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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Il problema è di fronte non alle spalle

 CRONACHE&COMMENTI

 Il problema di “salvare l’Italia” la sinistra ce l’ha di fronte, non alle spalle.

di Aldo Pirone
GoffredoBettini 350 minQualche giorno fa Goffredo Bettini, cui, dice, “non piace il potere” ma “indirizzare gli eventi politici”, ha scritto un lungo articolo di analisi politica su “The Post Internazionale”. Il tema vero è l’elezione del Presidente della Repubblica, l’incipit è la “baruffa” provocata dalla volontà espressa da D’Alema di rientrare nel Pd e dal suo giudizio sul renzismo come malattia del Pd da cui i dem sarebbero guariti come d’incanto. Non intendo addentrarmi nell’articolato ragionamento generale di Bettini, ma cogliere una strana e ricorrente contraddizione-esagerazione riguardo al bilancio da fare sull’involuzione della sinistra post comunista. Dice il king maker del Pd: “La sinistra italiana in larga parte comunista, dopo l'89, non è stata all'altezza della prova tremenda che la fine di un mondo le consegnava. Lo sfaldamento dei partiti di massa e le macerie del muro di Berlino avrebbero comportato la ridefinizione di un nuovo soggetto politico e di una nuova visione critica della società moderna. Su questi due campi non ci sono state elaborazioni sufficienti e neppure azioni conseguenti. Ci si è concentrati, soprattutto, nella conquista del governo”. E, aggiungo, nell’esercizio spregiudicato del potere fine a se stesso. “Questo limitato orizzonte, tuttavia, - prosegue ed è qui la contraddittoria esagerazione - non ha impedito alla sinistra di salvare ripetutamente l'Italia e di conservare un elettorato di una certa consistenza che rischiava di essere spazzato via”.

Ma salvata da che? Dal berlusconismo che con la sua impronta populista ha influenzato la società nel suo insieme, ha spostato nel profondo i rapporti di forza sociali, ribaltato i valori culturali, sdoganato l’indecenza politica e personale? Quel berlusconismo che, tramite il veltronismo plebiscitario prima e il renzismo poi, ha anche pesantemente influenzato l’ultima invenzione politica, il Pd, del gruppo dirigente post comunista? Oppure l’ha salvata dal populismo nazionalista e antieuropeo che prende il 50% del voto operaio, oltre al 40% dell’intero elettorato? L’ha salvata forse dal degrado politico e morale? Dal populismo grillino oppure dal neoliberismo pre Covid? E l’elenco potrebbe continuare a lungo e farsi più dettagliato. Certo poteva sempre andare peggio di così, ma questo è un modo di ragionare astratto volto a mitigare e coprire una sonora disfatta.

Capisco la difesa da parte di Bettini di un gruppo dirigente oggi abbastanza malmesso e disperso impegnato in un passaggio delicato e difficile come l’elezione quirinalizia. Un gruppo che ebbe a suo tempo e in analoghe occasioni un peso ben diverso da quello odierno. Ma non esageriamo con le “salvazioni”. D’altronde nessuno è tanto superficiale da non vedere che lungo una china complessiva di declino sociale, morale, culturale e politico della sinistra vi siano stati in questi lustri anche momenti di soprassalto positivi, come le due vittorie elettorali sul campo di Prodi contro Berlusconi. Il Prodi caduto anzitempo, per altro, per le debolezze e le contraddizioni interne alla sinistra. Oppure – per disgraziate cause di forza maggiore come la pandemia che ha costretto anche l’Europa dei rigoristi ha cambiare musica - la felice eccezione del governo Conte 2 figliato dai fumi alcolici di Salvini al Papeete, ma il bilancio del “trentennio inglorioso” post comunista e del gruppo dirigente figliato dalla svolta della Bolognina, - che Bettini elenca in parte: “Occhetto, Veltroni, Bersani, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Fassino (un grande segretario forse non sufficientemente valutato) (sic! N.d.r.) e tanti altri. E poi, Massimo D'Alema…” sentendosene giustamente parte integrante - se non è catastrofico poco ci manca.

È vero, come dice Bettini, che oggi “Sinistra. Rivoluzione. Riformismo. Conservatore. Populista. Ognuno ne dà il significato che vuole. Siamo in mezzo ad una ‘insalata’ di parole, casualmente ordinate, interscambiabili, prive di pregnanza rispetto alla vita concreta”. Ma questo “consumo di senso” è uno dei danni maggiori che il politicismo dei “salvatori dell’Italia” ha prodotto. Ciò è conseguenza del fatto che la sinistra figliata dal Pci – Bettini stesso osservava: “non è stata all'altezza” - ha lasciato il campo della lotta per la trasformazione sociale progressista prendendo le scorciatoie della “politique politicienne”, abbandonando gli ancoraggi sociali in trasformazione (mondo del lavoro) e la critica alla rivoluzione conservatrice neoliberista per darsi ad altro; per esempio al “libro cuore” del buonismo interclassista. Le sue parole, riforme, progressismo, riformismo, rinnovamento, trasformazione sociale ecc. la sinistra le ha lasciate ammalare di significati impropri e gattopardeschi propugnati dalla destra di vario colore e gradazione. Una, poi, cambiamento delle classi dirigenti, l’ha proprio abbandonata.

