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Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Vive a Roma

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Ghino di Tacco

Bettino Craxi 350 mindi Aldo Pirone - In questi giorni, complice, il ventennale della morte, c’è a destra, giornali ed esponenti politici, un rimpianto diffuso per Bettino Craxi.

Non mi riferisco ovviamente a quello, comprensibile, di familiari, amici e beneficati. Un’alluvione di ricordi, amputati della verità storica, politica e giudiziaria. Molte le lacrime di coccodrillo di chi, all’epoca, soprattutto nelle TV berlusconiane e fra i giornali della nuova destra nascente, vedi “L’Indipendente” di Vittorio Feltri, coprirono di applausi il giustizialismo simboleggiato dal cappio leghista esposto a Montecitorio. Allora, come oggi, emerge sempre, a destra, quel sottofondo di opportunismo del momento, che portò tanti ad applaudire sotto il balcone il genio di Mussolini e poi a sputazzarlo a piazzale Loreto.

Con Craxi, per molti di costoro, passato il brevissimo momento del "codardo oltraggio”, oggi è l’ora del “servo encomio”, del rimpianto postumo per il “grande statista” e per il “caro leader”. L’ultimo della schiera è stato, non a sorpresa, Matteo Renzi. “Un gigante - ha detto - rispetto ai politici di oggi”. Tra i quali, il rignanese, non spicca certo per altezza, né politica né morale. Sulle vicende giudiziarie che portarono Craxi alla condanna e alla fuga a Hammamet per evitare la giustizia italiana, c’è poco da dire e da rimpiangere.

Quanto alla politica, per cui oggi si dovrebbe perdonare a Craxi tutto il resto, la sua fu essenzialmente quella di lucrare sulla conventio ad excludendum del Pci. Cioè, sulla “democrazia bloccata”, che era la vera anomalia democratica non europea dell’Italia. Fu proprio quel mancato ricambio, quella mancata “democrazia scorrevole” di morotea memoria, quella mancanza di alternativa e di alternanza, al cui superamento si erano dedicati Moro e Berlinguer, a condannare all’implosione morale il sistema politico fondato sulla partecipazione popolare e i grandi partiti di massa. Non fu il solo motivo, certo, ma non fu l’ultimo. Non per niente a Craxi fu gradito il soprannome, inventato da Scalfari, di “Ghino di Tacco”, il bandito taglieggiatore di viandanti che dominava da Radicofani il passaggio lungo la Cassia. Altro che la “Grande Riforma” da lui vagheggiata; che non si è mai saputo che cosa fosse se non l’intenzione di esaltare l’esecutivo rispetto a un Parlamento dedito – disse spregiativamente – a legiferare sulla “eviscerazione dei polli”. C’è una cosa, che nessuno ricorda di Craxi: la liberazione anzitempo di Walter Reder, il boia nazista di Vinca e Marzabotto. Non lo fece per “umanità”, ma per dare cinicamente un segnale politico a destra, complementare al Presidenzialismo di cui si andava facendo propagatore.

Il pianto e il rimpianto per Bettino Craxi che bagna gli occhi e strazia i cuori della destra e di quelli che la inseguono, sono più che comprensibili e assolutamente giustificati. Egli ha distrutto il più antico partito della sinistra: il Psi. Lui, non la magistratura.
Lo distrusse moralmente. Non c’era riuscito manco Mussolini.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Le chiacchiere stanno a zero

  • Pubblicato in Partiti

chiacchiere machedici e chefaidi Aldo Pirone - "Vinciamo in Emilia Romagna, e poi cambio tutto. Sciolgo il Pd e lancio un nuovo partito". "Convoco il congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. In questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla. Non penso a un nuovo partito ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese". "Magari cambiamo anche simbolo e nome", "Dobbiamo rivolgerci alle persone, non alla politica organizzata. Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane. Non voglio lanciare un'opa sulle Sardine, ci mancherebbe altro rispetto la loro autonomia, ma voglio offrire un approdo a chi non ce l'ha". Sono le frasi principali dell’intervista di due giorni fa a Repubblica di Nicola Zingaretti. Ieri le hanno riportate un po’ tutti i principali giornali.

Per chi ha vissuto altri e più lontani momenti della vita politica della sinistra, a cominciare dalla svolta occhettiana dell’89 e conseguente scioglimento del Pci, queste frasi hanno un suono vecchio. Per usare un’espressione famosa, si potrebbe dire che la tragedia occhettiana di allora, Zingaretti la ripropone oggi come farsa. Perché non c’è paragone fra il Pci di 30 anni fa - che proprio in questi giorni si apprestava a un drammatico e appassionato Congresso, il primo dei due che ci vollero per demolirlo - e il Pd di oggi. Un partito, questo, il cui andamento farsesco è attenuato solo dal ciarlatanismo dei suoi avversari e anche di qualche alleato di governo. Sta di fatto che espressioni di cambiamenti epocali, di rivoluzioni copernicane, di rifondazioni ab imis se ne sono sentite tante. Ma tutte hanno segnato un declino, mai una ripresa della sinistra che, alla fine, sfinita da cotanto rinnovamento, è caduta nel pozzo nero del Pd. Si comprende perciò lo scetticismo con cui un vecchio e storico dirigente comunista come Emanuele Macaluso abbia accolto l’uscita zingarettiana.

