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Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

URL del sito web:

Sui silenzi della Regione Lazio

REGIONE LAZIO DOVE SEI?

Qualche riflessione

di Ermisio Mazzocchi
RegioneLazio 350 260Gli ultimi avvenimenti che hanno interessato in questi giorni la Regione Lazio ci inducono a qualche riflessione.

Oltre alla vicenda Tosini-Lozza sul riciclaggio dei rifiuti e quella dell'acquisto delle mascherine, oggetto di indagini della magistratura, un altro fatto che ha aperto un interesse da parte dei media e un aspro scontro tra le forze politiche è l'assunzione - che è comunque regolare - di personale alla regione Lazio. Quest'ultimo ha però aspetti che lo differenziano dagli altri due casi.

La questioni dei rifiuti non è stata risolta con una precisa strategia da parte delle istituzioni. La vicenda giudiziaria dimostra che si è aperta una falla nel sistema di programmazione, che è sfuggito al controllo della stessa istituzione regionale. Quello che più interessa in questo momento non è solo l'intreccio tra potere e informazione, che c'è sempre stato, ma le modalità di regolamentazione di quest'ultima che avrebbe dovuto garantire una oggettiva comunicazione.

Essa avrebbe dovuto far conoscere i processi di formazione delle scelte politiche e amministrative, gli autori e le finalità. Se ciò non è avvenuto si pone il problema del ruolo della politica e in concreto di quelle forze che hanno oggi responsabilità di governo a tutti i livelli. Il loro compito sarebbe stato quello di impedire fenomeni che sviliscono le istituzioni e avere la capacità di costruire progetti nell'interesse della collettività.

I molti interrogativi avrebbero richiesto una immediata e adeguata risposta politica e amministrativa che è stata invece insufficiente e poco chiara. Bisognava soddisfare le aspettative legittime dei cittadini e soprattutto aprire un confronto reale necessario per il rinnovamento della politica e rimodulazione della sua qualità e del suo prestigio.

lì 1 aprile 2021

 

 

 

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Pubblicato in Informazione

Letta e il PD

  • Pubblicato in Partiti

PARTITI. Il PD

 L'identità del PD è lo stare in modo nitido dalla parte del Paese debole

di Ermisio Mazzocchi
enrico letta 370 minLa sfida è iniziata. Il segretario del PD, Enrico Letta, agisce secondo una strategia con obiettivi ben definiti. Non sono esclusi impedimenti e difficoltà.

Il fine ultimo non può che essere una rigenerazione del PD in grado di leggere le mutazioni socio - economiche e di risolvere il dilemma di come riqualificare i contenuti della sua cultura proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti.
Letta è convinto che se Draghi otterrà risultati positivi sulla pandemia potrà accelerare verso una definitiva identità del PD posizionato come partito della sinistra e dei progressisti.

Senza una visione a lungo periodo con una proposta adeguata e aggiornata non sarà possibile al PD essere un referente capace di rispondere alle nuove esigenze della società post-Covid19.
Le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze, le povertà, sempre più forti e profonde, potranno essere eliminate solo se si darà vita a un partito motore di ampi schieramenti di forze con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo e avversari delle nuove forme di disuguaglianze sociali, territoriali, etniche.

Il sistema economico, accentuato dalla pandemia, ha segnato una più marcata differenza delle condizioni sociali, in cui emergono con maggiore evidenza le grandi questioni di libertà e di progresso e la necessità di soddisfare i bisogni elementari dei cittadini.
Un processo che si traduce in un’esplosione esponenziale della dinamica dello sfruttamento che si scarica sugli uomini e sulle donne e sulle risorse naturali, con la creazione di profitti smisurati che non generano alcuno sviluppo, ma solo il dilagare della diseguaglianza e della sofferenza.

Conclusa la fase dell'emergenza Covid-19, ci si troverà davanti la ricostruzione di un Paese in cui si ripresenteranno nella loro più cruda realtà i rapporti di forza tra le componenti progressiste e democratiche e quelle oscurantiste e nazionaliste.

L'identità del PD è lo stare in modo nitido dalla parte del Paese debole, più a rischio di decadenza e meno protetta dalle violazioni dei diritti e l'essere rappresentativa dei valori insostituibili della dignità degli uomini, del lavoro e della democrazia.
Letta dovrà capire se ci sono le condizioni per una rinascita del PD che abbia una nuova idea di società e sia capace di ricomporre il campo del socialismo, del cattolicesimo democratico, dell'ambientalismo, dei nuovi diritti e delle nuove libertà.
Deve essere rigenerato un intero partito che sappia cosa è, cosa deve fare, cosa rappresenta.

Un partito che faccia dei suoi contenuti, come la giustizia, l'uguaglianza, i diritti, una bussola di orientamento per contrastare le storture sociali, le nuove forme di sfruttamento e l'impoverimento della vita.

Una forza socialista, riformista, moderna. Robusta nel suo pensiero politico che rimuova il sistema delle correnti di potere e il leaderismo sfrenato.

Al nuovo segretario spetta un compito immane che può affrontare solo con una riforma profonda della forma organizzativa del partito.
Occorre definire il modello democratico, sostiene Letta.
Se per democrazia si intende partecipazione e libertà di scelta, devono essere rivisti i meccanismi che regolano la vita interna del PD.

Il valore di un partito risiede nei suoi principi e nei suoi valori.
La loro realizzazione ha bisogno di una organizzazione che deve funzionare con sistemi che salvaguardino quei valori.
Le questioni aperte sono quelle delle modalità di adesione, del sistema elettivo degli organismi dirigenti, del sistema di scelta per le candidature istituzionali, del rispetto delle diverse sensibilità.
Quelli adottati sono risultati fallimentari e hanno dato spazio al leaderismo.

Non è più rinviabile la riscrittura delle regole per impedire la degenerazione speculativa e garantire i diritti democratici. Un partito vive per la partecipazione delle persone offrendo loro la condizione di contare e decidere liberamente.
Letta riceve un partito che ha concluso il percorso di quella che sarebbe dovuta essere la sua funzione innovativa. Dovrà recuperare la credibilità di una forza progressista, quale erede delle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano.
Non ci sono alternative.

27 marzo 2021 Ermisio Mazzocchi

Pubblicato in Partiti

PD: al punto di non ritorno

  • Pubblicato in Partiti

 PD. PARTITI E LA LORO CRISI

 PD: Le dimissioni di Zingaretti logica e inevitabile conclusione di una gestione impossibile

di Ermisio Mazzocchi
partito democratico bandiera350 250I segnali erano evidenti e vistosi. Le dimissioni di Zingaretti sono la logica e inevitabile conclusione di una gestione impossibile del PD, dilaniato dalle pratiche correntizie e privo di una sua definita identità politica.