Bettini dice che risalire la china è problema di lunga lena e che “C’è bisogno di una rivoluzione culturale”. Già, ma in che direzione? Nella direzione, direi, abbandonata nell’89: di un lavoro concreto per ricostruire i rapporti con le periferie sociali e con i lavoratori. Ricercando e promuovendo forze nuove, di età e concezioni politiche, non gravate dai fallimenti di quelle precedenti che siano idealmente motivate e consapevoli delle nuove “antiche” strade che occorre intraprendere. Il problema strategico per la sinistra che c’è - e per quella che, speriamo, verrà – è come e con quale credibilità e da dove si riprende la strada della rivoluzione democratica propugnata dalla nostra Costituzione, nel mondo di oggi non in quello di ieri.

L’involuzione e la regressione in questo “trentennio inglorioso” sono state pesanti. Il punto per una ripartenza è molto arretrato, ma non impossibile

Il problema di “salvare l’Italia” la sinistra ce l’ha di fronte, non alle spalle.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Scongiuri

CRONACHE&COMMENTI

Elezione al Quirinale

di Aldo Pirone
quirinaleLa pentola a pressione del circolo politico-mediatico ribolle, il fischio del vapore aumenta ogni giorno con l’avvicinarsi della data in cui inizieranno le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Nei giornali nazionali e nei talk show televisivi impazzano i commentatori più o meno paludati e, soprattutto, i cosiddetti “retroscenisti” che, molto spesso in contraddizione tra loro, raccontano quel che si muove non sul proscenio teatrale ma dietro le quinte. Racconti molto spesso teleguidati dalle rispettive fantasie e preferenze oppure, come nel caso dei giornali e delle TV di proprietà di Berlusconi, dagli interessi dei loro padroni.

Seguire le evoluzioni e le involuzioni di questi “retroscenisti” serve solo a distogliere dai dati essenziali, più che preoccupanti, con cui la rappresentanza politica e parlamentare si accinge a scegliere il vertice della Repubblica.
La questione principale è lo sfarinamento dei partiti e dei loro gruppi parlamentari. I leader politici non controllano i parlamentari, molta parte di questi ultimi voterà non avendo l’imperativo, come dovrebbe, di scegliere una personalità degna, capace e autorevole per l’alta carica, ma con l’occhio al proseguimento della legislatura fino al D-day del 24 settembre quando maturerà il diritto alla pensione. A rendere bene il livello infimo raggiunto da certa politica italiana prevalentemente di destra ma non solo, è il fatto in sé che si discuta come ipotesi di possibile candidatura e addirittura di elezione di una persona indegna, e per questo divisiva, come Berlusconi.

Lo sappiamo, questo parlamento è il risultato di un declino politico e morale, ideale e culturale, organizzativo e sociale, dei partiti che dovrebbero essere l’architrave della democrazia progressiva immaginata dalla nostra Costituzione. A sinistra, la Seconda Repubblica, nel clima dominante della globalizzazione neoliberista di quest’ultimo quarantennio, ha desertificato quelle trincee e casematte che erano state occupate dalle masse popolari e dai lavoratori. IeriD’Alema su “il manifesto descrive bene la situazione di cui porta una notevole responsabilità. Parlando del Pd dice: “è figlio di una visione ottimistica della globalizzazione … un partito leggero che naviga sull’onda della società, aperto, non ideologico, post novecentesco … mentre noi disarmavamo, la destra guadagnava terreno con un messaggio ideologico e brutalmente novecentesco come il nazionalismo e persino l’etnocentrismo. Di fronte al bisogno di protezione noi abbiamo offerto ai cittadini la levità”. Detto ciò, poi D’Alema dovrebbe anche spiegare, volendoci rientrare in un partito così vacuo, come intende raddrizzarlo.

Quel che è rimasto a occupare il campo progressista, un tempo fortificato, oggi sempre più socialmente ristretto, non è molto: piccoli gruppi di sinistra generosi ma rinchiusi nei loro orticelli e un partito più grande, il Pd, incapace a divenire compiutamente una forza di sinistra. Cui si aggiunge, a completare il panorama, quel che resta del M5s. piuttosto incerto e confuso sia sul suo presente che sul suo futuro nonostante la guida, per altro mal sopportata dai suoi gruppi parlamentari, di Giuseppe Conte. Un Movimento oscillante fra le mattane di Grillo e l’integrazione nell’establishment di lorsignori di Di Maio.

Quando si produce un tale sconquasso è difficile, poi, arrivare tosti e preparati, come si dovrebbe, a una scadenza di cruciale importanza come l’elezione del Capo della Stato. E quindi occorre affrontare la situazione complicata e difficile con le forze in presenza sperando in un di più di sagacia politica.