Tuttavia, che di una rifondazione della sinistra ci sia urgente bisogno nel nostro paese. è indubbio. Ma di tutta la sinistra non solo del Pd. Intanto sul terreno dei contenuti politici e programmatici. Qui il discorso si fa necessariamente lungo. Ma, certo, il Pd non pare essere in sintonia con quel popolo che vuole riconquistare, finito nel centrodestra di Salvini e Meloni. Per esempio, se invece di mettere in primo piano le questioni della precarizzazione del lavoro (sfoltimento delle 47 forme di rapporto contrattuale vigenti) o il salario minimo o un nuovo statuto dei lavoratori o una riforma equa delle pensioni, come suggerito dai sindacati, ecc., ci si incaponisce sulla prescrizione come battaglia di civiltà, peraltro interna alla maggioranza, allora si è non fuori strada, ma fuori dal mondo.

Ma prendiamo pure in parola Zingaretti. Lui dice: “Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane”.

Bene. Per farlo bisogna eliminare radicalmente le spesse incrostazioni di ceto politico clientelare che ostruiscono in periferia, nei Comuni e nelle Regioni, il rapporto con i movimenti e l’associazionismo presente nella società civile progressista. Da quello sindacale, in senso lato, a quello culturale, civico e del volontariato laico e cattolico. E allora occorre inventare una nuova forma partito. Zingaretti dice che non vuole fare un nuovo partito, ma un “partito nuovo”. Forse sa che un “partito nuovo” lo fece a suo tempo Togliatti.

Era un partito organizzato di massa che aveva il suo fulcro nella sezione popolare, nelle cellule e nelle sezioni organizzate sui luoghi di lavoro. Agiva, ovviamente, in un altro mondo economico e sociopolitico. La struttura organizzativa del “partito nuovo” servì a corrispondere, in qualche modo, a quel mondo. Inoltre, gli aderenti al partito, soprattutto i suoi militanti, animati da una robusta passione politica e civile – rivestita da un'ideologia che si confondeva con gli ideali – erano chiamati a fare politica, non soltanto propaganda, negli ambiti territoriali e produttivi (fabbriche, uffici, artigianato, commercio, professioni in genere) in cui si trovavano ad operare.

Nel mondo digitale di oggi come si organizza un “partito nuovo”? Come si organizzano i propri aderenti nella società di oggi? Come ci si collega organicamente con nuove forme organizzative ai lavoratori, ai movimenti ambientalisti, al civismo progressista? Anzi, come si fanno diventare tutti costoro strutture portanti del “partito nuovo”? Come si evita che i propri militanti si riducano a fare solo i galoppini elettorali per questo o per quel candidato? Come s'impedisce che i circoli superstiti svolgano solo funzioni di comitati elettorali a sostegno del capobastone di turno?

Quando Zingaretti darà risposte concrete a questi quesiti, allora lo scetticismo per i suoi proclamati intenti, più che giustificato visti i precedenti, potrà essere superato dai fatti.
Perché, come si dice a Roma, per adesso “le chiacchiere stanno a zero”

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Sardine e tonni

sardine piazza san giovanni 460 mindi Aldo Pirone - Venerdì sera alla presentazione del libro “Roma ’43-’44. L’alba della Resistenza” all’università E-Campus, un giovane è intervenuto ponendo la questione, dell’iniziativa dal basso delle masse e del rapporto con i politici antifascisti. La questione era riferita specificamente agli scioperi del marzo ’43. La domanda mi ha dato spunto per una riflessione, a volo d’uccello, sui vari momenti in cui il problema del rapporto con l’esplosione di movimenti nella società civile progressista si è posto ai partiti di sinistra negli ultimi decenni.

Nel ’43-‘45 l’incontro fra gli antifascisti dei partiti in via di riorganizzazione, reduci dal confino, dalle carceri, dall’esilio e le masse sfiancate dalla guerra avvenne nel fuoco della lotta antifascista e del grande moto della Resistenza, della lotta partigiana e della Guerra di liberazione nazionale. Le cosiddette masse e i politici antifascisti erano entità, se così si può dire, che si cercavano e si trovarono. I primi a muoversi furono gli operai e le operaie concentrati nelle grandi fabbriche di Torino, Milano Genova e di tanti altri centri industriali del nord. Ma si mossero anche perché incontrarono l’organizzazione clandestina dei comunisti organizzati nelle officine diretti da Umberto Massola. Non erano molti, ma furono sufficienti per dare il segnale d’inizio e indirizzare poi la spontaneità, o, se si vuole, la disponibilità operaia a muoversi. Tra parentesi a capire subito il valore politico dell’entrata in campo della classe operaia fu proprio Mussolini: “Le agitazioni di Torino e di Milano e di altre città minori – disse - sono un episodio sommamente antipatico, straordinariamente deplorevole, che ci hanno fatto ripiombare di colpo venti anni addietro”.

Un altro momento in cui si pose il problema dell’incontro con una nuova generazione progressista fu il 1968. Il movimento studentesco dell’epoca fece parte di un sommovimento più generale di dimensione europea e mondiale. In ogni paese, tra cui l’Italia, in cui esso si manifestò ebbe caratteristiche nazionali sue proprie, che non è qui il caso di approfondire. Nel nostro paese si manifestò con un profilo anticapitalista e rivoluzionario avvolto da una contestazione accesa e da “sinistra”, per così dire, nei confronti del Pci, in particolare, e della Cgil.

