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Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

URL del sito web:

Lazio. Bisogna ripristinare condizioni di rispetto dell'istituzione

REGIONE LAZIO

Cosa o chi impedisce azioni di corretta e coerente gestione dell'istituto regionale?

di Ermisio Mazzocchi
RegioneLazio 370 GeosNews minSi fa sempre più insistente la denuncia delle forze di destra e di alcuni media per quanto avviene sui fatti del caso del concorso di assunzioni ad Allumiere. Meriterebbe da parte di quanti sono sottoposti a una sferzante critica una risposta più netta e immediata. Il rischio è quello di una degenerazione del confronto politico e di indefinite responsabilità.

Si devono sopratutto da parte del PD respingere vigorosamente le strumentalizzazioni della destra tese a denigrare l'istituto regionale e delegittimare politicamente consiglieri in merito alle vicende che hanno interessato atti amministrativi compiuti da enti comunali.

Bisogna ripristinare una condizione di rispetto delle istituzioni e mantenere alta la loro qualità morale essenziale per ricevere credibilità e consenso da parte dei cittadini.
Sarebbe stato necessario, come annunciato dall'attuale Presidente del Consiglio, giungere a alla dimissioni di tutto l'Ufficio di presidenza, in cui il solo che correttamente si è dimesso dalla sua carica di presidente è stato Mauro Buschini, quando tutti avevano sottoscritto il procedimento e la graduatoria di assunzioni.

Si possono comprendere incertezze per i delicati equilibri nei rapporti tra le forze politiche che governano la regione.
Tuttavia proprio per rinsaldare quei rapporti sarebbe stato indispensabile compiere azioni di corretta e coerente gestione dell'istituto regionale.
L'assenza di una risposta politica e di concreti atti di cambiamento offrono alla destra libertà di strumentalizzare e imbastire una campagna denigratoria.
Occorre invertire questa tendenza con una politica che ridia dignità alle funzioni istituzionali e rimuova ogni ostacolo alla loro efficienza.

Sono condizioni indispensabile per avviare un nuovo percorso da più parti dichiarato ma che stenta ad affermarsi per conferire alla Regione il valore che la Costituzioni le assegna.

22 giugno 2021

 

 

 

 

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Pubblicato in Istituzioni

75 anni di Repubblica nata dalla Resistenza

 2 GIUGNO 2021

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

di Ermisio Mazzocchi
2giugno46 minSono nato il 7 agosto del 1946, due mesi dopo la vittoriosa proclamazione della Repubblica. Mi sento perciò doppiamente suo figlio, sia perché sono Italiano, sia perché sono venuto alla luce nello stesso anno della sua nascita e ho avuto il privilegio di nutrirmi di quei principi che sono il cardine della sua Costituzione.
Ero adolescente e sentii il bisogno di partecipare attivamente alla vita politica del mio Paese e avendo fatti propri i valori e le istanze della sinistra mi iscrissi al PCI, che meglio di altre formazioni politiche rappresentava quegli ideali di cui anche io volevo farmi portavoce.
Da allora ho prodigato il mio impegno per quel partito e la società italiana. Sono sempre stato un uomo della sinistra, lo sono tutt'ora e lo sarò sempre. Vivo questo momento e questo 2 giugno con l'adesione convinta a quelle idee e a quella cultura che consentono di costruire una Repubblica indispensabile per cambiare sempre in meglio il nostro paese e salvaguardare la democrazia.

Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani hanno scelto la Repubblica. L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
La vittoria repubblicana rappresentò una rinascita dell'intera nazione e concluse in tal modo le lotte per la democrazia e la libertà in linea con la Resistenza, prendendo l'ispirazione da quella parte del Risorgimento che si era battuta per una "Repubblica una e indivisibile".

Una Repubblica che in questi 75 anni, grazie alla Costituzione, nel rigore e nel dinamismo, ha saputo respingere tentativi interessati a tradirne la sostanza democratica: due falliti colpi di Stato, il terrorismo, gli attentati della mafia, le Logge segrete della P2 e le molteplici iniziative per svuotare i suoi valori di progresso, di solidarietà, di libertà. Essa ha consentito la trasformazione economica e sociale del paese e ha permesso una sua revisione adeguata al cambiamento dei tempi: 71 referendum, 16 modifiche.

La Repubblica Italiana mantiene la sua forza per tenere unito il paese. Scrivo in prima persona perchè sento oggi, come non mai, di dover esprimere la mia convinta scelta perché in quanto stiamo vivendo un periodo di profondi cambiamenti che richiede a tutti noi uno straordinario impegno e un proprio contributo in grado di affrontare e risolvere i problemi della società italiana.