L’obiettivo strategico delle forze dell’arco progressista e democratico dovrebbe essere di eleggere al Quirinale una persona degna e rispettosa della Costituzione, in grado di guidare politicamente e moralmente la Nazione, nell’ambito delle prerogative presidenziali che non sono puramente rappresentative. Il problema si complica, com’è noto, perché, nel pieno di una quarta ondata pandemica e della messa a terra del Pnrr, viene a intrecciarsi con la questione per niente secondaria del governo. Per ora la situazione si è retta, bene o male, sull’accoppiata Draghi-Mattarella. Ma il Presidente in carica non ne vuole sapere di un secondo mandato, seppure a tempo determinato. Perciò molti temono che simul stabunt simul cadent. Inoltre, i numeri e la situazione del Paese impongono ai progressisti di trovare un’intesa con almeno una parte di questo centrodestra e con le anime erranti pro domo loro del pulviscolo centrista, mentre impazza un trasformismo parlamentare cospicuo.

In questi frangenti è d’uopo ricorrere agli scongiuri e al detto popolare: che Dio ce la mandi buona.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Pandemia: campagna lunga

CRONACHE&COMMENTI

Chi utilizza singole mancanze per inficiare l’intera battaglia fa male a se stesso e agli altri

di Aldo Pirone

covid lotta 390 minNella battaglia contro il Covid 19 emerge sempre di più con evidenza che sarà una campagna lunga. Le continue mutazioni del virus stanno mettendo a dura prova lo spirito pubblico. I vaccini, se non vengono rapidamente estesi alle zone più povere del pianeta (Africa), non bloccheranno, o quanto meno non limiteranno fortemente, la circolazione virale e di conseguenza la selezione di nuove varianti. Le stesse vaccinazioni proteggono non in assoluto ma relativamente, poiché i vaccini tendono in un tempo relativamente breve a diminuire la copertura e non rendono i soggetti vaccinati completamente immuni per sé e per gli altri. Cosa che non si sapeva all’inizio ma che si è accertata nel corso di quest'anno. La scienza che si basa sulle evidenze scientifiche e non sulle superstizioni e le magie sciamaniche ha già fatto molto – per esempio la rapidità con cui ha sfornato i vaccini - e molto dovrà fare per cercare nuovi rimedi sempre più efficaci sia sotto il profilo della prevenzione che della cura.

L’esperienza di molti paesi ci dice che non basta affidarsi ai vaccini che vanno rinnovati, periodicamente, ma occorre mantenere in piedi tutte le precauzioni (mascherine, distanziamenti, misure igieniche ecc.). Chi non l'ha fatto ora ne paga le conseguenze come la Gran Bretagna. Inoltre, sul fronte vaccinazioni la campagna ha dovuto e deve via via superare gli ostacoli della contrarietà, dello scetticismo, della paura e della strumentalizzazione politica di tutto ciò da parte della destra, non solo in Italia ma in Europa, in America e in giro per il mondo. Ma non ci sono solo le strumentalizzazioni, ci sono anche, in ogni singolo paese europeo a Est (Romania, Bulgaria, Balcani) come a Ovest (Svezia, Germania, Olanda), questioni che attengono alla cultura nazionale, a tradizioni libertarie che si mescolano con superstizioni di origine medievale come, all’Est, in alcuni ambienti di religione cristiano-ortodossa.

Ovviamente in una campagna fatta di molteplici provvedimenti, cui dovrebbero seguire controlli efficaci e non sempre organizzativamente facili, gli errori di previsione, le contraddizioni, i buchi nelle misure predisposte sono inevitabili. Chi utilizza singole mancanze per inficiare l’intera battaglia e, soprattutto, l’utilità delle vaccinazioni – per esempio i “No vax” e i “No green pass” ideologici, cui danno bordone i virosofi rincitrulliti ammalati di esibizionismo televisivo – fa male a se stesso e agli altri. Chi, invece, lo fa per ragioni elettorali, come Giorgia Meloni, non solo è irresponsabile ma dimostra tutta la meschineria antipatriottica di una certa destra pronta a utilizzare tutto e il contrario di tutto pur di raccattare qualche voto in più. Risibile la pervicace opposizione allo stato di emergenza della “sorella” d’Italia, lei, che per molto meno reclamerebbe lo stato d’assedio. Poi c’è chi pur di criticare Draghi anche quando non sbaglia, come Travaglio, è ormai assalito dalla sindrome di Bartali – “gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare” – che lo porta, in fatto di vaccini e vaccinazioni, vicinissimo alle posizioni della “Verità” di Belpietro pur partendo da poli opposti. Il ragionare capzioso del direttore de “Il Fatto Quotidiano” l’ha liquidato con elegante ma gelida benevolenza qualche sera fa la professoressa Viola a “Otto e mezzo” della Gruber. “Marco Travaglio ha una dialettica eccezionale – ha detto - sarebbe in grado di vendermi un’auto che cade in pezzi e io la comprerei sicuramente”.

La metafora del venditore di auto mi ha fatto venire in mente Richard Nixon, il Presidente americano e repubblicano caduto per il Watergate, detto anche “Tricki Diky”, Dik l’imbroglione, quando, tanti decenni anni fa, i suoi oppositori scrivevano: “Comprereste un’auto usata da quest’uomo?” per significare, per nulla a torto, l’inaffidabilità del soggetto.

