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Donato Galeone

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Crescita economica e sviluppo non sono la stessa cosa

sindacati bandiere mindi Donato Galeone* - Crescita - Sviluppo - Lavoro.
La carta dei diritti universali di ogni persona umana e la carta dei diritti dei popoli europei - collegate da oltre 70 anni nella nostra Costituzione repubblicana - dovrebbero essere non solo richiamate ma osservate coerentemente e praticate nei piani e dai programmi di Governo con il pensare e valutare, innanzitutto, che la crescita “economica e lo sviluppo” - lo sappiamo - non sono la stessa cosa.

Così come non sono separate “ le crisi sociali e le crisi ambientali” che richiedono azioni condivise - cogenti e integrate - per dare certezze e dignità al lavoro e alle persone escluse dalla società, salvaguardando la salute e curando - nello stesso tempo - l'ambiente che viviamo giorno dopo giorno.

Se le crisi delle economie locali e del lavoro nel contesto articolato globale colpiscono grande parte di popolazioni e anche il basso Lazio - con la disoccupazione e il progressivo impoverimento di chi lavora - si dovrebbe osservare, constatare e capire che nelle realtà socioeconomiche occidentali - Unione Europea compresa - quel modello di crescita e sviluppo non ha soddisfatto e non soddisfa i bisogni dei “tanti” ma dei”pochi”.

Diritto alla crescita
Penso - sono certo di non essere solo io - che il nuovo “modello liberista globalizzato dell'economia”che ci viene urlato da molti continuando a chiedere “crescita, crescita, crescita” - tanto i partiti quanto i nuovi movimenti politici e Governi - dovrebbero convenire e condividere il come e il quanto la “crescita economica di un Paese” - pur necessaria e indispensabile - non risulta essere sufficiente - da sola - per realizzare la estensione del benessere di vita della persone e dei popoli – perché e in in quanto - il “regolatore della crescita è sempre il mercato”che è libero da ogni vincolo e, conseguentemente, questa tipologia di mercato, constatiamo, genera e continua a generare circuiti perversi arricchendo quei pochi profittevoli che già - anche negli anni di crisi - avevano accumulato molto denaro a fronte dell'impoverimento delle tantissime persone che ne avevano già poco, peraltro, alla ricerca di lavoro perduto e sostenuti dagli ammortizzatori sociali - necessari per sopravvivere - ma che realmente, giorno dopo giorno sono apripista delle povertà, se persistono nel tempo.

Se conveniamo che la “crescita da sola” – laddove avviene – risulta non capace di redistribuire equamente la ricchezza prodotta e che i mercati non debbano essere un fine ma soltanto strumenti regolatori tra domanda e offerta di beni e servizi, possiamo condividere e sostenere - verificati i risultati degli ultimi decenni - che la “crescita economica” dovrebbe essere indirizzata verso criteri politici e pratici certi - personali e collettivi - di ogni popolo per il soddisfo dai bisogni per vivere - innanzitutto - con “il lavoro che non è un castigo...ma il dovere essenziale e primitivo dell'uomo.........il lavoro è la causa della storia ed il principio del progresso” ci diceva, negli anni'50, al Centro Studi Cisl di Firenze, Giorgio La Pira, in difesa della povera gente dalla miseria e dalla disoccupazione.
Diritto allo sviluppo
Entro questa mia riflessione - pur distinta dalla necessaria ma non sufficiente crescita economica per creare certezze di lavoro - richiamo anche il “diritto allo sviluppo” che è un diritto umano di ogni popolo legittimato a partecipare, contribuire e beneficiare dello “sviluppo economico, sociale, culturale e politico per essere realizzato”.
Impegnativo rilevare e sottolineare, senza alcun dubbio per me, che non casualmente è stato affermato che “ la persona umana è il soggetto centrale dello sviluppo” e – conseguentemente - “deve essere partecipante attiva e beneficiaria del diritto allo sviluppo” (sintesi dell'art 1 e 2 della dichiarazione sul “Diritto allo Sviluppo” delle Nazioni Unite del 4 dicembre 1986).
Sappiamo che, almeno dalla fine del secolo scorso, è in discussione la “concezione di sviluppo” meramente economico territoriale identificabile, prevalentemente, con il semplice trasferimento da Nord a Sud o tramite multinazionali nei territori, sia di tecnologie che di capitali nelle aree sottosviluppate o depresse.
Una profittevole concezione di sviluppo persistente ancora oggi - da superare - riduce il diritto delle persone sia alla partecipazione che a beneficiare dello sviluppo territoriale che non potrà essere solo un tornaconto economico del “mordi e fuggi” ma, essenzialmente, deve concorrere e favorire uno stabile“sviluppo umano e sociale” locale prodotto dagli investimenti pubblici e privati sia nel Paese che, con il Mezzogiorno italiano, mediante gli annunciati piani di convergenza europea allo sviluppo nazionale sostenibile.

Confronto delle parti sociali rappresentative con il Governo per il lavoro
In questi giorni le tante e ripetute parole sulla “crescita e lo sviluppo” - ma dagli scarsi investimenti - vengono riprese dal programma di Governo mediante i 21 o 29 punti discussi nel Parlamento italiano e approvati da una maggioranza politica eletta dai cittadini, pur contestati - a piazza San Giovanni di Roma il 19 ottobre 2019 dalle opposizioni politiche oltre che osservati, giorno per giorno, dalla nuova formazione parlamentare, staccatasi dal Partito Democratico e confermatasi tre giorni fa a Firenze col simbolo di “Italiaviva” - aggregazione politica - voluta e proposta dall'ex Segretario del PD e già Presidente del Consiglio del Governo italiano, Senatore Matteo Renzi.

Appare positivo e determinato al momento, comunque, l'intendimento più volte dichiarato - ancora in questi ultimi giorni - del Presidente del Consiglio dei Ministri, Prof. Conte, che l'avviata proposta governativa di “crescita e sviluppo” non potrà non essere confrontata e monitorata con le parti sociali, constatata sia la complessità delle nuove tematiche che l'efficacia delle tipologie di investimenti possibili e necessari, verso modelli nuovi di crescita e sviluppo - favorendo con priorità assoluta il lavoro - salvaguardando l'ambiente in un contesto condiviso di“sviluppo umano e sociale”.

Roma, 23 ottobre 2019

 

^già Segretario generale Cisl Frosinone e Lazio

 

 

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Patto per crescita e lavoro partendo dal mezzogiorno

copertina FB Assago 9ott 500 mindi Donato Galeone* - Milano ricordando Rimini. Anche l'Assemblea Nazionale CGIL, CISL, UIL delle rappresentanze sindacali unitarie di lavoratori associati - convocata a Milano il 9 ottobre 2019 - ha dimostrato che in Italia “non ci sono altri soggetti che abbiano quasi 12 milioni di persone che ogni mese pagano la tessera senza che nessuno costringe a farlo” - volutamente - sottolineato dal Segretario della CGIL Landini, concludendo il suo intervento e ribadendo che “non esistono governi amici o governi nemici, esistono governi che giudichiamo per quello che fanno”.

Ecco, una grande parte sociale democratica sindacale di lavoratori, liberamente e autonomamente associata, che ripropone l'esigenza di una “forte discontinuità nel rapporto col Governo e non solo cambiando clima nel confronto ma cambiando anche i numeri”.

Vale a dire - afferma il Segretario della CISL Furlan - che “non bastano i 2,5 miliardi per il taglio del cuneo fiscale, così come sono troppo pochi gli 1,7 miliardi per i contratti pubblici, a fronte di una promessa di 5,4 miliardi, oltre all'urgenza di sbloccare i cantieri e affrontare la piaga dei morti sul lavoro”.

E il Segretario della UIL, Barbagallo in apertura dei lavori dell'Assemblea - presenti oltre 10 mila delegati di lavoratori - invia un chiarissimo segnale al Governo dichiarando che “solo sul merito, riga per riga, daremo una valutazione al Documento di Economia e Finanza dello Stato”.