Credo che si debba, oggi, per quanto è avvenuto con la pandemia, aprire una riflessione su quel che rappresenti e possa rappresentare una repubblica costituzionale. Sono convinto che la costruzione di un sistema democratico fondato sul pieno riconoscimento delle libertà e dei diritti costituisca ancora un problema.
Lo dimostra il fatto che sia aperta la discussione su come giungere a una sua soluzione.

La Costituzione repubblicana sancisce libertà e uguaglianza per garantire il pieno sviluppo della persona umana ed è rivolta aicostituzione italiana 350 mincostituzione italiana 350 min diritti civili quale irrinunciabile condizione di parità. Il benessere e la ricchezza dell'intera società dipendono dal lavoro intelligente, produttivo, qualificato che deve essere garantito contro lo sfruttamento e la precarietà.
Su tale impianto si sarebbe dovuta estendere l'area dei diritti e dell'uguaglianza.
A questo punto sorgono delle domande.
Il processo di attuazione della Costituzione per quanto riguarda i diritti della persona ha ottenuto risultati? Le uguaglianze sociali sono state garantite?

I fatti dicono che il percorso non si è compiuto.
Siamo molto lontani, nonostante alcuni traguardi raggiunti, da quella parità sancita dalla Costituzione.
Mi sento di affermare che la Repubblica italiana con la sua Costituzione permette di superare condizioni di forte criticità a salvaguardia dei diritti dei cittadini.
I valori della Repubblica insiti in un sistema democratico, in cui il popolo è sovrano, dovrebbero rimanere il baluardo contro le derive autoritarie e antidemocratiche.
La pandemia in una democrazia debole, priva di solidi riferimenti costituzionali, potrebbe favorire tali spinte.
Non si può considerare che la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure populiste e sovraniste, il persistere di rigurgiti della cultura fascista, la necessità di rigettare una sudditanza rispetto all'ideologia neoliberista e dare alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico, rendono sempre più urgente la definizione di uno schieramento di forze della sinistra, progressiste, democratiche.

La Repubblica fu una scelta sostenuta da un'ampia coalizione di partiti che raccoglievano e rappresentavano la grande maggioranza del popolo italiano per garantire la rinascita del paese devastato dalla guerra e per chiudere con il fascismo e la monarchia.
Una condizione che non è mai venuta meno nel momento in cui si è trattato di difendere lo Stato democratico come avvenne quando si trattò di sconfiggere il terrorismo e di salvare il paese dalla crisi economica con l'intesa Berlinguer - Moro.
La pandemia ha riproposto la stessa necessità a tutte le forze politiche, unite nel governo Draghi, con l'esclusione di FdI. Tuttavia questa convergenza non elimina le differenze tra i partiti né le loro culture politiche.

All'orizzonte si delinea uno scontro durissimo tra il PD insieme ad altri schieramenti della sinistra e la destra di Salvini e della Meloni sul rispetto e sulla realizzazione dei valori repubblicani, incardinati nella Costituzione, quali la giustizia sociale, l'uguaglianza, il sostegno agli strati sottoprivilegiati della società.
Ritengo che le proposte di Enrico Letta, come lo ius soli, il voto ai sedicenni, la legge Zen, la dote ai diciottenni finanziata dall'1% dei ricchi dalla tassa di successione, rappresentino la nuova tendenza di un pensiero e di una politica propria della sinistra, riposizionata nel solco del riformismo. Un'identità politica di cui il PD ha bisogno, riconoscibile e caratterizzata da elementi di equità nel rispetto del sistema democratico repubblicano. Ne ha bisogno tutta la sinistra italiana.
Non si tratta del trionfo di un'economia statale, di un ritorno dei "comunisti". Affermazione fuorviante e provocatoria, maldestramente usata nei confronti di Letta dai denigratori di destra, i quali denunciano pericoli di "esproprio" ricorrendo al linguaggio dei tempi berlusconiani.

Non si tratta del trionfo di un'economia statale, di un ritorno dei "comunisti". Affermazione fuorviante e provocatoria, maldestramente usata nei confronti di Letta dai denigratori di destra, i quali denunciano pericoli di "esproprio" ricorrendo al linguaggio dei tempi berlusconiani.

Credo che si debba assumere una posizione che rivendichi fortemente quanto rappresenti la Repubblica,
Siamo entrati in una "nova era" post pandemia in cui non si può sfuggire alle proprie responsabilità e rimanere indifferenti.

