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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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“Proporzionalità” e avvoltoi

 CRONACHE&COMMENTI

Tanti cadaveri per terra e gli avvoltoi iniziano a volteggiare

di Aldo Pirone
GuerraNetanyahu Hamas Corriere del Ticino min243 morti palestinesi e 12 israeliani. Questa è la proporzionalità dei dieci giorni di conflitto fra palestinesi e Israele. La cifra parla da sola e dice quanta ignominia, mistificazione e fellonia ci siano state nei cosiddetti difensori dello “Stato ebraico” in Italia, in Europa e in America che questa “proporzionalità” hanno ipocritamente e flebilmente chiesto a Netanyahu. Ieri, finalmente, è arrivata la tregua; che sembra reggere in attesa del prossimo massacro. Le grida di vittoria del premier israeliano, da una parte, come quelle di Hamas dall’altra, sanno di danza macabra sui poveri morti palestinesi.

La temporanea interruzione del conflitto endemico è arrivata dopo che Netanyahu ha rafforzato le sue chances di rimanere al potere e di non essere scalzato da primo ministro di Israele, dopo che il Presidente di Israele Rivlin ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo al rivale Lipid. Perché è per questo che “Bibi” ha fatto la strage “sproporzionata” aiutato in ciò, come al solito, dai razzi di Hamas che, mentre tiene sotto il suo ferreo controllo la striscia di Gaza, mira ad accreditarsi sempre più come rappresentante dei palestinesi contro l’esaurita e screditata Anp (Autorità nazionale palestinese) di Abu Mazen insediata in Cisgiordania. Senza contare che tutti, Israele e formazioni palestinesi (Al Fatah, Hamas, Hezbollah ecc.), hanno i loro appoggi internazionali dentro e fuori il Medio Oriente.

Purtroppo, quando ci sono tanti cadaveri per terra, gli avvoltoi iniziano a volteggiare. Fra questi Erdogan. Il semi autocrate turco ha aggiunto in questi giorni il suo repellente contributo alla lunga serie di strumentalizzazioni e tradimenti dei “fratelli” arabi e islamici nei confronti dei palestinesi. Una storia vergognosa che ha accompagnato fin dall’inizio la loro tragedia e che non è tra le ultime cause della loro debolezza politica. Anche il “sultano” turco ha un’elezione da vincere nel 2023 e non ne è sicuro, nonostante la chiusura dei giornali di opposizione, l’incarcerazione massiccia di suoi esponenti e militanti, di avvocati e magistrati e il tentativo di mettere la mordacchia agli studenti delle libere Università e di ricacciare le donne nell’harem musulmano. Tenta di farsi paladino dei palestinesi e campione della parte integralista dell’Umma musulmana, chiama massacratori gli israeliani e i loro sostenitori in Occidente dimenticandosi di essere lui stesso un massacratore da lunghi anni del popolo curdo musulmano ma laico e di tanti suoi connazionali.

Il classico bue che dice cornuto all’asino.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Che so’ Pasquale io!

 CRONACHE&COMMENTI

La precarietà la vogliamo sconfiggere oppure no?

di Aldo Pirone
LettaBersani 390 minVenerdì e sabato scorsi Mdp-Art. 1 ha svolto la sua assemblea nazionale da remoto per fare il punto sulla situazione politica. Ospiti anche Letta e Conte. Nell’area frastagliata a sinistra del Pd, Mdp non è fra le più grandi tra le piccole formazioni che lo affollano, ma è quella più visibile perché esprime il ministro della salute Speranza, bestia nera della destra, che finora è riuscito a tenere nel governo la barra dritta del rigore e della prudenza sulla pandemia, sostanzialmente appoggiato dal Presidente del Consiglio contro Salvini e Renzi. Inoltre, sorretta da Bersani, è la compagine che sembra avere le idee più chiare nell’ambito dei vecchi sodali della maggioranza contiana e anche verso la nuova dirigenza del Pd. Idee, però, che finora non erano diventate iniziativa politica, ma solo auspici sempre più stanchi.


Nell’assemblea, sia Bersani sia Speranza hanno cercato di colmare questo vuoto verso gli alleati dem e grillini. Il primo ha proposto una riunione per elaborare una comune proposta di riforma fiscale, il secondo ha annunciato che parteciperà alle “Agorà” volute da Letta d'interni ed esterni al Pd per stimolare il rinnovamento e la rivitalizzazione del partito. Visto com’è messo il Pd, si potrebbe dire: “vasto programma”. Talmente vasto che il segretario vuole realizzarlo aprendo un pertugio quando, invece, sarebbe necessario aprire porte e finestre a una costituente di tutte le forze di sinistra, cioè a quel “fatto nuovo” tanto reclamato da Bersani. In mancanza di ciò, Speranza dice ai suoi che bisogna infilarsi in quel pertugio. La mossa è audace ma rischiosa. Potrebbe anche risolversi, come molti vorrebbero, in un’operazione di potere trasformistica di ritorno nel vecchio contenitore per condizionarlo un po’ più a sinistra dall’interno, limitandosi ad aiutare chi vuole allontanare dal partito le presenze renziane ancora corpose. Starà all’abilità e alla forza, quest’ultima purtroppo assai scarsa, di Mdp di evitare l’impaludamento trasformistico per spingere i dem ad aprire tutte le imposte di una casa molto ammuffita.

