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Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Vive a Roma

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La validazione di Draghi

Cronache&Commenti

“Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto"

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minIl governo Draghi viene dopo l’equilibrio più avanzato per il fronte progressista che è stato il Conte 2 con un presidente del Consiglio circondato da un discreto favore popolare. Ha ragione Bettini quando scrive (“Il Foglio” di ieri) che “Giuseppi” è caduto perché indigesto “Per il ‘salotto buono’ della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d'assalto Confindustria. Per chi è sempre stato diffidente rispetto ad un'Europa autonoma, forte, centro di un dialogo mondiale tra Est e Ovest. Per chi vuole un'Europa che, prima di essere Europa, deve essere atlantica. Per diffusi interessi del tessuto industriale del Nord, che provano insofferenza verso il Mezzogiorno; non tanto per i suoi aspetti arretrati o per le sue zone di parassitismo e di rendita, ma per le sue possibilità di valorizzare i propri talenti e le proprie risorse, in un rapporto privilegiato con il Mediterraneo”. E, quindi, fu un errore di calcolo dello stesso Bettini quando invocò di immettere nel governo Conte le “energie migliori”, dando spazio oggettivamente all’iniziativa demolitoria di Renzi che ha riportato al governo sia FI sia la Lega.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare il governo Draghi una disfatta irreparabile. Parliamoci chiaro: noi stiamo valutando la situazione politica con i protagonisti che sono quelli che sono. Da una parte Meloni, Salvini, Berlusconi, Renzi e consimili, con tutte le loro differenziazioni (Meloni all’opposizione), contraddizioni e fobie caratteriali e il Pd, Leu e M5s dall’altra. Da una parte una destra aggressiva, trasformista quanto basta, una zona centrale popolata da un saltimbanco come Renzi, da rappresentanti, più o meno attempati, di lorsignori come Bonino e Calenda e piccoli cespugli di “responsabili” (Tabacci e altri) che si erano già mossi a sostegno di Conte, dall’altra una sinistra abbastanza sgarrupata e inadeguata con due partiti (Pd e M5s) l’uno balcanizzato in correnti e con molte remore renziane e pararenziane al suo interno e l’altro squassato da una scissione in corso con una parte integralista allergica alla concretezza politica.

Il discorso di Draghi al Senato e alla Camera, di cui non mi attardo ad approfondire i punti salienti: sanità, ambiente, giovani, donne, europeismo, povertà e diseguaglianze da contrastare, fisco progressivo ecc., è stato sostanzialmente in continuità programmatica con quello di Conte. Lo riconosce anche Travaglio. “Per metà – ha detto - era sostanzialmente un elogio nei confronti del Conte 2 e di continuità, e per l’altra metà era praticamente uguale al discorso che fece Conte nel settembre del 2019 presentando alle Camere il suo secondo esecutivo”. Nonostante ciò Travaglio è acidamente critico su tutto il resto con particolare attenzione alle scelte di Grillo e del M5. Questa continuità non c’è e non poteva esserci per evidenti ragioni nell’arruolamento di ministri/e. Per cui il governo di “supermario” nasce con una contraddizione fra gli obiettivi annunciati e le forze che li dovrebbero attuare. Forze divise in tre grandi aree: quella proveniente dalla maggioranza precedente (escluso Renzi) leggermente più numerosa, quella dei tecnici facenti capo a Draghi, e la destra di Berlusconi e Salvini. Fra questi ultimi le persone scelte, a quanto pare, non sono quelle che voleva Berlusconi per Forza Italia né quelle organiche a Salvini per la Lega. Ma non sono, comunque, di orientamento progressista e men che meno di sinistra. Forze, infine, fra loro alternative che nella loro componente di destra sovranista e xenofoba non tarderanno, come già stanno facendo, a tirare calci per non farsi sorpassare a destra dalla Meloni, costringendo la componente progressista ex Conte a continui bracci di ferro e Draghi a mediazioni continue oppure, com’è nettamente auspicabile, a secchi altolà come ha fatto parlando di euro ed Europa.

Ovviamente noi parliamo di un discorso di Draghi fatto di parole che, comunque, sono già di per sé un fatto politico. Ma a queste parole debbono seguire i fatti; ed è precisamente questo il terreno su cui dovrebbe svolgersi la battaglia dello sbrindellato fronte progressista. Lo stesso presidente del Consiglio nella sua replica al Senato ha avuto l’accortezza di avvertire, su quest'aspetto decisivo, la larghissima maggioranza dei suoi sostenitori. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, - ha detto - ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto”.

Quali sono le aspettative drammatiche della stragrande maggioranza degli italiani? Abbattere la pandemia attraverso i vaccini il più presto possibile per poter riprendere a vivere e lavorare. Sicurezza sanitaria e lavoro, ripresa economica e protezione sociale sono le richieste urgenti dei lavoratori dipendenti e autonomi, delle masse popolari e della gente più in generale. Di qui la popolarità di Conte, il rammarico per averlo visto abbattere da Renzi in questa situazione di emergenza nazionale ma di qui anche l’apertura di fiducia a Draghi che è cosa diversa dai peana tributategli dai mass media di lorsignori contenti di essersi liberati di “Giuseppi” che li teneva lontani dalla gestione dei 209 miliardi del Recovery fund. E’ da queste aspettative e richieste popolari che deve ripartire l’alleanza dei progressisti e lo svolgimento in essa di un ruolo attivo e presente di Conte.

