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Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio.

Rearviewmirror

URL del sito web:

Occhi aperti: dove si soffre qualcuno s'arricchisce

 Quando l'illegalità prospera?

mafia investe 350 minNadeia De Gasperis - Da sempre le mafie vedono nella tragedia non il dolore ma una occasione per rafforzarsi, riorganizzarsi e quando il momento è maturo, arricchirsi. Perché quando l’ordine sociale è scardinato le mafie trovano nuove opportunità di sviluppo. È successo dopo terremoti importanti, e succederà anche stavolta, quando, finalmente, saremo usciti da questa immane tragedia. Il post terremoto dell’80, ha ricordato il Sostituto Procuratore di Napoli dell’antimafia, Catello Maresca, ha visto nascere il clan dei Casalesi, ma anche più recentemente, aggiungerei, la ricostruzione dell’Aquila, ha visto accaparrarsi gli appalti più lucrosi da parte della camorra, della ’ndrangheta e di cosa nostra.

Non si trattava di criminalità abruzzese ma di società saldamente impiantate nell’Italia settentrionale, attirate dagli appalti e dunque presenti in Abruzzo solo fino a quando erano prospettabili lucrosi guadagni. Tutto questo perché non si è voluto lavorare nella prevenzione di questi fenomeni, mettendo in campo quegli strumenti che avrebbero permesso di monitorare dinamiche così delicate, garantire che tutto procedesse nella trasparenza come con l’istituzione di un osservatorio della legalità.

Oggi le mafie hanno il tempo di organizzare e programmare le azioni future, si cementano le alleanze e si affermano i rapporti di forza e soprattutto, dove lo Stato manca e la gente è disperata, e lo scenario presente lascia presagire un futuro di forte disagio, economico e lavorativo, oltre che umano e sociale, la criminalità fa proseliti, tiene in scacco le attività commerciali. Lo abbiamo visto sui nostri territori, quando in momenti molto meno drammatici, almeno universalmente parlando, ma di forte contrazione economica, il proliferare delle infiltrazioni mafiose ha preso in mano risollevandole per poi tenerle sotto scacco, molte attività destinate a fallire.

Nell’ attuale panorama, così inquietante, di disagio sociale ed economico, le mafie esercitano prima un controllo sociale, divenendo riferimento per le comunità più piccole, magari quelle rurali che faticano a resistere, poi saranno le aziende e le attività minori a essere vittime dell’usura, perché ricordiamole, le mafie sono quelle che detengono il più grande capitale. Ma è ipotizzabile che ad essere “infettati” saranno nuovi settori, come quelli assicurativi, ad esempio, perché questa inaspettata situazione ridisegna anche le dinamiche del mondo del lavoro, dove datori di lavoro, pubblici e privati, che si trovano a gestire giorni di malattia e assenza, avranno bisogno dell’aiuto di assicuratori, un settore che sarà appetibile alla criminalità. Per non parlare del commercio di quelli che sono diventati beni di prima necessità, come mascherine e prodotti sanitari, saranno di certo motivo della nascita di nuovi nuclei criminali di nicchia.

Che sia questo il momento di guardare al futuro con quel sospetto necessario per mettersi al riparo da questi scenari?! Come dopo una guerra il Paese avrà voglia di ripartire, di scrollarsi di dosso il dramma e il dolore e forse nel farlo sarà più determinato che mai, lo Stato garantisca che tutto ciò possa avvenire in totale sicurezza.

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Per il reparto di terapia intensiva di Sora

Ospedale Sora 400 minCare lettrici e cari lettori,
in questo momento di emergenza che riguarda tutti ci rendiamo conto più che mai delle fragilità del nostro sistema sanitario e che la abnegazione per il proprio lavoro della maggioranza del personale medico e paramedico non basta da sola a far fronte a stati di necessità come quello che stiamo vivendo.

Ogni giorno dovremmo batterci per quell’articolo della Costituzione che garantisce a tutti noi un sistema sanitario gratuito e universalistico, ma ora abbiamo bisogno più che mai di destinare le nostre risorse a questa causa. Ecco dunque che da cittadina di questo territorio vi chiedo di aderire al crowdfunding per il reparto di terapia intensiva di Sora, una risorsa non solo per i cittadini sorani ma di tutto il comprensorio.
Sicuri di avere una forte risposta vi auguro ogni bene, speriamo di tornare presto ad abbracciarci.