Siamo entrati in una nova era post pandemia in cui non si può sfuggire alle proprie responsabilità e rimanere indifferenti. Dobbiamo per noi e per i nostri figli edificare una società equa, rafforzare e difendere la democrazia.
Io sono per i diritti e le uguaglianze nell'osservanza della Costituzione della Repubblica Italiana.

lì 1 giugno 2021

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Non un prestito, ma una dotazione economica

La proposta di Letta apre un campo di battaglia politica per tutta la sinistra

di Ermisio Mazzocchi
BANDIERE PD 350 260La proposta del segretario del PD, Enrico Letta, è ragionevole e coraggiosa e merita la necessaria considerazione perché apre uno squarcio sulla ripartizione equa delle ricchezze del paese.
Un'iniziativa che assegnerebbe un sostegno di 10.000 euro a coloro che avranno compiuto i 18 anni consentirebbe un aiuto adeguato e opportunità di intraprendere attività di formazione e iniziative economiche senza che essi debbano ricorrere al sostegno dei genitori.

Non si tratterebbe di un prestito che ipotecherebbe il loro futuro ma una dotazione economica.

La copertura finanziaria sarebbe assicurata da un'imposta che graverebbe su una fascia sociale che costituisce soltanto l’1% della popolazione. Essa verrebbe garantita da coloro che ricevono eredità e donazioni superiori al valore di 5 milioni di euro.

L’1% degli italiani potrebbe così finanziare con quasi 3 miliardi di euro una proposta di giustizia sociale necessaria perché il diritto al futuro non sia tolto alle nuove generazioni. È un modo per garantire a tutti i giovani le stesse opportunità. Ogni anno 280.000 tra ragazze e ragazzi potranno prendere in mano il proprio futuro senza dover pesare sulle spalle dei genitori.

Non saremmo in presenza di qualcosa di eclatante, di nuovo assoluto. La riforma dell'imposta di successione, pilastro della democrazia, è stata per anni al centro di aspre battaglie politiche.
Basterebbe ricordare la proposta di Berlusconi fatta nel 2008 di eliminare la tassa di successione, proposta che fu ribadita nelle elezioni del 2018.

La proposta Letta è in assoluta discontinuità rispetto a una tradizione che si è rivelata fallimentare in quanto inserisce elementi dirompenti nel sistema fiscale. Essa non si avvale di connotati paternalistici, ma infrange blocchi di interessi ritenuti intoccabili.
Siamo consapevoli che le disuguaglianze si sono espanse più che nel passato a causa del Covid-19 e che si sono rafforzate pericolose incertezze per il futuro delle nuove generazioni.
E' necessario che ci sia una equa distribuzione della ricchezza finalizzata allo sviluppo dell'economia e che garantisca pari opportunità.

Oggi siamo in presenza di una forte contraddizione per il fatto che i redditi da lavoro siano gravati da pesanti imposte, mentre le ricchezze ereditate lo siano poco o nulla.
L'aliquota di tassazione per eredità o donazioni superiore a 5 milioni di euro in Italia è al 4%, in Francia a esempio è al 45%.

Stupisce, ma non troppo, la dichiarazione secca di Draghi il quale ha sostenuto che è tempo di dare e non di prendere, liquidando in tal modo la proposta di Letta.
Un'affermazione che potrebbe anche essere giustificata in questo momento di emergenza, ma che eluderebbe il problema di stabilire da chi prendere e a chi dare.
Bisognerebbe al contrario togliere ai ricchi per dare ai poveri.

Naturalmente non in modo indiscriminato ma in maniera giusta, distinguendo tra impegno nel proprio lavoro e privilegi.
Sono del tutto comprensibili le furibonde ingiurie della destra che si è vista toccata nelle sue argomentazioni più strumentali e populiste rivolte a sostenere il liberismo più violento.
Una destra che affonda le sue radici in quella cultura fascista che portò Mussolini nel 1924, a difesa degli interessi dei più ricchi, all'abolizione della tassa di successione, provvedimento che il socialista Giacomo Matteotti denunciò come "un grave errore".

Il PD deve mantenere ferma la sua posizione rivolgendo la propria lotta per una giustizia sociale e la riduzione delle disuguaglianze, secondo la migliore tradizione della sinistra democratica e progressista.
Appare ad oggi debole l'iniziativa di tutto il PD, che sembra avere accantonato questa sfida decisiva per recuperare il consenso di quel popolo di sinistra che si è perso tra astensione, attrazioni grilline e miraggi populisti.
E' necessario dare segnali forti di sostegno a un progetto che va al di là della sua attuazione e che incide sulla credibilità di un partito.

Ci si deve convincere che la proposta di Letta apre un campo di battaglia politica di tutta la sinistra e ha un effetto domino sui processi di riforma dello Stato italiano.
Quella lotta può segnare una netta differenza tra la destra e la sinistra.

E la sinistra non può perdere.