Nella stessa direzione dovrebbero tirare tutti coloro, associazioni e personalità esterne ai dem, che decidessero di partecipare alle “Agorà”. La posta in gioco dentro il Pd, infatti, non è solo la liberazione dalla zavorra renziana che ancora vi alberga, ma il superamento del suo Dna liberal democratico varato al Lingotto che a quella zavorra ha aperto la strada. Le due cose, infatti, simul stabunt simul cadent. Nelle prossime settimane a essere messa alla prova è la politica fin qui espressa da Letta che già adesso sta mostrando seri limiti e provocando delusioni non indifferenti; a cominciare dalle questioni del lavoro, della gestione a dir poco strampalata delle convergenze possibili col M5s nelle prossime elezioni amministrative nelle grandi città (vedi Roma innanzitutto) dove, com’era largamente prevedibile, riemerge la balcanizzazione dei dem in cordate e sotto cordate locali, per finire alla tragedia Israelo-palestinese in corso. Il fatto che i sondaggi, per quel che valgono, mostrino un Pd fisso attorno al 19% e in via di superamento da parte dei neofascisti di FdI, dovrebbe far riflettere il segretario dem e tutto il gruppo dirigente anti renziano nelle sue varie gradazioni: l’elezione di Letta non ha iniziato alcun recupero elettorale nelle periferie sociali e nel mondo del lavoro.

Di buon senso anche l’iniziativa e la proposta di Bersani che, però, dovrebbe essere estesa anche a Sinistra italiana. L’ex – anche lui! - segretario dei democrats, dice a Pd e M5s di cominciare dalla riforma fiscale per poi estendere il metodo unitario di elaborazione e proposizione anche a tutte le altre riforme all’odg del governo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di far agire all’unisono i protagonisti della vecchia maggioranza contiana invece di lasciare spazio alle scorrerie propagandistiche di Salvini. La cosa sembrerebbe scontata, ma non lo è; il che la dice lunga sul ritardo, anzi la tetraggine, del Pd e del M5s. Letta e Conte continuano a promettersi tanto amore per il futuro quanto poco riescano a praticarne nel presente.

A dare una scossa salutare a tutti è stato l’intervento del segretario della Cgil Landini con domande dirette come uno schiaffo. ”La precarietà – ha chiesto - la vogliamo sconfiggere oppure no?”. E ancora: “Vogliamo o meno intervenire in modo radicale per una unità di diritti e tutele nel mondo del lavoro? Le forze di sinistra assumono questo bisogno o no? Oppure pur di lavorare ci va bene tutto?”.

Solo che Letta – ma anche Conte – avrà pensato che le manate che arrivavano da Landini sulla sua faccia non lo riguardassero perché erano indirizzate alla sinistra.

Come nella vecchia gag di Totò: “Che so’ Pasquale io!”

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Sadico accanimento

 CRONACHE&COMMENTI

 "Donna" Giorgia l'abbiamo già sperimentata

di Aldo Pirone
GiorgiaMeloni urla 370 minIeri a “mezz’ora in più” Giorgia Meloni ha detto di essere pronta a governare. L'ha detto come se fosse la prima volta a dover dare questa prova agli italiani. Ma non è così. “Donna” Meloni ha già dato un ottimo esempio delle sue capacità di governo dal 2008 al 2011 quando fu ministro della gioventù nel governo Berlusconi. Sì, proprio in quell’esecutivo che portò l’Italia al default finanziario con lo spread a 574 punti. Come ministro si distinse subito per aver invitato gli atleti italiani a boicottare la cerimonia d'apertura dei Giochi olimpici di Pechino nel 2008. Cosa che non fu condivisa manco da Berlusconi e dalla stessa delegazione dei nostri atleti. Poi, però, affinò le sue acerbe capacità di governo sostenendo, nel febbraio 2009, senza se e senza ma il decreto legge governativo per l’alimentazione forzata della povera Eluana Englaro. Ricordate? Berlusconi dopo averla vista mentre vegetava da diciassette anni disse: "Potrebbe ancora generare un figlio". Tra le tante, una delle vergogne più esecrande del centrodestra berlusconiano e “libertario” che bisognerebbe rammentare a chi oggi parla di Berlusconi come statista e ammira – qualche scimunito di sinistra - la “coerenza” della Meloni. Beppino Englaro, padre della povera Eluana, definì l’accanimento del governo verso sua figlia in cui troneggiava la Meloni un “tormento senza fine”.

Come ministro la Meloni maneggiò anche dei soldi. Per le politiche giovanili amministrò un fondino di trecento milioni. I primi a non accorgersi dei risultati conseguiti con quei soldi furono proprio i destinatari. Ad accorgersi invece di certe conseguenze sulla loro vita furono i pensionati maltrattati dalla legge Fornero che la Meloni votò, come quasi tutti gli altri partecipanti alla maggioranza che sorreggeva il governo tecnico di Monti. Solo che lei ha tentato di nasconderlo così come ha occultato il suo voto positivo in Consiglio dei ministri per l’istituzione del tanto vituperato Mes.

