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Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio.

Rearviewmirror

URL del sito web:

Si legge poco e non si capisce la letteratura

Perché in Italia si legge così poco e come vendere libri 350 mindi Nadeia De Gasperis - Leggere per essere cittadini più consapevoli. Corre veloce nel web, veicolato da una informazione altrettanto veloce quanto superficiale, la notizia dell’indagine OCSE che ci rimanda un quadro dei nostri ragazzi, definiti incapaci di interpretare un testo e corre veloce l’interpretazione stessa della notizia, “si legge poco”, “i ragazzi non capiscono la letteratura”, “gli insegnanti non sanno fare il loro mestiere”, ma i problemi sono altri e piuttosto che stare a sorprenderci sarebbe il caso di correre subito ai ripari.

Non parla di interpretazione letteraria tout court, l’indagine, ma della comprensione di un testo affinchè i dati inscritti in esso siano utili alla risoluzione di un problema, a una analisi critica, a estrapolare notizie utili in un altro campo di applicazione.
In una intervista a un noto storico medievale, Alessandro Barbero, proprio in occasione della fiera del libro di Roma, lo stesso risponde, incalzato sul tema, di non farla tanto tragica, che anche lui in fondo, certi testi non riesce proprio a capirli.

In principio ho valutato un po’ superficiale questa lettura dello stato delle cose ma poi ho compreso la sua provocazione e che la vittimizzazione dei ragazzi e delle loro abilità non ci porterà da nessuna parte se il problema, confermato che esista, fatta ferma la serietà dei test ocse, non venga preso in seria considerazione.
In fondo la ricerca ci restituisce i dati attuali dopo 10 anni, risalgono infatti al 2009 le ultime indagini svolte sullo stesso argomento, ma lo fa con nuovi metodi, calandosi nel contesto in cui i ragazzi vivono e cioè a stretta connessione con il web. Le novità nel quadro di riferimento sono state messe in atto dando ai ragazzi la ricerca di un testo nel web per estrapolarne informazioni necessarie al loro lavoro, saperle inserire in contesti più ampi e verificarne l’attendibilità.

Ma, i dati 2009 sono peggiorati perché non potevano esserci miglioramenti visto che non sono state messe in atto misure compensative organiche dall’ultima rilevazione.
La novità sta nel fatto che ci sia stato un calo più evidente nella macro regione del nord est, ma il 28% dei ragazzi italiani non raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura, insomma dati sommari al di sotto della media dei Paesi OCSE.
È sorprendente proprio vedere come un format a loro così congeniale come il web non fosse utilizzato nel modo sperato, questi infatti si ponevano con un atteggiamento poco critico a ciò che era in rete, e nemmeno a dirlo, poco scolastico.

Il fatto è che dal 2009 hanno registrato un peggioramento anche in aree geograficamente più avvantaggiate che finora avevano mostrato risultati superiori alla media.
Nei professionali la situazione è drammatica rispetto a quella dei licei, una specie di segregazione culturale avviene soprattutto nelle scuole del sud, dove i ragazzi vengono raggruppati per ceto sociale o abilità, nulla di più sbagliato per insegnare l’inclusione e non sono per nulla utili alla didattica.
Un uso superiore della lettura poi, in un Paese che si dica legga di più, è anche uno più superficiale, ai tempi della comunicazione veloce e facile, tanto che non scriviamo neppure più messaggi ma ci scambiamo brevi vocali, perfino quelli, criptati dalla velocità e dalla fretta.

Bisognava cambiare le pratiche didattiche nove anni fa, non c’è stata alcuna presa di coscienza da parte dei decisori politici
Bisogna insegnare a interpretare qualsiasi testo, che sia giornalistico, scientifico, letterario, per saperne verificare l’attendibilità, declinarlo nella quotidianità, riflettere, rielaborare le informazioni per formare cittadine/i più consapevoli, nell’era delle fake news, concentrarsi sui ragazzi e la loro formazione, e non sulla aziendalizzazione delle scuole, ma forse semplicemente questo stato di cose fa comodo alla politica, è più gestibile e soggiogabile, questo oggi come nove anni fa.

 

 

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Dalla Open Arms: la paura più grande

OpenArms emiliomorenatti 400 mindi Nadeia De Gasperis - La paura più grande è quella di trovare dei bambini morti, è facile che accada in 10 cm di acqua, quando ormai, storditi dalle esalazioni dei motori, così ammassati su un “barchino” o gommone, i genitori o compagni di viaggio non riescono a tenerli svegli. La paura è più grande quando troviamo persone vive, un paradosso che solo l’esperienza può spiegare, convincerle a farsi salvare, non ti allungano una mano, si lasciano morire, scambiandoci per libici, i libici che vengono sempre avvisati per primi, proprio dalle nostre coste e con le loro imbarcazioni che vanno a 40 nodi orari, rispetto le nostre che riescono a portare al massimo i 12, non c’è gara.

