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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Coronavirus e cretini pericolosi

Cretino e Pericoloso

boris johnson coronavirus 350 mindi Aldo Pirone - Ieri i giornali riportavano la notizia che anche il Nepal ha sospeso le scalate sull’Everest, causa l’epidemia del Coronavirus. Poi le cronache di queste ore ci dicono che un po’ in tutti i paesi europei ci si affretta, dopo sottovalutazioni e ritardi, a prendere misure draconiane. Perfino Trump, dopo aver minimizzato, ora annuncia provvedimenti sanitari più drastici. Per non dire di altri paesi nel mondo che, però, non tutti, soprattutto in Africa, Medio Oriente e America Latina, non sono attrezzati a far fronte all’epidemia.

L’unico che la pensa diversamente è Boris Jhonson premier inglese. Ai britannici annuncia, agghiacciante, che devono rassegnarsi: “Molte famiglie perderanno i loro cari”. Qualcuno ha paragonato questo becchino al Winston Churchill del “sangue, fatica, lacrime e sudore” della guerra antinazista. Qualcun altro ha chiamato in campo la flemma inglese, il sangue freddo ecc. che non c’entrano un tubo con il mortifero Boris. C’entra, invece, e parecchio, la teoria cosiddetta “del gregge”. Cioè più il virus si diffonde e più il “gregge” anglosassone si autoimmunizzerà. Certo, questo avrà come costo una sorta di darwinismo sociale, dove a soccombere saranno i più deboli e i più poveri. Insomma gli “scarti” sociali come li ha chiamati papa Bergoglio.

Disturbare Churchill per paragonarlo a questo impresario di pompe funebri è solo un’indecente cretineria. Boris va al di là delle pur non secondarie distinzioni fra destra e sinistra.

E’ solo un cretino e un pericolo pubblico.

 

 

Modulo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus

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zip.png Modulo di autocertificazione
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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

Data 2020-03-11 Dimensioni del File 456.82 KB Download 33 Scarica

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Propaganda virus

Covid 19 nel tritacarne della propaganda

noirompiamo 350 mindi Aldo Pirone - Ieri pomeriggio Matteo Salvini uscendo dall’incontro con il Presidente Conte ha detto: “Finalmente qualcuno ci ha ascoltato, ma esco preoccupato: abbiamo portato la voce di chi chiede di chiudere tutto adesso per poi ripartire, ma la risposta è stata no. Quindi totale incertezza”. Cioè, se le parole hanno un senso, non è vero che sono stati “ascoltati” tutt’al più sono stati “sentiti”. La Meloni, per non esser da meno del “ganassa” milanese, ha detto che sulla chiusura totale del Paese “Al momento il governo non si dice disponibile ed interessato". Secondo l’Agenzia Ansa, invece, Conte ha detto a tutti e tre (c’era pure Tajani come soprammobile): "Vi assicuro che il Governo continuerà a rimanere disponibile e risoluto ad adottare tutte le misure necessarie a contrastare con il massimo rigore la diffusione del contagio". Quindi, ancor più drastiche di quelle finora adottate.

E’ ormai assodato che il “bauscia” non sa quel che dice e si contraddice non solo fra un giorno e l’altro ma nelle stesse frasi.
Ovviamente i rappresentanti della destra non si sono astenuti dall’attaccare l’Europa che manca all’appello coronavirus. Ed è vero, ma Salvini e la Meloni sono i meno indicati a sollevare la questione perché è proprio per mancanza di poteri sovranazionali, cioè per eccesso di quel sovranismo tanto caro ai due sodali della destra che ne vorrebbero ancora di più, che la UE sta mostrando la corda in tanti settori e su tanti fronti. Oddio, in materia si può sempre cambiare idea, ma bisogna dirlo, spiegare il perché e farsi l’autocritica. Al contrario, costoro aprono bocca con la prosopopea dei saputelli che la dicono sempre giusta anche quando straparlano e si contraddicono per crassa ignoranza e ancor più crassa incompetenza. Sono veramente patetici questi nostri sovranisti d’accatto, qualche giorno fa la Meloni ha scomodato niente meno che De Gaulle il quale, in un’altra epoca storica, aveva dell’Europa una sua improbabile visione politica - “dall’Atlantico agli Urali” diceva - scambiando la geografia fisica con la storia politica e culturale del nostro continente. La onorevole signora si è richiamata in positivo alla visione gaullista di “Europa delle Patrie” e “Confederale”, che è esattamente quella che c’è e che si sta dimostrando non all’altezza.