Ci fu una serrata polemica ma alla fine sia il Pci e gli altri partiti di sinistra, sia i sindacati seppero non solo integrare ma farsi rinnovare da quella generazione. A parte alcune frange minoritarie che, ammalate di un acceso ideologismo, si lasciarono trascinare nelle organizzazioni di partitini minoritari (i famosi gruppettari) e, in modo ancor più marginale, nella deriva del terrorismo. Ricordo che nel pieno del ’68 il segretario del Pci Luigi Longo, persona carica di storia, commissario politico e poi ispettore generale delle Brigate internazionali in Spagna, capo delle brigate partigiane Garibaldi, vicecomandante del Corpo volontari della libertà, volle avere un incontro (19 aprile), all’indomani di Valle Giulia e alla vigilia delle imminenti elezioni politiche, con i leader studenteschi romani: Franco Russo, Franco Piperno e Oreste Scalzone e anche altri. Fu il segnale di un’attenzione e di un’apertura che impegnava tutto il partito. Anche se non mancarono posizioni, come quelle di Giorgio Amendola, che invitavano a essere politicamente e polemicamente severi nei confronti delle posizioni estremistiche che albergavano confusamente nel Movimento. Sta di fatto che una nuova generazione operaia, popolare e studentesca entrò nel Pci, divenuto di Berlinguer, e nella Cgil, divenuta di Lama e Trentin, conquistata alla lotta democratica e socialista nel quadro della Costituzione repubblicana.

Nel '68 nasce un altro movimento, quello femminista, di permanente durata.che ebbe notevoli successi sul piano legislativo e culturale nel Pci e nelle altre forze di sinistra, obliterando la cultura dell’emancipazione della donna e sostituendola con quella della liberazione della donna. Una vera rivoluzione copernicana, almeno sul piano concettuale. Questo movimento finora ha avutomeno successo sul piano della rappresentanza di genere sia nei vecchi partiti della prima Repubblica che in quelli del tutto sconclusionati, carismatici e personalistici della seconda. Sta di fatto che la lotta contro il maschilismo, duro a morire con la sua scia di violenze e femminicidi quotidiani, è ancora in corso.

Nel 2002, dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche, ebbe vita il movimento dei “girotondi”. Era un movimento interno al centrosinistra che reclamava ai partiti di quell’area, soprattutto ai Ds, un cambiamento radicale. Prese le mosse dal celebre grido di Nanni Moretti a piazza Navona: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. Fu una rivolta contro una dirigenza politica dei partiti del centrosinistra che già all’epoca cominciavano a mostrare parecchia muffa e tanta pochezza. I “girotondi” movimento “del ceto medio riflessivo”, come lo definì il professore Paul Ginsborg, uno dei suoi animatori, esplose dopo che i Ds, allora il maggior partito della sinistra, invece di fare un severo esame autocritico avevano fatto un Congresso che aveva portato alla elezione a segretario di Piero Fassino che, malgrado lo slogan disperato “o si cambia o si muore” era stato giustamente percepito come la continuità di una morta gora blairiana subalterna al berlusconismo e al neoliberismo. Dopo un po’ i “girotondi” furono riassorbiti, il cambiamento sostanziale non ci fu e la sinistra morì nel Pd.

E qui veniamo ai giorni nostri e all’attualissimo movimento delle sardine. E’ un movimento che ha caratteristiche sue proprie. Nato spontaneamente come risposta all’arroganza e alla sicumera della destra salviniana, viaggia nell’ambito del movimento progressista. Sorge da un pauroso vuoto etico-politico e organizzativo dei partiti di sinistra, del tutto assenti come forze organizzate nella società civile: Pd, Leu, Si, ecc. . La sua griglia politica è larga e si raccoglie nell’antifascismo e nel progressismo. Tanto larga da sembrare, ed essere, prepolitica. Ma, forse, per nascere e sottrarsi alle strumentalizzazioni dei soliti marpioni politici, le sardine non potevano che essere così. Non credo che spostino grandi consensi dalla destra. Non li spostano soprattutto nelle fasce sociali più disagiate ed emarginate delle periferie urbane e paesane. Il loro obiettivo, riuscito, era quello di far vedere che a sinistra non c’era solo apatia tremebonda, ma una reazione di piazza al salvinismo in auge. E sabato scorso, a San Giovanni, hanno segnato il loro acme. Il punto che le unisce ai movimenti del passato già citati, è la richiesta di rinnovamento ai partiti esistenti. Oggi i pesciolini chiedono loro una politica sobria, seria e pulita che scalzi le ciarlatanerie presenti e passate dal panorama politico. Il Pd e gli altri partitini di sinistra sono in grado di esaudirli? Così come sono, assolutamente no. Dovrebbero prodursi in un big bang che, facendo saltare le incrostazioni politiche e di potere a tutti i livelli, sia in grado di dare subito la prospettiva, contenutistica e di organizzazione, della formazione di un’unica sinistra politica pluralistica, fortemente intrecciata ai movimenti e all’associazionismo progressista della società civile.
Da tonni dovrebbero tramutarsi in sardine.

