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Aldo Pirone

Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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Cialtronerie trasformiste

CRONACHE&COMMENTI 

Dei comunisti finiti su altre sponde, a volte opposte... si potrebbe scrivere un libro

di Aldo Pirone
sansonetti piero 360 minPiero Sansonetti ha scritto sul “Riformista”: “Craxi e Lula sono stati due grandi leader socialisti. E proprio per questo sono stati presi di mira e perseguitati dalla magistratura. In Italia Craxi è stato annientato, costretto all'esilio, dove è morto, abbandonato dalla politica. E’ stata una grande vergogna per la democrazia italiana”. Lula come Craxi. Martedì scorso, l’accostamento blasfemo l'ha fatto pure un luminare della giurisprudenza e della politica, tal Stefano Cappellini di “Repubblica”. Interloquiva con Davigo a “Di martedì”. Ha fatto una figura barbina.

L’uscita sansonettiana si commenta da sola.
Piuttosto la cosa che fa riflettere è la fine che hanno fatto diversi comunisti dopo lo scioglimento del Pci. Sansonetti è stato giornalista caporedattore e condirettore de l’Unità per lunghi anni, poi direttore del quotidiano di Rifondazione comunista dal 2004 al 2009. In seguito ha girato altre testate finendo a fare il direttore del “Rifomista” il cui editore è il discusso imprenditore Alfredo Romeo.

Quando era comunista, di scuola ingraiana, fu fieramente anticraxiano. Ora paragona il “cinghialone a Lula, il leader della sinistra brasiliana vittima di un complotto giudiziario che ha aperto la strada a Bolsonaro, il Trump del Brasile. Craxi, invece, com’è noto ”, se la svignò in Tunisia per non affrontare il processo a suo carico. Aveva rubato per sé, non solo per il suo partito, quel Psi dalla storia gloriosa che, non a caso, distrusse facendolo seppellire dalle macerie della “questione morale”. Non fu un esule, come amano celebrarlo i portavoce di lorsignori, ma un latitante. Ultimamente Sansonetti fa di mestiere il garantista, che in pratica significa essere contro la giustizia che persegue qualcuno di lorsignori, facendo finta di prendersela con il giustizialismo. Basta leggere con quale imbarazzata cavillosità reticente ha dato notizia, giorni fa, del rinvio a giudizio per associazione a delinquere, frode in pubbliche forniture e traffico di influenze del proprio dante causa Romeo.

Eh! Cosa non si fa pur di essere direttore di qualcosa.
Dei comunisti finiti su altre sponde, parecchio diverse e molte volte opposte a quelle di provenienza, si potrebbe scrivere un libro non privo di sarcasmo e ironia. Per dire del loro trasformismo si potrebbe intitolare “I Grandi camaleonti”, come un celebre sceneggiato televisivo anni ’60 di Federico Zardi. Magari togliendo “Grandi” viste le piccolezze e le piccinerie dei soggetti in questione. L’elenco sarebbe lungo con le dovute distinzioni fra persona e persona, fra approdo e approdo: dai Lothar di D’Alema, Rondolino, Velardi, Latorre, Minniti ai Bondi, all’apripista storico Giuliano Ferrara veneratore di Craxi prima e di Berlusconi poi e a tanti altri approdati nel campo del centrodestra a far da pifferai a lorsignori.

Sansonetti, si parva licet, è arrivato tra gli ultimi.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Concita rimandata a settembre

CRONACHE&COMMENTI

La signora radical chic non sa che furono innazitutto persone libere...

di Aldo Pirone
concita de gregorio 370 minConcita De Gregorio per deplorare, giustamente, le miserie del correntismo dem, va ripetendo che anche nel Pci c’erano le correnti ma che i loro capi - per esempio, dice, Ingrao, Reichlin, Macaluso - “avevano una visone del mondo”. Dovrebbe informarsi meglio perché la ”visione del mondo”, la cosiddetta Weltanschauung, era del Pci in quanto tale. Sulle correnti nel Pci ci sarebbe molto da discutere in sede storica. Togliatti le chiamava sensibilità, poi, a mano a mano, divennero altre cose nella fase finale del Pci, per poi esplodere ben solidificate nel Pds-Ds-Pd. Da lì in poi accompagnarono il declino della sinistra. Tanto più questa s’imbastardiva tanto più quelle - che nelle periferie regionali e comunali si suddividevano in cordate e cordatine spesso in asperrima lotta tra di loro – crescevano a dismisura in potere senza valori né princìpi all’ombra dei capibastone, divenendo incrostazioni funzionali alla separazione della sinistra dal proprio popolo ed elettorato delle periferie sociali e urbane. Del Pd furono le fondatrici, non solo quelle Ds ma anche quelle della cosiddetta Margherita post democristiana. Veltroni pensò di limitarle sottoponendole al plebiscitarismo delle primarie e quelle invece se ne nutrirono. Un disastro storico.

