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Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio.

Rearviewmirror

URL del sito web:

Studio dell'inquinamento che danna la Valle del Sacco

INQUINAMENTO, AMBIENTE, SALUTE

Dossier. Salviamo la fertilità dell’uomo e della terra

di Nadeia De Gasperis
Spermatozoi info grafica 700x455 Anter 390 minEsattamente due anni fa, ospiti del Centro polispecialistico, Clinimed di Ceccano, una rappresentanza della Redazione di UNOeTRE.it ha potuto seguire una sessione di screening del programma Fast intervistando medici e studenti protagonisti dello studio epidemiologico condotto dall’equipe del dott. Montano.

Il programma Fast coinvolgeva 450 ragazzi di tre aree del Paese ad elevato impatto ambientale: 150 residenti nella Terra dei fuochi (Comuni a nord di Napoli), 150 nel Sito di interesse nazionale di Brescia-Caffaro e altrettanti nel Sin Valle del Sacco (Roma-Frosinone).
Ad essere analizzati erano ragazzi tra i 18 e i 22 anni, viventi in aree con inquinamento a forte impatto ambientale che tra imbarazzo e consapevolezza erano sicuri della bontà della loro partecipazione, preoccupati per il loro futuro e quello dei loro cari.
Sottoposti ad esami del sangue, delle urine, del capello e, soprattutto, del liquido seminale, sul quale sono stati condotti dallo staff di ricercatori una serie di esami che miravano a valutare il numero, la morfologia e la motilità degli spermatozoi, oltre a misurare i livelli di biomarcatori di dose efficace (elementi in traccia, metalli pesanti) e i livelli di biomarcatori di effetto (Stato Redox, Psa, epigenetica).

Nell’ottobre 2020 veniva pubblicato il dossier dal titolo “DOSSIER. SALVIAMO LA FERTILITA’ DELL’UOMO E DELLA TERRA” che non solo metteva in luce quanto fosse possibile dedurre che l’ambiente influisca negativamente sul seme umano che risente precocemente degli effetti deleteri degli inquinanti ambientali con meccanismi diretti ed indiretti, inducendo alterazioni genetiche ed epigenetiche dei gameti maschili ma che, se non riparate nelle fasi successive alla fecondazione, possono favorire aborti e malformazioni congenite ma anche suscettibilità a molteplici malattie nel bambino e nell’adulto per più generazioni.
Inoltre, il dato era reso particolarmente preoccupante, dal momento che i criteri rigidi di selezione avevano permesso di scegliere i migliori, fra l’altro giovanissimi.

Già nel febbraio 2021 venivano pubblicati i primi risultati sulla rivista internazionale European Urology Focus.
Oggi, uno studio su alcune delle sostanze che hanno inquinato i luoghi, sostanze come l’auramina, che si trova nelle concerie e nelle vernici, 2-metilbutano, utilizzato a livello industriale per la produzione di polistirene e prodotto dalla raffinazione della benzina, presente anche in coloranti e inchiostri di stampante; il pirrolo e la 3-amminopirrolidina presenti in molti pesticidi e insetticidi si ritrovavano in concentrazioni maggiori nel liquido seminale dei ragazzi della Valle del Sacco rispetto a quelli della Terra dei Fuochi.
«Questo studio – riferiscono il dott. Montano e la dott. Longo - insieme ad altri che a breve verranno pubblicati nell’ambito del progetto in corso, pur nei limiti della numerosità campionaria che è stata inferiore rispetto alle altre due, Brescia e Area Nord di Napoli, considerando che la più bassa qualità del liquido seminale riscontrata in quest’area possa rappresentare uno specchio molto fedele della Salute Ambientale del territorio ed anche un indicatore di salute con potenzialità predittive per patologie non solo riproduttive, indicano quanto sia veramente urgente una vasta opera di bonifica della Valle del Sacco».

Di seguito i link alle interviste condotte da unoetre.it ai ragazzi coinvolti nel progetto FAST, e ai dott. Montano e Pappalardo della equipe di ricerca del progetto.
https://www.unoetre.it/lavorosocieta/ambiente/ambiente/item/6945-i-danni-dell-inquinamento-intantomidifendo.html

Riportiamo inoltre, integralmente in inglese, lo studio pubblicato recentemente sulla rivista Environmental Pollution che ci è stato recapitato dal dott. Montano
“Blood, urine and semen Volatile Organic Compound (VOC) pattern analysis
for assessing health environmental impact in highly polluted areas in Italy”

pdf Longo et al EnvPoll 2021 (489 KB)

 

 

 

 

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Chiara Saraceno e il Recovery Plan

NEXT GENERATION EU. Interviste

Chiara Saraceno* risponde alla domande di Nadeia De Gasperis

ChiaraSaraceno Cremonaoggi 380 minLo scorso 29 aprile il governo ha approvato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I fondi stanziati per asili nido, scuole dell’infanzia sono sufficienti per il sostegno alle famiglie? servirà a finanziare il welfare sociale?

«Nidi e scuole per l’infanzia sono solo un, importante pezzo di politiche per le famiglie, oltre ad essere primariamente strumenti di pari opportunità tra i bambini. I fondi stanziati, se fossero destinati solo agli asili nido (la scuola dell’infanzia ha già un elevato livello di copertura e richiede solo che vnga esteso il tempo pieno là dove, specie al Sud, non c’è) basterebbero per raggiungere un 33% di copertura con finanziamento pubblico, quindi accessibile anche ai ceti più modesti. Non sufficiente, visto che il 67% dei bambini rimarrebbe fuori, o solo con l’opzione dei nidi privati, ma più che raddoppierebbe la dotazione attuale. Occorre tuttavia a) che gli investimenti siano diretti innanzitutto a sanare le enormi disuguaglianze territoriali nella dotazione; b) che nei bilanci annuali siano previsti i costi di gestione, per garantire gli enti locali sulla sostenibilità del servizio.
Ciò detto, per sostenere le famiglie con figli e le pari opportunità tra bambini occorre anche allargare il tempo pieno di qualità nella scuola primaria e in quella secondaria di primo grado. Inoltre ci sono tutti i problemi legati alla disabilità e alla non autosufficienza che non vengono toccati dal punto di vista di sollevare le famiglie di parte delle responsabilità e del lavoro ad esse connessi. Nella parte del PNRR dove si parla di non autosufficienza e di domiciliarità di fatto sembra si parli solo di ADI, l’assistenza domiciliare integrata, che è un servizio sanitario temporaneo successivo ad una ospedalizzazione. Nulla c’è sulla assistenza quotidiana continuativa e non esclusivamente sanitaria, lasciata per lo più a familiari e badanti».

