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Mario Quattrucci - emmequ

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Un ex tutto. Adesso scrivo. Romanzetti e Poesie. E qualche post, come pare. Ah: anche malacoda.it

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Postilla 17 giugno

Per il dopo. Ma intanto…

dopoCovid19 390 mindi Mario Quattrucci - Nella trasmissione dibattito di Sky Idee per il dopo del 16 giugno, sono intervenuti Andrew Ross Sorkin, editorialista del New York Times e della Cnbc, Moises Naim, ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, e Jill Lepore, storica della Harvard University. Molte cose interessanti, molte scomode e preoccupanti verità sulla situazione politica e umana mondiale. Andrebbero lette e rilette. Mi soffermo però solo su alcune idee espresse dalla Lepore. In particolare su queste.

«Credo che i social media abbiamo avuto un effetto negativo sull'autogoverno democratico e sulle relazioni tra i vari Stati e questo, infatti, si è dimostrato vero per ogni rivoluzione nelle tecnologie delle comunicazioni. Dall'invenzione della carta stampata, fino al telegrafo, la radio, la televisione, la tv via cavo, internet stessa e infine i social media. Quello a cui assistiamo è un modello abbastanza prevedibile, secondo il quale le tecnologie di comunicazione che permettono l'inclusione di un numero maggiore di individui nel dibattito politico e una comunicazione più rapida a distanza maggiore sono uno sviluppo che dà potere alle persone che prima erano escluse da quella sfera di interazione politica e che ottengono accesso a queste forze in equilibrio per un certo periodo, finché non si arriva a una nuova situazione politica. Spesso nella storia americana questo è stato associato a un ampliamento dell'emancipazione: la disponibilità di un giornale che si poteva comprare per pochi spiccioli, per esempio, ha portato all'emancipazione dei maschi bianchi proletari, che prima erano esclusi. Potevano leggere i giornali, essere coinvolti nella politica e in seguito hanno potuto votare. Poi è toccato ad alcune persone escluse dal diritto di voto. Quindi ogni nuova rivoluzione ha un effetto di trasformazione sulla democrazia, ma prima bisogna attraversare uno squilibrio. Siamo ancora nel pieno di questa fase, i social media hanno dato solo un contributo a questa specie di degrado delle istituzioni politiche e quel processo di ricostruzione di un nuovo ordine politico non è ancora iniziato al momento.»

Noi (quel che resta della sinistra italiana antagonista) veniamo da tempo osservando e descrivendo/denunciando codesta realtà. Ben individuata al suo nascere da Enrico Berlinguer, di cui Paolo Ciofi ricorda in un suo recente articolo quanto affermato in una intervista del 18 dicembre 1983: «… la rivoluzione elettronica rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo». Tutto dipende, sottolineava il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

Non è un caso che l’avventuriero italiano Mattero Renzi, oggi definitivamente qualificatosi e propostosi quale Piccolo Cesare del capitalismo italiano, proprio in nome della rivoluzione elettronica richieda la elezione diretta del Capo dello Stato e del Capo del Governo (modello USA?) che è appunto la forma attuale del cesarismo politico. Trump docet.

Dice inoltre Jill Lepore:
«Ma credo che tornando al discorso sulla leadership è importante osservare che una delle istituzioni decadute negli ultimi 20 anni è proprio il sistema dei partiti.» Ed anche di ciò abbiamo (sempre noi di sinistra alternativa) ampiamente parlato/denunciato quali scelte dei poteri e della cultura dominante (anche ex comunista) dell’era thatcheriana-reaganiana, e qui berlusconiana-renziana, nell’opera di scardinamento della democrazia costituzionale.
Ma la Lepore prosegue poi toccando lo scottante tema della cosiddetta democrazia elettronica: «Per rispondere alla sua domanda di prima… credo che i social media abbiano contribuito a nutrire una specie di iperindividualismo perché molte persone si considerano partiti a sé stanti, si esprimono come singoli individui non come membri di una comunità politica. C'è un'invocazione della nazione nel senso peggiore di nazionalismo razziale, ma coesiste a fianco di un pazzesco iperindividualismo ed è impossibile per i partiti mettere da parte la loro faziosità e fare in modo che i leader decidano nell'interesse della nazione. Il sistema dei partiti può assorbire gran parte della violenza e del fermento politico, forse a volte in senso negativo se l'espressione politica si rivela insufficiente, ma al momento negli Usa non c'è un sistema di partiti funzionante, così come non abbiamo un governo federale adeguato. Ed è molto difficile che un cambio di potere possa risolvere tutto questo.»

Quanto agli effetti possibili della pandemia aggiunge queste sue, a mio avviso non solo sue bensì largamente diffuse, riflessioni e speranze… o auspici:
«Secondo me una pandemia ci condiziona a livello dell'organismo, colpisce tutti e ci fa porre pure domande essenziali riguardo l'umanità. In termini di storia e di immaginario letterario ciò che ci ha rivelato è stata la nostra animalità di base. Il maggior punto di forza della specie umana è la capacità di creare una comunità, di sviluppare le arti, l'ingegneria, l'architettura, di operare, di creare utensili e creare la letteratura, ma tutto questo viene a mancare durante una pandemia e non possiamo che vederci come creature dotate di una tremenda inclinazione alla crudeltà e dalla sconcertante abilità di ferirci a vicenda. Penso che questa sia una buona opportunità, questo momento porta con sé una sorta di risveglio della morale che possiamo sperimentare tutti. È un momento chiave per i leader più potenti che applicano la chiarezza morale e mostrano un impegno vero nei confronti delle comunità politiche per farsi avanti e chiedere al popolo di essere più partecipe. Perché questo è il momento in cui vari movimenti ambientalisti in tutto il mondo possono farsi sentire e lottare per un rimodellamento del sistema di approvvigionamento globale e rivalutare i danni, combattere il globalismo nel senso di attività economica. È un momento pieno di possibilità...»

Ma tutto ciò è inscritto nella, è il programma della Costituzione Repubblicana, contro cui però hanno lavorato e lavorano - salvo pochi e parziali (giusti e lodevoli ma parziali) ripensamenti e perfino resipiscenze – poteri forti e deboli pensieri, e naturalmente questi sinistri soggetti politici che occupano il campo, ora con un nome ora con un altro, ormai da trent’anni. E come non ci stanchiamo di ripetere a chi ci ascolta e agli insofferenti e quasi sordi interlocutori politici di una evanescente sedicente sinistra, questa è la linea indicata da Berlinguer (vedi appunto l’intervista del ’63 prima ricordata, o il “discorso alla cultura italiana” del 1977 detto dell’austerità) in sviluppo teorico e concretamente politico del pensiero di Gramsci.

Il Gramsci banditore di una “riforma intellettuale e morale” fondata su una profonda trasformazione economica e sociale, il Gramsci suscitatore dell’impegno politico e umano contro l’indifferenza e la chiusura individualistica.
Ci sembrò importante, e lo abbiamo rilevato in molte occasioni, che il Papa Francesco I – rifacendosi e rivivendo i fondamenti evangelici del cristianesimo – sia venuto sviluppando un pensiero attivo che molto si avvicina a quei luoghi gramsciani e berlingueriani: contro l’indifferenza; per una rinascita intellettuale e morale (testuale); per un nuovo modello di sviluppo (testuale); per una rivoluzione della tenerezza (noi diciamo solidarietà umana) contro le tenebre che avvolgono il mondo. E la sintonia col pensiero gramsciano di Berlinguer è quasi totale laddove chiama specialmente i giovani al risveglio e all’impegno – all’evangelico “date e vi sarà dato” che "vale anche nei confronti del creato. Se continuiamo a sfruttarlo, ci darà una lezione terribile. Se ce ne prendiamo cura, avremo una casa anche domani".

