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Alessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.

 

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Per la ripresa e la resilienza servono le comunità locali

Per la rinascita del Frusinate 

Partecipazione e movimenti, quel qualcosa che non ci fa tornare alla “normalità” di prima.

di Alessandro Mazzoli
LAVORO 350 260L’appello promosso da Alteri, Galeone, Notarcola e Pellecchia, cui ha aderito anche UnoeTre.it, e che in questi giorni sta raccogliendo molte sottoscrizioni, ha il merito di aprire una discussione non più rinviabile e di richiamare forze politiche, sociali e sindacati ad assumersi le proprie responsabilità per il bene di tutti.

La pandemia da coronavirus ha devastato e sta devastando il mondo intero e, contemporaneamente però, ha acuito e ingigantito tutte le contraddizioni che già esistevano prima. Prima, si. In quel periodo che ormai chiamiamo tutti “normalità” ma che tanti problemi conteneva dentro di se. Tre fra tutti: la crescita delle disuguaglianze sociali, la perdita di potere contrattuale del lavoro e dei lavoratori e il cambiamento climatico. Ecco ora queste contraddizioni sono diventate più grandi e più insostenibili anche perché gravate da una crisi sanitaria senza precedenti.

È chiaro, quindi, che soltanto un intervento pubblico di grandi dimensioni, e su scala sovranazionale, può consentire di affrontare i problemi aperti e riaffermare una nuova e più giusta gerarchia di valori. Naturalmente sempre a patto che si sappia cosa fare con queste risorse.

Sicuramente uno degli esempi più significativi di intervento delle istituzioni pubbliche per fronteggiare gli effetti della pandemia è quello dell’Unione Europea che è stata capace di reagire mettendo in campo un ventaglio di misure a protezione del tessuto sociale, economico e produttivo europeo ma anche individuando alcuni filoni strategici per investimenti a medio e lungo termine.
Il più innovativo intervento dell’Unione Europea è senz’altro il programma europeo Next Generation EU, comunemente detto Recovery Fund, che è uno strumento per sostenere l’economia del Vecchio Continente e quella dei singoli Paesi più colpiti dalla crisi del coronavirus.
E’ un piano da 750 miliardi di Euro così suddivisi: 390 mld di sovvenzioni, 360 mld di prestiti.

L’insieme di queste risorse potranno essere utilizzate sulla base di tre filoni principali: sostenibilità ambientale; digitalizzazione, innovazione, produttività; equità, inclusione sociale. Ferma restando l’attenzione dei singoli stati alla stabilità macroeconomica.
All’Italia spettano 209 miliardi di Euro così ripartiti: 81,4 mld di sovvenzioni, 127,4 mld di prestiti.

Aver ottenuto questa grande mole di risorse (siamo il primo paese beneficiario) è senz’altro un successo della diplomazia italiana che ora, però, impone all’intero paese di essere all’altezza di quanto ottenuto. Bisognerà utilizzare al meglio le risorse del programma.
Il Governo italiano ha già stilato alcune linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza necessarie per l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund. Gli obiettivi salienti sono: Digitalizzazione, innovazione; Rivoluzione verde e transizione ecologica; Infrastrutture per la mobilità; Istruzione e formazione; Equità, di genere e territoriale; Salute.

Nelle prossime settimane il Governo presenterà progetti specifici coerenti con le line guida e con le indicazioni europee.
È fondamentale che i territori si preparino per cogliere queste opportunità. Per farlo bisogna favorire un’informazione diffusa su cos’è il Next Generation EU; attivare un dibattito pubblico per sensibilizzare e costruire consapevolezza sugli scenari futuri; sollecitare la costruzione di reti di interesse, innanzitutto le principali: reti istituzionali (Enti Locali, Università, ASL, Direzione scolastica), reti imprenditoriali, reti politiche e sociali (partiti, sindacati, associazioni, ecc.). Si tratta cioè di costruire una vera e propria mobilitazione che sappia guardare ai prossimi venti o trent’anni ragionando e pensando ad un vero e proprio sistema territoriale per esaltare le vocazioni esistenti e immaginare vie di sviluppo rafforzando i livelli di cooperazione e condivisione.

Nei mesi scorsi in provincia di Viterbo è stato avviato un percorso del genere. Nel mese di luglio CGIL, CISL e UIL hanno promosso una iniziativa unitaria presentando una vera e propria piattaforma per lo sviluppo locale e, nei mesi successivi altre organizzazioni come Unindustria, Federlazio, LegaCoop e ANCE hanno proposto i loro punti di vista consentendo di rendere pubblica una elaborazione molto interessante e utile alla individuazione delle priorità per il futuro. E’ soltanto un esempio, e ce ne potrebbero essere altri, di come, pur dentro una fase difficilissima, è possibile, anzi, è necessario recuperare un protagonismo dal basso che è una delle chiavi fondamentali per reagire e per cambiare.

