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Fausto Pellecchia

Fausto Pellecchia

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L’antitesi della Formica e della Cicala

CULTURA. PENSIERO

Numerose varianti che alludono a contrastanti insegnamenti morali

di Fausto Pellecchia

1. L’amore che fa parlare e cantare

la cicala e la formica Le nostre opinioni minL’antitesi della cicala e della formica ha avuto numerose varianti che alludono a contrastanti insegnamenti morali, a seconda che il primato venga assegnato all’uno ora all’altro dei due animaletti.

Un mio fraterno amico, nato sulle rive dell’Ellesponto – che, celiando sulle sue origini, diceva di essere la reincarnazione di Diomede, il fido compagno di Ulisse e suo complice nell’escogitazione del cavallo di Troia- nei lunghi pomeriggi estivi trascorsi insieme sulle isole dell’Egeo era particolarmente affascinato dalla partizione corale del canto delle cicale. È stata la sua prorompente, stravagante vivacità intellettuale, che lui stesso, con affabile autoironia, definiva “idioritmica”, a sollecitare la rivisitazione del mito platonico delle cicale. E a farne lo straordinario controcanto etico-esistenziale della consueta celebrazione della formica, icona dell’umiltà e dell’indefessa laboriosità, che Jean La Fontaine, alle soglie della modernità, ha tratto da Esopo e divulgato in forma favolistica.

L’archetipo mitologico che antepone la cicala alla formica trova nel Fedro di Platone la sua più persuasiva motivazione. Due amici conversano sull’amore e sulla bellezza, durante la siesta al canto delle cicale, e ci propongono di concepire l’anima umana come un traino alato tra desideri contrari. È un colloquio un po’ sconclusionato tra due amici che passeggiano fuori delle mura cittadine nella campagna ateniese in una calda giornata estiva. Socrate e Fedro discorrono liberamente sia a proposito dell’amore, della follia, della passione, della bellezza e dell’arte, sia della siesta e del canto delle cicale. Ma leggere (o rileggere) il Fedro di Platone significa soprattutto rituffarsi nel cuore stesso degli interrogativi più decisamente esistenziali della filosofia platonica che concernono la questione del senso dell’esistenza.

La cosa non è, del resto, così consueta in quelle opere che per comodità vengono denominate i «dialoghi» di Platone. Il Fedro fa intervenire soltanto due personaggi: Fedro – del quale non si sa se sia realmente esistito –, e Socrate, il suo amico. Insieme cominciano ad evocare un discorso sull’amore pronunciato dal sofista Lisia, che ha incontrato un clamoroso successo e che, tuttavia, ha destato così profonda meraviglia in Fedro da suscitargli il desiderio di impararlo a memoria per poterlo recitare a memoria. Socrate ironizza: Lisia sa davvero che cos’è l’amore? La parola, cioè il logos, serve forse a stupire gli altri mediante le tecniche e gli artifici retorici o non ha piuttosto il fine di farci conoscere la verità? Ma la questione del valore del discorso permette soprattutto ai due interlocutori di interrogare la natura di ciò che è realmente degno di essere amato.

2. Il mito del cocchio alato e l’apologia della cicala

In realtà, per Socrate, siamo fondamentalmente attratti verso la divinità e l’immortalità, anche se questo slancio si trova sempre più o meno contrastato. Infatti, l’anima umana è essenzialmente contraddittoria, in sé «divina e altrettanto umana», mortale e immortale, celeste e terrestre. Per comprendere meglio questa natura intermedia, Socrate propone di rappresentarla «come una potenza composta per natura da un cocchio alato e da un cocchiere», che deve guidare sia un buon cavallo, attratto dalle altezze celesti dove abitano gli dei, sia un cavallo ribelle che tira in direzione contraria e vorrebbe trascinare l’equipaggio verso la terra. Il ruolo dell’auriga risulta quindi ingrato e difficile, perché è combattuto tra il cavallo motore che rappresenta la parte nobile di noi stessi dotata di una forza di sollevamento, e l’altra che ci carica con la sua pesantezza e la sua inerzia, e che quindi ci impedisce di abbandonarci alla contemplazione dei cieli. Questo è il quadro strutturale della condizione umana.

È in questo contesto che si inserisce un altro mito, situato poco dopo al centro del dialogo, a proposito delle cicale. Rompendo il filo della discussione, Socrate comincia improvvisamente a evocare le cicale che «cantano al di sopra delle nostre teste», che «conversano tra loro» ma che «volgono su di noi lo sguardo».

Segue una breve genealogia celeste delle cicale: «Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, di quelli che vissero prima che nascessero le Muse. Ma quando nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni degli uomini di quel tempo furono colpiti dal piacere al tal punto che, continuando a cantare, trascuravano cibi e bevande, e senza accorgersene morivano. Da loro nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse ricevette il dono di non aver bisogno di cibo fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo e senza bevanda, e così fino alla morte e, dopo, di andare dalle Muse ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori e quale di loro onori […] Della più anziana, Calliope, e di quella che viene dopo di lei, Urania, portano notizia quelli che trascorrono la vita nella filosofia e rendono onore alla musica che è loro propria. Sono queste che, più di tutte le Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini ed umani, mandano un bellissimo suono di voce. Dunque, per molte ragioni, nel mezzogiorno bisogna parlare e non dormire.»

Infine, Socrate ammonisce: se queste cicale ci vedessero cedere alla pigrizia, abbandonarci al loro canto e fare la siesta, precisa Socrate, allora «avrebbero il diritto di ridere di noi» perché ci comporteremmo come animali; ma «se, al contrario, ci vedono conversare e restare insensibili alle loro lusinghe […] allora, compiaciute del nostro atteggiamento, ci accorderanno senza esitazione il privilegio che gli dei permettono loro di accordare agli uomini». Di che privilegio si tratta? Per l’appunto della facoltà di godere del più alto piacere al quale possiamo aspirare, ovvero il piacere della conversazione che ci solleva al di là della nostra natura mortale e corporea per accedere al pensiero puro. Socrate, perciò, conclude: «abbiamo dunque, come vedi, mille ragioni per parlare e per non cedere al torpore meridiano»

3. La formica e la sublimazione della forza-lavoro

Radicale è stato il capovolgimento dei valori operato da Jean La Fontaine che, prendendo spunto dalla favola di Esopo, sembra celebrare nella formica il simbolo originario dell’ideologia capitalistica. Durante l'estate la formica lavora duramente, mettendo da parte le provviste per l'inverno. Invece la cicala tutto il giorno non fa altro che cantare. Arriva l'inverno e la formica, poiché aveva trascorso l’estate accumulando molto cibo, ha di che nutrirsi. Allora la cicala, spinta dalla fame, va dalla formica a chiederle di darle qualcosa da mangiare. La formica le chiese: «Io ho lavorato duramente per accumulare tutto ciò; tu invece, che cosa hai fatto durante l'estate?» «Ho cantato» rispose la cicala. La formica allora esclamò: «E allora adesso balla!»

Una variante senz’altro più conciliante, nella forma di un felice compromesso, si trova nella versione di Michel Piquemal:
«Quell’anno la formica sentì che sarebbe stato un inverno rigido, così durante la bella stagione, lavorò duramente per farsi delle belle provviste. Nel cuore dell’estate faceva un caldo insopportabile e la formica era quasi sul punto di scoraggiarsi. Fortunatamente la sua amica cicala cantava: questo le dava coraggio e sollevava le sue pene. L’inverno fu effettivamente terribile, con burrasche e un vento glaciale. La formica si ricordò allora alla sua amica cicala, che non era stata previdente, ma aveva cantato per la felicità di tutti. Qualcuno del villaggio diceva che era una scervellata. Se ora moriva di fame, peggio per lei! Ma la formica non nutriva rancore. La cicala aveva una voce talmente bella che sarebbe stato un crimine impedirle di cantare. La formica perciò raccolse un grande sacco di provviste e lo portò all’amica. Per ringraziarla, la cicala cantò, solo per lei, una delle sue canzoni più belle!»

Infine, va citata la notevole variante di Gianni Rodari che, a sua volta, reinterpreta e trasforma la versione di Piquemal con una vena di sottile ironia:
«Chiedo scusa alla favola antica/ se non mi piace l’avara formica./ Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala./ […] Ho visto una formica/ in un giorno freddo e triste/ donare alla cicala/ metà delle sue provviste./ Tutto cambia: le nuvole,/le favole, le persone./La formica si fa generosa:/ È una rivoluzione!»

 

 

 

 

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Dell’uso dell’inutile

IL PENSIERO E I SUOI PRODOTTI

Siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall’inutile un nuovo, più consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che è?

di Fausto Pellecchia
Pensiero immaginazione magiche immagini 390 NuovoeUtileSulla inutilità della filosofia, della letteratura e della filologia classica, nonché delle cosiddette “scienze pure” – la cui purezza si misura sulla decisa prevalenza della ricerca, prima e indipendentemente dalle sue possibili ricadute sul piano applicativo – esiste uno sconfinato, permanente dibattito culturale. La purezza, infatti, indica innanzitutto lo sforzo teorico che si indirizza alla comprensione dei meccanismi alla base dei fenomeni naturali e delle loro astrazioni matematiche, prescindendo dalla finalità di una utilizzazione pratica. In questo senso, pura è senz’altro la ricerca svolta dai fisici delle particelle elementari e dai cosmologi, che ereditano dagli antichi filosofi naturalisti il compito di rispondere a domande sull’origine e sul funzionamento dell’Universo e sul suo destino.

Altrettanto puri sono, perciò, molti campi della matematica, nei quali lo studio delle proprietà dei numeri e degli oggetti geometrici dà luogo a osservazioni scientifiche. Il dibattito che concerne principalmente lo studio e l’insegnamento delle suddette discipline teoriche è riassumibile nelle diverse risposte possibili alla domanda: è giusto dedicare ingenti risorse alla ricerca scientifica pura, alla filologia o alla filosofia? E non solo per i costi finanziari ma anche sul piano di un più generale investimento umano, in termini di impegno e di dedizione allo studio che tali discipline richiedono? Perché mai dovremmo sottrarli ai fondi stanziati per la ricerca applicata e per l’apprendimento delle tecnologie produttive, immediatamente utilizzabili? Perché mai ci si dovrebbe dedicare con tanto impegno alla scoperta del bosone Higgs o alla teoria degli anelli dell’algebra astratta? Allo studio della dialettica di Hegel o della questione omerica, invece di pensare a come combattere il cancro?

Naturalmente, questi interrogativi impattano con forza sulla pedagogia sottesa agli ordinamenti didattici delle nostre scuole e sulla formazione dei giovani. La scuola italiana negli ultimi decenni è stata il laboratorio di continue, devastanti controriforme orientate alla marginalizzazione delle “scienze pure”, della filosofia e delle discipline filologiche, per favorire la prevalenza di una formazione “professionalizzante”, incentrata sull’insegnamento delle nuove tecnologie e corroborata dal mitologema dell’alternanza scuola/lavoro, come pegno e promessa del trionfo dell’utilità di un sapere che sia sempre e comunque immediatamente innestabile nei dispositivi sociali della produzione. In esplicita controtendenza rispetto all’attuale clima culturale, prontamente divulgato dalla pedagogia ministeriale, la filosofa Agnes Heller (1929-2019) ha formulato un apparente paradosso: «Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “Prima di tutto, solo cose ‘inutili’, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose» (Solo se sono libera, Castelvecchi, 2017).

Si potrebbe chiosare l’affermazione della filosofa ungherese, con la seguente massima: «Tutto ciò che degrada la cultura, accorcia la strada che conduce alla servitù», giacché solo un sapere che non serve a nulla, può aspirare a diventare, se non un “sapere sovrano”, un sapere propriamente “libero”, esonerato da ogni “servizio” e perciò emancipato da ogni servitù. Quest’idea che percorre in lungo e in largo la tradizione filosofica, si sviluppa lungo il solco negativo della docta ignorantia, cioè di quel sapere interrogante mediante il quale Socrate mette in questione ciò che i cittadini di Atene credono di conoscere, smantellando le false convinzioni su cui poggia l’intera vita della città. Dopo aver attraversato ampie zone del pensiero moderno, essa tocca le sponde più “eversive” del pensiero contemporaneo in Georges Bataille – lungo un tracciato che va dalla lettura hegeliana di Kojève alla decostruzione filosofica di Nietzsche, mobilitando le categorie antropologiche del celebre Saggio sul dono di Marcel Mauss, fino a coivolgere i grandi pensatori novecenteschi, tutti largamente empatici degli sviluppi della logica negativa di Bataille, come Heidegger, Lévinas, Irigaray, ma altresì Deleuze e Derrida.

La leva concettuale dell’estrema torsione del socratismo in Bataille è rappresentata dalla declinazione derisoria dell’idea di “sovranità del sapere”, caratteristica di una soggettività che sfida – al di là di ogni volontà di padronanza (e di competenza), con la serietà del bambino eracliteo, impegnato nel suo instancabile gioco cosmico – l’ordinato mondo adulto che lo attornia, scompaginando, nella giostra vertiginosa del proprio agire sotto l’egida di un gioco dis-propriante e improduttivo, anche la dimensione dell’utile e/o del lavoro.

