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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Mandato imperativo

CRONACHE&COMMENTI

"Selezionare persone serie non saltimbanchi ..."

di Aldo Pirone
Davide Barillari Il Mattino 370Qualche giorno fa l’Istat ha certificato nuovamente che l’Italia è affetta dalla denatalità. Nascono meno bambini e muoiono più persone. L’anno trascorso, poi, anche a causa della pandemia, è stato il peggiore. Ma non c’è da allarmarsi eccessivamente perché a sopperire ai vuoti, provvede la puerpera degli scimuniti che da noi è sempre più prolifica. L’altro giorno parlammo dei pretoriani/e di Salvini, ma ce ne sono anche fra i renziani, i berlusconiani e un po’ dappertutto, purtroppo. L’ultima nascita è tal Davide Barillari consigliere regionale del Lazio ex M5s. I grillini l’hanno cacciato perché per diffondere le sue posizioni no-vax usava un sito che era facilmente scambiabile per quello ufficiale della Regione. Ci informa di ciò e anche di altro Veronica Gentili su “il Fatto Quotidiano”. “Siamo noi – ha twittato Barillari – a chiuderci da soli in questo isolamento, a nutrirci di paura, a tenere la mascherina. Riprendiamo ad abbracciarci, a uscire a respirare. Senza paura”. Ultimamente ha incitato i suoi tifosi - speriamo pochi – a “denunciare il medico o il farmacista” che ci farà il vaccino.

Non sono pochi gli eletti a tutti i livelli usciti o cacciati per vari motivi dal M5s. Tale esodo è il risultato di quella pesca a strascico e politicamente trasversale che i grillini attuarono nelle elezioni quando andavano a gonfie vele. Si sa che con quel tipo di pesca, soprattutto se fatta vicino alla riva, nella rete si accumula di tutto: bei pesci prelibati insieme a scorfani e anche scarpe sfondate che al primo stormir di fronda se ne vanno o devono essere cacciati per tanti motivi tra cui, nel caso del Barillari, l’igiene mentale. E meno male! I grillini pensano di ovviare all’inconveniente dei minus habens, dei cambi di casacca e del trasformismo nelle Istituzioni elettive con il mandato elettivo imperativo. Ma il problema per i tanti Barillari che furono arruolati non è di farli rigare dritto, è quello di non farli proprio entrare nelle Istituzioni e, se si appalesano, di consegnarli tosto alle oneste cure di qualche struttura psichiatrica.

Perciò, per il M5s il vero mandato imperativo è di diventare una forza progressista seria in grado di selezionare persone serie non saltimbanchi paranoici che poi, anche se cacciati, rimangono ad aduggiare l’Istituzione.
Forse con Conte potrebbero anche riuscirci.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Comiche non finali

 CRONACHE&COMMENTI

Contagi e rivendicazioni di riaperture no limits

di Aldo Pirone
Contagisullavoro 380 minNon so voi, ma io ho molto gradito il vero e proprio ceffone politico che Draghi, in Conferenza stampa, ha dato a Salvini venerdì scorso in tema di riaperture. L’altro l'ha dato ai forzaitalioti sullo scostamento di Bilancio. Il terzo all’Europa ancora troppo confederalista (come la vorrebbe la Meloni) e alle case farmaceutiche.

Il “bauscia” meneghino ha ricominciato con la solfa delle riaperture a prescindere, pur di smarcarsi da un'evidente continuità rigorista del governo Draghi rispetto a quello di Conte tanto odiato; da lui stesso e da Renzi, Meloni, Bonomi e da tutta la casta economico-mediatica di lorsignori compresi alcuni scimuniti di sinistra, più o meno radical chic.

A fare da coro al “ganassa” sono stati i suoi pretoriani. Sabato “il Fatto Quotidiano” ne riportava alcune dichiarazioni fra lo strampalato, il comico, il malinconico e il deprimente. Claudio Borghi: "Lockdown e zone sono cretinate”. Armando Siri: "Penso che il Paese debba riaprire subito. La pazienza degli italiani che vogliono tornare a vivere finisce definitivamente il 6 aprile". La nostra, invece, con lei è già finita da molto tempo. Flavio Di Muro: "da aprile tra le attività consentite ci siano anche i casinò". Forse voleva dire i casini. Alessandro Pagano, chiede la riapertura delle palestre "per salvare la popolazione dalla tirannide psicologica che la vuole ridurre a larve umane, schiave delle subdole e moderne dittature psico-sanitarie". Un caso da ricovero urgente. Lucia Borgonzoni vuole la riapertura di "sale slot e bingo". La cultura prima di tutto. A dar man forte alla comitiva dei buontemponi non poteva mancare la renziana Daniela Sbrollin: "La chiusura delle attività di parrucchieri e centri estetici in zona rossa è davvero incomprensibile". Chiome e unghie sapesse come ne soffrono, cara signora. Altro che i 4-500 morti al giorno da Covid 19.
La madre dei cretini è sempre incinta.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Declino della sinistra. Quelli che lo contrastarono.