Si è concluso il percorso di quella che sarebbe dovuta essere la funzione innovativa del Partito Democratico nella sua formula culturale - politica, rappresentata nel suo programma di fondazione.
Un percorso turbolento e conflittuale, ma con momenti, soprattutto nei primi anni di vita, positivi e vivaci.

Nel tempo sono emerse le contraddizioni in merito alla sua identità, alla sua collocazione, alla sua progettualità, alla struttura organizzativa. Incertezze che hanno accentuato, via via sempre più, un accartocciamento su se stesso, esasperato da rivalità interne, che hanno svuotato i valori fondanti del PD.
Il corso degli avvenimenti ha annullato le aspettative di un nuovo partito.

Il PD non è stato in grado di cogliere la conflittualità che era in atto, e lo è ancora oggi, tra un capitale finanziario spietato e incontrollato e parti della società italiana in cui crescevano le disuguaglianze, il precariato, la caduta del valore del lavoro, la povertà.
Il Covid-19 ha messo a nudo questo deficit politico del PD.

La spinta iniziale del PD, protesa verso quelli che sarebbero dovuti essere gli obiettivi di una forza progressista e dai forti contenuti innovativi, quale erede delle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano, si è esaurita.
Rimanere ripiegati su se stessi, dentro un recinto angusto, spesso scena di litigiosità e contrapposizioni inconciliabili, porta a perdere la percezione della realtà e a perseguire esclusivamente interessi di parte e delle diverse componenti.

Ed è questa la cornice in cui si collocano le ragioni del gesto di Zingaretti.
Senza una visione di lungo periodo con una proposta adeguata e aggiornata non sarà possibile al PD essere un referente capace di rispondere alle nuove esigenze della società post-Covid19. Il tema della disuguaglianza rimarrà la questione prioritaria.
La sinistra si è adagiata sulla convinzione che il sistema democratico liberale sia il migliore possibile, non rendendosi conto che esso ha allargato le disuguaglianze, aumentate le povertà e le differenze sociali.

La pandemia provocherà una svolta per il fatto che si accentuerà la violenza dei sistemi finanziari globali e di un capitalismo sempre più vorace, volto a trarre il maggiore profitto da un indebolimento delle strutture democratiche e dalla insufficiente e inefficace risposta delle forze di sinistra e progressiste.
Quello che non sarà più come prima è la dimensione del processo di ristrutturazione del sistema, il quale manterrà saldi i riferimenti del capitalismo liberale.

Sarà possibile eliminare le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze se si darà vita a una sinistra motore di ampi schieramenti di forze progressiste e democratiche con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo.
Il Covid-19 ha solo spalancato una porta sulle vistose criticità dell'Italia e sulle miserie del mondo, prodotte da un modello di sviluppo falsamente ritenuto capace di sollevare le sorti dei popoli.
In questa immensità di ingiustizie, prevalgono l’assenza di tutele e di stabilità lavorativa e la cancellazione dei diritti sulle quali si fonda il neoliberismo con lo smantellamento dello Stato sociale.
La logica del mercato senza frontiere ha rimesso in discussione, se non abolito, le regole, o meglio, gli strumenti che regolano i rapporti tra libertà, democrazia, sovranità politica e identità nazionale.
Un cambio di prospettiva che ha prodotto una crisi della sinistra, la quale fatica a darsi un nuovo pensiero in grado di leggere le mutazioni socio - economiche e incapace di affrontare il dilemma di come riqualificare i contenuti della sua cultura proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti.

Il PD sarebbe dovuto essere l'erede di quelle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano.
Avrebbe dovuto adeguare gli strumenti utili a rigettare e a fronteggiare le spinte liberiste e le maglie soffocanti della globalizzazione.
Conclusa la fase dell'emergenza Covid-19, ci si troverà davanti la ricostruzione di un Paese in cui si ripresenteranno nella loro più cruda realtà i rapporti di forza tra le forze progressiste e di sinistra e quelle oscurantiste e nazionaliste.
La sinistra dovrà essere capace, pena la sua emarginazione, di essere referente di quel mondo che si trova dalla parte dei più deboli e meno protetta dalle violazioni dei diritti.
Dovrà definire una piattaforma politico-programmatica capace di essere complementare a una funzione di governo e rappresentativa dei valori insostituibili della dignità dell'uomo, del lavoro e della democrazia.
Non possiamo rimanere nell'indeterminatezza di un PD senza sostanza.

Si tratta di capire se ci sono le condizioni per una sua rinascita al fine di costruire una nuova idea di società e avviare un processo costituente di rifondazione della sinistra.

Tutto questo potrà essere possibile se si arriva, una volta per tutte, a ritenere il PD un partito di sinistra e della sinistra europea.
Una nuova forza ambiziosa e coraggiosa capace di ricomporre il campo del socialismo, del cattolicesimo democratico, dell'ambientalismo, dei nuovi diritti e delle nuove libertà.
Deve essere rigenerato un intero partito per sapere cosa è, cosa deve fare, cosa rappresenta. La rigenerazione del PD porterebbe, conclusa questa fase della sua storia, a rivisitare la sua funzione e la sua stessa organizzazione. A fare dei suoi contenuti come la giustizia, l'uguaglianza, i diritti una bussola di orientamento per contrastare le storture sociali, le nuove forme di sfruttamento e l'impoverimento dei livelli di vita.

Il congresso, quando sarà, dovrà rispondere in modo definitivo a queste esigenze rimodulando tutto il progetto politico e rivitalizzando le diverse culture della tradizione democratica italiana.
L'assemblea del 14 marzo è probabile che elegga un nuovo segretario che dovrà avere la capacità di essere l'artefice di questo processo di rinnovamento del Partito Democratico.
Una rinascita vitale per l'esistenza di una forza di sinistra indispensabile al paese e alla democrazia.

 

 

 

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10 marzo 2021

Pubblicato in Partiti

Il PCI e la Sinistra (oggi)

 PCI centanni

Vittorie e sconfitte, fanno parte di un percorso durato 70 anni 

di Ermisio Mazzocchi
la prima tessera del PCdI minIl 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.

Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.

Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.
Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.

Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.

Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.
Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.

Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.
Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.

Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.
Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.

Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.
Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.

Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.
I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.

Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.
Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

 

lì 19 gennaio 2021

 

Alcuni dati organizzativi di  riepilogo

Dietro queste date e questi numeri ci sono donne e uomini che hanno combattuto con impegno e passione per un grande ideale di libertà e democrazia.
* 21 gennaio 1921 fondazione del PCd'I
* 14 marzo 1921 si costituisce la Federazione PCd'I di Caserta svoltosi a Cassino. Segretario della Federazione Luigi Selmi, con sede a Cassino.
*17 aprile 1921 si costituisce la Federazione PCd'I a Roma di cui fa parte il circondario di Frosinone
*1 ottobre 1945 Primo Congresso provinciale delle Federazione di Frosinone
* 30 giugno 1957 I Congresso Federazione di Cassino
* 27 dicembre 1959 II Congresso Federazione di Cassino
* 4 novembre 1962 III Congresso Federazione di Cassino
* 7 gennaio 1966 chiude la Federazione e viene costituito il Comitato di Zona
17 gennaio 1991 XVIII congresso provinciale - l'ultimo - del PCI di Frosinone


Iscritti PCI 1921 600 min

 

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Pubblicato in PCI centanni

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La sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità...

di Ermisio Mazzocchi
Il 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.
Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.
Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.

Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.
Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.
Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.

Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.
Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.

Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.
Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.

Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.
Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.

Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.
Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.

I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.
Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.

Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

lì 19 gennaio 2021

 

 

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Pubblicato in PCI centanni

1921. I comunisti nel frusinate

 PCI centanni

Dopo Livorno i comunisti si organizzano anche nel Frusinate

di Ermisio Mazzocchi
1921 Livorno 370 minIl 7 e l'8 novembre del 1920, presente Giuseppe Berti per la Direzione socialista si svolge a Roccasecca il Congresso provinciale del Casertano, (ricordiamo che in questa epoca non esisteva la provincia di Frosinone, divisa tra la provincia di Roma in cui faceva parte il circondario di Frosinone e quella di Caserta con il circondario di Sora), disturbato da provocazioni fasciste che prendono a pretesto l'esposizione della bandiera rossa al balcone del Municipio, per la nomina dei delegati al congresso di Livorno e le varie tendenze interne al PSI di Terra del Lavoro misurano la propria consistenza numerica.

A Livorno, la "mozione Bordiga", che sosteneva l'adesione ai "21punti di Mosca" ottiene 584 voti, mentre di poco superiore risulta la tendenza massimalista, 727 voti e solo 120 voti vanno alla corrente centrista. Le sezioni della Terra del Lavoro rappresentate a Livorno sono tutte favorevoli, caso unico in Italia, alla costituzione del Partito comunista, anche se questa posizione non troverà riscontro nella realtà della provincia di Caserta dove, come è evidenziato dai risultati del congresso provinciale, la maggioranza degli iscritti è orientata a rimanere nelle file del PSI.

Nel Frusinate la quasi totalità delle sezioni si schiera nel corso dei congressi sezionali con la frazione massimalista mentre in alcune, come a Frosinone e ad Anagni, si determina uno stato di estrema confusione, con la denuncia di irregolarità nelle convocazioni delle assemblee congressuali che avevano portato queste due sezioni a essere comprese, in un primo momento, fra le aderenti alla mozione comunista nel convegno per la costituzione del Comitato laziale comunista, svoltosi a Roma il 19 dicembre del 1920.

I comunisti delle due province organizzano, già prima del Congres¬so di Livorno, strutture autonome con la nomina di Comitati provinciali comunisti. Per la provincia di Caserta la sede del Comitato viene stabilita a Cassino e ne viene affidata la responsabilità a Luigi Selmi, mentre per il circondario di Frosinone vengono nominati responsabili Loreto Cugini di Anagni per la zona nord del circondario (Anagni, Sgurgola, Piglio e Acuto) e Giuseppe Minotti di Frosinone per tutti gli altri comuni.

Dopo il Congresso di Livorno, il Partito comunista d'Italia, ormai costituito il 2I gennaio del 1921 con l'assemblea del Teatro S. Marco, lavora a una definizione della sua organizzazione con i congressi provinciali di fondazione in preparazione del II Congresso nazionale fissato a Roma per il 20 marzo 1922 con circa 50.000 iscritti di cui 845 per la Federazione di Roma e 234 per quella di Caserta.

Il primo a tenersi nelle due province è il Congresso della Federazione del Pcd'I della Terra di Lavoro, ovvero della provincia di Caserta, che si svolge a Cassino il I4 marzo 1921 nella sede della Camera del lavoro. Promosso da Alessandro Assante di S. Apollinare, Ferdinando Cardarelli di Sora, Antonio Conte di Aquino, Maria Lombardi di Sessa Aurunca, Bernardo Nardone di Arce, Luigi Selmi di Cassino, al congresso partecipano le sezioni già costituite di Cassino, Aquino, S. Apollinare, Arce, Sora e quelle di Capua, Formia, Itri, Sessa Aurunca, Nocelleto, Casale, Falciano (queste ultime tre tutte frazioni di Carinola), SS. Cosma e Damiano, Castelforte, Piccilli. Presieduta dal rappresentante del Comitato centrale Ludovico Tarsia, l'assemblea elegge Luigi Selmi segretario della Federazione e fissa la sede a Cassino.1921 PCdI ok min

Il 17 aprile del 1921 si tiene il I Congresso provinciale di Roma. Presieduto da Egidio Gennari, vi partecipa per il circondario di Frosinone la sezione di Anagni, la sola ufficialmente costituita a quella data. Del Comitato federale romano vengono a far parte, in rappresentanza del circondario di Frosinone, Loreto Cugini della sezione di Anagni e Peppino Minotti della sezione di Frosinone. I primi mesi di vita del Pcd'I coincidono con l'agitata vigilia delle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati del 15 maggio 1921. In Ciociaria, come nel resto del paese, la campagna elettorale è segnata dall'esplodere della violenza fascista con l'uccisione e il ferimento di lavoratori e dirigenti politici e sindacali, assalti alle sedi socialiste e comuniste, saccheggi delle Camere del lavoro, delle cooperative e delle Leghe contadine, scorrerie degli squadristi contro i comuni amministrati dalla sinistra.

Una certa ripresa del partito in Terra del Lavoro, in preparazione del III Congresso nazionale che si terrà a Lione il 29 gennaio 1926, si segnala nel 1924 con un nuovo congresso provinciale al quale partecipa Umberto Terracini e in cui viene nominato segretario Corrado Graziadei, che è praticamente il promotore della ricostruzione delle Federazione di Caserta, la quale torna ad avere in quell'anno oltre 250 iscritti per la maggior parte concentrati a Cassino, Sora, Isola del Liri, Roccasecca, S. Donato Val Comino, oltre a vari altri centri del Casertano.

