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Lucia Fabi

Lucia Fabi

Lucia Fabi è nata a Giuliano di Roma il 20 aprile 1942. Diplomata presso l'Istituto Superiore di Educazione Fisica di Napoli e laureata in Pedagogia presso l'Università di Cassino, ha insegnato nelle scuole medie inferiori e superiori della provincia di Frosinone. Ha ricoperto incarichi di responsabilità negli organi di rappresentanza della scuola ininterrottamente dal 1975 al 1992. Cofondatrice nel 1990 dell'Associazione Culturale Fabraterni ne è stata Presidente dal 1996 al 2004. Nel corso degli anni ha collaborato con i periodici "Verso Il 2000", "Il Fabraterno" e con altre riviste specializzate in attività motorie. In questo periodo scrive sul sito elettronico indipendente www.unoetre.it
Attualmente è Presidente del Centro Sociale Anziani di Giuliano di Roma.
Ha scritto nel 1997 "Pane e Companatico" e in questi anni "Storie per Samira"

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

nemmeno con un fiore violenza donne minGiornata internazionale contro la violenza sulle donne, Frosinone 25 novembre 2019

di Lucia Fabi - Parlare oggi, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, delle “marocchinate”, tragedia che nel 2° conflitto mondiale colpì migliaia di donne e non solo , della nostra Provincia, deve essere motivo di riflessione per condannare qualsiasi forma di violenza di genere ,sia essa singola che di massa e sia che ci tocca da vicino o che avvenga in qualsiasi parte del mondo, sia che succeda in guerra o in pace.

L’attenzione deve essere costante per non vanificare il dolore e le sofferenze patite dalle donne oltraggiate.
I pericoli di una recrudescenza sono dietro l’angolo e noi non possiamo permetterci di abbassare la guardia.
Da sempre le guerre hanno causato violenze e stupri di massa e per secoli la situazione è rimasta immutata a causa di una sbagliata concezione sulla donna considerata come oggetto e come proprietà esclusiva del maschio. Capace solo di procreare, in tempo di guerra veniva usata come strumento per colpire ulteriormente il nemico.

Considerata prima come ambito bottino di guerra, in seguito ci si è accaniti sul suo corpo infliggendo violenze inaudite e giustificando le stragi con motivazioni sempre più agghiaccianti:
dal possesso della donna per proprio uso ,si è passati agli stupri etnici ( con uso della donna come arma bellica per contaminare col proprio seme l’essenza etnica), infine allo stupro considerato come arma strategica usando il corpo della donna come strumento per annientare definitivamente il nemico.
In ogni guerra lo stupro di massa si è consumato con crudele cinismo e indifferenza, tra la rimozione generale. Si è preferito sempre celebrare l’eroe soldato piuttosto che pubblicizzare una strage scomoda e per la morale corrente scabrosa e peccaminosa. Per secoli la considerazione sulla donna è rimasta immutata e isolate sono state le voci per la sua tutela.
Dobbiamo arrivare al 21 giugno del 2008, quando il consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1820 ha ritenuto lo stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Non bisogna andare lontano per ricordare la triste storia di donne stuprate, violentate, uccise durante un conflitto.

I comuni situati a ridosso dei monti Ausoni, Aurunci e Lepini , lungo la riva destra del Garigliano del Liri e del Sacco, dove transitarono le truppe nordafricane appartenenti al CEF, furono martoriati dal passaggio di queste truppe che , lasciarono orrore, sofferenze, desolazione.
Donne di tutte le età, dagli 8 agli 85 anni stuprate e ripetutamente violentate morirono, contrassero malattie veneree, o rimasero incinte.
Tutto il dramma , l’incubo, le sofferenze, furono vissuti in solitudine. Le donne furono abbandonate a se stesse e nella miseria più nera. E per molte la tragedia non finì con lo stupro o con la malattia, esse dovettero fare i conti anche con i propri uomini che,alla scoperta dello stupro le abbandonarono considerandole colpevoli della violenza subita.

Di fronte a questa tragedia le istituzioni tutte si dimostrarono da subito assenti e insensibili. Non si provvide a farle curare salvaguardando così anche i loro familiari, ne ci si preoccupò di alleviare il loro dolore e le loro angosce.
L’unico esempio di solidarietà, verso le migliaia di donne colpite da questa sciagura nella nostra Provincia, avvenne dall’Unione Donne Italiane, che dal 1948 al 1952 si fecero carico di andare di paese in paese per ascoltare le testimonianze delle violentate. Ma le donne abituate al silenzio e alla ritrosia, all’inizio si mostrarono scettiche e diffidenti poi, piano piano, iniziarono a raccontare di se ma per interposta persona. Parlavano delle loro amiche, parenti, vicine ma per pudore e vergogna, non ammettevano di aver loro stesse subito violenza. Entrare in contatto con persone estranee al loro ambiente e sensibili al loro dramma, rese loro più sicure e fiduciose.

Il lavoro delle donne dell’UDI fu capillare e per ottenere un quadro ancora più realistico organizzarono riunioni a Ceccano, Sant’Elia, Pontecorvo,S.Giovanni Incarico. Questi furono incontri preparatori per la grande manifestazione che si tenne il 14 ottobre del 1951 a Pontecorvo.
Malgrado le intimidazioni delle forze dell’ordine schierate per non far transitare i pullman che trasportavano le manifestanti, 500 donne riuscirono ad arrivare a piedi al Supercinema e davanti ad una platea super affollata e attenta, alcune di loro , tra la commozione generale ,ebbero il coraggio e la forza di raccontare e denunciare le violenze subite .
Tutto questo lavoro servì per preparare l’ interpellanza parlamentare sostenuta anche dalla Camera del Lavoro di Frosinone e dal Comitato per la Rinascita della zona di Cassino.

