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Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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Questa e’ la politica, bellezza!

Opinioni

Ci vorrebbero anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente

campanella getty questa fu la frattura definitiva 380 mindi Elia Fiorillo

Sorridente, con gli occhiali anni settanta, abbastanza in sovrappeso, andava ripetendo: «Come vuoi che io tagli il salame? A fettine sottili? A tocchetti? Insomma, dimmi come tu vuoi ed io eseguo».

Nel suo ragionamento il salame c’entrava come «i cavoli a merenda», era un esempio efficace per spiegare cos’era – per lui si capisce – la politica e come andava praticata. Insomma, se si volevano voti e consensi, bisognava stare a guardare con attenzione l’elettorato e fare solo quello che si aspettava da te. Ne più ne meno. Nessuna iniziativa, nessun pensiero proprio. La politica, per lui, era come mettersi davanti ad un televisore e ripetere i gesti, le parole, gli atteggiamenti che andava vedendo. Senza aggiungere niente di suo.

Il «salame» lo aveva sempre a portata di mano, ma mai una volta che lo tagliasse a suo piacimento, mai. Dal suo punto di vista il rischio che correva era quello di fare una brutta frittata; di perdere consensi. Erano gli altri, i suoi elettori, che gli comandavano il giusto taglio. E lui, senza batter ciglio, eseguiva anche quando il taglio «squartava»il delizioso insaccato, e lo rendeva immangiabile.

«Questa è la politica, bellezza!», secondo lui si capisce.

Da questo ragionamento appare che la «conservazione del posto di lavoro» è collocata al primo posto dai «tagliatori di salame». Per questo non bisogna prendere iniziative pericolose: bisogna solo e solamente seguire le volontà degli elettori! Anche le più strane, le più assurde dettate da fatti di cronaca o da altre imprevedibili emotività.

Il tema è vecchio come il mondo: educare l’elettore a rischio di brutte batoste o seguirlo anche nelle sue stranezze, sempre battendo le mani, anche di fronte a colossali stupidaggini?

Una premessa va fatta. Una volta non si diventava «politico» per caso, per combinazione, per bellezza; per magheggi strani. C’era un percorso da seguire che, anche se con qualche accelerazione, non si poteva assolutamente evitare pure se eri l’amico più caro del “capo” del momento. La linea tracciata per arrivare alla meta comprendeva una dura gavetta fatta, tra l’altro, di corsi di formazione di mesi, presso qualificate strutture formative. Poi c’era la partecipazione, quasi quotidiana, a convegni, seminari di studio, eventi vari, e via proseguendo.

Non va dimenticata l’attenta formazione che ti veniva – anche se non era di carattere politico – dalla partecipazione agli oratori parrocchiali, ma anche dalle scuole di partito.

Insomma, era proprio un percorso faticoso con tappe ben definite: attività di partito, formazione, eppoi consigliere comunale. E se tutto procedeva per il meglio si potevano ricoprire anche altri prestigiosi ruoli. No, non poteva capitare che da un momento all’altro, da quasi sconosciuto cittadino, arrivassi a ricoprire, per esempio, il ruolo di ministero degli Esteri. Diciamo che nella tanta vituperata prima Repubblica questa cosa era impossibile. E per fortuna! Quando non si ha una preparazione ad hoc il ministro, di qualunque dicastero sia, diventa un burattino nelle mani della burocrazia che lo muove a suo piacimento, glorificandolo strumentalmente per avere sempre maggior potere.

Amintore Fanfani, grande politico italiano delle Democrazia Cristiana, negli anni tra il 1954 al 1987, è stato per ben tre volte presidente del Senato e sei volte presidente del Consiglio dei ministri. Si racconta che la prima cosa che facesse quando ricopriva un incarico era quello di rivolgersi ai “burocrati” assicurando loro che non gli avrebbe cambiato ruolo, come avveniva ad ogni cambio di ministro, ad una condizione: lealtà assoluta. Era una tecnica raffinata che consentiva al ministro di non doversi inventare «esperti» in certi settori e contemporaneamente, ai sicuri epurati, di rimanere al loro posto.

Berlusconi riteneva che un bravo imprenditore, anche se non avesse mai fatto politica, proprio perché imprenditore sarebbe riuscito nell’impresa. Forse si sarà ricreduto di questa sua affermazione fatta ai primi tempi della sua attività politica. No, un politico non s’inventa dall’oggi al domani. C’è bisogno di tanta, ma proprio tanta gavetta eppoi di formazione, tanta formazione. Se questo vecchio detto napoletano: «nessuno nasce imparato», vale per i normali cittadini tanto più vale per i politici. No, nessun politico «nasce imparato». Ci vogliono anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente per essere un vero e buon politico. Sembra invece che queste vecchie regole non servano più. L’isolamento è vincente!

Combinazioni, scenari, ricordi

Padre Pio, uno "sprucido" Santo dall’infinita bontà

S. Maria delle Grazie S.Giovanni Rotondo mindi Elia Fiorillo - Le “combinazioni” della vita a volte ti aprono scenari fantastici. Non avresti mai lucidamente pensato – per caso, per situazioni appunto – di poterti trovare su di un palcoscenico dove tu eri l’attore principale, circondato da tutto ciò che più desideravi. Cose impossibili da realizzarsi, eppure “il miracolo” si compie. E non c’è risposta, giustificazione plausibile a ciò che sta accadendo. Provi a darti una spiegazione, ma poi desisti, non c’è niente da chiarire, da interpretare. L’unica cosa da fare è “godersi l’attimo fuggente”.

Qualche anno fa, tornando dalle vacanze con la famiglia, passando dalle parti di San Giovanni Rotondo, ci venne l’idea – meglio la curiosità – di andare al Santuario di Santa Maria delle Grazie a visitare la tomba di Padre Pio. Di questo personaggio ne avevamo sentito parlare tante volte. Le leggende che lo volevano un po’ “sprucido”, nella sua infinità bontà, si sprecavano. Come la certezza, al di là del carattere, di aiutare sempre il prossimo suo. Insomma, c’era chi pensava, dopo una ramanzina ricevuta a muso duro, che quello lì gli onori degli altari non li avrebbe mai lontanamente visti. Ma poi, passata la rabbia per la forte tirata d’orecchie ricevuta, nel riflettere sulle dure ma sincere parole di Padre Pio, ci si convinceva che quel frate aveva proprio ragione e bisognava seguire i suoi consigli.