Riflettendo sui post comunisti

 Idee e ispirazioni riemergono oggi con forza nuova

di Aldo Pirone
Cambiamosistema 390 minSi parla spesso del declino della sinistra. Ci si riferisce, in particolar modo, alle vicende dei post comunisti che dettero vita al Pds, ai Ds e poi fondarono il Pd insieme alla Margherita degli ex popolari post democristiani e ad altri di varia provenienza liberal democratica. Non si parla quasi mai di chi quel declino cercò di contrastare, facendo parimenti uno sforzo di elaborazione innovativa che sottraesse il Pds-Ds alla subalternità al neoliberismo e al pensiero unico via via dominante. Storicamente è del tutto ovvia la responsabilità di chi ha diretto e indirizzato a quel declino. Primi fra tutti, anche se in contrasto tra loro, D’Alema, Veltroni, Fassino e tanti altri e altre. Ma questo non autorizza a sottacere di chi a quegli indirizzi politici suicidi si oppose dall’interno, con tutti i limiti, le ingenuità, gli errori e le illusioni che quella opposizione ebbe. Innanzitutto, per non essere riuscita a rovesciare le politiche e cambiare i dirigenti che stavano dissipando un grande patrimonio storico ereditato. Un’incapacità legata anche all’essersi fatta rinchiudere nell’angusto limite del correntismo tutto interno ai Ds.


Questa riflessione è riemersa nella mia mente oggi, perché tra le carte e gli opuscoli antichi ne ho ritrovato uno edito nel 2004 dalla “Sinistra Ds per il Socialismo” - l’ultima incarnazione di una parte della sinistra interna ai Ds guidata da Giorgio Mele e Cesare Salvi – in cui si faceva una serie di proposte concrete che andavano in direzione opposta a quella seguita dal partito guidato all’epoca da Fassino proposto lì da D’Alema al Congresso del 2002. Non era, però, solo questione di proposte, era un’altra ispirazione ideale e strategica quella che nella introduzione al testo avanzava Giorgio Mele. L’obiettivo, scriveva, era di spingere “i DS a un ripensamento e a un cambiamento rispetto alla linea oggi prevalente nel socialismo europeo, spesso subalterna al progetto liberista, e che ha portato in questi anni a pesanti e cocenti sconfitte nel nostro paese e in gran parte del continente”. Cosa che i dirigenti dei Ds si guardarono bene dal fare, marciando, anzi, a vele spiegate verso quel Pd a “vocazione minoritaria” che, di fallimento in fallimento, fu occupato da Renzi e dalle sue truppe di cui ancora oggi non riesce a liberarsi. Inoltre, Mele, allora senatore, metteva bene in chiaro una questione identitaria. “L’uso del sostantivo ‘socialismo’ vuol dire la collocazione e il riferimento […] a un variegato movimento che è stato parte fondamentale della storia del ‘900” che, però, non significava “il recupero di un vecchio recinto […] ma neppure copertura di politiche moderate o apertamente conservatrici”, bensì pace, eguaglianza, lavoro, libertà, sostenibilità dello sviluppo e “l’impegno a stabilire nel meccanismo economico e nel mercato ciò che deve essere sociale e pubblico e ciò che deve essere privato in un sistema di regole condivise”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si muoveva un’altra minoranza: quella ecologista già presente nel Pds. Nel 2002 per impulso di Fulvia Bandoli, Edo Ronchi, Sergio Gentili e tanti altri compagni e compagne, quest’area politica, divenuta associazione “sinistra ecologista” grazie all’incontro fra un ecologismo di ispirazione marxista e una parte di ex verdi, forze impegnate nell’associazionismo ambientalista, esponenti del mondo della ricerca, del sindacato e dell’impresa, iscritti e non iscritti ai DS, cercò di contrastare la deriva dei Ds innovandone la cultura politica. I militanti ecologisti cercarono di immettere nel Dna della sinistra una visione dell’ecologia come strutturale e generale e non più settoriale. Sia nell’analisi della società e del mondo che nelle proposte dei Ds. Rammento il nobile tentativo di una legge che prevedesse in tema di costi economici anche quelli ambientali.

“L’ecologia politica di sinistra – scrivevano quei compagni - nasce dalla piena consapevolezza che la contraddizione sociale e quella ecologica sono due facce della stessa medaglia. Esse vanno insieme. La via dello sviluppo sostenibile è quella su cui passa il superamento della povertà nei paesi in via di sviluppo, l’affermazione di maggiori diritti e sicurezze sociali, rapporti sociali più liberi perché egualitari e democratici”. Tutto il contrario del neoliberismo allora imperante. Ma gli ecologisti Ds non si limitarono a questo, introdussero anche un’innovazione organizzativa: “Sinistra ecologista” divenne un’associazione autonoma che strinse un patto federativo con i Ds. Era il tentativo di indicare la necessità e possibilità di una nuova forma partito, di tipo federativo, che stabiliva un ponte con la società civile e con i movimenti e le sensibilità nuove che in essa si organizzavano. Poi tutto si spense con l’arrivo del Pd.

Quando si parla del declino della sinistra post comunista, ricordiamoci anche di coloro che tentarono di contrastarla dall’interno e dall’esterno. Oltre a quelli citati ce ne furono parecchi altri.

