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Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone. Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Ha ricoperto incarichi nella Commissione Nazionale Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, in questa veste ha curato le iniziative delle Donne per il 70° della Repubblica italiana e della Costituzione. E' Consigliera di Parità per la Provincia di Frosinone.

Intenso impegno e iniziative significative hanno caratterizzato l'attività di Fiorenza Taricone in modo particolare nel 2016 a 70 anni dalla nascita della Repubblica italiana.
Proprio questa ricorrenza è stata l'occasione per richiamare all'attenzione sul ruolo delle donne in quella stagione di grandi cambiamenti e il significato della Costituzione.
La Taricone non ha lasciato spazio a incerte interpretazioni del contributo determinante e di valore dato dalle donne in tutti i campi della vita sociale e culturale in Europa e in altre parti del mondo, come dimostra nelle sue numerose pubblicazioni.
Ha fatto riemergere dall'oblio donne combattive, determinate, colte, che hanno reso grandi servigi alla loro terra di origine.
Se ha riscritto la storia, ampliandola, del protagonismo delle donne, altrettanto ha denunciato la violenza subita dalle donne. Una denuncia che va oltre la semplice testimonianza e si trasforma in una battaglia culturale e rivendicativa per strutture pubbliche a sostegno di donne colpite dalla malvagità dell'uomo e di ferma condanna senza equivoci di sorta.
Sembrerebbe, leggendo i suoi libri e le sue pubblicazioni, ascoltandola in pubblici confronti, che nella sua missione culturale si sommano una valorizzazione e una protezione delle donne.

Significativo il suo ruolo di femminista in Europa esaltato di recente, nel 2018, quando ha presentarto in francese il suo libro "Romain Rolland, pacifista libertario e pensatore globale". Un'opera di notevole significato storico culturale nel panorama della pubblicistica di storia contemporanea. E' la prima opera biografica di un personaggio di notevole spessore culturale, pubblicata in Italia, dove Rolland è praticamente sconosciuto. Si colma con l'opera della Taricone una lacuna storica e letteraria che consente di ampliare un orizzonte di conoscenze su i protagonisti del XX secolo per un Europa unita e per una pace universale.

URL del sito web:

Chi si opporrà alla normalizzazione talebana?

 DONNE AFGHANE E TALEBANI

La massa delle donne per noi senza volto cosa deciderà di fare? 

di Fiorenza Taricone
 coraggio e lotta delle donne afghane 380 minFare previsioni sulla geopolitica internazionale a caldo è rischioso, al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida. Il collante è costituito in ogni tempo dai rapporti di forza e dai profitti, il che starebbe quasi a significare la stessa cosa, visto che nelle società attuali, e non da ora, chi ha più danaro è più forte. Non ha per adesso insegnato nulla che il profitto fine a sé stesso ha distrutto un pianeta che si calcola abbia 4,5 miliardi di anni, corrispondenti approssimativamente ad un terzo dell'età dell'universo, vicino all’autodistruzione raggiunta in circa quattro secoli. La cosiddetta rivoluzione industriale, neonata in Inghilterra nel ‘600, espansa in Europa tra il secolo successivo e l’800, l’uso sconsiderato di materie prime, di sostanze chimiche, di rapina ambientale ha molto contribuito, e l’atomica ha fatto il resto. Insomma lo stupro ambientale, come spesso mi è capitato di definirlo, come sostantivo ci porta dritti al cuore della questione odierna: la rinascita talebana, scoppiata con le scelte della politica americana che giustamente si ritira dopo anni, ma senza una adeguato piano preventivo, e della politica cinese, che di capitalismo se ne intende, rassicurando sulla moderazione talebana; ma anche l’Europea deve fare i conti con i limiti pratici delle dichiarazioni di principio riguardanti le donne e i diritti umani; nell’aprile scorso la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stata lasciata in piedi senza un posto a sedere dal Presidente turco Erdogan, mentre il suo omologo maschile, presidente del Consiglio europeo Charles Michel, è stato evidentemente riconosciuto come un suo simile con tutto il diritto di essere messo a suo agio. L’Europa sopporta anche troppo, rispetto alle fondamenta sulle quali è nata, i principi di non discriminazione e pari opportunità, paesi conservatori per non dire fascisti, misogini e a loro modo talebani, come la Polonia e l’Ungheria. Quest’ultima, infatti, si è affrettata ad annunciare disponibilità zero per i profughi talebani.

Altrettanto rischioso è un commento a caldo perché noi italiane stiamo rassicurate dalle conquiste del femminismo, attente a denunciare i ritorni all’indietro, sempre possibili e alcuni dietro l’angolo; pensare alle donne afghane può generare sentimenti contrapposti: la sorellanza di genere, in cui i buoni sentimenti trionfano, e uno opposto, in cui ci si chiede, rispetto alle immagini viste, dove sono le donne afghane. I commenti televisivi ci informano che tutti sono il più possibile nelle loro case, aspettando lo svolgersi degli eventi; di fatto, all’aeroporto di Kabul, attaccati in ogni modo agli aerei per poter partire, c’erano solo uomini; qualche altra rara immagine mostra uno sparuto gruppo femminile che sfida apertamente con i cartelli i talebani armati; qualche altrettanta rara donna, che finora ha avuto un ruolo pubblico o nell’informazione, esprime tutta la pericolosità della situazione attuale. La massa dov’è? Suppongo che data la diversità di trattamento riservata ai due generi dai talebani non sia indifferente a ciò che accade, come gli uomini dell’esercito che hanno opposto una resistenza assai scarsa. Si può arrivare a pensare che non si oppongono a uomini che comunque hanno la stessa, sacra fede, l’Islam? Perché in questo caso si aprirebbe davvero un solco rispetto all’Occidente in cui le donne hanno cominciato assai presto un percorso di liberazione e autoliberazione doloroso e pericoloso rispetto ai dogmi religiosi. Oppure le donne sottovalutano i rischi di quello che significa il ritorno alla normalità per i talebani? Difficile da credere, ascoltando Lucia Annunziata che in diretta argomentava un video appena arrivato sul suo cellulare: una donna non più giovane e neanche sessualmente attrattiva è stata fatta inginocchiare e uccisa con un colpo alla testa.

Da qualche anno è sulla bocca di molti progressisti che il grado di civiltà di un popolo o di un paese si misura dalla condizione femminile, qualcuno/a si ricorda che è un concetto appartenuto a Charles Fourier, socialista dell’Ottocento, e il fatto che sia stato anche un pensatore utopista è in totale sintonia con la frase che solitamente produce molto compiacimento, ma pochi effetti pratici. Senza arretrare così nel tempo, possiamo ricordare le proteste del neo-femminismo degli anni Novanta, in tutto l’Occidente, e le accuse contro il patriarcato, che non è mai morto, come i recenti avvenimenti dimostrano. Al tempo le femministe erano accusate di dogmatismo, di radicalismo, di estremismo, oggi gli aggettivi sembrano complimenti. Ma il femminismo sosteneva anche la conquista di una soggettività femminile che si faceva protagonista della sua liberazione, come la resistenza partigiana femminile in Italia, in un certo senso madre del femminismo stesso, sta lì a ricordarcelo. La lezione senza tempo è che nessuno s’incaricherà per te della tua liberazione.

Come la globalizzazione ha dimostrato ampiamente, oltre al fallimento di un capitalismo dal volto umano quando si tratta di profitti, le donne sono la chiave di volta su tutto il pianeta per il cambiamento; resistere, opporsi alla visione talebana può costare la vita, come hanno dimostrato da decenni, fra le altre, le donne iraniane costrette a espatriare per continuare la loro lotta; ma le donne sono la chiave di volta anche per la conservazione. Sulla loro obbedienza poggia il sistema patriarcale, ma al contrario, dalla loro disobbedienza nascono i cambiamenti; dalla obbedienza alla procreazione nascono figli maschi che saranno magari i nemici delle donne, come ricorda la scrittrice femminista Adrienne Rich nel suo libro ‘nato di donna’, ma sostanzialmente un estraneo; ma anche le figlie femmine possono essere educate in maniera diversa.

Le donne formano un corpo politico indispensabile per potersi garantire la sottomissione, e ascoltando notizie sulla auto clausura nelle case, penso per contrasto all’ultimo libro di Ritanna Armeni che ho presentato recentemente a Sant’Elia Fiume Rapido: "Per strada è la felicità"; mostrarsi, stare fuori dal perimetro della sottomissione, significa poter scegliere quale tipo di vita e di morte voler fare. I corridoi umanitari sono basilari, ma sono un’emergenza; la massa delle donne per noi senza volto cosa deciderà di fare, per sé stesse e per le proprie figlie che affermano di amare e voler mettere in salvo?

 

 

 

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Anni Settanta: il lavoro femminile nella Cooperativa La Lumiera

DONNE: STORIE E FUTURO 

 Insegnano molto i racconti di vita delle sarte de La Lumiera

di Fiorenza Taricone
Leragazzedella cooperativa Civonline minLa Storia serve, come abbiamo ricordato molte volte nelle pagine di UNOeTRE.it, a ricordare ciò che è stato con rispetto, e per il bisogno di imparare, anche perché nulla passa mai del tutto senza lasciare un'impronta, e l’impronta segna anche noi contemporanei. E’ per questo motivo che parlo in quest’articolo di un’esperienza femminile degli anni Settanta, una cooperativa autogestita nata ad Allumiere, chiamata La lumiera.

L’antefatto è breve: durante la presentazione del libro "Le donne gli eroi Risorgimento" alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, per il quale ho curato la Prefazione, mi è stato dato dall’Autrice Lucia Visca, fondatrice anche della casa editrice All Around, il libro dal titolo "Le ragazze della cooperativa". Perché mi è sembrato importante scrivere qui di una cooperativa che è stata ricordata in una mostra fotografica nel 2015 nel Cortile della scuola elementare di Allumiere? Alla fine del libro una foto ritrae le ex ragazze de La Lumiera cinquant’anni dopo, ma il significato di quell’esperienza non è solo romantico, tanto meno il racconto di un’avventura durata vent’anni e poi finita; quella coraggiosa esperienza ci dice che il lavoro non è solo globalizzato e delocalizzato, alienato e part-time, e che non è sempre stato così. Oggi finalmente che il lavoro ha smesso di essere solo postmoderno, smaterializzato, incorporeo, ma ha riassunto di nuovo i tratti che gli spettano, in relazione alla dignità della persona, alla professionalità, allo sfruttamento, al profitto di un capitalismo che non conoscerà limiti se i lavoratori e le lavoratrici non li tracceranno, questa straordinaria esperienza insegna molto. Personalmente, mi sono ritrovata in molte delle descrizioni dei lavori di sartoria, avendo avuto una zia e una madre sarta; quest’ultima aveva lasciato gli studi ancora prima delle ragazze che nel libro prendono parola, a dieci anni, per andare a imparare il famigerato lavoro di sarta, o peggio ancora nel linguaggio corrente sartina.

Come dice il libro in apertura, le brave ragazze di Allumiere una cinquantina di anni fa hanno capito di non avere altra strada, avendo abbandonato presto gli studi, per decisione della famiglia, o per disinteresse: quindi, o avere solo la prospettiva di una famiglia, figli, un lavoro da sartine sognando l’apertura di un negozietto di merceria, o lottare per un futuro diverso; in qualunque modo fosse andata, sarebbero state loro a scegliere per sé stesse. Allumiere, sui monti della Tolfa, dista circa novanta chilometri da Roma, un’ora di macchina oggi, circa quattro ore cinquant’anni fa; feudo della Democrazia Cristiana, poi nel 1975 conquistata dalla sinistra; un luogo scelto come buen retiro da alcuni dei radiati dal Pci, provenienti da Il Manifesto, anno 1969. Fra loro, una coppia: Giorgio Pirandello, nipote dello scrittore drammaturgo e Adriana Ferri, figlia di Ida Ferri, celebre per l’invenzione di una scuola di taglio e cucito, una scuola mitica allora in via Volturno a Roma, nei pressi della stazione Termini, ma anche dirigente dell’Unione Donne Italiane. Adriana esperta di taglio e cucito, lavorava con la madre come figurinista, conosceva a Roma non solo il mercato dei grandi stilisti, Valentino, Gattinoni, Sorelle Fontana, ma anche quello delle tante boutiques e atelier. Con Giorgio, ispirandosi ai principi marxisti, crearono con 80 operaie, una cooperativa di lavoro basata su principi egualitari; nata agli inizi degli anni Settanta, caduta e poi risorta come Nuova Lumiera, terminata all’alba del nuovo millennio, fu travolta come racconta il libro prima dalla Milano da bere, che spostò il baricentro della moda dal Colosseo alla Madonnina, poi dalle delocalizzazioni.

Nel libro sono le ragazze stesse a raccontare le prime riunioni organizzate da Adriana Ferri, dove andavano con i genitori perché tutte minorenni, alcune avevano appena 16 anni, la più grande 19, ma per le leggi del tempo non ancora maggiorenne. Il lavoro lo portava Adriana da Roma, pacchi di vestiti già tagliati, solo da cucire, ma per prima cosa le ragazze seguirono un corso di taglio e cucito: Adriana insegnò come fare la costruzione del modello dal figurino. L’attività iniziò con vecchie macchine da cucire con i motorini riparati, nella sede di via Roma dove ora c’è una pizzeria. Era nato il primo laboratorio a façon, cioè personalizzato del Lazio, completamente autogestito da donne, una rivoluzione femminile ricorda una di loro, ‘di cui neanche ci rendevamo conto’. Ditte che andavano e venivano portavano i figurini delle collezioni, e sapevano così in anteprima come si sarebbero vestite le signore nella stagione successiva. Mentre le sartine che lavoravano individualmente completavano un capo a settimana, la cooperativa arrivava a consegnarne anche cinquanta al giorno. Le banche le prendevano sul serio, quando chiedevano fidi. “Nel 1969 eravamo pronte a conquistare il mondo, nel 1970 ci sembrò di averlo afferrato quando andammo dal notaio a fondare La Lumiera, in 12: Adriana Ferri, Rita Moraldi, Cesarina Lucidi, Mirella Mignanti, Doriana Ciambella, Liana Ciambella, Antonietta Galimberti, Graziella Vela, Fabiola Appetecchi, Anna Maffei, Rosalba Pinardi, Maria Paolucci […]; noi lo abbiamo capito che cosa è stata la cooperativa. E’ stata una storia sociale. E’ stata la vicenda di una generazione. Di più generazioni. C’era un’organizzazione, c’erano i problemi economici e le fatture da pagare. Tutto però in un secondo piano rispetto a quel che è rimasto nello spirito del paese stesso. Ancora oggi ne vediamo le ricadute. Una certa propensione all’indipendenza soprattutto fra le donne”.