 aggiornato il 18 dicembre '19 ore 7,51

 malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Tristezza

formigli casa foto social renzi piazza pulita 400 mindi Aldo Pirone - Hanno suscitato scalpore a sinistra le ultime vicende giudiziarie e para giudiziarie che stanno interessando la persona di Matteo Renzi. Personalmente, non è che mi appassionino, di solito mi intristiscono, in un senso che fra poco chiarirò. Mi ha, invece, indignato quello che è stato fatto al giornalista Formigli, tramite la “bestia” social organizzata dagli aficionados del “bomba”. Il giornalista, com’è noto, aveva osato fare delle domande scomode allo statista di Rignano a proposito dell’acquisto di una casa, non proprio popolare, in una zona esclusiva in quel di Firenze con un prestito, poi restituito, ottenuto da un suo amico, Riccardo Maestrelli. E fin qui nulla di male, sennonché il Riccardo era stato da Renzi medesimo inserito precedentemente nel Consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti immobiliare ai tempi ruggenti del suo governo nel 2014. Il che non è cosa corretta. In altri paesi di consolidata irreprensibilità della classe politica la cosa avrebbe già avuto conseguenze politiche.

Per tutta risposta Formigli si è visto mettere sui social, in modo particolareggiato, la sua casa. Alle proteste private di Formigli, Renzi ha reagito rendendole pubbliche per poi dire che anche lui era stato oggetto di simili curiosità. L’assimilazione del suo caso a quello di Formigli – assai simile all’indegno accostamento sul tema “minacce” fatto da Salvini fra se medesimo e Liliana Segre – conferma che il “bomba” non percepisce nemmeno lontanamente la differenza fra le due case e le due cose, fra un giornalista che fa il proprio mestiere e un politico che, in quanto tale, pretende una privacy e anche un’impunità che non può avere. E che reagisce, tramite social, come un manganellatore qualsiasi a domande scomode. Un onorevole senatore che, evidentemente, come alcuni suoi illustri, si fa per dire, predecessori e contemporanei, “conducator”, “capitani” e capitane di destra, non comprendono la differenza fra una democrazia liberale e una democratura nazionalista. Ma Renzi è quello che è. Molti, dopo un iniziale favore, l’hanno giudicato un gran contaballe. Vedesi i ripetuti e catastrofici risultati elettorali di varia specie e natura. Oggi, dopo tanto finto rottamare, si è acconciato al suo vero profilo di raccoglitore di rottami politici e pur di farsi notare che esiste, si agita convulsamente sulla scena come il bendato che nel gioco delle pignatte tira fendenti a destra e a manca senza colpire alcunché. Salvo chi gli sta vicino.

Il tema Renzi, però, solleva, culturalmente, ben altra questione. E qui arriviamo al punto che m’interessa e che, come avevo accennato all’inizio, m’intristisce. Faccio una premessa. Nell’analizzare il consenso largo che per ora hanno Salvini e Meloni, alcuni politici e molti intellettuali, maître à penser della sinistra, non capiscono come ciò possa succedere. E talvolta guardano schifati ai fans dei suddetti, dall’alto della loro sapienza e cultura radical chic.

E qui viene la tristezza. Non si ricordano di quello che hanno detto del genio di Rignano. Di come ne rimasero abbagliati e affascinati e lo appoggiarono ancor dopo le sue sonore sconfitte. Fra i politici, Piero Fassino, per esempio, dirigente politico ex segretario dei Ds, per la verità non una cima, lo ebbe a paragonare il 26 ottobre 2017 a “Un giorno da pecora” al barone di Munchausen “che tirandosi su per i capelli riuscì a scavallare la palude. Renzi, lui ha questa forza, può tirare su il paese”. Sempre in quel periodo Graziano Delrio lo definì “il nostro Maradona” aggiungendo “Renzi è l’interprete del nostro sogno”, Franceschini, più sobriamente – e anche per lasciarsi aperte tutte le porte girevoli - disse che era un “leader forte e autorevole”.

E questo, dopo la sconfitta al referendum e quella prevedibile alle elezioni amministrative e politiche. Qualche tempo fa, prendo a caso fa gli intellettuali più noti, Corrado Augias si è detto deluso da Renzi riconoscendo di aver sperato in lui e di averlo sostenuto nei suoi scritti quotidiani su Repubblica. Per non dire di altri politici come Veltroni e Prodi; e intellettuali maître à penser come Scalfari, Serra, e compagnia scrivente.

Tutto questo per dire che certe difese immunitarie abbassate, certi anticorpi dileguatisi, se sono più comprensibili - non giustificabili - nelle persone meno acculturate, non lo sono per niente negli intellettuali e politici sedicenti di sinistra e progressisti. Renzi, bastava ascoltarlo per capire che era un contaballe. Bastava sentirgli dire, all’inizio, che avrebbe fatto “una riforma al mese” per capire che apparteneva non al genio ma alla genia dei venditori di tappeti. Perché le riforme – se non hanno, come le sue, il contenuto di controriforme - sono cose serie e non si fanno mensilmente. Non era necessario aspettare i suoi sbrodolamenti successivi.

E’ mancata l’intelligenza? Forse. Più probabilmente è mancato il coraggio. Certamente non è mancato l’opportunismo mascherato da realismo politico.

 

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12 dicembre 1969. La Repubblica fu più forte

Strage piazza Fontana 460 mindi Aldo Pirone - Il 12 dicembre di cinquant’anni fa ero un giovane e inesperto segretario della sezione del Pci di Cinecittà. Appena ascoltata la notizia della strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano e della bomba all’Altare della Patria a Roma, andai a via dei Frentani, dove c’era la federazione comunista romana, per saperne di più. Ma anche lì le notizie erano quelle che aveva trasmesso la TV di Stato.