Furono sconfitti, ma la validità delle loro idee e della loro ispirazione riemerge oggi con forza nuova.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in PCI centanni

L’importanza di chiamarsi Enrico

CRONACHE&COMMENTI

La riunificazione della sinistra è inseparabile dalla sua rifondazione

di Aldo Pirone
ScioperoAmazon 350 minOggi scioperano per la prima volta i lavoratori di Amazon. Quarantamila persone fra driver, magazzinieri e altri addetti. Non sono tanti, ma rappresentano uno spezzone importante della new economy e dei nuovi lavori che essa produce. Contemporaneamente stamane su “La Stampa” di Torino Enrico Letta, intervistato da Stefano Tamburini, tra tante altre cose dice qual è uno degli obiettivi fondamentali del suo Pd: “Vogliamo unire la sinistra e lavorare a un discorso comune con i Cinque stelle”. Qualcuno si chiederà quale nesso possa esserci fra le due cose. C’è, eccome! Vediamo perché.

Per la prima volta, se non erro – non l’aveva fatto nel discorso di investitura - il neoeletto segretario del Pd parla di “unire la sinistra” per un’alleanza più vasta. E qui bisogna intanto distinguere e diradare un po’ di confusione che molte volte si fa. Un conto è la sinistra e un conto è un più vasto fronte progressista. Il campo della sinistra è assai frastagliato non solo a livello politico ma anche a livello dell’ampio associazionismo di sinistra e progressista, laico e cattolico, presente nella società civile. Un fronte progressista largo che vada anche oltre se stesso se necessario, raccogliendo come alleate forze centriste e moderate nella sfida con la destra nazionalista e xenofoba, non può coagularsi senza avere dentro di sé come motore propulsivo un grande partito della sinistra. Plurale ed ecologista quanto si voglia, ma di sinistra. E un partito di sinistra ha nel lavoro, anzi, per non essere equivoci, nei lavoratori e nelle lavoratrici il suo fondamento principale. Su questo tema Enrico Letta e il suo Pd risultano, a dir poco, insufficienti. I dem lo sono fin dalla nascita. L’equivoco strutturale del Pd è che dentro di sé non solo ha orientamenti di sinistra ma anche liberal democratici per nulla secondari. Letta intende rompere questo equivoco? Non basta parlare di giovani e donne, di ecologia e ius soli ecc. Tutte cose sacrosante, per carità, ma sul precariato che proposte concrete fa qui e ora?

I lavoratori di Amazon sono solo un piccolo segmento, ma significativo, dell’attuale mondo dei lavoratori. La rivoluzione tecnologica con la sua permanente progressione ha cambiato e cambia questo mondo. Rispetto all’era fordista della concentrazione operaia in grandi fabbriche tutto è mutato e il treno del lavoro si è di molto allungato. Va dai lavoratori dei vagoni di testa che hanno a che fare con l’intelligenza artificiale a quelli nei vagoni successivi che sono continuamente sottoposti, negli uffici e nelle aziende pubbliche e private, agli effetti della rivoluzione tecnologica e robotica. Insieme ad essi vi sono poi nuovi mestieri e professioni che nascono dal rivolgimento tecnologico che attraversa tutta la filiera dei lavori della new economy: Amazon per esempio. Poi vengono quelli che rimangono confinati nei lavori a bassa qualifica fino ai raccoglitori stagionali nelle campagne. Accanto a tutti costoro i lavoratori e le lavoratrici precari, sia ad alta che bassa qualifica, un vero e proprio nuovo proletariato senza certezze per il domani e con scarsi diritti, sottoposto quotidianamente a ogni ricatto e a ogni sopruso padronale. Stanno tutti nei vagoni di coda. Che cosa direbbe a tutti costoro un partito nuovo della e di sinistra? Come intenderebbe organizzarli nel paese? Come assumerebbe i loro problemi e quali proposte concrete avanzerebbe per risolverli? Per esempio: vanno bene le 48 forme di rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato? Vogliamo dargli una sforbiciatina?

La riunificazione della sinistra è inseparabile dalla sua rifondazione e quest’ultima non è separabile da una nuova forma organizzativa che includa organicamente nel soggetto politico la rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici insieme a tutte le altre forze dell’associazionismo di sinistra. Quando si parla di sinistra plurale di solito, ci si riferisce a orientamenti e sensibilità politiche diverse, mai al pluralismo sociale di lavoratori e lavoratrici dipendenti che essa dovrebbe organicamente rappresentare riunificandoli a livello politico. Certo nella società attuale i lavoratori dipendenti non sono l’alfa e l’omega di un moderno partito di sinistra. Per la verità, nei fatti non lo erano manco nel Pci. Ma da qui a non essere nulla o quasi, ce ne corre. Perché questo è successo – esplicitamente con Renzi - quando al posto di Di Vittorio e di Buozzi si sono messi Marchionne e Agnelli.

Letta confida di aver particolarmente gradito un augurio. “Un compagno di una vecchia sezione del Pci mi ha detto: ‘Ricordati che ti chiami Enrico’ “. Ma per ricordarlo bene oggi Letta dovrebbe andare a un presidio dei lavoratori di Amazon a dare la sua solidarietà.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Le incrostazioni del Pd

