ridicolo fare certi confronti.

La scienza già̀ sta lavorando ad un vaccino che certo risolverà il non facile problema. Ma tutta la vicenda Covid ci deve far riflettere. Basta poco per far "saltare" certezze acquisite nel tempo. I "potenti" della terra qualche riflessione non affrettata e dettata dalla contingenza la debbono pur fare. È bastato un virus, un batterio, per mettere in ginocchio l'economia mondiale.
C'è chi pensa che il Covid è un'invenzione umana per far strage dei nemici. Un'arma, insomma, per vincere su diversi fronti: economia, politica, potere mondiale. C'è anche chi pensa che il Covid non esiste e, quindi, le mascherine sono un'ingiusta vessazione. Come si sa' il mondo è vario... e di soggetti disinformati e pericolosi ne girano molti.

Certo, questo brutto momento passerà. Ma l'umanità̀ non dovrà̀ mai scordarsi di esso: dei morti che ha fatto, della crisi economica che si è portato dietro. Su questo fronte, ma non solo su questo, il mondo, le grandi potenze dovranno veramente essere unite. Fare i furbi, approfittare di situazioni del genere per aumentare un po' la propria potenza è da irresponsabili, a dir poco. Mai come in questo momento le realtà di primo piano del mondo devono essere unite. Unità senza sé e senza ma.

 

 

 

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Giancarlo Siani, un giornalista assassinato

Giornalisti caduti

 Aveva appena ventisei anni e tutta una vita da vivere, quando fu assassinato

di Elia Fiorillo
G.Siani 250 minTrentacinque anni, quasi una vita, sono passati da quel triste giorno. Quando un giovane “giornalista-pubblicista”, un “precario” per capirci, venne ucciso senza alcuna pietà per la sua giovane età. Aveva appena ventisei anni e tutta una vita da vivere. Non credo si possa lontanamente immaginare il dolore dei familiari e della sua bionda fidanzata, Daniela, per quell’omicidio a prima vista senza senso.

“Giancarlo Siani ha scritto l’ultimo articolo con il sangue”, affermò ai funerali il vescovo Antonio Ambrosiano, vicario generale di Napoli. “Intendeva il giornalismo come testimonianza civile e morale”. “Ma gli assassini – secondo il prelato - hanno sbagliato perché oggi per noi tutti, anziani e giovani, vogliamo dimostrare di essere pronti a raccogliere l’eredità del giovane cronista nel tentativo di riaffermare il primato della fiducia della vita sulla barbarie della morte.” E così è stato.

L’allora ministro dell’interno Scalfaro non ebbe dubbi nell’asserire che il delitto era avvenuto in zona di camorra. E che l’esecuzione era di chiaro stampo camorristico, considerando il tipo d’impegno professionale svolto dal giovane giornalista. Eppure, per tanti anni, ben dodici, il P.M. titolare dell’inchiesta, Aldo Vessia, non ha mai creduto all’uccisione di Siani ad opera della camorra. Per lui c’entravano storie di donne e sesso che avevano portato alla morte Giancarlo. Niente giornalismo, niente inchieste, niente camorra. Certo, ci furono dei depistaggi ma quell’indagare a senso unico, nella certezza che non ci potessero essere altre piste fuori di quella, preoccupa ancora oggi. All’oggettività dell’azione giudiziaria, al distacco totale che i magistrati devono avere nel loro difficilissimo lavoro, a volte subentra la voglia di apparire che diventa fuorviante e pericolosa nella ricerca della “verità” giudiziaria.

Io ero amico di Siani. Ricordo che quando l’allora segretario regionale del sindacato degli edili della Cisl, Camillo Izzo, mi chiese d’indicargli un giornalista per affidargli il ruolo di addetto stampa della categoria pensai a lui, a Giancarlo, e a una brava giornalista, oggi volto noto della Rai. Ma poi, forse sbagliando, ritenni più idoneo un uomo per quella categoria.

Troppi anni, dodici, e due pentiti ci sono voluti per avere una verità giudiziaria che fa acqua. Perché tanti mesi dalla ”condanna a morte” all’esecuzione? Perché gli scritti di Giancarlo sull’inchiesta che stava svolgendo sui fondi del terremoto dell’80 non si sono trovati?