Nei giorni seguenti apparve subito il tentativo, da parte della questura di Milano, di scaricare sugli anarchici la colpa dell’eccidio. Il “suicidio” dell’anarchico Pinelli, volato da una finestra della Questura, già diceva di quale scelleratezza fosse in atto. Cominciava l’era dei depistaggi sulle stragi e gli assassini che avrebbero insanguinato l’Italia.

L’era degli apparati di sicurezza dello Stato deviati, e delle scorrerie dei servizi segreti esteri nel nostro Paese. Il clima politico in quei mesi era incandescente. Si era nel pieno dell’“autunno caldo” con il contratto dei metalmeccanici ancora aperto. Qualche settimana prima c’era stato un grandioso sciopero generale per la casa, dove, in uno scontro con i dimostranti appartenenti a gruppi extraparlamentari, l’agente di polizia Annarumma era stato ucciso in via Larga a Milano. L’allora Presidente Saragat aveva stigmatizzato con parole durissime l’accaduto, suscitando molte polemiche a sinistra.

Girò voce che il Capo dello Stato volesse dimettersi per significare la drammaticità della situazione e i pericoli che correva la democrazia, causati, secondo lui, dai disordini delle manifestazioni operaie e studentesche. Il governo in carica era un monocolore democristiano diretto da Rumor, in attesa di ricostituire il centrosinistra andato in frantumi nel luglio precedente a seguito della scissione fra socialisti e socialdemocratici. A dirigere la Questura di Milano c’era Marcello Guida, al quale il Presidente della Camera Pertini si rifiutò di stringere la mano perché lo aveva avuto come occhiuto custode del regime al confino di Ponza e Ventotene durante il ventennio fascista. Le bombe terroristiche in cerca di strage erano già iniziate a deflagrare – ben otto - nell’agosto precedente sui treni. Per fortuna senza vittime ma con 12 feriti e molti danni. Furono solo un preavviso.

A capire subito la natura antidemocratica dell’attentato fu la classe operaia milanese che il 15 dicembre fece massicciamente ala al passaggio dei feretri delle vittime in Piazza del Duomo, in una giornata tanto plumbea e nebbiosa che il Comune aveva acceso perfino i lampioni.

Come ho detto, da giovane segretario di sezione mi posi subito il problema del che fare? Allora le sezioni comuniste non erano comitati elettorali alla corte di questo o quel candidato, erano organismi il cui compito, considerato ovvio, era quello di fare politica sul territorio su qualsiasi problema, grande o piccolo, che potesse interessare gli abitanti del quartiere. Mi venne in aiuto, un aiuto che ricordo determinante, l’amico e compagno Massimo Prasca, ex segretario di zona del partito. Prendemmo subito contatto con le altre sezioni dei partiti antifascisti: quelle socialiste del Psi, del Psiup e del Psu, quella del Pri e, con poca fiducia, anche della DC per fare un manifesto insieme.

Invece la DC, allora guidata, se non erro, da una persona seria, di cognome Lo Bosco aderì prontamente all’intento unitario. Negli anni a seguire, Lo Bosco, divenuto consigliere di Circoscrizione, si dimostrò sempre aperto verso il Pci anche se sempre orgogliosamente democristiano. Tanto da subire gli attacchi e i sarcasmi di alcuni suoi amici di partito che lo chiamavano “comunistello da sagrestia”.

Ci ritrovammo tutti la domenica mattina del 14 dicembre nella sede del Psi di via Messala Corvino. Fummo d’accordo che il testo del manifesto dovesse essere breve, fermo nel respingere l’aggressione alla democrazia repubblicana, invitante i cittadini a vigilare, a mobilitarsi e a stringersi attorno alla Repubblica. Dopo qualche polemica, condita da qualche battibecco fra i compagni socialisti del Psi e del Psu, rimasuglio della separazione da poco avvenuta, il testo fu definito.

Dovevamo scegliere il titolo. Un titolo, però, e anche qui fummo tutti consenzienti, che non trasmettesse paura ma fiducia nella Repubblica e nella democrazia. Alla fine decidemmo. E il giorno dopo sui muri di Cinecittà, per la prima volta apparve un manifesto firmato da tutti i partiti antifascisti (meno il liberale che non avevamo trovato perché non aveva una sede nel quartiere) il cui titolo principale a tutto campo era: LA REPUBBLICA E’ PIU’ FORTE.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Poveracci

NildeIotti 350 mindi Aldo Pirone - “Era facile amarla perché era una bella emiliana simpatica e prosperosa come solo sanno essere le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna”. Queste parole triviali, riferite a Nilde Iotti, scritte su “Libero” da Giorgio Carbone, hanno suscitato, giustamente, reazioni indignate. Carbone le ha scritte all’interno di una recensione sul docu-fiction, andato in onda su Raiuno giovedì scorso, a ricordo di Nilde Iotti a vent’anni dalla morte. Siccome anche il Carbone non ha potuto fare a meno di riconoscere l’ottimo ricordo che ha lasciato di sé la prima presidente della Camera donna e comunista, ha cercato di demolirla usando i più oltraggiosi e vieti luoghi comuni che, com’è noto, agitano le menti, si fa per dire, degli uomini e, purtroppo, anche di qualche donna “cristiana” della destra nostrana. Sono le cose che una volta giravano nei bar e che oggi girano sui social occupati dai tanti “Napalm 51”; una volta spontanei, ma che ora sono sempre più il frutto di apparati di comunicazione superorganizzati al servizio dei leader della destra nazionalista. Sono le cose, pardon, le cosacce che hanno sempre occupato le colonne infami dei giornali come “Libero” di Feltri e Senaldi e del “Giornale” di Sallusti.