Per andare un po’ più lontano è da ricordare che "donna" Giorgia partecipò al governo della Provincia di Roma come consigliera di Alleanza nazionale dal 1998 al 2003 a sostegno della giunta di centrodestra del suo camerata Silvano Moffa di cui gli elettori si liberarono appena possibile. E questo solo per rammentare le sue prove di governo già date. Era ancora giovane, si dirà. E’ vero, aveva 31 anni e oggi, a 44, è maturata, basta vedere come si è comportata durante la pandemia, invocando aperture a gogò, negando ogni stato di emergenza, dicendo agli italiani che non era il virus a limitarne la libertà ma Conte, Speranza e ora Draghi; proponendo, in odio all’Unione europea, di andare a farci dare gli aiuti finanziari dal FMI tramite l’intercessione di Trump, senza sapere che i cosiddetti “diritti speciali di prelievo” di cui cianciava a sproposito erano aleatori. Insomma, solo sulle questioni di governo non ne ha azzeccata una, per non dire del resto.

Con queste credenziali, la sua voglia di governare è assai simile a un sadico desiderio di tortura contro l’Italia e gli italiani.

Proprio come quello contro la povera Eluana Englaro.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Il nazionalismo israeliano

CRONACHE&COMMENTI

Un conto sono gli ebrei e altro conto è la politica di destra di Netanyahu

di Aldo Pirone
Benjamin Netanyahu InsideOver minUn conto sono gli ebrei e un conto è la politica della destra nazionalista di Israele ottimamente espressa da Netanyahu. Questa politica assomiglia come una goccia d’acqua a tutte le politiche delle destre nazionaliste di ogni altra parte del mondo. In particolare, se si tiene conto che nello stato israeliano vivono 1.800.000 arabi, è molto vicina a quella degli afrikaner sudafricani ai tempi dell’apartheid. Ho provato una pena profonda nel vedere ieri sera al presidio promosso dagli ebrei romani l’accoglienza che è stata fatta a Meloni e Salvini. E’ una prova di come il nazionalismo possa travolgere e stravolgere la storia di un popolo facendogli dimenticare ciò che ha subito di atroce, l’olocausto, e da parte di chi e come quell'atrocità possa essere utilizzata per una politica sbagliata che nega agli altri, i palestinesi, certo non esenti da colpe politiche nella conduzione di una lotta giusta, il diritto a uno stato e a una patria. La manifestazione non era in difesa di Israele come proclamato dai promotori, ma in realtà di Netanyahu e della sua politica antipalestinese. Perciò, non ho capito né apprezzato neanche la partecipazione al presidio del segretario del PD Letta. Mi è sembrato un gesto elettoralistico e, considerata la tragedia in corso in Palestina, persino ripugnante. Ho invece apprezzato l’intervento del dem Emanuele Fiano alla Camera che ha ricordato il diritto a uno stato da parte dei palestinesi, anche perché a farlo era un ebreo la cui famiglia ha subìto nella sua carne le conseguenze della politica di sterminio nazifascista.

Che a innescare l’ennesima escalation di morti e di rappresaglie asimmetriche siano stati gli israeliani non c’è dubbio. Questa volta la provocazione è stata lo sfratto di famiglie arabo-palestinesi da case che erano loro da decine di anni e dalle manifestazioni antiarabe di ebrei ortodossi. Succede ogni volta che in Israele il potere sfugge di mano alla destra, nella fattispecie di oggi a Netanyahu. Con Hamas pronta a fargli il controcanto. Le conseguenze, finora: decine di morti, in gran parte palestinesi ma anche israeliani, tra cui molte donne e bambini.

Sessant’anni fa mi capitò di vedere il film Exodus di Otto Preminger, un bel polpettone agiografico romanzato sulla fondazione di Israele superbamente interpretato da un giovane Paul Newman. Mi colpì il colloquio che Ari (Newman) ha con lo zio Akiva capo terrorista dell’Irgun. Akiva dice, a un dipresso, che si può discutere del diritto dei palestinesi alla terra contesa e che non si può negare, dall’altra parte, che gli ebrei, in una storia dell’umanità fatta d'ingiustizie, non abbiano avuto la loro parte. Perciò, conclude, che la prossima ingiustizia vada a danno di qualcun altro. Cioè dei palestinesi. Il diritto all’esistenza di uno stato ebraico si è confuso con questa filosofia nazionalista ed egoistica di destra che da molti anni ormai ha preso il sopravvento e dirige stabilmente la politica di Israele verso gli arabi palestinesi, dentro e fuori i propri confini. Per questo oggi riceve la solidarietà di Meloni e Salvini che in Italia e in Europa occhieggiano ai gruppi neofascisti antisemiti.

Io continuo a credere e sperare che all’interno di Israele, così come dentro la galassia palestinese, prevalgano forze responsabili che possano tornare a trattare una pace stabile fondata sul diritto eguale e partitario all’esistenza in sicurezza di due stati per due popoli in un destino comune di pace e collaborazione. Non credo che vedrò questo giorno.