L’interpellanza articolata su due punti fondamentali: Il risarcimento e pensione per le violenze subite e l’assistenza sanitaria verso le donne che avevano contratto malattie venere e verso le loro famiglie, fu presentata dalla deputata comunista Maria Maddalena Rossi e discussa il 7 aprile 1952 in seduta notturna, perché l’argomento era ritenuto scabroso e di sesso non si poteva parlare.
La Rossi relazionò in termini lucidi e accorati ,denunciando la situazione di abbandono in cui versavano le vittime e illustrando ciò che si poteva e doveva fare. Il sottosegretario democristiano Tiziano Tessitore ebbe la sfrontatezza di replicare che le marocchinate avevano la stessa rilevanza di altre tipologie di vittime civili, come ad es, gl’incidenti d’auto. La Deputata a quest’affermazione indignata replicò: come si vede che ella non è donna.
Poteva sembrare una risposta solo emotiva ma invece sintetizzava la diversa sensibilità e il diverso approccio tra lei e il sottosegretario nell’interpretare il dramma delle violentate.
Solo una sensibilità femminile poteva capire lo spirito e tutti quei significati emotivi e psicologici di chi aveva subito violenza.
Questi i drammatici fatti accaduti nella nostra zona nel maggio del 1944.

Nel momento in cui le donne stremate da tanti sacrifici speravano di poter finalmente riprendere a vivere normalmente, in un attimo cadde loro addosso il buio più assoluto.
Triste storia, ancora oggi non del tutto risolta ma attenzione: il dramma delle nostre donne non dobbiamo circoscriverlo solo alla nostra zona perché rischiamo di chiuderci in un provincialismo che ci fa rimanere intrappolati isolandoci dal resto del mondo. Questo sarebbe un errore. Se pensiamo che anche i nostri soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea , Libia è un dovere ricordare le donne di altre nazioni. Solo se internazionaliziamo il dolore possiamo contribuire a prevenire ed evitare che si ripetano simili nefandezze.
Purtroppo le guerre nel mondo continuano. Come dimenticare quanto sta succedendo nel Kurdistan, in Irak e in altri luoghi dove continuano gli stupri di massa?

Allora che fare?
Innanzi tutto non ricordarsi della violenza sulle donne solo una volta l’anno ma ogni giorno. E’ necessario mantenere aperta l’attenzione su una cultura del rispetto dei diritti umani e delle differenze di genere adeguando anche un linguaggio pertinente.
La sensibilizzazione del cittadino, dell’opinione pubblica e della scuola rappresentano il veicolo più idoneo. per cambiare e per costruire un mondo senza conflitti e senza barriere.

 

 

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Pubblicato in Forum Lina Paniccia

Centro Anziani di Giuliano di Roma e le sue belle iniziative

giulianodiroma 350 260di Lucia Fabi - Il Centro Sociale Anziani di Giuliano di Roma continua a stupire per le belle iniziative che promuove a favore dei propri iscritti.
L’anno 2018, denso di obiettivi portati a compimento, ha visto una grande partecipazione di persone che ha reso soddisfatto tutto il Comitato di gestione.

Anche la fine del 2018 e l’inizio del 2019 ha visto la partecipazione di 50 iscritti al Cenone organizzato presso la sede del centro. In questa occasione l’obiettivo di unire le persone che altrimenti avrebbero trascorso la fine dell’anno in solitudine, ha funzionato alla grande.
Molta cura è stata riservata nella preparazione del menù e nella predisposizione della sala. Tutto si è svolto all’insegna della raffinatezza, del calore e dell’allegria.
L’ambiente è stato addobbato con eleganza: le luci e la predominanza del colore rosso caratteristico della serata, il vischio e l’agrifoglio hanno dato un tocco esclusivo.
I tavoli sono stati imbanditi con minuziosa ricercatezza: dalla candela accesa,ai segnaposti personalizzati, al menù accuratamente esposto, alle tovaglie rigorosamente bianche e di fine manifattura. Il tutto curato secondo il tocco raffinato di Francesca Parpaiola.

Il menù è stato predisposto con attenzione e professionalità da Cesarino Luzi: antipasto, primi, secondo, dolce e frutta accompagnati da vino (pecorino e vermentino) e spumante DOC hanno determinato la qualità, il gusto e la raffinatezza dei sapori. A mezzanotte, prima del brindisi sono state offerte lenticchie e cotechino. Il tutto è stato allietato dalla musica anni ’60 curata dal bravissimo Neno Carizzi. All’ottima riuscita della serata ha contribuito un gruppo di iscritti nelle persone di Felide, Piera, Assunta, Carla, Mimma Felici.
A Gianni invece, il compito, eseguito egregiamente, di supervisore . Insomma una bellissima serata trascorsa all’insegna del buon gusto, con un menù ricercato e molto gradito.

Un esempio ulteriore che una sana collaborazione e una voglia di fare portano ad ottenere ottimi risultati nonché una buona premessa per future iniziative. In questi tempi carichi d’incertezze e alquanto bui, nel nostro piccolo cerchiamo di offrire spiragli di serenità rendendo più piacevole lo scorrere dei giorni. Noi del Comitato di gestione del centro Anziani, con il nostro costante impegno insieme alla collaborazione e alla fiducia che gli iscritti ci accordano, desideriamo proseguire in armonia per trascorrere insieme più giorni piacevoli possibili. Un caloroso buon Anno.

 

 

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Pubblicato in Associazioni

Lucia Fabi ricorda Maria Teresa De Santis

circoloanzianigiuliano mindi Lucia Fabi - Con commozione e molto affetto desidero ricordare Maria Teresa, sperando di rappresentare i sentimenti di tutti coloro che l’hanno conosciuta.
La sua scomparsa, pur sapendola malata, ci ha colto di sorpresa e molto rattristato.

Nella piccola comunità dove viviamo, dove ci uniscono affetti e dolori ma anche parentele ed amicizie, come potevano non conoscere Maria Teresa ? La dimostrazione del suo forte legame che la univa alla nostra comunità è rappresentata dalla presenza di tanti che oggi, pur in condizioni difficili sono qui a porgerle l’ultimo saluto.
Il rapporto amichevole e di stima reciproca che in particolar modo in quest’ultimo periodo ci ha legato ha rappresentato, almeno per me un valore aggiunto.

Di lei ho apprezzato, ma potrei dire, abbiamo apprezzato, la generosità e la sensibilità nei confronti dei più deboli e più bisognosi. Ho potuto ammirare il suo carattere forte e deciso, spesso intransigente, ma in ogni momento leale e coerente che l’hanno portata a condurre una vita al di fuori di compromessi, falsità ed ipocrisie. Una vita dura ma accettata e vissuta consapevolmente.

