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Achille Migliorelli

Achille Migliorelli

Achille Migliorelli: "Sono nato in San Giorgio a Liri il 12 settembre 1938. Svolgo ancora la professione di avvocato. Sono stato Sindaco di San Giorgio a Liri per trent'anni (1964-1980; 1990-2004). Sono stato dirigente del PCI.."

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La mistica della governabilità

votoNO 350 260di Achille Migliorelli - Il dibattito costituzionale si è incentrato, quantomeno a partire dagli anni settanta, sul tema della governabilità. Attualmente, uno dei mantra “sbandierati” dai sostenitori del “SI” è appunto che, con la legge di riforma della Costituzione, essa verrebbe assicurata.
1.- Per giustificare la riforma studiosi e politici schierati per il “SI” vedono nel Parlamento l’ostacolo più serio alla efficacia dell’azione governativa. L’On.le Violante è arrivato, addirittura, a sostenere che, dall’assetto costituzionale del 1948, è scaturito il principio della “non decisione”: i meccanismi costituzionali hanno provocato l’assenza della stabilità politica e dell’efficacia decisionale, che costituiscono il presupposto della governabilità. Per questa ragione si sono avuti vari tentativi di riforma della Costituzione, prima con la Commissione Bozzi del 1983, poi con la proposta della “grande riforma” da parte del PSI di Craxi, quindi con la Commissione De Mita-Iotti del 1993 e con la Commissione D’Alema del 1997. Da ultimo è intervenuta la riforma costituzionale di Berlusconi e Bossi del 2005, bocciata dal referendum dell’anno successivo. Ora, con la legge costituzionale Renzi-Boschi, si pretende di superare la “cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma di governo, la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi”.

La marginalizzazione del Parlamento

Al riguardo, è bene osservare che l’invocato presupposto dell’eccessivo potere del Parlamento non corrisponde alla realtà, in quanto “la debolezza degli esecutivi ... non è più seriamente prospettabile” (M. Volpi). Al contrario, è il Parlamento che sconta una progressiva e inarrestabile marginalizzazione dai circuiti decisionali. La verità è di tutt’altro tenore: “Se oggi c’è un potere che deve essere limitato questo è il Governo”, che, da tempo, ha preso il sopravvento senza adeguati bilanciamenti (G. Azzariti).
A conferma di ciò si richiama la legge n. 400 del 1988, nonché l’uso abnorme dei decreti legge e dei decreti legislativi, che hanno causato “veri e propri stravolgimenti del principio della competenza parlamentare nell’esercizio della funzione normativa primaria, che il controllo di costituzionalità delle leggi non è stato in grado di contrastare efficacemente” (A. Pizzorusso).
Ciò rilevato, appaiono perciò assolutamente pertinenti i rilievi svolti dal Prof. Marco Betzu, Ricercatore di Diritto costituzionale della Università degli Studi di Cagliari, il quale osserva: “Basti notare come, per far fronte alle disfunzioni dell’attività parlamentare, si sia diffusa e sia ormai acriticamente accettata, persino in parte della dottrina, la tendenza ad un utilizzo della decretazione d’urgenza ben oltre i limiti costituzionali della straordinaria necessità ed urgenza, provvedendo all’emanazione di decreti legge per risolvere problemi noti o adottare soluzioni già da tempo prospettate”.
Obiezioni analoghe possono essere sollevate in merito alla legislazione delegata. Anche in questo caso, è condivisibile certa dottrina, che chiarisce: “La notevole espansione della delega legislativa si è accompagnata negli anni non solo a deleghe vaste o ad oggetti plurimi, ma anche all’inserimento di clausole che consentono al Governo di approvare ulteriori decreti correttivi e integrativi” (M. Betzu). Questi aggiunge: “Le garanzie di pubblicità proprie del procedimento parlamentare sono state in questo modo ampiamente sacrificate, con una duplice conseguenza. In primo luogo, è divenuto di fatto inconoscibile il lavoro preparatorio che ha condotto all’articolato, perché esso non si è tenuto attraverso la pubblica dialettica parlamentare, ma è stato svolto entro le impenetrabili stanze degli apparati legislativi dei ministeri. In secondo luogo, diventa spesso non intelligibile il testo del provvedimento normativo vigente, in quanto oggetto di successive e spesso caotiche superfetazioni normative, succedutesi entro amplissimi termini temporali e in assenza di un chiaro coordinamento formale”.
Questo modo di procedere esprime una “torsione governo-centrica” (M.Betzu), che viene giustificata proprio in nome della esigenza di assicurare la governabilità del sistema. Inoltre, riduce il Parlamento ad una vera e propria “fabbrica delle leggi” (G. Azzariti).Cartanonsirottama

Il procedimento legislativo “a data certa”

2.- Con la riforma si è voluto “costituzionalizzare” questa prassi, che, negli anni, ha letteralmente fagocitato il potere legislativo. Sarebbe stato, perciò, auspicabile che si perseguisse l’obiettivo di rafforzare l’azione parlamentare al fine di ottenere un bilanciamento dei poteri. Aspetti importanti della riforma, invece, segnano un profondo squilibrio tra il ruolo del Parlamento ed il ruolo del Governo.
Tra questi, può essere senz’altro considerato il procedimento legislativo “a data certa”, disciplinato dal nuovo art. 72 della Costituzione. Tale norma prevede una corsia preferenziale, in quanto riconosce al Governo, ad eccezione di alcuni casi, di poter “chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro 5 giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di Governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, i termini di cui all’art. 70, terzo comma, sono ridotti della metà”.
Non può sfuggire che non vengono imposti limiti stringenti all’uso del procedimento preferenziale e che, in effetti, poiché la condizione fissata per accedervi è rappresentata dall’essere esso destinato all’attuazione del programma, il Governo può farvi ricorso ogni qualvolta lo ritenga opportuno. E’, dunque, possibile trarre una conclusione: è fondato il sospetto che si voglia “marginalizzare il Parlamento dal procedimento di formazione della legge”, sulla base dell’idea tutta “populistica”, secondo cui “la discussione parlamentare sulle leggi sia, nel migliore dei casi, una perdita di tempo” (F. Cerrone). Altri riferimenti potrebbero essere fatti al fine di dimostrare che la riforma costituzionale, nel tentativo del rafforzamento dell’esecutivo, di fatto esautora la centralità del Parlamento, portando alle estreme conseguenze la prassi – seguita da decenni – di rivendicare al Governo la potestà legislativa.

 La mistica della governabilità

3.- Ho iniziato i commenti alla legge di riforma con una citazione del Prof. Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”. Desidero, ora, concludere questi interventi, ricorrendo nuovamente all’Illustre cattedratico. Egli scrive: «Se c’è un risultato che è stato perseguito dai nostri revisori costituzionali questo è la "governabilità". E’ sin dalla metà degli anni settanta ... che si è teso a sbloccare il sistema politico italiano, abbandonando le logiche – ritenute perverse – di una democrazia consociativa. Ci si è così mossi contro lo spirito proprio della nostra Costituzione repubblicana, la quale sul compromesso tra diversi ha eretto il proprio edificio». Questo il discutibile obiettivo perseguito: «... è ora di semplificare il sistema politico, di garantire ai poteri di governare senza subire veti o essere paralizzati da un multipartitismo estremo e rissoso: questa la nuova filosofia che è venuta progressivamente ad affermarsi». Ci troviamo, insomma, di fronte a quella che lui chiama “La mistica della governabilità”.
Quale conclusione trae? Nello scritto compare tanta amarezza e delusione. «A forza di semplificare non è rimasto più nulla. Si è assistito a una progressiva emarginazione del Parlamento, privato di poteri propri, espropriato dal governo nell’esercizio della funzione legislativa, ridotto nella sua capacità di rappresentare il pluralismo sociale. Non si è pensato a ri-qualificare il sistema della rappresentanza politica e istituzionale, sempre più evanescente, perché il rischio era di rereferendum costituzionale 350 260alizzare quella centralità del Parlamento che la Costituzione prescrive, ma che nessuno veramente auspicava, anzi che in molti temevano. E’ bastato molto meno: modificare i regolamenti parlamentari, adottare un sistema elettorale distorsivo, et voilà. Il Parlamento non c’è più».
Questo è il costituzionalismo moderno. Questa è la sostanza della riforma, che ci apprestiamo a respingere o confermare il 4 dicembre.
Non me la sento di chiudere questi miei interventi senza dire che sono d’accordo perché, all’indomani della auspicata bocciatura della legge Renzi-Boschi, si studi (ed approvi) l’aggiornamento della Carta del ’48. Ci vogliono, però, uno spirito ed una consapevolezza del tutto nuovi. Sarebbe bello ricreare lo spirito della Costituente. Mi aiuta La Pira nell’individuare il clima che servirebbe. Orbene il 22 dicembre 1947 il giurista siciliano prese la parola e chiese che, in qualità di preambolo alla Costituzione, fosse posta la formula: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. Sono facili da immaginare le fortissime critiche che seguirono. La Pira, allora, ritirò la proposta, dicendo: “Se tutto questo dovesse produrre la scissione dell’Assemblea, io per conto mio non posso dire che questo: che ho compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere”. E tutta l’Assemblea si alzò in piedi. Altra volta, parlò del “progetto della casa comune che noi costituenti concepimmo con una architettura armoniosa e, in certo senso, unica e originale”. Condivisione e unità occorrono, dunque, per erigere e difendere la casa comune.
Vinciamo, allora, questa battaglia e facciamo in modo, anche se è estremamente difficile, di ricreare il clima della Costituente. Si cerchi, quantomeno, di non prevaricare e di praticare rispetto verso le posizioni altrui, anche le più distanti e antagoniste.

