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Lucia Fabi Angelino Loffredi

Lucia Fabi Angelino Loffredi

La Battaglia di Ceccano. 2° giorno

29 maggio 1944 - I tre giorni della Battaglia di Ceccano

Verso Ceccano 1944

Secondo giorno di combattimento e distruzione della parte moderna di Ceccano. L’attacco francese riprende il giorno successivo. Lungo l’asse di via Gaeta, l’attività prevalente è ancora quella dello sminamento. Al maresciallo Richard viene dato l’ordine di andare a vedere se il ponte sul Sacco è ancora in piedi ma, nel momento in cui si avvicina, il ponte salta perché minato dai genieri tedeschi, e contemporaneamente anche la stazione ferroviaria, il ponte sulla ferrovia, il palazzo Berardi e tante abitazioni poste lungo via Principe Umberto, viale del Littorio ( ora viale della Libertà ), via Porta Abbasso.

Dopo mesi di continui bombardamenti, sofferenze, dolore e tanto sangue versato, in pochi attimi un Ponte viene distrutto, viene distrutta la parte più moderna e sicuramente di maggior valore della città, quella realizzata dal marchese Filippo Berardi. Un disastro parzialmente contenuto su via Principe Umberto e Viale Littorio, a opera del fornaio Angelo Giovannone e della giovane Vittoria Mattone che, durante la notte, con coraggio e temerarietà, riescono a disinnescare la miccia esplosiva a una decina di case minate, mentre come ricorda il ricercatore storico 333 Tommaso Bartoli, in via Porta Abbasso, Francesco Santursi, pagando alcuni genieri tedeschi, riesce a salvare la sua casa dalla distruzione.

Va precisato che nella residenza dei Berardi, nell’ultimo periodo, era stato attivo un comando tedesco diretto dal colonnello Wolf Ewert, lo stesso che, il 14 luglio 1944, nel comune di S. Polo di Arezzo, attraverso una rappresaglia, sarà responsabile della morte di 64 civili. Lo sminamento rimane l’attività prevalente da parte degli alleati, ed è nel corso dello stesso che vengono feriti i cacciatori Simon, Roudil e Colsan. Lo scontro fra le parti diventa sempre più cruento. Il brigadiere Chevalier, a un certo momento, viene a trovarsi in una posizione troppo avanzata da non poter ripiegare. Qualcosa di simile capita al cacciatore Gachen, che rimasto solo con la sua mitragliatrice, non si fa prendere dal panico, e con dei tiri precisi, tiene a bada i tedeschi e permette ad altri pionieri di ricongiungersi a lui. Il tenente El Glaoni, figlio del pascià di Marrakesh, appartenente al 3° RSM, volendo recuperare un carro americano abbandonato dal suo equipaggio, è mortalmente ferito da due colpi alla schiena.

Il Maresciallo Muller con un atto coraggioso, pur sotto il tiro tedesco, riesce a raggiungerlo e a portarlo in salvo, ma il giorno successivo il tenente El Glaoni spirerà. La situazione per i soldati francesi è tanto grave e insostenibile che i comandi superiori dopo mezzogiorno ordinano al tenente Periquet di ripiegare verso il luogo dove ha trascorso la notte.

Oggi, a tanti anni di distanza, conoscendo il territorio ceccanese si può affermare che l’operazione tentata dall’ufficiale francese di entrare a Ceccano attraverso la parte inferiore per risalire la città, in quel momento, era una operazione impossibile non solo per la precisione del fuoco germanico, ma per la impraticabilità delle strade e per le case abbattute che ostruivano il passaggio. Particolare menzione merita il tentativo portato avanti dal raggruppamento franco-marocchino, sempre durante la giornata del 29 maggio, che si muove attraverso la contrada Maiura e a ridosso della pedemontana del monte Siserno.

Sin dalle 6,10 della mattina, infatti, dopo una preparazione di fuoco di artiglieria, il plotone Malavoy si muove all’attacco dei soldati tedeschi dall’ovest. Ancora una volta tale tentativo fallisce. Le mine poste sul terreno fanno saltare per aria 12 jeep. Il maresciallo maggiore Fresse e il brigadiere Maitta, anche se feriti, riescono a ripiegare, mentre il brigadiere Ben Sekta resta sul terreno. Nelle vicinanze il cacciatore Duriex è ferito ma riesce a mettersi al riparo in un fossato. Intanto il cacciatore Baudet ripiega dopo aver localizzato esattamente la posizione del campo minato. Il cacciatore Vial viene ucciso da una palla in fronte mentre cerca di portare aiuto ai suoi compagni. 114 Jaeger Division 350 260

Per gli alleati è un disastro. La situazione appare compromessa. I tedeschi, anche in questa parte di territorio, hanno efficienti tiratori scelti, ma il plotone francese, pur con tante perdite, mantiene il contatto stretto e riesce a istallare un posto di osservazione avanzato in una casa isolata. Il cacciatore Durieux, pur ferito e nascosto in un fosso, riesce ancora a muoversi fino a quando non arriva il maresciallo Lignon che lo porta al posto di osservazione. Il cacciatore Abrham con la sua jeep passa attraverso il fuoco nemico per andare a cercarli. La condizione delle avanguardie sembra essere migliorata in quanto il maresciallo Lignon, dalla casa isolata dove è istallato il punto di osservazione, è nelle condizioni di definire con esattezza la forza tedesca che consiste in poche unità combattenti che hanno a disposizione quattro fucili mitragliatori, due mitragliatrici pesanti e un mortaio. Sta per svilupparsi la battaglia del Boschetto, a quota 235, località situata 335 in prossimità di Colle Campanaro, dove oggi esistono impianti sportivi, presso via Aia del Tufo.