Noi del Centro Anziani la ricordiamo oltre che per lo spiccato senso di umanità anche per la sua professionalità. Ne ricorderemo infatti la meticolosità, la severità con cui ha controllato la contabilità, le cifre del bilancio dando a tutti noi in ogni momento tranquillità e sicurezza.
Ciao Maria Teresa, ti porteremo sempre nel cuore per essere stata per tutti noi un esempio di donna capace, volitiva ed umana.

 

 

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Cassino: Le Donne, il Coraggio, la Guerra

Convegno Cassino 270tt18 350 minIntervento di Lucia Fabi nel Convegno CASSINO: Le Donne, il Coraggio, la Guerra Organizzato dall’Associazione Battaglia di Cassino il 27 Ottobre 2018  (cliccare sulla immagine a sinistra per ingrandirla)

La vicenda che oggi porterò alla vostra attenzione si è realizzata in un momento particolare e difficile della nostra storia nazionale.
72 anni fa, da febbraio a maggio del 1946 , 3444 bambini partirono dalla Provincia di Frosinone, per essere ospitati, per 4 mesi, presso famiglie di 51 Comuni del Nord Italia. Bambini bisognevoli di cure , stremati dalla fame e dalle malattie, minacciati da mine e bombe inesplose, costretti a vivere in locali angusti e antigenici . Al termine dei mesi previsti 300 di questi bambini prolungarono di altri mesi la loro presenza, mentre 50 vennero adottati. Gran parte dei bambini che vissero questa esperienza rimasero legati per molti anni ancora alle famiglie che li avevano ospitati. L’allora bambino Peppino Gentile, da adulto amministratore di Cassino, ospitato da una famiglia di Vaiano, in Toscana ricorda ad es.che il rapporto che lo legò alla famiglia che lo aveva ospitato durò fino al compimento dei 105 anni dell’altra “mamma”.
Questa la cronaca concisa, fredda e essenziale della vicenda. Ma credo sia importante soffermarsi sull’idea e sullo sviluppo di questa grande espressione di solidarietà.

Tutto ebbe inizio durante il V Congresso del PCI, a cavallo fra 1945 e il 1946, allorquando i delegati Frusinati Raul Silvestri e il ferroviere Giovanni Gallozzi posero all’attenzione dei congressisti la drammatica condizione della Città Martire. Il Congresso decise di inviare Teresa Noce massima dirigente dell’Unione Donne Italiane che arrivò a Cassino il 6 gennaio del 1946, consegnando al sindaco della città Gaetano De Biasio 100 mila lire, 150 pacchi e una buona scorta di chinino. Ritornò prima che il congresso si concludesse e raccontò del dolore e della disperazione che aveva visto impresso sui visi delle persone, esprimendosi in questi termini : “Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riusciremo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali, di chinino per vincere la malaria”. L’intervento scosse l’uditorio e la questione di Cassino fu inclusa fra le tante e importanti iniziative da prendere.

Immediatamente dopo il Congresso, scattò una fitta rete di volontariato che si prodigò per trovare una risoluzione al grave problema che affliggeva l’infanzia del cassinate. Ai bambini che rischiavano di morire per mancanza di cure e nutrimento, veniva offerta una concreta possibilità di sopravvivenza.
Con coraggio e determinazione si affrontarono e superarono un’infinità di ostacoli e si lavorò alacremente per ottenere alla fine, risultati più che soddisfacenti. L’organizzazione, pur variegata a seconda delle realtà, si dimostrò complessa e minuziosa. Bisognava trovare i genitori disposti a mandare i propri figli in luoghi sconosciuti e famiglie disposte ad accogliere. Mentre l’accoglienza fu ampia e diffusa in ogni realtà, nella nostra provincia purtroppo, emerse una campagna terroristica e diffamatoria. Vennero usati argomenti ignobili come ad es. bambini portati in Russia e usati per farne il sapone o bambini che sarebbero diventati atei e contro i valori della famiglia.

Tale campagna fu presente e forse ottenne qualche risultato in particolar modo a ridosso della partenza dei primi due scaglioni, quando i genitori erano veramente angosciati sul destino dei loro figli, poi però le calunnie persero credibilità perché arrivarono le prime lettere con notizie tranquillizzanti. Successivamente anche le visite effettuate dalle mamme ciociare per verificare direttamente le condizione dei bambini riuscirono a rassenerare i genitori.
I bambini, a gruppi più o meno numerosi, provenienti dai diversi comuni della Provincia, partirono con treni speciali appositamente predisposti assistiti da donne dei comitati locali e da personale della Croce Rossa. L’arrivo nelle varie stazioni era sempre caloroso e festoso. I bambini prima venivano portati in locali caldi e accoglienti, rifocillati e poi affidati alle famiglie ospitanti di estrazione prevalentemente contadina, operaia o artigiana; raramente si trattò di famiglie ricche.

L’accoglienza in seno alle famiglie non rappresentò un trauma per il bambino, anche perché di fronte ad un piatto caldo e abbondante, ad una casa confortevole, a vestiti e scarpe comode, non potevano nascere nostalgie di alcun genere. Al loro arrivo i bambini venivano visitati da un dottore, immediatamente curati se ammalati, e portati a scuola. Forse l’unico grosso problema che si presentò fu proprio l’inserimento nella scuola, a causa della lingua, ovvero del dialetto che rappresentò, almeno all’inizio un grosso ostacolo. Ma la volontà di inserimento unita alla spontaneità , alla mancanza d’inibizioni tipica dell’età e alla voglia di sentirsi gai e sereni, fu determinante per instaurare buoni rapporti con i coetanei. I rapporti con la famiglia d’origine furono epistolari e continui.

La scelta originale di accogliere i bambini presso famiglie rappresentò un criterio umanitario nuovo che superava il concetto di pietismo e di carità, e rifiutava , a priori, la strada più facile: quella dell’internamento negli orfanatrofi o negli istituti religiosi. L’inserimento presso famiglie oltre a rappresentare una continuità educativo-affettiva andava a rompere il perverso rapporto fra“ benefattore” e assistito, fra chi possiede e chi non ha niente. Si può perciò capire (ma non giustificare) l’ostilità, la campagna denigratoria portata avanti dal clero di Cassino che rimarrà costante nella memoria dei testimoni. Ma il comportamento delle organizzazioni religiose si differenziò da località a località, in particolar modo furono disponibili e impegnati i Vescovi di Parma, Piacenza, Ventimiglia, Imperia. I bambini intanto continuarono a praticare la religione cattolica e molti di essi fecero la prima comunione. La mattina della domenica donne e bambini andavano a messa e il pomeriggio si divertivano nelle Case del Popolo a ballare e cantare sotto i giganteschi quadri raffiguranti Stalin.