Questo e molto altro è stato trasmesso, non solo dal video ma dalle parole del fotoreporter Valerio Nicolosi*. Un appuntamento organizzato a Sora dall’associazione Rise Hub che da anni lavora per l’inclusione e con la collaborazione del Collettivo Storie d’amare, associazione sorana di più recente formazione.

Una anteprima del docufilm di Nicolosi per le cittadine/i di Sora. Si tratta di un documentario di 60 minuti che narra i destini che si incrociano lungo le frontiere del Vecchio Continente. Per la realizzazione del progetto è stata attivata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. L’autore sostiene di aver ricevuto due proposte di produzione ma per un progetto di questa natura non si può “contrattare”, nasce e deve rimanere indipendente.

Nicolosi è uno dei due operatori della stampa a cui è concesso di salire a bordo della Open Arms, ha avuto esperienze anche con Mediterranea e Sea Watch ma Open Arms è e rimane la sua famiglia, come lui stesso la definisce.
È stato a bordo anche un mese intero, per un anno è sceso e salito dall’imbarcazione. Quando sei sopra, racconta, se c’è bisogno di salvare ti rimbocchi le maniche, non puoi dare priorità alle riprese, e come sostiene lo skipper della nave, non esistono eroi che salvano, esiste un equipaggio dove ogni elemento è fondamentale, dal primo soccorritore al cuoco.

È accaduto di arrivare contemporaneamente alle imbarcazioni libiche, di essere stati anche minacciati con le armi, in quel caso si può contare sulle forze armate del territorio di riferimento, negli altri casi è una corsa contro il tempo, a volte combattuta con l’astuzia.
“mi sento un privilegiato” sostiene Nicolosi, per quello che ho potuto fare, una volta ho preso un ragazzo per i capelli, voleva lasciarsi annegare, convinto che fossi un libico, i miei tratti somatici non mi aiutavano quanto quelli di un mio compagno, biondo e alto, che riusciva a convincere prima di essere un europeo.

Cosa si può fare da terra?
Si deve sostenere le ONG e raccontare la verità, lavorare a cambiare il linguaggio quando di parla di migranti e migrazioni, che non sono l’emergenza, sono ormai un fatto consolidato che va affrontato come tale.
Il dialogo con le cittadine/i ha seguito la proiezione del film, moderato dalla giornalista Faticante, dopo un silenzio eloquente e lacrime agli occhi, occhi lucidi. Sono bastati pochi minuti di film per muovere sentimenti contrastanti, di rabbia, impotenza, desiderio di riscatto, vicinanza.

*Valerio Nicolosi è Filmmaker Freelance presso Associated Press

 

 

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A Sora: presidio a fianco dei Curdi

Sora con i curdi 350 mindi Nadeia De Gasperis - Il 19 ottobe '19 si è tenuto a Sora un presidio promosso dall’ANPI per sostenere la causa del popolo curdo. Il giorno prima era stata la volta di Frosinone. È stato scelto di tenere queste manifestazioni davanti gli ingressi delle istituzioni, il palazzo della provincia di Frosinone e il comune di Sora, perché fosse chiaro il monito, suggerire alle istituzioni, oltre cha al governo, di prendere posizione in questa vicenda che ci riguarda tutti, da molto più vicino di quanto pensiamo, non fosse per un ritorno egoistico, scongiurare l’eventualità di rimanere presto in una situazione molto vicina a quella che sta vivendo il popolo curdo.

Nel resto d’Italia, un appello alle istituzioni è stato lanciato dalla Rete delle città in comune, sottoscritto da centinaia di sindaci e amministratori comunali e regionali a sostegno del popolo curdo, contro l’invasione della Siria da parte della Turchia. Da Aosta a Bologna, passando per Milano, Firenze, Pisa, Palermo, Napoli e Ancona, si è levato l’indignato appello dei comuni a prendere una chiara posizione contro l’invasione da parte della Turchia nel Nord – Est della Siria e di sostenere in tutte le sedi opportune questa contrarietà con ogni mezzo possibile, ricordando come una delle azioni di Erdogan sia stata proprio aver sostituito i sindaci curdi legittimamente eletti, in territorio turco, mettendo in secondo piano qualsiasi principio democratico.

L’assenza della amministrazione comunale di Sora si è sentita forte, il palazzo chiuso alle spalle dei relatori, che hanno improvvisato i loro interventi, tra commozione e verve politica, l’assenza del primo cittadino, che non ha neppure risposto all’invito. Le forze politiche della sinistra, e quelle sociali del territorio erano presenti, dimostrando che l’unico modo per vincere le destre reazionarie sia quello di organizzarsi con la forza delle idee e dei progetti, così Le diverse bandiere, che la sinistra si scaglia contro per rinfacciarsi le rivendicazioni di astio, sventolavano per un obiettivo comune. Una cinquantina di persone, inutile gonfiare i numeri anche per chi come me ci ha creduto.