I francesi dovranno impiegare più assalti e, come da testimonianze orali ricevute, potrebbero essere stati più di tre. Il tenente Malavoy, verso la fine della giornata, abbatte la resistenza, conquista la cresta e tiene la linea per tutta la notte. Il Diario dei cacciatori e il libro di Gautard “Dans la campagne d’Italie” non riportano le perdite avute dalle truppe francesi, mentre le perdite tedesche vengono valutate in maniera completamente diversa: il primo riporta sette prigionieri, mentre l’altro riporta la morte di quaranta tedeschi 303 . Nel frattempo, già alla fine della giornata: “alla Badia si è stabilito un piccolo quartiere generale dell’ufficialità francese e un piccolo posto di pronto soccorso.

Questo costituisce la salvezza di fratel Andrea (Salvati) il cui braccio stroncato qualche giorno prima minacciava di incancrenire pel mancato intervento chirurgico. Medicato sommariamente nel pronto soccorso veniva subito inviato ad un ospedaletto da campo; ma per salvarlo bisognò amputargli il braccio quasi all’altezza della spalla. Intanto una teoria interminabile d’automezzi giungeva alla Badia per una strada improvvisata alle falde del Siserno dall’esercito avanzante. Giunge anche l’ospedale da campo che si alloga negli stessi locali occupati già dai tedeschi. Personale deferente, cordiale“.

 

 

 

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La Battaglia di Ceccano. 3° giorno

30 maggio 1944 - I tre giorni della Battaglia di Ceccano (video)

Aerei Apache Gli alleati entrano nel centro di Ceccano. Il giorno successivo, 30 maggio alle ore 9, il plotone Malavoy, parte insieme a un plotone del 3° RSM, dotato di carri armati Scherman, e attraverso via Badia entra in Ceccano, dove vengono fatti due prigionieri.Sull’asse sud, invece tre uomini appartenenti al plotone Periquet: il brigadiere Zuber, l’aspirante Cordier e il cacciatore Poussier tornano indietro alla ricerca del corpo di un aspirante del genio ucciso, ma ancora una volta sono costretti a ripiegare.

Alle ore 10,00 il tenente Periquet si dirige verso l’ovest e lo squadrone Breuil appoggia l’8° RTM. L’avanzata, ancora una volta, è ritardata. Decisivo è ciò che sta per succedere a ridosso di Colle Morrone, in prossimità del Castellone.

Il Castellone e il Morrone rappresentano i punti più elevati a ridosso del Siserno. La difesa di questa area, da parte dei tedeschi. è funzionale alla difesa del Passo della Palombara situato a qualche chilometro di distanza. Le dueM4 Sherman Tank 350 min colline sono boscose e i Tedeschi resistono con accanimento, sostenuti da una forte artiglieria e dal fuoco dei carri.

Dopo vari assalti e scontri violenti il battaglione Reniè, alle ore 19,30, conquista la quota 247. Alla stessa ora il colonnello tedesco Wolf Ewert ordina alle retroguardie tedesche di ripiegare. Il plotone Malavoy, dei Cacciatori d’Africa, dopo tre giorni impegnativi e stressanti, riesce a stabilire il collegamento con il raggruppamento Buron e a sostare, dopo le ore 20, presso il Casino Marella in località Celleta, fra i comuni di Ceccano, Patrica, Giuliano di Roma, a poca distanza dalla strada che porta al mare.

E’ lo stesso tenente ad accendere il fuoco dove si cuoceranno dei polli, ovviamente rapinati, per festeggiare, appagati, l’esito della battaglia. Nelle campagne, per la terza notte consecutiva, si sentiranno grida di donne violentate ma nessun libro francese scriverà di queste scelleratezze.

 

 

 

 

 

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La Battaglia di Ceccano. 1° giorno

28 maggio 1944 - I tre giorni della Battaglia di Ceccano

Verso Ceccano 194423 La battaglia che si svolse nel territorio di Ceccano vede, da una parte le retroguardie tedesche appartenenti alla 305a I.D. della Kampfgruppe e quelle della 2/67° della 2a Panzer; dall’altra parte, le forze armate alleate posizionate lungo le sponde del fiume Sacco, che taglia in due la città di Ceccano e che fa da spartiacque fra le forze alleate. 302 A sinistra del fiume avanzano i soldati canadesi appartenenti alla VIII armata alleata, comandata dal generale Oliver Leese, alla sua destra e fra lo stesso e la base del monte Siserno, si muovono le truppe della V armata, fra queste quelle della 2° Divisione Marocchina e i Cacciatori d’Africa appartenenti alla 1a Divisione del CEF, denominata Francia Libera, oltre che soldati dell’esercito degli USA. Lungo il crinale del Siserno e a ovest dello stesso, combattono, oltre agli americani, i francomarocchini appartenenti alla 4° Divisione di Montagna. La battaglia di Ceccano, come quella della Palombara, dura tre giorni: da domenica 28 maggio fino al calar della sera di martedì 30. Sulla destra del fiume Sacco, provenienti dal comune di Castro dei Volsci, lungo le direttrici via Gaeta e il bosco S. Ermete e Colle del Vescovo, avanzano i militari della 2a Divisione Marocchina, soldati che in questa fase si stanno muovendo su terreni pianeggianti. Le notizie che riportiamo riguardanti alcuni momenti dei tre giorni di aspri combattimenti avvenuti nel territorio di Ceccano, a destra e a sinistra del fiume Sacco, sono state raccolte attraverso testimonianze orali e scritte, oppure tratte da libri, in particolar modo dal Diario di guerra dell’VIII Reggimento dei Cacciatori d’Africa, curato dal capitano Malavoy avente come titolo “Du Niger au Danube 331" L’VIII Reggimento dei Cacciatori di Africa, appartenente alla 1° Divisione e guidato dal capitano Le Hagre, percorre un’area a ridosso di via Gaeta con il plotone del tenente Periquet, inoltre sono presenti i Pionieri di Richard ed elementi della 3a RSM (Cavalleria corazzata). Un altro raggruppamento, invece. composto da soldM4 Sherman Tank 350 minati appartenenti ai due plotoni comandati dai tenenti Malavoy e Cordier, attraversa la contrada Maiura da sud verso nord. I due raggruppamenti, alle 11,30, sono a circa 1.500 metri dal centro abitato ma sono costretti ad arrestarsi, sia per i campi minati che per i tiri precisi dei tedeschi. Tanto precisi da ferire, alle ore 13,00, lo stesso capitano Le Hagre alla spalla e alla faccia. In questa fase convulsa e pericolosa, l’attività prevalente delle truppe del CEF è quella dello sminamento, quasi sempre effettuata allo scoperto e sotto il tiro tedesco. Solo alle ore 17,00 il capitano, ferito, verrà portato via e sostituito nel comando dal tenente Periquet. Alla stessa ora il plotone Malavoy, rafforzato da un plotone armato di td ( arma anticarro), insieme al battaglione comandato da Labadie, appartenente all’VIII RTM ( fucilieri), provano a muoversi verso l’ovest, lungo le falde del Siserno, ma arrancano su una pista sconnessa, pertanto l’avanzata è rallentata. Il raggruppamento si arresta a quota 191. Alle ore 20,00 al tenente Periquet, a riprova delle difficoltà e dei pericoli esistenti, arriva l’ordine di arretrare di un chilometro.

