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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Gli smemorati

 CRONACHE&COMMENTI

L’anno scorso Conte condusse una battaglia lunga, ma vittoriosa.

di Aldo Pirone
contelasciaPalazzoChigi 390 minMartedì scorso l’Ecofin, la riunione dei ministri finanziari dei 27 paesi dell’Ue, ha dato il via libera ai primi 25 miliardi destinati all’Italia dal Recovery fund. E’ passato un anno da quando, il 22 luglio dell’anno scorso, il governo Conte portò a casa un risultato quantitativo e qualitativo insperato. Un successo per l’Italia e per l’Europa che voleva superare il nazionalismo e il sovranismo e avanzare sul terreno della solidarietà comunitaria. Un cammino lungo, irto di difficoltà, tuttora in corso. La pandemia da Covid 19 è stata il fattore decisivo che ha spinto a cambiare strada anche a chi, la Merkel, era stato il sacerdote delle politiche europee neoliberiste incarnate dalla politica dell’austerità.

L’anno scorso Conte condusse una battaglia lunga, da marzo a luglio, per conseguire un risultato verso cui i leader di destra Salvini e Meloni remarono contro in tutti i modi. La leader dei neofascisti di Fd’I propugnò in alternativa agli eurobond addirittura il ricorso agli impossibili “diritti speciali di prelievo” del FMI che, suggeriva, bisognava andare a chiedere a Trump. Possibilmente genuflessi. Il leader leghista, dal canto suo, vagheggiò di “Bot di guerra” patriottici. Tutto pur di evitare la solidarietà europea. Gli altri, i portavoce nella carta stampata di lorsignori, osteggiarono in altro modo l’azione di Conte, dei suoi ministri economici e dei diplomatici italiani, mettendo in campo l’arma dello scetticismo ironico, del sarcasmo italiota e poltrone verso quell’intruso avversato dall’establishment della “razza padrona” che chissà cosa s’era messo in testa di fare senza di loro, i loro condizionamenti, la sottomissione ai loro interessi.

Alla vigilia dell’incontro decisivo di Bruxelles dei 27 capi di governo, il vate principale della “razza padrona”, Paolo Mieli, il 10 luglio aveva già demolito sul suo “Corriere della sera” il Presidente del Consiglio: “Conte si sta appalesando come uno dei più straordinari illusionisti della nostra storia”. Cinque giorni dopo gli fa eco Massimo Folli su “la Repubblica” acquistata dagli Agnelli e messa nelle mani di Molinari, un direttore-badante: “L’esaurimento del Conte-2 è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere” e il 17 il fu giornale di Scalfari torna a gufare con la penna di Andrea Bonanni: “L’Italia non potrebbe arrivare peggio preparata al vertice europeo […] Governo e classe politica hanno fatto il possibile per danneggiare le nostre capacità da una posizione di credibilità […] la debolezza di Conte è un altro elemento di vulnerabilità per l’Italia”. “Illusionista”, “esaurito”, “debole”, insomma un bel tifo per l’Italia alla vigilia di una partita difficilissima volta a stroncare le resistenze punitive verso gli italiani dei “frugali” guidati dall’olandese Rutte e a dare all’Europa un volto diverso da quello arcigno dell’austerity.

Durante il corpo a corpo fra Conte e Rutte “la Repubblica” fece di meglio. Prese le parti dell’olandese: “Processo all’Italia. L’Olanda: ‘Non ci fidiamo più’ ”. Gli è che in Olanda c’èra la sede fiscale di Fca di casa Agnelli padroni della “Repubblica” e Conte ha minacciato quel paradiso fiscale e i suoi rebates (contributi che l’Olanda riceve dall’Ue più generosi degli altri paesi comunitari). Gli interessi di casa Agnelli prima di tutto.

Poi le cose, per fortuna degli italiani, sono andate diversamente. Un grande successo per l’Italia e per il governo Conte. Per usare termini calcistici in auge in questo momento, vincemmo gli europei della solidarietà contro il nazional-sovranismo della destra, dentro e fuori dell’Italia.

I giornali di destra cercarono subito di nasconderlo goffamente. “Libero”: “Festeggiano Conte perché ci indebita”, scrisse Senaldi; gli andò a ruota Feltri: “Occhio alla fregatura. Non illudetevi, alla fine pagheremo noi”. “La Verità”: “l’Ue ci presta i (nostri) soldi ma solo dall’anno prossimo” (Belpietro); “Da dove viene quel denaro? Guardate nei salvadanai” (Veneziani); “Il Giornale”: “Il governo rischia il crac sui fondi Ue” (Minzolini) e il direttore Sallusti, non potendo nascondere il successo lo attribuì, però, tutto alla Merkel e a Macron.

I principali giornali di lorsignori, “la Stampa”, “la Repubblica” e “Corriere della sera” non gioirono, erano contenti per i soldi ma non per Conte. Insistevano sul Mes da prendere subito, erano preoccupati di evitare il trionfalismo (Massimo Franco) e della “bizzarria tutta italiana di mantenere lo stesso premier per due esecutivi molto diversi” (Carlo Verdelli), esaltavano oltre misura la “cancelliera” che aveva salvato l’Europa. Non negavano - e come avrebbero potuto? – il risultato positivo, ma evitavano al massimo di attribuirlo anche a Conte. Non una parola di autocritica su quanto scritto nei giorni precedenti su “Giuseppi”.

