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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Per una Costituente della sinistra

 CRONACHE&COMMENTI

Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti

di Aldo Pirone
28mar15 piazza del popolo 350 260Ieri si sono rifatte vive le Sardine. Hanno occupato simbolicamente il piazzale antistante al Nazareno sede del Pd. Hanno voluto significare che quel che accade nei dem non è da guardare con indifferenza. Il movimento che è stato di popolo e di giovani chiede che la crisi del Pd sbocchi in una costituente per una rifondazione unitaria di tutta la sinistra. “Chiediamo che inizi una nuova fase costituente: - ha detto Mattia Santori - aperta, democratica, innovativa. Non per il Pd, non per le Sardine. Ma per tutti gli apolidi della politica”. Jasmine Corallo, una delle esponenti più radicali di quel movimento, ha detto: “Io che sono di sinistra e non ho mai votato Pd nella mia vita mi rendo conto che tutto questo ci riguarda. Ci riguarda la costruzione di un fronte progressista plurale che accolga quella parte dei 5 Stelle che ha testimoniato una volontà di cambiamento e Leu”. L’iniziativa delle sardine è importante perché sta a significare che nello scontro interno ai dem potrebbe, auspicabilmente, irrompere, se crescerà nel paese, un movimento di popolo che per riedificare un partito della sinistra deve andare oltre il Pd. La Costituente reclamata da Sartori e Corallo può essere questo “oltre”.

Oggi, insieme a tanti altri interventi sul tema prorompente della creazione di un nuovo soggetto unitario a sinistra (vedi, per esempio, l’intervista di Fabio Mussi a “Il manifesto” e quella di Landini su “Repubblica”), c’è un’intervista molto significativa al “Corriere della sera” del ministro della salute Roberto Speranza esponente di Leu.

Dice Speranza: “Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti. Quello che c'è oggi non basta e quello che serve ancora non c'è. Con il virus che ha stravolto le esistenze, anche il nostro campo deve profondamente cambiare. […] La pandemia ha riposto l'accento sul primato di alcuni diritti irrinunciabili e non negoziabili. Beni pubblici fondamentali come il diritto alla salute, all'istruzione, al lavoro e la grande questione dello sviluppo sostenibile vanno difesi, non possono essere affidati alle sole logiche del mercato. Attorno a questi temi c'è lo spazio per rifondare una sinistra larga e plurale. Le soggettività politiche esistenti si stanno dimostrando insufficienti per rispondere alla domanda di protezione che viene dalla società. Il Pd ha mostrato i suoi limiti, ma anche le esperienze costruite al di fuori del Pd non hanno raggiunto gli obiettivi […] è ora di mettersi tutti in discussione per costruire una nuova grande forza politica che interpreti la domanda di cambiamento delle generazioni più giovani, penso anche alle Sardine. Le soggettività del campo democratico sono deboli, ma per paradosso i nostri asset fondamentali, come l'universalità delle cure o il vaccino bene pubblico, non sono mai stati più attuali”.
Dunque, sembrerebbe che l’ascia sia stata posta alla base dell’albero. L’obiettivo è far evolvere la crisi del Pd verso l’esito della Costituente, nella quale far confluire tanti altri soggetti: partiti e associazioni agenti nella società civile progressista.

Ma come? Eleggendo all’assemblea nazionale dem un segretario “unitario”? Soggetto alle mediazioni paralizzanti delle correnti e delle cordate e cordatine periferiche? No. Occorre che ne sia eletto uno/a che abbia chiaro l’obiettivo rifondativo della Costituente della sinistra e che faccia diventare questo il tema centrale del Congresso che si farà in autunno, subito dopo la vaccinazione di massa. Bisogna trasformare le primarie dem in un appuntamento unitario di popolo per la rifondazione di un soggetto politico nuovo e aperto della sinistra. Bisogna travolgere le correnti che strangolano nel Pd la sinistra, travolgere i lasciti renziani e para renziani, i moderati neocentristi liberal democratici, i nostalgici del Lingotto “a vocazione maggioritaria”, con un movimento popolare organizzato da tutti coloro (Cgil, Anpi, Libera e tante altre associazioni ambientaliste, progressiste e di sinistra) che vogliono un partito di sinistra con la schiena dritta, “robustus et malitiosus”.

Zingaretti, Bettini, Orlando, Provenzano, Amendola e tanti altri dovrebbero puntare a questo se non vogliono suicidarsi per l’ennesima volta. Franceschini, che guida la corrente degli ex popolari con qualche spruzzata di ex post comunisti come Fassino e Pinotti, dovrebbe decidersi: o farsi protagonista dell’inveramento dell’insegnamento di Papa Bergoglio e della tradizione cattolico- democratica e sociale oppure seguitare a essere l’erede del correntismo e del moderatismo democristiano come ha fatto finora, con molto opportunismo.

In questi mesi bisogna far crescere il movimento della Costituente nel paese e fra il popolo della sinistra fondando comitati appositi. Sarebbe il modo migliore per chiamare a raccolta quel che resta di un popolo militante di sinistra dentro e fuori il Pd, chiamarlo a farsi protagonista con la partecipazione e con il voto di una rifondazione e non solo suddito o cliente di capicorrente e cacicchi.

Se non ora quando?

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Il mestiere dei progressisti

CRONACHE&COMMENTI  

La rottamazione delle cartelle esattoriali: NO a un maxi condono fiscale per i soliti noti

di Aldo Pirone
cartelle esattoriali 370 minIn questi giorni è all’esame del governo il cosiddetto “decreto legge sostegno”. Quelli del governo Conte erano “decreti ristori” ma, in omaggio alla discontinuità tanto reclamata dalla destra di Berlusconi e Salvini e dai renziani, Draghi ha cambiato la parola. La sostanza è sempre quella: gli aiuti da continuare a dare a tutti quelli che stanno subendo perdite economiche per la pandemia. In questo decreto di sua Altezza Draghi ci sarà anche la rottamazione delle cartelle esattoriali, cioè l’eliminazione dei crediti dovuti all’Agenzia delle Entrate, cioè all’erario fiscale, da parte dei cittadini insolventi. La materia è complessa e riguarda vari anni e non è qui il caso di esaminarla dettagliatamente. Basti dire che è un terreno dove si misurerà l’orientamento del governo e, soprattutto, la promessa fatta da Draghi in parlamento di una politica fiscale all’insegna della progressività e della lotta all’evasione con “un rinnovato e rafforzato impegno”, disse.