Perché, soprattutto, si è voluto insistere a senso unico su Giorgio Rubolino, presunto killer di Siani, tenendolo in carcere mesi, quando anche il più sprovveduto, conoscendolo, lo avrebbe certo considerato un millantatore, un fanfarone dalla viva e fertile intelligenza, ma non uno spietato e sanguinario giustiziere?

Risi nel suo film ha provato a dare una spiegazione all’omicidio. Speriamo che qualche cronista, magari abusivo, della tempra e serenità di Giancarlo possa fare meglio: riuscire a dare una risposta ai tanti interrogativi che restano ancora.

Vederlo sullo schermo così ben rappresentato da Libero De Rienzo, eroe suo malgrado, mi scatena stati d’animo diversi. La cosa però che più mi colpisce è la solitudine con cui ha portato avanti il suo lavoro. Non perché fosse un solitario, anzi. Perché la struttura sociale in certe realtà del Mezzogiorno è talmente sfilacciata, talmente disgregata che è difficile, direi quasi impossibile, anche su temi nobili come la lotta alla camorra, fare squadra. Ci si perde in individualismi, in velleitarismi ed a volte in protagonismi fuorvianti. Eppure Giancarlo era inserito in un giornale importante come “Il Mattino” di Napoli, nel sindacato, collaborava con la Fondazione Colasanto e con l’Osservatorio sulla Camorra, il cui direttore allora era il sociologo Amato Lamberti. Tutto questo non è bastato a non farlo condannare a morte. Perché hai voglia a denunciare certi fenomeni malavitosi, se lo Stato non t’aiuta a combatterli, se la democrazia è inceppata, se chi è al vertice delle istituzioni nicchia per non scontentare una parte dei grandi elettori; se la gente che si dice per bene non ha il coraggio di dire da che parte sta, non riesci a vincere, rimani solo nel mirino delle mafie che vuoi combattere.

Non so se Siani conoscesse l’aforisma di Benedetto Croce sui giornalisti: ”Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno”. Certo lo praticava, a differenza di tanti colleghi pronti ad auto censurarsi per ”non dare un dispiacere a qualcuno”.

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Questa e’ la politica, bellezza!

Opinioni

Ci vorrebbero anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente

campanella getty questa fu la frattura definitiva 380 mindi Elia Fiorillo

Sorridente, con gli occhiali anni settanta, abbastanza in sovrappeso, andava ripetendo: «Come vuoi che io tagli il salame? A fettine sottili? A tocchetti? Insomma, dimmi come tu vuoi ed io eseguo».

Nel suo ragionamento il salame c’entrava come «i cavoli a merenda», era un esempio efficace per spiegare cos’era – per lui si capisce – la politica e come andava praticata. Insomma, se si volevano voti e consensi, bisognava stare a guardare con attenzione l’elettorato e fare solo quello che si aspettava da te. Ne più ne meno. Nessuna iniziativa, nessun pensiero proprio. La politica, per lui, era come mettersi davanti ad un televisore e ripetere i gesti, le parole, gli atteggiamenti che andava vedendo. Senza aggiungere niente di suo.

Il «salame» lo aveva sempre a portata di mano, ma mai una volta che lo tagliasse a suo piacimento, mai. Dal suo punto di vista il rischio che correva era quello di fare una brutta frittata; di perdere consensi. Erano gli altri, i suoi elettori, che gli comandavano il giusto taglio. E lui, senza batter ciglio, eseguiva anche quando il taglio «squartava»il delizioso insaccato, e lo rendeva immangiabile.

«Questa è la politica, bellezza!», secondo lui si capisce.

Da questo ragionamento appare che la «conservazione del posto di lavoro» è collocata al primo posto dai «tagliatori di salame». Per questo non bisogna prendere iniziative pericolose: bisogna solo e solamente seguire le volontà degli elettori! Anche le più strane, le più assurde dettate da fatti di cronaca o da altre imprevedibili emotività.

Il tema è vecchio come il mondo: educare l’elettore a rischio di brutte batoste o seguirlo anche nelle sue stranezze, sempre battendo le mani, anche di fronte a colossali stupidaggini?

Una premessa va fatta. Una volta non si diventava «politico» per caso, per combinazione, per bellezza; per magheggi strani. C’era un percorso da seguire che, anche se con qualche accelerazione, non si poteva assolutamente evitare pure se eri l’amico più caro del “capo” del momento. La linea tracciata per arrivare alla meta comprendeva una dura gavetta fatta, tra l’altro, di corsi di formazione di mesi, presso qualificate strutture formative. Poi c’era la partecipazione, quasi quotidiana, a convegni, seminari di studio, eventi vari, e via proseguendo.