Il punto per Leu, Pd e M5s, perciò, ora è come stare nel governo con accanto alcune cattive ed indigeribili compagnie (renziani, berlusconiani, leghisti ecc.): sdraiati e pendenti dalle labbra di Draghi o con la schiena dritta per bloccare spinte restauratrici, salvaguardare i risultati conseguiti con il Conte2 e continuare a perseguire nel governo, nel Parlamento e nel paese le prospettive di riforma e rinnovamento di “Giuseppi” con il Recovery plan, sostanzialmente riaffermate dal discorso programmatico di Draghi. Pronti a riesumare, ove occorresse, “l’artiglio dell’opposizione” di berlingueriana memoria. Il Presidente del Consiglio è stato applaudito quando si è riferito al suo predecessore “che ha affrontato – ha detto - una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d'Italia”. A me è sembrato più significativo, politicamente, il riconoscimento del lavoro del Conte 2 sul Recovery plan: “Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro”. Smentendo così tutti gli attacchi beceri e convergenti del “salotto buono” di lorsignori e del loro portavoce principale (Renzi) e di quelli annidati nei mass media. Già smentiti, per altro, dalla lettera della Commissione europea (Dombrovskis e Gentiloni) a Gualtieri dell’11 febbraio. Del resto che quegli attacchi fossero strumentali ce lo dice la sparizione subitanea del Mes, della prescrizione, della delega ai servizi segreti ecc. dal tavolo del contendere.

Il fronte progressista ha subito una sconfitta ed è dovuto arretrare, ma la guerra non è persa.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Perseverare è stolto

Cronache&Commenti

L' "invidiabile" capacità di Walter Veltroni

di Aldo Pirone
Walter Veltroni 370 minWalter Veltroni ha un’invidiabile capacità, comune a molti postcomunisti, quella di dire sempre le stesse cose senza mai assumersi la responsabilità di quel che ha fatto e di quel che è stato nel trentennio seguito allo scioglimento del partito comunista e al venir meno dei grandi partiti di massa. Anche se, per la verità, lui disse di non essere mai stato comunista, nonostante fosse assurto a deputato - una sorta di "indipendente nelle liste comuniste" a sua insaputa - membro del Comitato centrale e responsabile della comunicazione di massa del Pci.

Oggi sul “Corriere della sera” si lamenta, giustamente, della nostra “democrazia fragile, incapace di stabilire un corretto rapporto col mandato popolare, piena di trasformismi” e di partiti “fragili, scissi ogni giorno in mille molecole, attraversati da personalismi ed esposti a molti condizionamenti”. Il suo sbaglio sta nel considerare causa fondamentale di tanta decadenza sempre la solita cosa: la mancanza di una legge elettorale maggioritaria che non assicura l’alternanza fra una destra non sovranista e trumpiana ma europeista e una sinistra di bon ton, buonista, gradita a lorsignori, “non dominata dal populismo e dalla demagogia ma dal riformismo radicale”. Cioè, nel suo pensiero non espresso, ben lontana dall’esperienza di Conte e dell’alleanza fra Leu, Pd e M5s.

Veltroni continua a non rendersi conto che se oggi la destra è quella che è - dominata dalla sovranista Meloni e da Salvini diventato trasformisticamente “europeista” - lo si deve, in gran parte, proprio a quella sinistra diventata come la voleva lui, per la verità non da solo e indipendentemente dalla legge elettorale.

Il trasformismo nel nostro paese ha una storia lunga che nasce all’indomani del compimento dell’unità politica e statale. Ebbe un argine nella formazione dei grandi partiti popolari e di massa. Poi venne il fascismo. Quando la democrazia risorse, sempre per opera e merito dei grandi partiti antifascisti e popolari di massa, il trasformismo fu confinato alla marginalità della vita nazionale. Così fu nella prima repubblica, con la sua legge elettorale proporzionale. Ha ripreso quota fino a diventare endemico dopo il crollo del vecchio sistema politico e dei partiti di massa che lo sorressero e che assicuravano ognuno a modo suo una democrazia partecipata e una selezione della rappresentanza politica molto più decente e competente di quella attuale. Si è largamente ridiffuso proprio con il sistema maggioritario: più serio il “mattarellum” iniziale, anticostituzionale la “porcata” di Calderoli, turlupinatore il semi maggioritario detto “rosatellum”. Perciò una legge elettorale proporzionale dovrebbe, quanto meno, contribuire (non determinare meccanicamente) alla ricostruzione di partiti degni di questo nome, perché è qui il compito decisivo per rigenerare la nostra democrazia.

Alla demolizione sistematica dei partiti di massa Veltroni ha partecipato in vari modi e con responsabilità di direzione politica non irrilevanti per ciò che riguarda il versante di sinistra. E’ stato un tragico errore, corredato da tante altre cosucce e cosacce (subalternità al neoliberismo trionfante e allontanamento dai lavoratori e dai ceti popolari), culminate nel Pd fondato sulle basi culturali che Veltroni espose al Lingotto nel 2008 con gli esiti catastrofici, per la sinistra e per il Paese, che sono sotto gli occhi di tutti.

Oddio, come si dice, errare è umano ma continuare a perseverare è sommamente stolto.

 

 

 

 

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Baciare il rospo?

 Cronache&Commenti

Come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste

di Aldo Pirone
Draghi presentailsuoGoverno 390 minNel 1995 quando il governo di Berlusconi cadde, sfiduciato dopo solo otto mesi di vita dalla Lega di Bossi, l’incarico di formare il governo fu dato a Dini che del cavaliere era ministro del Tesoro. Allora “il manifesto” fece un titolo che rappresentò bene i dubbi che albergavano nell’area della sinistra radicale: “Baciare il rospo?”.

