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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Il giorno degli animali

trump ed erdogan 350 mindi Aldo Pirone - Mercoledì scorso è stata la giornata degli animali. Grandi, medi e piccoli. L'animale grande, Trump, ha consentito a uno più piccolo, Erdogan, di attaccare, nel nord della Siria, i curdi. Gli unici, non integralisti e progressisti, che hanno combattuto sul campo, sconfiggendoli, i tagliagole dell’Isis. Hanno versato il proprio sangue non solo per se stessi ma per tutti coloro, in primis noi occidentali, che sono stati oggetto degli attentati e delle stragi architettati dall’Isis; dentro e fuori il Califfato.

I curdi hanno guerreggiato coraggiosamente in quell’area del Medio Oriente, tormentata da guerre di religione interne all'Islam e messa a soqquadro in questi ultimi quarant’anni anche grazie agli interventi di russi, inglesi e americani per ragioni geopolitiche di potenza e per le risorse petrolifere. L’animale americano grande, in evidente stato di ubriachezza, non sapendo come giustificare il suo semaforo verde a quello turco più piccolo, ha twittato: “I Curdi non ci hanno aiutato nella Seconda guerra mondiale, non ci hanno aiutato in Normandia, per esempio”. Ha scritto proprio così, il great stupid.

Poi è arrivato Stephan Balliet, un altro animale, di più ridotte dimensioni, appartenente al genere topo di fogna, che ha attaccato, nel giorno della festa ebraica dello yom kippur, la Sinagoga di Halle. Si è divertito ad ammazzare due persone e a ferirne altre due. Il ratto, di pura razza ariana – così lui si ritiene -, che in questi anni si è nutrito con i rifiuti del nazismo, ha sfogato il suo antisemitismo razzista e xenofobo uccidendo senza pietà. Una mente malata, ma che ha trovato il suo brodo di coltura nell’avanzata dell' estrema destra tedesca.

Sono usciti dalle gabbie e dalle fogne, urge farceli rientrare.

 

 

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L'ennesima strage

morireinmare mindi Aldo Pirone - L’altro ieri da “Il Messaggero”. “La strage delle donne e dei bambini si compie alle 3 di una notte di pioggia, vento e mare mosso: c'è chi è andata a fondo tenendo stretto al petto il figlio e chi, nel buio pesto della notte, non ha fatto neanche in tempo a capire cosa stesse accadendo che l'acqua gli aveva già riempito i polmoni.

Sul molo di Lampedusa ci sono ancora una volta le bare allineate e le motovedette che scaricano cadaveri, quattro giorni dopo l'anniversario della strage del 3 ottobre del 2013 in cui cui morirono 368 persone e l'Europa, indignata da quell'orrore, promise: ‘mai più’. Ed invece nel Mediterraneo si continua a morire, con i porti chiusi e con i porti aperti. […] A bordo erano più di 50, tunisini e subsahariani. E la macabra conta dei vivi e dei morti dice che solo grazie al coraggio degli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, ci sono 22 sopravvissuti, 13 uomini e 9 donne.

I cadaveri sul molo sono invece 13 e sono tutte donne, di cui una neanche maggiorenne e un'altra incinta; tutti gli altri sono in fondo al mare e, tra loro, almeno 8 bambini di cui uno di 8 mesi, annegato con la mamma.
‘Dove sono, dove sono, dove è il mio nipotino’ continua a chiedere la sorella della donna a tutti quelli che incontra nel centro di accoglienza.

[…] ‘Quando sono arrivati i soccorritori il barcone, lungo una decina di metri, già imbarcava acqua e aveva il motore che non andava’ dice Vella (n.d.r. Procuratore aggiunto di Agrigento) . Il resto l'ha fatto il mare forza 3, il buio e il terrore. ‘A bordo c'è stato il caos, tutti volevano andare verso le motovedette - hanno raccontato agli operatori umanitari alcuni sopravvissuti - molti sono caduti in acqua e poi la barca si è capovolta’.

Di questi poveri morti non importa un fico secco ai nostri “leader” politici “carismatici”. “Il Messaggero” riporta due dichiarazioni sciacallesche: una di Salvini e l’altra, contrapposta, di Orfini che carismatico non è mai stato. Non le riporto per rispetto di quei poveri morti; di quei poveri bambini, di quella donna incinta, di quella mamma col figlioletto di otto mesi, annegati nel buio e nel terrore. In questo momento sento solo un’indignazione feroce verso una classe politica, italiana ed europea, incapace di impedire questa strage infinita. E altrettanta indignazione verso quei talk show politici che alluvionano le Tv e che, invece di mettere al centro dell’attenzione questo calvario, si diffondono, bramosi, solo sul gossip di una politica priva di pudore e di umanità.

Vergogna!

Taglio dei parlamentari. Ma perché?

camera dei deputati 350 mindi Aldo Pirone - "NO, senza se e senza ma". Domani la Camera voterà, in quarta lettura costituzionale, la riduzione dei parlamentari. 345 in meno fra Montecitorio e il Senato di Palazzo Madama. La questione, purtroppo, è diventata dirimente per la sopravvivenza del governo Conte 2. La destra, ovviamente, voterà a favore - salvo sorprese che se ci saranno non saranno per amore della democrazia - di questa grave riduzione della rappresentanza politica slegata da qualsiasi riforma equilibrata delle Istituzioni parlamentari. Il M5s, dal canto suo, la considera da sempre una sua battaglia identitaria motivata con la becera motivazione del populismo e della demagogia più deteriore: il taglio delle poltrone della casta.

In ciò favorito da un lungo decadimento della classe parlamentare e politica, da scandali e da privilegi che ne hanno punteggiato il declino. La bassa qualità dei rappresentati politici parlamentari – ma la stessa cosa è accaduta nei Comuni e nelle Regioni – coinvolge un po’ tutti. Anche i cosiddetti “portavoce” del popolo “grillini” che, stando agli ultimi abbandoni trasformistici subìti e a quelli di cui si vocifera che seguiranno, paiono dei miracolati, frutto di una selezione operata con la “pesca a strascico”. Non a caso anche tra le loro file abbondano delle “cozze” attaccate agli scranni, veri e propri ignoranti saccenti.