 

Come si dovrà lavorare concretamente sui territori per avere riscontri positivi nell’investimento delle risorse e nella equità di distribuzione tra le regioni?

«Come dicevo, sarebbe stato necessario esplicitare chiaramente, in termini anche quantitativi, l’obiettivo del riequilibrio territoriale (rispetto al Mezzogiorno, ma anche alle aree interne. Ad esempio Alleanza per l’Infanzia e la sovra-rete educAzioni avevano chiesto che si fissasse il 33% di copertura dei nidi a livello almeno regionale. Invece è sparita sia la percentuale, sia la sua definizione a base territoriale. Inoltre sarà necessario aiutare gli enti locali meno attrezzati sul piano delle risorse umane e professionali a fare la necessaria progettazione e a seguirne l’attuazione.
Qui c’è un ruolo anche della società civile e dell’associazionismo, per monitorare attentamente e con sistematicamente i processi».

 

Il governo Draghi aggiunge uno strumento universale e non categoriale per le famiglie, l’assegno unico, quale strumento centrale per il sostegno alle famiglie. Cosa ne pensa? Basterà a convincere le famiglie a fare figli?

«In realtà non è il Governo Draghi. La proposta di legge è stata avanzata sin dall’inizio della legislatura, riprendendone una rimasta nel cassetto nella legislatura precedente. Si è integrata con il Family act della ministra Bonetti, costituendone il primo atto. Se non sbaglio, è stata approvata dalla Camera durante il governo Conte 2 e al Senato durante questo governo. L’idea di uno strumento universale che accorpi tutte le frammentarie misure esistenti e allarghi la copertura a tutti i minorenni, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori è buona e i fondi stanziati sono un importante segnale di una benvenuta attenzione della politica per il benessere dei più piccoli. Temo però che – tra vincoli di bilancio e impostazione della legge che lega l’importo dell’assegno alla condizione economica familiare - alla fine l’assegno risulterà molto meno universale di quanto sarebbe desiderabile e la sua universalità pressoché solo simbolica».

Lei, che presiede il comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, ritiene che oggi in Italia le politiche attive sul lavoro, previste dal Paino di Ripresa e Resilienza, andrebbero collegate al reddito di cittadinanza?

«Sicuramente il Reddito di Cittadinanza deve collegarsi anche alle politiche attive del lavoro, almeno per chi, tra i percettori, è in grado di lavorare. Ma le politiche attive del lavoro non possono/devono riguardare solo e neppure principalmente il percettori del Reddito di Cittadinanza, ma tutti coloro che si affacciano al mercato del lavoro, o che perdono il lavoro ed hanno difficoltà a trovarne un altro. Trovo, ad esempio, stupefacente che in questi lunghi mesi in cui molti hanno perso il lavoro, o non lo hanno trovato, o sono rimasti congelati in una cassa integrazione che non si sa se effettivamente consentirà di tornare al lavoro, si sia fatto poco o nulla per offrire a queste persone opportunità di riqualificazione e orientamento. E che anche i sindacati si siano preoccupati di garantire un reddito, ma non anche di proteggere e rafforzare il capitale umano».

Nadeia De Gasperis
vicedirettrice di UNOeTRE.it

 

*Chiara Saraceno. È una sociologa, filosofa e accademica italiana.
Fino al 2008 professore di sociologia della famiglia all’università di Torino, dove ha anche diretto il CIRSDe, centro di interesse di ateneo per le ricerche delle donne e sul genere, dal 2006 al 2011 è stata professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung. Dal 2011 è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, Moncalieri/Torino.

 

 

 

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Jasmine Cristallo: Pci, sinistra e molto altro

NADEIA DE GASPERIS HA INTERVISTATO JASMINE CRISTALLO

jasminecristallo ViaggiNews.com 390 minJasmine Cristallo, nata a Catanzaro, portavoce del Movimento delle Sardine e referente del movimento “Sardine Calabria” è da sempre attiva in difesa dei diritti civili. Tra le sue battaglie più sentite, quella in difesa del Mezzogiorno. Ha avuto numerose esperienze sul campo nell’ambito della cooperazione e del terzo settore. Nel 2019 ha ideato e coordinato la rivolta dei balconi contro Salvini, ossia la protesta dei drappi appesi ai balconi della città per prendere le distanze dal leader della Lega, una manifestazione che ha avuto risonanza in tutto il Paese.
Dall’intervista che le ho rivolto emerge la necessità di una politica che ribadisca la centralità, la difesa e l’attuazione della Costituzione e dei valori in essa contenuti. Il recente incontro avuto al Nazareno con il neopresidente Letta esprime l’esigenza di portare la sua voce di donna di sinistra, antifascista, meridionale.

Quest’anno celebriamo i cento anni della nascita del PCI. Pensa che Il patrimonio culturale del Partito Comunista Italiano si sarebbe dovuto trasferire nelle nuove formazioni progressiste e di sinistra? È avvenuta questa trasmissione?

«Perché le trasmissioni avvengono è necessario ci siano dei processi che le assecondino. Chi trasmette deve farlo attraverso atti e determinate dinamiche. Forse non si è tenuto abbastanza a quel patrimonio per poterlo tramandare e di certo non può avvenire in automatico come fosse carta carbone. Non è un meccanismo che possa innescarsi senza una partecipazione attiva e concreta da parte di chi abbia voglia di portare avanti quelle istanze. Io, avendo 40 anni, sono erede eretica e ho avuto la possibilità di entrare in contatto con persone che testimoniavano e avevano ancora chiara e limpida quella storia. I giovani ne sono orfani ed è sempre più difficile avere la possibilità di attingere a quella fonte».

La sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione? Per quale nuovo panorama politico dobbiamo operare? Quale è la sua ricetta personale per uscire dalla crisi?