Da una parte, infatti, c’era il fatto positivo della caduta di Berlusconi alleato con Fini, non ancora bagnatosi nelle acque di Fiuggi detergenti la sua impronta neofascista, dall’altra il fatto che Dini era quello che era: di casa berlusconiana e della Banca d’Italia. Ad aiutare a baciare l’animaletto – il volto di Dini gli assomigliava molto – fu anche l’astensione di tutto il centrodestra derivante dalle paturnie e dai ripensamenti di Berlusconi che il suo ministro aveva indicato al Presidente Scalfaro come suo successore. Nella favola il rospo che è baciato dalla principessa diventa un bel principe. Dini non lo diventò, anche se passò in seguito nel campo antiberlusconiano. Con i sindacati fece, però, la prima riforma delle pensioni che fu votata da tutti i lavoratori che lo approvarono con il 64,49% dei voti espressi da oltre quattro milioni di lavoratori.

Ieri nell’editoriale di Norma Rangeri, direttrice del quotidiano comunista, non c’è quell’interrogativo nei confronti di Draghi. C’è, invece, sebbene senza entusiasmo e rassegnato, un consenso al governo tecnico-politico che si prospetta. “Sarebbe un errore – scrive Rangeri - lasciar gestire ogni cosa alle forze più conservatrici e fascistoidi del nostro paese. Per i partiti della precedente maggioranza, al di là dell'insopportabile pratica di ingoiare dopo i rospi anche i draghi, diventa quasi un obbligo partecipare al prossimo governo. Nella pur urticante condizione di turarsi il naso di fronte a decisioni che lasciano poco spazio per scelte diverse”.

Il problema che allora si pone a Leu, Pd, M5s è come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste come Berlusconi, Renzi e Salvini alternative al fronte progressista. Se ci si stesse in modo rassegnato come cani bastonati, sarebbe sbagliato e il governo Draghi diventerebbe un rospo indigeribile. Quindi, bisogna starci in modo attivo e condizionante, non come singoli ma come alleanza di forze progressiste e ambientaliste a difesa della continuità riformatrice del governo Conte.

Per questo è indispensabile recuperare un modus operandi di “lotta e di governo”, si sarebbe detto in altri tempi, che assicuri non solo un protagonismo non fine a se stesso nel governo – tanto più necessario visti i compagni di viaggio - ma nel paese. Quel protagonismo sul territorio e nella società che è mancato – e non a causa del Covid 19 - durante il governo Conte e che ha pesato non poco nel lasciare spazio all’iniziativa demolitoria, sebbene impopolare, di Renzi. Se i rapporti di forza elettorali rimangono, come sono rimasti in questi 16 mesi, gli stessi fra la destra e i progressisti, alla lunga anche il governo Conte2 nonostante i suoi meriti non regge. Non poteva bastare la popolarità personale di “Giuseppi” a fare da argine all’offensiva di lorsignori commissionata al “Bomba” di Rignano.

Norma Rangeri dice che bisogna ripartire dal fatto “che il merito del punto in cui siamo oggi sui vari corni dell'emergenza, va dato al Conte2”. Giusto. Per questo occorre che l’alleanza marchi la continuità con il Conte2 sul fondamentale terreno economico, sociale, ambientale e della sanità.

Su tutto, poi, giganteggia il problema della rapida messa a terra dei progetti in coerenza con il Recovery fund. Quella massa di miliardi per la cui gestione lorsignori hanno abbattuto Conte e Salvini è stato folgorato dall’europeismo, pur – come ha detto – di sedersi a tavola. Può darsi che mi sbagli, ma il regolamento approvato dall’europarlamento – diconsi 43 pagine di prescrizione e allegati che andrebbero lette e meditate – non pare proprio fatto per consentire ai nostri lorsignori di allungare le mani a piacimento sul desco imbandito in favore di clientele e amici degli amici. Sul rispetto di quelle normative europee per la transizione digitale ed ecologica è più facile un’intesa fra l’alleanza progressista e Draghi che non quella dell’ex Presidente della Bce con la destra di Renzi, Berlusconi e Salvini.

Al di là di ogni considerazione, personalmente l’ho assai bassa, delle forze in campo, occorre realisticamente constatare che oggi la dialettica fra destra e sinistra, fra conservatori e progressisti, purtroppo, non è più quella fra maggioranza e opposizione in Parlamento. Quella dialettica si trasferisce tutta, o quasi, dentro lo stesso schieramento di governo. Sulle cause di questo esito “bulgaro” si può discutere e disquisire all’infinito. L’importante è che le analisi critiche e autocritiche a sinistra servano a potenziare e a rinnovare nel profondo i soggetti dell’alleanza progressista Leu, Pd, M5s, particolarmente la sinistra, e, soprattutto, a confermare, sviluppandola, nei territori e nel paese l’alleanza medesima per presentarla al prossimo confronto elettorale.

Renzi ha puntato a demolire e dividere anche quest’ultima. Per ora non c’è riuscito. E per lui non è una buona notizia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Salvini come re “Pippetto”?

Cronache&Commenti

La storia a volte si ripete, la prima è una tragedia la seconda è anche ridicola

di Aldo Pirone
vittorio emanuele 350 minIn questi giorni di bailamme politico e di cambi repentini di posizione di partiti e leader politici, se ne sentono e se ne vedono di tutti i colori.  Ieri mattina Luciano Canfora nella trasmissione TV Agorà, ironizzava su Salvini che dovrebbe – diceva – essere orgoglioso di aver fatto una mossa togliattiana. Si riferiva al Togliatti della “svolta di Salerno”. Salvini stesso, senza ironia e, soprattutto, senza orrore di se stesso, per giustificare il cambio repentino di posizione sul Recovery fund e sull’Europa si era richiamato a De Gasperi, Togliatti, Parri negli anni del Cln antifascista (1943-’45). Tutta roba strumentale, pur di avere la possibilità di accomodarsi alla tavola della gestione dei miliardi europei del Recovery fund.