Da questi tre sintetici richiami e sollecitazioni sindacali unitari di Milano della CGIL.CISL,UIL rivolte al Governo - pur lontana nel tempo - mi fa ricordare quello di Rimini di fine maggio 1975: la Conferenza Nazionale degli oltre 1.200 Delegati e Rappresentanze Sindacali Unitarie della CGIL-CISL-UIL.
Rivolgendosi al Governo Carniti disse che tutti “dobbiamo comprendere la drammaticità di realtà esplosive nel Mezzogiorno laddove è concentrata la disoccupazione e la sottoccupazione legata a tutte le forme possibili di lavoro, così come non possiamo ignorare il dilagare in tutto il Paese dell'allarmante disoccupazione giovanile e femminile”.
E ancora Carniti, nella sua breve replica ad oltre 50 interventi nei due giorni riminesi del 28-30 maggio 1975 - compresi quelli di Lama, di Storti e di Ravenna per CGIL,CISL,UIL - non poteva non evidenziare i “RISCHI DA SUPERARE” congiunti alla possibilità di una divisione tra “OCCUPATI E DISOCCUPATI”; tra città, periferie e campagne, oltre che tra Nord e Sud che potevano condurre sia a disgregazioni che a disarticolazioni e, comunque, verso scelte auto difensive dei posti di lavoro e del salario e, conseguentemente, verso chiusure corporative.

E allora riflettendoci, ieri come oggi, con le nuove cresciute e forti rappresentanze sindacali generazionali e la generalità dei lavoratori - occupati e disoccupati - appare attualissimo il messaggio unitario lanciato da Milano il 9 ottobre 2019 dalla CGIL,CISL,UIL: “il sindacato dei lavoratori è stato ed è un soggetto e una numerosa parte sociale che vuole unire il Paese e non lo vuole dividere, perché lo è già abbastanza con le troppe e crescenti disuguaglianze sociali”.

Ecco che, personalmente, con l'occhio al passato del secolo scorso e agli ultimi 20 anni del terzo millennio, fino ai giorni nostri - dal basso Lazio al Mezzogiorno del Paese - nonostante l'impegno sindacale dei lavoratori guidato sia da Giuseppe Di Vittorio che da Giulio Pastore, primo Segretario della CISL dagli anni '50 al 1958 e, per un decennio, Ministro del Mezzogiorno, sia gli strumenti cogenti dei Governi che gli interventi del Comitato dei Ministri per gli insediamenti industriali pubblici e privati nel Sud - pur messi in ginocchio nel nostro Paese dalla crisi mondiale del 1973 - mancarono di azioni coordinate, peraltro, frammentate negli investimenti infrastrutturali destinati ad attrezzare i “poli di sviluppo industriale che furono oltre sessanta tra aree e nuclei industriali, annacquando le disponibilità e rinunciando a dare una configurazione avanzata del Sud italiano” .
Nei fatti - scrive Zoppi a 50 anni dalla scomparsa di Pastore sindacalista e ministro - “l'intervento ordinario dello Stato - quello in primo luogo dei Ministeri - “disertò l'impegno a favore del Mezzogiorno, concentrando la spesa nei territori dell'Italia centrale e settentrionale”.

Se è vero quanto, peraltro, verificato per oltre mezzo ultimo secolo e mentre oggi si dice di non parlare più di “questione meridionale ma di crescita e sviluppo nazionale nella dimensione europea e mondiale” dobbiamo constatare che - ancora - il Mezzogiorno, partendo dal basso Lazio, non riesce più a crescere.

Si dice molto su il rilancio del Sud ma poco su come e quando riattivare e - “provare con lungimiranza e graduale concretezza” - superare quel tasso di crescita media annua italiana che tra il 2013 e 2018 è stato il peggiore nella dimensione europea (0,41%) e con la previsione sul Prodotto Interno Lordo (Pil) del 2019-2020 che potrebbe raggiungere una “crescita zero” nonostante la modestissima ripresa italiana, iniziata soltanto nel 2014, con un tasso di crescita medio annuo del Pil tanto nell'area settentrionale pari all' 1,2% quanto, nel Mezzogiorno, di appena 0,80% medio annuo, differenziato marcatamente tra le stesse regioni.

Sappiamo - sperando io e noi di non dimenticare e ai governanti di volere ascoltare e favorire investimenti e lavoro produttivo – in presenza della nuova e drammatica qualitativa e quantitativa emigrazione giovanile dal Sud verso il Nord del nostro Paese e all'estero che, secondo i dati Svimez e negli ultimi sedici anni anni, è stata di oltre un milione di residenti nel Mezzogiorno, di cui un quinto laureati e la metà di giovani di età compresa tra i 15 ed i 34 anni di età.

Ecco la “positività” - così definita da CGIL,CISL,UIL - di oggi 17 ottobre 2019 con l'incontro costruttivo sul Mezzogiorno dal neo Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano. Incontro, positivo penso e avviato, per “definire un piano straordinario per il Sud (partendo dal basso Lazio come già dal secolo scorso) qualificato sugli obiettivi del lavoro, degli investimenti e delle politiche sociali”.

Urgente, quindi, ripartire con un “Patto per il Sud” - è stato ripetuto e formalmente comunicato anche in questi ultimi giorni al Governo da CGIL, CISL, UIL e Confindustria - per rilanciare investimenti e creare opportunità di lavoro programmati e, innanzitutto, rispettare la regola secondo cui “almeno il 34% del Bilancio Ordinario dello Stato”- oltre le risorse aggiuntive destinate alla convergenza - arrivino al Mezzogiorno, partendo dal Sud di Roma a Santa Maria di Leuca e alle Isole italiane - se è vero come appare possibile e sostenibile, che dalle potenzialità umane territoriali ambientali - lavoro e imprese - del Mezzogiorno può dipendere, non solo a parole, il futuro economico italiano nella dimensione europea e mediterranea nel mondo.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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Estate 2019: cambiamenti climatici e politici

conte landini 350 minDonato Galeone* - Sarà fissata, con sottolineatura, nella storia del movimento sindacale italiano una data importante da ricordare che non potrà non essere quella del 21 settembre 2019 - con la CGIL a Lecce - tra il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte e il Segretario Generale, della CGIL, Maurizio Landini.

Penso – ne sono certo non solo io - che Il Presidente Conte ha voluto raccogliere l'invito della CGIL, peraltro, sollecitato da un movimento sindacale dei lavoratori italiani, rappresentato da oltre 12 milioni di persone e non solo dai 5 milioni di iscritti alla CGIL.

Il Presidente Conte già conosceva le proposte sulle scelte economiche e sociali formalizzate con la piattaforma unitaria della CGIL,CISL,UIL del 2018 sulla legge di Bilancio dello Stato, mai cambiata dai sindacati dei lavoratori ma sostenuta con manifestazioni pubbliche del 9 febbraio a Roma e del 22 giugno 2019 a Reggio Calabria!!

La ripresa annunciata e programmabile del confronto diretto tra organizzazioni di rappresentanza del lavoro - centralità lavoro, occupazione, fiscalità e redditi - sia a Palazzo Chigi che presso sedi dei Ministeri delegati a discutere temi e argomenti specifici connessi al lavoro e alle politiche fiscali e sociali dovrebbero tendere a confermare e verificare la volontà del Governo Conte 2 - nella sua collegialità - la quantificazione e qualificazione degli interventi sia nell'ambito dell'economia italiana e suo sviluppo possibile e sostenibile che nella prospettiva europea.

Con le proposte richiamate da Landini al Presidente Conte è stata sottolineata la condivisione sia del merito che del metodo, preventivo e costante, del dialogo con il Governo.

Landini, nel merito delle questioni decisorie prioritarie, ha richiamato al Presidente Conte, con la politica economica - innanzitutto - una incisiva riforma fiscale lottando l'evasione anche con mezzi esistenti tecnologicamente avanzati e operando la riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti e pensionati.

Avendo io letto, tutti, i 26 o i 29 punti del programma del nuovo Governo comunicato al Parlamento e approvato - superando rapidamente la crisi aperta l'8 agosto dalla comunicazione di sfiducia del Senatore Matteo Salvini - la discontinuità nell'azione di Governo dovrebbe significare - ora - cambiare rotta sulla politica economica mediante confronti operativi e cogenti sulla crescita del Paese, mediante l'attivazione di una politica industriale rispettosa dell'ambiente e del lavoro contrattato e partecipato sia nei risultati produttivi che nella sicurezza sui luoghi di lavoro; una politica attiva del lavoro e degli ammortizzatori sociali mirati verso la occupazione piena e qualificata, incentivando un piano straordinario adeguato alla domanda professionale richiesta dalle diversificate attività produttive nelle imprese innovative e nei servizi civili privati e pubblici.

Sono da condividere, con il nuovo Ministro, le nuove politiche di sviluppo per il Sud del nostro Paese - compresa l'aera del basso Lazio ex Cassa per il Mezzogiorno – che se rilanciate con un “piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro” non potrà non identificarsi in azioni mirate territoriali nella dimensione nazionale, certamente definiti, mediante investimenti programmati e cofinanziati dalle imprese - da Sud a Nord - per “colmare il divario territoriale del nostro Paese” (punto 19 del programma di Governo).