Anche alcuni leader politici di opposizione non poterono fare a meno di riconoscere la positività del risultato. “Accordo buono“ (Berlusconi); “Abbiamo tifato Italia, poteva andare meglio, ma Conte è uscito in piedi” (Meloni). Solo Salvini fece a cazzotti con la realtà: “E’ una superfregatura grossa come una casa, una resa senza condizioni alle scelte della Commissione”. Qualche mese dopo, però, si precipiterà al governo per gestire quella “superfregatura”.

Sul “Riformista” la biliosa Claudia Fusani cercò di guardare lontano per sfuggire all’orribile, per lei, successo di Conte. Riferendo di qualche capannello di parlamentari Pd che paragonava Conte a Giulio Cesare, scrisse speranzosa: “Il gioco di società è stato ‘chi è Bruto’, ovverosia chi guiderà la congiura, e quando saranno le idi di marzo”. Il nome già c’era, tutti lo conoscevano: Renzi. Ma non era quello il momento. Il “Bomba” riconobbe, infatti, che “Conte in Europa ha lavorato bene”.

E proprio per questo si darà da fare per toglierlo di mezzo al più presto, per conto della malmostosa “razza padrona” che rivoleva indietro tutte le leve del comando.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Riforma Cartabia

CRONACHE&COMMENTI

“illusoria” l’abbreviazione dei tempi dei processi della riforma Cartabia

di Aldo Pirone
la riforma della giustizia 350 minQuando si entra in un'aula di tribunale appare in grande evidenza la frase scolpita: “La giustizia è uguale per tutti”. Fu una conquista della civiltà moderna, della giustizia e dei prerequisiti della democrazia che gli uomini fossero dichiarati uguali di fronte alla legge. Tuttavia, come nel campo di tante altre cose umane, l’uguaglianza formale si ferma e a volte si sbriciola di fronte alla diseguaglianza sociale. Nel campo dei procedimenti penali o civili chi può permettersi, pagandoli profumatamente, ottimi avvocati, ha più possibilità, anche se colpevole, di ridurre i rischi di condanna o di farla franca, mentre i meno abbienti devono soggiacere, anche quando innocenti, alle ire della dea bendata. Una volta quest'andazzo, dovuto anche ad altri fattori storici, era chiamato “giustizia di classe”.

Si può dire che da allora (anni ’50) la questione della diseguaglianza sociale che non rende “uguali davanti alla legge” sia stata, non dico superata, perché la perfezione non è di questo mondo, ma almeno sensibilmente ridotta in questi ultimi decenni? L’andamento è stato altalenante, ma siamo molto lontani dall’obiettivo costituzionale. Il mutamento nei rapporti di forza sociali, politici e culturali a favore di lorsignori si è fatto sentire, e come!, anche nel campo della “giustizia ingiusta”.

E’ con il metro della giustizia effettiva e reale superatrice delle diseguaglianze sociali che la cosiddetta “sinistra” dovrebbe giudicare la riforma Cartabia. Un metro che non è per nulla slegato a quello che ci ha chiesto l’Europa: ridurre i tempi dei processi penali e civili nell'ambito di una più ampia riforma della giustizia per avere i soldi del Recovery fund. Di quelli civili, particolarmente urgenti per l’economia, nessuno se ne interessa granché.

D’altro canto, per ovvie ragioni legate alle miserie della politica politicante che non è qui il caso di esaminare, tutti si sono concentrati sui provvedimenti della Cartabia sul processo penale dando luogo al trionfo del “partito preso”, del gossip politico, del chi ci guadagna e chi ci perde in termini di potere al cospetto di Draghi, obliterando completamente il contenuto dei provvedimenti. Mentre l’interrogativo cui rispondere è semplice: sono essi in grado di ridurre i tempi del processo per evitare l’ “improcedibilità” (due anni per l’appello, uno per la Cassazione salvo le eccezioni)? Perché, se così non fosse, la cosiddetta “improcedibilità” non sarebbe altro che il surrogato della “prescrizione” con grave danno sia per gli imputati innocenti sia per le vittime di quelli colpevoli di cui i cosiddetti “garantisti” a senso unico si dimenticano sempre.

I provvedimenti ritenuti sufficienti dalla Guardasigilli e da Draghi sono: digitalizzazione e processo penale telematico, deposito atti e notifiche, indagini preliminari, criteri di priorità, udienza preliminare, procedimenti speciali, querela, pena pecuniaria, pene sostitutive delle pene detentive brevi, particolare tenuità del fatto, sospensione procedimento con messa alla prova, giustizia riparativa. Oltre alla promessa di nuove assunzioni di cancellieri (2700) e nuove figure (16.500) addette all’ufficio del processo per far marciare più celermente i procedimenti. Ne ho citato solo i titoli per brevità, ma ognuno potrà, approfondendone il contenuto specifico, farsene un’opinione più esatta.

In altre parole, e per tornare all’incipit sulla “giustizia di classe”, i provvedimenti della riforma Cartabia sono in grado di annullare del tutto quella capacità professionale, ma diabolica, degli avvocati di lorsignori di usare, novelli azzeccagarbugli, ogni cavillo per arrivare all’improcedibilità?

A Leu (Art. 1 – Mdp) e Pd, visto il tripudio di Letta, sembrerebbe di sì. Mentre il silenzio assordante di Sinistra italiana in merito è significativo oppure imbarazzante. Nel M5S, invece, c’è stata una vera e propria rivolta.

