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Donato Galeone

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Nel Lazio subito ZLS e ZES

ZLS/ZES

consiglio lazio 350 260di Donato Galeone* - Dal reddito sociale per sopravvivere al lavoro produttivo per vivere. Consorzio unico del Lazio e Zona logistica semplificata

Sappiamo e rileggiamo che la Cassa per il Mezzogiorno venne soppressa e posta in liquidazione con DPR 6 agosto 1984 e sostituita - due anni dopo - dalla Agenzia per la Promozione e lo Sviluppo del Mezzogiorno (AGENSUD) istituita con legge 1° marzo 1986 n. 64 e soppressa con altra legge del 19 dicembre 1992 n.488 - decorrenza 1° maggio 1993 - lasciando al Ministero dell'Economia e delle Finanze il compito di coordinare e programmare l'azione dell'intervento pubblico nelle aree economiche meridionali e depresse del territorio nazionale.

In quel nuovo contesto di interventi si diffondeva nel Mezzogiorno, non escluso il basso Lazio, una strategia scarsamente produttiva e occupazionale fondata sulla “crescita locale con l'impiego occasionale delle risorse” e nell'ultimo decennio del '900 - con la fine dell'intervento straordinario pubblico nel Sud e la svalutazione della lira - anche la minima ripresa italiana favoriva, essenzialmente, il consolidato sistema industriale del Nord.

Nel terzo millennio, con l'ingresso dell'Italia nell'euro, quella minimale ripresa si arrestava e dalla fine del primo decennio del duemila, viviamo anche nelle aree del frusinate la stessa crisi del lavoro, nel contesto dell'economia italiana, già riscontrata nel secondo dopoguerra, sopratutto, nel Mezzogiorno e il basso Lazio con l'emigrazione.

Nel giugno scorso richiamavo su questo stesso giornale come e quanto il Governo nazionale – anche a fine anno 2015 – mentre annunciava il rilancio produttivo del Sud con la “de contribuzione sugli investimenti nel Mezzogiorno” riconfermava la “esclusione dagli incentivi per il Sud” tutta l'area del basso Lazio, con le province di Frosinone e Latina, dall'area meridionale della penisola e delle isole italiane.

Sia la SVIMEZ che leggendo i dati statistici periodici si rileva che “siamo agli stessi livelli di reddito e occupazione” tra giovani e meno giovani – quali crescenti emigranti italiani – residenti nella confinante Regione della Campania “ meno sviluppata ” e delle Regioni di Abruzzo e Molise riconosciute “ in transizione di sviluppo”.

Ma anche la recente clausola del 34% delle risorse ordinarie del bilancio dello Stato – introdotta a favore del Sud – esclude il basso Lazio ex area Cassa per Mezzogiorno.

Ogni intervento per il Sud - ormai - sarà destinato alle Regioni “meno sviluppate” della Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia ed alle Regioni “in transizione” di Sardegna, dell'Abruzzo e Molise, pur confinanti, il Lazio, sia con queste due Regioni che con la Campania a est e a sud con le “aree portuali di Gaeta, Fiumicino e Civitavecchia”.

Ecco, allora, che si impone - con la massima urgenza - l'accelerazione e la definizione dell'avviata iniziativa della Giunta Regionale Lazio promossa nell'ottobre 2018, peraltro, sollecitata anche con l'ordine del giorno – approvato esattamente un mese fa con voto unanime del Consiglio Regionale del Lazio - il 21 gennaio 2020 - che riguarda "l'istituzione della ZLS ( Zona Logistica Semplificata) nel territorio del Lazio e negli ambiti portuali di Gaeta, Fiumicino e Civitavecchia, seguendo le stesse procedure per la ZES (Zona Economica Speciale)".

Così come - da subito - il recente costituito Consorzio Unico del Lazio, sostitutivo dei cinque consorzi delle Aree di sviluppo industriale laziali, ovvero, le ASI del secolo scorso - definito il “più grande consorzio industriale d'Italia” - dovrà favorire insediamenti ad alta intensità di innovazione e ricerca; consolidare le attività imprenditoriali presenti; diffondere modelli di produzione circolare e ambientali sostenibili; divulgare interesse verso la promozione di investimenti rigenerativi nelle aree industriali dismesse, sia con il superamento delle crisi aziendali che con l'accrescimento delle specializzazioni territoriali delle imprese.

Mi permetto aggiungere - in sinergia con le istituende ZLS/ZES e il Consorzio Unico del Lazio - coinvolgendo i sindacati dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro con l'Autorità Portuale nella definizione del “Piano di Sviluppo Strategico”obbligatorio - di prevedere una “pianificazione ragionevole dei tempi di inclusione lavorativa” nelle attività produttive e servizi, verso la massima occupazione qualificata mediante il graduale passaggio dal reddito sociale assistenziale, per sopravvivere, al dignitoso lavoro per vivere.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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Pensionati penalizzati da rivalutazione e fiscalità

Pensionati protesta cartelli 350 mindi Donato Galeone - Il 26-27 gennaio si sono svolte e concluse le elezioni per il rinnovi dei Consigli Regionali emiliane-romagnole e quelli calabresi.

Dopo gli incontri del Governo con la CGIL-CISL-UIL alcuni giorni prima delle elezioni, ecco, il decreto di Palazzo Chigi sul “cuneo fiscale parziale” che favorisce milioni di lavoratori.
Si deve, ora, discutere e definire con il Governo – dopo anni – la “complessiva riforma fiscale” finalizzata a rendere equa la tassazione sui redditi diretti da lavoro e sul reddito differito che si chiama pensione.

Il reddito accantonato per la pensione è un diritto del cittadino e un dovere dello Stato garantirlo al lavoratore - con equità e priorità - in quanto “salario o stipendio” differito nel tempo da corrispondere alla persona che non lavora più.
Si tratta prevalentemente, come sappiamo, di un reddito che è retribuzione maturata di mese in mese a favore di chi lavora – non percepito in busta paga – ma trattenuto e accumulato, oggi, presso istituzioni pubbliche e enti riconosciuti per riceverlo, domani, alla età pensionabile.

Età pensionabile - trattata nella lungimiranza media di vita terrena e di lavoro - che negli ultimi 20 anni tende a cambiare, sia nei sistemi previdenziali che nei tempi e modalità - tuttora in discussione ed essenzialmente - sul “come e quando” andare in pensione.
Con il vecchio “sistema retributivo” pieno, il reddito da pensione spettante veniva calcolato sulla media retributiva evidenziata agli enti previdenziali assicurativi degli ultimi 5 anni di lavoro, sia per anni di contributi versati sia in età pensionabile per anzianità o di vecchiaia: importo di pensione tra il 70 e l'80% che risultava molto vicina agli ultimi salari o stipendi percepiti.
Con quella modalità di sistema veniva garantito alla persona uno stile di vita sia da cittadino lavoratore che da cittadino pensionato - in un mondo del lavoro prossimo al pieno impiego - mediante un “patto generazionale” tra giovani che lavorano e anziani che andavano in pensione.

Va rilevato che il cambiamento dell'economia e del lavoro nel mondo, in Europa e in Italia - già avviato non si è fermato - mentre cambia anche la vita delle persone: sempre più giovani senza lavoro e la speranza di vita anziana che continua ad aumentare, non quale peso ma ricchezza comune di vecchiaia attiva.
Vale a dire e significa - nel concreto - che gli anziani vivono per più tempo in pensione ed i giovani, sempre meno che lavorano, non possono pagare le pensioni agli anziani, pur vigente il grande cambiamento pensionistico “dal retributivo al contributivo”.

Ecco e ancora che la priorità è il “LAVORO”: da quanti giovani e donne in età di lavoro lavoreranno si potrà pagare la pensione agli anziani.
Peraltro - con il “sistema contributivo” - il reddito da pensione, com'è noto, non è più corrisposto dalla media degli ultimi anni ma dipende dagli importi contributivi versati durante il “tempo in cui si è stati lavoratori”.

Mi domando, non solo io, quale pensionato INPS a mille euro e ENPAIA a 100 euro netti al mese, per l'aumento del costo della vita queste due pensioni non hanno un minore potere di acquisto di beni e servizi? E l'importo delle pensioni non sono “rivalutate annualmente” in base all'indice del prezzo al consumo stimato dall'ISTAT?

Nell'ultima Legge di Bilancio è stato introdotto un nuovo criterio nella modalità di calcolo della rivalutazione annuale delle pensioni per il triennio “2019-2021” ai danni dei pensionati che non tutti riceveranno il 100% della rivalutazione e non invece, con lo “sblocco delle rivalutazioni” anche il ripristino del precedente ripristino del meccanismo di rivalutazione.

