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Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone. Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Ha ricoperto incarichi nella Commissione Nazionale Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, in questa veste ha curato le iniziative delle Donne per il 70° della Repubblica italiana e della Costituzione. E' Consigliera di Parità per la Provincia di Frosinone.

Intenso impegno e iniziative significative hanno caratterizzato l'attività di Fiorenza Taricone in modo particolare nel 2016 a 70 anni dalla nascita della Repubblica italiana.
Proprio questa ricorrenza è stata l'occasione per richiamare all'attenzione sul ruolo delle donne in quella stagione di grandi cambiamenti e il significato della Costituzione.
La Taricone non ha lasciato spazio a incerte interpretazioni del contributo determinante e di valore dato dalle donne in tutti i campi della vita sociale e culturale in Europa e in altre parti del mondo, come dimostra nelle sue numerose pubblicazioni.
Ha fatto riemergere dall'oblio donne combattive, determinate, colte, che hanno reso grandi servigi alla loro terra di origine.
Se ha riscritto la storia, ampliandola, del protagonismo delle donne, altrettanto ha denunciato la violenza subita dalle donne. Una denuncia che va oltre la semplice testimonianza e si trasforma in una battaglia culturale e rivendicativa per strutture pubbliche a sostegno di donne colpite dalla malvagità dell'uomo e di ferma condanna senza equivoci di sorta.
Sembrerebbe, leggendo i suoi libri e le sue pubblicazioni, ascoltandola in pubblici confronti, che nella sua missione culturale si sommano una valorizzazione e una protezione delle donne.

Significativo il suo ruolo di femminista in Europa esaltato di recente, nel 2018, quando ha presentarto in francese il suo libro "Romain Rolland, pacifista libertario e pensatore globale". Un'opera di notevole significato storico culturale nel panorama della pubblicistica di storia contemporanea. E' la prima opera biografica di un personaggio di notevole spessore culturale, pubblicata in Italia, dove Rolland è praticamente sconosciuto. Si colma con l'opera della Taricone una lacuna storica e letteraria che consente di ampliare un orizzonte di conoscenze su i protagonisti del XX secolo per un Europa unita e per una pace universale.

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Salvatore Morelli Deputato femminista dell'800

Salvatore Morelli 350 mindi Fiorenza Taricone - Salvatore Morelli quasi unico Deputato femminista dell’Ottocento

La pubblicazione degli Atti del Convegno dedicato a Salvatore Morelli (1824-1880) emancipazionismo e democrazia nell’Ottocento europeo nel 1992, a cura di Ginevra Conti Odorisio che aveva proposto il Convegno nel 1989, poi realizzato nel ’90 all’Università di Cassino sul patriota deputato, segnava la fine di un lungo oblio. Quando organizzavamo il Convegno con stupore scoprivamo che nel Dizionario del Risorgimento Nazionale S. Morelli non figurava; l’omonimo era il pittore e patriota Domenico Morelli, che però non aveva nulla a che vedere con l’impegno parlamentare e femminista di Morelli. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Parte 1a
  2. Parte 1b
  3. Parte 2a
  4. Parte 2b

Quasi una scoperta

Sarebbe inesatto peraltro affermare che dalla riscoperta il tempo è passato invano: Emilia Sarogni, a partire dal 2000, ha dedicato più di uno scritto a Salvatore Morelli; la studiosa Rossella Bufano, Università del Salento, dedica da anni parte dei suoi studi al deputato patriota. A Carovigno, paese natale di Morelli è attivo da anni un Centro Studi; il 3 maggio del 2017 si è tenuto a Roma un incontro dal titolo "A Montecitorio due nuovi busti: Salvatore Morelli e Anna Maria Mozzoni, femministi nell'800”; nella Sala delle donne hanno quindi trovato finalmente posto i busti di due protagonisti che hanno lottato per il progresso dell’intera società e non come semplicisticamente si tende a far credere, per i diritti di un genere. Recentemente, nel 2019, a Sessa Aurunca, collegio elettorale del Deputato è stato organizzato un Convegno interamente dedicato: Salvatore Morelli, il profeta inascoltato dell’emancipazione della donna, in cui chi scrive ha tenuto una relazione su Salvatore Morelli e le protagoniste del femminismo italiano. Prima di questi studi risalenti agli anni Novanta, non c’è dubbio che la figura e l’operato di Morelli abbiano subito una quasi totale cancellazione dipesa probabilmente dalla sua radicalità nel sostenere la causa femminile; ma se questa è stata la causa, l’effetto è stato anche peggiore, cioè cancellare altri aspetti del tutto innovativi del suo pensiero, come la proposta di bonifica di terreni paludosi e la necessità delle strade ferrate per un Paese arrivato in ritardo sulla scena europea che doveva modernizzarsi. Nella fase della riscoperta, ma anche dei successivi approfondimenti Salvatore Morelli non ha cessato ai miei occhi di essere certamente un pensatore isolato in Italia e ritenuto eccentrico, ma anche uno scrittore affatto provinciale, in contatto con ambienti progressisti intellettuali europei. Attraverso di lui si capisce meglio l’attività di organismi associativi emancipazionisti femminili, che nella seconda metà dell’Ottocento si vanno formando, ma che non hanno ancora acquisito un rilievo notevole sulla stampa.

Una vita movimentata

Salvatore Morelli nasce a Carovigno, distretto di Brindisi, da Casimiro, di professione “civile” e da Aurora Brandi, primo di 11 fratelli, in una famiglia il cui tasso di prolificità all’epoca s’inseriva nella norma. Nel 1840 si trasferisce a Napoli, dove si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, e frequenta salotti letterari e patriottici. Conseguiti i diplomi accademici inizia l’attività pubblicistica. Dopo il 1848 viene condannato a otto anni di ‘relegazione’ nell’isola di Ponza, dove entra in contatto con reduci lombardi e altri imputati politici. Nel 1851, accusato di cospirazione e propaganda unitaria viene trasferito nel Castello di Ischia, legato alla catena, in condizioni molto dure di prigionia. Nel 1851 il carcere è visitato da lord Waitil e da lui ottiene le informazioni che serviranno poi come base per la denuncia sulle carceri del Regno. Fra le punizioni più dure, essere tenuto al ‘puntale’, per cinque giorni, cioè costretto a cibarsi con le mani legate dietro la schiena.

Negli anni successivi Morelli passa da un carcere all’altro: Ventotene, Lecce, Maglie, in domicilio coatto; nel 1860, il re di fronte all’avanzata garibaldina decide di ripristinare la costituzione del 1848. A quella data, Salvatore Morelli ha maturato nove processi politici, e dodici anni in trenta prigioni diverse. Nel 1861 pubblica La donna e la scienza, considerate come mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire; la tesi sostenuta si può riassumere in tre punti: la società si rigenera solo rigenerando la famiglia, il mezzo unico è la scienza, intesa come conoscenza delle nozioni elementari, l’organo di trasmissione è la donna. Nel 1863 viene eletto al Consiglio Comunale di Napoli e inizia la pubblicazione del giornale «Il Pensiero». Nel 1864 viene iniziato nella loggia massonica I figli dell’Etna di Napoli,e sarà l’anno successivo anche nella loggia napoletana La Massoneria popolare, ovvero la Vita Nuova. Nel 1867 il comitato elettorale della Sinistra indica il nome di Morelli per le elezioni politiche nel collegio di Sessa Aurunca, e dopo un durissimo scontro con il candidato della Destra vince. Il 18 giugno stesso presenta alla Camera tre disegni di legge: Per la riforma della pubblica istruzione, per la reintegrazione giuridica della donna, per circoscrivere il culto cattolico nella chiesa e sostituire ai campisanti il sistema della cremazione. In essi si ritrova in sintesi tutto il programma politico che Morelli svilupperà nei tredici anni della vita parlamentare. I tre disegni di legge non sono ammessi alla lettura né si conserva traccia negli archivi della Camera; è Morelli che provvede da solo a farli stampare e distribuirli personalmente a illustri personalità della democrazia europea. Interviene diverse volte in Parlamento sui sifilocomi proponendo la cancellazione dei capitolo relativo nel bilancio dell’Interno, condannando la la doppia morale dello Stato, che condanna la prostituzione, ma ricava un gettito d’imposta dalle case chiuse. Propone lo sviluppo delle ferrovie, la bonifica di terre paludose, sostiene l’arbitrato internazionale e la sostituzione del Ministero della Guerra con quello di Difesa.

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A Salvatore Morelli viene tributato dalle donne l’onore che merita

Sostiene in particolar modo per il miglioramento della condizione femminile l’abolizione della patria potestà, pari diritti e doveri nel matrimonio, il riconoscimento della prole nata fuori del matrimonio, il diritto elettorale amministrativo e politico per uomini e donne. Nel 1877 vede approvato l’unico progetto di legge tra quelli proposti: la possibilità per le donne di testimoniare negli atti pubblici, sottovalutato per anni dalle stesse emancipazioniste; in realtà la cessazione del divieto incide sul millenario pregiudizio di un genere femminile sprovvisto delle facoltà razionali, e portato solo all’emotività, quindi inattendibile. La possibilità di testimoniare inoltre, apre una prima breccia nelle aule della giustizia, e quindi introduce la possibilità per le donne di essere ammesse alle professioni forensi. Il cammino dopo di lui prosegue nel 1919, con la legge sulla reintegrazione giuridica della donna, di cui ho parlato nell’ultimo articolo apparso su Uno e Tre, negli anni Cinquanta del Novecento con l’ammissione delle donne alle giurie popolari, nel 1963 con l’apertura alle carriere della Magistratura. Nel 1880, quando muore, numerosissime personalità femminili gli tributano onori; si costituiscono comitati femminili per le sue onoranze, viene stilato un manifesto per la raccolta di fondi per un monumento. anna maria mozzoni 350 min
A Salvatore Morelli viene tributato dalle donne l’onore che merita non solo perché le ha difese dai pregiudizi e dalle asimmetrie che il costume e le leggi perpetuavano nei secoli, ma per aver costruito con loro un rapporto sia in ambito nazionale che internazionale. Salvatore Morelli che non risulta essere un eroe romantico dalla vita galante particolarmente intensa, è stato infatti molto amato e apprezzato dalle sue sostenitrici, sia in vita che dopo. Ai suoi denigratori non piace invece la scelta di restare celibe e anche le sue seguaci sono denominate con scherno ‘le morelliste’. Nella copertina del volume già citato Salvatore Morelli (1824-1880)emancipazionismo e democrazia nell’Ottocento europeo, è raffigurato un corteo femminile, dai volti mostruosi, capeggiato da Morelli con un cartello che reca la scritta Ditta Morelli e Company, in cui in alto si legge Via della Consolazione e in basso ‘Tra l’altre piaghe Egitto ebbe la peste, oggi l’Italia ha Morelli e queste’ tratto da «La lima» del 18 settembre 1871; all’interno, la litografia di Antonio Manganaro che ritrae Morelli mentre arringa un folto pubblico femminile in abiti e atteggiamenti maschili, sempre tratto da «La lima» dell’agosto 1871; infine una ricostruzione sarcastica della redazione del giornale «Il Pensiero» in cui Morelli, in abiti femminili si fa portavoce di alcune richieste di donne che fumano e bevono, comparso sempre su «La lima» del 1872. Certamente deve aver lasciato un segno profondo in donne come la suffragista di formazione repubblicana Irma Melany Scodnik, nata a Torino nel 1857 da madre ungherese, discendente da famiglia polacca e da padre italiano. Risiedeva a Napoli, dove studia canto e lettere. Traduttrice dal tedesco, ha scritto commedie e romanzi, ed è stata pubblicista e conferenziera; nel 1906 presiede a Napoli il locale Comitato pro-suffragio e nel pieno della mobilitazione civile seguita allo scoppio del conflitto esorta a non dimenticare il dovuto omaggio a Morelli. Il 30 aprile del 1908, a conclusione del I Congresso nazionale delle donne italiane svoltosi a Roma al Campidoglio si cita la signora Scodnik; a nome di un gruppo di signore, “domanda che da questo Congresso ove sono rappresentate le più alte idealità femminili, vada il saluto riconoscente delle donne italiane a Salvatore Morelli, di cui rievoca le indimenticabili benemerenze verso la causa femminile e si facciano voti perché il Municipio di Napoli provveda alla doverosa erezione del monumento che le donne napoletane offrirono in ricordanza dell’illustre patriota. Sebbene questo monumento, opera dello scultore Mozzoni, sia da molto tempo compiuto, tuttavia per indifferenza o per ostilità, è rmasto sempre negletto”. Salvatore Morelli è anche il costruttore di una comunanza politica, culturale e di lavoro a livello europeo. La lontananza crea non poche difficoltà di rapporto, aggravate dalla proverbiale povertà di Morelli, il quale viene condannato per aver passato una notte in treno dovendo seguire i lavori parlamentari a Roma, in un periodo storico in cui i deputati non godevano di uno stipendio e neanche dell’immunità. La sua fama certamente varca l’oceano; un suo biografo cita una frase dell’americana Laura Courtis Boulard che lo chiama primo cittadino fra i più nobili e disinteressati campioni dei diritti delle donne. Pochi mesi prima della morte il giornale «Bergamo Nuova» pubblica una lettera di una commissione di donne americane indirizzata al più strenuo, al più tenace, al più coerente, al più dotto sostenitore dei diritti della donna. Nella stessa rivista Morelli risponde con l’augurio per la candidatura a Presidente degli Stati Uniti di Vittoria Voodhal, Presidente della Società per l’amore libero.