Il che peraltro comporta appunto che tu, uomo d’oggi abitante di un mondo quanto mai grande e terribile, non ti costituisca o senta un essere individuo ma parte di una specie. Di una comunità, di una Nazione, e innanzitutto del Genere Umano.
Quando Einstein esule sbarcò a Staten Island gli fu chiesto di scrivere su un modulo a quale razza appartenesse [razzismo: antico peccato originale americano, come oggi viene esplicitamente denunciato dai bravi liberal e criptosocialisti di quel Paese e del mondo], al che egli scrisse: RAZZA UMANA.
Così, dunque, quelle riflessioni di Jill Lepore su individuo e specie, su animalità e socialità, mi sembrano una nuova conferma (come del resto quanto viene affermando la seppur minoritaria sinistra di Sanders e di altre non minime forze europee inglesi, tedesche, nordeuropee) di quanto sia ancora vivo e vitale il barbuto di Treviri, il vecchio Karl Marx.

Non aveva infatti egli detto che l’uomo non è solo un ente di natura ma è anche un ente sociale, uno zoon politikòn, e quindi il suo rapporto costitutivo con la natura è un rapporto sociale, una prassi sociale? "L’individuo è l’essere sociale" ha scritto: "Le sue manifestazioni di vita – anche se non appaiono nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con gli altri – sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale", e dunque il rapporto dell’uomo con la natura è diverso da quello che gli altri animali intrattengono con essa, perché la caratteristica peculiare dell’uomo è avere un’“attività vitale cosciente”, cioè essere un ente naturale e sociale che riflette su sé stesso.

Aristotele, Marx, Epicuro, Francesco (il Santo), Francesco (il Papa): non puoi essere se non fai; non puoi essere se non dai. E dovrei aggiungere quel commento, già ricordato in altra occasione, di Adin Steinzalts a Hillel il vecchio: «…l’uomo per sé stesso non conta nulla, ciò che fa da solo non è rilevante, ognuno singolarmente preso non ha senso né valore perché l’importante è l’opera della collettività. Allora, qual è la cosa fondamentale, ciò che ognuno fa da sé o ciò che fa insieme agli altri, e non solo per sé stesso?»

Ma qui è il punto. Anzi il rebus. Mentre sarebbe necessario un risveglio, anzi una esplosione di tale valore collettivistico; mentre bisognerebbe finalmente convertirsi ad un definitivo umanesimo che, per citare ancora una volta l’impolitico Leopardi, «Tutti fra sé confederati estima/Gli uomini, e tutti abbraccia/Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/Negli alterni perigli e nelle angosce/Della guerra comune”; e mentre sarebbe per lo meno opportuno cessare infine di fronteggiare le offese della natura e dei poteri senza più “Dell'uomo armar la destra, e laccio porre/Al vicino ed inciampo…»; mentre insomma ci sarebbe quanto mai bisogno di socialismo…, accade tutto il contrario.
Non dispero, naturalmente. E lotto ancora e invito alla lotta. Perché, come dice Romain Rolland, “anche senza speranza, la lotta è ancora una speranza”. E vi sono in tutto il mondo milioni di persone, milioni di giovani, che lottano per un rovesciamento delle sciagurate scelte che stanno portando alla rovina del pianeta, che lottano perché quei due miliardi di umani siano liberati dalla fame, che combattono ogni giorno perché ogni 5 secondi un bambino non muoia più per fame o malattie o per le guerre, che lottano contro il razzismo e contro le guerre, contro le infauste ideologie religiose e nazionaliste fondate sull’odio, che lottano per “la giustizia sociale senza la quale non c’è né pace né libertà” e, in breve, per una nuova più alta forma di civiltà.
Ci sono, ma sembrano prevalere ben altri valori, le disragioni delle tenebre, ed altre prassi, altri bui istinti che pur fanno parte dell’umana natura e paiono averne in eterno il dominio.

Il fanatismo religioso e nazionalista di grandi masse e insieme, in occidente, l’indifferenza, la dissipazione dell'essere, la totale libertà di consegnarsi al padrone, di rendersi schiavi. L'edonismo reaganiano (sembrava uno scherzoso modo di dire e invece è realtà), quella "miriade di occupazioni dedite alla cura di sé, edonistiche o protese verso un esplicito «dimenticarsi di esistere», pur di rubare istanti di felicità immemore e acefala, pur di strappare qualche consolazione alla fatica di vivere” di cui parlava, sono già anni, Duccio Demetrio nel suo "Ascetismo metropolitano". E c’è ancora di più, ancora peggio, a minare le democrazie uscite dalla vittoria sul nazifascismo ma non dal dominio capitalistico.

C’è, torno alla Lepore, quella “specie di iperindividualismo… e insieme quella invocazione della nazione nel senso peggiore di nazionalismo razziale”, e così, con questa duplice facies, pronti a darsi al Mario il mago di turno, il più rozzo o la più rozza, il più fasullo pagliaccio o gangster (o gangster-pagliaccio) aspirante al consolato, essi formano la massa dei portatori malati del virus del fascismo eterno e spingono al potere le nuove destre sovraniste, razziste, demagogiche, menzognere, autoritarie, che, qualsivoglia nome esse prendano, vanno avanti e si affermano in ogni parte del mondo.

Appare così quasi certo che il dopo pandemia non celebrerà quella svolta di civiltà, politica, sociale, etica che sarebbe necessaria, e che continua ad essere, purtroppo, soltanto una speranza contro ogni speranza. Da noi in Italia questa destra dichiara oggi il 49,5%, e i padroni del vapore si apprestano a riedificare la torre dei loro poteri economici e sociali sulle ceneri del mondo prepandemia.

Come diceva Mario Monicelli, ci vorrebbe la rivoluzione. O almeno qualcosa che fermi quell’onda e ripristini la Costituzione in tutti i suoi valori e dettati. Un’alleanza di popolo e di progresso, un patto di generazioni e di forze sociali, un nuovo incontro di idee e di visioni, come quello per cui risorgemmo nel Quarantacinque – Quarantotto. Io credo che queste forze ci siano, che questo patto sarebbe oggi possibile. Ciò che invece non vedo è il soggetto politico capace di mettere insieme quell’alleanza e quel patto, né la capacità dei non-partiti oggi in campo di mettere da parte i propri miserandi egoismi per sancire il nuovo compromesso storico che salvi la democrazia costituzionale e ponga l’Italia fuori della deriva di destra.

 

 

 

 

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La Nuova Italia di Maurizio Landini

a cura di emmequ da https://www.malablo.it/

Carta dei diritti del lavoro testo finale 350 260In una intervista a Roberto Mania − Repubblica del 15 maggio (link a fine articolo) − il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, torna sulla necessità che dalla crisi provocata dalla pandemia , si esca con una "Nuova Italia". «Un altro Paese - spiega - che abbia al centro un nuovo Stato sociale, il rispetto dell'ambiente, un uso intelligente delle tecnologie digitali, un rapporto diverso tra imprese e lavoro, una stagione, infine, di investimenti pubblici».