Nadeia De Gasperis

Anche la più piccola donazione può fare la differenza!

 

Ecco il link della raccolta

https://www.gofundme.com/f/aiutiamo-la-terapia-intensiva-di-sora-fr?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=p_cp+share-sheet&fbclid=IwAR2p7RvBWsY--moEN9MqLIYJ8A5OvkCKNbIetWJtLJqo-wPJG_dl7NezZoI

 

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Non sprechiamo una occasione per essere migliori

Coronavirus e riflessioni

epidemia 350 mindi Nadeia De Gasperis - Ci siamo resi conto, negli ultimi mesi, di quanto un evento come la diffusione di un virus ci sottoponga a una selezione naturale, e di quanto tutti siamo esposti allo stesso modo.
L’emergenza ci ha messi uno di fronte all’altro, seppure a distanza di sicurezza di un metro. E questo non ci ha permesso di girare la testa dall’altra parte.

Ho ripensato a un evento di molti anni fa, a un mese dal terremoto dell’Aquila, raggiungendo un paesino alle pendici del Gran Sasso, lontano dal circo mediatico che era stato allestito al centro del capoluogo abruzzese, trovammo una popolazione costituita da soli adulti. Non era un paese che invecchiava, ma i cittadini erano stati raggiunti dai soccorsi solo qualche giorno prima, e i bambini erano stati tutti ricoverati all’ospedale di Teramo con problemi respiratori, alcuni con la polmonite. Per un mese erano stati senza acqua e riscaldamento e in un paesino di montagna, il mese di aprile, è ancora molto freddo, soprattutto in quell’anno particolarmente rigido. Eppure, la percezione generale, parlando con la gente, era che quello dell’Aquila fosse un problema risolto, un problema relegato alla bella e grande città.
Quanta e quale, mi chiedo, è la responsabilità dei media di diffondere le notizie? Quanta è la responsabilità individuale di cercare la verità oltre quella che ci propinano?

Gli ospedali e i loro reparti chiudono, e chiudono per tutti, il personale medico diventa sempre più “vecchio” ed esiguo, eppure qualcuno si meraviglia che questo sistema sanitario potrebbe non riuscire a far fronte all’emergenza del coronavirus. Possibile non accorgersi, di quanto tutti i problemi ci riguardino da vicino, di quanto sia necessario indignarci e rimboccarci le maniche, fosse anche solo al cospetto di noi stessi quando siamo chiamati al voto.

Secondo gli esperti in storia delle epidemie, quando la paura sarà passata si tornerà alle nostre abitudini sbagliate, si tornerà a non lavarci le mani come dovremmo, e si tornerà a non vaccinarsi e aggiungo, si tornerà a insultare la mamma che pretende per il suo bambino immunodepresso, che gli altri bambini siano vaccinati.

Quando tutto sarà passato, ci preoccuperemo di capire meglio cosa accade “fuori dal nostro giardino” per evitare che a situazioni di emergenza si aggiungano altre emergenze?

Ho pensato a quanto sarebbe stato disastroso se questo virus fosse arrivato durante l’emergenza di un terremoto, un dissesto idrogeologico, dopo la caduta di un ponte, dopo una alluvione. Ecco, probabilmente di queste situazioni ce ne sono e non ne sappiamo abbastanza, come non sappiamo quanto siano preoccupati i genitori dei bambini di Taranto che ogni anno contano 1500 morti di tumore, quanto saranno spaventate le loro mamme e i loro papà da questo virus? Siamo davvero tutti uguali di fronte all’emergenza? O nel tessuto sociale le limitazioni che esso impone ci espongono a una selezione innaturale che inasprisce le diversità?

Si dice che nelle situazioni impreviste come questa, di noi venga fuori il meglio, non sprechiamo una occasione.

 

 

Si contageranno anche le idee...buone?

 

 

 

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Valle del Sacco. Presto i dati per la "bonifica uomo inquinato"

ProgettoFast 350 minEcoFoodFertility

Inizia il percorso di diffusione dei dati del progetto EcoFoodFertility condotto dall’equipe del dott. Luigi Montano.
La prima data sarà Acerra, il 9 marzo sarà la volta di Brescia e poi dovrebbe esserci l’incontro nella Valle del Sacco, previsto fra fine marzo e aprile.