Ieri sera nella trasmissione “Di martedì” di Floris i due figuri, messi a confronto con Concita De Gregorio, Ilaria Sotis ed Elsa Fornero, hanno cercato di buttarla in burletta, classificando come simpatica ironia le parole del Carbone. Le interlocutrici hanno invece stigmatizzato la cosa come la solita cultura, anche qui si fa per dire, maschilista e sessista di una destra becera e retrograda; trasecolando di fronte al fatto che Senaldi e Sallusti non si rendevano neanche conto di quel che stavano dicendo. Poi, però, Senaldi, incalzato dalle accuse, alla fine è sbottato, tirando fuori la vera avversione covata nei confronti di Nilde Iotti: “Non la stimo, era una stalinista”. Per non dire, più propriamente, comunista italiana. Perché a ben vedere è quest'avversione anticomunista viscerale che alberga nei recessi della destra italiana impedendole di diventare normale destra democratica; ancor oggi che i comunisti non ci sono più. Che la fa gridare al comunismo di fronte a ogni provvedimento, iniziativa, lotta, discussione che adombri un che di giustizia sociale, di decenza politica, di sguardo al futuro. Che non riesce ad altro che a tirare fuori personaggi cialtroneschi e imbonitori come Berlusconi, Salvini, Meloni.

Nilde Iotti è stata una donna democratica e comunista. Senaldi e Sallusti, e tanti come loro, non capacitandosi di questa felix culpa, se la prendono, usando rancidi luoghi comuni, con il suo essere donna ed emiliana, credendo così di sminuirla.

Sono solo dei poveracci.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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La solita storia

Gruber Gualtieri 350 mindi Aldo Pirone - L’altra sera in Tv da Lilli Gruber c’era il ministro Gualtieri. Soporifero e serafico ha spiegato con pazienza le qualità della legge finanziaria in discussione e relegato a normalità fisiologica e bandierine propagandistiche i circa 1500 emendamenti annunciati dalle varie forze della stessa traballante maggioranza. Alla fine, la conversazione con la Gruber e lo scalpitante Padellarlo si è animata sugli annunci fatti da Zingaretti a conclusione della tre giorni del PD a Bologna intitolata “Tutta un’altra storia”. Ma come? – hanno detto un dipresso Lilli e Padellaro – con Venezia e l’Italia sott’acqua, con l’emergenza all’Ilva di Taranto, il segretario dem mette lo ius soli e lo ius culturae come priorità programmatica? Non si accorge così di offrire il fianco alla già scatenata propaganda di Salvini e alla sua ruota di scorta Giorgia Meloni? Gualtieri ha risposto che alla “tre giorni” bolognese non si è parlato solo di quello, ma di tante altre cose e che la gerarchizzazione delle proposte, ovvero le loro priorità, “è stata fatta da voi giornalisti”.

E’ sembrato, almeno a me, un modo diplomatico per prendere le distanze dalle conclusioni zingarettiane. Una diplomazia che non ha avuto il governatore dell’Emilia Bonaccini che, essendo duramente impegnato a conservare la Regione in orbita democratica, è stato più tranchant nel dissentire. Evidentemente anche Bonaccini aveva capito la stessa cosa di Gruber, Padellaro e tanti altri.

Che cosa evidenzia quest’ultimo episodio? Evidenzia, per quel che riguarda il PD, un paio di cose. Intanto una mancanza di capacità propagandistica desolante derivante da una lontananza dalla condizione materiale e dallo spirito regressivo che anima gli strati popolari e di lavoratori che una volta stavano naturalmente a sinistra. Il punto non è ovviamente mettere la sordina a ius soli e ius culturae ma capire come si riesce a scardinare il consenso di una parte popolare non piccola alla destra xenofoba e nazionalista in questo momento; proprio, anche, per disinnescare l’opposizione irrazionale a provvedimenti di elementare civiltà. Basterebbe avere un po’ di memoria storica per capire che la questione principale è come si aggredisce la condizione materiale di chi oggi si fa incantare dalle sirene salviniane. Ma per questo, ed è l’altra incapacità dei dem, occorrerebbero iniziativa e decisione politica.

La legge finanziaria avrebbe potuto essere l’occasione per i dem e per Leu di avere questa iniziativa che avrebbe dato un colore diverso a tutto il dibattito in corso dentro e fuori della maggioranza. Non che i provvedimenti della manovra di Bilancio siano da buttar via, per carità, ma mancano di quelle disposizioni trainanti che potevano segnare una svolta nel paese e fra le forze politiche: un aumento consistente dei salari attraverso una drastica riduzione del cuneo fiscale e provvedimenti concreti contro la precarietà del lavoro, a partire dalla riduzione delle 47 diverse forme di rapporto di lavoro che sono lo stagno fangoso dove essa si annida. Sulla prima questione. I tre miliardi messi per elevare un po’ i salari a inizio metà del prossimo anno sono, direbbe Totò, una fetecchia. Sulla seconda, non si hanno notizie di una qualche consistenza. Non è un caso se in queste settimane è andato per la maggiore, nell’opinione pubblica, il “governo delle tasse” su cui hanno maramaldeggiato Salvini, Renzi e anche Di Maio la cui confusione mentale è pari alla sua arroganza.