Spero che lo possano vedere le nuove generazioni palestinesi e israeliane.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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La dentiera

CRONACHE&COMMENTI

Il principio della solidariertà e il futuro “governo del mondo”

di Aldo Pirone
comeleformiche 390 minPer chi ha una visione marxisticamente dogmatica del capitalismo le sorprese nella sua storia non mancano. Prendiamo, per esempio, l’ultimo quarantennio. Il turbo neoliberismo sprigionato dalla rivoluzione tecnologica e che innescò una nuova e più coinvolgente globalizzazione, prese avvio nella seconda metà degli anni ’70. Solo nel 2008 subì una scossa consistente con la crisi finanziaria nata negli Stati Uniti e le conseguenti ricadute nei vari paesi dell’occidente capitalistico e in Europa.

Una scossa che, però, non portò a nessuna svolta radicale nelle politiche economiche neoliberiste. Negli Usa la politica di Obama, rimasto al governo per otto anni, assomigliò poco al vigore del new deal rooseveltiano tanto è vero che a subentrargli fu Trump. In Europa, d’altro canto, la crisi finanziaria non scalzò le arcigne politiche dell’austerità di matrice tedesca facendo crescere le forze nazionaliste in vari paesi europei. La reazione sociale dei ceti popolari colpiti dalla globalizzazione neoliberista portata avanti dalla destra moderata e mondialista fu catturata dalle destre nazionaliste e gonfiò le loro vele. Sembrò allora che la partita politica, economica e sociale che si era aperta in ambito euroatlantico, fosse fra due destre: quella nazionalista contro quella degli establishment neoliberisti. A star fuori dai giochi era la sinistra d’ispirazione socialista in Europa o solo democratica negli Stati Uniti. La sua subalternità alla fase neoliberista durata quasi quarant’anni, riassumibile con la “terza via” blairiana e, in America, nella politica clintoniana – basti pensare al famoso Ulivo mondiale vagheggiato da certa sinistra nostrana - , l’avevano talmente devitalizzata e tramortita – con la scomposizione del suo blocco sociale fordista ad opera della rivoluzione tecnologica – da non essere in grado di rialzare la testa, come era successo, bene o male, in altre fasi di crisi politiche e sociali o dovute a sconvolgimenti bellici.

Le contraddizioni immanenti al neoliberismo capitalistico - soprattutto quelle finanziarie che erano aumentate di peso divenendo dominanti rispetto alla produzione di merci - anche se sfociavano in qualche crisi sembravano non metterne più di tanto in discussione le magnifiche sorti e progressive. Perciò, come sopra accennato, dopo il 2008 non cambiò nulla o quasi; anzi, sul piano politico cambiò in peggio perché sia in America che in Europa riemerse con una certa virulenza una destra nazionalista parafascista e illiberale sull’onda, purtroppo, di un preoccupante favore popolare che non trovava più le sue alternative nella sinistra déraciné, spaesata.

A guastare la festa al capitalismo neoliberista e, disgraziatamente, la vita dell’umanità in tutto il globo terracqueo è stato un elemento esogeno: il virus Covid 19. La pandemia da lui innescata ha costretto tutti, a parte la destra più becera e incallita, a ribaltare le precedenti visioni spingendo, in generale, a riscoprire, innanzitutto sul piano sanitario ed economico, valori e soggetti messi da parte dal turbo neoliberismo capitalismo: la solidarietà sociale, l’intervento dello Stato e, sul piano mondiale, la collaborazione fra gli Stati. Con tutte le remore, le contraddizioni sociali e fra gli Stati, i ritardi e quant’altro contrasta questa ripresa di idee e valori che sono propri del socialismo. Compresa quella non indifferente di un certo bradipismo che affligge una sinistra che in alcuni paesi, vedi l’Italia, tarda a uscire da una letargia durata qualche decennio.

In questi giorni la cartina al tornasole di un simile risveglio è la questione dei vaccini. E’ indubbio che l’interesse di tutti, popolazioni e Stati, è che i vaccini siano accessibili a tutti, anche ai più poveri del mondo. Se non altro per ragioni, per così dire, egoistiche, perché se non si rendono immuni i poveri, anche tutti gli altri non saranno al sicuro. Si può discutere sulle modalità per arrivare celermente a questa accessibilità ma non sul principio. Con la consapevolezza che l’umanità e i singoli Stati non sono di fronte a qualcosa che poi passerà consentendo a tutti di tornare a “come eravamo”. Se vi è un nesso, da una parte, fra l’esplosione di virus pandemici con il degrado ambientale della Terra e, dall’altra, con i livelli odierni di globalizzazione nel movimento di uomini e cose, allora è l’insieme della società umana che dovrà armarsi di possenti sistemi sanitari pubblici per fronteggiare nuove possibili pandemie. Così come, sia detto per inciso, di uno sviluppo economico sostenibile indirizzato dalla mano pubblica e volto all’interesse generale e collettivo.

Perciò, il principio della solidarietà umana e sociale e dell’internazionalismo proprio del socialismo e, come dice Papa Francesco (lui ha fatto riferimento addirittura al comunismo), del cristianesimo – ma anche di altre confessioni religiose non integraliste - , è questione che riguarda non solo l’attuale e tribolato periodo ma il futuro “governo del mondo”, come ebbe a chiamarlo Enrico Berlinguer, ponendolo come esigenza allora già attuale in un mondo diviso in blocchi politico-ideologici e militari contrapposti, nel lontano 1975 del secolo e millennio scorsi.