Venerdi 21 febbraio ore 17.30 presso il Teatro Italia ad Acerra saranno presentati, insieme ai dati già pubblicati in Campania sul biomonitoraggio fatto su giovani maschi fra l'area della Terra dei Fuochi e l'area del Cilento e Valle del Sele, I NUOVI risultati di biomonitoraggio su contaminanti sangue e sperma (metalli, IPA, pcb, diossine), stato di fertilita' maschile, biomarcatori ossidativi ed epigenetici su sangue e sperma e intervento nutrizionale di mitigazione degli effetti ambientali "bonifica uomo inquinato" effettuato sui ragazzi di Brescia-Caffaro, Valle del Sacco nel Frusinate e Terra dei Fuochi, con il progetto finanziato circa due anni fa dal Ministero della Salute all' ASL Salerno, (FAST) in collaborazione con Istituto Superiore di Sanità, CNR, Enea, Università di Brescia, Napoli e Milano.

Luigi Montano, UroAndrologo della ASL di Salerno, Coordinatore del Progetto di Ricerca EcoFoodFertility e del Progetto FAST del Ministero della Salute. Presidente della Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU), il suo progetto è stato seguito da unoetre.it nella nostra provincia presso i laboratori del territorio che si sono volontariamente prestati a ospitare l’equipe medica e i ragazzi delle scuole della Valle del Sacco monitorati.

In attesa della pubblicazione e diffusione ufficiale dei dati, rimandiamo alla lettura dell’articolo pubblicato il 23 aprile 2019 e del 20 maggio 2019 con una intervista al Dott. Montano durante le giornate di indagine in provincia di Frosinone.  (clicca ssulla foto in alto a sinistra per veder tutta la locandina)

Utilizzate i link che seguono
https://www.unoetre.it/lavorosocieta/sindacati/federconsumatori/itemlist/tag/fertilit%C3%A0.feed?start=0
https://www.unoetre.it/lavorosocieta/ambiente/ambiente/item/6945-i-danni-dell-inquinamento-intantomidifendo.html

 

Ambiente e salute

 

 

 

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Per una politica di sinistra la vera sfida è il lavoro

macaluso diegobianchi 390 mindi Nadeia De Gasperis - Tutt’altro che propaganda politica quella che Emanuele Macaluso, 94 anni, storico dirigente del PCI, ci ha riservato in una intervista di Diego Bianchi durante la trasmissione Propaganda Live di LA7.

Un discorso da trasmettere a reti unificate, a ricordarci quale sia la missione della politica, in particolare della politica che si dica di sinistra, per chi, come Macaluso sostiene “oggi, in tanti, rinnegano di essere stati comunisti, ma io no, io lo sono stato” e lo ribadisce con l’enfasi di una parolaccia che però ci restituisce il senso civico e politico di quella appartenenza e anche l’indignazione per chi quel senso lo ha relegato nell’oblio.

Il PCI, sostiene sia finito con Berlinguer, nonostante i tentativi successivi, nonostante lui sia rimasto fino ai tempi del PDS.
Oggi la politica di sinistra dovrebbe trovare il coraggio delle sue scelte, anche quando sono impopolari, la vera sfida è il lavoro, prima di tutto quello degli immigrati ai quali restituire una dignità del lavoro. Lo dice con rammarico anche verso i sindacati, che dovrebbero avere al loro interno giovani immigrati che lavorano, perché ce ne sono, non solo quelli alla mercè del capolarato. Lo dice uno che ha fatto il dirigente della Camera del Lavoro di Caltanissetta nel ’47 e a 23 anni, dopo Portella della Ginestra, è stato segretario regionale della CGIL, dove è stato 12 anni.
Bisogna dare agli immigrati forza contrattuale!

Lui che sull’Unità scrisse un articolo dal titolo “sì, sono migliorista!” perché nella sua carriera politica ha sempre lottato per migliorare le condizioni dei lavoratori, quando le prime leghe di braccianti, in Emilia e in Sicilia, si chiamavano “leghe di migliorismo”.
Ma come sappiamo, in effetti, nonostante gli immigrati ci aiutino, con la loro presenza, e la loro forza lavoro, a tenere ancora in piedi una economia claudicante, l’unico sindacalista che oggi conosciamo è Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale della USB, impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti.