Obiezioni in arrivo: ma non c’erano le risorse, gli altri contraenti del governo non erano d’accordo. La prima appare inconsistente. La cifra adeguata per dare dal primo gennaio prossimo 80 euro a una platea di milioni di lavoratori sarebbe stata di 10 miliardi. Bisognava non avere paura e metterla sul piatto trovando le risorse nella direzione di una redistribuzione della ricchezza: contributo di solidarietà per i redditi più alti, rimodulazione dell’Iva per i prodotti di lusso, eliminazione di sprechi nel Bilancio, che essendo di circa 800 miliardi poteva prestarsi a qualche taglio virtuoso. Il disaccordo di Di Maio e Renzi andava sfidato subito, mettendo nel conto anche le urne anticipate. Idem sulla questione del precariato. Il dibattito e lo scontro politico con amici e nemici si sarebbe incentrato su questo invece che sulle microtasse. Si sarebbero stroncate sul nascere anche le scorrerie di Renzi che sta assumendo il vero volto del “rottamatore” nel senso di colui non che elimina rottami ma che li raccoglie con cura in tutte le direzioni del trasformismo politico e dell’immoralità.

Pare che in conseguenza delle continue diatribe e fibrillazioni interne alla maggioranza, Zingaretti stia, comprensibilmente, pensando di staccare la spina al governo nel gennaio prossimo. Ovviamente non tutti (vedi Franceschini che da buon ex dc non respira se non nella stanza dei bottoni) sarebbero d’accordo dentro il PD. Ma il punto è come ci si arriva a un eventuale show down. Se non ci si arma di proposte e iniziative sociali adeguate, sarà solo un suicidio, oppure una nuova lenta dissoluzione di fronte alla crescente marea nazionalista e fascistoide. Insomma la sinistra e il Pd si troverebbero di fronte a una fine disperata o a una disperazione senza fine. Non sarebbe la prima volta per la sinistra affondare di fronte a quest' alternativa senza vie di uscita. Non è un caso, infatti, se l’opposizione anti salviniana che si sta manifestando nelle piazze emiliane con le “sardine”, lo fa al di fuori della sinistra partitica. Per ora è la società civile progressista a essere in grado di reagire e scendere in campo contro Salvini e camerati.

Anche perché la tre giorni bolognese dei dem, a veder bene, non ha iniziato a sciogliere i nodi culturali, politici e morali che stringono questo partito a tutti i livelli fin dalla nascita, soprattutto nelle regioni e nei comuni. Di narrazioni retoriche e di buone intenzioni se ne sono già sentite abbastanza in questi anni. Riproporle, come ha fatto Cuperlo, in chiave mitteleuropea non le fa diventare più accettabili.

Purtroppo, in questo senso, non è stata “Tutta un’altra storia”, ma la solita storia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Il giorno degli animali

trump ed erdogan 350 mindi Aldo Pirone - Mercoledì scorso è stata la giornata degli animali. Grandi, medi e piccoli. L'animale grande, Trump, ha consentito a uno più piccolo, Erdogan, di attaccare, nel nord della Siria, i curdi. Gli unici, non integralisti e progressisti, che hanno combattuto sul campo, sconfiggendoli, i tagliagole dell’Isis. Hanno versato il proprio sangue non solo per se stessi ma per tutti coloro, in primis noi occidentali, che sono stati oggetto degli attentati e delle stragi architettati dall’Isis; dentro e fuori il Califfato.

I curdi hanno guerreggiato coraggiosamente in quell’area del Medio Oriente, tormentata da guerre di religione interne all'Islam e messa a soqquadro in questi ultimi quarant’anni anche grazie agli interventi di russi, inglesi e americani per ragioni geopolitiche di potenza e per le risorse petrolifere. L’animale americano grande, in evidente stato di ubriachezza, non sapendo come giustificare il suo semaforo verde a quello turco più piccolo, ha twittato: “I Curdi non ci hanno aiutato nella Seconda guerra mondiale, non ci hanno aiutato in Normandia, per esempio”. Ha scritto proprio così, il great stupid.

Poi è arrivato Stephan Balliet, un altro animale, di più ridotte dimensioni, appartenente al genere topo di fogna, che ha attaccato, nel giorno della festa ebraica dello yom kippur, la Sinagoga di Halle. Si è divertito ad ammazzare due persone e a ferirne altre due. Il ratto, di pura razza ariana – così lui si ritiene -, che in questi anni si è nutrito con i rifiuti del nazismo, ha sfogato il suo antisemitismo razzista e xenofobo uccidendo senza pietà. Una mente malata, ma che ha trovato il suo brodo di coltura nell’avanzata dell' estrema destra tedesca.

Sono usciti dalle gabbie e dalle fogne, urge farceli rientrare.