Inoltre, questa sarà anche l’occasione per Leu-Pd-M5s, che sono maggioranza nel governo e nel parlamento, di far pesare tutta la loro forza e iniziativa dimostrando nel concreto che nella compagine di Draghi non ci stanno da sudditi con il cappello in mano ma da protagonisti, soprattutto in materia di equità fiscale.

La rottamazione in questione può avere due esiti opposti. Una pulizia - come dice la sottosegretaria di Leu all’economia Cecilia Guerra - di crediti ormai inesigibili di persone decedute o fallite in anni ormai lontani e un concreto aiuto a chi ha subito gli effetti pesanti della pandemia entro un certo reddito, oppure - come reclamano Berlusconi, Salvini e loro accoliti - trasformarsi in un maxi condono fiscale per i soliti noti. I leader della destra lo chiamano “pace fiscale” per non urtare i sentimenti di chi le tasse le paga fino all’ultimo centesimo. La partita si gioca nel campo complicato di norme tecniche, di soglie di esenzione, di anni da annullare ecc.. Ma il risultato deve essere chiaro e lampante: il condono richiesto dalla destra non deve passare.

La questione fiscale è particolarmente sentita dai cittadini, soprattutto da lavoratori dipendenti e pensionati. La pandemia ha acuito questa sensibilità perché si è toccato con mano come sia importante, per tutti, il servizio sanitario nazionale e come ne abbiano usufruito anche chi con evasioni ed elusioni non ha contribuito a mantenerlo. La sinistra al governo dovrebbe non solo impedire i condoni voluti dalla destra ma passare all’offensiva in tema fiscale. Va bene una riforma all’insegna della progressività, ma intanto va dato un segnale forte da parte del governo verso l’equità e la lotta alla disuguaglianza. L’altro giorno l’Istat ha certificato la crescita della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese causa la pandemia: 1 milione di poveri in più e 335 mila famiglie in più in povertà assoluta.

Ebbene, perché la sinistra non pone all’ordine del giorno del governo il contributo di solidarietà a carico delle 3000 persone più ricche? E perché non chiede con forza che il ricavato di questo contributo – circa 10 miliardi con il 2% di tassazione straordinaria al di sopra di un patrimonio di 50 milioni di euro - vada a sostegno dei poveri e degli indigenti?
Sarebbero proprio da vedere Berlusconi, Salvini, Renzi e Meloni opporsi a una simile proposta. E sarebbe da vedere cosa direbbe Draghi in proposito.

Su, coraggio, signori progressisti, fate il vostro mestiere.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Lorsignori rivogliono indietro il PD

 CRONACHE&COMMENTI

Le dimissioni di Zingaretti provocheranno un vero chiarimento di fondo?

di Aldo Pirone
Zingaretti disperato 350 minLe drammatiche dimissioni di Zingaretti sono un altro episodio nella lotta che si sta svolgendo fuori e dentro il PD per ricondurlo pienamente sotto il controllo dell’establishment liberal democratico di lorsignori.

La creatura era sfuggita di mano con quell’alleanza con Leu e M5s. E’ vero, la dirigenza zingarettiana non era riuscita a produrre quella svolta interna, quella “rivoluzione” nel Pd, quell’apertura alla società civile progressista, all’associazionismo che ivi opera e agisce, quell’immersione nel processo di unità e di rifondazione della sinistra che da più parti era sollecitata e che sarebbe stato necessario per spostare i rapporti di forza nel paese a sfavore delle destre e mettere al riparo il governo dalla quinta colonna renziana.

Tuttavia, tra remore e dissensi sotterranei alimentati dagli abbondanti lasciti renziani, soprattutto parlamentari, pararenziani e orfani del Lingotto veltroniano a vocazione maggioritaria, la suddetta dirigenza era riuscita, pur con le stampelle e claudicando un bel po’, a onorare l’alleanza progressista con Leu e il M5s e il sostegno al governo Conte 2 fino alla fine. Ed è proprio questo che lorsignori e i loro portavoce nei mass media rimproverano a Zingaretti. Oggi tutti quelli (i Mieli, i Damilano, le Concite De Gregorio ecc.) che guardano con ribrezzo al correntismo dem fondato sull’ordine feudale del cacicchismo localistico, applaudirono al Pd di Veltroni che, oltre all’impianto culturale liberal democratico del Lingotto, si diede proprio quella struttura allucinante che metteva insieme, in nome dell’innovazione, il vecchio e immarcescibile correntismo più ferreo con il plebiscitarismo; anticipatore non nobile del populismo. Il tutto aperto all’infezione del trasformismo più bieco, senza princìpi né valori né ideali e, non da ultimo, alla penetrazione degli avventurieri politici più spregiudicati come Renzi. Anche lui applaudito da non pochi schifiltosi di oggi.

A favorire e, per certi versi, a blindare l’alleanza a sostegno di Conte è stata la pandemia da Coronavirus che ha cambiato la situazione sociopolitica in Italia, in Europa e nel mondo. Essa ha riportato alla luce e in primo piano parole e politiche come solidarietà, mutualità, direzione pubblica, beni comuni, ambiente, ecologia ecc.. Un mastice che è durato fino a quando non è entrata in ballo la gestione dei 209 mld del Recovery fund e anche nel Pd si è pensato, da una parte (Zingaretti e Bettini) di dare una scrollatina a Conte e dall’altra (Marcucci, Zanda, Delrio ecc.) di affossarlo tout court utilizzando il rignanese saudita “nostro centravanti di sfondamento”.

