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Alexander Höbel

Alexander Höbel

Alexander Höbel (Napoli, 1970) è dottore di ricerca in Storia presso l’Università “Federico II” di Napoli e studioso di storia del movimento operaio. Curatore de Il PCI e il 1956 (La Città del Sole, 2006), ha pubblicato La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali (con Gianpaolo Iannicelli, Napoli, Ipermedium, 2006) e Il Pci di Luigi Longo (1964-1969) (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2010). Ha collaborato con la Fondazione Di Vittorio e l’Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia. Borsista della Fondazione Luigi Longo, è autore di Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013. Collabora con la Fondazione Istituto Gramsci, per la quale cura il lavoro di redazione della rivista “Studi storici”.

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La mozione votata a Bruxelles è riscrittura della storia

La Battaglia di Berlino mindi Alexander Höbel - La riscrittura dei fatti e la realtà della storia. A proposito della mozione votata a Bruxelles

1. La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come criminali comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato. Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all'aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.

Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l'inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l'Anschluss tedesco dell'Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti? Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov) , preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica.

Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker , la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere?

Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l'art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l'art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l'intento anche anti-russo dell'operazione. Grave ancora l'art. 17, che con evidente compiacimento "ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti", come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci?

In generale, il senso di questo squallido documento è l'equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”.

 

2. C’è poi un altro aspetto della risoluzione, che pure è molto grave e contrasta con le acquisizioni più recenti di gran parte della storiografia: ossia il considerare il comunismo novecentesco come un Moloch totalitario, schiacciandolo completamente sul concetto di “stalinismo” e identificandolo con esso: un procedimento su cui già Togliatti aveva riflettuto criticamente, a partire dalla celebre Intervista a Nuovi Argomenti. Nel 1964, all’apice della sua riflessione critica, il leader del Pci ribadì che a un dato momento nella vita dell’Urss si era prodotta “non soltanto una deformazione – una degenerazione, abbiamo detto noi – del potere, ma l’assenza di una qualsiasi forma di potere e di controllo democratico”. E tuttavia – aggiungeva – dalle denunce dei guasti prodotti occorreva risalire agli “errori politici” che ne furono alla base e alle “cause di questi errori”, per capire meglio e “non consentire ai nostri avversari di buttare nell’informe calderone del cosiddetto ‘stalinismo’ tutti i momenti positivi della storia del primo Stato proletario” .

Il Segretario del Pci, dunque, sottoponeva a una critica severa aspetti rilevanti della direzione staliniana, ma ovviamente rifiutava i giudizi liquidatori dell’intera esperienza sovietica, collocando la stessa politica di Stalin nel quadro dello scontro mortale che si svolse nel mondo in quegli anni, nel quale l’Urss e il movimento comunista internazionale svolsero un ruolo fondamentale nella lotta contro i fascismi, dalla guerra di Spagna alla Resistenza.

Proprio a partire dai drammi di cui era stato testimone in Unione Sovietica , peraltro, oltre che dall’esperienza spagnola e dalla svolta dei fronti popolari, e naturalmente sulla base dell’elaborazione di Gramsci, Togliatti impresse al Pci – a partire dalla “politica di Salerno” del 1944 – una impostazione nuova, che legava strettamente democrazia e socialismo, delineando quella “via italiana” fondata su “riforme di struttura” e “democrazia progressiva” che sfociò in primo luogo nella lotta per l’Assemblea costituente e nel contributo decisivo fornito dai comunisti alla stesura della Costituzione repubblicana , quindi nelle lotte per la difesa e l’ampliamento della democrazia, e che nel 1956 venne organicamente definita.

Tale linea sarà poi portata avanti dai suoi successori, da Luigi Longo a Enrico Berlinguer, che proprio sul tema della democrazia come via del socialismo, inscindibile da esso, concentrò la sua elaborazione . Vi è dunque un grande patrimonio di elaborazione e di prassi politica (che peraltro non riguarda solo l’Italia: si pensi all’esperimento di Allende in Cile, che vide alleati socialisti e comunisti e fu stroncato nel sangue dal golpe made in Usa), che non si può cancellare con una mozione e che al contrario ha ancora tanto da offrire di fronte alla crisi sistemica di un capitalismo globale sempre più distruttivo.

