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Alessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.

 

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Sapremo utilizzare saggiamente 248 miliardi?

 PNRR PER USCIRE DALLA CRISI

Il piano nazionale di ripresa e resilienza approda in Parlamento

di Alessandro Mazzoli
PNRROggi la Camera dei Deputati ha approvato con 442 voti a favore, 19 contrari e 51 astenuti la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, in relazione al PNRR presentato ieri in Aula. Il dibattito adesso passa al Senato in vista del Consiglio dei Ministri che, tra domani e dopodomani, licenzierà il Piano per la trasmissione a Bruxelles.

248 miliardi di Euro da spendere in 6 anni. In questi due numeri è contenuta la sfida per il Paese, che mai si è trovato ad investire una cifra così alta in così breve tempo. Il Presidente Draghi non si è nascosto le difficoltà e, pur manifestando ottimismo, ha richiamato il Parlamento e il Paese affinchè prevalgano “onestà, intelligenza e gusto del futuro” e siano superati mali antichi come “la corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti”.

Sei le missioni che costituiscono il Recovery Plan: 1) Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura cui vengono destinati 40,73 miliardi; 2) Rivoluzione verde e Transizione ecologica con una dotazione di 59,33 miliardi; 3) Infrastrutture per una mobilità sostenibile con un impegno di 25,13 miliardi; 4) Istruzione e Ricerca cui vanno 30,88 miliardi; 5) Inclusione e Coesione cui vengono assegnati 19,81 miliardi; 6) Salute con una dotazione di 15,63 miliardi.

Al PNRR viene affiancato il Piano complementare che è stato concepito in modo integrato rispetto al primo e, insieme, avranno gli stessi strumenti attuativi. Inoltre sono stati stanziati, entro il 2032, ulteriori 26 miliardi per realizzazioni specifiche come l’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria e l’attraversamento di Vicenza relativo alla linea ad Alta Velocità Milano-Venezia. E’ poi previsto il reintegro delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione, utilizzate nell’ambito del dispositivo europeo per il potenziamento dei progetti ivi previsti per 15,5 miliardi. Dunque è l’insieme di queste misure che consentirà di disporre di 248 miliardi di Euro. E a queste risorse si aggiungono quelle disponibili dal programma REACT-EU che, come previsto dalla normativa UE, vengono spesi negli anni 2021-2023 e si tratta di ulteriori 13 miliardi.

L’attuazione delle iniziative e delle riforme, nonché la gestione delle risorse finanziarie, sono responsabilità dei Ministeri e delle Autorità locali, che sono chiamati ad uno sforzo straordinario in termini di organizzazione, programmazione e gestione. In questo senso è importante sottolineare il ruolo che sarà svolto da Regioni ed Enti Locali che avranno la responsabilità di realizzare quasi 90 miliardi di investimenti, circa il 40% del totale, in particolare con riferimento alla transizione ecologica, all’inclusione e coesione sociale e alla salute.

Ora l’Italia è alla prova, e ha bisogno di tutte le sue migliori energie per superare questa crisi drammatica senza avere paura di cambiamenti che non sono più rinviabili per avere un paese più giusto e più moderno.

 

 

 

 

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Acciaierie d’Italia aprirà a Taranto una nuova fase?

Il Governo prova a disinnescare l'arroganza di Arcelor Mittal

Accordo Arcelor Mittal – invitalia

Ministero delleconomia e delle Finanze minSul dossier ex Ilva vanno registrate alcune novità che si sono determinate nella giornata di ieri e che rappresentano un significativo passo in avanti nell’intera vicenda.

E’ stato raggiunto l’accordo tra la multinazionale Arcelor Mittal ed Invitalia, società controllata dal Ministero dell’Economia, finalizzato alla costruzione di una partnership pubblico-privata per il rilancio del gruppo siderurgico che prenderà il nome di Acciaierie d’Italia Holding.

Si è giunti all’intesa con la sottoscrizione di un aumento di capitale pari a 400 milioni di euro da parte di Invitalia che diventa così socio con una partecipazione del 38% del capitale azionario e con il 50% dei diritti di voto. Sempre da parte di Invitalia ci sarà, entro maggio 2022, un secondo investimento nel capitale di ulteriori 680 milioni, il che porterà la partecipazione della società pubblica nel capitale del nuovo soggetto al 60%, mentre Arcelor Mittal dovrà investire fino a 70 milioni per conservare una partecipazione pari al 40% e il controllo congiunto sulla società.

Una nota di Arcelor Mittal spiega che Acciaierie d’Italia Holding “opererà in modo autonomo e avrà propri piani di finanziamento indipendenti da Arcelor Mittal”. Tutto questo però, in base all’accordo, è subordinato al verificarsi di determinate condizioni sospensive: “la modifica del piano ambientale in vigore per tenere conto delle modifiche del piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto; l’assenza di misure restrittive nell’ambito dei procedimenti penali in cui Ilva è imputata nei confronti di Acciaierie d’Italia Holding o di sue società controllate”. Nel caso queste condizionalità non dovessero verificarsi Acciaierie d’Italia non sarebbe obbligata a perfezionare l’acquisto dei rami d’azienda di Ilva “e il capitale in essi investito verrebbe restituito”.

 

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Sergio Flamigni ricorda il PCI

PCI CENTANNI

 Alessandro Mazzoli, già Deputato, ha raccolto questa intervista per UNOeTRE.it

sergioflamigni 390 min

Sergio Flamigni è un politico, scrittore e partigiano italiano. È stato un parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni Parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia. Oggi è considerato l'autore per eccellenza di approfonditi studi sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Il PCI COSA ERA E PERCHE' FINI'?
  2. Il PCI e gli altri PC
  3. Il PCI di Berlinguer

Che cosa ha significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro paese? E cosa ha portato alla fine del partito?

Il PCI è stato l’opposizione piu’ importante alla dittatura fascista, e’ stato la forza piu’ numerosa nella Resistenza ed e’ stato determinante per la vittoria dell’opzione repubblicana. Tutto questo e’ stato possibile perche’ il Pci, nel corso della sua storia, ha superato le posizioni settarie e ha reso protagonista la classe operaia e le classi subalterne della vita sindacale, sociale e politica del Paese.
Operai, braccianti, mezzadri, piccoli proprietari poveri nonche’, specie nella Resistenza, i giovani e le donne sono stati tolti dallaPartigiani Garbatola di Nerviano 600 min passività in cui li aveva relegati il fascismo e resi soggetti attivi della liberazione e della ricostruzione del Paese.
Il legame ideale, morale e organizzativo degli operai, degli intellettuali e degli strati poveri col partito ha resistito alla scomunica della chiesa cattolica, alle discriminazioni e ai licenziamenti sul lavoro, alle pressioni e alla propaganda internazionale.
Questo perché quel legame era il frutto della forza degli ideali di solidarietà, di libertà, di fiducia nel socialismo e nell’Urss, che aveva vinto il nazismo con l’armata rossa; ma era il frutto anche della capacita’ del gruppo dirigente del Pci di accompagnare alla forte dialettica nella discussione, una sostanziale unita’ al momento della decisione e dell’ applicazione della linea politica.
Era il risultato della capacita’ del partito di rinnovarsi continuamente con l’evolvere della societa’, di essere cioè, al contempo, il soggetto del cambiamento come del proprio rinnovamento culturale e dei quadri dirigenti. Questo legame era il risultato, anche di comportamenti morali, sociali e organizzativi di dirigenti e attivisti del partito. C’era anche l’esempio.

 

Che cosa ha portato alla fine del partito?