Il ribrezzo di lorsignori per questo Pd non nasce, perciò, dalle sue piaghe originarie ormai purulente e incancrenite, dai fasti e nefasti precedenti culminati nel renzismo, ma dal tentativo di uscirne, seppur timidamente e fra contraddizioni e remore lampanti, con una politica orientata a sinistra sostanziata nell’alleanza con Leu e M5s a sostegno del Conte 2. Quest'alleanza hanno cercato di sbriciolarla con la caduta di Conte e l’avvento di Draghi e ora ne vogliono impedire una qualche rinascita anche in futuro.

Le dimissioni di Zingaretti possono essere anche benefiche se provocano un chiarimento fondamentale fra i dem e una svolta con l'abbandono di ogni sirena liberal democratica, moderata e centrista e un processo di rifondazione non solo e non tanto del Pd ma della sinistra tutta in collegamento simbiotico con l'associazionismo progressista della società civile. In parallelo a quanto sta succedendo nel M5s con l'avvento annunciato di Conte nella direzione dei pentastellati.

Intanto non bisogna distrarsi. Il governo Draghi, da una parte, va condizionato a potenziare la continuità sul terreno sanitario e su quello sociale con il governo Conte e, dall’altra, occorre sindacare a fondo i progetti del Recovery plan. Non bisogna dimenticare che in Parlamento c’è una maggioranza progressista che va fatta valere anche sui dettagli e anche nel contrastare passo passo le panzane di Salvini.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

La metamorfosi del riformismo

Togliatti, riforme e riformismo

“Riformismo è una parola malata”

di Aldo Pirone
Togliatti 350“Riformismo è una parola malata” disse Sergio Cofferati nel 2002. Piccato gli rispose subito Piero Fassino allora segretario DS appena eletto grazie a D’Alema. Tanto per ricordare uno dei gradini che i post comunisti hanno sceso via via prima di arrivare in cantina.

Cofferati dirigeva la Cgil e il riformismo vero lo conosceva da vicino, da sempre. Che la parola fosse già malata da tempo era sotto gli occhi di tutti, almeno di quelli che li avevano ben aperti. Oggi, per dire come la malattia sia diventata pandemia, si dicono tutti riformisti, compresi i leader della destra nazionalista e sovranista - la Meloni presiede in Europa l’European Conservatives and Reformists Party, per l’appunto - e il Berlusconi d’antan che li precedette. Anche lorsignori, padroni della finanza e dell’industria, i loro giornali, i loro maître à penser, ovviamente si fregiano delle stigmate del riformismo la cui cifra è facilmente riconoscibile: dagli ai lavoratori e ai ceti popolari.

Nel Novecento, com’è noto, il riformismo contraddistinse una tendenza del socialismo italiano ed europeo contrapposto prima alla tendenza massimalista e poi a quella rivoluzionaria comunista. In occasione del centenario della fondazione del Pci si è tornati a ragionare del riformismo comunista che fu cosa assai diversa da quello socialdemocratico in Italia particolarmente debole, incarnato dal Psdi di Saragat e anche, in parte, da quello praticato dal Psi nei governi di centro-sinistra anni ’60 e ’70. Sta di fatto che nel movimento operaio la parola riformismo, era sì associata a un certo metodo politico, ma per raggiungere comunque fini di progresso per le classi lavoratrici. Fini comuni a comunisti e socialisti, ebbe ad osservare un accorato Turati, nel 1921 all’atto della scissione di Livorno, ma da raggiungersi per strade diverse. Fu molti decenni dopo che con il segretario del Psi Craxi il riformismo divenne una sorta di clava ideologica agitata contro il Pci. Da qui in poi la parola assunse, in rapporto ai provvedimenti adottati contro i lavoratori e i ceti popolari nel clima del neoliberismo rampante e della sostanziale subalternità ad esso della sinistra post comunista, un significato sinistro, controriformatore e antiprogressista.

All’atto della fondazione del “partito nuovo” Togliatti fece compiutamente i conti con il riformismo socialista. E li fece proprio a Reggio Emilia che ne era stata la culla. Del resto, quando si adotta la democrazia come strada per il conseguimento di una trasformazione socialista è evidente che si scende sul terreno del riformismo. Ma come ci doveva scendere una forza, qual era il Pci, che per marcare le sue finalità di radicale rinnovamento politico, economico e di classi dirigenti continuava a definirsi rivoluzionaria? Togliatti lo spiegò pianamente nel suo discorso al teatro Municipale di Reggio il 24 settembre 1946. Esaltò la funzione del socialismo riformista e dei suoi epigoni, Prampolini, Massarenti, Marabini, che avevano contribuito potentemente a risvegliare le plebi della campagna dando loro un’organizzazione, una coscienza e una speranza di redenzione nel socialismo (il sol dell’avvenire). “I nomi di questi uomini – disse - noi, comunisti, li onoriamo e veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni”. In pari tempo criticò i limiti corporativi di quell’opera: “Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione della prospettiva e dell’interesse generale del movimento. (…) Un altro errore comune a quasi tutti i capi riformisti e che veramente fu fatale per la sorte delle classi lavoratrici emiliane fu la errata impostazione del problema contadino. E qui ritorno al mio punto di partenza, delle relazioni tra i salariati e il ceto medio. Il riformismo – e tutto il socialismo ufficiale, del resto, tanto nelle sue correnti di destra quanto in quelle di sinistra – non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. (…) La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi della campagna e della città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo”.

Togliatti, in sostanza, nel momento in cui ancorava l’azione del Pci al solido terreno della “democrazia progressiva” e lo rifondava come “partito nuovo” e di massa, sussumeva il riformismo socialista dentro un quadro riformatore forte (riforme di struttura e alleanze sociali con i gruppi intermedi), dandogli uno spessore nuovo, meno corporativo e più organico agli interessi generali del movimento operaio e della Nazione.