Invece, come giustamente sostiene Macaluso, questi ragazzi dovrebbero avere ruoli decisivi nella società civile, e quale società è più rappresentativa se non quella del lavoro?!7

Ma la sinistra, cosiddetta, oggi si crogiola di una vittoria appena scampata al giogo delle destre, sebbene sia una vittoria molto importante. L’Emilia non ha combattuto una destra così becera con una battaglia politico-culturale. È vero che ha vinto la buona amministrazione ma non ha aggiornato e adeguato quelli che sono i valori culturali e politici della sinistra. E se la destra può contendere in una regione come l’Emilia, il fatto è inaudito. Il PD, poi è un partito ambiguo che non ha mai il coraggio di dirsi di sinistra e allora la battaglia politica su quali valori, se non sull’uguaglianza e sui diritti, sulla questione sociale, può farsi?

È riemersa in maniera terribile la questione meridionale, con giovani che emigrano per lavoro. In Calabria, poi, che ha un passato di destra, dove c’è stata una destra “qualunquista”, semi-fascista, che conquistò i comuni di Palermo, Catania e Messina, ci vorrebbe una sinistra davvero innovativa. Poi ci sono i partiti “senza tessera”, che sono niente altro che movimenti, c’è chi si vanta dei suoi 1%, in questo caso fa i nomi di Renzi e Calenda, che rappresentano non più di se stessi, una combriccola di amici, “non serve mica fare un partito per dire la propria, basta che fai una dichiarazione”.

Macaluso dice di non potersi sentire se non alla sinistra del PD. Non è capace, questa “sinistra” di fare scelte precise, come quella di cancellare i decreti sicurezza e non stare lì a far finta di decidere se rivedere, aggiustare…

Macaluso è l’ultimo ad essere stato eletto nella direzione del PCI, quando segretario era Togliatti, con nomi come Natta, Longo, Alicata, Amendola, Pajetta, Berlinguer, lui che, siciliano, era entrato nel partito clandestinamente, ma questi sono dettagli che probabilmente non serve ricordare ai lettori del nostro giornale.

 

 

 

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Si legge poco e non si capisce la letteratura

Perché in Italia si legge così poco e come vendere libri 350 mindi Nadeia De Gasperis - Leggere per essere cittadini più consapevoli. Corre veloce nel web, veicolato da una informazione altrettanto veloce quanto superficiale, la notizia dell’indagine OCSE che ci rimanda un quadro dei nostri ragazzi, definiti incapaci di interpretare un testo e corre veloce l’interpretazione stessa della notizia, “si legge poco”, “i ragazzi non capiscono la letteratura”, “gli insegnanti non sanno fare il loro mestiere”, ma i problemi sono altri e piuttosto che stare a sorprenderci sarebbe il caso di correre subito ai ripari.

Non parla di interpretazione letteraria tout court, l’indagine, ma della comprensione di un testo affinchè i dati inscritti in esso siano utili alla risoluzione di un problema, a una analisi critica, a estrapolare notizie utili in un altro campo di applicazione.
In una intervista a un noto storico medievale, Alessandro Barbero, proprio in occasione della fiera del libro di Roma, lo stesso risponde, incalzato sul tema, di non farla tanto tragica, che anche lui in fondo, certi testi non riesce proprio a capirli.

In principio ho valutato un po’ superficiale questa lettura dello stato delle cose ma poi ho compreso la sua provocazione e che la vittimizzazione dei ragazzi e delle loro abilità non ci porterà da nessuna parte se il problema, confermato che esista, fatta ferma la serietà dei test ocse, non venga preso in seria considerazione.
In fondo la ricerca ci restituisce i dati attuali dopo 10 anni, risalgono infatti al 2009 le ultime indagini svolte sullo stesso argomento, ma lo fa con nuovi metodi, calandosi nel contesto in cui i ragazzi vivono e cioè a stretta connessione con il web. Le novità nel quadro di riferimento sono state messe in atto dando ai ragazzi la ricerca di un testo nel web per estrapolarne informazioni necessarie al loro lavoro, saperle inserire in contesti più ampi e verificarne l’attendibilità.