In fondo, come ci ha ricordato il portavoce dell’ANPI Giovanni Morsillo “la vera forza delle destre reazionarie che minacciano concretamente la nostra democratica convivenza, sia la dispersione ed il disorientamento delle forze sane presenti, che non sarebbero marginali se si fosse capaci di organizzarle unitariamente, nel rispetto di tutti ma con chiarezza nelle idee, nei progetti e nelle azioni.” Ammonendoci inoltre di tornare a casa e non smettere di parlarne, con il vicino di casa, sui giornali, sui social network, perché questa tragica storia ci riguarda da molto vicino, boicottare i prodotti turchi, per esempio, non ha lo scopo di affamare un popolo ma quello di lanciare un segnale.

Tra le persone presenti aleggiava un clima di “vicinanza” come se quella storia fosse nostra e parlando con alcuni di loro, non è solo una sensazione quella di vivere sulla nostra pelle la deriva democratica che il paese turco sta subendo da molto tempo. Ragazzi del nostro territorio, che per il loro talento hanno trovato fortuna nelle città più vivaci culturalmente delle Turchia, come Ankara, hanno vissuto in prima persona l’attacco sistematico che Erdogan ha messo in campo proprio verso la comunità turca e non, di insegnanti, giornalisti, direttori di orchestra, donne e uomini della cultura, che da un giorno all’altro, certo con un presentimento sempre vivo, si sono visti licenziati o sono stati costretti a lasciare il Paese, con un rammarico profondo di non poter continuare un lavoro, quello culturale, che è quello maggiormente sotto attacco per la forza che rappresenta.

I due presidi sono stati il passaggio necessario per promuovere un incontro con i rappresentanti della comunità kurda in Italia a breve, compatibilmente con la loro disponibilità, ci dice l’ANPI. Occuparsi oggi del genocidio curdo è una forte responsabilità, perché un giorno non potremo dire che non sapevamo, ma che abbiamo girato la testa dall’altra parte. Stare dalla parte delle combattenti curde non è una moda, non dovremmo farlo perché sono giovani e belle, perché nessuna donna, colei che concepisce la vita, vorrebbe concepire di imbracciare un fucile, dobbiamo farlo per la bellezza dei sogni che portano, di libertà e giustizia. Oggi, non schierarci sarebbe una colpa che la storia non potrà perdonarci.

 

 

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Buon compleanno a Mediterranea

foto compleanno Mediterranea 350 mindi Nadeia De Gasperis - Qualche giorno fa Mediterranea ha festeggiato il suo primo compleanno a San Lorenzo, Roma. Lo ha fatto a terra, anche perché la sua imbarcazione era bloccata, lo ha fatto con una formula che ricorda una serata tra amici, quelli di sempre e quelli incrociati sul proprio destino, che si raccontano tra la pena di un ricordo doloroso e un sorriso complice, le storie di mare e di terra che hanno “salvato” nella memoria di questo primo anno di lavoro. La piattaforma in questo tempo ha imbarcato e anche un po’ scampato a un altro destino, tante realtà, da quelle studentesche, universitarie, ai progetti letterari come quello pensato da Sandro Veronesi, che un giorno ha scritto a Saviano “noi dobbiamo portare i nostri corpi e i nostri cuori e le nostre voci su quelle navi".

Ecco allora che la Bonvicini ci ha raccontato la sua esperienza con CORPO TESTA E CUORE sulla nave Alex come tra le più edificanti della sua vita. Più timidamente si è aggiunta la testimonianza di due giovanissime ragazze di Ostia che insegnano ad andar per mare, con la loro scuola di vela “inclusiva” ai disabili, ex carcerati minorili e agli altri giovanissimi “marinai”. Con la loro discreta e giovane saggezza passano la parola a un “marinaio” figlio di pescatori, che ci ricorda la sovranità di un capitano nelle acque territoriali, quando il sacrosanto diritto a salvare coincide perfettamente con un dovere profondo di umanità per una legge non scritta e anche sancita che si tramanda di padre in figlio.

È la volta dei due giornalisti di Repubblica, iniziati all’avventura di Mediterranea da Mario Calabresi quando “questa sconosciuta” non aveva ancora forma e faceva ancora un po’ acqua da tutte le parti. Non sono più scesi da allora, racconta Mensurati, tra ricordi divertenti e dolorosi, mentre ammonisce di informarsi sempre, anche quando nutriamo il benché minimo dubbio, per essere “equipaggiati” a smontare le false informazioni, perché le nostre ragioni siano più forti di qualsiasi strumentali interpretazione della realtà.

Poi rivolge una domanda insidiosa a un membro dell’equipaggio, Francesca, chiedendole se piattaforme come mediterranea non sia poi un FULL FACTOR (fattore di spinta) per i migranti. Parafrasando la risposta di Francesca “nessuno metterebbe suo figlio in mare se non fosse più sicuro della terra”.