Nel circondario di Frosinone l'organizzazione del Pcd'I, peraltro molto debole, con lo scatenarsi della repressione fascista e la perdita dei contatti con i dirigenti della Federazione romana verso la fine del 1922 praticamente scompare.
I gruppi comunisti ancora presenti si riavvicinano alle sezioni socialiste (alle quali, pur tra tante difficoltà, è consentita ancora una certa attività legale) soprattutto in ragione del fatto che, in quell'anno, i socialisti del Frusinate e il loro dirigente Domenico Marzi sono tutti schierati con la cosiddetta frazione "terzinternazionalista" che propone l'immediata fusione con il Pcd'I. La confluenza ufficiale dei "terzini" nel Pcd'I avviene nell'estate del 1924, ma nel Frusinate molte sezioni socialiste, viste le titubanze della Direzione nazionale alla fusione, già nel corso del 1923 abbandonano il PSI e passano compatte nelle file del Pcd'I, come nel caso delle sezioni di Frosinone, Paliano, Ceccano, Priverno, Anagni, Sgurgola, Alatri, Morolo, Supino, Fiuggi. Il loro apporto sarà notevole, com'è confermato dall'esito sorprendente delle elezioni politiche del 6 aprile del 1924, quando il Pcd'I nel circondario di Frosinone, pur nel clima di pura farsa elettorale attuata dall'ormai con-solidato regime fascista, ottiene una percentuale di voti di circa 6% contro una media nazionale del 3 %.
Ancora maggiore è il risultato proprio laddove più forte è stata la presenza e l'attività della frazione "terzinternazionalista", come a Frosinone dove il Pcd'I raggiunge il 15,5% dei voti, ad Alatri (6,7%), ad Anagni (6%), a Sgurgola (20%), a Supino e Ceccano (7,1%), a Priverno, comune nel quale il Pcd'I conquista addirittura il 36%.

PCdI Gramsci 370 minNon altrettanto può dirsi del circondario di Sora dove perdura la crisi interna al partito e dove più pesante è stata la reazione fascista, che aveva costretto molti comunisti a prendere la via dell'emigrazione, in particolare verso la Francia. Il fascismo conduce infatti con molta durezza la sua iniziativa di repressione verso i comunisti. Nel 1923 a Cassino, dove da tempo operava un nucleo d'iscritti (poi interamente passati al Pcd'I), i fascisti saccheggiano e incendiano la sede della sezione comunista.
A Isola del Liri viene repressa la lotta dei cartai contro i licenziamenti in una azione congiunta padronato e squadre fasciste. Azioni di repressione si svolgono ad Aquino dove tre contadini vengono uccisi durante una manifestazione, e a Pico il Consiglio comunale, formato da elementi socialisti che rifiutano di iscriversi al partito fascista, viene sciolto. L'amministrazione socialista di Sora è costretta nel 1923 dopo diverse "pressioni" a lasciare il governo della città a un commissario.

Queste ragioni, insieme alla totale impossibilità per i comunisti di svolgere la minima attività propagandistica, giustificano l'esiguo risultato elettorale ottenuto nel Sorano, appena 200 voti con una percentuale dell'0,6%.
I comunisti frusinati, dopo lo scarso risultato nelle elezioni politiche del 1924, continuano nel 1925, la loro difficile opera di propaganda nelle campagne e nelle fabbriche, riallacciano i contatti con le rispettive Federazioni provinciali, partecipano a congressi e convegni per la ricostruzione delle organizzazioni comuniste, proseguono il lavoro di sostegno alla stampa comunista.

D'ora in poi per i successivi anni della dittatura fascista opereranno in condizioni di clandestinità, sino al giorno della Liberazione.

 

Il brano è tratto dal il libro "Lotte politiche e sociali nel Lazio Meridionale, Storia della Federazione del PCI di Frosinone (1921 . 1963)", di Ermisio Mazzocchi. Editore Carocci, Roma 2003

 

 

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Pubblicato in PCI centanni

Urge consapevolezza di avviare un nuovo corso della storia del mondo

2021. Che potrà accadere?

 Le disuguaglianze rimangono. I conflitti sociali si intensificano. La democrazia è a rischio

di Ermisio Mazzocchi
diseguaglianze 390 minNel 1951, secondo gli ultimi dati Istat, l'età media era di 32 anni, nel 2019 questa è salita a 45 anni. Non possiamo che rallegrarci di questo aumento di vita. Dobbiamo, tuttavia, tenere conto anche del declino delle nascite che, come rileva sempre l'Istat, nel 2008 sono state 576mila, mentre nel 2019 sono scese a 420mila.

E' innegabile che in un futuro prossimo il rischio reale sia quello di non avere un sufficiente numero di lavoratori con gravi conseguenze in termini di sostenibilità economica, finanziaria e sociale di quanto è accaduto e di quanto sta accadendo oggi.
A fronte di questa situazione è indispensabile una risposta della politica, e in particolare di quelle forze che intendono impiantare un progetto che riqualifichi le garanzie di sostegno al lavoro e abbiano come obiettivo la creazione di una società equa e giusta.

Queste osservazioni non sono disgiunte da condizioni più contingenti che interessano realtà territoriali.
La classifica della "Qualità della vita" pubblicata da Il Sole 24 Ore, relega la provincia di Frosinone all'85 posto su 104 postazioni, mentre significativamente segna un calo di nascite (67° posto), e un tasso di occupazione molto basso (86° posto).
Una provincia che rimane ferma in un'area dalle caratteristiche meridionali ed è da molto tempo tra le ultime nella classifica.
Fenomeni di una società in profonda e continua mutazione, la quale viene accelerata dal Covid-19 che ha messo a nudo le criticità già esistenti.
Si sono alimentate credenze che nulla sarebbe stato più come prima.

In realtà le esperienze ci dicono che si ripropongono questioni mai risolte e che il Covid-19 non ha fatto altro che inasprire i conflitti e accrescere paure e diffidenze. Di fatto rimangono intatte la cultura e la pratica di un neo-liberismo, favorito dalla globalizzazione in cui il capitalismo ha conservato la sua matrice di sfruttamento e prodotto disuguaglianze.
Queste ultime sono continuate a crescere oltre che per una cultura neo-liberista anche per altre cause, tra le quali non ultima gli effetti del Covid-19, con la riduzione della produttività, la conseguente perdita di posti di lavoro e l'incertezza del futuro.
La stessa pandemia ha spazzato via l'illusione neo-liberale secondo cui la crescita del PIL e i meccanismi del mercato basterebbero da soli a risolvere tutti i problemi.
Le disuguaglianze si sono aggravate e il capitalismo autoritario si è inasprito.