Ma qui non è in discussione la qualità della rappresentanza parlamentare perché, se lo fosse, il Parlamento bisognerebbe solo che chiuderlo. Qui è in gioco un principio democratico, per cui ridurre così drasticamente e senza criterio il rapporto fra eletti ed elettori già di per sé riduce gli spazi di democrazia portando l’Italia all’ultimo posto nella graduatoria europea. Quanto alla qualità della rappresentanza, essa non dipende dal numero degli asini che la compongono; essa dipende dalla selezione che non c’è da parte dei partiti, diventati taxi - contenitori su cui si sale e si scende a piacimento – si chiama trasformismo - solo in base a rigorose convenienze personali. E ciò non si combatte – altro cavallo di battaglia grillino – con il vincolo di mandato, con i contratti e le penali incostituzionali ecc., si combatte facendo ridiventare la politica e i partiti, che la democrazia partecipativa la dovrebbero organizzare, il luogo d'idealità forti e di etica condivisa. Senza di questo non c’è neanche concretezza di programmi e di progetti. Le motivazioni antiparlamentari e loscamente antidemocratiche che hanno accompagnato la campagna massmediatica dei pentastellati, sono ributtanti.

Pertanto al referendum confermativo della “schiforma”, per usare un termine travagliesco, io voterò no.
Senza se e senza ma.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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In vino veritas

salvini tortellini 350 mindi Aldo Pirone - L’arcivescovo di Bologna, Maria Matteo Zuppi considera normale che il comitato cittadino per la festa di San Petronio confezioni tortellini di pollo accanto a quelli tradizionali di maiale. “la preoccupazione – dice l’arcidiocesi - è che tutti possano partecipare alla festa, anche chi ha problemi o altre abitudini alimentari o motivi religiosi”. Apriti cielo! Matteo Salvini si è subito scatenato dicendo, udite udite, “Cercano di cancellare la nostra storia e la nostra cultura”*. Con ciò identificando, l’una e l’altra, con i suini, che poi sarebbero gli animali a rappresentare bene, meglio di tutta l’altra fauna, le sue concezioni, si fa per dire, politiche e culturali.

Il grido di dolore il “bauscia” l’ha rivolto, l’altro giorno, ad alcuni elettori umbri accorsi ad ascoltarlo nel solito comiziaccio elettorale in quel di Terni in Umbria. Credendo di fare un paragone spiritoso e azzeccato, ha aggiunto: “E’ come dire il vino rosso in Umbria senza uva per rispetto”. Il che non c’entra un tubo perché un tortellino con il pollo si può fare, ma il vino senza uva no. In quel caso il musulmano e altri possono bere coca cola. Il povero “ganassa” non si è accorto che sono ormai anni che nei supermercati si vendono prodotti, i wurstel per esempio, che avendo un’origine doc di maiale sono fatti anche di pollo o di tacchino. E nessuno ha mai gridato all’attentato contro la nostra cultura. Ma per Salvini il suino è emblema della nostra identità nazionale e non si tocca; mettergli al fianco il povero pollo e il disgraziato tacchino è vilipendio alla Patria.

Il paragone con il vino, però, non era del tutto fuori luogo, perché Salvini ne deve aver bevuto parecchio prima di dire una tale castroneria.
Mostrando ancora una volta tutta la sua cultura porcella.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

Nota di Redazione: Quando si invoca di non cancellare la cultura, come fa Salvini, prima bisogna averla. Si legga qui di seguito:

«All’inizio fu il pollo (e il midollo)
Nei ricettari medievali e rinascimentali si contano un gran numero di tortelletti, annolini e ravioletti, ma i primi tortellini alla bolognese vengono descritti solo alla fine del Settecento da Francesco Leonardi all’interno della sua monumentale opera “L’Apicio moderno”. Non un cuoco qualsiasi, si badi bene, ma uno star chef dell’epoca che si era licenziato da cuoco personale di Caterina II di Russia perché non sopportava il freddo di San Pietroburgo.

Questo grande cuoco, che riportò l’ago della bilancia della gastronomia sull’Italia dopo la lunga parentesi francese, annota una ricetta che non lascia spazio alle interpretazioni: “Pestate nel mortajo del petto di pollo arrosto, aggiungetemi midollo di manzo ben pulito, parmigiano grattato, un pezzetto di butirro, sale, noce moscata, cannella fina, e due rossi d’uova crudi”. Con questo ripieno si farciscono i tortellini alla bolognese e di maiale nemmeno l’ombra.» (da il "Gambero Rosso" del 2 ott. 2019, a cura di Luca Cesari)

 

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Rai Storia e dintorni

raistoria 350di Aldo Pirone - La politica di “sicurezza collettiva” dell’Urss. L’appeasement di Chamberlain, Alifax e Daladier con la Germania nazista; Monaco e il patto Hitler-Stalin. Alcune conseguenze.

Venerdì scorso su Rai Storia è andata in onda una trasmissione intitolata “Il patto Hitler Stalin”. Non so se sia stata una coincidenza voluta, ma la mente non poteva non riandare alla recente risoluzione dell’europarlamento che, nel quadro d' una fallace equiparazione storica fra nazismo e comunismo, dice che quel patto, siglato il 23 agosto del ’39, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”.

La trasmissione ha ricostruito rigorosamente il tentativo dell’Urss di Stalin, protrattosi per più anni dopo l’ascesa di Hitler in Germania, di fare un accordo con Francia e Gran Bretagna, nel solco di una politica di “sicurezza collettiva”, per sbarrare la strada in Europa alle voglie guerrafondaie nazifasciste. Una correzione di politica estera sovietica profonda, che fece uscire l’Urss dall’isolamento e dall’autoisolamento portandola ad aderire perfino alla poco efficace se non imbelle Società delle Nazioni. Un cambiamento che influenzò anche l’Internazionale comunista (Komintern) che rovesciò la sua politica passando dal “socialfascimo” alla “promozione dei fronti popolari” per difendere la “democrazia borghese” là dove era minacciata dalla marea montante del fascismo in Europa. I sovietici avevano letto il Mein kampf di Hitler e conoscevano le sue intenzioni strategiche: sterminare gli ebrei e gli slavi sulle cui terre, considerate “spazio vitale” per i tedeschi, avrebbero dovuto insediarsi i germanici. Non a caso la guerra contro l’Urss fu poi di sterminio e costò ai sovietici tra i 25 e i 26 milioni di morti.