25 maggio 2021

 

 

 

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1° Maggio '21 e un panorama inquietante

PRIMO MAGGIO 2021

Oggi più di ieri: il lavoro al primo posto

di Ermisio Mazzocchi
1maggio21 390 minLe condizioni del Paese sono drammatiche, come rileva Draghi nel presentare il PNRR.
Egli dice: "La pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei. Nel 2020, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2. Tra il 1999 e il 2019, il PIL in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà è salita dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 per cento. Ad essere particolarmente colpiti sono stati donne e giovani: l’Italia è il Paese dell’UE con il più alto tasso di giovani tra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione (NEET), e il tasso di partecipazione delle donne al lavoro è solo il 53,1 per cento, molto al di sotto del 67,4 per cento della media europea. Questi problemi sono ancora più accentuati nel Mezzogiorno, dove il processo di convergenza con le aree più ricche del Paese è ormai fermo".

Una condizione, risultato dei profondi sconvolgimenti che hanno investito il Paese dall'inizio della pandemia.
L'orizzonte delle povertà si fa sempre più profondo. Le disuguaglianze sono cresciute, le libertà sono a rischio. Nasce un nuovo schiavismo, diverse egemonie culturali si impongono. Lo sviluppo dei sistemi informatici apre inediti scenari nelle opportunità e nei rapporti di lavoro.

Un panorama inquietante, che pone questioni difficili e complesse.
Sono situazioni che possono avere risposte diverse a seconda dei fini che ci si propone e delle prospettive che si scelgono per il Paese.
Sfide che la politica e le forze sindacali dovranno affrontare con nuovi e diversi parametri di intervento e che trovano il loro centro motore nel PNRR.
La consapevolezza dei cambiamenti può favorire la ricerca di diversi modelli di sviluppo che diano sicurezza di lavoro e ne sostengano e incentivino l'innovazione e l’organizzazione.

Per questo il PD ha posto al centro della sua politica il lavoro come cardine per lo sviluppo del Paese.
Su tale terreno la sinistra e lo stesso PD devono compiere scelte precise rivolte a garantire equità e diritti contro i tentativi di corporativismi, di integralismi e di massimo sfruttamento. La speculazione potrebbe aggirarsi nei massicci investimenti stanziati dal governo e mettere a rischio la rinascita post-pandemia.

Il documento sottoscritto di recente dai sindacati della provincia di Frosinone merita il massimo di attenzione da parte del PD e delle forze progressiste perché si colgano le ragioni del loro appello per il lavoro.
Considerazioni che si inseriscono in un'ampia e ambiziosa strategia per l'ammodernamento del paese, che deve prima di tutto significare occupazione e migliore qualità della vita dei cittadini.

Non sarà un percorso facile e il PD, la maggiore forza della sinistra, ne sia consapevole. Allo stesso tempo il Partito Democratico deve avere una propria autonoma strategia che salvaguardi l'azione del governo e sia anche capace di mettere in atto un'iniziativa rivolta al raggiungimento della massima occupazione nel privato e nel pubblico.

Il Primo Maggio, oggi più di ieri, rappresenti una presa di coscienza delle vie nuove e dei passaggi da costruire per la conquista dei diritti fondamentali, tra i quali rimane prioritario quello del lavoro.

lì 28 aprile 2021

 

 

 

 

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Occorre la revisione del rapporto Stato-Regioni

ISTITUZIONI

ll conflitto tra Regioni e Stato è aspro e ingovernabile

di Ermisio Mazzocchi
Stato e Regioni ognuno per conto proprio Unicosettimanale.itIl Covid19 ha messo in evidenza la debolezza e l'inadeguatezza di tutta la struttura burocratica amministrativa dello Stato italiano.
Il conflitto a volte aspro tra Regioni e Stato, o meglio tra i presidenti di queste e i governi che si sono succeduti dall'inizio della pandemia, si è accentuato e ha dimostrato la scarsa funzionalità del loro ruolo
La pluralità delle istituzioni e la farraginosità della burocrazia in questi ultimi tempi non ha consentito un'efficace azione di governo.

Sono emerse vistosamente regole e misure diverse, a volte contraddittorie, che hanno prodotto confusione e che sfuggono a qualsiasi controllo.
L’emergenza dell’epidemia da coronavirus ha drammaticamente dimostrato che è fondamentale l'efficienza della macchina governativa a garanzia della democrazia.
Il rischio di operazioni di governo svincolate dalle procedure dei sistemi democratici e dall'obbligo di rispondere delle proprie azioni di fronte alle istituzioni democratiche, è più che reale.
L'impostazione di una nuova struttura dell'intero apparato statale, che eviti uno svuotamento delle garanzie democratiche, si presenta necessaria per un suo buon funzionamento.