Il caso del Pci e della via italiana al socialismo è inoltre l’esempio più clamoroso di quanto sia scorretto e storicamente sbagliato presentare il comunismo novecentesco come un fenomeno a una sola dimensione, quella appunto “totalitaria”. È, quest’ultima, una concezione da Libro nero del comunismo, non a caso il volume maggiormente sponsorizzato e diffuso da quel Berlusconi che un tempo era il nemico giurato di tanti che hanno votato la mozione del Parlamento europeo. La storiografia più avvertita perla ormai da tempo del comunismo come fenomeno complesso ed eterogeneo, se non addirittura di “comunismi” al plurale : una interpretazione che rende giustizia alla realtà storica e che appare lontana anni luce da un documento come quello votato a Bruxelles, che rappresenta un testo sbagliato e strumentale, da respingere al mittente e contro il quale sensibilizzare tutta l’opinione pubblica democratica e antifascista. Questo vale soprattutto nel nostro paese, in cui l’attacco alla storia dei comunisti rischia di essere funzionale a nuove offensive contro la Costituzione repubblicana, mentre proprio la Carta costituzionale continua a rappresentare una formidabile leva per la trasformazione e il progresso sociale.

 

 

 

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Gramsci vivo, 80 anni dopo

AntonioGramsci

Il 27 aprile prossimo ricorre l'80° della scomparsa di Antonio Gramsci e lo riucordiamo qui con un articolo di Alexander Höbel, e segnaliamo l'iniziativa "Portiamo un fiore rosso sulla tomba di Gramsci", della IGS Italia (International Gramsci Society Italia), a cui aderisce anche Futura Umanità (Associazione per la Storia e la Memoria del Pci), https://www.facebook.com/events/481745355489788/

di Alexander Höbel - Come mai, a 80 anni esatti dalla sua scomparsa, la figura di Antonio Gramsci viene celebrata, ricordata e studiata in tutto il mondo? E perché si continua a ritenere la sua opera come un contributo fondante per la cultura politica della contemporaneità? Gramsci viene oggi celebrato e studiato non solo come antagonista irriducibile del fascismo, che lo volle in carcere e lì lo uccise; non solo come fondatore del Partito comunista d’Italia assieme a Bordiga, Terracini, Togliatti, Grieco, Camilla Ravera, e i giovani Longo, Secchia, Teresa Noce; ma anche come colui il quale – dagli scritti giovanili alle Tesi di Lione, dal saggio sulla questione meridionale ai Quaderni del carcere – ha dato un contributo enorme al marxismo novecentesco, e più in generale al pensiero critico contemporaneo.

 

Le categorie concettuali da lui elaborate costituiscono tuttora una bussola essenziale per orientarsi nel mondo: egemonia, come processo di apprendimento delle classi lavoratrici nel loro porsi e proporsi come nuove classi dirigenti della società e dello Stato; rivoluzione passiva, ossia il modello delle ristrutturazioni operate dalle classi dominanti con la costruzione del consenso dei dominati; intellettuale collettivo e moderno Principe, ossia lo strumento politico e organizzativo – il Partito in primo luogo – che i subalterni si danno per la trasformazione radicale degli assetti sociali.

 

“Questo miracolo dell’operaio che quotidianamente conquista la propria autonomia spirituale” – scriveva Gramsci nel 1920 – “lottando contro la stanchezza, contro la noia, contro la monotonia del gesto che tende a meccanizzare e quindi a uccidere la vita interiore, questo miracolo si organizza nel Partito comunista”. È qui che l’operaio “collabora ‘volontariamente’ alla attività del mondo [...] pensa, prevede, ha una responsabilità [...] è organizzatore oltre che organizzato”, e “sente di costruire un’avanguardia” che trascina con sé “tutta la massa popolare” . Sono parole che ancora oggi emozionano e incoraggiano.

 

Fondamentale fu poi il lavoro, avviato da Gramsci nel 1924, teso a individuare le “forze motrici” della rivoluzione italiana: operai industriali e salariati agricoli del Centro-Nord e braccianti del Mezzogiorno. Oggi i settori sociali potenziali protagonisti del cambiamento non sono gli stessi, e tuttavia la lezione di metodo fornita da Gramsci rimane attuale, e implica un nuovo sforzo di analisi e di organizzazione.

 

Anche altre categorie centrali nel suo pensiero sono di estrema attualità: la dimensione molecolare dei processi di trasformazione, l’alternarsi di guerra di movimento e guerra di posizione, la complessità della lotta politica nei paesi a capitalismo avanzato, il ruolo decisivo della battaglia delle idee, la necessità di costruire una nuova intellettualità di massa e quella unità tra struttura e sovrastruttura, forze sociali e idee guida che rappresenta per Gramsci il blocco storico, nel quale – per dirla con Marx – “le idee diventano una forza materiale”.