Poi c’era la società civile, quella che lavora con i piedi per terra a sostenere la causa di Mediterranea, Don Mattia che è salito a bordo e si dice sicuro di essere stato “evangelizzato” dall’equipaggio di Mediterranea che gli ha insegnato come il Vangelo possa farsi parola con la pratica concreta dei principi di umanità. C’era Aspagorà da Sora, che racconta l’altra faccia della Chiesa, quella che si volta, con l’aneddoto di cronaca, l’omelia del prete razzista, che ha fatto il giro del mondo, c’è una associazione romana, che racconta la frustrazione di aver sostenuto un progetto di rinascita per i paesi terremotati e aver scoperto poi in quelle stesse persone un senso forte di negazione dell’accoglienza.

In collegamento Skype la portavoce della Sea Watch, Giorgia Linardi, ci restituisce un quadro geo politico della attuale situazione dei Paesi di partenza. Tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che il nuovo governo non abbia mostrato segni di cambiamento e che forse una politica non vocata all’accoglienza, quando non è urlata, come quella di Salvini, è perfino più pericolosa. E, subdula. A questo proposito, ricordano che il decreto sicurezza è ancora lì in tutta la sua pericolosità.

Buon compleanno a Mediterranea che in questa serata di autocoscienza ci hai fatto tornare a casa più consapevoli e più piccoli, in confronto al mare nero che hai attraversato, ma con tanta voglia di crescere.

 

 

 

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Sora: “hai visto quanta gente!? Hai visto che cosa fantastica!?”

soraanfascistaeantirazzista 3 350 mindi Nadeia De Gasperis - Il 3 ottobre del 2013 accadeva una delle più grandi tragedie che i nostri mari possano raccontare,
accadeva alle 3.30 come i più devastanti terremoti del nostro Paese. Ma a differenza di questi, nessuno, salvo le persone che dall’altra parte del mare gettavano il cuore oltre la loro speranza di dirsi salvi, nessuno a parte loro conosceva i loro nomi, nessuno ricorderebbe il nome delle 368 persone morte in mare se non fosse per chi ha ereditato per nascita il loro ricordo e per quei 200 ragazzi da 20 Paesi d’Europa che oggi a Lampedusa hanno celebrato il ricordo della tragedia.

Io oggi, insieme alla mia redazione, vorrei ricordare raccontandovi quel miracolo che si è snodato per le strade della mia città, Sora, che lo scorso 29 settembre, insieme a tanti amici provenienti da tutta la provincia, ha fatto vibrare i ponti delle strade che ogni giorno percorro, e ha fatto vibrere le coscienze, anche quelle sopite, che dietro una finestra o timidamente, sul ciglio della strada, lo guardava passare.

Il corteo si è arricchito nel suo corso, anche di chi ha preso coraggio, nonostante tutto, nonostante isoraanfascistaeantirazzista 2 350 min media che continuano a fare il gioco di uno sparuto numero di “sfigati” che si proclamano “nostalgici dei tempi bui che furono”, nonostante la strisciante campagna di odio che si insinua perfino tra il tavolo e il lavandino di una famiglia qualsiasi, dove la pace, l’accoglienza, la solidarietà dovrebbero regnare.

Lo racconto non solo come redattrice di questo giornale ma come membro di Aspagorà, quella realtà che insieme a tante altre del territorio ha reso possibile che la mia città si colorasse di vita.
Non potrei fare altrimenti, perchè non se ne può parlare senza restituire lo scarto emotivo tra due sorrisi, quello di un mio concittadino e quello di un ragazzo migrante, che si incrociano per dirsi “hai visto quanta gente!? Hai visto che cosa fantastica!?”
soraanfascistaeantirazzista 1 350 minMi piace ripetere che sia inutile starci a contare, noi potevamo contare l’una sull’altro, quello ci faceva percorre anche i luoghi più feroci e meno comuni sentendo di essere “al sicuro”. Se solo si potesse insegnare questa sensazione di sicurezza che cresce nella conoscenza reciproca, quel senso di accoglienza che i ragazzi migranti ci hanno insegnato nei mesi che hanno precorso la manifestazione, con la loro amicizia, con l’ironia, con la forza di ribadire un concetto chiaro “non vogliamo essere aiutati”, noi vogliamo essere parte di questo sistema che combatte ogni forma di discriminazione.soraanfascistaeantirazzista 4 350 min

Un giorno di tanti anni fa, entrai in un patronato di qualche sindacato con mia mamma, sulla parete c’erano affisse delle informazioni, in lingua italiana e in arabo, e per un momento fui pervasa da questa bella sensazione che anche la mia città avrebbe potuto somigliare a una città multiculturale, vivace, inclusiva. Io l’altro giorno questa sensazione, l’ho sentita passare, aveva il profumo della libertà.

 

 

 

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29 settembre, marcia antifascista e antirazzista indetta da Aspagorà

aspagorà 29settembre 350 minDalla Conferenza stampa di Aspagorà.

In un esperimento diretto dal professor Philip Zimbardo della Stanford University, gli studenti furono divisi in carcerati e carcerieri.
L’ esperimento psicologico era volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza.