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S. Morelli e Anna Maria Mozzoni: due protagonisti schierati per il progresso

 

Il rapporto più significativo, anche se non riferito alla conoscenza reale fra i due, è quello con Anna Maria Mozzoni; tra i due intercorrono tredici anni, essendo quest’ultima nata nel 1837, e incrociano le loro vite quando in Italia operano ancora insieme una prima generazione di femministe risorgimentali ed una generazione emancipazionista immediatamente successiva rappresentata in parte dalla Mozzoni, avendo superato quando muore nel 1920 la veneranda età di ottant’anni. Anna Maria Mozzoni e S. Morelli, cosmopoliti e di vasta apertura mentale, sono stati europeisti e internazionalisti anche in conseguenza delle proposte legislative elaborate in proprio o appoggiate, riguardanti una condizione femminile simile in Europa e oltre oceano; per esempio, quelle in merito alla lotta contro la regolamentazione della prostituzione, che li porta inevitabilmente a collegarsi ai paesi abolizionisti europei ed extra europei. Forse è possibile cogliere in Morelli un più saldo sentmento patriottico per la partecipazione alle vicende risorgimentali, rispetto al sentimento d’italianità della Mozzoni, nata e vissuta nella Lombardia asburgica; per le donne del Lombardo-Veneto infatti il Codice Civile Italiano, varato nel 1865 rappresenta un passo indietro rispetto alla loro condizione, che dall’imperatrice Maria Teresa in poi ha riconosciuto loro un minimo di diritti. JosephineButler 350 min

Nel 1864, la Mozzoni ventisettenne pubblica La donna e i suoi rapporti sociali, implacabile demistificazione della posizione della donna nella società, pubblicato mentre si discute della redazione del Codice Civile. Anna Maria Mozzoni intitola il paragrafo 5, La donna e la scienza, parafrasando l’omonimo libro di Morelli, uscito per la prima volta nel 1861 e seguito da una seconda edizione subito dopo, nel ’62. Entrambi sollevano denunce coraggiose contro quel sistema giuridico che non riconosce alla donna un diritto di cittadinanza, che la sfrutta economicamente e nel peggiore dei casi autorizza indirettamente, con il divieto di ricerca di paternità e l’istituto del pater familias, la sua schiavitù. Di coraggio ne hanno da vendere entrambi: Morelli lo ha sperimentato durante i dodici anni della sua prigionia, la Mozzoni, nel coraggio, è stata allevata dalla madre. “A te, recitava la dedica del primo libro, che il comun pregiudizio non dividesti, che alla donna interdice il libero pensiero”. Le date significative delle loro vite s’incrociano: nel 1865 esce il libro della Mozzoni, La donna in faccia al progetto del nuovo codice civile italiano pressoché unica risposta femminile logicamente serrata al progetto di elaborazione del Codice Pisanelli; due anni dopo aderisce alla prima iniziativa parlamentare di Morelli per la reintegrazione giuridica della donna; la teorica del femminismo è citata da Morelli stesso ne La donna e la scienza, come aderente, probabilmente in qualità di socia corrispondente date le distanze, al Comitato femminile di orientamento mazziniano e garibaldino composto da una quindicina di donne costituitosi a Napoli in appoggio all’iniziativa del deputato.

Tra loro compare anche Caterina Baracchini, personaggio interessante e tuttora misconosciuto. Nata a Roma, viene educata a Parigi da una sorella a casa della quale si radunano esuli italiani; dopo la rivoluzione del 1830, è condotta a Brighton dove completa gli studi. Tornata a Roma nel 1840, è sottoposta a speciale sorveglianza dalla polizia pontificia per le sue idee liberali. Nel ‘49 presta il suo aiuto negli ospedali allestiti per curare i feriti della Repubblica romana e dopo la caduta è imprigionata per le sue relazioni con i cospiratori, ma non fa nomi. Condannata a 15 anni, viene portata al reclusorio del Buon Pastore dove rimane per cinque anni; liberata, gira per l’Italia vivendo stentatamente con lavori di traduzione, finché nel 1860 è nominata direttrice degli asili infantili di Napoli. Nel Comitato sono presenti anche i nomi di Enrichetta Caracciolo Gruttier, nella dizione del Morelli, più esattamente si tratta del cognome dell’inglese Greuther che lei sposerà, e Giulia Caracciolo. La prima è certamente quella Enrichetta Caracciolo quintogenita di quattro femmine, chiusa in convento soprattutto per volontà materna; lotta per molti anni adducendo reali e fittizie malattie per riavere la libertà. Solo nel 1854 ci riesce sotto forma di libertà condizionata e riprende più liberanente i contatti mai abbandonati con gli ambienti liberali e anticlericali.
Morelli e Mozzoni sono in Italia gl’interlocutori della lotta contro la regolamentazione sulla prostituzione. Studiare quest’argomento servirebbe molto, anzi moltissimo, a tutti e tutte gl’incauti politici che con tanta leggerezza ripropongono le case chiuse in versione moderna, che di moderno non hanno nulla perché sempre di sfruttamento del corpo femminile si tratta. Quando nella tornata del 25 febbraio 1869 il deputato Morelli riprende il tema dell’abolizione delle case chiuse, istituzione che offende la dignità delle donne, ma anche del Paese, nello stesso anno in Inghilterra è varato il terzo di una serie di Acts sulla legislazione sanitaria e sulla durata del ricovero coatto nei sifilocomi; in risposta, si costituisce un’associazione di donne per l’abrogazione dei tre Acts: la Ladies National Association for the Repeal of the Contagious Diseases Acts, detta anche Ladies National Association for the Abolition of State Regulation of Vice. La protesta viene capeggiata fin dall’inizio da Josephine Butler, moglie di un pastore protestante.

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L'iniziativa internazionale

In Europa si forma una Federazione Britannica Continentale per l’abolizione dei regolamenti statali sulla prostituzione; in Italia, oltre all’instancabile operato della Mozzoni, sono sostenitori della campagna i figli di Sara Nathan, Giuseppe ed Ernesto, Agostino Bertani, Jessie White moglie del repubblicano Alberto Mario, le sue sorelle Crawford, Caterina e Giorgina Crawford, sposata ad Aurelio Saffi, le collaboratrici de «La donna». Sempre nel ’69 la Butler scrive alla Mozzoni per essere informata sulla situazione italiana, che le risponde nel gennaio del ’70 con un saggio pubblicato in Italia da «La Riforma del secolo XIX», giornale di liberi pensatori cristiani di Milano; è il primo organico scritto sulla prostituzione firmato da una donna che più tardi viene riprodotto sulle pagine de «La donna». Alla vigilia del Congresso della Federazione Abolizionista del 1877 a Ginevra, la Mozzoni invia alla Butler una seconda e più dettagliata relazione sulla prostituzione. Nel 1874 la Butler inizia a girare l’Europa per coordinare le azioni di risposta contro gli attacchi al movimento abolizionista. JosephineButler 350 min

Nel ’75 viene pubblicata su «La donna» la lettera di Morelli alla Butler in cui il deputato afferma: “Adempio alla promessa che le feci nella lettera di risposta rimessale a Londra, inviandole gli atti ufficiali del Parlamento italiano in cui è riportato fra le riforme legislative da me proposte a favore dei diritti della donna acconcio disegno di legge per abolire i regolamenti sulla prostituzione. Con ciò non solo rendo omaggio a Lei, insigne capitana della più nobile e della più santa delle crociate, ma sono altresì conseguente all’iniziativa presa nella Camera italiana il 1867 dove la prima volta trasportai le proteste che da pubblicista avevo elevato nei miei libri e giornali contro l’aberrazione di governi presuntivamente civili, i quali osano tollerare un turpe mercato fra le istituzioni del progresso con il pretesto della pubblica salute mentre questa non se ne avvantaggia nulla, e si feriscono invece mortalmente la moralità e la libertà […]; questa ribellione al senso morale trova la sua ragion d’essere nel Codice Civile e in altre leggi le quali, mentre le chiudono le porte del sapere e degli uffici da cui può trarre onestamente la vita le forniscono poi un perenne eccitamento alla corruzione negli ozi del celibato ieratico e degli eserciti permanenti”. La Mozzoni da parte sua indica chiaramente nelle concrete condizioni d’indigenza e di povertà le cause principali della prostituzione che la schedatura e le paghe misere e saltuarie rendono occupazione non più occasionale, ma stabile. Per non parlare inoltre del divieto di ricerca della paternità aborrita dagli uomini che temono pretestuosamente di vedersi addebitati figli non propri e di spartire patrimoni ereditari con figli illegittimi. La protezione delle donne e dei fanciulli, i veri paria della società, è nel cuore del Deputato Morelli. Nella tornata del 6 marzo 1874, infatti, torna sull’importanza dell’istruzione e del lavoro garantito per la donna. “Finché i destini di queste due personalità [le donne e i fanciulli], non sono normalizzati nei codici in modo da esigere considerazione e mezzi di sviluppo adeguati al fine di un’esistenza conforme alle istituzioni della libertà, ogni sforzo tendente a migliorare l’ordine sociale rimane effimero e senza effetto”. Fuori dal Parlamento, Anna Maria Mozzoni ritenuta scomoda quanto Morelli in Parlamento, continua a seguire da vicino l’attività del deputato, riallacciandosi talvolta direttamente ai suoi discorsi parlamentari. Su «La donna» del 1876 appare infatti una sua lettera dove fa riferimento ad un discorso pronunciato nelle tornate del 16 e 19 dicembre 1875, con parole che suonano come un riconoscimento al suo lavoro ‘in mezzo al cronico buonumore della Camera’. Si riferisce al fatto che Morelli aveva tentato di attirare l’attenzione sulle condizioni di vita delle contadine, avendo come effetto le consuete risate. “A questi opifici piantati lungo le molte acque che incrociano in ogni senso il suolo lombardo voi vedreste accorrere da tutte le parti due, tre ore prima di giorno intere popolazioni agricole per nove decimi donne, e le udreste ritornare la sera a dieci ore e più tardi avendo fatto parecchie miglia di cammino, avendo lavorato una giornata assai più lunga di quella dei galeotti, applicate ad industrie insalubri, esposte a esalazioni pestifre, non avendo avuto per ingollare il cibo che pochi minuti e rifacendo ogni giorno il loro cammino con il vento, col gelo, su un fitto strato di neve, sotto un diluvio d’acqua e lavorando tutto il giorno inzuppate nei loro panni senza avere né il tempo, né il modo per asciugarsi. E questa vita si fa da donne gestanti, da fanciulle puberi, che più? Da bambine di sette o otto anni[…]”.

Poco prima della sua scomparsa, Morelli prende la parola nel 1880 per la quarta volta per illustrare il progetto di scioglimento del matrimonio. Il divorzio resta probabilmente la sua proposta più futuribile, visto che l’accesso alle professioni liberali per le donne sarà sancita nel 1919 e il diritto di voto nel 1945, mentre per il divorzio bisognerà aspettare il 1970. Il Deputato mette in luce come proprio il papato così avverso contempli ben diciotto motivi di divorzio, i cosiddetti impedimenti dirimenti. Inoltre, Morelli è convinto che il divorzio avrebbe avuto l’effetto di aumentare i matrimoni, non più considerati come un ergastolo. Esibisce anche le statistiche sui suicidi tentati soprattutto dalle madri di famiglia. “Noi viviamo nella disarmonia più scandalosa: proclamiamo la libertà in piazza e abbiamo il dispotismo in famiglia”, una frase che anche oggi conserva una sua attualità. Nell’aprile dello stesso anno, il governo viene messo in minoranza e le elezioni politiche si tengono nel maggio 1880. A Morelli non viene conservato il collegio di Sessa Aurunca, la preferenza va a F. De Sanctis, ministro dimissionario dell’Istruzione; alle elezioni suppletive dell’11 luglio Morelli viene sconfitto dall’avv. Falco. Morelli ne risente molto fisicamente e moralmente, e si ritira a Pozzuoli in una stanza d’albergo dove muore il 22 ottobre 1880.