Vi è un altro aspetto del riformismo che è stato quasi dimenticato: il riformismo delle classi dirigenti borghesi. Non fu del tutto assente. Si pensi al riformismo giolittiano dei primi anni del novecento di cui Togliatti nel 1950 (“Discorso su Giolitti”) parlò bene evidenziandone, al tempo stesso, i limiti oltre i quali non andò. Un riformismo che si ripresentò agli albori degli anni ’60 con la formazione del centro-sinistra a partecipazione socialista. Molti allora, anche nel Pci, ebbero paura di quel riformismo che – dicevano – sull’onda del boom economico e della trasformazione dell’Italia da paese agricolo-industriale a industriale-agricolo, poteva risolvere le contraddizioni storiche del paese (mezzogiorno, bassi salari, rendita agraria e urbana ecc.) tagliando l’erba sotto i piedi ai comunisti e integrando la classe operaia nei meccanismi capitalistici. Togliatti fu quanto meno scettico su queste capacità. Tagliò corto con i dubbiosi, definì il centro-sinistra un “terreno più avanzato di scontro” e sfidò la Dc, il Psi e i loro alleati Psdi e Pri a fare le riforme – quelle annunciate non erano di poco conto - senza l’apporto della forza comunista. In poco più di due anni la spinta riformatrice del centro-sinistra si attenuò parecchio all’ombra del doroteismo democristiano. Nel suo ultimo editoriale su “Rinascita” l’11 luglio 1964, “Capitalismo e riforme di struttura”, tornò sulla questione del “riformismo borghese”. "Le riforme di struttura – scrisse -, come via per lo sviluppo della democrazia e per aprire la strada alla costruzione di una società nuova, furono e sono parte integrante delle rivendicazioni programmatiche del grande movimento unitario della Resistenza. Il momento originale di questa costruzione politica sta nell’unità tra un programma di rinnovamento economico e sociale e l’affermazione dei principi della democrazia come base incrollabile dello Stato repubblicano. Vi fu, invece, la rottura di quell’unità. Sono quindi presenti vastissime zone di sovraprofitto e di rendita, alla cui difesa attende efficacemente la politica economica governativa. Su una struttura di questo genere è stato sempre assai difficile innestare una politica di riformismo borghese. Da questa struttura uscì invece il fascismo”.

Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti della politica italiana. Il panorama politico è del tutto mutato. Non esistono più i partiti della sinistra (Pci, Psi, Psdi ecc.) e anche la Dc di Moro e Fanfani che dibattevano di “Riforme e riformismo” in senso progressista con pensieri lunghi e alti. Oggi c’è una pletora di politici di scarso livello dominati, per lo più anche se non tutti, dalla preoccupazione all’interesse alla propria carriera che a quello generale del paese. La società è mutata, la rivoluzione tecnologica e digitale è avanzata potente, la classe operaia fordista concentrata in grandi fabbriche è stata scomposta, dispersa e trasformata all’insegna della “rivoluzione conservatrice” neoliberista.

Ma il problema dell’incapacità delle classi dirigenti borghesi ad affrontare i cambiamenti riformatori necessari è rimasto sostanzialmente quello preconizzato da Togliatti. Vedesi, da ultimo, la defenestrazione del governo Conte 2. Ad esso si è aggiunto quello di una sinistra per la quale il “riformismo” è diventato nel corso dell’ultimo trentennio sinonimo di trasformismo e subalternità. La pandemia ha dato una scossa a tutto questo, al mondo della globalizzazione neo liberista, all’Italia e all’Europa riportando in primo piano valori e concreti obiettivi socioeconomici che sembravano sommersi e dimenticati: solidarietà, eguaglianza, bene pubblico e comune, ambiente e sostenibilità come condizione per un diverso sviluppo economico e sociale, ruolo della mano pubblica nel gestire il cambiamento economico. Il Covid 19 ha dato una scossa anche alla sinistra e a forze moderate in Europa (vedi la Cdu-Csu della Merkel e della von der Leyen), ha segnato la sconfitta di un mascalzone fascista come Trump in America. L’unica cosa che a sinistra non si può riesumare nel suo significato originario è la parola “riformista”.

Ormai chi la brandisce nasconde cattive intenzioni: moderate, conservatrici e perfino reazionarie.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Nel male la coerenza è un disvalore

Cronache&Commenti

Non c’è solo “la banalità del male” ma, nel male, anche la banalità della coerenza

di Aldo Pirone
giorgiameloni 380 minMoni Ovadia è un artista di grande livello, ebreo e di sinistra, anzi marxista. Per questo ha suscitato scalpore la sua ammirazione per Giorgia Meloni definita politico di “altissimo livello”. Ovadia, dice, è talmente scandalizzato dalla pochezza intellettuale dei dirigenti di sinistra, a parte Fratoianni, da non poter non elogiare “le qualità politiche, tattiche, strategiche e di coerenza” della leader neo fascista. L’ha definita un’iperbole ma ciò non gli ha evitato dissensi e contestazioni da amici e compagni. Tra questi, Gad Lerner, intellettuale ed ebreo anche lui, che gli ha risposto citandogli alcune orripilanti espressioni usate dalla Meloni: “ ’Soros usuraio’, ‘Sei nomade? Devi nomadare!’, ‘O parmigiano, portami via’, ‘Vermi magrebini’, ‘Bastardo spacciatore nigeriano’... non mi spingerei – dice Lerner - fino a definirla ‘leader di altissimo livello’ “.