Dalla logica negativa che sottende la docta ignorantia discende, attraverso il fiume della storia, il tipo ideale che nella modernità assume i connotati dell’ “intellettuale”: un personaggio – come sostiene Edward W. Said (cfr. Dire la verità. Intellettuali e potere, Feltrinelli, 1995) – al quale è affidato il ruolo di colui che “dice la verità” al potere, e perciò, come accadde a Voltaire, si situa ai margini della cultura dominante, destinato a rappresentare la figura dell’outsider, del contestatore, dell’esiliato e del “dilettante”.

Sulla stessa traiettoria di pensiero, si colloca il saggio di Immanuel Kant Il conflitto delle facoltà (1798), l’ultimo di cui il filosofo di Könisberg poté seguire la pubblicazione ancora in vita. Qui Kant sviluppa infatti la tesi, tutt’altro che comoda e conciliante, di un «conflitto della facoltà inferiore con le tre superiori». Le facoltà di cui si discute sono le facoltà universitarie, e precisamente le tre «superiori» (sul piano epistemologico, in quanto conducono a un “sapere positivo”), rappresentate da teologia, giurisprudenza e medicina, in rapporto a quella «inferiore»: la filosofia, che resta nell’orbita dell’autoriflessione dei puri mezzi, senza riferimento alle possibili finalità. Infatti, per Kant, il conflitto è determinato dall’ipotesi che solo la “facoltà inferiore” possa, in linea di diritto, esercitare il ruolo di sentinella critica nel definire l’ordinamento delle facoltà superiori, mentre nell’università del tempo, avveniva esattamente il contrario. La ragione di questo rovesciamento doveva essere ricercata filosoficamente nella struttura stessa della conoscenza razionale. La figura dell’intellettuale nasce, quindi, con l’apertura di quello spazio d’autonomia di pensiero e di vita rispetto alle istituzioni del potere e del sapere che si suole chiamare “illuminismo”, una chiarificazione (Erklärung) autoriflessiva della ragione umana.

Del resto, già nella Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo (1783), Kant, sottolineando la logica negativa che costituisce il principio della critica della ragione, rimanda all’etica filosofica dell’illuminismo, che presuppone «l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. […] Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro». In questo senso, Kant precisa che l’illuminismo «implica molto meno di quanto non immaginino coloro che ritengono che l’illuminismo consista di conoscenze: è piuttosto un principio negativo dell’uso della facoltà di conoscere», il cui fine consiste unicamente nel delimitarne l’ambito di validità.

Recentemente, Andrea Tagliapietra in un saggio su Kant, in consonanza con la pedagogia filosofica di Agnes Heller, ha sostenuto la straordinaria potenza creativa che è dischiusa dal paradosso dell’appropriazione dell’immediatamente inutile: «Se dovessi redigere un manifesto degli studi per la filosofia, di quelli che oggi la cosiddetta riforma dell’Università pretende vengano stilati da ogni corso di laurea della Repubblica, non mentirei. La filosofia non garantisce nessun profilo professionale. Neppure quello del professore di filosofia che, accade sempre più spesso, non ha nemmeno la laurea in questa disciplina. Nel “conflitto delle facoltà”, come già lo chiamava Kant, la filosofia, per la sua povertà e inutilità strumentale, è destinata a soccombere. Medici, ingegneri, avvocati studiano per qualcosa che sopravanza i loro studi, mentre la filosofia è già ciò per cui si studia. Tuttavia, l’inutilità non deve trarre in inganno riguardo alla sua presunta inoffensività. I guerriglieri della filosofia, infatti, imparano a maneggiare l’arma più potente e radicale, quella del pensiero» (“Esser contro” in XÁOS. Giornale di confine, Anno I, n. 1, 2002, bit.ly/3u7g345).

Un altro caso esemplare, da inserire nel paradossale florilegio dell’uso dell’inutile, è descritto da Steve Jobs. Nel suo celeberrimo discorso ai neolaureati dell’Università di Stanford (2014), che culmina nell’esortazione stravagante «Siate affamati, siate folli!», racconta l’episodio determinante della sua biografia intellettuale, quando decise di seguire, per pura curiosità estetica, lungo un tragitto apparentemente obliquo e assolutamente marginale rispetto ai corsi ufficiali del Red College, un seminario sulla calligrafia: «Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. […] Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono».

Se, tuttavia, ci lasciassimo sedurre dalle possenti attrattive dell’immediatamente inutile, anche il gesto anodino della citazione di frasi celebri o dell’invenzione di motti di spirito che compaiono, con sorprendenti combinazioni di immagini, nei tag sui social network, solo in apparenza aderiremmo alla medesima logica. Il premio atteso da questa banale cattura del frammento o dell’immagine è la lusinga dei “mi piace” o dei “cuori” attraverso i quali qualche amico, virtuale o reale, esprime il suo apprezzamento o la sua condivisione. Un gesto che resta comunque debitore della facilità con cui si ricicla la creatività degli altri. Ci si può, infatti, domandare se la pubblicazione istantanea di questi messaggi e dell’iconografia che li accompagna possa essere considerata dal lato della “sovranità” inappropriabile della cultura, a cui dedicarsi nel “tempo libero” – per imprimervi il sigillo della “liberazione” del tempo – o non piuttosto di un’inclinazione che permane fondamentalmente “servile”. L’impulso all’appropriazione e alla trascrizione dei messaggi non denota forse una forma di dipendenza dagli algoritmi che presiedono alla selezione nella rete, e dunque si inscrivono in una faticosa quanto vana ricerca del riconoscimento, anche e soprattutto durante il weekend? Un tag è, o dovrebbe essere, un gesto libero, essenzialmente inutile. Ma il clima spirituale della nostra civiltà ci tende qui una trappola ulteriore e difficilmente aggirabile: siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall’inutile un nuovo, più consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che è? Se ci concediamo qualche settimana di vacanza in riva al mare, è solo per poter ritornare in piena forma alla nostra routine professionale. Se ci sconnettiamo durante il weekend, è per ritrovare l’energia mentale per un più proficuo trattamento delle informazioni durante la settimana lavorativa.

Si può supporre che persino la moda della meditazione corrisponda al bisogno, presso numerosi salariati oberati di lavoro, di armarsi di una strategia adattiva, di dotarsi di una sfera di decompressione per resistere ad alti livelli di stress. La stessa finalità, del resto, presiede anche alle attività sportive praticate per hobby: le nostre passeggiate nei boschi, i nostri silenzi e le nostre contemplazioni solitarie, perfino il nostro entusiasmo per un brano musicale, un poema, un aforisma scritto con lo spray sul muro rischia di essere reimmesso nella macchina degli scambi sociali.

Come suona il noto aforisma di Oscar Wilde: «Toglietemi tutto, tranne il superfluo». Queste massime ci affascinano ma, al tempo stesso, ci spingono a continuare a puntare mediatamente sull’utile attraverso l’inutile, per una sorta di indiretta perversione dell’avidità. Un’autentica ricerca dell’inutile comporterebbe l’accettazione del fatto che certi momenti siano un arricchimento soltanto per noi, che non siano successivamente monetizzabili in alcun modo, che siano vissuti, come intendeva Bataille, in pura perdita (dépense), perché solo così attestano il loro radicamento nella sfera generica dell’umano; che essi appartengano alla nostra esperienza interiore, che eventualmente si abbia voglia di condividerli soltanto con un amico intimo, ma che comportino sempre e soltanto soddisfazioni segrete e clandestine, non condivisibili mediante la diffusione sulle reti social.

E tuttavia, nel trascrivere queste riflessioni, non posso fare a meno di chiedermi: sto tenendo fede al proposito esigente di un autentico disinteresse? Mentre mi rivolgo questa domanda, infatti, mi rendo conto che da questa sommaria riflessione, che avevo scelto di trattenere sospesa nella mia mente, ho appena tratto un articolo…

da micromega.net rubrica Il Rasoio di Occam
27 Giugno 2022

 

 

 

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La NATO arriverà a 130 km da San Pietroburgo

GEOPOLITICA. OPINIONI

Allargamento della NATO a Svezia e Finlandia contro il volere dello zar di Russia

di Fausto Pellecchia
UE StatiMembri più Nato oggi e candidati 390 minOsservando la cartina dell’Europa, si comprende immediatamente perché l’imminente adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato possa condurre all’esasperazione Vladimir Putin. Il mar Baltico, dalla Danimarca, che ne chiude l’accesso a ovest, si distende per 365.000 km quadrati tra la Germania, la Polonia e i Paesi baltici a sud, mentre la Svezia e la Finlandia lo stringono a tenaglia al nord. Infine, ad est, al fondo del golfo di Finlandia, c’è anche la Russia, con San Pietroburgo – città natale di Putin. Quando la Finlandia, con i suoi 1.300 km di frontiera con la Russia, e la Svezia, due paesi ben armati e addestrati, entreranno nell’Alleanza atlantica, il mar Baltico sarà per la Nato nulla più che uno stagno domestico.

Conoscendo la passione che lo stesso Vladimir Vladimirovitch riserva alle vicende storiche della grande Russia, si può immaginare ancor meglio il suo attuale furore. Svezia e Finlandia non sono dei Paesi confinanti qualsiasi per l’Impero russo. Ingaggiando una lunga guerra con la prima, dal 1700 al 1721, Pietro il Grande modernizzò a marce forzate la vecchia Russia patriarcale e contadina, su raccomandazione del suo consigliere, il filosofo Gottfried Leibniz. Putin adora Pietro il Grande. E i russi conoscono a memoria i versi di Aleksandr Sergeevič Puškin su San Pietroburgo: «Da qui noi minacceremo gli Svedesi. Qui, sarà costruita una citta che farà infuriare il nostro superbo vicino. Qui la natura ci ordina di aprire una finestra sull’Europa.» Quanto alla Finlandia, aggredita dall’armata sovietica nel 1939, essa ha tenuto testa al suo vicino e gli ha inflitto perdite memorabili. L’adesione alla Nato della vecchia rivale svedese e dei feroci finlandesi costituisce perciò un intollerabile cruccio per il presidente russo.

Ci si può pertanto chiedere se sia davvero una buona idea quella di versare benzina sul fuoco nel corso di un aperto conflitto. Due cose sembrano tuttavia incontestabili. Innanzitutto, Vladimir Putin è pervenuto ad un risultato inverso rispetto a quanto aveva dichiarato di ripromettersi attaccando l’Ucraina: impedire ad ogni costo alla Nato di avvicinarsi alle frontiere della Russia – anche se non era all’ordine del giorno una imminente adesione dell’Ucraina. Oggi egli si ritrova con due rivali in più in una Alleanza rivitalizzata come mai prima d’ora. Infatti, il processo in corso, oggettivamente, isola e indebolisce la Russia. D’altra parte, però, la guerra con l’Ucraina sembra portare acqua al mulino di Putin, che non cessa di denunciare l’espansione di una Alleanza geograficamente sempre più vicina e incombente per la Russsia. Si tratta, con tutta evidenza, di un argomento capzioso, poiché le candidature finlandesi non precedono, ma segueno la terribile invasione russa dell’Ucraina. Conoscendo il talento retorico di dirigenti putiniani, che spesso e volentieri invertono il ruolo tra gli aggressori e gli aggrediti, tra il prima e il poi, si può essere certi che Putin giustificherà le prossime azioni belliche. dicendo. “Vi avevo avvertuti che la Nato avrebbe cercato di circondarci”.

È dunque davvero necessario ammettere nella Nato i due paesi nordici, anche sapendo che Putin brandirà regolarmente, come inevitabile conseguenza, la minaccia nucleare? A mio parere, bisogna farlo. Innanzituto perché i loro abitanti lo reclamano insistentemente, temendo di essere le prossime vittime nella lista degli obiettivi del Cremlino. Penso che se fossimo al loro posto, chiederemmo la stessa cosa, cioè la protezione di una alleanza costituita da democrazie adeguatamente armate. Non dimentichiamo che non è la Nato che si espande, ma sono due Stati sovrnai che chiedono di entrarvi. Inoltre, se continuassimo ad aver paura di irritare “l’orso russo”, aiutando i popoli che si sentono minacciati o che sono da esso aggrediti, finiremmo per piegarci dinanzi alle sue prevaricazioni – com’è già accaduto in Georgia nel 2008, in Siria nel 2013 e in Ucraina nel 2014. Vladimir Putin, uomo formatosi all’epoca dell’Unione Sovietica, mostra di non saper recedere se non davanti alla forza.

In ogni caso, che si sia favorevoli o contrari rispetto a questa adesione, si può essere sicuri che Putin se ne servirà come pezza d’appoggio per la sua propaganda. Nei suoi Essais (III, 8) già Montaigne osservava che se la cosa più interessante in una discussione fosse l’intento di essere ripresi e di modificare la propria opinione ascoltando quella altrui, «sarebbe assai disagevole attirarvi gli uomini del proprio tempo» in quanto ogni duscussione si nutre segretamente dell’orgoglio di chi vi partecipa. Ma non v’è, tuttavia, alcuna ragione di disperare, continua Schopenhauer nella sua “Arte di averse sempre ragione” (1864), giacché questo comportamento è “la base stessa della natura umana”. La nostra «innata vanità […] non sopporta che la nostra posizione sia falsa e che quella dell’avversario sia corretta». È sufficiente, aggiunge il filosofo, un po’ di malafede. Il piacere di avere ragione ha comunque il soppravvento su ogni altra considerazione.