Ecco, sul tema pandemia e vaccini, io un’auto usata la comprerei a occhi chiusi dalla scienziata Viola, da Travaglio no.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Il vero patriottismo

 CRONACHE&COMMENTI

Ma a chi pensa la Meloni Forse quando dice di volere unu patriota al Quirinale?

di Aldo Pirone
Meloni e Vespa formiche.net minIeri sera, a “di martedì”, il solito Bruno Vespa, stravolgitore ufficiale della storia d’Italia, ha cercato di portare il suo sassolino a sostegno della “patriota” Giorgia Meloni che dice di volere un “patriota” al Quirinale. L’ha difesa dicendo che fu il Presidente Ciampi a sdoganare presso la sinistra l’idea di Patria e il patriottismo. Gli ha subito risposto Bersani osservando, anche troppo bonariamente, che avrebbe potuto citare una montagna di documenti per smentire l’incommentabile Vespa. Cioè che l’idea di Patria e il patriottismo furono fin da subito patrimonio della Resistenza e dei partigiani, come testimonia anche la definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani.

Non a caso la rivista ufficiale dell’Anpi, fondata nel 1952, si chiama “Patria Indipendente” . Nel mio recente libro “I cinque anni che sconvolsero l’Italia. La Rivoluzione democratica / 1943-1948” ho dedicato un capitolo a questo tema, riportando alcuni passi delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Condannati dai nazisti e dai “patrioti” fascisti che, solerti collaborazionisti, stavano al loro servizio contro la Patria italiana.

L’amore per una patria libera. Lo spirito che animò gli uomini e le donne della Resistenza fu ben differente da quello dei nazifascisti. Fra i fascisti repubblichini a regnare era la rabbia feroce per una sconfitta che si sentiva ineluttabile e che spesso si sfogava contro la popolazione civile ritenuta complice dei partigiani. Non si guardava al futuro. Il presente era buio e senza speranza segnato dalla ricerca della “bella morte”. Ben altro lo spirito che nutriva l’animo dei resistenti. Lo si trova ben espresso nelle lettere di chi, catturato, uomo o donna, è condannato a morte e ha il tempo di vergare qualche riga di saluto ai propri cari. Gli affetti familiari sono in cima ai pensieri di chi va alla morte con dignità e perfino serenità, ma non secondario è l’amor di patria che si confonde con quello per la libertà. L’Italia per cui si combatte è una patria che si riscatta dal fascismo.

Il diciottenne comunista Giordano Cavestro “Mirko” scrive ai compagni: «Ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. [...] Tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care». Armando Amprino “Armando” ha vent’anni, è cattolico e combatte nelle formazioni “autonome”. Scrive: «Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. [...] Pregate per me. [...] Viva l’Italia! Viva gli Alpini!». “Anty” è casalinga, combattente garibaldina, vicecomandante del battaglione “Matteotti” operante nel modenese. «Mia adorata Pally, – verga su un foglietto – sono gli ultimi istanti della mia vita. [...] Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui... fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse». Giancarlo Puecher Passavalli ha vent’anni, ex aviatore organizza un nucleo partigiano a Erba nel Comasco. Prima di essere fucilato scrive: «Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato [...] L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale». Lorenzo Viale, ventotto anni, ingegnere alla Fiat e partigiano della Brigata autonoma “Vall’Orco” scrive ai genitori: «Ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d’Italia, la mia Patria». Franco Balbis “Francis” è un capitano di artiglieria. Ufficiale monarchico ha combattuto valorosamente a El Alamein. Fa parte del Comitato militare regionale piemontese del Cln come ufficiale di collegamento. I fascisti gli offrono di passare con loro; avrà un avanzamento di grado, gli promettono; risponde: «Preferisco il muro». «Con la coscienza sicura – scrive – d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte».

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Per Giorgia Meloni i “patrioti” erano quelli che stavano nella Rsi, come Almirante redattore della rivista antisemita “La Difesa della razza” e “fucilatore di partigiani”. Ancora l’anno scorso lo definì “patriota”. Forse pensa al suo profilo quando dice di volerne uno simile al Quirinale.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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I caduti dal pero

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Una prova non di equilibrio ma di pusillanimità

di Aldo Pirone
Enrico Letta 350 minLetta non se l'aspettava, Orlando pure, Draghi anche, e con loro la sequela di giornalisti e commentatori politici dentro e vicini al Palazzo, ma lontani dalla gente comune che, come gli ricorda Landini, proprio per questo diserta le urne. Letta dice che la manovra del governo è equilibrata, non rendendosi conto della realtà sociale che vive il paese. Se Draghi in prima persona non riesce neanche a ottenere i miserevoli 300 milioni di un micragnoso contributo di solidarietà per abbassare le bollette di luce e gas ai più bisognosi, sollevando l'opposizione e le ire di tutta la destra, da Renzi a Meloni, come si fa a parlare di equilibrio? Forse il segretario del Pd lo confonde con l'equilibrismo che è cosa diversa e disdicevole quando in ballo c'è una seria lotta alle disuguaglianze.