Molti addetti ai lavori, soprattutto magistrati, hanno risposto negativamente all’interrogativo suddetto. Ma, si dice, sono di parte e "giustizialisti". Non è di parte "giustizialista", però, l’avvocato cassazionista – non un magistrato dunque - di molti lorsignori (Andreotti, Berlusconi, Antonio Fazio, Gianni De Gennaro, la Thyssen Group) il quale, intervistato dal “Giornale” house organ del Cavaliere, sorprendentemente ha definito “illusoria” l’abbreviazione dei tempi dei processi della riforma Cartabia e che “A questo punto era meglio tenersi la riforma Bonafede”.

Non mi pare che abbia torto.

 

 

 

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Alemanno. La sentenza senza omissis

CRONACHE&COMMENTI

Soprannome Aledanno, oltre l'assoluzione leggiamo anche le condanne

di Aldo Pirone
Alemanno 380 minAlemanno, Sindaco di Roma, fu mandato via dagli elettori per corpose ragioni di malgoverno – di qui il soprannome Aledanno – ben prima dei suoi guai giudiziari. Ieri la Cassazione lo ha ASSOLTO dall’accusa più grave - la corruzione per la gara d’appalto sulla raccolta differenziata - PRESCRITTO per l'ipotesi di corruzione nella vicenda del pagamento dei debiti Ama (bisognerà quindi leggere il dispositivo della sentenza relativo per vedere se il reato sussisteva o meno) e CONFERMATO nella condanna di sei mesi per l'accusa di finanziamento illecito.

I giudici, inoltre, “hanno disposto – dice l’Ansa - un nuovo processo davanti alla Corte d'Appello per la rideterminazione della pena e che riguarda il capo di accusa riqualificato con la fattispecie del traffico di influenze illecite e che riguarda lo sblocco dei pagamenti Eur Spa”. La comprensibile gioia di Alemanno è per aver evitato il carcere ove l’accusa più grave fosse stata confermata dopo i primi due gradi di giudizio che l’avevano sentenziata.
Giorgia Meloni esulta: "Siamo felici dell'assoluzione di Gianni Alemanno, a cui va il nostro abbraccio. Eravamo convinti della sua estraneità e abbiamo sempre avuto fiducia in lui". Con lei vari esponenti della destra e non solo. Dimentichi dell’intera sentenza. Da quelle parti è più che naturale.

Non è naturale, invece, che anche nel centrosinistra romano qualche suo esponente come Roberto Morassut sottosegretario dem all’ambente parli solo dell’assoluzione che, secondo lui, cambierebbe addirittura “le chiavi di lettura della storia politica recente della Capitale.” (Roma Daily news). Segno dei tempi non proprio belli che si stanno addensando sul tema giustizia e moralità.

In altri paesi europei occidentali per molto molto meno i politici protagonisti di vicende simili scompaiono dalla politica. Qui da noi, invece, ricicciano spacciati da eroi vittime della mala giustizia.

 

 

 

 

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La voce di lorsignori

CRONACHE&COMMENTI

"firmo i referendum dei Radicali e della Lega, del loro contenuto nulla m'importa"

di Aldo Pirone
paolomieli 390 minLunedì scorso lunga intervista di Paolo Mieli a “Libero” a cura di Pietro Senaldi. Nell’incipit c’era già tutto il senso di ciò che seguiva e che era mediamente vergognoso. “Ma certo che firmo i referendum sulla magistratura proposti dai Radicali e dalla Lega. – dice il nostro - E ti dico di più, del loro contenuto non mi importa nulla; anzi, arrivo a dire che non mi convince del tutto”.

I referendum, appoggiati da Berlusconi e (4 su sei) da Meloni, appaiono per quello che sono: l’adunanza di tutti quelli che ce l’hanno non con il sistema Palamara ma con i giudici che in tutti questi anni hanno cercato, non riuscendoci sempre, di far prevalere la legge là dove malversatori e delinquenti nei piani alti del potere politico pretendevano di fare i loro comodi. Il merito dei quesiti, infatti, dice Mieli, non conta. Che la contaminazione fra Magistratura e potere politico vada recisa ed eliminato il degrado dovuto a una gestione correntizia dell’Associazione nazionale dei magistrati (ANM), è più che sacrosanto. Ma non è questo l’obiettivo di Salvini e associati, e neanche di Mieli. Infatti, sulla scia del suo intervistatore parla di “giudici” e di “magistratura” in generale senza distinzione alcuna. A parte zimbellare Davigo “che confida segreti nella tromba delle scale alla Commissione Antimafia”.