Quanto ai dirigenti del Pci che Concita cita - ma se ne potrebbero aggiungere tantissimi altri di non minore levatura: Amendola, Pajetta, Cossutta, Natta, Bufalini Zangheri, Valenzi, Tortorella, Nilde Iotti, Adriana Seroni ecc., - la signora radical chic non sa che furono innazitutto persone libere anche all’interno delle proprie aree e sensibilità culturali. Non facevano i gregari di nessuno. Erano personaggi forti, selezionati nelle e con le lotte sociali democratiche, non polli di batteria. Esercitavano con schiettezza la propria libertà di opinione e analisi, ma sempre ricercando, come costume, l’unità del partito perché avevano come bussola la trasformazione della società in senso socialista. Disciplina e libertà fu la loro cifra, come quella di milioni di iscritti e militanti. E questo perché al di là delle proprie posizioni o idee personali c’era un’azione politica unitaria che il partito doveva condurre nella società civile e in quella politica per far prevalere gli interessi dei lavoratori e della collettività e una funzione nazionale da svolgere contro altri interessi meno nobili, più ristretti ed egoistici e privilegi antichi e moderni da scardinare, conservatori e perfino reazionari.

Signora De Gregorio torni a settembre. Voto: quattro meno.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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L’asino di Cottarelli

CRONACHE&COMMENTI

Creare ricchezza deve servire a combattere disuguaglianze e ingiustizie sociali

di Aldo Pirone
CarloCottarelli 390 minCarlo Cottarelli c’informa su “la Repubblica” che è stato chiamato e presiedere un “comitato scientifico per un programma per l'Italia che mi è stato commissionato da alcuni gruppi e partiti di area liberaldemocratica: Azione di Carlo Calenda, Più Europa con Emma Bonino, il Partito repubblicano italiano, Ali (alleanza liberaldemocratica per l'Italia), i Liberali”. Gli scopi: fornire idee per un futuro programma liberal democratico a un’area che intenderebbe raggrupparsi. Ispirazioni e intendimenti. “Prima di tutto – dice - la fede nella democrazia parlamentare; un ancoraggio europeo e atlantico; l'uguaglianza di possibilità, che è cardine della nostra Costituzione; il merito, la solidarietà, senza cadere nell'assistenzialismo”.

E’ evidente che la formazione del governo Draghi sta spingendo alcune aree politiche e culturali a fare i conti con se stesse, le proprie inadeguatezze, miserie e frammentazioni. Perciò, penso che sia un bene che l’area liberal democratica si raggruppi ancorandosi alla Costituzione e all’europeismo anti sovranista. Sull’atlantismo ci sarebbe da discutere, ma andiamo oltre. E’ un bene che al tavolo liberal democratico non sia stato invitato il Renzi saudita. “Il Bomba” non c’entra niente né con il liberalismo né con la democrazia ma solo con il proprio smisurato egocentrismo. Sarebbero, invece, a casa loro molti degli attuali esponenti del Pd. Non sarebbe male se si affrettassero ad andarci, invece di incistare il Pd con il loro correntismo para e filo renziano. Così come i promotori dell’area liberal farebbero bene a non proporsi di distruggere l’alleanza progressista Leu-Pd-M5s ma pensassero a decollare dai loro 2-3% e non a continuare a fare i saprofiti su quel che resta dell’albero spelacchiato della sinistra.

Ai princìpi ispiratori Cottarelli aggiunge, quanto alla giustizia sociale, "uguaglianza di possibilità". E già qui siamo a una formulazione piuttosto ambigua, consueta e consumata, certamente al di sotto di ciò che prescrive la Costituzione al comma due dell’art. 3: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In sostanza, dice tutta la nostra Costituzione, senza un intervento forte della mano pubblica a rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” la “uguaglianza delle possibilità” rinverdita da Cottarelli è una presa per i fondelli. Ma dove casca a strapiombo l’asino liberal democratico è in quest’altra considerazione cottarelliana. In questi anni “Si è pensato molto di più – dice - a redistribuire ricchezza che a crearla”. Una plateale bugia dettata dall’ideologia liberal liberista. Ideologia nel senso proprio di falsa coscienza. Che fa anche sorridere se si pensa che tutte le società di ricerca sociologica e i dati dell’Istat dimostrano in continuazione che non solo in periodo di pandemia ma ben prima le disuguaglianze propiziate dal neoliberismo si sono allargate a dismisura, in Italia, in Europa e nel mondo. Altro che redistribuzione! Quando c’è stata è stata sommamente impropria, ha riguardato le clientele elettorali non la giustizia sociale. La novità oggi è che l’auspicata creazione di ricchezza non è scindibile da provvedimenti economici e sociali volti a combattere le disuguaglianze e le ingiustizie sociali che le sono d'ostacolo.