In questo senso, Vladimir Putin, che monologa invece di dialogare, che non esita ad affermare che il presidente ucraino è un nazista e che sono stati i soldati ucraini a distruggere Mariupol, continuerà ad approfittare di ogni occasione per spiegare a chi voglia intenderlo che il suo Paese è la vittima dei misfatti occidentali. Che lo faccia, dunque, ma che almeno i suoi vicini siano protetti dalle sue prossime “guerre preventive”.

 

 

 

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La sinistra democratica europea e la pregiudiziale anti-Nato

ANALISI, OPINIONI, DIBATTITI

Ma non è ora di liberarsi dagli strascichi “sentimentali” del bipolarismo del XX secolo?

di Fausto Pellecchia
Gregor Gysi, il nuovo presidente della Sinistra europeaQuesta nota, come le altre che seguiranno, è innanzitutto lo sfogo di un malessere e di un disagio crescenti che l’evento tragico dell’aggressione russa all’Ucraina ha innescato lungo il solco della mia antica adesione ideale alla cultura politica della sinistra italiana. Adesione che, se ancora sopravvive nel desolante ingombro di macerie ideologiche che delimitano il campo della sinistra democratica, è unicamente debitrice alla voce e al coraggio di testimoni esemplari che hanno misurato l’ampiezza della crisi.
Una di queste voci è senz’altro quella di Gregor Gysi, l’ultimo presidente del Partito Socialista Unificato nella ex Germania orientale, oggi esponente di spicco della Linke. Nelle prime settimane del conflitto, in un’intervista al giornale conservatore Die Welt, riferendosi alla politica anti-Nato della Linke, Gysi con dirompente spirito autocritico ha dichiarato: «Se fossimo stati noi al governo [e avessimo ottenuto la fuoriuscita della Germania dalla Nato] sarebbe stata una catastrofe»

D’altra parte, dopo le ultime elezioni tedesche (2021), che la Linke potesse entrare in una coalizione di governo era considerato un evento più che probabile. Il candidato della SPD, Olaf Scholz, oggi cancelliere sostenuto da una coalizione con Liberali e Verdi, non ha mai pregiudizialmente escluso l’ipotesi di un’alleanza con la sinistra. Tuttavia, il progetto tramontò all’indomani del voto, poiché la Linke ottenne un risultato elettorale molto deludente. Più recentemente, il tema della maturazione della Linke come possibile forza di governo è stato riproposto in numerose interviste da Gregor Gysi, sullo sfondo della sanguinosa invasione dell’Ucraina intrapresa da Vladimir Putin. Nel contesto sempre più drammatico della guerra, la Linke ha dovuto misurarsi con una serie di dilemmi strategici, gli stessi che hanno stimolato un acceso dibattito anche nella sinitstra italiana (ed europea): quale posizione assumere rispetto all’invasione della Russia? Quali interpretazioni politiche e storiche dare alla guerra di Putin? E infine: è opportuno sostenere l’Ucraina con l’invio di armi?

La questione peraltro è complicata dalle fittissime ed ancora perduranti relazioni politiche, culturali ed economiche con la Russia di Putin. Il principale partito di maggioranza, la SPD, non ha mai fatto mistero della cointeressenza che la lega alla Russia di Putin. Basti pensare che Gerhard Schröder, ex cancelliere socialdemocratico, è da anni membro dei consigli di amministrazione di industrie di stato russe e, più in generale, che tutti i governi tedeschi degli ultimi anni hanno fatto affari con Mosca.
Egualmente vincolante, ma di natura squisitamente politica, è l’interdizione impressa sulla Linke in ragione dei suoi orientamenti di politica estera, che la qualificano come un partito che ha sempre fatto della critica severa alla NATO un punto irrinunciabile del suo programma politico. Del resto, uno dei principali motivi per cui i socialdemocratici e i Verdi non sono riusciti a formare un governo federale con la Linke – anche quando ne avevano i numeri, come nelle elezioni del 2013 – è stato proprio l’incompatibilità dei rispettivi programmi in politica estera.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e il dibattito nel Bundestag hanno nuovamente rinfocolato le posizioni fortemente critiche della Linke in rapporto all’alleanza nord-atlantica che hanno funzionato come premessa dell’avvicinamento alla politica di Putin. L’eccitazione della polemica antiatlantica ha sospinto la Linke verso una forma di giustificazione dell’invasione russa all’Ucraina, tanto da indurre Gregor Gysi a prendere posizioni fortemente discordanti da quelle del suo partito.
In una seduta straordinaria del Bundestag sulla invasione dell’Ucraina, la Linke ha esplicitamente criticato il governo, la NATO e le sanzioni economiche che puniscono ingiustamente il popolo russo. Inoltre, nella dichiarazione di opposizione della Linke rispetto alla risoluzione del governo, sostenuta anche dall’Unione europea, non si fa alcun accenno alla situazione problematica del popolo ucraino.

Da qui prende spunto la lettera di durissimo dissenso indirizzata da Gregor Gysi all’attuale dirigenza del suo partito, di cui mi limito a riportare alcuni stralci:
«Vi opponete fermamente – scrive Gysi - all’invio di armi all’Ucraina da parte della Germania, senza tuttavia fare riferimento alla particolare storia della Germania, facendo apparire questa presa di posizione come tipica della sinistra. Questo implicherebbe che la sinistra in Francia, nel Regno Unito così come in altri Paesi dovrebbe escludere l’invio di armi all’Ucraina. Con ciò voi negate all’Ucraina, il diritto di difesa e, indirettamente, proponete una resa incondizionata al suo aggressore. Io sono di un’idea completamente diversa: bisogna sempre concedere ai Paesi aggrediti il diritto all’autodifesa. Naturalmente, questo principio doveva applicarsi anche in Iraq, quando gli Stati Uniti lanciarono un’aggressione illegitimma a quel Paese, contro la quale giustamente insorse la protesta della Linke e di altri movimenti democratici. Analogamente, tutti i Paesi aggrediti da Hitler avevano il diritto a opporsi. Esiste un riconoscimento generale del diritto all’autodifesa dei paesi aggrediti […] Ciò che più mi sconvolge nella vostra dichiarazione è la totale mancanza di empatia verso i morti, i feriti e la sofferenza».

Ma la parte più interessante del messaggio di Gysi concerne l’avversione ideologica alla Nato che connota strutturalmente i programmi delle sinistre europee, e che gli imprevedibili avvenimenti bellici in Ucraina si sono incaricati di smentire, rinnovando il senso di una alleanza che sembrava ormai definitivamente obsoleta e pronta per essere sostituita da altri, più agili e più articolati meccanismi di difesa comune:
«Voi siete soltanto interessati – prosegue Gysi - a salvare la vostra vecchia ideologia. La NATO è il male, gli USA sono il male, il governo federale è il male e con ciò la questione è chiusa. Non dovremmo anche noi riflettere su noi stessi e prendere atto di una certa cesura storica? Naturalmente conosco le violazioni del diritto internazionale della NATO e dei membri della NATO. Ero a Belgrado quando la NATO ha attaccato la Jugoslavia. Il diritto internazionale non fa differenza tra democrazia e dittatura: non esistono buone o cattive guerre, ma soltanto attacchi vietati – e guerre di difesa consentite. Perciò, in base a tale criterio del diritto internazionale, alla NATO non si può addebitare alcun errore che giustificherebbe la guerra della Russia. Per questo motivo, le ragioni storico-ideologiche che la Russia di Putin ha invocato per giustificare l’invasione, non hanno il ruolo che voi le attribuite. Di fatto, Putin ha contraddetto anche la nostra posizione, contraria a un allargamento della NATO a Est, giacché è chiaro che non avrebbe attaccato l’Ucraina se essa fosse stata membro della NATO. Per questo, del resto, anche i governi della Svezia e della Finlandia chiedono con urgenza di diventare membri della NATO. Anche in questo senso, Putin ha provocato una catastrofe. Certamente, può darsi che non si sarebbe arrivati a questa ‘escalation’, se la NATO, dopo il 1990, non avesse accolto le deliberazioni di 14 Stati. Ma ora Putin sta favorendo esattamente il prevalere di un’opinione contraria in più governi europei. Prossimamente discuteremo quale altra politica dopo la fine della guerra fredda, avrebbe potuto evitare una simile ‘escalation’ fino all’attacco della Russia contro l’Ucraina. Ma ora non è il momento di soffermarsi nell’analisi delle distinte posizioni assunte. La Russia deve essere fermata. Il pensiero imperialista di Putin è catastrofico e deve essere coerentemente contrastato»

La parole di Gysi aprono uno squarcio di verità e hanno il merito di mettere in evidenza un limite nell’interpretazione della guerra in corso che, in Italia, Gianni Cuperlo ha definito ‘problema della sinistra con le armi’: “Se quel popolo invoca aiuto anche militare per non soccombere e per spingere l’aggressore a recedere dalla via imboccata, è legittimo garantire quell'aiuto? La risposta di molti, io tra tanti, è sì, quell’aiuto va garantito ... Il punto è che nulla giustifica l’invasione dell’Ucraina, l’uccisione di donne, bambini, ed è su questo che siamo chiamati a misurare il sostegno alla resistenza di un territorio martoriato” (Domani 23.3.2022). Anche Sergio Cofferati si è posto la domanda: «Che sinistra è una sinistra che non è solidale con un popolo aggredito e che non cerca di aiutarlo in tutti i modi? Pensiamo al nostro passato, alla Resistenza: senza gli aiuti, le armi e l’intervento degli altri Paesi non ci saremmo mai liberati dal fascismo e dal nazismo» (Corriere della Sera, 27.3.2022). Il problema, evidentemente, non è la divisa di pacifismo radicale, quanto astratto, né i limiti e la fitta sequenza di errori commessi NATO in altri territori di guerra (del resto l’ingresso dell’Ucraina nella NATO è da anni fuori dalle opzioni possibili), quanto piuttosto comprendere l’eccezionalità dell’invasione russa in Ucraina.

La guerra, per definizione, porta a polarizzazioni e decisioni scomode non solo dal punto di vista strettamente politico ma anche etico-morale. L’invio delle armi all’Ucraina è un tema rispetto al quale qualunque cosa si decida, non sarà mai una decisione completamente soddisfacente. Resterà indelibato comunque un residuo di incertezza e di dubbio.
Conviene, perciò, esaminare partitamente le ragioni della contrarietà dell’invio di armi. Al fondo essa poggia su tre convinzioni politico-strategiche: a) sostenere militarmente l’Ucraina comporta il rischio concreto di una radicalizzazione del conflitto (fino all’uso dell’arsenale nucleare) con un probabile incontrollato allargamento dello scenario di guerra; b) il conflitto in corso non è tanto tra russi e ucraini, ma mostra i lineamenti di una collisione geo-politica tra Stati Uniti e Russia ed, infine, c) il raggiungimento della pace può avvenire esclusivamente tramite il rafforzamento della mediazione politica e diplomatica.

Il limite di questa lettura è che non prende in considerazione un dato storico incontrovertibile. L’invasione russa iniziata il 24 febbraio scorso è già la seconda invasione dell’Ucraina. Nel 2014, la Russia ha invaso e annesso la Crimea e ha tentato, invano, anche l’annessione del Donbass. Allora si decise di avere una linea conciliante, contenuta nei limiti di un confronto diplomatico nei confronti di Putin. Il risultato è stato un nuovo conflitto, una nuova invasione ben più grave e su larga scala. Oltre all’invasione del 2014, non si deve inoltre dimenticare l’invasione dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia in Georgia. Ricollocate nel loro contesto storico, le azioni di Putin delineano pertanto un disegno neoimperiale che, ispirandosi alle nostalgie della “guerra fredda” tra URSS e USA, punta sull’apertura di una “pace calda”, fatta di guerre ibride, combattute per procura. Risulta, dunque tanto più evidente che la Russia di Putin debba essere fermata ora, così come ricorda Gregor Gysi.
Se così non fosse, non solo ci sarebbe da temere per l’ Ucraina dello sterminio di uno stato e di un popolo, ma anche di un inesorabile allargamento del conflitto; non tanto in Polonia, come viene spesso ricordato, quanto piuttosto in Moldavia, dove la Transnistria, una piccola repubblica russa, rivendica la propria indipendenza.
Per questo è assolutamente importante che la sinistra europea porti definitivamente a compimento il lavoro del lutto, superando il riflesso condizionato che le proviene dalle radici bolsceviche dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino.
È difficile per la sinistra stare dalla stessa parte del mainstream. In questi casi, prevale troppo spesso la sensazione di perdere il filo della propria identità storico-ideologica, di sottrarsi alla fedeltà richiesta dalla lotta, giacché coalizzandoci contro un attore dichiaratamente criminale (Putin), si finisce per contribuire a rafforzare il suo nemico, che anch’esso ha spesso assunto le fattezze del “grande delinquente” (Nato), permettendogli di apparire come buono e salvifico.

Dal 1917, questo è stato il caso della sinistra occidentale in rapporto con il blocco internazionale della Russia sovietica. Prima del 1917, la sinistra vedeva l’autocrazia zarista come l’apice della reazione autoritaria, un atteggiamento che ha facilitato la strada ai partiti socialisti dei nemici della Russia favorendo la decisione di impegnarsi nella prima guerra mondiale. Ma fin dalla rivoluzione russa, la sinistra democratica ha sempre mostrato grande cautela nell’unirsi a qualsiasi condanna borghese occidentale dell’URSS, nonostante non abbia risparmiato le sue obiezioni spesso feroci allo stalinismo o alla repressione della democrazia interna dell’Unione sovietica.