  CRONACHE&COMMENTI

La crosta si rompe aprendosi al movimento di una costituente di un nuovo partito della sinistra

di Aldo Pirone
diceNO 390 minDomenica scorsa all’assemblea nazionale del Pd che ha incoronato segretario Enrico Letta ci sono stati due discorsi. Uno della Presidente del partito Valentina Cuppi e l’altro del segretario in pectore. I mass media naturalmente si sono occupati esclusivamente di quello, molto più lungo, di Letta, tralasciando quello di Valentina. Eppure i commentatori di lorsignori, ma anche di giornali non appartenenti a quel circolo, come “Il Fatto quotidiano” e “il manifesto”, avrebbero fatto bene a rifletterci e a darne estesa notizia. Valentina Cuppi non ha fatto un discorso di circostanza, ha messo le mani direttamente dentro ai problemi d'identità e di visione dei dem e dentro le loro contraddizioni. Non si è limitata solo a denunciare i mali profondi e genetici di quel partito ma ha anche indicato la strada per risolverli e uscire dalla palude correntizia. Il suo intervento non era sovrapponibile a quello di Letta pur non tenero con il suo partito. La prospettiva che Valentina ha proposto è quella di “dare alle persone un partito che si lasci permeare dalle loro istanze, un partito che sappia interpretarle, rappresentarle, combattere [….] partito di sinistra veramente riformista e democratico” che sappia mettere insieme diritti civili e sociali mettendo fine alla timidezza, per non dire di peggio, su questi ultimi. Che cosa volesse dire in concreto, l'ha illustrato raccontando come è nata la proposta parlamentare dei dem sulla riforma dello stage. Una delle forme di lavoro che maschera lo sfruttamento più bieco di giovani precari. In un circolo del Pd di Milano s' incontrano ragazzi stagisti, iscritti e non iscritti al Pd, elaborano una proposta e la fanno arrivare in parlamento. Nelle parole e nei concetti della Cuppi è riecheggiato il suono del vecchio riformismo emiliano, poi sussunto dal Pci, che organizzava i lavoratori, li faceva divenire protagonisti del proprio riscatto sociale e civile. “Combattendo” come ha detto la Cuppi.

Letta, dal canto suo, per dire quale Pd vuole, ha usato un’espressione quasi veltroniana: “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicalità nei comportamenti tra di noi". Ai membri dell’assemblea balcanizzati in correnti ha detto: “Non vi serve un nuovo segretario, vi serve un nuovo Pd”.

Non si può dire che il suo sia stato un discorso accomodante verso i capibastone, né che sia stato culturalmente e socialmente nel solco del vecchio impianto del Lingotto che presiedette alla nascita del Pd. La pandemia ha spinto molti a uscire dalla subalternità al neoliberismo e al conservatorismo caritatevole, prendendo coraggio per distaccarsene. Debole, però, è stato il suo dire sulle questioni riguardanti i lavoratori. L’accenno all’azionariato dei dipendenti risente di una certa cultura cattolica originata dalla “Rerum novarum”. Molto di più avrebbe dovuto proporre in tema di precariato e di lavoro come identità primaria del Pd. Letta ha detto di voler rivitalizzare i Circoli di base e ha annunciato per l’autunno le “Agorà” dem, assemblee di base con iscritti e non iscritti. Tuttavia il suo discorso è stato tutto interno al Pd, considerato il perno da rivitalizzare di una coalizione di centrosinistra vecchio stampo, da Calenda a Fratoianni. La nomina a vicesegretaria di Irene Tinagli di orientamento liberal democratico, ex di Italia Futura di Montezemolo, di Scelta civica di Monti, renziana e poi calendiana - insieme a Peppe Provenzano di orientamento di sinistra – dice più di tante parole quale sia il Pd che Letta vuole ricostruire. Un partito sempre all’interno di un perimetro progressista moderato, magari non come al tempo del neoliberismo rampante e attualmente più piegato verso la socialità perché lì spinge la pandemia. Ma siamo sempre lì.
Mentre oggi a sinistra e nello stesso campo progressista servirebbe ben altro.

Comunque si giudichi l’arrivo di Letta, è bene avere chiaro lo spessore del problema correnti nel Pd. Perché è su questo, innazitutto, che si misurerà la capacità del nuovo segretario di rinnovare se non, come si è detto, di rifondare il partito. In via preliminare la questione è legata all’identità debole del partito. E’ in questo vuoto sociale, politico e culturale che esse hanno prosperato e si sono solidificate. Ne sono state perfino un elemento fondativo. Ma a parte questo, qui non si tratta solo delle correnti nazionali che balcanizzano la segreteria, la Direzione e l’Assemblea nazionale. C’è ben di peggio.

La crosta è molto più spessa in periferia, dove le correnti sono divenute cordate e cordatine di puro potere facenti capo ai capibastone e ai cacicchi locali che hanno assoggettato i circoli facendoli diventare, salvo eccezioni, comitati elettorali che non fanno politica nei rispettivi territori, ma fanno solo da collettori di voti (anche nelle primarie) per il consigliere municipale, comunale, regionale e parlamentare che li protegge e li usa come service personale sul territorio. Vedere, per esempio, i risultati dell’inchiesta di Fabrizio Barca a Roma sui circoli del Pd nel 2015, rapidamente archiviata. Domandiamoci: ma che cosa è il Pd in Sicilia, in Calabria, in Basilicata, in Campania ma anche in Piemonte, Liguria, Marche, Umbria, Veneto, Toscana, Emilia ecc. e a Torino, Genova, Venezia e cento altre città? E’ difficile dire con precisione, certo non è il partito di sinistra invocato da Valentina Cuppi che “si lasci permeare” dalle istanze delle persone – lavoratori dipendenti, precari, i “rider” ricordati dalla Cuppi, autonomi, donne, giovani - che dovrebbe rappresentare.