Due furono i diplomatici sovietici incaricati di raggiungere quest'obiettivo: Ivan Maijski ambasciatore a Londra e Anatoly Litvinov ministro degli esteri sovietico. Nonostante la loro bravura non ci riuscirono. Si scontrarono con il conservatorismo britannico cui si adeguò anche la Francia dopo l’assassinio del suo ministro degli esteri Louis Barthou il 9 ottobre del 1934. Le cose peggiorarono con l’arrivo di Chamberlain a premier britannico e di lord Halifax a ministro degli esteri in sostituzione di Anthony Eden che dette le dimissioni proprio perché non condivideva la politica di appeasement con Hitler. Con lui non la condivideva Churchill che guidò la pattuglia di conservatori ribelli a quella politica di cedimenti, perorando, al contrario, l’alleanza con l’Urss di Stalin.

La puntata di Rai Storia non è arrivata al capitolo del patto di Monaco considerato il vero momento in cui Hitler verificò l’impotenza della politica anglo francese interpretandola come il permesso a proseguire la sua azione revancista e aggressiva verso est. Dopo la Cecoslovacchia fu la Polonia e con essa la guerra mondiale. Chamberlain tornò da Monaco sventolando il foglio firmato con Hitler dicendo che quel patto sciagurato significava “la pace per il nostro tempo”.

Quando quell’accordo fu discusso alla Camera dei comuni, Churchill fece un discorso memorabile. Indicò puntigliosamente tutti i fatti che costituivano “un disastro di prima grandezza che si è abbattuto sulla Gran Bretagna e la Francia […] Il sistema di alleanze in Europa centrale, cui la Francia aveva affidato la sua sicurezza è stato smantellato. E’ stata spianata la strada [a Hitler] che porta lungo il Danubio al Mar Nero, alle risorse di grano e di petrolio, la strada che arriva fino alla Turchia. […] vedrete giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’espropriazione di quelle regioni. Molti di quei paesi, temendo l’ascesa del potere nazista, hanno già scelto politici, ministri, governi filotedeschi, ma c’è sempre stato in Polonia, Romania, Bulgaria e Jugoslavia un vastissimo movimento popolare che guardava alle democrazie occidentali, aborriva l’idea di vedersi imporre il dominio arbitrario del sistema totalitario e sperava che gli si sarebbe opposta resistenza. Ora tutto è perduto”. Poi, rivolgendosi a Chamberlain gli disse: “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”.

Il ministro sovietico Litvinov, il 21 settembre, pochi giorni prima di Monaco, aveva dichiarato alla Società delle Nazioni che l’Urss era pronta a intervenire a difesa della Cecoslovacchia. A Monaco la Russia non fu invitata e pure i cecoslovacchi furono tenuti fuori della porta. Il tentativo di creare un fronte antinazista con Gran Bretagna e Francia si trascinò ancora per qualche mese. Poiché Hitler non era affatto placato dal sacrificio della Cecoslovacchia e che ora voleva Danzica e la Polonia, Chamberlain e Daladier cercarono, nel giugno ’39, di riallacciare i rapporti con Stalin. Ma lo fecero svogliatamente, mandando a Mosca uno sconosciuto funzionario, Strang, preferito a Eden che si era offerto e che godeva di molto più credito. Ad agosto i sovietici chiesero di portare i colloqui sul piano militare. La Gran Bretagna mandò l’ammiraglio Dax privo, però, dei poteri necessari, e la Francia il generale Doumenc che non aveva deleghe per concludere alcunché. Li fecero viaggiare per cinque giorni su un cargo mercantile con l’indicazione, per Dax da parte di Halifax, di tirare le cose per le lunghe. A quel punto Stalin prese atto che gli anglo francesi non facevano sul serio e accettò l’offerta tedesca di avviare negoziati per un patto di non aggressione. Ne approfittò per inglobare gli stati baltici e spostare più a ovest le frontiere dell’Urss a spese della Polonia che, inoltre, si era rifiutata di far passare l’Armata rossa sul suo territorio per un eventuale soccorso alla Cecoslovacchia; mentre, insieme all’Ungheria, aveva richiesto la sua libra di carne ceka al momento della dissoluzione di quello stato.

La scelta di Stalin era anche la conseguenza del fatto che in Oriente l’Armata rossa stava fronteggiando il Giappone che aveva invaso la Manciuria e premeva alle frontiere sovietiche. La sindrome dell’accerchiamento non era solo una paranoia del dittatore sovietico.

Errori e crimini di Stalin

Se il “patto” con Hitler fu considerato, anche da Stalin, uno stato di necessità, dopo Monaco e le prove di fellonia susseguenti d'inglesi e francesi, quali furono gli errori e i crimini compiuti dal dittatore sovietico in seguito? Furono diversi. Il primo fu di piegare il Komintern alle scelte statali sovietiche spiazzando i comunisti europei costretti da un giorno all’altro a non considerare più il nazifascismo come il nemico principale, rinnegando d’ambleé tutta la politica scaturita dal VII Congresso del Komintern e dei “fronti popolari”. Pochi giorni dopo il patto con Hitler, lo scoppio della guerra fu giudicato uno scontro fra “briganti imperialisti”, riecheggiando il giudizio di Lenin sulla prima guerra mondiale che era del tutto fuorviante se applicato allo scontro con i nazifascisti. Stalin non colse, l’anno dopo, il mutamento avvenuto in Gran Bretagna con l’avvento di Churchill a primo ministro e la sua determinazione a non cedere a Hitler e al sopraggiunto Mussolini anche nell’ “ora più buia” del giugno del ’40, dopo la disfatta della Francia. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre Stalin a uscire, magari gradualmente, dall’iniziale “stato di necessità” che, invece, per lui era diventato virtù.