 

 

 

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Orban e Mussolini

Come nasce una dittatura

Mussolini e le leggi fascistissime 350 minLucia Fabi e Angelino Loffredi - In questa epoca di CoronaVirus e di diffusi allarmi planetari si sta parlando, poco e male, di alcune preoccupanti questioni che stanno accadendo in Ungheria ad opera del suo primo ministro Victor Orban. Pur essendo il paese magiaro poco colpito dal morbo, con il pretesto di volerlo fronteggiare, ha chiesto al Parlamento Poteri Speciali. Li ha ottenuti attraverso il sostegno di 137 parlamentari contro 53.

Inevitabilmente si aperta una discussione se si tratti di un colpo di stato, se esista una situazione di prefascismo oppure se la situazione sia normale, da non destare preoccupazione per la democrazia, in quanto la risoluzione è stata presa da un Parlamento eletto democraticamente.

Certo identificare l’Italia del 1922 con l’Ungheria del 2020 può essere un’azzardo, una forzatura. Pur tuttavia crediamo sia necessario provare ad evidenziare alcuni aspetti che tendono a somigliarsi.
Fra tutti il linguaggio ed i contenuti usati dai due capi: Mussolini e Orban. Il primo, il 16 novembre del 1922 alla Camera urlava “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto“ Per terminare con una ancora più chiara intimidazione “Io non voglio, finche mi sarà possibile, governare contro la Camera, ma la Camera deve sentire la sua particolare posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni“.

Orban, una settimana fa, nel chiedere i Poteri Speciali al Parlamento in tono di sfida, non solo all’opposizione, ha detto «Dovete uscire dalla vostra confortevole nicchia. Per qualche tempo dobbiamo organizzare le nostre vite in modo diverso. Il potere di controllo del Parlamento è quello della sua maggioranza e risolveremo questa crisi con o senza di voi».

In Italia, il 17 novembre del 1922 la Camera approvava il governo Mussolini con 306 voti a favore (Liberali, Fascisti, Nazionalisti, Popolari) e 116 contrari ( Massimalisti, Riformisti, Comunisti, Repubblicani ) e 7 astenuti. Era una Camera, con 37 deputati fascisti, eletta nel 1921, in una competizione elettorale caratterizzata già dalla violenza fascista, tollerata dal presidente Giolitti, ma per la quale comunque fu possibile votare.

Esiste un’altra similitudine: il 24 novembre 1922 ad una settimana dal suo insediamento, anche Mussolini chiese ed ottenne i Pieni Poteri, con una differenza rispetto ad Orban. Mentre Mussolini li chiese per un anno, Orban li chiede addirittura per un tempo indeterminato.

Sulla base dei poteri speciali assegnati dal Parlamento ungherese, dominato dal partito chiamato Unione Civica Ungherese, il governo potrà discrezionalmente stabilire il coprifuoco, utilizzare i militari per dirigere le imprese essenziali ma in particolar modo, scavalcando il potere della Magistratura, sarà possibile imprigionare per 4 anni giornalisti ( refrattari ) che “diffondono notizie ritenute false”, colpendo al cuore la libertà di stampa. A proposito di Magistratura è necessario puntualizzare, sempre a proposito di similitudini, che mentre Mussolini impiegò quattro anni per Istituire i Tribunali speciali, Orban ha già realizzato una condizione peggiore. Da questo anno infatti è prevista l’istituzione di Tribunali Speciali che dovranno esprimersi su varie questioni: dal diritto di assemblea della stampa, dagli appalti pubblici alle elezioni. E’ il ministro della Giustizia a controllare questi nuovi tribunali,, sarà sempre lui a nominare i nuovi giudici. La ripartizione dei poteri dunque è già scomparsa.

Non possiamo prevedere cosa succederà in Ungheria, sarà comunque importante la reazione dell’Unione Europea, però possiamo riportare quello che successe in Italia.
Il 22 dicembre il governo concesse un’amnistia, n.1641, attraverso la quale non venivano puniti i reati che avevano una motivazione “ nazionale “, pertanto attraverso tale presupposto i reati di pestaggio, devastazione e assassinio da parte dei fascisti, avvenuti durante gli anni 21 e 22 d’un colpo vennero amnistiati.

Il 14 gennaio 1923 venne costituita la Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale nella quale confluirono tutte le camice nere che giuravano fedeltà non al Re ma a Mussolini. Iniziarono i licenziamenti verso i ferrovieri, la più combattiva categoria antifascista. Venne abolita la Festa del 1 maggio. Incominciarono le violenze anche contro i nazionalisti, popolari e repubblicani. Venne votata una nuova legge elettorale che prevedeva l’assegnazione del 75 % dei deputati alla lista che raccoglieva il 25% dei voti. Potremmo seguitare ancora ma per problemi di spazio ci fermiamo, perché ci preme puntualizzare alcune importanti questioni. Quella Italiana era una situazione nella quale oltre ad esistere una Camera eletta, non venne abolita la libertà di stampa, non furono soppressi i partiti (lo saranno nel 1927 con le leggi chiamate Fascistissime), rimase in piedi lo Statuto Albertino, garante ( sulla carta ) dello Stato di diritto ma contemporaneamente si incendiavano i giornali di opposizione, si assaltano le sedi di partito e si pestavano i deputati con la complicità degli apparati statali.