 

Oggi naturalmente, rispetto ai tempi di Gramsci, molte cose sono cambiate e i legami tra politica e cultura si sono molto allentati. Tuttavia la riflessione del rivoluzionario sardo rimane di estrema attualità. “Non può esserci elaborazione di dirigenti – si legge nei Quaderni – dove manca l’attività teorica, dottrinaria dei partiti [...]. Quindi scarsità di uomini di Stato, di governo, miseria della vita parlamentare, facilità di disgregare i partiti”, “il giorno per giorno [...] invece della politica seria”; ma anche “miseria della vita culturale e angustia meschina dell’alta cultura”, sempre più staccata dalla realtà storica. In questo contesto, scrive Gramsci pensando alla Germania del primo dopoguerra, la burocrazia “sostituiva la gerarchia intellettuale e politica” . Oggi basterebbe sostituire la parola “burocrazia” con “tecnocrazia” o “tecnostruttura” per avere un quadro abbastanza simile a quello descritto.

 

In un altro passo dei Quaderni Gramsci fa un altro ragionamento interessante: “A un certo punto della vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali”, che “non sono più riconosciuti come loro espressione dalla loro classe”. A quel punto la situazione “diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto [...] all’attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici”, mentre si rafforza il “potere della burocrazia [...] dell’alta finanza”. In questa che si configura come una vera e propria “crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso”, la classe dominante “muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo”; dunque “mantiene il potere, lo rafforza [...] e se ne serve per schiacciare l’avversario e disperderne il personale di direzione”, i quadri politici. Ne deriva “il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico [ma possono essere anche due o tre, aggiungerei] che meglio rappresenta e riassume i bisogni dell’intera classe” dominante. Insomma, “non sempre [i partiti] sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche”, ma le conseguenze del loro disgregarsi sono molto pesanti .

 

Sono parole di grande attualità, che ci rimandano a quella idea di “crisi organica”, nella quale “il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere”, che per Gramsci però è anche tipica delle “fasi storiche di transizione” . Ecco perché il pensiero del fondatore del comunismo italiano non solo è ancora fecondo, ma è anche uno strumento prezioso per chi vuole abolire lo stato di cose presente e contrastare la barbarie che avanza.

 
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Enrico Berlinguer, trent'anni dopo

Enrico Berlinguerdi Alexander Höbel - Sono numerose le iniziative che si stanno svolgendo in questi giorni in tutta Italia per ricordare la figura di Enrico Berlinguer a trent'anni dalla prematura scomparsa e riflettere sul suo pensiero e la sua azione politica. Molte di esse sono affollate, largamente partecipate, e già questo è qualcosa di significativo. Spesso vengono proiettate le immagini del suo ultimo discorso, del comizio che il Segretario del Pci volle a ogni costo portare a termine, e che rimane un momento altissimo della politica italiana in età repubblicana: non solo per la determinazione nel portare fino alla fine il discorso, ma anche per i temi che erano al centro di quel ragionamento.