 

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I 100 anni della "capacità giuridica della donna"

Infirmitas sexus fu cancellato nel 1919 dal Parlamento mindi Fiorenza Taricone - Il 17 luglio del 1919, esattamente cento anni fa, una legge rivoluzionava la condizione di sudditanza delle donne. Grazie alla modernità e caparbietà di Ettore Sacchi, veniva infatti approvata dal Parlamento italiano monosessuato, poiché il diritto di voto per le donne era molto di là da venire, la legge n. 1176 sulla capacità giuridica della donna. La nuova norma aboliva gli articoli 134, 135, 136 e 137 del Codice Civile del regno d’Italia che non solo non considerava le donne come cittadine del nuovo Stato, ma le rendeva poco meno che suddite e schiave del capo famiglia. Femministe colte e combattive come Anna Maria Mozzoni avevano scritto ben due opere che denunciavano la condizione di subordinazione avanzando critiche all’impostazione del Codice Civile detto anche Pisanelli, dal nome del Ministro di Grazia e Giustizia; la prima è del 1864, La donna e i suoi rapporti sociali, la seconda solo di un anno dopo, La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, 1865.

Ma il femminismo organizzato era ancora di là da venire e molte battaglie sarebbero state necessarie per arrivare alla legge del 1919. Naturalmente il nome di Ettore Sacchi non è rimasto famoso in virtù di questa legge; anzi, se volessimo renderci conto di quali strumenti misogini si servono oggi senza saperlo i giovani italiani, certamente wikipedia offre un esempio calzante, vista la frequenza con la quale studenti e non, accedono a questa piattaforma educativa di largo consumo. Una scorsa alle pagine offre quindi un esempio di come la storia di genere non sia entrata nella cultura di base di questo Paese. Nel ricostruire il percorso politico di Ettore Sacchi, nessuna citazione particolare è dedicata alla legge n. 1176 che ha contribuito notevolmente a consentire alle donne di questo paese di poter diventare quello che sono oggi: più libere socialmente e privatamente, professioniste a vario titolo. Per chi scrive, si apre il solito dilemma: prendersela con le giovani generazioni per il poco o nulla interesse che dimostrano verso la loro storia, o concludere che condannare la loro ignoranza è inutile semplicemente perché nessuno, o quasi, si è curato di colmare le lacune nella formazione scolastica di ogni ordine e grado. Ettore Sacchi min

Intanto chi era il Deputato della Sinistra cui le donne dovrebbero della gratitudine: Ettore Sacchi, nato a Cremona nel 1851, si laurea in legge ed esercita la professione di avvocato nella sua città, ove più tardi diventa consigliere comunale e provinciale. Viene eletto per la prima volta deputato nel 1882, nelle file dell’estrema sinistra.
Favorevole ai movimenti operai e contadini, nel 1886, insieme a Filippo Turati assume la difesa nel processo contro gli imputati del Partito Operaio Italiano. Alla caduta di Francesco Crispi (1896), Felice Cavallotti, leader indiscusso dell'estrema sinistra radicale chiede al suo gruppo di appoggiare il nuovo governo di destra liberale. Il voto di fiducia che ottiene alla Camera non riguarda Ettore Sacchi che vota contro.

Con la morte di Cavallotti nel 1898, Sacchi assume progressivamente la figura di leader del partito radicale. Dopo i moti milanesi del maggio 1898, e l'arresto dei deputati socialisti, Filippo Turati, Andrea Costa, Leonida Bissolati, e di Anna Kuliscioff, Sacchi si offre come difensore legale degli arrestati, diventando “l'avvocato dei socialisti”. Ma viene anche vivamente contestato dagli stessi compagni di partito per l’abbandono di ogni “pregiudiziale” nei confronti della monarchia, da lui motivata in quanto tutte le riforme propugnate dai radicali erano per lui compatibili con la monarchia.

L'ingresso ufficiale per il Partito Radicale nel governo avviene nel 1906, con il governo Sonnino; Sacchi è nominato Ministro di Grazia e Giustizia e Culti, ma in seguito è anche Ministro dei Lavori Pubblici. Con l'adesione incondizionata alla monarchia, e l’ingresso nella maggioranza governativa, i radicali perdono però gran parte della loro carica riformatrice.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale gli interventisti nel Partito Radicale costituiscono la maggioranza; l’ala filo neutralista, che fa capo a Sacchi, segue poco convinta. Il leader cremonese rimane diffidente e ostile, chiudendosi in una posizione di attesa, ma non riesce a dare alcun sostegno alla politica giolittiana di neutralismo. Alla fine si rimette alla volontà della maggioranza, in nome dei “superiori interessi della nazione”, accettando anche di partecipare ai ministeri di guerra. Nell'ottobre del 1917 il decreto Sacchi, deferisce ai Tribunali militari anche i civili accusati di disfattismo. Non solo gli scioperi sono considerati illegittimi, ma viene giudicato reato qualunque situazione che impedisca lo svolgimento del lavoro, comprese le manifestazioni. Nel gennaio 1919, Sacchi - che era Ministro della Giustizia - esce dal governo Orlando e si dichiara, a nome della direzione generale del Partito Radicale, per una larga amnistia, un’imposta globale complessiva sul reddito e, più genericamente, per una “democrazia del lavoro”. Alle elezioni del 1919 il Partito Radicale registra una flessione nel numero degli eletti. Alle successive consultazioni perfino Sacchi, uno dei più eminenti leader del partito che era stato assai poco incline all’intervento, viene punito dai suoi elettori e non è rieletto. Lascia dunque la politica e muore povero nel 1924. Si può dunque dire che rispetto ad altre scelte politiche rivelatesi sbagliate, e condotte con esitazione, l’impegno dimostrato nella legge n.1176 sulla capacità giuridica della donna fu produttivo e segno di modernità.

 

Cosa diceva la legge

All’art. 1 la legge abroga gli articoli 134, 135, 136 e 137, del Codice Civile i quali precisavano i diritti e doveri dei coniugi verso la prole. Per l’articolo 134, la moglie non poteva donare, alienare immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, né transigere o stare in giudizio senza l’autorizzazione del marito. Il marito poteva con atto pubblico concedere alla moglie l’autorizzazione per tutti o alcuni di questi atti, salvo il diritto di revocarla. L’autorizzazione del marito non era necessaria quando quest’ultimo era interdetto, assente o condannato a più di un anno di carcere, durante l’espiazione della pena. Per citare in giudizio quindi le donne dovevano aspettare l’autorizzazione del marito, limitazione che si rivelava drammatica nel caso in cui le madri avrebbero voluto citare in giudizio i colpevoli di reati sessuali nei confronti delle figlie e il padre si opponeva preferendo una riparazione in denaro.

Liberatorio l’articolo 7 della legge Sacchi, che sta alle spalle di tutte le studentesse che ancora oggi si preparano ad esercitare liberamente le professioni al pari degli uomini. L’articolo, infatti, recita che le donne sono ammesse a pari titolo degli uomini a esercitare tutte le professioni e a coprire tutti gl’impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri giurisdizionali o l’esercizio di diritti e potestà politiche o che attengono alla difesa militare dello Stato.

Tradotto: per il diritto politico bisognerà aspettare una guerra, la Resistenza e la liberazione, e il diritto di voto nel 1946, per l’entrata in Magistratura il 1963, per i ruoli militari, il volontariato militare per entrambi i sessi nel 2000. La legge del radicale Sacchi intanto sanava una paradossale contraddizione: le facoltà universitarie erano aperte in Italia alle donne dal 1874, grazie al Ministro liberale Ruggero Bonghi, ma era poi interdetto l’esercizio delle professioni liberali, socialmente accreditate e largamente retribuite. Le donne perciò erano costrette ad auto segregarsi in alcune Facoltà, quasi tutte umanistiche, e anche questa limitazione è all’origine delle azioni europee e dei programmi cosiddetti Stem(Science, Technology, Engineering, Mathematics), destinati a incrementare la presenza ancora scarsa delle ragazze in alcune facoltà scientifiche.

 

 

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La Rivoluzione francese e le donne

 OlimpeDeGouges 350 mindi Fiorenza Taricone - La Rivoluzione francese, le donne, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges

A luglio la Francia, ma anche tutta l’Europa moderna festeggerà la rivoluzione che ha abbattuto il potere assoluto della monarchia, ma che ha segnato anche una fase di rottura irreversibile nella schiavitù femminile.
Nel 1789 Luigi XVI si rassegna ad accettare la convocazione degli Stati Generali che non si riunivano dal 1614, secolo segnato dalla sovranità assoluta di Luigi XIV, Re Sole. I tre ordini dell’Ancien Règime, Nobiltà, Clero, Terzo Stato, tengono assemblee separate. Nel corso delle riunioni vengono eletti i deputati e redatti i cahiers de dolèances, una sorta di elenco di richieste da soddisfare. Per quanto riguarda le donne, come sempre non vengono interpellate. Le appartenenti alla nobiltà hanno diritto di rappresentanza, cioè di delega del proprio voto, in base al titolo di proprietario di un feudo, sancito dall’articolo XX del regolamento regio del gennaio 1789 che stabilisce le modalità di rappresentanza agli Stati Generali.

“Le donne che hanno proprietà, le ragazze e le vedove così come le minori che godono di nobiltà, purché in possesso di feudi potranno farsi rappresentare da procuratori presso l’ordine della nobiltà”. Per tutte le altre donne, nulla era previsto, e il voto per ordini avrebbe visto prevalere come sempre i due ordini della nobiltà e del clero contro quello più numeroso e produttivo. Ma gli avvenimenti presero un’altra piega: Luigi XVI, sotto la spinta delle proteste, concesse al Terzo Stato di avere tanti deputati quanto gli altri due messi insieme. Forse tutto ciò non fu estraneo alla decisione di alcune donne borghesi, escluse una seconda volta anche dopo la concessione del sovrano, di far sentire lo stesso la loro opinione. I Cahiers de dolèances femminili non sono moltissimi, e per lo più provengono dalle comunità religiose o da quelle di commercianti, comunque da gruppi ristretti e in difesa di precisi interessi. La Petizione delle donne del Terzo Stato, anonima, che segue, si colloca ad un livello più alto. I diritti che compaiono sono il diritto al lavoro e quello all’istruzione.

Petizione delle donne del Terzo Stato al Re
1 gennaio 1789
Sire, in un tempo in cui i differenti Ordini dello Stato si occupano dei loro interessi, in cui ognuno cerca di far valere i propri diritti e i propri titoli, in cui gli uni si agitano per evocare i secoli della schiavitù e dell’anarchia, in cui gli altri cercano di scrollarsi di dosso le ultime catene che li legano ancora ad un imperioso resto di feudalesimo, le donne, oggetto costante dell’ammirazione e del disprezzo degli uomini, le donne, in questa comune agitazione non potrebbero anch’esse far sentire la propria voce?
Escluse dall’Assemblee Nazionali da leggi troppo ben cementate per sperare di poterle scalfire, esse non chiedono, Sire, il permesso di inviare i propri deputati agli Stati Generali; sanno fin troppo bene quanta parte avrebbe il favoritismo nell’elezione, e quanto sarebbe facile agli eletti condizionare la libertà dei suffragi. Preferiamo, Sire, deporre la nostra causa ai vostri piedi; rivolgiamo le nostre lagnanze al vostro cuore, e al vostro cuore affidiamo le nostre miserie, poichè è solo da esso che vogliamo soddisfazione. Le donne del Terzo Stato nascono quasi tutte senza fortuna; la loro educazione è scarsamente curata, quando non completamente sbagliata; si risolve nel mandarle a scuola, da un Maestro che per primo non sa una parola della lingua che insegna, che frequenteranno finchè non sapranno leggere l'Officio della Messa in francese e i Vespri in latino. Soddisfatti i primi doveri della Religione, s’insegna loro un mestiere; giunte ai 15 o 16 anni, arrivano a guadagnare al massimo 5 o 6 soldi al giorno. Se la natura ha rifiutato loro la bellezza, si sposano senza dote, con poveri artigiani; vegetano stentatamente in province sperdute e danno la vita a bambini che esse stesse non sono in grado di allevare. Se invece nascono graziose, senza cultura, senza principi morali, cadono in balia del primo seduttore, commettono un primolassemblea nazionale costituente francese seconda repubblica maggio 1848 lannuncio di un regno e repubblica indivisibile dai rappresentanti del popolo raffigurazione del primo incontro del breve governo repubb 1 errore e per nascondere la vergogna vengono a Parigi, dove finiscono per perdersi completamente e morire vittime del libertinaggio. Oggi che le difficoltà di sussistenza costringono migliaia di loro a mettersi all’asta, che gli uomini trovano più comodo comprarle per un certo tempo piuttosto che conquistarle per sempre, quelle che si sentono portate alla virtù da una felice inclinazione, che sono divorate dal desiderio di istruirsi, che si sentono spinte da un gusto naturale, che hanno superato i difetti dell'educazione ricevuta e sanno un po’ di tutto, senza aver appreso nulla, quelle infine che un animo eletto, un cuore nobile, una fierezza di sentimento fanno chiamare bigotte, sono costrette a rinchiudersi nei monasteri, in cui si esige solo una modesta dote, o a mettersi a servizio.
Se la vecchiaia invece le sorprende nubili, la trascorreranno fra le lacrime, oggetto di disprezzo dei parenti più prossimi. Per ovviare a tanti mali, Sire, noi chiediamo: che gli uomini, in nessun caso possano esercitare mestieri che sono appannaggio delle donne, ossia quelli di sarta, ricamatrice, negoziante di moda, che ci lascino almeno l’ago e il fuso, e noi ci impegneremo a non prendere in mano il compasso e la squadra. Chiediamo di venire illuminate, di avere occupazioni, non per usurpare l’autorità degli uomini, ma per esserne maggiormente stimate, per avere mezzi di sussistenza al riparo dagli infortuni, perchè l'indigenza non costringa le più deboli di noi, abbagliate dal lusso e sviate dall'esempio, ad unirsi a quella folla di disgraziate che popolano le strade e la cui viziosa audacia costituisce l’obbrobrio del nostro sesso e degli uomini che le frequentano. Vorremmo che questa categoria di donne portasse un distintivo. Non dovrebbero mai togliersi il distintivo, pena l’obbligo di lavorare in pubblici laboratori, a vantaggio dei poveri. Vi supplichiamo Sire di istituire scuole gratuite in cui poter appendere i principi della nostra lingua, la religione e la morale. Noi chiediamo di liberarci dell’ignoranza, per dare ai nostri figli un'educazione sana e ragionevole, per farne Sudditi degni di servirvi. Li educheremo ad amare il bel nome di Francese, trasmetteremo l’amore che abbiamo per la Vostra maestà; noi infatti preferiamo lasciare agli uomini il valore, il genio, ma sempre contenderemo loro il pericoloso e prezioso dono della sensibilità.