Non va dimenticata l’attenta formazione che ti veniva – anche se non era di carattere politico – dalla partecipazione agli oratori parrocchiali, ma anche dalle scuole di partito.

Insomma, era proprio un percorso faticoso con tappe ben definite: attività di partito, formazione, eppoi consigliere comunale. E se tutto procedeva per il meglio si potevano ricoprire anche altri prestigiosi ruoli. No, non poteva capitare che da un momento all’altro, da quasi sconosciuto cittadino, arrivassi a ricoprire, per esempio, il ruolo di ministero degli Esteri. Diciamo che nella tanta vituperata prima Repubblica questa cosa era impossibile. E per fortuna! Quando non si ha una preparazione ad hoc il ministro, di qualunque dicastero sia, diventa un burattino nelle mani della burocrazia che lo muove a suo piacimento, glorificandolo strumentalmente per avere sempre maggior potere.

Amintore Fanfani, grande politico italiano delle Democrazia Cristiana, negli anni tra il 1954 al 1987, è stato per ben tre volte presidente del Senato e sei volte presidente del Consiglio dei ministri. Si racconta che la prima cosa che facesse quando ricopriva un incarico era quello di rivolgersi ai “burocrati” assicurando loro che non gli avrebbe cambiato ruolo, come avveniva ad ogni cambio di ministro, ad una condizione: lealtà assoluta. Era una tecnica raffinata che consentiva al ministro di non doversi inventare «esperti» in certi settori e contemporaneamente, ai sicuri epurati, di rimanere al loro posto.

Berlusconi riteneva che un bravo imprenditore, anche se non avesse mai fatto politica, proprio perché imprenditore sarebbe riuscito nell’impresa. Forse si sarà ricreduto di questa sua affermazione fatta ai primi tempi della sua attività politica. No, un politico non s’inventa dall’oggi al domani. C’è bisogno di tanta, ma proprio tanta gavetta eppoi di formazione, tanta formazione. Se questo vecchio detto napoletano: «nessuno nasce imparato», vale per i normali cittadini tanto più vale per i politici. No, nessun politico «nasce imparato». Ci vogliono anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente per essere un vero e buon politico. Sembra invece che queste vecchie regole non servano più. L’isolamento è vincente!

Combinazioni, scenari, ricordi

Padre Pio, uno "sprucido" Santo dall’infinita bontà

S. Maria delle Grazie S.Giovanni Rotondo mindi Elia Fiorillo - Le “combinazioni” della vita a volte ti aprono scenari fantastici. Non avresti mai lucidamente pensato – per caso, per situazioni appunto – di poterti trovare su di un palcoscenico dove tu eri l’attore principale, circondato da tutto ciò che più desideravi. Cose impossibili da realizzarsi, eppure “il miracolo” si compie. E non c’è risposta, giustificazione plausibile a ciò che sta accadendo. Provi a darti una spiegazione, ma poi desisti, non c’è niente da chiarire, da interpretare. L’unica cosa da fare è “godersi l’attimo fuggente”.

Qualche anno fa, tornando dalle vacanze con la famiglia, passando dalle parti di San Giovanni Rotondo, ci venne l’idea – meglio la curiosità – di andare al Santuario di Santa Maria delle Grazie a visitare la tomba di Padre Pio. Di questo personaggio ne avevamo sentito parlare tante volte. Le leggende che lo volevano un po’ “sprucido”, nella sua infinità bontà, si sprecavano. Come la certezza, al di là del carattere, di aiutare sempre il prossimo suo. Insomma, c’era chi pensava, dopo una ramanzina ricevuta a muso duro, che quello lì gli onori degli altari non li avrebbe mai lontanamente visti. Ma poi, passata la rabbia per la forte tirata d’orecchie ricevuta, nel riflettere sulle dure ma sincere parole di Padre Pio, ci si convinceva che quel frate aveva proprio ragione e bisognava seguire i suoi consigli.

Quando ti trovi difronte ad un luogo sacro e mitico come la stanza che fu la casa di Padre Pio ti soffermi alla ricerca di chissà quali segreti. La fede viene messa in second’ordine. Subentra una curiosità malata che ti trasforma in uno Sherlock holmes. Ma come faceva a vivere in quella striminzita, a dir poco, stanzettina un santo come Padre Pio?