Quel 7 giugno 1984, dal palco di Padova, Berlinguer denunciava l'attacco ai lavoratori e al sindacato che era dietro alla questione della scala mobile; lanciava l'allarme su un'involuzione della democrazia che passava per il decisionismo craxiano, per le tendenze leaderistiche e plebiscitarie, per l'abuso dei decreti legge, il costante rafforzamento dell'esecutivo, la messa in mora del Parlamento. Infine Berlinguer denunciava l'attacco al Pci e ne rivendicava il ruolo fondamentale, non solo per i comunisti e per i lavoratori, ma "anche per chi è avversario dei comunisti", per la democrazia italiana nel suo complesso. E poi l'appello finale, ad andare "casa per casa, azienda per azienda, scuola per scuola", che alludeva a una politica di massa, partecipata, radicata, che era stato un carattere fondante e un importantissimo fattore di forza per il Partito comunista italiano.
A giudicare da quello che è successo nei trent'anni seguenti, bisogna dire che, nel lanciare l'allarme sulla tenuta della Repubblica e della sua natura democratico-sociale, Berlinguer aveva visto giusto. Quelle battaglie, però, sono state perse, e non a caso l'Italia di oggi è quella che è. In questo senso, si può dire che Berlinguer, se messo in rapporto col deprimente quadro politico e culturale odierno, è una figura inattuale. E tuttavia la sua profonda attualità sta proprio nelle intuizioni che ebbe, sul futuro e su quanto stava accadendo davanti ai suoi occhi.
Se rileggiamo il rapporto al Comitato centrale del dicembre 1974 (pubblicato poi da Einaudi col titolo La proposta comunista), vediamo che egli coglie con grande lucidità tendenze storiche oggi ben visibili. Nei paesi capitalistici, osserva, è in atto "una crisi profonda e di tipo nuovo", riconducibile tra l'altro al "peso crescente nell'arena mondiale dei popoli e degli Stati prima soggetti al dominio coloniale; e [al]l'esplodere delle contraddizioni intrinseche ai meccanismi economici e sociali che hanno caratterizzato lo sviluppo postbellico". Tutto ciò, per Berlinguer, "ripropone la prospettiva e la necessità storica del socialismo" e intanto "rende urgente una programmazione democratica dell'economia nei singoli paesi [...] e una cooperazione internazionale, lungo una linea che [...] già esce fuori dalla logica del capitalismo". "L'imperialismo" – sì, usa proprio questo termine, poi troppo frettolosamente abbandonato da molti – "tende a spingere le cose a sbocchi catastrofici". Al centro tornano quindi "le questioni del futuro dell'umanità", e solo "un'ampia cooperazione internazionale" potrà consentire di affrontare "problemi vitali e immani come quelli della fame [...] della difesa e della trasformazione dell'ambiente naturale; della lotta contro l'inquinamento", delle risorse energetiche e così via. In un altro passaggio Berlinguer sottolinea "il carattere precario e avvilente dell'attuale assetto sociale". Come si potrebbe, anche oggi e a maggior ragione oggi, dargli torto?
Al XIV Congresso del Pci, ribadisce: "Nessun [...] rinnovamento è possibile in Occidente se non contiene in sé la soluzione dei problemi del Terzo e Quarto mondo". È l'intuizione dell'interdipendenza del mondo attuale, e di quelli che alcuni studiosi hanno definito come "problemi globali".

enrico-berlinguer-21Berlinguer percepisce "in tempo reale" che con la fine del sistema di Bretton Woods e la controffensiva neoliberistica, allora agli inizi, è un'intera fase storica che si chiude. Nel 1983, al XVI Congresso, afferma: «Con la fine del lungo ciclo espansivo dell'economia capitalista cominciato dopo l'ultima guerra, è in sostanza entrato in crisi anche quel compromesso fra le classi su cui si fondavano le esperienze socialdemocratiche, comprese le più avanzate: il compromesso che lasciava ai gruppi capitalistici nazionali e internazionali le decisioni fondamentali circa la direzione e lo sviluppo dell'economia e assicurava in cambio ai lavoratori una situazione di pieno impiego e migliori condizioni di vita attraverso misure di redistribuzione del reddito e l'espansione della spesa pubblica per fini sociali. Oggi la disoccupazione di massa e di nuovo presente, in tutto il mondo capitalistico, con dimensioni che non si erano più ripetute dopo la crisi del '29; la spesa pubblica è giunta a livelli non più dilatabili; e si sono ridotti i margini di superprofitto di cui per lungo tempo hanno goduto i paesi capitalisticamente sviluppati grazie al supersfruttamento delle colonie, e dai quali, in ultima analisi, hanno tratto per lungo tempo beneficio anche le classi lavoratrici.»

Ecco la necessità e il senso della proposta di "austerità", ben diversa dalle politiche di "austerity" oggi portate avanti dall'Unione Europea: diversa perché mette in discussione proprio il modello di sviluppo. "Le conquiste sociali – dice ancora Berlinguer al XVI Congresso – si possono difendere solo avviando una nuova qualità dello sviluppo e introducendo forme di intervento diretto dei lavoratori nel processo di accumulazione". Ecco il tema degli "elementi di socialismo".
Ma parlare di lavoratori, di classe operaia – diceva già allora qualcuno – non è ormai superato? Berlinguer replicava: «In una fase in cui le modifiche tecnologiche tendono a ridurre il peso numerico della classe operaia tradizionale, è divenuto decisivo comprendere e tener conto che vi sono altri strati sociali che possono entrare a far parte delle forze che sono all'avanguardia della lotta per la trasformazione della società. Mi riferisco innanzitutto ai lavoratori dipendenti intellettuali, ai tecnici, ai ricercatori − i «camici bianchi» − i quali, proprio per la loro collocazione nel processo produttivo, sono determinanti per il suo realizzarsi, e sono quindi divenuti figure centrali per il formarsi del profitto. Di conseguenza tali nuovi strati sociali, nelle condizioni capitalistiche, sono direttamente colpiti nelle loro possibilità sociali dalla appropriazione privata del profitto, sono anch'essi degli sfruttati, come lo sono i tradizionali operai in "tuta blu".»