Landini vede il rischio di una situazione economica e sociale esplosiva, con l'aumento della povertà, il crollo del Pil, l'impennata della disoccupazione. Sa e dice che la «situazione è pesante, seria, pericolosa». Ma proprio per questo, sostiene, «si debbono usare i prossimi mesi per riprogettare il Paese e l'Europa, indicare le priorità, scrivere una nuova prospettiva di sviluppo senza dimenticare il Mezzogiorno.»

Richiamando l'ultimo decreto del Governo, il quale cerca di proteggere le persone che lavorano e le imprese, sostiene che «non è sufficiente proteggersi, dobbiamo guardare oltre. E lo dobbiamo fare ora. Perché il Paese pre-Covid non era affatto il mondo dei sogni. Non si tratta di tornare indietro ma di cambiare per andare avanti. Il virus ha fatto emergere tutte le fragilità e le disuguaglianze che si sono accumulate negli anni. L'emergenza sanitaria si è intrecciata con l'emergenza sociale e ambientale. E poi la rivoluzione digitale che ci ha travolto. È a tutti evidente che la logica neo-liberista che ha governato il mondo negli ultimi decenni, con meno Stato sociale, meno diritti e più mercato, non ha più - se mai ne avesse - risposte da dar».

C'è voluta la pandemia e la crisi conseguente per scoprire l'insostenibile frantumazione violenta a cui è stato sottoposto il mercato del lavoro, «e per capire quanto fosse negativo un mercato del lavoro fatto di precarietà, assenza di diritti e di tutele, di caporalato e di lavoro nero» Ecco perché ora «la responsabilità di tutta la classe dirigente italiana è quella di ripensare e riscrivere un nuovo modello sociale e un altro modello di sviluppo. Dobbiamo farlo insieme perché anche le nostre divisioni ci hanno danneggiato. Dobbiamo fare sistema, rivolgendoci all'intelligenza collettiva come in altri Paesi europei».

Alla domanda «da dove comincerebbe per scrivere la "nuova Italia"?» Landini fermamente risponde: «Dalla Costituzione, dai principi fondamentali. Dobbiamo investire sul lavoro pubblico, sul servizio sanitario, sulla presenza nel territorio della sanità pubblica e dell'assistenza socio-sanitaria. Riorganizzare le scuole non è solo un fatto fisico: nell'era digitale serve una cultura flessibile capace di gestire complessità e differenze. Va affermato un diritto alla formazione permanente perché nessuno resti indietro nell'uso delle tecnologie. Il digital divide è anche una questione democratica».

E, dopo altre domande, così conclude: «Non si tratta di tornare indietro... È necessario alzare lo sguardo, smetterla di guardare ai tempi brevi, a quel che succede domani. Bisogna pensare a quel che vogliamo che sia l'Italia dei prossimi vent'anni, vanno cambiati anche i rapporti tra imprese e lavoro... Dobbiamo immaginare un modello nel quale chi lavora possa partecipare e dire la sua sulle decisioni che lo riguardano e definiscono le future strategie. Non dobbiamo tornare indietro».

Sono indicazioni giuste, di impianto semplice e, ove accolte, di grande prospettiva. È una coraggiosa assunzione di responsabilità, degna della grande CGIL di Di Vittorio e del Piano del Lavoro 1949−1950. E come allora indica nella centralità del lavoro (occupazione, retribuzione, dignità e sicurezza) l'unica possibilità di uscire dalla crisi non con una semplice ripresa dello status quo ante, ma con una nuova organizzazione della economia e della società che inizi ad abbattere le distorsioni profonde, le ingiustizie sociali e civili, la esosa e scandalosa distribuzione della ricchezza, proprie specialmente della presente fase del capitalismo mondiale e italiano.

Ma, noi diciamo, a ciò va connesso un ritorno alla funzione construens dei cosiddetti corpi intermedi, primi fra tutti i Sindacati. Che una oscena politica neocapitalistica delle forze dirigenti, da Berlusconi a Mattei, ha voluto emarginare e nullificare.

emmequ

(https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/05/15/news/landini)

 

 

 

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Alla normalità col rischio calcolato... che vor di'?

La partita politica che la destra sta giocando sulla pelle dei cittadini

Deserto da covid 19di Mario Quattrucci - Non è bello, mi dicono, parlare di politica in questo momento. Eppure la partita che la destra sta giocando sulla pelle dei cittadini è tutta politica.

E come si diceva altrove, NE VA DELLA DEMOCRAZIA. Cosa vogliono dire, infatti, i proclami dei vari Zaia, Fontana e compagnia legando "riaprire, tornare alla normalità (si aggiunge naturalmente "con le misure di sicurezza necessarie") e convivere col virus"? Forse mi sbaglio ma a me sembra chiaro. Essi stanno intercettando la fase, e la fase è di un rapido mutamento della situazione. Il popolo bravo e disciplinato, capace di fare quel popò di sacrifici che sta facendo, non regge più e mostra insofferenza quando non aperta contestazione delle raccomandazioni che vengono dalla scienza e per essa dal Governo. I bambini non reggono più chiusi in casa; gli anziani soli stanno morendo di pizzichi nelle loro case deserte di figli e nipoti; i giovanissimi e i giovani mordono il freno e vogliono ritornare alle loro aule, ai loro muretti, ai loro flirt ed amori, alle loro movide, alle loro bisbocce del sabato, ai loro vizi segreti...

Ma c'è molto di più. Ci sono gli imprenditori che vedono minacciata la stessa possibilità di ripresa, e ci sono − e sono una massa − soprattutto quelli che in questi due mesi non hanno potuto lavorare, né in precariato, né in nero, né in autonomo commerciale e artigianale e quindi non hanno alzato una lira... e non reggono più. E con i 600 euro, quando sono in regola e possono ritirarli, ce se fanno uno sciacquo alle gengive, diceva er sòr Giggetto. E tutto questo è vero. Ed è vero che un popolo non può essere privato delle sue libertà fondamentali per un tempo più lungo di questo, senza tragiche conseguenze sullo spirito pubblico e sulla tenuta civile e democratica. La Lega e la destra stanno cercando di intercettare questo nuovo orientamento di massa: costi quel che costi.

"Tornare alla normalità e convivere col virus" significa infatti questo: si è evitata la strage ma la partita non è vinta, anzi è persa: fino al vaccino il virus continuerà a circolare, e non c'è modo di fermarlo: quindi copriamoci bene e cerchiamo di contenerlo: riapriamo tutto con un "rischio calcolato" [frase che già circola]: scontiamo nei prossimi mesi qualche centinaio di migliaia di nuovi casi riconosciuti, con relativi morti, ma i morti ci sono sempre e valgono la vita dei più: il picco è raggiunto, la nuova ondata non ci sarà e comunque ormai siamo attrezzati, perfino a terapie intensive che anzi manco servono più perché i più li curiamo e li facciamo morire a casa oppure non li tamponiamo per niente e manco li calcoliamo: e speriamo in Dio e nello stellone d'Italia e che tutto finisca bene: quando sarà. Tutto ciò, decodificato, significa quel proclama. Anche se, ovviamente, non tutto ciò viene detto apertamente. E la gente? E il popolo? La gente e il popolo, che comprenda o no..., ma comprende, comprende..., dice: "ci sto", corro il rischio, e... io speriamo che me la cavo. Poi se muore qualche vecchietto (ma Sepulveda aveva 70 anni, e quei 125 medici non arrivavano a 65...), se muore a qualcuno qualche parente, pace al'anima sua.