Coloro che oggi acriticamente difendono i provvedimenti di Orban, rifacendosi ad una scelta del Parlamento magiaro, senza andare a verificare il contesto generale, già dominato da chiari aspetti autoritari, non esaltano il parlamentarismo ma si limitano a esercitare del “cretinismo parlamentare“.

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Ceccano 4 Aprile 2020

Spagnola e Coronavirus: qualcosa è cambiato

Pandemie

centannidallaspagnola 400 mindi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - Sentir parlare in questo periodo di Corona Virus con tanta preoccupazione e allarme riconduce automaticamente a pensare a quello che un altro morbo, un secolo fa, procurò ai cittadini di tutto il mondo: la “Spagnola“.
Sappiamo tutti che la contaminazione avvenne sul fronte di guerra francese, nel 1917, da parte di soldati provenienti dagli Stati Uniti. Venne chiamata “Spagnola“ perché solo dalla Spagna, nazione non in guerra, arrivavano notizie veritiere mentre nei paesi belligeranti esisteva la censura.

Carlo Cristofanilli, noto ed apprezzato ricercatore storico, nel suo libro “La Chiesa Abbaziale di San Nicola in Ceccano” scritto nel 1981, riporta che a Ceccano, dal 27 settembre all’8 novembre 1918, l’epidemia causò 240 decessi, più dei ceccanesi morti durante la Grande Guerra, 220, cifra tratta da uno studio realizzato da Luigi Compagnoni in “ Archivio della memoria “ nel 2016.
A proposito delle indicazioni provenienti dalle autorità statali riguardanti in questo periodo lo stare a casa e la proibizione delle Messe, sempre Cristofanilli, ci ricorda che la “Spagnola” non risparmiò nemmeno l’Arciprete don Tullio Felici, originario di Giuliano di Roma e il suo funerale fu celebrato “a porte chiuse“.

In questi giorni, fortunatamente, si rivolgono tanti ringraziamenti al personale sanitario per l’impegno dimostrato e per i forzati turni di lavoro a cui è sottoposto. A questo proposito ci viene in mente un fatto, non certo encomiabile, accaduto a Ceccano sempre durante l’imperversare dell’epidemia, da parte, nientemeno, del medico condotto Saverio Costantini. La seduta del Consiglio Comunale dell’ 1 dicembre 1918, anche se accompagnata da una verbalizzazione che sembra essere molto prudente, mette in evidenza un agire del professionista non all’altezza della situazione, anzi una fuga dalle proprie responsabilità. Le parole espresse dal Commissario, inviato dal sottoprefetto a dirigere il consiglio, sembrano essere molto significative “L’amministrazione esaurì al riguardo tutte le pratiche, le ricerche per provvedere alla situazione presso il dottore Saverio Costantini, al quale libero del servizio comunale, ricordò il dovere di riprendere nell’ora triste, almeno temporaneamente il suo posto”. Dopo questa doverosa premessa il Commissario diviene ancor più incalzante “Ma il dottor Costantini sordo alle ripetute preghiere si limitò a proporre ed inviare in sua vece interinali, che o per motivi di salute o per ragioni personali abbandoneranno il servizio dopo breve permanenza, lasciando al comune non solo l’angustia della situazione ma il danno di una spesa doppia se non tripla di quello che avrebbe sostenuto col suo titolare”.

Il Commissario aggiunge ancora e precisa “In presenza di questo intollerabile stato di cose, dopo aver avuto dalla Regia Prefettura assicurazioni del suo esonero, fu fatto al dottor Costantini formale invito a riprendere servizio, ma anche a quest’ultimo invito il Costantini rispose seccamente di non poter corrispondere“.

Il Commissario dopo questa chiara ricostruzione dei fatti propone al Consiglio Comunale di Ceccano che il dottor Costantini debba essere considerato dimissionario e ne fa formale proposta. Si vota: 14 accettano ed 1 si oppone.
L’inquietante e dolorosa questione sembra essersi conclusa con un giusto provvedimento ma si riapre il 18 dicembre, con una nuova seduta del Consiglio Comunale. Questa volta però il Commissario non risulta essere tanto severo o ben determinato come in quella precedente. Infatti dopo aver annunciato che il medico ha inoltrato un ricorso si limita a dire “il di lui esonero era stato sospeso dal Ministero della Guerra e non trovavasi in grado di corrispondere all’invito fattogli di riassumere il servizio di medico condotto”.

Non emerge alcuna motivazione a discarico, il tema rimane generico, di difficile comprensione. Il Commissario aggiunge che il Costantini ha fatto seguire notifica del ricorso alla Giunta Provinciale Amministrativa e quindi per “evitare giudizi soccombenti “ propone di annullare la Delibera approvata precedentemente. Cosa che avverrà purtroppo con voto unanime e silente.

Ceccano 12 Marzo 2020

 

Modulo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Storia. Una strage dimenticata - 4

MIncagnoli mindi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - L’articolo pubblicato da UNOeTRE.it “Una strage dimenticata“ ad un mese di distanza continua ad essere letto ed destare un grande interesse. Dopo gli approfondimenti apportati attraverso le successive interviste a Francesco Giglietti ed Antonietta Tibera ora Agostino Colafranceschi, nostro grande amico, ha voluto farci incontrare a Ceprano Alberto Incagnoli (Enzino) fratello di Maria, morta in quella tragica estate del 1942 per sentirlo direttamente e conoscere le ripercussioni avvenute in famiglia e nel paese.