Il “bauscia” ha anche aggiunto: “Qualcuno sta sottovalutando l’emergenza sanitaria”. Ce l’aveva con se stesso, evidentemente, perché il 27 febbraio, cioè meno di due settimane fa, reclamava da Mattarella: “L’appello che ho chiesto per chi è al governo è di aprire tutto quello che si può: fabbriche, centri commerciali, teatri, bar”.

Non faceva cenno alle osterie, perché quelle erano già aperte solo per lui.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pio XII desegretato

Papa Pio XII

Pio XII 350 mindi Aldo Pirone - Lunedì 2 marzo per volontà di Papa Bergoglio sono stati desegretati moltissimi documenti degli archivi vaticani riguardanti il pontificato di Pio XII, dal 1939 al 1958. Come annunciato dal cardinale Josè Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, si tratta di 121 fondi e ventimila buste e fascicoli. Decine e decine di migliaia di pagine da leggere e da studiare. L’attenzione più grande degli studiosi è sul rapporto del Vaticano e di Pio XII con l’Olocausto degli ebrei. Di cui per altro già si sa molto.

Com’è noto Papa Pacelli è stato accusato in sede storica di essere stato troppo silenzioso di fronte allo sterminio nazista del popolo ebraico. I sostenitori del Papa l'hanno difeso contrapponendo le azioni numerose che lui, la Chiesa e il Vaticano hanno fatto per salvare tanti ebrei. Naturalmente la contesa di giudizi si è ripetuta lunedì scorso. L’Osservatore Romano ha titolato: “Quelle ‘accuse’ che provano l’aiuto agli ebrei” seguito da un lungo articolo di Johan Ickx Direttore dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato del Vaticano. Sulla stessa falsariga si sono mossi altri giornali laici e cattolici, nonché Agenzie di stampa come l’Ansa riproponendo lo stesso equivoco. Infatti, la questione posta da molti, infatti, non è se Pio XII abbia o no aiutato a scampare dalla persecuzione sterminatrice dei nazisti singoli ebrei, ma se da Capo spirituale della Cristianità cattolica abbia fatto quel che doveva di fronte all’Olocausto di ebrei, zingari, disabili, omosessuali e tanti altri. E quel che doveva era la denuncia aperta e mobilitatrice della coscienza cattolica in Europa e nel mondo dell’infamia nazista.

Tanti parroci, sacerdoti, suore hanno nascosto e salvato ebrei, aiutato partigiani, prigionieri alleati, antifascisti, rischiando la vita. E molti ce l'hanno rimessa. Ma Pacelli non era un semplice parroco, lui era il rappresentante del Dio cattolico sulla terra, il Capo del cattolicesimo universale, il Pontefice di Santa Romana Chiesa. Fa un po’ tristezza sentire il cardinale Josè Tolentino de Mendonça quando sull’Avvenire del 20 febbraio scorso cita i “milioni che uscivano, si può dire ogni giorno dal Vaticano” con cui “si sono aiutate tantissime persone: abbiamo uno schedario di ventimila e 500 schede di aiuti prestati". Non perché quegli aiuti non siano stati importanti, soprattutto per chi ne beneficiò ed ebbe salva la vita, ma perché furono ben poca cosa se raffrontati ai milioni di persone che intanto i nazisti sterminavano nelle camere a gas e sui campi di battaglia. Una denuncia dell’Olocausto e del nazismo Pio XII non la fece né prima, né durante e neanche dopo la guerra. Ben altro trattamento fu riservato da Sua Santità ai comunisti e ai loro alleati e amici.

La documentazione messa a disposizione degli storici sarà comunque importante per capire i processi decisionali che portarono il Papa ad avere l’atteggiamento “timido” che ebbe di fronte all’Olocausto e anche alla sua posizione di “equidistanza” e “al di sopra delle parti” nello scontro fra Nazioni Unite e nazifascisti. In questo contesto più generale come in quello più particolare dell’occupazione nazista di Roma va visto il rastrellamento del Ghetto di Roma il 16 ottobre del ’43. Nel suo articolo Johan Ickx accenna alla commovente lettera che alcuni ebrei, che si erano sottratti al rastrellamento, fecero arrivare il giorno dopo a Pio XII chiedendogli di intervenire “per queste povere anime martoriate” rinchiuse nel Collegio militare in via della Lungara. Il Papa rispose tramite monsignor Montini: “Fare sapere che si fa quel che si può”. Il 20 ottobre la Presseservice di Washington informa che “nella notte del 15-16 ottobre un numero considerevole di Ebrei sono stati arrestati in varie parti del mondo (stop) dopo essere stati tenuti 24 ore nel collegio militare sono stati trasportati ad una destinazione sconosciuta (stop) è detto qui che la Santa Sede si è interessata che simili accaduti non si ripetono e in favore di casi particolari”. Pacelli annota a margine: “è prudente che Presseservice mandi queste notizie?”. Monsignor Tardini gli risponde: “No davvero”.