Nell'incontro del 27 gennaio al Ministero del Lavoro è stato ribadito al Governo di “rivalutare subito tutte le pensioni dopo tanti anni di blocco” mentre le Segreterie della CGIL-CISL-UIL hanno ribadito di fissare insieme al Governo “obiettivi raggiungibili” mediante una riforma fiscale sempre più urgente - ribadisce Annamaria Furlan - considerando che “oltre l'85% del fisco italiano pesa oggi sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati” e, quindi, raggiungere un concreto “alleggerimento fiscale sui redditi medi da lavoro e da pensioni”.

 

Donato Galeone ha anche messo in versi l'attenzione e la considerazione che riserva agli anziani in questa poesia "La ricchezza degli anziani", che da qui potete raggiungere

 

 

 

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La ricchezza degli Anziani

anziano con bambini 350 min

Gli anni di età portano esperienza,
attendono, premurosi, la presenza,
con figli e nipoti in azione,
protagonisti, sempre, in navigazione.

Dicono che le persone in avanzata età
non dovrebbero “pesare” nella società,
pur riconoscendo di avere risorse ausiliare,
oltre che “ricchezza di memoria” popolare.

L'anziano, in buone condizioni di salute,
offre testimonianze, con varie azioni volute,
nell'aiuto a persone sia deboli che disagiate,
utilizzando varie ore di giornate.

E' volontariato vero di “anzianità attiva”
coniugata con la “vecchiaia attiva”
mirando verso i bisogni delle persone,
che attendono coraggio, contro rassegnazione.

Attendere conoscenza dei bisogni con il “confronto”
quanto l'anziano e tanto il giovane nell'incontro,
dialogando liberamente in modo abituale,
per costruire una società più giusta e solidale.

È vero che il futuro di un popolo si legge nella storia,
ma per l'anziano, ripeto, si identifica nella “memoria”
da rinvigorire, certo, con fermezza,
comunicando, sempre, con lungimirante saggezza.

La vecchiaia è un tempo segnato,
concesso all'umanità dal creato,
con dono e grazia ricevuta dal “Creatore”
che chiede di rispettare e custodire con onore.

Le benedizioni bibliche ricevute (Salmo 128.6)
già raccomandate agli anziani e nonni
da replicare su figli e nipoti ai loro bisogni,
sono esperienze dirette da soddisfare e comunicare
tanto per storia comunitaria che famigliare.

Non sono atti tradizionali similari più che scontati
tra giovani che attendono lavoro e anziani pensionati
solo per mantenere, si dice, un sistema vigente equilibrato
che regge l'equilibrio, prevalentemente, sul “denaro” ricercato.

E' un sistema che non viene benedetto ne confermato,
neppure da Papa Francesco che lo ritiene disumanizzato.
Auspica anch'Egli un dialogo impegnato,
tra giovani e anziani per un futuro umano equamente sviluppato.

Una società futura che misuri un “giusto passo “di equità,
richiamando culture sociali e politiche inclusive con priorità.
Sulla persona – in particolare – quella più debole e incapiente
che i giovani con gli anziani devono includere dignitosamente.

(dg*)

*Il 16 dicembre 2019 – Giornata del 70 ° Anniversario dell'Associazione Nazionale Lavoratori Anziani -
PS: Nominato, nel giugno 1980, Commissario Straordinario del Patronato promosso dall'Associazione Nazionale Lavoratori Anziani (ANLA) proposi al Ministro del Lavoro lo scioglimento dell'Ente di Patronato.
La mia proposta fu accolta nel 1986 e il Ministro del Lavoro nominò il Commissario Liquidatore nella persona del commercialista Severino Lavagnini.

 

 

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Il nuovo capitalismo itinerante della Fiat

sergio marchionne 350 mindi Donato Galeone - La holding FCA tra Fiat e Chrysler - nata a fine gennaio 2014 - è il frutto conclusivo di un lungo iter combinato e poi disposto di un assetto societario finanziario trans nazionale. Ed è anche un assetto societario nuovo rispetto alle società imprenditoriali multinazionali.
Perché, rispetto alla imprese multinazionali, non ha uno Stato di riferimento ma avrà una pluralità di attività produttive e di filiali in vari Stati per competere, con profitti prevalenti, in un mercato mondiale.
La FCA di Fiat e Chrysler è stata definita una holding globale di “capitalismo itinerante” e, conseguentemente, dovrebbe dare sia al mercato mondiale dell'automobile che agli azionisti di riferimento una duplice risposta – pur graduale – tanto alle attese dei consumatori europei con una offerta innovativa nella “sostituzione di automobili” quanto, per il resto del mondo, potrebbe superare l'attuale “posizione marginale” tra i sei produttori mondiali del comparto, non escludendo ogni possibile rimbocco tra tutte quelle attente e già avviate pluriennali strategie mercantili.
E con la costituita holding FCA – nel mercato finanziario mondiale – potrebbe avviare nuovi accordi societari con altri produttori di automobili sia di livello europeo che nella dimensione intercontinentale.

Sull'attesa novità finanziaria imprenditoriale Fiat-Chrysler, tanto sufficientemente declamata e ampiamente conosciuta quanto per le quantità degli autorevoli commenti che abbiano letto in queste ultime settimane, assumono fondamentale rilevanza – a mio avviso – sia i contenuti della “lettera augurale per Natale”sia ai lavoratori Fiat, sottoscritta da Elkan e da Marchionne e sia la seconda lettera scritta “ con la emozione di chi negli ultimi quattro anni e mezzo ha lavorato per coltivare un grande sogno di integrazione industriale e culturale che oggi vede realizzato”.
Lo Chairman di Fiat S.p.A John Elkan, lo Chairman Ceo di Chrysler Group I.L.C. e Ceo di Fiat S.p.A. con lo stesso Marchionne - aggiungono nella lettera – che “ è la stessa emozione che accomuna trecentomila persone nel mondo, protagoniste di questa giornata storica per la Fiat e per la Chrysler e che con le proprie identità condividono tutto: competenze industriali e risorse, progetti e traguardi, sfide e ambizioni”.

Con la trasmissione della lettera e le emozioni ai “colleghi e persone nel mondo” - compresa la stragrande maggioranza dei lavoratori - da Fiat e Chrysler viene assicurato di sviluppare ovunque “un modello di velocità ed efficienza”congiunto al “garantito impegno di offrire un futuro sicuro e stimolante”.
Questa avviata ricostruzione imprenditoriale epocale mondiale - in probabile crescita quale “impresa globale” tanto per convenienze che in luoghi diversi - dovrà, necessariamente, condurre verso una pluralità di modelli e di processi nella riorganizzazione mondiale dei cicli produttivi.
Ma questa pluralità di modelli potrebbero essere sempre più slegati dai territori anche se, nel contempo, tendono a comportare una redistribuzione nelle varie fasi di ideazione, progettazione, produzione e vendita del prodotto, in luoghi diversi e seguendo ogni opportuna convenienza.

Ed è proprio questa complessa realtà economica produttiva che - coinvolgendo anche il territorio del basso Lazio con le annunciate innovazioni di processo e di prodotto automobile nel mondo - dovrebbe altrettanto coinvolgerci, giorno dopo giorno, nell'attenta e preminente gestione sociale locale del cambiamento societario e produttivo della FIAT. E non solo per le quantità di prodotto e nel modo nuovo di produrli ma, contestualmente, nelle attese di vita comunitaria e nella domanda di servizi territoriali, in dignità sociale e umana di valori civili, con partenza dai luoghi di lavoro dell'area di Cassino, quale “punto produttivo” della rete locale della transnazionale FCA.

Esigenze conoscitive varie richiedono la partecipazione dei lavoratori, tanto nella nuova organizzazione del lavoro e ricomposizione nella fornitura dei servizi quanto per la ricostruzione di un legame fortissimo alle produzioni indotte metalmeccaniche del territorio e nel conoscere i tempi della ripresa del lavoro con il rientro dei cassaintegrati e la ricollocazione nel posto di lavoro, correlato agli investimenti di sostegno del “modulo di piano industriale italiano” - tra i siti produttivi del nostro Paese - nel contesto della pianificazione produttiva globale di prodotto programmato da FCA costituita nel gennaio 2014.