Il principio della sovranità popolare è l'asse su cui ruota tutto il modello della nostra Costituzione che deve assicurare quegli strumenti volti alla garanzia rappresentativa della volontà dei cittadini. Si apre la necessità di una ristrutturazione e un aggiustamento amministrativo e di una revisione giuridica dei poteri costituzionali con in primo piano quelli che riguardano le Regioni

Le Regioni godono di autonomia statutaria, legislativa e regolamentare ai sensi della Costituzione e dei rispettivi statuti, che ne fanno degli enti privilegiati i quali usufruiscono di illimitate funzioni, dato che la legge costituzionale del 2001 ha eliminato completamente i controlli sui loro atti amministrativi.

A cinquant'anni dall'istituzione delle regioni, si deve rilevare il loro inadeguato funzionamento, aggravato dalla perenne conflittualità dei tre distinti livelli di amministrazione locale (regione, provincia e comune). Le Regioni sono anche percepite dalle comunità locali come entità artificiali, poco legate alla storia e all’identità dei territori.

Tutto ciò ha accentuato una forte autoreferenzialità, indipendenza e libertà da qualsiasi vincolo con altri enti.
Una falla nella gestione dell'ente regionale che ha aperto un varco alle diverse forme di malgoverno e a interessi particolari di varia natura.

Quanto è avvenuto recentemente nella Regione Lazio in merito a un discusso concorso per l'assunzione di personale che ha provocato le dimissioni del presidente del Consiglio regionale, caso del tutto inusuale nella tradizione della Regione, deve essere letto come un fatto da ascriversi alle modalità di funzionamento dell'ente e all'assenza di controlli preventivi.
Quel che è emerso da questa vicenda può lasciarci stupiti e perplessi. Tuttavia era prevedibile. Il logoramento dell'identità dell'istituto regionale, che ha perso la sua funzione di governo del territorio, che ha acquistato sempre più i caratteri assistenziali ed è divenuto permeabile ad aspettative e a interessi di parte, è la causa inevitabile di quegli eventi.

All'interno di questa realtà non sfugge che possano esserci manovre che hanno come fine quello di favorire interessi politici.
Non si può negare che la maggioranza dei consiglieri regionali, soprattutto di provenienza elettiva della provincia romana, sono proiettati verso le prossime elezioni del comune di Roma, i cui risultati sono per tutti strategici e decisivi per assumere futuri impegni per il Paese.
Queste scelte sono finalizzate a garantire il sostegno e il consenso elettorale ai candidati per il consiglio comunale.

Nulla da eccepire per tali aspettative.
In questo modo però la regione finisce con il non avere più il suo ruolo di governo e rischia di essere strumento per altre finalità.
L'emergenza Covid19 obbliga le istituzioni a risposte e a soluzioni contingenti e immediate e pone con forza una nuova forma dello Stato e delle sue articolazioni territoriali.

La regione dovrebbe essere un ente di programma mentre le sue competenze legislative dovrebbero essere ricondotte allo Stato.
Cesserebbero in questo modo i conflitti di competenza tra Stato e Regione, che hanno prodotto una cattiva qualità della legislazione regionale e ridotto la Regione a un semplice "bancomat".
La funzione di programmazione della Regione eliminerebbe le attuali disfunzioni e garantirebbe un'attività trasparente e di maggiore efficacia.

Una programmazione che dovrebbe avere come terminali l'Amministrazione provinciale, la quale ha la necessità di superare l'attuale sistema di rappresentanza e le limitate funzioni legislative, e insieme i comuni.
Una riforma non più rinviabile e che le forze democratiche e progressiste dovrebbero fare propria.

Il segretario del PD, Enrico Letta, si è prefisso l'obiettivo di intervenire per risanare una "democrazia malata".
Dentro questo ragionamento dovrebbe primeggiare la riforma dello Stato, che scivola sempre più verso forme di inefficienza e confusione.

Il PD, aprendo un confronto, dovrebbe presentare un progetto di ristrutturazione che garantisca sempre di più i diritti dei cittadini stabiliti dalla Costituzione e assegni agli enti intermedi nuove funzioni più rispondenti alle esigenze di un Paese che deve costruire il suo futuro.

lì 19 aprile 2021

Pubblicato in Commenti

Sui silenzi della Regione Lazio

REGIONE LAZIO DOVE SEI?

Qualche riflessione

di Ermisio Mazzocchi
RegioneLazio 350 260Gli ultimi avvenimenti che hanno interessato in questi giorni la Regione Lazio ci inducono a qualche riflessione.