«Proprio per loro definizione, essendo ”nuovi”, non hanno potuto maturare quella caratteristica. La “società liquida” che aveva ipotizzato Zygmut Bauman si sta verificando in questa epoca. La sinistra ha perso la capacità di interpretare, di stare nei luoghi a essa deputati, lasciando all’incuria quelli che erano i luoghi della sinistra. Anche da parte degli intellettuali c’era un approccio diverso, penso ad Alberto Arbasino, era un approccio di natura antropologica, che richiedeva di stare in mezzo alle persone, una attenzione all’alterità che si è ridotta ad essere l’approccio di chi sta nelle torri d’avorio, di capitale, mentre nelle periferie viene a mancare una presenza che viene colmata da chi fa propaganda strumentale. Sono stati traditi i valori fondanti della sinistra con l’obiettivo di inseguire politiche neoliberiste finalizzate ad assicurare la sopravvivenza di potentati e non di trasmettere e difendere l’identità».

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del PCI, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

«È un’altra epoca, il PCI ha una storia eccezionale, letteralmente parlando, ha fatto storia e lo ha fatto seriamente. Abbiamo avuto persone del calibro di Gramsci, Togliatti, Berlinguer, che hanno dato lezioni di politica, una eredità importante che nel presente non ha avuto riscontri e ciò che meritava in termini di cura dei saperi e delle attitudini».

Alla luce del recente incontro con il neo-segretario del Pd, Letta, come giudica l’impegno della attuale sinistra verso le questioni di genere? Perché la crisi del PD riguarda tutte le forze democratiche?

«Parlerei di “Centro sinistra” e non di sinistra. Non ho mai fatto mistero di provare stima nei confronti di Letta. Mi rendo conto che il PD, il centro sinistra in genere, ha testimoniato di avere una grave carenza per quanto concerne l’equità di genere. Sono convinta della buona fede di Letta che rileva la assenza di cariche femminili nei ministeri o in quei luoghi che platealmente non vengono affidati alle donne, ma la questione di genere e la sua equità non è una cosa che ci si inventa dalla mattina alla sera. Letta raccoglie una eredità, e non penso che si possa pretendere di mettere ordine dove non c’era. Auspico che costruisca una nuova classe dirigente che abbia caratteristiche idonee ad affrontare seriamente la questione. Non ha senso attribuire incarichi alle donne per mera rivendicazione di genere. Moltissime donne nel tempo hanno testimoniato questa mancanza. In un articolo dedicato a Gramsci, e alla sua attitudine ad affrontare la questione delle donne, Teresa Noce, una delle 21 madri costituenti della Repubblica Italiana, racconta della abitudine di Gramsci di andare a casa di amici e lavare i piatti alla fine della cena.
Anche pensando alla Resistenza, visto che siamo così vicini alla data della sua celebrazione, vorrebbero far passare l’idea farlocca che le donne della Resistenza abbiano avuto solo ruoli di cura o materni. Invece quelle donne hanno ricoperto ruoli politici, attivi».

Lei si definisce una donna di sinistra, antifascista. Tra recrudescenze antisemite, odio sociale, violenza di genere, verso gli immigrati e qualsiasi diversità, per quale nuova società dovremmo lavorare?

«Basterebbe provare ad attuare la Costituzione. Penso alla bellezza dell’ articolo 3 e all’importanza del 27, penso al giustizialismo spinto del nostro Paese, a tutta la prima parte sui diritti e alle integrazioni successive. La Costituzione è antifascista per sua natura e in essa sono insiti tutti gli strumenti per opporsi alla deriva razzista e fascista a cui stiamo assistendo.
La società per cui dovremmo lavorare è innanzitutto unitaria. Sono contraria alla modifica del titolo V. Abbiamo visto con la pandemia l’inasprirsi delle disuguaglianze in ogni campo, dalla scuola, alla sanità. Ciò è intollerabile.
Se penso all’art. 5 e le successive aggiunte di modifica che hanno distrutto il welfare e guardo all’Italia oggi, penso a quel un monumento al welfare voluto da Tina Anselmi, basato su tre pilastri: equità, universalità, uguaglianza. Abbiamo preso quel monumento e lo abbiamo scempiato. Lo hanno fatto governi di centro- sinistra, lo ha fatto l’aziendalizzazione degli ospedali, la perdita della medicina di prevenzione, di prossimità, di prevenzione, quella territoriale, il divario tecnologico che gli studenti hanno vissuto sulla propria pelle durante la pandemia con la didattica a distanza e la difficoltà o l’impossibilità di accesso per alcuni di loro a questa. Il centro-sinistra, per inseguire gli elettori della lega ha modificato il titolo V contro le autonomie differenziate, che non fanno che aumentare le disuguaglianze. La sinistra deve tornare a essere sinistra e occuparsi di tutto ciò che sia battaglia per la civiltà. Solo così si scongiurano rigurgiti fascisti, razzisti, omofobi, ecc.
Lo aveva teorizzato Umberto Eco, che nel suo saggio “il fascismo eterno” ci ammoniva di stare all’erta rispetto ad alcuni sintomi che potevano essere prodromi del fascismo
“il Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo." (Umberto Eco)».

 

 

 

 

 

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Pubblicato in PCI centanni

25 aprile 2021

 25 aprile 2021

 La Costituzione ha un orizzonte da raggiungere

di Nadeia De Gasperis intervista Giuseppe Buondonno
25aprilelocandina 390 minA rendere attuale il 25 aprile, quello che ci accingiamo a celebrare in particolare, è la crisi delle democrazie occidentali con spinta involutiva che hanno subìto per mezzo di alcuni personaggi come Bolsonaro, Erdogan, Orban. In Italia non dobbiamo abbassare la guardia perché ci sono forti propulsioni delle derive poluliste e nazionaliste.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno sdoganamento politico di organizzazioni neofasciste, nel linguaggio, nelle aggressioni razziste, pensiamo al ragazzo nigeriano ucciso a Fermo per omicidio razzista, Emmanuel Chadi Namdi, o al caso Traini.