Può capitare, ed è già successo altre volte e in altre epoche, che di fronte a certe alleanze o convergenze con forze politicamente antitetiche e moralmente assai discutibili fatte dalla sinistra - anche quando essa era a maggioranza comunista e a dirigerla erano persone del calibro di Togliatti, Longo, Berlinguer - il giudizio morale, ma sarebbe meglio dire, in quei casi, “moralistico”, abbia sopravanzato quello freddamente politico. Tanto più oggi, quando gli esponenti dello sgarrupato campo progressista che si era raccolto attorno a Conte – escluso Renzi ovviamente – sono quello che sono. A questo proposito Ovadia fa l’esempio del segretario del Pd Zingaretti che non trova di niente di meglio in questi frangenti che esaltare Barbara D’Urso. Ma da qui a elogiare in quei termini la “coerenza del male” ce ne passa ed è comunque sbagliato, per non dire aberrante, quando si tratta di una neofascista come Giorgia Meloni che non solo non ha rinnegato sostanzialmente nulla dei propri maestri fascisti, da Mussolini ad Almirante, ma ne continua coerentemente, mutatis mutandis, a praticare l’ispirazione nazionalista e xenofoba, in collegamento con forze politiche straniere fortemente antidemocratiche, antisolidaristiche, antieuropee, sottilmente antisemite e antitaliane (Orbàn ecc.). Lo si è visto in quest’anno drammatico sia nella lotta alla pandemia (dittatura sanitaria ecc. ha vomitato) che di contestazione al tentativo dell’Europa di mutare l’arcigna politica egoistica di austerità in quella della solidarietà testimoniata dal Net Generation Eu che ha stanziato per l’Italia gli aiuti sostanziali che si conoscono.

E questo indipendentemente dal giudizio politico diverso che, a sinistra, uno può legittimamente dare sull’operazione governo Draghi e sulla sinistra che l’ha accettato.
La coerenza in politica non è un valore in sé, dipende da chi e su che cosa è praticata. E quando si tratta di fascisti o neo fascisti essa diventa un disvalore. Altrimenti dovremmo ammirare la coerenza di Hitler nel perseguire la guerra e l’olocausto, o quella di tanti altri mascalzoni e politici criminali che hanno popolato il mondo nel passato e nel presente mettendo in secondo piano i loro crimini e le loro malefatte.

Ovadia dovrebbe sapere che non c’è solo, per dirla con Hannah Arendt, “la banalità del male” ma, nel male, anche la banalità della coerenza. E Giorgia Meloni questa rappresenta.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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L’amico del giaguaro

Cronache&Commenti

“L’amico del giaguaro” è stupido.

di Aldo Pirone
LuigiDiMaio 350 260Luigi Di Maio non è uomo di grande perspicacia. Da capo politico del M5s è riuscito a farsi mangiare in testa da Salvini, portando i pentastellati in poco più di un anno, dal 2018 al 2019, a dimezzare percentuali e voti alle elezioni europee. Poi ha lasciato la croce al povero Vito Crimi. Prima, però, aveva avuto il tempo (elezioni 2018) di salutare la nascita della Terza Repubblica, quella “dei cittadini”, e di proclamare dal balconcino di Palazzo Chigi “la fine della povertà” dopo l’approvazione del reddito di cittadinanza. Provvedimento, per la verità, non disprezzabile, ma non certo in grado di per sé di abolire l’indigenza. Fu salvato, suo malgrado, dal suicidio di Salvini e dalla nascita del Conte 2.

In quel periodo, comunque, risultò che la professione più riuscita di Di Maio era quella di “amico del giaguaro” Salvini.
In questi giorni il M5s è in pieno subbuglio dopo la caduta del governo Conte 2 e l’avvento di Draghi. Abbandoni a ripetizione ed espulsioni di numerosi deputati e senatori squassano il Movimento indebolendo, di per sé, il fronte progressista dentro il governo Draghi a favore dei centristi di varia gradazione e colore, di FI e, soprattutto, della Lega. Un andamento tellurico, accentuato dopo la nomina di ministri e sottosegretari. Ebbene che ti fa “gigino”? Dice a “Repubblica” che il M5s è tanto maturato perché sta diventando “una forza moderata, liberale, attenta alle imprese”. Invece di cercare di appianare e diminuire i dissensi, qualificando il cammino del M5s come un’evoluzione verso una collocazione non ambigua e trasversale, decisamente collocata nel fronte progressista come forza ambientalista radicale, sparge sale sulle ferite. A che scopo? Liberarsi di tutti i dissenzienti? Aumentarne il numero, continuando a fare “l’amico del giaguaro”? O forse, il machiavelli di Pomigliano d’Arco, immeritatamente ministro degli Esteri, pensa che il centro moderato e “liberale”, sia poco affollato (Calenda, Bonino, Renzi ecc.) e bisognoso di rafforzamento sfoltendo così ancora un bel po’ quel che resta dell’elettorato pentastellato? Boh!

Ma forse la risposta a tutti questi lancinanti interrogativi è più semplice: “l’amico del giaguaro” è stupido.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Smalto

PCI centanni 

Fassino, non ricorda bene neanche le percentuali del voto al Pci nel ’68, nel ’76 e nell'87. Cose che capitano a una certa età.

di Aldo Pirone
piero fassino 350 minMi è stata segnalata un’intervista a Piero Fassino sul giornale di De Benedetti “Domani”. Risale a circa un mese fa ed è una riflessione sul Pci, esternata nell’ambito del centenario della fondazione di quel partito. La tesi di Fassino è che il Pci, nato per fare la rivoluzione socialista, era diventato semplicemente democratico e riformista. attraverso una lunga esperienza e maturazione storica. In verità è quello che pensò lui e il gruppo di giovani dirigenti che, defenestrato in malo modo Natta approfittando del suo infarto, presero in mano il partito e con la “svolta” amputarono il Pci di ogni tensione socialista per portarne le spoglie nella subalternità a lorsignori e al neoliberismo rampante. Fu sostanzialmente una liquidazione all’ingrosso che non ha avuto buone conseguenze né per la sinistra, né per i lavoratori né per l’Italia. Il tutto fu coperto da quella parola magica “riformismo” che è stato la pelle di zigrino con cui si sono coperti tutti i cedimenti, le subalternità e anche le vergogne morali che hanno accompagnato la dissoluzione non solo di un partito ma di una comunità politica che Pasolini, forse con qualche esagerazione, aveva definito la parte pulita dentro un’Italia sporca.