Quando ti trovi difronte ad un luogo sacro e mitico come la stanza che fu la casa di Padre Pio ti soffermi alla ricerca di chissà quali segreti. La fede viene messa in second’ordine. Subentra una curiosità malata che ti trasforma in uno Sherlock holmes. Ma come faceva a vivere in quella striminzita, a dir poco, stanzettina un santo come Padre Pio?

Pensavo a queste cose con un senso di scetticismo quando le mie narici sentirono un profumo sublime, non saprei identificarlo, ma era qualcosa mai sentito prima. Scherzai con mia moglie che era a qualche passo da me: «Maria, senti questo profumo paradisiaco, chissà i monaci dove si sono messi a spruzzarlo per non essere visti». Mia moglie pensò ad un mio solito scherzo, nella fattispecie di cattivo gusto. Lei non sentiva niente e, difronte a quel santo, era meglio lasciar perdere il gioco e le battute divertenti.

Ma io il profumo non me lo ero inventato, non avevo nessuna intenzione di giocare. Quell’odore sublime lo sentivo veramente. Dopo ricordai una leggenda che voleva che il Santo, verso gli scettici che lo andavano a trovare per curiosità e non per fede, propinava loro questo «scherzetto» che per tutta la vita si sarebbero portati dietro. Cioè l’inondava di un profumo indimenticabile.

Padre Pio nacque nel 1887, il 25 di maggio, a Pietrelcina, vicino Benevento. Era il quarto di setti figli di Grazio Forgione e Maria Giuseppa Di Nunzio. L’infanzia e l’adolescenza la passò a fare piccoli lavori agricoli e soprattutto portando al pascolo le pecore. Fu all’età di quindici anni che maturò la decisione di farsi frate. Il 6 gennaio del 1903, a 16 anni, entrò nel noviziato dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini a Morcone vestendo l’abito francescano e si chiamò Frà Pio. Il 10 agosto del 1910 ricevette la consacrazione sacerdotale nel Duomo di Benevento.

Un evento straordinario che per sempre segnò la vita di Padre Pio. La mattina del 20 settembre 1918, un venerdì, ricevette le stimmate. Ma oltre le stimmate Padre Pio ricevette da Dio altri doni carismatici: «la profezia, la scrutazione dei cuori, gli effluvi odorosi, la bilocazione, la possibilità di trovarsi ed agire contemporaneamente in luoghi diversi».

Padre Pio morì all’età di 81 anni, era il 22 settembre del 1968. Al termine della messa per la ricorrenza del cinquantenario del dono delle stimmate venne colto da malore e alle 2,30 del 23 settembre tornò alla Casa del Padre.

Era il 16 giugno 2002 quando papa Giovanni Paolo II, in una piazza S. Pietro gremita di fedeli, lo canonizzò. Ricordo che un amico mi aveva fatto avere due biglietti per poter seguire il rito, insieme a mia moglie, proprio in piazza. Ma pur avendo dei posti privilegiati era tanta la calca che non riuscivamo a vedere che le spalle di chi ci stava davanti. Allora, in un baleno, decidemmo di abbandonare quel luogo per goderci l’evento per televisione. E facemmo proprio bene!

 

 

 

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Le tante incognite del Matteo Padano

In politica è bisogna, sempre, ipotizzare possibili scenari futuri ed essere attento ad ogni cambiamento

Salvini e lo spuntino 350 mindi Elia Fiorillo - Quando hai il "vento in poppa", specialmente in politica, ti conviene essere prudente, accorto. Valutare anche i possibili cambiamenti climatici. La possibilità di burrasche, di calo - o totale cessazione - del fiato di Eolo. Insomma, è più che mai opportuno ipotizzare possibili scenari futuri ed essere attento ad ogni cambiamento.

Pare che il Capitano Salvini da questo punto di vista sia poco accorto. Non ha mai ipotizzato che il tempo potesse cambiare, che il sole brillante della politica si potesse trasformare in pioggia, per non dire in burrasca, uragano. È andato avanti con i suoi slogan avendo in testa un unico obiettivo, diventare inquilino di Palazzo Chigi. Non ha colto i chiari segnali che gli venivano dalle querele per diffamazione da lui presentate quand’era ancora ministro dell'Interno insieme al suo vice, Giancarlo Giorgetti, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e al tesoriere del partito, l'onorevole Giulio Centemero, sui 49 milioni confiscati alla Lega, ma in gran parte spariti. Querele puntualmente rigettate dai giudici con motivazioni chiarissime. Per i magistrati i giornalisti dell'Espresso, che avevano pubblicato le notizie sui milioni spariti, dovevano essere assolti con formula piena perché non avevano fatto altro che pubblicare solo informazioni “verificate” e “documentate”, di “indubbio interesse pubblico” ed esposte “con correttezza”. Insomma, per i giudici, tutti i crismi del diritto-dovere di cronaca nel caso in questione erano stati rispettati.

La difesa del Matteo padano al Senato, dove si decideva la sua sorte per il processo a Palermo per la Nave Open Arms, da lui bloccata nel porto di Catania nell’Agosto 2019, con 16 migranti a bordo, è feroce, alla Salvini: “Contro di me festeggiano i Palamara, i vigliacchi, gli scafisti e chi ha preferito la poltrona alla dignità. Sono orgoglioso di aver difeso l’Italia: lo rifarei e lo rifarò”. Quel “lo rifarò” finale del suo intervento al Senato è la prova che il Capitano è convinto di poter ritornare al Governo, magari come presidente del Consiglio. Per ora dovrà rispondere davanti ad un tribunale di plurimo sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. Il Senato con 149 sì e 141 no l’ha mandato a giustificarsi davanti ai giudici. I rischi per il Capitano non sono pochi. Chissà se sentendo quei numeri che lo condannavano non gli sia venuto in mente il Cav. Silvio Berlusconi e la decadenza da senatore. Nel caso di Salvini poi potrebbe scattare la scure della legge Severino che gli impedirebbe di candidarsi alle prossime elezioni politiche e di guidare le sue “truppe” all’assalto di posti nelle Camere. Un bel guaio che, come si dice, volente o nolente, lo metterebbe da parte e aprirebbe la strada ai suoi nemici interni.