Pensavo a queste cose con un senso di scetticismo quando le mie narici sentirono un profumo sublime, non saprei identificarlo, ma era qualcosa mai sentito prima. Scherzai con mia moglie che era a qualche passo da me: «Maria, senti questo profumo paradisiaco, chissà i monaci dove si sono messi a spruzzarlo per non essere visti». Mia moglie pensò ad un mio solito scherzo, nella fattispecie di cattivo gusto. Lei non sentiva niente e, difronte a quel santo, era meglio lasciar perdere il gioco e le battute divertenti.

Ma io il profumo non me lo ero inventato, non avevo nessuna intenzione di giocare. Quell’odore sublime lo sentivo veramente. Dopo ricordai una leggenda che voleva che il Santo, verso gli scettici che lo andavano a trovare per curiosità e non per fede, propinava loro questo «scherzetto» che per tutta la vita si sarebbero portati dietro. Cioè l’inondava di un profumo indimenticabile.

Padre Pio nacque nel 1887, il 25 di maggio, a Pietrelcina, vicino Benevento. Era il quarto di setti figli di Grazio Forgione e Maria Giuseppa Di Nunzio. L’infanzia e l’adolescenza la passò a fare piccoli lavori agricoli e soprattutto portando al pascolo le pecore. Fu all’età di quindici anni che maturò la decisione di farsi frate. Il 6 gennaio del 1903, a 16 anni, entrò nel noviziato dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini a Morcone vestendo l’abito francescano e si chiamò Frà Pio. Il 10 agosto del 1910 ricevette la consacrazione sacerdotale nel Duomo di Benevento.

Un evento straordinario che per sempre segnò la vita di Padre Pio. La mattina del 20 settembre 1918, un venerdì, ricevette le stimmate. Ma oltre le stimmate Padre Pio ricevette da Dio altri doni carismatici: «la profezia, la scrutazione dei cuori, gli effluvi odorosi, la bilocazione, la possibilità di trovarsi ed agire contemporaneamente in luoghi diversi».

Padre Pio morì all’età di 81 anni, era il 22 settembre del 1968. Al termine della messa per la ricorrenza del cinquantenario del dono delle stimmate venne colto da malore e alle 2,30 del 23 settembre tornò alla Casa del Padre.

Era il 16 giugno 2002 quando papa Giovanni Paolo II, in una piazza S. Pietro gremita di fedeli, lo canonizzò. Ricordo che un amico mi aveva fatto avere due biglietti per poter seguire il rito, insieme a mia moglie, proprio in piazza. Ma pur avendo dei posti privilegiati era tanta la calca che non riuscivamo a vedere che le spalle di chi ci stava davanti. Allora, in un baleno, decidemmo di abbandonare quel luogo per goderci l’evento per televisione. E facemmo proprio bene!

 

 

 

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Le tante incognite del Matteo Padano

In politica è bisogna, sempre, ipotizzare possibili scenari futuri ed essere attento ad ogni cambiamento

Salvini e lo spuntino 350 mindi Elia Fiorillo - Quando hai il "vento in poppa", specialmente in politica, ti conviene essere prudente, accorto. Valutare anche i possibili cambiamenti climatici. La possibilità di burrasche, di calo - o totale cessazione - del fiato di Eolo. Insomma, è più che mai opportuno ipotizzare possibili scenari futuri ed essere attento ad ogni cambiamento.

Pare che il Capitano Salvini da questo punto di vista sia poco accorto. Non ha mai ipotizzato che il tempo potesse cambiare, che il sole brillante della politica si potesse trasformare in pioggia, per non dire in burrasca, uragano. È andato avanti con i suoi slogan avendo in testa un unico obiettivo, diventare inquilino di Palazzo Chigi. Non ha colto i chiari segnali che gli venivano dalle querele per diffamazione da lui presentate quand’era ancora ministro dell'Interno insieme al suo vice, Giancarlo Giorgetti, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e al tesoriere del partito, l'onorevole Giulio Centemero, sui 49 milioni confiscati alla Lega, ma in gran parte spariti. Querele puntualmente rigettate dai giudici con motivazioni chiarissime. Per i magistrati i giornalisti dell'Espresso, che avevano pubblicato le notizie sui milioni spariti, dovevano essere assolti con formula piena perché non avevano fatto altro che pubblicare solo informazioni “verificate” e “documentate”, di “indubbio interesse pubblico” ed esposte “con correttezza”. Insomma, per i giudici, tutti i crismi del diritto-dovere di cronaca nel caso in questione erano stati rispettati.