Abbiamo incontrato Enzino nell’abitazione della figlia Maria Rita. Pur avendo problemi nella deambulazione a 84 anni mantiene ancora una incredibile lucidità; i ricordi nel suo racconto si mantengono sempre chiari e ben connessi al contesto generale. All’epoca della scomparsa della sorella aveva 7 anni mentre Maria ne aveva 19.

«Mia sorella andava a lavorare insieme ad altre compaesane trasportata da un camion mal messo, in balia del vento, del freddo e della pioggia. Apprendemmo la sua scomparsa con un telegramma che la Direzione aziendale ci fece pervenire attraverso il Comune. Insieme a Maria morirono un uomo di Ceccano e tre donne( di Carnello, Supino e Frosinone), ma non ricordo i nomi. La tragica notizia colpi e commosse non solo i familiari ma gran parte del paese.
Ricordo che il carro funebre proveniente da Ceccano, attraverso la Casilina, arrivò direttamente in Piazza dei Caduti di via Fani, allora Piazza Umberto 1°. Poi arrivammo nella chiesa di Sant’Arduino, poco distante, dove venne celebrato il servizio funebre. Ricordo tanta gente, poi andammo al Cimitero».

Gli chiediamo se il Comune avesse concesso gratuitamente l’area cimiteriale. «No, non ne avevamo bisogno perché avevamo a disposizione una Cappela di famiglia fatta erigere da mio nonno, ferroviere, nel 1890.»

Insieme andiamo al Cimitero per vedere il luogo dove è sepolta Maria. Sulla lapide e sotto la foto che la ricorda c’è una scritta che meMIncagnoli lapide minrita di essere riportata:
MARIA INCAGNOLI
Ceprano 1923 – Ceccano 1942
FRAGRANTE FIORE
D’OGNI PIU ELETTA VIRTU'
CRUDELMENTE RECISO
DA FATALE INFORTUNIO
NEL LAVORO SACRO DELLA PATRIA
LASCIAVA
UN VIVO,CRISTIANO CORDOGLIO
QUANTI NE CONOBBERO
LA PREZIOSA ESISTENZA

Ma il ricordo di questo “Fiore reciso” diventa ancora più amaro e struggente quando Enzino, mestamente, dice:
«Quella mattina Maria e i miei genitori dovevano andare al Comune per far preparare le carte del suo matrimonio. Si doveva sposare infatti con Luigi Andreozzi e coronare così un sogno d’amore che durava da due anni».

Ceccano 12 settembre 2019

 

 

 

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Una strage dimenticata

Igino Ugo Riccidi Lucia Fabi Angelino Loffredi - Ceccano 4 agosto 1942, stabilimento BPD di Bosco Faito. Alle ore 5,25, poco prima del termine del turno di notte, un’esplosione uccide 5 persone: una strage. A tanti anni di distanza sarebbe meglio chiamarla una strage mai conosciuta. In circolazione non si conoscono infatti documenti che ne rivelino il Reparto dove avviene la deflagrazione, le cause, l’eventuale inchiesta avviata dalle autorità aziendali e inquirenti per individuare le responsabilità e l’esito della stessa. Lo stesso periodico provinciale fascista dell’epoca “ Il Bollettino dei Fasci di Combattimento “, sempre attento a riportare gli avvenimenti ciociari, nel numero di agosto, ignora il tragico fatto di sangue. Nello stabilimento BPD di Ceccano lavorano circa 5.000 persone la presenza femminile è notevole. Sarà in attività a pieno regime dall’inizio del 1940 fino all’8 settembre del 1943

Non va dimenticato inoltre che nel nostro territorio, a Colleferro, alle 7,40 del 29 gennaio 1938, sempre nella fabbrica di guerra BPD, c’era già stata una catastrofe di notevoli dimensionii: 60 morti e oltre 1000 feriti. Quella di Ceccano, pur con le dovute proporzioni, dunque è una storia che si ripete ma le brutte notizie non possono essere riportate. Il Regime non le tollera. Il popolo, infatti, in ogni momento deve essere galvanizzato, entusiasmato, non può “ perdere “ tempo con le riflessioni o con le analisi critiche che rischiano di deprimere,considerato soprattutto, che da due anni l’Italia è in guerra, e c’è bisogno, al contrario, di entusiasmo e di mantenere una fede per la sicura vittoria.

A Ceccano chi sono le vittime ? Un uomo e quattro donne, fra i feriti risultano esserci le due sorella Antonietta ( 19 anni ) e Giovanna Tiberia ( 17 anni ). Antonietta perse un braccio ed è tuttora vivente.
Coloro che in quella giornata persero la vita furono:
Ricci Igino Ugo, di 34 anni, nato a Patrica, residente a Ceccano, lascia la moglie Rosa De Luca e il figlio Mario di 4 anni.
Corsi Lucia, 25 anni, nata e residente a Supino, non sposata.
Sorprende ancora di più conoscere l’età delle altre decedute: Marciesi Angela di Isola del Liri, 16 anni. Colasanti Ida, di Frosinone, 17 anni, Incagnoli Maria, di Ceprano,18 anni. Le ultime due dopo essere rimaste ferite vengono portate presso l’Ospedale di Ceccano, dove muoiono alle 9,15 dello stesso giorno.

A 77 anni di distanza abbiamo sentito il dovere di riportare questo triste avvenimento con la speranza che esso pur nell’essenzialità dei fatti solleciti ulteriori approfondimenti che la storia ufficiale non ci ha fatto conoscere. Per le essenziali notizie forniteci, vogliamo ringraziare Maurizio Federico, Tommaso Bartoli, Gianluca Coluzzi, Vincenzo Ricci, Giuseppe Diana, Mariella Tiberia e Domenico Vellucci, ufficiale di stato civile del comune di Ceccano.