Il Capitano assoluto del Carroccio ora si deve guardare le spalle. Gli scricchiolii alla sua leadership sono evidenti e c’è già chi pensa di poterlo sostituire. È vero che Roberto Maroni da un po’ di tempo si è dato alla vela. Ha effettuato nel 2018 la traversata atlantica in catamarano con cinque amici e continua a suonare l'organo Hammond in un gruppo musicale, "Distretto 51”. Ma come non andare in soccorso alla Lega che tanto gli ha dato? C’è poi Luca Zaia, presidente del Veneto per ben tre mandati, che dichiara: “Contrasti con Matteo Salvini? Fantasie, forse è la speranza di qualcuno.” La speranza di chi? Non lo dice il presidente del Veneto. Ma se i sondaggi continuano a far registrare cali della Lega - al di là che resta il primo partito - e salti impensabili fino a poco tempo fa della “sorella d’Italia” Giorgia Meloni, qualche cosa nel Carroccio avverrà. C’è Giancarlo Giorgetti, ritenuto da molti il successore ideale di Salvini. Durante il Governo Conte I, Giorgetti ha ricoperto la carica di segretario del Consiglio dei ministri con delega allo Sport. Gli venne anche affidata la delega all'attuazione del programma di Governo. Insomma, un personaggio affidabile, misurato. Certo, senza l’immagine del Capitano combattente e sfrontato, ma forse, dopo gli eccessi del Salvini onnipresente ed onnisciente, è quello che ci vuole.

No, non sarà facile mettere da parte il Matteo ex Padano, diventato italico per convenienze elettoralistiche. Se pur l’establishment della Lega ci dovesse riuscire non è escluso che il Capitano possa fondare un nuovo partito. Fantasie? Può darsi.

 

 

 

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Partiti e sondaggi: che succederà prossimamente?

Un corno rosso napoletano per il matteo padano

GiorgiaMeloni 400 mindi Elia Fiorillo - Chissà se Matteo Salvini ha aggiunto un bel corno proveniente dai “puzzolenti” napoletani vicino alla corona del rosario che quando può sbandiera ai quattro venti. Chissà! Le cose proprio non vanno bene per lui. C’è la Procura della Repubblica di Milano che continua imperterrita ad indagare sui  49 milioni di euro ottenuti dalla Lega con rimborsi elettorali non dovuti. Il 30 luglio  poi, se non bastasse, il Senato voterà sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’Open Arms. L’ex ministro dell’Interno rischia il processo per sequestro di persona per aver impedito lo sbarco  di oltre cento migranti salvati nel Mediterraneo. Insomma, ad appena un anno dal Papeete le cose si stanno capovolgendo per Matteo. Allora erano tutte “rose e fiori” e niente lasciava presagire quello che poi sarebbe avvenuto: un crollo totale per il Capitano. Al Papeete, con la sua migliore faccia d’impunito, era convinto d’essere il “padrone” in pectore dell’Italia. Se qualcuno gli avesse ipotizzato l’attuale scenario l’avrebbe, come minimo, mandato a “scopare il mare”, per non dire altro.

Non mancano per Matteo i problemi in “famiglia”. La “sorella d’Italia” Meloni non è una che sta a guardare senza reagire. È attenta, partecipe, soprattutto furba. E quest’ultima, la furbizia appunto, è una dote che in politica fa fare passi da gigante. E la morale, la fedeltà, il rispetto dei “compagni di viaggio”? Questo è un altro discorso che per la politica, in questa fase storica - e forse non solo in questa -, c’entra come i “cavoli a merenda”.

Dicevamo che Giorgia in questo periodo ha lasciato perdere le battute  tranchant, ad effetto, che bloccano ogni possibilità di dialogo. Ed ha cominciato a “ragionare” valutando la possibilità di poter raggiungere il potere. Quello stesso “potere” che il Matteo padano, con una serie di errori dettati dalla sua megalomania, si è fatto sfuggire. E che, quindi, l’hanno portato irrimediabilmente fuori dalle ambite stanze di palazzo Chigi. Buon, ovviamente, per “l’avvocato d’Italia”, Peppino Conte, che tra scosse, scossoni e terremoti certamente arriverà alle prossime elezioni politiche con un’eredità, al di là di quello che pensano i 5Stelle, che lo porterà ad alte mete. Alla faccia di quelli che credevano che fosse solo una pedina che si poteva muovere a seconda degli interessi di parte. Ovviamente “la parte” è rappresentata dai 5Stelle.

Il cambio di rotta della “sorella” Giorgia si capisce molto bene dalle sue attente, misurate dichiarazioni sulla vicenda del Recovery Fund. Secondo Giorgia: “Fratelli d’Italia antepone sempre l’interesse della nazione a quello della fazione”. E se Conte “difenderà  fino in fondo gli interessi del popolo italiano sappia che ci troverà al suo fianco”. Poi aggiunge, mettendo, come si usa dire, “le mani avanti”: “ha fatto scalpore che io abbia detto ‘se Conte  difenderà l’interesse italiano  ci troverà al suo fianco’. Io sono a fianco dell’Italia non di Conte. Perché noi non siamo la sinistra, per noi l’Italia viene prima di tutto.”