Inoltre, c’è da rilevare che la più grande contraddizione con la politica estera staliniana della sicurezza collettiva, consistette proprio nelle “purghe” che il dittatore georgiano aveva avviato in quegli anni in Urss, tra il ’36 e il ‘38. Quella politica criminale, oltre a indebolire fortemente il Pcus e la stessa società sovietica, si era abbattuta, decapitandolo, proprio sullo strumento militare principe: l’Armata rossa. Furono eliminati 3 marescialli su 5, 8 ammiragli su 8, i 9 decimi dei comandanti di corpo d'armata e 35.000 ufficiali su 144.300; tra cui il mitico maresciallo Tuchačevskij.

Il sospetto e la diffidenza congeniti di Stalin non salvarono l’Urss dall’aggressione hitleriana. Anzi, il dittatore fu sorpreso e fece trovare il paese dei soviet impreparato e indebolito dalle sue “purghe”. Sospetti e diffidenze staliniani, stranamente, non riguardarono Hitler. Inossidabile rimase la fede del capo comunista nel patto stretto con il furher. Sospetti e diffidenze si riversarono, invece, su chi andava informando il dittatore russo dell’imminente attacco nazista; per altro più che evidente visto l’ammassamento di truppe tedesche ai confini dell’Urss in corso da molti mesi. Ciò causò i disastri iniziali, le distruzioni, le stragi e i molti milioni di morti e prigionieri, civili e militari, subìti dall’Unione sovietica nei primi sei mesi dell’aggressione.

Poi, la guerra vittoriosa nella grande alleanza antinazista e la mano ferma con cui Stalin condusse la guerra, relegò sullo sfondo i suoi crimini ed errori; che però ci furono, comportando prezzi dolorosi e tragici che si potevano e dovevano evitare.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Trasformismo

BeatriceLorenzin 350 mindi Aldo Pirone - In questi ultimi tempi si è parlato molto, a proposito e a sproposito, di trasformismo. Qualche giorno fa ne ha dato un saggio doc l’ex ministro Beatrice Lorenzin. Dopo varie trasmigrazioni da Forza Italia-Pdl al Nuovo centrodestra di Alfano ad Alternativa popolare, senza contare tutte le sigle dentro le cui insegne si è accucciata, ha deciso di aderire al PD con la solida motivazione di “allargare il campo dei moderati” di cui, com’è noto, il partito di Zingaretti ha estremo bisogno. Il segretario dem l’ha accolta con tutti gli onori che si devono a cotanta trasmigratrice oceanica consegnandole la tessera davanti ai mass media. “La sua adesione testimonia – ha detto Zingaretti - la volontà del nostro partito di essere plurale, ricco, a vocazione maggioritaria, aperto a culture diverse”. Ripiombando così nella vecchia tiritera veltroniana e nella fallimentare impostazione che ha fatto sì che il PD non sia mai decollato, subendo via via lo squagliamento di gran parte del suo elettorato. Poi, a bilanciare la Lorenzin è arrivata la Boldrini che non vedeva l’ora di accasarsi in un contenitore più grande come stanno facendo alcuni esponenti del ceto politico fallito e fallimentare della sinistra cosiddetta “alternativa”. Luigi Zanda, da vecchia volpe democristiana, ha subito messo in evidenza la connessione: "Ieri Beatrice Lorenzin e oggi Laura Boldrini. L'iscrizione al Pd di due donne di grande valore è il segno di una sempre più chiara centralità del Partito democratico e dei valori di centrosinistra che rappresenta". Piero Fassino, dal canto suo, sfidando ogni scongiuro, prevede che "Il Pd potrà beneficiare del generoso impegno profuso da Laura sui temi internazionali e sui diritti civili, nonché dell'esperienza istituzionale maturata come Presidente della Camera". Ovviamente le due nobili adesioni avranno un effetto trascinante per il ritorno dell’elettorato fuggito dal PD.

Ieri l’altro il panorama trasformistico, anche se, per ora, interno alla maggioranza di governo, si è arricchito del passaggio della senatrice calabrese Silvia Vono dal M5s a “Italia viva” di Renzi. Ovviamente, chi entra in quella formazione sa che deve aderire come l’edera alla persona del fondatore e, quindi, a scanso di equivoci, deve prostrarsi e baciargli la pantofola. “Perché Matteo Renzi?” Si domanda retoricamente la Volo; e si risponde: “Ha dimostrato coraggio, lungimiranza e determinazione. Se ha sbagliato qualcosa nel suo percorso precedente, ne ha fatto tesoro, sapendo farsi da parte, rispettando l’impegno preso con gli italiani”. Ecco, “sbagliato qualcosa” e “farsi da parte” sono osservazioni di una comicità inarrivabile, vette che solo con un “Vono” pindarico si possono raggiungere. Oggi, per chiarire meglio il sofferto passaggio indotto da un grande travaglio intellettuale, la senatrice calabrese ci informa che Renzi l’ha convinta durante “un incontro casuale al bar”. Luogo quanto mai adatto alle performance del “bomba” di Rignano.
Si vocifera che vi siano anche altri “grillini” tentati di salti più radicali verso Salvini che li sta cercando spasmodicamente. Tutto ciò, come del resto già evidente fin dalla formazione del M5S, rimarca come la raccolta “grillina” di candidati sia stata fatta con la pesca a strascico nella più vacua indeterminatezza culturale e politica propria di quel Movimento.

Volevano ammazzare il trasformismo e se lo ritrovano ben radicato in casa propria.

 

 

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Caro Conte il tempo è tiranno

matteo renzi giuseppe conte 350 mindi Aldo Pirone - Conte 2, il tempo è tiranno. Prodi ha definito il nuovo partito personale di Renzi un yogurt scaduto, aggiungendo che per ora, secondo lui, il governo non corre pericoli. Sta di fatto che al Senato la maggioranza non è larghissima e, come temono in molti, sarà pur vero che l’interesse di Renzi non è quello di provocare elezioni a breve, però si accingerebbe, se non altro per visibilità personale, a far ballare il povero Conte.