È per questo, non per una mera questione "identitaria", che fino alla fine Berlinguer difese le ragioni del comunismo e in particolare del Pci, l'identità e la cultura politica del suo partito. Già nell'estate del '78, peraltro, intervistato da Eugenio Scalfari, aveva affermato: «Chi ci chiede di emettere condanne o di compiere abiure [...] chiede una cosa [...] impossibile e sciocca. [...]
I passi avanti nell'adeguamento e aggiornamento della nostra linea [...] li abbiamo compiuti non rompendo con il nostro peculiare passato [...] non recidendo le nostre radici [...] bensì sviluppando il grande, irrinunciabile patrimonio teorico e ideale accumulato in centotrent'anni di lotte dei movimenti rivoluzionari nati col Manifesto del Partito comunista.»

La sua impostazione rimane cioè saldamente storicistica. Il passato non può essere oggetto di sentenze e condanne di tipo moralistico, né tanto meno può essere cancellato e rimosso. Esso piuttosto va analizzato e compreso, ed è sulla base delle esperienze e delle elaborazioni passate, attraverso un loro superamento dialettico che eviti di mandarle perdute per ricominciare ogni volta da zero, che una forza politica può effettivamente andare avanti.
Si tratta di una grande lezione, politica, metodologica e persino teorica. Non averne tenuto conto ha provocato danni enormi. Ma se la sinistra in questo paese vuole tornare ad avere un senso, un radicamento e un'identità, proprio da qui deve ripartire.

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Uno spettro si aggira per l'Europa...

Laltra verita di Odessa non incidente ma stragedi Alexander Höbel - Uno spettro si aggira per l'Europa... Purtroppo però non è quello del comunismo, ma quello del suo più radicale antagonista storico. È lo spettro del fascismo che, con modalità nuove ma anche in forme tristemente note, si sta riaffacciando sullo scenario politico del Vecchio continente. La forte e inquietante presenza di Alba dorata in Grecia, l'avanzata elettorale del Fronte nazionale della Le Pen in Francia, il consolidarsi di governi apertamente reazionari nell'Europa orientale, a partire dall'Ungheria di Orban e del movimento parafascista Jobbik, costituiscono segnali molto preoccupanti, sinora di fatto ampiamente sottovalutati dall'opinione pubblica e dalle forze politiche democratiche. Il problema, al contrario, ha solide basi strutturali nella crisi capitalistica globale che imperversa dal 2007, e più in generale in quel processo di deindustrializzazione e declino produttivo dell'Europa che si manifesta ormai da tempo, oltre che nelle mancanza di risposte politiche adeguate da parte delle forze progressiste, che hanno quindi lasciato ampi spazi per la crescita di movimenti populisti e xenofobi, quando non apertamente neofascisti. In alcuni contesti, anzi, tali movimenti sono stati incoraggiati e sostenuti con la stessa irresponsabilità con cui per anni gli Stati Uniti hanno foraggiato gruppi e forze dell'integralismo islamico (in funzione antisovietica, antijugoslava ecc.), salvo poi lanciare, dopo l'11 settembre, la "guerra globale al terrorismo".
In questo senso, lo scenario in cui stanno accadendo le cose più gravi è senza dubbio quello dell'Ucraina. Qui un governo definito "filo-russo", guidato dal presidente Janukovyč, figura discussa ma democraticamente eletta, è stato rovesciato dai moti di piazza Maidan, egemonizzati da forze di estrema destra, dai nazionalisti di Svoboda ai neonazistiStrage ad Odessa di Pravy Sektor (Settore Destro), fiancheggiati e probabilmente anche addestrati in ambito NATO (leggi).