L’assunto che prima viene la creazione di ricchezza e poi la sua redistribuzione è un’idea vecchia oltre che sbagliata.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Per una Costituente della sinistra

 CRONACHE&COMMENTI

Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti

di Aldo Pirone
28mar15 piazza del popolo 350 260Ieri si sono rifatte vive le Sardine. Hanno occupato simbolicamente il piazzale antistante al Nazareno sede del Pd. Hanno voluto significare che quel che accade nei dem non è da guardare con indifferenza. Il movimento che è stato di popolo e di giovani chiede che la crisi del Pd sbocchi in una costituente per una rifondazione unitaria di tutta la sinistra. “Chiediamo che inizi una nuova fase costituente: - ha detto Mattia Santori - aperta, democratica, innovativa. Non per il Pd, non per le Sardine. Ma per tutti gli apolidi della politica”. Jasmine Corallo, una delle esponenti più radicali di quel movimento, ha detto: “Io che sono di sinistra e non ho mai votato Pd nella mia vita mi rendo conto che tutto questo ci riguarda. Ci riguarda la costruzione di un fronte progressista plurale che accolga quella parte dei 5 Stelle che ha testimoniato una volontà di cambiamento e Leu”. L’iniziativa delle sardine è importante perché sta a significare che nello scontro interno ai dem potrebbe, auspicabilmente, irrompere, se crescerà nel paese, un movimento di popolo che per riedificare un partito della sinistra deve andare oltre il Pd. La Costituente reclamata da Sartori e Corallo può essere questo “oltre”.

Oggi, insieme a tanti altri interventi sul tema prorompente della creazione di un nuovo soggetto unitario a sinistra (vedi, per esempio, l’intervista di Fabio Mussi a “Il manifesto” e quella di Landini su “Repubblica”), c’è un’intervista molto significativa al “Corriere della sera” del ministro della salute Roberto Speranza esponente di Leu.

Dice Speranza: “Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti. Quello che c'è oggi non basta e quello che serve ancora non c'è. Con il virus che ha stravolto le esistenze, anche il nostro campo deve profondamente cambiare. […] La pandemia ha riposto l'accento sul primato di alcuni diritti irrinunciabili e non negoziabili. Beni pubblici fondamentali come il diritto alla salute, all'istruzione, al lavoro e la grande questione dello sviluppo sostenibile vanno difesi, non possono essere affidati alle sole logiche del mercato. Attorno a questi temi c'è lo spazio per rifondare una sinistra larga e plurale. Le soggettività politiche esistenti si stanno dimostrando insufficienti per rispondere alla domanda di protezione che viene dalla società. Il Pd ha mostrato i suoi limiti, ma anche le esperienze costruite al di fuori del Pd non hanno raggiunto gli obiettivi […] è ora di mettersi tutti in discussione per costruire una nuova grande forza politica che interpreti la domanda di cambiamento delle generazioni più giovani, penso anche alle Sardine. Le soggettività del campo democratico sono deboli, ma per paradosso i nostri asset fondamentali, come l'universalità delle cure o il vaccino bene pubblico, non sono mai stati più attuali”.
Dunque, sembrerebbe che l’ascia sia stata posta alla base dell’albero. L’obiettivo è far evolvere la crisi del Pd verso l’esito della Costituente, nella quale far confluire tanti altri soggetti: partiti e associazioni agenti nella società civile progressista.

Ma come? Eleggendo all’assemblea nazionale dem un segretario “unitario”? Soggetto alle mediazioni paralizzanti delle correnti e delle cordate e cordatine periferiche? No. Occorre che ne sia eletto uno/a che abbia chiaro l’obiettivo rifondativo della Costituente della sinistra e che faccia diventare questo il tema centrale del Congresso che si farà in autunno, subito dopo la vaccinazione di massa. Bisogna trasformare le primarie dem in un appuntamento unitario di popolo per la rifondazione di un soggetto politico nuovo e aperto della sinistra. Bisogna travolgere le correnti che strangolano nel Pd la sinistra, travolgere i lasciti renziani e para renziani, i moderati neocentristi liberal democratici, i nostalgici del Lingotto “a vocazione maggioritaria”, con un movimento popolare organizzato da tutti coloro (Cgil, Anpi, Libera e tante altre associazioni ambientaliste, progressiste e di sinistra) che vogliono un partito di sinistra con la schiena dritta, “robustus et malitiosus”.

Zingaretti, Bettini, Orlando, Provenzano, Amendola e tanti altri dovrebbero puntare a questo se non vogliono suicidarsi per l’ennesima volta. Franceschini, che guida la corrente degli ex popolari con qualche spruzzata di ex post comunisti come Fassino e Pinotti, dovrebbe decidersi: o farsi protagonista dell’inveramento dell’insegnamento di Papa Bergoglio e della tradizione cattolico- democratica e sociale oppure seguitare a essere l’erede del correntismo e del moderatismo democristiano come ha fatto finora, con molto opportunismo.

In questi mesi bisogna far crescere il movimento della Costituente nel paese e fra il popolo della sinistra fondando comitati appositi. Sarebbe il modo migliore per chiamare a raccolta quel che resta di un popolo militante di sinistra dentro e fuori il Pd, chiamarlo a farsi protagonista con la partecipazione e con il voto di una rifondazione e non solo suddito o cliente di capicorrente e cacicchi.

Se non ora quando?