A conclusione mi preme soffermarmi sul ruolo che in tutta la vicenda rivestirono le donne. Esse furono determinanti dall’inizio, allo svolgimento e alla conclusione di questa esemplare iniziativa.
Il loro impegno, la loro dedizione alla causa , lo sforzo per contribuire alla nascita di un mondo migliore fatto di amore e solidarietà, permisero a tanti bambini di uscire dall’incubo della guerra e da tutto ciò che rappresentò per loro.
In tutta la vicenda come non ricordare alcune donne: da Teresa Noce, che ebbe il merito di ideare l’iniziativa, alle donne dell’Udi di Sora, in grado di ostacolare l’offensiva scatenata con i minacciosi manifesti affissi nella loro città alla vigilia della partenza, evocanti cosacchi russi pronti a uccidere i bambini del Cassinate, fino all’attivismo costante delle donne di Lugo e di Colle di Val d’Elsa, alla presenza preziosa nella zona del cassinate di Maddalena Rossi, Pina Savalli, e Linda Puccini ; a Maria Moscarelli semplice ragazza che venendo da Sgurgola ogni giorno consumava km. e km nella campagna di Cassino per convincere le famiglie a dare la possibilità di salvare i propri figli e alle moltissime altre che per motivi di tempo non riprendo.

Come si fa a non pensare che nell’interno delle famiglie ospitanti furono proprio le donne a caricarsi di lavoro e di rinunce? Furono loro che determinarono la scelta certamente non facile di aggiungere un posto a tavola e di allargare affetti senza creare gelosie nell’interno delle famiglia, gestendo le nuove situazioni con saggezza e umanità, accollandosi un nuovo impegno che fortunatamente seppero in ogni situazione risolvere con coraggio e amore.?
Come si fa a non pensare al coraggio di quelle madri che decisero di lasciare andare i loro figli verso l’ignoto?
Come non credere ai sacrifici , alle sofferenze di quelle donne semplici, che credendo nell’iniziativa si impegnarono a convincere famiglie , a organizzare i gruppi , a procurare vestiario?

Anche in questa vicenda, come in moltissime altre, le donne si sono dimostrate indispensabili nel dare un contributo prezioso nella ricerca di una società migliore.

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Il Programma del Convegno

09.00 ETICA DEL VOLONTARIATO Prof.ssa S. Petrillo
09.20 IL SENSO ANTROPOLOGICO DEL VOLONTARIATO. RADICI STORICHE Prof.ssa B. Marzucchini
09.40 IL CONTESTO STORICO:
LE TRUPPE COLONIALI FRANCESI E LA LINEA GUSTAV Dr. G. De Angelis – Curtis
10.20 UNA TESTIMONIANZA DIRETTA: I FIGLI DELLA SORELLA FLORENZA MELANO
11.15 Coffe break
11.30 L’OSPITALITÀ CHE ACCOLSE I BAMBINI DI CASSINO Prof.ssa L. Fabi
12.00 TANTE STORIE PER UN UNICO DESTINO S.lla E. Pro
12.20 MALATTIE SESSUALMENTE TRASMESSE NEL DOPOGUERRA S.lla A. Plastino
12.50 STORIE DI GUERRA, IL ’44 NEL CASSINATE. IL DRAMMA DEI CIVILI Avv. R. Molle
Moderatori
Prof.ssa Bruna Marzucchini
Dott. Massimiliano Mancini

 

 

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A Giuliano di Roma: Adda passa’ a nuttata

addapassaanuttata 350 260di Lucia Fabi* - Arrivati al 3° anno di gestione del Centro Anziani di Giuliano di Roma è naturale chiedersi da dove il Direttivo trae la forza, l’entusiasmo e l’impegno per realizzare tante attività. Ogni anno infatti è trascorso pieno di iniziative che, per qualità e quantità, hanno reso il Centro fulcro di operosità e partecipazione cittadina.
Se il 2017 rappresenta la scadenza del mandato per la Presidente e il Direttivo va altresì riaffermato che in questo periodo nessuno si è seduto sugli allori perché tutti insieme abbiamo continuato a creare, ci siamo impegnati e abbiamo partecipato.
A riprova di quanto affermato, il 13 agosto 2017 alle ore 21 nella suggestiva Piazza Santa Maria Maggiore ci sarà la tanto attesa rappresentazione di “ADDA PASSA’ A NUTTATA“ liberamente tratta da “NAPOLI MILIONARIA“ di Eduardo de Filippo.
Dopo il clamoroso successo ottenuto nel 2016 con “RUGANTINO“ (Tre riconoscimenti ottenuti da una Giuria esperta e qualificata) quest’anno il gruppo di 15 attori siAdda passà a nuttata cimenterà in questo nuovo e impegnativo lavoro. Ci esibiremo con un lavoro complesso, drammatico e nello stesso tempo divertente, opportunamente integrato da canzoni d’epoca eseguite dal Coro del Centro, formato da 30 elementi, magistralmente diretto dalla professoressa Fabiola Mastrogiacomo che con pazienza, tatto e professionalità è riuscita a portare il Coro a livelli insperati.
Tutto il lavoro portato avanti da circa 50 elementi, tutti iscritti al Centro, ha comportato un continuo impegno iniziato durante l’inverno, attraverso il quale è stato possibile superare difficoltà scaturite dall’imparare a memoria le parti, le canzoni e non da ultimo di recitare e cantare in dialetto napoletano. Inoltre si è creata anche una forte intesa nel progettare una sceneggiatura semplice ma di effetto.
Insomma possiamo dire che si è trattato di un impegno portato avanti con convinzione, ostinazione ma anche con partecipazione e gioia.
Con orgoglio e grande soddisfazione si può affermare che un gruppo numeroso di iscritti ha trovato nella recitazione e nel canto una motivazione e uno scopo per andare incontro ad una fase della vita con gioia e leggerezza.
Per tutti questi motivi non ho alcuna difficoltà nel gridare forte: Bravissimi ai giovani anziani del Centro Sociale, artefici di una migliore qualità della loro vita.