Dovrei pensare e comunque, però, con ragionevolezza alla complessità, agli scopi e alle modalità dei confronti e degli incontri su i ripetuti e dichiarati“cambiamenti climatici, tecnologici del lavoro e politici” che non possono essere - a mio avviso - stagionali d'estate o di circostanza, pur solenni ed eccezionali, perché, si inseriscono in un mondo intero percorso da fremiti di crisi in ogni campo: dai comportamenti degli uomini all'impiego di inediti strumenti tecnologici, alle trasformazioni dell'ambiente naturale, sostenute in queste ultime settimane, da manifestazioni giovanili mondiali tanto esaltanti quanto convincenti e condivisibili.

Ritengo che non sia semplice ma complesso e impegnativo l'approfondire, almeno per me, il solo pensare alla espansione e trasformazione del lavoro nell'ambito della riqualificazione professionale che sembra ristringere sempre più le tipologie del lavoro umano emarginando uomini e donne impreparati - ad oggi - alla formazione necessaria, mentre gli automatismi e la robotica prendono il posto delle persone, con la inimmaginabile innovazione espansiva della intelligenza artificiale.

Osservo, però e impegna tutti, che pur in presenza di diversificate innovazioni di fine ottocento richiamate dalla “ Rerum Novarum = Le innovazioni ” di LEONE XIII - oltre 130 anni fa – anche si prevedevano cambiamenti nel mondo e nel modo del vivere umano.

E proprio in quegli anni si volle richiamare, con forza e determinazione, l'adeguamento allo spirito umano dell'epoca mantenendo la fermezza su taluni “valori eterni” - partendo dalla sussidiarietà - secondo cui “tutto parte dalla persona e deve tornare alla persona”.

Ecco, allora, che puntualmente riemerge, nei confronti di oggi, l'attualità del principio sul “lavoro dignitoso” e la “valorizzazione della vocazione della persona lavoratore” richiamate nel 2017 anche dalle comunicazioni di Papa Francesco inviate sia alla 48^ settimana sociale dei cattolici che alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: “quando il lavoro non è più espressivo della persona perché essa non comprende più il senso di ciò che sta facendo, il lavoro diventa schiavitù: la persona può essere sostituita da una macchina. La seconda conseguenza chiama in causa la nozione di giustizia del lavoro. Il lavoro giusto è quello che non solamente assicura una remunerazione equa, ma corrisponde alla vocazione della persona e perciò è in grado di dare sviluppo alle sue capacità”.

Così come, puntuale, la richiesta formale della CGIL,CISL,UIL al nuovo Governo insediatosi e la convocazione a Palazzo Chigi - il 18 settembre - è stata più che sollecita da parte del Presidente del Consiglio Conte, presenti il Ministro dell'economia e finanze Gualtieri che prevede interventi triennali programmati sulle proposte dei lavoratori e il Ministro del lavoro Catalfo che ha ritenuto più che urgente avviare il confronto sulla “sicurezza nel lavoro” evidenziando, peraltro, l'importanza della sottoscrizione - finalmente - della “convenzione sulle rappresentanze sindacali”.

Appare, quindi, lineare che il positivo giudizio della CGIL,CISL,UIL su quell'incontro - quale avvio di un percorso nei contenuti già proposti dalle parti sociali al Governo - ha reso agevole al Presidente del Consiglio Conte la sua partecipazione alla manifestazione della CGIL il 21 settembre a Lecce, sottolineando - ancora - quanto già detto a Palazzo Chigi ai rappresentanti sindacali dei lavoratori: “il nostro obiettivo è quello di remare insieme per il bene del Paese”.

(*) già Segretario Generale di Frosinone e Segretario Regionale CISL Lazio
Dalla marina di Leporano, 26 settembre 2019

 

 

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Salario minimo e rappresentanza del lavoro

diritti e sindacati 350 mindi Donato Galeone* - A metà maggio, qualche mese fa, scrivevo su questo giornale che l'orientamento del Ministero del Lavoro sembrava prevedere di procedere con una ricognizione consensuale della vigente contrattazione collettiva prodotta dai corpi intermedi associati – parti sociali – tra sindacati dei lavoratori, più rappresentative a livello nazionale quali sono la CGIL-CISL-UIL e le rappresentanze dei datori di lavoro, altrettanto maggiormente rappresentative, quali sottoscrittori dei contratti di lavoro, parte normativa e parte economica, entro cui ricostruire un “SALARIO MINIMO” per legge annunciato dal “contratto di governo” da adeguare - volta a volta - alla evoluzione del lavoro – contrattato e partecipato – in Italia e nella dimensione europea.

Questo orientamento sul SALARIO MINIMO EUROPEO, è stato recentemente ripreso anche dalla neo eletta Presidente della Commissione Europea, che ha riconfermato il rispetto dovuto verso i singoli Paesi dell'Unione Europea sui livelli minimi salariali di fatto praticati e derivanti dal lavoro contrattato e partecipato tra parti sociali - datori di lavoro e lavoratori - più rappresentativi sui territori nazionali europei.

Il nostro Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico mentre richiama, ancora, che in 22 Paesi dell'Unione Europea “il salario minimo è legge da molti anni - ripete - che presto diventerà legge anche in Italia e conferma che la contrattazione collettiva resterà centrale”.

Ma dare esecutività a questi orientamenti significa, innanzitutto, volere superare la questione del “salario minimo legale” con il confermare il valore “erga omnes” dei minimi contrattuali di categoria vigenti, nel rispetto dei soggetti contraenti - riconosciuti maggiormente rappresentativi - con le loro autonome decisioni, già definite e riferite alla realtà sociale concreta generale delle persone, giovani e meno giovani, che lavorano o che attendono lavoro.

Solo così si può condividere il richiamo di Luigi Di Maio - Ministro del Lavoro - all'articolo 36 della nostra Costituzione ”che ogni cittadino ha diritto a una paga dignitosa”.

E, coerentemente, il Ministro dovrebbe immediatamente rileggersi anche i commi 2, 3 e 4 dell'articolo 39 della nostra Costituzione sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale che “ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la registrazione...che gli statuti interni sanciscano un ordinamento interno a base democratica....e che i sindacati registrati hanno personalità giuridica e possono, RAPPRESENTATI UNITARIAMENTE IN PROPORZIONE DEI LORO ISCRITTI, STIPULARE CONTRATTI COLLETTIVI DI LAVORO CON EFFICACIA OBBLIGATORIA PER TUTTI GLI APPARTENENTI ALLE CATEGORIE ALLE QUALI IL CONTRATTO SI RIFERISCE”.

Ecco, quindi, che in assenza – ancora – di norme in materia di “rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di efficacia dei contratti collettivi di lavoro” – ultimo riconoscimento “erga omnes” contrattuale del 1959 – la CGIL-CISL-UIL hanno coperto, di fatto, con la contrattazione collettiva oltre l'80 del lavoro italiano intercategoriale e quel 15-20% di lavoro e lavoretti - compreso il lavoro nero - si identifica, anche, con il cosiddetto “dumping contrattuale” che sfugge, spesso, al controllo degli organi ispettivi dello Stato.

Tuttavia, pur in presenza di una diffusa conquista contrattuale salariale oraria dei lavoratori rappresentati dalla CGIL-CISL-UIL, la crisi del lavoro in questo ultimo decennio ha favorito la ricerca di “un lavoro qualsiasi” per vivere tra disoccupati e sottoccupati, disperati, giornalmente occupati saltuariamente in condizioni precarie e con nessuna sicurezza sul lavoro.

Mi permetto ripetere che non soltanto il “SALARIO MINIMO PER LEGGE” potrà dare “diritto ad una paga dignitosa” in quanto necessita - innanzitutto - sanare i “dumping contrattuale o la contrattazione pirata” mediante l'attivazione di una sistematica azione di vigilanza, coordinata territorialmente, sia sulla verifica applicativa dei contratti e salari che sulle normative sottoscritte dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dalle organizzazioni dei datori di lavoro - maggiormente rappresentative - già di fatto riconosciute o da riconoscere, come più volte sollecitato - recentemente - da almeno cinque anni e con proposte tra parti condivise (Accordo sulla rappresentatività tra Confindustria, CGIL,CISL,UIL con adesione della UGL del 31 maggio 2013) indicando, chiaramente, sia le sedi istituzionali (INPS e CNEL) e sia le modalità con cui misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e le regole con cui validare e rendere esigibili i contratti nazionali di lavoro.