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Il mestiere dei progressisti

CRONACHE&COMMENTI  

La rottamazione delle cartelle esattoriali: NO a un maxi condono fiscale per i soliti noti

di Aldo Pirone
cartelle esattoriali 370 minIn questi giorni è all’esame del governo il cosiddetto “decreto legge sostegno”. Quelli del governo Conte erano “decreti ristori” ma, in omaggio alla discontinuità tanto reclamata dalla destra di Berlusconi e Salvini e dai renziani, Draghi ha cambiato la parola. La sostanza è sempre quella: gli aiuti da continuare a dare a tutti quelli che stanno subendo perdite economiche per la pandemia. In questo decreto di sua Altezza Draghi ci sarà anche la rottamazione delle cartelle esattoriali, cioè l’eliminazione dei crediti dovuti all’Agenzia delle Entrate, cioè all’erario fiscale, da parte dei cittadini insolventi. La materia è complessa e riguarda vari anni e non è qui il caso di esaminarla dettagliatamente. Basti dire che è un terreno dove si misurerà l’orientamento del governo e, soprattutto, la promessa fatta da Draghi in parlamento di una politica fiscale all’insegna della progressività e della lotta all’evasione con “un rinnovato e rafforzato impegno”, disse.

Inoltre, questa sarà anche l’occasione per Leu-Pd-M5s, che sono maggioranza nel governo e nel parlamento, di far pesare tutta la loro forza e iniziativa dimostrando nel concreto che nella compagine di Draghi non ci stanno da sudditi con il cappello in mano ma da protagonisti, soprattutto in materia di equità fiscale.

La rottamazione in questione può avere due esiti opposti. Una pulizia - come dice la sottosegretaria di Leu all’economia Cecilia Guerra - di crediti ormai inesigibili di persone decedute o fallite in anni ormai lontani e un concreto aiuto a chi ha subito gli effetti pesanti della pandemia entro un certo reddito, oppure - come reclamano Berlusconi, Salvini e loro accoliti - trasformarsi in un maxi condono fiscale per i soliti noti. I leader della destra lo chiamano “pace fiscale” per non urtare i sentimenti di chi le tasse le paga fino all’ultimo centesimo. La partita si gioca nel campo complicato di norme tecniche, di soglie di esenzione, di anni da annullare ecc.. Ma il risultato deve essere chiaro e lampante: il condono richiesto dalla destra non deve passare.

La questione fiscale è particolarmente sentita dai cittadini, soprattutto da lavoratori dipendenti e pensionati. La pandemia ha acuito questa sensibilità perché si è toccato con mano come sia importante, per tutti, il servizio sanitario nazionale e come ne abbiano usufruito anche chi con evasioni ed elusioni non ha contribuito a mantenerlo. La sinistra al governo dovrebbe non solo impedire i condoni voluti dalla destra ma passare all’offensiva in tema fiscale. Va bene una riforma all’insegna della progressività, ma intanto va dato un segnale forte da parte del governo verso l’equità e la lotta alla disuguaglianza. L’altro giorno l’Istat ha certificato la crescita della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese causa la pandemia: 1 milione di poveri in più e 335 mila famiglie in più in povertà assoluta.

Ebbene, perché la sinistra non pone all’ordine del giorno del governo il contributo di solidarietà a carico delle 3000 persone più ricche? E perché non chiede con forza che il ricavato di questo contributo – circa 10 miliardi con il 2% di tassazione straordinaria al di sopra di un patrimonio di 50 milioni di euro - vada a sostegno dei poveri e degli indigenti?
Sarebbero proprio da vedere Berlusconi, Salvini, Renzi e Meloni opporsi a una simile proposta. E sarebbe da vedere cosa direbbe Draghi in proposito.

Su, coraggio, signori progressisti, fate il vostro mestiere.

 

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Lorsignori rivogliono indietro il PD

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Le dimissioni di Zingaretti provocheranno un vero chiarimento di fondo?

di Aldo Pirone
Zingaretti disperato 350 minLe drammatiche dimissioni di Zingaretti sono un altro episodio nella lotta che si sta svolgendo fuori e dentro il PD per ricondurlo pienamente sotto il controllo dell’establishment liberal democratico di lorsignori.

La creatura era sfuggita di mano con quell’alleanza con Leu e M5s. E’ vero, la dirigenza zingarettiana non era riuscita a produrre quella svolta interna, quella “rivoluzione” nel Pd, quell’apertura alla società civile progressista, all’associazionismo che ivi opera e agisce, quell’immersione nel processo di unità e di rifondazione della sinistra che da più parti era sollecitata e che sarebbe stato necessario per spostare i rapporti di forza nel paese a sfavore delle destre e mettere al riparo il governo dalla quinta colonna renziana.

Tuttavia, tra remore e dissensi sotterranei alimentati dagli abbondanti lasciti renziani, soprattutto parlamentari, pararenziani e orfani del Lingotto veltroniano a vocazione maggioritaria, la suddetta dirigenza era riuscita, pur con le stampelle e claudicando un bel po’, a onorare l’alleanza progressista con Leu e il M5s e il sostegno al governo Conte 2 fino alla fine. Ed è proprio questo che lorsignori e i loro portavoce nei mass media rimproverano a Zingaretti. Oggi tutti quelli (i Mieli, i Damilano, le Concite De Gregorio ecc.) che guardano con ribrezzo al correntismo dem fondato sull’ordine feudale del cacicchismo localistico, applaudirono al Pd di Veltroni che, oltre all’impianto culturale liberal democratico del Lingotto, si diede proprio quella struttura allucinante che metteva insieme, in nome dell’innovazione, il vecchio e immarcescibile correntismo più ferreo con il plebiscitarismo; anticipatore non nobile del populismo. Il tutto aperto all’infezione del trasformismo più bieco, senza princìpi né valori né ideali e, non da ultimo, alla penetrazione degli avventurieri politici più spregiudicati come Renzi. Anche lui applaudito da non pochi schifiltosi di oggi.