Ceccano 3 Agosto 2019

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Storia. Il voto del 16 novembre 1919. 8ª puntata

Antonio Paolo Bragaglia 350 260 minIl buon risultato nazionale ottenuto dai Socialisti (32% e 156 Deputati) il 16 novembre 1919 e l'elezione alla Camera di Domenico Marzi e di Vittorio Lollini, con molta probabilità, costituirono un valido incentivo politico per un gruppo di giovani ceccanesi (Antonio Paolo(Toto) Bragaglia, Mattia Staccone, Pietro Gizzi, Pietro Catozi) a fondare la locale sezione.

La sede venne trovata nei locali del Comune, di fianco alla chiesa Madonna del Luogo, oggi di proprietà di Stefania Giansanti. Per conoscere meglio la situazione del periodo basta entrare nel collegamento che segue:
http://www.loffredi.it/dal-conte-al-contadino.html
I primi mesi del 1920 rappresentano una rapida ed eccezionale espansione socialista in quella che sarà la provincia di Frosinone: nel febbraio infatti dopo la fondazione delle sezioni di Alatri, Piperno, Sant’Apollinare e Cassino ci saranno quelle di Roccasecca e Ceccano ed altre ancora. Dal punto di vista degli iscritti la Sezione di Frosinone ne registra 113, Alatri 85, Ceccano 65, Sgurgola 59, Piperno 50, Arnara 43.
Tommaso Baris nel suo libro “ Il fascismo in provincia “ riporta una lettera scritta il 14 luglio 1920, inviata da Camillo Mancini (per tre legislature parlamentare liberale di Ceccano e ricco possidente della città) a Camillo Corradini, Sottosegretario all’interno del Governo Giolitti perché “ i contadini sobillati da agitatori vanno percorrendo processionalmente le campagne con la bandiera rossa, invadono i fondi e dividono a modo loro i prodotti facendo la parte del leone e se i proprietari tentano resistere li bastonano portando via tutto “ E’ il periodo infatti nel quale le Leghe contadine ottengono una ripartizione favorevole ai mezzadri non solo a Ceccano ma anche nei comuni di Anagni, Fiuggi, Guarcino, Tecchiena, Veroli, Piperno e Paliano.
Il 13 settembre 1920 si tiene a Ceccano un Convegno promosso dalle Leghe per esaminare la questione dei fitti agrari, porre la richiesta della casa per i coloni, della riforma dei patti colonici, della lotta dei contadini delle paludi pontine e più in generale per fare un necessario bilancio delle lotte portate avanti durante quel periodo.
Dopo qualche settimana il 3 ottobre si tengono le elezioni provinciali e comunali.
Per le elezioni provinciali il collegio elettorale di Ceccano comprendeva Ceccano, Patrica, Giuliano di Roma e Villa Santo Stefano. Il socialista Natalino Patriarca batte il popolare Colombo Bonanome ( 1.781 voti contro 1.628 ) e viene eletto nel Consiglio Provinciale di Roma.
Per le elezioni comunali i socialisti a Ceccano, sostenuti dalla Lega, battono i popolari ed eleggono 24 consiglieri comunali mentre 6 toccano ai popolari.
Alle ore 10 del 17 ottobre, presente il segretario comunale Fontana Regolo, si tiene la prima seduta della consiliatura. I presenti sono 27: Anelli Giuseppe, Bruni Enrico, Bucciarelli Leonardo, Bucciarelli Felice, Casalese Angelo, Catozi Pietro, Cerroni Domenico, Cicciarelli Arcangelo, Colapietro Filippo, Cristofanilli Giuseppe, Diana Michelangelo, De Santis Antonio fu Giuseppe, De Santis Antonio di Vincenzo, Ferri Giuseppe, Liburdi Angelo, Liburdi Giuseppe, Masi Lorenzo, Mastrogiacomo Giuseppe, Mastrogiacomo Benedetto, Olmetti Felice, Segneri Sante, Silvaggi Giovanni Battista, Staccone Mattia, Strangolagalli Angelo, Tanzini Pietro, Tiberia Angelo, Trotta Pasquale.
Risultano assenti Bragaglia Antonio Paolo ( Toto ), Gallucci Francesco, Liburdi Angelo
Filippo Colapietro viene eletto sindaco con 21 voti mentre 6 sono le schede in bianco. Assessori effettivi vengono eletti Bucciarelli Leonardo, Bragaglia Antonio Paolo, Anelli Giuseppe, Cerroni Domenico con 21 voti. Assessori supplenti sono eletti Diana Michelangelo e Tiberia Angelo con 21 voti.
I socialisti, sostenuti dalle Leghe locali, si affermano anche nei comuni vicini tra i quali a Patrica e ad Arnara. A Patrica viene eletto sindaco Luigi Compagnoni mentre ad Arnara sindaco è l’agricoltore Orazio Silvestri.
All’indomani del successo socialista ad Arnara venne scritta e cantata una canzone che rappresentava il conflitto di classe nel paese e che ha rischiato di essere dimenticata. La stessa, fortunatamente, venne riproposta nel 1980 dal Gruppo di Lavoro “ il Ponte “ coordinato da Antonio Camilli. Non conosciamo la partitura musicale e nemmeno il nome dell’autore ma solo il testo che comunque merita di essere conosciuto.
La nostra Lega ha vinto la battaglia contro la prepotenza dei signori.
Credevano gli illusi da principio che la vittoria fosse tutta loro. Credevano di entrare al municipio e poi cantà in trionfo tutti in coro.

Ma cade giù la signoria cacciata via
e non ritorna più.

La ciocia mette legge alla canaglia
E quando non la vò la mette fuori.

Hanno pigliato i moribondi a letto
E poi nell’urna li hanno trascinati.
Hanno afferrato gli uomini pel petto
e hanno fatto i maccheroni cucinati,
nei maccheroni c’era il condimento
dell’odio, dell’invidia e dell’inganno.

Ma cade giù la signoria cacciata via
e non ritorna più.

E il popolo sapeva molto bene
le lacrime versate nel passato,
e ricordava tutte quelle pene
quando le tasse l’hanno massacrato.