E ancora il 14 gennaio 2014 con il “Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale” si concludeva un percorso iniziato con l'Accordo Interconfederale del 20 dicembre 1993, proseguito con quello del 28 giugno 2011 e successivamente integrato dagli accordi sia del 4 luglio 2017 che del 28 febbraio 2018 e da un aggiornamento in data 9 marzo 2018 relativamente ai nuovi “contenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva” mediante queste importanti modifiche condivise e sottoscritte:

• in previsione di una misurazione certificata della rappresentanza anche delle organizzazioni dei datori di lavoro (come previsto anche dall'Accordo Interconfederale del 24 novembre 2016 tra Confcommercio e Cgil, Cisl, Uil);
• in previsione di una possibile regolazione per legge di tutta la materia relativa alla rappresentanza e rappresentatività sindacale volta ad assicurare efficacia generale ai contratti collettivi;
• nella promozione, attraverso l'estensione della contrattazione di secondo livello, di processi di cambiamento culturale “capaci di accrescere nelle imprese le forme e gli strumenti della partecipazione organizzativa”.

Ho voluto richiamare, in sintesi, le contrattazioni del lavoro conquistate dai sindacati dei lavoratori - dal 1959 in poi - oltre gli accordi nazionali interconfederali degli ultimi anni nel merito delle proposte sulla “rappresentatività unitaria delle organizzazioni sindacali” - come prevede la nostra Costituzione - “per stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria per tutti” considerando la proliferazione - presso il CNEL - dei depositi di vari contratti nazionali che – ad oggi – hanno raggiunto il numero eccessivo di circa 900 di cui solo nel settore del commercio ne risultano depositati oltre 200 e con salari minimi sempre più bassi, spesso, di misura anche meno della cassa integrazione salariale o del reddito minimo di cittadinanza.

Condivido, quindi, la proposta fatta al CNEL dal mio amico Raffaele Morese “contro i contratti pirata” e il “dumping contrattuale” sollecitando l'Assemblea del CNEL - fino a quando una “legge sulla rappresentanza non intervenga” - di decidere che “siano certificati soltanto i contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni presenti nel CNEL e che questi contratti, entro un determinato tempo, debbano avere lo stesso salario minimo definito dalle organizzazioni maggiormente rappresentative di imprese e lavoratori”.

(*) già Segretario Generale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

Da Leporano di Taranto, 29 luglio 2019

 

 

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Sviluppo e lavoro nel basso Lazio e Mezzogiorno

Presidio unitario commercio 350 minDonato Galeone* - Sappiamo che il Governo del nostro Paese – anche a fine anno 2015 – annunciò la “de contribuzione sugli investimenti nel Mezzogiorno” e riconfermò la “esclusione” dagli incentivi per il Sud, l'area del basso Lazio e della provincia di Frosinone dall'area meridionale della penisola e delle isole italiane.

E' riconosciuto ed è sofferto - giorno dopo giorno - il disagio sociale del basso Lazio per il declino economico territoriale che conta circa un terzo della popolazione residente “senza lavoro” e con oltre 10.000 persone sostenute dall'erogato redditto di cittadinanza: 520 euro al mese, per sopravvivere, alla ricerca di un lavoro.

E' riscontrato e conosciuto che siamo agli stessi livelli di reddito e disoccupazione dei giovani e meno giovani residenti nelle confinanti Regioni “meno sviluppate” (Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia) e nelle Regioni “in transizione” (Molise, Abruzzo e Sardegna).

Quattro anni fa, su questo giornale, evidenziai che anche il Governo, presieduto da Matteo Renzi, con il cosiddetto “Masterplan Mezzogiorno” - continuava a escludere il basso Lazio in quanto valutata area non “meno sviluppata” e neppure area “ in transizione di sviluppo” ai livelli delle otto regioni meridionali italiane formalmente inserite dall'ordinamento italiano e comunitario europeo.
Tutta la Regione Lazio veniva esclusa dagli incentivi nazionali ed europei per il Sud : sia con la provincia di Frosinone confinante con Molise e Abruzzo e sia di Latina confinante con la Campania riconosciute e incluse - sin dagli anni '50 - nell'area meno sviluppata del Mezzogiorno italiano.

Anche il recentissimo decreto ANPAL n.178 del 19 aprile 2019 con il “bonus occupazione Mezzogiorno” continua ad escludere tutto il Lazio dallo sgravio contributivo - fino a euro 8.060 annuali - per le assunzioni a tempo indeterminato, prevalentemente, di giovani di età inferiore a 35 per il 2019 e 2020 - con la emblematica spesa di 500 milioni di euro / anno - pensando, così, di incentivare la occupazione e lo sviluppo economico-sociale del Sud.

Mi permetto osservare – anche alla vigilia della manifestazione sindacale per il Mezzogiorno programmata dalla CGIL,CISL e UIL che si svolgerà a Reggio Calabria il 22 giugno – che con le richieste sindacali degli “ incentivi selettivi per stimolare gli investimenti e la occupazione, migliorando anche il bonus assunzioni per tre anni” - dovremmo anche domandarci e riscontrare di “quanto” - gli incentivi pubblici nazionali, regionali ed europei - hanno favorito e del“come” potrà favorire - nei territori - un adeguato e necessario sostegno alle proposte politiche e pratiche di sviluppo locale - “volta a volta più quantitative e meno qualitative” - nel contesto della questione sociale e del lavoro da Roma verso il Sud, compreso il basso Lazio.

Nel merito, continuo a ripensare, di verificare, con le parti sociali, sia le modalità che i tempi ed risultati socioeconomici dell'intervento dello Stato nella promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno, sin dagli anni ' 50, congiunti, alla cessione di aree produttive agricole del basso Lazio dal - “mordi e fuggi” - partendo dalle aree agricole ceduti alla FIAT a Cassino e alle multinazionali farmaceutiche nell'area di Anagni favorite, convenientemente, dall'apertura dell'Autostrada del Sole Roma-Napoli verso Sud negli anni '60.

Così come, oggi, appare urgente osservare, all'indomani delle più profonde crisi economiche delle aree industrializzate occidentali - peraltro sostenute da un “capitalismo finanziario itinerante nel mondo” - il riemergere degli orientamenti della multinazionale FCA nel circuito non solo europeo dell'automobile. Sembra che continui a prevalere l'idea e la visione esclusiva della espansione dei modelli e volumi e nelle strutture produttive dell'automobile nel mondo - incluse quelle italiane e nel sito FCA di Cassino - in una visione multidimensionale di lungo periodo - con casse integrazioni INPS continue e riduzione a qualche settimana di ore lavorate e con scarse conoscenze sugli interventi e piani produttivi territoriali programmabili – ignorando, per quanto sappiamo, sia il Governo italiano e sia la funzione politica e sociale della Regione Lazio. Queste nostre istituzioni italiane non dovrebbero, ancora, ritardare di conoscere, per l'Italia e il Mezzogiorno, gli intendimenti produttivi certi e mondiali della multinazionale FCA.

Cade puntuale e resta ancora attualissima l'osservazione dell'economista Giorgio Sebregondi, almeno per me, che il vero nodo delle politiche per del Mezzogiorno - sottolineava negli anni '50 - “non può non essere che uno sviluppo autoctono e, cioè, non può che partire dalla combinazione dei fattori produttivi presenti in un determinato territorio, così come non può non tenere conto dei condizionamenti sociali, politici, e istituzionali”. Concludeva Sebregondi: “ una politica di sviluppo che non riesca ad essere auto sviluppo di un processo continuo di espansione quantitativa e qualitativa, diviene una imposizione o una elargizione senza seguito, perché, lo sviluppo di una società non può essere né regalata e neppure imposta”.

Ecco, allora, che il vero“sviluppo e lavoro” nel basso Lazio e Mezzogiorno riproposto con la manifestazione il 22 giugno prossimo a Reggio Calabria dalla CGIL, CISL e UIL, resta - ancora oggi - la “grande questione nazionale ed europea” - da trattare consapevolmente, partendo in primo luogo – a mio avviso – dalla complessa “valutazione della natura e dalle ragioni profonde conoscitive dei pluriennali ritardi nello sviluppo del Mezzogiorno”.”.

Si tratta - come in molti sostengono e io tra questi - di iniziare a superare la cultura - necessaria ma non sufficiente - del cosiddetto solo PIL (prodotto interno lordo) differenziale tra Nord e Sud come motivazione di fondo e come parametro di misurazione della efficacia delle politiche nazionali, regionali ed europee.

Perché a monte e nel concreto si dovrebbero affrontare e rilevare con le “comunità locali” le vere “questioni dei ritardi pluriennali cumulati dal dopo Cassa per il Mezzogiorno” nel Sud, coinvolgendo le diversificate aree meridionali abbandonate e in crisi occupazionali e di possibile rilancio economico locale con l'intraprendere produttivo - innovativo e tecnologicamente avanzato sostenibile - nel contesto integrato della domanda di beni e servizi da attivare localmente ma da soddisfare nel mercato globale.