Un complesso di eventi attinenti sia alla situazione internazionale, a quella nazionale e allo stesso partito.
Per quanto riguarda il partito, un elemento da prendere in considerazione, perché porto’ al suo indebolìmento, fu la rottura del gruppo dirigente, della sua solidarieta’ e moralita’. Il riferimento è alla sostituzione del segretario Alessandro Natta. Colpito da infarto le dimissioni gli vennero imposte mentre era in ospedale con modi poco urbani.
L’annuncio del cambio del nome del partito e della sua politica fu dato da Occhetto alla Bolognina, all’insaputa degli organi di direzione. Sicuramente ne erano all’oscuro la direzione, i segretari regionali, di federazione e i gruppi parlamentari. Il metodo scelto non favori’ il libero dibattito, in quanto gia’ lo condizionava e soprattutto rompeva la già, all’epoca precaria, unita’ del gruppo dirigente.
Ne risentì anche il livello del dibattito che non approfondì temi essenziali quali quelli dell’esperienza del mondo socialista, del ruolo avuto dal Pci nel movimento operaio internazionale, delle trasformazioni in atto nell’assetto economico, sociale e politico del mondo capitalista e le conseguenze della nuova situazione ecc. ecc. Ne nacque un lungo e travagliato dibattito incentrato sui temi del partito che irrigidì le posizioni fino alla scissione.

(per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Situazione internazionale, su questo aspetto si erano registrate da tempo differenze importanti fra il partito comunista italiano e quello sovietico. Una prima distinzione si era avuta con la critica di Togliatti, mossa nell’intervista a Nuovi Argomenti, alla “destalinizzazione”, all’attribuire al solo Stalin e al culto della sua personalita’ tutte le tragedie emerse dal rapporto segreto di Cruschev. Nel Memoriale di Yalta, del 1964, Togliatti ribadiva le vie nazionali al socialismo, il pluralismo delle esperienze all’interno del movimento operaio internazionale e dissentiva dalla scomunica dei dirigenti cinesi. Le divergenze erano proseguite con la condanna, da parte del Pci, dell’invasione della Cecoslovacchia e, infine, si erano palesate con la rivendicazione, da parte di Berlinguer, della democrazia come valore irrinunciabile per i partiti comunisti.
Negli anni ‘70, per il partito comunista italiano erano di fondamentale importanza il superamento della divisione del mondo inberlinguer mosca lo strappo 355 min blocchi contrapposti, e l’affermarsi della politica della distensione, quale condizione per aprire nuove prospettive ai partiti comunisti dell’Europa occidentale, di diventare forze di governo. Un momento importante della politica di distensione si era avuto alla conferenza di Helsinki sulla sicurezza europea, convocata da Aldo Moro durante il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, a cui partecipo’ anche l’Urss e registro’ una certa ostilita’ kissingeriana. Purtroppo rimase un fatto isolato e proseguì il confronto militare fra l’Urss e gli Usa i quali prevedevano per l’Europa la politica di assoluto rispetto delle aree di influenza. In questo confronto -secondo i sovietici - i partiti comunisti europei dovevano sostenere le scelte militari dell’Urss rinunciando alla loro autonomia.

Da questa impostazione derivava l’ostilita’ del Pcus verso la strategia di Enrico Belinguer di unire i partiti comunisti nella politica di distensione e di conciliazione fra democrazia e socialismo.
La strategia sovietica contrastava e indeboliva quella del partito comunista italiano e ebbe riflessi negativi sul caso Moro che, come è noto, rappresentò la fine della strategia del compromesso storico.
Nonostante la situazione internazionale e la fine della politica di solidarieta’ nazionale, dopo la morte di Moro, Berlinguer non rinunciò ad una autonoma elaborazione con al centro la terza via fra socialismo reale e socialdemocrazia e quale obiettivo il socialismo. Nell’immediato la strategia perseguiva il completamento del disegno costituzionale, che già aveva condiviso con Moro, di rinnovare i partiti e la politica.

La sua intervista del 1981 sulla questione morale delineava nuovi rapporti fra i partiti e lo Stato col fine di rinnovare sia quelli che questo. Si rendeva conto della degenerazione in atto nella vita politica italiana e delle sue conseguenze.
Attento alla modernizzazione della società, nella sua strategia inserì nuovi soggetti, che affiancavano la classe operaia quali protagonisti della trasformazione della società: le donne, il mondo dell’ecologismo e dei diritti. Soggetti tutti di una grande alleanza per introdurre elementi di socialismo nell’economia capitalista.
Berlinguer mantenne sempre forte il legame con la tradizione socialista e comunista di rendere protagonisti nella società i soggetti sociali colpiti dalle ingiustizie e dalle alienazioni proprie del sistema capitalista.
Berlinguer non rinuncio’ a pensare il Pci come soggetto della trasformazione socialista della societa’ italiana.

Purtroppo quando nell’Urss si avviò un processo di profondo rinnovamento, con la elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, Berlinguer era gia’ morto, e purtroppo sia il Pci che gli altri partiti europei non seppero essere di aiuto al nuovo segretario nella sua politica, e, anzi, si affidarono a lui e sperarono in un esito positivo del suo rinnovamento. Non seppero individuare strategie e iniziative per aiutare Gorbaciov.

Per completare il quadro, mentre il mondo del socialismo reale conosceva profonde trasformazioni, anche il capitalismo, dopo leBerlinguer e Moro 225 lotte economiche e sociali degli anni ‘60 e la crisi petrolifera del 1973, stava subendo grandi cambiamenti tecnologici e di deindustrializzazione nella produzione, di finanziarizzazione nell’economia, di affermazione del liberismo con la Teatcher e Reagan in politica.
Di fronte alla complessita’ dei problemi che il partito aveva di fronte la svolta della Bolognina, nel momento della caduta del Muro di Berlino, si presento’ come una semplificazione. Sul piano internazionale si prevedeva un mondo nel quale si sarebbe affermata la distensione e raggiunti nuovi traguardi di civilta’, su quello interno, con il cambio del nome del partito, si prevedeva la caduta della convention ad escludendum e quindi una nuova dinamica politica, che avrebbe reso il nuovo partito, erede del Pci, protagonista della lotta per il governo del paese.

Anzi, la governabilita’ divenne un valore in se. Non si colse lo scollamento dei partiti rispetto alla societa’, visto invece da Moro e da Berlinguer, e di li a tre anni si ebbe il crollo del sistema politico legato al progetto costituzionale. Della situazione internazionale andata in un senso completamente diverso da quello previsto e’ inutile dire. La svolta andava operata ma mantenendo tutta la complessità della situazione, l’unita’ del gruppo dirigente e nel solco della prospettiva berlingueriana.

(per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

E’ possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del Pci, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

La storia del socialismo e del partito comunista italiano sono la storia di partiti che hanno reso le classi subalterne e marginali protagoniste del loro miglioramento sociale e del loro futuro. In questo vi e’ un grande insegnamento. Le classi subalterne per essere protagoniste devono essere educate alla politica, e l’educazione alla politica si fa con le iniziative, con l’organizzazione capillare sul territorio e con le lotte, con le quali si impara a valutare i rapporti di forza e il realismo. Prima di tutto pero’ e’ necessario sapere chi si e’ e dove si vuole andare e soprattutto con chi. La storia del pci da questo punto di vista e’ ricca di insegnamenti.
Su come cambiare la societa’ basata su nuove alienazioni, derivanti da consumi esasperati e da nuovi mezzi di comunicazione di massa, non posso essere io l’esperto.

 

Berlinguer avanzo’ la proposta di unificare tutte le forze comuniste europee, possibilita’ denominata poi eurocomunismo. Quanto e’ rimasto dell’idea di una sinistra europea unitaria?

