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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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L’ambiente in Costituzione

DIRITTI COSTITUZIONALI

La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi

di Aldo Pirone
tutelaambyenteincostituzione PD 370 minIeri il Senato ha votato in prima lettura l’inserimento nella Costituzione della tutela ambientale. All’art. 9 dei princìpi fondamentali è aggiunto un terzo comma che recita: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Di conseguenza è modificato anche l’articolo 41 della Carta fondamentale, prevedendo che l’iniziativa economica non rechi danno alla salute e all’ambiente. Spetterà alla legge determinare i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini ambientali.

I voti a favore sono stati 224, 23 astenuti FdI (e Azione di Calenda) e nessun contrario. La modifica è frutto di un compromesso con la Lega, tuttavia è un evento positivo, atteso da anni. Il suo iter parlamentare sarà ancora lungo. Infatti, dopo l’approvazione della Camera, se non ci saranno modifiche, il testo dovrebbe avere ancora una lettura e relativi voti sia nell’uno che nell’altro ramo del Parlamento non prima di tre mesi.

A mia memoria è la prima volta che è modificato uno degli articoli dei dodici che illustrano i princìpi fondamentali della nostra Costituzione. Lo si fa per una questione diventata di estrema importanza per la salute pubblica e la sopravvivenza della nostra e delle altre specie: la salvaguardia dell’ambiente dalle manomissioni giunte al limite del non ritorno di una crescita economica che nell’ultimo quarantennio è stata di stampo neoliberista in Italia e a livello mondiale. Una crescita - non uno sviluppo - senza riguardi per nessuno: uomo, animale, vegetale che sia. Causa non secondaria della nascita di virus pandemici come il Covid 19. Una volta approvata definitivamente la modifica costituzionale bisognerà vedere la sua strumentazione legislativa ordinaria. E lì si aprirà la battaglia politica e culturale fra chi, progressista ed ecologista, vorrà applicare con coerenza il nuovo principio costituzionale e chi, conservatore, cercherà di eluderlo con varie argomentazioni e pretesti, ma sempre in nome dei diritti dell’economia preminenti su ogni altro aspetto della vita umana. E’ una musica che abbiamo già sentito durante la pandemia e di cui conosciamo tutti i suoi spartiti e variazioni ritmiche.

Ad eseguirla non è stata solo la destra a tutto tondo ma anche chi fra i potentati economici di lorsignori, non potendo resistere all’ondata green, cerca di cavalcarla in modo gattopardesco facendo passare per politiche ambientaliste, ispirate alla cosiddetta “transizione ecologica”, cose che con l’ecologia non c’entrano niente o assai poco. In questo senso il ministro Cingolani sembra abbia una predisposizione accentuata. La sua condotta concreta appare vieppiù ispirata dal celebre romanzo di Tomasi di Lampedusa che non alla missione di cui è stato investito e a cui è stato preposto.

A dare testimonianza delle ampie riserve mentali dei senatori di FdI sul testo approvato in Senato, è stata la loro astensione. I seguaci di Giorgia Meloni temono che la modifica costituzionale possa, in sintesi, danneggiare l’economia. Non gli viene in mente che l’attività economica possa non solo non essere d’ostacolo ma concorrere a uno sviluppo sostenibile rispettoso dell’ambiente e delle specie che lo abitano, e che tutto ciò debba garantirsi con una coerente e sapiente legislazione ordinaria. Tralascio le elucubrazioni di tal senatore La Pietra di FdI secondo cui il loro ambientalismo sarebbe di antica data perché per loro la terra è la patria. Che poi, unito a quello del sangue com'è uso da quelle parti ogni volta che si parla di immigrati, sarebbe un mito schiettamente nazista.

La logica è sempre quella che ha portato donna Meloni a contrastare i provvedimenti del Governo Conte contro la pandemia. Con Draghi è più prudente. Bisognerebbe fare un elenco di tutte le dichiarazioni, i comizi in parlamento, le bugie gridate sempre con voce stentorea che, in definitiva, non erano mirate a proteggere gli italiani dal Covid 19 ma la circolazione del virus dai provvedimenti del governo e delle autorità sanitarie ambedue preposti a salvaguardare la salute degli italiani.

Per fortuna le intemerate di “Giorgia” – e quelle del suo collega Salvini - sono andate a vuoto, altrimenti oggi parleremmo sì di riaperture ma dei loculi nei cimiteri.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Pubblicato in Commenti, Ambiente

I ragazzi del “D Day”

STORIA: 6 GIUGNO 1944

Accadde oggi, il 6 giugno 1944 “il giorno più lungo”: il “D-Day”

di Aldo Pirone
DDay sbarco 350 minSettantasette anni fa gli angloamericani sbarcarono in Normandia su cinque spiagge: nomi in codice Juno, Gold, Sword, Utah e Omaha. Sulla prime tre gli anglocanadesi, sulle altre due gli americani. A Omaha beach per i giovani soldati statunitensi l’approdo fu particolarmente difficile e sanguinoso; “Mattatoio Omaha” lo chiamarono nelle lunghe ore mattutine in cui furono inchiodati dal tiro delle mitragliatrici tedesche prima di sfondare verso l’interno.

Era il “D-Day” dell’operazione “Overlord”, i nomi in codice che segnarono l’apertura da parte degli Alleati del secondo fronte e l’assalto alla fortezza Europa tenuta ancora saldamente ad occidente dai nazifascisti. I sovietici, che fino allora avevano sopportato sul terreno il peso più grande della guerra al nazifascismo contando già milioni di morti e distruzioni immani, avevano reclamato a gran voce l’apertura di quel fronte, non sembrandogli quello che era già aperto dagli angloamerDDay A 350 minicani in Italia – Roma era caduta due giorni prima del grande sbarco – adeguato a distruggere in tempi celeri la potenza tedesca. Roosevelt e Stalin erano pienamente d’accordo su questo, meno lo fu Churchill.