Ickx oggi commenta: “Papa Pio XII, ben consapevole che non giovava di svegliare i cani che dormono, soprattutto non i nazisti, per azioni umanitarie che partivano dal Palazzo Apostolico”. Dimenticando che “quei cani” non erano per nulla addormentati né a Roma, né in Italia né ad Auschwitz. E quindi non giovò per niente. L’unica cosa che avrebbe giovato ad accorciare la guerra mettendo, tra l’altro, fine allo sterminio ebraico, sarebbe stato da parte del Papa schierarsi apertamente contro il nazifascismo. Certo avrebbe rischiato le ire di Hitler, l’invasione del Vaticano e la deportazione, ma avrebbe gettato contro la barbarie nazista tutto il peso del cattolicesimo mondiale, compreso quello tedesco, salvando così non qualche migliaio di persone ma milioni di esseri umani. Oltre ad essere all’altezza della sua missione spirituale.

Il Direttore dell’Archivio Storico vaticano si augura che sia perpetuata nelle nuove generazioni “la memoria storica dell’azione di Pio XII, radicata in un’autentica fede in Cristo, per la difesa dell’umanità e della civilizzazione”. Il che sembra non solo esagerato ma del tutto inesatto. Perciò è da sperare vivamente di no.

Più equilibrato e giusto è stato il giudizio che di Pacelli dette Indro Montanelli: “Fu in quei frangenti tragici più il Vescovo di Roma e il Sovrano dello Stato pontificio che il Capo spirituale della immensa comunità cattolica”.

 

Città del Vatoicano e l'olocausto

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Vittime radicali

Cronache e Commenti

sonoinnocente 350 mindi Aldo Pirone - Sono giorni di preoccupazione quelli che si stanno vivendo in Italia e in altri paesi per l’epidemia del coronavirus. E, quindi, può sembrare del tutto fuori luogo che ci si occupi d’altro. Ma, l’altro ieri, ascoltando radio radicale sono rimasto sorpreso. Ho sentito di una proposta di legge incardinata alla Camera e firmata da numerosi parlamentari riguardante l’istituzione di una “Giornata nazionale delle vittime degli errori giudiziari”.

Ho cercato sul sito del “partito radicale non violento transnazionale e transpartito” e ho appurato che la proposta di legge ideata dai radicali esiste e contiene, se ho letto bene, un articolo con sette commi. E’ risaputo che i radicali quando si tratta di errori giudiziari mettono sempre in primo piano la tragica e vergognosa vicenda di Enzo Tortora. Ed è più che assodato che quando c’è da attaccare la magistratura direttamente o indirettamente la solidarietà di leghisti, forzaitalioti e renziani non può mancare.

Anche in quest'occasione è stata ampia e ben rappresentata da Mariastella Gelmini (FI), Riccardo Molinari, capogruppo deputati della Lega, Maria Elena Boschi e Roberto Giachetti di Italia Viva. Vorrebbero far credere, i tapini, che i numerosi inquisiti e condannati che ci sono tra le loro file siano tutti Enzo Tortora. La domanda che mi è venuta in mente spontanea ascoltando la notizia è perché, trattandosi di vittime, i radicali non promuovano anche una “Giornata per le vittime dei processi andati in prescrizione”, o una per le vittime degli omicidi bianchi sul lavoro, o una per i morti causa disastri ferroviari colposi o per i caduti della malasanità ecc..