Come intende rompere questa spessa crosta Enrico Letta? Con le “Agorà” autunnali? Oddio tutto fa brodo. Ma il brodo non fa guarire gli ammalati, gli porta solo sollievo momentaneo. La crosta delle correnti si rompe aprendosi al movimento di una costituente di un nuovo partito della sinistra che chiami tutte le forze di sinistra, grandi e piccole, interne ed esterne ai partiti, insieme all’associazionismo progressista a farne parte e, soprattutto, a costruirlo. Perché le incrostazioni di ceto politico non sono solo del Pd ma anche degli altri.

L’estensione, la qualità e la forza del campo progressista dipenderanno anche dalla creazione di un tale partito che sappia esserne il motore propulsivo.

Pubblicato in Cronache&Cronache

Gianni Agnelli, fu vera gloria?

1900 ITALIANO E ALTRO

Eccovi qualche buona ragione per dubitarne. Da "In Storie di Aldo Pirone"

di Aldo Pirone
GianniAgnelli 360 minRicorre in questi giorni il centenario della nascita di Gianni Agnelli. E’ una ricorrenza che, comprensibilmente, sarà celebrata dal e nel suo mondo con inni e ditirambi. Manifestazioni che, di solito, si addicono ai maggiordomi di una dinastia ma poco a un giudizio equanime su una personalità pubblica che rappresentò il vertice borghese del capitalismo industriale italiano dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso fino alla sua morte nel 2003.

Il direttore dell’house organ di casa Agnelli “la Repubblica”, ha intervistato per l’occasione il vecchio (quasi 98 anni suonati) Henry Kissinger, amico personale dell’avvocato. Molinari dice, tra le more, che “Agnelli ha aiutato a ricostruire l’economia italiana dopo la Seconda guerra mondiale”. Strano, perché quando divenne Presidente, sostituendo il prof. Valletta, nel 1966 l’Italia era bella e ricostruita e aveva già fatto il suo decollo industriale con il boom a cavallo degli anni ’50 e ’60. Lui, in quegli anni, si era dato alla pazza gioia come testimoniavano le cronache mondane. A volte l’eccesso di compiacenza fa brutti scherzi alla memoria storica. Kissinger, da parte sua, lo ricorda come “uomo del Rinascimento”. Forse per quel suo vezzo, presto imitato dai suoi sottoposti e imitatori, di portare l’orologio sopra il polsino della camicia. Un cronometro che doveva servirgli a poco se, come racconta l’ex segretario di Stato americano nell’amministrazione Nixon, gli telefonava alle quattro di notte per chiacchierare. Chissà se gli chiese mai cosa stava combinando nel Cile di Allende e perché l’amico avesse appoggiato il golpe del famigerato Pinochet.

Non so se Gianni Agnelli fosse una sorta di novello “Lorenzo il magnifico”. Lo escluderei, sia per la sua azienda sia per l’Italia. Intendiamoci, l’Avvocato, come padrone industriale, non fu come il duro Angelo Costa, ma non fu neanche un AdrianGianniAgnelli HenryKissinger 200 mino Olivetti. Di fronte al montare delle lotte operaie e sindacali non ebbe atteggiamenti come quello di suo nonno Giovanni che nel ’20, durante l’occupazione operaia delle fabbriche, chiese a Giolitti l’intervento dell’esercito per riportare l’ordine. Il nonno senatore desistette quasi subito quando lo statista piemontese gli fece presente, provocatoriamente, che avrebbe dovuto cannoneggiare gli stabilimenti.

Nervi saldi
C’è da dire, a suo merito, che anche di fronte al terrorismo rosso che alla Fiat ebbe i suoi obiettivi e alcuni covi (sequestro Amerio 1973) e che nel 1977 uccise il direttore della Stampa, il giornale di famiglia, Carlo Casalegno, Gianni Agnelli tenne i nervi saldi e non invocò i colonnelli. Anzi, diventato Presidente della Confindustria, fece con Luciano Lama leader della Cgil l’accordo sul punto unico di contingenza. Ma ricordo nitidamente come prese male la solidarietà di Enrico Berlinguer agli operai in lotta davanti ai cancelli della Fiat nel 1980. In TV disse che quel gesto aveva dimostrato l’immaturità del Pci a governare l’Italia. Lui preferiva un’altra sinistra, che poi arrivò. Quella del governo D’Alema del 1998. Da senatore a vita gli votò la fiducia dicendo “oggi in Italia un governo di sinistra è l’unico che possa fare politiche di destra”. Prima aveva votato la fiducia anche a Berlusconi appena arrivato. Non c’è da stupirsi. Una grande azienda, com’era la Fiat, doveva per forza essere governativa con chiunque fosse al potere in quel momento. Tanti dei suoi profitti erano agevolati dagli aiuti dello Stato sotto molteplici forme. La spregiudicatezza era d’obbligo. Per la “Ditta”, allora diretta da Valletta, anche gli affari non avevano confini ideologici. Basti pensare alla fabbrica di auto realizzata negli anni ’60 in Urss a Togliattigrad. Nella seconda metà degli anni ’70 a chi gli chiedeva conto di essere ricorso ai soldi libici di quel terrorista di Gheddafi per salvare la baracca, l’avvocato rispose di stare tranquilli. Gheddafi non poteva fare brutti scherzi perché lo Stato italiano alla fin fine poteva sempre nazionalizzare la Fiat. La nazionalizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti erano una caratteristica innata del capitalismo liberal-liberista italiano. Lo scherzo, invece, lo faceva lui a chi gli chiedeva di chi fosse la Fiat: dei lavoratori, rispondeva con soave sfacciataggine, perché, diceva, gli stipendi e i salari erogati superavano i profitti incamerati dai proprietari. Cioè, da lui e dalla sua famiglia.