La difesa del Matteo padano al Senato, dove si decideva la sua sorte per il processo a Palermo per la Nave Open Arms, da lui bloccata nel porto di Catania nell’Agosto 2019, con 16 migranti a bordo, è feroce, alla Salvini: “Contro di me festeggiano i Palamara, i vigliacchi, gli scafisti e chi ha preferito la poltrona alla dignità. Sono orgoglioso di aver difeso l’Italia: lo rifarei e lo rifarò”. Quel “lo rifarò” finale del suo intervento al Senato è la prova che il Capitano è convinto di poter ritornare al Governo, magari come presidente del Consiglio. Per ora dovrà rispondere davanti ad un tribunale di plurimo sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. Il Senato con 149 sì e 141 no l’ha mandato a giustificarsi davanti ai giudici. I rischi per il Capitano non sono pochi. Chissà se sentendo quei numeri che lo condannavano non gli sia venuto in mente il Cav. Silvio Berlusconi e la decadenza da senatore. Nel caso di Salvini poi potrebbe scattare la scure della legge Severino che gli impedirebbe di candidarsi alle prossime elezioni politiche e di guidare le sue “truppe” all’assalto di posti nelle Camere. Un bel guaio che, come si dice, volente o nolente, lo metterebbe da parte e aprirebbe la strada ai suoi nemici interni.

Il Capitano assoluto del Carroccio ora si deve guardare le spalle. Gli scricchiolii alla sua leadership sono evidenti e c’è già chi pensa di poterlo sostituire. È vero che Roberto Maroni da un po’ di tempo si è dato alla vela. Ha effettuato nel 2018 la traversata atlantica in catamarano con cinque amici e continua a suonare l'organo Hammond in un gruppo musicale, "Distretto 51”. Ma come non andare in soccorso alla Lega che tanto gli ha dato? C’è poi Luca Zaia, presidente del Veneto per ben tre mandati, che dichiara: “Contrasti con Matteo Salvini? Fantasie, forse è la speranza di qualcuno.” La speranza di chi? Non lo dice il presidente del Veneto. Ma se i sondaggi continuano a far registrare cali della Lega - al di là che resta il primo partito - e salti impensabili fino a poco tempo fa della “sorella d’Italia” Giorgia Meloni, qualche cosa nel Carroccio avverrà. C’è Giancarlo Giorgetti, ritenuto da molti il successore ideale di Salvini. Durante il Governo Conte I, Giorgetti ha ricoperto la carica di segretario del Consiglio dei ministri con delega allo Sport. Gli venne anche affidata la delega all'attuazione del programma di Governo. Insomma, un personaggio affidabile, misurato. Certo, senza l’immagine del Capitano combattente e sfrontato, ma forse, dopo gli eccessi del Salvini onnipresente ed onnisciente, è quello che ci vuole.

No, non sarà facile mettere da parte il Matteo ex Padano, diventato italico per convenienze elettoralistiche. Se pur l’establishment della Lega ci dovesse riuscire non è escluso che il Capitano possa fondare un nuovo partito. Fantasie? Può darsi.

 

 

 

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Partiti e sondaggi: che succederà prossimamente?

Un corno rosso napoletano per il matteo padano

GiorgiaMeloni 400 mindi Elia Fiorillo - Chissà se Matteo Salvini ha aggiunto un bel corno proveniente dai “puzzolenti” napoletani vicino alla corona del rosario che quando può sbandiera ai quattro venti. Chissà! Le cose proprio non vanno bene per lui. C’è la Procura della Repubblica di Milano che continua imperterrita ad indagare sui  49 milioni di euro ottenuti dalla Lega con rimborsi elettorali non dovuti. Il 30 luglio  poi, se non bastasse, il Senato voterà sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’Open Arms. L’ex ministro dell’Interno rischia il processo per sequestro di persona per aver impedito lo sbarco  di oltre cento migranti salvati nel Mediterraneo. Insomma, ad appena un anno dal Papeete le cose si stanno capovolgendo per Matteo. Allora erano tutte “rose e fiori” e niente lasciava presagire quello che poi sarebbe avvenuto: un crollo totale per il Capitano. Al Papeete, con la sua migliore faccia d’impunito, era convinto d’essere il “padrone” in pectore dell’Italia. Se qualcuno gli avesse ipotizzato l’attuale scenario l’avrebbe, come minimo, mandato a “scopare il mare”, per non dire altro.