 

La rivoluzionaria Olympe
Se le borghesi fanno sentire per la prima volta in modo compatto la loro voce, Olympe de Gouges stende una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in parte simile a quella ben più famosa di quella maschile. Fin dal lontano 1992 quando con Mimma De Leo scrivemmo il primo libro di testo per le scuole superiori dal titolo Le donne in Italia. Diritti civili e politici, ci auguravamo che il testo fosse inserito nei libri di storia di tutte le scuole, insieme a quella maschile, ma nulla da allora è cambiato.

Olympe de Gouges, il cui vero nome era Marie Gouze, si ritiene fosse nata a Montauban nel 1775. Non ebbe alcuna educazione, ma sembra fosse figlia illegittima di un nobile non privo di ambizioni letterarie e che da lui avesse ereditato le indubbie capacità di scrittrice. Lasciò presto la cittadina dove era nata per restare nella capitale, dove si mantenne anche con il “lavoro di penna”, scandaloso per i tempi. Scrisse anche pièces teatrali e testi sull’inferiorità femminile, equiparando con notevole anticipo sui tempi la schiavitù delle donne a quella dei neri. Fondatrice allo scoppio della Rivoluzione della Società fraterna d’ambo i sessi; appoggiò la marcia su Versailles, l’assalto alle Tuileries e nel settembre successivo dopo l’imprigionamento del re e della regina si offrì di assumerne la difesa. Nel frattempo rivolgeva affermazioni piuttosto pesanti contro Robespierre e i montagnardi. In uno dei suoi ultimi scritti politici invitò i cittadini a indire un referendum tra repubblica unitaria e monarchia costituzionale. Arrestata nel luglio 1793, affermò di essere incinta per avere salva la vita, ma prolungò solamente la sua prigionia. Venne ghigliottinata il 3 novembre 1793.

 

La Dichiarazione è costituita da 17 articoli, tanti quanti ne ha la parallela Dichiarazione al maschile: alcuni di questi articoli, una minoranza, o riproducono integralmente i corrispettivi dell’89, salvo aggiungere la parola «donna» o sostituirla alla parola «uomo» (dal I al III; IX; XII, XV). Olympe de Gouges riscrive, invece, completamente gli altri articoli della Dichiarazione dei diritti della donna da far decretare all'Assemblea Nazionale nelle sue ultime sedute o in quella della prossima legislatura. Fondante l’art. IV, che esplicita con una denuncia politica che la libertà non è affatto uguale per tutti gli individui, essendo quella delle donne invasa e ostacolata dalla tirannia dell’uomo. Altrettanto importante, il VI chiede che tutte le cittadine abbiano pari accesso a tutte le cariche, posti e impieghi pubblici «secondo le loro capacità, e senz’altre distinzioni che quelle dei loro meriti e dei loro talenti». L’art. X è il più famoso: interamente riformulato rispetto al corrispondente dell’89, sostiene la libertà di opinione per tutti tanto più per la donna che «avendo il diritto di salire il patibolo» parimenti ha quello «di salire alla tribuna». Ai diritti politici e alla libertà di opinione è associata la libertà di concepire figli anche fuori del matrimonio: le ragazze madri, nubili o vedove, non devono più dissimulare la loro «colpa» e possono legalmente effettuare la ricerca della paternità (art. XI). L'ultimo articolo, il XVII, introduce un concetto di comunione dei beni nel rapporto matrimoniale, che Olympe riprenderà nella postfazione, in particolare nella proposta di un Nuovo Contratto Sociale. Questo prevede la comunione dei beni da dividersi in parti uguali in caso di separazione, il riconoscimento dei figli naturali, il divorzio.

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara; in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.

ARTICOLO I
La Donna nasce libera e resta eguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.DichiarazioneDirittiDonne 350 min

ARTICOLO II
Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

ARTICOLO III
II principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

ARTICOLO IV
La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

ARTICOLO V
Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.

ARTICOLO VI
La legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; essa deve essere la stessa per tutti: tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili a ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. .

ARTICOLO VII
Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

ARTICOLO VIII
La Legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.

ARTICOLO IX
Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.

ARTICOLO X
Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

ARTICOLO XI
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poichè questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

ARTICOLO XII
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di quelle alle quali è affidata.

ARTICOLO XIII
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell’industria.

ARTICOLO XIV
Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti; la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse a una uguale divisione, non solo nei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell'imposta.

ARTICOLO XV La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.

ARTICOLO XVI Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, nè la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

ARTICOLO XVII
Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, e a condizione di una giusta e preliminare indennità.

25 aprile '19 con un gran peso nel cuore

donna storia 350 minFiorenza Taricone - Quest'intervista a Marisa Cinciari Rodano apparsa su Noi Donne, mercoledi, 24/04/2019 mi sembra la più adatta a ricordare il significato del 25 aprile, ma anche il senso di una Resistenza e Liberazione permanente; molti oggi soffrono di amnesia, ma il non ricordare purtroppo mi ricorda la frase di Goebbels, triste rappresentante del nazismo, per il quale chi diceva la prima parola al mondo aveva sempre ragione. Ecco, chi soffre di amnesia e ignoranza, si predispone a credere al primo venuto, e alla violenza dei suoi messaggi. Maria Cinciari Rodano, nata nell'anno e nel giorno della nascita del Partito Comunista, 21 gennaio 1921, appartiene a quella nobile stirpe umana che non si è sottomessa, ha lottato, e ancora non vuole affatto dimenticare. Anzi, è ancora lì, a 98 anni, a interrogare il presente per non dimenticare e puntare il dito su ciò che non va, nell'interesse di generazioni future che non vedrà. Nel 2013 avevo chiesto per lei la Laurea Honoris Causa all'Università di Cassino, proposta che fu accettata e che ricordo come un giorno memorabile; il risarcimento era minimo, visto che il suo percorso di laurea al tempo fu interrotto dall'arresto per antifascismo, ma l'intenzione era quella di mostrare come si può essere coerenti con i propri ideali, dei buoni maestri come libri parlanti. Ho preferito che lettori e lettrici leggessero le sue parole anziché le mie; lei sì che può rappresentare tutte le donne, così magari le arroganti, le mezze calzette che parlano presumendo di sapere tutto o quasi, le serve dei potenti possono intravedere un lumicino in fondo alle loro incolte vite.


«Ho l'impressione che nessuno ricordi più le ragioni per cui il 25 aprile è la Festa della Repubblica. È piuttosto grave, occorrerebbe dare di nuovo tutte le informazioni su cosa è successo, spiegare le ragioni che ci hanno portato alla Lotta di Liberazione, chi ha combattuto, contro chi e per quali obiettivi». A parte l’ovvio rammarico, Marisa Cinciari Rodano esprime una forte preoccupazione. La sua è la voce limpida e autorevole di una donna che osserva il mondo e riflette sulla direzione che sta prendendo. I suoi 98 anni (compiuti in gennaio) sono una forza che si alimenta, ancora e quotidianamente, attraverso l'impegno in Noi Rete Donne e con l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, aggregazioni di donne che Marisa ha contribuito a fondare oltre dieci anni fa.MarisaRodano 350 260 min

«È molto grave che si perdano le origini, le ragioni e il significato alla base della nostra democrazia, importante soprattutto per le donne. Tutti i mezzi di comunicazione e le forze politiche dovrebbero fare un'azione di informazione forte per evitare una perdita della memoria che avrebbe conseguenze pesanti». Marisa Rodano aderì, giovanissima, al Partito Comunista Italiano di cui per decenni fu dirigente, sempre impegnata anche nell’Udi e a sostegno delle battaglie a favore delle donne. Fedele a queste radici, oggi è preoccupata della situazione politica.

«Non credo possibile, però, che questo possa avvenire perché l'informazione è molto condizionata dalle forze politiche oggi al governo e che non sentono di avere radici in quella storia. Del resto anche una parte della Democrazia Cristina, nel dopoguerra, ne era distante. Ci fu una ripresa di interesse con i governi del centrosinistra. Però, se devo cercare una spiegazione alla mancanza di un sentimento nazionale condiviso per il 25 aprile, devo risalire al 1968: lì c’è stata una cesura, è mancato il racconto da parte di quelli che allora erano genitori. Da lì c'è stato un lento decadimento del valore del 25 aprile, poi - venendo più al presente - il Partito Democratico ha introdotto un’altra visione del mondo in cui quella data non aveva più centralità». Oggi è difficile anche parlare di fascismo, nonostante i saluti romani nelle piazze (italiane e non solo) siano sempre più frequenti e sfacciati; si contesta che le categorie ‘destra’ e ‘sinistra’ siano superate dalla storia.

«Il clima che sento crescere è molto simile a quello del 1919, cioè analogo alle condizioni economiche e sociali che hanno portato il fascismo al potere. Sì, vedo un pericolo reale di ritorno del fascismo. Anche una parte dell'Europa è dichiaratamente fascista, quindi l’Unione Europea non mi pare possa essere un argine sufficiente a garantire una protezione da questi rigurgiti fascisti e nazisti. Assistiamo al paradosso di un'Europa - nata dall'antifascismo grazie al manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann - che oggi sarebbe rinnegata nella sua sostanza».

E Marisa racconta, avendolo vissuto, cosa è stato il fascismo. «Facciamo fatica, oggi, a capire come si possa vivere senza libertà, ma il fascismo era questo. Il fascismo negava la libertà di stampa, il Ministero della Cultura Popolare emanava le direttive ai giornali, che dovevano rispettarle: me ne ricordo una ‘da lunedì meno Papa’.. Non c'era libertà di associazione, se non avevi la tessera del partito non trovavi lavoro, il sabato fascista imponeva ai giovani di sfilare con le divise del fascio e poi c’erano i saggi ginnici. Il fascismo era un regime autoritario e illiberale che inquadrava la vita di tutti, a partire dai giovani. Il ruolo e il destino delle donne era di fare i figli e meno che mai di fare politica».

Le sue preoccupazioni sono accentuate anche per il contesto internazionale in cui tutto ciò accade, e che così descrive. «È un momento difficile in cui vedo a rischio la pace, proprio il valore della pace in un mondo nel quale le idee che contano sono quelle di Trump negli Stati Uniti, di Putin in Russia e di Erdogan in Turchia. Il Medio Oriente è a rischio di una guerra: basta guardare la situazione della Siria, del Libano e della Giordania con milioni di profughi. Sento un’aria di diciannovismo che mi preoccupa e che, invece, non mi sembra preoccupi molto la politica».