Sarebbe altamente pedagogico se parlando di lavoro alle adolescenti, si mettessero al corrente dei racconti di vita delle sarte de La Lumiera. Vittoria Pinardi racconta: "Come si viveva? Beh, vi racconto questo. Quando è nato il mio primogenito mia madre lo portava tre volte al giorno in cooperativa per l’allattamento. Lavorare nella cooperativa era come avere una seconda famiglia, avere tante sorelle con cui confidarsi, e confrontarsi, il tutto reso più confortante da una piccola paga mensile che, pur non cambiandoci la vita, ci dava la possibilità di tirare avanti e sperare in un futuro migliore […]; quando ho cominciato, la politica non m’interessava, il femminismo non lo conoscevo. Piano piano mi sono avvicinata, ho acquistato consapevolezza. Ricordo di aver partecipato anche a qualche dimostrazione, si chiamavano così”.

Luigina Profumo ricorda che a 18 anni era già di sinistra; la cooperativa rappresentò finalmente il lavoro e l’idea piacque anche ai genitori, meno al paese, ma a lei non fregava niente. ‘Vivevo, vivevamo un periodo fantastico’. Anna Rita Sgamma nel 1974 aveva 17 anni, e iniziò a lavorare part time con la vendita diretta dei capi al pubblico nel pomeriggio. Una volta presa la maturità, assunzione a tempo pieno, con il sogno di diventare indipendente economicamente e andare a vivere per conto proprio. L’idea portante era quella di dimostrare che anche persone semplici senza grossi mezzi finanziari e cultura industriale potevano con intelligenza e impegno far funzionare un’azienda e crearsi un lavoro con le proprie mani. La scommessa era quella di partecipare alla costruzione di una cultura operaia, appropriarsi dei mezzi di produzione, come si diceva allora, dimostrare l’inessenzialità del padrone e l’ingiustizia del profitto. Il fatto poi che fossero solo donne quelle che si cimentavano in quella sfida faceva di quella scelta una ribellione sul nostro territorio e la rendeva irrinunciabile.

 

 

 

 

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Fascismi di ieri e oggi

25 aprile 2021

Relazione letta all’Anpi di Formia il 25 aprile 2021. Custodire una memoria non è un'opzione passiva, è una funzione attiva nel cogliere i nessi tra passato e presente

di Fiorenza Taricone
anpi BANDIERA 350 260 minIl titolo che ho scelto Fascismi di ieri, fascismi di oggi evidentemente parte dal nucleo storico originale costituito dal fascismo italiano nella sua specificità storica, mentre i fascismi di oggi si riferiscono ad un aspetto che non coincidono con la sua cronologia, ma che può rimanere vivo ancora oggi, quello che chiamo un fascismo caratteriale; una tipologia sopravvissuta in Italia dopo che lo stesso fascismo è crollato e si è affermata una nuova forma di governo, la Repubblica democratica; del resto, la stessa parola antifascismo non significa solo essere contro il modello politico, ma anche contro i valori, i comportamenti, la misoginia, il superomismo, l’aggressività, il modello unico vincente, tipico delle mentalità fasciste. Posta quindi la molteplicità dei volti del fascismo italiano e dei fascismi europei, non possiamo che coniugare al plurale anche il sostantivo consenso.

È evidente che la guerra fece entrare in crisi anche le coscienze di coloro che erano stati suoi sostenitori o sostenitrici; storicamente le madri non hanno mai perdonato alla lunga una politica nazionalista imperialista che togliesse loro i figli. La guerra è stata per le donne anche l'occasione di uscire da un'ambiguità: chiamate dal fascismo a essere protagoniste attraverso la maternità e procreare quanti più figli possibile, accettare poi di doverli perdere; procreare insomma quelli che venivano chiamati carne da cannone. Ma i diversi modi con cui il fascismo veniva vissuto, accettato, normalizzato, dipendeva anche dal radicamento di un movimento, poi regime, che non era solo definito dall’ideologia politica, dalla forma-partito, dal rapporto con il capitalismo e con i ceti medi, ma era annidato nei singoli caratteri. Pur vivendo da più di settant'anni in una Repubblica democratica in cui teoricamente il reato di apologia di fascismo, attraverso la legge originaria del 1952, poi assorbita dalla legge Mancino, seguita dalla proposta di legge di E. Fiano, (PD), è condannato, permane in molti ceti e molte classi di età un’adesione ai valori caratteriali del fascismo magari inconsapevole; certo non aiuta la percentuale di italiani che non conosce le vicende dei movimenti politici, dei partiti, della storia politica in generale. Sarebbe una tipologia del sapere molto utile invece quando si parla di crisi attuale del sistema parlamentare, di crisi dei corpi intermedi, di totalitarismo del pensiero, di risoluzione dei conflitti sociali con la violenza perché si parla anche di elementi presenti in un trascorso fascismo italiano.

Particolarmente pericolosa è stata in questi anni la categoria analitica del revisionismo, che ha fatto risalire alla ribalta le manifestazioni di massa osannanti al fascismo. E’ bene ricordare a questo proposito una categoria apparsa vari anni, in posizione intermedia fra fascismo e antifascismo, definita afascismo; una forma di dissenso forse non chiaro neanche a coloro che aderivano, piuttosto numerosi, ostinati nel non prendere una posizione, una massa grigia analoga per alcuni versi a oggi nella sua ostilità al rifiuto del voto. L’incontro fra fascismo caratteriale e forma di governo è stato fatale a quello stato liberale, che sarà anche rimasto incompiuto, ma che aveva assicurato i cosiddetti diritti minimi, le libertà fondamentali. Chi studia come me pensiero politico e questione femminile conosce bene i limiti di uno stato liberale, ma nella sua dialettica con il socialismo come partito di massa, risultati di una certa importanza li aveva raggiunti: parlo della legge Sacchi del 1919 che aveva abolito l’autorizzazione maritale e aperto per le donne l’accesso alle libere professioni; ma anche del diritto di voto, approvato nel 1920 da liberali e socialisti prima dello scioglimento delle Camere per le vicende di Fiume, mentre il fascismo si arrogò poi il primato della legge sull’elettorato amministrativo per le donne sulla Gazzetta Ufficiale nel ’25, una legge che Filippo Turati chiamò il voto della signora tanto era ristretta e che si rivelò poi inutile, perché le leggi podestarili annullarono per uomini e donne il diritto di voto. Nei suoi lineamenti politici, il fascismo risulta più chiaro degli infiniti rivoli in cui il fascismo caratteriale si disperse; in generale possiamo intendere il fascismo sicuramente come un sistema di dominazione autoritaria caratterizzata dal monopolio della rappresentanza politica da parte di un partito unico di massa organizzato gerarchicamente, da una ideologia fondata sul culto del capo, sull'esaltazione della nazione e sul disprezzo dei valori dell'individualismo liberale, sull'ideale della collaborazione tra le classi, in contrapposizione frontale al socialismo e al comunismo come dimostra l'ordinamento corporativo; inoltre il fascismo ha mantenuto e realizzato obiettivi di espansione imperialistica in nome della lotta delle nazioni povere contro le potenze plutocratiche, cioè egemoni e ricche; essenziale al consenso era la mobilitazione delle masse inquadrate in organizzazioni che miravano ad una socializzazione politica ovviamente funzionale al regime; è noto su questo il contrasto con la chiesa cattolica che aveva altrettanto al centro del suo sistema educativo una pedagogia che accompagnava i bambini dall'infanzia all'età adulta. Sull’indottrinamento fin dall’infanzia esistono ormai vari studi sui libri di testo, ma il collante era sempre la subordinazione dei valori femminili a quelli maschili, e nello stesso tempo la subordinazione maschile al capo. Al di là del Concordato del ’29, e dunque del relativo obbligo di buone relazioni, è difficile comunque pensare che la Chiesa cattolica e la sua dottrina potessero condividere nella propaganda di regime alcuni brani della canzone Topolino in Abissinia del ’35, recentemente ricordata nel libro Fascismo, antifascismo, colonialismo, dove la ferocia dei bombardamenti e dei gas asfissianti viene trasformata in una gag comica che si conclude con l’uso della pelle degli etiopi come tappezzeria per le automobili italiane. Va meglio con il rifacimento di fiabe fasciste, e alla proposta della Befana fascista collegata alla figura del duce che rispondeva perfettamente a un'immagine ambivalente di una vecchia naturalmente brutta, che poteva portare sia dolce che carbone, ma anche alla scelta di non lasciare alla Chiesa cattolica la gestione delle feste di chiusura e di inizio anno.

Sicuramente una delle interpretazioni più comuni del fascismo è quella di considerarlo un prodotto di caratteristiche particolari della società italiana in un determinato arco di anni: il clima di forte instabilità sociale, politica ed economica del dopoguerra, ma anche la vulnerabilità delle istituzioni liberali. Uomini diversi come Giustino Fortunato, Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini e altri avevano parlato del fascismo come rivelazione della debolezza dello Stato unitario segnato dalla arretratezza, dall'incapacità e dalla grettezza delle classi dirigenti, unita all'arroganza di una piccola borghesia parassitaria e ammalata di retorica; in più, la pratica del trasformismo che aveva impedito l'evoluzione in senso moderno del sistema politico. Tutti questi elementi erano stati appunto il terreno di coltura del fascismo che veniva posto in una linea di continuità piuttosto che di rottura rispetto al sistema liberale; da qui però anche un giudizio sostanzialmente riduttivo del fascismo e delle sue potenzialità espansive; la sua novità infatti poteva essere colta soltanto a partire dalle specificità. Tra i primi a cogliere invece la dimensione internazionale del fascismo, ma anche le sue capacità espansive, furono gli esponenti del movimento operaio: il fascismo italiano rappresentava una delle diverse forme di reazione in Europa tra le due guerre, legato alle contraddizioni della società capitalistica e del conflitto tra le classi. La formulazione classica è riconducibile alle tesi elaborate dalla terza internazionale comunista a partire dalla metà degli anni ‘30. Le origini del fascismo come fenomeno internazionale vengono poste in relazione con la crisi storica del capitalismo entrato nel suo stadio finale, quello dell'imperialismo, con la necessità da parte della borghesia di fronte all'aggravarsi delle crisi economiche e all'acuirsi del conflitto di classe di mantenere il proprio dominio, intensificando lo sfruttamento delle classi subalterne, in primo luogo della classe operaia. L'imperialismo ha in sé una tendenza alla trasformazione in senso reazionario della borghesia, e il fascismo è l'espressione più conseguente, una sorta di dittatura aperta della borghesia senza più la mediazione della democrazia parlamentare.

Sul piano economico, la crisi dei ceti medi si manifestò in forme e misure diverse a seconda che fossero ceti medi tradizionali, come agricoltori, commercianti, professionisti, piccoli imprenditori, che disponevano di una certa autonomia personale o ceti medi di promozione più recente, impiegati, addetti al commercio, intellettuali salariati, che erano privi di autonomia personale e anche scarsamente integrati; tutti i ceti medi si trovavano ad affrontare una società in rapida trasformazione, caratterizzata dall'affermazione crescente del proletariato da un lato e della grande borghesia dall'altro, dovendo affrontarla nelle condizioni economiche rese difficili dall'inflazione, dal carovita, dal calo dei redditi fissi, dagli affitti. Quindi diventava realtà la progressiva perdita di uno status economico sociale; sul piano psicologico politico la crisi dei ceti medi si manifestava in uno stato di frustrazione sociale che si traduceva in una profonda irrequietezza, in un confuso desiderio di rivincita e in una contestazione che spesso assumeva toni eversivi e rivoluzionari della società della quale sentivano di essere quasi le uniche vittime; avevano creduto che la guerra significasse per loro una egemonia, ma soprattutto la paura del bolscevismo fece imboccare loro la strada del fascismo che si presentava agli inizi come un movimento rivoluzionario. La piccola borghesia ha fornito sia i quadri sia una base di massa al fascismo nella fase di ascesa e un consenso attivo nella fase di regime. Ciò non rientrava però negli schemi classici della teoria liberale e marxista: per la prima essa avrebbe dovuto costituire uno dei presupposti dell'ordinamento democratico e la garanzia di uno sviluppo pacifico e progressivo della società; per la seconda, era impossibilitata a giocare un ruolo politico autonomo in virtù della sua collocazione nella struttura di classe e cioè la posizione subalterna rispetto al conflitto fondamentale tra grande borghesia e proletariato; l'apporto dato dalla piccola borghesia fu quindi in parte sottovalutato, mentre fu mobilitata sulla base di una ideologia eterogenea in cui confluivano irrazionalismo e volontarismo, anticapitalismo e antisocialismo, vaghe aspirazioni a una democrazia unita ad accenti fortemente nazionalistici. Era vista con favore una terza forza che si opponesse sia alla democrazia parlamentare dei paesi capitalisti, sia al comunismo, e che appunto doveva avere il suo motore nei ceti medi. L’aspetto rivoluzionario era rappresentato nel fascismo delle origini in cui i capi avevano spesso militato nei partiti anche di sinistra, come lo stesso Mussolini, o erano stati combattenti in guerra; questo dava loro un’attitudine ad affrontare situazioni nuove nelle quali occorrevano spregiudicatezza, mancanza di scrupoli, aggressività, capacità di comando e anche comprensione dei mutevoli stati d'animo delle masse. Non a caso il fascismo ha sempre teso a creare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate, di avere un rapporto diretto con il capo e di partecipare ad una rivoluzione dalla quale sarebbe nato un nuovo ordine sociale. La rivolta piccolo borghese era stata resa possibile dalla complicità dell'alta borghesia tesa a strumentalizzare il fascismo per i propri interessi di classe. Diventando regime, la politica del gruppo dirigente fascista di Mussolini fu caratterizzata dal perfezionamento del compromesso del ‘22 con la vecchia classe dirigente politica ed economica prefascista e con la grande borghesia. Conseguenza del compromesso fu la necessità per Mussolini di adeguare il partito nazionale fascista allontanando larga parte degli ex squadristi più intransigenti. Tra il ‘26 e il ‘28 quindi in connessione con le cosiddette leggi fascistissime, il partito nazionale fascista mutò notevolmente la fisionomia sociale e politica. La grande borghesia però non approvava del tutto il fascismo sia per motivi psicologici, ma anche di cultura e di stile. Lo Stato fascista aveva la tendenza a estendere il controllo sulla sua attività economica e inoltre la politica estera mussoliniana era sempre più aggressiva, quindi meno corrispondente a cui interessi della grande borghesia che in parte interessata soprattutto a esportare il valutava i rischi dell'alleanza con la Germania. Il capitalismo in definitiva pensò in parte di servirsene per schiacciare il movimento dei lavoratori e dall'altra di normalizzare una crisi politica cronica pensando di poter costituzionalizzare il fascismo, cioè assorbirlo nel sistema. Il proletariato, anche nei momenti di maggior successo del regime, non fu mai caratterizzato da una vera adesione, con larghe fasce di scontento e di latente opposizione. I ceti medi quindi rimanevano quella parte della società italiana che continuavano a credere di poter trarre dal regime fascista i maggiori vantaggi morali, economici e di promozione sociale.