Hitler si trovò così a combattere su due fronti. Cosa che i comandi germanici e lui stesso avevano cercato di rifuggire, memori delle vicende della Prima guerra mondiale. Da quel momento per il despota nazista e per il suo sottoposto seguace italiano scattarono le lancette dell’orologio che segnava il tempo della loro fine.

Nella seconda guerra mondiale molta gente ha combattuto per distruggere il nazifascismo. Tantissimi i giovani - anche dei paesi colonizzati da Francia e Gran Bretagna o i neri americani vittime della discriminazione razziale - arruolati negli eserciti regolari alleati e tanti i partigiani e le partigiane in quelli irregolari e senza divisa. E poi i moltissimi civili che in vari modi hanno dato vita alla Resistenza nei paesi europei occupati dai nazisti. Resistenza, per inciso, fu anche quella del popolo britannico che seppe da solo per oltre un anno fronteggiare Hitler e Mussolini e non farsi piegarDDay B 350 mine dai bombardamenti a tappeto della Luftwaffe su Londra e le città industriali. E Resistenza fu anche quella degli operai americani, uomini e donne, che lavorarono senza sosta per produrre armi di ogni tipo per fronteggiare il militarismo giapponese in Oriente e il nazifascismo in Europa.

Tra i combattenti hanno un posto di rilievo quei ragazzi britannici, canadesi, americani e francesi che il 6 giugno del 1944 immolarono le loro giovani vite sulle spiagge della Normandia per venire a distruggere il nazifascismo in nome della libertà.
Ricordiamocene e ricordiamoli.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Un titolo sbagliato

 REFERENDUM ISTITUZIONALE SI E NO. SI

La verità sempre, contro ogni tentativo di revisionismo 

di Aldo Pirone
07 referendum 2 giugno scheda 360 minUn giornalismo disinvolto a volte fa titoli fuorvianti. Ieri su “il Fatto Quotidiano” diretto da Marco Travaglio, c’è un titolo a pagina 16: “2 giugno: Togliatti e Nenni erano contrari al referendum”. Il titolo sovrasta un articolo di Fabrizio D’Esposito a recensione del libro di Federico Fornaro “2 giugno 1946. Storia di un referendum” . La pubblicazione di Fornaro non l’ho letta, ma il pezzo di D’Esposito sì, e non mi è sembrato molto esplicativo della partita che allora si giocò.

Stando al titolo ad effetto sembra quasi che Nenni e Togliatti fossero contrari a che il popolo fosse chiamato a decidere sulla forma istituzionale dello Stato. Ma non è così. Infatti, sia nell’accordo fra i contraenti del governo Badoglio, scaturito dalla famosa “svolta” di Salerno perorata da Togliatti, sia nel decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944 non si era mai parlato di referendum, bensì di Assemblea Costituente. Il decreto del Luogotenente Umberto, che recepiva l’accordo di Salerno dandogli veste legislativa, recitava: “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione della Stato”. Inoltre, era scritto nel documento programmatico del governo Badoglio con i partiti antifascisti, che l’Assemblea Costituente era autorizzata a legiferare oltre a elaborare la nuova Costituzione. A rompere questa intesa – con un presa di posizione, inizio di una serie che cercò fino all’ultimo di cambiare le carte in tavola - era stato proprio il Luogotenente Umberto. Il 31 di ottobre in un’intervista al New York Times fu lui a sollevare la questione referendaria. A mettersi su questa scia savoiarda furono subito l’insieme delle forze moderate antifasciste, da Bonomi ai liberali di Croce e Cattani a De Gasperi che, già da ministro degli Esteri del terzo governo Bonomi, iniziò a cercare il consenso degli inglesi e, soprattutto, degli americani, su una linea di restaurazione moderata rispetto alle punte più avanzate della rivoluzione democratica in fieri. Gli americani del Presidente Truman non si fecero pregare. Anche loro, del resto, erano alla ricerca di appoggi moderati nei paesi dell’Europa occidentale in funzione anticomunista.

Divenuto Presidente del Consiglio alla caduta di Parri, il leader della Dc, con il Vaticano di Pio XII che lo teneva sub iudice premendolo in senso conservatore e anticomunista, si adoperò attivamente non solo per la scelta referendaria, ma anche per un’Assemblea Costituente che non avesse potere legislativo. Nenni e Togliatti subirono il “capolavoro” degasperiano, come lo chiama Fornaro, insieme ad altre cose – una politica economica liberista, la sostituzione dei prefetti nominati dal Cln con quelli di carriera del vecchio apparato monarchico, l’effettuazione delle elezioni amministrative prima di quelle politiche, la fine dell’epurazione ecc. - perché ritardare le elezioni, come stava avvenendo, faceva riguadagnare alla monarchia un certo consenso popolare soprattutto al sud. E tutto ciò mentre a livello internazionale andava scemando l’unità antifascista fra Usa, Urss e Gran Bretagna che aveva sbaragliato il nazifascismo e iniziavano gli spifferi gelidi della “guerra fredda”. A marzo del ‘46 c’era già stato il discorso di Churchill della “Cortina di ferro”. A un certo punto conquistare la Repubblica divenne una gara contro il tempo. La scelta del referendum per decidere fra monarchia e repubblica in quella situazione si configurò come un elemento della controffensiva moderata. Poi, come a volte accade nella storia, quella scelta si risolse in un bene perché fece scegliere direttamente agli italiani il proprio futuro mettendo fine a ogni contestazione e rimpianti futuri. Non a caso il Luogotenente Umberto tentò fino all’ultimo, chiamando in causa anche gli angloamericani che però rifiutarono, di rimandare sine die la consultazione con varie scuse dopo averla reclamata.