Volendo, per divertimento, seguire il gioco fasullo dell’analogia con il periodo della Resistenza e della Guerra di Liberazione nazionale, è lecito domandarsi: ma che ruolo si potrebbe assegnare al “bauscia” meneghino simile a uno degli attori allora in scena? Escluderei radicalmente quello di leader come De Gasperi, Togliatti, Parri ma anche Nenni o Saragat. Più consono mi sembrerebbe quello del monarca Vittorio Emanuele III. Com’è noto il re fellone, dopo aver condiviso tutto con Mussolini, alla fine se ne distaccò per salvare non l’Italia, che infatti abbandonò l’8 settembre in mano ai nazisti, ma la dinastia. In comune con “Pippetto” Salvini ha anche una qual certa cialtroneria che se fu tragica nel sovrano savoiardo in lui è del tutto pagliaccesca e comica. Ambedue, però, hanno avuto conseguenze nefaste per gli italiani. Salvini ha combattuto contro l’Europa e il suo cambiamento solidaristico, come il re fellone combatté contro la grande alleanza delle Nazioni antifasciste: gli Alleati. Poi il sovrano si arrese perché, come disse a Mussolini poco prima di farlo arrestare, “l’Italia era a tocchi”. Similmente Salvini, sconfitto dall’Europa anti sovranista, ora cerca di salireSalvini e lo spuntino 350 min sul carro degli aiuti europei da lui sempre avversati con una “svolta” che, però, nei suoi obiettivi è l’incontrario di quella di Togliatti. E’ come se all’epoca la “mossa spiazzante” verso il Cln antifascista l’avesse fatta il re per salvare se stesso e la monarchia. Ma quella di Salvini più che una “svolta” appare una capriola trasformistica cui è stato spinto dai leghisti delle “fabrichette” del nord est. Un trasformismo che, comunque, va sfruttato perché ieri ha già diviso il gruppo parlamentare sovranista all’europarlamento nel voto sul regolamento del Recovery fund.

Ci si domanderà: come sfruttarlo facendolo fallire? Basta non far toccare palla al Salvini governista e al tempo stesso fargli ingoiare provvedimenti che siano tutto il contrario di ciò che ha nutrito la sua propaganda antisolidaristica e xenofoba di questi anni. Alla furbata salviniana il nuovo governo di Draghi dovrebbe contrapporre la continuità con quello di Conte, almeno sulle cose essenziali: fisco progressivo, accoglienza, sviluppo ambientalmente sostenibile, sanità pubblica, sostegno a poveri e lavoratori dipendenti e autonomi, del ceto medio e della piccola e media impresa, giustizia senza scappatoie per i ricchi, ecc.. Lo farà?

Se non si può impedire a Salvini di tuffarsi in piscina, si può, però, svuotargliela dell’acqua.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Memoria dimezzata

Ricordare

Per un “Giorno del ricordo” comune di Italia, Slovenia e Croazia

di Aldo Pirone
GiornoRicordo 350 minIeri è stato “Il giorno del ricordo” istituito per rammentare la tragedia delle Foibe e dell'esodo delle popolazioni italiane dall'Istria, dalla Dalmazia e da Fiume provocato dal nazionalismo comunista titino jugoslavo nel secondo dopoguerra.

Per ricordare quel dramma hanno parlato il Presidente Mattarella, la Presidente del Senato Casellati e quello della Camera Fico. Di solito la destra nazionalista e neofascista usa questa giornata per equipararla subliminalmente al “Giorno della memoria” che ci ricorda lo sterminio di sei milioni di ebrei fuori e dentro i lager nazisti e far dimenticare le responsabilità del fascismo nazionalista italiano nella feroce politica di snazionalizzazione contro le minoranze slovena e croata. E poi relegare nell'oblio la sua responsabilità nella guerra d’aggressione, assieme alla Germania di Hitler, contro la Jugoslavia, condotta a suon di stragi e deportazioni perpetrate dall’esercito italiano e dai nazisti contro partigiani e popolazioni civili sloveni e croati. I tempi in cui il generale Mario Robotti in quel di Lubiana rimproverava i suoi subalterni perché “Si ammazza troppo poco” e il suo superiore Mario Roatta intimava: “Il trattamento riservato ai ribelli non deve essere ‘dente per dente’, ma ‘testa per dente’ […] eccessi di reazione non verranno mai puniti”. Quest’anno la crisi di governo ha messo la sordina agli stridori nazionalisti e sovranisti degli anni scorsi. Ma il tentativo di imbrogliare le carte di quella tragedia storica e nazionale sul nostro confine orientale, non mancano. Le prime vittime di una memoria monca che non ha il coraggio di fare i conti con la storia integrale, sono proprio gli eredi degli infoibati dai titini e dei circa 300.000 esuli giuliano-istriano-dalmati costretti, nel dopoguerra, a lasciare le loro terre.