Fusioni fallite
Come proprietario della Fiat non fu quell’aquila che oggi i suoi esaltatori amano descrivere. Utilizzò la rivoluzione tecnologica per mettere all’angolo gli operai, ma perse la corsa all’innovazione del prodotto. Capì che la Fiat doveva fondersi con altri giganti dell’automobile ma alla fine non riuscì nell’impresa. Riuscì solo a realizzare nuovi impianti in Brasile e in Polonia dove la manodopera costava assai meno che in Italia. Nell’impresa di trovare una grande casa automobilistica con cui fondersi sarebbe riuscito chi venne dopo di lui, Sergio Marchionne con la Chrysler, elevato a modello sociale e culturale dal Pd di Renzi. Ne furono contenti gli azionisti ma non i lavoratori italiani che videro ridursi i posti di lavoro. Mentre la sede della novella Fca – con la fusione con la Psa francese è diventata nel frattempo Stellantis con sede fiscale ad Amsterdam – sarà a Londra e Amsterdam. Anche le casseforti della famiglia Agnelli presero dimora nella città dei tulipani. Le tasse erano più convenienti e di fronte alle tasse la Patria passa in secondo piano.
LAvvocatoconCesareRomiti 350 minChe l’Avvocato – come ha scritto in un tweet imbarazzante Valeria Fedeli, senatrice del PD, ex dirigente Cgil e ora nel board della Fondazione Agnelli – abbia “contribuito a portare l’Italia nel mondo moderno” è dubbio. E che “il suo sguardo, la visione, la curiosità, il coraggio e la capacità imprenditoriale restino un esempio, un modello” non sembra proprio. L’avvocato non si pose per nulla il problema. Era figlio di un capitalismo il cui tasso di riformismo era assai debole. Semmai cercò di portare nel mondo la Fiat, con magri risultati, come s’è visto. Dall’irrisolta “questione meridionale”, il nodo vero dell’arretratezza sociale e civile italiana e del riformismo capitalistico, la Fiat aveva tratto il vantaggio della manodopera a basso costo, gli immigrati, per il boom industriale; e quando Gianni Agnelli decise di aprire nel Mezzogiorno gli stabilimenti di Cassino, Melfi e Termini Imerese, ormai la festa era passata e il santo era stato gabbato. Le fabbriche furono cattedrali nel deserto. Ma in questo ci fu convergenza anche con la sinistra allora industrialista (Pci, Psi ecc.) convinta che la questione meridionale si potesse risolvere con l’industrializzazione dall’alto, con l’intervento diretto dello Stato e con gli incentivi ai privati, essendo andata a vuoto la riforma agraria.

Insomma, se uno deve avere un padrone, Gianni Agnelli non fu certamente tra i peggiori nel panorama dell’imprenditoria italiana, ma da qui a descriverlo come un grande imprenditore illuminato ce ne passa. Forse pensava di esserlo, visto il disprezzo, questo sì più che giustificato e “rinascimentale”, con cui guardava al berlusconismo e ai politici che il convento della seconda Repubblica passava, molti dei quali oggi tessono di lui lodi sperticate.

Ma per chi è di sinistra il punto è: uno deve avere per forza un padrone? E l’Italia non avrebbe piuttosto bisogno di un’economia sociale di mercato – quella prevista dalla Costituzione – ed ecologicamente sostenibile? E, a questo scopo, d’imprenditori moderni più che di padroni?

 

16 marzo 2021

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Fateci sognare

CRONACHE&COMMENTI

Papa Francesco parla anche per essere ascoltato dal governo italiano

di Aldo Pirone
papa francesco indignato 350 260Papa Francesco ha scritto un altro libro: “Ritorniamo a sognare”. Domenica scorsa “La Stampa” ne ha pubblicati alcuni brani in conversazione con Domenico Agasso vaticanista di quel giornale. Le cose che dice Bergoglio sono sacrosante su tanti e molteplici temi. Temi ormai usuali diventati la cifra del suo pontificato: la salvaguardia degli ultimi e dei poveri, l’urgente necessità di salvare il “creato” con politiche ecologiche, la giustizia, la fratellanza invece dell’individualismo egoistico, la giustizia, la pace ecc.. Insomma valori alti, che in una temperie di crisi profonda della società modellata da un quarantennio di neoliberismo disumano – ora in regresso solo per la pandemia - hanno fatto divenire questo papa un punto di riferimento per tante persone progressiste e di sinistra che non sentono - e non hanno sentito più per tanto tempo - da chi dovrebbe rappresentarle, parole simili e uguali incitamenti. E quando le sentono, o le hanno sentite, appaiono impregnate di una pesante ipocrisia, assai simili a opportunistiche giaculatorie perché non seguite dai fatti e dai comportamenti conseguenti.

Nell’intervista – non so nel libro perché ancora non l’ho letto - Papa Francesco non si limita a ripetere i leitmotiv del suo pontificato ma entra nel merito di alcune indicazioni economiche. Com’è noto il Presidente Draghi ha detto nel suo discorso di insediamento che “Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”.