Ma non è giunto finalmente il momento di liberarsi da questi strascichi “sentimentali” del bipolarismo del secolo scorso, per prendere atto dei profondi cambiamenti epocali intervenuti nel frattempo, e per rinnovare finalmente gli strumenti dell’analisi politica, in concomitanza con i nuovi assetti socio-economici del secolo XXI? Gysi sostiene che siamo ormai già nell’urgenza di un rinnovamento al limite del tempo massimo consentito. Ed io credo che abbia sostanzialmente ragione.

Ideologie di guerra: denazificare l’Ucraina?

 GUERRA RUSSIA-UCRAINA

 Qui non è in gioco uno scontro ideologico ma geopolitico

di Fausto Pellecchia
trincee nel Dobass 390 minNella “selva oscura” della disinformatia che ricopre l’invasione russa dell’Ucraina, accanto alle notizie frammentarie delle agenzie di stampa e dei reporter inviati al fronte, prolifica un inestricabile intreccio di fake news, manipolazioni propagandistiche e utopistici appelli per un immediato “cessate il fuoco” e per l’avvio dei negoziati, puntualmente disattesi e rigettati dallo zar del Cremlino. In questo clima di impenetrabili mistificazioni che dilaniano le già disiecta membra della sinistra italiana , croce e delizia dei “complessisti” nostrani, si innalza il vociare confuso degli intellettuali che si autoproclamano “pacifisti ad oltranza” il cui esasperato “problematicismo” viene spacciato come feconda, superiore equidistanza dalla narrazione corrente, a sostegno di una cultura del dubbio e dell’interrogazione critica rivolta alle dogmatiche certezze del cosiddetto pensiero unico.

Ora è del tutto evidente che tutti noi vogliamo la pace, ma gli appelli astratti alla pace non bastano: la “pace” non è più un termine che ci permetta di tracciare una linea di divisione essenziale. Resta infatti aperta la questione delle condizioni che rendano fin d’ora possibile una trattativa negoziale tra le parti in conflitto in grado di preparare nel prossimo futuro una pace duratura. È facile obiettare, infatti, che la “pace” di cui si fa parola come obiettivo ideale universale ha conosciuto nel ‘900 accezioni semantiche spesso discordanti e contraddittorie. È certo innegabile che gli eserciti occupanti desiderano sinceramente la pacificazione dei conflitti sul territorio che è stato militarlmente (e illegittimamente) occupato. Ad esempio, Israele vuole la pace in Cisgiordania, la Russia è in “missione speciale” per la pace in Ucraina. Giustamente, Etienne Balibar ha affermato in maniera volutamente brutale e provocatoria: “Il pacifismo non è un’opzione”. Nei primi decenni del sec. XX, Lenin pensava ancora che una grande guerra avrebbe potuto creare le condizioni di una rivoluzione; a distanza di un secolo, al contrio, abbiamo bisogno di una specie di rivoluzione per impedire la prosecuzione della guerra. Bisogna prevenire l’apocalisse di nuova Grande guerra , ma il solo mezzo per pervenirvi passa attraverso una mobilitazione totale contro la finta “pace” di oggi, che non può non incoraggiare guerre locali disseminate nelle zone “calde” del pianeta. Tanto per citare un dato significativo: dopo la caduta dell’URSS, Cuba ha proclamato un “Periodo speciale in tempo di pace”, nel quale si recensiscono le eventuali condizioni delle guerre locali (fredde o calde che siano) in un tempo di pace. Ed è forse questa l’espressione che vorremmo impiegare oggi: siamo sul punto di entrare in un periodo specialissimo del tempo di pace, che si presenta come una prosecuzione della guerra fredda nella forma di una “pace calda”, cioè di una guerra ibrida permanente.

Un dato ci pare tuttavia innegabile: certo: fino alla guerra attualmente in corso, la grande maggioranza delle persone in UcrainaUcraina guerra 390 min era bilingue, passava disinvoltamente dal russo all’ucraino e viceversa. L’invasione russa ha favorito non solo il ricompattarsi sul piano politico dell’Europa occidentale, ma ha altresì ridato uno slancio formidabile a ciò che la Russia rifiuta, cioè all’esistenza di una identità ucraina radicalmente distinta dall’identità russa. È la prosecuzione del processo di “ucrainizzazione” represso fin dal 1920, all’epoca della costruzione dell’URSS, e che ritorna un secolo dopo, questa volta con una differente connotazione politica.

È in questo snodo epocale che si inserisce la “vexata quaestio” della nazificazione dell’identità ucraina che la Federazione Russa ha assunto come comodo alibi per giustificare l’invasione militare, presentandola come una operazione militare di denazificazione, perfettamente omologa all’ “esportazione della democrazia” come finalità perseguita dagli USA e dagli Stati europei per giustificare gli interventi in Kossovo, in Afghanistan, in Iraq, Libia ecc.
Certamente, non si può sottacere che alcune azioni compiute dai governi ucraini e da alcuni Stati baltici nel corso degli ultimi decenni sono addebitabili all’insorgenza dell’ideologia nazista: esemplare è stata la riabilitazione di molti collaborazionisti (nelle liquidazioni di massa di ebrei e di prigionieri russi), celebrati come eroi tutelari della resistenza anticomunista. Il neonazismo di alcune formazioni ucraine, infatti, ha avuto, innanzitutto e per lo più, un significato reattivo, presentandosi come viatico simbolico dell’emancipazione politica dell’Ucraina dal dominio dell’Unione Sovietica, e successivamente, dopo la caduta dell’URSS, come veicolo dell’identità nazionale ucraina in funzione antirussa.

Per evitare un fatale fraintendimento, questi trascorsi non implicano nessun tipo di relativismo assolutorio dell’invasione russa, l’olimpica equidistanza sancita dall’adagio populista “nessuno ha le mani pulite…”. La Russia ha compiuto un atto orribile e inimmaginabile: ha brutalmente attaccato un paese indipendente, macchiandosi di crimini di guerra contro la popolazione civile. Questa è la verità dalla quale, salvo ipocriti scivolamenti ideologici, non è possibile né lecito discostarsi.
Nella sua brillante analisi degli imbrogli delle rivoluzioni europee moderne che sono poi sfociate nello stalinismo, il filosofo Jean-Claude Milner insiste sul fossato radicale che divide l’esattezza (= la verità fattuale, la precisione dei fatti) e la Verità (la Causa per la quale ci impegniamo) : “Quando si ammette la radicale differenza tra esattezza e verità, resta una sola massima etica: non contrapporle mai. Non fare mai dell’inesattezza e della mistificazione il mezzo privilegiato degli effetti di verità. Il che equivale a non trasformare mai questi effetti in sottoprodotti della menzogna. Non fare mai del reale (e della sua indistricabile “complessità”) uno strumento di conquista della realtà”.

Molti analisti fanno risalire quello che sta accadendo in Ucraina in queste ore alle proteste antirusse e pro-Europa di piazza Maidan del 2014. In quella piazza erano presenti anche non pochi esponenti di forze di estrema destra, se non espressamente neonaziste. Che ruolo hanno svolto allora queste forze?
In verità, con la rivolta di Maidan, il panorama del nazismo ucraino si è alquanto frastagliato. Tradizionalmente la formazioneok triincee GettyImages 350 min egemone in quest’area politica è il partito neonazista Svoboda, la formazione più antica, fondata nel 1991 quando si chiamava Partito Socialnazionalista d’Ucraina. È però a partire dal 2004, quando ha assunto la denominazione Svoboda, che ha iniziato a rafforzarsi. Il suo logo è una runa utilizzata dalle SS come mostrina militare (il gancio di Lupo), che è anche un simbolo del neofascismo e neonazismo a livello mondiale, spesso utilizzato in Italia per esempio da Forza Nuova e da Casa Pound. Il loro primo exploit avviene nelle elezioni parlamentari del 2012. Si tratta del periodo in cui si consolida la virata verso la Russia dell’Ucraina con Yanukovich che ha avuto un ruolo di primo piano dal 2002 ed è diventato presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014: una sorta di eterno leader di grande fedeltà putiniana. Risale a quel periodo, per esempio, l’accordo di Kharkov che concedeva ai russi delle basi navali, come quella di Sebastopoli. È qui che inizia la forte polemica antirussa, perché si aveva la sensazione di un paese quasi occupato dai russi. Svoboda cavalcò l’opposizione a Yanukovic auspicandone anche più volte l’impeachment e chiedendo per esempio di chiudere le basi navali russe aperte con l’accordo di Kharkov. Nel 2012 questa campagna antirussa molto brutale fruttò il 10,4% dei voti con 38 deputati. A Maidan poi faranno la parte del leone, tanto è vero che dopo la rivolta diventano in breve tempo una delle forze a sostegno del governo provvisorio, ottenendo dunque un riconoscimento politico da parte del post-Maidan. Stiamo parlando di un partito autoritario, neonazista, omofobo, xenofobo, che sostiene il diritto di portare le armi, chiede l’abolizione dell’aborto ecc..

Già a partire dal 2010, i dirigenti di Svoboda compiono una radicale svolta ideologica, diventando sostenitori dell’entrata dell’Ucraina nella NATO, in funzione naturalmente antirussa. Ed è canalizando questo diffuso sentimento antirusso che si rafforzano e riescono ad entrare nel governo provvisorio. Ma si tratta di una bolla destinata a sgonfiarsi presto. Poroshenko li caccia via rapidamente e questo rappresenta la fine di Svoboda che alle elezioni del 2019 si colloca appena al 2,15% dei suffragi ottenendo un solo deputato, il loro leader Oleh Jaroslavovyč Tjahnybok. Anche se è ancora presente in alcuni parlamenti regionali ed è piuttosto radicata in un quartiere di Kiev, stiamo dunque parlando di un partito oggi molto piccolo, che però è stato molto abile a capitalizzare il sentimento antirusso grandemente diffuso in Ucraina.

Il rapido tramonto politico di Svoboda è stato in seguito surrogato dalla nascita della formazione paramilitare e neonazista di Pravy Sektor. Si tratta di milizie informali, tollerate se non addirittura sfruttate dall’esercito ucraino per contenere i separatisti, piuttosto ben equipaggiate (da chi non è dato sapere…) e che ricevono rinforzi anche da combattenti neonazisti provenienti dal resto d’Europa. Un ruolo centrale nel ventaglio delle milizie informali, impegnate nella resistenza ucraina all’invasione russa, è occupato dal famigerato battaglione Azov, la cui composizione è costituita da gruppi volontari provenienti da partiti e movimenti politici legati all'estrema destra ucraina e integrati da volontari d'ispirazione nazifascista e neonazista provenienti anche da diversi paesi europei tra cui Italia, Francia, Spagna e Svezia. che si sta accreditando come una delle principali forze della resistenza ucraina all’invasione russa.

La Russia, intervenendo attraverso i suoi accoliti in Bosnia e in Kosovo e Lavrov una volta ha detto che l'unica soluzione definitiva sarebbe smilitarizzare tutta l'Europa, e dopo provvederebbe la Russia a mantenere la pace con interventi umanitari occasionali. Teorie del genere abbondano nella stampa russa: Dmitrij Evstafiev, commentatore e opinionista politico, ha dichiarato in un'intervista a un giornale croato: "È nata una nuova Russia che vi dice senza mezzi termini che nolaltra verita di Odessa non incidente ma stragen percepisce voi, l'Europa, come un partner. La Russia ha tre partner: Stati Uniti, Cina e India. Voi per noi siete un trofeo da dividere fra noi e gli americani. Non avete ancora capito questa cosa, ma ci stiamo avvicinando". Dal canto suo, Dugin, il filosofo di corte di Putin, ha ancorato questa posizione a una curiosa versione del relativismo storicista: "Il postmodernismo dimostra che ogni cosiddetta verità dipende dal crederci oppure no. Noi crediamo in quello che facciamo, crediamo in quello che diciamo. E questo è l'unico modo di definire la realtà. Abbiamo la nostra verità russa specifica, che voi dovete accettare. Se gli Stati Uniti non vogliono dare il via a una guerra, devono riconoscere che non sono più un padrone unico". E con la situazione in Siria e in Ucraina, la Russia dice: "No, non siete più voi che comandate. Questa è la questione di chi governa il mondo. Solo la guerra può realmente decidere".

D’altra parte, i gruppi neonazisti superstiti, dopo la svolta atlantista ed europeista, per quanto solo strumentale in chiave antirussa, si allonanano sempre più dalle altre forze di estrema destra europee. Infatti, tutte le forze che erano state loro alleate fino ad allora – da Fiamma Tricolore e Fratelli d’Italia a Forza Nuova, passando per il British National Party e al Partido Nacional Renovador portoghese – erano tutti fortemente anti-Nato e, a partire più o meno dal 2014, filo-Putin. È in quel momento, infatti, che si crea questa nuova famiglia sovranista europea affascinata da Putin, che va da Salvini a Le Pen. Non si tratta però di un fascino puramente ideologico: dietro ci sono anche precisi interessi: basti pensare all’associazione filoleghista di Amicizia Italia Russia fatta da imprenditori lombardi o ai chiacchierati legami di Salvini con il mondo russo o ancora all’enorme fideiussione che, è emerso, ha avuto Le Pen per ben due campagne presidenziali da parte di finanziarie russe. Per non parlare nel 2019 dello scandalo che ha coinvolto il sovranista austriaco Christian Strache e alcuni oligarchi russi, costatogli la fine della sua avventura di governo.