Il buon senso, prima ancora che la visione strategica internazionale, inducono a darle ragione e, viene da domandarsi, come mai di fronte a questa tendenza pericolosissima le forze della sinistra non riescano a tornare ad un protagonismo sulla scena nazionale ed internazionale. «Purtroppo la cultura progressista e di sinistra ha una voce flebile contro questi movimenti in crescita, l'unico che abbia un'idea in proposito è Pisapia, che vede una possibile soluzione nella creazione a Strasburgo, dopo le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, di un largo gruppo socialdemocratico in grado di contrastare questa ideologia nefasta e di rinsaldare l’Europa restituendole la possibilità di giocare un ruolo importante nello scacchiere internazionale. Del resto in Europa è nata l'idea di cultura moderna, è nato il Cristianesimo, è nata tutta la civiltà che è riferimento per il mondo».

E torna a ragionare sugli errori di casa nostra. «Penso che l’Europa al tempo di Romano Prodi abbia avuto troppa fretta di aprire l’ingresso a paesi dalle incerte adesioni all'idea di Unione, questo allargamdonne armilanoedizione260h minento intempestivo ci sta procurando molti problemi. Anche i politici italiani hanno responsabilità e dobbiamo riconoscere che in sostanza sono singole persone che puntano all'affermazione personale e non hanno una visione politica del paese e dello sviluppo possibile. Tutto questo è drammatico se pensiamo che siamo in una situazione mondiale in cui i singoli Stati non contano praticamente niente. Questo va ricordato a chi si fa abbindolare dai sovranisti: l’affermazione dell'importanza degli Stati nazionali è pretestuosa perché è insostenibile nei fatti. A sinistra non ci sono leader e questa area politica è frantumata, non riesce ad essere presente nei gangli più delicati del paese e sembra vivere nella convinzione che cliccare sia un agire, invece non è così. La rivoluzione del web e dei social media ci ha colto impreparati, ci siamo man mano allontanati dal paese reale e oggi si sconta questo ritardo. I partiti di massa sono stati sostituiti da aggregazioni virtuali o affermando l’idea vaga che ‘uno vale uno’ in una piattaforma oppure aprendo la strada ad un’idea precisa ma reazionaria come quella di Salvini. Bisognerebbe tornare alla militanza di un tempo, dove le sezioni erano il luogo di incontro vivo e reale, di scambio di opinioni».

Marisa Rodano ha le idee chiare su quali soggetti possano, oggi, contrastare questa onda lunga che sembra inarrestabile. «Il fatto positivo, in generale, mi pare siano le donne, che si comportano meglio degli uomini salvo che in Parlamento, dove hanno adottato il modello maschile. Le elette del Movimento 5S e della Lega di Salvini non svolgono nessun ruolo femminile ma si comportano come gli uomini, sembrano estranee al cammino che hanno compiuto le donne per conquistare diritti e leggi».

È il momento di fare un bilancio di quello che l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria ha fatto. «Come Accordo abbiamo lavorato affinché fossero rimossi gli ostacoli che impediscono alle donne di essere candidate e di entrare nelle assemblee elettive a tutti i livelli: comuni, Regioni, Parlamento. Considero questo obiettivo raggiunto, il punto è che queste donne, una volta elette, hanno adottato un modello maschile e non svolgono la funzione che ci si attendeva da loro, ossia l’indipendenza dagli uomini, l’autonomia nelle scelte e nelle priorità. Rimane quindi aperto il grande tema dell'autonomia delle donne, una questione di grande attualità. Del resto dobbiamo sempre tenere presente che le donne ai vertici in tutti i campi, anche se aumentate, sono ancora poche. Mi pare il caso di sottolineare che manca una legge che regoli l'ordinamento in25 aprileterno dei partiti prevedendo un'equa rappresentanza tra uomini e donne, manca cioè una legge che determini la democrazia interna. Il fatto che le donne che arrivano i vertici non fanno la differenza è deleterio per tutte le donne, questo lo dobbiamo ricordare».

Tra i pericoli di questi tempi difficili Marisa Rodano per le donne vede anche la possibilità di retrocedere nelle condizioni di vita. «Non credo si possano abrogare leggi come la 194 o il divorzio, ma vedo molto concreta, e già nei fatti, la mancanza di sollecitazioni ad applicare le leggi che ci sono, come per esempio la parità salariale. C’è un rischio concreto anche nella mancanza di volontà di creare le condizioni per l’applicazione di tante leggi: penso alle infrastrutture sociali, ai servizi».

L’arretramento per le donne è molto più che una minaccia, ma il loro avanzamento è davvero assente, come dimostrerebbe una eventuale agenda delle donne che abbiamo chiesto a Marisa di stilare. Oggi, come ieri, vedrebbe «una società in cui ci sia uno sviluppo economico all’insegna di una reale parità, un'Europa che sia solidale nella quale si possa affermare un'idea di centrosinistra capace di affermare tali principi».

Quanta forza hanno, oggi, le donne per far sentire la loro voce? «In alcuni momenti del passato le donne sono state davvero unite. Per il divorzio e per l'aborto, per esempio. Oggi le donne sono sulla difensiva, il tema della violenza è centrale, ma c'è una difficoltà a individuare grandi temi su cui ritrovarsi unite. Penso che i grandi temi su cui le donne dovrebbero allearsi sono: il lavoro, i servizi sociali adeguati alla situazione odierna, normative sull’assistenza alle persone anziane». Ripartire da dove non abbiamo mai smesso, praticamente, di ragionare. Solo, occorrerebbero parole d’ordine diverse e rinnovate energie.


Alla conversazione ha partecipato e contribuito Paola Ortensi

Il biennio 1848-49 e le donne della Repubblica romana

di Fiorenza Taricone - Il 201legiardiniere min9 sarà un anno ricco di date memorabili per la storia della questione femminile, come lo è stato il 2018, anno del varo della Costituzione italiana, ma anche anno della pubblicazione della Dichiarazione dei Sentimenti, su cui ho scritto precedentemente su UnoeTre un articolo-ricordo.

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  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

Quest’anno la Rivoluzione francese compirà 220 anni e sarà argomento di un prossimo articolo, ma ancora prima non possono passare sotto silenzio le donne che hanno lottato in ogni modo nella Repubblica romana; nata il 9 febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848 ebbe una vita breve; finì infatti il 4 luglio 1849 a causa dell'intervento militare della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, il nipote di Napoleone, che nonostante l’opposizione repubblicana, fece votare l’intervento in deroga ad un articolo della costituzione francese.

Tuttavia quella che sembrava una parentesi diede vita a una costituzione moderna, quasi anticipatrice di quella nata dopo la Resistenza, meno di un secolo dopo. Lo stato pontificio che era tra i più arretrati d'Europa, sperimentò nella Costituzione una teoria e prassi democratiche, di ispirazione mazziniana, come il principio del alledonneromane minsuffragio universale maschile; quello femminile non era vietato dalla Costituzione, ma non c’era alcun cenno, mentre faceva la sua comparsa l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto.
Già dal 1848 le testimonianze hanno tramandato la memoria di un forte coinvolgimento delle donne nelle rivolte contro l’Austria e nelle esperienze repubblicane che ne seguirono: "popolane" sono sulle barricate di Milano e di Brescia a combattere e a soccorrere a feriti, "signore" formano gruppi e comitati di assistenza e lavorano attivamente alla raccolta di offerte di ogni genere per proseguire la guerra.
A Roma, la pubblicazione tra l’aprile e il novembre 1848 di un giornale unico nel panorama nazionale dal significativo titolo «La donna italiana» attesta come le donne siano considerate parte integrante o comunque necessaria da una comunità nazionale faticosamente in corso di costruzione. Il giornale dedica un’attenzione particolare all’educazione patriottica delle donne italiane e le sollecita a farsi parte attiva nella lotta contro l’Austria, non solo incoraggiando gli uomini a combattere per l’indipendenza italiana, ma collaborando attivamente con loro. Fin dai primi numeri del giornale, si susseguono appelli e resoconti che segnalano gli atti di generosità delle donne italiane per la causa dell’indipendenza, oltre che le notizie della raccolta di fasce e medicinali per i combattenti della Lombardia e del Veneto. Un gruppo di donne venete, Antonietta Del Cerè Benvenuti, Teresa Mosconi Papadopoli ed Elisabetta Michel Giustinian promuove la costituzione all’interno della guardia civica veneziana di un battaglione di donne: “Ufficio delle cittadine inscritte in questo battaglione deve essere di curare i militi che cadessero feriti, preparare le cartucce e fare quant’altro la carità di patria può domandare da noi”; è considerato comunque un ruolo non facile, se ci si premura di precisare che “il battaglione che sarà posto sotto gli ordini di un capo, eletto dal Comandante generale, adempierà la sua missione evitando qualunque comparsa in pubblico”. Comparsa che invece le donne non sempre eviteranno, nel corso degli eventi, se si segnalano le gesta eroiche di Luigia Battistotti, combattente sulle barricate milanesi, o l’ardore di Cristina di Belgioioso che recluta e conduce i volontari napoletani in Lombardia, di Isabella Luzzatti, Carolina Percoto, Giulia Modena, che sono sui campi di battaglia del Veneto e addirittura si mettono alla testa di centinaia di "crociati", come vengono definiti i volontari combattenti della "santa" guerra contro lo straniero. Il termine di partecipazione appare infatti insufficiente a connotare l’esperienza femminile e rischia di essere ancora una volta una "formula che presenta le donne come ospiti occasionali in una storia non loro, dove la normalità e la norma è l’azione degli uomini: partecipare non equivale a far parte, anzi marca il divario fra appartenenza e convergenza momentanea¹.

1 - A. BRAVO, Introduzione, in Donne e uomini nelle guerre mondiali, Roma- Bari 1991, p.VI.

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La presenza delle donne non fu solo quantitativamente rilevante in questa fase, che fu un momento cardine del processo di unificazione, e produsse significati ben oltre il 1848. Le donne, lungi dal restare escluse, sono chiamate in causa attraverso il legame familiare, in quanto madri, figli, consorti di patrioti, ma anche come sorelle in quanto figlie della stessa madre Italia, e dunque come patriote esse stesse, secondo una interpretazione estensiva e di genere dell’idea di fratellanza.
Nella primavera del 1848, mentre scoppiano i moti rivoluzionari e la guerra contro l’Austria, la situazione di Roma è ancora fluida, la città è lontana non soloCristina Trivulzio Belgiojoso by Henri Lehmann min geograficamente dal teatro di guerra. Pochi mesi dopo, il moto rivoluzionario tocca anche Roma; la guerra coinvolgerà uomini e donne giungendo sulla soglia e oltre delle loro case e le donne romane saranno le prime a rispondere alle necessità di sacrificarsi per le esigenze della patria. In una seduta dell’Assemblea mentre Mazzini accennava a queste urgenze, dalla tribuna riservata alle donne iniziava come ricordano le cronache, una pioggia d’oro, fatta di fermagli e d’anelli. Nell’aprile del 1849 l’intervento francese contro la Repubblica romana è ormai deciso e l’assemblea repubblicana vota la resistenza ad oltranza. Subito dopo lo sbarco dell’esercito francese a Civitavecchia in attesa dell’attacco imminente, il triumvirato da un lato conta le forze militari disponibili, dall’altro allerta la popolazione e ne organizza la resistenza attraverso l’istituzione di una Commissione Centrale delle barricate; si nominano i rappresentanti del popolo che, rione per rione, daranno istruzioni per la costruzione delle barricate, con l’obiettivo di difendere palmo a palmo il terreno: "le milizie d’ogni genere fanno e faranno il loro dovere. Tocca al popolo fare il suo”. La mobilitazione non esclude le donne: "Fino da oggi si è pensato di comporre un’Associazione di Donne allo scopo di assistere i feriti, e di fornirli di filacce e delle biancherie necessarie. Le donne romane accorreranno, non v'ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità"².
Le donne romane effettivamente accorrono in gran numero: centinaia rispondono all’appello del Comitato di soccorso ai feriti fra cui Enrichetta Pisacane, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e Giulia Bovio Paulucci, donne di diversa estrazione, e mogli per lo più di alcuni dei protagonisti delle vicende rivoluzionarie. Cristina di Belgioioso è stata in prima fila nelle giornate milanesi, poi è attratta anche se non convinta dagli esperimenti politici del Governo provvisorio toscano e della Repubblica Romana. Enrichetta Di Lorenzo è la compagna di Carlo Pisacane: già sposata al conte Dionisio Lazzari, madre di tre bambini, fuggita con Pisacane da Napoli nel 1847, è stata con lui per due anni in Inghilterra, in Francia, in Svizzera e infine in Italia sui campi di battaglia lombardi; nel marzo 1849 è a Roma con Pisacane, che provvede, con lo stesso Mazzini, alla riorganizzazione delle forze militari. Giulia Bovio Silvestri, bolognese, è la moglie di Vittorio Paulucci de’ Calboli, già comandante della piazza di Bologna e dei giovani volontari bolognesi, il cosiddetto Battaglione della Speranza. Nei giorni immediatamente successivi, lo stesso Comitato di soccorso ai feriti si costituisce in Amministrazione delle ambulanze con un significativo ampliamento della sfera d’azione. Ai precedenti componenti del comitato di soccorso si aggiungono alcuni "cittadini", in maggioranza personale sanitario già in forze negli ospedali romani. Il Comitato comunica coll’Amministrazione di Sanità militare, col Municipio e coi Ministeri della Guerra e dell’Interno.