Non è mia intenzione fare un’esegesi dell’intervista di Fassino. Per altro, lui descrive ogni fase della vita del Pci da Togliatti a Berlinguer a Occhetto con una qual certa piattezza continuistica. Dimentica, però, – a proposito dello scontro fra Berlinguer e Craxi – quanto scrisse in proposito nel 2003 nel suo libro “Per passione”: Craxi aveva ragione e Berlinguer torto. Oggi il suo giudizio su Berlinguer è diverso: non era un moralista né giustizialista ma un grande dirigente innovatore.

Fassino, non ricorda bene neanche le percentuali del voto al Pci nel ’68, nel ’76 e nell'87. Cose che capitano a una certa età.

Il passaggio, però, che la dice lunga sulla statura politica di Fassino, inversamente proporzionale a quella fisica, è quello su Natta. “Natta era un leader riconosciuto e stimato, ma rappresentava un'irenica continuità, senza smalto [...] Tant'è che nelle elezioni dell’87 torniamo al 26 per cento, come nel ‘68”. Invece Fassino con lo smaltato Occhetto e compagnia lo portarono nelle elezioni politiche del 1992, subito dopo la “svolta” e la separazione di Rif. Com., a un glorioso e sfolgorante 16.11%. Più indietro del 1946, a un tiro di schioppo del Psi di Craxi (13.62) e a metà della Dc (29.66%).

Oltre dieci punti in meno, però con “smalto”.

 

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La validazione di Draghi

Cronache&Commenti

“Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto"

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minIl governo Draghi viene dopo l’equilibrio più avanzato per il fronte progressista che è stato il Conte 2 con un presidente del Consiglio circondato da un discreto favore popolare. Ha ragione Bettini quando scrive (“Il Foglio” di ieri) che “Giuseppi” è caduto perché indigesto “Per il ‘salotto buono’ della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d'assalto Confindustria. Per chi è sempre stato diffidente rispetto ad un'Europa autonoma, forte, centro di un dialogo mondiale tra Est e Ovest. Per chi vuole un'Europa che, prima di essere Europa, deve essere atlantica. Per diffusi interessi del tessuto industriale del Nord, che provano insofferenza verso il Mezzogiorno; non tanto per i suoi aspetti arretrati o per le sue zone di parassitismo e di rendita, ma per le sue possibilità di valorizzare i propri talenti e le proprie risorse, in un rapporto privilegiato con il Mediterraneo”. E, quindi, fu un errore di calcolo dello stesso Bettini quando invocò di immettere nel governo Conte le “energie migliori”, dando spazio oggettivamente all’iniziativa demolitoria di Renzi che ha riportato al governo sia FI sia la Lega.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare il governo Draghi una disfatta irreparabile. Parliamoci chiaro: noi stiamo valutando la situazione politica con i protagonisti che sono quelli che sono. Da una parte Meloni, Salvini, Berlusconi, Renzi e consimili, con tutte le loro differenziazioni (Meloni all’opposizione), contraddizioni e fobie caratteriali e il Pd, Leu e M5s dall’altra. Da una parte una destra aggressiva, trasformista quanto basta, una zona centrale popolata da un saltimbanco come Renzi, da rappresentanti, più o meno attempati, di lorsignori come Bonino e Calenda e piccoli cespugli di “responsabili” (Tabacci e altri) che si erano già mossi a sostegno di Conte, dall’altra una sinistra abbastanza sgarrupata e inadeguata con due partiti (Pd e M5s) l’uno balcanizzato in correnti e con molte remore renziane e pararenziane al suo interno e l’altro squassato da una scissione in corso con una parte integralista allergica alla concretezza politica.

Il discorso di Draghi al Senato e alla Camera, di cui non mi attardo ad approfondire i punti salienti: sanità, ambiente, giovani, donne, europeismo, povertà e diseguaglianze da contrastare, fisco progressivo ecc., è stato sostanzialmente in continuità programmatica con quello di Conte. Lo riconosce anche Travaglio. “Per metà – ha detto - era sostanzialmente un elogio nei confronti del Conte 2 e di continuità, e per l’altra metà era praticamente uguale al discorso che fece Conte nel settembre del 2019 presentando alle Camere il suo secondo esecutivo”. Nonostante ciò Travaglio è acidamente critico su tutto il resto con particolare attenzione alle scelte di Grillo e del M5. Questa continuità non c’è e non poteva esserci per evidenti ragioni nell’arruolamento di ministri/e. Per cui il governo di “supermario” nasce con una contraddizione fra gli obiettivi annunciati e le forze che li dovrebbero attuare. Forze divise in tre grandi aree: quella proveniente dalla maggioranza precedente (escluso Renzi) leggermente più numerosa, quella dei tecnici facenti capo a Draghi, e la destra di Berlusconi e Salvini. Fra questi ultimi le persone scelte, a quanto pare, non sono quelle che voleva Berlusconi per Forza Italia né quelle organiche a Salvini per la Lega. Ma non sono, comunque, di orientamento progressista e men che meno di sinistra. Forze, infine, fra loro alternative che nella loro componente di destra sovranista e xenofoba non tarderanno, come già stanno facendo, a tirare calci per non farsi sorpassare a destra dalla Meloni, costringendo la componente progressista ex Conte a continui bracci di ferro e Draghi a mediazioni continue oppure, com’è nettamente auspicabile, a secchi altolà come ha fatto parlando di euro ed Europa.

Ovviamente noi parliamo di un discorso di Draghi fatto di parole che, comunque, sono già di per sé un fatto politico. Ma a queste parole debbono seguire i fatti; ed è precisamente questo il terreno su cui dovrebbe svolgersi la battaglia dello sbrindellato fronte progressista. Lo stesso presidente del Consiglio nella sua replica al Senato ha avuto l’accortezza di avvertire, su quest'aspetto decisivo, la larghissima maggioranza dei suoi sostenitori. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, - ha detto - ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto”.