Si tratterebbe, operativamente, di favorire e cofinanziare uno straordinario e articolato pluriennale “piano di sviluppo lavoro Lazio” - più volte solo declamato - mediante mirati e coordinati interventi, definendone sia la gestione che le responsabilità di natura tecnica ed economica: dagli incentivi mirati alle imprese agli interventi di sostegno al reddito di inclusione a lavoro dei disoccupati; dal sostegno all'istruzione fino all'Università e alle politiche sociali.

Coinvolgimento piena e massima trasparenza pubblica, quindi, per ogni tipologia di intervento territoriale, distinguendo chiaramente “la politica assistenziale dovuta alle persone bisognose di aiuto, dagli interventi promozionali per il lavoro e lo sviluppo locale”.

 

 

 

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(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale della CISL Lazio

Riflettendo sulle 10.706 domande di Reddito di cittadinanza

illavoro prima di tutto 360 minDonato Galeone* - Si al lavoro e no a 520 euro per acquisto di solo pane. Il comunicato del Presidente del Comitato INPS di Frosinone, Pietro Meceroni, informa che alla data del 28 maggio 2019 sono state accolte 10.706 domande relative al “reddito di cittadinanza” che ogni famiglia beneficerà, mediamente di “520 euro mensili” appena sufficienti per acquistare il pane nei trenta giorni del mese. Una complessiva erogazione pubblica di 5.567.120 euro.

Sono passati 10 anni - esattamente dal maggio 2009 - che il Comitato Provinciale dell'INPS di Frosinone da me presieduto - segnalava gli “allarmanti” dati relativi alle ore di cassa integrazione richieste e autorizzate dall'INPS pari a 1.047.028 ore (marzo 2009) di cui 910.888 nella gestione ordinaria e 136.140 nella gestione straordinaria.

Sappiamo tutti che sono erogazioni assistenziali di sostegno al reddito già definiti: cassa integrazione, indennità di mobilità e, dal dicembre 2017, reddito di inclusione sociale e, poi, dal 2019 chiamato “reddito di cittadinanza”. Sono tutte, nel concreto, limitate erogazioni che dovrebbero, temporaneamente, integrare il “mancato reddito da lavoro effettivo” - chiamati anche ammortizzatori sociali - ma che tendono ogni giorno, in assenza di lavoro vero, a sostenere umanamente solo sopravvivenze, favorendo le crescenti povertà.

La segnalazione INPS allarmante di 10 anni fa – ricordo bene – venne accolta non solo in forma più che neutrale - tanto nella indifferenza delle istituzioni provinciale e regionale quanto dalle rappresentanze politiche - nonostante pressate da manifestazione popolari davanti alle sedi istituzionali locali e romane.

Se in provincia di Frosinone sono state accolte, al 28 maggio 2019, oltre 10.000 domande che richiedevano 780 euro quale reddito di cittadinanza per sopravvivere, in attesa di lavoro e sono state erogate mediamente circa 500 euro al mese rilevo, purtroppo e ancora, che dal 2009, quelle 10-15.000 famiglie non riuscivano, 10 anni fa, a sopravvivere con le casse integrazioni erogate dall'INPS.

Sottolineavo, non molto ascoltato, che la “questione sociale del sostegno al reddito” andava coniugato - adeguatamente e programmato - con la ripresa del lavoro produttivo vero, non solo a parole o annunciato da normative ed esigenze mercantili, prevedibili certo, con tagli alla occupazione, dopo le casse integrazioni, mediante aggregazioni o fusioni societarie – riferendomi - sia agli accordi FIAT- Chrysler nel comparto metalmeccanico e indotto dell'automobile in ristrutturazione a Cassino e sia al piano industriale chimico- farmaceutico nell'area di Anagni.

Alle due realtà produttive trainanti del basso Lazio che, dopo 10 anni, tendono appena a ridurre il disagio sociale che - sia pure nel contesto di una crisi generalizzata nazionale europea e mondiale – si dovrebbe convenire sulla indispensabilità di elaborare - con le parti sociali sindacali territoriali laziali - un programma funzionale e mirato di “politiche attive del lavoro” altrimenti, sarà illusorio la proclamata inclusione a lavoro e non solo per i beneficiari del reddito di cittadinanza, obbligati a sottoscrivere la ricollocazione in un posto di lavoro.

E anche la generalità dei giovani e meno giovani – non adeguatamente qualificati nelle competenze - sono e saranno a rischio di “occupazione possibile” con l'annunciato e graduale superamento, mediante programmati investimenti privati e pubblici, nella crisi complessa del basso Lazio, pur in presenza del cosiddetto trainante complesso FIAT, dal 2014, multinazionale FCA.

Una realtà produttiva, estesa su oltre 240 ettari di terreno agricolo, da “capitalismo finanziario itinerante” che nel febbraio 2014 – esattamente 5 anni fa e su questo giornale – la descrivevo – sottolineandola - holding FAC tra Fiat e Chrysler, nata a fine gennaio 2014. Un assetto societario, peraltro, nuovo rispetto alle società imprenditoriali multinazionali, in quanto, non aveva uno Stato di riferimento ma una pluralità di attività produttive e di filiali in vari Stati e per competere in un mercato mondiale.

Su questa linea azionaria societaria e produttiva mondiale anche l'annunciata proposta di fusione – poi ritirata – tra FCA-RENAULT doveva avere sede operativa a Parigi e sede legale in Olanda, già sede di FCA sin dal 2014.

Lo conferma - come scrivevo 5 anni fa - che la holding FCA è globale di “capitalismo itinerante” nel mercato globale dell'automobile è stata protagonsita, ancora oggi, sia verso gli azionisti di Renault, direttamente, che indirettamente verso Nissan, pur in presenza del governo francese, non solo quale azionista Renault e con la cauta o nulla attenzione del governo italiano.

Si doveva dare alla proposta di FCA - innanzitutto e subito - una risposta alle attese non solo dei consumatori europei – con offerte innovative di prodotto – nelle sostituzioni delle automobili, certamente in competizione tra i produttori mondiali, ma ancor più, doveva essere la riposta ai consumatori del costituendo terzo gruppo mondiale dopo Wolksvagen e Toyota.

Risulta chiara comunque – saltata al momento la strategica fusione azionaria FCA-Renault – che la ricostruzione globale imprenditoriale ricerca, sempre, le “convenienze profittevoli” da realizzare in luoghi diversi, con pluralità di prodotti innovativi e di riorganizzazione mondiale dei cicli di produzione, mediante una pianificazione di processo, integrato non sovrapponibile, che potrebbe essere, convenientemente, slegato dai territori operativi della multinazionale FCA – non solo in Italia – nella redistribuzione delle proprie fasi di ideazione, progettazione, produzione e vendita del prodotto.

Osservavo già nel 2013 - con la fusione Fiat-Chrysler - che la realtà produttiva FCA, coinvolgendo il basso Lazio nella complessa ed estesa operatività dei vari siti produttivi nel mondo, riproponeva - subito - la massima conoscenza del legame funzionale consolidato e dimostrato nelle produzioni metalmeccaniche indotte “oltre l'automobile” ponendo l'attenzione, alla “componente della dignità del lavoro e della persona umana” che nella concorrenza sia nazionale che nel mercato mondiale - non esiste - in quanto si tratta soltanto di vedere se la merce può essere venduta proficuamente e, cioè, con un corrispondente“guadagno di imprenditore e dell'azionista”tanto al prezzo di mercato corrente, quanto al di sotto di esso.

Se constatiamo, giorno dopo giorno, che il basso Lazio e la provincia di Frosinone sono coinvolte - quanto lo è il Mezzogiorno - da almeno 10 anni nel disagio umano e famigliare per “assenza di lavoro e di sviluppo territoriale” - appare essenziale e subito - rilevare tutte le criticità economiche locali “proponendo e programmando tra parti sociali intermedie associate” un graduale e condiviso “piano di crescita economica e posti di lavoro” che dica: “no” alle 520 euro di sopravvivenza per l'acquisto solo di un paio di chili di pane e “si” al lavoro.

* ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

Tutelare la contrattualità salariale, con legge

paga minima oraria 350 260 minDonato Galeone - Salario dei contratti di lavoro e salario minimo con legge. Ho atteso le conclusioni dell'iniziativa CGIL-CISL-UIL sulla “Cultura del Lavoro e l'Europa” voluta e svoltasi il 6 e 7 maggio a Matera, città e luoghi da me conosciuti - alla guida della CISL provinciale - negli anni 1958-1967.