Tutto questo perché il fatto che arriveranno molte risorse non significa che automaticamente ci saranno benefici diffusi in grado di rilanciare una crescita equilibrata e favorire nuova occupazione. Sarà indispensabile che i territori condividano al loro interno le scelte veramente qualificanti e innovative capaci di generare l’apertura di cicli virtuosi per riqualificare le aree urbane, per rendere più efficienti e meno impattanti le attività produttive, per diversificare ed incrementare le opportunità di lavoro, per migliorare i servizi pubblici e di protezione delle persone e per valorizzare le vocazioni territoriali.

È una sfida impegnativa che vale la pena di essere affrontata chiamando le comunità locali a dare il loro contributo. La partecipazione potrebbe essere quel qualcosa che non ci fa tornare alla “normalità” di prima.

 

 

 

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Pubblicato in Lotte e Vertenze

Il Recovery Fund e come lo vediamo

Per uscire dalla crisi

Il coronavirus, la crisi economica e la ricostruzione in Europa

di Alessandro Mazzoli
ursula von der leyen 380 minCon la diffusione del coronavirus e l’impatto violento avuto su tutte le società, non avendo a disposizione vaccini e cure appropriate, gli stati hanno reagito nell’unico modo che avevano a disposizione: imporre ai cittadini restrizioni molto pesanti stabilendo il cosiddetto lockdown che è consistito nell’obbligo di rimanere in casa interrompendo la gran parte delle attività lavorative e di svago, salvo quelle produttive ritenute di assoluta priorità.

Una simile decisione già in origine portava con se la conseguenza di una fortissima crisi economica. Più lunga fosse stata la fase di blocco più dura sarebbe stata la crisi. Con una chiusura meno prolungata la crisi sarebbe stata più contenuta. Ma la consapevolezza della crisi è stato un dato di fatto, e in molti paesi ha condizionato pesantemente le scelte dei governi che hanno finito per ritardare troppo la decisione del lockdown ed hanno pagato un prezzo di vite umane altissimo.

Il dilemma tra salute e lavoro, non nuovo in verità, si è riproposto e si ripropone anche in questa circostanza con effetti rilevanti sul piano politico all’interno di ogni paese e sul piano globale. E’ fuori di dubbio però che senza la necessaria sicurezza per le persone è impossibile immaginare la ripresa dell’economia.

Questi temi hanno investito in pieno anche l’Europa che, in realtà, veniva già da un periodo difficilissimo dovuto alla crisi economico finanziaria del 2007/2008 e che aveva lasciato profondi strascichi, basti ricordare la vicenda della Grecia.
La differenza è stata che, in piena pandemia da coronavirus, con la necessità di reagire il più rapidamente possibile, la politica e le istituzioni europee hanno prodotto novità rilevantissime sulle quali è giusto riflettere proprio perché rappresentano una discontinuità rispetto almeno agli ultimi due decenni. Il che, innanzitutto, la dice lunga sulla forza d’urto di questa epidemia che, peraltro, è soltanto all’inizio.

Davanti a questa emergenza è diventata immediatamente più evidente l’inadeguatezza della politica europea imperniata sull’austerity e sul controllo rigido del debito pubblico dei singoli stati. In pochissime settimane sono saltati tutti i capisaldi di un impianto conservatore che ha governato a lungo l’Europa: è stato sospeso il patto di stabilità, sono stati autorizzati sforamenti di debito pubblico, è stato radicalmente trasformato il fondo salva stati (MES), di fatto sono stati realizzati gli “euro bond” attraverso il piano definito Recovery Fund o Next Generation EU, è prevalsa la necessità della coesione europea al posto dell’egoismo dei singoli stati, la BCE ha dovuto proseguire la politica del Quantitative Easing ideata da Draghi e di cui era stata annunciata la dismissione solo qualche mese prima.

La svolta è stata possibile perché si è compreso abbastanza presto che in gioco c’era esattamente il progetto europeo. Nel senso che, se di fronte ad un’emergenza così grande non si fossero condivise le risposte necessarie a proteggere le popolazioni e ridare impulso a processi economici virtuosi, allora si sarebbe dovuto constatare il prevalere dell’impostazione nazionalista e il venir meno di quei valori comuni che diedero vita al progetto comunitario. Anche se il dibattito pubblico non sempre si è soffermato su questo, la posta in gioco è stata realmente questa: Europa si, Europa no e, quale Europa?