Prima di tutto vi e’ da dire che e’ cresciuto il bisogno di Europa. Nel tempo della globalizzazione le singole nazioni non sono in grado di affrontare in modo efficace i problemi economici, culturali e sociali nonche’ sanitari, vedi pandemia.
Berlinguer pensava all’eurocomunismo come a una forza democratica per la distensione e per la espansione della democrazia, laBerlinguer giustizia sociale e avendo come riferimento il socialismo.
Purtroppo il partito socialista europeo e’ un gruppo parlamentare e non vive nella societa’. Non vi sono esperienze di soggetti sindacali, sociali e politici veramente europei, almeno io non colgo nella esperienza quotidiana questa presenza.

I comunisti italiani diedero un contributo fondamentale per la conquista e il mantenimento della democrazia in Italia. Come si predispose il Pci per fronteggiare la strategia della tensione?

Nel contesto della guerra fredda la strategia della tensione e’ stato il modo di agire dei servizi segreti anglo americani, della Nato, della massoneria, di apparati dello stesso Stato italiano, che non disdegnarono di usare anche la destra eversiva italiana come manovalanza, per perseguire l’obiettivo di emarginare il partito comunista, di limitare le forze progressiste e la stessa democrazia in Italia. Di fronte a questa strategia il Pci contrappose una politica di mobilitazione unitaria delle forze democratiche di tutto l’arco costituzionale, con la formazione dei comitati antifascisti e per la difesa dell’ordine democratico. Lo stesso compromesso storico rafforzava lo schieramento democratico per il rinnovamento dello Stato. Vedi riforma della polizia, organi elettivi dell’esercito ecc. La risposta fu concepita in termini politici di rafforzamento dello schieramento costituzionale e antifascista e di rinnovamento dello Stato.

L’intuizione del compromesso storico aprì un grande dibattito nel Pci. Che cosa rappresentò nel confronto interno la proposta di Berlinguer, poi stroncata con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro?

Il compromesso storico è proposto da Berlinguer dopo il colpo di Stato in Cile. Il concetto principale era che in Italia le forze socialiste non potevano governare con il solo 51 per cento dei consensi, ma dovevano costruire uno schieramento piu’ ampio che coinvolgesse le forze cattoliche.
Le ingiustizie e gli squilibri della societa’ dovevano e potevano essere risolti, ma per vincere le resistenze delle forze conservatrici e reazionarie, che erano non solo italiane ma anche internazionali, salvaguardando e rafforzando il contesto democratico, era necessario uno schieramento molto ampio di forze comprendenti dal punto di vista politico la stessa Democrazia cristiana.
L’incontro con la Dc era possibile perche’ aveva solide basi costituzionali. Si trattava di dare piena attuazione al dettatoRipartire dalla stagione di Berlinguer 390 min costituzionale, di riconoscere funzione di governo in un contesto unitario, al principale partito di opposizione, che godeva del consenso di un terzo del popolo italiano.
La strategia del compromesso storico si prometteva di rafforzare la democrazia italiana e di rinnovare la società in una situazione in cui le grandi potenze internazionali erano decise a mantenere un sostanziale e immutato assetto politico nei paesi europei e soprattutto di impedire al Pci di diventare forza di governo.
Non va dimenticato che gli organi di informazione quali la Repubblica, gli stessi socialisti craxiani, chiedevano al partito di rompere con la sua tradizione, in qualche modo di abiurare il passato, di rinunciare alla terza via berlingueriana e alla prospettiva del socialismo. Berlinguer non volle invece mai rinunciare a questa prospettiva e la sua proposta aveva quale obiettivo di rendere protagoniste le masse popolari anche in quella complicata fase.

Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica? Ed attualmente la sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione?

Con la svolta della Bolognina si rinunciò non solo al nome di partito comunista ma alla stessa prospettiva socialista che Enrico Berlinguer aveva tenacemente tenuta aperta nella sua elaborazione. Al contempo si allentarono i legami organizzativi con la classe operaia e le masse popolari, i loro bisogni, esigenze e aspirazioni. Inoltre, la governabilità divenne un valore in se più che uno strumento di cambiamento. La prospettiva degli eredi del Pci divenne quella di contenere gli eccessi, gli squilibri, di prestare una qualche forma di aiuto ai perdenti della concorrenza capitalista senza contestarne le logiche. Si accettò la progressiva liquidazione dello Stato sociale come affermazione di diritti: al lavoro, a tutti i gradi dell’istruzione, alla sanità, ci si fece egemonizzare dalle teorie liberiste.
La capacità della sinistra di incidere nella concreta situazione ecologica, sociale, del lavoro ecc. sembra limitata e questo è il frutto anche di una ridotta capacità di analisi della situazione concreta.

Pubblicato in PCI centanni

Serve una vaccinazione di massa su base planetaria

SANITA', Voci dal territorio

La ragione sanitaria esige che tutti gli esseri umani siano vaccinati, ma con fiale autorizzate dalle istituzioni sanitarie e dai Governi.

di Alessandro Mazzoli
vaccinazione 350 minI vaccini rappresentano una svolta. ma ci vuole ancora pazienza

I vaccini sono una parte rilavante della soluzione alla pandemia da coronavirus che ha colpito il mondo intero da un anno a questa parte.
Se si guardano le precedenti pandemie che hanno investito l’umanità ci si rende conto che non è mai successo che si arrivasse così rapidamente all’elaborazione di più vaccini in grado di proteggere la popolazione. Le ricerche scientifiche e mediche sono state in grado, in poco tempo, di predisporre una risposta adeguata contemplando, contemporaneamente, una straordinaria innovazione nel modo di fare ricerca che segnerà la scienza nei prossimi decenni, forse per sempre.

Per le dimensioni della pandemia e per le stesse caratteristiche di questo coronavirus ora uno dei problemi più impellenti è la capacità produttiva su larga scala delle case farmaceutiche perché non sarà sufficiente un’unica somministrazione di massa per debellare la malattia. Quello che è certo, ad oggi, è che almeno per alcuni anni sarà necessario ripetere il vaccino ogni anno finchè non sarà ridotta drasticamente la diffusione del virus. I ritardi nella consegna delle fiale ai vari paesi dipende in buona misura da questo, ovvero dal bisogno di riorganizzare la produzione per corrispondere ad un fabbisogno così grande e per un periodo che si annuncia piuttosto lungo.

In realtà per fronteggiare questa “emergenza nell’emergenza” sarebbe importante dare risposta al problema dei brevetti delle case farmaceutiche che attualmente impediscono ad aziende diverse dalla casa madre di produrre i vaccini pur essendo in grado di farlo. Del resto, se serve una vaccinazione di massa su base planetaria, è indispensabile una produzione di massa che consenta di far arrivare il prodotto in tutti i paesi e a tutte le popolazioni. E quindi diventa essenziale trovare una soluzione al problema che vede in contrapposizione la titolarità dei brevetti, con la relativa titolarità della produzione, e la tutela della salute di tutti gli esseri umani. Questa è una delle questioni su cui il nostro paese è impegnato, sia in sede europea sia in ambito nazionale per selezionare quelle imprese che potrebbero garantire la produzione in Italia.

Stiamo parlando della campagna di vaccinazione più ampia e diffusa mai realizzata nella storia dell’uomo che richiederebbe una gestione a livello sovranazionale e globale e non semplicemente affidata agli accordi dei singoli paesi con le case farmaceutiche. Soprattutto perché, in questo secondo caso, si riproporranno tutte le disuguaglianze esistenti fra paesi ricchi e paesi poveri, fra est e ovest e fra nord e sud del mondo. Mentre la ragione sanitaria impone che a tutti gli esseri umani sia garantito il vaccino.