Ma, i dati 2009 sono peggiorati perché non potevano esserci miglioramenti visto che non sono state messe in atto misure compensative organiche dall’ultima rilevazione.
La novità sta nel fatto che ci sia stato un calo più evidente nella macro regione del nord est, ma il 28% dei ragazzi italiani non raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura, insomma dati sommari al di sotto della media dei Paesi OCSE.
È sorprendente proprio vedere come un format a loro così congeniale come il web non fosse utilizzato nel modo sperato, questi infatti si ponevano con un atteggiamento poco critico a ciò che era in rete, e nemmeno a dirlo, poco scolastico.

Il fatto è che dal 2009 hanno registrato un peggioramento anche in aree geograficamente più avvantaggiate che finora avevano mostrato risultati superiori alla media.
Nei professionali la situazione è drammatica rispetto a quella dei licei, una specie di segregazione culturale avviene soprattutto nelle scuole del sud, dove i ragazzi vengono raggruppati per ceto sociale o abilità, nulla di più sbagliato per insegnare l’inclusione e non sono per nulla utili alla didattica.
Un uso superiore della lettura poi, in un Paese che si dica legga di più, è anche uno più superficiale, ai tempi della comunicazione veloce e facile, tanto che non scriviamo neppure più messaggi ma ci scambiamo brevi vocali, perfino quelli, criptati dalla velocità e dalla fretta.

Bisognava cambiare le pratiche didattiche nove anni fa, non c’è stata alcuna presa di coscienza da parte dei decisori politici
Bisogna insegnare a interpretare qualsiasi testo, che sia giornalistico, scientifico, letterario, per saperne verificare l’attendibilità, declinarlo nella quotidianità, riflettere, rielaborare le informazioni per formare cittadine/i più consapevoli, nell’era delle fake news, concentrarsi sui ragazzi e la loro formazione, e non sulla aziendalizzazione delle scuole, ma forse semplicemente questo stato di cose fa comodo alla politica, è più gestibile e soggiogabile, questo oggi come nove anni fa.

 

 

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Dalla Open Arms: la paura più grande

OpenArms emiliomorenatti 400 mindi Nadeia De Gasperis - La paura più grande è quella di trovare dei bambini morti, è facile che accada in 10 cm di acqua, quando ormai, storditi dalle esalazioni dei motori, così ammassati su un “barchino” o gommone, i genitori o compagni di viaggio non riescono a tenerli svegli. La paura è più grande quando troviamo persone vive, un paradosso che solo l’esperienza può spiegare, convincerle a farsi salvare, non ti allungano una mano, si lasciano morire, scambiandoci per libici, i libici che vengono sempre avvisati per primi, proprio dalle nostre coste e con le loro imbarcazioni che vanno a 40 nodi orari, rispetto le nostre che riescono a portare al massimo i 12, non c’è gara.

Questo e molto altro è stato trasmesso, non solo dal video ma dalle parole del fotoreporter Valerio Nicolosi*. Un appuntamento organizzato a Sora dall’associazione Rise Hub che da anni lavora per l’inclusione e con la collaborazione del Collettivo Storie d’amare, associazione sorana di più recente formazione.

Una anteprima del docufilm di Nicolosi per le cittadine/i di Sora. Si tratta di un documentario di 60 minuti che narra i destini che si incrociano lungo le frontiere del Vecchio Continente. Per la realizzazione del progetto è stata attivata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. L’autore sostiene di aver ricevuto due proposte di produzione ma per un progetto di questa natura non si può “contrattare”, nasce e deve rimanere indipendente.

Nicolosi è uno dei due operatori della stampa a cui è concesso di salire a bordo della Open Arms, ha avuto esperienze anche con Mediterranea e Sea Watch ma Open Arms è e rimane la sua famiglia, come lui stesso la definisce.
È stato a bordo anche un mese intero, per un anno è sceso e salito dall’imbarcazione. Quando sei sopra, racconta, se c’è bisogno di salvare ti rimbocchi le maniche, non puoi dare priorità alle riprese, e come sostiene lo skipper della nave, non esistono eroi che salvano, esiste un equipaggio dove ogni elemento è fondamentale, dal primo soccorritore al cuoco.

È accaduto di arrivare contemporaneamente alle imbarcazioni libiche, di essere stati anche minacciati con le armi, in quel caso si può contare sulle forze armate del territorio di riferimento, negli altri casi è una corsa contro il tempo, a volte combattuta con l’astuzia.
“mi sento un privilegiato” sostiene Nicolosi, per quello che ho potuto fare, una volta ho preso un ragazzo per i capelli, voleva lasciarsi annegare, convinto che fossi un libico, i miei tratti somatici non mi aiutavano quanto quelli di un mio compagno, biondo e alto, che riusciva a convincere prima di essere un europeo.