Ricordo quegli anni difficili e gli altri anni di impegno sindacale a Frosinone e Lazio fino al 1976 e, in quegli anni, ho avuto sempre presenti sia le nostre emigrazioni verso le Americhe del secolo scorso in cerca di lavoro e sia gli effetti del “New Deal” americano lanciato nel 1933 da quel lungimirante Presidente democratico degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, che intese rendere diritti al lavoro e riconoscere anche al “sindacato dei lavoratori e alla contrattazione collettiva del lavoro la reale forza equilibratrice nei confronti del potere economico”. Una svolta coraggiosa che influì fortemente sulla stessa fisionomia dello Stato americano. (E. Duff in “Proprietà privata e concentrazione economica negli Stati Uniti – ottobre 1958 pagina.554)

E nel merito della contrattazione collettiva personalmente, oltre 60 anni fa, presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro di Matera – in attuazione della legge del 14 luglio 1959, n.741 – depositai i contratti collettivi integrativi provinciali di lavoro per “garantire i minimi di trattamento economico e normativo ai lavoratori” della Provincia di Matera.
Quella legge, ebbe dal Parlamento un ampio consenso, perché, rispondendo ad una delle più lunghe attese dei lavoratori, non pretese di dare soluzione definitiva ai molti problemi del mondo del lavoro in trasformazione, ma favorì, la evoluzione sociale italiana - nel pieno rispetto sia della libertà sindacale che della iniziativa primaria - la contrattazione delle condizioni di lavoro - delle organizzazioni rappresentative, associate, dei lavoratori e dei datori di lavoro
Quella legge garantiva a tutti i lavoratori e per tutte le categorie un “minimo di trattamento economico e normativo” per evitare che esso fosse in contrasto con i risultati dell'azione sindacale e determinasse una “disarmonia salariale – possibile – tra il trattamento contrattuale e quello garantito per legge”.

Di fatto, con quella legge, veniva posto l'obbligo, inderogabile, di uniformare alle norme legislative tutti i contenuti dei singoli accordi economici e contratti collettivi, compresi gli Accordi Interconfederali, stipulati dalle organizzazioni sindacali.
Quel Governo e quel Parlamento, di oltre 60 anni fa, nell'adempiere il dovere istituzionale di “garantire a tutti i lavoratori un più sicuro e definito livello minimo di trattamento economico e normativo” riconfermavano e riconoscevano la “primaria validità” dell'azione sindacale nel “regolare le condizioni di lavoro con la contrattazione collettiva”.
Non una propaganda parolaia - oggi giorno corrente - ma un vero, pur parziale, contributo alla “cultura del lavoro italiano nella cultura europea” convenuta tra rappresentanze sociali intermedie - richiamata da CGIL-CISL-UIL in questi giorni anche nella città di Matera - da sostenere ed estendere con legge oltre che rispondente ad una puntuale ricognizione dei trattamenti economici salariali connessi alle normative vigenti e ai livelli produttivi contrattuali, sottoscritti, dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e associazioni dei datori di lavoro più rappresentative a livello nazionale e territoriale.
Potrei concludere con il richiamo al passato e agli anni vissuti a sostegno del lavoro salariato anche da me contrattato, nella dimensione territoriale provinciale regionale, poi esteso con legge dello Stato. Ma, mio avviso, non sarebbe sufficiente, in quanto ritengo, innanzitutto, considerare molto positivo che dal 1959 ad oggi, con il sostegno di milioni di lavoratori, la CGIL-CISL-UIL hanno coperto dalla contrattazione collettiva oltre l'80% del lavoro italiano e quel 15-20% dei “lavori e lavoretti poveri” sono coinvolti sia nel “lavoro nero o nel caporalato” e sia nel cosiddetto “dumping contrattuale” - non sempre controllato dagli organi di vigilanza dello Stato.
Si tratta di falsate coperture contrattuali attivate da organizzazioni di datori di lavoro e gruppi di lavoratori – non rappresentativi - che sottoscrivono forme di “salario a ribasso e tabelle contributive non conforme a tutte le materie del diritto nel lavoro”.

E' stato detto e ripetuto che si è introdotta, in Italia, la tipologia della “contrattazione pirata” - così definita - e che risulterebbe anche raddoppiata in questi ultimi cinque anni, come riscontrato dal CNEL. Tali rapporti in questo ultimo decennio sono stati favoriti, indubbiamente, anche dalla crisi persistente nella ricerca di un qualsiasi lavoro per vivere; dalla crescente disoccupazione e sottoccupazione definita “lavoro a ore flessibile sottopagato e precario” svolto anche in condizioni produttive di scarsa o nessuna sicurezza sul lavoro.
Appare possibile che non soltanto il salario minimo per legge potrà avviare a soluzione il “dumping contrattuale o la contrattazione pirata” ma sarà, certamente, attraverso una mirata e continua organizzazione di vigilanza ispettiva territoriale di verifica sull'applicazione dei contratti e salari oltre alle normative sottoscritte dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dalle organizzazioni dei datori di lavoro maggiormente rappresentative già di fatto riconosciute o da riconoscere, come più volte sollecitato nelle sedi e nelle forme di rappresentanza.

Ed ecco, quindi, l'orientamento che sembra prevalere in queste ultime settimane che è quello di procedere con una “ricognizione consensuale” - in sede di Ministero del Lavoro e Parlamento - della vigente contrattazione collettiva promossa e prodotta, in sintesi, dai corpi intermedi – parti sociali – tra sindacati dei lavoratori più rappresentativi della CGIL-CISL-UIL e le associazioni dei datori di lavoro, quali sottoscrittori dei contratti collettivi di lavoro vigenti intercategoriali – parte normativa e parte economica – entro cui ricostruire mediamente un “salario minimo per legge” da adeguare, volta a volta, alla evoluzione della contrattazione collettiva del lavoro italiano nella dimensione europea.
Se avrà corpo tale orientamento - non solo a mio avviso – si realizzerà una piccola ma importante svolta di “democrazia politica” partecipata per avviare un percorso di “democrazia economica” con la partecipazione dei lavoratori allo sviluppo dei processi produttivi, tecnologicamente innovativi, che “non distruggeranno ma qualificheranno sempre di più il lavoro” verso cui - con la propria umana intelligenza della “persona” - operatore/operatrice - si continuerà a collaborare compensata da un “salario orario contrattuale di comparto e luogo di lavoro sostenuto con legge” nella produzione di beni e servizi domandati dalla società.

Roma, 11 maggio 2019

Primo maggio 2019 per un'Europa sociale del lavoro

lavoro protesta disoccupazione h260 mindi Donato Galeone - La Giornata di Liberazione Nazionale – il 25 aprile dell'Italia – non è passata e non passa per la democrazia italiana, perché è anche giornata vicina al 1°Maggio dei Lavoratori.

E nel 2019 dovrebbero essere due giornate e due date per un “messaggio unitario impegnativo civile e politico” - verso la terza giornata del 26 maggio prossimo - per la “ricostruzione di una Europa dai volti diversi e da una identità plurale democratica”.

Una Europa che deve rispettare le culture europee per farle convivere nel segno della unificante solidarietà sociale - quali premesse fondanti del Trattato di Roma 1957 - nel convenire e praticare “una armonizzazione delle condizioni di vita e di lavoro”.

E il 27 marzo 2017 - sempre a Roma in Campidoglio e dopo 60 anni - i 27 Stati membri dell'Unione Europea dichiaravano che “ insieme siamo determinanti ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità, con una istituzione pubblica in grado di produrre un insieme di beni e servizi sociali fondamentale nel quadro di una economia solidale”.

Il 26 aprile 2019 – a Bruxelles – la Confederazione Europea Sindacale (CES) che rappresenta milioni di lavoratori europei, con CGILCISL-UIL, hanno richiamato il contesto storico europeo che ho appena sintetizzato e, pubblicamente, manifestato e dichiarato che “ oggi l'Europa politica, sociale e contrattuale è l'unico sbocco per orientare in senso progressivo le grandi transazioni in atto, per stabilizzare e pacificare il contesto internazionale, con il garantire alle persone che lavorano sia dignità che tutele e diritti”. “Certamente – hanno sottolineato i sindacati del lavoratori – vi è un cammino da fare: ripartire, con un percorso verso l'integrazione, da rinvigorire, partendo dalle elezioni europee del prossimo maggio 2019”.