Questa è la ragione per cui è stata giusta la decisione della Commissione Europea di acquistare i vaccini per tutti ifiala di vaccino 350 min paesi dell’Unione e non lasciare i singoli Stati ad organizzarsi ognuno per se. Non è un fatto puramente organizzativo. E’ un elemento fondamentale di tenuta dell’Europa. Nel senso che il vaccino, e i vaccini, nel consentire di proteggere le persone e farle tornare alla “normalità” sono forse il principale fattore di ripresa economica. Il Paese o l’area del mondo che effettua prima la campagna vaccinale sull’intera popolazione sarà il Paese o l’area del mondo in grado di ripartire prima sul piano economico. Ecco perché tutto questo non può essere lasciato alla sola dinamica del mercato, ed ecco perché non possono aprirsi competizioni su questo punto all’interno dell’Europa.

La diffusione ancora alta dell’epidemia ha tra le conseguenze la formazione di varianti del virus delle quali bisogna necessariamente tenere conto nella predisposizione e nella validazione dei vaccini. Fino ad oggi i vaccini che sono stati autorizzati, Pfizer-BioNTech, AstraZeneca e Moderna, sono risultati efficaci anche nei confronti delle varianti ad oggi conosciute e rilevate, così come i vaccini in via di validazione, Jhonson & Jhonson, e quelli che saranno testati, come per esempio lo SputniK russo o il vaccino italiano promosso dalla Regione Lazio in collaborazione con lo Spallanzani, saranno verificati anche alla luce delle varianti. Gli stessi vaccini già validati sono sottoposti ad evoluzione. Per esempio il vaccino AstraZeneca, che era stato autorizzato per una popolazione compresa fra i 16 e i 55 anni, pochi giorni fa ha visto ampliare la platea prevedendo di arrivare fino ai 65 anni di età. Insomma, la vicenda vaccini non è ancora entrata a pieno regime non per ragioni di trasporto e consegna ma per problemi più di fondo la cui soluzione richiede ancora del tempo.

E’ chiaro che tutto questo produce incertezza nel momento in cui le informazioni si rincorrono e cambiano giorno dopo giorno. Fino a che non si saranno stabilizzati i sistemi produttivi, i luoghi della produzione e non sapremo quali e quanti vaccini sono validati e disponibili, continueremo a vivere in questa situazione e i piani vaccinali, nazionale e regionali, saranno soggetti ad aggiustamenti continui. E quindi è più che mai importante osservare le regole fondamentali per ridurre la diffusione del virus. Quelle che già conosciamo: uso delle mascherine, distanziamento e lavaggio frequente delle mani. Sapendo bene che, come paese, non possiamo più permetterci un lockdown generalizzato e che ciascuno, in ogni cosa che fa, deve tenere a mente che va salvaguardato un equilibrio delicatissimo tra le ragioni della salute e della vita e quelle del lavoro e dell’economia.

In ogni caso l’Italia ha dimostrato in questi primi due mesi che, se è in possesso delle dosi vaccinali, è in grado di somministrarle molto velocemente attraverso una buona organizzazione. Certo, nei prossimi mesi, quando è probabile che arrivino quantità più grandi di fiale, sarà necessaria una organizzazione molto più capillare e molto più diffusa sul territorio nazionale. Ma a questo ci si sta preparando.

Un’ultima considerazione. Questi primi mesi di campagna vaccinale stanno dimostrando una cosa importante e per niente scontata per una parte della società italiana e mondiale: i vaccini sono sicuri, efficaci e con scarsissimi effetti collaterali di lievissima entità. Se soltanto torniamo con la memoria a qualche anno fa quando si metteva in discussione il vaccino per i bambini contro il morbillo al punto da diventare un argomento divisivo tra la popolazione, si comprende quanto sia cambiata la percezione e la consapevolezza sul ruolo della scienza e della medicina nel giro di un solo anno. Purtroppo ci sono voluti milioni di morti nel mondo per tornare a pensare cose ragionevoli. Speriamo di non dimenticarlo più.

Il Recovery plan e la sfida per i territori

Il Recovery plan

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà

di Alessandro Mazzoli
cgil cisl uil 1mag17 IsolaLiriI giorni e le settimane che abbiamo davanti saranno quelli decisivi per la stesura definitiva del Recovery Plan italiano. Passo obbligato per avere accesso ai fondi europei contenuti nel programma Next Generation EU che per il nostro paese prevede 209 miliardi di Euro.

Il nome stesso, Next Generation EU, chiarisce quale debba essere la prospettiva. Nelle parole della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen si tratta “non solo di riparare e recuperare l’esistente, ma di plasmare un modo migliore di vivere il mondo di domani”. Quindi il compito che abbiamo di fronte è costruire un’Unione Europea per le prossime generazioni.
Le enormi risorse stanziate a questo fine sono un’occasione e, insieme, una grande responsabilità.

Per l’Italia in particolare, oltre a recuperare il terreno perduto con la crisi pandemica, si tratta di voltare pagina rispetto al passato. Non possiamo permetterci di tornare allo status quo ante questa crisi.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, anche noto come Recovery Plan, rappresenta il cardine di questo progetto, associandosi agli altri strumenti di programmazione economica a nostra disposizione, a cominciare dai Fondi europei disponibili all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale.

Dietro al ritardo italiano ci sono problemi strutturali noti, ma mai affrontati con sufficiente determinazione. Questo è il momento di farlo, seguendo tre direttrici di riforma e mantenendo al centro dell’azione la persona umana, la sua libertà, le sue aspirazioni.
In primo luogo è necessario un paese moderno dotato di una pubblica amministrazione efficiente in cui possono operare imprese innovative e sempre più competitive; un paese con infrastrutture sicure, tecnologicamente all’avanguardia, che sfruttino le potenzialità della rivoluzione digitale.

In secondo luogo bisogna puntare ad un paese più verde, con sistemi di produzione e trasporto dell’energia compatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni e più resiliente rispetto agli eventi climatici esterni.

Infine serve un paese più coeso, più attento al benessere dei cittadini, sia nei grandi centri urbani che nei borghi e nelle tante, troppe, “periferie” d’Italia. Non è più possibile tollerare l’aumento di disuguaglianze di genere, nella società, tra regioni e territori, indotto da politiche errate del passato, che non hanno saputo frenare una dinamica dannosa per la crescita economica e per la tenuta del tessuto sociale. Nessuno deve essere lasciato solo.

Si tratta di obiettivi impegnativi per i quali il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza serve a dargli concretezza, traducendoli in azioni di riforma e di investimento, con tempi di esecuzione certi sottoposti a controllo costante e pubblico sulla loro realizzazione. Il Piano si sviluppa secondo tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica; inclusione sociale. All’interno di questa logica sono previste sei missioni: 1) Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; 2) Infrastrutture per la mobilità; 3) Rivoluzione verde e transizione ecologica; 4) Equità sociale, di genere e territoriale; 5) Istruzione, formazione, ricerca, cultura; 6) Salute. Ma queste missioni, nel loro insieme, mirano anche a tre grandi obiettivi orizzontali secondo un approccio integrato: la parità di genere; l’accrescimento delle competenze, delle capacità e delle prospettive occupazionali dei giovani; il riequilibrio territoriale e la coesione sociale, con particolare attenzione al Mezzogiorno.