Bene. Bergoglio gli dice come fare e con quali criteri. Intanto, ammonisce, non bisogna supportare “imprese dannose per l’ambiente e per la pace”. E aggiunge: “Nello stato in cui versa l’umanità, diventa scandaloso finanziare ancora industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi e alla promozione degli ultimi e che penalizzano il bene comune inquinando il Creato. Sono i quattro criteri per scegliere quali imprese sostenere: inclusione degli esclusi, promozione degli ultimi, bene comune e cura del Creato”.

Draghi è avvisato. Ma lo è anche il cattolico neoeletto segretario del Pd che nel suo discorso all’assemblea dem ha fatto riferimento agli insegnamenti di Papa Francesco. Per non parlare, poi, di Leu e del M5s. E’ nel governo che si prenderanno le decisioni su quali aziende sostenere.

Per parafrasare Bergoglio: fateci sognare.

 

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Cialtronerie trasformiste

CRONACHE&COMMENTI 

Dei comunisti finiti su altre sponde, a volte opposte... si potrebbe scrivere un libro

di Aldo Pirone
sansonetti piero 360 minPiero Sansonetti ha scritto sul “Riformista”: “Craxi e Lula sono stati due grandi leader socialisti. E proprio per questo sono stati presi di mira e perseguitati dalla magistratura. In Italia Craxi è stato annientato, costretto all'esilio, dove è morto, abbandonato dalla politica. E’ stata una grande vergogna per la democrazia italiana”. Lula come Craxi. Martedì scorso, l’accostamento blasfemo l'ha fatto pure un luminare della giurisprudenza e della politica, tal Stefano Cappellini di “Repubblica”. Interloquiva con Davigo a “Di martedì”. Ha fatto una figura barbina.

L’uscita sansonettiana si commenta da sola.
Piuttosto la cosa che fa riflettere è la fine che hanno fatto diversi comunisti dopo lo scioglimento del Pci. Sansonetti è stato giornalista caporedattore e condirettore de l’Unità per lunghi anni, poi direttore del quotidiano di Rifondazione comunista dal 2004 al 2009. In seguito ha girato altre testate finendo a fare il direttore del “Rifomista” il cui editore è il discusso imprenditore Alfredo Romeo.

Quando era comunista, di scuola ingraiana, fu fieramente anticraxiano. Ora paragona il “cinghialone a Lula, il leader della sinistra brasiliana vittima di un complotto giudiziario che ha aperto la strada a Bolsonaro, il Trump del Brasile. Craxi, invece, com’è noto ”, se la svignò in Tunisia per non affrontare il processo a suo carico. Aveva rubato per sé, non solo per il suo partito, quel Psi dalla storia gloriosa che, non a caso, distrusse facendolo seppellire dalle macerie della “questione morale”. Non fu un esule, come amano celebrarlo i portavoce di lorsignori, ma un latitante. Ultimamente Sansonetti fa di mestiere il garantista, che in pratica significa essere contro la giustizia che persegue qualcuno di lorsignori, facendo finta di prendersela con il giustizialismo. Basta leggere con quale imbarazzata cavillosità reticente ha dato notizia, giorni fa, del rinvio a giudizio per associazione a delinquere, frode in pubbliche forniture e traffico di influenze del proprio dante causa Romeo.

Eh! Cosa non si fa pur di essere direttore di qualcosa.
Dei comunisti finiti su altre sponde, parecchio diverse e molte volte opposte a quelle di provenienza, si potrebbe scrivere un libro non privo di sarcasmo e ironia. Per dire del loro trasformismo si potrebbe intitolare “I Grandi camaleonti”, come un celebre sceneggiato televisivo anni ’60 di Federico Zardi. Magari togliendo “Grandi” viste le piccolezze e le piccinerie dei soggetti in questione. L’elenco sarebbe lungo con le dovute distinzioni fra persona e persona, fra approdo e approdo: dai Lothar di D’Alema, Rondolino, Velardi, Latorre, Minniti ai Bondi, all’apripista storico Giuliano Ferrara veneratore di Craxi prima e di Berlusconi poi e a tanti altri approdati nel campo del centrodestra a far da pifferai a lorsignori.

Sansonetti, si parva licet, è arrivato tra gli ultimi.

 

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Concita rimandata a settembre

CRONACHE&COMMENTI

La signora radical chic non sa che furono innazitutto persone libere...

di Aldo Pirone
concita de gregorio 370 minConcita De Gregorio per deplorare, giustamente, le miserie del correntismo dem, va ripetendo che anche nel Pci c’erano le correnti ma che i loro capi - per esempio, dice, Ingrao, Reichlin, Macaluso - “avevano una visone del mondo”. Dovrebbe informarsi meglio perché la ”visione del mondo”, la cosiddetta Weltanschauung, era del Pci in quanto tale. Sulle correnti nel Pci ci sarebbe molto da discutere in sede storica. Togliatti le chiamava sensibilità, poi, a mano a mano, divennero altre cose nella fase finale del Pci, per poi esplodere ben solidificate nel Pds-Ds-Pd. Da lì in poi accompagnarono il declino della sinistra. Tanto più questa s’imbastardiva tanto più quelle - che nelle periferie regionali e comunali si suddividevano in cordate e cordatine spesso in asperrima lotta tra di loro – crescevano a dismisura in potere senza valori né princìpi all’ombra dei capibastone, divenendo incrostazioni funzionali alla separazione della sinistra dal proprio popolo ed elettorato delle periferie sociali e urbane. Del Pd furono le fondatrici, non solo quelle Ds ma anche quelle della cosiddetta Margherita post democristiana. Veltroni pensò di limitarle sottoponendole al plebiscitarismo delle primarie e quelle invece se ne nutrirono. Un disastro storico.