Quale Europa

Un'Europa - si disse due anni fa in Campidoglio - che dovrebbe poggiare su quattro pilastri portanti la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, avviata nel 1957:
• un'Europa sicura, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, oltre che determinata nel combattere il terrorismo e la criminalità organizzata;
• un'Europa sostenibile, che generi crescita e occupazione attraverso investimenti;
• un'Europa sociale, che favorisca il progresso economico sociale e che tenga in conto la diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali, lottando contro la disoccupazione, le discriminazioni e le povertà;
• un'Europa forte e pacifica nel mondo, che tenda a promuovere con le diversità culturali, sia stabilità che prosperità, nel suo immediato vicinato ad Est e a Sud ma, anche, in Medio Oriente, in tutta l'Africa e nel mondo.

Una Europa sociale con crescita e lavoro

Sui quattro pilastri - peraltro già conosciuti - mirando verso la “inclusione sociale con la istruzione e la formazione migliore per un lavoro, preservando i patrimoni culturali e promuovendo i valori delle diversità” si deve ristrutturare e mettere a nuovo la costruzione della casa comune degli europei, anche, con l'impegno primario del Parlamento che rinnoveremo il 26 maggio 2019.
Una ristrutturazione necessaria e adeguata per rispondere - quale “Europa Sociale con crescita e Lavoro” - perché non può morire, anzi, deve “assolutamente curarsi ricostituendosi”.
Deve essere l'Europa che mette al centro il LAVORO, lo SVILUPPO, la OCCUPABILTA' e la SICUREZZA SOCIALE dei cittadini europei nella sua voluta casa comune.

Pur rilevando che l'Unione Europea ha garantito la pace alle tre ultime generazioni, riemergono e ritornano rigurgiti erronei di “nazionalismi” che vanno combattuti, con il superarli non solo nell'idea di isolamento comunitario dei cittadini ma, innanzitutto, nella concretezza giornaliera con la disponibilità di “fondi o ammortizzatori sociali straordinari” per fronteggiare la estesa disoccupazione e la occupazione giovanile nei tempi di “transizione” verso la domanda di collocamento a lavoro vero.

Ugualmente e ragionevolmente, peraltro, va respinto ogni attacco sia interno che esterno – propagandato anche in questi giorni – con eccessi non compiutamente lungimiranti verso “sovranità nazionali” profittando del disagio sociale diffuso tra le persone e individuando nell'Europa - strumentalmente - “tutto il malessere sociale” e ignorando - volutamente - ogni documentazione e osservazione decennale, su Italia fanalino sociale di coda in Europa, conosciute e rese pubbliche - dal 2008 al 2017 - anche da me richiamate, in sintesi due settimane fa su questo stesso giornale.

Roma, 29 aprile 2019

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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10 anni di disagio sociale

bandiere cgilcisluil serve piu lavoro 350 260di Donato Galeone* - Nel primo trimestre 2019, tra la manifestazione sindacale CGIL-CISL-UIL di Roma del 9 febbraio conclusa a Piazza San Giovanni e i 10 mesi di Governo definitosi per o di “cambiamento” persiste, ancora, il non tenere presente ed osservare, responsabilmente, quanto è avvenuto, in Italia e in Europa, negli ultimi 10 anni: dal 2008 al 2018.

Mercato del Lavoro 2018

Innanzitutto si dovrebbe discutere sulla rilevata quantificazione della sofferenza sociale in Italia confermata, anche, dalla fonte - “Il mercato del lavoro ISTAT, marzo 2018” - con la persistente“disoccupazione e sottoccupazione” che, nonostante la modesta crescita della “occupazione media” negli ultimi due anni, è certificata una distanza ancora notevole del nostro Paese dai 15 Paesi dell'Unione euro zona: nel 2017 l'occupazione media è stata rispettivamente pari al 57,9% contro il 58,0% di quella italiana.
Quel numero per cento ci dice che l'Italia dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più, rispettivamente, nei settori della sanità, della istruzione e della pubblica amministrazione.
E il dato ufficiale sulla disoccupazione italiana - pari a 11,7% - colloca l'Italia, nel 2017, al terzultimo posto nella graduatoria dei 28 Paesi dell'Unione Europea (media disoccupazione europea al 7,6%).
Anche questo divario ci dice anche che, complessivamente, si dovrebbe tenere in conto le forze di lavoro disponibili a lavorare, potenzialmente impiegabili nel settore produttivo: sono circa 6 milioni di persone, di cui 2,9 milioni disoccupati e 3,1 milioni di forze lavoro potenziali.
Con la crescente disoccupazione aumenta, peraltro, la “sottoccupazione” da Nord a Sud del nostro Paese che raggiunge - nel 2017 - circa 1 milione di occupati “disponibili a lavorare” mediamente 19 ore in più a settimana (il 4,4% degli occupati che corrisponderebbe a circa a 473 mila lavoratori a tempo pieno) E al Sud - in misura maggiore – sono coinvolte sia le donne che i giovani e, sopratutto, gli stranieri.

Lavoro e Istruzione

E' assente ogni discussione su “quando” vi sarà la crescita, non a parole, ma vera e conseguente agli investimenti privati e pubblici programmabili e sostenibili, “come” la domanda di lavoro sarà adeguata ai livelli di istruzione e riqualificazione professionale per corrispondere alle specifiche competenze richieste e quelle possedute dal lavoratore giovane e meno giovane, rilevato che già appare frequente - pur di lavorare per vivere - un sottoutilizzo o sottoccupazione della “persona istruita o meno istruita” - prevalentemente - nel lavoro alberghiero e di ristorazione o nei servizi alle famiglie in maggioranza, tra gli stranieri.
I nostri giovani - in misura crescente di anno in anno - preferiscono un lavoro all'estero constatato che dopo quattro anni dal conseguimento della laurea tra i dottorati di ricerca - circa il 19% - risulta occupato in attività di lavoro più conforme agli studi fatti, sia presso le Università che gli Enti pubblici e di ricerca, rispettivamente nella misura del 13 % e del 7,4% contro il 4,3% e il 2,4% in Italia (fonte ISTAT marzo 2018).

Lavoro nell'Area zona euro e in Italia dal 2008-2018

Sappiamo che il rapporto annuale 2018 - realizzato in collaborazione tra il Ministero del Lavoro, INPS, INAIL, ANPAL e l'ISTAT - è mirato a far conoscere la dinamica del mercato del lavoro in Italia e conosciamo, anche, che l'Area zona euro - pur in presenza di rallentamento della crescita del Prodotto Interno Lordo(PIL) - ha permesso di raggiungere l'aumento congiunturale della occupazione del più 0,3% al terzo trimestre 2018 e una riduzione del tasso di disoccupazione, arrivato all'8,1% nel 2018.
In Italia, pur in presenza di flessioni dei livelli di attività economica, nel secondo trimestre 2018 l'occupazione ha raggiunto il massimo storico di 23,3 milioni di unità e aumenta, lievemente, nel quarto trimestre 2018 del più 0,1% rispetto al trimestre precedente.
Viene, infatti, rilevato che nel 2018, mediamente, il numero degli occupati supera il livello del 2008 di circa 125.000 unità e il tasso di occupazione, ripeto, raggiunge il 58,0%. Ma il tasso di disoccupazione si attesta al 10,6% (meno 0,6 punti in un anno e più 3,9 punti rispetto al 2008).
Inoltre, nei 10 anni, viene ripetutamente osservato - con scarsa lungimiranza e dignità umana del lavoro - che il tessuto produttivo si e profondamente trasformato con tendenze verso la ricomposizione del lavoro dipendente con una crescita dei rapporti a tempo determinato (più 735.000) e la espansione dei rapporti a tempo parziale, spesso involontario anche quello femmnile, favorendo le crescenti povertà.
Nel concreto vissuto di ogni giorno si rileva, da tempo anche nel basso Lazio, che soltanto una parte di lavoratori ultracinquantenni ha raggiunto e superato ampiamente i livelli occupazionali del 2008, mentre per i più giovani la situazione resta critica ancora oggi, quale aspetto da osservare - con la massima attenzione - non solo per il naturale invecchiamento generale ma, anche, in termini di competenze fisiche di queste persone che avanza con l'età nel mercato del lavoro produttivo italiano e laziale.
Altro aspetto, non positivo va segnalato, nello scenario decennale occupazionale di crescita del lavoro temporaneo. E' quello rappresentato dalla “valutazione statistica” dell'effettivo apporto del fattore lavoro misurato dalle “ore lavorate complessivamente”se si tiene in conto che nelle statistiche ISTAT viene considerato occupato – come è noto – anche la persona che ha svolto una sola ora di lavoro nella settimana di riferimento della rilevazione. Sappiamo bene, tutti, che in termini di contribuito alla produzione e al reddito in busta paga, fa differenza notevole tra posizione lavorativa a tempo pieno oppure a orario ridotto.