Certo che di carne al fuoco per tornare a morderla ce ne sarebbe parecchia per la sinistra mondiale, basta avere i denti.
E se quelli vecchi sono caduti, che almeno ci si fornisca di una solida dentiera. Soprattutto in Europa.

 

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Proposte concrete

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"...Fatevi vedere, tutti insieme, in mezzo ai lavoratori e alle lavoratrici"

di Aldo Pirone
Luana d Orazio 370 minDomani Cgil-Cisl-Uil di Prato hanno indetto 4 ore di sciopero a Prato per protestare contro la morte della giovane operaia Luana D’Orazio. Per l’occasione hanno organizzato un presidio in piazza delle Carceri dalle 10 alle 12. Ebbene caro segretario del Pd Letta, così sensibile alla parità di genere, caro Beppe Provenzano e caro ministro Orlando, care capigruppo dem di Camera e Senato Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, cara portavoce delle donne dem Cecilia D’Elia, andateci. Mischiatevi a quei lavoratori e a quelle lavoratrici, date loro e a tutti i lavoratori italiani un segno tangibile che veramente volete tornare a essere in sintonia con loro. Non basta avere chiesto e ottenuto che nel Recovery plan ci siano condizionalità per l’occupazione giovanile e femminile se poi le regole e i rischi del lavoro rimangono quelli che sono, segnati dal precariato e dalle morti bianche.

Lo stesso appello e invito li faccio a Giuseppe Conte a Di Maio e ai grillini tutti, nonché al ministro Speranza e ai dirigenti di Mdp, Leu e Sinistra italiana. Fatevi vedere, tutti insieme, in mezzo ai lavoratori e alle lavoratrici, sarebbe un gesto che vale più di tante chiacchiere su lavoro e lavoratori, campi e campetti progressisti. Chiedete anche a Fedez di partecipare, sarebbe un bel segnale per tenere insieme i diritti sociali e del lavoro con quelli civili.

Nel Pd Bettini ha recentemente costituito un’area politica di sinistra. Qualche giorno fa ha detto che la sinistra “deve battere un colpo più forte”. Ecco, anche per la nuova associazione questo sarebbe il momento, sebbene doloroso e luttuoso, di battere quel colpo.
Poi ci sarebbero alcune rinomate giornaliste che dovrebbero scendere in campo. Perché Concita De Gregorio non scrive un bell’articolo su Luana? Perché Lilli Gruber non fa una bella puntata del suo “Otto e mezzo” sulle morti di uomini e donne al lavoro e nel lavoro?

Datevi da fare. Uscite dai talk show salottieri, dai convegni pensosi, dalle interviste politiciste che non dicono nulla. Senza iniziativa politica e senza empatia con i lavoratori e le lavoratrici in carne e ossa e con i loro problemi di esistenza quotidiana non andrete da nessuna parte.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Facciamo gli scongiuri

 CRONACHE&COMMENTI

 Son d’uopo gli scongiuri e l’affidamento allo stellone d’Italia

di Aldo Pirone
Parlamento 460 47kIl Presidente Draghi presentando il Recovery plan in Parlamento ha concluso il suo intervento con un atto di fiducia negli italiani. “Sono certo – ha detto - che riusciremo ad attuare questo Piano. Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti”. Il premier, ovviamente, non poteva che proclamare questa certezza.

Ma perché i fatti confortino le certezze di Draghi occorre guardare bene in faccia non dico tutti ma almeno i corni fondamentali del gigantesco problema che hanno di fronte gli italiani. Dico gli italiani perché la cosa li riguarda da vicino essendo elettori dell’attuale classe politica. Le risorse da spendere son più che ragguardevoli: 248 miliardi, gran parte concessi dall’Europa secondo obiettivi definiti: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Le considerazioni sulla congruità dei progetti programmati rispetto a queste finalità stanno già accendendo il dibattito non solo fra gli addetti ai lavori ma tra un’opinione più larga d'intellettuali, sindacati, associazioni interessate, economisti ecc.. Al tempo stesso è già in atto anche una lotta da non sottovalutare con gli “interessi costituiti” di lorsignori che cercheranno in corso d’opera di arraffare l’arraffabile. Il presidente della Confindustria Bonomi in questa tenzone è solo la punta di un iceberg. Ma non è su questo che mi voglio soffermare, quanto, invece, sul problema dei problemi: la classe politica e amministrativa con cui l’Italia affronta questa sfida.