La fragilità del sistema produttivo e il prevalere degli interessi individuali - nella sua accezione non solo rivolta a persone, ma anche alle grandi e potenti multinazionali - ha fatto crescere il numero dei poveri.
La Caritas rileva che è raddoppiato il numero delle persone assistite nel periodo del lockdow. Il tema della disuguaglianza rimarrà la questione prioritaria nel mondo post-Covid-19.

Una sfida decisiva rivolta alle forze progressiste e in particolare alla sinistra.
La sinistra si è adagiata sulla convinzione che il sistema democratico liberale sia il migliore modello possibile, in cui sono invariate se non cresciute le forme di disuguaglianze è aumentata la povertà e le differenze sociali.
La pandemia provocherà una svolta per il fatto che si accentuerà la violenza dei sistemi finanziari globali e di un capitalismo sempre più vorace, volto a trarre il maggiore profitto da un indebolimento delle strutture democratiche e dalla insufficiente e inefficace risposta delle forze di sinistra e di quelle progressiste.

Quello che non sarà più come prima è la dimensione del processo di ristrutturazione del sistema, il quale manterrà saldi i riferimenti del capitalismo liberale.
La pandemia non ha fatto tabula rasa del passato e non ha livellato il presente.
Le disuguaglianze rimangono. I conflitti sociali si intensificano. La democrazia è a rischio.
Se quei dati Istat hanno rivelato uno scenario preoccupante per le future generazioni, si può immaginare quale sorte e quale condizione esse dovranno subire.

La sinistra in Italia, come in Europa, arriva impreparata, priva di una sua prospettiva e di una visione nuova per le realtà territoriali, complessivamente per il mondo.

La vera sfida è la definizione di una sinistra progettuale che riposizioni la sua funzione nel post-pandemia.
Se le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze che si manifestano in Italia, e sono diffuse in tutto il mondo, saranno più forti e profonde, sarà possibile eliminarle solo se si darà vita a una sinistra motore di ampi schieramenti di forze con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo e avversaria delle nuove forme di disuguaglianze sociali, territoriali, etniche.

E' necessario, questo passaggio, nella consapevolezza del salto epocale che stiamo vivendo, una rifondazione identitaria capace di rappresentare e governare la nuova sfida che ha provocato la pandemia.
E' lecito pensare a una sinistra della globalizzazione che rompe e supera le categorie e i confini della sua cultura novecentesca, per rinnovarsi e confrontarsi con il nuovo mondo (non quello del mercato finanziario globalizzato, ma quello delle fragilitità di intere popolazioni in tutti i continenti del pianeta).

Il sistema economico ha segnato una più marcata differenza sui livelli delle condizioni sociali, in cui emergono le grandi questioni in termini di libertà e di progresso e la necessità di soddisfare i bisogni elementari della vita umana.
Sono aspetti evidenti di un processo che si traduce in un’esplosione esponenziale della dinamica dello sfruttamento che si scarica sugli esseri viventi e sulle risorse naturali, con la creazione di profitti smisurati che non generano alcuno sviluppo per gli abitanti di questo mondo, ma solo il dilagare della diseguaglianza e della sofferenza.

Il Covid-19 ha solo aperto una porta spalancata sulle miserie del mondo, prodotte da un modello di sviluppo falsamente ritenuto capace di sollevare le sorti dei popoli.

I ricchi saranno ancora più ricchi e i poveri, forse, alcuni un po' meno poveri e sempre più sfruttati.

In questa immensità di ingiustizie, prevalgono l’assenza di tutele e di stabilità lavorativa e la cancellazione dei diritti sui quali si fonda il neoliberismo con lo smantellamento dello Stato sociale.

Si è aperta la vera questione dell'equo governo della globalizzazione che conserva per intero le sue caratteristiche esaltate ancora di più dalla pandemia.
Oggi non è chiaro come sarà possibile governare un mondo senza frontiere, non quelle geografiche, ma della finanza, dell'informazione, delle tecnologie (dalle armi ai sistemi informatici), dell'ambiente, delle risorse energetiche e quelle alternative delle diverse culture, delle storie dei popoli.
Di fronte a questo nuovo ordine, che ha ridisegnato le differenze sociali e rimesso nel circuito categorie inedite nel rapporto uomo - lavoro, si (ri)propongono i valori della libertà e delle democrazia.
La pandemia ha confermato l'esistenza di un ordine costituito che vorrà trarre maggiore vantaggio dagli effetti destabilizzanti del post Covid-19.
La globalizzazione ha rafforzato le libertà per giustificare le nuove forme di dominio, prima di tutto quelle economiche, ma anche quelle culturali.
La logica del mercato senza frontiere, ha rimesso in discussione, se non cancellato, le regole, o meglio, gli strumenti che intervengono nei rapporti tra libertà, democrazia, sovranità politica e identità nazionale.
Un cambio di prospettiva che ha prodotto una crisi della sinistra, che fatica a darsi un nuovo pensiero in grado di leggere le mutazioni socio - economiche dell'intero pianeta.
Oggi necessariamente più di ieri.

Proprio perché tutta la sinistra è di fronte al dilemma di come riqualificare i contenuti della sua cultura proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti, che non ha confini.
Valori che si dilatano sul terreno del conflitto tra la potenza dei mercati e di chi controlla la conoscenza e quello che dovrebbe essere il potere della politica volto a svolgere un ruolo unificante di quelle che sono le aspettative e le speranze per milioni di uomini, di popoli e di gente delle diverse realtà territoriali.
La sinistra, oggi, deve riposizionare la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario nella realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Il PD sarebbe dovuto essere, per quanto riguarda l'Italia, l'erede di quelle culture che hanno costruito lo Stato democratico e repubblicano.
Si sarebbe dovuto orientare nella ideazione di un nuovo modello di costruzione dell'assetto socio -.economico con la consapevolezza di essere dentro un nuovo corso della storia del mondo.
Avrebbe dovuto adeguare gli strumenti utili a rigettare e a fronteggiare le spinte liberiste e le maglie soffocanti della globalizzazione.

La sua qualifica di partito di sinistra dovrà essere certificata dalla sua tipologia in rapporto agli avvenimenti mondiali e alle disuguaglianze territoriali, anche interne ai paesi più ricchi o di un singolo paese.
Evocare un socialismo in prospettiva di una giustizia sociale diverrebbe inutile se la sinistra non adeguasse, anzi non rivoluzionasse dalle fondamenta, la sua capacità di coinvolgimento, di orientamento, di partecipazione con modalità che richiedono una flessibilità nei rapporti e che costituiscono una rete di coinvolgimento la più ampia possibile.
Per quello che ci attende non ci sono ricette precostituite.