Mentre al ritorno di Conte da Bruxelles Salvini dichiara imperterrito: “Una fregatura grossa come una casa! Anzi una superfregatura!”. Il Capitano – capitone - però resta solo con il suo parlamentare Alberto Bagnai, antieuropeista, a ripetere il  ritornello: “Il Recovery Fund è un inganno”. Ma, al di là dei suoi avversari italiani, chi gli dà torto senza possibilità di replica è il suo sodale olandese che dichiara che gli 82 miliardi “sono un regalo agli italiani”, proprio quando Salvini parlava di fregatura. No, la fregatura non c’è e la “Zucchina di mare” Giorgia lo sa bene e si affretta a dichiarare: “Abbiamo tifato per l’Italia, anche se si poteva fare ancora di più”. Niente di compromettente, di tosto, ma una dichiarazione tutto sommato – sapendo da quale pulpito viene – misurata. E la riprova di tutto ciò viene dal capo del P.D., Zingaretti, che afferma: “queste parole le fanno onore”. Ma il capo dei democratici, oltre agli encomi per Giorgia, una mossa la deve dare. Il suo partito è in calo e non si capisce quale politica voglia mettere in atto per tentare di “unificare” il P.D..

     Il dato da registrare è che la politica della Meloni sta funzionando sul piano dei consensi: Fratelli d’Italia 18%  (+1.7%) - Lega 23,1% (-0,9%). Anche il P.D. è in calo   (-0,8%), mentre i 5Stelle sono al 18,9% (+0,9%). Che succederà prossimamente?

 

 

 

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Salvini come Berlinguer? “Ma mi faccia il piacere!” avrebbe detto Totò

Ma Zinga non parla?

Salvini e lo spuntino 350 mindi Elia Fiorillo - Chissà Nicola Zingaretti cosa avrà pensato - e soprattutto provato - nel sentire il Matteo ex padano affermare: "I valori della sinistra di Berlinguer sono stati raccolti dalla Lega". Questa scioccante affermazione Salvini l'ha fatta nella trasmissione "l'Aria che tira" su La7. Ed era studiata, preparata, non sparata lì come il capo legista fa spesso, inventandosi butade ed affermazioni al limite del paradosso per fare colpo, per essere sempre al centro dell'attenzione popolare. E lui, Zingaretti, segretario del Partito Democratico, che cosa va predicando se il partito-movimento del Salvini si basa sui convincimenti, sulle passioni, sulle idee di futuro dello storico segretario del PCI?

Nicola Zingaretti ha successivamente dichiarato: “Mi dicono che Salvini si è paragonato a Berlinguer. Che pena... #chiamateil118”. Lo scrive su Facebook il leader del Pd postando una foto con in primo piano dell'ex segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Ma va detto che il Pd, in particolare in questa delicata fase politica, ha bisogno di un segretario a tempo pieno che non può dividersi con l’altro incarico, estremamente delicato, di Governatore del Lazio. Ma ve lo immaginate Berlinguer nella doppia veste di segretario del P.C. e governatore del Lazio? La politica è una scienza quasi esatta ed operazioni del genere per un partico come il P.D. non sono minimamente praticabili. Ne nascono perdite di tempo e confusioni a tutto vantaggio degli agguerriti avversari.

In fatto d'immagine, di provocazioni, il leader della Lega non è secondo a nessuno. È un continuo ipotizzare contenuti, storie vere o false, abbigliamenti che possono influenzare il suo elettorato e fare altri adepti. Non ci dorme la notte per individuare "coup de théâtre” che possano aumentare i sostenitori. Ha messo su uno staff nominato “La bestia” - sempre nomi truci per far colpo anche su sé stesso, forse per darsi forza - a curare la sua immagine. Donne e uomini preparati, esperti nel campo della comunicazione che lo seguono nei suoi eterni giri sfruttando – o creando – occasioni per fargli fare scena, per farlo apparire nelle vesti che gli hanno costruito, tenendo presente le fobie italiche: no immigrati, no ONG, no Europa, no…e via dicendo.

Sono lontani i tempi dell'Umberto Bossi e del distacco della Padania dall'Italia. Anche Matteo la pensava allora come l'Umberto. Ma poi, una volta salito in sella, ha ragionato come solo lui opportunisticamente sa fare: "I meridionali puzzeranno pure, è un prezzo che va pagato - la puzza – alla crescita senza fine del Movimento". È da secessionista convinto è passato "unitario" per mettersi nelle saccocce quanti più voti possibili. E, in verità, c'è riuscito. Lasciando perdere i “cattivi odori” che però non devono essere dimenticati dai “puzzolenti”, appunto dai figli del Mezzogiorno. Ma forse nella sua fantasia smisurata il Matteo ha pensato di poter fare un’opera di disinfestazione: il meridionale che passa alla Lega non “puzza” più, sono i potenti mezzi del Carroccio che lo disinfettano.

Lo abbiamo già ripetuto il Matteo ex padano campa con l'ossessione di fare colpo, prima su sé stesso eppoi sul popolo italico che si augura possa diventare suo totale sostenitore. Non si preoccupa mica tanto delle incongruenze, degli scivoloni, delle assurdità che va predicando. Sembra uno di quei giornalisti della carta stampata che una volta ripetevano: “Un giornale dura un giorno, poi diventa carta straccia”. “Anche una notizia sbagliata ha poche ora di vita, poi finisce nel cestino.”

Salvini cambia uffici. “La lega per Salvini premier” traslocherà di fronte alla storica sede del Pci, dove ci sono già gli uffici del sindacato Ugl e - soprattutto - dove è ospitato lo staff social di Salvini, guidato da Luca Morisi. La nuova struttura, sul piano dell’immagine molto rappresentativa, ospitava gli uffici amministrativi e organizzativi della Democrazia Cristiana, come confermato da Gianfranco Rotondi.

“Una cosa talmente fuori dal mondo che mi viene solo una esclamazione di orrore”. Lo dice Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci, commentando con l'Ad Kronos le parole di Matteo Salvini, che ha sottolineato come la Lega sia l'erede della politica portata avanti dalla sinistra di Berlinguer.

Ma per battere Salvini ci vuole un’organizzazione diversa del PD. Un segretario a tempo pieno, le vecchie sedi del partito vitalizzate. Una vera unità interna. Rifletta Matteo Renzi e i suoi compagnucci e anche Zingaretti, si diano una mossa! Se no il grido che risuonerà è per l’immarcescibile MATTEO SALVINI alla faccia del P.D.