Cosa si può fare da terra?
Si deve sostenere le ONG e raccontare la verità, lavorare a cambiare il linguaggio quando di parla di migranti e migrazioni, che non sono l’emergenza, sono ormai un fatto consolidato che va affrontato come tale.
Il dialogo con le cittadine/i ha seguito la proiezione del film, moderato dalla giornalista Faticante, dopo un silenzio eloquente e lacrime agli occhi, occhi lucidi. Sono bastati pochi minuti di film per muovere sentimenti contrastanti, di rabbia, impotenza, desiderio di riscatto, vicinanza.

*Valerio Nicolosi è Filmmaker Freelance presso Associated Press

 

 

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A Sora: presidio a fianco dei Curdi

Sora con i curdi 350 mindi Nadeia De Gasperis - Il 19 ottobe '19 si è tenuto a Sora un presidio promosso dall’ANPI per sostenere la causa del popolo curdo. Il giorno prima era stata la volta di Frosinone. È stato scelto di tenere queste manifestazioni davanti gli ingressi delle istituzioni, il palazzo della provincia di Frosinone e il comune di Sora, perché fosse chiaro il monito, suggerire alle istituzioni, oltre cha al governo, di prendere posizione in questa vicenda che ci riguarda tutti, da molto più vicino di quanto pensiamo, non fosse per un ritorno egoistico, scongiurare l’eventualità di rimanere presto in una situazione molto vicina a quella che sta vivendo il popolo curdo.

Nel resto d’Italia, un appello alle istituzioni è stato lanciato dalla Rete delle città in comune, sottoscritto da centinaia di sindaci e amministratori comunali e regionali a sostegno del popolo curdo, contro l’invasione della Siria da parte della Turchia. Da Aosta a Bologna, passando per Milano, Firenze, Pisa, Palermo, Napoli e Ancona, si è levato l’indignato appello dei comuni a prendere una chiara posizione contro l’invasione da parte della Turchia nel Nord – Est della Siria e di sostenere in tutte le sedi opportune questa contrarietà con ogni mezzo possibile, ricordando come una delle azioni di Erdogan sia stata proprio aver sostituito i sindaci curdi legittimamente eletti, in territorio turco, mettendo in secondo piano qualsiasi principio democratico.

L’assenza della amministrazione comunale di Sora si è sentita forte, il palazzo chiuso alle spalle dei relatori, che hanno improvvisato i loro interventi, tra commozione e verve politica, l’assenza del primo cittadino, che non ha neppure risposto all’invito. Le forze politiche della sinistra, e quelle sociali del territorio erano presenti, dimostrando che l’unico modo per vincere le destre reazionarie sia quello di organizzarsi con la forza delle idee e dei progetti, così Le diverse bandiere, che la sinistra si scaglia contro per rinfacciarsi le rivendicazioni di astio, sventolavano per un obiettivo comune. Una cinquantina di persone, inutile gonfiare i numeri anche per chi come me ci ha creduto.

In fondo, come ci ha ricordato il portavoce dell’ANPI Giovanni Morsillo “la vera forza delle destre reazionarie che minacciano concretamente la nostra democratica convivenza, sia la dispersione ed il disorientamento delle forze sane presenti, che non sarebbero marginali se si fosse capaci di organizzarle unitariamente, nel rispetto di tutti ma con chiarezza nelle idee, nei progetti e nelle azioni.” Ammonendoci inoltre di tornare a casa e non smettere di parlarne, con il vicino di casa, sui giornali, sui social network, perché questa tragica storia ci riguarda da molto vicino, boicottare i prodotti turchi, per esempio, non ha lo scopo di affamare un popolo ma quello di lanciare un segnale.