L’intervento di Prodi richiama alla mente una situazione simile. Quella del suo governo del 2006. Allora il centrosinistra più tanti altri, la cosiddetta Unione, entrò con largo margine di vantaggio nella campagna elettorale. L’anno prima aveva vinto in quasi tutte le Regioni. Berlusconi per parare il colpo in arrivo fece essenzialmente tre cose: una riforma della Costituzione con al centro la devolution leghista e tante altre cosacce che gli fu bocciata nel referendum confermativo; la “porcata” di una nuova legge elettorale fatta apposta per far mancare la maggioranza ai suoi avversari almeno al Senato; infine, una rimonta fulminante in campagna elettorale approfittando delle impappinature sul “cuneo fiscale” e sulla patrimoniale (il livello da cui partire per la nuova tassa) di Prodi e di Bertinotti. Il programma ecumenico di circa 280 punti non se lo filò nessuno, mentre fece colpo l’abolizione della tassa sulla prima casa promessa da Berlusconi. Sta di fatto che il risultato risicatissimo (24 mila voti in più circa) mentre assicurava all’Unione una larga maggioranza alla Camera grazie al premio di maggioranza previsto dal “porcellum” – poi dichiarato incostituzionale molti anni dopo – al Senato la maggioranza fu ristrettissima e, eterogenesi dei fini, dovuta proprio al meccanismo inventato da Calderoli e alla legge sulla rappresentanza degli italiani all’estero del vecchio missino Tremaglia. Com’è noto il governo Prodi non resse e cadde dopo circa un anno e mezzo.

Quale fu l’errore strategico del centrosinistra? Fu quello di non considerare la precarietà della sua maggioranza al Senato dove da subito cominciarono i trasformismi dei De Gregorio (Di Pietro) e Mastella, le mattane dei vari Rossi (Comunisti italiani corrente Rizzo) e Turigliatto (Bertinotti Rif. Comunista). Avrebbe dovuto mettere nel conto un ritorno alle urne a breve e quindi agire di conseguenza. Invece, i nostri eroi agirono come se fossero in una botte di ferro e dovessero durare "für ewig". Inoltre, invece di allargare il consenso nel paese rimodulando i 7,5 miliardi dell’abbattimento del cuneo fiscale a favore dei lavoratori – avevano promesso in campagna un beneficio del 60% per questi ultimi e il 40% per le aziende – rovesciarono il rapporto. Poi ci fu la storia del “tesoretto”. Vincenzo Visco era riuscito nel 2007 a racimolare grazie alla lotta all’evasione fiscale – apposta è sempre stato odiato dalla destra berlusconiana e leghista - circa 10,7 miliardi. Una parte di questi poteva e doveva essere usata per un provvedimento di grande impatto psicologico: l’abolizione della tassa sulla prima casa escluse quelle di lusso e del ceto ricco. Invece ci fu un balletto su come e dove destinarli che durò qualche mese, giusto il tempo per veder cadere Prodi che, come si sa, capitolò anche per tanti altri motivi. Cominciò a evidenziarsi in quel momento la “disconnessione sentimentale” fra i dirigenti della sinistra e il loro popolo. Poi ritornò il Cavaliere “mascarato”.

Il governo Conte 2 dovrebbe far tesoro di quella vicenda. Non è un governo che può escludere a priori l’impaludamento nelle contese fra PD, M5s e Renzi; e neanche una caduta per un qualche incidente di percorso in un Parlamento dove il trasformismo delle persone, basato sull’egolatria, impera. Se vuole durare per fare le cose progressiste che complessivamente ha enunciato nel suo programma ecumenico e che richiedono tempo, deve saper fare subito le cose sociali che possono allargargli a breve il consenso nel paese. Sarebbero le famose priorità. Il neo ministro Gualtieri ha detto che la manovra economica sarà espansiva. Certo, bisogna espanderla verso i lavoratori e i ceti medio bassi. Tra le priorità ci sono i provvedimenti sul lavoro: cuneo fiscale a esclusivo beneficio dei lavoratori dipendenti (almeno 10 miliardi), salario orario minimo garantito, disboscamento dei contratti farlocchi finalizzati al dumping salariale, inizio della riduzione delle circa 40-47 forme contrattuali precarie, investimenti e sblocco delle opere pubbliche; anche grandi ma compatibili con quello che viene pomposamente chiamato green new deal. Poi ci sono anche altre cose che riguardano il rapporto con l’Europa: riforma del patto di stabilità, distribuzione su scale europea degli immigrati, riforma della giustizia, lotta senza quartiere all’evasione fiscale (rivolgersi a Visco per sapere come si fa) ecc. Anche qui urge segnare risultati a breve. L’altra cosa da fare subito in Parlamento è l’abolizione del “rosatellum” con una legge elettorale che allo stato delle cose non può che essere d'impianto proporzionale se si vuole mettere in sicurezza la Repubblica.

L’orizzonte politico su cui il governo può realisticamente lavorare, per aumentare nel paese il proprio consenso e impedire un ritorno della destra salviniana, è realisticamente la prossima primavera. Se riesce a produrre risultati tangibili, allora l’orizzonte potrà diventare più lungo. E’ possibile che qualcuno cerchi, come abbiamo già visto, non di mandare a casa Conte ma di segnalare la sua presenza condizionante (Renzi e altri) e annacquare qualche provvedimento sociale per favorire i suoi punti di riferimento economici (le imprese vogliose di deregulation più che di innovazione). Non bisogna avere paura. Bisogna andare giù decisi. Se i principali contraenti dell’accordo di governo (PD-M5s-Leu) saranno in grado di imboccare questo sentiero stretto lo si vedrà già con la prossima legge di stabilità o manovra economica o finanziaria che dir si voglia.

Una linea chiara e offensiva può servire anche per affrontare eventuali urne anticipate. Solo che senza cambiamenti profondi, strutturali e celeri nel campo della sinistra complessiva e anche all’interno del M5s – alcuni sono già avvenuti sul piano politico generale altrimenti il governo Conte 2 non nasceva - sarà difficile essere all’altezza della sfida. Ma su questo torneremo a breve.