Al governo e ai caduti dal pero del Pd bisognerebbe chiedere che fine hanno fatto la legge contro le delocalizzazioni selvagge, quella sulla rappresentanza sindacale contro i contratti pirata (in giro ce ne sono quasi il 40%), contro la precarietà, la legge sul salario minimo ecc..

Un partito di sinistra serio si sarebbe precipitato a esprimere quanto meno comprensione per lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil anche per far capire a tutti da che parte sta. A tenere in piedi il paese, anche in questo periodo di pandemia, sono stati i lavoratori dipendenti e i pensionati, soprattutto a basso reddito, con il loro lavoro e le loro tasse e gli imprenditori onesti, non lorsignori, gli evasori fiscali e i trafugatori di capitali nei paradisi fiscali che per la manovra draghiana paiono non esistere. Dare più soldi ai lavoratori a basso reddito e ai pensionati, dopo averne dati tantissime alle imprese, non è solo un atto di giustizia sociale ma di politica economica volta a stimolare la crescita della domanda e dei consumi interni. È l'interesse nazionale a esigerlo.

Questo è l'equilibrio che andrebbe ricercato con determinazione, non il contentino una tantum. Poi le battaglie giuste si possono anche perdere, come dice Bombardieri, ma almeno vanno date.

Altrimenti, come fa Letta, si scappa, dando prova non di equilibrio ma di pusillanimità.

 

 

 

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Non scherziamo con la storia

CRONACHE&COMMENTI

Studiare un po’ di più la storia d’Italia degli ultimi 80 anni per capirci qualcosa

di Aldo Pirone
andrea scanzi 390 minAndrea Scanzi è un giornalista bravo e simpatico, di sinistra, progressista e antifascista. Ha scritto un nuovo libro; titolo: “Sfascistoni”. Brevi bozzetti di personaggi che popolano la destra nostalgica il cui livello politico, culturale e morale è rasoterra. Se, però, oggi siamo a questi maleodoranti rigurgiti così populisti e popolari nei sondaggi e nelle urne, è perché, dice Scanzi, l’Italia non ha mai fatto i conti con il fascismo fino in fondo. Anzi, aggiunge, non ha fatto la sua “Norimberga” come fecero gli americani; che, però, in verità, non erano i tedeschi ma tra i vincitori del nazifascismo.

Tra i colpevoli di questo mancato processo da intendersi, dice il nostro, “non certo come giustizia sommaria bensì come effettiva applicazione della legge nei confronti dei criminali di guerra (famosi e no)” indovinate chi indica Scanzi? Togliatti. Da lui definito “affetto da miopia trinariciuta”. “Trinariciuto”, come si sa, era il termine inventato da Guareschi e largamente usato dagli avversari per sbeffeggiare i comunisti italiani. Dei leader antifascisti di allora, De Gasperi, Nenni, Saragat, Parri, Benedetto Croce e tantissimi altri, è l’unico che viene citato.

La cosa non viene approfondita, è buttata là, ma è riferita alla famosa amnistia promossa dal guardasigilli Togliatti nel ’46 all’indomani della vittoria della Repubblica. Essa, però, non prevedeva affatto la salvaguardia dei criminali fascisti (Art 3 “…salvo che siano stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro”). Salvaguardati lo furono dopo, in pieno regime centrista della Dc, approfittando sia di qualche imprecisa definizione della legge stessa - “sevizie particolarmente efferate” - ma ancor più di una magistratura conservatrice formatasi nel ventennio fascista e, soprattutto, del clima di “guerra fredda” e di contrapposizione radicale fra i vecchi alleati antinazisti: Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica.

Il punto, però, che sfugge a Scanzi è ben altro. I conti con il fascismo, e ancor più con lo spessore anche popolare reazionario e conservatore dell’Italia che lo aveva prodotto, furono fatti, innanzitutto, proprio da Togliatti che di questo spessore ebbe sempre profonda consapevolezza. Basterebbe rileggersi le “lezioni sul fascismo”, inteso come regime reazionario di massa, per capirne qualcosa. Lettura che consigliamo vivamente a Scanzi. Inoltre, andrebbe storicamente osservato che la generazione politica che aveva vissuto la catastrofe mussoliniana, i conti con il fascismo li fece con la Resistenza, la Guerra di Liberazione, la Repubblica e la Costituzione. Non a caso nella Prima Repubblica il neofascismo fu relegato ai margini della vita democratica e repubblicana e i rigurgiti che esso produsse, come nel ’60 con il governo del democristiano Tambroni e agli inizi degli anni ’70, furono non solo rintuzzati ma costituirono occasione di grandi avanzate democratiche. Sono quelli venuti dopo, soprattutto a sinistra, che quei conti hanno cessato di farli, aprendo la strada al riformarsi del brodo di coltura di un virus che non ha mai lasciato le viscere della Nazione, fino a riprodurre la piaga purulenta ed estesa di oggi. È negli anni ’90 che nella sinistra post comunista si rompe quella che Gramsci definì l’unità fra storia e politica e si aprì il varco nel quale è passato il berlusconismo, prima, e il salvinismo-melonismo poi. I motivi sono tanti e non è qui il caso di approfondirli.