L’Unione europea non ci dà queste risorse di segno keynesiano (191 mld) a occhi chiusi, ma ce le dà a rate vigilando, di volta in volta, sullo stato di avanzamento dei progetti e sul varo delle riforme – fisco, giustizia, Pubblica amministrazione, semplificazione e concorrenza - considerate indispensabili. E c’è da giurarci che a essere i più arcigni in questo controllo saranno i cosiddetti “paesi frugali”, i più restii al momento del varo del Recovery fund. I soggetti attuatori dei progetti, ha confermato il premier, saranno, oltre allo Stato, per il 40% Regioni, Province e Comuni. E qui la preoccupazione già presente a livello statuale diventa lancinante rendendo la fiducia di Draghi nell’ “onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro nazionali assai incerta e tutta da conquistare. Infatti, la classe politica dei vari livelli istituzionali è frutto e causa insieme di un lungo declino economico e democratico del Belpaese perché, per dirla con Draghi medesimo, a prevalere sono stati in questi ultimi vent’anni proprio la “corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti”. Basta ascoltare i dibattiti parlamentari per rendersi conto del mediocrissimo livello di deputati e senatori, soprattutto del centrodestra, ed essere presi dallo sconforto se non dalla disperazione. Idem per quanto riguarda i sottostanti livelli istituzionali, come ha dimostrato ad abundantiam, e molto trasversalmente, quest'anno e più di pandemia. Eppure è con questa roba che l’Italia deve affrontare la sfida attuativa del Recovery plan nei prossimi mesi e anni perché non si può aspettare di ricostituire una classe politica decente, cioè dei partiti decenti che dovrebbero selezionarla ed esprimerla, in tempi brevi. Per queste cose ci vuole tempo. La contraddizione, perciò, è lampante.

Come affrontarla?

I primi a dare il buon esempio di autorigenerazione dovrebbero essere la sinistra e il fronte progressista. In questo modo potrebbero anche provocare un effetto di trascinamento nel campo del centrodestra. Solo che i lavori in corso nel PD e nel M5s appaiono ancora molto inadeguati sia alla necessità sia alla celerità richieste dalla situazione.

Poi è necessario che il governo centrale svolga uno stretto controllo politico e amministrativo sugli enti regionali e locali. E qui non oso immaginare quel che potrà accadere nell’ampia maggioranza cui hanno avuto accesso i “peggiori”. Dovrà essere Draghi a far valere tutta la sua capacità di domatore di fiere selvagge.

Infine, occorrerebbe una mobilitazione permanente e partecipativa dei sindacati e di tutto l’associazionismo democratico presente e agente nella società civile. Questo livello dovrebbe interagire con il primo, quello delle forze politiche, almeno a sinistra, iniziando a produrre fin dalle prossime elezioni amministrative, là dove si terranno, una classe politica disinquinata dal cialtronismo oggi assai diffuso.

Com’è noto Benedetto Croce invocò sui padri costituenti il “Veni creator spiritus”. Stando al risultato quello spirito aleggiò fino al varo della nostra Costituzione. Ma a quel tempo fra i costituenti c’era gente del calibro di Togliatti, Nenni, De Gasperi, Croce stesso, Parri, Calamandrei e tanti altri. Oggi abbiamo sì gli onesti Letta e Conte, ma poi Salvini, Berlusconi, Meloni e via inorridendo.

Son d’uopo gli scongiuri e l’affidamento allo stellone d’Italia.

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La selva del precariato

 CRONACHE&COMMENTI

 Urge capire come si fa a tenere insieme diritti sociali e civili

di Aldo Pirone
Lavoro precario 370 minIn Italia esistono varie tipologie di lavoro che sono la fonte del diffuso precariato in cui si dibattono milioni di giovani e meno giovani, uomini e donne. Accanto al contratto di lavoro a tempo indeterminato e a quello determinato, esistono: il contratto di apprendistato, di somministrazione, a chiamata, di prestazione occasionale – nome che richiama il mestiere più antico del mondo – di stage e di progetto. Inoltre alcune tipologie si suddividono in altre fattispecie. Il part time, per esempio, richiede al lavoratore una notevole predisposizione alla ginnastica contorsionista essendo verticale, orizzontale e misto, cioè un incrocio fra i primi due. L’apprendistato, a sua volta, è per diploma o qualifica, professionalizzante o di alta formazione e ricerca. Il lavoratore che viene “somministrato”, invece, subisce questa sorte o con contratto commerciale oppure di lavoro subordinato. Poi c’è lo stage con almeno tre tirocini: di orientamento, d'inserimento o reinserimento e quello o quelli a favore di soggetti svantaggiati. Insomma, a tenersi stretti, ben diciannove tipologie contrattuali che, a parte il tempo indeterminato sempre più regrediente, rende infernale la vita del lavoratore, costretto a districarsi in “esta selva selvaggia, e aspra e forte” di dantesca memoria dominata dal potere dei datori di lavoro e delle grandi Agenzie private come Adecco, Manpower, Ranstad e Gi Group che vi operano. Non gratuitamente, s’intende, ma prendendo sostanziosi contributi dallo Stato, tant’è che la Confindustria per questi suoi pupilli già reclama una fetta grande della cifra stanziata nel Recovery plan per le politiche attive del lavoro a scapito, naturalmente, dei centri per l’impiego pubblici.

Un partito di sinistra, come ancora ieri lo definiva Enrico Letta su “il manifesto” – forse per captatio benevolentiae – dovrebbe pasteggiare con il problema del precariato tutti i giorni essendo una piaga da eliminare se si vuole tenere fede alla lettera e allo spirito della Costituzione fondata sul lavoro; invece, manco per niente. Letta, a un mese e mezzo dalla elezione a segretario del PD, si è connotato, principalmente, per la riproposizione dello ius soli, del voto ai sedicenni, l’Erasmus trimestrale obbligatorio, la “dote” ai diciottenni e per il sostegno legge Zan sull’omotransfobia. Tutta cose sacrosante, per carità, ma che non vanno al cuore del problema che ha prodotto la famosa disconnessione sentimentale della sinistra istituzionale con le fasce profonde delle periferie sociali e urbane. Intendiamoci, non è che Letta non dica niente sui problemi occupazionali e del lavoro, e il suo accento non è quello renzista del jobs act. Per esempio batte molto sul problema occupazionale di giovani e donne. Sempre ieri su “il manifesto” e “la Stampa” magnifica la condizionalità occupazionale riservata da loro introdotta nel Recovery plan e più in generale propone un patto “per la ricostruzione e il lavoro con le forze sociali e le categorie produttive” come fece Ciampi.