Forse perché una parte delle vittime della malagiustizia di certi magistrati sono più vittime delle altre?
Non credo che questa sarebbe l’opinione di Enzo Tortora.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Globuli neri

La Meloni

intercettazioni 350 mindi Aldo Pirone - Ieri sul “Fatto Quotidiano” Antonio Padellaro tornava sul tema che la signora Meloni leader di Fratelli d’Italia sta marcando qualche diversità rispetto ai toni fra il becero e il carnevalesco di Salvini. L’ultimo smarcamento, osservava Padellaro, è quello sulla questione dell’infezione da Coronavirus che sta preoccupando non poco gli italiani. Soprattutto da quando il contagio è esploso in alcune zone della Lombardia e del Veneto, messe in quarantena dal decreto governativo di ieri. La Meloni, infatti, ha subito detto che “non è il momento delle polemiche” alludendo a una qualche unione nazionale mentre il “bauscia”, ancora ieri sera da Gilletti, faceva le sue solite speculazioni contro Conte e il governo. Naturalmente il “ganassa” ha detto cose strampalate, ma ha approfittato ampiamente del fatto che la sua evidente incompetenza era ben protetta dall’incompetenza del giornalista che, eufemisticamente, lo intervistava.

Padellaro, per tornare a bomba, ha ruvidamente sferzato la sinistra affinché aiuti la Meloni, incoraggiandola nei suoi smarcamenti in Europa e in Italia dalla destra salviniana. Per far sì che, finalmente, da quella congerie di nostalgici non proprio democratici – basta vedere le loro posizioni su tutti i temi politici più importanti - esca una destra democratica e repubblicana quale l’Italia non ha mai avuto. “Che sarebbe interesse della sinistra agevolare (nell’interesse di tutti) – dice il nostro - invece di passare il tempo a cercare i globuli neri nel sangue dell’avversario (Copyright di Alessandro Giuli) per rimarcare una superiorità politica e morale tutta da dimostrare”.

Purtroppo, stamane ad aperura di seduta della Camera i “globuli neri” della Meloni, insieme con quelli verdi del “bauscia” e quelli indefinibili di Berlusconi, si sono fatti sentire. Hanno chiesto a gran voce e in nome, naturalmente, dell’union sacrée contro il virus, di non procedere all’approvazione del decreto sulle intercettazioni già approvato al Senato. Bisogna dare la precedenza, hanno detto, a quello fatto ieri dal governo per l’emergenza nel nord Italia. Andrea Del Mastro delle Vedove di fede meloniana – fra tante vedovanze anche quella del congiuntivo - ha gridato: “ci chiediamo se non è il caso di chiudere le frontiere perché oltre a chiederci cosa arriva dalla Cina, dobbiamo chiederci cosa arriva dall’Africa”. Roberto Occhiuto berlusconiano ha parlato di “situazione surreale” perché in Italia non si parla che del virus mentre a Montecitorio si discetta sulle intercettazioni. Roberto Turri della Lega non è stato da meno. Infatti, i leghisti subito dopo, tanto per far presto, hanno cominciato a fare ostruzionismo contro il decreto intercettazioni. La parte tra il comico e l’avvilente è che ad ascoltare i “globuli neri”, mentre descrivevano scenari apocalittici e annunciavano che Annibale era alle porte – la deputata di FdI Maria Teresa Baldini per aumentare il pathos si è pure presentata con la mascherina - c’era un’aula desolatamente vuota. E non per il coronavirus. Insomma, una bieca sceneggiata nel deserto parlamentare. Anche perché il decreto del governo sull’emergenza coronavirus è già operativo e istradato alla Camera nella commissione affari sociali. Potrà essere approvato rapidamente, mentre quello sulle intercettazioni scade fra cinque giorni e se non si approva subito potrebbe morire.

Il discorso pro Meloni di Padellaro, però, non è che sia peregrino e del tutto fallace. Una sinistra seria deve saper utilizzare qualsiasi discordanza e contraddizione che si manifesti tra gli avversari. Anche quando ciò è dettato, come nella Meloni, dai sondaggi che consigliano di smarcarsi dalle smargiassate del “bauscia”. E’ un insegnamento antico e in altre epoche praticato quotidianamente. In epoche in cui si era “ideologici”, ma non scemi e lontani dalla realtà; e si usava commisurare le parole con i fatti. Perciò, se Padellaro non vuole passare per pirla, dovrebbe subito chiedere conto alla Meloni di cosa hanno detto e fatto i suoi “globuli neri” stamane alla Camera. Quanto alla “superiorità politica e morale tutta da dimostrare” da parte della sinistra, basterebbe ascoltare i discorsi della leader di FdI e dei suoi camerati per non avere dubbi in proposito. Anche rispetto alla sgarrupatissima sinistra post ideologica di oggi.