Conclusa la fase dell'emergenza Covid-19, ci si troverà davanti la ricostruzione di un paese in cui si ripresenteranno nella loro più cruda realtà i rapporti di forza tra le forze progressiste e di sinistra e quelle oscurantiste e nazionaliste.
C'è un mondo in continua trasformazione, in cui si ampliano le differenze e si affinano le regole di governo dei processi di sviluppo.

La sinistra dovrà essere capace, pena la sua emarginazione, di essere referente di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze dei diritti umani sia nei paesi di assoluta miseria, Asia e Africa, sia in quelli progrediti e di maggiore ricchezza, Europa e America del Nord.

In Italia la sinistra dovrà approdare a una piattaforma politico-programmatica, capace di essere alternativa alla semplice ed esclusiva governabilità e rappresentativa dei valori insostituibili della dignità degli uomini, del lavoro e della democrazia.

lì 30 dicembre 2020
Pubblicato in Capodanno 2021, Commenti

Scrivere di Storia: non dimenticare i protagonisti. Mai

'900 italiano

Passato e presente. Non revisionare in base al presente. Si fanno dei falsi

di Ermisio Mazzocchi
Limportanza delle fonti nella storiogfrafia 370 minVorrei iniziare questo nota citando una bellissima frase di Nello Rosselli, antifascista, socialista liberale, ucciso insieme al fratello Carlo nel 1937 dagli sgherri del regime.

Nel suo libro dedicato all'eroe risorgimentale Carlo Pisacane, trucidato a Sapri nel 1857, Nello scrive: "Il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull'altra nel profondo dell'acqua, poi posa sicuro il suo piede sulle ultime che affiorano, perché sa che quelle riprese nel gorgo sosteranno il suo peso".
Una riflessione che ci consente di valutare il passato per non abbandonare se non oscurare quegli eventi su cui si costruisce il nostro presente e si orienta il nostro futuro.

Recentemente la rievocazione di avvenimenti che hanno segnato la storia del dopoguerra merita un approfondimento che nasce dalla necessità di restituire ad essi una giusta collocazione che va anche individuata incontestabilmente nel programma del Partito Comunista Italiano.

Le radici storiche dei partiti che ancora oggi dominano la scena politica italiana risalgono alla creazione dello Stato unitario e, nonostante le profonde trasformazioni verificatesi fino a oggi, permangono all’interno delle singole forze politiche.

Questo processo ha prodotto delle svolte significative con la nascita di nuove forze politiche e la scomparsa di vecchie formazioni.

Il mutamento investe l'intero sistema politico, travolgendo tutti i partiti che erano stati fondatori della democrazia.
Il PCI, il principale protagonista sin dalla sua nascita, il 21 gennaio 1921, degli avvenimenti del XX secolo, non si dissolse come avvenne per gli altri partiti, travolti dalla corruzione e dalle lotte interne autodistruttive, ma praticò una sua trasformazione non rinnegando le sue radici culturali e politiche.

Non è possibile che si possa affrontare una riflessione sugli avvenimenti che hanno segnato la storia per tutto il precedente secolo, senza tenere conto del ruolo che ebbe il PCI, la più grande formazione di sinistra dell’occidente.
Si tratta di fare i conti non solo con la storia del PCI, la cui cultura di partito della sinistra è profondamente radicata nella tradizione italiana, ma con quello che esso ha lasciato in eredità alla cultura del XXI secolo.

Senza questa impostazione storico-politica e questo riconoscimento, qualsiasi studio del passato e del presente è privo di una sua validità e, se si vuole, di una veridicità storica.
Ogni tentativo di oscurare, se non addirittura rinnegare, quello che è stato il ruolo di questa grande forza politica nella storia del Paese, produce un errore di valutazione storica e lo svuotamento di tutti quei valori che sono propri della sinistra.
Purtroppo l’eliminazione della dimensione storica è oggi la caratteristica più singolare nelle analisi e nei trattati storici.
Credo che si debba offrire un contributo alla ricerca di quelle radici della sinistra italiana, ricerca che è necessaria per valorizzare la sua tradizione e i suoi valori, indispensabili, oggi, alla costruzione di una nuova sinistra.

In altre parole non è una questione storiografica ma un paradigma del pensiero politico italiano, poiché il problema storico dei partiti non può essere definito se non si ha un pieno riconoscimento di essi e della loro "continuità" culturale.
Lo storico deve assumere piena consapevolezza che anche la sua ricerca è un atto di direzione politica.
Non ci si può sottrarre a questa responsabilità che impone una volontà di ricollocare la storia del PCI nel suo giusto valore e nel ruolo assunto nella società italiana.
Solo la conoscenza di tutto un processo storico ci può rendere conto del presente.

I protagonisti di quella stagione non possono essere considerati solo nella loro specificità, ma devono essere presentati come parte di un percorso profondo e di ampie proporzioni che il PCI attuò durante la sua azione politica.
La presentazione del libro di Franco Di Giorgio: “La ricostruzione. I bambini di Cassino e Maria Maddalena Rossi” e la videoconferenza “I treni della felicità” promossa da Marino Fardelli, avrebbero avuto bisogno, per le considerazioni fatte, di un inquadramento di maggiore specificità del contenuto storico in cui quei fatti si svolsero.
Se si esclude qualche accenno, sembrerebbe che nelle narrazioni prodotte nelle due iniziative, il ruolo del PCI sia scomparso dalla scena e i suoi protagonisti, a partire dalla stessa Rossi, nonostante la sua biografia, siano occasionalmente apparsi senza radici e senza storia.

Maria Rossi nella presentazione che se ne è fatta, sembra una figura uscita da un quadro senza colori e cornice e i Treni della felicità dei bambini un episodio senza autore.
Quegli avvenimenti non si verificarono per caso, ma furono il risultato di una scelta e dell’impegno unicamente del PCI nazionale, estesi su tutto il territorio italiano in cui si ebbero molteplici iniziative simili a quelle di Cassino.
Non si tratta solo di riconoscere il ruolo avuto dal PCI, ma anche di chiarire quale sia stato l’ambito della tradizione culturale della sinistra italiana e mettere in luce le conflittualità tra i partiti della Costituente.
L’insufficienza e l’incompleta storiografia di avvenimenti nazionali comportano inevitabilmente lo sminuire il valore di quella storia e l’impegno dei suoi protagonisti.
Non credo che si sia trattato di una mancanza involontaria.