 
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Perché NO

votoNO 350 260di Achille Migliorelli - Ci avviciniamo al giorno del giudizio. Nel mese di ottobre sapremo, infatti, se entrerà in vigore la riforma della Costituzione voluta dal trio Renzi, Boschi, Verdini. L’appello che rivolgo è per un forte e chiaro “NO”.
Intanto, desidero fare una premessa. Uno degli slogan con cui viene giustificata la riforma è che “Ce lo chiede l’Europa”. Invece, questa presunta priorità interessa a non più del 4% degli italiani. La quasi totalità di essi la ritiene inutile. Una vera e propria arma di distrazione di massa dagli enormi problemi sociali e civili, che angustiano le fasce meno abbienti della società.
In verità, essa si inserisce nel quadro di almeno un ventennio di revisionismo costituzionale, che pretende di piegare la Costituzione a visioni particolaristiche del sistema, nato invece a salvaguardia dei beni comuni. Pensata in modo approssimativo ed incoerente, da molti dei sostenitori del “SI” è stata definita “modesta e maldestra”, ovvero “concepita male e scritta peggio”. Dello stesso superamento del bicameralismo perfetto – pur condivisibile – si dice che esso è “pasticciato nella composizione del nuovo Senato” e “confuso nell’attribuzione delle competenze”. Vistosamente imprecisa e contraddittoria è, poi, la previsione inerente la legge elettorale per la elezione dei nuovi senatori. E’ tanto vero ciò che su di essa sarà necessario intervenire.
L’esistenza di queste manchevolezze ed il fatto che la riforma del Senato diverrà operante solo se, ai sensi dell’art. 138 Cost., il referendum la confermerà, fanno ritenere che non è logico ed intelligente far prevalere l’obiettivo minimalista, racchiuso nella convinzione del “meglio di niente” e del “è bene, comunque, cambiare”. Occorre, invece, farsi guidare da un giudizio spassionato e oggettivo sul merito della riforma, avendo chiaro che una riforma costituzionale di questa portata – che, in un solo colpo, riscrive malamente 47 articoli della Legge fondamentale – non è facilmente modificabile ed è destinata a influenzare il sistema politico ed istituzionale per un lungo periodo.
Illuminanti sono alcune considerazioni fatte dal Prof. Gaetano Azzariti, che insegna diritto costituzionale presso l’Università “La Sapienza” di Roma. E’ vero che da Renzi e dal suo entourage viene ritenuto, con sufficienza e supponenza, un “gufo”, ma non può essere dimenticato che i gufi hanno un grosso pregio: ci vedono di notte. E a noi che, con l’insigne Professore siamo solidali, piace riconoscere che egli fa parte della schiera di coloro che ci illuminano e guidano in questa “Notte della Repubblica”.
Scrive, dunque, Azzariti: «Viviamo un tempo infinito. Una transizione costituzionale che non ha mai termine e che, senza soluzione di continuità, passa da una “grande riforma” all’altra. Un fallimento dietro l’altro. Anche quando si trova un Accordo in Parlamento e – magari a maggioranza risicata – si riscrive un pezzo di Costituzione, l’insuccesso diventa esplicito subito dopo la riforma (la desolante vicenda del Titolo V è esemplare in tal senso). Eppure, si continua in modo perverso a giocare con la Costituzione. Svuotandola di senso. E’ questo che indigna».
E aggiunge: «Indigna vedere un’intera classe dirigente che sprofonda, travolta da una radicale crisi di rappresentatività, trascinando ostinatamente con sé, nell’abisso, la Costituzione repubblicana, senza avvedersi che proprio questa rappresenta l’unico strumento che potrebbe riscattare il senso del vivere comune, dando nuova dignità ad una politica perduta».

Avendo presenti queste riflessioni, ritengo sia giusto affrontare questa battaglia – che, non a caso, viene definita come la “Madre di tutte le battaglie” – per impedire la deformazione della nostra Costituzione. Un invito pressante rivolgo ai compagni ed amici: lavoriamo con determinazione per sconfiggere il disegno di stravolgere la Carta. Sino alla splendida vittoria di ottobre.

 
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"Dobbiamo impedire la deformazione della nostra Costituzione"

difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260di Achille Migliorelli da L’Inchiesta quotidiano - Contro il revisionismo costituzionale. Nel mese di ottobre sapremo se entrerà in vigore la riforma della Costituzione voluta dal trio Renzi, Boschi, Verdini. Per quanto mi riguarda, rivolgo un appello forte e chiaro perché la maggioranza degli italiani dica “NO” a questo ennesimo tentativo di sfregiare la nostra Carta fondamentale. Ne voglio spiegare, seppure succintamente, le ragioni ed invitarvi ad analizzare il merito del provvedimento. Sono convinto che questa riforma non passerà, se solo saremo capaci di respingere i facili slogan.
Il primo di essi è costituito dall’affermazione che ce lo chiederebbe l’Europa per rilanciare l’economia e realizzare una consistente crescita economica. Si tratta di pura propaganda. Infatti, malgrado le mirabolanti riforme del ducetto di Rignano, la situazione economica rimane stabile e i flebili segnali di ripresa – anche relativamente all’occupazione – dipendono esclusivamente dagli interventi della BCE e dalle regalie fatte agli imprenditori sotto forma di contributi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Che, nella gran parte dei casi, riguardano semplicemente la trasformazione di posti precari e a contratto, già in essere, con assunzioni a tempo indeterminato. Scopo precipuo di queste assunzioni è proprio quello di ottenere i contributi. E’ tanto vero ciò che, venuta a mancare la contribuzione, sono drasticamente diminuite le assunzioni. E’, peraltro, vero che questa priorità, dettata presuntivamente dall’Europa, interessa a non più del 4% degli italiani. La quasi totalità di essi la ritiene inutile.
Un secondo argomento sollevato dai fautori del SI è dato dal superamento del c.d. “bicameralismo paritario”. È bene chiarire da subito che la fine del bicameralismo perfetto è un fatto positivo, anche se, per onestà intellettuale, andrebbe riconosciuto che i tempi – spesso lunghi – per l’approvazione delle leggi dipendono il più delle volte dalla litigiosità dei partiti e dall’assenza, al loro interno, di una vita compiutamente democratica. Ad esempio, cosa c’entra il bicameralismo con il ritardo e l’approvazione parziale della legge sulle unioni civili? Si può seriamente dire che le norme sulla prescrizione – necessarie per evitare che un gran numero di fatti reato vadano alla malora – non vengono approvate per il doppio esame da parte delle due camere? Certamente no. La verità è un’altra: quando i partiti, che compongono la maggioranza, sono d’accordo fra loro, l’iter di approvazione delle leggi è assai rapido: l’uso di canguri, decretazioni d’urgenza, fiducie consente il varo sollecito delle leggi. Il superamento del bicameralismo paritario è, nel nostro caso, avvenuto in modo approssimativo ed incoerente. Tant’è che anche diversi sostenitori del Si, dopo aver definito la riforma “modesta e maldestra”, ovvero “concepita male e scritta peggio”, proprio del superamento del bicameralismo perfetto hanno riconosciuto che esso è “pasticciato nella composizione del nuovo Senato” e “confuso nell’attribuzione delle competenze”.

Becero populismo

Un terzo aspetto caldeggiato dai fautori del Si (ed, in particolare, dai componenti del giglio magico) è costituito da un becero populismo. I corazzieri di Renzi e lo stesso Renzi dicono che uno dei meriti della riforma è rappresentato dal fatto che vengono mandati “a lavorare” due senatori su tre. Mi viene spontanea una ritorsione: ma, di grazia, Renzi quale lavoro ha mai svolto in vita sua? Non è, forse, vero che è nato politico di professione, che ha fatto anche qualche “magheggio”, quando ha ricoperto la carica di Presidente della Provincia di Firenze e di Sindaco di quella città? A mio parere è falso e inappropriato che una così dirompente riforma costituzionale sia “contro” la casta e per abbattere i costi della politica. Come se la conservazione di un sistema democratico debba essere valutato in termini di costo del suo mantenimento. Che la funzione di senatore venga svolta da un consigliere regionale o da un Sindaco “a mezzo servizio” è demenziale. Come può una stessa persona assolvere, con profitto ed onore, ad entrambi i compiti? Solo chi ha scarsa considerazione del lavoro politico e amministrativo e ritiene di essere il “Dux” può accettare, con tanta leggerezza, che il nuovo Senato diventi un dopolavoro e un “camerino” per comparse. Se non si fosse voluta una deformazione della Costituzione, la riduzione della spesa sarebbe potuta avvenire attraverso una sensibile diminuzione del numero dei senatori e dei deputati. Basti ricordare che l’Italia ha una classe politica sproporzionalmente grande e costosa. Ci sono 945 parlamentari – 630 alla Camera e 315 al Senato – rispetto ai 535 negli Stati Uniti (435 alla Camera e 100 al Senato), che è un paese con una popolazione sei volte più grande ed un territorio più molto vasto del nostro. Ciò significa che si poteva addirittura dimezzare il parlamento. Non si è voluto fare, contrariamente alle indicazioni che erano venute dalla Commissione per le riforme costituzionali. Forse perché dimezzare il Parlamento comportava un sacrificio anche per i “padrini” dei partiti? Non è, forse, in linea con questa personalizzazione della politica il fatto che, attraverso le leggi elettorali, i deputati ed i senatori non sono scelti dall’elettorato, ma dai segretari dei partiti? Al trio dei (ri)costituenti piace, invece, che gli italiani siano rappresentati da un grande esercito di “peones” anonimi, che quasi nessuno conosce e che rispondono alle esigenze dei loro veri datori di lavoro, i segretari dei partiti. Non può passare in secondo ordine che una delle possibilità per ridurre il costo della politica può essere proficuamente individuata in una ragionata diminuzione delle indennità parlamentari.