Con la richiesta all'INPS di Frosinone della cassa integrazione straordinaria per il sostegno al reddito dei lavoratori occupati nell'unità produttiva ed operativa FCA di Fiat e Chrysler di Piedimonte San Germano, si conosceranno i tempi ed i contenuti degli interventi di ristrutturazione, riorganizzazione e riconversione del sito produttivo cassinate.
Abbiamo auspicato – scritto e ripetuto in questi anni e ancora negli ultimi mesi – che si attendeva conoscere le scelte di investimenti certi della Fiat-Chrysler, oggi FCA transnazionale, da programmare in Italia e nel basso Lazio, pur leggendo i ripetuti impegni dichiarati e le garanzie generiche universalmente annunciate.
In parte le ho voluto richiamare all'inizio di queste mie riflessioni rilevando, ancora, che le istituzioni del nostro Paese – Governo e Regione Lazio – hanno dimostrato e continuano a esercitare scarso ruolo mirato verso una “politica industriale nel contesto sia nazionale che europeo”. Anche le ultime sollecitazioni comunicate dalla Commissione Europea il 22 gennaio 2014 ai 28 Paesi e mirate alla creazione di posti di lavoro restano solo “parole e comunicati”.

Parole e comunicati rafforzate anche dalle dichiarazioni rituali del Vice Presidente e Commissario responsabile per l'industria e l'imprenditoria On. Antonio Tajani - essendo già reduce di un ventennio di indifferenza quanto di assenza di politica industriale italiana - afferma che “ i nuovi posti di lavoro si creano, oggi, con la re industrializzazione e la modernizzazione dell'economia entro cui la strategia industriale di livello nazionale e non solo europea deve includere una serie di altri settori per il successo dell'industria”.
Penso, non solo personalmente, che si possono condividere queste parole – pur in ritardo – dell'Onorevole Tajani, che potrebbero rilevarsi attualissimi nei prossimi mesi sia con l'avvio della “reindustrializzazione” a nord della nostra Provincia in attuazione dell'Accordo di Programma MISE-Regione Lazio di agosto 2013 e sia a sud con gli “investimenti Fiat” a seguito della ristrutturazione e riorganizzazione aziendale dell'unità produttiva del comparto dell'automobile e dell'indotto metalmeccanico.

Sono certo che il giornale on line www.unoetre.it - con il suo Direttore - accoglieranno iniziative di approfondimento e proposte condivise tra forze politiche e sindacali democratiche, d'intesa con le istituzioni, nel merito delle tematiche di riavvio di un moderno nuovo sviluppo della nostra Provincia, nel contesto regionale, nazionale e transnazionale.

 

17 febbraio 2014

 

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Alleanza nazionale e regionale contro la povertà

di Donato Galeone - Abbiamo scritto e sollecitato a riflettere sul passaggio dal “rischio povertà alla esclusione sociale” e auspicato un “piano regionale laziale contro la povertà e la esclusione sociale”.
Dopo gli incontri di luglio scorso – nella dimensione nazionale e ministeriale – sono state condivise a Roma, nel novembre 2013, le linee guida per la costruzione di una “alleanza nazionale contro la povertà” da articolare, gradualmente, mediante conoscenze e interventi di sostegno verso la “inclusione sociale” contrastando – con azioni coerenti locali – le crescenti condizioni di povertà.
Era presente, con Acli, Caritas, Cgil, Cisl, Uil e di altre Associazioni nazionali, anche l'Assessore alle Politiche Sociali del Lazio, Rita Vicini in rappresentanza della Conferenza delle Regioni che, condivideva l'iniziativa sia con gli Enti Locali che il Terzo Settore e le Organizzazioni Sociali.
Tutti hanno riconfermato l'importanza di possibili e adeguate stime economiche mirate alla graduale realizzazione, certa, degli investimenti per sviluppare competenze e programmazione degli interventi nei territori.
E' stato rilevato e ripetuto che la crisi, dal 2005, ha colpito e fa vivere nell'incertezza lavoratori e ceti medi con l'aumento degli indigenti. Così come leggiamo dalla statistiche che, negli ultimi sette anni, la povertà assoluta è raddoppiata, aumentando da 4,1% a 8,0% della popolazione italiana (circa 4.814.000 di italiani e 1.725.000 famiglie).
L'Istat misura la “povertà assoluta” nella capacità o meno di accedere ai beni ritenuti essenziali e primari per “conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”. E per le famiglie - il 15,8% in condizione di povertà relativa - la misura di spesa media mensile per due persone non deve superare 990,88 euro (circa 9.563.000 italiani e 3.232.000 famiglie).
Personalmente penso e ritengo di non essere tra i pochi che la lotta alla povertà può avere un graduale successo se operiamo non solo nella dimensione del sostegno economico immediato con il “dare prima a chi sta peggio” ma innanzitutto ed essenzialmente - giorno dopo giorno - con “l'inserimento nel lavoro elevato alla dignità della persona” tanto nelle professionalità riconosciute ed equamente compensate al fabbisogno personale e famigliare quanto nella “partecipazione” ai risultati gestionali delle attività produttive, già chiaramente indicati nell'esercizio effettivo dei diritti costituzionali vigenti nel nostro Paese sin dal primo gennaio 1948.
L'Assessore alla Politiche Sociali del Lazio, con la recente disponibilità finanziaria minimale dei dodici milioni di euro recentemente deliberata dalla Giunta Regionale – nella seconda quindicina del mese di ottobre 2013 – da rendere operativa mediante preannunciato Bando Pubblico per l'utilizzo di cinque milioni destinati ai soggetti attuatori, riconosciuti nel campo del contrasto alla povertà, potrebbe la Regione Lazio – in Italia – auto qualificarsi “apripista dell'alleanza regionale contro la povertà”nella predisposizione di linee guida territoriali, propedeutiche e innovative, nelle prestazioni sociali ai sensi dell'art. 117 della nostra Costituzione.
Si tratterebbe di una premessa operativa strutturata e di orientamento tra Comuni limitrofi verso la elaborazione di un “piano quadriennale 2014-2017 di alleanza regionale contro le povertà laziali”tanto nella condivisione quanto nei contenuti con “misure essenziali” da verificare e corrispondere: negli importi, adeguati, alla soglia di povertà e di accompagno nei servizi alla persona e nell'attivazione di percorsi verso l'obbligo scolastico e l'uscita condivisa dalla condizione di marginalità e di graduale inserimento sociale; nel collegamento immediato con il Centro per l'Impiego – da ristrutturare e adeguare alla domanda e offerta di lavoro – di tutti i beneficiari dell'aiuto di età 18-65 anni, ritenuti abili al lavoro e disponibili alla richiesta di formazione e riqualificazione professionale, contestuale, all'accettazione dell'inserimento lavorativo.
E' auspicabile, concluso il Natale 2013 e con il generoso impegno associativo anche delle comunità Caritas parrocchiali, un coerente quadro di orientamento della Regione Lazio, sia verso la piattaforma strategica dell'Unione Europea 2010-2020 che prevede, col suo 20% del bilancio europeo, un “sostegno solidale contro la povertà e l'emarginazione” e sia con le proposte, dal 2014, contenute nell'annunciato progetto aperto ai territori di “alleanza nazionale contro la povertà”.
Già la Regione Lazio dovrebbe avere coerenza operativa nel contesto dell'imminente pubblicazione del suo Bando Pubblico verso l'impegno informativo e divulgativo tanto con l'utilizzo
territoriale minimale dei dodici milioni di euro quale intervento straordinario per il contrasto alle situazioni di indigenza tramite i Comuni, quanto in collegamento con i Centri per l'Impiego per l'adesione ad ogni offerta di lavoro del beneficiario dell'aiuto pubblico, alla esecuzione di lavori socialmente utili e alla disponibilità per la formazione e riqualificazione professionale.
Ma richiamandomi al recente passato e alle proposte suggestive attivate nel Lazio verso il “reddito di cittadinanza” - legge regionale n.4/2009 - riproposto anche in questi giorni con il nome non nuovo di “reddito minimo garantito” - fu applicata solo per un anno.
Quella legge regionale laziale più che ambiziosa dimostrò - nella concretezza - l'offerta di uno spaccato molto falsamente popolare per il potenziale di iniquità distributiva monetaria dei 7.000 euro tra persone molto vicine e di altre molto lontane dalla soglia di povertà ed, anche, tra persone che vivevano sole o in nucleo famigliare numeroso.
Da non dimenticare, ripeto, che quella legge regionale del 2009 – sperimentale – sul “reddito minimo garantito” ma scarsamente orientata verso “l'inserimento lavorativo” fu applicata solo un anno e non tre annualità come prevedeva.