L’esperimento fu interrotto, perché ebbe risvolti particolarmente drammatici, i carcerieri divennero degli aguzzini che iniziarono a intimidire e umiliare i carcerati cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi.
Questi ultimi, vittime, ebbero un crollo emotivo.

Questo esempio è stato raccontato nel corso della conferenza stampa che annuncia la marcia antifascista e antirazzista per una comunità solidale e nuove politiche di inclusione, del 29 settembre indetta da Aspagorà.

Una campagna di odio reiterata, veicolata e inasprita dai mezzi di comunicazione che in maniera strumentale ingaggiano guerre tra gli ultimi e i penultimi, alla fine paga gli aguzzini, quelli che vorrebbero instaurare un clima di odio in cui è più facile controllare la gente, tenerla sotto il giogo della paura, distrarla dai problemi reali del Paese. Dunque l’immigrato è capro espiatorio di uno stato sociale disastrato, dove le politiche di sussistenza, del lavoro, quelle sociali, sono assenti.

Le ONG, i volontari che lavorano a proprio discapito per salvare vite, diventano i nemici, si ribalta così il sistema delle cose, dove gli operatori umanitari sono delinquenti mentre i trafficanti del mare sono “protetti” da politiche che guardano con favore al governo libico, responsabile di veri e propri lager in cui i migranti subiscono atroci troture. Ai tempi di Auschwiz qualcuno avrebbe potuto dire di non sapere, oggi tutti sappiamo quello che avviene, ce lo raccontano gli operatori umanitari, ce lo raccontano i medici che offrono le prime cure, i ragazzi stessi “venuti dal mare” ce lo raccontano.

Chi volta lo sguardo dall’altra parte si rende complice. Se perdiamo l’umanaità, abbiamo perso tutti, così conclude la relatrice di Apsagorà.

Molti gli interventi, dalle Comunità solidali, a Possibile, da ANPI alla Rete Degli Studenti Medi , dalla comunità africana a quella islamica.
Tutti riconoscono ad Apsagorà il merito di aver fatto rete tra le realtà del territorio, di aver creato uno spazio di condivisione da cui ripartire per ricostruire il tessuto di solidarietà e di inclusione che ognuno auspicava da tempo.

La carta di identità del nostro popolo è la nostra Costituzione, è li che sono inscritti i principi di democrazia e uguaglianza, è da lì che Aspagorà e gli altri vogliono ripartire per promuovere politiche che contrastino ogni forma di discriminazione, che a subirla sia un immigrato, una donna, un bambino, un disabile, una lesbica, un omosessuale, in una sola parola, un essere umano.

Giusi Nicolini parla di Lampedusa

giusi nicolini 350 minIntervista rilasciata a Nadeia De Gasperis - Abbiamo intervistato telefonicamente l’ex sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini*, che era presente il 5 Luglio a Fermo per prendere parte alla manifestazione in ricordo di Emmanuel Chidi Namdi, morto per omicidio razzista. La comunità 5 luglio ha promosso, come ogni anno dalla scomparsa del ragazzo, una manifestazione cittadina, antifascista e antirazzista di solidarietà alla sua famiglia, alle vittime di violenza xenofoba e razzista, contro ogni discriminazione.

 

Come è cambiata Lampedusa da quando non è più sindaco?
Lampedusa è molto cambiata. Era un faro nel mediterraneo per la sua cultura dell’accoglienza. Io sono stata molto in giro da quando non sono più sindaco, in Italia e in Africa, per raccogliere testimonianze di altre realtà, ma il mio disagio verso l’isola è crescente. Sembra che Lampedusa stia diventando un banale luogo ma non è così, non può essere così, perché Lampedusa per sua vocazione è accogliente, non può cancellare quello che è stata per secoli. Lampedusa è un approdo che accoglie viaggiatori e disperati, per chi chi cerca bellezza e chi speranza.

 

Perché la Lega vince a Lampedusa e Riace, che hanno una così forte vocazione all’accoglienza?
La paura è contagiosa e irrazionale e alla fine finisce per aver paura anche chi non sa neppure di cosa avere paura davvero. Le ansie vengono azionate ed esacerbate dai populismi e dai nuovi fascismi. A Riace, per esempio, c’è stato un lucido disegno politico di cancellazione e di criminalizzazione. Un popolo che stava morendo e ha subìto, grazie all’accoglienza, un miracolo, divenendo volano per le politiche di accoglienza, esempio nel mondo e dimostrando meglio di chiunque altri, che l’accoglienza può essere una risorsa. Di accoglienza si può rinascere e non morire, lo dimostrano molte realtà. Loro invece hanno criminalizzato la solidarietà distruggendo i luoghi delle possibilità.

 

Perché l’intolleranza ha attecchito così tanto?
Le politiche di cui parlavo, sono accompagnate da un tam tam dei social che con la loro pervasività parlano per slogan e favoriscono l’eccesso di semplificazione.
Esistono tante realtà virtuose e invece viene raccontato solo il degrado delle periferie dove è diventato senso comune che l’immigrazione sia un vulnus di un paese già ferito mentre andrebbe ricostruito un tessuto sociale di solidarietà nei territori.