Nel giugno del 1960, Palmiro Togliatti, in una conferenza sulla svolta di Salerno tenuta al Teatro Alfieri di Torino, rivendicò, più o meno implicitamente, quel compromesso referendario. “Noi volevamo – spiegò - che la liberazione dalla monarchia avvenisse attraverso un voto popolare, attraverso una consultazione del popolo [e pensavamo che il voto] sarà tanto più favorevole alla Repubblica se noi riusciremo a presentare la monarchia al popolo perché la giudichi così come essa è. Così come l’ha vista al tempo della marcia su Roma, così come l’ha vista al tempo del ventennio fascista, così come l’ha vista al tempo della dichiarazione di guerra. Dovevamo prendere per il collarino il re e principe ereditario e presentarli noi al popolo: ecco giudicateli!”

E il popolo li giudicò colpevoli.

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

E fu la Repubblica

 2 GIUGNO 2021

Referendum. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne 

di Aldo Pirone
vittoria repubblica abitare a Roma 390 minLa cronaca politica di quei giorni tratta dal mio libro "I cinque anni che sconvolsero l'Italia 1943-1948. La rivoluzione democratica" di prossima pubblicazione, edito da Bordeaux

«Il 2 giugno 1946 il meteo dice che l’Italia è divisa. Tempo incerto con temporali al Centro-nord e primo caldo africano nel Sud. Anche le urne riveleranno un paese diviso lungo la stessa linea di demarcazione. Fin dal primo mattino la rivoluzione democratica prende forma davanti ai seggi. Lunghe file di uomini e di donne aspettano pazienti di dire la loro sul futuro dell’Italia. Per le donne, che fra gli aventi diritto al voto sopravanzano gli uomini di un milione, è la prima volta in una votazione politica nazionale. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne. Lo scrutinio inizia il pomeriggio del 3, perché si è votato anche il lunedì mattina. I primi risultati referendari arrivano dal Sud e dicono monarchia. Al Viminale c’è il ministro dell’Interno, il socialista Romita, a dirigere la macchina elettorale. Nella notte la monarchia è avanti, tanto che la mattina presto del 4 De Gasperi comunica al ministro della Real casa Falcone Lucifero che si prospetta una loro vittoria. Poi l’andamento si rovescia, arriva la valanga repubblicana del Centro-nord e nel pomeriggio del giorno successivo Romita annuncia il risultato: è Repubblica. Ma l’Italia è spaccata. Da metà Lazio in su la vittoria repubblicana è schiacciante. Viceversa, nel Sud e nelle isole, è la monarchia a prevalere nettamente.

L'ultima fellonia. Il re sembra accogliere il verdetto come aveva promesso e si prepara a partire per l’esilio. Sennonché ci ripensa. Un gruppo di giuristi padovani ha fatto osservare che il decreto elettorale luogotenenziale n. 98 assegna la vittoria all’opzione espressa dalla «maggioranza degli elettori votanti». Perciò i monarchici vogliono far entrare nel conto anche le schede nulle e bianche di cui ancora non c’è un dato definitivo. Alla fine saranno un milione e mezzo e anche volendole surrettiziamente conteggiare nel quorum, non muterebbero il risultato finale. Lo renderebbero solo più risicato e soggetto a richieste di riconteggi con querelle e recriminazioni infinite da parte monarchica. A dar man forte alla resistenza savoiarda ci si mette anche la Corte di cassazione chiamata a proclamare il risultato definitivo. Il 10 giugno il presidente Pagano legge i voti che hanno preso repubblica e monarchia, non dà il numero di quelli non validi e rimette a un’udienza successiva il giudizio finale L’ostinato e capzioso rifiuto di Umberto di prendere atto del risultato, scatena nel Paese manifestazioni contrapposte: antimonarchiche e antirepubblicane. A Roma, il pomeriggio dell’11, Romita celebra la vittoria della Repubblica con un grandioso comizio a piazza del Popolo. A Napoli, invece, si contano sette morti e molti feriti tra la folla di monarchici che assalta la federazione del Pci in via Medina, colpevole di aver esposto il tricolore senza la “ranocchia”, come viene sprezzantemente chiamato dai repubblicani lo stemma sabaudo. La Cgil mobilita i lavoratori a sostegno del governo. De Gasperi, intanto, fa la spola con il Quirinale cercando di convincere con le buone il re ad accettare il responso delle urne. È un lavoro estenuante, con momenti drammatici. In uno di questi, a Falcone Lucifero che inveisce contro di lui, De Gasperi risponde irato: "E sta bene: domattina o verrà lei a trovare me a Regina Coeli o verrò io a trovare lei". Alla fine, di fronte a un rifiuto che si fa via via più pervicace, cui si aggiunge l’intenzione di volere la ripetizione del referendum, nella notte fra il 12 e 13 il governo decide di far assumere a De Gasperi le funzioni di capo dello Stato ope legis, riducendo il re a semplice cittadino. A far decidere anche i titubanti è un “tintinnar di sciabole” golpista che si sente in alcuni ambienti militari monarchici, avvisaglia della guerra civile. Il governo è compatto nel fronteggiare il monarca. Le posizioni più lucide e intransigenti le ha Togliatti, ma anche il liberale Cattani, pur sostenendo le ragioni del re, non si oppone alle prese di posizione e alle decisioni governative. A propendere, invece, per le ragioni della Corona sono, in via personale, l’ammiraglio Stone e l’ambasciatore inglese Noel Charles. Il 13 Umberto II cede e nel pomeriggio vola da Ciampino verso Cascais in Portogallo. Se ne va irato, lanciando un proclama incendiario al Paese in cui accusa il governo di avere «in spregio alle leggi [...] compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano». De Gasperi, a nome del governo, respinge nella ricostruzione umbertina "quanto di fazioso e mendace" c’è, affermando che il regno dei Savoia "si conclude con una pagina indegna". La fellonia di Umberto l’ha privato del cordiale scambio di saluti che, all’atto della partenza, aveva immaginato di fare con il monarca.