Oltre alla vicenda Tosini-Lozza sul riciclaggio dei rifiuti e quella dell'acquisto delle mascherine, oggetto di indagini della magistratura, un altro fatto che ha aperto un interesse da parte dei media e un aspro scontro tra le forze politiche è l'assunzione - che è comunque regolare - di personale alla regione Lazio. Quest'ultimo ha però aspetti che lo differenziano dagli altri due casi.

La questioni dei rifiuti non è stata risolta con una precisa strategia da parte delle istituzioni. La vicenda giudiziaria dimostra che si è aperta una falla nel sistema di programmazione, che è sfuggito al controllo della stessa istituzione regionale. Quello che più interessa in questo momento non è solo l'intreccio tra potere e informazione, che c'è sempre stato, ma le modalità di regolamentazione di quest'ultima che avrebbe dovuto garantire una oggettiva comunicazione.

Essa avrebbe dovuto far conoscere i processi di formazione delle scelte politiche e amministrative, gli autori e le finalità. Se ciò non è avvenuto si pone il problema del ruolo della politica e in concreto di quelle forze che hanno oggi responsabilità di governo a tutti i livelli. Il loro compito sarebbe stato quello di impedire fenomeni che sviliscono le istituzioni e avere la capacità di costruire progetti nell'interesse della collettività.

I molti interrogativi avrebbero richiesto una immediata e adeguata risposta politica e amministrativa che è stata invece insufficiente e poco chiara. Bisognava soddisfare le aspettative legittime dei cittadini e soprattutto aprire un confronto reale necessario per il rinnovamento della politica e rimodulazione della sua qualità e del suo prestigio.

lì 1 aprile 2021

 

 

 

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Pubblicato in Informazione

Letta e il PD

PARTITI. Il PD

 L'identità del PD è lo stare in modo nitido dalla parte del Paese debole

di Ermisio Mazzocchi
enrico letta 370 minLa sfida è iniziata. Il segretario del PD, Enrico Letta, agisce secondo una strategia con obiettivi ben definiti. Non sono esclusi impedimenti e difficoltà.

Il fine ultimo non può che essere una rigenerazione del PD in grado di leggere le mutazioni socio - economiche e di risolvere il dilemma di come riqualificare i contenuti della sua cultura proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti.
Letta è convinto che se Draghi otterrà risultati positivi sulla pandemia potrà accelerare verso una definitiva identità del PD posizionato come partito della sinistra e dei progressisti.

Senza una visione a lungo periodo con una proposta adeguata e aggiornata non sarà possibile al PD essere un referente capace di rispondere alle nuove esigenze della società post-Covid19.
Le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze, le povertà, sempre più forti e profonde, potranno essere eliminate solo se si darà vita a un partito motore di ampi schieramenti di forze con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo e avversari delle nuove forme di disuguaglianze sociali, territoriali, etniche.

Il sistema economico, accentuato dalla pandemia, ha segnato una più marcata differenza delle condizioni sociali, in cui emergono con maggiore evidenza le grandi questioni di libertà e di progresso e la necessità di soddisfare i bisogni elementari dei cittadini.
Un processo che si traduce in un’esplosione esponenziale della dinamica dello sfruttamento che si scarica sugli uomini e sulle donne e sulle risorse naturali, con la creazione di profitti smisurati che non generano alcuno sviluppo, ma solo il dilagare della diseguaglianza e della sofferenza.

Conclusa la fase dell'emergenza Covid-19, ci si troverà davanti la ricostruzione di un Paese in cui si ripresenteranno nella loro più cruda realtà i rapporti di forza tra le componenti progressiste e democratiche e quelle oscurantiste e nazionaliste.

L'identità del PD è lo stare in modo nitido dalla parte del Paese debole, più a rischio di decadenza e meno protetta dalle violazioni dei diritti e l'essere rappresentativa dei valori insostituibili della dignità degli uomini, del lavoro e della democrazia.
Letta dovrà capire se ci sono le condizioni per una rinascita del PD che abbia una nuova idea di società e sia capace di ricomporre il campo del socialismo, del cattolicesimo democratico, dell'ambientalismo, dei nuovi diritti e delle nuove libertà.
Deve essere rigenerato un intero partito che sappia cosa è, cosa deve fare, cosa rappresenta.

Un partito che faccia dei suoi contenuti, come la giustizia, l'uguaglianza, i diritti, una bussola di orientamento per contrastare le storture sociali, le nuove forme di sfruttamento e l'impoverimento della vita.

Una forza socialista, riformista, moderna. Robusta nel suo pensiero politico che rimuova il sistema delle correnti di potere e il leaderismo sfrenato.