Lo sbocco fascista o autoritario che la crisi ebbe in alcuni paesi come l'Italia non fu comunque affatto inevitabile, e non corrispose affatto ad una necessità; fu anche la conseguenza di una molteplicità di fattori, alcuni evitabili, di incomprensioni, di errori, di previdenze, di illusioni, di paure, di stanchezza. Il fascismo certo non può essere stato una parentesi, anche se siamo d'accordo con Benedetto Croce che il fascismo al di là di determinate classi sociali ha trovato sostenitori e avversari in tutte le classi; questo è però parzialmente vero nella classe operaia e nella borghesia liberale cattolica in genere dove è prevalso verso il fascismo un atteggiamento negativo o rassegnato.

Il consenso iniziale e vasto, ma non vastissimo, era destinato a infrangersi per vari motivi innanzitutto sulle secche di una troppo prolungata stasi del progresso sociale, che quindi poteva essere alimentato solo con il ricorso alle imprese coloniali o al mito della superiorità della razza ariana, insistendo sempre su una nazione giovane che doveva far valere le sue ragioni contro le nazioni plutocratiche e ormai vecchie; tutti e due miti tipicamente piccolo borghesi. Ma con il colonialismo africano il consenso muta ancora, perché quelli che erano andati in Africa ritenendola un eldorado tornano sostanzialmente delusi. Visto da vicino dunque, quel consenso che consentì a Mussolini di propagandare le famose folle oceaniche a Palazzo Venezia in più di un’occasione è molto diversificato: fra uomini e donne, nello stesso antifascismo, mutante e drammatico nell’antisemitismo, spaccato per l’entrata in guerra e il suo andamento.

Alla persistenza di questo mito fascista ha senz'altro contribuito tutto un sistema di propaganda di massa di cui è bene ricordare qualche elemento, visti i pericoli odierni di un sistema di comunicazione di massa come il Web. Dopo aver annientato la libertà di pensiero, parola, stampa e opinione, il fascismo usò le stesse libertà a suo uso e consumo, con la propaganda. Le biografie per esempio, di cui uno degli esempi massimi era di mano femminile, di una ex socialista come lui, Margherita Grassini Sarfatti, con Dux, 200.000 copie, 17 edizioni, tradotto in 18 lingue, diffuso anche nelle scuole; non ritengo fosse una buona mossa perché in alcuni passi risulta incomprensibile e di indigesta lettura. In una continua confusione fra popolo e folla, il fascismo rappresenta sé stesso attraverso Mussolini come un uomo mitologico senza macchia e senza paura. L’immagine della famiglia si adegua, compaiono le foto dei figli Vittorio e Bruno vestiti da Balilla, fieri della camicia nera accanto al padre compiaciuto; Rachele è presentata come colei che ha sempre condiviso con il marito gioie e dolori, trasferendosi dopo la nascita di Anna Maria, la quinta, a Villa Torlonia. Il femminismo intanto è visto come “un residuo di tempi di intossicazione del popolo, e di epilessia socialdemocratica”. Luisa Passerini nel suo Mussolini immaginario, cita il ricevimento nel 1930 da parte di Mussolini di una femminista inglese descritta come una vecchia zittella con gli occhiali. Papini aveva del resto ripubblicato nel ’32 una raccolta di scritti Maschilità, e la sua rassegna di valori: contro le comodità, il danaro e l’anima in poltrona. Di conseguenza come si leggeva all'epoca il fascismo era maschio. Ama il pericolo, rifugge dalle chiacchiere, sdegna per naturale selvaticheria i corteggiamenti, mena dove occorre le mani, è fatto di pietra dura invece che della pasta dolce dei frutti canditi, i quali solo nell'interno nascondono come l'anima femminile un nocciolo capace di rompere i denti. Un'idea del maschile che non conosce parità, non ammette l'uguaglianza nell’amore, presuppone sempre gerarchie: tra capo e gregari, tra uomo e donna, fra strati sociali diversi, esige sottomissione indiscussa. Mussolini afferma nel settimo anniversario della marcia su Roma che l'Italia è veramente come la voleva: un esercito di cittadini e soldati, pronti per le opere di pace, laboriosi, silenziosi, disciplinati. È evidente la contraddizione fra un buon padre da un lato e dall'altro la dedizione assoluta senza diritto di critica. Il fascismo con la sua opera di propaganda, come dirà Borgese, è anche un prodotto fabbricato dalla fantasia con la figura di Mussolini e lo sdoppiamento fra immagine e realtà propria di ogni operazione pubblicitaria; invano i fuoriusciti tentavano dalla Francia dagli Stati Uniti di ridimensionare il divario fra la leggenda e le capacità reali. Mussolini si serve anche della metafora del cielo: come uomo della velocità alla guida delle macchine addita le vie del cielo; si scrivono dei catechismi su di lui che diventano libri di testo, come in una quinta classe nel 1935: la prima domanda è perché il duce è creatore del fascismo? Negli anni ‘30 convergono in quest'opera di propaganda radio, cinema, disegni, quadri, statue, le sue sagome in fotografia e persino i corti dell'Istituto luce.

Chiudo con le parole di Carlo Rosselli scritte al confino di Lipari e pubblicate a Parigi nel 1930. Una definizione che si adatta particolarmente a quel fascismo caratteriale che è stato in parte artefice del suo successo: il fascismo esprime vizi profondi del sottosuolo italico, debolezze latenti; non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per la forza bruta che da sola non trionfa mai. Ha trionfato perché ha toccato sapientemente alcuni tasti ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. Il fascismo è stato in un certo senso l'autobiografia di una nazione che ha il culto dell'unanimità, che rifugge dall'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo.

La conclusione è quindi che un insieme di elementi presenti anche oggi, come il distacco dalla politica, la critica alle istituzioni parlamentari, il rifugio in un'idea paternalistica, cioè che un uomo solo al comando possa risolvere tutti i problemi in modo sbrigativo e veloce, la crisi dei corpi intermedi e degli organismi rappresentativi tra cui la sfiducia nei sindacati, lo strapotere dei social che hanno poteri ben più ampi di quelli di cui disponeva la propaganda fascista avvertono che bisogna stare in guardia; è per questo che l’Anpi riveste oggi come non mai una grande importanza perché essere custodi di una memoria non è un'opzione passiva, è una funzione attiva nel cogliere i nessi tra passato e presente e nel rifiutare del passato, come del nuovo, ciò che è inaccettabile.

 

 

 

 

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Il lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione

DONNE, Storie e Futuro

Onda lunga delle Costituenti, arriva al neo femminismo degli anni '970, e alla 4 Conferenza delle donne di Pechino, 1995

di Fiorenza Taricone
donneresistenzacostituzioneunlegameinscindibile390 minIl tema del lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione è stato oggetto di un mio intervento recente al webinar su Il lavoro nella Costituzione, organizzato Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Palestrina. Ritengo sia interessante farne partecipi lettori e lettrici di UnoeTre con una sintesi.

La Costituzione prende l’avvio dal fatidico articolo che definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, affermazione non così comune nelle Costituzioni e del tutto inesistente, per quanto riguarda l’Italia nel precedente Statuto Albertino. Il punto di partenza, per capire il tema del lavoro delle donne e dei minori, non può essere che l’ingresso delle 21 donne nell’Assemblea Costituente, le madri della Repubblica: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, comuniste, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Cingolani Guidi, Angiola Minelli Molinari, Maria Nicotra Fiorini, Vittoria Titomanlio, democratiche cristiane, Bianca Bianchi e Lina Merlin socialiste, Ottavia Penna Buscemi, Fronte dell’Uomo Qualunque.

Rispetto agli articoli che riguardano il lavoro, e alla modernizzazione del dibattito si trovano in una posizione singolare per vari motivi; alcune di loro sono insegnanti, altre hanno lavorato in fabbrica, ma intere generazioni prima di loro hanno avuto con il lavoro un rapporto spinoso e controverso. Prima del fascismo, nell’età liberale, una ristretta élite di laureate riuscì ad accedere alle libere professioni solo con una legge del 1919; le maestre non avevano avuto fin dall’inizio una vita facile, e uno stipendio minore di un terzo rispetto ai maestri; le contadine erano sussunte all’interno della famiglia, dominata dalle figure maschili, non firmavano i patti colonici, e tutti i lavori infiniti che svolgevano appartenevano ai compiti quotidiani, senza guadagni autonomi; le prime operaie che andavano a lavorare fuori casa insieme ai bambini erano considerate mezze forze e pur lavorando lo stesso numero di ore degli uomini, erano pagate un terzo in meno, prive di tutele Donne costituenti 300 mincome gli uomini, ma esposte a molestie e ricatti sessuali di ogni tipo. Durante il ventennio, il fascismo aveva avuto nei confronti del lavoro femminile un atteggiamento doppio: apprezzava l’élite colta delle professioniste anche perché era numericamente irrilevante, ma considerava per le donne ottimale essere una casalinga prolifica e lavoratrice gratuita; esaltava le cosiddette massaie rurali, in polemica con le cosiddette signorine di città, amanti del divertimento e non del matrimonio; dopo gli anni Trenta, adottò una legislazione di contenimento nei settori impiegatizi.

E’ evidente quindi come la storia che le Costituenti avevano alle spalle fosse molto diversificato rispetto ai generi, ma anche su questo le Costituenti seppero assumere posizioni moderne; per i minori poi, dall’età liberale poche erano state le leggi che avevano riguardato direttamente i minori, spesso considerati un’appendice della condizione femminile per la connessione strettissima fra natura femminile e maternità.

La dizione donne e minori contiene già in sé un interrogativo: la relatività e incertezza del dato anagrafico, sia in relazione alla famiglia che ai luoghi di lavoro. Che età hanno le donne e i minori? Fino agli anni più recenti, sostanzialmente, i giovani hanno rappresentato storicamente una sorta di nebulosa, come una foto d’epoca un po’ sfocata. La dizione “giovani”, o minori ha racchiuso fino a oltre la metà del Novecento un mosaico molto complesso, che solo negli anni Settanta e Ottanta, con il movimento femminista e le politiche di pari opportunità, si è per così dire sdoppiata declinandosi nei due generi, femminile e maschile.

Quando i giovani a qualunque età uscivano dalla famiglia di tipo patriarcale, cioè fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, diventavano immediatamente adulti, sposi e futuri genitori, quasi che gli anni della giovinezza, fossero solo preparatori alla vera esistenza. Né gli eventi bellici del Novecento, fanno molta chiarezza, anche se nell’immaginario collettivo la guerra è guerra di soldati, e quindi moria di giovani vite. Il volontariato maschile nella prima guerra mondiale faceva diventare improvvisamente uomini coloro che erano visti dalle madri lontani dall’essere adulti.

Per quanto riguardava le donne, il non possedere una cittadinanza piena non ha certo aiutato le giovani, future donne, aDonne al lavoro in fabbrica min collocarsi nello scorrere delle generazioni. Esisteva un’età per sposarsi, precocissima per le spose bambine dei matrimoni combinati, costantemente più bassa del marito, ma anche una per rimanere zitelle, che corrisponde oggi alla piena giovinezza, venticinque, trenta anni; un’età ancora più elastica, ma sempre precoce, per entrare nella prostituzione, meglio se illibate, il cui limite erano le malattie veneree e la possibilità di guadagnare, considerata l’età iniziale per molte di loro, sarebbe più esatto parlare spesso di pedofilia; un’età per monacarsi, precoce anch’essa, almeno fino a quando la Chiesa pose un limite; una non tracciabile all’anagrafe per partorire, teoricamente fuori del tempo, in pratica fino a quando il corpo ce la faceva, o non moriva.

Per ragazzi e ragazze, di adolescenza neanche a parlarne fino al Novecento inoltrato; di autonomia dalle figure genitoriali, nemmeno, indipendentemente dalla maggiore età. Le diverse età non erano logicamente correlate fra loro; ce n’era una per lavorare e in tal caso andavano bene anche donne e bambini/e di 8-10 anni, perfino 4-5 nel caso delle setaiole, durante la fase postunitaria del decollo economico, età che per la contemporaneità sono identificate con l’infanzia; nel caso dei diritti di cittadinanza, c’era un’età per votare, ventuno o venticinque per i maschi, nessuna per le donne, eterne minorenni, escluse come genere dal diritto di voto attivo e passivo.