La costituente. Ad aiutare l’isolamento della monarchia nelle sue velleità golpiste, è anche il risultato del voto per l’Assemblea costituente. Per le sinistre è una mezza delusione. I comunisti avevano due obiettivi: diventare primo partito a sinistra e ottenere insieme ai socialisti il 50% dei seggi. Invece, arrivano terzi, dopo il Psiup, e, insieme, non superano il 40%. Sempre a sinistra, chi esce distrutto dal voto è il Partito d’Azione che rimane sotto l’1,5% con due seggi, nonostante sia stato la seconda forza partigiana nella Resistenza. Prevedibilmente, invece, spariscono i demolaburisti, mentre riappare la tradizione storica del Partito repubblicano che conquista 23 seggi. A vincere è, indiscutibilmente, la Dc moderata con il 35% dei voti. Insieme ai liberali supera di poco il blocco socialcomunista. Ma a destra deve fare i conti con la presenza dell’Uomo qualunque che, essenzialmente nel Meridione, ha preso il 5,7% e i monarchici con il loro, più che deludente, 2,3% circa. Appare evidente che l’elettorato cattolico ha votato a maggioranza per la monarchia, in sintonia con il Vaticano che spinge a destra, in senso intransigentemente anticomunista, il partito di De Gasperi. Il panorama politico subisce qualche modificazione che mette irrevocabilmente da parte la vecchia “esarchia” del Cln e riassesta al centro la geografia politica del Paese rispetto al Centro-nord resistenziale. Tramontano, definitivamente, le vecchie personalità liberali prefasciste. Subito dopo i risultati, De Gasperi forma il suo secondo governo. È un quadripartito Dc-Pci-Psiup-Pri. Senza il Pli, che però lascia il ministro Corbino, trasformato in indipendente per l’occasione, a far da sentinella liberista al Tesoro e all’Economia. De Gasperi tiene anche gli Interni e, ad interim, gli Esteri. A capo provvisorio dello Stato i costituenti eleggono Enrico De Nicola, meridionale e monarchico. Lo propone Togliatti e ottiene rapidamente l’accordo unanime. È una figura perfetta per conquistare alla nascente Repubblica il consenso del Sud monarchico e isolare il revanscismo sabaudo».

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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A che punto è la notte

 CRONACHE&COMMENTI

 Le allucinazioni non mancano

di Aldo Pirone
LuigiDiMaio 350 260Luigi Di Maio non è mai stato un’aquila. Quando nel 2018 il M5S vinse le elezioni, proclamò che, finalmente, nasceva la “Repubblica dei cittadini” e si paragonò a De Gasperi. Pochi mesi dopo annunciò dal balcone di Palazzo Chigi la “fine della povertà” perché il governo gialloverde aveva varato il “reddito di cittadinanza”, per altro benemerito ma non tale da seppellire definitivamente il disagio sociale. Mentre lui da capo politico di pentastellati declamava e proclamava, Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio nel governo Conte 1, annichiliva rapidamente i grillini dimezzandoli e doppiandoli un anno dopo alle elezioni europee. Di Maio per tale strabiliante risultato aveva gentilmente concesso al “Bauscia” meneghino la postazione del Viminale occupata in quanto ministro dell’Interno: un disastro, per il M5s e per gli italiani assennati. Da cui ci salvò il mojito assunto in quantità industriale al Papeete da Salvini nell’agosto ’19, con il conseguente suicidio politico in “plein air”.

Oggi “Gigino” nel dare dimostrazione della sua sapienza politica “cia rioca”, come si dice a Roma. Le scuse chieste per aver messo alla gogna il sindaco di Lodi e la ministra Guidi a suo tempo, più che di ravvedimento, come lo magnificano i portavoce dell’establishment, sono segno di confusione mentale e di ricordi assai imprecisi. Sta di fatto che la lettera dimaiana al “Foglio” è presentata come una “svolta” antigiustizialista del M5S. In Italia i rappresentanti di lorsignori quando non sanno come difendersi usano buttare la palla in tribuna. Nella fattispecie fanno un miscuglio terrificante di cose diverse: gogna mediatica, pulsioni giustizialiste e populiste, prescrizione, riforma della giustizia ecc.. Ciò serve solo a far dimenticare e negare che in Italia esiste da anni una gigantesca “questione morale” nei partiti e nella classe politica, oltre che in altri gangli della società. A Di Maio, che in cuor suo non ha rinunciato alla leadership dei pentastellati e che vede il cambiamento del Movimento in direzione moderata e rassicurante per lorsignori, è sembrato naturale e necessario lanciare segnali confusi proprio sul terreno più controverso della nascita e della vita del M5S: il giustizialismo politico-mediatico non separato dalla voglia di giustizia. Ma la lettera al “Foglio” – il quotidiano di Ferrara è il più azzeccato per il “pentimento” – non è solo l’ammissione di un errore personale e collettivo è, a veder bene, anche un piccolo siluro lanciato alla barca di Conte in questo momento costretta al surplace. Infatti, il porto cui è diretta è sequestrato dal figlio di Casaleggio che tiene in cassaforte l’elenco degli iscritti al Movimento grillino, mentre il “garante” Grillo è tramortito dagli effetti del suo video sul figlio Ciro, detto lo “scarrafone”, e Di Battista, l’altro aquilotto grillino “contro”, sta fuori ma pure dentro bombardando i suoi ex da Tv e librerie. Insomma, un vero momentaccio per i cinquestelle.