Ma specialmente agli assessori vecchi
che stavano attaccati attorno all’osso
gli abbiamo dati certi colpi secchi
che c’e venuta la quartana addosso.

Fra gli altri c’era uno strozzino
che amava d’esser fatto consigliere
ma il poveretto ha avuto il suo destino
con quattro calci dati nel sedere.

Ma cade già la signoria cacciata via
e non ritorna più.

Ceccano 11 Luglio 2019

 

 La foto è stata messa a disposizione da Tina Bragaglia nipote di Antonio Paolo (Toto)

 

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Storia. A Fiuggi nasce la prima "Squadra"...ccia. - 7ª puntata

TitoMilioni 350 mindi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - Per il Movimento contadino e operaio operante nei Circondari di Frosinone, Sora e Gaeta gli anni 1919 e 1920 rappresentano non solo il momento più impegnato ma anche quello caratterizzato da importanti risultati: lotte, occupazioni di terre incolte, estesi legami di massa, da Paliano a Sant’Apollinare, migliori contratti di lavoro e più in generale nuovi rapporti con il ceto proprietario. Il punto più alto di credibilità e forza viene raggiunto a ridosso delle elezioni comunali e provinciali dell’ottobre 1920. In queste occasioni il Partito socialista con le Leghe contadine conquista 11 comuni nel Circondario di Frosinone, fra questi Ceccano, 11 nel Circondario di Sora, fra questi Isola del Liri, oltre che le Amministrazioni di Sant’Apollinare, Vallemaio, Pico, Esperia, San Giorgio a Liri e Sant’Andrea Vallefredda nel Circondario di Gaeta. Tale successo è confermato anche alle elezioni provinciale con l’affermazione di 3 eletti nel Circondario di Frosinone, nei collegi di Piperno, Ceccano, Monte San Giovanni Campano. In questo collegio Tito Milioni, operaio nel polverificio di Fontana Liri si afferma pur se sottoposto ad una minacciosa campagna condotta dal conte Francesco Lucernari. Due sono i consiglieri eletti nel Circondario di Sora, nei collegi di Sora e Isola del Liri. A fronte di tale successo il padronato non rimane a guardare e per fronteggiare altre richieste e ulteriori rapporti di forza si organizza.

Maurizio Federico nel suo saggio “Biennio rosso in Ciociaria. 1919-1920“ indica nella città di Fiuggi, 20 settembre 1920, la costituzione del primo Fascio in quella che sarà la provincia di Frosinone. Il Federale fascista Aurelio Vitto nel 1939 di questa realtà scriverà “ Il Fascio e la Squadra d’azione costituirono durante il periodo ante marcia uno dei capisaldi delle forze fasciste del Basso Lazio“.
La Squadra è chiamata “La Birba“. Il Federale ne indica anche i partecipanti ai quali riconosce l’ambita qualifica di “Squadrista“: Agnoli Giovanni, Alessandro Giuseppe, Ambrosi Amedeo, Ambrosi Lelio, Ambrosi Mario, Ambrosi Zefferino, Ballini Marco, Corradini Colombo, De Carolis Arturo, De Carolis Getulio, Falconi Carlo, Filatici Giovanni, Girolami Mario, Mariano Giuseppe, Martini Alfredo, Martini Loreto, Martini Vincenzo, Nardi Amedeo, Nardi Tommaso, Paris Luigi, Paris Vincenzo, Perosi Guglielmo, Rapparelli Carlo, Santesarti Domenico, Santesarti Ermenegildo, Santesarti Evaristo, Santesarti Ildebrando, Simeone Giuseppe, Terrinoni Anselmo, Terrinoni Angelo, Terrinoni Andrea, Terrinoni Pasquale, Terrinoni Pietro, Sforza Mario, Severa Biagio, Sideri Annibale, Speranza Felice, Tamburini Lorenzo, Torrelli Giuseppe, Vari Alfredo, Verghetti Rocco.
Esaminando meglio i documenti a disposizione rileviamo che mentre Guglielmo Quadrotta nei “Quaderni di Rassegna del Lazio/ Ricognizione. Scrittori e giornalisti nella Provincia di Frosinone“ pubblicato nel 1933., indica Amedeo Ambrosi non solo come l’autore della nascita del fascismo fiuggino ma anche l’organizzatore, nei mesi successivi alle costituzioni delle sedi di Anagni, Acuto, Guarcino e Alatri il Federale Vitto nel 1939, afferma, diversamente, che la Squadra d’azione di Fiuggi è stata ”agli ordini dell’infaticabile e disinteressato comandante De Carolis Arturo”.

Una domanda allora sorge spontanea: perché trascorrono sei anni per dare un giudizio così diverso e penalizzante nei confronti di Amedeo Ambrosi?
Non siamo nelle condizioni di dare una risposta sicura e ben definita, nello stesso tempo siamo consapevoli che tali perplessità nel contesto generale possono apparire secondarie, tuttavia ci permettiamo di seguire una traccia che è una costante nella vita interna delle organizzazioni fasciste locali e nazionali: la lotta fra persone e clan, per conquistare posizioni di prestigio e di potere è sempre aperta, portata avanti senza esclusioni di colpi, utilizzando strumenti spregiudicati tali da determinare improvvise cadute e rapidi successi personali.