*Lucia Fabi
Presidente Centro Sociale Anziani.

 
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Pubblicato in Frusinate

“Filastrocche Didattiche”. Un piccolo grande libro

filastrocche didattiche NadiaAversadi Lucia Fabi - “Filastrocche Didattiche” di Nadia Aversa edito da Erickson, è un piccolo libro che si fa leggere, rileggere e leggere ancora. Semplice, lineare, spontaneo e denso di spunti pedagogici e didattici.
Scaturito dalla ricerca di metodi e tecniche che l’autrice ha ideato per permettere alle giovani generazioni di imparare a leggere, a scrivere con gioia e divertimento. Il messaggio che traspare, attraverso un’attenta lettura,è che nel prossimo futuro questi giovanissimi alunni riescano a mantenere vivo l’interesse, la curiosità e l’amore per la lingua italiana.
L’armonia, la leggerezza e la spontaneità del contenuto delle filastrocche riportano al valore e al significato autentico della parola priva di contaminazioni provenienti dalle nuove tecnologie informatiche e di eccessive trasgressioni linguistiche.
Il libro fa riflettere anche che la scuola, malgrado la poca attenzione che in questo momento le viene prestata, è composta ancora da docenti che si espongono in prima linea, si sacrificano e si adoperano per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Grazie Nadia che con semplicità e disincanto ci hai donato un piccolo grande libro.

 

 
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Centro anziani di Giuliano attività senza soste e tante adesioni

giulianodiroma 350 260di Lucia Fabi - Il Centro anziani di Giuliano di Roma prosegue la sua attività senza soste e con tante adesioni. Dopo la magistrale e corale esibizione del Rugantino, nel mese di agosto, che ha visto protagonisti oltre cinquanta iscritti, il salutare e divertente soggiorno marino trascorso a Montesilvano e l’iniziativa della “ Pittia co i fasoi”, ora si marcia speditamente verso un’ inedita e originale iniziativa. Il 1 novembre, infatti, d’accordo con l’amministrazione comunale, si terrà la “1° Sagra della Cococcia alla Latta”, piatto tipico e popolare della cittadina lepina. Potrei scrivere unico, non conosciuto, né molto diffuso nella nostra area geografica. La preparazione lunga e paziente verrà realizzata dalle donne del Centro e una volta cucinata al forno, verrà offerta gratuitamente al pubblico alle ore 17 del 1 novembre sulla Piazza principale del paese. Dopo questa originale iniziativa l’attività andrà ancora avanti perché il 3 dicembre ci sarà l’annuale Polentata, il 18 dicembre l’attesissimo tradizionale Pranzo sociale e per concludere verrà organizzato uno strepitoso veglione di fine d’anno.
In questo periodo inoltre, i protagonisti della commedia del Rugantino saranno impegnati nelle repliche che si terranno nei comuni vicini ( Villa, Patrica , Castro ecc.).
Insomma il Centro Anziani continua a meravigliare per le continue e interessanti iniziative che svolge, rese possibili solo dal lavoro collaborativo del comitato di gestione che sempre più mostra coesione e determinazione nel promuovere attività tendenti a migliorare l’interesse sociale e culturale dei propri iscritti. La riprova di questo riconosciuto impegno è data dalla richiesta di persone residenti in altri Comuni di iscrizione al Centro. Di certo al Centro Anziani di Giuliano di Roma non c’è posto per la noia.

 
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Un "Rugantino" originale a Giuliano di Roma

rugantino 350di Lucia Fabi - La tanto attesa e impegnativa serata finalmente sta arrivando. Sabato 6 agosto 2016 alle 21 in Piazza S. Maria Maggiore, infatti, il Centro Sociale Anziani di Giuliano di Roma presenterà “RUGANTINO“. Lavoro liberamente tratto dalla commedia musicale di Garinei e Giovannini.
Si conclude così un lungo ed avvincente lavoro portato avanti e realizzato da ben 45 iscritti al Centro. Iscritti-protagonisti non più in verde età che, grazie alla loro costanza, si sono cimentati in una difficile esperienza teatrale superando difficoltà che inevitabilmente si sono presentate durante il lungo lavoro.
A prescindere dal risultato artistico finale, va sottolineato sia il grande e continuo impegno e l’entusiasmo profuso, sia ilrugantino raggiungimento di obbiettivi fissati quali l’esercizio della memoria e lo stimolo verso una pluralità di interessi riguardanti gli aspetti storici, culturali e di costume.
Va riconosciuto altresì la professionalità e l’impegno della Maestra del Coro Fabiola Mastrogiacomo che pazientemente è riuscita a condurre il Coro a risultati lusinghieri.
Per quanto riguarda la scenografia il merito particolare va riconosciuto a Pino Lampazzi e alla giovanissima Chiara Cologgi. A quest’ultima va la riconoscenza del Centro per aver sottratto tempo allo studio.
Convinti di aver realizzato quanto era nelle nostre limitate possibilità auguro a tutti i protagonisti “ragazzi settantenni“ un caloroso “In bocca al lupo“.

 
 
 
 
 
 
 
 
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Francesco Bruni: le piccole storie che fanno la grande storia.

FrancescoBruni 350 260di Lucia Fabi* - In questi giorni rimane alquanto difficile parlare della Resistenza perché si rischia di essere monotoni e ripetitivi.
Abbiamo ascoltato, fortunatamente non in tutte le commemorazioni, un susseguirsi di parole a volte fredde e distaccate che non hanno avuto la forza di arrivare al cuore delle persone. Fortunatamente sono le testimonianze dei sopravvissuti che infondono passione, esprimono sentimenti e ci conducono direttamente entro l’attualità ed agli ideali della Resistenza.
Da parte delle autorità costituite spesso si assiste ad una litania riproposta a scadenza fissa per poi ripiombare nell’oblio e nell’indifferenza, aspettando l’anno successivo, mentre oggi invece, più che mai, gli ideali della Resistenza dovrebbero rappresentare un percorso da seguire tutti i giorni.
Noi tutti siamo consapevoli di appartenere ad un’identità nazionale, ma non sempre ci si rende conto di far parte anche di una identità territoriale. L’intenzione di oggi è di avviare un recupero della conoscenza non solo di persone ed atti eroici compiuti in territori lontani, ma in particolar modo proporre storie di persone a noi vicine, raccontare di vite spezzate, molto spesso dimenticate e cadute anch’esse nell’oblio generale.