E quella storia integrale, in cui primeggia la responsabilità del nazionalismo fascista per aver creato il brodo di coltura della barbara vendetta del nazionalismo slavo e croato dell’esercito jugoslavo di Tito, bisognerebbe ricordarla, seppur per accenni. Non mi pare che stamane lo abbiano fatto il Presidente Mattarella, tanto meno la Casellati. Solo Fico ha ricordato che oggi “abbiamo tutti gli elementi per respingere senza esitazioni le tesi negazioniste o giustificatorie di quella persecuzione, purtroppo ancora presenti. Ciò non significa certo ignorare o sminuire le aberrazioni della politica di italianizzazione forzata delle popolazioni slave, condotta dal fascismo, e la ferocia criminale che ispirò la condotta delle forze nazifasciste in Jugoslavia. Verso di esse dobbiamo ribadire la più ferma condanna, in coerenza con la Costituzione che nasce sulla Resistenza e si fonda sui valori antifascisti". Malgrado questo giusto ricordo mi pare che si sia fatto un passo indietro rispetto a alla cerimonia comune del luglio scorso davanti alla Foiba di Basovizza e al monumento ai quattro giovani antifascisti slavi fucilati dai fascisti, quando Mattarella e il Presidente della Slovenia Pahor si tennero per mano in raccoglimento.

“La storia non è un racconto di parte: è testimonianza di ciò che è stato”, ha detto la Casellati, guardandosi bene dal ricordare quello che d’infame fece il nazionalismo fascista e italiano contro le popolazioni slovene e croate dell’Istria e della Dalmazia. Come se quella parte della memoria fosse separabile dalla storia integrale di ciò che successe a cominciare, quanto meno, da subito dopo la conclusione della Grande guerra quando Mussolini proclamava il 20 settembre del 1920 al Teatro Ciscutti di Pola: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola […] Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche”. Un programma puntualmente e ferocemente attuato per oltre vent’anni.

Ben diverso fu il ricordo che il Presidente Ciampi fece alla prima celebrazione del “Giorno del ricordo” nel 2005. “Il mio pensiero – disse - è rivolto con commozione a coloro che perirono in condizioni atroci nelle Foibe, nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945; alle sofferenze di quanti si videro costretti ad abbandonare per sempre le loro case in Istria e in Dalmazia. Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nella nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono”.

Il fatto è che Italia, Slovenia e Croazia dovrebbero stabilire un “Giorno del ricordo” comune, per rammentare insieme tutte le vittime del fascismo e dei rispettivi nazionalismi e la storia che li produsse. Solo così si potrebbe parlare di memoria condivisa e solo così le vittime italiane sarebbero veramente onorate sottraendole alle strumentalizzazioni di chi vorrebbe rinfocolare quel nazionalismo che fu il loro carnefice.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Il Covid 19 s’è portato via anche Franco Marini

Ricordi

Personalità politica democratica del primo quarantennio repubblicano

di Aldo Pirone
FrancoMarini 370 minOggi la giornata si apre con una brutta notizia: è morto Franco Marini. Anche lui se l’è portato via il Covid 19. Era un cattolico democratico, democristiano, formatosi nel mondo sindacale e dei lavoratori collaterale a quel partito. Veniva da una famiglia operaia di umili origini di San Pio alle Camere, un paese abruzzese dominato dalle rovine di un castello triangolare in discesa, tipico di quelle terre. Fu segretario generale della Cisl e ministro del lavoro e poi Presidente del Senato (2006-2008) ai tempi dell’Ulivo-Unione di Prodi. Nella prima Repubblica la sua attività si svolse dentro la forte dialettica politica propria dell’epoca, caratterizzata dalla presenza dei partiti antifascisti, dalle loro diversità e dai loro antagonismi: Dc, Psi, Psdi, Pci ecc. Ebbe, come tutti, la ventura di passare in un altro contesto politico e in un'altra epoca. Lo fece mantenendo la sua dignità e il suo radicamento nel cattolicesimo democratico, collocandosi nel fronte progressista e antiberlusconiano.

Quando muore una personalità politica democratica proveniente dal primo quarantennio repubblicano, qualunque sia stata la sua collocazione politica nell’arco delle forze antifasciste, si prova un dolore che si confonde con il rimpianto per un ceto politico popolare, di notevole professionalità politica perché fortemente motivato nelle idealità e nei valori. Un rimpianto tanto più acuto perché il confronto è con il ceto attuale, per gran parte non poco inquinato dall’opportunismo, dal trasformismo e dall’ignoranza più crassa. Franco Marini, se non altro per questioni anagrafiche, appartenne alle seconde file di quel personale politico della generazione post resistenziale che aveva avuto i suoi maestri negli esponenti di prima fila della lotta antifascista: Togliatti, De Gasperi, Nenni, Saragat, La Malfa, Parri ecc. Il riferimento di Marini fu la Dc di De Gasperi nella sua parte più legata al sindacalismo e ai lavoratori. Non a caso quando il big bang di “mani pulite” spazzò le vecchie formazioni politiche pentapartitiche (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli), compresa la sua Dc, si schierò con quei democristiani che si contrapposero a Berlusconi. Se non sbaglio, fu anche uno dei pochi sindacalisti a divenire segretario di un partito nel 1997: il Partito popolare.

Il mio ricordo di Marini è una giornata di agosto del 2005 a Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, in una trattoria famosa per la cucina delle lenticchie, specialità del luogo. Lo riconobbi mentre stava pranzando con la moglie, mi pare. In quel momento c’era maretta nel rinascente Ulivo di Prodi. Maretta fra il professore e il Rutelli “bello guaglione”. Molti fra i presenti a lui sconosciuti, me compreso, salutarono Marini raccomandando unità per il prossimo confronto elettorale con Berlusconi. “Non litigate” fu l’incitamento della maggior parte dei presenti.