La Costituente non ereditava granché dal governo liberale prefascista sulla tutela dei minori; la legge n. 1733 nel 1873, sul divieto dell’impiego di fanciulli in professioni girovaghe, che oggi collegheremmo anche allo sfruttamento sessuale. Nelle professioni girovaghe erano compresi saltimbanchi, ciurmatori, ciarlatani, suonatori, cantanti ambulanti, saltatori di corda, indovini, spiegatori di sogni, espositori di animali, questuanti e simili; per chi disobbediva, era previsto il carcere da uno a tre mesi e una multa da 50 a 250 lire, con la rimozione della tutela e della patria potestà. Nel 1886, quando l’Italia è in pieno decollo economico, la legge n. 3657 sul lavoro dei fanciulli, bontà loro, vietava di ammettere al lavoro negli opifici industriali, nelle cave e nelle miniere, fanciulli sotto i 9 anni e nei lavori sotterranei quelli inferiori ai 10 anni. Nei lavori insalubri l’età non doveva essere inferiore ai 15. La svolta sarà nel 1902 con la prima legge chiamata appunto sul lavoro delle donne e dei fanciulli, d’iniziativa socialista, detta legge Carcano dal ministro proponente, notevolmente rimodulata rispetto all’impianto originario. Il limite di età per i fanciulli si spostava a 12 anni, e 13 per le cave, miniere e gallerie. Dovevano essere forniti di un libretto e certificato medico, con le vaccinazioni e la frequenza del corso elementare inferiore dei primi due anni; paradossalmente anche le prostitute dai 18 anni in poi erano provviste di libretto, chiamato proprio libretto di lavoro. Quello sotterraneo era vietato ai ragazzi minori di 15 anni e alle donne minorenni. Dopo i 10 anni potevano lavorare 8 ore, ma non più di 11 ore i fanciulli di ambo i sessi, e non più di 12 ore le donne di qualsiasi età, con riposi intermedi e un giorno intero di riposo a settimana. L’ammenda era di 50 lire per ogni persona impiegata in modo scorretto, ma senza mai poter superare la somma di 5.000 lire.

Del 1907 è la legge sulle risaie e dello stesso anno il Testo unico di legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli. Restavano fuori le categorie del lavoro a domicilio, senza orario alcuno e senza alcuna protezione sindacale, e agricolo. Del fascismo, che si appropriava della lunga esperienza delle associazioni femminili per la tutela della maternità si ricorda l’Onmi; nessuna legge veniva però proposta per il divieto di ricerca della paternità, che bollava gli illegittimi e rendeva difficoltosa la ricerca di un lavoro. Sarà il Parlamento repubblicano appunto che nel 1955 abolisce l’inserimento delle generalità in atti e documenti, cioè l’omissione della paternità e maternità dai documenti anagrafici, grazie all’impegno delle parlamentari.

La Costituzione nel suo farsi impattava quindi età anagrafiche e atteggiamenti mentali difficili da smantellare; fondamentale siDonnealvoto 370 min rivelava il riconoscimento dei diritti della donna lavoratrice non solo madre e la sua tutela, che automaticamente comportava quella dei figli minori. Della cosiddetta Commissione dei 75, che provvedeva alla redazione del testo della Carta da sottoporre poi all’esame dell’intera Assemblea, divisa in Sottocommissioni, fecero parte Nilde Iotti, e Teresa Noce comuniste, Maria Federici e Angela Gotelli, democristiane e Lina Merlin socialista. Nella Terza Sottocommissione, presieduta da Meuccio Ruini, Partito della Democrazia del Lavoro, le onorevoli Maria Federici e Lina Merlin intervennero sul diritto al lavoro, e anche sul salario base, distinto dal salario che variava in relazione al carico familiare, all’aumento del costo della vita e così via. Teresa Noce nel rilevare la funzione sì naturale, ma anche sociale della maternità, era del parere che questo nuovo concetto democratico e civile andava affermato nella Costituzione; quindi proponeva, oltre al periodo di riposo prima e dopo il parto a salario completo, un assegno di gravidanza per tutte le altre mamme lavoratrici, l’assistenza medica per tutte, asili nido, dopo scuola, colonie-vacanze.

Lo spirito delle Costituenti lo si ritrova nei primi anni della Repubblica con la legge del 1950, n.860, Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, nel 1951 con la conservazione del posto di lavoro alle lavoratrici madri, con la legge 1963, n. 7, Divieto di licenziamento delle lavoratrici a causa di matrimonio, con la legge del 1967 n.977, Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti in cui possiamo vedere uno spostamento anagrafico; per fanciulli s’intendono i minori di 15 anni e per adolescenti, notazione sconosciuta prima, quelli compresi tra i 15 e i 18 anni. L’età minima è 15 anni e purtroppo anche la specifica dei pesi che i due sessi possono sostenere e trasportare che dà un’idea materiale delle loro fatiche. Infine la legge del 1971, n, 1204, sulla tutela delle lavoratrici madri. E’ solo del 1991 la legge sui primi interventi in favore dei minori, soggetti a rischio coinvolgimento in attività criminose. Per i minori, in questo caso, l’attività criminosa è un lavoro, così come la prostituzione; un dibattito attuale in Europa è infatti quello del riconoscimento delle prostitute come lavoratrici indipendenti, sex workers; solo nel 2011, con la legge n. 112, abbiamo l’Istituzione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

A mio parere l’onda lunga delle Costituenti, arriva fino al neo femminismo degli anni Settanta, intreccio visibile anche nella IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino, 1995; i diritti delle bambine sono distinti da quelli dei bambini, soprattutto per la tutela dei diritti riproduttivi e si denuncia la violenza delle spose bambine, il cosiddetto child mariage.

 

 

 

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Marisa Rodano ha compiuto 100 anni

DONNE, Storie e Futuro

Lectio Magistralis di Marisa Rodano per il Seminario "Generazioni diverse"

Presentazione di Fiorenza Taricone
MarisaCinciariRodano 390 minL’8 marzo 2013, quando ero Coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Cassino e Lazio Meridionale, proposi all’Ateneo il conferimento della Laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione alla Senatrice Marisa Cinciari Rodano; era iscritta a Lettere, all’Università, ma fu arrestata per antifascismo e nel corso della sua coerente carriera politica non riprese più gli studi; ricordo ancora tutto di quel giorno, prima di tutto la sua fierezza nell’Aula Magna mentre leggeva in piedi la Lectio Magistralis, che era poi una lezione di dignità.

Una lezione di bella politica l’aveva già data all’Università nel 2003, quando con il Comitato Pari Opportunità l’avevo invitata per un Seminario dal titolo Generazioni diverse: mutamenti a confronto. Come sempre aveva accettato con grande semplicità e continuo imperterrita a ritenere che la semplicità sia il segno delle grandi e dei grandi. Ripropongo qui per augurare buon compleanno insieme a tutte le lettrici e i lettori che vorranno condividere, la sua Lectio Magistralis, davvero Magistralis. Nel mio blog: fiorenzataricone.wordpress sono presenti nel tag Laurea Honoris Causa Marisa Rodano, alcune foto dell’evento.

 

Testo integrale in pdf da leggere, scaricare e stampare, per chi vuole conservarlo, della Lectio Magistralis Marisa Cinciari Rodano Università Di Cassino

 Scarica da qui

 

 

 

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Quel che resta da fare...

 Che avverrà nel 2021?

 Non c’è dubbio che sia meglio affidarsi a una speranza

Fiorenza Taricone
Dimostrazioni di resilienza 390Il 2021 è visto da molti e molte come l’anno della ricostruzione dopo una guerra. Giustamente, perché molto è andato distrutto nell’anno appena passato, anche se come ho avuto occasione di dire nelle Pillole di resilienza, i brevi video che l’Università di Cassino e Lazio Meridionale ha chiesto ai/alle Docenti come riflessione sulla pandemia partendo dalla propria formazione professionale, non condivido che si tratti di una guerra tradizionale. Dopo neanche un anno, parliamo, infatti, di ricostruzione e di prime dosi di vaccino, indubbiamente per la necessità di una risposta alle economie compromesse; per il virus Hiv, che ha colpito duramente le popolazioni africane e, secondo la vulgata, i sessualmente promiscui come i gay, è andata diversamente. Non credo che i finanziamenti copiosi che sono stati dirottati sul vaccino Covid siano lontanamente paragonabili alla ricerca sull’Hiv, che a un certo punto si è fermata. Probabilmente è stato ritenuto sufficiente un mix di farmaci che allungasse la vita; e del resto, a una parte dei potentati economici come poteva interessare fino in fondo investire su quelli che erano ritenuti depravati contro natura, né tantomeno sulle popolazioni di un continente che di spoliazioni nella sua storia ne ha viste veramente tante? Sulle donne africane cadde addirittura il veto cattolico per gli anticoncezionali, pur sapendo che l’Hiv poteva superare la barriera placentare. I pregiudizi sulla morale sessuale possono certamente indirizzare la ricerca scientifica che vive di committenze e neutra non è. Qualche decennio è passato dalla scoperta del pillolo per uomo, abbandonato per le ricerche di mercato: gli uomini non l’avrebbero mai usato massivamente, perché probabilmente identificato con una perdita di virilità. Se le ideologie hanno prodotto scontri violenti, l’economia non ha fatto di meglio. Pecunia non olet, dicevano i latini, il denaro non ha odore  e ammette qualunque nefandezza.

Se pensiamo a un paragone temporale con l’odierno Covid, le due guerre mondiali sono durate infinitamente di più, pur considerando che gli effetti della pandemia si protrarranno: 1915-1918 la prima, e dal 1940 in poi l’entrata in guerra dell’Italia. Dicevo nelle Pillole di resilienza che, mentre chi ha sofferto la seconda guerra mondiale ricorda fra le prime cose la fame sofferta, i nostri supermercati sono rimasti aperti anche quando quasi tutto era chiuso; vero che intorno a noi ci accompagna da tempo una realtà irreale e le vie, piazze, luoghi di ritrovo, e molto altro è desolatamente vuoto, ma intatto. In guerra, il rumore consueto era quello delle bombe, delle armi, dei bombardamenti; il dopo è stato il conteggio di quello che era rimasto in piedi. Difficile dimenticare a Cassino, anche per chi come me lavora all’Università, ma è romana da sempre, il quadro delle macerie lasciato dalla guerra. Ma spingendo lo sguardo anche molto più lontano, le macerie che i sovietici stessi mettevano sul cammino dei tedeschi come strenua resistenza che ha salvato l’Europa, dimenticata con disinvoltura per sottolineare solo i crimini staliniani, l’invasione dell’Ungheria, i danni del totalitarismo che alla fine è stato equiparato al nazismo che loro stessi avevano fermato.

E poiché la guerra, da chiunque sia stata decisa, per inciso molto raramente dalle donne, visto che le guerre tradizionali sono state votate da Parlamenti di cui il genere femminile ha fatto parte solo recentemente, stabilisce sempre un ordine nuovo, molte donne in settori diversi hanno insistito per un’inversione di rotta visto che il cambiamento sarà inevitabile. Un cambiamento affidato giorno per giorno alle persone, che ne influenzeranno il corso con le loro mentalità, tradizioni, gusti, gesti, abitudini, scelte, comportamenti; in una parola il cambiamento parte dalla cultura che non è necessariamente una laurea, ma predisposizione al sapere unita allo spirito autocritico.

Cultura al primo posto

In risposta a una call for papers di Letture Lente, a cura di Flavia Barca, Elisa Manna, Responsabile del Centro Studi Caritas di Roma era intervenuta per immaginare nel futuro un riequilibrio di genere nei e attraverso i settori culturali e ricreativi. Il ragionamento, scrive, semplice e condiviso da molte è questo: visto che la globalizzazione è stata gestita poco e male e il modello di sviluppo che ne consegue ha chiaramente fallito, non sarà giunto il momento di rimettere in discussione i meccanismo della leadership, della cooptazione della classe dirigente, le dinamiche del potere? E quindi ci facessimo guidare anche dalle donne? Dopotutto Papa Francesco ha detto che peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla. La crescita delle disuguaglianze ha innescato conflittualità non tanto fra gli ultimi, troppo marginali per avere reattività, ma fra i cosiddetti penultimi, cioè quella classe media risucchiata dal Covid. Come dimostra la percentuale di volontari nella Caritas, le donne sono la maggioranza,  e quindi ci si potrebbe affidare a leader più empatici, come le donne appunto, ma per un nuovo modello di sviluppo sono poche. L’interrogativo concreto è in che modo può essere effettivo un maggior contributo di donne nei settori innovativi e culturali per aprire nuovi scenari di sviluppo sostenibile? 

La risposta dell’Autrice è che bisogna agire in maniera diffusa, cambiare la mentalità delle persone, che da diversi decenni in Italia è soggetta all’influenza mediatica. Non è affatto vero, e condivido, che la straripante offerta consenta a ognuno di costruirsi un proprio palinsesto mediatico; pubblicazioni scientifiche come il primo Libro Bianco Media e Minori dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e lo stesso libro di Elisa Manna, Anima e Byte, dimostrano il contrario; i media sono abbondantemente inquinati dalla triade ‘violenza-sesso-denari’ e se l’offerta è abbondante, i valori sono omologati al ribasso.  Poche donne al potere, peraltro, non tutte autonome e amiche del genere femminile, non cambiano la sostanza, il numero abbondante sì. L’industria culturale anche in Italia ha segnato cambiamenti, ma certo le fiction modello americano piene di stereotipi, le pubblicità, la cartellonistica stradale, i cartoons, i videogiochi e la guerra fatta alle poche ideatrici di games, l’evasione a tutti i costi, il patriarcalismo economico, cioè il potere di chi investe, certo non aiutano. Esiste però da molti anni a livello internazionale una vasta produzione di cartoons cosiddetti pro-sociali perché riconosciuti in grado di promuovere atteggiamenti e comportamenti positivi. L’Autrice afferma quindi che le donne hanno un’attitudine profetica che le porta a pre-occuparsi del futuro, quindi del bene comune.