L’intervista è interessante perché il columnist del “Corrierone” rappresenta un po’ il portavoce principale di lorsignori. Il fatto che ecciti su “Libero” l’elettorato di destra, come se ce ne fosse bisogno, contro la magistratura, tutta la magistratura, e che suggerisca al centrodestra di darsi un leader decente – tipo Ciampi e Prodi, dice - perché “gli manca una classe dirigente adeguata”, è rivelatore di ciò che vogliono i “moderati” europeisti di casa nostra. Ma Mieli fa di più, dà consigli anche su come e quando farlo. L’occasione buona – suggerisce - per l’individuazione di tale personalità potrebbe essere proprio l’elezione di Draghi al Quirinale. “A quel punto, qualcuno lo sostituirà a Palazzo Chigi, e quello potrebbe essere il candidato del futuro centrodestra”. Cioè, ipotizza implicitamente che nell’attuale parlamento ci sia in potenza uno schieramento che, senza passare per nuove elezioni, dia tutto il potere di governo al trio Salvini, Berlusconi, Meloni, più, si suppone, il vasto mondo degli altri moderati, centristi, trasformisti di varia gradazione e natura (Renzi, Casini, ex grillini ecc.) tutti eletti nel Pd e nel M5s. In fondo che cosa manca ai nazionalisti, sovranisti, xenofobi vari, nostalgici del “duce che fece anche cose buone” e soci di Orbàn, se non un garante che li renda potabili in giro per l’Europa? Oltre, ovviamente, a Draghi al Quirinale come già ipotizzato da Salvini.

Insomma, il trionfo finale della pura indecenza politica.
Le posizioni di Mieli in questo momento sono un altro segno che rende evidente il processo in corso di spostamento a destra dell’asse politico e di governo con l’aiuto indefesso di Renzi.

Molto di questo spostamento è favorito dalla crisi in corso nel M5s a causa delle mattane di Grillo. Essa, da una parte, mette in difficoltà Letta e la linea di una parte del Pd dell’alleanza progressista con il M5s a leadership Conte, emargina Leu e ridà fiato ai cosiddetti liberal democratici, centristi, renziani o ex renziani presenti in forze nei dem, dall’altra, inturgidisce la destra tutta, sia nel governo (Salvini e Berlusconi) sia all’opposizione (Meloni). In fondo la destra e i “moderati” alla Mieli colgono l’occasione per tentare di riempire a modo loro il vuoto lasciato dai progressisti, perché, com’è noto, in politica come nella fisica i vuoti non esistono.

Nel campo di Agramante progressista sarebbe salutare che almeno studiassero la fisica se non riescono con la politica.

Grillo soprattutto.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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Draghi back

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 Il cashback secondo Mario Draghi

di Aldo Pirone
credit cards 390 minIl Presidente Draghi alcuni giorni fa ha spiegato il perché ha sospeso il cashback, la misura varata dal precedente governo Conte per favorire i pagamenti elettronici anche presso le piccole rivendite commerciali e aiutare in tal modo sia i commercianti che la lotta all’evasione fiscale. Ha detto, il Presidente, che non c’era una evidenza così eclatante sulla sua efficacia nella lotta all’evasione, anzi non era “presumibile”. Ora, che il provvedimento contiano dopo un periodo di rodaggio e di verifica sul campo avesse bisogno di essere migliorato, anche sotto il profilo sociale chiudendo la porta, per esempio, ai furbetti delle ripetute mini transazioni e mettendo un limite di reddito per gli incentivi, era del tutto necessario e, direi, scontato. Si sarebbe così ridotto anche il costo del cashback. Quanto alla sua efficacia nella lotta all’evasione pare del tutto prematuro fare dei bilanci “presumibili”, per questi occorrerebbe aspettare almeno un anno e mezzo di prova.

Fermo restando che l’incentivo a pagare con le carte di credito o con i bancomat non sarebbe dovuto rimanere in eterno ma solo il tempo necessario ad abituare gli italiani a usare il pagamento elettronico nelle transazioni commerciali anche minute perché è lì che si annida una parte dell’evasione fiscale; questa era la ratio del provvedimento. Ed è sicuro, d’altra parte, che l’incentivo di 150 euro ha aumentato di parecchio il numero dei pagamenti elettronici in questi mesi pre e post natalizi. Le mini transazioni al disotto dei 5 euro sono state pari al 16% circa (119.832.324) del totale. Con gli aggiustamenti che si sarebbero dovuti apportare e con il recupero di evasione fiscale, alla fine il cashback si sarebbe ripagato da solo. In altre parole poteva essere annoverato nella categoria, tanto cara a Draghi, del debito buono, ovvero un investimento che avrebbe potuto produrre un risultato positivo non solo in termini economici ma etici.

Draghi ha poi addotto un altro motivo per la sospensione del cashback: ha favorito i ricchi. Solo che il provvedimento non era stato pensato per redistribuire la ricchezza. Ma a parte ciò, c’è da dire che simile preoccupazione a favore dei meno abbienti il Presidente del Consiglio non l’ebbe di fronte alla proposta di qualche settimana fa del segretario del Pd Letta, ma anche di altri prima di lui, di aumentare la tassa di successione per i milionari. Lì, se non rammentiamo male, “supermario” disse che non era il momento di chiedere soldi agli italiani ma di darli. Il che, visto il tema posto da Letta di una piccola redistribuzione della ricchezza in chiave solidaristica, era una risposta del tipo, avrebbe chiosato Togliatti, “Dove vai? Porto pesci”. Sta di fatto che nel caso del cashback i 150 euro dell’incentivo non saranno più dati agli italiani.

Alla notizia della sospensione tutte le destre hanno festeggiato. Compresa l’opposizione della Meloni che aveva chiesto da subito non la sospensione ma la cancellazione del cashback che disturbava così tanto gran parte del suo elettorato.
Insomma, questa sollecitudine di Draghi a “dare i soldi agli italiani e non di chiederglieli” pare che abbia come destinatari non “tutti gli italiani” ma solo lorsignori.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Sotto il cielo di Berlino

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Il referendum per il diritto alla casa

di Aldo Pirone
Die Linke 390 minGiovedì scorso l’ufficio elettorale del Land berlinese ha certificato il numero di 259.000 firme raccolte, ben oltre le 175.000 necessarie, per indire il referendum che chiede allo Stato di riacquistare a un prezzo non di mercato le abitazioni dei grandi gruppi privati come Deutsche Wohnen, Ado, Vonovia e Akelius.