 

Parliamo del “caso Sea Watch”?
Guardiamo il bicchiere mezzo pieno.
Non era scontato che il PD salisse a bordo della Sea Watch, dopo le politiche di Minniti che hanno preparato la strada a Salvini, quel Minniti che aveva minacciato la chiusura dei porti prima di lui, e non fosse stato per Del Rio ci sarebbe riuscito. Il nostro Paese dovrebbe renderci orgogliosi per misure come quella di Mare Nostrum, la prima e unica operazione dichiaratamente umanitaria perché Lampedusa ha iniziato a essere un po’ salvaguardata, visto che le persone salvate in mare sono state redistribuite in Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria. Oggi invece consegniamo i migranti alla Libia, che checché se ne dica non è solo un luogo di dittature, non ci sono campi di accoglienza ma lager, non ha mai firmato accordi internazionali per i diritti umani, dove la commistione tra Stato e criminalità è ormai conclamata.

L’informazione è responsabile di questo clima e delle false notizie, non parla dei “barchini” che ogni giorno sono arrivati a Lampedusa quando ero sindaco, e che continuano ad arrivare, dalle coste più vicine come la Tunisia. Quelle partite dalla Libia non ce l’avrebbero fatta perché sarebbero affondate prima o andate in avaria per i viaggi troppo lunghi.

 

Cosa pensa di Carola Rackete e dell’atteggiamento eversivo di Salvini che la definisce criminale anche dopo la sentenza del GIP di Agrigento.
Le ONG ci sono NON per sostituirsi alle forze dell’ordine, se queste facessero il loro dovere, ma per testimoniare. È emblematico quello che ha detto la GIP di Agrigento scarcerando Carola Rackete sul fatto che esistono norme del diritto internazionale che hanno carattere di sovraordinazione rispetto a quelle interne. La nostra Costituzione ci impegna a onorare i nostri impegni con le istituzioni. Il diritto internazionale stabilisce l’obbligo di soccorso in mare e così rischiamo ogni volta una condanna della corte europea dei diritti dell’uomo per violazione del diritto d’asilo.
Salvini non può definirsi statista, tra gli europei è il peggior populista. Divide tutti in amici e nemici, tra i secondi le donne, soprattutto quelle che dimostrano forza e coraggio, perfino quello di disobbedire alle leggi scritte in virtù di quelle umane. C’è una bella differenza tra giustizia e legalità.

 

Perché lei oggi è a Fermo? Cosa pensa delle posizioni della amministrazione rispetto questa manifestazione.
Un sindaco come quello di Fermo che decide di non prendere posizioni, di non schierarsi e di non condannare come omicidio razzista quello di Emmanuel, di non patrocinare l’evento in ricordo del ragazzo e di non affiggere una targa, sceglie di condannare le vittime ancora una volta e con loro chi ne ha tenuto vivo il ricordo, in un luogo dove le ferite sono ancora vive.
Col tempo capiremo che si chiederà il conto di questi atteggiamenti, che non stigmatizzano la violenza e il razzismo. I responsabili sono quelli che avrebbero dovuto tracciare un argine, per esempio, ricordo l’episodio in cui Salvini, da un palco, mostrò una bambola gonfiabile dalle sembianze della Boldrini. Un fatto gravissimo, per il quale avrebbe dovuto essere punito dalle istituzioni e non solo redarguito.
Il fatto emblematico è quello della mia sconfitta mi si rinfaccia la stessa sconfitta ma io ho pagato perché ho voluto essere fino in fondo il sindaco di tutti, di quelli nati nel mio Paese e di quelli che l’hanno raggiunto in cerca di una speranza. Perché non dovevo rappresentare un luogo per le sue caratteristiche paesaggistiche e per la sua gente, ma per la sua anima.

 

Contenta della vittoria di Bartolo?
Sì, ma onn prendere posizioni depaupera anche la sinistra dei suoi valori. Sono contenta della vittoria di Bartolo, fu chiesto anche a me di candidarmi in Europa ma non me la sentii perché era più importante in quel momento continuare l’attività di sindaco. Ma il PD deve chiarire le sue posizioni, questa vittoria non può essere una bandierina. Deve fortemente rinnegare le politiche di Minniti e dire da che parte sta.

 

 *Note Biografiche

Giusi Nicolini è stata considerata “una sindaca di frontiera”. Un passato da ambientalista, attivista e impegnata contro le mafie si è distinta per le lotte all’abusivismo edilizio. È stata sindaco di Lampedusa e Linosa dal 2012 al 2016, unica donna fra 5 candidati, la sua elezione è stata una rivoluzione per molti versi. Già a pochi mesi dalla sua elezione lanciava un appello di denucia all’opinione pubblica e alle istituzioni europee per le gravi carenze strutturali del territorio e la solitudine delle istituzioni e della gente dell’isola, di fronte alle continue tragedie del mare. Poco dopo il tragico naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa con oltre 300 morti, pronunciò un discorso al vertice UE nel 2013 in cui chiedeva una nuova legge europea in materia di asilo e di immigrazione. Ci piace presentarla con questo suo appello di qualche anno fa, dopo l’ennesima tragedia del mare: “Questi morti non riguardano solo l’Italia o Lampedusa, perché se sono solo nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato”.