I gufi vedono nel buio

Concludendo, mi preme sottolineare che questa riforma si inserisce nel quadro di almeno un ventennio di revisionismo costituzionale, che pretende di piegare la Costituzione a soluzioni pasticciate del sistema, nato invece a salvaguardia dei beni comuni.
Desidero chiedere a prestito alcune considerazioni del Prof. Gaetano Azzariti, che insegna diritto costituzionale presso l’Università “La Sapienza” di Roma. E’ vero che da Renzi e dal suo entourage viene ritenuto, con sufficienza e supponenza, un “gufo”, ma non può essere dimenticato che i gufi hanno un grosso pregio: ci vedono anche di notte. E a noi che, con l’insigne Professore siamo solidali, piace riconoscere che egli fa parte della schiera di coloro che ci illuminano e guidano in questa “Notte della Repubblica”.
Azzariti, innanzitutto, ammette che si è passati, in questo ventennio, da una all’altra, da un fallimento all’altro, e che “si continua in modo perverso a giocare con la Costituzione. Svuotandola di senso. E’ questo che indigna”.
E aggiunge: “Indigna vedere un’intera classe dirigente che sprofonda, travolta da una radicale crisi di rappresentatività, trascinando ostinatamente con sé, nell’abisso, la Costituzione repubblicana, senza avvedersi che proprio questa rappresenta l’unico strumento che potrebbe riscattare il senso del vivere comune, dando nuova dignità ad una politica perduta”.
E si domanda: “Un ventennio almeno di revisionismo costituzionale cosa ha prodotto?”. La risposta è sconvolgente: “Non, come sarebbe stato auspicabile, l’innovazione per rendere più rispondente il nostro sistema costituzionale e politico ai processi profondi di trasformazione degli ordinamenti nazionali e globali, bensì la progressiva delegittimazione delle ragioni storiche che hanno sorretto il costituzionalismo democratico moderno”.
Quella che stiamo conducendo è la “Madre di tutte le battaglie”. Essa vuole impedire la deformazione della nostra Costituzione. A tutti chiedo di lavorare in questi mesi, coltivando l’obiettivo di contribuire a sconfiggere il disegno di stravolgere la Carta. Sino alla splendida vittoria di ottobre.

 
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"Sulla Costituzione, i banchi del Governo sarebbero dovuti rimanere vuoti."

1e3itvotaNO 350 260Diamo qui di seguito l'intervenuto svolto da Achille Migliorelli nel corso del confronto promosso dai Giovani Democratici di Cassino il giorno 22 luglio 2016 per spiegare le ragioni del “SI” e del “NO” in vista del referendum confermativo dell’autunno prossimo. Ecco il testo dell’intervento.
Achille Migliorelli - “Ritengo utile ricordare, nell’iniziare questo intervento in opposizione alla conferma della legge di revisione costituzionale del Senato, che la Costituzione italiana del 1948, nata dalla Resistenza, si basa sul riconoscimento del pluralismo politico, sul dissenso e sul conflitto, nonchè sui controlli ed il bilanciamento tra i poteri del Parlamento, del Governo e del Presidente della Repubblica. E’ questa la ragione per cui non è tollerabile il prevalere di una Istituzione sull’altra.
Per raggiungere questo imprescindibile obiettivo, la revisione della Costituzione richiede lo svolgimento di un procedimento aggravato, il quale assicuri la più ampia convergenza delle forze politiche.
Questa necessaria premessa permette di fare chiarezza in ordine alle modalità ed alle procedure con cui è avvenuta l’approvazione della legge costituzionale di cui si discute. Tale esigenza di chiarezza consiglia di fare talune riflessioni in vista del referendum confermativo d’autunno.
1.- Il governo non sarebbe dovuto intervenire né nella formulazione del disegno di legge, né nella discussione che ne è seguita, né nel dare indicazione di voto ai deputati e senatori.
Mi piace ricordare due interventi su questo aspetto: il primo, pronunciato il 6 marzo 1947 nell’Assemblea Costituente dall’On.le Lelio Basso. Ebbene, l’illustre parlamentare ebbe a dire: “Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei principi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica”.
Non vi è maggioranza più esigua ed effimera di quella che ha consentito l’approvazione, in seconda lettura, del disegno di legge Renzi-Boschi. Non è fuori luogo ricordare che, senza i voti di Verdini e soci, tale maggioranza non ci sarebbe neppure stata.

Dossetti già nel '94

Né è possibile ignorare che, nell’aprile del 1994, in una lettera al Sindaco di Bologna, Giuseppe Dossetti, altro prestigioso protagonista in seno all’Assemblea Costituente, scrisse: “Si tratta di impedire a una maggioranza, che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di Stato”.
Il riferimento all’esigenza che a provvedere fosse una Camera eletta con il sistema proporzionale, trova piena giustificazione nel fatto che, nella Camera dei Deputati eletta nel 2013 (in virtù della legge elettorale illegittima), fossero presenti circa 300 deputati (su 630) appartenenti al gruppo P.D.; il quale poteva, invece, aspirare ad una rappresentanza non più numerosa di 195 membri, se il sistema di elezione fosse stato proporzionale.
Non mi soffermo, pertanto, sulla legittimazione di questo Parlamento e di questa maggioranza – raccogliticcia e formata da una accozzaglia di trasformisti, preoccupati solo di salvaguardare la loro munifica poltrona di parlamentari –, scaturita da una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Sarebbe assai facile dimostrare quanto attuali e sacrosante siano le considerazioni di Dossetti.
Nello stesso tempo, non posso non ricordare le parole di Piero Calamandrei, il quale ebbe a dire che, in occasione della discussione sulla Costituzione, i banchi del Governo sarebbero dovuti rimanere vuoti.
Nel nostro caso, invece, il disegno di legge reca le firme di Renzi, Presidente del Consiglio, e della Boschi, Ministro per le riforme costituzionali. Inoltre, dal Governo sono stati utilizzati tutti i mezzi – regolamentari e non – per impedire il necessario confronto e le eventuali intese sui punti più controversi (elezione diretta dei senatori; chiarezza intorno alla composizione ed alle funzioni del nuovo Senato; definizione del procedimento legislativo; precisazione dei rapporti tra lo Stato e gli Enti territoriali; disciplina degli organi di garanzia; emanazione dello statuto delle opposizioni, etc.).
2.- Non è dato comprendere come un Parlamento delegittimato, in quanto eletto con una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014, ed un Governo “abusivo” abbiano deciso di rivedere 47 articoli della Costituzione e di stravolgere il sistema politico-istituzionale. Ricordo a chi se ne fosse dimenticato che il risultato elettorale del 2013 è stato permesso e favorito proprio da una legge elettorale, che ha attribuito alla coalizione di centrosinistra un premio di maggioranza drogato e che il Parlamento eletto operava in regime di “prorogatio”, idoneo a consentire la sola ordinaria amministrazione e non certamente un procedimento di revisione costituzionale. Ciò significa che, varata una nuova legge elettorale e assicurati gli indispensabili interventi di natura economica, si sarebbe dovuto andare a nuove elezioni.
3.- Il referendum – anche se definito confermativo – ha, comunque, valore oppositivo, in quanto richiesto da un quinto dei parlamentari, che in ciascuna Camera si sono opposti alla emanazione della legge di revisione della Costituzione. Non ha, allora, ragione di esistere il ricatto plebiscitario che Renzi e la Boschi pretendono di attribuirgli. Affermano, infatti, ambedue i (ri)costituenti che simul stabunt, simul cadent. E prefigurano uguale sorte anche per il Governo e per la legislatura.
Un appassionato “NO” deve riempire le piazze e, in autunno, le urne. Sarà, così, possibile preparare una risposta alla disaffezione verso la politica ed al populismo, perché nasca una politica nuova e bella, capace di battere il trasformismo di Verdini e la supina accettazione dei ricatti e dell’arroganza del piccolo duce di Rignano.