2 - «Monitore Romano», 27 aprile 1849. 

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Le ambulanze, cioè i punti di soccorso ai feriti, vengono collocati in parte presso ospedali e ospizi, in parte presso conventi più o meno prossimi ai luoghi di combattimento. A fine aprile, come sedi di ambulanze vengono approntati la Trinità dei Pellegrini, antico ospizio fondato nel `500 da Filippo Neri, gli ospedali di S. Giovanni in Laterano, Fatebenefratelli, S. Spirito, S. Giacomo, il convento della SS. Annunziata delle Turchine a Monti, il convento di S. Pietro in Montorio, a ridosso del Gianicolo, S. Teresa a Porta Pia, e, in un secondo momento, il Palazzo del S. Uffizio, il Convento della Scala (dove peraltro i frati non consentiranno mai l’ingresso alle donne assistenti), l’Ospedale di S. Giovanni de’ Fiorentini, la Canonica di S. Maria Maggiore. A ognuno di essi è preposta una delle componenti il Comitato di soccorso. All’Ospedale della Trinità dei Pellegrini, l’assistenza è affidata a Giulia Paolucci e a Dina Galletti, bolognese, moglie di Giuseppe Galletti, presidente dell’Assembleaenrichettapisacane min costituente; dell’ospedale di S. Spirito è "regolatrice" Giulia Calame Modena, svizzera di Berna, moglie di Gustavo Modena, combattente con il marito nel Veneto e responsabile di un ospedale da campo a Palmanova, dove è ferita; imprigionata dagli austriaci poi liberata, raggiunge Firenze e di qui Roma; a S. Giacomo è Malvina Costabili, ferrarese, moglie di uno dei componenti della Commissione di finanze, a San Gallicano Adele Baroffio, moglie di Felice Baroffio, milanese, medico e chirurgo militare, combattente contro l’Austria e poi esule in Piemonte; a S. Giovanni, Paolina Lupi, a San Pietro in Montorio Enrichetta Pisacane, al Fatebenefratelli è "regolatrice" Margaret Fuller, giornalista americana appassionata sostenitrice della causa italiana, a Santa Teresa, Enrichetta Filopanti, moglie di Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli), deputato di Bologna all'Assemblea costituente, a Monti, Olimpia Razzani.
Il ruolo svolto da Cristina di Belgiojoso nell'organizzazione delle ambulanze è di primo piano, come ha modo di notare una delle sue collaboratrici, Enrica Filopanti che insiste sulle capacità organizzative e l’attiva determinazione di Cristina di Belgiojoso. E sottolinea come con "uguale zelo" vengano accolti e curati nelle ambulanze tutti i feriti, sia italiani sia francesi.
Se nelle organizzatrici dell’assistenza è motivo di particolare orgoglio trattare tutti i feriti "con uguale zelo", senza riguardi per la divisa che portano, la loro opera non è a questo riguardo universalmente apprezzata. Ai riconoscimenti tributati alle infermiere da Ferdinand de Lesseps, inviato nell’aprile a Roma in missione diplomatica come mediatore, per aver prestato ai ventisei feriti francesi dei combattimenti del 30 aprile tutte le cure del caso, fanno da contrappunto altri giudizi di parte francese tutt’altro che benevoli: c’è chi getta su di loro il sospetto più infamante, descrivendole come signore dalle "nude spalle e seducentemente adorne" che solo apparentemente si dedicavano alla cura dei soldati; in realtà si sedevano al capezzale dei malati francesi “per far proseliti colla voluttà” tant’è che Cristina di Belgiojoso sarebbe stata soprannominata, tra i francesi, Bellejoyeuse. Ma Alphonse Balleydier, autore di queste note, non è e non sarà il solo: è rimasta famosa la testimonianza di Antonio Bresciani, letterato gesuita. Falsificando i reali motivi delle visite compiute dalla Belgiojoso nei conventi alla ricerca di luoghi adatti ad accogliere ambulanze, immagina che la Belgiojoso si rechi invece ad annunciare alle suore il decreto del 27 aprile con il quale il triumvirato non riconoscendo la perpetuità di voti, dà facoltà di sciogliersi dalle regole a tutti i religiosi e religiose che ne abbiano l’intenzione, proteggendoli contro ogni violenza e accogliendo i religiosi che ne facciano richiesta nelle milizie della Repubblica.

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Nella scena dipinta dal Bresciani la Principessa, accompagnata da altre “profetesse” con modi arroganti, legge il decreto e incita le suore a sciogliersi dai voti, ma di fronte alla fermezza delle suore, deve battere in ritirata. E non è questa l’unica forma di prevaricazione compiuta ai danni delle religiose: di ben più gravi attentati al pudore si sarebbero resi colpevoli gli studenti della Sapienza. Bresciani lamenta che i conventi siano stati ridotti ad alloggiamenti militari, a magazzini, a ospedali: "E fosse stato soltanto per riporvi i feriti; ma nel brutale comunismo repubblicano, cacciavano di casa le monache per empire i monasteri della plebe sfrenata e ingorda, sotto sembiante di sottrarla al pericolo delle bombe. Indi i religiosi si vedevano inondare di femmine i collegi e i conventi ... Infermierine, le quali s’avvolgevano snelle e leggere intorno ai letti in grembiulino di seta a ventaglio; colle maniche riboccate assai sopra il gomito; con gli scialli appiccati agli arpioni dell’antisala, perché il caldo e l’afa le opprimeva; coi capi ben acconci, per non aver sembiante di suore, e non metter tedio e nausea agli eroi d’Italia, ai martiri della libertà; con certi risolini in bocca, con certe parole dolciate, da mandarli all’altro mondo in ben altra guisa che non fanno i preti in cotta e stola"³.
Anche i medici non mostrano di apprezzare l’ingresso di queste figure irregolari nell’ambiente sanitario, sia pure in situazione d’emergenza; molti di loro protestano controgiardiniere min1 “l’invasione muliebre" e il "dispotismo delle femmine”.
In realtà Cristina di Belgiojoso non si limita a organizzare l’opera di soccorso momentaneo. Il suo ruolo le dà modo di rendersi conto della situazione complessiva dell’assistenza sanitaria a Roma, e di concepirne un progetto di riassetto che nel maggio 1849 espone ai triumviri. Il progetto prevede l’allargamento delle competenze del Comitato di soccorso a una sorta di sovrintendenza a tutti gli ospedali romani, la trasformazione dell’ospedale della Trinità dei Pellegrini in ospedale militare nonchè convalescenziario per malati dimissionati ospedali e sede di scuola infermieristica per le donne assistenti; al comitato, inoltre, sarebbero spettate l’amministrazione del patrimonio della Trinità dei Pellegrini, la direzione dell’ospedale militare, la direzione dell’istituto delle donne assistenti. A questo proposito non manca di mettere l’accento sulla necessità che alle infermiere venga richiesta "molta severità di costumi e regolarità di vita quasi monastica”, una risposta preventiva alle accuse di immoralità che da più parti pioveranno sulla stessa Belgiojoso e sulle altre volontarie; un segnale che il contatto e la cura del corpo sono considerati motivo di attrazione e al tempo stesso di pericolo per le donne.
Alle pendici del Gianicolo gli uomini si difendono fino allo stremo, e negli ospedali si è combattuta la battaglia delle donne per la patria: un duplice fronte che Carlo Rusconi, ministro degli Esteri della Repubblica e protagonista delle trattative con il generale Oudinot che precedettero l’intervento francese, ricorda con accenti commossi: "Molte donne gareggiavano in egual modo in Roma col sesso più forte nel difendere la patria loro e le istituzioni che dovevano ravvivarla. Molte altre ancora la carità loro dimostravano assistendo i feriti, vegliando le notti al capezzale dei moribondi. Non mai il compito della donna era stato più nobile di quello che si mostrasse in quei momenti. Per quegli uffici pietosi doveva essere poi vilipesa; tanta abnegazione, tanto amore, tanto affetto di patria dovevano essere segnalati al mondo come una libidine scellerata; e le angeliche donne furono stigmatizzate come meretrici abbiette.

 

3 - A. BRESCIANI, Della Repubblica romana Fatti storici dall’anno 1848 al 1849, appendice all’Ebreo di Verona, Napoli 1858, pp.13-9.

 

 

 

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Beatrice e il web. Leggere con gli occhi di oggi le donne del passato

Dante e Beatrice di Salvatore Postiglione 350 260 minFiorenza Taricone - Le chiavi per una nuova lettura della figura di Beatrice dantesca sono due: la prima si collega alla storia di genere; dagli anni Settanta in poi, in ambito europeo ed extra europeo, innovative ricerche hanno indagato ruoli, identità singole e collettive, funzioni, idealizzazioni e proiezioni collettive del genere femminile, disseppellendo dalla storia finora conosciuta singole personalità o eventi connotati solo al maschile. Il genere, come categoria interpretativa non contrapposta al maschile, a differenza dell’identità biologica, muta con l’evoluzione sociale, politica, economica, scientifica. Beatrice può essere letta quindi in relazione con la vita delle donne del suo tempo, il Medioevo; Beatrice appare comunque come una donna del tutto insolita per le qualità e i poteri che le sue contemporanee difficilmente avevano. Una Beatrice in contrasto con la condizione femminile del suo tempo, segnata per le donne dalla schiavitù civile, dall’analfabetismo, dove solo le religiose, le badesse, le mistiche, le teologhe di fatto, ma non di diritto, le nobili senza titolo di sovranità, facevano eccezione, era in grado di dare spiegazioni a Dante e di portarlo al cospetto di Dio. Una delle poche eccezioni laiche del secolo di Dante fu Christine de Pisan, italiana di nascita, che denunciò sia la misoginia del suo tempo, sia il silenzio delle donne. Imprenditrice di se stessa, rimasta vedova con figli, nel suo libro più famoso "La cité des dames", offriva il modello di un mondo diverso, fondato sulle virtù femminili, ragione, rettitudine, giustizia, e popolato di moltissime donne di valore, sante, eroine, scienziate.

La seconda chiave interpretativa riguarda la contemporaneità, cioè cogliere la sua qualità virtuale e incorporea; si può tentare di leggere la Beatrice del Paradiso dantesco, come fosse un’anticipazione della smaterializzazione del web. Nel Paradiso e nel web, la vita è slegata dalla realtà fisica. Mentre però il disancoraggio di Beatrice porta a un’esaltazione divina, quello attuale porta a una denigrazione del femminile, spessissimo riferito a un consumo sessuale, con lo spezzettamento del corpo diventato merce, apprezzato e monetizzato a pezzi. Entrambi, il Paradiso e il web, sono dei non luoghi, difficilmente collocabili nello spazio e nel tempo, e così Dante sembra intendere il Paradiso, un non luogo fatto di luce. Quest’ultimo elemento ci riporta a una straordinaria anticipazione dantesca: sembra, infatti, che per alcuni studiosi il Poeta anticipi l’attuale scienza delle particelle con l’idea di Dio come punto di fusione fra materia ed energia, concetto proprio della fisica del ventesimo secolo. Se infatti, l’empireo è un cielo, o comunque ha in sé aspetti materiali, è indubbio che la sua materia è speciale, deriva direttamente dal Dio, e la sua energia primaria è fatta di luce.