Ma sul problema primigenio del precariato e dei contratti sopra elencati che lo generano, il silenzio è totale, per non dire poi delle leggi invocate dai sindacati su rappresentanza e nuovo statuto dei lavoratori. Per un partito che, come dice Letta, vuole essere “il partito italiano del lavoro e dei lavoratori” la cosa appare quanto meno incongrua.

Due settimane fa dai Circoli dem chiamati a discutere del vademecum sui 21 punti riassuntivi degli intendimenti del nuovo segretario, gli era venuta la critica di sottovalutare la questione sociale e del lavoro. Letta aveva controbattuto che “la difesa dei diritti e l’impegno per la fine del mese per ogni italiano”, cioè i diritti sociali e civili, vanno tenuti insieme. Solo che il primo a non tenerli insieme in queste prime settimane di leadership è stato proprio lui. Inoltre, il suo assunto è vero in astratto, perché nel concreto della vicenda storica e politica del Pd è sul primo corno della questione, i diritti sociali, che c’è stata la disconnessione sentimentale con una parte grande delle masse popolari ed è qui che il PD dovrebbe recuperare. Questa iattura si cancella solo se si mette l’accento quotidianamente sui diritti sociali e del lavoro con proposte adeguate (riduzione delle forme di lavoro precario, salario minimo, legge sulla rappresentanza sindacale, nuovo statuto dei lavoratori ecc.), altrimenti è illusorio pensare di sottrarre le masse popolari alla demagogia della destra nazionalista e sovranista di Salvini e Meloni.

A Letta suggeriamo di rifarsi all’esperienza storica della sinistra comunista e socialista per capire come si fa a tenere insieme diritti sociali e civili.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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I conti ancora da fare con il terrorismo “rosso”

CRONACHE&COMMENTI 

Quando non si è ancora capaci di fare i conti con il terrorismo rosso

di Aldo Pirone
Exterroristi inFrancia 390 minRitorno sulla questione dei terroristi arrestati in Francia perché ieri ho letto il fondo del vicedirettore Tommaso Di Francesco su “il manifesto”. Il titolo, “ ‘Ombre rosse’ la vendetta”, è già significativo della confusione politica e mentale dell’autore in materia. Il seguito dell’articolo non la smentisce. La tesi di Di Francesco non è nuova, è sempre quella di una certa sinistra minoritaria di quegli anni: essendo il terrorismo un fenomeno certo scellerato e da condannare ma politico, bisogna risolverlo politicamente, non per via giudiziaria. “La soluzione doveva e deve ancor essere politica”, scrive. Anche il nazifascismo fu un fenomeno politico delinquenziale ma a nessuno, a parte i fascisti, è mai venuto in mente che i criminali che avevano ucciso gente innocente dovessero essere trattati diversamente dalla via giudiziaria. E quella che si è esercitata nel tempo contro di loro, con molti ritardi e molte dimenticanze, fu giustizia non vendetta, nonostante la loro età, a volte molto avanzata, e le loro malattie.

Gli arrestati in Francia sono persone che hanno ucciso gente innocente che aveva mogli, figli, fratelli e sorelle, padri e madri. Cosa dovrebbe giustificare un trattamento politico con i guanti bianchi? Il fatto che non fecero stragi o che credevano di fare la rivoluzione proletaria? Suvvia, non scherziamo, perché quel che fecero era tutto il contrario di una rivoluzione; fu contro la democrazia che spararono colpendo a morte servitori dello Stato democratico non scherani di una dittatura fascista. Una democrazia che a quei tempi era ben più avanzata e segnata dalla presenza di una sinistra forte e da un altrettanto forte movimento operaio che cercava di aprirsi la strada del cambiamento e del governo. Ma, dice sempre Di Francesco, quei brigatisti assassini erano espressione di “una lacerazione nel tessuto sociale” e anche politica di cui “andavano comprese le ragioni e riannodati i fili”. Solo che il comprendere nel contesto di tutto il suo argomentare ha il sapore non della ricerca più che doverosa del perché ci fu quel fenomeno, dei suoi contorni, delle sue paranoiche motivazioni, delle complicità di cui i brigatisti godettero prima e dopo all’interno di quello “Stato borghese” che volevano distruggere, ma di una qualche giustificazione per “compagni che sbagliarono”. Nessuno vuole vedere degli anziani, alcuni gravemente malati come Pietrostefani, in prigione ma almeno dicano la verità, rivelino tutto su quel che hanno fatto, escano dall’omertà reticente, diano la possibilità agli italiani e ai congiunti di sapere. Saranno i giudici italiani a stabilire – semmai l’estradizione ci sarà, il che appare poco probabile - i modi dell’espiazione, tenendo conto di tutti i fattori personali: anzianità e malattie.