Se questa è la portata della sfida che abbiamo davanti se ne deduce che non sarà sufficiente, per quanto fondamentale, la sola opera delle istituzioni nazionali ma serviranno la partecipazione e il coinvolgimento dell’intera società e dei territori per riuscire ad utilizzare al meglio le risorse che abbiamo a disposizione. Del resto è nella natura stessa di tutti i fondi comunitari quella di sollecitare processi di partecipazione dal basso capaci di unire soggetti pubblici e privati per effettuare realizzazioni concrete e favorire la crescita di comunità consapevoli di quei risultati. La collaborazione territoriale deve essere alimentata per costruire veri e propri sistemi locali in cui partecipazione, confronto e condivisione degli obiettivi siano la cifra di un percorso di sviluppo che garantisca competitività e sostenibilità.

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà perché per spendere bene quelle risorse bisogna essere in grado di fare propria l’idea di cambiamento che quelle risorse portano con se. Altrimenti si fallisce. E noi non ce lo possiamo permettere.
“Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo” significa un altro modo di intendere e fare Pubblica Amministrazione e impresa, e quindi, un altro modo di lavorare dentro la Pubblica Amministrazione e dentro l’impresa. E siccome gli uffici pubblici e le attività imprenditoriali non sono sospese per aria ma vivono e impattano sui territori, gli stessi devono comprendere il tipo di trasformazione in atto altrimenti, paradossalmente, ne rimangono esclusi.

-- “Infrastrutture per la mobilità” vuol dire ridisegnare le relazioni fra aree diverse del paese e all’interno di esse, e questo implicherà l’assunzione di decisioni qualificanti e di fondo che orienteranno lo sviluppo territoriale per i prossimi decenni.
-- “Rivoluzione verde e transizione ecologica” significa riorganizzare tutte le attività, produttive e non, in un modo completamente nuovo e diverso che richiede consapevolezza e adesione da parte delle persone.
-- “Equità sociale, di genere e territoriale” vuol dire riscrivere le priorità, i tempi e i modi della vita quotidiana e dell’organizzazione delle città.
-- “Istruzione, formazione, ricerca e cultura” vuol dire rimettere al centro le generazioni più giovani perché il problema non è semplicemente quanti voti prendo alle prossime elezioni ma quale paese lascio a chi verrà dopo. Nelle grandi città come nel più piccolo comune di provincia.
-- “Salute” significa più servizi di prossimità per difendere il bene primario, la vita. E i servizi di prossimità alle persone non possono essere decisi soltanto a Roma ma è indispensabile che un territorio sia in grado di organizzarsi e parlare per indicare le vere priorità e le soluzioni migliori.

I 209 miliardi di Euro che l’Italia ha ottenuto in sede europea investiranno la vita delle persone ma non è detto che di per sé avranno un effetto positivo diffuso e duraturo nel tempo. Questo dipenderà dalla lungimiranza delle decisioni che saranno assunte e dalla capacità di includere via via fette più ampie di società in questo processo di cambiamento. Qui sta il ruolo delle forze politiche, dei sindacati, delle organizzazioni di categoria, dell’associazionismo, dei luoghi di cultura e ricerca e delle istituzioni ad ogni livello. E’ un ruolo fondamentale e non derogabile se si vuole davvero perseguire l’obiettivo di ricucire e rilanciare l’Italia. E i territori possono e devono svolgere una funzione essenziale per indicare priorità a Regione e Governo, unire le comunità e portare interessi diversi a condividere una stessa strategia di sviluppo capace di produrre realmente la fuoriuscita dalla crisi e l’avvio di una nuova stagione di maggiori opportunità per tutte e tutti.

Non si possono davvero fare calcoli di corto respiro, perché sono sbagliati in partenza. L’unico modo per vincere questa sfida è giocarla tutti insieme, ognuno con la propria storia, la propria identità e le proprie responsabilità. Sapendo che dalla qualità di questa ricostruzione dipenderà la qualità del paese che lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti.

 

 

 

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Pubblicato in Lavoro e Lavoratori

I 100 anni dalla nascita del Pci siano un’occasione per riflettere sull’oggi e sul futuro

PCI centanni

Il PCI ricordato da un quasi cinquantenne

di Alessandro Mazzoli
Bandiera pci 350 260Viterbo – Il 21 gennaio di 100 anni fa, a Livorno, nasceva il Partito comunista d’Italia dalla scissione del Partito socialista italiano e come sezione nazionale dell’Internazionale comunista costituita all’indomani della rivoluzione d’ottobre del 1917.

L’Italia aveva appena vissuto il “biennio rosso” caratterizzato dalle lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, ma, contemporaneamente, erano in corso i preparativi che avrebbero portato Mussolini al potere nel 1922 e all’avvento del fascismo.

Una fase drammatica della storia italiana ed europea.

Durante il regime fascista, a partire dal 1926, il PCd’I fu costretto alla clandestinità e i suoi dirigenti all’esilio ed ebbe una storia complessa e travagliata all’interno dell’Internazionale negli anni venti e trenta fino al ritorno alla legalità nel 1943 quando cambiò nome in Partito comunista italiano. Questo cambiamento non sembri banale, perché non lo fu e non lo è.

Passare dall’essere una sezione dell’Internazionale comunista a forza politica che rivendica una propria autonomia nazionale in quel contesto storico non fu indifferente e pose le basi per la costruzione di un grande partito di massa ancorato al proprio paese e interprete formidabile di una parte via via crescente della società italiana.

Il Pci è stato il più grande partito comunista dell’Europa occidentale e questo dovrebbe indurre a considerazioni storiche, politiche e culturali adeguate alla portata di questa vicenda.

Nel senso che questo non può essere spiegato semplicemente con la divisione del mondo in blocchi e con la forza di persuasione di un’ideologia (cose pure rilevanti, ma che hanno agito per ogni partito), ma è necessario indagare quegli elementi di originalità che hanno contraddistinto l’identità materiale e l’azione politica di quel partito.

Sono numerosissime le iniziative annunciate per la celebrazione di questo anniversario. Sia di carattere locale che nazionale. Evidentemente la vicenda storica del Pci ha ancora molte cose da dire, e non soltanto agli storici ma alla società e alla politica italiane.

Del resto nelle radici dell’Italia democratica e repubblicana c’è il contributo essenziale dei comunisti che unirono le loro forze a quelle dei democristiani, dei socialisti, degli azionisti, dei repubblicani, dei monarchici, dei liberali e degli anarchici. Lo fecero nella lotta di liberazione dal nazifascismo, lo fecero nei lavori dell’Assemblea costituente per la scrittura della Costituzione italiana. Lo fecero con la convinzione che la scelta del campo democratico fosse l’unica possibile.

Il Pci ha saputo essere una casa accogliente per milioni di persone. Aderire a quel partito non era facile. Bisognava essere introdotti da due iscritti che garantivano per te e a quel punto la domanda di adesione veniva esaminata.

Eppure il Pci raggiunse la cifra di 2 milioni di iscritti perché seppe essere un punto di riferimento sicuro in un contesto segnato da spinte assai più intense di quelle che viviamo adesso e che invocavano un mondo migliore. Per questo l’adesione al Pci era una scelta di libertà, di emancipazione e di appartenenza ad un modo di essere della politica che si arricchiva e si cementava nella dimensione di comunità in cui la partecipazione ad un disegno collettivo era la cifra principale della militanza.

Naturalmente essere interamente immersi in una vicenda collettiva e condivisa ha portato anche a difenderla come se si dovesse presidiare una presunta integrità o perfezione. Il che, in diversi passaggi, ha esposto quell’esperienza al rischio di smarrire il senso critico necessario a capire e correggere limiti ed errori. Così come non ha consentito di vedere per tempo il grado di consunzione del regime sovietico.