Non mancano per Matteo i problemi in “famiglia”. La “sorella d’Italia” Meloni non è una che sta a guardare senza reagire. È attenta, partecipe, soprattutto furba. E quest’ultima, la furbizia appunto, è una dote che in politica fa fare passi da gigante. E la morale, la fedeltà, il rispetto dei “compagni di viaggio”? Questo è un altro discorso che per la politica, in questa fase storica - e forse non solo in questa -, c’entra come i “cavoli a merenda”.

Dicevamo che Giorgia in questo periodo ha lasciato perdere le battute  tranchant, ad effetto, che bloccano ogni possibilità di dialogo. Ed ha cominciato a “ragionare” valutando la possibilità di poter raggiungere il potere. Quello stesso “potere” che il Matteo padano, con una serie di errori dettati dalla sua megalomania, si è fatto sfuggire. E che, quindi, l’hanno portato irrimediabilmente fuori dalle ambite stanze di palazzo Chigi. Buon, ovviamente, per “l’avvocato d’Italia”, Peppino Conte, che tra scosse, scossoni e terremoti certamente arriverà alle prossime elezioni politiche con un’eredità, al di là di quello che pensano i 5Stelle, che lo porterà ad alte mete. Alla faccia di quelli che credevano che fosse solo una pedina che si poteva muovere a seconda degli interessi di parte. Ovviamente “la parte” è rappresentata dai 5Stelle.

Il cambio di rotta della “sorella” Giorgia si capisce molto bene dalle sue attente, misurate dichiarazioni sulla vicenda del Recovery Fund. Secondo Giorgia: “Fratelli d’Italia antepone sempre l’interesse della nazione a quello della fazione”. E se Conte “difenderà  fino in fondo gli interessi del popolo italiano sappia che ci troverà al suo fianco”. Poi aggiunge, mettendo, come si usa dire, “le mani avanti”: “ha fatto scalpore che io abbia detto ‘se Conte  difenderà l’interesse italiano  ci troverà al suo fianco’. Io sono a fianco dell’Italia non di Conte. Perché noi non siamo la sinistra, per noi l’Italia viene prima di tutto.”

Mentre al ritorno di Conte da Bruxelles Salvini dichiara imperterrito: “Una fregatura grossa come una casa! Anzi una superfregatura!”. Il Capitano – capitone - però resta solo con il suo parlamentare Alberto Bagnai, antieuropeista, a ripetere il  ritornello: “Il Recovery Fund è un inganno”. Ma, al di là dei suoi avversari italiani, chi gli dà torto senza possibilità di replica è il suo sodale olandese che dichiara che gli 82 miliardi “sono un regalo agli italiani”, proprio quando Salvini parlava di fregatura. No, la fregatura non c’è e la “Zucchina di mare” Giorgia lo sa bene e si affretta a dichiarare: “Abbiamo tifato per l’Italia, anche se si poteva fare ancora di più”. Niente di compromettente, di tosto, ma una dichiarazione tutto sommato – sapendo da quale pulpito viene – misurata. E la riprova di tutto ciò viene dal capo del P.D., Zingaretti, che afferma: “queste parole le fanno onore”. Ma il capo dei democratici, oltre agli encomi per Giorgia, una mossa la deve dare. Il suo partito è in calo e non si capisce quale politica voglia mettere in atto per tentare di “unificare” il P.D..

     Il dato da registrare è che la politica della Meloni sta funzionando sul piano dei consensi: Fratelli d’Italia 18%  (+1.7%) - Lega 23,1% (-0,9%). Anche il P.D. è in calo   (-0,8%), mentre i 5Stelle sono al 18,9% (+0,9%). Che succederà prossimamente?

 

 

 

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Salvini come Berlinguer? “Ma mi faccia il piacere!” avrebbe detto Totò

Ma Zinga non parla?

Salvini e lo spuntino 350 mindi Elia Fiorillo - Chissà Nicola Zingaretti cosa avrà pensato - e soprattutto provato - nel sentire il Matteo ex padano affermare: "I valori della sinistra di Berlinguer sono stati raccolti dalla Lega". Questa scioccante affermazione Salvini l'ha fatta nella trasmissione "l'Aria che tira" su La7. Ed era studiata, preparata, non sparata lì come il capo legista fa spesso, inventandosi butade ed affermazioni al limite del paradosso per fare colpo, per essere sempre al centro dell'attenzione popolare. E lui, Zingaretti, segretario del Partito Democratico, che cosa va predicando se il partito-movimento del Salvini si basa sui convincimenti, sulle passioni, sulle idee di futuro dello storico segretario del PCI?