Basterebbe studiare un po’ di più la storia d’Italia di questi ultimi ottanta anni per capirci qualcosa e, come si propone Scanzi stesso, “coltivare la memoria…Quella che a noi manca” onde respingere “i rischi e il dramma di un’afasia mnemonica così conclamata”.

Uno studio particolarmente necessario, in particolare, a chi si sforza, come cerca di fare meritoriamente Scanzi, di ricordare le ultime pagliacciate di tanti nostalgici neo fascisti che popolano la scena politica italiana.
Anche per evitare di fare la figura del “trinariciuto”.

 

 

 

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Furbizia abietta

 CRONACHE&COMMENTI

Il green pass è visto ugualmente da Giorgia Meloni e dai suoi eletti?

di Aldo Pirone
GiorgiaMeloni urla 370 minGiorgia Meloni è stata contro il green pass ed è contro quello super. In fondo è coerente perché da quando è scoppiata la pandemia, ha sempre condotto una campagna sguaiata contro i provvedimenti varati per combatterla sia dal governo Conte che ora dal governo Draghi. Lo scopo è sempre quello di racimolare qualche voto fra i “no vax”, i “no virus”, i “no qualsiasi cosa” pur di sorpassare il suo alleato rivale Salvini. Chi, nonostante tutto, la reputa intelligente è sorpreso da questo suo atteggiamento. Una sorpresa che nasce dal confondere la furbizia, in questo caso piuttosto abietta, con l’intelligenza politica, il senso dello stato e l’eticità.

Vista questa posizione di “donna” Meloni, sorge spontanea una domanda. Ma che cosa ha detto o fatto il suo assessore regionale all’ambiente del Friuli Fabio Scoccimarro quando il governatore leghista Fedriga ha reclamato l’anticipo a lunedì scorso dell’entrata in vigore del super green pass, “abbiamo chiesto da subito – ha detto - l'applicazione delle nuove regole per superare la vecchia normativa”?
Si è opposto, ha detto di aver subìto la decisione, si è stracciato le vesti, si è incatenato davanti al palazzo regionale, è uscito dalla giunta? Insomma che diamine ha fatto in coerenza con le dichiarazioni della sua “capa”?

Non ho trovato riscontri. Se ce ne sono, mi piacerebbe conoscerli.
Altrimenti la strumentalità abietta della Meloni avrebbe una conferma in più.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Proposta fiscale irricevibile

 BILANCIO E PNRR

L’incontro Cgil-Cisl-Uil e il ministro Franco sulla riforma fiscale è stato negativo

di Aldo Pirone
Daniele Franco 390 minL’incontro di ieri sera fra i sindacati confederali Cgil-Cisl-Uil e il ministro Franco sulla riforma fiscale è stato negativo. C’era da aspettarselo perché quella proposta era stata già benedetta dalla maggioranza governativa. Landini ha detto che il governo gli ha proposto “il contrario della progressività” mentre il sindacato aveva chiesto di destinare tutti gli 8 miliardi ai redditi da lavoro più bassi e ai pensionati. Stessa insoddisfazione l’hanno espressa sia il segretario della Cisl Sbarra che quello della Uil Bombardieri. La velocità dell’incontro durato appena un’ora e mezzo sta a testimoniare che il governo voleva essenzialmente comunicare quanto già stabilito più che aprire una trattativa vera e propria con i sindacati confederali.

Cosa c’è di sbagliato nella proposta della maggioranza e del governo?
Intanto il fatto che degli 8 miliardi in ballo non tutti vanno ai lavoratori e ai pensionati dei redditi bassi e medio bassi, come rilevato da Landini. E questo in barba a chi lavora e produce che dovrebbe essere al centro dei pensieri di coloro che non fanno altro che predicare e pregare per la ripresa duratura dell’economia dopo la notte dei lockdown.

In Italia è aperta da tempo una drammatica questione salariale. L'Ocse, il mese scorso, ha calcolato che il potere d'acquisto del salario medio di un lavoratore italiano dal 1990 al 2020 è sceso del 2,9%. Siamo ultimi in Europa. Nello stesso periodo in Francia e Germania, per esempio, i salari medi sono cresciuti più del 30% e negli Stati Uniti quasi del 50. Giustizia vorrebbe che la leva principale da muovere fosse il cuneo fiscale riducendo drasticamente la contribuzione dei lavoratori e alzando i salari e gli stipendi. Anche il Presidente della Confindustria furbamente sostiene questa strada. Ma lo fa proponendo di dividere l’intervento sul cuneo fra lavoratori, 2/3, e imprese 1/3. In tal modo il miliardo degli otto previsti per la riduzione dell’Irap per le imprese diventerebbe 2,4. Carlo “il gaglioffo” è scontento, anche lui, della proposta governativa, ma per motivi opposti a quelli di Landini, vorrebbe arraffare il più possibile, non pago di quanto già le imprese hanno ottenuto direttamente e indirettamente dallo Stato.