In ogni caso il ruolo del Pci fu cruciale in tutte le vicende che portarono a cambiamenti profondi del paese proprio perché non fu una “caserma” ma un punto di coagulo di sollecitazioni al cambiamento per l’affermazione di nuovi diritti. La stagione che va dalla fine degli anni 60 agli anni 70 certamente fu segnata dal terrorismo e dalle stragi, ma anche dalla crescita dei movimenti giovanili, del sindacato, del femminismo che posero nuove domande alle quali si rispose determinando cambiamenti senza precedenti.

Si possono ripercorrere brevemente: Statuto dei lavoratori, abbassamento della maggiore età, nuovo diritto di famiglia, il divorzio, la legge sulle lavoratrici madri e quella sugli asili nido, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, l’aborto, la riforma di Franco Basaglia.

In questo la scelta del Pci conteneva una doppia chiave. La consapevolezza che l’obiettivo del governo nazionale era precluso, ma a compensare una democrazia bloccata c’era la convinzione di conquiste possibili e non per caso una parte di quelle riforme trovò in Parlamento una maggioranza più ampia di quella a sostegno dei vari governi che si succedettero in quel periodo.

E, in fondo, è la stessa doppia chiave che consentì al Pci di svolgere un ruolo di governo rilevantissimo nel sistema delle autonomie locali e nei territori dimostrando di avere a disposizione una classe dirigente diffusa e preparata capace di misurarsi con passione e pragmatismo con tutti gli aspetti della vita reale delle persone e delle comunità.

Le esperienze delle giunte di sinistra in tante amministrazioni locali rappresentarono un elemento di dinamismo che contribuì a rafforzare dal basso la democrazia del paese e a consolidare il rispetto reciproco tra forze diverse e spesso diametralmente opposte.

Anche perché, tutto questo, avveniva dentro il vincolo stretto della guerra fredda in cui l’Italia costituiva un punto d’equilibrio particolarmente delicato e, nello stesso tempo, essenziale.

La stessa storia del viterbese è disseminata di bellissime esperienze di amministrazioni locali guidate dai comunisti o di cui i comunisti erano parte importante, tanto a livello comunale quanto a livello provinciale e regionale.

E senz’altro la migliore sintesi di capacità, passione e spirito di abnegazione che distingueva i dirigenti del PCI è rappresentata proprio da Luigi Petroselli, dal suo percorso personale e politico e dallo straordinario patrimonio che ci ha lasciato.

Sarebbe bello se questo anniversario potesse essere l’occasione per tornare a discutere serenamente e seriamente dei partiti. E cioè di quello strumento che serve a rappresentare e promuovere la società per alimentare costantemente la democrazia.

Il Pci insieme alle altre grandi forze popolari italiane, pur dentro limiti e contraddizioni, hanno costruito questo. Quei partiti consentivano ai più umili di diventare classe dirigente attraverso un percorso che era fatto di formazione politica e culturale e di acquisizione di un bagaglio di esperienze senza le quali c’è solo improvvisazione.

Un esempio di questo è stata senz’altro la figura di Emanuele Macaluso che ci ha lasciato due giorni fa e che si avvicinò al Pci per ragioni sociali, vista la povertà della propria famiglia e poi il sindacato, il partito, le lotte furono la sua vera scuola. Forse è anche di questo che si torna ad avvertire l’esigenza.

Sono molti anni che si teorizza come soltanto chi non ha avuto nulla a che vedere con la politica sia più adatto ad amministrare la cosa pubblica perché non abituato o non propenso al compromesso. Ma questo, come era facile prevedere, si è dimostrata un’idea sbagliata che ha impoverito il tessuto democratico, il dibattito pubblico e la stessa qualità delle decisioni.

Le democrazie più avanzate e mature si organizzano e si reggono sui partiti. Più i partiti sono trasparenti e capaci di rappresentare le grandi domande della società più rendono forte la democrazia. Non è davvero questione di nostalgia.

Semmai è l’auspicio che le celebrazioni dei 100 anni dalla nascita del Pci offrano uno spunto e un contributo per riflettere sul presente e sul futuro della sinistra, dell’Italia e dell’Europa in un passaggio storico inedito come questo in cui la pandemia obbliga a ripensare priorità e strumenti dell’agire politico. E’ il tempo di una nuova prova che va affrontata con coraggio e lungimiranza.

Alessandro Mazzoli
Partito democratico
Articolo scritto e pubblicato su Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564

 

 

 

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Pubblicato in PCI centanni

Per la ripresa e la resilienza servono le comunità locali

Per la rinascita del Frusinate 

Partecipazione e movimenti, quel qualcosa che non ci fa tornare alla “normalità” di prima.

di Alessandro Mazzoli
LAVORO 350 260L’appello promosso da Alteri, Galeone, Notarcola e Pellecchia, cui ha aderito anche UnoeTre.it, e che in questi giorni sta raccogliendo molte sottoscrizioni, ha il merito di aprire una discussione non più rinviabile e di richiamare forze politiche, sociali e sindacati ad assumersi le proprie responsabilità per il bene di tutti.

La pandemia da coronavirus ha devastato e sta devastando il mondo intero e, contemporaneamente però, ha acuito e ingigantito tutte le contraddizioni che già esistevano prima. Prima, si. In quel periodo che ormai chiamiamo tutti “normalità” ma che tanti problemi conteneva dentro di se. Tre fra tutti: la crescita delle disuguaglianze sociali, la perdita di potere contrattuale del lavoro e dei lavoratori e il cambiamento climatico. Ecco ora queste contraddizioni sono diventate più grandi e più insostenibili anche perché gravate da una crisi sanitaria senza precedenti.

È chiaro, quindi, che soltanto un intervento pubblico di grandi dimensioni, e su scala sovranazionale, può consentire di affrontare i problemi aperti e riaffermare una nuova e più giusta gerarchia di valori. Naturalmente sempre a patto che si sappia cosa fare con queste risorse.

Sicuramente uno degli esempi più significativi di intervento delle istituzioni pubbliche per fronteggiare gli effetti della pandemia è quello dell’Unione Europea che è stata capace di reagire mettendo in campo un ventaglio di misure a protezione del tessuto sociale, economico e produttivo europeo ma anche individuando alcuni filoni strategici per investimenti a medio e lungo termine.
Il più innovativo intervento dell’Unione Europea è senz’altro il programma europeo Next Generation EU, comunemente detto Recovery Fund, che è uno strumento per sostenere l’economia del Vecchio Continente e quella dei singoli Paesi più colpiti dalla crisi del coronavirus.
E’ un piano da 750 miliardi di Euro così suddivisi: 390 mld di sovvenzioni, 360 mld di prestiti.

L’insieme di queste risorse potranno essere utilizzate sulla base di tre filoni principali: sostenibilità ambientale; digitalizzazione, innovazione, produttività; equità, inclusione sociale. Ferma restando l’attenzione dei singoli stati alla stabilità macroeconomica.
All’Italia spettano 209 miliardi di Euro così ripartiti: 81,4 mld di sovvenzioni, 127,4 mld di prestiti.

Aver ottenuto questa grande mole di risorse (siamo il primo paese beneficiario) è senz’altro un successo della diplomazia italiana che ora, però, impone all’intero paese di essere all’altezza di quanto ottenuto. Bisognerà utilizzare al meglio le risorse del programma.
Il Governo italiano ha già stilato alcune linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza necessarie per l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund. Gli obiettivi salienti sono: Digitalizzazione, innovazione; Rivoluzione verde e transizione ecologica; Infrastrutture per la mobilità; Istruzione e formazione; Equità, di genere e territoriale; Salute.