La raccolta era stata promossa dall’Associazione Deutsche Wohnen & Co. enteignen per il diritto alla casa e aveva raggiunto il numero record di 350.000 firme, a testimonianza del fatto che il problema degli affitti, in crescita enorme negli ultimi anni (da 5,27 euro a 9,87 euro al mq. escluse le spese), è molto sentito nella capitale della Germania. Una lievitazione dovuta ai grandi gruppi immobiliari che hanno gestito il patrimonio edilizio per arricchire i loro azionisti.

Anni addietro lo Stato-Land aveva svenduto ai privati l’intero patrimonio pubblico abitativo per far fronte ai buchi di bilancio manifestatisi con la riunificazione di Berlino dopo la caduta del muro; un caso classico non di liberalizzazione ma di privatizzazione, nell’era neoliberista, di un bene pubblico costruito con i soldi dei cittadini berlinesi. Secondo gli intenti dei referendari, gli appartamenti, ridivenuti pubblici, sarebbero di nuovo immessi sul mercato immobiliare ad affitti contenuti. A gestirli sarebbe un’istituzione di diritto pubblico amministrata con la partecipazione democratica di cittadini e affittuari il cui statuto contemplerà il divieto di privatizzare gli appartamenti. Il condizionale è d’obbligo perché il referendum non è vincolante amministrativamente né politicamente, anche se fa riferimento a due articoli della Costituzione tedesca. Il 14: “l’espropriazione della proprietà privata può avvenire per il bene comune, se viene pagato un adeguato risarcimento”; e il 15: “la terra, le risorse naturali e i mezzi di produzione possono essere trasferiti alla proprietà comune o ad altre forme di economia pubblica ai fini della socializzazione”.

Nonostante il carattere consultivo del referendum, la sua certificazione da parte dell’ufficio elettorale berlinese è una mezza doccia fredda per il centro e la destra tedesca - dai democristiani della Cdu, ai liberali di Fp fino ai nazional-sovranisti dell'Afdp, - che avevano esultato nell’aprile scorso per la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe che giudicava “incostituzionale” il Mietendeckel (affitto copertura) varato dal governo Spd-Linke-verdi di Berlino che metteva un tetto agli affitti. Ovviamente il centro e la destra tedeschi hanno osteggiato l’iniziativa referendaria. E il fronte progressista si è diviso: la maggioranza della Spd ha deciso di non sostenerla, i verdi ne hanno condiviso l’obiettivo ma non si sono impegnati. Solo la Linke si è mobilitata a favore. Sta di fatto che i berlinesi saranno chiamati a dire la loro sul problema, ed è sempre bene sentire il popolo anche se a carattere consultivo. Il responso delle urne, previsto per il 20 settembre quando in Germania si voterà anche per le politiche, non potrà non influire politicamente sulla futura amministrazione del Land di Berlino che i cittadini saranno chiamati a rinnovare quest’anno.

Giacché la cosa accade nella patria di Karl Marx, è il caso di dire che se il referendum sarà approvato dai cittadini della rossa Berlino, gli “espropriati potrebbero espropriare gli espropriatori”.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Camara Fantamadi morto di sfruttamento

CRONACHE&COMMENTI

Per lorsignori Camara Fantamadi era solo una “merce”

di Aldo Pirone
CamaraFantamadi 380 InPixio minNon è morto di caldo, è morto di sfruttamento. Si chiamava Camara Fantamadi, aveva 27 anni, originario del Mali. Si è accasciato giovedì sera sul ciglio della strada mentre tornava a casa, dopo una giornata di lavoro trascorsa nei campi del Brindisino a raccogliere verdura sotto il sole cocente per 6 euro l’ora. Una paga infame e da fame che gli italiani giustamente rifiutano, ma che per Camara era un miraggio visto da dove veniva. Era arrivato a Brindisi tre giorni prima credendo di trovare lavoro, non la morte.

Non è il primo lavoratore che nelle campagne del sud è ammazzato dalla fatica e dallo sfruttamento. Fanno ribrezzo gli attacchi polemici di certi economisti e giornalisti nel libro paga di lorsignori, che in questi giorni si scagliano contro il reddito di cittadinanza. Loro vorrebbero abolirlo non migliorarlo per spingere ancora più giù paghe come quella di Camara e, anche più basse, di tantissimi suoi compagni e compagne.

E’ una legge del capitale. Più è abbondante la manodopera senza sostegni sociali (una volta si chiamava esercito di riserva), più la forza lavoro è a buon mercato in moltissimi settori economici. Buono, s’intende, per i padroni non certo per i lavoratori. Guai, s’inalberano i turibolanti di lorsignori, se lo Stato – che è ottimo solo quando dà soldi alle imprese - provvede in qualche modo a dare sostegno ai disoccupati, così, dicono, si offende la sacra legge della domanda e dell’offerta che regola il libero mercato.