E’ vero che, come dice Travaglio, Conte ha dato il suo placet al “pentimento” di Di Maio, ma l’ha derubricato al riconoscimento di un errore personale e non di più perché l’iniziativa ha rinfocolato le polemiche interne ai “grillini”, ha approfondito quelle con gli esterni fuoriusciti o che stanno ancora sulla soglia. Insomma la lettera di “Gigino” non aiuta Conte a disincagliare la barca pentastellata. Tutt’altro. E l’ex premier lo sa.

Anche dalle parti del Pd, però, le allucinazioni non mancano. Letta era andato da Draghi per fare le sue rimostranze sulla tassa di successione malamente respinta da “Supermario”, ma, a quanto pare, deve averne subito i rimbrotti sulle sue recenti polemiche anti Salvini. Tant’è che ne è uscito trasformato come se gli fosse apparsa la Madonna. “In Salvini ho trovato un volto vero, tutt’altro che finto. – ha detto ieri - In politica si incontrano molte maschere. Ma sappiamo entrambi che abbiamo una responsabilità sulle spalle: aiutare l’Italia ad uscire da questa crisi e far sì che le riforme che dobbiamo fare funzionino. Poi alle elezioni ci divideremo, ma credo che stiamo gestendo con responsabilità questa fase”. Mancava che gli cantasse la canzone di Mina “E’ un uomo per me”.

Qualcuno avverta Letta che la mattina a stomaco vuoto è meglio bere caffè, latte o tè che superliquori.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Pro veritate

 CRONACHE&COMMENTI

Come funziona la tassa di successione in Italia e in Europa secondo Economia&Finanze del giornale "Il Giorno".

di Aldo Pirone
enrico letta 370 min

Come al solito Salvini e Meloni, renziani e berluscones, giornalisti al seguito e conduttori di talk show televisivi ignoranti e in malafede cercano di nascondere la verità sulla proposta di Letta di aumentare la tassazione sui patrimoni dell’1% più ricco in favore dei giovani. Strillano e gridano come se lorsignori fossero minacciati da un esproprio proletario. Per confondere le acque parlano di tassazione a gogò (Meloni e Salvini) su piccoli patrimoni, di risparmi sudati, di normali case da un milione di euro ecc.. Tutte bugie dietro cui nascondere la verità.

Secondo Economia&Finanze del giornale "Il Giorno" la proposta del segretario del Pd riguarda una revisione delle aliquote sull'imposta sulle successioni e donazioni, senza colpire i beni fino a un milione di valore, ma portando dal 4 al 20% l'aliquota massima di tassazione per le eredità e le donazioni tra genitori e figli superiori a 5 milioni di euro. Un'operazione che riguarderebbe l'1% degli italiani e consentirebbe di recuperare 2,8 miliardi.

Le aliquote

L'idea base è modificare la tassazione sulla successione in senso progressivo lasciando l'aliquota al 4% per le eredità e le donazioni di parenti in linea retta (figli, nipoti o genitori) eccedenti quote tra 1 e 5 milioni di euro e portandola al 20% per le eredità superiori a 5 milioni di euro per la parte eccedente tale soglia. Verrebbe inoltre mantenuta la franchigia prevista attualmente: continuerebbero quindi a non essere colpiti i beni fino a un milione di euro di valore per ciascun erede.

Come funziona oggi

Chi oggi riceve in successione o donazione beni immobili o diritti su beni immobili paga un’aliquota del 4% del valore netto se l'erede è il coniuge o un parente in linea retta, con una franchigia di un milione di euro; del 6% sul valore complessivo netto eccedente i 100.000 euro, se l'erede è fratello o sorella o senza alcuna franchigia se è parente fino al quarto grado; dell'8% in tutti gli altri casi senza applicazione di alcuna franchigia.

Italia tra le più basse d’Europa

L'aliquota di tassazione per eredità o donazioni, anche sopra i 5 milioni di euro, tra genitori e figli, in Italia, è attualmente tra le più basse d'Europa, appunto al 4%.

Le aliquote in Europa

In Germania è al 30%, in Spagna al 34%, in Gran Bretagna al 40% e in Francia al 45%. Secondo l'Osservatorio sui conti pubblici italiani, il gruppo di ricerca dell'Università Cattolica guidato da Carlo Cottarelli, il gettito dell'imposta è modesto e significativamente inferiore a quello degli altri principali paesi europei.