 

La forza dell’amore

Beatrice che Dante conobbe da bambina chiamandola con un nome che significava la beatificante, colei che rende beati quanti l’amano, ispira un amore puramente estetico, che desidera solo la gioia di vedere, a differenza dell’amore carnale teso al possesso dell’oggetto amato. Il contrasto con l’oggi in cui al centro delle violenze “per amore” è la critica al cosiddetto “amore proprietario, è schiacciante; Dante e Beatrice vissero ciascuno la propria vita. Quando lei morì, nel 1290, lui era già sposato a Gemma Donati, fidanzato dal 1277, quindi a dodici anni. Egli stesso informa del suo amore per altre donne, di cui una aveva rischiato di fargli dimenticare Beatrice; ma del suo vero amore si sa pochissimo, essenzialmente che al momento della morte Beatrice era già sposa e madre; l’amore di Dante non aveva sostanzialmente turbato la sua esistenza. Ma l’artista, com’è noto, vive dentro un uomo, o una donna, con i quali spesso ha scarsi rapporti e cui spesso neppure somiglia. La morte di Beatrice la rendeva una musa perfetta, cancellando lo scarto, sempre presente e talvolta imbarazzante, che separa l’ideale dalla realtà. Dante non ha visto disfare la bellezza, grande cruccio delle donne attuali cui cercano di porre riparo diventando delle maschere inespressive e immobili; la musa invece ha potuto restare giovane nel pensiero di chi l’amava. Dante trasformava la bambina di Firenze, sempre amata, in Musa e assegnava a Beatrice che “imparadisa” la sua mente, una posizione precisa nell’Empireo.
Cantare Beatrice era però impresa completamente diversa dal lodare la bellezza della giovane donna che incontrava talvolta per le vie di Firenze. Per riuscirci, occorreva istruirsi sul Paradiso, gli angeli e i beati, che affollavano il luogo degno di Beatrice. Per ritrovarla dunque Dante la cerca lassù, dov’è, e il suo spirito si reca in pellegrinaggio. Quando per Virgilio venne il momento di separarsi da Dante, Beatrice lo sostituì fin quasi sulla vetta del Paradiso, ma non fino in cima, perché fu sostituita da Bernardo di Chiaravalle, dottore dell’estasi, sempre però con delega di Beatrice. Il ruolo che rivestiva Beatrice era di una donna erudita, cui piaceva insegnare; quando non era possibile, si trovava un sostituto. Oggi, collocandola in una storia di genere, la chiameremmo donna d’eccezione, soprattutto in un periodo di quasi totale analfabetismo femminile, come il Medioevo.

Era attraverso l’idea del viaggio ispiratogli da Beatrice che Dante percorse paesaggi ultraterreni, cercando domande e risposte. La prima volta che Beatrice gli parlò, ne fu talmente inebriato da ritirarsi in solitudine, in preda a una violenta emozione, e si addormentò pensando a lei. Il poeta la vide allora in sogno mentre dormiva nuda sotto un velo leggero tra le braccia dell’Amore, che lo costringeva a mangiare il cuore del poeta. L’evento centrale era la morte di Beatrice, con un sogno premonitore che annunciava una data funesta: l’8 giugno 1290; Firenze era in lutto, il mondo aveva perso la sua bellezza.
La dimensione dello sguardo fra il poeta e la donna ispiratrice era centrale, fino a diventare motore trainante per l’ascesa: ogni volta che saliva a un cielo superiore, Dante guardava prima gli occhi di Beatrice, oppure addirittura compiva l’ascesa mentre li stava guardando. beatrice dante marie spartali stillman 1895 350 min

Nel Paradiso dove l’emisfero era quasi tutto bianco per la luce di mezzogiorno, mentre era già notte in quello boreale, Dante vide Beatrice guardare fissamente il sole; anche lui fissò gli occhi nel sole al di là delle possibilità consentite all’uomo sulla terra. Beatrice teneva gli occhi attentamente fissi sulle sfere celesti e Dante su di lei.
Nel secolo in cui Dante scriveva, ma per parecchi secoli a venire, almeno fino all’Ottocento, nelle virtù femminili obbligatorie giganteggiava la modestia, espressa anche dal tenere gli occhi bassi. Le donne per dimostrare il loro pudore, per accattivarsi le simpatie, per sedurre, usavano poche parole; al loro posto soprattutto gli sguardi, non diretti, non fissi, ma bassi e obliqui. L’immateriale Beatrice, cantata da Dante, era una donna che addirittura con lo sguardo faceva da tramite con la sua beatitudine fra il Poeta e la sfera celeste.

La nostalgia e il ricordo di Beatrice insomma guidarono Dante per tutta la "Divina Commedia", avendo sempre vicino un modello femminile del tutto inusitato per i tempi, che talvolta gli era accanto, talvolta lo precedeva come una guida, ribaltando il luogo comune che voleva la donna come musa ispiratrice in posizione subalterna al genio creatore, di solito maschile. Una figura che perdeva la sua corporeità, fatta di luce immateriale, ma che pesava infinitamente di più di una fisicità; il virtuale femminile sul web oggi non emana altrettanta luce, né mi sembra di poter dire, dignità; piuttosto, un corpo femminile offerto senza troppe allusioni.

Dante ha costruito un modello pressoché unico; il solo altro paragone è con Tolstoj; dichiarò di essersi innamorato a nove anni di una coetanea, Sonia Kolochine, e di averla poi amata per il resto dei suoi giorni, ma non scrisse nulla su di lei. Un raffronto che potrebbe essere nella sottrazione di sensualità, per non rischiare l’involgarimento e mettere a confronto la realtà con la virtualità. Molto più tardi, a 62 anni, infatti, avrebbe annotato su di lei nel Diario: ho pensato di scrivere un romanzo d’amore come per Sonia Kolochine, un amore che renda impossibile il passaggio alla sensualità, che sia la migliore difesa alla sensualità. Insomma, il nuovo non è sempre e solo positivo, la libertà sessuale femminile non garantisce dallo sfruttamento del proprio corpo e l’immaterialità non garantisce dal porno web.

 

 

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A Cassino: presentata la Carta dei diritti della bambina

CASSINO SALA RESTAGNO 11 GENNAIO 2019 350 260 mindi Fiorenza Taricone - Nel pomeriggio dell’11 gennaio nella Sala Restagno del Comune di Cassino sono intervenuta ad una manifestazione promossa dalla Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti professioni Affari) che riguarda un tema antico e moderno insieme: i diritti della bambina. L’associazione infatti ha presentato la Carta dei diritti della bambina, in occasione della sua sottoscrizione anche da parte della Giunta del Comune di Cassino, ma che finora è stata approvata da moltissimi Comuni italiani e da cinque Regioni, fra cui recentemente anche il Lazio. L’associazione femminile e movimento di opinione Fidapa Bpw Italy è l’espressione italiana della Federazione americana Business and Professional Women nata nel 1919, alla fine della guerra; la finalità è sempre stata quella di promuovere, coordinare e sostenere le donne nel campo delle arti, professioni e affari, incentivandone l’impegno politico e civile, senza distinzioni di etnia, lingua e religioni. L’IFBPW è una cosiddetta ONG, cioè non governativa, accreditata presso Onu, Fao, Unesco, Consiglio d’Europa e altri organismi internazionali. Ispirata alla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia del 1989, La Carta non ha la pretesa di essere vincolante; è un’enunciazione di principi di valore morale e civile per promuovere oltre alla parità sostanziale fra i sessi, la valorizzazione delle differenze tra bambine e bambini e il superamento degli stereotipi che limitano la libertà di pensiero e di azione in età adulta. Il progetto Fidapa BPW Italy prevede la diffusione del documento sul territorio nazionale, sollecitando la sottoscrizione e l’adozione da parte dei Comuni presso i quali è attiva l’Associazione F.I.D.A.P.A., dei Comuni limitrofi e delle Regioni. Oltre alla Presidente della Fidapa di Cassino, Silvia Volante, e a Anna Maria Cacciami, responsabile per Cassino della implementazione del progetto, Fiorella Annibali Responsabile Nazionale del Gruppo di Lavoro Carta dei diritti della bambina Educare alla parità Contrasto alla violenza ha illustrato il progetto che intende coinvolgere le scuole, innanzitutto le elementari. A sorpresa infatti un gruppo di bambini e bambine hanno letto a turno gli articoli della Carta.

 

Il testo presentato è stato rinnovato rispetto alla versione originale presentata ed approvata durante il Congresso della BPW Europa, a Reykjavik nel 1997, a seguito diBimba sfuttata un seminario sul tema "Il futuro della bambina in Europa", tenuto da Janice Brancroft, rappresentante dell'Europa presso la Commissione della condizione femminile dell'Onu. Ispirata alla Convenzione Onu sui Diritti del fanciullo del 1989, a differenza e ad integrazione di questa, che pone sullo stesso piano i due generi, la Carta dei diritti della Bambina li distingue in termini di caratteristiche e bisogni, per le diverse connotazioni fisiche ed emozionali. Dopo circa 20 anni, l’originaria Carta dei diritti della bambina doveva necessariamente essere aggiornata, in considerazione delle leggi sopravvenute in tutto il mondo; la nuova versione è stata definitivamente approvata il 30 settembre 2016 dal Meeting europeo della Fidapa durante la Conferenza di Zurigo.

 

Nel mio intervento ho sottolineato come i bambini e le bambine abbiano rappresentato un nodo storiografico: la storia moderna e contemporanea è stata vista quasi sempre dal punto di vista degli adulti, raramente considerando esclusivamente i minori come soli protagonisti. Sono recenti tutto sommato gli studi sui bambini in Italia come soggetti attivi e passivi durante i conflitti; oppure quelli che sui libri di testo delle scuole ricordino come il decollo industriale italiano, appena fatta l’unità d’Italia, fosse ricaduto anche sulle cosiddette mezze forze, cioè le donne e i bambini, che avoravano spesso quanto gli uomini, ma paradossalmente detti mezze forze, forse più per giustificare il minore compenso rispetto ai lavoratori uomini. Certamente la globalizzazione e la rete ci hanno mostrato le condizioni non dignitose e i pericoli che i minori di entrambi i sessi corrono, ma la distinzione fra i sessi s’impone.

 

La dobbiamo alla Conferenza Mondiale delle donne di Pechino del 1995, che in Italia ha avuto una scarsa eco, ma fra le sue novità, ha riservato alle bambine un posto a sé fra i tanti obiettivi strategici della sua Piattaforma. Nove elaborazioni che conservano tutta la loro attualità, tanto più drammatica se si pensa che da Pechino sono passati ben 24 anni. Il primo: Eliminare tutte le forme di discriminazione nei confronti delle bambine. Il secondo: Eliminare gli ateggiamenti e le pratiche culturali negative nei confronti delle bambine. Il terzo: Promuovere e proteggere i diritti della bambina e far meglio conoscere i suoi bisogni e il suo potenziale. Il quarto: Eliminare le discriminazioni nei confronti delle bambine nell’istruzione, acquisizione delle capacità e formazione. Il quinto: Eliminare la discriminazione nei confronti delle bambine nei settori della salute e della nutrizione. Il sesto: Eliminare lo sfruttamento economico del lavoro dei bambini e proteggere le bambine che lavorano. Il settimo: Eliminare la violenza nei confronti delle bambine. L’ottavo: Sensibilizzare le bambine e favorire la loro partecipazione alla vita sociale, economica e politica. Il nono: Rafforzare il ruolo della famiglia nel migliorare la condizione delle bambine.

 

Carta dei diritti delle bambine

 

 

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1848-2018 La Dichiarazione dei Sentimenti americana compie 170 anni

Dichiarazionedisentimenti 350 260 minFiorenza Taricone - Nei numerosi anniversari che popolano il 2018, tra cui ricordiamo il 1848 come anno delle rivoluzioni europee, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nel 1948, il mitico ‘68 quale anno della rivolta operaia e studentesca, il 2018 come 70° della Costituzione italiana, come non ricordare la cosiddetta Dichiarazione dei sentimenti? In America diede inizio ad una organizzata protesta delle suffragiste e si può considerare l’antenata dell’odierno movimento Me Too.

Furono Elizabeth Cady Stanton (1815-1902), Lucretia Mott (1793-1880), Martha C. Wright (1806-1875) e Mary Ann McClintock (1800-1884), nel 1848, a convocare la prima Women’s Rights Convention, presso la cittadina di Seneca Falls, nello stato di New York. La Stanton e la Mott si erano conosciute in occasione della World Anti-Slavery Convention, che lottava contro la schiavitù dei neri, svoltasi a Londra nel 1840. La prima, in viaggio di nozze, accompagnava il marito, Henry Stanton, membro della delegazione americana, mentre la Mott rappresentava sia la «Philadelphia Female Anti-Slavery Society» che la «Philadelphia Anti-Slavery Society». A Londra, però, le donne si videro negare il diritto a partecipare ai lavori dell’assemblea a causa del proprio sesso. La Stanton e la Mott si trovarono così a riflettere sull’assurdità e il paradosso di un’assemblea impegnata a rivendicare diritti inalienabili per gli schiavi e che allo stesso tempo li negava alle donne. Decisero dunque che, una volta rientrate in patria, avrebbero convocato una grande assemblea per discutere dello stato giuridico e civile delle donne. In realtà passarono otto anni perché l’idea si concretizzasse. Nel frattempo la Stanton, nel 1843 e nel 1845, sostenne davanti alla legislatura dello Stato di New York il progetto di legge per l’introduzione di un Married Women’s Property Act, legge che fu poi introdotta nel marzo del 1848, prima, cioè della Convention di Seneca Falls. La legge garantiva, finalmente, alle donne sposate la titolarità e il controllo delle proprietà portate con sé al momento del matrimonio, modificando la legge che privava le donne sposate di qualunque personalità giuridica.