Che poi questa legge riduca a merce l’essere umano, non è per loro un problema. Costoro vorrebbero non dei lavoratori ma gli “schiavi salariati” com’era ai bei tempi del secolo ottocento quando a morire di lavoro, di fatica, di tubercolosi e di ogni genere di malattie infettive erano, oltre agli uomini e alle donne adulti, anche i fanciulli.

Per lorsignori Camara Fantamadi era solo una “merce”, ora che è morto è pure avariata.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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80 anni fa l’aggressione nazista all’Unione Sovietica

 STORIA DELl '900

L’URSS pagò caro l’attacco hitleriano in quelle terre: 25-26 milioni di morti

di Aldo Pirone
LabominevoleOperazioneBarbarossa 390 minOttanta anni fa alle prime ore del mattino la Germania di Hitler attaccò l’Unione Sovietica. L’aggressione militare denominata in codice “Operazione Barbarossa” doveva, nei piani dei nazifascisti, mettere in ginocchio l’Armata Rossa di Stalin in poche settimane. Non andò così, per fortuna di tutta l’umanità. La guerra scoppiata in Europa ventidue mesi prima, con l’attacco all’Urss fece un altro grande passo verso est e l’Asia. Sei mesi dopo, con l’aggressione giapponese agli Stati Uniti, sarebbe divenuta pienamente mondiale.

L’Unione Sovietica pagò caro l’attacco hitleriano e la guerra di sterminio nazifascista che la Germania, con Mussolini al seguito, condusse in quelle terre: 25-26 milioni di morti, circa la metà di tutte le vittime militari e civili del secondo conflitto mondiale. Inoltre, sostenne quasi tutto il peso della guerra antifascista in Europa per tre anni, prima dello sbarco angloamericano in Normandia che aprì il secondo fronte. Tale, infatti, non era ritenuto da Stalin e Roosevelt quello italiano aperto nel luglio del ’43. Le prime settimane di guerra furono catastrofiche per i sovietici. L’avanzata nazista fu come una lama che affondava nel burro delle difese sovietiche.

Una delle domande su cui gli storici ancora s'interrogano, è perché Stalin si fece sorprendere da Hitler. Perché, lui così diffidente verso tutto e tutti, chiuse gli occhi? Non solo di fronte alle informazioni che gli vennero dagli americani e dall’inglese Churchill in persona sull’attacco imminente, ma anche dallo spionaggio sovietico, in particolare da Richard Sorge che da Tokyo aveva provveduto a comunicare il giorno dall’aggressione nazista: “L'attacco inizierà il 20 giugno, è possibile un giorno o due di ritardo”.

La risposta all’interrogativo sta proprio nella diffidenza che Stalin aveva nei confronti di Francia e Inghilterra dopo Monaco. Quella diffidenza, non infondata, che l’aveva spinto al Patto di non aggressione con Hitler nell’agosto del ’39. Credeva ancora che l’Inghilterra lo volesse sospingere alla guerra con la Germania per toglierle “le castagne dal fuoco”. Per questo tutti gli avvertimenti che gli vennero dagli inglesi e dagli americani sull’imminente aggressione nazista li prese come provocazioni e nascose anche a se stesso quelle provenienti dal comunista Sorge.

Ma non fu solo questione di diffidenza personale che, del resto, non venne esercitata nella stessa misura nei confronti di Hitler le cui intenzioni verso l’est slavo e comunista erano già tutte scritte ed evidenti nel suo “Mein Kampf” e della cui parola non era proprio il caso di fidarsi. Sbagliata era l’analisi politica. L’Inghilterra di Churchill non era più quella di Monaco e di Chamberlain, stava combattendo da sola con l’aiuto materiale americano il nazifascismo e aveva già respinto le profferte di pace fattegli da Hitler subito dopo l’abbattimento della Francia e l’occupazione dell’Europa con la blitz krieg.

Inoltre, ammessa e non concessa la giustezza della sua diffidenza verso gli avvertimenti che gli giungevano, perché chiuse gli occhi di fronte all’ammassamento ai confini sovietici di tre milioni e mezzo di soldati distribuito in 147 divisioni superbamente armate ed equipaggiate?

La sparizione di Stalin per dieci giorni dalla plancia del comando politico e militare sovietico fu dovuta al crollo improvviso e inaspettato della sua strategia fondata sulla tenuta, almeno per un altro po’ di tempo, del Patto del ’39 che aveva trattenuto l’Urss fuori della guerra. Quel crollo fu anche psichico e fisico. Il suo errore fu di aver scambiato la tattica per la strategia. Infatti, se tatticamente il “patto di non aggressione” fu in qualche modo giustificato sul piano della politica statale di fronte alle arrendevolezze anglofrancesi e alle successive loro svogliatezze (missione militare a Mosca nell’agosto del ’39) a stringere un accordo antinazista, non poteva, però, essere inteso come strategico, né, tanto meno, come tale il suo successivo rafforzamento con il patto di amicizia con la Germania nazista di fine settembre ’39. Per non parlare della sottomissione ideologica (la guerra intesa come scontro tra banditi imperialisti) a quella politica cui obbligò il Komintern e i partiti comunisti, lacerandoli e dividendoli per lunghi mesi ed emarginandoli dagli altri partiti antifascisti europei. Paradossalmente provvide l’“Operazione Barbarossa” a riportare sulla giusta strada strategica dell’antifascismo il movimento comunista.