Non c’è dubbio che sia meglio affidarsi a una speranza, e non condividere il presente se pochi mesi fa Serena Maniscalco nella sua lettera a Upim corredata di foto scriveva: Cara Upim, ma davvero ritenete adeguato che le bambine di otto anni debbano andare a scuola con un distintivo al petto di rossetto, labbra dischiuse carnose e sensuali? Qual è il vostro messaggio: molla questa noia e dedicati a quello che fa per te, il makeup? A peggiorare l’effetto, nell’apposito spazio separato espositivo dei grembiuli per maschi, c’era il grembiule con la squadretta e il righello: lui ingegnere, lei bella donna. Per il futuro c’è molto da fare.

 

 

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 Che avverrà nel 2021?

Per Lidia Menapace

DONNE Storia e Futuro

...mi tocca sperimentare quanto non sappiano di lei, di ciò che ha fatto per tutte..

di Fiorenza Taricone
LidiaMenapace 370 minMi sento analfabeta, come una che non ha mai scritto, e che non sa come compensare una perdita così grave; penso solo ad una società capitalista che ha inebetito i giovani facendogli credere che sono quel che hanno e che come sempre mi tocca sperimentare quanto non sappiano di lei, di ciò che ha fatto per tutte, insegnandoci a dissentire con forza; guardo ai guai prodotti da quelli che chiamo i tre fratelli, capitalismo, liberismo e sessismo e mi chiedo quanto impari sia la nostra sfida; i miliardi della Next Europe Generation non basteranno mai a ricostruire le persone dal di dentro.

Nel vuoto che lascia la sua scomparsa fisica, ripenso alle due ultime occasioni in cui ho visto lei e il suo sguardo che continuava a essere gioioso, nonostante l’età, le scelte, le lotte contro la massima delle distruzioni, la guerra. Nel 2016, per i 70 anni dell’Unione Donne in Italia, durante la manifestazione Fare storia, custodire memoria, 1945-2015, grazie all’infaticabile Vittoria Tola, in una delle sale della Camera, guardavo prima di parlare le tre donne sedute al tavolo: Lidia Menapace, Marisa Ombra da poco scomparsa e Marisa Cinciari Rodano. Le guardavo sentendomi onorata della loro pervicacia e della loro eredità. E poiché avrei parlato di lì a breve del primo e secondo associazionismo: i corpi, la casa, la parola, osservavo i corpi, concentrato di tante esperienze, corpi come libri, corpi come casseforti, corpi avari nel cedere sulle convinzioni, ma terribilmente generosi.

Mi ero meravigliata che un corpo così minuto come quello di Lidia avesse affrontato la Resistenza senz’armi, il distacco dal suo primo partito, le lotte femministe, i dissensi rispetto alle parole che non lasciavano ombre dietro di loro. E pochi anni dopo, nel 2018, in un torrido clima estivo, di quelli che consigliano alle persone non più giovani di restare a casa, ecco scendere dal treno dal nord, la stessa figura minuta. Eravamo dirette al Castello dei Conti di Ceccano, nel basso Lazio, in occasione del I Festival di Filosofia in Ciociaria, Restiamo Umani, organizzato da Paola Bucciarelli; una sessione s’intitolava Sebben che siamo donne: storie di donne e della resistenza taciuta. Sono tornata a chiedermi se la coerenza, la convinzione degl’ideali, la lotta per sé e per gli altri, desse felicità. E mi sono riposta che sì, certamente nel caso di Lidia; durante l’incontro ci aveva appunto ricordato che bisogna essere gioiose e godere degli aspetti positivi, come il buon vino, il buon cibo e l’allegria.

E, mi sono ricordata che, allora come ora, pochi parlano dell’aspetto festoso del movimento femminista, ricordano solo quello giustamente rabbioso, oppure lo occultano, come oggi nel servizio della Rete La 7, in cui fra le poche cose ricordate, l’impegno femminista neppure compariva e neanche che sia stata fra le candidate della Presidenza alla Repubblica. Generosa inutilmente? Per noi tutte no, noi la ringraziamo.

 

pubblicato sul Paese delle Donne on line - 7 dicembre 2020

 

 

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1995. La IV Conferenza Mondiale delle donne

DONNE Storie e Futuro

Da Città del Messico a Pechino

di Fiorenza Taricone

pechino 1995 400 min1. 1975-1995: da Città del Messico a Pechino
Firmavo con questo titolo l’articolo pubblicato nel 1995 sul Periodico d’informazione e aggiornamento della Commissione Nazionale Parità, Né più né meno, uscito per pochi numeri. Della Commissione nazionale Parità ho fatto parte dal 1994 al 1996, in anni cruciali per le politiche di pari opportunità e per la politica tutta, come ricordavo nell’ultimo articolo pubblicato su UnoeTre. Tracciavo il percorso che aveva portato alla IV Conferenza Mondiale e le grandi aspettative, misurate in successivi follow-up ogni cinque anni; oggi siamo arrivati a venticinque anni da Pechino e il ricordo è ormai lontano, quasi scolorito. Nell’ultimo anno soprattutto la Cina è ricordata per la pandemia e la sua efficienza nel contrasto al virus.

La Conferenza, non fa mai male ricordarlo, arrivava a conclusione di un percorso organizzato dall’ONU dal 1975, sull’onda del femminismo mondiale, con la prima Conferenza mondiale a Città del Messico. I delegati ufficiali di circa 125 paesi votavano una dichiarazione sull'uguaglianza delle donne e sul loro contributo allo sviluppo e alla pace; nel proclamare il decennio della donna sui temi dell'uguaglianza, sviluppo, pace, fu creato nel 1976 anche un fondo di contributi volontari, per finanziare attività e progetti a favore delle donne. Nel Piano d'azione si riaffermavano concetti di enorme importanza, oggi storicamente datati: lo sviluppo di un paese e la causa stessa della pace esigevano la partecipazione delle donne che dovevano godere dei frutti del progresso economico e sociale su un piano di perfetta uguaglianza con l'uomo; l'Assemblea dell'Onu, oltre a fare espressa richiesta ai governi di favorire l'inserimento delle donne nel mondo politico e decisionale, denunciava problemi ancora largamente irrisolti: l'educazione diversa dei figli in base al sesso, la scelta da parte delle donne di mestieri e attività tradizionalmente femminili, ma contemporaneamente la loro svalutazione alla vita sociale ed economica. Il surmenage delle donne lavoratrici divorava inoltre il tempo libero.

Guardare oggi, retrospettivamente, a Città del Messico, e al suo tasso di femminicidi, è doloroso soprattutto se si pensa a Ciudad Juarez, cittadina messicana al confine con gli Stati Uniti dove dal 1993 centinaia o forse migliaia di ragazze meno che trentenni erano state violentate, torturate, uccise e abbandonate nel deserto; molte erano operaie impiegate nelle maquiladoras, imprese straniere per lo più americane che impiegavano manodopera di confine per il basso costo. Le attiviste americane e le associazioni di madri coinvolte, di cui si era fatta portavoce Marcel Lagarde, femminista, professoressa di Antropologia e Sociologia nella Universidad Nacional Autonoma del Mexico, si erano fatte portavoce delle proteste; sviluppando il concetto teorizzato da Diana Russell, recentemente scomparsa, la prima a definire il femicide come omicidio di una donna in quanto donna da parte di un uomo, Lagarde e le altre avevano denunciato l’indifferenza dello Stato che aveva quasi ignorato l’accaduto, attribuendolo a serial killer, a trafficanti di esseri umani o addirittura al diablo.

Cinque anni dopo, alla conferenza mondiale di Copenaghen del 1980 parteciparono 145 paesi e più di 1000 delegati ufficiali cui spettò il compito di fare un primo bilancio e soprattutto di aver steso la Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, comunemente nota come Cedaw. In 30 articoli furono fissati in forma giuridica e internazionalmente accettata principi e misure diretti a eliminare tutte le discriminazioni contro le donne, ma dato ancora più importante era che le norme vincolavano gli Stati firmatari; in forza di questo, quando la convenzione era ratificata da uno Stato, le leggi nazionali dovevano essere modificate secondo i principi della Convenzione stessa. Molto quindi era sul piatto degli sviluppi futuribili, ma pochi cambiamenti si registravano sul versante quantitativo e rispetto a Città del Messico; le donne erano sempre il 50% della popolazione mondiale adulta, ma rappresentavano un terzo della manodopera ufficiale; coprivano quasi due terzi delle ore di lavoro, ma ricevevano un terzo della rendita mondiale e possedevano meno dell'1% della proprietà mondiale. In compenso, a Copenhagen nel 1980 si riaffermava un importante principio d'azione Onu: la ridefinizione del termine lavoro inteso come partecipazione alla vita attiva, che includeva anche il lavoro non remunerato fatto a casa o nei campi; quasi una constatazione obbligo, visto che nei paesi industrializzati i lavori di casa non retribuiti costituivano il 25-40% del prodotto nazionale lordo. Un calcolo del 1976 stabiliva ad esempio che se una donna americana fosse stata pagata per i servizi che assicurava alla famiglia sarebbe costata 14.500 dollari all'anno. Si riaffermò il principio che la partecipazione femminile costituiva un elemento indispensabile al processo di sviluppo mondiale.

La conferenza mondiale di Nairobi del 1985 segnò un salto di qualità perché rispetto a città del Messico quasi esclusivamente limitata alle delegazioni ufficiali le donne si muovevano in modo più organico. Sono due delle delegazioni ufficiali non comprendevano donne, molte invece riflettevano l'incremento della presenza femminile non solo in paesi come il Giappone, l'India, i paesi socialisti, ma anche il Burundi, il Cameroun, Trinidad, il Senegal, lo Srilanka, lo Zaire, e perfino il sultanato di Oman; inoltre intellettuali, docenti universitari, funzionari, dirigenti di associazione, per un totale di circa 5000 persone, erano presenti alla conferenza ufficiale, e 15.000 al forum delle organizzazioni non governative. Nel Forum si svolgevano quotidianamente più di 100 work-shops, con una straordinaria partecipazione delle donne del terzo mondo e in particolare africane, che stabilivano un nesso evidente fra discriminazione sessuale e rallentamento dello sviluppo economico. Infatti, nonostante il duro lavoro delle donne nei campi, la terra apparteneva e agli uomini e a essi i governi si rivolgevano per fare prestiti, dare consigli, informare sulle nuove tecnologie e sui modi di usarle; le strategie per una effettiva parità, riassunte in 372 paragrafi, furono riunite in un documento approvato all'unanimità e nonostante le raccomandazioni non fossero obbligatorie per i paesi firmatari l’unanimità rappresentava pur sempre per le donne un potere contrattuale. Il divario fra i paesi industrializzati e il terzo mondo è stato uno dei temi portanti di Nairobi e anche di Pechino, tenendo conto che fra i grandi obiettivi del 2000 era previsto l'inserimento attivo nelle nuove tecnologie.

Un volume pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri s’intitolava Pechino 1996 Dichiarazione e programma d’azione adottati dalla quarta Conferenza mondiale sulle donne: azione per l’uguaglianza, lo sviluppo, la pace, con Prefazione della Presidente Livia Turco, che considerava sia la Dichiarazione sia il Programma uno spartiacque nella politica delle donne sul piano istituzionale. Le stesse partecipanti ne parlavano come di un evento tanto straordinario quanto ricco di passione sul piano umano e politico. Il Programma d’Azione ruotava attorno a tre concetti chiave: genere e differenza, empowerment, mainstreaming. Per il primo le politiche avrebbero dovuto mettere al centro la reale condizione di vita delle donne e degli uomini, molto diseguale. Per il secondo concetto, elaborato dalle donne del cosiddetto sud del mondo, era necessario attribuire potere e responsabilità alle donne, il che implicava anche il rafforzamento della propria autostima; il terzo termine era uncarta mondiale dei diritti delle donne 400 min sostantivo di difficile traduzione letterale, ma di fatto proponeva di inserire una prospettiva di genere, il punto di vista delle donne, in ogni scelta politica, programmazione e azione di governo. La Commissione Nazionale assumeva come terreno di lavoro il Programma d’azione in buona compagnia dei Governi partecipanti alla Conferenza, che ascoltando la voce delle donne di tutto il mondo, riconoscendone la diversità e constatando che l’aumento della povertà affliggeva in particolare donne e bambini, riaffermava il suo impegno per realizzare l’uguaglianza dei diritti e l’intrinseca dignità umana di donne e uomini; con questi intenti aderiva ai principi consacrati dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione per le donne, dalla Convenzione sui diritti del bambino, dalla Dichiarazione sulla eliminazione della violenza contro le donne e infine dalla Dichiarazione sul diritto allo sviluppo. I Governi si dicevano determinati a garantire il pieno esercizio da parte delle donne e delle bambine di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali, adottando misure efficaci contro le violazioni, adottando tutte le misure necessarie per rimuovere gli ostacoli e incoraggiando anche gli uomini a partecipare alle iniziative per la parità.

In questo cammino le iniziative concrete per la pace erano essenziali perché fondamentale era stato il ruolo svolto dalle donne nei movimenti pacifisti; l’obiettivo era un disarmo generale e completo, sotto il controllo internazionale, e un trattato universale, multilaterale e verificabile, per la proibizione degli esperimenti nucleari. Erano nominate spesso accanto al sostantivo donne, le bambine, una delle conquiste più preziose della Conferenza di Pechino; finalmente i bambini venivano distinti dalle bambine, il cui genere di appartenenza costruiva destini diversificati. Pertanto, concludeva il documento, adottiamo e ci impegniamo come Governi a tradurre nei fatti il Programma d’azione, chiedendo al sistema delle Nazioni Unite, alle istituzioni finanziarie regionali e internazionali alle istituzioni regionali e internazionali, a tutte le donne e uomini, così come alle organizzazioni non governative nel pieno rispetto della loro autonomia e a tutti i settori della società civile di sottoscrivere risolutamente e senza restrizioni il Programma d’azione, di partecipare alla sua realizzazione in collaborazione con i Governi(pp.3-8).