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Parenti serpenti e alleati vipere

Di botto sulla scena politica è tornato il Cavaliere

SILVIO BERLUSCONI 350 260 mindi Elia Fiorillo - "Parenti serpenti?" può essere, può capitare. Quando, al di là degli affetti, scattano gli interessi, i soldi, può succedere di tutto. Litigi, ruberie, menzogne e altri brutti vocaboli. Ma non è detto che va a finire sempre a schifio. Molto dipende dai caratteri dei componenti la "partita". Si sa "il carattere è il destino di una persona", ma per converso anche di quelli che gli sono vicino e devono subire, sopportare. Possono capitare "parenti leali" che non creano problemi in fatto di soldi, d'interessi. Casi rari ma per fortuna l'umanità è molto varia. E spesso, purtroppo, i "parenti non serpenti" non fanno notizia. È bella gente che non pensa minimamente allo sfruttamento dei congiunti, anzi.

Anche in politica c'è la categoria dei "parenti serpenti", meglio degli "alleati bisce". Tutte "rose e fiori", sorrisi a gogo, ma poi la caccia al voto dell'amico/a-alleato/a è spietata. Per un consenso in più si farebbe qualsiasi cosa.

I sondaggi vedono in calo il maestro dell'opportunismo. Qualche problema nella sua eterna campagna elettorale lo ha. Non può più attaccare i migranti che tante adesioni gli hanno dato. Sono in netto calo, purtroppo per lui. Ci prova a sparare contro l'Europa ma non è la stessa cosa dei barconi che attraccavano nel nostro Paese. Insomma, il Matteo padano è a corto d'argomenti propagandistici e si vede. Anche se continua a girare il paese con le mascherine a tema. Ed ogni occasione è buona per esserci. Nulla sfugge al suo staff per provare a fargli prendere qualche secondo in televisione o una foto sui giornali.

Al contrario la “Zucchina di Mare”, Giorgia Meloni, che è stata così ribattezzata per aver detto: ”Oggi noi abbiamo un’Europa dove io devo farmi dire da Macron quanto deve essere il diametro delle zucchine che i miei pescatori possono pescare nei mari italiani, però poi Macron fa una campagna per acquisire il controllo della Libia, cacciare l’Eni, cacciare gli italiani e l’Unione europea non dice niente”. Certo ha fatto confusione. Nel pensare a Macron forse gli è venuta alla mente un grosso cetriolo o una zucchina e, quindi, ha scambiato le vongole con gli ortaggi. Vogliamo fargliene una colpa?

Ma torniamo ai "parenti-serpenti" o agli "alleati-vipere". Piano piano se ne sta andando Giorgia e sempre più spazi sottrare al suo sodale-avversario. Come le farebbe piacere sorpassarlo. Fargli “ciao ciao” con la mano mentre guarda avanti e il Matteo del trasformismo, da padano ad italico, arranca dietro di lei. È il sogno della sua vita!

Di botto sulla scena politica è tornato il Cavaliere e questo certo non può far piacere né al Padano né alla Sorella d’Italia. E c’è tornato il Berlusca sotto i panni della vittima. Peggio ancora per loro due. Gli audio choc del magistrato che sette anni fa si accanì contro il Cav. stanno facendo il giro del web. La sentenza, quella del 2013 che condannò il leader di Forza Italia al carcere, era assolutamente sbagliata e faziosa, addirittura organizzata dall’alto per stroncare Berlusconi. È il giudice Amedeo Franco, membro del collegio che condannò Berlusconi a 4 anni di carcere, ad ammettere l’innocenza del leader di Forza Italia. Che brutta storia? Certo, dopo aver letto la vicenda del giudice Palamara e dei suoi sms tutto sembra possibile in merito all’operato della magistratura. E c’è solo da sperare che queste a dir poco “brutte storie” spingano i magistrati onesti, certo la maggior parte delle toghe italiane, a mettere in atto una vera e propria “rivoluzione” auspicata anche da Sergio Mattarella.

Ma per ritornare a Salvini e Meloni la brutta storia per loro è proprio il velo d’ombre sollevato finalmente sul loro avversario. Tutta una bufala colossale per abbattere un personaggio che faceva paura. Che poteva scardinare i pilastri del potere dell’epoca.

Che faranno i due adesso? Dovranno ingranare una marcia in più per farsi apprezzare, e quindi votare, dagli italiani? Ma non è una cosa facile. Loro due per una vita hanno fatto i politici. Non hanno mai lavorato come ha fatto il Cavaliere. Non hanno creato imprese, non si sono inventate televisioni e via proseguendo. Il personaggio in campo “nuovo”, si fa per dire, è proprio Silvio Berlusconi, piaccia o non piaccia ai due “parenti-serpenti”. Ne vedremo delle belle!

 

 

 

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Due cari "ragazzi"

Giancarlo Siani e Giorgio Rubolino

siani rubolino 390 mindi Elia Fiorillo - Ad una certa età il passato ti torna puntualmente in mente e prova a “commentare” il presente. È un vero e proprio cinematografo mentale che parte, s’accende, spronato dalla quotidianità. Dagli eventi che vivi tutti i santi giorni. Tu provi a spegnere il proiettore. Per qualche minuto ci riesci pure. Ma poi non c’è niente da fare, la pellicola della vita scorre senza alcuna possibilità di blocco, di sospensione.

Uno dei “ricordi” che mi da tanto dolore, che vorrei cancellare, è quello di due “ragazzi” a cui ho voluto molto bene e che ad un certo punto della vita si sono trovati in micidiale contrasto. Uno dei due avrebbe tolto la vita all’altro. Ma andiamo con ordine.

Da giovane ho fatto il boy scout. Da figlio unico di madre vedova fu quello il primo momento di autonomia da mia madre. Certo lei era preoccupatissima delle mie notti in tenda ma non poteva impedirmi quell’attività estremamente educativa. In seguito fondai anche, presso la parrocchia Immacolata della mia città, il gruppo scout Torre Annunziata II.