A favorire e, per certi versi, a blindare l’alleanza a sostegno di Conte è stata la pandemia da Coronavirus che ha cambiato la situazione sociopolitica in Italia, in Europa e nel mondo. Essa ha riportato alla luce e in primo piano parole e politiche come solidarietà, mutualità, direzione pubblica, beni comuni, ambiente, ecologia ecc.. Un mastice che è durato fino a quando non è entrata in ballo la gestione dei 209 mld del Recovery fund e anche nel Pd si è pensato, da una parte (Zingaretti e Bettini) di dare una scrollatina a Conte e dall’altra (Marcucci, Zanda, Delrio ecc.) di affossarlo tout court utilizzando il rignanese saudita “nostro centravanti di sfondamento”.

Il ribrezzo di lorsignori per questo Pd non nasce, perciò, dalle sue piaghe originarie ormai purulente e incancrenite, dai fasti e nefasti precedenti culminati nel renzismo, ma dal tentativo di uscirne, seppur timidamente e fra contraddizioni e remore lampanti, con una politica orientata a sinistra sostanziata nell’alleanza con Leu e M5s a sostegno del Conte 2. Quest'alleanza hanno cercato di sbriciolarla con la caduta di Conte e l’avvento di Draghi e ora ne vogliono impedire una qualche rinascita anche in futuro.

Le dimissioni di Zingaretti possono essere anche benefiche se provocano un chiarimento fondamentale fra i dem e una svolta con l'abbandono di ogni sirena liberal democratica, moderata e centrista e un processo di rifondazione non solo e non tanto del Pd ma della sinistra tutta in collegamento simbiotico con l'associazionismo progressista della società civile. In parallelo a quanto sta succedendo nel M5s con l'avvento annunciato di Conte nella direzione dei pentastellati.

Intanto non bisogna distrarsi. Il governo Draghi, da una parte, va condizionato a potenziare la continuità sul terreno sanitario e su quello sociale con il governo Conte e, dall’altra, occorre sindacare a fondo i progetti del Recovery plan. Non bisogna dimenticare che in Parlamento c’è una maggioranza progressista che va fatta valere anche sui dettagli e anche nel contrastare passo passo le panzane di Salvini.

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

La metamorfosi del riformismo

Togliatti, riforme e riformismo

“Riformismo è una parola malata”

di Aldo Pirone
Togliatti 350“Riformismo è una parola malata” disse Sergio Cofferati nel 2002. Piccato gli rispose subito Piero Fassino allora segretario DS appena eletto grazie a D’Alema. Tanto per ricordare uno dei gradini che i post comunisti hanno sceso via via prima di arrivare in cantina.

Cofferati dirigeva la Cgil e il riformismo vero lo conosceva da vicino, da sempre. Che la parola fosse già malata da tempo era sotto gli occhi di tutti, almeno di quelli che li avevano ben aperti. Oggi, per dire come la malattia sia diventata pandemia, si dicono tutti riformisti, compresi i leader della destra nazionalista e sovranista - la Meloni presiede in Europa l’European Conservatives and Reformists Party, per l’appunto - e il Berlusconi d’antan che li precedette. Anche lorsignori, padroni della finanza e dell’industria, i loro giornali, i loro maître à penser, ovviamente si fregiano delle stigmate del riformismo la cui cifra è facilmente riconoscibile: dagli ai lavoratori e ai ceti popolari.

Nel Novecento, com’è noto, il riformismo contraddistinse una tendenza del socialismo italiano ed europeo contrapposto prima alla tendenza massimalista e poi a quella rivoluzionaria comunista. In occasione del centenario della fondazione del Pci si è tornati a ragionare del riformismo comunista che fu cosa assai diversa da quello socialdemocratico in Italia particolarmente debole, incarnato dal Psdi di Saragat e anche, in parte, da quello praticato dal Psi nei governi di centro-sinistra anni ’60 e ’70. Sta di fatto che nel movimento operaio la parola riformismo, era sì associata a un certo metodo politico, ma per raggiungere comunque fini di progresso per le classi lavoratrici. Fini comuni a comunisti e socialisti, ebbe ad osservare un accorato Turati, nel 1921 all’atto della scissione di Livorno, ma da raggiungersi per strade diverse. Fu molti decenni dopo che con il segretario del Psi Craxi il riformismo divenne una sorta di clava ideologica agitata contro il Pci. Da qui in poi la parola assunse, in rapporto ai provvedimenti adottati contro i lavoratori e i ceti popolari nel clima del neoliberismo rampante e della sostanziale subalternità ad esso della sinistra post comunista, un significato sinistro, controriformatore e antiprogressista.