Su quella di ieri, poi, non c’è neanche da discutere.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Virus mutanti

augias serra minVirus del renzismo

di Aldo Pirone - Michele Serra sabato scorso si è definito un “gonzo” per aver creduto in Matteo Renzi. Nella pagina precedente anche Corrado Augias, pur non dicendosi “gonzo”, ha riconosciuto, con rammarico, di averci creduto. Soltanto che accampa la scusa che in questi anni fra cotanto bailamme di posizioni politiche propagandistiche megafonate da una Tv assordante, su Renzi si è distratto per distacco politico. “Raramente – dice – mi occupo di politica un po’ per incompetenza un po’ per disinteresse verso ‘questa’ politica […]

Dovrei essere più attento, capire meglio”. Giusto, ottimo proposito! Anche se ai tempi del suo sostegno al “bomba” non sembrò tanto distaccato e ingenuo. Sicuramente fu “incompetente”. Comunque farebbe piacere sentire queste autocritiche di Serra e Augias se non ci fosse un però. Un grande però. Augias dice che a suo tempo fu conquistato dallo stile “dinamico, chiassoso, irridente” di Renzi.

Michele Serra, dal canto suo, confessa: “Lo votammo in tanti perché si sperava che proprio la sua leggerezza post ideologica, diciamo così la sua modernità di quarantenne e persino il suo cinismo potessero aggiungere pezzi al centrosinistra”. Insomma, lo stile dinamico, la postura irridente e chiassosa, la leggerezza post ideologica, il cinismo, la modernità del quarantenne ecc..

Un bell’infarinamento di quanto di più superficiale s’è accumulato nel tempo in questa politica italiana d'infimo livello. Virus che hanno infettato, purtroppo, anche tanti intellettuali cosiddetti progressisti. Infezioni portate da un portatore insano come Berlusconi e che hanno butterato il volto della nazione. Le due firme intellettuali di “Repubblica” non si rendono conto che queste loro motivazioni non sono per niente una giustificazione. Semmai un aggravante. Eh sì, perché se quelle sono le loro aspettative politiche, se quelli sono i metri di giudizio e orientamento, nulla, ma proprio nulla, li mette al riparo dall’invaghirsi di un nuovo “superbone”.

La loro critica al Renzi attuale va benissimo. Ma sotto osservazione dovrebbero mettere anche se stessi. Il virus del renzismo che fu in loro è solo in via di mutazione.
Non sono affatto guariti.

 

 

 

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Micron

matteo renzi lingua 350 260Attualità

di Aldo Pirone - L’altro ieri il partitino personale di Renzi, Italia Viva, è uscito dal gruppo socialista al parlamento europeo. Non è una grande perdita per i socialisti europei, ben altri sono i loro problemi. Come si ricorderà lo statista di Rignano, da segretario dem, decise d'emblée, dopo molte sofferenze dei piddini di provenienza margheritina, di portare il PD in quel gruppo. Quella scelta, come tutto ciò che riguarda la sua azione politica, Renzi la fece nell’ottica della convenienza politica personale del momento. Così come quella di oggi di aderire nell’europarlamento al gruppo macroniano di Renew Europe. La marcia di Renzi è verso il centro, per ora. Senza escludere allunghi verso destra. Dipende dal momento dato e dalle proprie convenienze personali. Intendiamoci, le opinioni politiche si possono cambiare eccome, se mutano le situazioni.

Ma i passaggi di campo e le disinvolte giravolte sono un’altra cosa e si chiamano trasformismo opportunistico. Renzi le sue posizioni non ha esitato a rovesciarle quando l’altro clown della politica italiana, Salvini, gliene offerse l’occasione l’estate scorsa. Ma sempre nella logica del tornaconto personale non di quello generale del paese. Il che non vuol dire che a volte le due cose non possano sovrapporsi. Come si usa dire: un orologio rotto segna l’ora giusta almeno due volte nel giorno. Per non farsi dimenticare dai media e stare sulla scena – secondo l’aurea regola: si parli male di me purché se ne parli – fa il "gianburrasca" nel governo.