In questa circostanza le posizioni europeiste e comunitarie dei paesi del mediterraneo, a partire da Italia e Spagna, hanno trovato l’ascolto e la sponda di Francia e Germania e sono diventate la base per impostare una nuova stagione di politiche orientate verso gli investimenti più innovativi.

Il pacchetto complessivo è fatto di due parti: quello composto dal bilancio pluriennale UE dal 2021 al 2027 e quello del Recovery Fund. Secondo il progetto il bilancio dovrà avere nei sette anni un volume pari a 1074 miliardi di Euro, da finanziare prevalentemente attraverso i contributi netti degli stati membri dell’Unione. Il piano per la ripresa economica invece è pari a 750 miliardi di Euro. Di questi, 390 miliardi vengono erogati sottoforma di sovvenzioni, che non dovranno essere ripagati dai paesi destinatari, mentre 360 miliardi verranno distribuiti sottoforma di crediti.

 

Senza dubbio il Recovery Fund introduce un’importante novità nel panorama europeo. Per la prima volta viene prevista una condivisione del debito. Proprio per questo la Commissione europea potrà emettere dei titoli comuni sui mercati finanziari. Gli stati membri però non dovranno erogare dei soldi ma esprimere soltanto una garanzia rispetto al fatto che nel caso di necessità sostengano i titoli.
Per l’utilizzo di questi fondi la Commissione europea ha definito delle linee guida che i governi dovranno prendere in considerazione nella stesura dei piani. Tra i criteri principali di cui gli stati membri devono tenere conto ci sono la sostenibilità ambientale (in linea con l’European Green Deal), la produttività, l’equità e La stabilità macroeconomica. Per esempio la Commissione ha proposto che almeno il 20% delle risorse venga destinato alla transizione digitale e che il 37% serva per finanziare la spesa per il green. Saranno naturalmente i governi e i parlamenti di ogni singolo paese a redigere e approvare i piani nazionali che poi saranno sottoposti al vaglio della Commissione europea.

Nel complesso la “quota” italiana del Recovery Fund è di circa 209 miliardi di Euro ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti. Si tratta di cifre ragguardevoli non solo perché sono le più alte destinate ad un singolo paese, ma anche perché rappresentano un’operazione in proporzione più grande del Piano Marshall con il quale fu avviata la ricostruzione post bellica. Cioè questa decisione europea è importante non solo per la quantità di risorse mobilitate ma anche per il risvolto politico che ha portato il nostro paese ad avere un ruolo cruciale in un passaggio difficilissimo della storia dell’Unione.

E’ indubbio quindi che questo risultato sia un grande successo della diplomazia italiana. Ma per poter parlare di un grande successo dell’Italia c’è ancora molto da lavorare e non sarà sufficiente soltanto il governo e una maggioranza parlamentare. Ovviamente sono e saranno fondamentali. Ma la partita che si è aperta e la posta in gioco richiedono che il paese in quanto tale si senta mobilitato per costruire ad ogni livello le condizioni per utilizzare al meglio le risorse di cui disponiamo. Scelte chiare su progetti ambiziosi che spingano verso la modernizzazione del paese e l’equità sociale perché le due cose non sono in contrapposizione ma possono e devono andare insieme, sempre.

L’Italia ce la farà se, innanzitutto, dimostra di essere capace di un dibattito pubblico ben più adeguato di quello a cui stiamo assistendo da troppe settimane. Non si può ogni giorno discutere se il governo deve stare in piedi o deve cadere. E’ un errore perché genera confusione, ed è un inutile perdita di tempo e di energie perché a questo governo non c’è alternativa e il problema dell’Italia, oggi, non è questo.

IL terreno del confronto pubblico va velocemente spostato verso l’Italia del 2030, 2040, 2050, rimettendo al centro le nuove generazioni, consolidando i pilastri dello stato sociale attraverso investimenti massicci su istruzione e sanità e aprendo una grande discussione sul lavoro del presente e del futuro, perché green economy e digitalizzazione possono essere due straordinarie opportunità se affrontate con gli occhi dell’equità sociale, ma possono anche essere un costo enorme se visti solo e soltanto con gli occhi del profitto e del mercato senza regole.

La stessa discussione sul MES sconta approcci non solo ideologici, ma, purtroppo privi della visione necessaria sulla serietà di questa crisi e sulle necessità dell’Italia di domani e di dopodomani.
Il MES di cui disponiamo oggi non è più il Fondo Salva Stati che prevedeva l’arrivo della troika nel caso di paesi inadempienti. E’ un fondo a disposizione, sotto forma di prestito, per investimenti diretti e indiretti sui sistemi sanitari a tassi estremamente favorevoli senza condizionalità. In base alla ripartizione di questo fondo all’Italia spetterebbero circa 37 miliardi di Euro che, casualmente, equivalgono all’ammontare dei tagli che negli ultimi vent’anni sono stati apportati al Sistema Sanitario Nazionale dai vari governi che si sono succeduti.