All’atto della fondazione del “partito nuovo” Togliatti fece compiutamente i conti con il riformismo socialista. E li fece proprio a Reggio Emilia che ne era stata la culla. Del resto, quando si adotta la democrazia come strada per il conseguimento di una trasformazione socialista è evidente che si scende sul terreno del riformismo. Ma come ci doveva scendere una forza, qual era il Pci, che per marcare le sue finalità di radicale rinnovamento politico, economico e di classi dirigenti continuava a definirsi rivoluzionaria? Togliatti lo spiegò pianamente nel suo discorso al teatro Municipale di Reggio il 24 settembre 1946. Esaltò la funzione del socialismo riformista e dei suoi epigoni, Prampolini, Massarenti, Marabini, che avevano contribuito potentemente a risvegliare le plebi della campagna dando loro un’organizzazione, una coscienza e una speranza di redenzione nel socialismo (il sol dell’avvenire). “I nomi di questi uomini – disse - noi, comunisti, li onoriamo e veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni”. In pari tempo criticò i limiti corporativi di quell’opera: “Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione della prospettiva e dell’interesse generale del movimento. (…) Un altro errore comune a quasi tutti i capi riformisti e che veramente fu fatale per la sorte delle classi lavoratrici emiliane fu la errata impostazione del problema contadino. E qui ritorno al mio punto di partenza, delle relazioni tra i salariati e il ceto medio. Il riformismo – e tutto il socialismo ufficiale, del resto, tanto nelle sue correnti di destra quanto in quelle di sinistra – non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. (…) La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi della campagna e della città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo”.

Togliatti, in sostanza, nel momento in cui ancorava l’azione del Pci al solido terreno della “democrazia progressiva” e lo rifondava come “partito nuovo” e di massa, sussumeva il riformismo socialista dentro un quadro riformatore forte (riforme di struttura e alleanze sociali con i gruppi intermedi), dandogli uno spessore nuovo, meno corporativo e più organico agli interessi generali del movimento operaio e della Nazione.

Vi è un altro aspetto del riformismo che è stato quasi dimenticato: il riformismo delle classi dirigenti borghesi. Non fu del tutto assente. Si pensi al riformismo giolittiano dei primi anni del novecento di cui Togliatti nel 1950 (“Discorso su Giolitti”) parlò bene evidenziandone, al tempo stesso, i limiti oltre i quali non andò. Un riformismo che si ripresentò agli albori degli anni ’60 con la formazione del centro-sinistra a partecipazione socialista. Molti allora, anche nel Pci, ebbero paura di quel riformismo che – dicevano – sull’onda del boom economico e della trasformazione dell’Italia da paese agricolo-industriale a industriale-agricolo, poteva risolvere le contraddizioni storiche del paese (mezzogiorno, bassi salari, rendita agraria e urbana ecc.) tagliando l’erba sotto i piedi ai comunisti e integrando la classe operaia nei meccanismi capitalistici. Togliatti fu quanto meno scettico su queste capacità. Tagliò corto con i dubbiosi, definì il centro-sinistra un “terreno più avanzato di scontro” e sfidò la Dc, il Psi e i loro alleati Psdi e Pri a fare le riforme – quelle annunciate non erano di poco conto - senza l’apporto della forza comunista. In poco più di due anni la spinta riformatrice del centro-sinistra si attenuò parecchio all’ombra del doroteismo democristiano. Nel suo ultimo editoriale su “Rinascita” l’11 luglio 1964, “Capitalismo e riforme di struttura”, tornò sulla questione del “riformismo borghese”. "Le riforme di struttura – scrisse -, come via per lo sviluppo della democrazia e per aprire la strada alla costruzione di una società nuova, furono e sono parte integrante delle rivendicazioni programmatiche del grande movimento unitario della Resistenza. Il momento originale di questa costruzione politica sta nell’unità tra un programma di rinnovamento economico e sociale e l’affermazione dei principi della democrazia come base incrollabile dello Stato repubblicano. Vi fu, invece, la rottura di quell’unità. Sono quindi presenti vastissime zone di sovraprofitto e di rendita, alla cui difesa attende efficacemente la politica economica governativa. Su una struttura di questo genere è stato sempre assai difficile innestare una politica di riformismo borghese. Da questa struttura uscì invece il fascismo”.

Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti della politica italiana. Il panorama politico è del tutto mutato. Non esistono più i partiti della sinistra (Pci, Psi, Psdi ecc.) e anche la Dc di Moro e Fanfani che dibattevano di “Riforme e riformismo” in senso progressista con pensieri lunghi e alti. Oggi c’è una pletora di politici di scarso livello dominati, per lo più anche se non tutti, dalla preoccupazione all’interesse alla propria carriera che a quello generale del paese. La società è mutata, la rivoluzione tecnologica e digitale è avanzata potente, la classe operaia fordista concentrata in grandi fabbriche è stata scomposta, dispersa e trasformata all’insegna della “rivoluzione conservatrice” neoliberista.