E poi? E poi, diranno Meloni e Salvini, e Zaia e Fontana, e Maroni (dopo quello che hanno combinato) vota per noi salvatori che vi riportiamo alla normalità col rischio calcolato e inoltre chiediamo d'azzerare tutto il pregresso (il che sarebbe giustissimo se applicato ai lavoratori dipendenti ed autonomi dai redditi bassi o anche medi che conosciamo, ma è una vergogna se applicato alle Banche, ai grandi evasori ed esportatori di centinaia di miliardi di euri), e, diranno, soldi a volontà a tutti (e anche questo sarebbe giusto se in quei tutti non ci fossero, in testa a tutti, e che si piglierano il 71 per cento di tutto, i grandi finanzieri, i devastatori del Paese, i delocalizzatori di fabbriche, i "legalizzati" in Olanda. Lussemburgo ed altri paradisi fiscali, i padroni miliardari della sanità privata, gli associati alle mafie, gli sfruttatori del lavoro part time a 6 euro l'ora e del lavoro in nero senza contributi, ecc. ecc.

E allora? Mi chiede quello. Allora amici la partita è dura, e meno male che il mio Partito non esiste più, e quindi io (come era allora, quando insieme a tutti gli iscritti, dovevo fare come se fossi proprio io a dover decidere e dire al Segretario cosa dovevamo fare per fare quello che dovevamo fare), adesso, non devo dire cosa bisogna fare. E se invece toccasse a te decidere per davvero? (sempre lo scomodo inquilino)... Allora direi: fàmolo noi. Fàmolo bene, ma famolo noi. Perché la situazione non regge e non possiamo aspettare l'assalto ai forni. Fuor di metafora: non possiamo permettere che ognuno faccia all'italiana quer che je pare, con la benedizione e l'aiuto di quei loschi figuri. Ne va della democrazia e del futuro d'Italia.

dalla pagina del diario Facebook di Mario Quattrucci

 

 

 

 

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Covid 19. Parliamo di conseguenze economiche

covid crisiecon 350 minEmergenza Covid 19. E dopo?

di Mario Quattrucci - Nel mezzo di questa emergenza sanitaria si è cominciato a parlare di conseguenze economiche. Alcuni, pochi, hanno il coraggio di dire che la crisi sarà di grandi proporzioni e porterà ad un'altra recessione. Che l'Italia, aggiungo io, dovrà affrontare vs una Germania - in pareggio di bilancio - che riverserà nella sua economia decine di miliardi, e mentre altri Stati (Regno Unito, Francia, non ne parliamo di USA...), anche per le loro ciniche politiche sanitarie, avranno rafforzato la propria base industriale e finanziaria e il loro potere di acquisto su scala internazionale.

Debole, fino ad ora, è il ragionamento sul che fare. Limitandosi alla solita richiesta all'Europa di consentirci uno sforamento dei limiti di bilancio. La dimensione del problema, però, è di ben altre dimensioni, e credo che i 25 miliardi siano del tutto inadeguati. Essi sono una giusta misura tampone, per lasciare un minimo di ossigeno a produzione, distribuzione e famiglie... e quindi a consumi.

Ciò che sarà necessario, invece, è un deciso giro di boa rispetto alle politiche economiche seguite da trenta anni in qua da tutti i governi. Una svolta che metta al centro il lavoro (occupazione, livelli retributivi, dignità, sicurezza, estensione...) vale a dire i lavoratori. Il lavoro dipendente ed autonomo, manuale, tecnico, professionale, svolto fisicamente in aziende, in uffici, nei grandi servizi sociali (sanità, scuola, trasporti ecc...), o da remoto..., e via via sempre più legato (ma non come schiavi ai remi della galera) al 4.0 e alla rivoluzione cibernetica, all'internet delle cose.

Lavoro che, nella sua declinazione costituzionale, deve essere il protagonista delle dinamiche sociali, su una linea di ripresa, di sviluppo sostenibile e di progresso. Di rinascita che sia di tutta la Nazione. In una parola, di avvio senza ostacoli di un nuovo modello di sviluppo che, realizzando una redistribuzione della ricchezza (non a danno dei ceti medi, né dell'impresa virtuosa, ma della rendita e della evasione scandalosa) coniughi crescita ed equità. Da dove, da quali scelte e politiche deve muovere questo avvio? E' tempo che chi si autodefinisce di sinistra, o almeno di centrosinistra, si metta al lavoro e ci dica qualcosa. Qualcosa di sinistra, s'il vous plait.

PS: Se sono ancora impreparati vengano a ripetizine da noi: quella sinistra democratica e socialista che è ancora viva. O anche da Sanders, da Corbin, o da Die Linke.

 

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Giù le mani dal presepio di San Francesco!

Tiziano Vecellio presepe e omaggiodel pastorello460 minA qualcuno, forse, questo titolo "Giù le mani dal presepio di San Francesco!" potrà provocare un sobbalzo. Se lo spinge a leggere, benvenuto il sobbalzo. La lettura che Mario Quattrucci fa del presepio è straordinaria, in piena sintonia con l'ispirazione che da sempre guida l'elaborazione delle nostre pagine e questo "Presepio di S. Francesco" lo sentiamo totalmente nostro. Buona lettura e buon 2020. Questo lavoro ci è sembrato appropriato come messaggio di auguri per il 2020, per continuare a desiderare eguaglianza e giustizia. Per non rinunciare a lottare in difesa dei diritti negati, di nuovi diritti per tutti e in particolare per i più deboli e indifesi. Per non desistere mai dal respingere ogni sopraffazione palese e nascherata.

di Mario Quattrucci - Giù le mani dal presepio di San Francesco!
Lo difendiamo noi il Presepio, con tutti i suoi significati e valori profondi, che vanno ben oltre il recinto della religione e della fede per rivolgersi a tutta l'umanità.
Quel Presepio, "inventato" da San Francesco nel 1223, ci dice che il vero "messaggio" di Cristo, fin dall'inizio, fin dall'Avvento, è innanzitutto rivolto alle genti, ai comuni, ai poveri, a coloro che vivono del loro lavoro, ai perseguitati, ai reietti, agli umani di ogni razza e colore, semplici o dotti (come i tre Sapienti detti Re Magi), di ogni idea e stato sociale ma di "buon volere". Messaggio rivoluzionario di fraternità ed uguaglianza.

Ma il bauscia di Milano (aspirante dittatore) e la sua gente usano il presepio come "segnacolo in vessillo", agitandolo contro quel fantomatico nemico, l'infedele che ci assedia e il pane ci toglie. Lupo rapace (per usare le parole che Dante pone in bocca a San Pietro per l'invettiva contro i falsi Pastori di allora) si propone a un popolo gregge in veste e in figura di Pastore, ed usa il Cristo, anzi Gesù Bambino, come "figura di sigillo a privilegi venduti e mendaci"... Ma le povere pecorelle del gregge salviniano − povere pecore smarrite per ignoranza o disperazione − , o quei lupi e lupacchiotti gregari che, come lui e prima di lui altri fascisti di ogni lingua e colore, non sanno..., o sanno benissimo..., che la religione, il cristianesimo sovvertito da secoli di potere temporale e Anticristi (non fu San Paolo VI a denunciare che il fumo di Satana aveva invaso e asfissiato la Chiesa?)... − sanno benissimo che la religione è buona, ottima anzi, se e quando diventi "instrumentum regni": strumento del potere.