Quali sono le aspettative drammatiche della stragrande maggioranza degli italiani? Abbattere la pandemia attraverso i vaccini il più presto possibile per poter riprendere a vivere e lavorare. Sicurezza sanitaria e lavoro, ripresa economica e protezione sociale sono le richieste urgenti dei lavoratori dipendenti e autonomi, delle masse popolari e della gente più in generale. Di qui la popolarità di Conte, il rammarico per averlo visto abbattere da Renzi in questa situazione di emergenza nazionale ma di qui anche l’apertura di fiducia a Draghi che è cosa diversa dai peana tributategli dai mass media di lorsignori contenti di essersi liberati di “Giuseppi” che li teneva lontani dalla gestione dei 209 miliardi del Recovery fund. E’ da queste aspettative e richieste popolari che deve ripartire l’alleanza dei progressisti e lo svolgimento in essa di un ruolo attivo e presente di Conte.

Il punto per Leu, Pd e M5s, perciò, ora è come stare nel governo con accanto alcune cattive ed indigeribili compagnie (renziani, berlusconiani, leghisti ecc.): sdraiati e pendenti dalle labbra di Draghi o con la schiena dritta per bloccare spinte restauratrici, salvaguardare i risultati conseguiti con il Conte2 e continuare a perseguire nel governo, nel Parlamento e nel paese le prospettive di riforma e rinnovamento di “Giuseppi” con il Recovery plan, sostanzialmente riaffermate dal discorso programmatico di Draghi. Pronti a riesumare, ove occorresse, “l’artiglio dell’opposizione” di berlingueriana memoria. Il Presidente del Consiglio è stato applaudito quando si è riferito al suo predecessore “che ha affrontato – ha detto - una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d'Italia”. A me è sembrato più significativo, politicamente, il riconoscimento del lavoro del Conte 2 sul Recovery plan: “Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro”. Smentendo così tutti gli attacchi beceri e convergenti del “salotto buono” di lorsignori e del loro portavoce principale (Renzi) e di quelli annidati nei mass media. Già smentiti, per altro, dalla lettera della Commissione europea (Dombrovskis e Gentiloni) a Gualtieri dell’11 febbraio. Del resto che quegli attacchi fossero strumentali ce lo dice la sparizione subitanea del Mes, della prescrizione, della delega ai servizi segreti ecc. dal tavolo del contendere.

Il fronte progressista ha subito una sconfitta ed è dovuto arretrare, ma la guerra non è persa.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Perseverare è stolto

Cronache&Commenti

L' "invidiabile" capacità di Walter Veltroni

di Aldo Pirone
Walter Veltroni 370 minWalter Veltroni ha un’invidiabile capacità, comune a molti postcomunisti, quella di dire sempre le stesse cose senza mai assumersi la responsabilità di quel che ha fatto e di quel che è stato nel trentennio seguito allo scioglimento del partito comunista e al venir meno dei grandi partiti di massa. Anche se, per la verità, lui disse di non essere mai stato comunista, nonostante fosse assurto a deputato - una sorta di "indipendente nelle liste comuniste" a sua insaputa - membro del Comitato centrale e responsabile della comunicazione di massa del Pci.

Oggi sul “Corriere della sera” si lamenta, giustamente, della nostra “democrazia fragile, incapace di stabilire un corretto rapporto col mandato popolare, piena di trasformismi” e di partiti “fragili, scissi ogni giorno in mille molecole, attraversati da personalismi ed esposti a molti condizionamenti”. Il suo sbaglio sta nel considerare causa fondamentale di tanta decadenza sempre la solita cosa: la mancanza di una legge elettorale maggioritaria che non assicura l’alternanza fra una destra non sovranista e trumpiana ma europeista e una sinistra di bon ton, buonista, gradita a lorsignori, “non dominata dal populismo e dalla demagogia ma dal riformismo radicale”. Cioè, nel suo pensiero non espresso, ben lontana dall’esperienza di Conte e dell’alleanza fra Leu, Pd e M5s.

Veltroni continua a non rendersi conto che se oggi la destra è quella che è - dominata dalla sovranista Meloni e da Salvini diventato trasformisticamente “europeista” - lo si deve, in gran parte, proprio a quella sinistra diventata come la voleva lui, per la verità non da solo e indipendentemente dalla legge elettorale.

Il trasformismo nel nostro paese ha una storia lunga che nasce all’indomani del compimento dell’unità politica e statale. Ebbe un argine nella formazione dei grandi partiti popolari e di massa. Poi venne il fascismo. Quando la democrazia risorse, sempre per opera e merito dei grandi partiti antifascisti e popolari di massa, il trasformismo fu confinato alla marginalità della vita nazionale. Così fu nella prima repubblica, con la sua legge elettorale proporzionale. Ha ripreso quota fino a diventare endemico dopo il crollo del vecchio sistema politico e dei partiti di massa che lo sorressero e che assicuravano ognuno a modo suo una democrazia partecipata e una selezione della rappresentanza politica molto più decente e competente di quella attuale. Si è largamente ridiffuso proprio con il sistema maggioritario: più serio il “mattarellum” iniziale, anticostituzionale la “porcata” di Calderoli, turlupinatore il semi maggioritario detto “rosatellum”. Perciò una legge elettorale proporzionale dovrebbe, quanto meno, contribuire (non determinare meccanicamente) alla ricostruzione di partiti degni di questo nome, perché è qui il compito decisivo per rigenerare la nostra democrazia.