Nelle prossime settimane il Governo presenterà progetti specifici coerenti con le line guida e con le indicazioni europee.
È fondamentale che i territori si preparino per cogliere queste opportunità. Per farlo bisogna favorire un’informazione diffusa su cos’è il Next Generation EU; attivare un dibattito pubblico per sensibilizzare e costruire consapevolezza sugli scenari futuri; sollecitare la costruzione di reti di interesse, innanzitutto le principali: reti istituzionali (Enti Locali, Università, ASL, Direzione scolastica), reti imprenditoriali, reti politiche e sociali (partiti, sindacati, associazioni, ecc.). Si tratta cioè di costruire una vera e propria mobilitazione che sappia guardare ai prossimi venti o trent’anni ragionando e pensando ad un vero e proprio sistema territoriale per esaltare le vocazioni esistenti e immaginare vie di sviluppo rafforzando i livelli di cooperazione e condivisione.

Nei mesi scorsi in provincia di Viterbo è stato avviato un percorso del genere. Nel mese di luglio CGIL, CISL e UIL hanno promosso una iniziativa unitaria presentando una vera e propria piattaforma per lo sviluppo locale e, nei mesi successivi altre organizzazioni come Unindustria, Federlazio, LegaCoop e ANCE hanno proposto i loro punti di vista consentendo di rendere pubblica una elaborazione molto interessante e utile alla individuazione delle priorità per il futuro. E’ soltanto un esempio, e ce ne potrebbero essere altri, di come, pur dentro una fase difficilissima, è possibile, anzi, è necessario recuperare un protagonismo dal basso che è una delle chiavi fondamentali per reagire e per cambiare.

Tutto questo perché il fatto che arriveranno molte risorse non significa che automaticamente ci saranno benefici diffusi in grado di rilanciare una crescita equilibrata e favorire nuova occupazione. Sarà indispensabile che i territori condividano al loro interno le scelte veramente qualificanti e innovative capaci di generare l’apertura di cicli virtuosi per riqualificare le aree urbane, per rendere più efficienti e meno impattanti le attività produttive, per diversificare ed incrementare le opportunità di lavoro, per migliorare i servizi pubblici e di protezione delle persone e per valorizzare le vocazioni territoriali.

È una sfida impegnativa che vale la pena di essere affrontata chiamando le comunità locali a dare il loro contributo. La partecipazione potrebbe essere quel qualcosa che non ci fa tornare alla “normalità” di prima.

 

 

 

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Pubblicato in Lotte e Vertenze

Il Recovery Fund e come lo vediamo

Per uscire dalla crisi

Il coronavirus, la crisi economica e la ricostruzione in Europa

di Alessandro Mazzoli
ursula von der leyen 380 minCon la diffusione del coronavirus e l’impatto violento avuto su tutte le società, non avendo a disposizione vaccini e cure appropriate, gli stati hanno reagito nell’unico modo che avevano a disposizione: imporre ai cittadini restrizioni molto pesanti stabilendo il cosiddetto lockdown che è consistito nell’obbligo di rimanere in casa interrompendo la gran parte delle attività lavorative e di svago, salvo quelle produttive ritenute di assoluta priorità.

Una simile decisione già in origine portava con se la conseguenza di una fortissima crisi economica. Più lunga fosse stata la fase di blocco più dura sarebbe stata la crisi. Con una chiusura meno prolungata la crisi sarebbe stata più contenuta. Ma la consapevolezza della crisi è stato un dato di fatto, e in molti paesi ha condizionato pesantemente le scelte dei governi che hanno finito per ritardare troppo la decisione del lockdown ed hanno pagato un prezzo di vite umane altissimo.

Il dilemma tra salute e lavoro, non nuovo in verità, si è riproposto e si ripropone anche in questa circostanza con effetti rilevanti sul piano politico all’interno di ogni paese e sul piano globale. E’ fuori di dubbio però che senza la necessaria sicurezza per le persone è impossibile immaginare la ripresa dell’economia.

Questi temi hanno investito in pieno anche l’Europa che, in realtà, veniva già da un periodo difficilissimo dovuto alla crisi economico finanziaria del 2007/2008 e che aveva lasciato profondi strascichi, basti ricordare la vicenda della Grecia.
La differenza è stata che, in piena pandemia da coronavirus, con la necessità di reagire il più rapidamente possibile, la politica e le istituzioni europee hanno prodotto novità rilevantissime sulle quali è giusto riflettere proprio perché rappresentano una discontinuità rispetto almeno agli ultimi due decenni. Il che, innanzitutto, la dice lunga sulla forza d’urto di questa epidemia che, peraltro, è soltanto all’inizio.

Davanti a questa emergenza è diventata immediatamente più evidente l’inadeguatezza della politica europea imperniata sull’austerity e sul controllo rigido del debito pubblico dei singoli stati. In pochissime settimane sono saltati tutti i capisaldi di un impianto conservatore che ha governato a lungo l’Europa: è stato sospeso il patto di stabilità, sono stati autorizzati sforamenti di debito pubblico, è stato radicalmente trasformato il fondo salva stati (MES), di fatto sono stati realizzati gli “euro bond” attraverso il piano definito Recovery Fund o Next Generation EU, è prevalsa la necessità della coesione europea al posto dell’egoismo dei singoli stati, la BCE ha dovuto proseguire la politica del Quantitative Easing ideata da Draghi e di cui era stata annunciata la dismissione solo qualche mese prima.

La svolta è stata possibile perché si è compreso abbastanza presto che in gioco c’era esattamente il progetto europeo. Nel senso che, se di fronte ad un’emergenza così grande non si fossero condivise le risposte necessarie a proteggere le popolazioni e ridare impulso a processi economici virtuosi, allora si sarebbe dovuto constatare il prevalere dell’impostazione nazionalista e il venir meno di quei valori comuni che diedero vita al progetto comunitario. Anche se il dibattito pubblico non sempre si è soffermato su questo, la posta in gioco è stata realmente questa: Europa si, Europa no e, quale Europa?

In questa circostanza le posizioni europeiste e comunitarie dei paesi del mediterraneo, a partire da Italia e Spagna, hanno trovato l’ascolto e la sponda di Francia e Germania e sono diventate la base per impostare una nuova stagione di politiche orientate verso gli investimenti più innovativi.

Il pacchetto complessivo è fatto di due parti: quello composto dal bilancio pluriennale UE dal 2021 al 2027 e quello del Recovery Fund. Secondo il progetto il bilancio dovrà avere nei sette anni un volume pari a 1074 miliardi di Euro, da finanziare prevalentemente attraverso i contributi netti degli stati membri dell’Unione. Il piano per la ripresa economica invece è pari a 750 miliardi di Euro. Di questi, 390 miliardi vengono erogati sottoforma di sovvenzioni, che non dovranno essere ripagati dai paesi destinatari, mentre 360 miliardi verranno distribuiti sottoforma di crediti.

 

Senza dubbio il Recovery Fund introduce un’importante novità nel panorama europeo. Per la prima volta viene prevista una condivisione del debito. Proprio per questo la Commissione europea potrà emettere dei titoli comuni sui mercati finanziari. Gli stati membri però non dovranno erogare dei soldi ma esprimere soltanto una garanzia rispetto al fatto che nel caso di necessità sostengano i titoli.
Per l’utilizzo di questi fondi la Commissione europea ha definito delle linee guida che i governi dovranno prendere in considerazione nella stesura dei piani. Tra i criteri principali di cui gli stati membri devono tenere conto ci sono la sostenibilità ambientale (in linea con l’European Green Deal), la produttività, l’equità e La stabilità macroeconomica. Per esempio la Commissione ha proposto che almeno il 20% delle risorse venga destinato alla transizione digitale e che il 37% serva per finanziare la spesa per il green. Saranno naturalmente i governi e i parlamenti di ogni singolo paese a redigere e approvare i piani nazionali che poi saranno sottoposti al vaglio della Commissione europea.