Il confronto

In base ai dati dell'Ocse, gli incassi sono stati pari a soli 820 milioni nel 2018, ovvero lo 0,05% del Pil (e lo 0,11% delle entrate totali). Si tratta di una cifra lontana da quanto raccolto negli altri principali Paesi europei. In Francia, per esempio, nel 2018 il gettito dell'imposta su successioni e donazioni è stato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61% del Pil: in altre parole, quasi tredici volte il gettito italiano in rapporto al Pil. A quota 0,20-0,25% del Pil troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi al cambio del 2018) e la Spagna (2,7 miliardi). Questo grazie a una struttura dell'imposta diversa da quella italiana: tutti e quattro i Paesi hanno infatti aliquote molto più elevate rispetto a quelle in vigore in Italia (anche superiori al 50% in Francia) e franchigie significativamente più basse.

Esempi pratici

Secondo l'Osservatorio, se si considera un'eredità del valore netto di 1 milione di euro lasciata da un genitore al proprio figlio, in Italia la franchigia di 1 milione è sufficiente a evitare completamente l'imposizione, mentre in Spagna l'imposta ammonterebbe a circa 335.000 euro, in Francia a 270.000, nel Regno Unito a 245.000 e in Germania a 115.000.

Questa è la verità e la realtà. Gli stridii della destra servono solo a ribadire che loro sono la “guardia nera” di lorsignori. Non possono usare il manganello, usano la disinformazione.

Come sempre.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Una cosa di sinistra

CRONACHE&COMMENTI

Il Presidente Draghi dovrebbe rileggersi l'Art 3 della Costituzione

di Aldo Pirone
costituzione art 3 390 minGiovedì scorso, finalmente, Letta ha ritirato fuori una proposta sociale di sinistra: la cosiddetta “dote” ai diciottenni del ceto medio basso da finanziare con un prelievo dell’1% sulla tassa di successione per i patrimoni da cinque milioni in su dei più ricchi. L’uscita lettiana ha avuto il merito di separare il grano dall’oglio. Infatti, i difensori di lorsignori si sono subito scagliati contro, da Salvini a Meloni, da FI ai renziani di IV e a quelli, come Marcucci, rimasti nel PD per far da sponda al “Bomba”. A favore tutta la sinistra fino a Fratoianni. Silenti i “grillini” che evidentemente ci stanno almanaccando sopra. Devono ancora capire, se ci riescono, se la proposta di Letta può essere annoverata nella transizione ecologica e nel miglioramento dell’ambiente. Quello sociale certamente.

In altri paesi europei sulla tassazione della successione dei grandi patrimoni sono molto più avanti. Come faceva notare ieri su “La Stampa” Vincenzo Visco questa tassa “era il prelievo preferito del pensiero liberale. Da John Stuart Mill a Luigi Einaudi” perché, aggiunge, “non aveva senso che il nipote imbecille di un nonno intelligente vivesse di rendita”. La proposta di Letta, al di là della modesta entità, ha un pregio: pone il problema della redistribuzione della ricchezza al fine della lotta alle disuguaglianze sociali assai cresciute prima e durante la pandemia. Ed è di fronte a questo problema che gli schieramenti politici si scompongono e si ricompongono lungo discriminanti vere fra destra e sinistra, conservatorismo e progressismo, egoismo di classe e solidarietà sociale. Quando c’è di mezzo la “roba” anche i più serafici dell’establishment giornalistico perdono il loro aplomb “al di sopra delle parti”. Questi liberali, così delicati quando si tratta di coprire evasori, elusori e approfittatori vari del pubblico erario giustificati, secondo loro, da una pressione fiscale troppo alta, da una parte digrignano i denti e dall’altra si travestono da modesti percettori di piccole proprietà, secondo la regola aurea tutta italiana del “chiagni e fotti”. Tra quest’ultimi, per esempio, Marcello Sorgi, dipendente della famiglia Agnelli. Aiutato da una svampita Myrta Merlino nel talk show “L’aria che tira”, dice, querulo, che un’aliquota a partire da un milione di euro è il valore di una “normale casa familiare” in una grande città. “Normale” per lorsignori, evidentemente, perché i lavoratori che producevano per i padroni di Sorgi non ci hanno mai abitato in simili “case popolari”.

A dare la stura ai “Don Gesualdo” nostrani, è stato il Presidente Draghi che ha fatto finta di non capire buttando la palla incendiaria in tribuna, soprattutto quella vip. Rispondendo alla domanda di un giornalista ha mandato in brodo di giuggiole sia la destra becera che quella dei salotti buoni. “Questo è il momento di dare i soldi ai cittadini e non di prenderli – ha ripetuto - perché siamo ancora in un momento di recessione". Manco Letta avesse proposto una tassa simile a quella ottocentesca “sul macinato” che devastò le plebi contadine e operaie. Gli ha risposto a dovere il dem Beppe Provenzano: “Presidente Draghi, la tassa di successione c’è nei paesi più avanzati, la propone il Fondo monetario internazionale. Tassare l’1% più ricco, che eredita milioni di euro o li riceve in dono, non è chiedere: è restituire. Con giustizia”.

Forse il Presidente Draghi dovrebbe rileggersi la Costituzione. Per esempio il comma due dell’art. 3 che Repubblica assegna il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che “limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E, visto che c’è, ripassare a memoria l’art 53 sulla progressività del sistema tributario.
Capirebbe così quel che dovrebbe fare chi si propone di riformare l’Italia. “Con giustizia”.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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“Proporzionalità” e avvoltoi

 CRONACHE&COMMENTI

Tanti cadaveri per terra e gli avvoltoi iniziano a volteggiare

di Aldo Pirone
GuerraNetanyahu Hamas Corriere del Ticino min243 morti palestinesi e 12 israeliani. Questa è la proporzionalità dei dieci giorni di conflitto fra palestinesi e Israele. La cifra parla da sola e dice quanta ignominia, mistificazione e fellonia ci siano state nei cosiddetti difensori dello “Stato ebraico” in Italia, in Europa e in America che questa “proporzionalità” hanno ipocritamente e flebilmente chiesto a Netanyahu. Ieri, finalmente, è arrivata la tregua; che sembra reggere in attesa del prossimo massacro. Le grida di vittoria del premier israeliano, da una parte, come quelle di Hamas dall’altra, sanno di danza macabra sui poveri morti palestinesi.