 

 

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Il capitano è libera!

CarolaRackete 350 mindi Nadeia De Gasperis - Il capitano è libera! Il capitano*, è prigioniero dei suoi pregiudizi.
Non è difficile capire chi sia il capitano che naviga in cattive acque!

Meno facile è comprendere come un ministro della Repubblica, non solo nelle sue “comparsate” salottiere nei talk televisivi, ma proprio nell’aula del parlamento dove si stava tenendo una interrogazione parlamentare della quale era primo interlocutore, definisce Carola Rakete una criminale, e lo fa all’indomani della sentenza del GIP che, come tutti sappiamo, salvo lui a quanto pare, non solo non convalida l’arresto della giovane tedesca, capitano della ONG Sea Watch, ma esclude il reato di resistenza e violenza a nave da guerra. Per il Gip di Agrigento, Carola Rackete ha fatto quello che doveva fare, sapendo poi, aggiungo, di mettere a rischio il suo stipendio e il suo lavoro, non come tanti leoni da tastiera hanno sindacato, agendo per i propri interessi. Se poi gli interessi del capitano sono quelli di mettere in salvo delle vite umane, sono interessata quanto lei, quanto le tante persone che le hanno espresso solidarietà.

Quello che basisce è la resistenza indefessa che Salvini dimostra nel continuare a trattare una persona da criminale nonostante una sentenza, ma anche aldilà di una sentenza, avanzando l’insulsa giustificazione di un paventato intervento di salvataggio che sarebbe comunque avvenuto all’indomani della azione “di forza” di Carola Rackete. Perché non se ne è mai parlato prima? A me pareva di aver capito che quelle persone “mai e poi mai, sarebbero sbarcate, tanto stanno tutti bene”.
Quello che basisce è il turpiloquio maschilista e misogino di tanta parte degli italiani, molte italiane, madri di famiglia, come si suol dire, per rimarcare l’ostilinata mancata empatia alle vicende umane.

Ma questo declino etico, morale e antropologico non è iniziato oggi, ha solo raggiunto l’apice e da questo, quando finalmente avremo toccato il fondo, risorgerà una società inevitabilmente più precaria e violenta, dove i muri vengono scambiati per baluardi di sicurezza.
La critica che si muove verso chi abbracci la causa dei migranti è quella di dimenticare lo stato di precarietà di questo paese, che detto da chi ha accordato la sua fiducia a colui che è la personificazione di questo atteggiamento, sa molto di una tirata nazionalistica che lascia il tempo che trova. Ma come ha detto qualcuno, “il patriottismo è l’ultimo rifugio dell’incapace”, incapaci di governare le situazioni di emergenza, incapaci di governare le proprie pulsioni, incapaci di discernere tra bene e male.

Rimane ancora da capire molto, perché anche una parte, seppure esigua, della sinistra, abbia trattato da criminale Carola Rackete, perché il momento in cui viene immortalata in una foto segnaletica sia stato reso pubblico, perché un ministro della Repubblica possa comportarsi in modo “eversivo” continuando a insultare una persona che è stata assolta da ogni capo di accusa, perché poi in Camera, il M5s annulla l’audizione della Sea Watch su richiesta della Lega.

Intanto l’unica risposta che abbiamo è che le altre ONG disertano l’audizione, una autoesclusione che la grillina, presidente della commissione giustiza, Businarolo, definisce incompresinbile, ma che può essere compresa benissimo con la parola di solidarietà.

 

* Il secondo "capitano" è Salvini...prigioniero dei suoi pregiudizi (ndr)

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Non devono sorprenderci per accoglierli

MamoudouGassama 350 mindi Nadeia De Gasperis - A Parigi Mamoudou Gassama, giovane immigrato maliano senza documenti, salva in maniera eroica, calandosi da un balcone, un bimbo intrappolato in casa da un incendio. Lo hanno soprannominato spiderman, forse perché è così difficile ricordare il nome di un eroe quando ha i caratteri arabi!

Nel Paese di santi e navigatori è facile diventare eroi, anche da stranieri, ma esigiamo una prova in più di temerarietà. Un ragazzo immigrato, in pieno centro cittadino a Napoli, salva una donna dalle aggressioni di un rapinatore, mettendolo in fuga. Davanti all’Eurospin di Tor Vergata uno dei ragazzi che si carica delle nostre buste strabordanti della spesa in cambio di qualche spicciolo e qualche smorfia di accondiscendenza, sventa il furto a danno di una anziana signora. Insomma, sono piene le cronache, e potrebbero esserlo di più, di questi episodi ma non hanno un nome questi ragazzi, mai, o quasi, e qualche volta, come nel caso del ragazzo immigrato che nel Fucino, nel bel mezzo di un evento di piena, salva una famiglia, mentre i soccorsi dei vigili del fuoco stentavano a intervenire per la difficoltà della situazione. Eppure, il ragazzo non esita a tuffarsi nel fiume e salvarli, per poi scappare perché è senza permesso di soggiorno. I giornali titolano “caccia all’immigrato senza permesso di soggiorno” e come sottotitolo il dettaglio del suo atto di coraggio. Non ha un permesso di soggiorno, figuriamoci se possa meritare un nome.