La democrazia non è una comfort zone che possiamo dare per scontata, ce lo ricorda la storia, come bologna degli anni ’80 e oggi ce lo insegnano episodi come il sequestro della Open Arms, atteggiamenti di disprezzo dell’umanità possono tirare fuori le unghie in qualsiasi momento e minacciare la democrazia.

La scuola è un pilastro di coscienza civile e democratica nella diffusione di cultura, idea, valori di antifascismo e pace, terreno dove si sperimenta una società multietnica. Rispetto al clima maschilista e omofobico dominante, tra i ragazzi, quelle cose stigmatizzate dalle culture dell’intolleranza, come integrazione, rispetto delle diversità, sono dinamiche normali.
La scuola può avere un ruolo fondamentale insegnando la storia, la Costituzione che è il prodotto giuridico della straordinaria rivoluzione partigiana, il frutto maturo. Spigare i valori della Costituzione e la loro attualità è la strada giusta da percorrere. Per esempio, quando ci battiamo contro l’omofobia siamo dalla parte degli art. 2 e 3.

Non serve burocratizzare ma cercare di farlo vivere conciliandola con le paure delle nuove generazioni. La Costituzione ha un orizzonte da raggiungere ed è campo di rivendicazioni, conflitti, battaglie per estendere i diritti.

 

 Intervista video

 

Giuseppe Buondonno

Docente di lettere presso il Liceo Artistico “Preziotti-Licini” di Fermo dal 1992.
È stato Consigliere comunale della città di Fermo e Assessore alla cultura e alla Pubblica Istruzione della Provincia di fermo (2009-2014).
Tra i fondatori dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione, Alto Piceno-Fermo. È tra gli organizzatori del Premio letterario nazionale “Paolo Volponi-Letteratura e impegno civile”. Tra i membri del “Comitato 5 luglio di Fermo”, nato nel 2016 in seguito all’omicidio razzista del ragazzo nigeriano Emmanuel Chadi Namdi.
Autore del volume “Il soggetto rivoluzionario. Attualità di Walter Benjamin” (Ombre Corte, 2017). È in uscita il suo libro “Suonare in caso di tristezza” (PM edizioni).
È stato militante del PCI. Attualmente è nella Segreteria Nazionale di Sinistra Italiana.

 

 

 

 

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Pubblicato in Commenti

Ripensando alla diretta sul femminismo

FEMMINISMO OGGI

La domanda oggi: una società ridisegnata sulle esigenze delle donne

di Nadeia De Gsperis
TgTourism 20198 marzo e la continua lotta del femminismo 350 minLo scorso 7 aprile UNOeTRE.it ha tenuto una diretta dal tema “Femminismo tra passato e presente, cosa è cambiato dal XIX al XXI secolo” inserita tra gli eventi della rubrica PCICENTANNI. La diretta ha visto protagoniste/i Luciana Castellina, politica giornalista, scrittrice, Fiorenza Taricone, docente universitaria di dottrine politiche, già consigliera di Pari Opportunità e Paolo Zanone, artista di teatro (ARS Teatrando) e promotore del primo flash mob al maschile contro la violenza di genere tenutosi a Biella lo scorso 8 marzo.

Ritengo che le sollecitazioni sollevate dai nostri ospiti siano state molte e vorrei sottolinearne alcune.
La prima a cogliere un elemento di novità, nelle parole di Paolo Zanone, è stata Fiorenza Taricone che si è detta sorpresa dell’affermazione dell’artista
“di sentirsi piccolo”. Molti uomini, infatti, ammettono la NON conoscenza dei temi attinenti la questione femminile. Carla Ravaioli, nel suo libro “maschio per obbligo” cercava di capire gli infiniti condizionamenti dell’uomo in questo senso. Occorrerebbe, da parte degli uomini, un minimo di umiltà, la stessa che ha mostrato Zanone con la sua presa di coscienza, eppure, probabilmente, per il mondo maschile, aver avuto a che fare molto col potere non gli ha reso congeniale nel tempo il concetto di “umiltà”.
Paolo Zanone ha sostenuto che la forza di uno sguardo maschile su un altro uomo ha più incisività sebbene la “rieducazione” degli uomini sia un passo da fare insieme. Come la massa degli uomini, il suo sguardo di fronte a ogni tipo di violenza o disparità si risolveva in una indignazione che non aveva una dignità. Finchè un giorno, incalzato dalla domanda di una giornalista in tv che chiedeva “perché gli uomini non fanno nulla?” ha sentito di dover riacquisire quella dignità mancata. Confrontandosi poi con le nuove generazioni ha notato la stessa attenzione e necessità. Ecco dunque che bisognerebbe dedicarsi alla educazione dei maschi, e fornire ai bambini gli strumenti sin da piccoli.

Per quanto meravigliosa la nostra Costituzione, ha riferito invece Luciana Castellina, c’è un imbroglio di fondo, che ci vorrebbe tutti uguali di fronte alla legge, tutti uguali di fronte ai diritti. Ma tutti uguali non siamo, non nascono bambini neutri, nascono femmine e maschi e si è pensato che l’organizzazione della società fosse stata pensata per un bambino neutro ma il neutro corrispondeva al maschile che rappresentava il modello universale. Ora il punto di fondo non è l’accesso, ma la società si è organizzata socialmente e giuridicamente attorno a questo concetto che è la vera difficoltà da superare.
Le donne nel mondo e in Italia hanno fatto passi avanti, in magistratura, scuola, in campo manageriale, ecc. ma se andiamo a vedere più a fondo gli uomini manager per il 95 % hanno figli, le donne al 35 %, dunque le donne hanno dovuto rinunciare ad avere figli perché il lavoro è stato pensato per orari, ecc. solo per gli uomini.

C’è stata una donna nel PCI, Livia Turco, responsabile femminile del PCI che pose al centro la questione delle donne e il fatto che tutto fosse disegnato sui tempi degli uomini e non delle donne.
Oggi Le quote rose hanno valore simbolico, e probabilmente è giusto dimostrare che possiamo essere tutto ma non è questo il punto. Bisogna valorizzare le differenze e pretendere che la nostra società sia ridisegnata sulle esigenze delle donne.
La grande contraddizione tra virtuale e materiale, continua la Taricone è che il lavoro di cura delle donne è costantemente sottovalutato e sottopagato è reale e non virtuale.