Perciò, nonostante la svolta ideologica, alla luce dell’invasione dell’Ucraina - che naturalmente rinfocola i sentimenti antirussi della popolazione- queste formazioni non possono realisticamente aspirare a ricoprire un ruolo di primo piano come ai tempi del Maidan. È sufficiente tener conto della forte disparità delle forze in campo: un conto è scontrarsi sulle barricate con la polizia a Maidan o anche con le milizie filorusse nel Donbass, tutt’altra cosa è affrontare l’esercito russo, la sua artiglieria pesante, la sua aviazione e le sue dotazioni missilistiche.
Del resto, formazioni e gruppi neonazisti si sono radicati anche in Russia, a partiree dalla regione del Donbass, come il battaglione mercenario “Wagner” che affianca l’esercito russo e come è testimoniato dalle teorie xenofobe sulla necessità di una pulizia etnica, preparata dai sogni pericolosi dei poeti e dei pensatori (nel caso della Russsia, dai libri del teorico nazionalista Alexandre
nuevo orden pax mundi 390 minDouguine e i film di Nikita Mikhalkov.

Perciò niente di meno attendibile di ciò che la retorica ideologica di Putin rivendica come la principale motivazione per giustificare l’ invasione: quella di voler “denazificare” l’Ucraina con metodi che appaiono contigui al medesimo ceppo ideologico nazi-fascista, in chiave imperial-nazionalista. La sublimazione di questa nuova “grande guerra patriottica”. Nel discorso di Putin l’epoca zarista, l’Unione sovietica e la sua coatta pacificazione autocratica si uniscono nella grande narrazione storica del secolare imperialismo russo.

Ma questo disegno egemone non ha alcun rapporto con la pretesa “denazificazione” dell’Ucraina, che non è affatto nazificata, pur avendo certamente una presenza di forze neonaziste. Qui non è in gioco uno scontro ideologico ma geopolitico. Del resto, chi potrebbe legittimamente invocare un’operazione di “defascistizzazione” dell’Italia dove le forze di estrema destra, alimentate e protette da partiti come Fratelli d’Italia e la Lega (che riscuotono oltre il 40% dei consensi)? Resta peraltro inevasa la domanda fondamentale: che cosa spinge i paesi dell’ex patto di Varsavia, insieme ai paesi di antica neutralità come la Svizzera, la Finlandia, la Svezia a chiedere l’ingresso nella Nato, se non il terrore di essere assorbiti nell’orbita della Federazione russa, sacrificando la loro indipendenza e la loro costituzione liberal-democratica?

 

 

 

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Lettera di un guerrafondaio

 

Autosospeso dall’ANPI di Cassino

di Fausto Pellecchia
Fausto Pellecchia minEspongo qui le ragioni del mio dissenso con le posizioni assunte dalla Presidenza dell’ANPI - e prontamente condivise e rilanciate in un crescendo di vis polemica da alcuni compagni della costituenda sezione di Cassino- che mi inducono all’autosospensione della tessera.

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato: “L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.

L’apparente, asettica adiaforia del linguaggio utilizzato non basta a nascondere l’oscena ambiguità di questo comunicato, il cui senso tradisce e offende, già nella forma, la schiettezza e la forza ideale dei valori della Resistenza antifascista.
Il comunicato contiene infatti la richiesta di «una commissione d’inchiesta internazionale per appurare cosa davvero è avvenuto»; dunque, si ritengono insufficienti le testimonianze di ogni genere, che si confermano e rafforzano vicendevolmente ad ogni istante, i racconti dei cittadini scampati fortunosamente alla mattanza, le notizie diffuse dalle più autorevoli agenzie di stampa internazionali, la documentazione sconvolgente dei fotografi e dei giornalisti sul campo, le riprese aeree dei giorni precedenti che inchiodano le truppe di occupazione di Putin…Ma, forse l’ANPI preferisce coltivare la lezione cospirazionismo, alimentando il sospetto sull’unanimismo dell’informazione, catalogato come frutto dell’occhiuto controllo esercitato dall’imperialismo geopolitico della Nato. Per questo, si dice, il giudizio sulla crisi bellica ucraina va prudentemente rinviato … alle calende greche, cioè alle risultanze di “una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU” che con ogni probabilità emetterà il suo verdetto quando di Putin si saranno perse definitivamente le tracce.

Molti arrivano a confondere il farisaico eccesso di prudenza (o di pavidità) che ispira il comunicato ANPI con le cautele tecnico-procedurali di raccolta e catalogazione delle imputazioni. Si vorrebbe, cioè, dare ad intendere che l’esercizio critico del dubbio sia sempre e comunque utile, nella misura in cui ci preserva dalle spire omologanti del cosiddetto Pensiero Unico, contro il quale si levano quotidianamente le geremiadi vittimistiche del pacifismo “duro e puro”. Quest’ultimo, com’è noto, è sempre impegnato a denunciare il violento “maccartismo” di coloro che si limitano ad esprimere dubbi e contrarietà circa l’opportunità di una resa incondizionata dei combattenti ucraini all’invasore russo. Giacché se è vero che la pace è un valore universalmente riconosciuto e perseguito nell’emisfero occidentale, non altrettanto lo sono i percorsi e i modi per realizzarlo, dal momento che essi presuppongono comunque una prevalente volontà di negoziato che, finora, è stata sempre disattesa dello Zar moscovita.

Le centinaia di cadaveri di cittadini torturati e massacrati a Makariv, a Mariopol oltre che a Bucha, ammucchiati nelle fosse comuni, lascerebbero persino sopravvivere, a giudizio dell’ANPI – nonostante la concordante messe di testimonianze-, il sospetto che si tratti di una astuta messa in scena della resistenza ucraina per infangare l’onore militare delle truppe putiniane. Il comunicato, tuttavia, con sordida miopia, finge di chiedersi: “Perché è avvenuto?”
I dirigenti dell’ANPI preferiscono avvolgere l’evidenza del comportamento criminale delle truppe “asiatiche” di Putin nella nebbia dell’incomprensibile. Si finge di ignorare che gli scherani della strategia neozarista dell’ex ufficiale del KGB, allorché sono costretti a ripiegare dalla resistenza dei combattenti ucraini, sfogano sulla popolazione civile la loro rabbiosa frustrazione di “liberatori” misconosciuti, trucidando i vecchi, stuprando e sterminando le donne, e abbandonandosi agli orrori dell’infanticidio.
Per colmo d’impudicizia, infine, il comunicato si chiede: Chi sono i responsabili? Anche i sassi ormai sanno che il responsabile di questa immane tragedia, in quanto mandante supremo dell’occupazione e delle depredazioni manu militari di uno Stato democratico, a cui si aggiungono le carneficine ai danni dellla popolazione civile ucraina, è Vladimir Putin al quale si deve la costruzione di un sistema di potere autocratico e vessatorio, fondato sulla corruzione e sul terrore. Peraltro, di questo sistema si conosce anche l’esecutore materiale, il tenente colonnello Omurbekov Azarbek Asanbekovich, comandante dell’unità di fucilieri motorizzati 51460 della 64a brigata, che si avvale altresì dei mercenari filonazisti del gruppo Wagner, arruolati al fianco delle truppe russe (unico esempio di “denazificazione” operata da filonazisti in armi contro il presidente Volodymyr Zelens'kyj, cittadino ebreo eletto democraticamente con oltre il 73 % dei voti…,!) . Di fronte alle aspre critiche suscitate dal comunicato dell’ANPI anche in alcuni esponenti del campo “pacifista”, il presidente dell’Associazione ha dettato all’Ansa una precisazione che invera il classico rimedio della “toppa peggiore del buco”. Infatti, Gianfranco Pagliarulo, già delfino del sen. Armando Cossutta, ha scritto:
“Sappiamo benissimo chi è l’aggressore, l’abbiamo sempre denunciato e condannato, anzi siamo stati probabilmente tra i primi a condannare l’invasione”.

Però nel comunicato si “condanna fermamente il massacro”, come fosse ancora anonimo e indeterminato in quanto si chiede di “appurare cosa sia avvenuto”, il perché, e i responsabili: tutti elementi ritenuti ancora incerti, e che perciò contraddicono la pretesa di aver, fin dall’inizio, indicato in Putin e nel suo “composito” esercito i massacratori della popolazione civile di Bucha e Makariv.
Naturalmente, queste ovvie considerazioni di carattere schiettamente politico non infirmano la necessità di istituire una commissione d’inchiesta del Tribunale internazionale dell’Aja che avrà il compito di precisare e graduare, sul piano giuridico-procedurale, il livello delle responsabilità individuali dei vari ufficiali e soldati coinvolti nel massacro dei civili; ma non quelle di Putin e del suo tenente colonnello, che risultano ormai abbondantemente acclarate sul piano politico.
Il vergognoso non expedit implicato nella posizione dell’ANPI è del resto confermato dalla frase finale del comunicato, che il presidente Pagliarulo non si è nemmeno sforzato di emendare: “Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”. La mattanza di civili ucraini da parte delle truppe di Putin diventa una sfocata, anonima “terribile vicenda” alla stregua di un increscioso, funesto incidente di percorso. “L’orrore” diventa quello di una ancor più nebbiosa e indecifrabile “guerra” il cui vero responsabile sarebbe “il furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”; infatti, le equivalenti conseguenze di questo medesimo “furore bellicista” rimandano, secondo la visione cerchiobottista dell’ANPI, ad un’equa, salomonica distribuzione di responsabilità, addebitabili, in parte, all’invasione cruenta decretata dallo Zar moscovita e, in parte, all’ orgogliosa resistenza del popolo ucraino, nettamente inferiore per armi e per numero di milizie, ma non certo per motivazioni ideali.

Ma c’è di più e di peggio, giacché non passa giorno che il suddetto cerchiobottismo, sublimato a criterio metodologico dalla chiacchiera del pacifismo trionfante, alimenta l’esorcismo rituale di alcuni intellettuali, che intendono rinchiudere nel perimetro dei fraudolenti consiglieri “guerrafondai” tutte le voci critiche schierate a sostegno della resistenza ucraina [resistenza con la r minuscola, come vuole la farisaica distinzione filologica che la allontana dalla maiuscola Resistenza italiana]. Duuque: appoggi la reistenza ucraina? Dici che gli ucraini vanno aiutati a difendersi (perché come ci ricorda Liliana Segre, citando l’art.52 della nostra Costituzione, “la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino” che dovrebbe essere universalmetnte rispettato)? Che in certi casi diviene, perciò, un dovere anche l’invio di armi e di mezzi per contrastare le devastazioni e gli orrori di un esercito invasore? – ecco, dunque, che stai “indossando l’elmetto”, stai abbandonando la pacatezza e l’imperturbabile serenità del dialogo e dell’argomentazione logica. L’elmetto è l’oggetto simbolico che esorcizza qualsiasi considerazione divergente sulla guerra, equiparandola a giustificazione della violenza e della sopraffazione. L’evocazione dell’elmetto è la parola che taglia corto: da essa promana la suggestione che interrompe qualsiasi ragionamento, quasi sia stata partorita da oscure e persistenti pulsioni autodistruttive. Per la prima volta l’elmetto acquista la magica potenza capace di tacitare ogni pensiero sulla guerra. Eppure, molti degli intellettuali che oggi abusano di questa perversione verbale, non hanno mai proposto – e noi con loro- l’argomento “bellicista” dell’elmetto davanti all’aggressione del Vietnam da parte degli Usa.

Negli anni ’60 del secolo scorso, si stava con l’“eroica” (e lo era davvero) resistenza vietnamita, e non c’era nessuno che ti accusasse di voler indossare l’elmetto quando celebravi nelle piazze il coraggio e la saggezza di Ho Chi Minh, come di Che Guevara o di Fidel Castro. È noto, del resto, che il popolo vietnamita vinse perché ricevette aiuti anche in armi, perché aveva grandi leader militari, per le bare che tornavano negli Stati Uniti avvolte nella bandiera a stelle e strisce, e perché ci fu un movimento di opinione in tutto il mondo schierato con le sue insopprimibili ragioni. Non un movimento guerrafondaio. Non un movimento con l’elmetto. Ma un movimento che, nella temperie del Sessantotto, aveva un’idea forte e chiara di libertà e aveva consapevolezza che l’indipendenza dei popoli e dei Paesi non si tocca. Né ricordo di avere sentito sbucare per sbaglio quella parola quando, nel settembre del 1973 e nei mesi seguenti, si raccoglievano fondi per la resistenza cilena, che non combatteva un nemico esterno ma una dittatura interna. Essendo entrato in università nei tempi in cui quell’idea c’era, condannai senza se e senza ma anche l’invasione di Praga. Non accusai Dubček di essersi spinto “troppo in là” con la democratizzazione del suo Paese, così da rendere l’invasione sovietica “inevitabile”. Pur di spiegare che una guerra patriottica come quella ucraina non può essere accostata alla nostra Resistenza, un intellettuale abbastanza reputato è arrivato a dire che la Resistenza non fu affatto guerra patriottica, bensì internazionalista. Davvero i missili fanno male anche alle menti oltre che ai corpi e alle cose. Perché basterebbe prendere le lettere dei condannati a morte della Resistenza per capire quanto in loro, insegnante, contadino o parrucchiera, ci fosse di amore per la libertà della propria “patria”, come recita il troppo negletto art.52 della Costituzione, che sancisce la distinzione sostanziale tra il “ripudio” della guerra (art.11) e il “sacro dovere” della difesa della Patria (art.52) Basta rileggere i dispacci interni del movimento: “Bande di patrioti si sono diretti”, la “Brigata Patrioti Piceni di stanza in Colle San Marco”… Il fatto, temo, è che alla fine dovremo davvero metterci l’elmetto. Non foss’altro che per difenderci dalle granate della disinformazione e dai grappoli di idiozie miste ad insulti che ci piovono addosso.