Ma qualcuno vuol dire a costoro, o almeno a quelle pecorelle smarrite, cos'è davvero il Presepio? Qualcuno vuol ricordare a questo demagogo ignorante e pericoloso che il Presepio fu inventato da San Francesco (seguendo la leggenda di alcuni Vangeli) come sacra rappresentazione dell'Evento da lui (e dai credenti) ritenuto cruciale per la storia del mondo − e cruciale lo fu − non contro ma per? E se contro qualcosa doveva apparire (ed essere) non era di certo contro i diversi da sé e dai suoi, ma contro le vuote, formali, esoteriche e sfarzose celebrazioni del Grande Mistero?

 

Il presepio allora, così come prese forma e tradizione dopo quella notte di Greccio (1223), doveva essere e fu la rappresentazione umana e concreta, di uomini e donne in carne ed ossa, del primo annuncio della Buona Novella. Joshua ben Joseph − Gesù di Nazareth − nasce in terra non sua, figlio di un falegname (figlio di Dio per la fede, ma in quanto carne figlio di Giuseppe) e di una giovane di semplice famiglia. Sono poveri, non miseri ma poveri: vivono del lavoro di artigiano (oggi la Chiesa lo ha eletto patrono dei lavoratori), e sono in viaggio per adempiere a un obbligo imposto dal Re Erode (quisling dei Romani occupanti): il censimento. Nasce in una stalla, ha per culla una mangiatoia, scaldato da un bove e da un ciuco, perché non trova asilo in alberghi o locande né in case ospitali: è figlio di una madre e di un padre respinti, cacciati, non riconosciuti (di lì a qualche anno uno della Città dirà di quell'Uomo: può venire qualcosa di buono da Nazareth?), come sarà alla fine perseguitato torturato e ammazzato..., senza aver commesso reati, ma per quello che ha predicato..., dai Poteri imperanti, dal Romano oppressore e dal Clero alto di allora (il Sinedrio)..., col consenso plebiscitario del popolo. Non "sovrano" ma sovranista, votante per grida ed alzata di mano: Crucifige! Crucifige!

Il Presepio ci narra dunque di quella notte silente in cui tutto s'annuncia e in cui già tutto è come compiuto: nelle "Natività" dei secoli a venire grandi artisti sapienti allegorizzeranno nella Madre e nel Figlio questo annuncio di tutto fino alla passione... Non ci sono gazzette, non c'è la TV, non ci sono i social, ma l'annuncio vola e la gente corre alla stalla. Sono pastori, artigiani, pescatori... i sovrani e i principi e i ricchi Epuloni non sono venuti... perché, come dirà il Bambino divenuto rabbi, Maestro, "è più facile che un camello entri nella cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli". Poi, di lì a qualche giorno, arrivano anche tre Re. In realtà non sono dei Re, né sono maghi: sono soltanto uomini di scienza e cultura. E portano doni significanti − i mitici oro, incenso e mirra − per dire che quel piccolo ignudo, scaldato da un bue e da un asinello e che ha per culla una mangiatoia, porterà una rivoluzione profonda dell'animo umano..., e delle istituzioni che dell'animo umano − e del gregge − dovrebbero occuparsi: loro sì senza oro né mirra né incenso ma solo con rispetto ed amore: una grande universale riforma intellettuale e morale. E sono strani, questi tre Saggi: stranieri, uno addirittura nero di pelle (un tardo figlio di Cam?), uno orientale, vengono da lontano e da est da sud e da nord. Insomma sono stranieri e diversi. Ma diversi sono anche gli altri, i pastori e i pescatori e gli artigiani e gli uomini e donne intenti ai mestieri. Semiti, per lo più: ma semiti ebrei, e semiti ismaeliti (quelli che poi nei secoli saranno detti palestinesi), ed anche altri di varia discendenza − tutti, manco a dirlo, ufficialmente divisi e nemici, giudei e galilei, samaritani e cananesi... insomma terroni e polentoni, lumbard e napulitane... − e tutti il Bambino benedice ugualmente col suo primo gesto, e tutti già raccoglie come uguali fra le braccia protese, e a tutti già dice con quei gesti − questo Francesco voleva si comprendesse e toccasse con mano attraverso il Presepio − siate una cosa sola, amatevi l'un l'altro, anzi amate ancora di più gli altri, i diversi da voi, perfino i nemici. E mentre compie quel gesto, lo spazio risuona di un canto (sarà stato in aramaico come fu poi la lingua in cui parlò alle genti nel discorso delle beatitudini? o fu in latino, come ci è stato trasmesso, come oggi sarebbe in inglese, affinché tutto il mondo di allora lo comprendesse?)..., di un canto che non inneggia ai "puri di razza e di nazione", che non separa, non divide, non dice a qualcuno jatevenne!, ma dice Pace in terra agli uomini di buona volontà. Ed è per questo che Francesco (il Poverello di Assisi) e poi i suoi seguaci, salutano con l'augurio più bello: pax et bonum, pace e bene.

 

Be', cosa ha da fare il Presepio di Salvini non dirò con la fede cristiana (quella dei Vangeli) ma con la tradizione? Il presepio di Francesco è per aiutare e spingere alla pace e all'amore, il falso presepio di questo falso Pastore è brandito per incitare all'odio, al razzismo, alla cattiveria, alla guerra. Una bestemmia, gabellata per fedeltà.

Difendiamolo noi il Presepio..., o meglio il suo significato e valore. Difendiamolo contro Salvini e contro i fascisti che montano la guardia a quei simulacri, magari dopo aver assalito un neger o un'ebrea o un pacifico islamico. E difendiamolo soprattutto dai padroni di Salvini e dei fascisti: gli epuloni di oggi, il capitale finanziario che ha trasformato il mondo in mercato delle merci e delle anime; che celebra a jingle stupide e insensate e a immagini turpi non il Natale di Cristo ma il Babbo Natale della Coca Cola, la fiera delle vanità e la sagra dello spreco, la dissipazione della mente e della vita attraverso le droghe materiali e ideologiche. San Francesco chiedeva troppo, nessuno può spogliarsi di tutto e vivere d'erbe amare, e d'altronde Gesù non lo ha mai chiesto a nessuno: Gesù che ama la vita e gli amici e gli affetti e l'agape sobria e calda delle famiglie. Ma anche la bontà del Nazareno non fu sconfinata, quando alzò la voce e la mano contro i sepolcri imbiancati, i farisei falsi e bugiardi, i mercanti nel tempio e coloro che perseguitavano i deboli e davano scandalo ai pargoli. Cacciamoli via questi padroni del mondo che accumulano sghei e dividendi con lo sfruttamento dei molti (l'85% delle entrate dello Stato vengono da pensionati e lavoratori), con la schiavitù mai così ampia nella storia del mondo, con l'oppressione dei popoli e dei continenti in cui un bambino ogni 5 secondi muore per fame, o per guerre, o per malattie. E mettiamoli a tacere questi falsi profeti e veri fascisti che usano il Presepio di San Francesco per seminare zizzania, per incitare all'odio, per ingannare e rendere dissennato questo povero popolo non innocente, per questa «grigia orgia di cinismo, conformismo massificato, odio razzistico per ogni “diverso”». Mettiamoli a tacere anche con la voce di pace, fraternità e umanità del nostro Presepio.