Un incitamento sempre attuale perché l’unità è stata raramente praticata dalle forze progressiste e democratiche sui contenuti e nelle forme più giuste, quelli vicini al mondo dei lavoratori. Quei lavoratori che Marini, a modo suo, cercò di difendere ed ebbe come riferimento.
Ciao Franco.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Calma e gesso

Commenti. Crisi di Governo

Leu, Pd e M5s dovrebbero conservare politicamente Conte

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minLa reazione a sinistra all’affondamento di Conte è comprensibilmente rabbiosa. Si teme, giustamente, che lorsignori possano tornare a dirigere l’economia e la politica sociale dell’Italia, esclusivamente nel loro interesse. La palese soddisfazione di tutti coloro che nell’establishment moderato, compreso quello interno al Pd, ce l’avevano con “Giuseppi” è palese e urticante. Sentirli sproloquiare in Tv sugli errori di Conte, sulle sue inadeguatezze, sulla sua impoliticità dall’alto della loro prosopopea e insipienza politica aumenta la rabbia di chi ha compreso che sulla permanenza di Conte si giocava una partita non fra competenti e incompetenti, fra politici e impolitici, ma fra interessi popolari e nazionali e le solite forze che, grazie alle loro politiche sociali ed economiche, sono responsabili del consenso largo che le destre populiste e nazionaliste hanno nel paese. Renzi è stato solo il loro “centravanti di sfondamento” anche se ora fa la ruota del pavone per la chiamata di Draghi.

Il Presidente della Repubblica Mattarella poteva fare diversamente? Prima ha concesso tempo a Conte affinché si manifestassero i “costruttori” poi ha allungato il brodo con Fico mandato in esplorazione per far tornare “il Bomba” sui suoi passi. Questo secondo passaggio poteva essere evitato dando a Conte subito l’incarico perché Renzi, diceva, di non aver posto veti. Probabilmente il risultato sarebbe stato lo stesso ma si sarebbe risparmiato tempo prezioso, a parte – e forse da questo lato è stato un bene collaterale ma non così necessario – l’ulteriore discredito che dal balletto esplorativo ha ricavato Renzi. L’unica strada che Conte e i partiti sostenitori avevano di rendere Renzi innocuo era quella di un numero di “costruttori” in grado di assicurargli una maggioranza assoluta al Senato e questo numero magico poteva essere acquisito verosimilmente solo se l’alternativa certa sarebbero state le elezioni. Ma ciò non è stato perché Mattarella, come ha pedagogicamente motivato, di fronte ai problemi del paese e alle attese della popolazione – vaccinazione, sostegno sociale e ripresa economica con il Recovery plan, per non dire delle aspettative dell’Europa – non poteva non espletare un estremo tentativo di dare al paese un governo pienamente in funzione. Se la gravità della situazione economica e pandemica era valsa, giustamente, a bollare come irresponsabile l’azione di Renzi perché poteva portare a elezioni anticipate, la medesima preoccupazione non poteva essere allegramente messa da parte dopo il fallimento dell’inutile esplorazione per di più condotta da Fico in modo assai discutibile.

Da qui la chiamata di Draghi. Il quale non è Monti e, soprattutto, non è chiamato ad agire nella stessa situazione, spread a 500 punti, e nello stesso quadro europeo della politica economica di austerity. Perciò, come raccomanda la locuzione popolare, “calma e gesso”. Pd, M5s e Leu dovrebbero innanzitutto agire insieme - qualche segnale c’è con la riunione di ieri chiesta da Zingaretti –, superare rapidamente l’indignazione e riportare il confronto con Draghi sul terreno dei contenuti programmatici per porre paletti economici e sociali a orecchie che potrebbero non essere insensibili, visti i due interventi fatti da Draghi sul “Financial Times” a marzo e al meeting di Rimini ad agosto, in sostanziale accordo con le politiche economiche del governo Conte. E vista anche la sua azione da governatore della Bce di sostegno ai debiti pubblici dei paesi più esposti, come l’Italia, con il bazooka del "quantitative easing", in contrasto con i tedeschi allora vestali dell’austerity economica e finanziaria.

La primiera condizione programmatica da porre è la continuazione del sostegno economico al mondo del lavoro e ai lavoratori (blocco dei licenziamenti) e poi una gestione del Recovery plan, in coerenza con le prescrizioni europee, secondo l’interesse nazionale e non di lorsignori. Deve essere posta a Draghi la condizione “sine qua non” che la rete di sostegni economici – compreso il reddito di cittadinanza o strumento universale equipollente - può essere prosciugata solo dalla ripresa economica e dell'occupazione. Nessuno deve essere lasciato per strada senza sostegni in attesa di un nuovo lavoro o di una nuova occupazione. Inoltre, una riforma fiscale che recuperi il principio costituzionale della progressività e quella della giustizia imperniata sull’accelerazione dei procedimenti in sede civile e penale e non sull’abolizione dell’interruzione della prescrizione. Mi rendo conto che, nell’economia di un articolo, si tratta di grandi linee programmatiche e che altre se ne potrebbero aggiungere. Ed è del pari vero che un governo debba avere delle priorità – tra queste ovviamente la vaccinazione di massa contro il Covid 19 – ma è anche vero che dovendo ogni giorno occuparsi di un'infinità di cose – nomine negli enti pubblici, banche, regolamenti vari ecc. - deve avere un orientamento saldo volto a far prevalere in ogni singolo atto il bene comune e l’interesse pubblico. E quest'orientamento, con tutti i limiti dei soggetti politici in questione, può essere espresso al momento dall’alleanza fra Leu, Pd e M5s che ha sostenuto Conte fino all’ultimo anche se non senza incertezze dovute a qualche quinta colonna renziana interna al Pd.