Dunque, la riforma non prende in considerazione il lavoro ma solo i redditi. Anche qui però riduce le aliquote da cinque a quattro a vantaggio dei redditi medio alti. La progressività del fisco – tralasciando ogni altra considerazione sul tasso di evasione fiscale in Italia – ha come presupposto non la diminuzione delle aliquote ma il loro aumento. Non a caso dal 1974 a oggi le aliquote sono passate regressivamente da 32 a 5 (4 con la proposta in corso) facendo sparire l’aliquota massima del 72%. Evasione, elusione e riduzione delle aliquote hanno segnato, tra tutte le altre cose, lo spostamento dei rapporti di forza nella società fra ricchi e poveri, fra lavoratori e datori di lavoro, a favore dei primi nei trent’anni e più trascorsi, sia con i governi di centrosinistra che con quelli berlusconiani.

Ora, che esultino FI e Lega per questa proposta governativa regressiva ed elusiva degli impegni sul tema della progressività fiscale enunciati da Draghi all’atto dell’insediamento, è più che comprensibile. Ma che lo facciano il Pd e il M5s nel silenzio assordante della sinistra di Mdp Art.1, proprio non si capisce. Per la sinistra e i progressisti non è certamente questa la strada per tornare a non essere irrilevanti fra gli operai e i lavoratori. Si dice che, vista la composizione della maggioranza, questo risultato sia un compromesso. Sicuro, ma è un compromesso scadente che favorisce il ceto medio alto e non la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti. Ed è scadente anche perché su questo come su altre grandi questioni non solo economico-sociali, il potenziale fronte progressista si è mosso in modo scoordinato, dispersivo e corporativo. I singoli partiti hanno pensato più al proprio orticello elettorale che agli interessi generali del mondo del lavoro e della lotta alle disuguaglianze sociali. Per tacere, poi, della mancanza di ogni proposta per un contributo di solidarietà a carico dei 3000 grandi ricchi esistenti nel nostro paese o di qualcosa di equipollente che sarebbe assai gradita alla grande maggioranza degli italiani come certificò un sondaggio Swg nel giugno scorso.
Draghi ha detto più volte che in questo momento i soldi agli italiani si danno non si prendono; ed era già sbagliato perché appioppava un segno uguale a chi eguale non è, dimenticando che la pandemia ha allargato ulteriormente le disuguaglianze e l’ingiustizia sociale prodotte dalle politiche neoliberiste precedenti al Covid 19.

Sta di fatto che per essere sicuro di non uscire troppo dal vecchio solco classista del “trentennio inglorioso”, i soldi propone di continuare a darli agli italiani sbagliati.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Il cattivo scolaro

CRONACHE&COMMENTI

La Storia gli appiccicherebbe le orecchie d'asino

di Aldo Pirone
marco travaglio 350 260Marco Travaglio quando scrive di vicende giudiziarie, va ascoltato. Quando scrive della pandemia, oggi, è diventato fazioso, si contraddice e non si ricorda quel che ha sostenuto più volte. Ultimamente la sua “bestia nera” è il green pass ed è diventato un difensore subliminale di chi non si vaccina presentando i “no vax” - “fino ad espellerli dal consorzio civile”, scriveva ieri - quasi fossero dei perseguitati politici. Un po’ come gli “untori” di manzoniana memoria, dice, contraddicendo spesso, per fortuna, le cronache del suo stesso giornale.

Quando scrive di politica, va letto molto criticamente. Quando, poi, si avventura in riferimenti storici, è meglio stendere un velo pietoso. Di solito le citazioni per inchiodare questo o quello ai suoi misfatti passati, sono sempre fuori contesto storico, per cui risultano quanto meno infantili. Solo per Montanelli Travaglio usa la premura della contestualizzazione storica, vedi la vicenda delle nozze con una minorenne etiope di 12 anni comprata dal padre, che però per il suo idolo – che fu, sia chiaro, un grande giornalista conservatore – sconfina nel giustificazionismo storico che con l’indagine storica c’entra poco e niente. Un confine, bisogna ricordarlo, che è sempre di difficile padronanza per storici esperti figurarsi per un dilettante come Travaglio.

Sabato scorso, il direttore de “Il Fatto Quotidiano”, ironizzando sulle vicende in corso con il suo solito sarcasmo, il titolo dell’articolo era, infatti, “Arrivedoorci”!, dice: “Dal febbraio Mattarella ha ripetuto in pubblico sei volte che non si farà rieleggere. Per essere più convincente, ha citato Segni e Leone, che non solo teorizzarono il mandato unico, ma si dimisero in anticipo”. Detta così sembra che Segni e Leone si siano dimessi facendo una loro libera scelta politica, per di più legata alla questione della rielezione. Mentre le cose stettero in tutt’altro modo. Il primo si dimise dopo una trombosi cerebrale e dopo che il 10 agosto era stato sostituito nelle funzioni ordinarie dal Presidente del Senato Cesare Merzagora. Il secondo fu costretto a dimettersi dopo l’assassinio di Moro, per la generale sfiducia morale che, giusta o sbagliata che fosse – i radicali di Pannella e il settimanale l’Espresso con Camilla Cederna lo avevano preso di mira -, lo circondava. Per carità, il peccato di Travaglio in questo caso specifico è veniale, molte volte ne commette di peggio.