Il femminismo è stato costruzione di una identità che era mediato da uno sguardo maschile, il termine sorellanza era un termine politico, condivisione di ideali e non di sangue, sorella di sangue. Il confronto nei collettivi femministi non era tra donne ma politico. Oggi è di nuovo desueto, rimpiazzato da una strategia mediatica che somiglia più a una lotta tra galline che un confronto tra donne, sostiene la Taricone. La sorellanza era utile politicamente. Perfino la fraternitè non ha un equivalente femminile eppure le donne sono state spesso protagoniste nella Rivoluzione francese.

Oggi come allora il linguaggio non è neutro così come non lo sono i bambini, ma esprime sempre un rapporto di potere.
E il femminismo non è un “ismo” morto, ma si è dovuto confrontare nel tempo con l’individualismo e con il qualunquismo e poi ancora con una pandemia che ha acuito le storture, e con la più grande contraddizione, la violenza di genere. Quest’ultima è una stortura evidente di un rapporto relazionale che non funziona e che Paolo Zanone sembra aver colto molto bene che con gli altri artisti ha sfilato indossando gli abiti migliori.

Quello che doveva contraddistinguerli era una paradossale professionalità e serietà, una processione lenta non solo per rispetto delle normative anticovid, ma interpretare una interpretazione scenica, una passeggiata di un’ora prima del flash mob, in un sabato cittadino molto frequentato, dove l’attenzione verso un uomo ben vestito con le scarpe rosse è stato uno sguardo di curiosità che poi è diventato di riflessione. “Eravamo una compagnia teatrale e dovevamo intercettare tutti gli occhi maschili e non siamo riusciti a incrociare nessuno sguardo, il senso di disagio era alto. Era quello che speravamo, destare un punto interrogativo.”

 

Il video trasmesso in diretta

 

 

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La Turchia non può e non deve entrare nella UE

 LOTTE E MOVIMENTI

È urgente una presa di posizione non equivoca nei confronti della Turchia

di Nadeia De Gasperis
violence against women it 390 minSono trascorsi pochi giorni dalla decisione di Erdogan, sotto l’egida della fazione più conservatrice del Paese, di uscire dalla Convenzione di Istanbul, che aveva visto la Turchia proprio tra i suoi primi firmatari nel 2011.

Fin dal 2014, quando la Convenzione è diventata operativa, i gruppi conservatori turchi ne hanno contrasto l’applicazione, sostenendo che indeboliva la famiglia, incrementava i divorzi e favoriva le rivendicazioni della comunità LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender).
Il presidente turco Erdogan, lo scorso 20 marzo, ha motivato l’uscita dalla Convenzione di Istanbul sostenendo che le autorità turche e le leggi nazionali fossero sufficienti a garantire la protezione delle donne.

Secondo le statistiche pubblicate dall’organizzazione Fermeremo i femminicidi, in Turchia ci sono stati 300 femminicidi nel 2020, mentre altre 171 donne sono state trovate morte in circostanze sospette. Alcuni di questi casi sono stati classificati come suicidi.
Ricordo che soltanto durante il lockdown delle prime fasi della pandemia, si registravano in Turchia 21 femminicidi in tre settimane.
La campagna antiviolenza, condotta dalle donne e dagli uomini turchi, si prefiggeva di portare il regime turco all’Aja per femminicidio, genocidio e crimini di genere. In una Intervista a Melike Yasar, portavoce del comitato per le relazioni internazionali del Movimento delle donne curde in Europa, sosteneva: «In Turchia e nelle regioni occupate dallo Stato turco le donne sono rapite, stuprate, vendute, rese oggetto e spinte verso ruoli di genere conservatori, soffocate dalla società patriarcale»

Intorno alla questione dei femminicidi e delle violenze è nata l’associazione 100 ragioni per perseguire il dittatore che propone non solo rendere noti i crimini contro le donne e le politiche femminicide, ma anche contro gli attacchi alla cultura e l’identità di un popolo.

Ma come guarda il resto del mondo alla questione turca?

I rapporti della Turchia con la Nato, con alti e bassi, sono complessi e basati su convergenze e divergenze di ordine geopolitico, e non si fondano su una condivisione, neanche formale, di principi e di valori.
Il nostro presidente del consiglio, Mario Draghi, riprendendo le parole di condanna del Presidente USA Biden, al mancato rispetto del trattato di Istanbul, ha condannato la decisione della Turchia stigmatizzandolo come un “grave passo indietro” e sottolineando il fatto che un Paese democratico come il nostro non possa condividere certi valori, poi correggendosi, “certi disvalori”.

Ma ora i riflettori sulla Turchia si spegneranno di nuovo, come è accaduto ogni volta che una decisione politica eclatante ha indignato per un po’ la comunità internazionale per poi tornare nell’oblio.
Anche La Corte costituzionale bulgara nel 2018 ha addirittura definito la Convenzione di Istanbul incostituzionale perché rendeva meno chiara la distinzione fra uomo e donna. Dunque anche all’interno della stessa comunità europea, la situazione è tutt’altro che scontata.
Non basta condannare il singolo fatto, la violenza sulle donne e la discriminazione delle diversità sono tra questioni senz’altro più attuali, gravi, universali e imprescindibili di politiche democratiche, ma la Turchia vìola costantemente i diritti umani, lo ha fatto ai tempi di Gezi Park, simbolo della ribellione pacifica delle donne e degli uomini, che veniva repressa alla luce del sole con la forza. Idranti puntati sulle donne, giovani o anziane che fossero, li ricordiamo tutti.

La Giunta delle Camere Penali Italiane, insieme agli Osservatori Europa e Pari Opportunità, si unisce alla protesta di tutte le donne e le giuriste d’Europa, nonché e a tutti coloro che ricoprono ruoli di rilievo nelle Istituzioni nazionali ed europee affinché promuovano concrete iniziative per evitare un arretramento nella conquista dei diritti e nella difesa degli stessi. Borrell, l'Alto rappresentante per gli esteri e la sicurezza, sembra descrivere nel suo discorso un universo parallelo, soprattutto rispetto a quello descritto dalla cronaca. Il suo è stato un approccio molto pragmatico tutto basato su relazioni commerciali e contenimento dei flussi migratori. La direzione è quella dell'apertura alla Turchia, sia pur cauta.