 

 

 

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Sopra una disputa conviviale…fra sinistre

 OPINIONI&CONFRONTI

Basta un accenno all’attualità politica perché si accenda una serissima disputa

di Fausto Pellecchia
astensione Il cappello pensatore minQualche sera fa, eravamo riuniti nell’orto domestico di un amico, per una delle consuete libagioni conviviali. La conversazione si era piacevolmente incamminata lungo i ‘sentieri interrotti’ delle abituali facezie e amenità, condite da arguti doppi sensi sulle più disparate materie. Ma è bastato l’incauto accenno all’attualità politica, con particolare riferimento alle imminenti elezioni amministrative nella capitale romana, perché si accendesse la scintilla di una serissima disputa su una questione sistemica, che divide da sempre la sinistra italiana. Il punto dirimente, intorno al quale gli amici– pur richiamandosi tutti ai valori e agli ideali del socialismo- si sono dislocati in opposti schieramenti, si può formulare così: “È opportuno e/o doveroso astenersi dal voto in nome della coerenza con i propri ideali di sempre, o è necessario piuttosto superare la sterile tentazione dell’assenteismo, anche quando il candidato del centrosinistra (nella fattispecie: Roberto Gualtieri) non corrisponda alla fisionomia ideale di un vero leader di sinistra? ”; e ancora: “Il Partito democratico, al quale è possibile addebitare numerose oscillazioni e cedimenti di linea politica, va comunque sostenuto per arrestare le derive autoritarie e illiberali della destra italiana?”

Il primo corno dell’alternativa, a sostegno della scelta del non-voto, tipico di un certo radicalismo di sinistra, appare contaminato da un inconsapevole conservatorismo. La rinuncia al voto viene presentata come obolo sacrificale ad maiorem gloriam Dei sugli altari sconsacrati della fede nel futuro di una sinistra finalmente pura ed autentica. In questo senso, la dimensione politica della decisione viene sottratta alla sfera propria della prassi sociale e ricondotta alla sfera interiore, con un gesto propriamente religioso, nel significato etimologico dell’antica religio dei Romani, che già Lucrezio identificava con la superstizione: instancabile attività di re-visione e di ri-lettura che precedeva ogni rituale, al fine di ridurre al minimo la probabilità di un inatteso incidente di percorso. Ogni imprevista contrarietà al regolare svolgimento delle pratiche rituali viene interpretata come un temibile presagio negativo, segno prognostico di un rifiuto da parte della divinità e conseguente perdita della sua assistenza. Di qui la cura maniacale che gli addetti alle procedure del rito dedicavano alla loro perfetta riuscita.

Nella sua variante profana, l’attuale ‘religio’ del radicalismo di sinistra è pronta a classificare qualunque gesto o dichiarazione [quale che sia la rilevanza o il ruolo istituzionale del suo autore] che si allontani dal solco della tradizione come eretica, colpevole devianza dai cieli imperituri dell’ideologia. Vengono perciò semplicemente rimosse le domande che sollecitano l’analisi di una pertinente diagnosi critica. E cioè: “Quali sono state le ragioni che hanno concretamente contribuito all’attuale configurazione della prassi sociale, così distante e dissonante rispetto alle attese e alle speranze progressive coltivate sull’altare immacolato del socialismo?”; ma anche e soprattutto: “Qual è la mia (la nostra) responsabilità politica negli errori finora commessi dai partiti e dai movimenti nei quali avevo riposto la mia fiducia? Che cosa posso e devo rimproverare alla mia condotta e alle mie scelte affinché possa sentirmi di nuovo coinvolto nella lotta politica contro l’avanzata dei neofascismi?”

Ed infine: “Quali sono le prevedibili conseguenze della mia non partecipazione al voto? In quali altre forme, alternative al rituale elettorale, posso far valere il mio impegno di resistenza e di opposizione al potere oggi dominante?”. Credere di preservare l’innocenza e la purezza, rinunciando, perciò, anche all’esiguo spazio concesso al dissenso dalla democrazia liberale- significa trincerarsi nell’illusione solitaria dell’ “anima bella”, perfettamente coincidente con la resa incondizionata alla corrente distruttiva che permea il presente: atteggiamento certamente comprensibile ma non condivisibile, dettato dal narcisismo di una disperata acquiescenza al peggio.

Naturalmente, anche i paladini del secondo corno dell’alternativa, al quale aderiscono i gruppi della politica politicante, animati dal cinismo del calcolo elettorale e comunque soddisfatti per la vittoria del “meno peggio”, dovrebbe sentirsi interpellati da un analogo gesto di responsabilità. Agli imperturbabili fautori del pragmatismo della Realpolitik si dovrebbe, perciò, chiedere fino a quando può reggere una democrazia ridotta a democratura, alle interne, disonorevoli contese tra gruppi dirigenti, disinvoltamente dimentichi dei drammi prodotti dal neocapitalismo e disposti a contabilizzare il consenso solo attraverso la proiezione dei sondaggi, avendo da tempo abbandonato la costruzione di strategie e progetti, sorretti dalla lungimiranza della visione politica necessaria a realizzarli. Ed infine, come non sentirsi responsabili dello scetticismo che anima le diserzioni del fronte opposto? In quali nuove forme della prassi la partecipazione alla lotta politica può e deve trasformare la struttura e la direzione di marcia delle formazioni politiche (partiti, movimenti) per restituire rappresentanza e prospettiva agli strati sociali più colpiti dall’attuale assetto della società.

Hic Rhodus, hic salta! Questa sospensione ha segnato la fine della nostra disputa conviviale, che probabilmente resterà, ancora per molto, in attesa della prova del fuoco.

 

 

 

 

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Compromesso storico e Terza via. Ricordi di PCI centanni

PCI centanni

Le risposte di Fausto Pellecchia alle domande 3 e 4 dell'intervista

berlinguer 2 2003. Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto, forse acriticamente, che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica? 4. Cosa rimane di quella storia che ha attraversato in 100 anni la storia del paese?  Vorrei rispondere contemporaneamente alle due domande, che presentano questioni tra loro contigue e sovrapponibili. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Il compromesso storico
  2. Eurocomunismo
  3. Rimozione del PCI

Uno dei moniti che discendono dalla prassi politica del comunismo italiano è l’attitudine costante a rivolgere uno sguardo autocritico sulla propria esperienza politica, ricavando anche e soprattutto dagli errori commessi un insegnamento per l’avvenire. Ricordo con nostalgia le ore trascorse nella sezione del PCI, all’indomani di ogni tornata elettorale - anche di quelle che avessero registrato una netta avanzata del partito - per discutere ed analizzare le carenze e le insufficienze della nostra azione politica. L’idea sottesa al rito dell’autocritica collettiva rinviava infatti, da un lato, alla convinzione della giustezza del nostro progetto politico e, al tempo stesso, esigeva una concreta disamina delle possibilità disattese, che avrebbero consentito un’affermazione elettorale più decisa. In questo senso, la memoria storica dell’evoluzione del comunismo italiano non può prescindere dall’analisi della sua crisi, delle sue luci e delle sue ombre, e dunque nell’intreccio di “ciò che è vivo (o rivitalizzabile)” e “ciò che è morto” di quell’ esperienza.

Il compromesso storico

L’epilogo critico di questa storia viene da lontano ed ha ragioni altrettanto complesse quanto quelle che presiedettero allaBerlinguer e Moro 225 gestazione della sua nascita. I motivi determinanti del successo strategico del PCI attengono essenzialmente al paradigma della “transizione’ che consentì di tenere uniti lo spirito giacobino-leninista della scissione di Livorno con una prassi saldamente ancorata ai principi della vita democratica e costituzionale della nazione, intesa come sviluppo della “via nazionale” al comunismo. Sta in questo complicato ed efficace binomio lo slancio originario del PCI, che i suoi oppositori hanno spesso identificato come il posizionamento di “un piede in due staffe”. La tanto discussa “doppiezza togliattiana” è stata in verità l’indicazione di una traiettoria strategica che ha operato come saldatura tra “democrazia e insurrezione”, tra ampiamento dei diritti e risposta ai bisogni della società. Di qui, l’elogio togliattiano del riformismo in chiave leninista: «Dove esistono ordinamenti democratici, come da noi, che si reggono sulla presenza e combattività di un forte movimento popolare, democratico e rivoluzionario, la via del riformismo non può essere presa senza affrontare riforme tali che incidano, più o meno profondamente, nella struttura stessa del capitalismo»La crisi di questa originale traiettoria comincia già con Enrico Berlinguer e il berlinguerismo nel cui alveo prende il sopravvento una linea strategica eminentemente “congiunturale” che comportò un lento, inarrestabile declino della linea d’orizzonte delle riforme di struttura e l’appannarsi di un’organica visione teorico-pratica a sostegno dell’alternativa politica. Il lascito politico di Enrico Berlinguer è infatti costituito dall’altalenante compresenza di realismo politico e di velleitarie discontinuità, di straordinarie intuizioni anticipatrici e di drammatici ritardi nell’elaborazione strategica, che ancora oggi offrono una controversa materia di dibattito storiografico tra apologeti e detrattori dell’ultima stagione del PCI. Limitiamoci ad enumerare i punti salienti e più incisivi sul terreno dell’attualità della problematica eredità berlingueriana.

Il “compromesso storico”

Si può senz’altro cominciare con l’esperimento del “compromesso storico”, che rappresenta la radice remota delle precipitose metamorfosi involutive della sinistra post-comunista. Nelle intenzioni di Berlinguer -diversamemte da quanto sostiene Luciano Canfora nella sua dura requisitoria antiberlingueriana- la proposta strategica del “compromesso storico” si presentava come un aggiornamento, dettato dai nuovi scenari nazionali e mondiali nei primi anni ‘70, della consolidata strategia togliattiana per un progressivo, necessario ampliamento dell’ ‘alleanza democratica’. I dati congiunturali sembrano sollecitare una accelerazione di questo processo. La scena nazionale è occupata dalle conseguenze dello stragismo e della reazione neofascista ai movimenti del ‘68 (Piazza Fontana, Gioia Tauro, la questura di Milano, il golpe Borghese, l’attivismo deviato del SID). Nel 1971, la DC con i voti del MSI elegge al Quirinale Giovanni Leone, erigendo un contraltare alla legge sul divorzio, all’approvazione dello Statuto dei lavoratori, sullo sfondo delle grandi lotte operaie nel nord del Paese. Sulla scena internazionale, l’attenzione del PCI di Berlinguer si concentra soprattutto sull'emergere di governi progressisti come quello di Allende in Cile.. A testimonianza della forte impressione suscitata dai fatti cileni, Berlinguer pubblica nel 1974 tre articoli su Rinascita, nei quali sostiene che in Italia, come dimostra la tragica avventura cilena, non è possibile governare fondando esclusivamente sull’unità delle sinistre, ma che è necessario perseguire una “stategia delle alleanze” che guadagni il sostegno di ampi settori del ceto medio, coinvolgendo la grande maggioranza della popolazione. Di qui, l’esigenza di rilanciare il processo di rinnovamento avviatosi con la Resistenza antifascista, attraverso un “compromesso storico” tra le maggiori forze popolari, al fine di garantire un’alternativa democratica alla guida del Paese. D’altra parte, la netta sconfitta nel referendum abrogativo sul divorzio (1974), promosso da Fanfani con l’appoggio del MSI con chiari intenti reazionari, provoca una prima deflagrante breccia nel mondo cattolico –preparata dalle tesi riformatrici del Vaticano II- con le pubbliche prese di posizione dei “cattolici del dissenso”. Ma appena due settimane dopo, con la strage di piazza della Loggia, le forze reazionarie danno un inequivocabile segnale d’allarme, segutita nell’agosto dello stesso anno dalla strage dell’Italicus, che inaugura la “strategia della tensione”. È in questo tormentato contesto, costellato dai cruenti assalti del terrorismo e dell’eversione neofascista, che Berlinguer tenta di infrangere la “conventio ad escludendum” del PCI dall’area di governo con la proposta del compromesso storico. Proposta immediatamente respinta dalla dirigenza DC e, al tempo stesso, condannata nella prima risoluzione strategica dalle BR. Ma una netta dichiarazione di ostilità viene dagli Stati Uniti che, per bocca di Kissinger ribadiscono il loro veto ad un'eventuale ingresso del PCI nell’area di governo. Tuttavia le elezioni del 1976, sembrano offrire un terreno più propizio all’ipotesi berlingueriana di un “governo di unità democratica”. Berlinguer, con un gesto alquanto avventato – e autocontraddittorio rispetto alla rivendicazione dell’autonomia della “via italiana”- si dice pronto ad accettare l’ombrello protettivo della NATO per prevenire il ripetersi della situazione cilena. Le elezioni segnano l’ascesa di un nuovo gruppo dirigente nella DC di area morotea, con la formazione di un monocolore DC presieduto da Andreotti, con l’astensione “determinante” del PCI, premiata con alcune presidenze di commissioni parlamentari, nonché con l’elezione di Pietro Ingrao alla presidenza della Camera. Comincia quindi l'esperienza della 'solidarietà nazionale'. Berlinguer e Moro si incontrano segretamente nel tentativo di trovare le mediazioni efficaci per il difficile passaggio dalla sperimentazione di “democrazia emergenziale” ad una compiuta “democrazia dell’alternanza”. La trattativa si presenta irta di difficoltà, e viene bruscamente interrotta con il rapimento di Moro nel giorno stesso in cui il nuovo governo si presenta alle Camere. Il rapimento e la morte di Moro sono la 'pietra tombale' del compromesso storico' e l’inizio della crisi di sistema della prima repubblica, che avrà la sua fine ingloriosa nei processi di Tangentopoli. enrico berlinguer legge