Ma perché non dovremmo dire di si ad un prestito dedicato che ci consentirebbe di risanare e modernizzare il nostro sistema sanitario? Peraltro, diversamente dal Recovery Fund, i fondi del MES sono immediatamente disponibili e non occorre aspettare l’estate del 2021. Dobbiamo considerare che l’efficienza dei servizi sanitari, d’ora in poi, equivarrà ad un requisito di affidabilità di un paese e sarà uno degli elementi che determinerà il grado di resilienza in caso di nuove emergenze. Quindi, sia per gli errori compiuti in passato e sia per le necessità future noi abbiamo assoluto bisogno di nuovi investimenti in sanità per strutture più moderne, ricerca avanzata e servizi di prossimità ai cittadini.

Ecco, le diverse posizioni e i diversi orientamenti politici e culturali dovrebbero imboccare la strada di un confronto rivolto al futuro piuttosto che attardarsi in dispute di corto respiro e che non seminano niente di buono. Certo, è innanzitutto compito delle classi dirigenti, ma è anche compito della società nel suo insieme. Perché, mai come in questa circostanza è vero che “ci si salva e si va avanti se si agisce tutti insieme, e non solo uno per uno”.

 

 

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Riflettendo sulla pandemia Covid 19

Le conseguenze del coronavirus

coronavirus pandemia 370 minNel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli. In sostanza il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione.
Negli ultimi decenni alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.

Dunque le origini di questo coronavirus e di questa pandemia sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Nel senso che, se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo, e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se, invece, si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo. La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere una linea nazionalista e sovranista che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”.

Se una cosa è evidente è che di fronte a queste emergenze la sola dimensione dello stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche gli stati più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli. Se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali; se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente. Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema che avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. Quante morti in più ha comportato tutto questo? Non credo lo sapremo mai.

Che lo si voglia o no la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nel brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc. Ad oggi i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia e il Regno Unito, a dimostrazione della oggettiva difficoltà che hanno avuto le forze della destra ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza proprio perché rimaste chiuse in una logica nazionalista inconcludente e dannosa.

L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima del resto è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.

“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.

La salute degli esseri viventi e la salute del pianeta. È interessante ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (Prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020. Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.

In questo senso il problema del rapporto tra l’uomo e la natura porta con sé quello del rapporto tra pubblico e privato. Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora è più chiaro che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti. Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo di cui le posizioni del nuovo Presidente della Confindustria italiana ne sono un esempio. Il ruolo degli Stati tornerà a crescere e servirà una politica più determinata e più forte per riscrivere un patto per la ricostruzione in cui sia il pubblico a fissare gli obiettivi di benessere e di sostenibilità, e il privato a concorre al raggiungimento degli stessi.

Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Non sono più rinviabili la lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze, alla povertà; la lotta per affermare il valore e la dignità del lavoro. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco. Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.

L’emergenza sanitaria mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universale, e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati. L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di pace, non c’era quasi più. Per questo in occidente si è smesso di realizzarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni e, magari, con l’occasione, compiere la scelta più impegnativa di tornare ad investire di più, non solo sui vari sistemi sanitari nazionali, ma per la ricostruzione su scale europea di una filiera produttiva che garantisca dotazioni di qualità e di eccellenza per ogni evenienza. Ma non dovremo fermarci qui. Perchè la vera opzione da compiere è la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.

Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di PIL, di sicurezza e di benessere. Per quanto riguarda l’Italia è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal MES. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui il Paese, non dico si sia abituato, ma sostanzialmente si è adagiato, nell’incapacità “storica” di cambiare e di innovarsi.

Il costo di questa operazione, per essere sostenibile, deve essere ripartito su una platea più larga di contribuenti pena il suo fallimento. Il che significa che non possiamo più permetterci sacche (ormai gigantesche) di economia sommersa e illegale. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale circa 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” in modo da garantire una più larga base imponibile, una più larga redistribuzione dei costi e una più ampia partecipazione alle responsabilità dello Stato da parte dei cittadini. Conosco già l’obiezione. E’ la solita sinistra delle tasse mentre il paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dal lockdown e alla parte più fragile della popolazione.

Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del paese. Certo per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee. E’ la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute e nuove reti di protezione sociale, impresa e lavoro. Quindi non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.

Se queste considerazioni hanno senso, allora in gioco non c’è una generica ripartenza. Né per l’Italia, né per l’Europa, né per il mondo. In gioco c’è appunto verso quale modello vogliamo riaprire e ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale. Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.

 

 

 

 

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