Nell’anno di Pechino, 185 erano i Paesi membri dell’Onu, (attualmente sono 193), più 15 organizzazioni internazionali e tre Stati osservatori: Palestina,Santa Sede, e Svizzera. La Seduta inaugurale e quella di chiusura si erano svolte nell’Assemblea del Popolo, le sedute ordinarie al Centro dei Congressi nei pressi del Villaggio Olimpico; la sede del Forum delle ONG, organizzazioni non governative come associazioni private, nazionali o internazionali, o gruppi d’individui con finalità economiche, politiche, culturali, umanitarie, scientifiche, (tutte vivaci e spesso guardate con preoccupazione), era ad Hairou, un villaggio isolato, a 53 km. dalla Conferenza e ancora di più dalla piazza Tienanmen; il Forum ha avuto due obiettivi, esercitare la propria influenza sulla piattaforma e far emergere le idee e le strategie delle donne per il mondo del 21º secolo, sintetizzati nella frase che ha rappresentato un po’ lo slogan di Pechino: Guardare il mondo con occhi di donna. Ben 300 ONG erano state escluse nella preselezione, in gran parte su pressioni del Governo cinese e della Santa Sede. Erano espressamente vietati dal governo cinese il proselitismo religioso, l’introduzione d’immagini sacre ed erotiche, di frutti e di vegetali. Le Delegazioni ufficiali erano composte in media da 40 persone, e tra Conferenza e Forum delle Organizzazioni non governative erano state previste dalle 30.000 alle 500.000 persone. I media erano rappresentati da 3200 operatori e più di 4000 giornalisti provenienti da 124 paesi. Avevano a disposizione più di 3000 mq. come postazioni. La Commissione Nazionale Parità portava in Cina testi editati dalla Commissione stessa, oggi quasi introvabili se non nelle Biblioteche, Archivi, Centri di documentazione e che sono invece di estremo interesse anche per misurare il senso e la qualità dei cambiamenti. I testi erano: Codice Donna, Tempi diversi(l’uso del tempo di uomini e donne in Italia, La donna dei media, Arcobaleno Guida ai diritti delle donne straniere in Italia(tradotto per l’occasione anche in arabo), Elettrici ed elette, storia , testimonianze, riflessioni a cinquant’anni dal voto alle donne e il Rapporto italiano alla Conferenza Mondiale di Pechino.

 

confernzamondialedelledonne 400 min

 

2. Pechino +5
Agli inizi del nuovo millennio la Commissione Nazionale Parità pubblicava I diritti delle donne sono diritti umani. La Conferenza mondiale di Pechino del 1995 e il Pechino +5, con la collaborazione dell’Aidos Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, presente anche a Pechino. L’interrogativo era: quanti degli impegni presi in quella sede erano stati portati avanti? ma anche rilanciare la Piattaforma di azione del ‘95. Alla 23a Sessione speciale dell’Assemblea Generale dell’ONU Donne 2000. Uguaglianza di genere, sviluppo e pace per il 21° secolo (New York 5-10 giugno 2000), nota informalmente come Pechino+5, i Governi ribadivano il proprio impegno nei confronti della IV Conferenza mondiale sulle donne del 1995, ma accanto ai significativi progressi i/le delegati/e ammettevano la presenza di ostacoli considerevoli. La sessione speciale aveva convenuto che la disuguaglianza economica tra uomini e donne si era accentuata e la globalizzazione aveva certamente offerto ad alcune donne opportunità economiche migliori, ma aveva anche ulteriormente emarginato altre donne.

Le principali raccomandazioni si riferivano al fatto che bisognava incrementare le iniziative per la partecipazione femminile alle decisioni in materia di politica economica, attività per lo sviluppo, prevenzione e soluzione dei conflitti; occorreva anche aumentare l'alfabetizzazione degli adulti del 50% entro il 2015 e fornire l'istruzione elementare obbligatoria gratuita di ragazzi e ragazze, affrontando nei programmi di studio il tema degli stereotipi di genere, considerati come una delle cause della segregazione nel mondo del lavoro; c'era bisogno di provvedimenti legislativi più energici contro tutte le forme di violenza domestica, fra cui lo stupro degli abusi sessuali coniugali, poiché la violenza contro donne e ragazze era una violazione dei diritti umani; c'era bisogno di leggi e programmi educativi per sradicare politiche tradizionali nocive come le mutilazioni genitali, i matrimoni precoci e forzati, i delitti d'onore, lo sfruttamento commerciale del sesso, la tratta di donne e bambine, l’infanticidio delle bambine, i crimini di origini razziale, e le violenze dovute a questioni di dote; pur essendo cresciuta l'attenzione per la salute sessuale e riproduttiva delle donne era ancora alta la mortalità e morbilità materna; tra le varie priorità sanitarie erano sottolineate la prevenzione delle gravidanze indesiderate, la diagnosi e cura del cancro della mammella, dell'utero, delle ovaie, dell'osteoporosi e delle malattie a trasmissione sessuale; non erano ancora state completamente attuate le raccomandazioni della Piattaforma d'azione che impegnava i governi a fare fronte alle conseguenze degli aborti a rischio come priorità per il servizio sanitario pubblico, e a ridurre il ricorso all'aborto attraverso i servizi di pianificazione familiare ancora insufficienti; carenti erano i programmi educativi per consentire agli e alle adolescenti di affrontare in maniera positiva la propria sessualità, ma anche gli uomini dovevano essere incoraggiati ad adottare un comportamento sessuale e riproduttivo responsabile, dotandoli di strumenti concreti per prevenire le gravidanze indesiderate e le malattie a trasmissione sessuale, tra queste l'HIV/Aids. Infine, tutti avrebbero dovuto avere accesso universale e paritario per tutto l'arco della vita ai servizi pubblici essenziali per la salute, vale a dire acqua potabile, servizi igienici, nutrizione, sicurezza alimentare e programmi di educazione sanitaria.

Di quinquennio in quinquennio, da Pechino in poi, siamo ancora più facilitati con il Web ad avere una visione globale della condizione femminile, ma l'informazione non garantisce di per sé la formulazione di politiche risolutive. Si è verificato dagli anni ‘90 in poi un paradosso non privo di pericolosità: mentre la politica si è degradata come significatività nell'orizzonte comune, si è invece ingigantito il suo potenziale ruolo nella percezione, discussione, formulazione e applicazione di leggi nate dal confronto tra istituzioni e associazioni, cioè il modello della IV Conferenza mondiale di Pechino.

 

Articolo di Fiorenza Taricone scritto per UNOeTRE.it e per CiessMagazine, giornale delle Sardine Creative

 

 

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La storia esige rispetto e approfondimento

DONNE Storie e Futuro

Certa faciloneria va oltre il dilettantismo per approdare, anche non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

di Fiorenza Taricone
Donne e lavoro ingiustizie e ritardìculturaledellasocietà min"Fare storia e non raccontare storie" hanno titolato recentemente Angelino Loffredi e Lucia Fabi un articolo su UNOeTRE.it a proposito dei treni della felicità che partivano da Cassino, mettendo in guardia da una certa faciloneria che va oltre il dilettantismo per approdare, magari non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

Per altri versi, ma comunque collegato, è il mio intervento sulla cosiddetta questione femminile, un settore di studi e di approfondimento talmente vasto da esigere anni di studio e il soppesare ogni parola quando a essa ci si riferisce, nel passato e nel presente. Una lotta, quella di una diversa formazione a tutti i livelli scolastici e nelle Università, ancora lontana dall’essersi conclusa e della quale sono stata e sono protagonista diretta. La cultura è stata una delle armi più formidabili ed elitarie per conservare il potere, ad escludendum naturalmente, perché chi più sa, manipola facilmente e chi meno sa, raccoglie le briciole di quanto viene lasciato passare. Qualunque nome di donna racchiude ieri e oggi un mondo di cui sappiamo ancora poco e dunque va trattato senza presunzione di sapere, anzi informandosi sui tentativi di svecchiamento che testardamente sono stati fatti in Italia. Seguendo la pratica femminista del partire da sé e dell’insegnamento dell’antifascista Gaetano Salvemini, per cui non si può essere imparziali, ma solo intellettualmente onesti, rappresentando ciascuno una parzialità che va dichiarata, parto dalle mie esperienze, che valgono non in quanto mie, ma come tessere di un mosaico. Il tentativo di modernizzare la cultura rendendola finalmente democratica e duale, con gl’insegnamenti relativi alle relazioni fra i generi, segnano il passo, e rappresentando un problema anche politico, viene facile la domanda cui prodest, a chi giova? Non alle e ai giovani naturalmente.

La sottoscritta ha fatto parte, con alcune Colleghe di Atenei italiani negli anni Novanta, del Cisdoss (Centro Interuniversitario per gli studi sulle donne nella storia e nella società), frutto di una Convenzione fra l’Università di Cassino e Sapienza, per un progetto d’istituzionalizzazione di discipline di genere. Il progetto era nato dopo il risultato di un censimento fatto sugli studi di genere nei paesi della Cee, la cosiddetta banca dati Grace, nel quadro del programma d’azione della Comunità europea per le pari opportunità nel campo dell’istruzione già dagli anni Settanta. Per l’Italia, dopo un primo censimento nel 1989, si era proceduto a un definitivo aggiornamento nel 1993. Degli oltre 400 questionari spediti a Rettori e Presidi di Facoltà, e alle studiose, meno della metà era stato rispedito. Per l’Italia, nell’ottobre del 1993 una copia della banca Dati Grace era stata affidata al Cisdoss per l’aggiornamento.

Il Centro sottolineava che continuare a ignorare l’esistenza di questi nuovi settori di ricerca significava aumentare la distanza fra l’Università e le culture emergenti della società, farne un luogo di trasmissione di nozioni obsolete, invece che il centro istituzionale della trasmissione di nuovi saperi. La richiesta di inserire allora nelle Facoltà di Lettere la Storia dell’istruzione femminile e la Storia dell’associazionismo femminile fu respinta dal Consiglio Universitario Nazionale, (Cun, Prot. 583 del 5 aprile 1989). Nulla era seguito poi al Piano nazionale triennale elaborato dal Comitato nazionale per le pari opportunità del Ministero della Pubblica Istruzione(1993-1995), per le pari opportunità nel sistema scolastico e l’aggiornamento dei Docenti. In qualche Università erano nate Cattedre specifiche di Storia delle donne, in altre l’insegnamento di Pensiero politico e questione femminile, come in quella dove insegno; sulla reale comprensione della portata culturale di parte dei Colleghi e Colleghe avrei molto da dire, ma mi riservo di farlo in altra sede. Sotto l’ombrello della Storia Contemporanea poi vari insegnamenti sono stati attivati, nella veste di contratti, affidamenti, libere docenze, ma da qui a parlare d’istituzionalizzazione come presa in carico da parte delle istituzioni di un ammodernamento dei saperi, ce ne corre. Il misto di misoginia e spartizione delle risorse, unito alla conflittualità delle stesse studiose ha fatto il resto. La penuria di donne nei posti di potere delle Università non le mette certo in condizioni di farsi valere, piuttosto di cercare accomodamenti onorevoli. Questo non vale naturalmente solo per i cosiddetti studi di genere, ma ad esempio per gli studi sulla nascita della Comunità Europea. Un percorso politico dell’idea d’Europa, con buona pace del Manifesto di Ventotene, nei libri di testo delle scuole superiori e in molti curricula universitari, manca. Ogni anno, all’inizio dei corsi, da molto tempo, mi chiedo quindi come, quando e perché, tranne per uno sforzo di aggiornamento personale costante, uomini e donne, ragazze e ragazzi dovrebbero essere al corrente di queste tematiche, che pure sono nel cuore della modernità. E arrivo sempre alla stessa conclusione: si ledono diritti democratici alla conoscenza e si rendono i giovani meno robusti nella consapevolezza di una cittadinanza europea costruita sui pilastri delle pari opportunità, non discriminazione, equality gender.

Su come viene raccolto il bisogno di storia, la politica istituzionale e governativa ha una sua precisa responsabilità. I programmi delle scuole superiori anziché prevedere una maggiore didattica per comprendere finalmente la contemporaneità, si sono in realtà contratti; disattenzione pericolosa perché notoriamente il pubblico più giovane diserta la televisione, e quindi non s’interessa generalmente ai programmi dedicati alla storia; per l’Università, si è già detto, ma vale la pena aggiungere che i risparmi derivanti dalla discutibile riforma universitaria legge n. 240/2010, nota come riforma Gelmini, (sulla quale ho espresso in varie sedi le mie contrarietà), incrementando la ricerca e l’innovazione, non si sono visti; si è vista invece la scomparsa di alcuni dottorati in studi di genere, meno accademicamente competitivi. Questo ha voluto dire penuria di fondi per la ricerca e impossibilità di dare un futuro accademico a tante giovani capaci. Il bisogno di studiare il passato, anche prossimo, è quindi legato, neanche a dirlo, a fondi strutturali specifici; se la storia come tutti noi, è politica, la politica per la storia non ha fatto altro che darla per spacciata, a favore dell’eterno presente del web. Pur volendo prendere per buona l’idea che il revisionismo sia inconsapevole, l’ignoranza in materia ha giocato un ruolo fondamentale.

Tutti o quasi sembrano essere d’accordo che la lotta agli stereotipi si combatte con la cultura, ma dagli anni Novanta, neidonne manifestazione liberazione della violenza min decenni che seguono il cosiddetto femminismo diffuso degli anni Ottanta è evidente una contrapposizione fra i progressi della condizione femminile e la persistenza degli stereotipi; la batuta d’arresto deriva anche e soprattutto da una mancata alfabetizzazione di genere in tutti i livelli d’istruzione e da una classe politica oscillante nei suoi propositi. Chi racconta e dibatte con agli studenti la storia degli ultimi venti anni, che li metterebbe in condizione di capire meglio l’oggi? Se, come è vero, la pandemia si combatte con la conoscenza, perché per costruire il futuro la conoscenza di ciò che è appena passato non sarebbe utile? I progressi sono lenti come i movimenti delle tartarughe: solo nel 1990, venti anni fa, lo stesso periodo di durata dello sciagurato regime fascista, per la prima volta nel contratto di lavoro dei metalmeccanici è stato introdotto il concetto di molestie sessuali. Viene modificato l’art. 18, quello che regolava in modo asessuato i rapporti nelle aziende; le molestie sono considerate una violazione del diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che un abuso di potere quando sono praticare da un superiore, ma per le grandi aziende restano un tabù. Il concetto di molestie, che si affaccia grazie all’azione di sensibilizzazione europea tramite i Codici di condotta e una Guida pratica per combatterle da parte della Commissione delle Comunità europee, è quasi contemporaneo alla legge sulle Azioni positive del 1991, n.125; le donne italiane sono diventate molto più preparate rispetto al decennio precedente; nelle Università c’è già stato il sorpasso, le laureate sono state il 50,02% dei laureati. Per l’Istat, le donne titolari d’impresa erano circa un milione, poco meno di un quarto del totale, e governavano complessivamente 3 milioni di dipendenti di cui 1,2 milioni uomini. Claudia Matta, entrata giovanissima nell’azienda del padre, la Carrara e Matta, è stata la prima donna a far parte della commissione confederale della Confindustria e Ada Grecchi diventa vice Direttrice generale dell’Enel; Per tentare di svecchiare la cultura, ha presieduto la Commissione ad hoc dell’ente ed è stata anche vice presidente della Commissione Parità presso la Presidenza del Consiglio.