Dunque, da un lato, la strategia del “compromesso storico” si pose nel solco della grande svolta avviata da Togliatti, nel senso di uno sviluppo del PCI da partito di denuncia, di propaganda, di testimonianza, a “partito di lotta e di governo; dall'altro, l’esperienza della 'solidarietà nazionale' si rivelò drammatica e alla fine perdente'. Ad un’attenta analisi essa appare pregiudicata da una serie di limiti e di semplificazioni che spinsero i dirigenti comunisti lungo il solco del verticismo e del politicismo denunciato da Canfora. Il carattere “storico” (e quindi non provvisorio) del ‘compromesso’ avrebbe richiesto un forte protagonismo di massa, piuttosto che una logorante serie di trattative che finirono per sfiancare e deludere, a causa delle eccessive mediazioni, i movimenti di base che si riconoscevano nelle istanze riformatrici del partito. Berlinguer, come egli stesso ammise successivamente, fu guidato da una sottovalutazione ingenua della DC e delle sue articolazioni sul piano della composizione sociale. Infine, il limite più profondo fu la riduzione della strategia di incontro con le masse cattoliche, avviata da Gramsci e Togliatti, nello scenario separato (addirittura clandestino) degli accordi di vertice, abbandonando il presupposto di un concreto esercizio di egemonia sul piano politico, ideale, culturale. Grave errore fu la declinazione del “compromesso storico” come legittimazione della DC a principale, se non unico, rappresentante del mondo cattolico, mirando ad una transazione con essa, anziché alla conquista diretta ' sul piano politico e ideale ' delle masse cattoliche. Un obiettivo che si presentava effettivamente perseguibile negli anni ’70 con l’emergere dei ‘cattolici del dissenso’, delle comunità cattoliche di base favorite dalle tesi del Vaticano II, con le prese di posizione delle ACLI ecc. che si svilupparono in un panorama sociale e politico molto più ricco e complesso. Ma nella concezione rigidamente istituzionale della politica e del partito che fu propria di Berlinguer non trovava ascolto la grande ricchezza di movimenti, di energie, di nuove culture che emerse negli anni settanta.
Ecco dunque un compito per l’avvenire: rimuovere i limiti ‘congiunturali’ o ‘emergenziali’ della strategia del compromesso storico per riprendere, a partire dal mutato panorama storico-politico del sec.XXI il nucleo fecondo di quell’intuizione che, nella metà degli anni ’70, fu amputata frettolosamente del suo essenziale radicamento sociale, culturale e politico. Solo con questa impegnativa, difficile prospettiva di discontinuità e di rinnovamento l’eredità berlingueriana può diventare il viatico salutare per una formazione politica della sinistra italiana che sappia collocarsi all’altezza dei problemi del nostro tempo. Per queste stesse ragioni, del resto, non può non apparire paradossale che proprio all’esperienza fallimentare del “compromesso storico” un epigono “berlingueriano” come Walter Veltroni abbia tratto ispirazione per legittimare l’ultima metamorfosi del PCI in Partito Democratico, lungo il sentiero incerto, se non improbabile, della fusione tra dirigenti ex-democristiani ed ex-comunisti. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Terza via ed eurocomunismo

Il fallimento del “compromesso storico” fu vissuto come presa d’atto del vano tentativo di ottenere una compiuta legittimazione democratica attraverso la negoziazione politica con i veritici della DC – che dopo la morte di Moro si rinchiusero nel perimetro del ‘pentapartito’, nel quale al PSI di Craxi fu affidato il compito di una contrattazione limitata al livello locale. Di qui, l’arroccamento del PCI sulla “questione morale”, con ingenui accenti di “antipolitica” troppo contigui con la retorica populista. Del patrimonio teorico-politico di Gramsci e Togliatti sopravvissero solo frammenti, stimoli e suggestioni della narrazione comunista disposti in una galleria di immagini nostalgiche, deprivate di efficacia e di incisività politica. Di qui la ripresa puramente simbolica della liturgia del conflitto e la celebrazione del protagonismo operaio che spinse Berlinguer dinanzi ai cancelli della Fiat., per siglare la ‘diversità’ dei comunisti dal gioco tattico degli altri partiti e dagli snervanti equilibri della politica di Palazzo.
Tuttavia, pur in questo clima di riflusso e di smarrimento, merito di Berlinguer fu l’estremo tentativo di opporsi, con i mezzieurocomunisti 390 min ancora disponibili, all’omologazione del PCI alla miseria politica e morale del presente, impegnandosi in un progetto di cambiamento in cui reinverare, rinnovandola, l’identità comunista. Anche questa proposta politica nasceva dalla consapevolezza del carattere ‘congiunturale’ della crisi della sinistra, unita all’esigenza di gettare le basi di un inedito rapporto del PCI con la parte più sensibile della socialdemocrazia, che in quegli stessi anni fu costretta dagli eventi a rimettere a sua volta in discussione la propria tradizionale linea politica, costruendo nuove paradigmi di analisi e un nuovo progetto.
Così mentre le correnti moderate – interne (miglioristi) ed esterne (PSI)- invocano la necessità di una Bad Godesberg del PCI, una parte della socialdemocrazia sta andando in senso inverso: l’SPD sta rielaborando in profondità le proprie tesi ; gli svedesi varano il piano Maidner, in cui non si parla più solo di redistribuzione della ricchezza ma di intaccare i meccanismi di mercato e persino la proprietà privata; il partito laburista inglese presieduto da Michael Footh, chiede l’allontanamento delle basi americane, la denuclearizzazione, proposta Olof Palme, Egon Bahr e Papandreu. Al congresso della SPD di Norimberga, Von Bulow chiede persino il ritiro delle truppe americane e sovietiche dall’Europa. L’incontro nel Parlamento europeo di queste rinnovate formazioni della socialdemocrazia con i parlamentari del PCI definisce il contesto vitale dell’eurocomunismo berlingueriano per la costruzione di un nuovo internazionalismo. I limiti della proposta ‘eurocomunista’ erano tuttavia altrettanto evidenti: si pensò più a come transigere con la politica dei due blocchi che al suo superamento. L’eurocomunismo rimase perciò più un’intuizione politica astratta, circonfusa di velleitaria vaghezza, che di una compiuta indicazione strategica. Ma, almeno nelle intenzioni, non voleva essere una via di mezzo tra socialdemocrazia e comunismo, tra socialismo reale e democrazia parlamentare. Intendeva piuttosto esprimere tanto il rifiuto di una passiva accettazione del moderno tipo di sviluppo capitalistico, quanto l’abbandono di un concetto di rivoluzione identificabile con la presa del Palazzo d’Inverno. Ma di fatto, si risolse nella prassi di una contrattazione rivendicativa permanente, condita con episodiche aperture all’ambientalismo, all’emancipazione femminile e con il vagheggiamento di una diversa “qualità della vita”. Questa fragile intenzionalità politica era in verità sottesa al nocciolo centrale della strategia berlingueriana: il graduale, ma non per questo meno traumatico, processo di distacco dall’osservanza sovietica. Anche la “Terza via” tra capitalismo e socializzazione dei mezzi di produzione costituì poco più che una volontà d’intenti per dare consistenza alla critica dell’URSS, e offrire allo “strappo” le ragioni di una ostinata rivendicazione della “diversità” morale e politica del comunismo italiano . Nel 1981, l’affermazione contenuta in una intervista di Berlinguer a Critica marxista, lascia trasparire in negativo, proprio per la sua radicalità, l’incompiutezza e la debolezza di una rivendicazione astratta, delimitata nella forma di una mera dichiarazione di principio:
«Anche il PCI è figlio della Rivoluzione d’Ottobre, ma un figlio adulto e autonomo; e ciò che ci rimproverano è non aver rinunciato a lottare per il cambiamento radicale della società. Si vorrebbe che noi ci accontentassimo di limitare la nostra azione, introdurre qualche correzione marginale all’assetto sociale esistente senza mai porre in discussione e prospettare un sistema profondamente diverso dei rapporti che stanno alla base della struttura economica e sociale attuale». (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

La rimozione del PCI

Dopo la morte improvvisa di Berlinguer, la capitolazione dell’Unione sovietica, il crollo del muro di Berlino e la conseguente fine del bipolarismo, produssero una autentica deflagrazione delle fragilità endemiche del PCI. Si credette di dover correre frettolosamente ai ripari, salvando il salvabile, con una serie repentine metamorfosi per traslocare e normalizzare la “diversità” del PCI nella rassicurante compagine del Pds poi Ds e infine Pd. Nasce l’etichetta del centro-sinistra come denominazione della sinistra degli anni Novanta che abbraccia la terza via di Giddens, rettore della London School of Economics, e seppellisce nell’oblio l’ipotesi gramsciana di “terza via”. Sta qui l’origine della deriva politica della sinistra italiana che inseguendo le esperienze di Tony Blair e Emmanuel Macron, ha finito per accettare e sostenere politiche economiche neoliberiste, sottomesse all’egemonia mondializzata del capitalismo finanziario come dato inalterabile della post-modernità. In questo contesto la “terza via” vagamente prospettata da Berlinguer è completamente evaporata nell'idea che il socialismo moderno abbia finalmente superato la fase marxista della lotta di classe, rinunciando definitivamente al superamento del capitalismo.
Eppure, è possibile ritrovare già nelle pagine di Gramsci sul fascismo inteso come “rivoluzione passiva del XX sec., alcune note1991 pcipds bn min interessanti sul corporativismo come “terza via” tra iper-capitalismo liberista e “soluzione rivoluzionaria ‘sterminatrice’”. È un’indicazione che il padre del comunismo italiano riprenderà nei Quaderni dal carcere del 1932: qui la “terza via”, destinata a caratterizzare il sec.XX , viene descritta come capace di «trasformare riformisticamente la struttura economica da individualistica a economia di piano foriera dell’avvento di un’economia “media” tra i due estremi».
Il punto di non-ritorno di questa storia coincide con la segreteria di Walter Veltroni, con l’ostentazione della sua “estraneità al comunismo” e con la strategia del “partito leggero” all’americana, definitiva liquidazione della forma-partito elaborata da Gramsci e Togliatti: dai vessilli del Partito scompaiono, insieme al nome, anche i simboli della storia del comunismo. I suoi eredi degeneri promuovono “un’economia media” dove viene definitivamente congedata la lotta di classe, sostituita dall’ irenismo dell’etica del dialogo che ha la sua stella polare nell’infinita mediazione e nella disposizione a transigere su tutto, a cominciare dalla propria identità storica e politica. Queste potenti rimozioni sono responsabili del profilo epigonico che ha assunto nell’ultimo decennio la sinistra italiana, lungo la linea dell’incerta configurazione del Partito Democratico, fino alla rocambolesca ‘rottamazione’ ideale che ha animato le istanze dell’ex-segretario Matteo Renzi, attualmente leader scissionista di Italia Viva, seguace intempestivo del lobbismo del new Labour di Tony Blair e della finanza “in marcia” di Emmanuel Macron.

 

 

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Pubblicato in PCI centanni

Il PCI, tratto distintivo saliente della storia del 1900

PCI centanni

Fausto Pellecchia risponde alle domande di UNOeTRE.it  Oggi pubblichiamo solo le prime 2 risposte*

1) Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni?

Fausto Pellecchia
La sala del 5 Congresso del PCI 390 min«Il PCI, se consideriamo complessivamente i 100 anni della sua evoluzione nella storia italiana ed europea, resta un modello insuperato di coesione teorico-pratica dell’azione politica e, al contempo,un esemplare punto di coagulo per una pluralità di ascendenze culturali, che lo resero una vitale fucina di esperienze democratiche nel movimento operaio internazionale.
Dopo i burrascosi, contraddittori avvenimenti successivi al “biennio rosso” che portarono alla costituzione del Partito comunista d’Italia di Amadeo Bordiga, al Congresso di Livorno del 1921, è con la rifondazione del partito al congresso di Lione (1926) ad opera di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti che inizia la storia del PCI. La linea strategica di fondo sottesa all’esperienza teorico-politica di Gramsci e Togliatti è la determinazione della specificità della “via italiana” al comunismo, emancipata dal rigido ossequio ai dogmi della III Internazionale; una specificità nella quale lo sbocco rivoluzionario costituiva sostanzialmente l’orizzonte ideale di un concreto processo di democrazia compiuta. In questo senso, la prassi politica del PCI fu costantemente guidata da una genuina ispirazione socialdemocratica. Fu questo il solco fecondo lungo il quale crebbe e si sviluppò l’idea di un partito di massa, capace di rappresentare e organizzare le istanze progressiste di ampi strati della società italiana (operai, contadini, piccola e media borghesia) unificandoli nel segno di una cultura politica “nazional-popolare”.