Tra le persone presenti aleggiava un clima di “vicinanza” come se quella storia fosse nostra e parlando con alcuni di loro, non è solo una sensazione quella di vivere sulla nostra pelle la deriva democratica che il paese turco sta subendo da molto tempo. Ragazzi del nostro territorio, che per il loro talento hanno trovato fortuna nelle città più vivaci culturalmente delle Turchia, come Ankara, hanno vissuto in prima persona l’attacco sistematico che Erdogan ha messo in campo proprio verso la comunità turca e non, di insegnanti, giornalisti, direttori di orchestra, donne e uomini della cultura, che da un giorno all’altro, certo con un presentimento sempre vivo, si sono visti licenziati o sono stati costretti a lasciare il Paese, con un rammarico profondo di non poter continuare un lavoro, quello culturale, che è quello maggiormente sotto attacco per la forza che rappresenta.

I due presidi sono stati il passaggio necessario per promuovere un incontro con i rappresentanti della comunità kurda in Italia a breve, compatibilmente con la loro disponibilità, ci dice l’ANPI. Occuparsi oggi del genocidio curdo è una forte responsabilità, perché un giorno non potremo dire che non sapevamo, ma che abbiamo girato la testa dall’altra parte. Stare dalla parte delle combattenti curde non è una moda, non dovremmo farlo perché sono giovani e belle, perché nessuna donna, colei che concepisce la vita, vorrebbe concepire di imbracciare un fucile, dobbiamo farlo per la bellezza dei sogni che portano, di libertà e giustizia. Oggi, non schierarci sarebbe una colpa che la storia non potrà perdonarci.

 

 

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Buon compleanno a Mediterranea

foto compleanno Mediterranea 350 mindi Nadeia De Gasperis - Qualche giorno fa Mediterranea ha festeggiato il suo primo compleanno a San Lorenzo, Roma. Lo ha fatto a terra, anche perché la sua imbarcazione era bloccata, lo ha fatto con una formula che ricorda una serata tra amici, quelli di sempre e quelli incrociati sul proprio destino, che si raccontano tra la pena di un ricordo doloroso e un sorriso complice, le storie di mare e di terra che hanno “salvato” nella memoria di questo primo anno di lavoro. La piattaforma in questo tempo ha imbarcato e anche un po’ scampato a un altro destino, tante realtà, da quelle studentesche, universitarie, ai progetti letterari come quello pensato da Sandro Veronesi, che un giorno ha scritto a Saviano “noi dobbiamo portare i nostri corpi e i nostri cuori e le nostre voci su quelle navi".

Ecco allora che la Bonvicini ci ha raccontato la sua esperienza con CORPO TESTA E CUORE sulla nave Alex come tra le più edificanti della sua vita. Più timidamente si è aggiunta la testimonianza di due giovanissime ragazze di Ostia che insegnano ad andar per mare, con la loro scuola di vela “inclusiva” ai disabili, ex carcerati minorili e agli altri giovanissimi “marinai”. Con la loro discreta e giovane saggezza passano la parola a un “marinaio” figlio di pescatori, che ci ricorda la sovranità di un capitano nelle acque territoriali, quando il sacrosanto diritto a salvare coincide perfettamente con un dovere profondo di umanità per una legge non scritta e anche sancita che si tramanda di padre in figlio.

È la volta dei due giornalisti di Repubblica, iniziati all’avventura di Mediterranea da Mario Calabresi quando “questa sconosciuta” non aveva ancora forma e faceva ancora un po’ acqua da tutte le parti. Non sono più scesi da allora, racconta Mensurati, tra ricordi divertenti e dolorosi, mentre ammonisce di informarsi sempre, anche quando nutriamo il benché minimo dubbio, per essere “equipaggiati” a smontare le false informazioni, perché le nostre ragioni siano più forti di qualsiasi strumentali interpretazione della realtà.

Poi rivolge una domanda insidiosa a un membro dell’equipaggio, Francesca, chiedendole se piattaforme come mediterranea non sia poi un FULL FACTOR (fattore di spinta) per i migranti. Parafrasando la risposta di Francesca “nessuno metterebbe suo figlio in mare se non fosse più sicuro della terra”.

Poi c’era la società civile, quella che lavora con i piedi per terra a sostenere la causa di Mediterranea, Don Mattia che è salito a bordo e si dice sicuro di essere stato “evangelizzato” dall’equipaggio di Mediterranea che gli ha insegnato come il Vangelo possa farsi parola con la pratica concreta dei principi di umanità. C’era Aspagorà da Sora, che racconta l’altra faccia della Chiesa, quella che si volta, con l’aneddoto di cronaca, l’omelia del prete razzista, che ha fatto il giro del mondo, c’è una associazione romana, che racconta la frustrazione di aver sostenuto un progetto di rinascita per i paesi terremotati e aver scoperto poi in quelle stesse persone un senso forte di negazione dell’accoglienza.