Sono convinto, al contrario, che la scelta si inserisca nella cultura emergente di questa epoca la quale non ha interesse a riconoscere i valori della sinistra che hanno contraddistinto il secolo XX.
Sono casi quelli descritti non isolati, ma fanno parte di un disegno più ampio per imporre l’egemonia di un pensiero politico che esclude il legame con le culture della sinistra.
Il tentativo è quello di affermare un nuovo pensiero neoliberista, incontrastato e assoluto, le cui contraddizioni portano alla crescita del populismo e del nazionalismo.
Non è da escludere che l’obiettivo rimanga quello di impedire la costruzione di un partito che assuma valori e idee appartenuti al PCI e al nucleo ideologico della sinistra riformista.

Il messaggio inviato da quelle iniziative, non uniche, diventa pericoloso perché sollecita la credenza di una giusta e necessaria rottura con il passato, con l’obiettivo di insinuare l’inefficacia e l’inutilità di quella storia che ha portato il suo erede, il PD, a mantenere l’unità della tradizione cattolica, comunista e socialista.

Quelle iniziative sono state occasioni mancate per riaffermare il compito svolto da una sinistra, prioritariamente dal PCI, per ottenere l’affermazione di quei principi di solidarietà umana e di fraternità ai quali oggi non può rinunciare e che sono significativamente proposti nell’ultima Enciclica di Papa Francesco.
Non considero un errore quanto compiuto dai promotori delle iniziative, quanto piuttosto un cedimento alla richiesta di una corrente di pensiero che elimina parti essenziali, come il PCI e per altri aspetti anche la DC, dalla storia della Repubblica italiana.

Non si sono gettate “pietre, una su l’altra nel profondo dell’acqua” e si è rischiato di cadere nelle fredde acque perché non si aveva nulla su cui poggiare il racconto, essendo state eliminate le “pietre” della storia.
Sono pericoli che incombono sulla politica italiana e, soprattutto, sui partiti della sinistra progressista e riformista.

Lo scontro tra le forze oscurantiste di una destra organizzata e strutturata e quelle della sinistra debole e impreparata, è già in atto e gli esiti sono incerti.
Si apre un campo in cui bisogna dichiarare da che parte stare, forti di quei valori inviolabili della sinistra, che sono stati nel passato e sono nel presente necessari per garantire un futuro di progresso democratico del paese.

Novembre 2020

 

 

 

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Religione e Politica, si influenzano ancora?

 Il didattito aperto da Ivano Alteri

 Molto vasto è, nel mondo, il panorama delle religioni che influenzano istituzioni statuali e politichedi gopverno, ma...

Raffaello scuola di Atene 390 minAlleanze e conflitti tra politica e religione hanno scandito da millenni la storia dell'umanità.
La fede e il credo religioso fanno parte della sfera personale di ogni individuo e ne hanno condizionato anche comportamenti e scelte sociali, economiche e politiche.
Non sarei per una esclusiva considerazione della religione cristiana e della sua struttura organizzativa.
Il panorama delle religioni, che hanno una forte influenza sui comportamenti dei popoli e sulle strutture organizzative dello Stato, è molto vasto.

Il Cristianesimo con 2,2 miliardi di fedeli pari al 31,5% in rapporto alla popolazione mondiale, fa parte delle religioni Abramitiche ed è la religione più diffusa al mondo.

«Cristiano» e «cattolico» non sono sinonimi. In Italia è convenzione usarli come parole di uguale significato, poiché storicamente la stragrande maggioranza dei cristiani sono cattolici.
Ma è un uso improprio e bisogna utilizzare una terminologia più corretta.

La storia del cristianesimo è costellata di numerose divisioni che hanno dato vita a tanti “rami” nell’unica famiglia dei credenti in Gesù. Ci sono tre tipologie di comunità cristiane: quella Ortodossa, (260 milioni di fedeli, di cui solo 100 in Russia e 24 milioni in Grecia) il Cattolicesimo Romano (1.313 milioni di fedeli) e il Protestantesimo (suddiviso in diverse Chiese). Ogni sezione prevede credenze differenti, così come preghiere, liturgie e tradizioni.

L'Islam con 1,6 miliardi di fedeli, (22,3%) è stato fondato nel 610 d.C. dal profeta Maometto ed è una religione monoteista che, nei Paesi dove è particolarmente diffusa, non fa differenze tra culto e vita civile. Anche la vita politica è regolata dalla dottrina.

L'Induismo con 1 miliardo di fedeli, (13,9%) è la più antica religione al mondo e quasi la totalità della popolazione Indù vive nell'Asia del Sud oppure in India. L'aspetto interessante di questa religione è che non esiste nessun fondatore e quindi è nata dalla elaborazione e dalla fusione di antichi culti.

Il Buddhismo con 376 milioni di fedeli (5,2%) è stato fondato nel 600 a.C. da , che è conosciuto anche come "il Buddha".

L'Ebraismo con 14 milioni di fedeli (0,20%), nato nel 1300 a.C., è una delle religioni più antiche del mondo. Con il termine Ebraismo non si indica solo una religione ma anche uno stile di vita e una tradizione culturale a cui fa riferimento il popolo ebraico, presente in varie comunità in tutto il mondo.

Come si può rilevare ogni religione ha una sua funzione nella vita sociale, economica, politica e culturale e determina in maniera rilevante la storia dei popoli.

Non vedo perciò come la religione cristiana debba avere un primato per il solo fatto che abbia più seguaci e si è diffusa nei paesi un tempo più industrialmente avanzati.

E' inevitabile che il processo storico con peculiarità proprie per ogni paese, si è interfacciato con la questione religiosa.

Una particolarità che ha riguardato i paesi europei in cui il cristianesimo, che fu attraversato da aspri e sanguinosi conflitti, con residui ancora oggi presenti, riscontrabili nelle vicende irlandesi, è la religione prevalente.

Ed è bene che si sia distinta nei paesi democratici la religiosità dalla laicità dello Stato. Nella Costituzione italiana non è imposta nessuna religione, ma si riconosce come diritto la libertà di credo e di religione.

Una faticosa conquista del principio di tolleranza, di libertà religiosa e di laicità dello Stato.

Max Weber già un secolo fa affermò che la laicizzazione della politica è dovuta alla sua de-sacralizzazione.

E' famosa la frase di Cristo aveva: "Date a Cesare quel che è di Cesare. A Dio quel che è di Dio".
La presenza del cristianesimo ha permesso che il potere politico sia privato della sacralità che è invece riservata al trascendente.

Si è definita per opera del cristianesimo una separazione di norme concorrenti, quelle morali e quelle positive e una diversità di giudizio nelle azioni umane come quelle del peccato e il reato, come la disubbidienza alle leggi morali e alle leggi dello Stato.

Si è costituita una differenza netta tra il giudizio di Dio e il giudizio degli uomini, la giustizia divina e la giustizia umana.