In Italia, insieme alle colleghe di altre province, la consigliera di parità della Provincia di Rimini, Adriana Ventura, ha scritto una lettera al premier Mario Draghi, alla luce dell’uscita della Turchia dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul del 2011). Una lettera in cui viene chiesto «al Consiglio d’Europa e alla UE di sospendere la procedura di accesso della Turchia nell’Unione Europea, condizionando da qui in avanti ogni relazione nei confronti del governo turco alla garanzia del rispetto dei diritti umani nei quali ricadono il diritto alla salute e alla vita delle donne».

Ritengo dunque che le parole di Draghi, e di qualsiasi altro Paese voglia dirsi democratico, con politiche in difesa dei diritti umani, siano del tutto insufficienti. È urgente una presa di posizione non equivoca nei confronti di un Paese che lede costantemente i diritti e la libertà delle donne e di tutti i suoi cittadini.

 

 

 

 

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Liberalizzare i brevetti sui vaccini e pubblicare i contratti: Camera dice NO

CRONACHE&COMMENTI

La guerra fredda dei vaccini che sembra giocarsi sulla scacchiera della salute

di Nadeia De Gasperis
vaccini fiale 390 minI deputati Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto di Sinistra Italiana, Doriana Sarli e Guia Termini, deputate del M5S, qualche giorno fa hanno depositato una risoluzione alla Camera per chiedere al governo italiano due cose semplici: sospendere i brevetti sui vaccini e rendere pubblici i contratti con le case farmaceutiche.
La stessa risoluzione, bocciata prima alla Camera dei deputati è stata presentata al Senato da Elena Fattori, Paola Nugnes e Virginia La Mura.

Nicola Fratoianni, sul discorso al Senato di Draghi, si era espresso in questi termini
"Draghi non mi è piaciuto, muto su brevetti vaccini. Una delle prime scelte che il nuovo governo ha fatto in sede Ue è stato proprio quello rallentare il meccanismo delle donazioni al sistema Covax per l’equo accesso ai vaccini".

Già nei giorni scorsi i Paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) non avevvano raggiunto un accordo su una deroga sui brevetti per la produzione di vaccini contro il Covid-19 che, secondo alcuni Paesi, renderebbe più semplice la produzione dei sieri in regioni del mondo a basso reddito.
27 delegati governativi si sarebbero detti concordi con l’esecutivo di Bruxelles che sostiene l’opposizione della Commissione alle deroghe richieste da India e Sudafrica al Trattato internazionale che tutela la proprietà intellettuale (TRIPs).

La interrogazione parlamentare dei deputati SI/M5S chiedeva anche in merito alla risoluzione del WTO:
"Impegnare il governo italiano a farsi promotore nelle sedi opportune per rivalutare e sostenere la deroga temporanea prevista al TRIPS così come proposto dai governi di India e Sudafrica e consentire in questo modo un’efficiente pluralizzazione della produzione e distribuzione vaccinale", si legge nella risoluzione.

Inoltre si chiedeva al governo di pubblicare i contratti stretti con le case farmaceutiche e di "farsi promotore presso le sedi della Ue affinchè tali contratti vengano rivisti nella parte delle sanzioni in caso di inadempienza nonché nella distribuzione dei rischi da eventi avversi che oggi ricadono in capo agli Stati membri".

Mi chiedo quali ragioni riferibili a una platea di cittadine e cittadini consapevoli, possa aver spinto Il governo a non accettare una risoluzione che tutelasse i diritti essenziali dei cittadini?

Soprattutto all’indomani del caso Catelan e dei 29 milioni di vaccini prodotti e tenuti “nascosti” nell’azienda del frusinate, per non parlare della scellerata gestione della campagna di vaccinazione in alcune regioni, come in Piemonte, dove solo ieri è iniziata la vaccinazione del corpo docente o in Lombardia con la scellerata organizzazione di “Aria” che ha visto migliaia di persone in attesa del nulla e assembramenti di “passanti”. Gli stessi organizzatori avevano invitato infatti i sindaci a reclutare cittadine/i per scongiurare l’ipotesi di dover buttare al macero dosi di vaccino che erano destinati a quei pazienti previsti dalla griglia del programma di vaccinazione regionale ma mai contattai dall’azienda.

Abbiamo perso l’ennesima occasione per renderci indipendenti e per sottrarci alle dinamiche geopolitiche ed economiche che governano la guerra fredda dei vaccini e che sembra giocarsi sulla scacchiera della salute.

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Intoccabile il diritto di una maternità libera e consapevole

DONNE E DIRITTI 

Un post di Lorella Zanardo offensivo per molte donne

di Nadeia De Gasperis
immagini.quotidiano.net minQualche giorno fa, sulla sua pagina social, Il Corpo delle Donne, Lorella Zanardo ha pubblicato un post che ha lasciato molte sue lettrici basite e sgomente, me compresa.
La Zanardo, ricordo, è un’attivista femminista, promotrice del docufilm Il corpo delle donne, appunto, che si proponeva di innalzare il livello di consapevolezza sull’immagine delle donne nella tv italiana. Di lì a poco tempo sarebbe esploso il caso Weinstein e la nascita di movimenti come Me too, non una di meno, in Italia e nel resto del mondo.

Il suo post esordisce con la domanda “COSA PENSERESTE se in un PAESE in CARESTIA IO RIVENDICASSI il mio DIRITTO di METTERMI a DIETA?” e la pronuncia con un parallelismo che stigmatizza la necessità di alcune donne di rivendicare il diritto di non volere diventare madri.
Argomenta poi, aggiungendo che in Italia abbiamo il tasso di natalità più basso d’Europa, reso ancora più basso dalla pandemia e che nessuno ci nega questo diritto. Afferma dunque che diventa ridicolo doverlo stare a ribadire. “Chi ce lo ricorda? Le nonne, le zie, le mamme? Ma a noi davvero importa del loro giudizio?” conclude.