Quanto ai dirigenti del Pci che Concita cita - ma se ne potrebbero aggiungere tantissimi altri di non minore levatura: Amendola, Pajetta, Cossutta, Natta, Bufalini Zangheri, Valenzi, Tortorella, Nilde Iotti, Adriana Seroni ecc., - la signora radical chic non sa che furono innazitutto persone libere anche all’interno delle proprie aree e sensibilità culturali. Non facevano i gregari di nessuno. Erano personaggi forti, selezionati nelle e con le lotte sociali democratiche, non polli di batteria. Esercitavano con schiettezza la propria libertà di opinione e analisi, ma sempre ricercando, come costume, l’unità del partito perché avevano come bussola la trasformazione della società in senso socialista. Disciplina e libertà fu la loro cifra, come quella di milioni di iscritti e militanti. E questo perché al di là delle proprie posizioni o idee personali c’era un’azione politica unitaria che il partito doveva condurre nella società civile e in quella politica per far prevalere gli interessi dei lavoratori e della collettività e una funzione nazionale da svolgere contro altri interessi meno nobili, più ristretti ed egoistici e privilegi antichi e moderni da scardinare, conservatori e perfino reazionari.

Signora De Gregorio torni a settembre. Voto: quattro meno.

 

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L’asino di Cottarelli

CRONACHE&COMMENTI

Creare ricchezza deve servire a combattere disuguaglianze e ingiustizie sociali

di Aldo Pirone
CarloCottarelli 390 minCarlo Cottarelli c’informa su “la Repubblica” che è stato chiamato e presiedere un “comitato scientifico per un programma per l'Italia che mi è stato commissionato da alcuni gruppi e partiti di area liberaldemocratica: Azione di Carlo Calenda, Più Europa con Emma Bonino, il Partito repubblicano italiano, Ali (alleanza liberaldemocratica per l'Italia), i Liberali”. Gli scopi: fornire idee per un futuro programma liberal democratico a un’area che intenderebbe raggrupparsi. Ispirazioni e intendimenti. “Prima di tutto – dice - la fede nella democrazia parlamentare; un ancoraggio europeo e atlantico; l'uguaglianza di possibilità, che è cardine della nostra Costituzione; il merito, la solidarietà, senza cadere nell'assistenzialismo”.

E’ evidente che la formazione del governo Draghi sta spingendo alcune aree politiche e culturali a fare i conti con se stesse, le proprie inadeguatezze, miserie e frammentazioni. Perciò, penso che sia un bene che l’area liberal democratica si raggruppi ancorandosi alla Costituzione e all’europeismo anti sovranista. Sull’atlantismo ci sarebbe da discutere, ma andiamo oltre. E’ un bene che al tavolo liberal democratico non sia stato invitato il Renzi saudita. “Il Bomba” non c’entra niente né con il liberalismo né con la democrazia ma solo con il proprio smisurato egocentrismo. Sarebbero, invece, a casa loro molti degli attuali esponenti del Pd. Non sarebbe male se si affrettassero ad andarci, invece di incistare il Pd con il loro correntismo para e filo renziano. Così come i promotori dell’area liberal farebbero bene a non proporsi di distruggere l’alleanza progressista Leu-Pd-M5s ma pensassero a decollare dai loro 2-3% e non a continuare a fare i saprofiti su quel che resta dell’albero spelacchiato della sinistra.

Ai princìpi ispiratori Cottarelli aggiunge, quanto alla giustizia sociale, "uguaglianza di possibilità". E già qui siamo a una formulazione piuttosto ambigua, consueta e consumata, certamente al di sotto di ciò che prescrive la Costituzione al comma due dell’art. 3: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In sostanza, dice tutta la nostra Costituzione, senza un intervento forte della mano pubblica a rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” la “uguaglianza delle possibilità” rinverdita da Cottarelli è una presa per i fondelli. Ma dove casca a strapiombo l’asino liberal democratico è in quest’altra considerazione cottarelliana. In questi anni “Si è pensato molto di più – dice - a redistribuire ricchezza che a crearla”. Una plateale bugia dettata dall’ideologia liberal liberista. Ideologia nel senso proprio di falsa coscienza. Che fa anche sorridere se si pensa che tutte le società di ricerca sociologica e i dati dell’Istat dimostrano in continuazione che non solo in periodo di pandemia ma ben prima le disuguaglianze propiziate dal neoliberismo si sono allargate a dismisura, in Italia, in Europa e nel mondo. Altro che redistribuzione! Quando c’è stata è stata sommamente impropria, ha riguardato le clientele elettorali non la giustizia sociale. La novità oggi è che l’auspicata creazione di ricchezza non è scindibile da provvedimenti economici e sociali volti a combattere le disuguaglianze e le ingiustizie sociali che le sono d'ostacolo.

L’assunto che prima viene la creazione di ricchezza e poi la sua redistribuzione è un’idea vecchia oltre che sbagliata.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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