Nicola Zingaretti ha successivamente dichiarato: “Mi dicono che Salvini si è paragonato a Berlinguer. Che pena... #chiamateil118”. Lo scrive su Facebook il leader del Pd postando una foto con in primo piano dell'ex segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Ma va detto che il Pd, in particolare in questa delicata fase politica, ha bisogno di un segretario a tempo pieno che non può dividersi con l’altro incarico, estremamente delicato, di Governatore del Lazio. Ma ve lo immaginate Berlinguer nella doppia veste di segretario del P.C. e governatore del Lazio? La politica è una scienza quasi esatta ed operazioni del genere per un partico come il P.D. non sono minimamente praticabili. Ne nascono perdite di tempo e confusioni a tutto vantaggio degli agguerriti avversari.

In fatto d'immagine, di provocazioni, il leader della Lega non è secondo a nessuno. È un continuo ipotizzare contenuti, storie vere o false, abbigliamenti che possono influenzare il suo elettorato e fare altri adepti. Non ci dorme la notte per individuare "coup de théâtre” che possano aumentare i sostenitori. Ha messo su uno staff nominato “La bestia” - sempre nomi truci per far colpo anche su sé stesso, forse per darsi forza - a curare la sua immagine. Donne e uomini preparati, esperti nel campo della comunicazione che lo seguono nei suoi eterni giri sfruttando – o creando – occasioni per fargli fare scena, per farlo apparire nelle vesti che gli hanno costruito, tenendo presente le fobie italiche: no immigrati, no ONG, no Europa, no…e via dicendo.

Sono lontani i tempi dell'Umberto Bossi e del distacco della Padania dall'Italia. Anche Matteo la pensava allora come l'Umberto. Ma poi, una volta salito in sella, ha ragionato come solo lui opportunisticamente sa fare: "I meridionali puzzeranno pure, è un prezzo che va pagato - la puzza – alla crescita senza fine del Movimento". È da secessionista convinto è passato "unitario" per mettersi nelle saccocce quanti più voti possibili. E, in verità, c'è riuscito. Lasciando perdere i “cattivi odori” che però non devono essere dimenticati dai “puzzolenti”, appunto dai figli del Mezzogiorno. Ma forse nella sua fantasia smisurata il Matteo ha pensato di poter fare un’opera di disinfestazione: il meridionale che passa alla Lega non “puzza” più, sono i potenti mezzi del Carroccio che lo disinfettano.

Lo abbiamo già ripetuto il Matteo ex padano campa con l'ossessione di fare colpo, prima su sé stesso eppoi sul popolo italico che si augura possa diventare suo totale sostenitore. Non si preoccupa mica tanto delle incongruenze, degli scivoloni, delle assurdità che va predicando. Sembra uno di quei giornalisti della carta stampata che una volta ripetevano: “Un giornale dura un giorno, poi diventa carta straccia”. “Anche una notizia sbagliata ha poche ora di vita, poi finisce nel cestino.”

Salvini cambia uffici. “La lega per Salvini premier” traslocherà di fronte alla storica sede del Pci, dove ci sono già gli uffici del sindacato Ugl e - soprattutto - dove è ospitato lo staff social di Salvini, guidato da Luca Morisi. La nuova struttura, sul piano dell’immagine molto rappresentativa, ospitava gli uffici amministrativi e organizzativi della Democrazia Cristiana, come confermato da Gianfranco Rotondi.

“Una cosa talmente fuori dal mondo che mi viene solo una esclamazione di orrore”. Lo dice Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci, commentando con l'Ad Kronos le parole di Matteo Salvini, che ha sottolineato come la Lega sia l'erede della politica portata avanti dalla sinistra di Berlinguer.

Ma per battere Salvini ci vuole un’organizzazione diversa del PD. Un segretario a tempo pieno, le vecchie sedi del partito vitalizzate. Una vera unità interna. Rifletta Matteo Renzi e i suoi compagnucci e anche Zingaretti, si diano una mossa! Se no il grido che risuonerà è per l’immarcescibile MATTEO SALVINI alla faccia del P.D.

 

 

 

 

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