Draghi è chiamato “supermario” ma non può librarsi sopra le leggi della politica. Un suo governo che nascesse segnato da un qualche apporto determinante di qualcuno dei partiti del centrodestra sarebbe cosa assai diversa da uno, politico, che avesse come determinanti le forze fondamentali della coalizione che hanno difeso Conte. D’altro canto, bisogna essere consapevoli che l’opinione pubblica e la maggioranza degli italiani al momento non lo vedono come un usurpatore, anzi sono con lui perché lo considerano una persona che può salvare la situazione evitando elezioni ritenute sommamente inopportune in questi frangenti nazionali. Anche per questo il confronto sui programmi è ancor più dirimente. Un confronto vero non alla Renzi.

L’alleanza Leu, Pd e M5s, inoltre, dovrebbe conservare politicamente Conte nei modi e nelle forme più opportuni che dovranno essere trovati. La maggioranza degli italiani è stata con lui mentre ha aborrito Renzi. Oggi “Giuseppi” ha fatto una dichiarazione importante: non sono d’ostacolo alla prova di Draghi, il governo deve essere politico e non tecnico, io ci sono e ci sarò per condurre l’alleanza Leu, Pd, M5s con un progetto di governo all’insegna dello sviluppo sostenibile. Importante sia per la riuscita di Draghi sul terreno di un governo politico e non tecnico sia perché alle elezioni bisognerà andarci, presto o tardi, e il confronto che oggi si prospetta è ancora quello con la destra nazionalista e sovranista di Salvini e Meloni con Berlusconi a rimorchio. Di qui il doveroso consolidamento dell’alleanza progressista Leu, Pd e M5s, soprattutto nel radicamento sociale e territoriale.

Poi c’è Renzi che oggi canta vittoria per aver affondato Conte. Per fissare la sua indole e giudicare la sua azione nelle settimane passate si è spesso evocato l’apologo dello scorpione e della rana, laddove a morire, com’è noto, fu anche lo scorpione. Con Draghi in campo non avrà lo stesso potere interdittivo di sfasciacarrozze che ha avuto con Conte.

Si chiama eterogenesi dei fini.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Una sgradevole Concita De Gregorio

 Cronache&Commenti

Quando mai ha manifestato altrettante analisi critiche e indignazioni?

di Aldo Pirone
ConcitaDe Gregorio 360 minIl lungo articolo di Concita De Gregorio di sabato scorso su “la Repubblica” ha avuto una certa risonanza per la risposta piccata di Zingaretti. Personalmente non sono un tifoso né del segretario del PD né del suo partito, ma la sua reazione mi è sembrata doverosa, ancorché tardiva, non di giorni ma di anni. Ieri sera la De Gregorio a “Tempo che fa?” ha insistito sulla linea del qui fa tutto schifo, dal trasformismo ai personalismi: Conte, Renzi, Zingaretti, tutti messi sullo stesso piano. Poi ha esibito il solito vittimismo dicendo di aver fatto solo il suo mestiere di giornalista che scrive per i lettori e non per il potere. Il che, visto chi è il patron di “Repubblica” e i suoi desiderata, fa mestamente sorridere.

Non rammento, a proposito del trasformismo e del prevalere nel Pd degli ex democristiani e di tante altre cosucce che hanno portato al punto in cui siamo, altrettante analisi critiche e indignazioni, quando tutto ciò accadeva negli anni passati fin dalla fondazione del Pd di Veltroni con dentro di tutto, anche la teodem Binetti, e ancor prima. Non le ricordo soprattutto quando Concita era direttore de “l’Unità” dal 2008 al 2011. Con il suo vittimismo vuol far credere di essere una “Vispa Teresa” della verità ma il suo articolo e quel che ha detto ieri sera da Fazio è stato un intervento a gamba tesa contro Conte mascherato da un radicalismo fintamente moralistico d’antan che ha contribuito non poco a ridurre la sinistra a quello che è oggi e a far sì che contro il sovranismo e il nazionalismo delle destre, il berlusconismo corruttore di sempre e Renzi che gli sta riaprendo la strada, si debba combattere nelle fogne del trasformismo. Far credere di stare “super partes” è un modo per favorire in questo momento la caccia a Conte da parte di Renzi e di lorsignori che gli stanno dietro, compresi i loro paludati portavoce annidati nel giornale in cui scrive la De Gregori che sa benissimo quello che fa.

A parte questo, quello che ho trovato oltremodo sgradevole nell’articolo della giornalista - e che la dice lunga sul suo sarcasmo con la puzza sotto il naso contro il trasformismo - è il riferimento a due donne. “Una si chiama Tatjana Rojc, senatrice. – scrive Concita – […] ‘Mi sacrifico per il bene del paese’, ha detto passando ai Responsabili. Ho chiesto il permesso al segretario, ha aggiunto. Zingaretti ha firmato la giustifica, come a scuola”. Il “permesso” la “giustifica come a scuola”, un disprezzo per la persona che segnalo alle donne che prescindendo da ogni altra considerazione politica hanno solidarizzato con Concita solo perché donna. “L'altra è Valentina Cuppi, - dice la De Gregorio - sindaco di Marzabotto, presidente del Pd. E’ salita al Colle con la delegazione. Era dietro a Orlando, Marcucci e Del Río (Delrio ndr), panico fra i fotografi che devono mandare la foto con didascalia. Vabbè”.

No, non vabbé, né per i fotografi né per te che scrivi una simile porcheria, - tra parentesi la Cuppi non stava dietro ma a fianco di Zingaretti al momento della dichiarazione ai giornalisti - ironizzando sulla mancata notorietà di una donna che non è la sindaca di vattelapesca ma di Marzabotto.