Gramsci diceva che "La storia è maestra, ma non ha scolari." Nel caso del discepolo Travaglio, la Storia gli appiccicherebbe le orecchie d'asino.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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La musica è cambiata

CRONACHE&COMMENTI

Il governo si avvia a provvedimenti più restrittivi per i non vaccinati

di Aldo Pirone
covid musica cambiata accademiadimusica.iPinerolo390 minLa quarta ondata della pandemia del Covid 19 sta invadendo l’Europa, l’Italia fra tutti i paesi del continente è quella messa meglio, per ora, ma il governo si avvia a provvedimenti più restrittivi per i non vaccinati e a intensificare le vaccinazioni di richiamo per l’87% dei già vaccinati con una dose e l’84,56 con due. Gli ambienti economici e industriali, a cominciare dal Presidente della Confindustria Bonomi, reclamano sempre più provvedimenti restrittivi riguardo ai non vaccinati a cominciare dall’obbligatorietà del vaccino.

Come si ricorderà gli stessi ambienti economici subirono di malavoglia, come tutti del resto, i lockdown quando non c’erano i vaccini. Qualcuno di quella cerchia dentro di sé pensava che pur di non chiudere troppo le attività economiche fosse meglio mettere nel conto come inevitabili migliaia di morti. Qualcun altro questo pensierino nazista se lo lasciò scappare di bocca apertamente, come accadde nel dicembre scorso a Domenico Guzzini presidente della Confindustria di Macerata: “Le persone sono stanche di questa situazione (lockdown ndr) e vorrebbero venirne fuori, se qualcuno morirà pazienza"; per questo si dimise. Oggi, sempre in nome dell’economia über alles e dopo l’arrivo dei vaccini, quella cerchia è più che mai protesa alla rigorosità dei provvedimenti restrittivi: green pass, eventuali super green pass intesi a proteggere la ripresa economica da nuovi lockdown.

Nella prima fase le malmostosità di tanti imprenditori, soprattutto nell’ambito del commercio minuto, del turismo e della ristorazione, furono raccolte dalla destra di Salvini e Meloni, da Renzi e da alcuni esponenti di FI. L’attacco ai Dpcm sanitari del governo Conte, all’obbligatorietà della mascherina, alla proroga dell’emergenza sanitaria ecc. costituirono il pane dell’agitazione quotidiana di una destra retrograda, antiscientifica che faceva l’occhiolino ai no virus. Ricordiamo le sceneggiate pietose di Salvini che rifiutava di mettersi la mascherina al Senato, non se la metteva negli assembramenti, chiedeva, insieme alla Meloni e Renzi, di riaprire tutto e subito, la revoca dello stato di emergenza ecc..

Arrivati i vaccini e il successo della campagna di vaccinazione, la musica è cambiata. Una parte della Lega, a cominciare dai suoi governatori del nord, per non dire di FI, è schierata per il rigore e dà voce così al vasto mondo economico, di cui si diceva, che ha orrore, giustamente, di tornare a chiudere le proprie attività. Un’altra parte, invece, è propensa a non cambiare strada e a inseguire la Meloni e Fd’I che continuano imperterriti a demonizzare i provvedimenti restrittivi comunque configurati pur di dare sponda irresponsabilmente agli scimuniti vocianti del no vax, no green pass, no virus ecc.. Ovviamente in nome della propria libertà a scapito di quella di tutti gli altri. E questo pur di raccattare qualche voto in più, magari a scapito del vicino leghista.

Le motivazioni che spingono certa destra e gli ambienti economici, compresa la Confindustria di Bonomi, a schierarsi per il rigore sono, se si vuole, eticamente discutibili - non è in cima ai loro pensieri e alla loro cultura il valore della vita umana in sé e per sé - ma l’importante è che si manifesti questa differenziazione nella quale sinistra e progressisti dovrebbero infilarsi mettendo a nudo, da una parte, le contraddizioni di Salvini e, dall’altra, la perseverante pochezza politica della Meloni.

Al tempo stesso sarebbe più che opportuno trattenere i governatori leghisti e lo stesso Bonomi dall’andare per le spicce, com'è loro costume su ogni altra questione, con le restrizioni per i no vax. Di costoro bisogna continuare a non fare di ogni erba un fascio per non schiacciare su una minoranza di minus habens milioni di persone che hanno semplicemente paura o fobia del vaccino. L’obbligatorietà generalizzata della vaccinazione, e relativi controlli, non appare praticabile e assai discutibile per i lavoratori cui deve rimanere il green pass. Sarebbe molto più utile se Bonomi, Fedriga, Fontana, Zaia, Cirio, e compagnia cantando facessero sentire le loro voci contro gli scimuniti del “no tutto” e chi gli tiene politicamente bordone.
Anche se sono fra i loro sodali o amici politici.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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