Lucia Fabi Angelino Loffredi
Ceccano 1 Luglio 2019

 nella foto in alto a sinistra: "Tito Milioni, antifascista della prima ora" (passare il puntatore del mouse sulla foto e apparirà il nome)

 

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Storia. Squadrismo in Ciociaria e maestri romani

FILIPPO COLAPIETRO SINDACO 350 mindi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - Per proseguire nel breve viaggio dentro lo squadrismo frusinate, riportiamo notizie raccolte da un numero unico della Federazione fascista titolato “ Squadrismo, per ricordare il 20° anno della nascita del Fascio di combattimento di Frosinone “, conservato presso la Biblioteca comunale di Frosinone. Il giornale è composto di 4 pagine, riporta articoli di Alberto Ghislanzoni, Giulio Celletti, Carlo Mancia. Lo stile prevalente è sempre retorico, i vari temi si esprimono in modo roboante e sensazionalistico. Il pensiero è rivolto al passato ed è individuato sempre il nemico. Giulio Celletti infatti, nel suo pezzo scrive “S’ iniziarono così le azioni contro le canaglie social- comuniste che infestavano le nostre campagne e turbavano gli animi dei nostri laboriosi operai e contadini sventolando il loro straccio rosso e oltraggiando l’ideale e il sacrificio degli squadristi“. Attorno a queste poche righe ci sarebbe tanto da commentare ma ci limitiamo a mantenere l’attenzione solo sul termine social-comunisti, ancora di più su quel comunisti, ovvero sul nemico che deve essere onnipresente. Il Celletti in questo caso per dare forza al suo articolo arriva addirittura ad inventarselo e ingigantirlo. Nelle elezioni del 15 maggio 1921 infatti i voti arrivati alla lista comunista a Frosinone furono 4 (quattro ) e nel Circondario 15( quindici ).

Dal giornale possiamo riprendere notizie interessanti proprio dal punto di vista della ricerca, pertanto rileviamo: il Fascio a Frosinone viene costituito il 20 ottobre 1920 nei locali della vecchia Società Operaia. Successivamente viene titolato a Guglielmo Veroli ma manca il periodo. La prima sede è in via Angeloni.
Fra gli articoli, quello scritto da Il Triario “Quando uscimmo la prima volta“ ci sembra interessantissimo. Riporta la presenza a Frosinone e Ceccano di Vito Pellizzari, segretario del Fascio di Roma, chiamato a fare da rinforzo ai fascisti di Frosinone per colpire Ceccano “roccaforte dei rossi che detenevano l’amministrazione comunale“ Sindaco in quel periodo è il socialista Filippo Colapietro. Per conoscere bene la situazione ceccanese invitiamo a esaminare il seguente collegamento http://www.loffredi.it/ceccano-fra--rivoluzione-e-reazione.html

L’avvocato Pellizzari a sera arriva in treno a Frosinone accompagnato da 20 persone. Il Triario scrive “arrivarono alla stazione di Frosinone. Scesero e per l’accorciatoia di Fontana Unica salirono in città. Quella notte l’Albergo Garibaldi si trasformò in un accampamento“ La mattina successiva la trascorsero passeggiando per la città destando molta curiosità. Nel primo pomeriggio su due camion partirono in direzione di Ceccano, quindi “Giungemmo sul ponte di Ceccano. E il resto di questa giornata, che fu movimentatissimo, è inutile oramai raccontarlo“.

L’autore dell’articolo non riporta gli avvenimenti accaduti e nemmeno indica il giorno. Non conosciamo il motivo ma, fortunatamente, possiamo riportare che a farlo ci penserà molti anni più tardi (1985) Maurizio Federico attraverso il sempre valido libro ”Il Biennio rosso in Ciociaria.1919-1920“, sulla base di un fonogramma inviato dal Sottoprefetto di Frosinone al Ministero l’11 aprile 1921. Maurizio Federico scrive che i fatti avvengono il 4 aprile del 1921. Li ricostruisce partendo proprio da dove Il Triario si arresta. Dal Ponte, infatti, la squadraccia risale lungo via Principe Umberto, sulla quale svolge la propria attività l’orologiaio Neno Catozi, socialista. Roberto Catozi nipote dell’artigiano, a tanti anni di distanza ci conferma quanto riporta Federico, così come tramandato in famiglia: la rottura della vetrina espositiva e la relativa devastazione dei locali dell’orologiaio. Gli stessi si trovano dove oggi la famiglia Catozi ospita le riunioni della Sezione Anpi di Ceccano.

Successivamente, in Piazza Vittorio Emanuele (oggi Piazza 25 Luglio) avviene il contatto fra il gruppo di Pellizzari con il conte Domenico Antonelli, agrario del luogo, nazionalista, ed insieme danno l’assalto ai locali del Comune, allora situato dove oggi vi sono gli Uffici Anagrafici. Distruggono documenti e suppellettili. Federico riporta che “Nella stessa serata si verificano in varie parti del paese ripetuti scontri fra fascisti e socialisti e solo a tarda notte la spedizione fascista abbandona Ceccano“.

L’aggressione del 4 aprile costituisce un incoraggiamento ai fascisti locali. Sono ancora privi di un’organizzazione organica ma il 10 aprile nell’abitazione di Alessandro Marini, situata in via Solferino, dove oggi opera una Casa Famiglia, si costituiscono tre Gruppi di Combattimento: La Saetta, La Volante, La Disperata.
Nella mattina del 27 aprile, senza avere aiuti esterni, fascisti locali penetrano negli uffici comunali. Il fonogramma del 30 aprile inviato dal Sottoprefetto al Ministero, e riportato sempre da Maurizio Federico così scrive: “cacciano gli impiegati, sbarrano il portone principale e consegnano le chiavi del Palazzo comunale al Maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, noto simpatizzante del Fascio locale, nonché stretto congiunto dell’agrario Antonelli“.

Sempre più le forze dell’ordine non svolgono il loro compito per impedire ai fascisti di portare a termine violenze, saccheggi e distruzioni, ma in alcune occasioni intervengono direttamente ad ostacolare e colpire l’attività delle Leghe e delle stesse amministrazioni socialiste, cosi come avviene a Roccagorga, Piperno, Sgurgola, Ferentino. Il 13 dicembre 1920 presso Aquino, il Maresciallo dei Carabinieri aveva ordinato di sparare sulla folla uccidendo 3 persone. Si sta aprendo una nuova terribile fase: apparati dello Stato e violenza quadristica, come una tenaglia, inesorabilmente colpiscono le organizzazioni dei lavoratori, aprendo così la strada alla dittatura.

Ceccano 16 Giugno 2019

 

 

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