Al nuovo segretario spetta un compito immane che può affrontare solo con una riforma profonda della forma organizzativa del partito.
Occorre definire il modello democratico, sostiene Letta.
Se per democrazia si intende partecipazione e libertà di scelta, devono essere rivisti i meccanismi che regolano la vita interna del PD.

Il valore di un partito risiede nei suoi principi e nei suoi valori.
La loro realizzazione ha bisogno di una organizzazione che deve funzionare con sistemi che salvaguardino quei valori.
Le questioni aperte sono quelle delle modalità di adesione, del sistema elettivo degli organismi dirigenti, del sistema di scelta per le candidature istituzionali, del rispetto delle diverse sensibilità.
Quelli adottati sono risultati fallimentari e hanno dato spazio al leaderismo.

Non è più rinviabile la riscrittura delle regole per impedire la degenerazione speculativa e garantire i diritti democratici. Un partito vive per la partecipazione delle persone offrendo loro la condizione di contare e decidere liberamente.
Letta riceve un partito che ha concluso il percorso di quella che sarebbe dovuta essere la sua funzione innovativa. Dovrà recuperare la credibilità di una forza progressista, quale erede delle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano.
Non ci sono alternative.

27 marzo 2021 Ermisio Mazzocchi

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PD: al punto di non ritorno

 PD. PARTITI E LA LORO CRISI

 PD: Le dimissioni di Zingaretti logica e inevitabile conclusione di una gestione impossibile

di Ermisio Mazzocchi
partito democratico bandiera350 250I segnali erano evidenti e vistosi. Le dimissioni di Zingaretti sono la logica e inevitabile conclusione di una gestione impossibile del PD, dilaniato dalle pratiche correntizie e privo di una sua definita identità politica.

Si è concluso il percorso di quella che sarebbe dovuta essere la funzione innovativa del Partito Democratico nella sua formula culturale - politica, rappresentata nel suo programma di fondazione.
Un percorso turbolento e conflittuale, ma con momenti, soprattutto nei primi anni di vita, positivi e vivaci.

Nel tempo sono emerse le contraddizioni in merito alla sua identità, alla sua collocazione, alla sua progettualità, alla struttura organizzativa. Incertezze che hanno accentuato, via via sempre più, un accartocciamento su se stesso, esasperato da rivalità interne, che hanno svuotato i valori fondanti del PD.
Il corso degli avvenimenti ha annullato le aspettative di un nuovo partito.

Il PD non è stato in grado di cogliere la conflittualità che era in atto, e lo è ancora oggi, tra un capitale finanziario spietato e incontrollato e parti della società italiana in cui crescevano le disuguaglianze, il precariato, la caduta del valore del lavoro, la povertà.
Il Covid-19 ha messo a nudo questo deficit politico del PD.

La spinta iniziale del PD, protesa verso quelli che sarebbero dovuti essere gli obiettivi di una forza progressista e dai forti contenuti innovativi, quale erede delle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano, si è esaurita.
Rimanere ripiegati su se stessi, dentro un recinto angusto, spesso scena di litigiosità e contrapposizioni inconciliabili, porta a perdere la percezione della realtà e a perseguire esclusivamente interessi di parte e delle diverse componenti.

Ed è questa la cornice in cui si collocano le ragioni del gesto di Zingaretti.
Senza una visione di lungo periodo con una proposta adeguata e aggiornata non sarà possibile al PD essere un referente capace di rispondere alle nuove esigenze della società post-Covid19. Il tema della disuguaglianza rimarrà la questione prioritaria.
La sinistra si è adagiata sulla convinzione che il sistema democratico liberale sia il migliore possibile, non rendendosi conto che esso ha allargato le disuguaglianze, aumentate le povertà e le differenze sociali.

La pandemia provocherà una svolta per il fatto che si accentuerà la violenza dei sistemi finanziari globali e di un capitalismo sempre più vorace, volto a trarre il maggiore profitto da un indebolimento delle strutture democratiche e dalla insufficiente e inefficace risposta delle forze di sinistra e progressiste.
Quello che non sarà più come prima è la dimensione del processo di ristrutturazione del sistema, il quale manterrà saldi i riferimenti del capitalismo liberale.

Sarà possibile eliminare le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze se si darà vita a una sinistra motore di ampi schieramenti di forze progressiste e democratiche con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo.
Il Covid-19 ha solo spalancato una porta sulle vistose criticità dell'Italia e sulle miserie del mondo, prodotte da un modello di sviluppo falsamente ritenuto capace di sollevare le sorti dei popoli.
In questa immensità di ingiustizie, prevalgono l’assenza di tutele e di stabilità lavorativa e la cancellazione dei diritti sulle quali si fonda il neoliberismo con lo smantellamento dello Stato sociale.
La logica del mercato senza frontiere ha rimesso in discussione, se non abolito, le regole, o meglio, gli strumenti che regolano i rapporti tra libertà, democrazia, sovranità politica e identità nazionale.
Un cambio di prospettiva che ha prodotto una crisi della sinistra, la quale fatica a darsi un nuovo pensiero in grado di leggere le mutazioni socio - economiche e incapace di affrontare il dilemma di come riqualificare i contenuti della sua cultura proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti.