 
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Deforma costituzionale e Italicum

votoNO 350 260di Achille Migliorelli - Modifiche costituzionali ed Italicum. Vedo con particolare favore il confronto che ci spinge a ragionare sulla legge di revisione della Costituzione. Le divergenze sono molteplici. Esse concernono la bontà e la condivisibilità della riforma.
Un dato, comunque, è certo: il confronto, se condotto serenamente ed a fondo, consente di stabilire la perdurante validità ed efficacia della Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza ed a coronamento della riconquistata libertà, quale premessa della ricostruzione civile e democratica del Paese. Le differenze riguardano, essenzialmente, il modo per assicurare la funzionalità delle istituzioni.  (dopo aver letto la pagina intitolata  "Alcune riflessioni" cliccate sul titolino "Il vero obiettivo" per leggere il resto dell'articolo)

  1. Alcune riflessioni
  2. Il vero obiettivo

Alcune riflessioni, peraltro, vanno fatte

1.- Innanzitutto, va affrontata la relazione tra la legge di riforma del Senato e la legge elettorale (“l’Italicum”). Ritengo che tra le due leggi vi sia un nesso inscindibile, per cui il giudizio deve investire, contestualmente, ambedue i testi legislativi. Ciò perché le due leggi hanno caratteristiche unitarie e implicitamente rappresentano un progetto unico, dal quale possiamo trarre tutte le ragioni per effettuare la scelta tra il “SI” ed il “NO” in occasione del referendum d’autunno. Almeno per quanto mi riguarda, la decisione è pacifica: il “NO” si estende ad ambedue le riforme.
2.- In secondo luogo, mi preme far rilevare che la contrarietà di cui ho accennato riguarda l’esclusivo merito delle due leggi. Ho ragione di ritenere, invero, che le modifiche costituzionali di cui stiamo discutendo e la legge elettorale “Italicum” non danno luogo ad una mera operazione di ingegneria istituzionale, tesa a garantire una maggiore funzionalità del sistema politico. Esse, invece, traducono in legge un progetto di trasformazione-degenerazione di quel sistema. Si tratta, in altri termini, di un progetto che, stravolgendo il dettato costituzionale, concentra il potere nel Governo. Siffatta scelta si muove nell’ambito di una “democrazia di investitura” dell’uomo solo al comando e conduce, inevitabilmente, alla negazione dei contropoteri. La Costituzione formale viene sostituita, in questo modo, da una Costituzione materiale, ledendo gravemente il principio della rappresentanza e della sovranità popolare. Così agendo le due “operazioni legislative” deturpano i principi democratici e comprimono diritti dei cittadini. E’ evidente ivotoNO 350 Snapseedl danno arrecato sia alla democrazia politica che alla democrazia sociale. Sul punto concludo in questi termini: la “verticalizzazione” del potere nell’esecutivo modifica la forma di governo a favore di una sua concezione leaderistica ed autoritaria, in cui è palese l’incompatibilità con la forma democratica dello Stato. E, se è vero che uno Stato può essere diversamente organizzato, è parimenti vero che uno “Stato democratico” deve garantire il bilanciamento e l’equilibrio dei poteri.
3.- Desidero, inoltre, sottolineare un terzo aspetto. A parere di chi si oppone alla riforma, la Costituzione va aggiornata per rispondere ai mutamenti, che si verificano nel corso della sua vigenza. E’, però, ben chiaro che le modifiche non debbono intaccare la garanzia dei diritti e la separazione dei poteri. Sono evidenti le ragioni che sono alla base di questa esigenza. Lo affermava già Montesquieu nel 1748, quando scrisse: “De l’Esprit des loi”, sostenendo che la storia del costituzionalismo è la storia della limitazione del potere, perché “un’esperienza di secoli mostra come chiunque abbia del potere, sia portato ad abusarne, finchè non gli vengano posti dei limiti”.
Mi sia consentito di fare mie le parole del Magistrato di Cassazione, Dr. Domenico Gallo, uno dei protagonisti della battaglia per il “NO”. Al fine di chiarire che gli oppositori della riforma non pretendono di respingere tout court l’accusa di ostacolare l’aggiornamento della Costituzione, egli ha osservato: “Deve essere respinto il mantra del conflitto fra riformatori (che vogliono modernizzare le istituzioni) e conservatori (che vogliono difendere i privilegi della casta).
“Solamente la cancellazione della memoria può consentire di far passare, come innovazione, delle riforme istituzionali che tendono a restaurare forme di potere autocratico superate dalla storia. Soltanto attraverso la cancellazione della memoria si può far passare per innovativa una legge elettorale, che restaura gli stessi meccanismi manipolatori della legge Acerbo”. Ricordo che la legge Acerbo permise al fascismo di vincere le elezioni in modo truffaldino e di instaurare la dittatura del ventennio.

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Il vero obiettivo è il superamento della Costituzione

Sempre il Dr. Gallo – dopo aver condiviso la precisazione del Prof. Maurizio Viroli, secondo cui il regime renziano, con l’entrata in vigore dell’Italicum e della riforma costituzionale, diviene un principato –, aggiunge: “In effetti l’impostazione di fondo che c’è dietro questo progetto di grande riforma, non è quello della revisione della Costituzione, ma del suo superamento, cioè dell’abbandono del progetto di democrazia costituzionale prefigurato dai padri costituenti per entrare in un nuovo territorio, dove le decisioni sono più , perché, per legge, il Governo è attribuito ad un unico partito; dove il Parlamento è ridotto ad un’unica Camera, mentre l’altra Camera, il Senato, ha un ruolo sostanzialmente decorativo, sottoposta ad un ferreo controllo da parte del Governo del partito unico, al quale la legge elettorale garantisce una maggioranza assicurata e la riforma costituzionale garantisce il controllo dell’agenda dei lavori parlamentari, dove le istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale) sono deboli e non possono interferire con l’esercizio dei poteri di governo, che, invece, sono ”.
4.- Ritengo, inoltre, opportuno accennare alla vicenda che ha riguardato i lavori della Commissione per le riforme costituzionali, insediata durante il Governo Letta. Invero, tale vicenda dimostra il carattere autoritario e padronale della svolta impressa dal trio Renzi, Boschi, Verdini al cammino delle riforme. E’ noto che la gran parte delle forze politiche – anche di chi aveva criticato quella Commissione – mostrarono di condividere la Relazione appositamente predisposta. Della relativa bozza, approvata a grande maggioranza, non se ne fece più nulla con l’avvento di Renzi.
In effetti, era intervenuto, a metà gennaio del 2014, il Patto del Nazareno, sotto l’alta sorveglianza di Verdini e con l’adesione interessata di Berlusconi. Quell’inciucivotoNO 350 Snapseedo è risultato mille volte più negativo di quello che, nel 1997/1998, aveva portato D’Alema alla Presidenza di altra Commissione bicamerale. L’intesa, di cui non sono mai stati rivelati i termini ed il do ut des, certamente riguardò la riforma del Senato e la legge elettorale (anche perché la Corte Costituzionale, proprio il 3 gennaio di quell’anno, aveva dichiarato la illegittimità del c.d. “Porcellum”). Forte dell’appoggio dei due “compari di merenda”, Renzi avviò un procedimento di revisione ex novo, che contraddiceva apertamente quello seguito dalla Commissione Letta. In nome dell’arrogante “abbiamo i voti”, Renzi – nel frattempo diventato Presidente del Consiglio – ha assunto un atteggiamento di rottura (Prof. Mario Dogliani), sprezzante della tradizione costituzionale italiana e delle sue nobili e straordinarie origini – addirittura “miracolose” le ha definite il Prof. Valerio Onida –; chiuso ad ogni dialogo e insultante verso tutte le voci anche solo dissonanti.
5.- Da ultimo mi “intriga” lo slogan assai in voga presso i fautori del “SI”, consistente nell’elogio portato ai protagonisti della riforma del Senato (politici ed esperti), con riferimento al (preteso) superamento del bicameralismo paritario ed alla definizione della composizione del Senato.
Da un lato, è pacifico che il bicameralismo rimane e che continueranno a verificarsi i conflitti tra le due Camere. Ciò si ricava agevolmente dalla specificazione delle competenze legislative – di cui sono rimasti titolari il Senato e la Camera –, “scolpite” nella norma monstre, il nuovo art. 70.
Per quanto riguarda, invece, la composizione del Senato c’è da rimanere veramente allibiti. Il nuovo art. 57 prescrive che i senatori saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Delle due l’una: o queste scelte sono vincolanti, ed allora non si può parlare di elezione; o non saranno vincolanti, ed allora è veramente risibile parlare di “conformità” alla scelta operata dagli elettori.
Esistono, pertanto tutte le ragioni per votare NO, nella consapevolezza che una vittoria del NO creerà le premesse di una politica nuova, per cambiare il Paese e restituirlo ad una democrazia moderna e partecipata.