Secondo fonti del settimanale polacco "Nie", rilanciate dal sito Voltairenet.org, già nel settembre 2013, 86 membri del Pravy Sektor furono invitati in Polonia dal ministro degli Esteri polacco Sikorski e addestrati presso il centro di formazione della polizia Legionowo. D'altra parte, nel febbraio scorso l'intercettazione di una conversazione telefonica tra l'ex portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland, e l'ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, aveva rivelato l'attivismo USA sullo scenario ucraino, confermato dall'impegno sul campo del vicepresidente Joe Biden. All'epoca aveva fatto scandalo la frase pronunciata dalla Nuland riguardo a possibili riserve dell'Unione europea ("vada a farsi fottere!"), ma la sostanza politica della conversazione era stata di fatto accantonata.
Né meno eloquenti sono stati il viaggio a Kiev del capo della CIA Brennan, a poche ore dall'avvio dell'operazione speciale delle forze armate ucraine contro i separatisti filo-russi, o la presenza in Ucraina di numerosi mercenari, tra cui i contractors della Greystone Ltd – una società, spiega Ennio Remondino, "sussidiaria della Academi, a sua volta erede della discussa società Blackwater. Scatole cinesi che secondo alcune fonti coprirebbero comunque l''esercito privato' del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Stato americani".
Dal canto suo, il nuovo governo ucraino, quello autoproclamatosi guidato da Turchynov, dopo la presa del potere, si è distinto subito per una linea apertamente nazionalista e russofoba e per una serie di provvedimenti a danno della consistente minoranza russofona del paese, ingenerandone la forte preoccupazione e stimolandone le istanze separatiste; ma la preoccupazione e il dissenso sono andati presto ben oltre i russofoni, riguardando di fatto tutti gli antifascisti e i progressisti ucraini. Le aggressioni a sedi ed esponenti del Partito comunista ucraino, alcuni dei quali sequestrati o uccisi dalle squadracce neonaziste, hanno costituito un segnale d'allarme che ben pochi in Occidente hanno voluto cogliere, così come l'aggressione nello stesso Parlamento del leader comunista Symonenko.
Quanto alle istanze separatiste nei confronti di uno Stato ormai nelle mani di queste forze, esse si sono rivelate largamente maggioritarie in Crimea e tali appaiono, alla luce dei risultati del referendum, anche nelle zone orientali dell'Ucraina. Qui però la reazione della "giunta" insediatasi a Kiev è stata violentissima. I movimenti indipendentistici sono stati repressi nel sangue e ancora una volta, a dar man forte a esercito e polizia, ci sono stati i nazifascisti di Pravy Sektor. È soprattutto a loro che si deve l'orrenda strage di Odessa, dove – dopo alcuni scontri tra una minoranza di russofoni e una massa di nazionalisti ben equipaggiati di armi e bastoni – gli antifascisti filo-russi si sono rifugiati nella Casa dei sindacati, che è stata data alle fiamme dai neonazisti, i quali hanno finito a sprangate coloro i quali uscivano dall'edificio o si lanciavano dalle finestre. Secondo alcune ricostruzioni, anzi, all'interno stesso dell'edificio decine e forse centinaia di persone, tra cui molte donne, "sarebbero state picchiate a morte, accoltellate, stuprate, strangolate od oggetto di esecuzioni sommarie".Ucraina
Al di là dell'esatta dinamica degli eventi, quella di Odessa è stata in ogni caso una strage orribile, che ricorda episodi avvenuti in Europa all'affacciarsi del nazifascismo, dagli incendi delle Camere del lavoro in Italia al rogo del Reichstag in Germania. E anche a Mariupol si sta assistendo a episodi gravissimi, con decine di morti provocati dalla repressione condotta assieme da esercito e gruppi fascisti.
Quello in corso in Ucraina, dunque, si va manifestando sempre più come uno scontro tra forze nazionaliste e neofasciste da un lato, e antifascisti e russofoni dall'altro. Rispetto a tutto questo, la reazione delle forze democratiche e degli antifascisti europei è stata vicina allo zero, quando non segnata dall'aperto appoggio ai golpisti di piazza Maidan. Del resto, l'opinione pubblica è stata fortemente orientata dai grandi mezzi d'informazione, quasi tutti impegnati a diffondere la retorica dell'Orso russo che minaccerebbe la piccola Ucraina, con pochissime eccezioni, tra cui Pandora TV, il sito internet Marx21.it o la pagina Facebook "Con l'Ucraina antifascista".
Si tratta di una scelta politica particolarmente miope e irresponsabile, di cui alcuni in Europa cominciano a rendersi conto. Anche in altre fasi della storia, settori delle classi dirigenti hanno pensato di poter usare movimenti fascisti per i loro disegni, ma quasi sempre la cosa è sfuggita loro di mano. Si potrebbe parlare di "apprendisti stregoni", ma mi pare più adatta la metafora usata da Ingmar Bergman, che in un suo straordinario film, parlava di "uova del serpente". Sono uova che, se covate e protette, possono schiudersi del tutto, facendo emergere forze che la coscienza democratica europea dovrebbe respingere senza esitazioni di alcun tipo. Spetta dunque a democratici, antifascisti e progressisti europei "battere un colpo" in questa vicenda, evitando di favorire, con la propria inerzia o peggio, il riaffacciarsi del fascismo e della guerra (per ora, della guerra civile) nel cuore del Vecchio continente.