All’epoca tra i miei lupetti ve ne era uno particolarmente vispo ed intelligente. Si chiamava Giorgio Rubolino. Ricordo il giorno della partenza dalla stazione di Napoli per uno dei primi campi estivi a San Martino in Val Badia. C’era anche il papà di Giorgio, magistrato, ad accompagnare il figlio. Si raccomandò con me perché era preoccupato per la vivacità del suo figliolo. Fu una bella esperienza quella che è ancora nella mente di tanti “ragazzi” che vi parteciparono.

Giancarlo Siani l’ho conosciuto in CISL, ai corsi di formazione sindacale, dove io facevo “l’animatore”. Ricordo anche che quando gli edili della CISL Campania mi chiesero un nominativo perché avevano bisogno di un addetto stampa non ebbi dubbi a fare il suo nome. Era un giornalista preciso, scrupoloso. Stava sulla notizia senza voli pindarici. Erano gli anni ottanta, gli anni del terremoto in Irpinia.

Come si può ben comprendere quelle due persone per me erano importantissime, per l’affetto che gli volevo, per i ricordi di una “bella gioventù” che mi riportavano alla mente. Fu atroce la sensazione che provai quando venni a sapere che il Procuratore generale di Napoli, Aldo Vessia, riteneva – senza ombra di dubbio – Giorgio responsabile dell’omicidio di Giancarlo. Rubolino poteva essere un esaltato, un mitomane, un… ma non un assassino. L’ho pensato dal primo momento. E quando i miei colleghi giornalisti non avevano dubbi sulla colpevolezza di Giorgio, sposando la tesi della magistratura, io l’ho sempre difeso perché lo conoscevo bene. Passare in carcere da innocente 439 giorni deve essere stato terribile per lui ed i suoi familiari.

Il caso Siani-Rubolino è da manuale per provare come la giustizia diventa ingiusta. Come il protagonismo di certi magistrati va al di là dell’oggettività, della terziarità per cedere alla febbre di potere che spesso s’accoppia con quella mediatica. La vicenda che ha investito ultimamente il Consiglio Superiore della Magistratura, con il caso Palamara, è la prova provata di quanto sto affermando. Ha fatto bene il presidente della Repubblica, sempre pacatissimo, ad usare parole forti per stigmatizzare comportamenti assurdi, veramente malavitosi, di certi magistrati che hanno dato discredito a tutta la categoria.

È letteralmente tragico per l’imputato, per i familiari di Siani e di Rubolino, per tutte le persone che conoscevano i due, dover rimanere nel dubbio per ben dodici anni, fino a quando dei pentiti non hanno fatto chiarezza su tutta la vicenda. E, in fine, la Corte d’appello ha messo la parola fine sulla vicenda condannando gli esecutori materiali del delitto che furono Ferdinando Cataldo, Armando Del Core e Ciro Cappuccio.

omicidio sianiIl caso Siani-Rubolino di riflessioni con se ne porta tante. Stiamo parlando di un caso da prima pagina dei giornali. Prima che i pentiti dicessero la loro se n’è parlato per anni ma sempre a senso unico. Un magistrato aveva “sparato” la sua verità e la maggior parte della stampa seguiva ad occhi ed a mente chiusa l’indicazione del “sapiente” P.M. Una brutta storia che non c’entrava niente con gli scritti di Siani sulla camorra, sul malaffare. Eppure l’allora ministro degli Interni Scalfaro, ai funerali di Siani, tenne a precisare: “Il delitto è avvenuto in una zona di camorra. L’ esecuzione è di chiaro stampo camorristico considerando il tipo di impegno professionale svolto dal giovane giornalista”. Per il P.M. Vessia tutta un’altra storia.

 

pubblicato anche da ilgazzettinovesuviano.com

 

 

 

 

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Pubblicato in Racconti

Quanto incuriosisce il Premier!!

Peppiniello Conte e il sapore squisito del potere

giuseppeconte 350 mindi Elia Fiorillo - Piano piano se ne va ma sa bene gli obiettivi che vuole centrare. E non si perde mai di coraggio nell’affrontare i mille e più problemi che gli si presentano nei percorsi obbligati per fare “Bingo”. Sempre tirato a lucido con l’immancabile, distinto e soprattutto distinguibile, fazzolettino nel taschino della giacca. Lui è Giuseppe Conte, attuale presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana.

A palazzo Chigi ci arrivò per caso, per combinazione, come uomo di mediazione ai comandi del capo politico del MoVimento 5 Stelle, Giggino Di Maio, e del Capitano legista Matteo Salvini. Doveva essere il mero esecutore degli ordini impartiti dai due. E lo fu con discrezione finché ci fu il matrimonio tra gli Stellati e i Carrocciari. Mai un’alzata di testa che potesse scontentare il “duo”. Certo che pensava al futuro! Il suo, si capisce. Ma se vuoi che qualcosa frutti devi lasciar perdere il presente ed ipotizzare i possibili scenari che verranno. Lui, Peppiniello, in quanto ad “immaginare” non è secondo a nessuno. Uno dei suoi motti è: “Quanno si ‘ncudine statte e quanno si martiello vatte”. Ed ai tempi del duo Salvini-Di Maio era una perfetta incudine dove ci “stava” senza batter ciglia. Ma già pensava come avrebbe “vattuto” quando la scena sarebbe cambiata.

Il Capitano si dimette dal governo sbattendo la porta e sperando di poter andare subito alle urne. Pur avendo il governo perso l’appoggio dei leghisti non succede niente. Si va avanti come se niente fosse, alla faccia del gruppo dei “carrocciari”. Certo, per Peppiniello - per un verso - la vita si complica avendo perso il vice-presidente del Consiglio e ministro degli Interni. D’altra parte però il suo peso politico ne esce rafforzato. Un rompiballe in meno e più potere personale sul suo mondo e, soprattutto, su Giggino Di Maio.