 
 
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Anatomia della "deforma" costituzionale

Italicum 350 260di Achille Migliorelli - La riforma costituzionale in "pillole". Credo sia opportuno dedicare questo intervento alla legge n. 52/2015, che, attualmente, disciplina l’elezione della Camera dei deputati. E’ vero che essa non è oggetto del referendum, ma le ragioni che dirò più avanti mi spingono a ritenere essenziale il suo esame. Ciò, per due ordini di motivi: perché considero tale legge come il provvedimento che veramente interessa all’attuale Presidente del Consiglio e, poi, perché il sistema elettorale della Camera dei Deputati, in unione con la revisione delle norme relative alla composizione ed alle funzioni del nuovo Senato, produce il cambiamento della forma di Stato e, nello stesso tempo, crea il presupposto per investire direttamente il premier di poteri, che giudico incompatibili con la centralità del Parlamento. (dopo aver eletto la pagina intitolata  "(dopo aver eletto la pagina intitolata  "Il Comune" cliccate sul titolino "La convinzione di Renzi e..." per leggere il resto dell'articolo)" cliccate sul titolino "La forma di governo" per leggere il resto dell'articolo)

  1. La convinzione di Renzi e...
  2. La forma di governo

La convinzione di Renzi e...

Invero, siffatta conclusione poggia sulla convinzione che a Renzi – ed ai due dioscuri Boschi e Verdini – le oligarchie economico-finanziarie abbiano affidato il compito di completare lo stravolgimento dell’assetto costituzionale tramite un intervento sulla residua sovranità popolare, mirato ad orientare “le candidature, gli incarichi, ogni accesso centrale o laterale al sistema politico”.
Una dottrina assai interessante – con la quale concordo – ritiene, infatti, che l’attivismo di Renzi non è stato tanto rivolto al buon governo del Paese quanto a cambiare le regole del gioco. E, tra queste, rientra certamente il concepimento di un sistema elettorale, che crei una situazione funzionale alla gestione “padronale” dell’accesso agli incarichi pubblici. (Quanto accaduto recentemente in materia di nomine RAI e, in precedenza, nell’attribuzione di “prebende” in materia di aziende pubbliche ed in numerose altre manifestazioni di familismo amorale, ne è la riprova.)
E’, perciò, evidente che, per l’esponente più prestigioso del “giglio magico fiorentino”, l’intesa sulle regole del gioco ha reso “servente” e secondaria la modifica stessa della Costituzione. Questo a dimostrazione del fatto che la gestione dell’accesso agli incarichi pubblici, favorita da una determinata legge elettorale, ha assunto la veste di snodo della stagione delle riforme. Ed è tanto vero ciò che i leader di partito – fino a quando non è intervenuta la sentenza di annullamento di alcune parti della legge elettorale vigente, il famoso “Porcellum”, – hanno condotto una “melina” autentica sulla riforma di quel sistema di elezione allo scopo di assicurarsi il controllo delle candidature attraverso lunghe liste bloccate e preconfezionate. Ai premi di maggioranza è toccato di completare l’opera.
Orbene, la sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014 (14 gennaio 2014) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 270 del 2005, essenzialmente perchéItalicum cos'è? – violando il principio della sovranità popolare sancito nell’art. 1 Cost. – dava eccessivo valore alla governabilità in danno della rappresentanza. La cennata sentenza era preceduta e seguita, a breve distanza di tempo, da importanti accadimenti quali l’assunzione, da parte di Renzi, della carica di segretario del Partito Democratico (8 dicembre 2013), il “Patto del Nazareno” stretto dallo stesso Renzi con Berlusconi e Verdini (18 gennaio 2014), la conquista renziana di Palazzo Chigi, con la defenestrazione di Enrico Letta. Tali fatti venivano utilizzati dall’allora (ancora) Sindaco di Firenze per dare il massimo impulso al varo della nuova legge elettorale ed al rilancio del progetto di revisione della Costituzione. Il “soccorso” decisivo è maturato proprio nel corso dell’incontro-inciucio di quel memorabile 18 gennaio. Con il “Patto del Nazareno”, infatti, riguardante sia la legge elettorale che la riforma del Senato, vengono portate avanti le scelte che, nel 2005, erano state di Berlusconi e che la Corte Costituzionale e la netta maggioranza del popolo italiano avevano raso al suolo con la sentenza citata e con la sconfitta del Caimano nel referendum del 2006.
L’aspetto più grave della vicenda è che, ora, è il leader del P.D. ad essere individuato come il protagonista della svolta autoritaria.
Nasce così la legge n. 52 del 2015, l’Italicum. Il perno del nuovo sistema elettorale è il premio di maggioranza, e, cioè, proprio il meccanismo censurato dalla Corte.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "La forma di governo")

La forma di governo

Il sistema prevede che alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti siano assegnati 340 deputati. Se nessuna lista raggiunge tale percentuale si effettua il ballottaggio tra le due liste più votate. A seguito del ballottaggio i 340 deputati sono attribuiti alla lista che ha ottenuto più voti. Una vistosa incongruenza è data dal fatto che non è prevista una soglia minima di accesso al ballottaggio, per cui una lista che, al primo turno, abbia riportato almeno il 3 percento dei voti (estremizzando, il 3,0001% dei voti), se vittoriosa, avrà comunque diritto a 340 seggi. Simile previsione altera il “circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto” (Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014). Ne consegue che: “La mancanza di una soglia di accessibilità in caso di ballottaggio rende poi il sistema potenzialmente ancor più distorsivo di quello della legge Acerbo di fascista memoria (con il 25 per cento dei voti, i due terzi dei seggi) o della legge ‘truffa’ del 1953 (65 per cento dei seggi a chi avesse superato la metà dei voti espressi: un partito con il 20 per cento dei consensi (ma potrebbero anche essere il 3,0001 per cento) può aggiudicarsi 340 seggi.)” (A. Algostino).
Ma le riserve non si fermano qui. Esse investono anche la forma di governo, che scaturisce dalla relazione tra la nuova legge elettorale (l’Italicum) e la riforma del Senato. Ebbene, ho sostenuto reiteratamente, in via primaria e pregiudiziale, che il combinato tra i due testi legislativi realizza la centralizzazione del potere nel Governo (ovvero, nel premier) e che simile scelta è funzionale alla creazione di una “democrazia di investitura” dell’uomo solo al comando. Sono stato vivacemente contestato in ordine a questa convinzione. Ribadisco, ancora una volta, che, per dire un SI o un NO alla conferma della legge di riforma costituzionale, occorre stabilire se è vero o meno che l’attuazione delle due leggi produce il mutamento della forma dello Stato democratico e trasforma la Repubblica da parlamentare a presidenziale.
Che la mia richiesta non sia “peregrina” ed infondata, è comprovato da quanto scrive l’ispiratore dell’Italicum, il Prof. Roberto D’Alimonte. L’illustre suggeritore del trio Renzi-Boschi-Verdini afferma: “L’introduzione di un sistema maggioritario forte come l’Italicum non resterà senza conseguenze sul piano del funzionamento delle istituzioni. L’elemento centrale del nuovo sistema è il ballottaggio, che ne sarà la modalità di funzionamento normale. Solo in casi eccezionali ci sarà un partito o una lista che riusciranno a vincere le elezioni al primo turno raccogliendo il 40% dei voti. Sarà invece molto più frequente il caso in cui le due liste più votate al primo turno si sfideranno al ballottaggio. Questa sfida a livello nazionale mette nelle mani degli elettori l’enorme potere di scegliere chi comanda. Capo del Governo e maggioranza parlamentare saranno decisi da noi al momento del voto e non dai partiti dopo il voto. E sarà una scelta chiara, ben visibile., senza alibi né per gli elettori né per i partiti. Questa è l’essenza dell’Italicum”.Italicum vignetta
Ora, considerato che, ai sensi dell’art. 2, co. 8, di tale legge “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata coma capo della forza politica”, mi sembra abbastanza pacifico che, così procedendo, l’elezione del Parlamento si trasforma (anche) nell’elezione del Presidente del Consiglio dei Ministri, in contrasto con l’art. 92, co. 2, della Costituzione, che affida al Presidente della Repubblica la sua nomina.
Insomma, l’Italicum sostanzialmente riprende, con quasi perfetta continuità, la legge “Porcata” di Calderoli: tramite il meccanismo dei capilista bloccati e delle candidature plurime ed in forza del gioco delle opzioni, il “60-70 per cento dei deputati risulterà non eletto, ma nominato dai partiti (ovvero dai segretari dei partiti, n.d.r.) attraverso la collocazione a ‘capo della lista” (Zagrebelsky e Pallante). I medesimi Autori fanno, altresì, notare: “L’abnorme premio di maggioranza unitamente alla mancanza di una soglia di accesso al ballottaggio rende l’Italicum chiaramente incompatibile con il principio costituzionale della rappresentatività del Parlamento e con il rispetto della sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost.”.
Concludendo: tutte le osservazioni svolte sulla nuova legge elettorale e sulla relazione della stessa con la riforma costituzionale del Senato costituiscono il motivo “dirimente” per esprimere un “NO” forte e chiaro al momento del referendum confermativo d’autunno.