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30anni dopo. La lotta per la scala mobile del 1984

Berlinguer eccoci-300x222Con questo articolo, sulla lotta di 30 anni fa, per la scala mobile, si avvia la collaborazione del professor Alexander Höbel dell'Università di Napoli con unoetre.it e commenterà una volta al mese gli avvenimenti politici.

di Alexander Höbel - Trent'anni dopo. La lotta per la scala mobile del 1984 e l'Italia di oggi. Sono passati ben trent'anni dalla grande mobilitazione per la scala mobile che investì l'Italia nel 1984: un anno periodizzante, per il decreto Craxi che unilateralmente aveva tagliato 3 punti di contingenza relativi appunto alla scala mobile, per la lotta sindacale e politica che ne seguì, per la stessa morte del Segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer, che proprio a quella lotta dedicò ogni energia negli ultimi mesi della sua vita. In realtà era un'intera fase periodizzante nella storia d'Italia, e non solo: era la fase della ristrutturazione capitalistica, iniziata già nel decennio precedente, delle trasformazioni interne al modo di produzione, con la rivoluzione informatica e la crescente automazione, che riducevano numero e peso della classe operaia tradizionale, ma anche con l'inizio di quei fenomeni di decentramento produttivo e deindustrializzazione che andarono sempre più caratterizzando molti paesi a capitalismo avanzato.
Si tratta dunque di una fase di arretramento del movimento operaio nei paesi "centrali" del sistema. In Italia si era già avuta la lotta alla Fiat del 1980, cui aveva risposto la sciagurata "marcia dei 40.000", con la quale l'azienda aveva voluto dare il segnale di "via libera" alla sua stessa ristrutturazione, ma anche a un arretramento complessivo della classe operaia. La lotta del 1984 partiva invece da una questione più generale di politica economica, oltre che da una precisa scelta del governo Craxi.
La questione era aperta già da qualche anno. Nel decennio precedente il cambiamento nel rapporto di forza tra le classi, frutto anche delle grandi lotte del 1968-69, aveva prodotto un significativo spostamento di risorse dai profitti ai salari, ciò a cui il grande capitale aveva reagito innescando una spirale di aumenti di prezzi e dunque una crescita costante dell'inflazione. Nel 1975 l'accordo Lama-Agnelli sul punto unico di contingenza misurati sui salari più alti aveva costituito una prima "messa a punto", segnata dall'idea di una maggiore uguaglianza salariale. L'inflazione però aveva continuato a crescere, diventando "a due cifre", fino a toccare le vetta del 21% nel 1980.
Le cause del fenomeno erano molteplici, ma molti economisti concentrarono la loro attenzione proprio sul meccanismo della scala mobile: l'adeguamento automatico dei salari al costo della vita avrebbe prodotto di per sé uno stimolo all'aumento dell'inflazione. Ne seguirono un ampio dibattito e varie proposte, dal premio Nobel Modigliani a Mario Monti, a Ezio Tarantelli. Fu quest'ultimo, peraltro vicino al Pci, a elaborare la proposta più seria: un meccanismo di "raffreddamento" della scala mobile fondato sul basare gli scatti di contingenza non sugli aumenti dei prezzi e dunque sull'inflazione passata, ma sulla previsione dell'inflazione futura; la differenza tra tasso "predeterminato" (e in questa predeterminazione si prefigurava un ruolo nuovo anche dei sindacati) e tasso effettivo di aumento sarebbe stata rimborsata ai lavoratori dalle aziende e dallo Stato. In cambio di questo "raffreddamento" dell'iniziativa rivendicativa, i lavoratori e le loro organizzazioni – sindacati in primis – avrebbero dovuto ottenere un maggiore peso decisionale rispetto alle politiche economiche del governo, e possibilmente il governo stesso avrebbe dovuto cambiare, comprendendo finalmente al suo interno anche forze politiche (come il Pci) rappresentative della classe operaia. Era la teoria dello "scambio politico", che in altri paesi veniva ampiamente praticata.
Il Pci e la Cgil, peraltro, non erano del tutto sordi a queste proposte. A parte il discorso di Berlinguer sull'austerità come leva per cambiare il modello di sviluppo, c'era la linea portata avanti da Amendola e dal Cespe, che sulla base dell'assunzione di responsabilità nazionali da parte della classe operaia teorizzava apertamente la necessità di suoi "sacrifici" sul terreno salariale e rivendicativo, finendo talvolta con l'essere "più realista del re". Dal canto suo, la Cgil con la svolta dell'Eur aveva accettato l'idea del salario come "variabile dipendente" e la "politica dei due tempi". Nel novembre 1981 la Cgil accolse l'idea stessa della predeterminazione e si impegnò a lavorare per contenere i punti di scala mobile entro il 16%.