Elizabeth Cady Stanton e Lucretia Mott s’incontrarono nuovamente a casa di un’amica comune e insieme ad altre attiviste per l’abolizione della schiavitù che, da quel momento, divennero anche attiviste per i diritti delle donne, convocarono la famosa Convention di Seneca Falls. In occasione dell’evento ritennero necessario stendere un documento che fungesse da manifesto e programma per l’assemblea e per il nascente movimento emancipazionista. Prendendo a modello la Dichiarazione di indipendenza americana del 1776 redassero la celebre Declaration of Sentiments che fu sottoscritta da sessantotto donne e trentadue uomini. Autrici del documento furono Elizabeth Cady Stanton, Lucretia Mott, Martha C. Wright e Mary Ann McClintock.

La Dichiarazione di sentimenti afferma che quando, nel corso degli eventi umani, diventa necessario che una parte del genere umano assuma tra i popoli della terra una posizione diversa da quella che essa aveva fino allora occupato, è necessario che dichiari le cause che l’hanno spinta verso una tale decisione.

Le Autrici del documento ritenevano per certo che tutti gli uomini e le donne erano stati creati uguali; che sono stati loro attribuiti dal Creatore certi diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che al fine di assicurare questi diritti sono istituiti i governi, derivanti dal consenso dei governati. Ogni qualvolta una qualche forma di governo violi questi fini, e una lunga sequela di abusi e usurpazioni evidenzi un dispotismo assoluto, è loro dovere rovesciare un tale governo e provvedere a nuove istituzioni per la sicurezza futura. La storia del genere umano è una sequela di ripetute ingiurie e usurpazioni da parte dell’uomo verso la donna, con l’obiettivo quello di stabilire una tirannia assoluta su di lei. A riprova di ciò, le Autrici elencano le privazioni cui sono state sottoposte le donne, cui non era stato permesso di esercitare il loro diritto ad una libera scelta. Sono state costrette a sottomettersi a leggi alla cui formazione non hanno partecipato. Le sono stati negati diritti riconosciuti agli uomini più ignoranti e degradati, sia nativi che stranieri. Se sposate, l’hanno rese civilmente morte agli occhi della legge, senza diritto di proprietà, persino sui salari guadagnati.

Secondo l’impegno di matrimonio, sono obbligate a promettere obbedienza al marito, diventando lui il suo signore. Gli uomini avevano monopolizzato quasi tutti gli impieghi più lucrativi e da quelli ai quali è permesso accedere si ricavava soltanto una misera remunerazione. Come insegnante di teologia, medicina o legge, la donna non era riconosciuta.

L’uomo ha cercato, in tutti i modi possibili, di distruggere la fiducia in se stesse, di diminuirne il rispetto di sé e di renderle desiderose di condurre una vita dipendente.
Ora, data questa totale oppressione di una metà del popolo di questo paese, la sua degradazione sociale e religiosa, date le ingiuste leggi sopra menzionate e poiché le donne si sentono maltrattate, oppresse e con frode private dei loro più sacri diritti e privilegi, insistiamo che esse siano immediatamente ammesse a tutti i diritti e privilegi che loro appartengono quali cittadine degli Stati Uniti. Nell’affrontare il grande lavoro che ci sta davanti concludono le Autrici, noi prevediamo un non piccolo numero di incomprensioni, false e ridicole rappresentazioni. Ma noi useremo ogni mezzo in nostro potere per raggiungere il nostro obiettivo.

 

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La violenza contro le donne è un problema di tutti

Drammasilenzioso BrunellaFerrari minLa violenza contro le donne è un problema di tutti. Invito a partecipare alla Manifestazione presso l'Aula Magna de il Campus Folcara il 30 novembre ore 10,30 in occasione della "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne".

Il 30 novembre presso l’Aula Magna dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale, dalle ore 10, si terrà una manifestazione dal titolo La violenza contro le donne è un problema di tutti, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ( risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999).

Patrocinata dal Comitato Unico di Garanzia, dal Laboratorio Anti Discriminazione e dalla Consigliera provinciale di parità, Fiorenza Taricone, che è anche Presidente del Comitato e Responsabile del Laboratorio, la manifestazione è stata ampiamente condivisa dalle organizzazioni sindacali.

La manifestazione, dopo i Saluti istituzionali del Rettore, Giovanni Betta, della Direttrice del Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute, Elisabetta De Vito e della prof.ssa Fiorenza Taricone, avrà il piacere di ospitare il Coro Vesuviano, composto di sole donne, insegnanti e musiciste di valore, che hanno arrangiato testi antichi e moderni, dedicandoli a quelle che in ogni tempo che hanno conosciuto la violenza, privata e pubblica.

Come è scritto nel CD che raccoglie i loro testi, in napoletano, accompagnati sullo schermo dalla traduzione in italiano e in inglese, questo progetto è in memoria di tutte le donne fatte sparire talvolta ancora prima che nascessero. I brani sono quindi dedicati a Eva, Antigone di Tebe, Gertrude da Monza, Eleonora Pimentel Fonseca, Margherita Hack, ma anche a tutte le Brave Donne che studiando e giocando, cantando, imprecando e cucinando alzano la testa, lasciando traccia di sé, imprimendo passi di pace su questa terra.

A seguire, la proiezione del video “Stupri di guerra” in cui Angelino Loffredi e Lucia Fabi parlano, intervistati da UNOeTRE.it giornale online, delle cosiddette marocchinate, alla luce di esperienze personali e conoscenze storiche condensate nel libro a loro firma “Il dolore della memoria”.

Invitiamo inoltre tutte le scuole, le persone interessate, gli studenti, chiunque ritenga di poterlo fare, di lasciare all’entrata un paio di scarpe rosse, che da anni simboleggiano ormai le donne scomparse violentemente e per noi sempre presenti.

 

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Leggendo e vedendo Lucia Fabi e Angelino Loffredi

stupri di guerra oggidi Fiorenza Taricone - Questo mio breve scritto intende in un certo senso fare da volano al link di un articolo e video di Lucia Fabi e Angelino Loffredi, pubblicato su UNOeTRE.it. Come è noto, per iniziativa recente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate la Procura Militare di Roma ha ufficialmente aperto un’inchiesta, la prima di carattere istituzionale dall’accaduto, per l’accertamento delle responsabilità.
Intervengo su UNOeTRE.it per informare che mi attiverò per la diffusione dell’articolo e del video alle associazioni femminili che da molti anni, in Italia, quando si riteneva che la violenza alle donne fosse un’esagerazione del femminismo, hanno continuato testardamente a denunciare, studiare, costruire reti. Non mancando mai, aggiungo, di rimarcare l’internazionalizzazione della violenza, dovuta soprattutto al persistere delle culture patriarcali, sopraffattorie verso le donne, convinzione spesso ritenuta anch’essa un eccesso delle culture femministe.

Ascoltare l’intervista di Lucia Fabi e Angelino Loffredi, autori fra gli altri di un volume Il dolore della memoria Ciociaria 1943-1944, che presentai con altri relatori a Fiuggi due anni fa, mi ha fatto ripercorrere le tappe in cui il mio lavoro di storica e docente ha incrociato le cosiddette «marocchinate».

Comincio intanto dallo stupore ignaro dei volti di persone adulte e studenti che più di venti anni fa, quando cominciai a parlare all’Università e sul territorio di questo stupro collettivo, mi stavano ad ascoltare. Uno stupore che poteva significare non conoscenza, oppure il chiedersi perché mai si tirasse fuori un argomento così inadatto a chi voleva dimenticare. Purtroppo, per chi studia la cosiddetta storia di genere la violenza è un argomento di quelli fondativi, talmente s’intreccia con la vita delle donne di ogni epoca. Lo sanno bene le mie studentesse e i miei rari studenti che affrontando l’esame di Pensiero politico e questione femminile trovano nei testi da studiare anche Donne e Guerra. Dire, fare, subire, pubblicato nel lontano 2009, frutto di tante mie ricerche di anni precedenti; il testo non fa riferimento diretto alle marocchinate, ma poiché il testo parte dal paganesimo fino alla legge sul servizio militare del 2000, la tesi di fondo è evidente: insieme al denaro, bestiame, cibo, «cose» di ogni tipo, le donne hanno fatto sempre parte del bottino di guerra, come ricorda l’intervistatore Ignazio Mazzoli, perché erano in fondo considerate oggetti e non persone.

Il neo-femminismo italiano degli anni Settanta ha lottato proprio per passare da “cose” a persone, ma il cammino è ancora lungo se alla radice del femminicidio rimane forte una concezione proprietaria dell’essere umano. Se l’argomento del libro, per l’ampiezza dell’argomento e la drammaticità dei significati, ha sempre procurato una evidente sorpresa, uguale reazione ha destato un avvenimento come quello delle marocchinate, peraltro legato come pochi altri al territorio dove i giovani vivono assieme a nonni e zie che magari sono stati testimoni oculari o indiretti. Eppur si muove, si potrebbe dire scomodando Galileo, perché come dice giustamente Lucia Fabi nel video l’unica soluzione per uscire dall’ignoranza è parlarne. E i giovani sono sempre un ottimo test per la trasmissione delle conoscenze. Ricordo su questo, l’intervento al Convegno Rompiamo il silenzio dalle marocchinate alla violenza sulle donne, presso il Liceo Scientifico e Linguistico, di Ceccano, nell’ottobre 2012

I I 70 anni dalla fine della guerra, 1944- 2014, hanno dato una grande mano: rammento l’intervento al Tavolo di progettazione provinciale. Patto di solidarietà sociale, Le donne si raccontano, la Conferenza tematica dal titolo Per non dimenticare Le donne ciociare e le marocchinate nel 70° anniversario della II Guerra Mondiale, presso l’Amministrazione Provinciale di Frosinone, nel maggio del 2014.
Poco tempo dopo, la presentazione a Cassino, alla Biblioteca Malatesta, del libro di Andrea Paliotta, La diaspora cassinate 10 settembre 1943-30 maggio 1944 ed oltre. Un superstite racconta; uno sguardo dell’Autore da bambino sulla violenza maschile, e per questo ancora più interessante, come l’appello che si legge alla fine del libro, l’esortazione ai giovani a denunciare, a non essere omertosi.

 

Anche le piazze sono state pubblicamente per me teatro di memoria, come l’intervento al Giorno della memoria per il 70° anniversario della liberazione nel ’44, sulle violenze contro le donne, il 1 giugno 2014, a Piedimonte San Germano.
Non più di due anni fa, nel corso di Laurea di Scienze della Formazione, dell’Università di Cassino, dove le iscritte andranno in massima parte ad insegnare, e quindi saranno responsabili della trasmissione storica, con la Collega Amelia Broccoli, organizzammo la presentazione del libro di Stefania Catallo, Le marocchinate uscito nel 2015, frutto di lunghe ricerche sul territorio anche familiari; (il libro è stato presentato anche a Cassino, al Parco Baden Powell nell’aprile del 2016); in aula soprattutto ebbi la conferma che il parlarne da più parti, nel territorio, ma non solo, aveva reso l’argomento non più un fantasma. I ricordi s’intrecciano con l’ Incontro alla Biblioteca Comunale di Villa Latina dal titolo La memoria delle donne storie di rivolta contro la cultura della guerra, il 3 giugno 2016, assieme alla Prefetta Emilia Zarrilli, che ha da poco lasciato la sede di Frosinone, e che ha sempre dimostrato una grande sensibilità per il tema, la partigiana Luciana Romoli, Michela Ponzani, autrice del libro Guerra alle donne, e la senatrice Maria Spilabotte; è stata lei la promotrice a maggio 2017 fa alla Provincia di Frosinone di una manifestazione, ospite la figlia di Vittorio De Sica, Emi, per ricordare La Ciociara; in quell’occasione si era anche unanimemente criticato il discutibile tentativo da parte di un regista del quale neanche in quell’occasione volli fare il nome per non dargli ulteriore pubblicità, di far diventare La ciociara un film porno. La stessa Emi De Sica aveva detto di essere intenzionata a fare causa al regista: «Vogliamo saperne di più perché siamo intenzionati a portarlo in tribunale».

 

Finisco questa mia carrellata di ricordi personali, con l’intervento al Progetto Lettore Attivo (Sistema bibliotecario Valle del Sacco), intitolato L’amore è un’altra cosa, a Vallecorsa, nella chiesa della Madonna delle Grazie, (domenica 5 novembre 2017). Lo cito con particolare piacere perché l’organizzatrice era una ex studentessa dell’Università, segno di una conoscenza che unisce le generazioni, e perché la sede, la vecchia chiesa, era stata utilizzata per una parte delle riprese del film La Ciociara; il filo comune era il femminicidio, che ha a suo modo aiutato a parlare e riparlare delle marocchinate, nella convinzione comune, anche se non sempre espressa, che usare le donne come bottino di guerra non si può giustificare con la guerra stessa. Oggi è un crimine e occorre rivedere la storia all’indietro.

 

 

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