Prende a pretesto qualsiasi cosa pur di marcare una diversità dal Conte 2. Ultima, la questione della prescrizione di cui non gli interessa un fico secco, ma gli torna utile per fare baruffa. E anche per accreditarsi, se ce ne fosse ancora bisogno, verso gli impuniti eccellenti di tutta l’Italia. In questo agitarsi inconsulto, come se fosse affetto dal “ballo di san Vito”, dimentica di aver detto in passato cose opposte a quelle che dice oggi. Ma lui vive nella logica del “cogli l’attimo". Di quel che è stato o ha detto ieri, non gliene importa nulla e men che meno gli importa del domani. Tanto gli italiani non hanno una grande memoria. E seppure l’avessero, dovrebbe essere prodigiosa per rammentare tutte le sue giravolte.

Purtroppo per lui, pare che i sondaggi da cui è posseduto non lo assecondino in questa sua frenesia tardo berlusconiana. Ma lui non capisce. Pensa di rincorrerli e farli tornare positivi facendo più caciara che può. Mercoledì scorso i suoi hanno votato insieme al centrodestra. E’ successo nelle commissioni riunite di giustizia e bilancio di Montecitorio. La maggioranza ha bocciato il “lodo” Annibali, mentre Italia Viva si è accompagnata con Lega di Salvini, FdI di Meloni e FI di Berlusconi. Ieri le sue ubbidienti ministre nel governo, Bellanova e Bonetti, non hanno partecipato al Consiglio dei ministri che doveva discutere dei provvedimenti per accelerare i processi penali. La tensione fra Renzi e il Presidente Conte e il resto della maggioranza (Pd, Leu, M5s) è salita alle stelle tanto da creare una situazione di pre crisi. C’è chi dice che sta bleffando e siccome le elezioni sarebbero per lui una sciagura alla fine tornerà nei ranghi. Può darsi. Ma un errore di calcolo è sempre possibile. E il cursus politico nazionale del “bomba” è peno di calcoli sbagliati. Già ieri e l’altro ieri ha passato il segno.

Un risultato lo sta ottenendo: azzoppa quotidianamente il povero Conte favorendo Salvini e camerati che, infatti, corteggiano Renzi per utilizzarlo. Finora il fronte del centrosinistra con i grillini a corrente alternata, sebbene pieno di buchi e tenendosi sulle grucce, anzi sulle sardine, ha resistito alle spallate salviniane. Ma un regalo insperato come quello di Salvini nell’agosto scorso ai suoi oppositori, può, a parti rovesciate, sempre essere possibile. A restituire il favore con gli interessi, in fondo, sarebbe l’alter ego del “bauscia” nell’attuale maggioranza: “il bomba”. Un ottimo cavallo di Troia, per la destra. Anche se il quadrupede si affanna a presentarsi con le sembianze di Macron.

Ma, viste le sue dimensioni elettorali, morali e intellettuali, a Renzi si attaglia di più il nome di “Micron”.

 

In Politica ed Economia

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Ricordo integrale

La giornata di un ricordo parzialeIl Giorno della Memoria

di Aldo Pirone - Ieri è stata la giornata del ricordo. Ci ha rammentato la tragedia di tanti italiani del confine orientale. Sia quelli, circa settemila, vittime del nazionalismo jugoslavo uccisi e gettati nelle foibe nel ’43 e nel ‘45 sia quelli che furono costretti a diventare profughi per non sottostare al regime comunista di Tito nel dopoguerra. Come al solito, la giornata, invece di essere occasione di rammentare il fatto e l’antefatto storico che produssero quella tragedia, è stata sporcata dalle strumentalizzazioni degli eredi del fascismo nazionalista che in quelle terre giuliane, istriane e dalmate ne combinarono di tutti i colori innescando la vendetta nazionalista titina. Il Presidente Mattarella ha detto che “oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è l’indifferenza che si nutre spesso della mancata conoscenza”. A suo tempo, all’indomani dell’istituzione della ricorrenza da parte del Parlamento, il Presidente Ciampi, a proposito di mancata conoscenza, ebbe il coraggio di ricordare: “Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nella nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono. Tutti i popoli europei ne hanno pagato il prezzo”. Diciamo che fu un po’ più preciso su responsabilità e cause di quella tragedia.