Alla demolizione sistematica dei partiti di massa Veltroni ha partecipato in vari modi e con responsabilità di direzione politica non irrilevanti per ciò che riguarda il versante di sinistra. E’ stato un tragico errore, corredato da tante altre cosucce e cosacce (subalternità al neoliberismo trionfante e allontanamento dai lavoratori e dai ceti popolari), culminate nel Pd fondato sulle basi culturali che Veltroni espose al Lingotto nel 2008 con gli esiti catastrofici, per la sinistra e per il Paese, che sono sotto gli occhi di tutti.

Oddio, come si dice, errare è umano ma continuare a perseverare è sommamente stolto.

 

 

 

 

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Baciare il rospo?

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Come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste

di Aldo Pirone
Draghi presentailsuoGoverno 390 minNel 1995 quando il governo di Berlusconi cadde, sfiduciato dopo solo otto mesi di vita dalla Lega di Bossi, l’incarico di formare il governo fu dato a Dini che del cavaliere era ministro del Tesoro. Allora “il manifesto” fece un titolo che rappresentò bene i dubbi che albergavano nell’area della sinistra radicale: “Baciare il rospo?”.

Da una parte, infatti, c’era il fatto positivo della caduta di Berlusconi alleato con Fini, non ancora bagnatosi nelle acque di Fiuggi detergenti la sua impronta neofascista, dall’altra il fatto che Dini era quello che era: di casa berlusconiana e della Banca d’Italia. Ad aiutare a baciare l’animaletto – il volto di Dini gli assomigliava molto – fu anche l’astensione di tutto il centrodestra derivante dalle paturnie e dai ripensamenti di Berlusconi che il suo ministro aveva indicato al Presidente Scalfaro come suo successore. Nella favola il rospo che è baciato dalla principessa diventa un bel principe. Dini non lo diventò, anche se passò in seguito nel campo antiberlusconiano. Con i sindacati fece, però, la prima riforma delle pensioni che fu votata da tutti i lavoratori che lo approvarono con il 64,49% dei voti espressi da oltre quattro milioni di lavoratori.

Ieri nell’editoriale di Norma Rangeri, direttrice del quotidiano comunista, non c’è quell’interrogativo nei confronti di Draghi. C’è, invece, sebbene senza entusiasmo e rassegnato, un consenso al governo tecnico-politico che si prospetta. “Sarebbe un errore – scrive Rangeri - lasciar gestire ogni cosa alle forze più conservatrici e fascistoidi del nostro paese. Per i partiti della precedente maggioranza, al di là dell'insopportabile pratica di ingoiare dopo i rospi anche i draghi, diventa quasi un obbligo partecipare al prossimo governo. Nella pur urticante condizione di turarsi il naso di fronte a decisioni che lasciano poco spazio per scelte diverse”.

Il problema che allora si pone a Leu, Pd, M5s è come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste come Berlusconi, Renzi e Salvini alternative al fronte progressista. Se ci si stesse in modo rassegnato come cani bastonati, sarebbe sbagliato e il governo Draghi diventerebbe un rospo indigeribile. Quindi, bisogna starci in modo attivo e condizionante, non come singoli ma come alleanza di forze progressiste e ambientaliste a difesa della continuità riformatrice del governo Conte.

Per questo è indispensabile recuperare un modus operandi di “lotta e di governo”, si sarebbe detto in altri tempi, che assicuri non solo un protagonismo non fine a se stesso nel governo – tanto più necessario visti i compagni di viaggio - ma nel paese. Quel protagonismo sul territorio e nella società che è mancato – e non a causa del Covid 19 - durante il governo Conte e che ha pesato non poco nel lasciare spazio all’iniziativa demolitoria, sebbene impopolare, di Renzi. Se i rapporti di forza elettorali rimangono, come sono rimasti in questi 16 mesi, gli stessi fra la destra e i progressisti, alla lunga anche il governo Conte2 nonostante i suoi meriti non regge. Non poteva bastare la popolarità personale di “Giuseppi” a fare da argine all’offensiva di lorsignori commissionata al “Bomba” di Rignano.

Norma Rangeri dice che bisogna ripartire dal fatto “che il merito del punto in cui siamo oggi sui vari corni dell'emergenza, va dato al Conte2”. Giusto. Per questo occorre che l’alleanza marchi la continuità con il Conte2 sul fondamentale terreno economico, sociale, ambientale e della sanità.

Su tutto, poi, giganteggia il problema della rapida messa a terra dei progetti in coerenza con il Recovery fund. Quella massa di miliardi per la cui gestione lorsignori hanno abbattuto Conte e Salvini è stato folgorato dall’europeismo, pur – come ha detto – di sedersi a tavola. Può darsi che mi sbagli, ma il regolamento approvato dall’europarlamento – diconsi 43 pagine di prescrizione e allegati che andrebbero lette e meditate – non pare proprio fatto per consentire ai nostri lorsignori di allungare le mani a piacimento sul desco imbandito in favore di clientele e amici degli amici. Sul rispetto di quelle normative europee per la transizione digitale ed ecologica è più facile un’intesa fra l’alleanza progressista e Draghi che non quella dell’ex Presidente della Bce con la destra di Renzi, Berlusconi e Salvini.

Al di là di ogni considerazione, personalmente l’ho assai bassa, delle forze in campo, occorre realisticamente constatare che oggi la dialettica fra destra e sinistra, fra conservatori e progressisti, purtroppo, non è più quella fra maggioranza e opposizione in Parlamento. Quella dialettica si trasferisce tutta, o quasi, dentro lo stesso schieramento di governo. Sulle cause di questo esito “bulgaro” si può discutere e disquisire all’infinito. L’importante è che le analisi critiche e autocritiche a sinistra servano a potenziare e a rinnovare nel profondo i soggetti dell’alleanza progressista Leu, Pd, M5s, particolarmente la sinistra, e, soprattutto, a confermare, sviluppandola, nei territori e nel paese l’alleanza medesima per presentarla al prossimo confronto elettorale.

Renzi ha puntato a demolire e dividere anche quest’ultima. Per ora non c’è riuscito. E per lui non è una buona notizia.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache
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