Il PD sarebbe dovuto essere l'erede di quelle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano.
Avrebbe dovuto adeguare gli strumenti utili a rigettare e a fronteggiare le spinte liberiste e le maglie soffocanti della globalizzazione.
Conclusa la fase dell'emergenza Covid-19, ci si troverà davanti la ricostruzione di un Paese in cui si ripresenteranno nella loro più cruda realtà i rapporti di forza tra le forze progressiste e di sinistra e quelle oscurantiste e nazionaliste.
La sinistra dovrà essere capace, pena la sua emarginazione, di essere referente di quel mondo che si trova dalla parte dei più deboli e meno protetta dalle violazioni dei diritti.
Dovrà definire una piattaforma politico-programmatica capace di essere complementare a una funzione di governo e rappresentativa dei valori insostituibili della dignità dell'uomo, del lavoro e della democrazia.
Non possiamo rimanere nell'indeterminatezza di un PD senza sostanza.

Si tratta di capire se ci sono le condizioni per una sua rinascita al fine di costruire una nuova idea di società e avviare un processo costituente di rifondazione della sinistra.

Tutto questo potrà essere possibile se si arriva, una volta per tutte, a ritenere il PD un partito di sinistra e della sinistra europea.
Una nuova forza ambiziosa e coraggiosa capace di ricomporre il campo del socialismo, del cattolicesimo democratico, dell'ambientalismo, dei nuovi diritti e delle nuove libertà.
Deve essere rigenerato un intero partito per sapere cosa è, cosa deve fare, cosa rappresenta. La rigenerazione del PD porterebbe, conclusa questa fase della sua storia, a rivisitare la sua funzione e la sua stessa organizzazione. A fare dei suoi contenuti come la giustizia, l'uguaglianza, i diritti una bussola di orientamento per contrastare le storture sociali, le nuove forme di sfruttamento e l'impoverimento dei livelli di vita.

Il congresso, quando sarà, dovrà rispondere in modo definitivo a queste esigenze rimodulando tutto il progetto politico e rivitalizzando le diverse culture della tradizione democratica italiana.
L'assemblea del 14 marzo è probabile che elegga un nuovo segretario che dovrà avere la capacità di essere l'artefice di questo processo di rinnovamento del Partito Democratico.
Una rinascita vitale per l'esistenza di una forza di sinistra indispensabile al paese e alla democrazia.

 

 

 

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10 marzo 2021

Pubblicato in Partiti
  • Pubblicato in Partiti

Il PCI e la Sinistra (oggi)

 PCI centanni

Vittorie e sconfitte, fanno parte di un percorso durato 70 anni 

di Ermisio Mazzocchi
la prima tessera del PCdI minIl 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.

Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.

Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.
Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.

Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.

Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.
Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.

Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.
Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.

Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.
Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.

Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.
Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.

Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.
I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.

Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.
Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

 

lì 19 gennaio 2021

 

Alcuni dati organizzativi di  riepilogo

Dietro queste date e questi numeri ci sono donne e uomini che hanno combattuto con impegno e passione per un grande ideale di libertà e democrazia.
* 21 gennaio 1921 fondazione del PCd'I
* 14 marzo 1921 si costituisce la Federazione PCd'I di Caserta svoltosi a Cassino. Segretario della Federazione Luigi Selmi, con sede a Cassino.
*17 aprile 1921 si costituisce la Federazione PCd'I a Roma di cui fa parte il circondario di Frosinone
*1 ottobre 1945 Primo Congresso provinciale delle Federazione di Frosinone
* 30 giugno 1957 I Congresso Federazione di Cassino
* 27 dicembre 1959 II Congresso Federazione di Cassino
* 4 novembre 1962 III Congresso Federazione di Cassino
* 7 gennaio 1966 chiude la Federazione e viene costituito il Comitato di Zona
17 gennaio 1991 XVIII congresso provinciale - l'ultimo - del PCI di Frosinone


Iscritti PCI 1921 600 min

 

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Il PCI e la Sinistra (oggi)

 

La sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità...

di Ermisio Mazzocchi
Il 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.
Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.
Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.

Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.
Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.
Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.

Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.
Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.

Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.
Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.

Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.
Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.

Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.
Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.

I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.
Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.

Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

lì 19 gennaio 2021

 

 

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Pubblicato in PCI centanni
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