 

27 dicembre 2013
ALLEANZA NAZIONALE E REGIONALE CONTRO LA POVERTA'

 

 

L' anomalia della Fiat

FCA Piedimonte 350 260di Donato Galeone - La Federazione Italiana Metalmeccanici (FIM-CISL) osserva che la FIAT “conferma il completamento del piano di investimenti e che in tempi brevi seguiranno anche per lo stabilimento di Cassino mentre inizia, immediatamente, il piano di investimenti necessario ad orientare il futuro produttivo e occupazionale dello stabilimento Mirafiori di Torino”.
E' una buona notizia per l'industria dell'auto italiana!

Ho sempre pensato, da ottimista, che le buone notizie sono utili perché tendono a chiarire e favorire la pluriennale questione lavoro anche della multinazionale FIAT per lo stabilimento del Lazio meridionale, quale questione aperta che sembra persistere, tuttora, nel “limbo” da almeno cinque anni, con le casse integrazioni richieste dal 2007. Personalmente ho visto le richieste, fino a maggio 2010, quale Presidente del Comitato Provinciale dell'INPS di Frosinone.
Sono continuate dopo rientri di poche giornate di lavoro produttivo e continuano ad essere richieste sostegni al reddito all'INPS anche per il mese di ottobre 2013.
Se conveniamo che il lavoro deve essere “contrattato e partecipato” e se sosteniamo che il reddito corrisposto dalla cassa integrazione deve essere motivato e limitato nei tempi predeterminati, osserviamo anche che la questione aperta da FIAT o il “caso FIAT” è del tutto anomalo.

Fu rilevata la “anomalia FIAT” esaminando all'INPS di Frosinone le prime richieste di cassa integrazione nel 2007. Lo abbiamo sottolineato negli anni e parlandone anche con il mio caro amico Pierre Carniti che ho incontrato a Roma il 24 giugno scorso.
Il fatto è che - a nostro comune avviso - chi ha sostituito gli Agnelli di Torino e amministra anche la fabbrica di Via Umberto Agnelli, insediata negli anni settanta del secolo scorso in Ciociaria, procede con un unico metro - pur importante ma non esclusivo - quali sono le “incertezze di mercato” che coinvolge tutto il comparto mondiale dell'automobile ai “ritardi decisionali della FIAT” e si legano, strategicamente, al tornaconto profittevole multinazionale FIAT-CHRYSLER nel mondo.
Tant'è che l'Amministratore Delegato, Sergio Marchionne, sembra gradire - come spesso lo dimostra chiaramente – il volere sostituire al “lavoro contrattato e partecipato” gli “ordini di servizio Fiat internazionale Chrysler” - pur legato ai ripetuti investimenti annunciati per l'Italia.

Ecco, allora, se è on sarà una “buona notizia” la osservazione della FIM-Cisl” sugli investimenti pubblicizzati il 4 settembre per Mirafiori ed a breve anche per Cassino, ciò significa che le produzioni dell'auto Fiat, in Italia, non debbano subire ridimensionamenti e con la introduzione e definizione dei “piani industriali” appare anche possibile la previsione di tipologie innovative di prodotto nel comparto auto, con interessanti riflessi occupazionali stabili e rientri dei lavoratori dalle casse integrazioni.
Con questa notizia - pubblicizzata nella prima quindicina del mese di settembre e con le previsioni prossime quantificabili tra investimenti e occupazione – appare possibile prevedere anche una chiusura dell'aspra conflittualità scatenatasi tra Marchionne e la Fiom-Cgil. Si dovrebbe tendere verso relazioni più intensive sostenute dalla unità di azione sindacale.
Perché, con la ripresa della pratica unitaria dell'azione sindacale, viene riattivato il rapporto relazionale corretto di politica industriale aziendale e non solo in quanto viene accettato dalla Fiat la nomina dei rappresentanti Fiom consentiti dall'art.19 dello Statuto dei lavoratori ma – a mio avviso - per superare quel rapporto antagonista rilevatosi funzionale, non per patti personali segreti, ma per posizioni forzate e tendenti a bloccare, volutamente e inconsapevolmente, il dovuto rappresentativo confronto sindacale, mentre gli interessi della multinazionale avanzavano ed entro i quali – riconosciamolo – il Marchionne, comodamente, continuava a sostenere e giustificare, universalmente, che la “riduzione produttiva automobilistica”in Italia veniva motivata dalla “conflittualità sindacale”.

Sempre a mio avviso, la parte sindacale esclusa o autoesclusa dalle contrattazioni e non partecipante, per sue autonome decisioni, al tavolo delle trattative tendeva – riemergendo dal pluralismo sindacale e dalla divisione sindacale – a riconoscersi “egemone” di tutta l'area conflittuale sindacale italiana e non, invece, uno degli interlocutori “ alla pari” nella promozione e gestione unitaria delle relazioni industriali anche con FIAT multinazionale.

Personalmente ritengo – non solo io – che le egemonie singole o di gruppo “contrastano il bene comune” e riducono, per poi annullarlo, l'esercizio partecipato della democrazia politica, oltre ad essere scarsamente solidali, non alimentando coesioni sociali e neppure l'unità di azione sindacale.
Noi che viviamo in una provincia laziale, in grave declino socio-economico persistente, siamo anche l'area industriale dell'automobile a sud di Roma e abbiamo cumulato potenzialità produttive, con imprese piccole e medie, disponibili nell'indotto dell'auto


Queste nostre potenzialità e referenze tipologiche del comparto metalmeccanico vogliamo esprimerle compiutamente e non solo interfacciandoci con gli attesi “piani industriali” di FIAT CHRYSLER. Ecco perché riproponiamo alla Regione Lazio e al Governo l'attivazione di un “Accordo di Programma” che miri al rilancio e potenziamento produttivo del comparto metalmeccanico dell'automobile e il suo indotto nel Lazio meridionale.
Necessario, quindi, consolidare sia il confronto sindacale verso azioni unitarie che la ripresa e la estensione della partecipazione non delegata a tutti i livelli, orizzontali e verticali, tra le comunità cittadine, congiunte, alle loro organizzazioni politiche democratiche, per sostenere la “proposta di sviluppo comparto Lazio sud” così come abbiamo manifestato a Roma il 22 giugno 2013 con CGIL-CISL-UIL per il “Lavoro che è Democrazia”.

 

14 settembre 2013

 

 

 

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Quale futuro per i giovani imprenditori agricoli

agricoltura giovani imprenditori 350 mindi Donato Galeone - Per rispondere alla domanda se vi è FUTURO per i giovani imprenditori agricoli – a mio avviso e come tecnico agrario – dovremmo tentare di capire si vi è la esigenza di promuovere “conoscenza e convinzione” - innanzitutto - nei nostri territori per convenire che il mondo agricolo con le nostre “agricolture” hanno necessità e bisogno di avviare il “ricambio generazionale”.

Diciamo subito che il Lazio ed i nostri territori - ma anche l'Italia nell'Unione Europea – ha scarsa incidenza di giovani conduttori agricoli - mediamente appena il 5% nel 2010 di età inferiore ai 35 anni – mentre già in Francia sono l'8,7% e si raggiungono valori di oltre il 10% nei Paesi nordici europei.
Le statistiche – censimento ultimo del 2010 – ci indicano che nella nostra agricoltura è operativo solo un giovane ogni dieci conduttori agricoli di età oltre i 55 anni. Ed è prevedibile che in un futuro non molto lontano – tra un quindicennio – gli ultracinquantacinquenni di oggi cesseranno di lavorare i campi.

Il calcolo attuariale è semplicissimo. Pur possibile il prolungamento di terza e quarta età di vita media anche degli agricoltori imprenditori, ultrasessantacinquenni, quanti di loro avranno il “successore famigliare per un futuro di cambiamento generazionale “?
Sappiamo che non è facile “capire queste ragioni” pur rendendoci conto che si tratta di una “sfida epocale” che necessita di interventi “non a pioggia” ma di politica agraria mirata per vincere, gradualmente, la sfida che può essere definita a dimensione globale.
Ci aiutano, in parte, le indicazioni che conosciamo dell'ultimo Censimento Agricoltura 2010 che sono generali e danno risposte soltanto alle principali questioni del mondo agricolo italiano.
Siamo obbligati, comunque, a traguardare la politica agricola comunitaria – la PAC - tanto a consuntivo del periodo 2007-2013 quanto ci coinvolgerà nel prossimo 2014-2020.