Alla fine della guerra mondiale, esodi di popolazione in Europa non ci furono solo nel nostro confine orientale, ce ne furono anche fra Polonia e Germania, fra Cecoslovacchia e Germania, per ricordare quelli più consistenti. Circa sei milioni di tedeschi lasciarono le terre divenute polacche per effetto dello spostamento dei confini della Polonia a ovest stabilito dalla Conferenza Potsdam. Ma, a parte questo, quello che la destra neofascista, nazionalista e sovranista, nostrana non vuole ricordare, anzi vuole proprio nascondere, è quel che fece l’Italia fascista sul confine orientale nei confronti di slavi e croati. Sia durante il ventennio mussoliniano, sia, e ancor più, con l’aggressione alla Jugoslavia, l’occupazione e l’annessione forzata di terre slovene e croate. Ieri sera su Rai Storia qualcosa in questo senso è stato ricordato. Il gen. Robotti, per dire, comandante dell’XI corpo d’armata italiano in Slovenia e Croazia nel 1942, rimproverava i suoi ufficiali dicendo “Si ammazza troppo poco”. Si riferiva alla repressione della resistenza di partigiani e civili jugoslavi in corso. Repressione che ci fu e fu spietata: trecentomila slavi, croati e montenegrini eliminati con stragi ed eccidi di popolazioni inermi.

Di solito i fascisti del terzo millennio per nascondere le loro vergogne tentano di mettere sullo stesso piano foibe e campi di sterminio nazisti. Mentre, invece, le foibe vanno messe in relazione politica, qualitativa e quantitativa, al vero e proprio genocidio compiuto dall’Italia fascista in Jugoslavia. Si dice che sulle foibe ci sia in giro del “negazionismo”. Com’è noto, la madre dei cretini è sempre incinta. Anche se sembra che di questi tempi salviniani ne partorisca di più nel campo dei negazionisti dei campi di sterminio nazisti. Ma il punto storico e politico è un altro. Finché non ci sarà un’unica giornata del ricordo che metta insieme il fatto e l’antefatto e tutte le vittime dei contrapposti nazionalismi che insanguinarono il nostro confine orientale, gli italiani infoibati dai titini non avranno pace. Saranno solo utilizzati dal neo fascismo nazionalista e sovranista italiano per rinfocolare quel nazionalismo nero di cui in parte furono vittime. E’ su questo che i democratici e gli antifascisti dovrebbero concentrarsi dall’una e dall’altra parte del confine orientale se veramente si vuole eliminare alla radice ogni finto ricordo, ogni bieca strumentalizzazione di poveri morti per mano titina.

Altrimenti le vittime delle foibe continueranno a essere non dimenticate ma uccise di nuovo a ogni ricorrenza.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La nipotissima

di Aldo Pirone - Alessandra Mussolini è una donna volgare. Anche fra i suoi, vedi la Carfagna, c’è chi la definì una “vajassa” napoletana. Un paragone insultante, non per la Mussolini ma per quelle laboriose e rumorose popolane partenopee.

mussolini segre minLa "nipotissima" del “duce”, che i partigiani scovarono mentre scappava travestito da tedesco, ha trovato il modo di insultare Liliana Segre invitandola a non trasformarsi da “nonnina a strega di Biancaneve”*. L’appellativo di nonnina lo usava Mengele, l’"angelo della morte”, ad Auschwitz quando selezionava le ebree anziane per mandarle alle camere a gas. Non c’è da meravigliarsi.

Alessandra ha sempre voluto farsi chiamare con il cognome del nonno sia per ragioni elettorali – farsi riconoscere meglio sulla scheda dai nostalgici di Benito – sia per cercare di assomigliargli. C’è riuscita benissimo. È regola della vigliaccheria della destra fascista, quando non può contestare il macigno della verità storica, cercare di sporcare chi ne è stato vittima e testimone. E quel macigno, l’antisemitismo e il conseguente Olocausto, è un’eredità di famiglia cui la Mussolini non può sfuggire né negare. Poteva ripudiarla, facendosi chiamare con il nome del marito, Floriani. Anche se non proprio onoratissimo, com’è noto. Invece ha voluto portare il cognome di chi è stato uno stregone per tantissimi italiani e un orco per tanti bambini ebrei.

E poi, se proprio vogliamo restare alla favola di Biancaneve, l’unica che potrebbe interpretare benissimo la strega è proprio la nera Alessandra.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

*Alessandra Mussolini a gamba tesa contro Liliana Segre per la posizione dalla senatrice a vita sull’intitolazione di una via di Verona a Giorgio Almirante. La nipote di S.E. aveva mal digerito le dichiarazioni della Segre, arrivate in seguito alla decisione del consiglio comunale della città scaligera di conferirle la cittadinanza onoraria; un’onorificenza assegnata nello stesso giorno dell’intitolazione di una strada al leader del Msi.