Il tributo della Ciociaria alla Liberazione

In Ciociaria ci sono state tante vittime, prevalentemente contadini,e uomini non organizzati in formazioni partigiane, ma che ugualmente hanno lottato per ostacolare le prevaricazioni e le ruberie provenienti dai nazifascisti. Nelle nostre zone ci sono state donne e uomini uccisi perché difendevano beni primari, necessari alla sopravvivenza dei loro familiari. Per molti di loro non c’è stato un ricordo, una lapide, l’intitolazione di una piazza o di una strada, o un, seppur minimo, riconoscimento. Quanti conoscono queste persone e le loro storie? Cosa è stato fatto per ricordarle ? Quanti sanno che qui, a Ceccano ci sono stati crudeli assassini come i fratelli Giovan Battista e Giacinto Capoccetta, Antonio Micheli, Giulio Polisena, Francesco e Vincenzo Zeppieri ? Certo sappiano di Luigi Mastrogicomo trucidato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine ma pochi sanno perché venne ucciso. Quanti ricordano che 11 militari ceccanesi sono morti nei campi di concentramento tedeschi per non aver voluto aderire alla Repubblica di Salò?
Chi ha mai raccontato che in molti paesi della Ciociaria come ad es. a Patrica, Boville, Ripi, Alatri, Piglio Vallerotonda, Viticuso, Lucia Fabici sono state tante uccisioni di persone da identificarle come vere stragi?. Quanti conoscono la storia di Margherita De Carolis di Castro che nel gennaio del 1944 ha il coraggio di ribellarsi, difendere le sue vacche, cacciare tedeschi e collaboratori fascisti ma dopo un po’ deve soccombere perché colpita dal al fuoco nazista?

Gli sconosciuti

Chi conosce che tre cittadini di Castro di Volsci Giovanni Ceccarelli, Alfredo Andreozzi, Giovanni Ricci e due di Ceprano Costantino Valeri e Francesco Rossi furono imprigionati per quattro mesi, processati e fucilati a Paliano per essersi ribellati alla rapina nazista?
Amiche e amici presenti, non dobbiamo trascurare il fatto che i nazisti sparavano, ma erano i fascisti locali in camicia nera che li accompagnavano, compartecipando alle rapine, nelle famiglie dove sapevano l’esistenza ancora di farina e animali da razziare.
La grande storia non nasce dal nulla, ma scaturisce dal sacrificio di uomini semplici che hanno lottato contro le prevaricazioni e le ingiustizie sperando di poter vivere in un mondo migliore.
Non è solo la storia scritta sui libri che insegna la vita, ma lo è anche, e in alcuni casi soprattutto, l’esempio e il racconto trasmesso da genitori, nonni, parenti, vicini di casa, che rimane impresso nella nostra mente. Dobbiamo attentamente verificare dunque se nella nostra formazione civica è mancato proprio il passaggio dell’identità territoriale.
Abbiamo conosciuto la Resistenza solo attraverso l’esempio di alcuni uomini di spessore a cominciare da Pertini, ma ci siamo dimenticati delle cicia 350 200persone territorialmente a noi vicine. E’ stato un errore e, comunque un limite, perché è solo ricostruendo la storia attraverso le loro storie che ci sentiamo emotivamente coinvolti. Le nostre radici debbono essere salvaguardate perché solo rendendo visibili le vicende dei nostri uomini e donne, possiamo riappropiarci del sentimento di appartenenza
Della Resistenza ci hanno parlato di storie affascinanti, suggestive ed eroiche ma le abbiamo sentite lontane e sfocate mentre hanno tralasciato di farci conoscere le nostre storie che, seppur piccole, hanno espresso esempi di grande valore.
Ed è per avvicinarci alle storie di casa nostra che oggi va ricordato Francesco Bruni, giovane diciannovenne ceccanese nato il 31 ottobre 1925 e morto l’8 maggio del 1944 in ospedale a Roma, fra atroci sofferenze.

Francesco Bruni

Francesco Bruni proviene da un’ umile famiglia: figlio di Giuseppe, di professione calzolaio e di Regina. Trascorre la sua infanzia e prima giovinezza a Ceccano in via san Pietro. Non segue i genitori quando questi, per motivi di lavoro, si trasferiscono a Roma, ma rimane a Ceccano presso la nonna Elena Giudici e non sappiamo con esattezza quando si ricongiunge con i suoi genitori.
Elena Giudici, nel 1912, aveva costituito la Lega delle donne. Prima del fascismo apriva i cortei socialisti battendo il tamburo.
Dalle notizie lette nella teca sita nel Museo della Liberazione in via Tasso, terzo piano, cella n° 3, apprendiamo che il Bruni di professione è tecnico radioamatore. Il 9 settembre 1943 viene rastrellato dai tedeschi e inviato a Vicenza. Liberato dai partigiani del luogo partecipa ad azioni di disturbo nella zona di Arzignano, ritorna a Roma e continua la lotta fra Roma e Frosinone, sostenuto dalla madre Regina. In seguito a delazione le SS lo ricercano per aver partecipato ad azioni di sabotaggio contro autocarri tedeschi in transito su via del Tritone, Nomentana, Regina Elena e Crispi.
Il 25 gennaio 1944, proprio in quest’ultima strada, il giovane viene ferito gravemente da colpi di pistola sparati da un ufficiale tedesco che lo aveva pedinato. Viene trasportato all’ospedale S. Giovanni e qui isolato, piantonato e sottoposto a continui interrogatori da parte delle SS. Non rivelerà mai i nomi dei suoi compagni di lotta. Soffre atrocemente per le ferite subite e muore Il tavolo dei presentatoril’otto maggio dello stesso anno. Aveva solo 19 anni!
Sempre in via Tasso, accanto alla sua foto, sono esposte la sua sciarpa rossa, nella quale sono evidenti i fori di entrata dei proiettili e la camicia insanguinata.
Per evitare fraintendimenti va precisato che Bruni non è stato mai imprigionato a via Tasso.
Oltre alle notizie riportate è stata di aiuto la testimonianza orale di Loreto Terenzi, da poco deceduto, amico d’infanzia del Bruni, che ha fornito altri particolari come ad esempio la sua presenza, nell’autunno del 1943, a Ceccano per reperire armi e per prendere contatti con il generale Simone Simoni, convinto di poterlo incontrare a Patrica.
A Ceccano, il primo ad accennare a Francesco Bruni, è stato Tommaso Bartoli e dieci anni dopo ne ha parlato Luigi Compagnoni. Per tanti anni, anche dopo la fine della guerra, le attenzioni nei suoi confronti sono state inesistenti.