 

 
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La forma di governoAnatomia della "deforma 2

Il futuro Senato della Repubblica – 1ª Parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale in “pillole”. Il futuro Senato della Repubblica – 1ª Parte
Mi accingo, adesso, ad affrontare la tematica inerente la natura, la composizione e le funzioni del “nuovo” Senato. Intanto desidero fare una premessa.
Credo di poter dire che il dibattito su una legge di revisione costituzionale richiede il coinvolgimento delle diverse forze politiche presenti in Parlamento. Nell’approvazione della legge di riforma del Senato, invece, ha avuto la meglio non il confronto spassionato e approfondito tra le diverse posizioni in campo, ma una mera “logica numerica”, che ha spinto una maggioranza raccogliticcia – confezionata “su misura” dal trio Renzi-Boschi-Verdini con ricatti, promesse e facendo sistematico ricorso a parlamentari voltagabbana – a fare affidamento esclusivo sui numeri e non sulla “qualità” del progetto. Atteggiamento, questo, due volte sbagliato: primo, perché contrario allo spirito dell’art. 138 Cost., che, attraverso la doppia lettura conforme, vuole favorire proprio la più ampia discussione e la maggiore condivisione possibile; secondo, perché portato ad avvalersi di circa 300 parlamentari ottenuti dal P.D. nelle elezioni del 2013 come “premio di maggioranza”, in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, in riferimento proprio a quel meccanismo premiale.

Nel merito si osserva

1) Tenendo presente la “natura” del nuovo Senato, colpisce la contraddittorietà tra quanto affermato nell’art. 55, co. 5 (“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali”) e quanto in concreto stabilito.
In primo luogo, va evidenziato che la invocata rappresentanza, con le letture della legge che si sono susseguite dinanzi alla Camera ed al Senato, si è andata progressivamente riducendo. Di ciò costituisce sicura testimonianza la netta compressione delle prerogative autonomistiche assicurate, nel 2001, dalla riforma del titolo V. Si pensi, infatti, all’eliminazione della potestà legislativa concorrente ed all’introduzione della clausola dell’interesse generale, che consente di avocare allo Stato anche competenze esclusive delle Regioni, quando il Governo ritiene che ciò necessita per tutelare l’unità giuridica ed economica o l’interesse nazionale. In questo momento si può solo immaginare il contenzioso che nascerà dinanzi alla Corte Costituzionale. Voglio ricordare che, per gli estensori della legge di riforma, il contenzioso doveva essere limitato con l’accentramento delle funzioni.
Inoltre, lo stesso art. 55, co. 5, assegna al Senato il compito di concorrere all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea. Il che è foriero di altro contenzioso tra le Regioni e la “nuova” Camera Alta.
Come pure va rilevato che alcune materie di interesse regionale e territoriale “sono sottratte al procedimento legislativo ‘non paritario rafforzato’, limitando il possibile intervento del Senato alle sole forme eventuali e non paritarie di cui al terzo comma del novellato art. 70.” (G. Azzariti).

2) Obiettivo prioritario della riforma costituzionale era il superamento del c.d. “bicameralismo paritario”. Ricordo che esso costituiva uno dei punti meno controversi della riforma stessa.
E’ bene chiarire, da subito, che il superamento del “bicameralismo perfetto” è un fatto positivo, anche se, per onestà intellettuale, va riconosciuto che i tempi – spesso lunghi – per l’approvazione dei disegni di legge dipendono, il più delle volte, dalla litigiosità dei partiti e dall’assenza, al loro interno, di un agire compiutamente democratico.
Cosa c’entra, infatti, la “navetta”, cioè il passaggio di un disegno di legge da una Camera all’altra insito nel bicameralismo, con i tempi occorsi per l’approvazione della legge sulle unioni civili? Non dice nulla che questa legge è stata approvata parzialmente – dopo vari decenni – in ragione della diversità di vedute tra le forze politiche (anche) di maggioranza?
Si può seriamente pensare che l’inserimento del reato di tortura nel codice penale o la riforma del processo penale con una nuova disciplina della prescrizione – da adottare necessariamente onde evitare che un gran numero di reati continuino ad essere dichiarati prescritti – dipende dal bicameralismo? Certamente il ritardo non è attribuibile all’esame paritario del provvedimento da parte della Camera e del Senato.
E’, invece, dimostrato che, quando i partiti – che compongono una maggioranza – sono d’accordo tra loro, occorrono solamente dai 100 ai 150 giorni per varare una legge. Tutte le statistiche dicono questa verità. E dicono anche un’altra verità: l’Italia è il Paese più dotato di leggi. Solo che esse rimangono spesso inattuate. Al riguardo, ricordate il falò sbandierato da Calderoli?

3) E’ bene ricordare che, sullo svolgimento di funzioni paritarie da parte della Camera e del Senato, si soffermò l’attenzione della stessa Assemblea costituente. Già allora si pensò alla differenziazione delle stesse fra le due assemblee. Negli anni successivi costituzionalisti, studiosi del diritto e politici hanno auspicato l’aggiornamento della Costituzione del ’48 o abolendo completamente la Camera Alta o provvedendo a differenziarne le funzioni rispetto alla Camera dei deputati. Qualunque soluzione fosse stata adottata doveva, però, fare salve due condizioni imprescindibili: che il Senato continuasse ad essere un organo di garanzia e di controllo (dotato dei relativi poteri e composto da un numero adeguato di componenti) e che fosse garantita la centralità del Parlamento.
Ciò soprattutto a causa della non omogeneità delle materie trattate.
Ora, in disparte che, a mio parere, non è un disvalore avere due Camere paritarie (più esami di un disegno di legge garantiscono, certamente, una legge migliore), è certo che il bicameralismo assicura di per sé una limitazione del potere costituito e consente l’approvazione di leggi più rispettose dei valori costituzionali. Non è, perciò, serio omettere di ritenere che la riforma approvata disattende proprio le condizioni richiamate in precedenza. Dalle soluzioni adottate per il superamento del bicameralismo perfetto, infatti, non solo esce enormemente rafforzato il ruolo dell’Esecutivo in danno del Legislativo, ma vengono altresì depotenziati i contrappesi, per effetto dell’indebolimento del Senato, della mancata garanzia delle opposizioni e della riduzione della Presidenza della Repubblica alla mercè della maggioranza. Per di più, le funzioni attribuite al “nuovo” Senato – come vedremo meglio quando discuteremo dei diversi procedimenti legislativi – sono confuse e disomogenee.

 
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Il futuro Senato della Repubblica – 2ª parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale in "pillole". Il futuro Senato della Repubblica – 2ª parte
Proseguendo nella trattazione della composizione e delle funzioni del “nuovo” Senato, aggiungo le considerazioni che seguono. (dopo aver eletto la pagina intitolata "La maggioranza “drogata” dall’Italicum" cliccate sul titolino "Un saldo negativo per la democrazia" per leggere il resto dell'articolo)

  1. Maggioranza “drogata” dall’Italicum
  2. Saldo negativo per la democrazia

 La maggioranza “drogata” dall’Italicum

1) Va innanzitutto, precisato che uno degli ostacoli maggiori allo svolgimento delle funzioni senatoriali è dato dalla drastica riduzione del numero dei senatori. Basta tenere presente che il loro peso, nelle decisioni più importanti, è praticamente inesistente. Ciò si deduce agevolmente da quel che può accadere in occasione delle riunioni del Parlamento in seduta comune per la elezione del Presidente della Repubblica. In tal caso, la netta prevalenza dei deputati consente, a partire dal settimo scrutinio, di eleggere il Capo dello Stato con il voto favorevole dei tre quinti dei votanti anziché dei tre quinti della Assemblea. Il che comporta la pratica ininfluenza del voto espresso dai 100 senatori. L’ulteriore conseguenza è che la massima Autorità dello Stato viene posta alla mercè della maggioranza “drogata” assicurata dall’Italicum. Fondamentalmente errata è, dunque, la tesi di coloro che sostengono che, per eleggere il Presidente della Repubblica, occorrono non meno di 435 voti. In effetti, questo quorum vale dal quarto scrutinio sino al sesto incluso (quando è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea composta da 730 deputati e senatori). Dal settimo scrutinio, in base all’art. 83 Cost. riformato, la percentuale dei tre quinti si calcola – come si è visto – sui votanti, che possono essere benissimo in numero – anche di molto – inferiore ai 435. Tale evidente “mostruosità” legislativa è frutto di una riforma del Senato che, in virtù dell’intreccio perverso con l’Italicum, riesce a trasformare una minoranza di elettori in una maggioranza di parlamentari.
E’ bene far notare che, con la percentuale di voti favorevoli richiesta dalla legge attuale, invece, il Presidente della Repubblica, per essere eletto, dovrebbe ottenere non meno di 366 voti (cioè la maggioranza assoluta dei 730 componenti l’Assemblea). Il che vuole dire che, con la revisione della Costituzione, una maggioranza – costituita dai tre quinti dei votanti, assoldata al Presidente del Consiglio (oggi Renzi, domani non si sa) – diventerebbe protagonista della elezione del Capo dello Stato. Analogo discorso può essere fatto per l’elezione dei membri laici del CSM.