In questo senso, il partito comunista italiano, la più cospicua formazione comunista dell’Occidente, è stato un tratto distintivo saliente della storia del 1900, come lo sono state le guerre mondiali e le crisi economiche, come i regimi di massa e lo sviluppo della democrazia, come testimonianza di un’utopia concreta, orientata alla liberazione dalla miseria di milioni di esseri umani.
Nel panorama del bipolarismo dei blocchi, sancito nella Conferenza di Jalta, l’idea gramsciana, ereditata da Togliatti e proseguita – sia pure con le oscillazioni e gli inevitabili compromessi dettati dalle congiunture storiche attraversate dall’Italia- da Enrico Berlinguer, ha reso possibile, sia il protagonismo dei comunisti nelle lotte partigiane di liberazione antifascista con la leale adesione al CLN, e con la conseguente partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e alla fondazione della Repubblica italiana; sia, nei decenni successivi, la costruzione di un’opposizione democratica e sociale ai governi a direzione democristiana, nonché l’egemonia culturale nel movimento operaio e nelle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Si tratta, dunque di una lunga storia complessa e complicata, che ancora suscita passioni e provoca reazioni, a volte isteriche a volte commosse, sospese tra rabbia e nostalgia, che accende i cuori e, allo stesso tempo, suscita timori, come nessun’altra storia di formazione politica in Italia e in Europa.

Rispetto a questa complessità e a questa sapienza politico-strategica, lo scioglimento del PCI appare oggi come un’operazione frettolosa e riduttiva, imposta dalla nuova congiuntura internazionale determinatasi con la fine del bipolarismo e dell’URSS. Il film di Nanni Moretti, La cosa (1990), documenta lo smarrimento ma anche le indomite speranze, sopravvissute allo sgretolarsi politico del comunismo “reale”, che accesero il dibattito sulla sinistra post-comunista in Italia e in Europa. La svolta del Congresso di Rimini (1990) ha infatti rappresentato l’inizio di un disorientatamento e di un vuoto, quasi un’ orfanezza di matrici culturali e strategico-politiche, che ancora stenta ad essere assorbita e sviluppata dalla sinistra italiana attraverso la trasformazione in una nuova entità organizzata all’altezza del mutato panorama internazionale. Di qui, l’ingenua fiducia nelle aperture innovative promesse dalla globalizzazione dei mercati e l’arrendevole subalternità alle logiche del capitalismo finanziario, che hanno accentuato a dismisura l’assetto leaderistico e correntizio dei movimenti politici con la conseguente liquidazione del conflitto sociale in termini di negoziazione preventiva.»

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi?

«Naturalmente, la riproposizione delle esperienze novecentesche del PCI, ovvero i futili tentativi di “resurrezione” o di “rifondazione”, in assenza di nuove idee-forza paragonabili a quelle scaturite dalla raffinata elaborazione teorico-politica di Gramsci e Togliatti, appare del tutto inappropriata e residuale: la nostalgia si è sempre rivelata una pessima musa da cui trarre ispirazione per una prassi politicamente efficace.

La rivoluzione tecnologica digitale, le inquietanti problematiche ambientali del pianeta, le prospettive ancora inadempiute dell’Unione politica dei popoli europei, così come le preoccupanti insorgenze autoritarie che alimentano la reazione antidemocratica di strati sempre più ampi della società, dovrebbero consigliare la costruzione di un nuovo modello di partito, capace di organizzarsi unitariamente e di contendere criticamente con il dominio economico-politico del liberismo planetario, sperimentando forme inedite e mezzi adeguati di resilienza sociale e politica.

L’odierna crisi della democrazia che investe l’intero Occidente costituisce, infatti, una sfida per le formazioni tradizionali della sinistra obbligandole a ripensare e a verificare nuovi percorsi e nuovi progetti di emancipazione e di giustizia sociale. Il punto di partenza non può non essere un’analisi del mondo del lavoro, prendendo finalmente coscienza dell’irreversibile declino dei vecchi ordinamenti e della diversa composizione delle classi sociali, un tempo incentrata sulla questione del salario e del welfare, oggi profondamente coinvolta e stravolta dai ritmi vertiginosi della mobilità occupazionale, del precariato e dell’accelerazione dei cicli e dei tempi di lavoro.

Limitiamoci a qualche esempio: da troppo tempo è stata abbandonata la rivendicazione di una necessaria riduzione deIl lavoro prima di tuttoll’orario di lavoro a parità di salario, ampiamente giustificata dall’aumento esponenziale della produttività resa possibile dalle innovazioni tecnologiche. Eppure su questa problematica e sugli effetti creativi stimolati dall’estensione dell’otium, esiste una lunga tradizione teorica che va dai Grundrisse di Marx al pamphlet di suo genero, il cubano Paul Lafargue, autore de Il diritto all’ozio, dall’opraismo di Mario Tronti e Renato Panzieri, fondatori dei Quaderni rossi ai Quaderni piacentini (con gli interventi di Alfonso Berardinelli, Sergio Bologna, Guido Viale, Franco Fortini ecc.), fino alla recente indagine sociologica di Domenico De Masi, Il lavoro nel XXI secolo (Feltrinelli, 2018).

Sul piano dell’organizzazione politica la via da battere è, a mio parere, una nuova territorializzazione dei partiti della sinistra, con una più attiva ed efficace distribuzione territoriale dei circoli e delle associazioni democratiche monotematiche, anche attraverso l’uso di video-conferenze e delle reti social, che rendano possibile, in tempo reale, l’ascolto dei bisogni sociali e la discussione delle proposte di soluzione. Si può immaginare la creazione di una sorta di “patronato” permanente con sportelli virtuali per l’assistenza sociale, legale, sanitaria delle persone in difficoltà; e, last but not least, la riapertura delle scuole di formazione politica (ripresa a livello territoriale della Scuola delle Frattocchie) con un programma di interventi, relazioni e dibattiti sulle questioni emergenti nel panorama della cultura politica nazionale e internazionale.»

 

*Quelle che seguono sono le domande poste da UNOeTRE.it
1 - Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
2 - È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
3 - Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto, forse acriticamente, che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica?
4 -  Cosa rimane di quella storia che ha attraversato in 100 anni la storia del paese?
5 - Che pensa del PCI nella provincia di Frosinone: è stato protagonista di lotte che hanno segnato la storia di questo territorio. Le più significative sono state quelle contadine per l'affrancazione delle terre e la presenza organizzata in alcune fabbriche più grandi. Il significato di quella esperienza ha oggi ancora un valore politico?
Pubblicato in PCI centanni

É morto Maradona, “dio è morto”

Cronache & Cronache

Maradona ha incarnato il dio sognato da Nietzsche, innocente e amorale

di Fausto Pellecchia
diego armando maradona 390 minPerché a Napoli, come e forse più che a Buenos Aires, si piange la morte di Maradona, il genio del calcio, divinità assoluta e dissoluta, ad un tempo esaltante ed eccessiva? Probabilmente per due ragioni che affondano le loro radici nel carattere dionisiaco dei popoli diseredati e martoriati del sud del mondo. La prima, ovviamente, riguarda le sue memorabili imprese calcistiche: perché, diversamente dal Dio del culto religioso, era sufficiente assistere alle sue scorribande, inframmezzate da accelerazioni sovrumane, tra i lampi di gloria di un gol inverosimile, ottenuto nel momento stesso in cui, con una levità e una grazia divine, sembrava soccombere stremato al suolo. Ma ad essa è strettamente connesso il simbolo di un riscatto e di una redenzione profana degli ultimi della terra. Maradona ha incarnato il dio sognato da Nietzsche, innocente e amorale, in grado di prendersi gioco delle leggi della fisica e del diritto. In un’epoca come la nostra, in cui si venerano la sorveglianza e il controllo degli individui, egli impersonava quella pulsione ctonia, divinamente ludica, a cui noi uomini del terzo millennio non avremmo voluto rinunciare: la libertà sovrana di creare al di là del bene e del male.

“Dio è morto” potrebbe essere il titolo che riassume le odierne commemorazioni dei media; naturalmente, anche di quelli che non hanno mai brillato per i loro scoop metafisici e, meno che mai, per simpatie nietzscheane. Bisognerebbe immaginare un dio calciatore, e raccontare che si incarnò in Argentina, nelle miserabili favelas di Lanus, nei pressi di Buenos Aires, e che prese precocemente a fare miracoli dentro un rettangolo erboso. Contrariamente al suo omologo sempiterno, dall’esistenza inverificabile, la vita e le opere di Maradona sono ampiamente verificate, e i suoi miracoli sono stati riconosciuti universalmente. Non c’è bisogno di alcuna indagine della Santa Sede o di avviare un procedimento di beatificazione. Sta di fatto che questo dio era un uomo terragno e grossolano, talvolta incontenibile come un selvaggio. Si chiamava Maradona, Diego per gli amici: un nome che i tifosi del Napoli hanno dato a migliaia di bambini nati ai piedi del Vesuvio, quando Maradona regalò ai napoletani l’insperata soddisfazione della conquista di due scudetti.

In che senso era Maradona era un dio? In omaggio al suo genio, tutto gli è stato perdonato: non solo per la genialità dei suoi piedi ma, a ben guardare, anche della sua testa e di tutto il suo corpo. Il genio che abitava in lui, tanto sottile quanto brutale, era in grado di creare attraverso lo sbilanciamento e la sproporzione. Sapeva mantenersi sul filo imprevedibile nella velocità come nella direzione della sua corsa: quando credevi che stesse finalmente per scivolare, con un’improvvisa piroetta, riusciva a capovolgere la situazione andando in gol. Ed anzi faceva le due cose contemporaneamente: mentre cadeva sotto il placcaggio o la spinta di un avversario, nell’attimo di capitolare al suolo cadendo, usava la sua caduta come artifizio per segnare. La caduta non equivaleva per lui alla fine, ma alla prosecuzione del gioco con altri mezzi. Se c’è una lezione che Maradona ci lascia, e che si può scoprire solo osservando i suoi movimenti al rallentatore, è proprio questa: creare è possibile solo se si è in procinto di cadere. Nello squilibrio, si cela la possibilità del nuovo. A quei rari detrattori che deplorano gli eccessi di Maradona, bisogna ricordare questa equazione vitale che è stata la sua formula esistenziale. Non era un calciatore, né un uomo, e neppure un dio come gli altri, Egli esisteva nel senso etimologico dell’ek-sistere, del tenersi costantemente al di là di sé stesso. Quanto a coloro (più numerosi) che ora sono rattristati dalla sua morte, si può azzardare un estremo tentativo di consolazione, considerando che non si riesce a cogliere fino in fondo ciò che la morte può togliere o aggiungere a colui che era un dio già in vita. E tuttavia, questa incertezza di noi spettatori non può significare misconoscere o screditare la fondatezza del lutto dei napoletani.

Ci sono buone ragioni per chi piange Maradona. Non soltanto perché sapeva dribblare in corsa sei o sette giocatori prima di andare in rete (anche se questo è un elemento rilevantissimo) ma perché, in un mondo di controllo politico e di sorveglianza, in cui la prevenzione e le precauzioni hanno preso il sopravvento su ogni rischio e in cui l’indennità ha la precedenza sulla libertà, in questo vecchio mondo affetto da un infantilismo di ritorno, Maradona è stato davvero l’ultimo fanciullo. Un enfant terrible che si faceva beffe degli uomini e delle regole, dribblandole e sfiorandole mentre le sorpassava.

Per noi, devoti del conformismo di massa, quel ragazzo che ignorava le regole, che procedeva d’istinto, seguendo la propria legge, offriva lo spettacolo irresistibile del libero gioco delle facoltà. Niente poteva ostacolare la sua vitalità. Del resto, ad un fanciullo non si può fare una colpa della propria nativa sregolatezza: è innocente per principio. È per questo che a Maradona tutto fu perdonato, dentro e fuori del terreno di gioco. In un certo senso, agli innocenti è permesso avere le mani sporche: della terra del campo di pallone, come di cocaina o di alcol, ma anche di gioia, di follia e di libertà. Maradona era questo dio che fu soltanto un uomo e che si incarnò integralmente, ancor più dello stesso Cristo, perché non c’è stato bisogno di credere in lui, di scrutarlo con l’occhio della fede. È stato sufficiente vederlo, per cogliere in lui la facies del dio sognato da Nietzsche: innocente, creativo e giocatore, come il fanciullo dionisiaco. Non un vecchio saggio, con una lunga barba, non un profeta; piuttosto, appena un ragazzaccio o un indomito furfantello, uno scugnizzo dei vicoli di Napoli. Per questo lo piangiamo: poco importa se siamo uomini di poca fede o zeloti del pallone, perché oggi abbiamo perso il figlio di un mondo che non c’è mai stato.

 

 

 

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