Dal 27 giugno 2013 abbiamo conosciuto le cosiddette prime novità della nuova PAC 2014-2020 ed anche le importanti “misure per i giovani imprenditori agricoli”.
E' dovere informare e rendere pubblico, riferendoci al periodo 2007-2013 ed a pochi mesi dal rendicontare, sulla quantità delle risorse impiegate e sulla qualità finalizzati degli interventi e gli investimenti ammessi e cofinanziati dal PSR Lazio, rispetto alla disponibilità di spesa stimata dalla Commissione Europea – per settore pubblico – di Euro 700.434.557 così revisionata il 24 gennaio 2013.

Ci risulta che nel Lazio - ormai a fine periodo 2013 e prorogato di fatto versoi il 2014 - le risorse pubbliche disponibili da impiegare erano al 1° gennaio 2013 di circa 364.000 euro.
Riteniamo che grande parte di queste residue risorse dovrebbero essere spalmate tra le Misure più richieste dagli operatori agricoli laziali “agevolando l'imprenditorialità giovanile” e con essa tutte le potenziali attività connesse all'agricoltura: incentivi al miglioramento e promozione di vendita dei tradizionali prodotti tipici locali; estensione e qualificazione del turismo rurale; sostegno al comparto energetico delle energie rinnovabili mediante l'utilizzo dei sottoprodotti agro forestali, agro alimentari e degli allevamenti; coinvolgimento dell'impresa agricola nella tutela, salvaguardia ambientale e paesaggistica locale e laziale.
La Politica Agricola Comunitaria (PAC) – nel Lazio – e gli impegni di spesa tramite il PSR 2007-2013 da spendere, non a pioggia, dovrebbero accelerare al massimo possibile l'orientamento verso la “imprenditorialità giovanile” riducendo, innanzitutto, le lunghe attese burocratiche e sbloccando gli accessi – con erogazione di credito agevolato - su progetti di investimento ammessi al cofinanziamento comunitario dalla Regione Lazio.

Questi orientamenti e decisioni agevolerebbero l'interesse dei giovani nell'intrapredere in agricoltura e rafforzerebbe la cosiddetta “staffetta di ricambio generazionale” oltre il 2014-2020 con la nuova programmazione PAC che dovrebbe puntare sui giovani confermando e migliorando il “premio di primo insediamento” fino a 70.000 euro con l'ammissione verso investimenti cofinanziati anche in progetti innovativi sperimentali.
Inoltre, con riferimento al più recente orientamento sulla PAC 2014-2020, dal 27 giugno 2013, per i giovani agricoltori sono state proposte “aggiuntive positività” al fine di incentivare l'accesso professionale agricolo ai produttori di meno 41 anni ai quali dovrebbe destinarsi il 25% in più dei pagamenti diretti spettanti per ettaro.
In aggiunta a questa garanzia obbligatoria gli Stati membri dell'Unione Europea – anche l'Italia e la Regione Lazio – avrebbero facoltà di adottare misure a favore dei giovani imprenditori agricoli.

Siamo coinvolti tutti i giorni dalla televisione, radio, internet e giornali che ci informano in tempi reali e ci dicono – non sempre – “come aiutare gli altri” con il segno della solidarietà.
Ma giorno dopo giorno ci appare esemplare Papa Francesco che richiama” al bene comune” sia credenti che non credenti, impegnando i giovani, a superare le “povertà e le sopravvivenze umane” - lottando controcorrente “ - per elevare la dignità del lavoro nelle campagne.

Dovremmo domandarci se non ci fosse lo sviluppo dell'agricoltura e le attività a essa connesse – in assenza di imprenditoria giovanile ed in presenza prevalente di anziani che non possono lavorare con ritmo di età giovane – come si potrebbe garantire l'autosufficienza alimentare locale, laziale e mondiale?
Spesso non pensiamo o pensiamo poco alle condizioni di povertà e sopravvivenza nel mondo e che solo in Cina appena 700 milioni di persone hanno superato – nel 2013 – la soglia media di 1,25 dollari al giorno, pur in presenza di crescita dell'economia nella stessa Cina, India e Brasile!

Eppure nel mondo, nelle nostre comunità e nel Lazio abbiamo potenzialità di sviluppo sostenibili e terre in abbandono o incolte anche di proprietà pubblica.
Dovremmo in tempi brevi estendere le nostre ricerche territoriali – valutare e conteggiare costi, tempi e modalità di sviluppo – per favorire e condividere il superamento di diffuse e oggettive incertezze di futuro che non è da attribuire soltanto al fantasioso pensiero giovanile sulla incertezza di reddito prevedibile degli operatori agricoli.
Le nostre ricerche territoriali dovrebbero verificare e rilanciare le vocazioni agricole da integrare e cofinanziare con investimenti di ammodernamento delle strutture aziendali funzionali all'orientamento tecnico produttivo e in una dimensione economica che preveda, gradualmente, un equo conseguimento di “redditività da lavoro” nei bilanci annuali del giovane imprenditore agricolo.
E' certamente fondamentale favorire una “ricomposizione fondiaria” più vicina ai circa 15 ettari/azienda di media europea rispetto alle nostre dimensioni medie italiane di circa 7,5 ettari che si riducono nel Lazio fino ai 2,5 ettari, mediamente, nella Provincia di Frosinone.

E' essenziale l'assetto fondiario a “dimensione economica” strutturale aziendale, pur integrata da subentri di parente agricoltore entro il terzo grado e da possibili affidamenti – preferibilmente in affitto con prelazione all'acquisto – di terre incolte pubbliche a giovani imprenditori.
Ma la struttura fondiaria così ricomposta o da ricomporre necessità di investimenti materiali e immateriali e, quindi, di credito – agevolato erogato da banche o consorzio fidi – a breve, medio e lungo termine adeguabile, appunto, alla dimensione aziendale e agli ordinamenti colturali e produttivi, nonché, alle possibili attività che il giovane imprenditore propone, ovvero, la “sua idea di impresa”.

Definita la idea di impresa – da strutturare, ristrutturare, o ricostruire – il primo passaggio è la elaborazione di un “progetto di sviluppo aziendale” singolo o preferibilmente associato.
Un progetto con il quale il giovane, innanzitutto, deve compiere una scelta fondamentale: deve scegliere il suo futuro imprenditoriale da singolo o in associazione con altri produttori.
Vale a dire: o un tipo di “imprenditore tradizionale” di uno specifico comparto o ordinamento produttivo; o un “imprenditore della diversificazione produttiva” attivando le innovazioni e gli orientamenti in agricoltura offerti dalle recenti legislazioni comunitarie, nazionali e regionali da programmare ( agriturismo, fattorie didattiche , reti di qualità di prodotto anche con vendite dirette, energie rinnovabili).

Fatta la scelta sulla “figura imprenditoriale” procedere:
• con il trasformare la “idea di impresa” nel progetto di sviluppo aziendale mediante il dettagliare nel contesto dell'obiettivo generale progettuale, anche, quelli specifici rilevandone i risultati che si attendono e le azioni da indicare, congiunte alle risorse necessarie per raggiungere quei risultati (è il cosiddetto “business plan economico finanziario” da elaborare con cura, rapportato ai mercati e alla richiesta del cofinanziamento);
• con il ricercare – sulla base della progettazione condivisa – la possibile fonte di finanziamento, oltre il premio di primo insediamento giovani: investimenti, qualità, pacchetto giovani previsti dal PSR e per acquisto terra , da verificare, con la possibilità di mutuo presso l'ISMEA;
• con l'acquisizione di “formazione base” in agricoltura tramite partecipazione a corsi di formazione professionale organizzati da Enti autorizzati e riconosciuti dalla Regione Lazio.
Adempimenti necessari per avviare una impresa agricola:
• apertura della partita IVA presso l'Agenzia delle Entrate;
• iscrizione nel Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio;
• iscrizione e dichiarazione presso l'INPS provinciale.

 

27 luglio 2013

 

 

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Il Sindacato che entrava nella Fiat

fiat inesauribile cassa integrazione 350 mindi Donato Galeone* - Dalla metà degli anni'60 e per un decennio - fino al 1976 - emergeva una nuova figura di lavoratore gradualmente impegnato nelle attività industriali, quantitativamente in crescita, che alimentava la domanda di lavoro notevolmente in offerta dalla tradizionale attività agricola coinvolta tra i 5 agglomerati dell'avviata trasformazione industriale del territorio.