 

 

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Marxismo oggi

Karl Marx 1 460 mindi Mario Quattrucci 1818 − 1848 - Marxismo oggi. "Marx e il marxismo per non arrenderci allo stato di cose presente", di Massimo D'Alema; "La rivoluzione del nostro tempo", di Paolo Ciofi.

Uno spettro si aggira per l'Europa, lo spettro del comunismo. Iniziava così, in premessa, il Manifesto del Partito Comunista di K. Marx e F. Engels del 1848. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

 

  1. La sconfitta
  2. Non arrenderci
  3. Quale rivoluzione

La sconfitta

Il "comunismo", quel partito fondato allora da Marx ed Engels con l'obiettivo di «cambiare lo stato di cose presente» e suscitare una rivoluzione socialista; quella potenza che si dichiarava costituita e riconosciuta nell'Europa dei sussulti rivoluzionari del famoso Quarantotto, risulta ad oggi sconfitta. Come ebbe a dire una comunista e marxista non pentita, Rossana Rossanda, «il comunismo non è oggi all'ordine del giorno».
Così pure Marx e il marxismo, quasi in concomitanza con la dissoluzione dell'URSS e la sconfitta della socialdemocrazia europea, il trionfo del TINA, pensiero unico thatcheriano−reaganiano, furono dichiarati morti e sepolti. E non dal solo Ionesco e dalla sua eco (forse) Woody Allen ma, vincente il pensiero debole, dalla cultura europea in tutte le sue declinazioni.
Eppure molti nuovi libri, saggi e perfino prodotti letterari, riportano alla luce nei cinque continenti, vorrei dire alla vita e alle necessità storiche dell'oggi, Marx e il suo marxismo, la necessità di fare ancora i conti con lui fuori delle distorsioni staliniste e neocapitaliste. E partiti movimenti e leaders ritornano a Marx e al socialismo: da Sanders in USA, a Corbin in Gran Bretagna, a Die Linke e alla sinistra del PSD in Germania, a Melenchon in Francia... per citarne soltanto alcuni...
Il mondo uscito dal fallimento e dalla sconfitta del sistema cosiddetto del socialismo reale e della socialdemocrazia europea dopo la liquidazione di Brandt e Palme, fu ricondotto all'ordine del mercato unico globalizzato sotto il dominio del capitale finanziario e l'egemonia ideologica del liberalismo assoluto. «La società non esiste, esiste l'individuo» fu il vangelo della Lady d'acciaio; «Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema», le fece eco Reagan; e Blair s'incaricò, anche con le guerre americane, di portare a compimento la rivoluzione conservatrice di Margaret Thather; e infine il capo della socialdemocrazia tedesca Gerhard Schröder tradusse in tedesco il cedimento totale all'imperio del capitale: "Es gibt keine Alternativen". Il che era e fu nient'altro che celebrare il funerale al trentennio glorioso di keynesiana memoria per demolire non lo stato−potere ma lo stato sociale, e dar corso e via libera al sistema mondiale del massimo sfruttamento degli esseri umani e della natura, della schiavitù, come dice Papa Bergoglio, mai così estesa e profonda da che esiste il genere umano.
Ma questo mondo..., questo mondo della fine del secolo breve e del suo infinito prolungamento nel terzo millennio, accettato anche da gran parte delle sinistre di tutti i paesi come il migliore dei mondi possibili because, appunto, there is no alterntive è invece − dice un personaggio del Karl Marx Show di Juan Goytisolo − questa immane successione «di disastri di un mondo sottomesso alla legge del monetarismo ad oltranza, i continenti sprofondati in un'irrimediabile miseria, la devastazione planetaria, xenofobia, razzismo, mafie eurobancarie, pulizie etniche, universale pianificazione orwelliana...» e dunque «proprio nel momento in cui venivano abbattute le statue e bruciate le effigi di Marx da Vladivostok a Tirana, l'iniquità del nuovo mondo configurato dai teorici della libera impresa convalidava paradossalmente le sue [di Marx] denunce e le sue diatribe incendiarie».
Dunque, scrive Mauro Ponzi nella introduzione al volume collettivo Marx e la crisi, diventa ancora una volta necessario «ripensare Marx senza sconti e ormai al di là dei vecchi dogmatismi [poiché proprio] il fallimento del marxismo ufficiale significa, contemporaneamente, la liberazione di Marx, il suo "scongelamento". Liberato dalla politica spicciola e dalla cronaca, Marx può tornare ad essere l'utile [il necessario] interlocutore di un pensiero che non voglia arrendersi all'appiattimento [e all'asservimento] dominante».

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Non arrenderci

D'Alema ha portato il suo contributo al dibattito internazionale al 2° Congresso Mondiale sul Marxismo, il 5 maggio scorso, così impostandolo: «In Marx ritroviamo la forza di una passione che deve spingerci a non arrenderci allo “stato di cose presenti”».
In realtà, scrive D'Alema, il migliore dei mondi possibili «non si presenta, né pacificato né omologato; al contrario proprio il timore della progressiva cancellazione delle diverse identità nazionali, etniche e religiose ha scatenato drammatici conflitti e ridato vigore a nazionalismi che sembravano appartenere ad un passato ormai remoto... Il problema è che appare evidente che lo sviluppo di un capitalismo senza regole e dominato esclusivamente dalla logica del profitto e dai meccanismi di mercato genera contraddizioni insostenibili, produce instabilità e rischi di guerra proprio come una cultura critica del capitalismo, che ha in Marx il suo più importante punto di riferimento, aveva da tempo messo in luce.... Come ha scritto il grande storico inglese Eric Hobsbawm "Il mercato non ha risposte alle principali sfide che il XXI secolo ha di fronte a sé"»
Ma se il pensiero unico, con i suoi cascami ideologici e culturali, appare ancora egemone, divenuto perfino senso comune; e malgrado le crescenti e virulente risposte di destra a tale incapacità «di dare risposte alle sfide del XXI secolo», una sinistra socialista, socialista democratica, anche comunista, che trova ancora in Marx il referente teorico principale e dichiara il bisogno, anzi la necessità del socialismo, esiste e resiste più o meno in ogni Paese.