"Solo tre anni fa, abbiamo scoperto nell’Archivio Storico della città di Ceccano..."

Solo occasionalmente, tre anni fa, abbiamo scoperto nell’Archivio Storico della città di Ceccano che il Consiglio Comunale, il 16 novembre 1953, delibera che via Principe Umberto venga sostituita da via Francesco Bruni. Il provvedimento però non può essere esecutivo perché bisogna aspettare, così come prescrive la legge, il mese di maggio successivo, scadenza dei dieci anni dalla morte. Dopo questo atto non si hanno altre tracce
L’attività partigiana di Francesco Bruni non può essere separata da quella della madre Regina. La documentazione che la riguarda è depositata presso il Museo della Liberazione, conservata nella busta 15, fascicolo 22, messoci a disposizione dalla dottoressa Alessia Glielmi. Da tale preziosa documentazione abbiamo appreso che Regina Bruni è stata comandante di squadra delle formazioni di Giustizia e Libertà, nella 1a zona.
Il Generale comandate territoriale di Roma, Frattini il 31 luglio 1948 le assegna la Croce al merito per aver preso parte ad attività partigiana.Giovani che intervengono
Nel 1954 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi le conferisce l’onoreficenza di Cavaliere della Repubblica. Nel 1958 un’altro Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi le assegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica.
Quando Regina (1901-1959) muore il 25 gennaio 1959, il giornale La Giustizia, quotidiano del partito socialdemocratico, la ricorda con affetto e devoto riconoscimento, la indica come compagna, partigiana e socialista. Ne ricorda l’impegno nella formazione partigiana Giustizia e Libertà, assalendo le sedi fasciste per asportare armi, ricoverando nella sua abitazione famiglie di ebrei, ufficiali e cittadini ricercati e partecipando alla difesa di Roma il 9 settembre 1943 a Porta San Paolo.
Spero di aver fornito notizie utili alla conoscenza e per arricchire e approfondire ulteriori momenti. Una cosa mi sento di dire. Da quando abbiamo costituito la Sezione cittadina dell’ANPI si è compiuto un notevole passo in avanti sul tema della ricerca storica. E’ evidente che l’associazione può diventare uno strumento di studio ma anche di selezione del ceto politico cittadino. Per questo dobbiamo saperla difendere partecipando attivamente per preservarla da tentativi per ridurla al silenzio.

*Relazione di Lucia Fabi all'iniziativa del Circolo "Pequot" di Ceccano per Francesco Bruni - 28 aprile 2016

 
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Giornata della donna a Giuliano di Roma

8marzo GiulianodiRomadi Lucia Fabi - Oggi siamo qui, molto numerose, in questa sede istituzionale, non per festeggiare la donna, ma per parlare della giornata internazionale della donna.

La Locandina che avrete letto è eloquente: - Fiori + Diritti.

Che senso il ha gesto di regalare fiori se non è accompagnato dalla sensibilità, dalla delicatezza, dall’attenzione verso i diritti e dalla consapevolezza dell’uguaglianza fra i sessi?
Quanti datori di lavoro l’8 marzo si danno pensiero di offrire la mimosa alle loro dipendenti, dimenticando invece di tutelarle da rischi, preservarle dalle malattie, pagarle secondo contratto o di non licenziarle se rimangono incinte?

Quanti mariti, compagni, amici, oggi fanno la fila dai fiorai per ostentare un bel bouquet e il giorno seguente in casa alzano la voce, impongono scelte senza discutere e a volte usano violenza sulle loro compagne?
Dunque fiori si, ma solo se se ne comprende il vero significato.
La donna oggi, ha bisogno di diritti ancora negati, ha bisogno di raggiungere, finalmente, la parità fra i sessi.
Basta con l’emarginazione sociale!

Cosa significa l'8 marzo

L’8 marzo sta a significare le lunghe lotte, il lungo cammino che le donne hanno intrapreso per ottenere le conquiste finora raggiunte e oggi, purtroppo, rimesse in discussione.
Ma gli obbiettivi non sono stati del tutto raggiunti. Ancora esistono forme di sfruttamento nel lavoro e in casa, ancora c’è disparità fra i sessi, ancora c’è difficoltà delle donne nell’inserimento del mondo del lavoro, ancora c’è prevaricazione e violenza nei loro riguardi.
Nella storia delle donne ci siamo dentro tutte perché ognuno di noi ha dato il proprio contributo. C’è chi ha lottato, chi ha manifestato, chi si è confrontata apertamente in dibattiti aspri e spesso violenti, ma ci sono state anche donne che in silenzio e con il loro esempio hanno ugualmente contribuito a creare una coscienza di genere.
In quest’ultimo caso si tratta di una moltitudine di donne rimaste nell’ombra, cadute nell’oblio generale, dimenticate e sottratte al ricordo.
Donne semplici, umili, che con coraggio e dignità e a volte sacrificando la loro vita hanno contribuito a costruire una società migliore, determinando la conquista di quei diritti che oggi riteniamo inalienabili ma che sono scaturiti dalla loro esistenza.
Il mio è un intervento che ci toccherà da vicino, che non volerà alto perché ritengo doveroso, in questa circostanza, dare visibilità alle nostre madri, alle nostre nonne che, non sono state delle suffraggette, ma il loro esempio, in una vita trascorsa tra sacrifici, prevaricazioni e diritti negati, ha contribuito a farci prendere coscienza che, anche noi come donne, abbiamo il diritto di essere considerate soggetti attivi della società.