I passi che si fanno per modificare l’immaginario collettivo sono seriamente messi a rischio dal successo delle televisioni commerciali e dei siti sul web espressamente dedicati alla pornografia, un vero stupro dell’immagine femminile. Nel ’91, lo Sportello Immagine della Commissione nazionale Parità invita a segnalare l’uso gratuito e offensivo della donna nella comunicazione, e sui tavoli si riversano centinaia di lettere, pagine strappate dai giornali e cassette registrate dalle tv; appare chiaro già da allora quello che sarà evidente nel video documentario Il corpo delle donne nato da un’idea non solo di una donna, Lorella Zanardo, ma anche di un uomo Marco Malfi Chindemi. Il corpo femminile appare quasi sempre mostrato a pezzi nelle trasmissioni delle Tv pubbliche e private, in prima serata. Spesso ho mostrato a lezione e nei Master il documentario, chiaro e doloroso anche nell’immagine finale: ganci di macelleria dove sono appesi quarti di carne, tranne un sedere femminile dove una mano maschile, mentre la ruota gira, appone un marchio.

La politica si mostra disattenta alle modifiche del rapporto fra i generi e colpito al cuore dalla corruzione; il ’92 è l’anno d’inizio di Tangentopoli, che però vede pochi casi di corruzione femminile; nello stesso anno Giovanni Falcone viene ucciso assieme alla scorta; la moglie, Francesca Morvillo, giudice minorile del Tribunale di Palermo, aveva accettato una vita blindata e perfino la reclusione volontaria nell’Asinara per il maxi processo di Palermo. Ma le donne in Parlamento, XI legislatura, sono diminuite, solo 82 su 955; si prevedono quote per uomini e donne con l’introduzione del sistema maggioritario, ma non tutte sono d’accordo; lo slogan era: le donne non sono panda. Nel 1992 il tasso di maternità delle italiane inizia a essere il più basso d’Europa, segno evidente di scarsa attenzione verso le politiche di conciliazione e la Chiesa, tranne rari casi, condanna la limitazione delle nascite, e l’aborto perfino per le donne stuprate in Bosnia. Il sociale sopravanza il politico: nove coppie omosessuali celebrano per finta a Milano il matrimonio, un’ostetrica modenese diventa mamma a 61 anni, arrivano le prime aspiranti donne soldato; la leva volontaria per entrambi arriverà nel 2000; il Sinodo anglicano stabilisce che dal ’94 le donne possono diventare vescovi.

Nel ’94 Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega Nord conquistano la maggioranza, e lanciano in politica le donne, con strategie mediatiche di grande impatto, ma le elette sono solo il 14% in Forza Italia e Lega, il 5% in Alleanza nazionale. Nelle professioni qualificate, frutto di studio e competenze, le donne ottengono qualche risultato: nell’Associazione Nazionale Magistrati Elena Paciotti diventa la prima donna Presidente, fino al ‘99, quando diventa europarlamentare per i DS. Nei posti di rilievo, sarà la prima volta di Letizia Moratti, come Presidente Rai, di Rosa Russo Jervolino come segretaria del Partito Popolare, e di Emma Bonino come Commissario europeo per i diritti umani. Ma nel ’95, la Corte Costituzionale abroga come incostituzionale la norma antidiscriminazione che prevede che nessun sesso possa superare i due terzi nelle liste elettorali; continuano a crescere gli stupri, come molti altri maltrattamenti, ad opera dei cosiddetti insospettabili del ceto medio-alto. Nel maggio, 67 parlamentari di ogni colore politico convocano una conferenza stampa per annunciare di aver messo a punto una proposta di legge sulla violenza sessuale, relatrice Alessandra Mussolini, che sarà a settembre approvata dalla Camera, con il n.66, dopo 20 anni dalle prime raccolte di firme grazie ai movimenti femministi; gli stupratori possono però usufruire del patteggiamento e non arrivare al processo. L’élite femminile rimane sempre un’élite: Fernanda Contri ha un seggio alla Corte Costituzionale, Emma Marcegaglia è eletta Presidente dei giovani industriali. Nel ‘95, trova attuazione la legge n.215 del 1992, sulle Azioni positive per l’imprenditoria femminile, ma la disoccupazione femminile è al 60% soprattutto al Sud, percentuale che oggi non possiamo certo dire migliorata.

Nel 1998, il Cnel fornisce per la prima volta una mappa del “potere femminile”: in Parlamento siede solo il 10% di donne, nelle aziende private con più di 500 dipendenti, le dirigenti sono il 3%, in quelle medie non arrivano al 5. In campo giornalistico, tra tutti i direttori di quotidiani, c’è una sola donna, Sandra Bonsanti, al Tirreno. Un’oasi è il Ministero dei Beni Culturali, dove le dirigenti sono più della metà, ma la caratteristica della super manager è quella di aver rinunciato alla vita familiare, le donne con grado di dirigente più del 30% non ha figli. Nel ‘96 le donne continuano ad arretrare, proprio nel 50° del voto alle donne, perché non c’è nessuna legge sul riequilibrio della rappresentanza. Inoltre, esaminando la presenza nelle reti televisive, è concentrata soprattutto nelle tribune politiche, le meno seguite perché più noiose e assenti dai talk show e telegiornali, più appetibili. Continuano gli attacchi alla legge sull’aborto, che la Chiesa definisce omicidio, in base alla tesi che ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento, riaprendo di fatto un dissidio fra fede e scienza, soprattutto in relazione alla bioetica. Sempre più coppie ricorrono alle tecniche riproduttive, (cosiddette TRA Tecniche di riproduzione assistita), in Internet sono in vendita ovuli e semi di ragazzi e ragazze. I tentativi di arrivare a una legge che consenta la fecondazione eterologa, quella che è stata approvata di recente, sono inutili. Il fronte cattolico vieta la fecondazione eterologa, cioè fatta con seme diverso da quello del marito, esclude le donne non sposate e stabilisce l’adottabilità degli embrioni. Ancora nel 2004, la Legge 19 febbraio 2004, n. 40“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, suscita proteste e dibattiti e induce molte coppie e singoli a recarsi all’estero per avere un figlio. Ma se oggi assistiamo al cimitero dei feti e al nome e cognome di una donna sbattuta sui media, che passi abbiamo fatto? Il 1996 viene ahimé ricordato anche per la tristemente famosa sentenza dei jeans da parte della Cassazione, che proscioglie l’istruttore di una scuola guida di Potenza accusato di stupro da un’allieva perché la ragazza non avrebbe potuto togliere i jeans molto aderenti senza essere stata consenziente.

Il governo D’Alema nel 1998 è definito rosa per il numero di presenze femminili mai raggiunto in Italia, sei Ministre, con dieci sottosegretarie. Nasce anche il Comitato Emma Bonino for President. In questi anni si discute del velo e delle mutilazioni femminili, praticate in 28 paesi. E’ approvata la legge n.269 contro lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la pornografia, con pene severe che però non colpiscono in modo sufficiente le forme più domestiche di pedofilia. Entra lentamente la consapevolezza che la famiglia sia luogo di violenze, abusi e sopraffazioni. Con la legge n.448, si prevede un assegno di maternità per le cittadine italiane residenti non lavoratrici, mentre quella n.476 prevede anche per i genitori adottivi il congedo per maternità. Ma è tutta la famiglia che cambia volto: per l’Istat ci sono 265.000 libere unioni, 385.000 famiglie ricostruite, 667.000 mono genitoriali per la grande maggioranza donne, separate, divorziate, o nubili. Sono le nuove famiglie, pari al 16,6 % delle famiglie italiane, ma non esiste una politica sociale per le madri sole, né nuove leggi per tutelare le unioni di fatto.

Nel 1999 vede la luce l’Euro, ma le donne elette alle elezioni europee del 13 giugno arretrano dal 12 all’11%, fanalino di coda dell’Europa. Il numero delle italiane che lavorano aumenta. Su 100 nuovi occupati, 85 sono state donne e aumentano anche nelle professioni maschili: le ingegnere sono raddoppiate, anche se sono meno del 5% del totale. Nella professione medica il 30% della categoria è femminilizzato, ma l’Europa ammonisce l’Italia per l’enorme disparità fra i sessi; per le casalinghe è approvata una polizza anti infortuni. Nel 2001 il Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 “Testo Unico delle disposizioni legislative, in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, raccoglie tutta la materia. Vengono sistematizzate le norme vigenti sulla salute della lavoratrice, sui congedi di maternità, paternità e parentali, sui riposi e permessi, sull’assistenza ai figli malati, sul lavoro stagionale e temporaneo, a domicilio e domestico, le norme di cui usufruiscono le lavoratrici autonome e le libere professioniste. Nel 2003, la Legge costituzionale n. 1 chiamata “Modifica dell’art. 51 della Costituzione” modifica l’art. 51 della Costituzione «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») con l’aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini. L’anno successivo con la legge n. 90, “Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell’anno 2004”, l’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati. Negli anni più recenti, le contraddizioni della condizione femminile, si acuiscono nell’occupazione e nei rapporti affettivi. La legge del 17 ottobre 2007, n. 188 contro le dimissioni in bianco, viene abrogata a pochi mesi dalla sua entrata in vigore dall’art.39, comma 10, lettera E del DL 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazione dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (Governo Berlusconi). Il cosiddetto femminicidio diventa ormai un reato quotidiano, e il neo-femminismo che nella sua vulgata più superficiale era stato accusato di comportamenti aggressivi e offensivi verso il sesso maschile, si trova a dover fronteggiare l’inverso: i fenomeni di violenza domestica, di tentati omicidi, e di omicidi-suicidi sempre più frequentemente. Nel 2009, la legge del 23 aprile 2009, n. 38, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” tenta di arginare un fenomeno le cui radici sono però profondamente culturali, che rivela anche come la rimozione degli stereotipi sessuali sia stata superficiale.

A livello molto più elitario, la legge 12 luglio 2011, n. 120 “Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 concernente la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati”, conosciuta come la legge Golfo-Mosca dal nome delle sue proponenti, cambia pagina nella presenza femminile delle società quotate in Borsa. Dopo più di settant’anni dal primo ingresso di una donna, (solo nel 2007 era stata superata la soglia del 5%): si è oltrepassato il 17% (dati di Paola Profeta, Università Bocconi). La legge provoca un trend positivo tuttora in atto; il dato positivo della legge è stato anche quello di avviare una riflessione sullo stesso ruolo dei Cda, sulle competenze. Si valutano i curricula delle donne come quelli degli uomini, e anche se non lo fanno tutti, il dibattito si è messo in moto. Gli studi, d’altronde, sono ormai unanimi nel dire che esiste una relazione positiva tra presenza femminile ai vertici e risultati aziendali. Il vero punto debole resta il lavoro femminile, allora, come ora, continua ad avere nel Sud tassi di occupazione bassissimi, mentre a partire dal 2000 in Europa si è ridotto il gap tra uomini e donne come partecipazione al lavoro, in particolare nel sud Europa e soprattutto in Spagna (dati PwC-Women in Work Index). Eppure Goldman Sachs, insieme a altri economisti, aveva calcolato che la parità di genere avrebbe portato un aumento del Pil in Italia del 22%.

 

 

 

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Lesbismo, omosessualità, quanta ignoranza!

Donne, storie e futuro, di Fiorenza Taricone

Due vicende gravissime, a nord come a sud

di Fiorenza Taricone
Maria PaolaDue vicende gravissime, a nord come a sud, si sono susseguite in questo mese di settembre: a Caivano (Napoli), l’inseguimento da parte di Michele Antonio Gaglione della sorella Maria Paola a bordo di uno scooter insieme al suo fidanzato, originariamente donna e futuro convivente Ciro Migliore, finito tragicamente con la morte di Maria Paola, ventenne, speronata dal fratello; a Padova il pestaggio in pieno centro di una coppia di gay. La morte di una ventenne è talmente tragica che nulla si può dire se non essere addolorati, ma sul linguaggio e l’ignoranza certamente sì, un linguaggio offensivo che di solito, anche nelle violenze domestiche e nei femminicidi, precede spesso l’atto violento. Il fratello omicida, anche senza intenzionalità, voleva salvarla da chi l’aveva “infettata”; gli aggressori padovani, ragazzi e ragazze, hanno esibito il solito repertorio omofobo, e poteva finire molto peggio. Marlon Landolfo, 21 anni, e Mattias Zouta, 26, camminavano mano nella mano e quando si sono avvicinati per scambiarsi un bacio un gruppo formato da quattro ragazzi e due ragazze si è avvicinato alla coppia e ha cominciato a picchiare. Un amico che ha tentato di difenderli ha dovuto suturare una ferita sulla testa. Quello che c’è di nuovo rispetto al silenzio conformista che ha contrassegnato la storia di questo Paese per decenni, è che sia il giovane ferito che la coppia hanno denunciato l’accaduto e grazie al web hanno raccontato in un video diffuso sui social.