Ps: a proposito di didascalie si scrive Delrio non Del Rio.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Da che parte stanno

 Cronache&Commenti

E' chiaro da che parte stanno lorsignori, i loro giornali e i loro giornalisti

di Aldo Pirone
MaurizioMolinari 360 minPer avere ulteriore conferma del mondo di lorsignori che, come pupari, stanno dietro le spalle di Renzi, basta leggere quanto scrive oggi il direttore de “la Repubblica” Maurizio Molinari e quanto dice il Presidente della Confindustria della Lombardia Marco Bonometti.

Molinari, dopo averci ricordato stancamente quello che tutti sanno a iosa, cioè i grandi e drammatici problemi che sono di fronte agli italiani, dice che per affrontare una simile agenda “ll premier che serve al Paese deve dunque essere davvero europeo”. Il che significa che Conte lo è solo insufficientemente, nonostante abbia contribuito non poco a riagganciare l’Italia all’Europa impegnata, sotto la sferza del Covid 19, nel cambiamento delle politiche economiche e non solo. Il vero europeo per Molinari è chi rimette pienamente nelle mani di lorsignori il timone del comando soprattutto nella gestione dei miliardi del Recovery plan.

Bonometti, diminutivo di Bonomi ma non in protervia e arroganza, invece, è più diretto e ruspante e dice a “La Stampa” di patron Agnelli-Elkann - che non a caso lo è anche di “Repubblica” -: “Conte si cerchi un’altra occupazione”. Purtroppo per Bonometti Conte non è licenziabile con un cenno del capo, ad nutum, come ai bei tempi quando in fabbrica e nello Stato lorsignori facevano il comodo loro indisturbati. E poi un’altra professione ce l’ha, dignitosa e ben remunerata, non deve cercarsela, magari andando a fare lo zerbino a pagamento dell’autocrate dell’Arabia saudita Mohammad bin Salman come lo statista di Rignano.

Il professor Conte non è un rivoluzionario o un progressista a tutto tondo è un moderato ma gli è capitato di essere oggi, per le condizioni in cui la lotta politica si svolge in Italia, la trincea da scardinare per far tornare pienamente in auge lorsignori di cui “il Bomba” di Rignano è solo il “centravanti di sfondamento”, come fu improvvidamente definito a mezza bocca da qualcuno dentro il Pd.

La partita della crisi è ancora in corso, è difficile prevedere come andrà a finire. Quello che però è chiaro già da molto tempo - a parte qualche rimbambito/a della sinistra schifiltosa - è da che parte stanno lorsignori, i loro giornali e i loro giornalisti.

Oggi Molinari e Bonometti ce l’hanno ricordato, tante volte l'avessimo dimenticato.

 

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La senatrice di lorsignori

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Emma Bonino ce l’ha con Conte

di Aldo Pirone
Emma Bonino minEmma Bonino ce l’ha con Conte. Ieri nella consultazione al Quirinale ne ha bocciata l’eventuale riproposizione come premier. Anche quando si formò il Conte 2 non lo votò sebbene l'alternativa fossero le elezioni tanto invocate, e pour cause, da Salvini. Poi ha sempre fatto l’opposizione. La Bonino si è sempre professata super europeista. Della Commissione europea ha fatto parte in anni lontani, designata dal primo governo Berlusconi, quando si era innamorata politicamente del “liberale” cavaliere di Arcore. Fu eletta deputata dal centrodestra alle prime elezioni maggioritarie nel lontano 1994 e aderì subito al gruppo parlamentare di Forza Italia.

Alle ultime elezioni è stata eletta con la sigla “Più Europa” in segno di sfida, così la presentò, contro i sovranisti. Alle europee il suo raggruppamento non ha preso seggi ma ciò non ha influito nella svolta europeista che ha portato all'elezione della von der Leyen in cui furono determinanti, nel luglio 2019, i voti del M5s spinti a quella scelta da Conte. La cosa, non per niente, mandò in bestia il sovranista xenofobo Salvini uscito trionfalmente da quelle elezioni con il 34% dei voti. Poi l’alleanza populista gialloverde si sfasciò e se c’è una cosa che ha distinto il secondo governo Conte, con tutti suoi limiti, gli errori e gli sfasciacarrozze a bordo (Renzi), è stato proprio il suo crescente europeismo nel mezzo della lotta alla pandemia e per un cambiamento solidaristico nelle politiche economiche della Ue. Insomma un “Più Europa” che avrebbe dovuto far piacere alla Bonino. Invece l’onorevole signora è rimasta tetragona a tutto ciò, insieme all’altro suo socio acquisito: Calenda. Il che dimostra come il tratto europeista della Bonino sia a dir poco fasullo mentre la senatrice è solo ossessionata, come tanti altri nella schiera di lorsignori, dalla preoccupazione principale di far fuori Conte anche a rischio di dare l’Italia alla destra che lei dice di aborrire ma che oggettivamente favorisce.

Ieri anche l’esimia senatrice ha invocato la “maggioranza Ursula” ma senza Conte, dimenticando che quella maggioranza, con dentro l’Alde, il raggruppamento liberale europeo cui la Bonino aderisce, si è creata nell’europarlamento anche per opera determinante di Conte e del M5s. Qualcuno potrebbe pensare che l’orientamento della Bonino sia affetto da settarismo e impoliticismo nonché da un esasperato personalismo. Non è così. E’ la genuina rappresentazione dei desiderata di lorsignori di riprendersi in pieno il bastone del comando soprattutto nelle politiche economiche e nella gestione del Recovery plan.

A lavorare per loro non c’è solo Renzi, ma tanti altri. Fra questi la Bonino.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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