La dinamica che si era aperta, però, non era solo di tipo economico o sindacale, ma anche fortemente politica. Il quadro era quello dello scontro tra il Pci ei Berlinguer e il Psi di Craxi, e della lotta senza quartiere che quest'ultimo aveva aperto nei confronti del Partito comunista. Nel 1982 la Confindustria disdettò unilateralmente l'accordo sulla scala mobile. L'anno successivo, un tentativo di mediazione del governo Fanfani portò al "lodo Scotti": riduzione della scala mobile al 15% in cambio di controllo delle tariffe, riduzione degli orari di lavoro e della pressione fiscale sui lavoratori; un primo esempio di quella concertazione che si sarebbe affermata, con diversi rapporti di forza, negli anni seguenti.
Nell'agosto 1983 Craxi forma il suo primo governo, e individua proprio nella scala mobile un decisivo punto d'attacco per colpire Pci e Cgil, cosicché nel febbraio 1984, col "decreto di San Valentino", taglia 3 punti di contingenza sui 12 previsti per il 1984. Sul piano sindacale si schiera contro solo la maggioranza della Cgil, mentre Cisl, Uil e componente socialista della Cgil sono a favore. A livello di massa, invece, la reazione è molto forte e diffusa. Spontaneamente in tutto il paese i lavoratori entrano in lotta, si forma un movimento di Consigli autoconvocati che trova subito una forte sponda nella Cgil. Il Pci, dal canto suo, contesta non solo il merito del provvedimento (per Berlinguer va respinto il tentativo di "scaricare la crisi sui sindacati" e sui lavoratori), ma anche il metodo: l'uso del decreto d'urgenza, l'unilateralità della decisione, la pesante intromissione del governo in una dinamica sindacale tra le parti. I gruppi comunisti alla Camera e al Senato attuano quindi un deciso ostruzionismo, ottenendo un successo sul piano parlamentare. Attraverso una mediazione della Dc, il decreto viene modificato.
È in questo quadro che si svolge la grande manifestazione del 24 marzo 1984, sulla quale i maggiori registi italiani realizzano uno straordinario film documentario, che è stato recentemente riproposto alla Casa delle culture di Roma per iniziativa dell'associazione Marx XXI e per gentile concessione dell'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. La manifestazione è immensa, e i lavoratori intervistati nel film mostrano una grande consapevolezza della posta in gioco, oltre a una grande vivacità e combattività unita alla compostezza e compattezza del corteo. In qualche fotogramma si vede Enrico Berlinguer, che mostra la copia de "l'Unità" con quel titolo rimasto nella memoria collettiva: Eccoci.
Come è noto, quella lotta si concluderà con una sconfitta (sebbene nel referendum del 1985 i sì all'abrogazione del provvedimento giungeranno al 45.7%), con ripercussioni pesanti anche sugli sviluppi successivi della nostra storia. L'Italia che emerge dalle immagini della manifestazione è un'Italia ben diversa da quella di oggi. E tuttavia alcuni nodi, alcune problematiche, perfino alcune parole d'ordine, tornano a riproporsi. Oggi, nell'Italia del 2014, il problema salariale e quello del costo della vita si pongono in forme nuove ma sono di nuovo centrali. L'introduzione dell'euro ha prodotto un cambiamento non secondario, contribuendo a colpire il potere d'acquisto dei lavoratori. Ma in realtà a essere cambiato è il rapporto di forza tra le classi nel suo complesso. Né sono mancate in questi anni le proposte volte a introdurre nuovi meccanismi di adeguamento dei salari al costo della vita. Ripensare a questi problemi, assieme a quello della lotta alla precarietà e alle numerose controriforme sulle pensioni culminate nella "riforma Fornero", costituisce dunque una priorità per ricostruire un vasto fronte delle sinistre che torni a porre il problema della rappresentanza e dell'organizzazione dei lavoratori come suoi obiettivi strategici.

Alexander Höbel (Napoli, 1970) è dottore di ricerca in Storia presso l'Università "Federico II" di Napoli e studioso di storia del movimento operaio. Curatore de Il PCI e il 1956 (La Città del Sole, 2006), ha pubblicato La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali (con Gianpaolo Iannicelli, Napoli, Ipermedium, 2006) e Il Pci di Luigi Longo (1964-1969) (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2010). Ha collaborato con la Fondazione Di Vittorio e l'Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia. Borsista della Fondazione Luigi Longo, è autore di Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013. Collabora con la Fondazione Istituto Gramsci, per la quale cura il lavoro di redazione della rivista "Studi storici".

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