Una rivoluzione, dunque: la rivoluzione del nostro tempo, per un nuovo socialismo. massimodalema
Al dibattito sul marxismo, e alla riacquisizione teorica e prammatica di Marx e di Gramsci, Paolo Ciofi partecipa con questo suo Manifesto.
Non un puro esercizio teorico, ma un intervento teorico−e−politico nella situazione attuale. Un'indicazione di lotta.
Muovendo dallo stato delle cose (Der Stand der Dinge) e dalla sostanza del metodo marxista − l'analisi concreta della situazione concreta (Lenin) − Ciofi delinea un'analisi approfondita della realtà del mondo sotto l'imperio − economico ed ideologico − dell'odierno capitalismo, una linea concreta di azione (il marxismo, infatti, è innanzitutto una guida per l'azione − ancora Lenin) finalizzata alla costruzione di un Partito dei lavoratori e del popolo che voglia e sappia riprendere la lotta, storicamente non eludibile, per liberare l'umanità e il mondo dalla dittatura del capitalismo, «pensando e praticando un'altra idea di società, lottando per la democrazia, l'uguaglianza e la libertà, per una civiltà più avanzata ed umana. Per un nuovo socialismo».
Come detto il Manifesto muove dallo stato delle cose, e quindi dalla Dittatura del capitale e la crisi del mondo: «Siamo immersi in una formazione economico-sociale dominante ma decadente, percorsa da contraddizioni distruttive. Il sistema perde efficienza, la produzione ristagna, il pianeta degrada, la disoccupazione e la precarietà si diffondono, la povertà si estende, e milioni di persone muoiono di stenti e di fame nel mondo. I rischi di una guerra nucleare crescono. Sono segnali drammatici che ci indicano uno stato di fatto di enorme portata: siamo entrati nella fase decadente di un sistema, cui corrisponde la fine del dominio degli Stati Uniti nel mondo. La crisi in cui viviamo non è solo economica, è la crisi generale di un’intera formazione storica. Sono in gioco la libertà e l’uguaglianza degli esseri umani, l’esistenza stessa del pianeta, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnologica che consentirebbe di avanzare sulla via di una nuova, più elevata civiltà. E l’Italia sta dentro questo processo a cui si sommano antiche arretratezze.» [Introduzione].
Esamina poi e mette a nudo via via: l'estrazione dei profitti dagli esseri umani e dalla natura; la finanza e il profitto über alles; la scienza e la tecnica al servizio dello sfruttamento del lavoro; i cambiamenti radicali intervenuti nel lavoro e nei rapporti sociali; la concentrazione della proprietà e la globalizzazione della povertà..., per giungere poi a ciò che Ciofi chiama il culmine della lotta di classe. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Quale rivoluzione

«Il dato che più colpisce è lo smisurato aumento delle disuguaglianze: tra i diversi Paesi, al loro interno e tra le classi sociali. Ma non si tratta di una temporanea “asimmetria” del sistema. È stato dimostrato, dati alla mano, che nell’assetto sociale dominante uscito vittorioso dalla guerra fredda con i Paesi del cosiddetto «socialismo reale» le disuguaglianze non sono un retaggio del passato, bensì un fattore costitutivo del meccanismo di funzionamento del sistema. E perciò continueranno a crescere nel futuro con effetti devastanti sulla vita delle persone e sull’intero ambiente naturale.

Una domanda non si può evitare. Che senso hanno in queste condizioni l’uguaglianza e la libertà per l’operaio di fabbrica e per il dipendente dalla piattaforma digitale, licenziati via internet e buttati sulla strada come scarti dall’algoritmo impostato sui criteri del massimo profitto? Che senso hanno per la massa dei giovani precari senza reddito e senza prospettive nella vita; per le lavoratrici e i lavoratori cognitivi, della ricerca e dell’informazione, sempre più instabili e sottoposti al nuovo taylorismo della rete; per gli addetti ai servizi pubblici e privati e alla catena agroalimentare, spesso non contrattualizzati e stretti tra bassi salari e assenza di tutele?
E per le donne, che patiscono a causa della doppia oppressione di classe e di genere, del doppio o triplo lavoro tra casa, fabbrica, ufficio e famiglia? Per i pensionati, che quando possono aiutano i nipoti e spesso tirano a campare con pensioni di fame; per fasce crescenti di ceto medio impoverito delle professioni autonome; per tutti quei nuovi poveri, uomini e donne, che sono aumentati a vista d’occhio, e che incontri sempre più spesso nelle strade e nelle piazze delle nostre città. E per i migranti, costretti a fuggire dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, dalla rapina e dalla desertificazione sempre più ampia dei loro territori. Che senso hanno per tutti costoro le parole uguaglianza e libertà?» [Introduzione]
paolo ciofi 350 260 min

Il Manifesto procede quindi con una puntuale e spietata analisi dedicata specificamente all'Europa, mettendo in luce le vergogne del capitale e indicando le linee per l'Europa dei popoli e dei lavoratori. All'interno: l'Italia e il fallimento delle classi dirigenti e i guasti di un capitalismo querulo e predone.
Riprendendo, nel titolo dell'ultimo capitolo, con minima variazione, la celebre definizione marxiana del comunismo, Ciofi esprime la possibilità e necessità di un movimento reale che cambi lo stato di cose presente. Con cognizione di causa e coraggiosa provocazione Ciofi riprende il termine abbandonato e ricusato con orrore di rivoluzione. Dirà poi di quale rivoluzione occorra per il nostro tempo: «Rivoluzione. Usiamola questa parola, tiriamola fuori dalla discarica della storia in cui hanno tentato di seppellirla i tecnocrati al servizio dei proprietari universali e dei loro "serbatoi del pensiero", i reazionari e i benpensanti, e anche i riformisti (non i riformatori) di ogni specie. Di fronte a una rivoluzione scientifica e tecnologica in atto che con il digitale ha cambiato e continua a cambiare i modi di lavorare e di vivere, i vari riformismi praticati in questi anni si sono posti in difesa della conservazione dei rapporti sociali esistenti, portandoci allo stato di instabilità, di insicurezza e di pericolo in cui vive il mondo di oggi. Mentre la libertà e l’uguaglianza hanno assunto con le piattaforme digitali contenuti ed espressioni inedite rispetto al passato, che reclamano non l’aggiustamento del sistema bensì il suo superamento, una civiltà superiore.»

 

Ed ecco infine quale rivoluzione. Muovendo dalla presa d'atto che una fase si è conclusa, e se si vuole avanzare verso il socialismo, la via maestra è per noi, per l'Italia ma con validità generale, la Costituzione Repubblicana. Poiché «se il problema oggi è dare impulso a una nuova stagione di uguaglianza e libertà, la Costituzione della Repubblica Italiana indica il percorso. È l’unica Costituzione europea che consente, attraverso la sua attuazione, di aprire la strada a una civiltà più avanzata, a un nuovo socialismo». Attorno al suo potenziale rivoluzionario − di una rivoluzione democratica e socialista; nuova rispetto a quanto la storia del secolo breve ci ha dato; e perciò la rivoluzione necessaria e possibile del nostro tempo − dobbiamo e possiamo, dunque, ricostruire il protagonismo e l'organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo e, su queste basi, dare vita ad una formazione politica, ad un Partito, rivoluzionario popolare e di massa.

 

malacoda 75

emmequ, Direttore di malacoda.it

 

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'Na storia co' l'acquolina in bocca

pasta alla carbonara ingredienti 350 260 mindi emmequ - La carbonara per UNOeTRE.it - Si è celebrato, nell'aprile scorso, il carbonara day. Meglio di altri day più famosi e dolciastri, naturalmente. Immagini del famoso piatto della cucina romana (romana per usucapione...) comparvero su giornali e social media. Ne fui colpito e ne nacque un approssimato stornello.

Ma la mirabile visione fu naturalmente accompagnata da commenti ed explicazioni storiche. E dunque anche ad esse occorreva rispondere.