I tempi cambiano. La forza del MoVimento, una volta super stellato, diminuisce di pari passo con l’immagine di Giggino Di Maio che sbiadisce. Il povero Luigino di problemi ne ha tanti. C’è il comico, padrone assoluto degli stellati, che non lo fa per niente ridere e che spesso lo “cazzea” in privato. Eppoi c’è un suo amico-avversario Dibba, ovvero Alessandro Di Battista, che si è sentito preso in giro dal tandem Grillo-Di Maio. Era convinto che, in base alla regola del doppio mandato, finito il periodo Dimaiano fosse cominciato il suo. Chissà, forse lo stesso padrone del MoVimento gli avrà consigliato di “non rompere”, di continuare a fare i suoi giri per il mondo che c’era il “doppio mandato” che lo tutelava. Una volta che all’attuale ministro degli Esteri gli fossero “scaduti i termini” sarebbe stato lui a dover scendere in campo e sostituire Luigino. Poi le cose, come i consensi, cominciano a cambiare. E allora quelli che una volta erano principi assoluti diventano relativi. Molto relativi. I grillini che hanno avuto la fortuna ed il piacere di sedere a Montecitorio o a Palazzo Madama ci hanno preso gusto. Perché dover lasciare quei posti, per loro salutari, in base ad un principio superato che avevo senso, forse, quando Grillo e i suoi compagni erano fortissimi? Con un MoVimento debole meglio puntare su uomini d’esperienza, che conoscono i meccanismi dei palazzi della politica. Che sanno come muoversi in quel complesso mondo. Insomma, tutto il contrario di quello che i pentastellati professavano una volta. Certo, è vero che a differenza degli altri deputati e senatori devono sborsare alla Casa Madre la gran parte dei loro compensi. Ma vuoi mettere, comunque, i tanti privilegi che sono insiti nelle cariche parlamentari?

Certo, Peppiniello Conte deve tutto ai 5Stelle. Ma, appunto, i tempi sono cambiati. Il potere è passato di mano. Una bella fetta è finito nelle sue. Meglio stare alla larga dal passato, da Grillo e compagni. Meglio puntare al futuro, il suo. Che potrebbe fare da “grande”? Certo, continuare, per quanto possibile, ad essere l’inquilino di Palazzo Chigi con le sue puntuali, quasi giornaliere, conferenze stampa. Certo, ipotizzare, come probabilmente sta facendo, un partito tutto suo dall’invitante nome: “Con…te”. Ma c’è anche un’altra cosa che lo stuzzica. Sergio Mattarella entrò in carica il 3 febbraio 2015. Il suo settennato è abbastanza vicino alla scadenza. E chi meglio di lui, Peppiniello Conte, potrebbe succedergli?

 

 

 

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Il caso Luca Palamara

 Ma questa giustizia è giusta?

CSM 370 mindi Elia Fiorillo - Uno dei problemi, forse il più grande, che ha ossessionato Sergio Mattarella nel corso del suo mandato presidenziale è stato il Consiglio superiore della magistratura. In un paese democratico una “giustizia giusta” è alla base del vivere civile, della democrazia. Ogni cittadino è “uguale” difronte alla legge. Un leitmotiv che ci ha accompagnato per tutta la vita. E in cui abbiamo creduto. Certo, abbiamo anche immaginato che qualche eccezione, come in tutte le cose, ci poteva pur essere. Ma, in generale, l’uguaglianza difronte alla legge, l’indipendenza della magistratura, erano principi solidi che non potevano venir meno.

Le intercettazioni fatte al magistrato Luca Palamara ci hanno svelato un mondo inimmaginabile, incredibile. Un sistema di potere consolidato, nelle mani di pochi magistrati che potevano fare, come hanno fatto, il “bello e il cattivo tempo”.

No, i costituenti quando ponderarono che la magistratura doveva essere indipendente da tutto e da tutti nemmeno lontanamente avrebbero immaginato quello che poi si è verificato.

I dubbi, a leggere certe notizie, sono tanti. Ma com’è possibile che donne e uomini ogni giorno impegnati a “giudicare” con “scienza, coscienza e volontà” si siano arresi difronte a pochi delinquenti che a loro piacimento facevano – e con molta probabilità ancora fanno - “il bello ed il cattivo tempo?” Che cos’è che non ha funzionato?

Secondo uno studio condotto da Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, l’indice di fiducia nella magistratura è crollato di 12,3 punti ed è sceso fino al 26,4%: in pratica oltre 7 italiani su 10 non credono più all’imparzialità e al funzionamento dell’ordine giudiziario, sconvolto dai traffici sulle nomine e dallo scandalo Palamara.

Anche se di striscio, come si suole dire, Luca Palamara si è occupato del sequestro dell’on. Aldo Moro. Nel 2010 venne chiamato ad indagare su alcune dichiarazioni rilasciate da Steve Pieczenick, l’uomo che nel 1978 fu spedito dal governo americano a Roma per seguire sul posto gli sviluppi del caso Moro e la trattativa con le Brigate Rosse. Pieczenick dichiarò, senza mezzi termini, che Moro venne “volutamente” abbandonato al suo destino per la paura di quanto avrebbe potuto rivelare durante il sequestro. Pieczenick disse al giornalista francese Emmanuel Amara: “Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia”. Ma quelle dichiarazioni non furono ribadite in sede giudiziaria. Come mai? Perché? Eppure, erano affermazioni esplosive che davano alla vicenda drammatica dell’uccisione dell’on. Moro un significato completamente diverso da quello fino ad allora considerato.

Nel 2008 Luca Palamara era stato invitato negli studi di Sky per fare da avvocato difensore dei suoi colleghi che avevano messo sotto inchiesta l’allora ministro Clemente Mastella, provocandone le dimissioni e la conseguente caduta del governo Prodi-bis. In diretta televisiva arrivò la telefonata dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che si scagliò contro Palamara facendo le seguenti, certo non simpatiche né leggere, dichiarazioni: “Hai la faccia di un tonno” disse il picconatore, per poi aggiungere: “l’Anm è una associazione a delinquere di stampo mafioso”. Affermazioni di una gravità assoluta che oggi, a distanza di tanti anni, assumono una valenza diversa. Non sono più le dichiarazioni di un “picconatore” ad oltranza ma di un ex presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura che certe situazioni le conosceva, non per sentito dire, ma dall’interno.