La temporanea interruzione del conflitto endemico è arrivata dopo che Netanyahu ha rafforzato le sue chances di rimanere al potere e di non essere scalzato da primo ministro di Israele, dopo che il Presidente di Israele Rivlin ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo al rivale Lipid. Perché è per questo che “Bibi” ha fatto la strage “sproporzionata” aiutato in ciò, come al solito, dai razzi di Hamas che, mentre tiene sotto il suo ferreo controllo la striscia di Gaza, mira ad accreditarsi sempre più come rappresentante dei palestinesi contro l’esaurita e screditata Anp (Autorità nazionale palestinese) di Abu Mazen insediata in Cisgiordania. Senza contare che tutti, Israele e formazioni palestinesi (Al Fatah, Hamas, Hezbollah ecc.), hanno i loro appoggi internazionali dentro e fuori il Medio Oriente.

Purtroppo, quando ci sono tanti cadaveri per terra, gli avvoltoi iniziano a volteggiare. Fra questi Erdogan. Il semi autocrate turco ha aggiunto in questi giorni il suo repellente contributo alla lunga serie di strumentalizzazioni e tradimenti dei “fratelli” arabi e islamici nei confronti dei palestinesi. Una storia vergognosa che ha accompagnato fin dall’inizio la loro tragedia e che non è tra le ultime cause della loro debolezza politica. Anche il “sultano” turco ha un’elezione da vincere nel 2023 e non ne è sicuro, nonostante la chiusura dei giornali di opposizione, l’incarcerazione massiccia di suoi esponenti e militanti, di avvocati e magistrati e il tentativo di mettere la mordacchia agli studenti delle libere Università e di ricacciare le donne nell’harem musulmano. Tenta di farsi paladino dei palestinesi e campione della parte integralista dell’Umma musulmana, chiama massacratori gli israeliani e i loro sostenitori in Occidente dimenticandosi di essere lui stesso un massacratore da lunghi anni del popolo curdo musulmano ma laico e di tanti suoi connazionali.

Il classico bue che dice cornuto all’asino.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Che so’ Pasquale io!

 CRONACHE&COMMENTI

La precarietà la vogliamo sconfiggere oppure no?

di Aldo Pirone
LettaBersani 390 minVenerdì e sabato scorsi Mdp-Art. 1 ha svolto la sua assemblea nazionale da remoto per fare il punto sulla situazione politica. Ospiti anche Letta e Conte. Nell’area frastagliata a sinistra del Pd, Mdp non è fra le più grandi tra le piccole formazioni che lo affollano, ma è quella più visibile perché esprime il ministro della salute Speranza, bestia nera della destra, che finora è riuscito a tenere nel governo la barra dritta del rigore e della prudenza sulla pandemia, sostanzialmente appoggiato dal Presidente del Consiglio contro Salvini e Renzi. Inoltre, sorretta da Bersani, è la compagine che sembra avere le idee più chiare nell’ambito dei vecchi sodali della maggioranza contiana e anche verso la nuova dirigenza del Pd. Idee, però, che finora non erano diventate iniziativa politica, ma solo auspici sempre più stanchi.


Nell’assemblea, sia Bersani sia Speranza hanno cercato di colmare questo vuoto verso gli alleati dem e grillini. Il primo ha proposto una riunione per elaborare una comune proposta di riforma fiscale, il secondo ha annunciato che parteciperà alle “Agorà” volute da Letta d'interni ed esterni al Pd per stimolare il rinnovamento e la rivitalizzazione del partito. Visto com’è messo il Pd, si potrebbe dire: “vasto programma”. Talmente vasto che il segretario vuole realizzarlo aprendo un pertugio quando, invece, sarebbe necessario aprire porte e finestre a una costituente di tutte le forze di sinistra, cioè a quel “fatto nuovo” tanto reclamato da Bersani. In mancanza di ciò, Speranza dice ai suoi che bisogna infilarsi in quel pertugio. La mossa è audace ma rischiosa. Potrebbe anche risolversi, come molti vorrebbero, in un’operazione di potere trasformistica di ritorno nel vecchio contenitore per condizionarlo un po’ più a sinistra dall’interno, limitandosi ad aiutare chi vuole allontanare dal partito le presenze renziane ancora corpose. Starà all’abilità e alla forza, quest’ultima purtroppo assai scarsa, di Mdp di evitare l’impaludamento trasformistico per spingere i dem ad aprire tutte le imposte di una casa molto ammuffita.

Nella stessa direzione dovrebbero tirare tutti coloro, associazioni e personalità esterne ai dem, che decidessero di partecipare alle “Agorà”. La posta in gioco dentro il Pd, infatti, non è solo la liberazione dalla zavorra renziana che ancora vi alberga, ma il superamento del suo Dna liberal democratico varato al Lingotto che a quella zavorra ha aperto la strada. Le due cose, infatti, simul stabunt simul cadent. Nelle prossime settimane a essere messa alla prova è la politica fin qui espressa da Letta che già adesso sta mostrando seri limiti e provocando delusioni non indifferenti; a cominciare dalle questioni del lavoro, della gestione a dir poco strampalata delle convergenze possibili col M5s nelle prossime elezioni amministrative nelle grandi città (vedi Roma innanzitutto) dove, com’era largamente prevedibile, riemerge la balcanizzazione dei dem in cordate e sotto cordate locali, per finire alla tragedia Israelo-palestinese in corso. Il fatto che i sondaggi, per quel che valgono, mostrino un Pd fisso attorno al 19% e in via di superamento da parte dei neofascisti di FdI, dovrebbe far riflettere il segretario dem e tutto il gruppo dirigente anti renziano nelle sue varie gradazioni: l’elezione di Letta non ha iniziato alcun recupero elettorale nelle periferie sociali e nel mondo del lavoro.