 

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Memoria tatuata

mozione segre 350 mindi Aldo Pirone - Domenica sera a “Che tempo che fa” la senatrice Liliana Segre ha spiegato di nuovo perché ha rifiutato la cittadinanza onoraria offertale dal Comune leghista di Verona.

Ha ritenuto inaccettabile, per non dire, un atto che sarebbe seguito dall’intitolazione di una piazza a Giorgio Almirante redattore della rivista “Difesa della razza” nel periodo fascista. Una pubblicazione, com’è noto, dedita a propagandare l’antisemitismo e a celebrare le “leggi razziali” mussoliniane del ’38. Almirante, poi, aderì entusiasticamente alla Rsi che nella sua Carta fondamentale, guarda caso, chiamata di Verona, dichiarava: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Fu grazie a quella Carta che Liliana Segre fu deportata ad Auschwitz, dove morirono gasati almeno un milione di ebrei fra cui decine di migliaia bambini. Liliana ne uscì viva per miracolo. Almirante fu capo di gabinetto del ministro repubblichino Mezzasoma, collaborò attivamente con i nazisti nella caccia ai partigiani e ai resistenti. Il 17 maggio 1944 nel grossetano firmò, per conto del ministro, un comunicato-manifesto in cui si minacciavano di morte i “ribelli” che non si fossero presentati ai posti di polizia repubblichini e tedeschi: “Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena”.

Sfuggito a ogni meritato castigo, la magnanimità della Repubblica antifascista gli concesse di tornare a fare politica attiva. Cosa che fece, fondando il partito neofascista del Msi e propugnando nella sua attività ogni causa antidemocratica. L’orrore inumano del nazismo e dell’antisemitismo, sfociato nei campi di sterminio, non lo portò ad alcun pentimento sul suo fascismo. Evidentemente considerava la cosa un dettaglio rispetto alle “cose buone” (sic!) fatte dal regime.

Amava dire che lui la parola “fascista” ce l’aveva scritta in fronte. La senatrice Segre ha colto l’occasione per raccontare anche un doloroso fatto personale e chiarire la solita speculazione appena accennata nei giorni scorsi da qualche giornale di destra con lo scopo di cogliere una contraddizione o una debolezza di questa grande donna e signora per sporcarla in qualche modo. Il marito, che pure era stato internato militare italiano in Germania rifiutando di aderire alla Rsi, nella seconda metà degli anni ’70 ebbe la tentazione di aderire al partito di Almirante e lo fece. Fu candidato nelle politiche del ’79 nella Circoscrizione Milano-Pavia. Liliana Segre ne soffrì e pose il marito di fronte a una scelta: o lei o il Msi-Dn di Almirante.

A questo racconto sul rifiuto di essere accomunata ad Almirante, devono essere fischiate le orecchie al buon Padellaro. Il giornalista, infatti, l’anno scorso ha scritto un libriccino, “Il gesto di Almirante e Berlinguer”, in cui ha ripreso la notizia, nota, di alcuni incontri riservati fra Berlinguer e Almirante durante il periodo più oscuro del terrorismo nero e rosso dopo l’assassinio di Moro. Di questi incontri il solo rimasto in vita a testimoniarne – non per le parole scambiate perché Berlinguer e Almirante rimasero soli a parlare - è l’ex portavoce del capo fascista.

Padellarlo dice che decisero di “unire le forze in nome della esigenza dell’interesse della Nazione che, in quel frangente, supera ogni altra esigenza” manco avessero fatto un’alleanza politica. Ma, a parte ogni valutazione e ogni congettura su quegli incontri, gli è che il giornalista, sicuramente di sentimenti antifascisti e democratici, prese lo spunto per proporre l’intitolazione di una piazza a Berlinguer e Almirante insieme. Forse lo scorso anno il ruggente salvinismo al governo gettò il valente columnist Padellaro in uno stato talmente depressivo da rimpiangere il doppiopetto almirantiano. A rimpiangerlo talmente tanto da sognare di vederlo affiancato in lapide a Berlinguer. Certamente Almirante fu di ben altro livello rispetto al “bauscia” Salvini. A volte, però, la disperazione politica è cattiva consigliera. Può portare a non distinguere fra un criminale a modo in doppiopetto e un bullo sguaiato.

Per fortuna che a ricordarcelo ci sono ancora persone come Liliana Segre. La memoria ce l’hanno tatuata sul braccio. E nella mente.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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