Qualche tempo fa ebbi la ventura, insieme ad un mio collega, di incontrarmi a Palazzo dei Marescialli, sede del C.S.M., con il vice presidente del C.S.M. dell’epoca. La stanza del numero uno dei magistrati italiani era molto ben arredata. La cosa strana, per me, erano le note di Mozart, ad alto volume, che riempivano la stanza. Era un sistema, come mi confermò il mio collega, “anti intercettazioni”. Cosa per me incredibile!

Per Paolo Mieli, al punto in cui siamo arrivati, c’è solo un modo per un cambiamento virtuoso della giustizia italiana: “Si avrà solo quando un magistrato darà battaglia al sistema degenerato alle correnti. A testa alta, mentre è ancora in servizio. Mettendo nel conto che subirà l’ostracismo dei colleghi. Tutti. O quasi”.

Vittorio Feltri e l’inferiorità dei meridionali

Presunta superiorità intellettuale

Feltri rid mindi Elia Fiorillo - Certi personaggi è meglio ignorarli. Non prenderli in alcuna considerazione. Non rispondere alle loro provocazioni. Perché certe loro battute, le istigazioni, sono tutte calcolate. L’obiettivo primario è quello d’apparire, di rimanere quanto più possibile nell’immaginario della gente. E, per questi soggetti, i mezzi per raggiungere le loro finalità sono tutti leciti. Se provi con loro a parlare di “morale” li vedi sorridere e poi, dopo il risolino, una domanda gli viene spontanea: “E che c’entra la morale?, “Cosa c’entra l’etica professionale?” E giù considerazioni fuori luogo che provano a metterti all’angolo. Sei tu che non hai capito un tubo; che fai considerazioni fuori luogo e interessate. Loro sono puri ed ingenui come ragazzini di otto anni.

Certo, ci vuole proprio una gran “faccia tosta” per fare certe affermazioni. Ma, questi soggetti, la “faccia” ce l’hanno come…. Insomma, più tosta – diciamo così - non potrebbe essere!

“Credo che i meridionali siano davvero inferiori e chi se ne frega se si arrabbiano". E’ Vittorio Feltri che parla; meglio pontifica a modo suo. Se qualcuno in buona fede pensava che il “razzismo” fosse finito, che l’epoca delle divisioni, anche in base al colore della pelle, fosse lontanissima, solo uno spiacevole ricordo, si sbagliava di grosso. Anzi, certe discriminazioni fanno più paura oggi che diversi anni fa. Perché la “società” dovrebbe aver subito grandi trasformazioni in positivo. Perché la “cultura”, vera arma per il cambiamento, dovrebbe aver fatto passi da gigante, per lo meno nelle realtà del mondo più avanzate. E l’Italia è tra queste. Invece, certi convincimenti da un momento all’altro vacillano. Si ritorna indietro di tanti anni. Apaiono nella mente immagini che eri convinto fossero state cancellate per sempre dalla “cultura”, dal “progresso”.

Ti ritorna in mente Matteo Salvini che nel 2009 - allora capogruppo al Comune di Milano dell'allora Lega Nord, nonché deputato da poco eletto al Parlamento europeo - in un video girato a una festa di Pontida, tutto compiaciuto come solo lui sa esserlo, intonava un coro razzista contro i napoletani mentre sorseggia una birra e veniva acclamato dai suoi: “Senti che puzza, arrivano i napoletani…”. Altri tempi. Però ci vuole un bel coraggio, come si suole dire, dopo aver pronunciato certe parole, chiedere ai napoletani e al Mezzogiorno voti, consensi per la Lega ormai diventata italica. Ed è ancora più sconvolgente constatare, dopo i canti e la denigrazione sistematica del Mezzogiorno, il consenso elettorale avuto dal Capitano proprio in queste realtà.

Comunque, agli attacchi, alle provocazioni razziste la risposta più appropriata è il silenzio, l’indifferenza. Il Nord, già dai tempi di Garibaldi, ha sfruttato il Sud. Una miniera d’oro a cui poter attingere a piene mani. Ai giovani nelle scuole va raccontata la vera storia del rapporto Nord -Sud. Senza infingimenti ed omissioni. L’obiettivo è far comprendere ai nostri “ragazzi” l’importanza dell’Unità vera dell’Italia.

Quarant’anni fa ti potevi imbattere al Nord in cartelli del genere: “Non si affitta ai meridionali”. I settentrionali non volevano i “sudisti” perché c’era il pregiudizio che creassero problemi. Venivano considerati ladri, chiassosi e poco inclini all’igiene. A distanza di tanto tempo ancora oggi puoi trovare su internet preclusioni verso le donne e gli uomini del Mezzogiorno. L’emancipazione ha sostituito i cartelli con la rete, il web, ma purtroppo la sostanza non cambia.

Ma com’è possibile che ancora oggi, a distanza di tanti anni, con i cambiamenti epocali che sono avvenuti, si possano fare certe affermazioni; avere certe convinzioni?

E’ una questione d’insicurezza, del bisogno di sentirsi superiori a tutti i costi. E proprio da questi atteggiamenti che si può misurare la mancanza di cultura, l’ignoranza crassa in soggetti che all’apparenza sono ritenuti capaci, dall’intelligenza brillante e via dicendo. Possono essere preparati quanto si vuole. Possono dirigere tutti i giornali e le riviste che si vuole. Possono apparire culturalmente superiori, ma al di là di tutto e tutti restano “razzisti”, perché purtroppo lo sono nell’animo.

Chissà se il “grande” giornalista, come lui si considera, un giorno si accorgerà che l’inferiorità della gente del Sud è una grande cosa rispetto alla presunta superiorità intellettuale - e di altro tipo - della gente del Nord.

 

 

 

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