Tra le tipologie assumeva rilevanza il comparto avanzato del “nuovo modo di produrre automobili” tecnologicamente avanzato pur disgiunto dagli effetti sulla rapida trasformazione della economia locale in assenza di un confronto sociale e politico comunitario che provocava, visivamente, sia interessi individuali incentivati dalla Cassa per il Mezzogiorno che diffusi disorientamenti sociali.
Anche l'impegno sindacale nel luogo di lavoro FIAT e nell'indotto dell'auto non aveva riscontro nei Comuni di residenza dei lavoratori verso un nuovo e diversificato impegno politico di confronto nei partiti e, con essi, anche nei territori.

Era scarsa la proposta di partecipazione mediante un rapporto - di reciproco rispetto dell'autonomia – tra le rappresentanze sindacali dei lavoratori ad ogni livello, con i partiti e le istituzioni locali nella promozione e l'adeguamento dei servizi ai valori di cittadinanza e verso nuovi assetti urbani.
Una parte di lavoratori iscritti al PCI e al PSI si riconoscevano, per loro libera scelta, nelle proprie “cellule” o “gruppi” politici militanti sia nei luoghi di lavoro che nelle Camere del Lavoro territoriali - zonali e comunali - della CGIL.
Nel nuovo contesto socio-politico territoriale “altri” favorivano e assecondavano nei luoghi di lavoro la formazione di “cellule” o di “gruppo” definito “aggregazione operaia”o mezzo di “lotta continua” che veniva declamato davanti ai cancello della FIAT con volantino firmato “Circolo Operaio”.

Taluni rappresentanti di quel “Circolo Operaio”- costituitosi prevalentemente in FIAT – manifestavano un attivismo violento e antisindacale dichiarato, volta a volta, dai loro partecipanti e non solo alle manifestazioni unitarie promosse dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale.
Quell'attivismo antisindacale si manifestava, prevalentemente, in FIAT mirando a bloccare sia il ruolo negoziale del “Consiglio di Fabbrica” sia quello della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e, più chiaramente, si contestavano le iniziative del Sindacato democratico unitario dei lavoratori nel luogo di lavoro, compreso le stesse iniziative autonome dei “Delegati di Reparto”.
Quel nuovo ruolo di manifestata “violenza antisindacale” favoriva, peraltro, la persistente e comoda indisponibilità della dirigenza FIAT sia per l'avvio del confronto aziendale nel merito della gestione del rapporto di lavoro contrattuale che sulle iniziative di prevenzione e tutela della salute dei lavoratori nell'ambito della sicurezza del lavoro.
Furono quelli gli anni della facile denuncia di sindacalisti e degli “ingiustificati licenziamenti” di lavoratori comunicati dalla FIAT - genericamente motivati - ma chiaramente mirati a ridurre e condizionare non solo la crescita e l'azione della organizzazione unitaria sindacale democratica dei lavoratori ma, irresponsabilmente, nel dare una interpretazione aziendale dell'esercizio del diritto di sciopero che, per alcuni equivaleva a “violenza” e, per altri, equivaleva ad “azione terroristica” contro persone e cose.

Quell'azione occasionale e irresponsabile della dirigenza FIAT - tra denunce e licenziamenti immotivati, congiunti alla “violenta contestazione” antisindacale del Circolo Operaio, di Lotta Continua e di altri gruppi veniva fronteggiata con forza e determinazione dalla rappresentanza della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale, tanto mediante confronti sui problemi dei reparti, nelle assemblee dei turni di lavoro e territoriali quanto nelle sedi giudiziarie, respingendo i licenziamenti ingiustificati.
“Così il sindacato entrava nella FIAT” e fu rilevato e affrontato, non solo personalmente, un tacito quanto debole contrasto di una parte della dirigenza del PCI non solo di base locale ma anche di Deputati locali verso quel movimento politico antisindacale integrato quale cellula operaia di luogo di lavoro.

Purtroppo, con ritardo, si riconobbe che la rappresentanza unitaria da costruire nei luoghi di lavoro era ed è - ancora oggi - il sindacato democratico dei lavoratori nella sua “autonomia e unità politica” per una innovativa azione propositiva verso il lavoro contrattato e partecipato in funzione sociale dell'impresa e nella società civile, con i partiti democratici, per una politica riformista e del lavoro, favorendo la “democrazia economica”in funzione sociale comunitaria nell'esercizio partecipato della “democrazia politica” garantita dalla nostra Costituzione.

Parlando di Sindacato in Fiat

Nell'agosto 2013 seguirono due interessanti lunghi commenti, con articoli reattivi storicamente argomentati, di Angelino Loffredi e di Ermisio Mazzocchi - dirigenti del PCI negli anni' 70 del secolo scorso - pubblicati dal giornale online www.unoetre.it, che invito a leggere, sotto il titolo “Parlando di sindacato in FIAT”.
Chiaramente, Loffredi, sulla mia riaffermazione della “rappresentanza unitaria da costruire nei luoghi di lavoro con il sindacato democratico dei lavoratori” scrive che “tale visione è solo la sua ma non è la mia. Conferma di essere favorevole“alla presenza di organismi di partito all'interno dei posti di lavoro, perché, i campi di visione non possono essere definiti a tavolino e ne essere esercitati in regime di monopolio”.
Sulla violenza antisindacale - Loffredi scrive che la ricostruzione di Galeone “ soffre di un certo strabismo sul tacito quanto debole contrasto di una parte della dirigenza del PCI non solo di base locale ma anche di Deputati locali verso quel movimento politico antisindacale integrato quale cellula operaia di luogo di lavoro”.
Il commento di Ermisio Mazzochi è più articolato e richiama argomenti non limitati al sindacato nella FIAT, mentre conferma che“i movimenti di estrema sinistra ruotavano intorno al Circolo Operaio e a quello di Lotta Continua, operativi nella fabbrica FIAT di Piedimonte San Germano, con una violenta contestazione antisindacale e che ebbero un'attenzione e una decisa opposizione da parte della Sezione di Fabbrica del PCI e del gruppo dirigente della Federazione Provinciale del PCI, di cui facevo parte e proprio in quel periodo ero responsabile delle attività del partito verso le fabbriche, ruolo che mi permetteva di seguire giorno per giorno gli avvenimenti”.

10 agosto 2013

(*) leggere anche l'articolo del 15 luglio 2015 che segue, pubblicato da L'Inchiesta Quotidiano di Cassino

 

 

IL SINDACATO CHE ENTRAVA NELLA FIAT(*)

 

         Dalla metà degli anni'60 e per un decennio  - fino al 1976 - emergeva una nuova figura  di lavoratore  gradualmente impegnato nelle attività  industriali, quantitativamente in crescita, che alimentava la domanda  di lavoro notevolmente in offerta dalla tradizionale attività agricola  coinvolta  tra  i 5 agglomerati dell'avviata trasformazione industriale del territorio.

         Tra le tipologie assumeva rilevanza il comparto  avanzato  del “nuovo modo di produrre automobili” tecnologicamente avanzato pur disgiunto  dagli effetti  sulla rapida trasformazione della economia  locale in assenza  di un confronto sociale e politico comunitario che  provocava, visivamente, sia interessi  individuali incentivati dalla Cassa per il Mezzogiorno che diffusi disorientamenti sociali.

         Anche l'impegno sindacale nel luogo di lavoro FIAT e nell'indotto dell'auto non aveva riscontro nei Comuni di residenza dei lavoratori verso  un nuovo  e diversificato impegno politico di confronto nei partiti e, con essi, anche nei territori.

         Era scarsa la proposta di partecipazione mediante un rapporto  - di reciproco rispetto dell'autonomia – tra le rappresentanze sindacali  dei lavoratori ad ogni livello, con i partiti e le istituzioni locali nella promozione e l'adeguamento dei servizi ai valori di cittadinanza e verso nuovi assetti urbani.

         Una parte di lavoratori iscritti al PCI e al PSI  si riconoscevano, per loro libera  scelta, nelle proprie “cellule” o “gruppi” politici militanti sia nei luoghi di lavoro che nelle Camere del Lavoro territoriali - zonali e comunali - della CGIL.

         Nel nuovo contesto  socio-politico territoriale “altri” favorivano e assecondavano nei luoghi di lavoro  la formazione di “cellule” o di “gruppo” definito “aggregazione operaia”o mezzo di “lotta continua” che veniva declamato  davanti ai cancello della FIAT  con volantino firmato “Circolo Operaio”.  

         Taluni rappresentanti di quel “Circolo Operaio”- costituitosi prevalentemente in FIAT – manifestavano un attivismo violento  e antisindacale  dichiarato, volta a volta,  dai loro partecipanti e non solo alle manifestazioni unitarie promosse dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale.