Alla sorpresa dell’attacco nazista e alle sue prime devastanti vittorie, bisogna aggiungere, come causa, anche l’impreparazione tecnica e strategica dell’Armata Rossa dovuta essenzialmente alle purghe staliniane del ’38 che l’avevano decapitata e privata dei suoi migliori generali e marescialli e di migliaia di ufficiali. Tutto fu superato in seguito, ma il costo umano e materiale sopportato dal popolo sovietico per quella “sorpresa” non può essere dimenticato ed è tutto a carico del dittatore georgiano.

Stalin, superato il primo abbattimento, seppe impostare politicamente bene il conflitto come “grande guerra patriotica” rivolgendosi ai “fratelli e sorelle” sovietici e incoraggiando i comunisti di tutto il mondo a unirsi a tutte le forze antifasciste nei “Fronti nazionali” antifascisti. Egli guidò con mano ferma la guerra, avvalendosi di nuovi generali come Zukov, Koniev, Ciuikov, Rokossovskij, Timoshenko e altri. Fra i comunisti più stalinisti di Stalin, ci fu chi, per giustificare ideologicamente l’atteggiamento tenuto dall’Urss e dal Komintern prima dell’operazione “Barbarossa”, sostenne che la guerra divenne antifascista solo dopo l’aggressione all’Urss. Fu Stalin stesso a tagliare corto con questo giustificazionismo balordo a posteriori, dicendo che quel carattere fu chiaro fin dall’inizio dell’aggressione alla Polonia. Disse anche che l’attacco nazista se l’aspettava, ma lo aveva previsto per il 1942. Sta di fatto che in quel giugno del ’41 chiuse gli occhi anche di fronte all’evidenza.

Contrappasso alla sua innata diffidenza.

Pubblicato in 1900 italiano e altro

G7, la Nato non basta più

MONDO E BISOGNO DI PACE

Al mondo multipolare serve cooperazione pacifica

Biden Putin 350 minIl vertice del G7 in Cornovaglia ha fatto riemergere un interrogativo di fondo: come si governa il mondo multipolare di oggi?
Il Presidente americano Joe Biden è arrivato nella suggestiva penisola britannica con due obiettivi: ricostituire l’Alleanza atlantica fra Usa ed Europa messa clamorosamente in discussione dai quattro anni di Trump e ricostituirla in funzione anticinese. Gli Stati Uniti sono angosciati dallo sviluppo economico della Cina e anche dal suo espansionismo politico in Africa, unito a quello economico verso l’Europa che va sotto il nome di “nuova via della seta”.

I timori di Biden e quelli europei
Gli europei, dal canto loro, sono più preoccupati dall’attrito con la Russia di Putin, rimasta una superpotenza nucleare di tutto rispetto. L’estensione della Nato verso est, con l’ ingresso di ben 14 paesi dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Urss, ha rinfocolato il nazionalismo russo che ha subìto come un onta la deminutio capitis del ridimensionamento dell’ex impero sovietico nel vecchio continente e su scala globale; perciò, in questi anni putiniani, la Russia non ha perso occasione per prendersi delle rivincite in Georgia, in Crimea e in Ucraina e in Medio Oriente a sostegno del siriano Assad. In questo quadro di revanche, Putin conduce contro l’Europa un’azione di interferenza informatica e politica in vari paesi oltre a magnificare la superiorità della sua virile “democrazia illiberale” su quella liberale europea debole ed effeminata. Cosa che ha fatto anche con gli Stati Uniti, favorendo la destra trumpista.
Nel mondo globalizzato, invece, la questione climatica e ambientale e il diffondersi del Covid 19 – fenomeni tra loro connessi come ha ammonito papa Francesco – spinge a una cooperazione globale, specialmente economica e sanitaria, le singole potenze continentali, l’Unione europea e gli altri stati per fronteggiare l’una e l’altro. C’è da osservare che il virus pandemico è stato il vero agente esogeno che ha messo in crisi la globalizzazione capitalistica di segno neoliberista. Cosa che non era accaduta con la crisi finanziaria del 2008 nonostante gli sconquassi socioeconomici provocati.

Il dossier dei diritti umani
E’ tradizione della politica estera americana a gestione democratica di mettere avanti, quando si vuole contrastare potenze avversarie – oggi la Cina illiberale ma neoliberista e globalista di Xj Jiping o la Russia dell’autocrate Putin – il rispetto dei “diritti umani”, comprensivi di quelli democratici scritti “Dichiarazione universale dei diritti umani” approvata dall’Onu nel dicembre del 1948. Anche nel novecento, durante la “guerra fredda” e dopo, al tempo del confronto globale con il campo comunista guidatoXi Jinping 360 min dall’Urss, gli Usa fecero spesso ricorso a questa formulazione. Chiedevano all’Urss, alla Cina e ai paesi anticoloniali di rispettarli, ma nel proprio campo quel rispetto – vedi la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli, il Cile di Pinochet, le dittature del centro America ecc. – non era molto osservato.
Il fatto è che il mondo è multipolare. Pretendere di governarlo mettendo in prima linea i diritti umani o la democrazia di stampo occidentale è sbagliato e pericoloso. E anche ipocrita: vedesi quel che succede in Ungheria, Polonia, Slovacchia ecc., per non parlare della Turchia aderente alla Nato e anche quel che è successo negli States con Trump. Il tema dei “diritti umani”, inscindibile da quello della democrazia, esiste, eccome. Ed è sentito soprattutto da chi si batte per un mondo di liberi ed eguali dove sia bandita ogni oppressione e ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma si risolve con una lenta maturazione interna ai paesi, alle culture, alle civiltà, alle religioni di paesi diversissimi per storia e condizione sociale che compongono l’orbe terracqueo.