In politica il fattore tempo, come ripeteva spesso il dirigente comunista Giorgio Amendola, è un elemento decisivo. Una proposta o un’iniziativa in astratto giuste in sé possono anche fallire o non andare in porto o manifestarsi, addirittura, come controproducenti se non sono avanzate e prese in tempo utile. Sempre che, ovviamente, si abbiano nella mente i destinatari, cioè milioni di lavoratori e di persone delle classi subalterne; e non la Lorenzin che con essi non c’entra un fico secco.
Nel caso del governo Conte 2 il tempo è tiranno.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Zinga il fortunato

Matteo Renzi 350 260 mindi Aldo Pirone - Non era in questione il se ma solo il quando. Finalmente Renzi ha sgonfiato la crescente suspense e se n’è andato dal PD. Il capo delegazione dei dem al governo, Franceschini, ha commentato: “Nel 1921 e 22, la litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori”. Il paragone con l’oggi sembra azzardato, per non dire fuori luogo. Zingaretti, invece, ha invitato a guardare avanti: “Ci dispiace è un errore. Ma ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”. Il presidente Conte non è stato così serafico come Zingaretti; e si capisce. Il “bomba” ha cercato di rasserenarlo - il che visti i precedenti non lo ha per niente tranquillizzato -; gli ha detto che la sua “novità”, - pudicamente, non vuole chiamarla scissione - gli allargherà il consenso parlamentare. Ma il Presidente teme i Danai anche quando portano doni (timeo Danaos et dona ferentes). Infatti, ha fatto sapere “le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo. A tacer del merito dell’iniziativa, infatti, rimane singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo“. Non proprio un’alleluja!

Renzi ha spiegato oggi su “la Repubblica” in una lunga intervista dai toni “renzianissimi” le motivazioni della sua scelta. Un bel po’ di luoghi comuni a lui usuali, conditi di retorica futuristica e di qualche notevole bugia. Come quella, sommamente esilarante, di aver portato il PD al 41%. Ricorda l’effimero inizio della sua rovinosa leadership, dimenticando il baratro del 18,7% in cui ha lasciato i dem. Ma Renzi è così, non a caso a scuola, quando da giovani si mostra la propria indole, i suoi coetanei lo soprannominarono “il bomba”.

A guidare il Renzi politico sono sempre state due cose: un ego stratosferico che lo rende incapace di stare in un collettivo se non al comando di esso e, a esso connesso, il proprio interesse politico personale. Le sue mosse tattiche, anche le più spericolate e apparentemente contraddittorie, non si comprendono se non in quella sua ottica. Può accadere, come nell’operazione Conte 2, che l’interesse personale combaci incidentalmente con quello generale, ma può, col tempo, non essere più così. Nell’intervista a “la Repubblica” le motivazioni poco credibili della sua scelta, ridotte all’osso, sono: il PD, nato per essere una cosa all’ “americana capace – dice il nostro – di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”, non è decollato. E già, si è consunto fino allo sfinimento, balcanizzato in correnti e cordate, infettato dalla questione morale, ma americano non c’è diventato. Di danni storici, comunque, ne sono stati fatti a iosa. Per capire come gli innesti americani non funzionino nel nostro paese, non c’era tanto da elucubrare sul Lingotto di Veltroni, bastava andare al cinema a rivedere l’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Dell’intervista di Renzi ad Annalisa Cuzzocrea conviene rilevare le cose che possono incidere in negativo sul percorso del governo. Al fondo ve n’è una sola: “Non sono interessato a mettere il naso nelle nomine”, e questa è la bugia, seguita dall'inquietante verità: “ma voglio dire la mia sulla strategia”. E qui potrebbero nascere i dolori per Conte e gli altri partner, perché se le convenienze del rignanese dovessero cambiare, egli non tarderà a mettere i bastoni tra le ruote di provvedimenti di sinistra in economia e sul lavoro. E’ da prevedere, dunque, anche una lotta contro il tempo, perché, in fondo, se il governo riesce a sfornare celermente provvedimenti sociali – per esempio il cuneo fiscale, il salario minimo, il ripristino dei diritti sul lavoro ecc. – in grado di renderlo popolare, allora oltre a Salvini e al centrodestra si terrà a bada anche qualche “renzata”. Staremo a vedere.

Quanto al PD, è naturale che sul momento vi siano esponenti che cerchino di ridurre le conseguenze della fuoriuscita renziana parlando d'ingiustificabile divisione, di uscita non indolore, di grave danno ecc. C’è da evitare, fra l’altro, che nei gruppi parlamentari siano lasciate le “quinte colonne” renziane. Tuttavia la sinistra tutta, non solo il PD, dovrebbe accogliere l’evento come un’occasione liberatoria per procedere a una rifondazione comune e di un nuovo soggetto unitario di sinistra e progressista che coinvolga in prima persona le forze partecipative e associative della società civile progressista. Già il fatto che in alcune regioni gravide di elezioni amministrative si stiano sperimentando le cosiddette liste civiche, dice che la strada obbligata del rinnovamento rifondativo è quella. E non solo per creare le condizioni per una convergenza col M5s a livello locale. Zingaretti appena eletto segretario disse che bisognava cambiare tutto. Il 13 luglio affermò: “La riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Non ce ne siamo occupati perché c’erano le elezioni ma sul partito dobbiamo cambiare tutto perché tutti sappiamo che cosi non si va più avanti […] perché troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere, c’è gruppo dirigente nazionale attorno a leader ma poi c’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate che si collocano da una parte o dall’altra, con un leader o un altro a prescindere dalle idee”. Naturalmente a questo imputridimento lui non è stato del tutto estraneo, ma tant’è.

La questione, dunque, non può essere ridotta al ritorno nel PD dei fuoriusciti Bersani, D’Alema, Speranza e compagnia bella. La “discontinuità” rifondativa, nelle persone e nelle politiche, da praticare nel paese e non solo nel parlamento, è ben più profonda; risale non solo al PD di Veltroni, ma molto più indietro: risale almeno al blairismo. E con essa deve fare i conti tutta la sinistra, comunque configurata e dislocata, non solo i dem; e lo deve fare stando immersi nel corpo sociale, a contatto anche con le sue parti più lontane e ostiche.