Storie di donneGiuliano 8 marzo 16

Nel secolo passato a Giuliano, la povertà era in ogni casa e le nostre nonne attraverso sacrifici impensabili ai nostri giorni, hanno sostenuto un ruolo primario nell’assicurare sostentamento alla numerosa prole.
Nel loro piccolo mondo, in una collettività chiusa e bigotta, attraverso lavori umili, pesanti, quasi mai retribuiti, hanno dato il loro contributo alla storia dell’emancipazione della donna.
Quando agli inizi del secolo scorso, inizia l’esodo verso le Americhe e partono solo gli uomini, loro rimangono da sole a mandare avanti le famiglie con mille problemi da risolvere giornalmente.
In seguito molte spose con figli partiranno per ricongiungere la famiglia, fiduciose di trovare un mondo migliore, ma non è difficile immaginare le loro sofferenze.
Donne che al massimo, erano arrivate a piedi a Ceccano, di colpo si trovarono in una realtà totalmente nuova, senza conoscere lingua, usi e costumi.
Immaginiamo la disperazione, le lacrime versate in silenzio, le umilazioni subite e la struggente nostalgia, non solo del paese nativo così lontano e irraggiungibile, ma nostalgia anche di quei disagi vissuti a Giuliano che, seppur gravosi, non avevano mai avuto quel sapore amaro e sconfortante di quelli che stavano provando in terra straniera.
Durante il periodo della guerra 1940-1944 tutte le donne giulianesi si rimboccarono le maniche e si adattarono a convivere con le mille difficoltà che la guerra comportava.
Donne che hanno pianto padri, fratelli, mariti, figli morti in guerra;
Madri straziate dal dolore per la perdita di figli morti, fatti prigionieri o dispersi. Il mio pensiero va a Lisandrina, una madre coraggio, che per anni si trascinò nelle speranza di avere notizie dei suoi giovani figli dispersi in guerra ed alla fine si trovò di fronte a delle piccole cassette che contenevano i pochi resti dei suoi cari.
Ancora donne, con mariti o familiari incarcerati dai tedeschi senza alcun motivo e pensiamo a zia Giannina Cutonilli e a Eva Anticoli con marito e madre imprigionati a Regina Coeli, nei momenti in cui si consumava il massacro delle Fosse Ardeatine.
Donne ridotte allo stremo dalla fame che con coraggio, contravvenendo al costume dell’epoca che le voleva rinchiuse in casa, reagirono con coraggio, indomite di fronte al pericolo per assicurare un pezzo di pane ai loro figli.
A questo proposito è doveroso ricordare 3 donne:
Giulia Sperduti, di 39 anni, sposata con 5 figli;
Maria Cesira Carinci, coniugata Capogna, di anni 45, madre di 7 figli:
Agata Carinci nubile, che il 9 luglio 1944 trovarono la morte per lo scoppio di una mina nelle campagne delle paludi pontine mentre raccoglievano le spighe lasciate sul suolo dai mietitori. Si trattava di una modesta quantità di chicchi di grano, ma vitali per assicurare il cibo ai loro figli.
Donne sulle quali è passato un oblio totale. Donne coraggio, martiri di guerra e sul lavoro. Perché non ricordarle? Perchè non dare loro un degno riconoscimento?
Caro sindaco, care amministratrici, i pubblici amministratori di solito si preoccupano di intitolare vie , piazze, edifici, a personaggi illustri, sempre uomini e quando sono donne sono religiose, ma chi pensa alle nostre donne che si sono sacrificate per un alto e nobile scopo? Forse perché il solo fatto di essere donne non dà loro il diritto di essere ricordate?
E che dire della violenza che colpì le donne durante il passaggio delle truppe di spedizione francese, comunemente chiamati marocchini, che fecero scempio sul corpo e sulla psiche delle donne ?
Quando nel dopoguerra le condizioni di vita migliorarono, diverse ragazze giulianesi per assicurare un sostegno alle proprie famiglie , scelsero di andare a servizio a Roma presso famiglie benestanti.
In alcuni casi però, si verificò che questa nuova forma di emancipazione, portò sulla loro pelle ancora sorprusi da parte dei datori di lavoro che pretesPartecipazione 8 marzo 16 a Giulianoero da loro “prestazioni particolari”, causando ulteriori dolori e sofferenze.
Chi invece, negli anni ’50 aveva scelto di lavorare in fabbrica, ed è il caso di Savina, al rientro a casa nel pomeggio, dopo una giornata lavorativa stressante, doveva sopportare gli scherni delle vicine di vicolo che la ridicolizzavano perchè ritornava presto, facendo finta di non sapere che la stessa si alzava alle 4 di mattina per essere in orario con il turno di lavoro.
Accennavo prima all’arretratezza in cui si trovava la nostra comunità. Questo elemento, oltre a non favorire l’ingresso di nuove idee, non permetteva alle donne il pieno inserimento nella società e un barlume di emancipazione.
Pochissime erano le donne alfabetizzate e ciò favoriva a relegarle in ruoli di subaltenità.
Un ricordo va a Clara Anticoli che rivedo seduta sull’uscio di casa intenta e leggere un libro o una rivista che sporadicamente arrivava a Giuliano dal momento che non esisteva ancora un’edicola.
Sua figlia Rosina mi ha raccontato che sua madre aveva ereditato l’amore per la lettura dalla madre Peppa, anche lei un’accanita lettrice.
Dai miei ricordi poche altre donne emergono per il gusto e piacere del leggere. Tra queste merita di essere ricordata Rosa Capodaglio che, sapendo appena leggere e scrivere, era una curiosa e appassionata lettrice.
Dovremo aspettare gli anni ‘ 60 con l’estensione dell’obbligo scolastico, quando le nuove generazioni avranno l’accesso massiccio all’istruzione e molte donne prenderanno diplomi e lauree.
In sintesi, questa la storia delle donne di Giuliano: alcune sconosciute, semplici, rimaste nell’ombra. Non sono state sulle barricate, non hanno partecipato a cortei o a manifestazioni perché non era ancora nato in loro quello spirito di condivisione della lotta, ma l’aver sofferto, l’aver vissuto con coraggio e l’aver, a modo loro reagito e lottato, ha fatto si che sono state determinanti per l’acquisizione nelle future generazioni di una coscienza protesa al riscatto e all’uguaglianza fra i generi.

 
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