2) I senatori, da 315, diventano 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. votoNO 350 260Questa diminuzione del numero è stata ascritta dai moderni riformatori a merito della maggioranza parlamentare. Lo stesso Renzi ha detto di essere riuscito “a mandare a lavorare due senatori su tre”. Trattasi, come è facile comprendere, del più becero qualunquismo. A mio parere è un falso storico che una così dirompente riforma costituzionale sia stata fatta per abbattere i costi della politica. Ed è semplicemente demenziale che la carica di senatore venga ricoperta da un consigliere regionale o da un sindaco “a mezzo servizio”. Si può, infatti, seriamente ritenere che una stessa persona possa assolvere, con profitto ed onore, ad entrambe le funzioni? Solo chi ha scarsa considerazione del lavoro politico e amministrativo e si ritiene un unto del Signore può avere la “faccia tosta” per rendere il nuovo Senato assimilabile ad un dopolavoro o ad un “camerino” per comparse. Assolutamente pertinente è, perciò, l’osservazione di coloro i quali sostengono che il futuro Senato si presenta come un organo svalutato (basti pensare al fatto che i senatori sono tali solo part-time, quasi in spregio all’importanza, che dovrebbe possedere il loro ruolo). E’, invece, chiaro che una scelta siffatta è dovuta unicamente alla volontà di procedere ad ogni costo alla revisione costituzionale, malgrado questa integri più uno stravolgimento della Carta che una ragionevole ristrutturazione di essa. Se, infatti, si fosse veramente perseguita la riduzione dei costi della politica, si sarebbe potuto benissimo procedere attraverso una sensibile diminuzione del numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200), accompagnata da una, seppure contenuta, riduzione delle indennità parlamentari. I risparmi sarebbero stati ben più consistenti e non avrebbero provocato un così violento depotenziamento della Istituzione.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Un saldo negativo per la democrazia")

Un saldo negativo per la democrazia

Al riguardo, trovo perfetta l’argomentazione della Prof. A. Algostino, che insegna diritto costituzionale presso la Università di Torino. Dopo aver precisato che i risparmi non sono, poi, così consistenti, essa aggiunge che il dato della diminuzione del numero “presenta di per sé un saldo negativo rispetto alla democrazia. Minore il numero dei rappresentanti meno ampio lo specchio della rappresentanza, cioè minore il pluralismo politico presente nelle assemblee parlamentari e, quindi, la possibilità per il cittadino di eleggere un rappresentante che rispecchi la propria visione. Una scelta che invece di tentare di contrastare la crescente disaffezione nei confronti del circuito politico-rappresentativo, facilmente aumenta l’astensionismo come scelta politica”.
3) Ma l’ostacolo maggiore allo svolgimento delle funzioni da parte della Camera Alta viene dalla esclusione dei cittadini dall’elezione dei futuri senatori. Al riguardo va, con immediatezza, rilevato che l’art. 57 della legge costituzionale – la cui promulgazione, come è noto, è subordinata alla vittoria del SI al referendum d’autunno – stabilisce (co. 2) che i senatori vengono eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma” (co. 5). votoNO 350 SnapseedOra, a parte la contraddittorietà “insanabile” tra la previsione portata dal co. 2 (dove si prevede che i senatori vengano eletti dai consigli regionali ...) e quella contenuta nel co. 5 dell’art. 57 (dove si parla di elezione in conformità delle scelte degli elettori ...), appare ictu oculi il contrasto tra queste previsioni e quanto, invece, ha sancìto la Corte Costituzionale nella sentenza n.1/2014, che ha bocciato il Porcellum. Ebbene, la Corte ha avuto modo di affermare che “il voto costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare”. Trattasi di “Principio desumibile dall’articolo 1 della nostra Costituzione, che pacificamente costituisce uno dei ‘principi costituzionali supremi’ che nemmeno una legge di revisione può modificare.” (A. Pace). Viene, all’uopo, chiamato in causa il principio della “sovranità popolare”, insito nel citato art. 1. Da questo punto di vista, è lecito dubitare, persino, della costituzionalità della legge, di cui stiamo discutendo. Ed è privo di pregio l’argomento – portato, a confutazione della possibile incostituzionalità di tale tesi, da taluni fautori del SI (C. Fusaro) –, secondo cui “le seconde camere non elettive e/o non interamente elettive concorrono serenamente, da sempre, al processo legislativo: dappertutto. Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e chi più ne ha più ne metta”. La risposta è arrivata immediata e puntuale. Il Prof. Pace, rifacendosi al compianto Prof. Elia ed alla Consulta, ha chiarito che “un enunciato come quello del nostro art. 1 – che proclama non solo la titolarità, ma addirittura l’esercizio della sovranità popolare – non lo si rinviene in nessun’altra Costituzione”. Non a caso, infatti, noi consideriamo la nostra Carta come la più bella del mondo.

 

 

 
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Composizione e funzioni del futuro Senato – 3ª Parte

di Achille Migliorelli - AnaulaSenato 350cora sulla composizione e sulle funzioni del futuro Senato – III^ Parte. Il  referendum costituzionale “in pillole”
1) In seno all’Assemblea Costituente fu vivacemente dibattuto il tema della elettività diretta o indiretta dei componenti della Camera Alta. La discussione si concluse, come è noto, con l’approvazione dell’ordine del giorno secondo cui: “L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale”. L’art. 58 (ora abrogato dalla legge di revisione costituzionale) recepì l’o.d.g., sancendo che: “I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età”.
Nell’ultimo trentennio ci sono stati diversi tentativi diretti a modificare il sistema di elezione del Senato della Repubblica. L’ultimo di essi risale al 2013. In tale occasione, con Relazione del 17 settembre 2013, la Commissione per le riforme costituzionali, nominata dal Governo Letta, ebbe modo di affrontare anche il problema dell’alternativa tra l’elezione diretta e l’elezione indiretta del futuro Senato. Tra le altre vennero valutate due opzioni: la prima, con l’accoglimento della ipotesi della elezione indiretta, vide la prevalenza dell’opinione “che i senatori vengano eletti fuori dal Consiglio regionale per evitare che le stesse persone ricoprano contemporaneamente due funzioni legislative, una presso il Consiglio regionale e l’altra presso il Senato”; la seconda, favorevole alla elezione diretta da parte dei cittadini in concomitanza con le elezioni regionali invece che contestualmente all’elezione della Camera, mostrò particolare interesse, in un quadro di bicameralismo differenziato, alla rappresentanza dei territori. Il vantaggio di questa opzione, secondo la Relazione, “sarebbe quello di avere soggetti legati al territorio in maniera più forte di eletti in secondo o terzo grado, responsabilizzati di fronte ai cittadini, probabilmente di livello qualitativo migliore e non necessariamente appartenenti ad un circuito partitico. Senatori eletti direttamente diventerebbero da un lato interlocutori della Camera politica, dall’altro interlocutori dei vertici regionali, che hanno bisogno di interlocutori forti anche essi rappresentativi dei territori”. Questa opzione, oltretutto, “favorirebbe un maggior ricambio nella classe politica nazionale e locale”; “non comporta il mantenimento del bicameralismo paritario, ma prevede che in ogni caso il rapporto fiduciario debba ricadere sulla Camera dei Deputati”. Appare di tutta evidenza che sia l’una che l’altra opzione avevano una dignità significativa, anche se – a guardare bene – la preferenza sembrò andare alla seconda.
Con la caduta del governo Letta ed il subentro del Governo Renzi il disegno di legge fu abbandonato. In effetti, il “Patto del Nazareno” e l’inciucio Renzi, Berlusconi, Verdini impedì la conclusione di un ottimo lavoro, portato avanti da 35 esperti esterni al Parlamento con il fiancheggiamento di un Comitato di redazione composto da altri sette giuristi. Da tale scelta è scaturito il “pasticcio”, che si prepara a ricevere il responso degli elettori italiani in autunno.

Il parere del prof. Alessandro Pace

2) A questo punto, mi tocca chiamare in causa la sapienza giuridica del Prof. Alessandro Pace, al fine di trarre le prime conclusioni in merito alle modalità di elezione dei nuovi senatori. L’Illustre Professore, dopo aver affrontato criticamente “l’attribuzione al Presidente della Repubblica della nomina per soli sette anni di cinque senatori ... (i Senatori “del” Presidente?”), scrive: “L’elezione dei restanti 95 Senatori è ancor più discutibile: a) perché la funzione di revisione costituzionale e la funzione legislativa verrebbe esercitata da soggetti non eletti dal popolo e quindi non responsabili nei confronti del popolo; b) perché è scandaloso il poco tempo dedicato alle funzioni senatoriali da parte di soggetti che dovrebbero nel contempo svolgere anche le funzioni di consigliere o sindaco; c) perché è stato francamente inopportuno ‘promuovere’votoNO 350 260 i consigli regionali e provinciali a collegi elettorali dopo tutti gli scandali che anche di recente hanno caratterizzato i consigli regionali. E’ quindi francamente difficile comprendere la ratio di questa scelta, a meno di non pensar male, e di ritenere che, anche sotto questo profilo, Renzi, in quanto segretario del PD, abbia voluto riservarsi un potere di influenza sulle segreterie locali e sulle candidature, che egli non avrebbe avuto qualora fossero stati i cittadini ad eleggere i senatori”.
E, dopo aver tratteggiato le differenze con le modalità di elezione dei senatori secondo la legislazione tedesca (per il Bundesrat) e francese, il Prof. Pace ha concluso nel senso che, “in Italia i consiglieri regionali e provinciali ... sarebbero poco più di mille in 21 sezioni elettorali di poche decine di persone: sarebbero designazioni tra colleghi, non elezioni serie”.