 

 

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L'ennesima strage

morireinmare mindi Aldo Pirone - L’altro ieri da “Il Messaggero”. “La strage delle donne e dei bambini si compie alle 3 di una notte di pioggia, vento e mare mosso: c'è chi è andata a fondo tenendo stretto al petto il figlio e chi, nel buio pesto della notte, non ha fatto neanche in tempo a capire cosa stesse accadendo che l'acqua gli aveva già riempito i polmoni.

Sul molo di Lampedusa ci sono ancora una volta le bare allineate e le motovedette che scaricano cadaveri, quattro giorni dopo l'anniversario della strage del 3 ottobre del 2013 in cui cui morirono 368 persone e l'Europa, indignata da quell'orrore, promise: ‘mai più’. Ed invece nel Mediterraneo si continua a morire, con i porti chiusi e con i porti aperti. […] A bordo erano più di 50, tunisini e subsahariani. E la macabra conta dei vivi e dei morti dice che solo grazie al coraggio degli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, ci sono 22 sopravvissuti, 13 uomini e 9 donne.

I cadaveri sul molo sono invece 13 e sono tutte donne, di cui una neanche maggiorenne e un'altra incinta; tutti gli altri sono in fondo al mare e, tra loro, almeno 8 bambini di cui uno di 8 mesi, annegato con la mamma.
‘Dove sono, dove sono, dove è il mio nipotino’ continua a chiedere la sorella della donna a tutti quelli che incontra nel centro di accoglienza.

[…] ‘Quando sono arrivati i soccorritori il barcone, lungo una decina di metri, già imbarcava acqua e aveva il motore che non andava’ dice Vella (n.d.r. Procuratore aggiunto di Agrigento) . Il resto l'ha fatto il mare forza 3, il buio e il terrore. ‘A bordo c'è stato il caos, tutti volevano andare verso le motovedette - hanno raccontato agli operatori umanitari alcuni sopravvissuti - molti sono caduti in acqua e poi la barca si è capovolta’.

Di questi poveri morti non importa un fico secco ai nostri “leader” politici “carismatici”. “Il Messaggero” riporta due dichiarazioni sciacallesche: una di Salvini e l’altra, contrapposta, di Orfini che carismatico non è mai stato. Non le riporto per rispetto di quei poveri morti; di quei poveri bambini, di quella donna incinta, di quella mamma col figlioletto di otto mesi, annegati nel buio e nel terrore. In questo momento sento solo un’indignazione feroce verso una classe politica, italiana ed europea, incapace di impedire questa strage infinita. E altrettanta indignazione verso quei talk show politici che alluvionano le Tv e che, invece di mettere al centro dell’attenzione questo calvario, si diffondono, bramosi, solo sul gossip di una politica priva di pudore e di umanità.

Vergogna!

Taglio dei parlamentari. Ma perché?

camera dei deputati 350 mindi Aldo Pirone - "NO, senza se e senza ma". Domani la Camera voterà, in quarta lettura costituzionale, la riduzione dei parlamentari. 345 in meno fra Montecitorio e il Senato di Palazzo Madama. La questione, purtroppo, è diventata dirimente per la sopravvivenza del governo Conte 2. La destra, ovviamente, voterà a favore - salvo sorprese che se ci saranno non saranno per amore della democrazia - di questa grave riduzione della rappresentanza politica slegata da qualsiasi riforma equilibrata delle Istituzioni parlamentari. Il M5s, dal canto suo, la considera da sempre una sua battaglia identitaria motivata con la becera motivazione del populismo e della demagogia più deteriore: il taglio delle poltrone della casta.

In ciò favorito da un lungo decadimento della classe parlamentare e politica, da scandali e da privilegi che ne hanno punteggiato il declino. La bassa qualità dei rappresentati politici parlamentari – ma la stessa cosa è accaduta nei Comuni e nelle Regioni – coinvolge un po’ tutti. Anche i cosiddetti “portavoce” del popolo “grillini” che, stando agli ultimi abbandoni trasformistici subìti e a quelli di cui si vocifera che seguiranno, paiono dei miracolati, frutto di una selezione operata con la “pesca a strascico”. Non a caso anche tra le loro file abbondano delle “cozze” attaccate agli scranni, veri e propri ignoranti saccenti.

Ma qui non è in discussione la qualità della rappresentanza parlamentare perché, se lo fosse, il Parlamento bisognerebbe solo che chiuderlo. Qui è in gioco un principio democratico, per cui ridurre così drasticamente e senza criterio il rapporto fra eletti ed elettori già di per sé riduce gli spazi di democrazia portando l’Italia all’ultimo posto nella graduatoria europea. Quanto alla qualità della rappresentanza, essa non dipende dal numero degli asini che la compongono; essa dipende dalla selezione che non c’è da parte dei partiti, diventati taxi - contenitori su cui si sale e si scende a piacimento – si chiama trasformismo - solo in base a rigorose convenienze personali. E ciò non si combatte – altro cavallo di battaglia grillino – con il vincolo di mandato, con i contratti e le penali incostituzionali ecc., si combatte facendo ridiventare la politica e i partiti, che la democrazia partecipativa la dovrebbero organizzare, il luogo d'idealità forti e di etica condivisa. Senza di questo non c’è neanche concretezza di programmi e di progetti. Le motivazioni antiparlamentari e loscamente antidemocratiche che hanno accompagnato la campagna massmediatica dei pentastellati, sono ributtanti.

Pertanto al referendum confermativo della “schiforma”, per usare un termine travagliesco, io voterò no.
Senza se e senza ma.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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