Quando penso che questo post sia una provocazione ne scrive un altro in cui conclude che bisognerebbe rimuovere ostacoli sociali, economici, culturali, prima di affermare di non voler diventare madri.
Io sono quasi al settimo mese di gravidanza e mi sono sentita molto colpita da queste affermazioni, ho capito allora cosa intendo oggi essere “femminista”. Se è vero che una donna che lotta per se stessa lotta per tutte le donne, come affermava la poetessa Angelou, è ancora più vero che una donna che lotta per le altre, lotta anche per se stessa. Io che aspetto il mio bambino, tanto desiderato, voluto, cercato, ribadisco la necessità di difendere il diritto di non volerne avere per qualsiasi ragione, sociale, economica, di lavoro essa sia, ma soprattutto per LIBERA SCELTA, senza stare troppo a indagare le ragioni di una scelta più che legittima.

E lo dico perché ancora esistono campagne di odio contro l’aborto, slogan abominevoli che colpevolizzano e che imbrattano le nostre città, le nostre politiche. Ci siamo già dimenticati di Pillon? E siamo sicuri di essere politicamente in salvo da certe derive oscurantiste?

E poi, anche quando ci fosse il desiderio di maternità, la cronaca ci ricorda che stiamo facendo molti passi indietro, ce lo ricorda la pallavolista Lara Luigi che ingaggiata dal Pordenone per la stagione 2018/19, a marzo comunica che avrebbe interrotto la propria attività agonistica perché incinta e chiede, costretta a una ingiunzione, il suo compenso di febbraio. La squadra le risponde che “non ha onorato il contratto e ha portato ingente danno alla squadra”. Di lì a poco tempo, la giovane donna perde il bambino, e il suo lavoro.

Ce lo ricordano le donne che desiderano abortire e che entrano nel limbo delle lungaggini burocratiche per interrompere la gravidanza, delle colpevolizzazioni, e sono costrette a sopportare l’ingresso nei consultori delle organizzazioni pro vita. perfino quando è accertata una anomalia genetica, si allungano i tempi fino a quando quel parto che avrebbe potuto essere più “semplice” chirurgicamente parlando, diventa complicato e doloroso, come a ricordarci quanto debba costarci questa rinuncia non solo in termini psicologici ma anche fisici.

Ma potrei citare mille altre ragioni per cui il post di Lorella Zanardo è risultato giustamente offensivo per molte donne.
Oggi, 10 marzo, 50 anni fa, come oggi, la contraccezione legale segna un passo importante in Italia. Siamo davvero al passo coi tempi per permetterci di criticare le donne che rivendicano il diritto di non diventare madri? Credo proprio di no!

 

Onesignal

 

 

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Pubblicato in Forum Lina Paniccia

La ASL fra le nuvole e i medici di base a rischio

VACCINAZIONI DI MASSA

I medici di famiglia in campo, ma rischiano in proprio. Non è giusto

di Nadeia De Gasperis
Coronavirus quantovaleunavitaumana 350 minQualche giorno fa il responsabile scientifico della campagna vaccinale dell'Unità di Crisi Covid della Regione Lazio, Roberto Ieraci, ha tenuto un seminario in remoto, cosiddetto webinar formativo, con i medici di base.

Sembra che l’evento abbia riscosso successo con una buona partecipazione e una disponibilità di adesione all’avvio della campagna di vaccinazione, sebbene le dosi iniziali destinate ai medici di base siano decisamente poche, da qualche parte bisogna pur iniziare e comunque la Regione Lazio sicuramento si sta distinguendo per numero di vaccinati. Ci sono state molte domande sulle modalità di somministrazione e le tempistiche, ma i medici di medicina generale sono pronti a partire. “Tutti i vaccini a disposizione sono sicuri ed efficaci", riferiscono. La programmazione dell’attività di vaccinazione prevede che saranno i medici di famiglia a selezionare e a contattare telefonicamente i loro assistiti. si partirà con i 65enni, poi a ritroso si scenderà di età. Al momento per ogni medico sono previste venti dosi a settimana, come per la campagna antinfluenzale sperando che nelle prossime settimane, anche con l’arrivo di altri vaccini, si possa incrementare il numero.

Il medico sorano, Presidente della Commissione Sanità del Comune di Sora e Consigliere comunale, Augusto Vinciguerra, in un comunicato ha commentato a caldo le nuove restrizioni ritenendole inevitabili a causa dei comportamenti irresponsabili di alcuni e poi ha richiamato i medici di base al senso di responsabilità sostenendo che la campagna vaccinale in ospedale, quella degli over 80, di cui è protagonista, sta continuando per il meglio con somministrazioni di oltre 120 vaccini al giorno. Invita così i medici di base a invertire la tendenza ritenendo che sono ancora troppo pochi quelli che si sono resi disponibili. Richiama al coraggio e all’organizzazione cosicché si possa arrivare anche a 300 vaccinazioni al giorno,.

In risposta all’appello del dott. Vinciguerra è presto arrivata la replica del dott. Gianfranco Lilla, medico di medicina generale e responsabile Fimmg Distretto C Sora che ha già dato adesione alla campagna di vaccinazione, chiamando personalmente i propri assistiti del primo turno, nati nel 1956, 57, per prenotarli e fornendo loro i moduli informativi di adesione.
Ha risposto con uno stralcio di quanto disposto dall'asl FR e comunicato ai medici di famiglia in cui si evincono le ragioni dei ritardi.
"Si ricorda, inoltre, che in questa fase di avvio verranno erogati dalle farmacie ospedaliere di afferenza: 1 flacone di vaccino ASTRAZENECA ogni due settimane e 1 o più flaconi a settimana, a seconda della disponibilità, di vaccino PFIZER/BIONTECH ( 6-12 persone a settimana)...
Seguiranno ulteriori comunicazioni a seguito di eventuali disposizioni regionali.”

Ha inoltre sottolineato il fatto che molti studi medici non siano dotati di una sala di attesa per i pazienti che dopo il vaccino devono attendere 15 minuti prima di abbandonare il luogo e non dispongono di un doppio ingresso per garantire entrata e uscita in totale sicurezza.
Inoltre molti medici non si sentono tutelati dal punto di vista legale perché le loro assicurazioni non garantiscono copertura per questo tipo di pratica.
In caso di eventi avversi gravi si rischia di buttare all' aria una carriera intera, le assicurazioni non riconoscono nulla in studi non strutturati a regola di Legge).