E’ la giustizia che qui si rivendica non la vendetta.
Il vicedirettore de “il manifesto” non se ne accorge, ma nel suo incedere in un discorso privo di ogni fondamento storico e politico, compreso il concetto di giustizia, alla fine fa un cattivo servizio ai “brigatisti”. Per trattare i loro misfatti in modo politicamente corretto, dice, bisognerebbe fare come il movimento di liberazione in Sudafrica, dove, com’è noto, dopo la vittoria di Mandela fu istituita la “Commissione per la verità e la riconciliazione” che dava modo anche agli aguzzini e ai torturatori guardiani dell’apartheid, i famigerati perpetrator, già condannati in sede penale, di confessare in cambio dell’amnistia.
Essere paragonati agli aguzzini e ai torturatori di Pik Botha non deve essere una bella cosa per i terroristi arrestati in Francia e ora già rilasciati.

Dispiace che “il manifesto”, giornale comunista, abbia dato all’articolo il rilievo di un “fondo” firmato dal suo vicedirettore. Evidentemente da quelle parti certi conti con il terrorismo “rosso” non solo non si seppe farli allora, al momento del suo manifestarsi, ma non si è ancora capaci di farli oggi.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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Caino e Abele

CRONACHE&COMMENTI

E' Abele, vittima di Caino, che ancora aspetta giustizia

di Aldo Pirone
caino e abele 350 minSergio D’Elia è stato un ex terrorista “rosso” di “Prima linea” che, però, non ha mai ucciso nessuno, anche se si è assunto la responsabilità politica e morale delle uccisioni fatte da quel gruppo terroristico. Ha scontato con 12 anni di carcere il suo debito con la giustizia. Poi, accolto dai radicali italiani, è stato eletto in Parlamento nel 2006-2008. E’ segretario dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino” appartenente alla galassia radicale che opera per l’abolizione della pena di morte nel mondo ed è attiva anche contro la tortura e per i diritti umani dei detenuti.

D’Elia non ha preso per niente bene la decisione della Francia di arrestare per riconsegnarli all’Italia i sette terroristi, suoi ex colleghi, ospitati in quel paese e sottrattisi alla giustizia italiana: Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi delle Brigate Rosse; Giorgio Pietrostefani di Lotta Continua, Narciso Manenti dei Nuclei Armati contro il Potere territoriale; altri tre, Luigi Bergamin, Maurizio Di Marzio e Raffaele Ventura si sono resi latitanti. L’esponente radicale ha così commentato la cosa: “La decisione è anacronistica. Il corso della giustizia ha superato ogni limite di ragionevole durata, non segue la freccia del tempo a dimensione umana, è volto a un infinito passato remoto. Dieci persone sono tradotte in Italia a scontare una pena inutile, inumana, fuori dal tempo. È una pena che si sconta all’incontrario rispetto al corso del tempo”.

Secondo D’Elia, in sostanza, il tempo che passa lava ogni colpa, per cui chi “ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato scurdammoce ‘o passato” come diceva una celebre canzone napoletana del dopoguerra. Il che potrebbe valere, perché no?, anche per quei criminali nazisti, pochi purtroppo, che furono presi, giudicati e condannati a distanza di decine di anni dagli assassini compiuti. D’Elia chiama questa giustizia, purtroppo ritardata, “memoria maledetta […] che danna fino alla morte l’autore del danno”. Sfugge del tutto a D’Elia che codesti assassini se la sono squagliata a suo tempo per non pagare con le pene dovute i delitti commessi, godendo di molti decenni di vita in libertà che, invece, non concedettero alle loro vittime.

Il giudizio storico e politico sul fenomeno del terrorismo “rosso” che negli anni ’70-’80 ha insanguinato l’Italia e pesantemente condizionato in senso negativo la democrazia, la sinistra e il movimento operaio, è stato sviscerato in articoli e libri che hanno riempito intere biblioteche. Una cosa fu subito chiara già allora: il movimento armato non fu per nulla politicamente diretto, come diceva di sé, contro lo “Stato capitalista delle multinazionali”, mentre fu abbondantemente infiltrato dai servizi segreti deviati italiani e da quelli esteri dei blocchi contrapposti che lo usarono contro “i comunisti berlingueriani”, come venivano chiamati i militanti del Pci dai terroristi nei loro demenziali proclami, in agghiacciante assonanza con quel “comunisti badogliani” espressione usuale dei nazifascisti al tempo della Resistenza. I terroristi “rossi” non furono la talpa della rivoluzione proletaria e le gallerie che scavarono sono state quelle, tutto sommato, volute da lorsignori in Italia e all’estero.

Ma qui non è in discussione il giudizio storico e politico sul terrorismo “rosso”, qui è in questione la giustizia legale che non prevede la decadenza per i delitti efferati come il terrorismo, le stragi e la mafia e le conseguenti pene per i suoi autori. Perché, egregio D’Elia, se è vero che nessuno deve infierire su Caino è altrettanto vero che non bisogna dimenticarsi di Abele.

E qui è Abele, vittima di Caino, che ancora aspetta giustizia.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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