Di buon senso anche l’iniziativa e la proposta di Bersani che, però, dovrebbe essere estesa anche a Sinistra italiana. L’ex – anche lui! - segretario dei democrats, dice a Pd e M5s di cominciare dalla riforma fiscale per poi estendere il metodo unitario di elaborazione e proposizione anche a tutte le altre riforme all’odg del governo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di far agire all’unisono i protagonisti della vecchia maggioranza contiana invece di lasciare spazio alle scorrerie propagandistiche di Salvini. La cosa sembrerebbe scontata, ma non lo è; il che la dice lunga sul ritardo, anzi la tetraggine, del Pd e del M5s. Letta e Conte continuano a promettersi tanto amore per il futuro quanto poco riescano a praticarne nel presente.

A dare una scossa salutare a tutti è stato l’intervento del segretario della Cgil Landini con domande dirette come uno schiaffo. ”La precarietà – ha chiesto - la vogliamo sconfiggere oppure no?”. E ancora: “Vogliamo o meno intervenire in modo radicale per una unità di diritti e tutele nel mondo del lavoro? Le forze di sinistra assumono questo bisogno o no? Oppure pur di lavorare ci va bene tutto?”.

Solo che Letta – ma anche Conte – avrà pensato che le manate che arrivavano da Landini sulla sua faccia non lo riguardassero perché erano indirizzate alla sinistra.

Come nella vecchia gag di Totò: “Che so’ Pasquale io!”

 

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Sadico accanimento

 CRONACHE&COMMENTI

 "Donna" Giorgia l'abbiamo già sperimentata

di Aldo Pirone
GiorgiaMeloni urla 370 minIeri a “mezz’ora in più” Giorgia Meloni ha detto di essere pronta a governare. L'ha detto come se fosse la prima volta a dover dare questa prova agli italiani. Ma non è così. “Donna” Meloni ha già dato un ottimo esempio delle sue capacità di governo dal 2008 al 2011 quando fu ministro della gioventù nel governo Berlusconi. Sì, proprio in quell’esecutivo che portò l’Italia al default finanziario con lo spread a 574 punti. Come ministro si distinse subito per aver invitato gli atleti italiani a boicottare la cerimonia d'apertura dei Giochi olimpici di Pechino nel 2008. Cosa che non fu condivisa manco da Berlusconi e dalla stessa delegazione dei nostri atleti. Poi, però, affinò le sue acerbe capacità di governo sostenendo, nel febbraio 2009, senza se e senza ma il decreto legge governativo per l’alimentazione forzata della povera Eluana Englaro. Ricordate? Berlusconi dopo averla vista mentre vegetava da diciassette anni disse: "Potrebbe ancora generare un figlio". Tra le tante, una delle vergogne più esecrande del centrodestra berlusconiano e “libertario” che bisognerebbe rammentare a chi oggi parla di Berlusconi come statista e ammira – qualche scimunito di sinistra - la “coerenza” della Meloni. Beppino Englaro, padre della povera Eluana, definì l’accanimento del governo verso sua figlia in cui troneggiava la Meloni un “tormento senza fine”.

Come ministro la Meloni maneggiò anche dei soldi. Per le politiche giovanili amministrò un fondino di trecento milioni. I primi a non accorgersi dei risultati conseguiti con quei soldi furono proprio i destinatari. Ad accorgersi invece di certe conseguenze sulla loro vita furono i pensionati maltrattati dalla legge Fornero che la Meloni votò, come quasi tutti gli altri partecipanti alla maggioranza che sorreggeva il governo tecnico di Monti. Solo che lei ha tentato di nasconderlo così come ha occultato il suo voto positivo in Consiglio dei ministri per l’istituzione del tanto vituperato Mes.

Per andare un po’ più lontano è da ricordare che "donna" Giorgia partecipò al governo della Provincia di Roma come consigliera di Alleanza nazionale dal 1998 al 2003 a sostegno della giunta di centrodestra del suo camerata Silvano Moffa di cui gli elettori si liberarono appena possibile. E questo solo per rammentare le sue prove di governo già date. Era ancora giovane, si dirà. E’ vero, aveva 31 anni e oggi, a 44, è maturata, basta vedere come si è comportata durante la pandemia, invocando aperture a gogò, negando ogni stato di emergenza, dicendo agli italiani che non era il virus a limitarne la libertà ma Conte, Speranza e ora Draghi; proponendo, in odio all’Unione europea, di andare a farci dare gli aiuti finanziari dal FMI tramite l’intercessione di Trump, senza sapere che i cosiddetti “diritti speciali di prelievo” di cui cianciava a sproposito erano aleatori. Insomma, solo sulle questioni di governo non ne ha azzeccata una, per non dire del resto.

Con queste credenziali, la sua voglia di governare è assai simile a un sadico desiderio di tortura contro l’Italia e gli italiani.

Proprio come quello contro la povera Eluana Englaro.

 

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