         Quell'attivismo antisindacale si manifestava, prevalentemente, in FIAT mirando a bloccare  sia il ruolo negoziale del “Consiglio di Fabbrica” sia  quello della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e, più chiaramente, si contestavano le iniziative  del Sindacato democratico unitario dei lavoratori nel luogo di lavoro, compreso le stesse iniziative  autonome  dei “Delegati di Reparto”.

         Quel nuovo ruolo di manifestata “violenza antisindacale” favoriva, peraltro, la persistente e comoda indisponibilità  della dirigenza FIAT  sia per l'avvio del confronto aziendale  nel merito  della gestione  del rapporto di lavoro  contrattuale  che sulle iniziative  di prevenzione  e tutela della  salute  dei lavoratori nell'ambito della sicurezza del lavoro.

         Furono quelli gli anni della facile denuncia di sindacalisti e degli “ingiustificati licenziamenti” di lavoratori comunicati dalla FIAT - genericamente motivati -  ma chiaramente mirati a ridurre e condizionare non solo la crescita e l'azione della organizzazione unitaria sindacale democratica dei lavoratori ma, irresponsabilmente, nel dare una interpretazione aziendale dell'esercizio del diritto di sciopero che, per alcuni equivaleva a “violenza” e, per altri, equivaleva  ad “azione terroristica” contro persone e cose.  

         Quell'azione occasionale e irresponsabile della dirigenza  FIAT -  tra denunce e licenziamenti  immotivati, congiunti alla “violenta contestazione” antisindacale del Circolo Operaio, di Lotta Continua e di altri gruppi veniva fronteggiata con forza e determinazione dalla rappresentanza della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale, tanto mediante confronti sui problemi dei reparti, nelle assemblee dei  turni  di lavoro e territoriali quanto nelle sedi giudiziarie, respingendo i licenziamenti ingiustificati.

         “Così il sindacato entrava nella FIAT” e fu rilevato e affrontato, non solo personalmente, un tacito quanto debole  contrasto  di una parte  della dirigenza  del PCI non solo di base locale ma anche di Deputati locali verso quel movimento politico antisindacale  integrato quale cellula operaia di luogo di lavoro.

         Purtroppo, con ritardo, si riconobbe  che la rappresentanza unitaria  da costruire  nei luoghi di lavoro  era ed è  -  ancora oggi -  il sindacato democratico dei lavoratori nella sua “autonomia e unità politica” per una innovativa  azione propositiva verso il lavoro contrattato e partecipato in funzione sociale dell'impresa e nella società civile, con i partiti democratici, per una politica riformista e del lavoro, favorendo la “democrazia economica”in funzione sociale comunitaria nell'esercizio partecipato della “democrazia politica” garantita dalla nostra Costituzione.   

 

 

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Vissuto sociale e politico come testimone personale

d.galeone microfono 350 minl'intervista rilasciata al giornale on line www.unoetre.it diretto da Ignazio Mazzoli

D: A oltre 10 anni dal 2000 e guardando al futuro del nostro Paese, del basso Lazio e della provincia di Frosinone quale la tua riflessione sia nella dimensione nazionale e laziale che nel contesto europeo?

R: La mia riflessione, penso, spazia oltre i rapporti politici intercorsi e rilevati nelle scelte più vere - discutibili e critiche - tra i maggiori partiti e sindacati e sulle aggregazioni sociali che certamente sono gli essenziali strumenti basilari di democrazia attiva e non solo formale.

D: Ti riferisci ai ruoli avuti delle imprese nello sviluppo territoriale ?

R: Se vogliamo parlare di uno sviluppo vero non possiamo non riferirci, innanzitutto, alle insufficienze esistenti e persistenti nelle capacità produttive che si compongono di lavoro, di capitali e di tecnologie,ovvero, di imprenditorialità che organizza la produzione e delle banche che la finanziano. Importante l'esperienza delle e nelle istituzioni che dovrebbero fornire “servizi efficienti” per raggiungere mercati globali sregolati e difficilmente accessibili e raggiungibili dalle piccole e medie imprese.

D: Nel concreto, guardando al secolo scorso che succede oggi?

R: Penso, per comprendere il presente e il capitalismo finanziario rispetto al socialismo reale, che dovremmo convenire sul “conoscere” - confrontandoci – sul “come e perché” il sistema produttivo tanto in Italia quanto nell'area laziale meridionale ha avuto, in assenza di una programmata politica industriale una prima forte espansione, poi inceppatasi con la crisi energetica degli anni'73, fino all'impennata inflazionistica vissuta verso la metà degli anni'80.

D: E oltre gli anni '80?

R: Abbiamo rilevato, dal 1992, il crollo dei nostri conti con l'estero; quello della lira e della crescita del debito pubblico che, già nel corso dell'ultimo decennio del secolo scorso e con fatica, l'Italia cercò di avvicinarsi all'Unione Europea e alla moneta unica, con prelievi straordinari e chiusura di imprese decotte, ripeto spesso, dal “mordi e fuggi”. E all'inizio del nuovo millennio, per competere con l'avvio dell'euro – tra la caduta del 2001 e la crisi del 2008 – il sistema produttivo non cresce più, esporta poco e investe pochissimo.

D: In questo scenario richiamato possono collocarsi i nuovi insediamenti e rilanciare i vecchi opifici produttivi, prevalentemente lungo l'asse autostradale Roma-Napoli e verso le aree tradizionali manifatturiere interne di Sora -Isola del Liri, mirate al superamento del disagio sociale di famiglie, senza lavoro, coinvolte nelle crisi aziendali di quegli anni?

R: In quegli anni - direttamente coinvolto quale responsabile della CISL di Frosinone e del Lazio - l'estendersi e l'acuirsi delle crescenti crisi aziendali, già nei primi anni del 1975 – ricordo benissimo e richiamo spesso – la stessa Chiesa diocesana di Frosinone-Veroli approvava alla unanimità la promozione, nella seconda settimana di Quaresima, di una colletta da devolvere ai disoccupati, quale segno di solidarietà umana e di sostegno del lavoro anche con l'azione sindacale unitaria dei lavoratori.

D: Un segno di umana solidarietà avuta soltanto dalla Chiesa locale?

R: Si, pur inserita - oltre la solidarietà umana - con una forte sollecitazione del Vescovo Mons. Federici verso momenti di confronto - sia istituzionali che tra parti sociali e politiche - mirati all'impegno di superare il crescente disagio delle comunità del Lazio meridionale. La Camera di Commercio, nell'autunno'75, accolse l'iniziativa di un confronto istituzionale per approfondire lo “stato delle cose” entrando nel merito dello sviluppo territoriale frusinate e del basso Lazio. Personalmente, quale rappresentante della CISL nella Federazione CGIL-CISL-UIL - evidenziai in quell'incontro, sia le positività che le incompletezze, tra luci ed ombre, degli interventi incentivanti dello Stato nell'economia locale, non programmata ne funzionale per tipologie produttive trainanti, verso una equilibrata trasformazione territoriale congiunta ad una visibile crescita sociale per elevare a dignità il “lavoro” contrattato e partecipato nei risultati.

D: Siamo nel 2013 e gli iscritti nei Centri per l'Impiego sono circa 100.000 che attendono lavoro. Che fare da ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale della Cisl Lazio ?

R: A mio avviso - ieri come oggi - il riconoscimento di crisi industriale complessa (legge 7 agosto 2012 n. 134) riemerge l'impegno “parlando del passato guardando al futuro”. Penso che nei prossimi mesi si deve tradurre la quantificazione degli investimenti programmabili in coerenze innovative da verificare in almeno tre punti da condividere: nell'armonizzazione dello sviluppo territoriale provinciale e laziale; nel nuovo modo di lavorare nelle imprese tecnologicamente avanzate; nella disponibilità alla partecipazione del lavoro, contrattato, in relazione ai risultati produttivi.
D: No ad uno sviluppo “neutrale” in conclusione ?

R: Penso di no, perché, è ormai riconosciuto che le crisi dei vari modelli di sviluppo “non sono neutrali” ed ecco, allora, l'appello da condividere verso la “armonizzazione e partecipazione” alle scelte di sviluppo territoriale con il “lavoro” e non solo auspicando crescita a capitalismo globale e selvaggio. Tutto ciò, sempre a mio avviso, tanto ieri quanto oggi il soggetto economico impresa - tecnologicamente avanzata per competere sul mercato globale - dovrà condividere e convenire sul come usare il territorio e cosa fare nell'agglomerato da ristrutturare e rilanciare , valutando i costi di tutti i fattori e le componenti tipologiche produttive dimensionate agli investimenti ed ai posti di lavoro, professionalmente necessari e alle quote di profitto, indispensabili, da reinvestire.