Questa fondamentale differenza tra la sfera religiosa e quella civile non è stata, tuttavia, pacifica e lineare, ma ha dato luogo a molti conflitti.

Le modificazioni avvenute nella società italiana, ma direi anche in quella europea, hanno portato la Chiesa ad aggiornare la sua funzione nella società a iniziare dal Concilio Vaticano Secondo per arrivare a Papa Francesco.
«Mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse» afferma Bergoglio.
Il riconoscimento della fratellanza cambia la prospettiva e diventa un forte messaggio politico. Tutti siamo fratelli, e quindi tutti siamo cittadini con uguali diritti e doveri.
Si apre un orizzonte con questa impostazione e nel suo insieme l'intera Enciclica che porta a ritenere la religione come possibile interlocutore per migliorare la società e a considerare che le religioni, non solo quella cristiana, possano rappresentare una forte componente per la tutela dei diritti e delle liberta.
E in questi casi non mancano figure di prestigio che si prodigarono par la difesa dei diritti. Mahatma Ghandi, Martini Luther King, ShirinEbadi dimostrarono che si può fare, anzi si deve fare delle religioni uno strumento per raggiungere una maggiore integrazione ai fini del consolidamento e rafforzamento di essi.
Oggi si può considerare Papa Francesco per il suo coraggio nel costruire una Nuova Chiesa un riferimento del cattolicesimo cristiano e la sua ultima elaborazione rappresenta, senza dubbio la più avanzata delle sue precedenti Encicliche.
Il messaggio di Bergoglio è tanto più efficace quanto più è incisivo nella realtà della globalizzazione e della integrazione multiculturale e multireligiosa.

Questo comporta l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra la Chiesa e il potere politico.

I partiti cattolici sono stati fra il XIX e il XX secolo gli intermediari fra la Chiesa e il potere politico attraverso il condizionamento diretto del potere e in qualche caso la conquista di esso.

Oggi questa correlazione subisce dei cambiamenti in relazione ai sistemi politici che si ispirano alle posizione liberiste, che ne determinano il ridimensionamento delle mediazioni partitiche tradizionali, se non addirittura, spesso, una loro dissoluzione.

Si delinea, venuta meno la mediazione partitica, in modo sempre più marcato, un diretto intervento della Chiesa, e dei suoi stessi vertici nello scenario politico, un percorso per raggiungere obiettivi che si ritengono rilevanti e di valore universale.

Su questa nuova dimensione la sinistra, nella cui natura convivono diverse culture laiche e cristiane, deve assumere una sua autonoma configurazione politica

La sinistra italiana, come quella di altri paesi europei, ha perso la sua capacità di cogliere i mutamenti epocali della comunità inerte, incapace di dialogo e confronto e di assolvere alla sua funzione di rinnovamento.

La sinistra del XIX e XX secolo sembra aver concluso il suo ciclo storico come forza che si era posta in alternativa al sistema capitalistico di quei secoli e aveva impresso movimenti rivoluzionari talvolta armati e talvolta pacifici.

Essa, tuttavia, conserva ancora oggi, per sua tradizione, quei valori indispensabili a dare dignità agli uomini e necessari per rinnovare la sua capacità di incidere nella società in cui opera.

Non sarei per un parallelismo tra quanto fatto da Papa Francesco e quello che dovrebbe fare la sinistra.

Esso ci porterebbe fuori strada nella ricerca di costruire una nuova sinistra; ci farebbe commettere l'errore di entrare in una logica di contrapposizione e di sovrapposizione. Non sono adottabili né l'una né l'altra.

Si deve pensare una sinistra capace di comporre una nuova cultura rispetto ai problemi della globalizzazione e a quelli della società italiana in continua trasformazione.

In Italia questo non è avvenuto e quanto avrebbero perseguire, anche nell'azione di governo, i partiti che si richiamano alla sinistra, non si è realizzato.

E' impossibile immaginare un futuro senza un vigoroso apporto di nuove energie morali a una democrazia che rischia di chiudersi nella pura logica degli interessi costituiti.

Serve, quindi, rigenerare la sinistra per innescare processi di rivoluzione in grado di modificare a suo vantaggio i rapporti tra le forze dello sfruttamento di un liberalismo letale e quelle di progresso, giustizia sociale, diritti.

La convinzione che oggi è questo l'obiettivo vero e necessario, è piuttosto diffusa sia per la tradizione democratica che per le aspirazioni, non sopite, a condizioni di vita migliori.

Una sinistra ritrovata e rinnovata può svolgere un ruolo fecondo di crescita della vita sociale e di un rinvigorimento della democrazia.


Ermisio Mazzocchi
21 ottobre 2020

 

Bibliografia. Il testo trae spunto da molte lettura fra cui in modo particolare meritano di essere citate le seguenti:
1) Davide Hum: Dialoghi sulla religione naturale
2) G. Rousseau: Contratto sociale e L'Emilio
3) Benedetto Spinosa: Trattato teologico
4) Soeren Kierkegaard: Il concetto dell'angoscia
5) Bertrand Russell: Perché non sono cristiano
6) Giuseppe Barzaghi (n. 1956) filosofo e teologo
7) Giuseppe Colombo (n. 1950) Accademico - Università Cattolica.. Studi sulla filosofia cristiana
8) Il rasoio di Occam (principio di parsimonia - metodo di analisi) opera del filosofo e frate francescano Guglielmo di Occam (XIV secolo)

 

 

 

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Un esito da saper leggere

Opionioni sul voto refrendario

referendumdi Ermisio Mazzocchi - La campagna referendaria si è conclusa con una affermazione del SI' e con un'apprezzabile affermazione del NO.Un risultato che ci invita a qualche riflessione per quanto riguarda la partecipazione dei cittadini alla competizione referendaria.

I numeri sono eloquenti.
In Italia vi è stata una affluenza del 53,8% ( voto referendario e voto nelle 7 Regioni) il che significa che su 50.956.05t elettori ben 25.350.973 non si sono recati alle urne.
Il distacco e il disinteresse dei cittadini verso le istituzioni si conferma e si approfondisce.

Credo che questa situazione debba fare riflettere i partiti sulla responsabilità di diffondere nei cittadini fiducia e interesse per le istituzioni.
Se si restringe sempre di più la partecipazione al voto, si indebolisce la rappresentanza e si apre più facilmente la strada alle forze sovraniste e antidemocratiche.
Ritengo che ora si debbano mantenere gli impegni assunti per una riforma del sistema parlamentare nel rispetto dei valori della Costituzione.
Una condizione indispensabile per ottenere la credibilità dei cittadini.

22 settembre 2020

 

 

 

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