Ecco lo stornello. Seguito da un commento di genere:

Pe uno come me che sta alla stanga/e che nun po' magnà pasta né òva/e nun parlamo poi der sòr guanciale/vedé sto piatto fa venì la langa/e manca poco sturbi 'ndo se trova.//Ma domenica sai qual è la nova?/Da Lauretta la chef che cucina/da maestra spaghetti e tonnarelli/se ne famo accondì 'na cunculina:/co' la guancia a tocchetti o a listarelli/ e co' l'òvo e la pecora e co' er nero/d'er pepe carbonaro come ai tempi/de quelli che smorzavano la sete/co' 'n vinello da gnente ma sincero./E doppo lunedì co' bòna pace/der dottore e der trito de coscienza/ricominciamo a fa' la penitenza...

Quanto a lei, la carbonara, se ne dicono tante ma va a sape' qual è quella vera. È come li misteri der sòr Peppe che "insomma da sta predica de jeri/gira che t'ariggira, in concrusione/vienissimo a capì che so misteri"

Una lezione, molto autorevole e accreditata, vuole che il nome (e per conseguentia la cosa) derivi da ciò: che nelle rivendite di carbone di Roma −  parliamo dell'800, ma a Monti e in altri rioni io m'aricordo..., rammento..., che ben oltre la fine della guerra, e ne trovi testimonianza in tanti film del tempo, ancora se cucinava a carbonella e a ventola de penne de gallina − e ben dentro ai fantastici anni '60 e ai '70 (un po' meno fantastici, me pare) solo all'Alberone, dalle parti 'ndo abbitavo, ce n'erano due −... nelle rivendite di carbone, dicevo, ai carbonari che scaricavano il prezioso  prodotto delle loro dure fatiche sibilline o lucretili o marsicane, o ai compratori all'ingrosso e al minuto, la moglie del rivenditore −  chiamato anche lui carbonaro (ricordate il sosia del Marchese del Grillo?) e dunque lei carbonara − servisse un piatto...,  a dire il vero un piattone, o addirittura 'na bella cunculina (de coccio screziato bianco e verde)..., ricolmo di spaghetti fumanti e olezzanti e acconditi con... Con che? E qua è la la quistione. Variava: cacio e pepe e gnent'artro (il cacio, naturalmente, pecorino romano; li spaghetti scolati al dente ma alquanto grondanti...); oppure guanciale fritto e poi cacio e pepe..., ma mai, dico mai, cor giallo dell'ovo. Sempre col pepe, invece. Anzi coperti de pepe: da falli annerì. E per questa nerezza, e per essere serviti dalla sòra Nannina..., o Nena, o Maria..., moglie del detto carbonaro in seconda, e cioè rivenditor di carbone, ecco prendere il nome, popolare e indiscusso, di carbonara.

Ma chi gliel'aveva insegnato, alla sòra Nannina, quel piatto gridante e potente inventato non certo per anime belle e delicati palati? Insomma chi l'aveva inventato? Un oste venuto dalla lontana Carbonia? Ma mi faccia il piacere!... avrebbe detto Totò. Questo, come altri celebri piatti ed intingoli del nostro amato Paese − e specialmente del pezzo d'Italia a cavallo del 42° parallelo (un po' più su e un po' più giù) − diciamo la gricia, diciamo la matriciana originaria, diciamo quello che mo' se chiama arrabbiata e che altro non è che la vecchia ajo e ojo e pummidoro (va da sé con peperoncino a strafotte), diciamo la marinara −  questo, dicevo, è splendida rustica rozza e primitiva invenzione dell'anonimo popolare carbonaro dei monti de qua. Di colui, vale a dire −  di coloro, ommini e donne e anche quadrani (regazzini) − che salivano i monti nostri del Lazio e d'Abbruzzo e del Sannio, dalla Tolfa al Matese (e un po' più su e un po' più giù), e facevano la piazzola, ciammucchiavano la catozza  di legna, la coprivano con la terra, facevano un buco centrale detto camino e tre o quattro di lato (li fumaroli), davano fòco (ma un fòco smorzato)..., e aspettavano che arrivasse a cottura. Aspettavano..., aspettavano..., aspettavano... Quanto tempo aspettavano? Una dozzina di giorni. Una dozzina, hai capito? Poi si sfornava. Si sfasciava catozza e campana di terra, e si recuperava la legna diventata carbone. E poi si partiva. Si caricava un carretto tirato da un mulo, qualche volta da un cavallone, e si portava il carbone a jë paesë e a la città: all'Aquila, a Frosinone, a Napoli..., a Roma a Dio piacenno.

E che se magnava jë carbonarë, er carbonaro, e cioè quel collettivo d'uomini forti e gentili −  co' le moje e i bardasci quadrani −  durante quei dodici giorni, e poi lungo il viaggio giù giù per il loro tratturo? Ma che se potevano magnà? Quello che potevano portarsi lassù e cucinasse a l'albergo de la stella. Dunque: la pasta comprata (cioè quella secca, che non si guasta e mantiè la cottura), lessata in acqua di sorgente o di rivo, e condita col prodotto del pecoraro  fratello e compagno: er cacio pecorino. E col pepe, naturalmente: che dai tempi dei tempi pecorari e porcari e villici e signori, col sale e co' la cenere magari, usavano a chili e a volontà onde si conservasse alla stagione la sarciccia e er preciutto e la ventresca e er guanciale de più. Ma condivano anche col guanciale? Certo: per 12 giorni un par de guance bastavano appena, ma c'erano e se friggevano. La pila e la padella, fureria, erano bagaglio appresso come ai tempi dei soldati legionari.

E dunque, tanto più per l'aspetto di nera catozza (nera di pepe, s'è detto), il cumulo, l'arravoglio, lo gnommero di spaghetti (altro che quel miserando scolorito boticcio che ti servono li chef milionari cinetelevisivi) carbonara era e carbonara fu detta.

Arrivati a Roma, scaricato er caretto, la sòra Nannina faceva. Uno spago nero come loro, faceva. Magari accompagnato da un carciofo alla giudìa, o da qualche coppietta o, a stagione, da un mazzo de fave da scafà e da uno spicchio de pecorino che piagneva, e un bucale de quello genuino de Genzano o Marino.

E l'ovo? L'ovo..., revisionismo piccolo borghese, pensiero debole ante litteram ma pensiero vincente..., l'ovo solo er rosso o rosso e chiara..., l'ovo sempre alla fine e sbattuto cor cacio..., l'ovo che si rapprende e se còce col calor de li spaghi bollenti e della guancia ancora sfrigolante in padella..., l'ovo per il piacer di palati e stomachi un tantino delicati..., e dunque l'ovo (come ormai d'uso presso tutti o quasi tutti i trattori più rinomati dell'Urbe) che via via riduce e riduce e alla fine elimina il pepe..., l'ovo è stato inventato e aggregato dall'Oste... Ma pure questa è questione di guerra. Da chi? Dal Moro a le Bollette, traversa di Via delle Muratte, dietro Fontan de' Trevi? Così pare, e così se vanta. Ma vallo a sape'.

Ad ogni modo l'òvo fu messo. E la carbonara oramai (vedi le foto postate), non più nera di pepe, magari (orrore!) col parmigiano o er grana padano, la carbonara è ormai quella. Ve piace così? Fate bene! Io, come detto, né quella vera né quella de mo'... sarvognuno. Ma domenica, come dissi, me ne frego e trasgredisco: carbonara fianese, alla Laura: e che Dio me la mandi bbòna!

emmequ

malacoda 75

emmequ, Direttore di malacoda.it

 

 

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Pubblicato in Pagine di EmmeQu
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