Elezione squilibrata durata della carica diverse

3) Desidero, inoltre, evidenziare la criticità rappresentata dagli inconvenienti connessi alla rappresentanza proporzionale di ogni Regione nella composizione del futuro Senato. Bene: secondo un certo calcolo la Lombardia sarebbe rappresentata da 13 senatori, la Sardegna soltanto da due. Il rischio è che le regioni con più popolazione mettano assieme la loro forza numerica con quella dell’appartenenza politica, per cui le regioni meno popolate potrebbero sentirsi sempre meno coinvolte, determinandosi, così, una progressiva disaffezione nei confronti del Senato.
4) Ma c’è di più: non può sfuggire all’attenzione degli studiosi e dei politici che il futuro Senato sarà composto da senatori, il cui mandato avrà la durata della carica di consigliere regionale o di sindaco. Sarà, dunque, un organo a carattere permanente (e a rinnovo permanente), con possibilità che, nel corso della loro permanenza in carica, cambino le maggioranze politiche. In tal caso, la composizione della Camera Alta sarà caratterizzata da uno “schema schizofrenico” (G. De Vergottini). Infatti: “I rappresentanti delle autonomie (i consiglieri regionali e sindaci chiamati a ricoprire la carica di senatori, n.d.r.) permarrebbero in carica seguendo la durata del mandato locale, che quindi potrebbe risolversi in periodi diversificati di durata di quello senatoriale. I componenti presidenziali addirittura avrebbero durata sorpassante quella della durata della generalità dei componenti di provenienza regionale e locale”.
Lascio immaginare l’influenza negativa che tali evenienze potranno esercitare sulla funzionalità operativa e legislativa dell’Istituzione Senato: in particolare in occasione di quei procedimenti legislativi, che continuano a richiedere l’approvazione delle leggi da parte di entrambe le camere.

 
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Il Referendum costituzionale “in pillole” 4ª parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Ancora sulla composizione ed elezione del futuro Senato.
Non è possibile concludere la disamina della composizione e del metodo di elezione del “futuro” Senato senza approfondire altri punti poco convincenti della riforma.
In primo luogo, va evidenziata la macroscopica incongruenza inerente la elezione dei senatori. Secondo il vigente art. 58 della Costituzione, può assumere la carica di senatore chi abbia compiuto i quarant’anni. Con la riforma, a seguito dell’abrogazione della cennata norma, scompare tale limite di età: si potrà, quindi, essere eletti al Senato al compimento dei diciotto anni. Rimane, invece, fermo il limite di età a venticinque anni per i deputati. E’ un vero e proprio controsenso. Ed è una soluzione, questa, che toglie significato alla termine “Senato” (come “Camera degli anziani”). Mi convince, al riguardo, l’opinione dell’amico Rodolfo Damiani, che vede “maggiore saggezza” e “maggiore esperienza” nei rappresentanti della Camera Alta e, quindi, li ritiene maggiormente in grado di tutelare e garantire “da salti nel buio e da derive dirigistiche”. Sembra, allora, evidente che il raggiungimento dell’obiettivo di evitare salti nel buio e derive dirigistiche non è garantito a sufficienza, se si riconosce la possibilità di diventare senatori a diciotto anni, e, cioè, appena dopo aver acquistato il diritto di voto.

Fretta e superficialità

Siffatta incongruenza dimostra la fretta e la superficialità con cui è stata affrontata una materia tanto delicata, quale la revisione della Costituzione.
Non sembra, inoltre, suggerita da una visione coerente e logica la scelta di avere nel futuro senato la presenza contemporanea di consiglieri regionali e sindaci. Ciò perché gli interessi degli uni sono diversi e talvolta contrastanti con quelli degli altri. La presenza dei sindaci rende, tra l’altro, difficile il compito, assegnato al nuovo Senato, di coordinare la legislazione nazionale e regionale. Si può, dunque, essere d’accordo con la Prof. D’Atena, secondo la quale ci troviamo di fronte al “non riuscito compromesso tra l’idea che il Senato debba rappresentare le sole regioni e quella secondo cui in esso dovrebbero trovare la propria proiezione istituzionale tutte le autonomie territoriali presenti nell’ordinamento”.
Certamente illogica si dimostra, anche, la scelta di affidare l’elezione dei sindaci-senatori ai consigli regionali. Come può, infatti, giustificarsi che costoro siano scelti dai consigli regionali e non dai consigli comunali, ovvero dal Consiglio delle Autonomie Locali (C.A.L.), se lo scopo perseguito è quello di consentire ai comuni di avere una rappresentanza di sindaci in seno al futuro Senato?

Durata del mandato

Un aspetto di notevole rilievo è costituito, poi, dall’art. 57, quinto comma, al quale abbiamo già accennato. Ora, tale norma così recita: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma”. E’ noto che quest’ultima parte è stata inserita al termine di un infuocato dibattito in Senato e come “contentino” dato alla minoranza del PD, che chiedeva l’elezione diretta dei senatori: diversamente non avrebbe votato la legge e, con ogni probabilità, sarebbe saltata la riforma. Trattasi, perciò, di un emendamento con il quale è stato raggiunto un compromesso: pur prevedendo che i senatori siano eletti dai consiglieri regionali, viene stabilito che tale elezione dovrà avvenire in conformità delle scelte espresse dagli elettori in occasione del rinnovo degli organi regionali.
La disciplina di dettaglio delle operazioni elettorali sarà stabilita con legge statale approvata da entrambe le Camere. L’individuazione del nuovo sistema di elezione del Senato dipenderà, dunque, dalle scelte che verranno fatte con la ricordata legge bicamerale prevista dall’ultimo comma del nuovo art. 57 della Costituzione. Infatti, a detta legge è stato rimesso il delicato compito di regolare “le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale”. E’ scontato che il Parlamento si troverà di fronte ad una diversità di soluzioni. Una di queste è data dal sistema del “listino bloccato a scorrimento”, in virtù del quale gli elettori, in occasione dei rinnovi dei consigli regionali, verrebbero chiamati a votare oltre che per i consiglieri regionali (in quanto tali) anche per una lista di nomi presenti in una seconda lista di candidati (la cui composizione sarebbe rimessa alle scelte dei segretari e del gruppo dirigente dei partiti). L’elezione avverrebbe sia nell’ente territoriale che nel Parlamento con questa modalità: se il primo del listino non dovesse essere eletto si passerebbe al secondo, e così proseguendo, in modo da assegnare i seggi senatoriali spettanti ai gruppi politici nelle varie regioni. Una simile scelta, è evidente, varrebbe solo per l’elezione dei consiglieri regionali, dovendosi invece considerare impossibile la sua attuazione anche nella scelta dei sindaci, i quali verrebbero eletti esclusivamente dai consiglieri regionali votanti.votoNO 350 260

La blindatura dei candidati

Ma l’inconveniente maggiore è un altro: come con i capilista bloccati e le pluricandidature per la elezione dei deputati, anche nel caso della elezione a senatori dei consiglieri regionali ci sarebbe una nuova “blindatura” di candidati. Il che comporterebbe che la scelta da parte delle forze politiche, lungi dal premiare i candidati migliori, ovvero, comunque, quelli che risultino più graditi ai cittadini-elettori, promuova i più fedeli e ossequienti al “Capo”.
Appare opportuno, infine, ed a conclusione dell’esame – peraltro ancora incompleto – degli aspetti legati alla composizione ed elezione del “futuro” Senato, richiamare l’attenzione dei cittadini-elettori sull’altro contrasto, che è presente nelle disposizioni, che regolano l’elezione dei consiglieri regionali. Orbene, l’art. 121 Cost. stabilisce che il sistema di elezione dei consigli regionali è disciplinato con legge regionale. A sua volta l’art. 57, sesto comma, attribuisce allo Stato la competenza a dettare la disciplina delle “modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri regionali ed i sindaci”. I problemi nascono quando si passa ad interpretare e, quindi, ad applicare il 5° comma dell’art. 57, come risultante dall’approvazione dell’emendamento proposto dalla senatrice Finocchiaro, secondo cui la legge statale bicamerale dovrà prevedere l’elezione dei consiglieri regionali-senatori “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ora, poiché ogni Regione si può dotare di una propria normativa elettorale e, pertanto, si potranno avere leggi elettorali diverse, ne consegue che, per evitare le disfunzioni immaginabili, la legge statale sarà obbligata ad intervenire anche sulle modalità di elezione al Senato dei consiglieri regionali. Insomma potrà benissimo verificarsi che le leggi elettorali regionali fisseranno i criteri per l’elezione dei consiglieri regionali “istituzionali” e non di quelli destinati a divenire senatori. In definitiva: un gran pasticcio.

 
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