Linea economica del Governo da cambiare
Per avviare la ripresa, pur graduale, dell'economia nazionale - dal breve richiamo di questi dati sul lavoro da discutere e approfondire, per operare, nella dimensione italiana ed europea - appare evidente il ritardo del nostro Paese, ultimo nella transizione occupazionale, da garantire con ammortizzatori sociali di sostegno al reddito.
Ma il Governo - discutendo velocemente in Parlamento e non ascoltando le proposte delle parti sociali del Paese - continua la decretazione con tante parole urlate in questi 10 mesi sulla” dignità del lavoro, la sicurezza dei cittadini e l'annunciata tassazione definita piatta” pur nella previsione del debito pubblico in aumento.
ll Governo - non può limitare la sua azione con le misure del reddito minimo e pensione minima, che sono buona cosa verso i 5 milioni di poveri cittadini. Perché sappiamo, anche, che oltre la metà di quei cittadini chiede “LAVORO”.
Lavoro che si crea con “una programmata e condivisa linea economica” e una politica attiva di risorse umane pronte e congiunte agli investimenti pubblici e privati, non solo da annunciare ma da sostenere nella concretezza e nel segno della ripresa economica vera, da sud a nord del nostro Paese.

(*) ex Segretario di Frosinone e Regionale CISL Lazio

Roma, 15 aprile 2019

 

 

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Il 3 marzo del PD

  • Pubblicato in Partiti

partito democratico bandiera350 250di Donato Galeone - Le primarie del PD per una guida con intelligenza sociale unitaria. Domenica 3 marzo prossimo, con le primarie del PD, si mira a riavvicinare la generalità dei cittadini italiani al Partito Democratico e indicare una guida aperta alla “intelligenza sociale politica umana” del terzo millennio.

Osserviamo e osservano molti cittadini-elettori che, da tempo, i “partiti ” sono considerati nella loro operatività sociale - ormai ed essenzialmente - inadeguati alla proposta politica e, quindi, tende a prevalere nella opinione pubblica, l'idea che la “forma partito” debba essere oggetto di attenta indagine sociologica nel contesto della scienza politica di una società alla “quarta” fase, evolutiva, tanto nella storia mondiale quanto dell'economia e della cultura umana.

- Tutti sappiamo, sintetizzando, che la fase “prima è stata l'agricoltura” passando da nomade e imparando sia a coltivare la terra che ad allevare gli animali: diventa non più vagante ma stanziale e i inizia a navigare ed esplorare, inventando concetti nuovi, come la proprietà, il denaro, il commercio ed anche il diritto.

- La “seconda è l'industria” che affida non più alla fatica delle braccia umane - anche nella condizione di schiavitù come agli animali da soma e da tiro - la produzione ed i trasporti con la nascita delle macchine: si producono beni, standardizzati e in grandi quantità, nelle fabbriche e la prospettiva delle persone e delle imprese nazionali appare sempre più determinata dal controllo delle tecnologie e dei mezzi di produzione.

- La “terza è l'informazione” che affida il potere nelle mani di quanti hanno maggiori conoscenze capaci di controllare i flussi informativi che contano più del possesso delle risorse e delle loro attrezzature meccanizzate per la trasformazione in prodotti finiti e servizi: la occupazione - cioè il lavoro contrattato e partecipato - già prevalentemente prima agricolo e poi, sopratutto, industriale, tende a prevalere – oggi – nel ricercato settore definito “terziario” che con la “comunicazione” si completa e si qualifica elemento fondamentale della natura umana.

Alvin Toffler, analizzando queste epoche o fasi storiche, le definisce “ondate economiche sociali che non si annullano ma si sovrappongono” ed è proprio la “comunicazione” - che risale a più di cinquemila anni fa – lo dimostra con la “scrittura prima ideografica e poi fonetica in prevalenza”. Cosi come l'agricoltura che cambia e rimane per l'alimentazione umana e animale mentre nell'era dell'informazione tende a innovarsi lo sviluppo dell'industria.

In questo aggiornato e sintetico contesto che viviamo, il 3 marzo le primarie del PD - giornata per la democrazia - potrebbero risultare più o meno affollate, tenuto anche in conto che “appena la metà degli iscritti allo stesso PD” hanno espresso il proprio voto ai candidati per la guida del partito .
Piaccia o no, conosciamo da tempo, il diffuso e crescente atteggiamento di disistima verso i “Partiti Politici” che, peraltro, viene confermato, anche, dalla “caduta di partecipazione elettorale popolare italiana”
Infatti constatiamo e leggiamo che i Italia le “aree del non voto” si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e di 12,6 milioni al Senato della Repubblica, tra astenuti, schede bianche e nulle.
Ed il Censis - rilevando quelle astensioni dal voto del 4 marzo 2018 - aggiunge che “l'area del non voto si presenta in salita”: con l'11,3% del 1968; con il 23,5% del 1996 e con il 29,7% del 2018.
Appare, sociologicamente interessante, sottolineare che quell'elettorato di circa un terzo di non votanti nel marzo 2018, ritengono che “gli attuali partiti politici sono tutti uguali”

Questi dati e orientamenti devono indurre a riflettere, responsabilmente e oggettivamente, pur considerando che la generica e superficiale opinione o convinzione che i Partiti, quali istituzioni costituzionali rappresentative – non è vero – che sono tutti uguali.
Appare chiaro, invece, che “per l'area del non voto è in crisi la rappresentanza” e, quindi, quella stessa rappresentanza non può essere valutata dagli elettori se è eccellente, inefficace o mendace, perché è inesistente.

Purtroppo è vera - in quanto attualizzato da tempo - la qualunquistica presenza improvvisata di liste elettorali cosiddette “civiche” strumentalmente definite “gruppi civici” che negano solo nominalmente di definirsi rappresentanti di “parte o di partito” mediante l'ingannevole tentativo - gravissimo nelle relazioni umane - sia nel disorientare che nel rendere a livelli bassi l'alto valore della politica declamata e praticata, in libertà, dai cittadini.
E non solo verso una parte di elettori dei tradizionali schieramenti convenzionali di destra, sinistra o centro - ma nel cercare, artificiosamente, di escludere e non includere le moltitudini di persone dalle questioni individuali e famigliari vere: quali l'esercizio del diritto al lavoro che manca e il superamento del disagio sociale territoriale crescente delle povertà.

 

A me sembra ragionevole e determinante - elettore al gazebo del 3 marzo - ma penso anche di altri italiani non ancora coinvolti nelle primarie del PD che “debba essere superato il rischio” di volere identificare il coinvolgimento spontaneo di elettori alle primarie PD non come libera scelta individuale e collettiva ma come una “lotta egemonica per la rappresentanza” tanto irriguardosa quanto non rispettosa sia del “pluralismo che dei contenuti politici e programmatici” delle rappresentanze risultante minoritarie nel PD se lasciate inascoltate.

Risulterebbe un atto politico suicida, consumato da una rappresentanza quantitativamente vincente nella guida del PD e una rappresentanza perdente che va ascoltata e resa disponibile in quanto legittimata e responsabile – unitariamente tra i democratici italiani – in presenza di una Italia europea che non dà lavoro ed è in recessione, con prodotto interno lordo ridotto al meno 0,2% nel quarto trimestre 2018; con un fatturato industriale di meno 3,5% rispetto a novembre e meno 7,9% su base annua.
I democratici italiani ed il Paese attendono “una guida unitaria del PD coesa nei contenuti e partecipata” con intelligenza sociale avanzata e collegiale per favorire – anche attraverso le prossime elezioni del Parlamento europeo – un graduale e certo superamento della caduta in recessione economica e sociale.
Una dirigenza unitaria del PD non di facciata ma di credibilità cogente sia in Italia che in Europa, che sappia ricomporre la storia della democrazia economica e della cultura umana del lavoro, mediante una “coltivazione attiva” dell'impegno sociale, verso le “comunità di ogni livello territoriale” considerando che la sfida mondiale del terzo millennio apre alla “conoscenza umana” con le nuove tecnologie informatiche, le innovazioni e la ricerca teorica e pratica.
Ed è proprio il “sentirsi comunità che significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri – sottolineava il Presidente della Repubblica a fine anno 2018 e aggiungeva che “ comunità significa stare dentro un futuro comune da costruire insieme”.

Il 3 marzo 2019 per il PD e per i cittadini italiani – raccogliendo il messaggio di fine anno del Presidente Mattarella – è certamente una giornata di libera partecipazione democratica “rispettosa degli uni verso gli altri, consapevoli degli elementi che uniscono” per contribuire a favorire la democrazia italiana ed europea.
(D.G.)
Roma, 24 febbraio 2019

 

 

 

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