Ma il problema dell’incapacità delle classi dirigenti borghesi ad affrontare i cambiamenti riformatori necessari è rimasto sostanzialmente quello preconizzato da Togliatti. Vedesi, da ultimo, la defenestrazione del governo Conte 2. Ad esso si è aggiunto quello di una sinistra per la quale il “riformismo” è diventato nel corso dell’ultimo trentennio sinonimo di trasformismo e subalternità. La pandemia ha dato una scossa a tutto questo, al mondo della globalizzazione neo liberista, all’Italia e all’Europa riportando in primo piano valori e concreti obiettivi socioeconomici che sembravano sommersi e dimenticati: solidarietà, eguaglianza, bene pubblico e comune, ambiente e sostenibilità come condizione per un diverso sviluppo economico e sociale, ruolo della mano pubblica nel gestire il cambiamento economico. Il Covid 19 ha dato una scossa anche alla sinistra e a forze moderate in Europa (vedi la Cdu-Csu della Merkel e della von der Leyen), ha segnato la sconfitta di un mascalzone fascista come Trump in America. L’unica cosa che a sinistra non si può riesumare nel suo significato originario è la parola “riformista”.

Ormai chi la brandisce nasconde cattive intenzioni: moderate, conservatrici e perfino reazionarie.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Nel male la coerenza è un disvalore

Cronache&Commenti

Non c’è solo “la banalità del male” ma, nel male, anche la banalità della coerenza

di Aldo Pirone
giorgiameloni 380 minMoni Ovadia è un artista di grande livello, ebreo e di sinistra, anzi marxista. Per questo ha suscitato scalpore la sua ammirazione per Giorgia Meloni definita politico di “altissimo livello”. Ovadia, dice, è talmente scandalizzato dalla pochezza intellettuale dei dirigenti di sinistra, a parte Fratoianni, da non poter non elogiare “le qualità politiche, tattiche, strategiche e di coerenza” della leader neo fascista. L’ha definita un’iperbole ma ciò non gli ha evitato dissensi e contestazioni da amici e compagni. Tra questi, Gad Lerner, intellettuale ed ebreo anche lui, che gli ha risposto citandogli alcune orripilanti espressioni usate dalla Meloni: “ ’Soros usuraio’, ‘Sei nomade? Devi nomadare!’, ‘O parmigiano, portami via’, ‘Vermi magrebini’, ‘Bastardo spacciatore nigeriano’... non mi spingerei – dice Lerner - fino a definirla ‘leader di altissimo livello’ “.

Può capitare, ed è già successo altre volte e in altre epoche, che di fronte a certe alleanze o convergenze con forze politicamente antitetiche e moralmente assai discutibili fatte dalla sinistra - anche quando essa era a maggioranza comunista e a dirigerla erano persone del calibro di Togliatti, Longo, Berlinguer - il giudizio morale, ma sarebbe meglio dire, in quei casi, “moralistico”, abbia sopravanzato quello freddamente politico. Tanto più oggi, quando gli esponenti dello sgarrupato campo progressista che si era raccolto attorno a Conte – escluso Renzi ovviamente – sono quello che sono. A questo proposito Ovadia fa l’esempio del segretario del Pd Zingaretti che non trova di niente di meglio in questi frangenti che esaltare Barbara D’Urso. Ma da qui a elogiare in quei termini la “coerenza del male” ce ne passa ed è comunque sbagliato, per non dire aberrante, quando si tratta di una neofascista come Giorgia Meloni che non solo non ha rinnegato sostanzialmente nulla dei propri maestri fascisti, da Mussolini ad Almirante, ma ne continua coerentemente, mutatis mutandis, a praticare l’ispirazione nazionalista e xenofoba, in collegamento con forze politiche straniere fortemente antidemocratiche, antisolidaristiche, antieuropee, sottilmente antisemite e antitaliane (Orbàn ecc.). Lo si è visto in quest’anno drammatico sia nella lotta alla pandemia (dittatura sanitaria ecc. ha vomitato) che di contestazione al tentativo dell’Europa di mutare l’arcigna politica egoistica di austerità in quella della solidarietà testimoniata dal Net Generation Eu che ha stanziato per l’Italia gli aiuti sostanziali che si conoscono.

E questo indipendentemente dal giudizio politico diverso che, a sinistra, uno può legittimamente dare sull’operazione governo Draghi e sulla sinistra che l’ha accettato.
La coerenza in politica non è un valore in sé, dipende da chi e su che cosa è praticata. E quando si tratta di fascisti o neo fascisti essa diventa un disvalore. Altrimenti dovremmo ammirare la coerenza di Hitler nel perseguire la guerra e l’olocausto, o quella di tanti altri mascalzoni e politici criminali che hanno popolato il mondo nel passato e nel presente mettendo in secondo piano i loro crimini e le loro malefatte.

Ovadia dovrebbe sapere che non c’è solo, per dirla con Hannah Arendt, “la banalità del male” ma, nel male, anche la banalità della coerenza. E Giorgia Meloni questa rappresenta.