La cronaca, benemerita dell’informazione, ha purtroppo per chi scrive l’evidente limite di non indugiare in successivi approfondimenti, e questo sarebbe poco male se non fosse spesso considerata esaustiva; abbiamo avuto notizie aggiornate eMarlonLandolfo MattiasZouta vittime di aggressione omofoba370 min basta così. Riflessioni e conoscenza del passato forse rappresentano una deviazione professionale per chi come me fa questo lavoro, ma restano al di là di tutto una necessità per chi non vuole restare troppo in superficie. L’omosessualità, il diverso sessualmente, non solo hanno una storia basata sul disconoscimento e sulla repressione, ma profondamente diversa rispetto ai due sessi e mai uguale attraverso i secoli; attualmente vedo minacciata un’auspicata modifica di mentalità da un trionfo più che ventennale della violenza sessista e del machismo, condiviso anche da un certo numero di donne; si veda la mancata indignazione collettiva rispetto alle affermazioni salviniane, “omo de panza omo de sostanza”, che forse neanche un gerarca fascista avrebbe pronunciato. Purtroppo gli uomini di potere possono ancora decidere delle carriere femminili e le critiche femministe ai modelli patriarcali non sono entrati sufficientemente nelle mentalità e culture collettive.

In genere faccio una differenza fra pregiudizio e stereotipo, termini spesso usati come sinonimi nella lotta italiana ed europea a forme antiquate di mentalità. Mentre il primo si riferisce alla consapevolezza razionale di dover controllare un giudizio non mediato dalla ragione, il secondo affonda le radici nelle profondità degli esseri umani, attiene all’inconscio e agli archetipi millenari. Ergo, è molto più difficile rimuoverlo, e la conoscenza dell’eredità della storia è indispensabile. Poiché, almeno fino all’Illuminismo, la morale personale e collettiva s’identificava con le norme religiose, e non con una morale laica, la Chiesa ha dettato leggi e regole comportamentali. Già dalla Controriforma Benedetto XIII aveva aggiunto alle decisioni del Concilio di Trento altri capi d’imputazione per precisare il confine fra eresia e ortodossia; adulterio, incesto e concubinaggio. Nicola V, bestemmia, sacrilegio e sodomia; Bonifacio VIII negromanzia, stregoneria, bestemmia, insulto e resistenza al Sant’Ufficio. E’ già evidente che il peccato da inquisire si riferisse agli uomini, perché di omosessualità femminile si tarderà a parlare, peccato minore per la superflua dimensione del piacere della sessualità femminile, unicamente destinata alla procreazione. Ancora nel dizionario della lingua italiana Palazzi, negli anni Sessanta, su cui si sono formate tante generazioni, non compariva omosessualità femminile, ma tribadismo inteso come forma di perversione femminile che induceva all’accoppiamento fra due donne, naturalmente patologico; convinzione che evidentemente ha resistito benissimo se si pensa all’aggettivo “infettata” usato dal fratello di Maria Paola Gaglione. Anzi, infettata doppiamente perché in questo caso la persona amata da Maria Paola era in via di cambiamento di sesso.

Certamente a una parte del neofemminismo degli anni Settanta in Italia spetta il merito di aver sollevato con una certa forza il problema di un’eterosessualità normativa riservata alle donne. La sola sessualità accettata era quella all’interno del sacramento matrimoniale, destinata alla riproduzione, protetta dalle leggi, basata sulla trasmissione educativa e socialmente premiata, a discapito della maternità illegittima e di altre scelte, anche del nubilato che rappresentava il rifiuto della sessualità tradizionale. L’eterosessualità normativa era finalizzata chiaramente alla conservazione del potere maschile nelle famiglie, con l’esclusivo cognome paterno ai figli e la patria potestas, cessata solo nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia, nonché alla divisione delle donne fra loro, obbedendo ognuna separatamente ai ruoli di figlia, moglie, madre.

Il fatto che il lesbismo venisse raramente chiamato con il suo nome non significa che l’omosessualità femminile non fosse esistita, ma solo variamente sanzionata. Non lo era, sembra, presso i babilonesi nel IV secolo avanti Cristo, perché si parla dell’esistenza dell’amore di una donna verso un’altra donna come di un comportamento amoroso non soggetto a sanzioni.
I greci e i romani, come ha scritto Eva Cantarella, al di là delle profonde differenze fra le due culture, vivevano i rapporti fra uomini in modo molto diverso da quello in cui li vivono coloro che fanno oggi una scelta di tipo omosessuale: per i greci e per i romani infatti, sempre salvo eccezioni, l’omosessualità non era una scelta esclusiva. Amare un altro uomo non era un’opzione fuori della norma, diversa, in qualche modo deviante. Era solo una parte dell’esperienza di vita: era la manifestazione di una pulsione vuoi sentimentale vuoi sessuale che nell’arco dell’esistenza s’alternava e si affiancava talvolta nello stesso momento all’amore per una donna. Saffo Francis Coates Jones 1857 1932 Saffo 1895 min

Ad Atene, l’omosessualità che era in realtà pederastia, vale a dire l’amore fra un adulto e un ragazzo, occupava un posto di rilievo nella formazione morale e politica dei giovani, che apprendevano dall’amante adulto le virtù del cittadino. Nessuna condanna dell’omosessualità in sé emerge dai passaggi delle Leggi e della Repubblica di Platone. Nel primo libro delle Leggi, contrappone i rapporti uomo donna, definiti kata physin (secondo natura) a quelli omosessuali, definiti para physin (contro natura). Ma una lettura più attenta rivela subito che, per lui, «secondo natura» e «contro natura» sono espressioni il cui significato è molto diverso da quello che oggi attribuiamo loro. Quel che infatti, Platone dice testualmente, è che «quando un uomo si unisce a una donna "per procreare", il piacere che ne prova è "secondo natura"». In altre parole, non sempre il piacere che si prova con le persone dell’altro sesso è tale: «contro natura», per Platone, è qualunque rapporto (omosessuale o eterosessuale che sia) non finalizzato alla procreazione.

L'affermazione di Platone che l’omosessualità è “contro natura” ha come obiettivo di dare alla sua utopica Repubblica le leggi più adatte a bandire la mollezza e l’abbandono alle pulsioni, autorizzando solo la sessualità riproduttiva. In questa chiave, dovrebbe esistere una legge che vieta l’omosessualità, per evitare che “il seme sia gettato su pietre e macigni, dove esso non potrà trovare luogo adatto alle sue radici e mai potrà assumere la propria natura capace di generare”. I rapporti sessuali leciti, insomma, dovrebbero essere solo rapporti eterosessuali destinati alla procreazione, e la legge che dovrebbe imporre questa regola -dice Platone- avrebbe, tra l’altro, il vantaggio di insegnare ai mariti ad amare di più le mogli.

L’amore fra donne, non essendo strumento di formazione del cittadino, non interessa la città e non compare quindi nelle riflessioni dei filosofi. Oppure è stato minimizzato, quasi si trattasse di un gioco, perché sostanzialmente non portava alla procreazione, che rimaneva l’unica finalità del corpo femminile, con o senza amore. Gli aspetti positivi dell’amore fra donne, ma anche in questo caso intrecciati alla pedagogia, si devono essenzialmente all’arte poetica, e quindi a Saffo, nata a Mitilene nell’isola di Lesbo, nel 612 a.C. da famiglia aristocratica. Si sposò ed ebbe una figlia di nome Cleis e a Mitilene fu a capo di un’associazione di giovani donne, i thiasoi. L’esistenza di queste comunità femminili è documentata, oltre che a Lesbo (ove, accanto a quello di Saffo, esistevano i thiasoi delle sue rivali Gorgo e Andromeda), anche in altre zone della Grecia, e in particolare a Sparta. Anche se talvolta così definite, non erano semplicemente “collegi per ragazze di buona famiglia”, dove fiorivano, fra le ragazze, amori solo spirituali. I thiasoi erano qualcosa di diverso e di più complesso. Erano gruppi che avevano divinità e cerimonie proprie, nei quali le ragazze, prima del matrimonio, vivevano in comunità un’esperienza globale di vita che era in qualche modo analoga all’esperienza di vita che gli uomini facevano in corrispondenti gruppi maschili. Ed è all’interno di questa comunanza di vita che le fanciulle ricevevano un’educazione. Cosa insegnava Saffo alle sue allieve? In primo luogo musica, canto e danza: gli strumenti che, da giovinette incolte (quali erano, quando si recavano da lei), le trasformavano in donne. Ma Saffo non era solo maestra dell’intelletto: da lei le fanciulle apprendevano anche le armi della bellezza, della seduzione e del fascino: imparavano la grazia (charis) che faceva di loro delle donne desiderabili. Nei circoli le fanciulle di Lesbo e di altre città, facevano un’esperienza che, ai nostri occhi, come scrive Eva Cantarella, é tutt’altro che per “fanciulle bene”, vale a dire amavano altre donne. E le amavano di un amore appassionato, vissuto con eccezionale sensibilità e trasporto, come mostrano, senza lasciare alcuna possibilità di dubbio, le poesie che Saffo, nel corso degli anni, dedicò alle amiche di volta in volta predilette.

Fra i romani, la regola fondamentale del codice sessuale, sul finire della repubblica e agli inizi dell’età augustea, continuava adRomeinse school 390 min essere quella secondo la quale, per gli uomini, donne e pueri potevano essere indifferentemente oggetto di desiderio. Con una novità, peraltro, rispetto ai secoli più antichi: i pueri non servivano più a soddisfare solo esigenze di tipo puramente fisico. Erano diventati oggetto d’amore. Per Orazio, che gli uomini suscitassero desideri maschili, esattamente come per Lucrezio, era una legge di natura; prima di diventare adulto, e di essere desiderato dalle donne, un uomo è desiderato dagli altri uomini. Ma solo fino al momento in cui spunta la barba; un argomento che è un topos della letteratura ellenistica: dinanzi ai ragazzi che resistono e si fanno troppo pregare, gli innamorati sventolano lo spauracchio dell’età. Quando saranno meno dolci, meno belli, quando avranno assunto inesorabilmente un aspetto virile, non saranno più corteggiati. La repressione dell’omosessualità nell’antica Grecia ha un esempio con la legge Scantinia del 149 a.C., che tutelava il cittadino maschio dall’essere sodomizzato contro la sua volontà, come avveniva invece di regola per gli schiavi.

La tradizione religiosa sia ebraica che cristiana osteggia in modo violento ogni deviazione dalla norma, stigmatizzando l’omosessualità per la quale nel Levitico è prevista la morte. Il lesbismo invece viene menzionato solo nel Talmud babilonese che vieta al sacerdote di sposare donne che commettono lascivia una con l’altra. Il cattolicesimo con San Paolo (Romani, 1,2) condanna le donne che “hanno mutato l’uso naturale in quello contro natura”. Tuttavia, con i primi imperatori cristiani si minacciano di morte solo gli uomini, fino al Medioevo. Il cattolicesimo rende peccato, con la Bibbia, molte manifestazioni sessuali: incesto, sodomia, nudità, coito durante le mestruazioni, con l’assioma iniziale che il peccato originale aveva avuto inizio dalla donna e a causa sua tutti sarebbero morti. La donna è considerata pericolosa come essere solo carnale, contemporaneamente spogliata di ogni dignità. Nei secoli la Chiesa diventa una società mono genere, di soli maschi, e dopo il XII secolo, la sodomia viene paragonata all’eresia, perseguitata e punita comparendo anche nel Purgatorio dantesco con i dannati sessuali; nel 1277 come ricorda Rosanna Fiocchetto ne L’amante celeste la distruzione scientifica della lesbica, viene eseguita la prima esecuzione capitale per sodomia in Europa, in Italia nel 1293, mentre nel 1270 compare in un codice francese la legge secolare contro il lesbismo secondo cui la donna deve ciascuna volta perdere un membro, e la terza deve essere arsa.

La Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino condanna definitivamente il lesbismo insieme all’omosessualità. Le condanne contro le lesbiche si susseguono dal ‘400 al ‘600 attraverso varie punizioni: essere esposte nude, legate a un palo, punite con la morte. Parallelamente, la masturbazione viene definita crimine e gesto suicida. Nel linguaggio settecentesco, il lesbismo viene definito con il termine tribadismo che abbiamo già detto essere in uso ancora nel Novecento, in un Dizionario ufficiale. Nell’Ottocento, parallelamente all’emancipazione femminile, con i timori che suscita, avanza la patologizzazione del lesbismo. La parola omosessualità compare in questo secolo coniata da un tedesco di origine ungherese Karol Maria Benkert, senza intenzione di condanna; anzi, aveva chiesto al ministro della Giustizia di eliminare dalla legislazione penale il divieto delle relazioni fra uomini. Via via la psichiatria considera l’omosessualità follia morale, psicopatia perversa, insanità morale, indagando le cause: cromosomiche, o turbe psichiche di vario genere, o disturbi endocrini. Le cure per le inversioni sessuali sono spesso sperimentali, anche l’ipnosi o l’elettromagnetismo.

Per l’italiano Cesare Lombroso, criminalità e deviazione sessuale sono strettamente legate, avendo studiato il lesbismo fra donne internate nei manicomi criminali. Per le donne non mancano le soluzioni chirurgiche basate sulla clitoridectomia. Nel Novecento, un Manuale di malattie mentali faceva notare che c’era un’enorme differenza fra la virago che sdegna gli uomini dilettandosi di propaganda omosessuale fra le amiche più femminili, e l’amica compiacente che si lasciava sedurre da pratiche o infatuazioni omosessuali. Durante il fascismo, Nicola Pende teorizzava gl’indici biometrici della femminilità, non usando il termine lesbismo, ma mascolinismo o virilismo. Neanche l’onore della citazione.

platone di deville 400 minPerché l’omosessualità non sia più una malattia, bisogna aspettare il 1974, quando viene cancellata dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, mutamento cui evidentemente non è stato estraneo l’impegno femminista; purtroppo, come dicevo all’inizio, gli stereotipi sono molto più resistenti di una riabilitazione o di una legge; magari saperne di più, approfondire la storia degli stereotipi sulle diversità porterebbe a non dire “è sempre andata così” e magari a frenare la violenza, anche restando sulle proprie posizioni.

 

 

 

 

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