Nel complesso la “quota” italiana del Recovery Fund è di circa 209 miliardi di Euro ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti. Si tratta di cifre ragguardevoli non solo perché sono le più alte destinate ad un singolo paese, ma anche perché rappresentano un’operazione in proporzione più grande del Piano Marshall con il quale fu avviata la ricostruzione post bellica. Cioè questa decisione europea è importante non solo per la quantità di risorse mobilitate ma anche per il risvolto politico che ha portato il nostro paese ad avere un ruolo cruciale in un passaggio difficilissimo della storia dell’Unione.

E’ indubbio quindi che questo risultato sia un grande successo della diplomazia italiana. Ma per poter parlare di un grande successo dell’Italia c’è ancora molto da lavorare e non sarà sufficiente soltanto il governo e una maggioranza parlamentare. Ovviamente sono e saranno fondamentali. Ma la partita che si è aperta e la posta in gioco richiedono che il paese in quanto tale si senta mobilitato per costruire ad ogni livello le condizioni per utilizzare al meglio le risorse di cui disponiamo. Scelte chiare su progetti ambiziosi che spingano verso la modernizzazione del paese e l’equità sociale perché le due cose non sono in contrapposizione ma possono e devono andare insieme, sempre.

L’Italia ce la farà se, innanzitutto, dimostra di essere capace di un dibattito pubblico ben più adeguato di quello a cui stiamo assistendo da troppe settimane. Non si può ogni giorno discutere se il governo deve stare in piedi o deve cadere. E’ un errore perché genera confusione, ed è un inutile perdita di tempo e di energie perché a questo governo non c’è alternativa e il problema dell’Italia, oggi, non è questo.

IL terreno del confronto pubblico va velocemente spostato verso l’Italia del 2030, 2040, 2050, rimettendo al centro le nuove generazioni, consolidando i pilastri dello stato sociale attraverso investimenti massicci su istruzione e sanità e aprendo una grande discussione sul lavoro del presente e del futuro, perché green economy e digitalizzazione possono essere due straordinarie opportunità se affrontate con gli occhi dell’equità sociale, ma possono anche essere un costo enorme se visti solo e soltanto con gli occhi del profitto e del mercato senza regole.

La stessa discussione sul MES sconta approcci non solo ideologici, ma, purtroppo privi della visione necessaria sulla serietà di questa crisi e sulle necessità dell’Italia di domani e di dopodomani.
Il MES di cui disponiamo oggi non è più il Fondo Salva Stati che prevedeva l’arrivo della troika nel caso di paesi inadempienti. E’ un fondo a disposizione, sotto forma di prestito, per investimenti diretti e indiretti sui sistemi sanitari a tassi estremamente favorevoli senza condizionalità. In base alla ripartizione di questo fondo all’Italia spetterebbero circa 37 miliardi di Euro che, casualmente, equivalgono all’ammontare dei tagli che negli ultimi vent’anni sono stati apportati al Sistema Sanitario Nazionale dai vari governi che si sono succeduti.

Ma perché non dovremmo dire di si ad un prestito dedicato che ci consentirebbe di risanare e modernizzare il nostro sistema sanitario? Peraltro, diversamente dal Recovery Fund, i fondi del MES sono immediatamente disponibili e non occorre aspettare l’estate del 2021. Dobbiamo considerare che l’efficienza dei servizi sanitari, d’ora in poi, equivarrà ad un requisito di affidabilità di un paese e sarà uno degli elementi che determinerà il grado di resilienza in caso di nuove emergenze. Quindi, sia per gli errori compiuti in passato e sia per le necessità future noi abbiamo assoluto bisogno di nuovi investimenti in sanità per strutture più moderne, ricerca avanzata e servizi di prossimità ai cittadini.

Ecco, le diverse posizioni e i diversi orientamenti politici e culturali dovrebbero imboccare la strada di un confronto rivolto al futuro piuttosto che attardarsi in dispute di corto respiro e che non seminano niente di buono. Certo, è innanzitutto compito delle classi dirigenti, ma è anche compito della società nel suo insieme. Perché, mai come in questa circostanza è vero che “ci si salva e si va avanti se si agisce tutti insieme, e non solo uno per uno”.

 

 

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Riflettendo sulla pandemia Covid 19

Le conseguenze del coronavirus

coronavirus pandemia 370 minNel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli. In sostanza il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione.
Negli ultimi decenni alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.

Dunque le origini di questo coronavirus e di questa pandemia sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Nel senso che, se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo, e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se, invece, si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo. La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere una linea nazionalista e sovranista che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”.

Se una cosa è evidente è che di fronte a queste emergenze la sola dimensione dello stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche gli stati più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli. Se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali; se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente. Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema che avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. Quante morti in più ha comportato tutto questo? Non credo lo sapremo mai.

Che lo si voglia o no la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nel brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc. Ad oggi i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia e il Regno Unito, a dimostrazione della oggettiva difficoltà che hanno avuto le forze della destra ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza proprio perché rimaste chiuse in una logica nazionalista inconcludente e dannosa.

L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima del resto è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.

“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.

La salute degli esseri viventi e la salute del pianeta. È interessante ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (Prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020. Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.

In questo senso il problema del rapporto tra l’uomo e la natura porta con sé quello del rapporto tra pubblico e privato. Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora è più chiaro che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti. Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo di cui le posizioni del nuovo Presidente della Confindustria italiana ne sono un esempio. Il ruolo degli Stati tornerà a crescere e servirà una politica più determinata e più forte per riscrivere un patto per la ricostruzione in cui sia il pubblico a fissare gli obiettivi di benessere e di sostenibilità, e il privato a concorre al raggiungimento degli stessi.

Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Non sono più rinviabili la lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze, alla povertà; la lotta per affermare il valore e la dignità del lavoro. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco. Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.

L’emergenza sanitaria mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universale, e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati. L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di pace, non c’era quasi più. Per questo in occidente si è smesso di realizzarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni e, magari, con l’occasione, compiere la scelta più impegnativa di tornare ad investire di più, non solo sui vari sistemi sanitari nazionali, ma per la ricostruzione su scale europea di una filiera produttiva che garantisca dotazioni di qualità e di eccellenza per ogni evenienza. Ma non dovremo fermarci qui. Perchè la vera opzione da compiere è la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.

Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di PIL, di sicurezza e di benessere. Per quanto riguarda l’Italia è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal MES. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui il Paese, non dico si sia abituato, ma sostanzialmente si è adagiato, nell’incapacità “storica” di cambiare e di innovarsi.

Il costo di questa operazione, per essere sostenibile, deve essere ripartito su una platea più larga di contribuenti pena il suo fallimento. Il che significa che non possiamo più permetterci sacche (ormai gigantesche) di economia sommersa e illegale. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale circa 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” in modo da garantire una più larga base imponibile, una più larga redistribuzione dei costi e una più ampia partecipazione alle responsabilità dello Stato da parte dei cittadini. Conosco già l’obiezione. E’ la solita sinistra delle tasse mentre il paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dal lockdown e alla parte più fragile della popolazione.

Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del paese. Certo per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee. E’ la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute e nuove reti di protezione sociale, impresa e lavoro. Quindi non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.

Se queste considerazioni hanno senso, allora in gioco non c’è una generica ripartenza. Né per l’Italia, né per l’Europa, né per il mondo. In gioco c’è appunto verso quale modello vogliamo riaprire e ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale. Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.

 

 

 

 

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