Zingaretti non è un fulmine ma è fortunato. In pochi giorni Salvini ha tolto il disturbo dal governo e Renzi dal PD.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Scetticismo malmostoso

daConte1aConte2 390 mindi Aldo Pirone - L’essenza del marxismo, diceva Lenin, è “l’analisi concreta della situazione concreta”. Senza scomodare Marx si potrebbe dire che la concretezza dell’analisi è l’essenza della politica. A vedere alcuni giudizi e reazioni alla formazione del secondo governo Conte sembra che questo principio di realismo sia, se non proprio dimenticato, messo in ombra. Lasciamo stare ovviamente le reazioni rabbiose e sgangherate della destra fascistoide di Salvini e della Meloni; comprensibili visto l’errore madornale compiuto dal “bauscia” milanese e vista la pochezza politica della signora in nero. Quel che interessa qui è osservare un certo scetticismo, una qual certa anima malmostosa fino a un'indignata contrarietà che albergano non solo in singole personalità politiche del cosiddetto campo progressista e liberal democratico, ma, soprattutto, in alcune aree del giornalismo come il gruppo Gruppo Repubblica-Espresso e Huffington Post Mediagroup. Nel valutare la formazione del governo Pd-M5s-Leu domina in costoro un pessimismo dell’intelligenza dell’analisi sulle forze contraenti l’alleanza - intendiamoci più che doveroso - che però non spinge all’ottimismo della volontà ma all’incipiente recriminazione e a una buona dose di moralismo.

L’accusa di “manovra di palazzo” che alcuni hanno usato – vedi il vicedirettore De Angelis di Huffington Post – in consonanza con la destra fascistoide si può fare solo se non si conosce, come la Meloni, la Costitizione della Repubblica e la sua forma di democrazia parlamentare. Quanto a quella di trasformismo sorvola bellamente sulle persone e le forze che passa il convento oggi e che non sono certo quelle che uno di sinistra vorrebbe che fossero. Questi rilievi non vennero fuori, almeno nella “Repubblica” di Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, quando si trattò di valutare le larghe intese del Pd di Letta e Renzi con Berlusconi-Alfano-Verdini ecc. Allora, se non erro, si scomodò anche il Togliatti della svolta di Salerno e dell’ingresso nel governo Badoglio per giustificare con riferimenti a una storia mal conosciuta e mal digerita quel che i dem stavano combinando. Seguendo l’interventismo del Presidente Napolitano, si disse che bisognava salvare l’Italia dall’emergenza economica per cui non si poteva mica riandare a votare. Con il cavaliere di Arcore, o chi per lui, l’intesa divenne oltre che larga anche lunga e sostanziosa; ci si mise dentro anche il rifacimento di mezza Costituzione. Il tutto battezzato al Nazareno da Renzi e prima di lui da Letta.

Ma veniamo alla concretezza dell’analisi dell’oggi almeno per quel che riguarda il piano nazionale. Primo. L’occasione del governo “giallorosso” o “giallorosé” non nasce da una vigorosa azione di opposizione in Parlamento e nel paese della sinistra, anzi; nasce da un errore tafazziano di Salvini. Imprevedibile e imprevisto che però ha costretto ad accelerare nello spazio di pochi giorni l’incontro fra Pd e “grillini” acerrimamente negato da ambedue fino a pochi giorni prima. I protagonisti principali di questo cambio sono stati Grillo nel campo pentastellato e Renzi in quello del Pd. Quest’ultimo piuttosto clamoroso, se si pensa che fino a pochi giorni prima il “bomba” di Rignano aveva fatto da guardia pretoriana nel Pd perché di un accordo con il M5s non se ne parlasse neppure. Vedesi le aspre rampogne comminate a Franceschini che si era, da tempo, avventurato a propugnare il contrario. E’ più che assodato che l’abile intervento di Renzi non è stato dovuto alle sue preoccupazioni per l’economia (aumento dell’Iva ecc.) e per l’Italia, quanto dall’interesse suo (presa sui gruppi parlamentari dem) a non andare alle elezioni anticipate. Tuttavia ha combaciato con quello generale e democratico. La politica a volte è sommamente creativa.

Secondo. La cosa che Salvini reclamava con la sua tentata spallata eversiva al Parlamento erano le elezioni per ottenere un consenso plebiscitario e così i “pieni poteri”. Bisognava assecondarlo? Gli scettici progressisti a questo obiettano: non è detto che andando alle elezioni Salvini avrebbe avuto la meglio, mentre sicuramente il Pd avrebbe potuto drenare consensi al M5s. In parole povere bisognava rischiare anche una prevalenza del “bauscia” pur di colpire i “grillini” puntando sul loro fallimento e far rinascere così il bipolarismo destra-sinistra. Tutte ipotesi abbastanza campate in aria se si considera l’attuale legge elettorale. Certo l’andamento negativo dei mercati, della Borsa e dello spread di fronte a un Salvini antieuropeista avrebbe potuto fornire qualche argomento a sinistra. La paura del baratro economico e della destra eversiva forse avrebbe potuto influire positivamente nel risvegliare nel paese una resistenza anti salviniana. E comunque prescindeva dall’interesse generale immediato dei ceti più deboli e dei lavoratori in particolare. Interesse economico da una parte, con tutto quello che sappiamo essere in ballo, e costituzionale e democratico, dall’altro, che non può soggiacere ai desiderata e alle convenienze del momento di un leader politico qualunque esso sia, tanto più se esso è il “bauscia” milanese.

Terzo. Il governo Conte 2 riapre una prospettiva democratica, sociale e solidaristica in Italia e assume un impegno a cambiare in senso sociale, più democratico e federalista l’Europa. Almeno nelle dichiarazioni programmatiche. Si riafferma così, rebus sic stantibus, che esiste un nesso nel nostro paese fra difesa della democrazia, anche nelle sue forme e prerogative parlamentari, e politiche di riforma sociale progressista. O meglio, che la difesa della democrazia nel momento in cui raccoglie un coagulo di forze diverse non può non avere il segno programmatico del progresso sociale. Tuttavia, proprio perché l’analisi delle forze di governo in campo non può indulgere a nessun ottimismo di maniera, occorre tener presente i limiti all’origine di questa nuova alleanza e, soprattutto, dei soggetti che la compongono. In questo lo scetticismo dei dubbiosi può essere assunto positivamente, ma dentro un quadro di lotta e non di remissività. A questo proposito il segretario della Cgil Maurizio Landini e il ruolo propulsivo e propositivo di contenuti economici e sociali da lui svolto durante la crisi, anche se esternamente, ce ne ha offerto un esempio.