In collegamento Skype la portavoce della Sea Watch, Giorgia Linardi, ci restituisce un quadro geo politico della attuale situazione dei Paesi di partenza. Tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che il nuovo governo non abbia mostrato segni di cambiamento e che forse una politica non vocata all’accoglienza, quando non è urlata, come quella di Salvini, è perfino più pericolosa. E, subdula. A questo proposito, ricordano che il decreto sicurezza è ancora lì in tutta la sua pericolosità.

Buon compleanno a Mediterranea che in questa serata di autocoscienza ci hai fatto tornare a casa più consapevoli e più piccoli, in confronto al mare nero che hai attraversato, ma con tanta voglia di crescere.

 

 

 

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Sora: “hai visto quanta gente!? Hai visto che cosa fantastica!?”

soraanfascistaeantirazzista 3 350 mindi Nadeia De Gasperis - Il 3 ottobre del 2013 accadeva una delle più grandi tragedie che i nostri mari possano raccontare,
accadeva alle 3.30 come i più devastanti terremoti del nostro Paese. Ma a differenza di questi, nessuno, salvo le persone che dall’altra parte del mare gettavano il cuore oltre la loro speranza di dirsi salvi, nessuno a parte loro conosceva i loro nomi, nessuno ricorderebbe il nome delle 368 persone morte in mare se non fosse per chi ha ereditato per nascita il loro ricordo e per quei 200 ragazzi da 20 Paesi d’Europa che oggi a Lampedusa hanno celebrato il ricordo della tragedia.

Io oggi, insieme alla mia redazione, vorrei ricordare raccontandovi quel miracolo che si è snodato per le strade della mia città, Sora, che lo scorso 29 settembre, insieme a tanti amici provenienti da tutta la provincia, ha fatto vibrare i ponti delle strade che ogni giorno percorro, e ha fatto vibrere le coscienze, anche quelle sopite, che dietro una finestra o timidamente, sul ciglio della strada, lo guardava passare.

Il corteo si è arricchito nel suo corso, anche di chi ha preso coraggio, nonostante tutto, nonostante isoraanfascistaeantirazzista 2 350 min media che continuano a fare il gioco di uno sparuto numero di “sfigati” che si proclamano “nostalgici dei tempi bui che furono”, nonostante la strisciante campagna di odio che si insinua perfino tra il tavolo e il lavandino di una famiglia qualsiasi, dove la pace, l’accoglienza, la solidarietà dovrebbero regnare.

Lo racconto non solo come redattrice di questo giornale ma come membro di Aspagorà, quella realtà che insieme a tante altre del territorio ha reso possibile che la mia città si colorasse di vita.
Non potrei fare altrimenti, perchè non se ne può parlare senza restituire lo scarto emotivo tra due sorrisi, quello di un mio concittadino e quello di un ragazzo migrante, che si incrociano per dirsi “hai visto quanta gente!? Hai visto che cosa fantastica!?”
soraanfascistaeantirazzista 1 350 minMi piace ripetere che sia inutile starci a contare, noi potevamo contare l’una sull’altro, quello ci faceva percorre anche i luoghi più feroci e meno comuni sentendo di essere “al sicuro”. Se solo si potesse insegnare questa sensazione di sicurezza che cresce nella conoscenza reciproca, quel senso di accoglienza che i ragazzi migranti ci hanno insegnato nei mesi che hanno precorso la manifestazione, con la loro amicizia, con l’ironia, con la forza di ribadire un concetto chiaro “non vogliamo essere aiutati”, noi vogliamo essere parte di questo sistema che combatte ogni forma di discriminazione.soraanfascistaeantirazzista 4 350 min

Un giorno di tanti anni fa, entrai in un patronato di qualche sindacato con mia mamma, sulla parete c’erano affisse delle informazioni, in lingua italiana e in arabo, e per un momento fui pervasa da questa bella sensazione che anche la mia città avrebbe potuto somigliare a una città multiculturale, vivace, inclusiva. Io l’altro giorno questa sensazione, l’ho sentita passare, aveva il profumo della libertà.

 

 

 

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