 

 

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L’amico del giaguaro

Cronache&Commenti

“L’amico del giaguaro” è stupido.

di Aldo Pirone
LuigiDiMaio 350 260Luigi Di Maio non è uomo di grande perspicacia. Da capo politico del M5s è riuscito a farsi mangiare in testa da Salvini, portando i pentastellati in poco più di un anno, dal 2018 al 2019, a dimezzare percentuali e voti alle elezioni europee. Poi ha lasciato la croce al povero Vito Crimi. Prima, però, aveva avuto il tempo (elezioni 2018) di salutare la nascita della Terza Repubblica, quella “dei cittadini”, e di proclamare dal balconcino di Palazzo Chigi “la fine della povertà” dopo l’approvazione del reddito di cittadinanza. Provvedimento, per la verità, non disprezzabile, ma non certo in grado di per sé di abolire l’indigenza. Fu salvato, suo malgrado, dal suicidio di Salvini e dalla nascita del Conte 2.

In quel periodo, comunque, risultò che la professione più riuscita di Di Maio era quella di “amico del giaguaro” Salvini.
In questi giorni il M5s è in pieno subbuglio dopo la caduta del governo Conte 2 e l’avvento di Draghi. Abbandoni a ripetizione ed espulsioni di numerosi deputati e senatori squassano il Movimento indebolendo, di per sé, il fronte progressista dentro il governo Draghi a favore dei centristi di varia gradazione e colore, di FI e, soprattutto, della Lega. Un andamento tellurico, accentuato dopo la nomina di ministri e sottosegretari. Ebbene che ti fa “gigino”? Dice a “Repubblica” che il M5s è tanto maturato perché sta diventando “una forza moderata, liberale, attenta alle imprese”. Invece di cercare di appianare e diminuire i dissensi, qualificando il cammino del M5s come un’evoluzione verso una collocazione non ambigua e trasversale, decisamente collocata nel fronte progressista come forza ambientalista radicale, sparge sale sulle ferite. A che scopo? Liberarsi di tutti i dissenzienti? Aumentarne il numero, continuando a fare “l’amico del giaguaro”? O forse, il machiavelli di Pomigliano d’Arco, immeritatamente ministro degli Esteri, pensa che il centro moderato e “liberale”, sia poco affollato (Calenda, Bonino, Renzi ecc.) e bisognoso di rafforzamento sfoltendo così ancora un bel po’ quel che resta dell’elettorato pentastellato? Boh!

Ma forse la risposta a tutti questi lancinanti interrogativi è più semplice: “l’amico del giaguaro” è stupido.

 

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Smalto

PCI centanni 

Fassino, non ricorda bene neanche le percentuali del voto al Pci nel ’68, nel ’76 e nell'87. Cose che capitano a una certa età.

di Aldo Pirone
piero fassino 350 minMi è stata segnalata un’intervista a Piero Fassino sul giornale di De Benedetti “Domani”. Risale a circa un mese fa ed è una riflessione sul Pci, esternata nell’ambito del centenario della fondazione di quel partito. La tesi di Fassino è che il Pci, nato per fare la rivoluzione socialista, era diventato semplicemente democratico e riformista. attraverso una lunga esperienza e maturazione storica. In verità è quello che pensò lui e il gruppo di giovani dirigenti che, defenestrato in malo modo Natta approfittando del suo infarto, presero in mano il partito e con la “svolta” amputarono il Pci di ogni tensione socialista per portarne le spoglie nella subalternità a lorsignori e al neoliberismo rampante. Fu sostanzialmente una liquidazione all’ingrosso che non ha avuto buone conseguenze né per la sinistra, né per i lavoratori né per l’Italia. Il tutto fu coperto da quella parola magica “riformismo” che è stato la pelle di zigrino con cui si sono coperti tutti i cedimenti, le subalternità e anche le vergogne morali che hanno accompagnato la dissoluzione non solo di un partito ma di una comunità politica che Pasolini, forse con qualche esagerazione, aveva definito la parte pulita dentro un’Italia sporca.

Non è mia intenzione fare un’esegesi dell’intervista di Fassino. Per altro, lui descrive ogni fase della vita del Pci da Togliatti a Berlinguer a Occhetto con una qual certa piattezza continuistica. Dimentica, però, – a proposito dello scontro fra Berlinguer e Craxi – quanto scrisse in proposito nel 2003 nel suo libro “Per passione”: Craxi aveva ragione e Berlinguer torto. Oggi il suo giudizio su Berlinguer è diverso: non era un moralista né giustizialista ma un grande dirigente innovatore.

Fassino, non ricorda bene neanche le percentuali del voto al Pci nel ’68, nel ’76 e nell'87. Cose che capitano a una certa età.

Il passaggio, però, che la dice lunga sulla statura politica di Fassino, inversamente proporzionale a quella fisica, è quello su Natta. “Natta era un leader riconosciuto e stimato, ma rappresentava un'irenica continuità, senza smalto [...] Tant'è che nelle elezioni dell’87 torniamo al 26 per cento, come nel ‘68”. Invece Fassino con lo smaltato Occhetto e compagnia lo portarono nelle elezioni politiche del 1992, subito dopo la “svolta” e la separazione di Rif. Com., a un glorioso e sfolgorante 16.11%. Più indietro del 1946, a un tiro di schioppo del Psi di Craxi (13.62) e a metà della Dc (29.66%).

Oltre dieci punti in meno, però con “smalto”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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