E’ evidente che questa maggioranza deve lavorare bene e celermente, innazitutto sui temi economici e sociali e del lavoro, per divenire maggioranza nel paese. Ci riuscirà? Non possiamo saperlo se non con la prova dei fatti. Noi ci auguriamo di sì perché è la condizione prima per smontare il “bauscia” nel paese. Tutto questo, però, rimanda non solo all’azione di governo ma anche alla “discontinuità”, per usare un’espressione di Zingaretti, di comportamenti sia politici sia morali. E anche all’avvio immediato di un processo di rifondazione unitaria, culturale, ideale e organizzativa della sinistra in senso lato. E ai passi che da subito occorre fare in questa direzione. A tale scopo è indispensabile che essa raccolga sangue nuovo dall’associazionismo progressista presente nella società civile per riportarsi là dove è evaporata: tra i lavoratori e i ceti sociali più deboli e bisognosi. I dubbiosi, gli scettici, i malmostosi dovrebbero impegnarsi su questo fronte che non è per nulla secondario.
Ne acquisterebbero in serenità e lucidità.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Servo di due padroni

Salvini Trump Putin 350 mindi Aldo Pirone - Matteo Salvini appare piuttosto stordito dalle auto afflizioni che si è procurato da solo e che hanno portato alla nascita di un nuovo governo di segno diverso e opposto dal centrodestra populista e xenofobo precedente. Quel famigerato Salvimaio che, dominato dalla sua agenda propagandistica, gli aveva consentito di raddoppiare in un anno i consensi elettorali almeno in percentuale: dal 17 delle politiche al 34% circa delle elezioni europee.

Dal momento - abbastanza presto per la verità - in cui ha compreso, o gli hanno fatto comprendere, l’errore catastrofico commesso, il “bauscia” ha cominciato a dare i numeri e a menare fendenti a vuoto nell’aria. La sua avvinazzata reazione ha mostrato al paese quanto fossero infondate le valutazioni non solo positive ma addirittura iperboliche sulle sue capacità politiche fatte da tanti commentatori abituati a trovare il genio dietro ogni angolo. Il “capitano” ha cominciato a invocare come cause del suo auto disarcionamento i soliti e immancabili “complotti”. Dapprima interni e poi internazionali. Occupiamoci per un momento di quelli internazionali.

Ha fatto un certo scalpore il twitter di Trump che, all’indomani del vertice del G7, ha incoraggiato “Giuseppi” Conte proprio nel momento più delicato della trattativa, il 27 agosto, fra PD e “grillini”: “Conte è uomo di grande talento, spero resti premier”. Perché il sovranista Donald tirava un indiretto ma esplicito calcione al suo politicamente omonimo italiano? Non sapeva che Conte stava lavorando per un governo pro Europa che includeva la sinistra dal PD a Leu? Non sapeva che a far pendere la bilancia a favore della nuova presidente della Commissione europea Von der Leyen, fedele Merkeliana e Macroniana, era stato il lavorìo del “talentuoso” “Giuseppi”? Come si concilia questo endorsement trumpiano con l’appoggio, per esempio, senza se e senza ma all’antieuropeo hard Brexit britannico Boris Jhonson che ne sta combinando di tutti i colori a Downing Street?

Inoltre, Salvini subito dopo le elezioni europee era andato in Usa ed era stato ricevuto dal vicepresidente Mike Pence e dal Segretario di stato Mike Pompeo. Lo scopo era di presentarsi come il proconsole americano in Italia; sdraiato su tutta la linea interna e internazionale di Trump e quindi di tornare nel Belpaese con le stigmate di Donald. Poi, però, nella prima metà di luglio, un sito americano, Buzzfeed, ha dato il via, non a un complotto, ma alla rivelazione dei traffici di Salvini con Putin. E’ il Russiagate all’italiana che tutti sappiamo e che consentì a Conte di dare il primo colpo in Parlamento al “bauscia” che si rifiutava di riferire sull’affaire che lo aveva riguardato da vicino, tramite il suo protetto Savoini. La vicenda è ancora in corso e oggetto d'indagine giudiziaria. La soffiata veniva dai servizi segreti non solo americani? Può darsi. Ma svelava un segreto asservimento di Salvini a Putin.

Io formulo questa ipotesi. Donald Trump non ama l’Europa. Il suo incoraggiamento alla Brexit e a Boris “il matto” dice chiaramente che il vecchio continente lui lo vuole debole perciò incoraggia i sovranisti di ogni specie e colore. Ma se un sovranista – vedi il “bauscia” - si mette a inciuciare con la Russia di Putin andando oltre il segno, la cosa non gli va bene perché non è nell’interesse geopolitico statunitense. Europa debole sì, ma non al punto di vederla insidiata dall’orso russo. Stessa cosa è per i sovranisti di Visegrad, soprattutto quelli dei paesi come Polonia e Ungheria che sono stati sotto il dominio russo. Il Pis, partito dei sovranisti polacchi, e Fidesz di quelli magiari hanno votato per la Von der Leyen. Dovevano fare gruppo per demolire l’Europa ma alla fine ognuno è andato per la sua strada lasciando solo Matteo, insieme alla Le Pen, con il suo Putin. Sovranisti quando si deve stare nell'Unione europea ma non tanto da favorire le mene putiniane. Salvini, nella sua ansia di servire, non ha capito che non si può essere servo di due padroni: Donald e Vladimir. Anzi, non ha capito proprio, da dilettante com’è, quali siano gli interessi e gli equilibri geo politici presenti in Europa. Dopo l’autoaffondamento, Orban ha scritto al “bauscia”: "Posso assicurarti che noi ungheresi non [ti] dimenticheremo mai”.

Più che un saluto, un epitaffio.

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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