Allora oggi vogliamo raccontare che Samuel, ragazzo nigeriano, che risiede in un centro di accoglienza di Isola del Liri, ha trovato sull’autobus un iphone. Recuperato lo ha portato alla donna che mi ha raccontato la storia, Maria Laura, operatrice del centro, pregandola di comporre l’ultimo numero e raggiungere la persona che aveva smarrito il suo apparecchio. La proprietaria, in poco tempo è stata rintracciata e ha raggiunto il centro di accoglienza per recuperare il suo iphone. Si è sentita di dover ringraziare il giovane ragazzo nigeriano portandogli in dono un cesto di fragole.

Spero che un giorno non saremo più costretti a raccontare quello che per questi ragazzi immagino sia naturale e ovvio, quello che è dettato dalla loro indole senza sensazionalismi o bisogno di riconoscenza o ricompensi.
Con la stessa naturalezza, spero tanto, saremo un giorno in grado di aspettarci da loro qualsiasi cosa di buono ci si possa aspettare da un ragazzo che affida al mare nero la propria vita in cambio di una speranza di salvezza, spinto solo dalla forza del desiderio di un mondo migliore.

Un giorno, spero, ci ritroveremo a non sorprenderci più a raccontare tutto questo per convincerci che i nostri fratelli sono nostri fratelli e le nostre sorelle sono nostre sorelle, per il semplice fatto di essere nati tutti sotto lo stesso cielo, che non giudica, almeno senza averci prima visti alle prove con la vita, la nostra e quella degli altri.

 

 

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UE voto 2019. "La Sinistra" nelle parole di Nicola Fratoianni

nicolafratoianni 350 minNadeia De Gasperis (video) - Abbiamo intervistato Nicola Fratoianni, candidato con La Sinistra alle prossime elezioni europee nel collegio di centro, Lazio, Marche, Umbria, Toscana, incontrandolo presso il Grid di Frosinone, dopo che a Cassino aveva ascoltato lavoratori e cittadini. È stata l’occasione per affrontare temi strettamente legati al nostro territorio, come disoccupazione, Valle del Sacco e Certosa di Trisulti.

Una opportunità per ribadire l’urgenza di invertire la tendenza delle politiche di privatizzazione, di fare dell’ambiente e della sua bonifica una occasione per rivedere totalmente il nostro stile di vita, di incentivare la ricerca, e di fare, per esempio, della bonifica dei SIN una occasione di lavoro per tutti. Fratoianni ha ribadito che per dirsi di sinistra non basta solo dichiararlo ma fare scelte controtendenza e portarle avanti senza risparmiarsi, redistribuire i redditi, concentrati nelle mani di pochi, diminuire l’orario di lavoro e salari più equi, ritornare all’articolo 18, creare un nuovo modello di sviluppo per meridione e aree interne abbandonate. Basterebbe tagliare i fondi alle fonti fossili per dare una risposta concreta all’appello di Greta Humbert, e dei milioni di ragazzi che hanno accolto il suo monito, senza tanti salamelecchi, in un passaggio parlamentare che costerebbe pochissimo sforzo ma che è stato avanzato solo da Loredana De Petris.

Se la sinistra ha vinto in Spagna lo ha fatto, non solo perché unita contro i nazionalismi ma perché ha progettato di ricostruire il tessuto sociale a partireFratojanni Maddalena 350 min dalla edilizia popolare, un tema, quello dell’abitare, che in Italia è una emergenza sociale e ingenera una guerra tra poveri.

Il modo in cui le istituzioni si confrontano con le periferie genera razzismo, che vede come prime vittime gli immigrati. Quegli immigrati per i cui diritti vale la pena battersi sempre e con forza a discapito di qualche voto mancato. A proposito di migranti bisognerebbe fare la conta magari di quanti ragazzi lasciano l’Italia perché altrimenti costretti a svendere il loro talento. Una sinistra, che voglia essere riconosciuta come tale, deve farsi promotrice senza reticenze, di tassare i patrimoni alti. Una sinistra che non deve più essere confusa con le politiche del PD, che vedono l’immigrazione porre un problema di democrazia, che affrontano la crisi parlando di tagli al sociale. Una sinistra che inizi a RI-conoscersi, sicura di ritrovarsi nelle stesse istanze, per le stessi ragioni, quelle degli ultimi.

 

Video: Nadeia De Gasperis intervista Nicola Fratoianni

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