 

13 luglio 2013

7

 

Lavoro è democrazia

Galeone e AlessandraRomano 350 mindi Donato Galeone - Ero con loro sabato 22 giugno, perfettamente informato dal giovane Segretario Provinciale Organizzativo della CISL di Frosinone, Enrico Coppotelli, con telefonino e sin dal pomeriggio di venerdì, comunicava che i bus da Frosinone partivano alle ore 7,15 da Piazza Pertini, diretti per Roma, senza altre fermate.

Coppotelli riconfermava la nostra partecipazione al corteo che, partendo da Piazza della Repubblica, doveva arrivare a Piazza San Giovanni.
Comunicava, con attenzione massima, che i referenti per i bus di Cassino, Anagni e Sora erano: Arcangelo Longo,Vincenzo Tuffi e Stefano Tomaselli, indicando i rispettivi numeri dei loro telefonini. Ottima l'organizzazione nell'epoca delle comunicazioni in tempo reale, rispetto alle nostre manifestazioni sindacali del secolo scorso, che favoriscono al meglio incontri e la partecipazione.
Viaggiando sugli stessi bus da Frosinone e poi camminando in corteo da Piazza della Repubblica verso San Giovanni, si commentava la partecipazione numerosa, convinta e responsabile, dell'evento storico sindacale tematico di “Lavoro è Democrazia” sia con la giovane Segreteria Alessandra Romano che con lo stesso Segretario Generale, Pietro Maceroni e tanti, tanti altri manifestanti laziali, rappresentanti dei lavoratori nei luoghi di lavoro e dei territori nazionali, insieme, con CGIL-CISL-UIL.

Penso che oggi, con CGIL-CISL-UIL, ci ritroviamo a constatare, per proseguire solidali, come i tempi della politica sono variabili e lunghi nelle decisioni, così come lo sono non immediati i tempi per l'economia e l'occupazione, congiunte alla incerta ripresa delle attività produttive nella complessa crisi territoriale delle aree del basso Lazio in pluriennale declino.
Si annuncia e si dice che in queste stesse aree – in tempi ragionevolmente rapidi e certi – dovrebbero ricollocarsi anche le oltre 140 aziende che hanno manifestato interesse ad investire nella nostra provincia nel “sistema locale Frosinone-Anagni” in risposta all'Avviso Pubblico dell'Amministrazione Provinciale.
Si constatano anche gli altrettanti interessi - solo annunciati - con piani industriali della multinazionale FIAT- ad oggi sconosciuti per lo stabilimento di Cassino – che potrebbero avviare gradualmente il rientro dalla cassa integrazione di 4.000 lavoratori.
Si dovrebbero, conseguentemente, adeguare le attività dell'indotto auto, collegate alla innovata organizzazione aziendale di processo e dei nuovi prodotti, da contrattare e partecipare con i sindacati dei lavoratori, per un mercato competitivo e non solo europeo.
Si impongono e innanzitutto, a mio avviso, sia ai firmatari del “patto per il rilancio dello sviluppo del territorio della Provincia di Frosinone” che alla CGIL-CISL-UIL, le doverose verifiche sullo “stato” dell'accordo sottoscritto il 27 aprile 2012.

Il Consiglio Generale della CISL Provinciale, convocato il prossimo 4 luglio presso la Cassa Edile, avvierà proprie verifiche – da completare a breve con CGIL e UIL – da interfacciare con la Regione Lazio, integrando e condividendo, le finalità complessive programmabili, anche mediante l'utilizzo dei fondi europei 2014-2020, con finanziamenti e progetti certi.
E' attualissimo il tempo del “fare e dare”- dalla nostra Provincia alla Regione Lazio – proposte da elaborare o già manifestate – collegate a progetti innovativi – che favoriscono il “creare lavori veri e qualità di prodotto” come annunciato dal Presidente Zingaretti nel primo incontro promosso in questi giorni dalla stessa Regione Lazio all'Auditorium Parco della Musica di Roma.
Organizziamoci – in sede di “Comitato per Lavoro e Sviluppo “– accelerando ed estendendo confronti-incontri territoriali provinciali per raccogliere proposte e progetti da valutare e inserire nella programmazione del fondo sociale europeo.

Si tratta di verificare le potenzialità di sviluppo presenti residuali, recuperabili anche da dismissioni nei nuclei tradizionali e nelle aree in declino per “crisi industriale complessa” ( legge 7 agosto 2012 n. 134) riconosciuta e sostenuta da un condiviso e adeguato programma operativo infrastrutturale elaborato dal Consorzio ASI della nostra Provincia, funzionale e collegato sia alla programmazione regionale laziale annunciata da Zingaretti che alle strutture operative agevolate da fondi dell'Unione Europea.
Nel concreto ritrovarsi, parti sociali e istituzioni, nel proporre e condividere ad un “Tavolo operativo o Comitato di Sviluppo o Consorzio ASI” interessi manifestati per investire ed intraprendere nelle aree incentivanti le imprese dalla legislazione vigente.

Quantificare e programmare investimenti certi, con la indicazione dei posti di lavoro in comparti merceologici specifici trainanti “dell'industria e del terzo settore avanzato” quale è la elettromeccanica, la chimica-farmaceutica, il manifatturiero, non solo indotto FIAT, ma integrati con l'agroalimentare, settore aggregante di sviluppo multinazionale produttivo territoriale, nel processo di qualità dei prodotti tipici locali, certificati e omologati da centri di ricerca tra produttori agricoli e Università.
Attrezzarsi, quindi, per competere in un mercato globale mediante reti di imprese, collegate ai Centri di Ricerca e certificazioni - CNIM e Università - che attivino un qualificato “centro operativo modulare” dedicato alle applicazioni di alta tecnologia elettronico-meccanico-multimediale, quale strumento di sostegno essenziale e indispensabile, oggi, per fornire servizi avanzati alle piccole e medie imprese attivate, preferibilmente, da giovani imprenditori, partendo dal basso Lazio.
In questa cornice generale e propositiva da meglio esemplificare nella sua praticabilità – a mio avviso – si potrebbe modulare anche la guida programmatica annunciata dal Presidente Zingaretti collegando la programmazione regionale laziale ad un nuovo modello di sviluppo allorquando egli dichiara che : “noi abbiamo un modello che non produce più lavoro e qualità”. La scommessa è costruirne un altro modello, evitando di ripercorrere idee, di vivere la programmazione scollegata da progetti di innovazione.” Zingaretti conclude affermando che la “ nostra stella polare è creare nuovi lavori veri”.

L'incontro del 24 giugno di CGIL-CISL-UIL con il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il “Decreto Pacchetto Lavoro” di oggi sono da considerare giornate positive che rispondono alle domande sindacali di Piazza San Giovanni del 22 giugno, pur in quantità minimali per l'incentivazione della occupazione giovanile, in quanto, il Governo deve far seguire la riduzione delle tasse ai lavoratori e pensionati sia quale segnale di equità fiscale che per favorire i consumi delle famiglie.
Anche l'appuntamento del Consiglio Europeo di domani e post domani 27-28 giugno dei Capi di Stato e di Governo suscita aspettative per fare uscire i giovani dal tunnel pluriennale della disoccupazione. Già al G8, svoltosi recentemente in Irlanda, è stata condivisa l'urgenza del tema occupazionale e la necessità di affrontare, finalmente, lo scandalo diffuso dell'evasione fiscale a livello internazionale

Ci attendiamo dall'Europa solidale risorse adeguate alle condizioni operative che dovrebbero attivarsi a inizio luglio da una riunione dei Ministri del Lavoro.
Non fermiamoci, rivendichiamo il diritto al “Lavoro che è democrazia”!
Il 22 giugno dopo Piazza San Giovanni, sappiamo che seguiranno mesi non facili per famiglie di lavoratori e pensionati sia a seguito di redditi da lavoro ridotti dalle casse integrazioni e sia di giovani e meno giovani che - uniti - continueremo a rivendicare il diritto al lavoro con i nostri sindacati, pur nella condizione di un lavoro negato, da anni, ad oltre 90.000 persone, cittadini in età di lavoro, disoccupati, nella Provincia di Frosinone.

26 giugno 2013

 

 

 

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