Cooperare è meglio che competere
Per far maturare queste condizioni nelle specificità proprie di quei paesi e di quelle civiltà, l’arma più efficace è la cooperazione paziente e multilaterale che, in Africa per esempio, risarcisca quei popoli in qualche modo dei lasciti del colonialismo e li liberi dal neocolonialismo che li sta devastando insieme al Covid 19. Pensare di esportare con la forza la cosiddetta “civiltà occidentale” e il suo modello di democrazia sarebbe cretino – così come lo era ieri l’esportazione della rivoluzione socialista o antimperialista sostenuta da alcuni settori rivoluzionari – se non fosse più prosaicamente l’usbergo dietro di cui in passato si sono nascosti robusti interessi economici e più in generale neocolonialisti e geo politici.
La conseguenza delle “esportazioni” è la guerra fredda o calda che sia, locale o di area vasta (vedi Medio Oriente), col pericolo sempre incombente dell’olocausto termonucleare. Ovviamente, a pratiche aggressive di varia natura di alcune potenze come la Cina e la Russia occorre non porgere l’altra guancia, ma senza chiusure. E se la Cina lancia un piano d’investimenti miliardario per la “nuova via della seta” è comprensibile la risposta di Biden con un piano altrettanto miliardario. Ma sarebbe ancor meglio cooperare che competere, anche se a suon di miliardi.

Perciò la risposta all’interrogativo iniziale è: cooperazione pacifica. Questo non vuol dire tralasciare o nascondere la questione dei “diritti umani”, significa solo affrontarla – come comunità internazionale e non come singole potenze – in modo equilibrato attraverso una serie di azioni, pressioni politiche e diplomatiche ovunque essa si manifesti, a iniziare dai paesi dell’Europa e dell’America. Mettendo in primo piano l’inveramento della Dichiarazione del 1948 sottoscritta all’unanimità dai paesi aderenti all’Onu.

Le sfide globali
Nella seconda metà del novecento, al tempo del mondo bipolare segnato dai blocchi politici-ideologici-militari contrapposti, venne avanzata dall’Urss kruscioviana l’idea della coesistenza pacifica innervata dalla distensione e dal disarmo atomico ma basata anche sulla competizione fra i due sistemi economici, capitalista e a pianificazione socialista, al fine di evitare lo scontro termonucleare. Ci furono varie interpretazioni della coesistenza, ma quella più avanzata la vedeva come la cornice indispensabile dentro cui far avanzare processi di liberazione e indipendenza nazionale sia all’est che all’ovest. Tutto il contrario dello Status quo.
Oggi non si tratta più di coesistere ma di collaborare per affrontare le grandi questioni globali ambientali e sanitarie che affannano l’umanità e la minacciano. Serve – come prospettò profeticamente nel 1975 Enrico Berlinguer nel mondo bipolare di allora – una sorta di “governo mondiale”.
Qualcosa che operando nella cornice dell’Onu riformata e potenziata, sopravanzi alleanze di ogni genere e di tutti i tipi, compresa quella Atlantica.

20 giugno 2021

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Pubblicato in Dal Mondo

Lo sterco del serpente

CRONACHE&COMMENTI

Luana D’Orazio e la cabinovia del Mottarone 2 tragedie e uguale motivazione

di Aldo Pirone
static.reuters.com minGiovedì scorso, i periti tecnici chiamati ad accertare le cause della morte di Luana D’Orazio hanno acclarato nella loro relazione tecnica che all’orditoio che ha straziato la giovane operaia erano state tolte le misure di sicurezza per farlo andare più veloce nella produzione. Anche alla cabinovia del Mottarone era stata fatta, su per giù, la stessa operazione, disattivando i freni di sicurezza per non rallentare le corse. I “forchettoni” inseriti nei freni hanno causato la morte di 14 persone.

Che cos’è che unisce le due vicende luttuose e strazianti? Non la semplice ricerca del profitto che può benissimo esercitarsi mettendo in sicurezza i lavoratori o gli utenti di certi servizi, bensì la bramosia del guadagno. E’ la stessa bramosia che ha causato il crollo del Ponte Morandi (43 morti) o il disastro del Vajont, per andare più lontano nel tempo, con le sue duemila vittime. Di omicidi bianchi sul lavoro, come di disastri e stragi provocati in Italia dalla bramosia del profitto, se ne potrebbe fare un elenco lunghissimo.

Il profitto in economia, sia essa pubblica o privata, non si può sopprimere. E’ una leva senza la quale non c’è intrapresa economica. Una benedizione del Signore per il fedele dedito agli affari, secondo l’etica protestante. Ma la sua bramosia va repressa, perché porta a sopprimere non l’attività economica ma le persone: i lavoratori che la animano e gli utenti che ne usufruiscono in vari modi o semplici abitanti che vi abitano accanto.

In questo caso il denaro guadagnato dal padrone – cosa diversa dall’imprenditore – è proprio, direbbe Papa Bergoglio, “sterco del diavolo”. Un diavolo che, per i credenti, com’è noto, a volte si presenta con le sembianza del serpente biblico, subdolo e tentatore, al quale va schiacciata la testa.
Senza esitazione.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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