Così, continua il dott. Lilla, una delegazione di medici di base ha chiesto all’ASL FR di concedere uno spazio dedicato in ospedale (naturalmente già garantito strutturalmente) ma la risposta del DG è stata un secco NO! MA NON CONOSCIAMO LE MOTIVAZIONI.
A questo punto hanno contattato il nostro Sindaco di Sora, Roberto De Donatis affinché compensi (affiancato da altri Sindaci) il non motivato diniego dell'ASL.
Insomma quello che la lettera del dott. Lilla sottolinea è che molti medici stanno rischiando in proprio e assolutamente NON deve passare l'idea che la colpa sia dei Medici di famiglia.
Io aggiungerei che in questo momento le scuole sono chiuse e allo stesso modo della loro destinazione a seggi elettorali potrebbero essere destinate alle vaccinazioni, garantendo ampi spazi, doppie uscite e la privacy necessaria per un momento delicato che richiede di essere praticato in totale sicurezza.

Oggi 8 marzo #noinonstiamozitte

8 MARZO 2021

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile

nonstozitta 370 min“Stai zitta” è il titolo di un libro di Michela Murgia, ma da qualche giorno si è trasformato in un hashtag, #iononstozitta”, appunto, scaturito da una conversazione tra la scrittrice e Raffaele Morelli, noto psichiatra, che intervistato dalla Murgia e incalzato su alcune frasi dal tono un po’ oscurantista l’ha ammonita con un irritante “stai zitta, fammi parlare”.

Qualcuno ha commentato l’accaduto chiosando che oggi affermare che tra uomini e donne esistono delle differenze ontologiche è vietato. Si viene presto redarguiti e tacciati di maschilismo, anche se a farlo è uno psichiatra di fama che ha scritto molti libri.
Io penso che sia doppiamente deplorevole che una caduta di stile di tale arroganza provenga proprio un uomo dotato di una “tale caratura culturale” che fa del suo lavoro divulgazione e, diciamolo pure, chiacchiera da salotto.

Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. A me è capitato di essere ospite con un mio libro a una rassegna letteraria. Quando mi hanno chiesto “chi è lo scrittore di oggi”? e ho risposto di essere io, ho ricevuto una fragorosa risata.
La scienziata Rita Levi Montalcini raccontò che a una conferenza dove lei era protagonista le chiesero chi fosse il marito, chi fosse insomma l’ospite d’onore che lei stava accompagnando. Lei rispose “sono io mio marito”. Una mia cara amica, laureata in ingegneria mi racconta che ogni volta che arriva su un cantiere le ridacchiano “l’ingegnera” schernendola con tono dispregiativo o almeno riduttivo del suo ruolo. Non entro nel merito delle polemiche che la direttrice di orchestra, ospite di Sanremo ha innescato, chiedendo di essere chiamata direttore e rivendicando con quella parola il suo ruolo. Ognuno si faccia chiamare come vuole, sebbene la Treccani, tomo della cultura italiana, inserisce le parole direttrice, scienziata, ecc. non come parole maschili declinate al femminile, non come neologismi, ma come parole coniate per essere pronunciate tali e quali nel gergo e nelle intenzioni.

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile, e non per questo fa meno male. È con le parole che ci precludono accesso a luoghi pubblici, ci fanno sparire dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa attraverso l’uso di un linguaggio mortifica la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni disuguaglianza di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima “sei anche mamma?, che brava!”. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando solo a voi danno del tu. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di fare più sesso, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta.

Esiste così un legame mortificante tra le ingiustizie che ogni giorno subiamo e le parole che vorrebbero parlare di noi.
Allora oggi, noi donne della redazione, ci mettiamo la faccia, ci facciamo conoscere per le nostre intenzioni, quelle sì, declinate al femminile, con la sensibilità, la determinazione, la cura dell’altro, la premura del linguaggio che ci rappresentano e con un video, annunciamo il nostro prossimo lavoro, la diretta dedicata alle donne in pandemia. Cercheremo di capire con le nostre ospiti come e quanto l’emergenza sanitaria abbia inasprito le disuguaglianze. Tra le persone vittime di discriminazioni le donne sono state tra le più colpite, nel lavoro, dal punto di vista economico, in famiglia, dove hanno dovuto fare rinuncia per accudire i figli, le prime a perdere il lavoro, e tutto questo perché esisteva, ancor prima del covid-19, una crisi strutturale dell’occupazione femminile, concettuale, sociale, economica e sanitaria.
In certi contesti anglofoni è stata addirittura coniata la parola Shecession, unione di “she” e “recession”, per indicare come siano state le donne ad averne subito (e a subirne tuttora) in modo prevalente gli effetti sociali ed economici. Ma la shecession sembra essere un problema globale. Se è vero che i settori più colpiti dalla pandemia sono stati quelli più “frequentati” dalle donne, è vero anche che la tipologia di contratto destinati alle donne ha influito pesantemente su chi ha perso il lavoro e chi no.
Dovrà necessariamente esserci un cambio di paradigma per superare la segregazione settoriale del lavoro, troppi settori sono ancora preclusi alle donne e in tempo di crisi, qualunque sia la sua genesi, le donne pagano il peso maggiore. Il cambio di paradigma, dunque, mette accanto alla necessità di una maggiore occupazione femminile e alle politiche attive sul lavoro un cambiamento culturale, per esempio nell’accesso delle donne alle discipline scientiche, cosiddette STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica). Nonostante le numerose eccellenze nel mondo scientifico, il covid ci ha dato esempio della loro presenza e del loro valore, non c’è quella parità che solo politiche di orientamento allo studio potrebbero iniziare a risolvere. Non dovremmo più sentire frasi del tipo “ha isolato per prima il covid ed è perfino donna!”
La pandemia sta inasprendo disuguaglianze preesistenti e rischia di vanificare, almeno in parte, i passi avanti degli ultimi decenni sul fronte della parità di genere.
Ne parleremo nella diretta “donne in pandemia” di venerdì 12 marzo con le nostre ospiti alle ore 17. Vi aspettiamo.
Buon 8 marzo a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori che camminano accanto a loro per i diritti di tutte e tutti.

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