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Rossana Germani

Rossana Germani

Rossana Germani nata a Sora il 5 Maggio 1975. Amante della scrittura, prima ancora che della lettura, ho coronato il mio sogno pubblicando il libro "Storie in centrifuga - Napoli non molla!" scritto insieme a Lorenzo Rossomandi.
Sono a bordo della redazione di CiesseMagazine dove scrivo articoli e curo anche la rubrica di cultura, libri e poesia. Collaboro con UNOeTRE.it

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Una croce rossa sulla scritta Napoli

 LOTTE E VERTENZE

La vicenda della Whirlpool di Napoli è la vertenza simbolo da cui passa la verifica sulla realizzazione degli impegni del Governo sulla questione meridionale e sull’occupazione industriale al Sud». Un racconto di amori, gioie, dolori, belle avventure e sfide coraggiose e quasi impossibili

di Rossana Germani*
Napolinonmolla 400 minEra il 31 maggio del 2019 quando Vincenzo Accurso vide per la prima volta una “croce rossa” segnata sul sito di via Argine e quindi su tutti i lavoratori della Whirlpool di Napoli che lui, in quanto Rsu, rappresentava. Era andato fiducioso quel giorno Vincenzo a Roma. Finalmente, dopo mesi di attesa e continui rinvii, era riuscito, insieme a tutti i sindacati, ad ottenere quell’incontro al MISE con il Governo e la multinazionale americana.

Ma vogliamo farvi toccare con mano lo stato d’animo di Vincenzo in quel 31 maggio di tre anni fa, riportandovi fedelmente le parole che lo stesso Vincenzo ci ha donato e che noi abbiamo riportato fedelmente nel romanzo “Storie in Centrifuga – Napoli non molla!”.

Ricordiamo a tutti che questo è un romanzo che prende spunto dalla vertenza Whirpool ma che racconta storie di vita frizzante di alcuni di quegli operai ma anche storie di fantasia che ben si incastrano con quelle reali. Raccontiamo amori, gioie, dolori e tante belle avventure e sfide coraggiose e quasi impossibili. Abbiamo sempre detto che dietro, dentro e fuori quella fabbrica ci sono persone, famiglie intere con ognuna una loro storia. Noi ne abbiamo riportato alcune che hanno dello straordinario e forse anche del magico e le abbiamo fuse con altre frutto della nostra creatività. E poi c’è anche la narrazione in prima persona di Vincenzo ed è quella che riportiamo qui di seguito:

«Ero lì, seduto ad ascoltare, seduto sui miei 16 anni di lavoro, ero lì, ma la mia mente andava altrove, e poi si fermava, si bloccava e continuava a non voler credere a quello che ahimè aveva già compreso, ma non voleva farmi conoscere.
La mattina del 31 maggio è iniziata con appuntamento di tutti i colleghi della RSU che si riunivano alla stazione e insieme alle segreterie territoriali si dirigevano a Roma, per un incontro con la direzione, in una sala dell’hotel Cavour a pochi passi dalla stazione Termini.
Nei mesi precedenti avevamo più volte chiesto all’azienda di conoscere gli sviluppi del piano industriale che avevamo firmato solo pochi mesi prima. Era diventata quasi una prassi cadenzata di settimana in settimana: avevamo chiesto anche alle segreterie nazionali di insistere con il governo per avere risposte in merito. In quel treno oltre alle conversazioni ordinarie si parlava di noi e del nostro futuro e c’era la necessità di fare qualche battuta, di trovare qualcosa di apotropaico che riuscisse a rendere più leggero quel viaggio, nonostante fossimo su di un treno veloce unico scalo per noi a Roma, il nostro cuore, stava avendo troppe fermate e sembrava non arrivare mai.

Guardando i miei colleghi, ripensavo agli otto anni consecutivi di riduzione continua di stipendio e orari di lavoro, alle rinunce che eravamo stati costretti a fare assieme ai nostri figli alle nostre mogli, ai nostri mariti. Tutto questo per sostenere la grande crisi che stava attraversando l’industria del comparto del bianco, il governo stanziava ammortizzatori sociali per sostenere il gruppo. L’azienda aveva dichiarato continui tagli al personale e manovre che servivano a contrastare e cercare di superare la crisi. Gli anni e gli incontri si susseguivano e ad ogni incontro le notizie non erano mai confortanti, si ritornava sempre con tagli, incentivi all’esodo e consistenti ammortizzatori sociali che garantivano una continuità produttiva ma portavano in sé una crisi ancora non risolta e soprattutto riduzioni salariali. Ad oggi sono dieci anni che non percepiamo uno stipendio pieno. La nostra è una crisi che viene da lontano, ma non quella della multinazionale ma bensì quella dei lavoratori, stipendi ridotti, per lungo tempo, modificano sensibilmente il proprio status sociale, ridimensioni la tua vita, quella dei tuoi cari e le opportunità, gli svaghi, i divertimenti, gli acquisti e tutto ciò che puoi fare tenendo conto della tua capacità economica. Quello che prima era normale od ordinario, come prendersi una pizza o mangiare al ristorante oppure comprare un vestito o un giocattolo di proprio gusto, da quel momento non lo era più. Comprare un giocattolo od un vestito al proprio figlio non è una questione di gusto ma una questione di prezzo, è una questione di possibilità, e non si parla di mangiare in un tre stelle Michelin o di comprare l’ultimo videogioco uscito che tutti vogliono avere, qui si parla della possibilità di prendere parte alla felicità, felicità garantita da una comunità, un Paese, quella data da una semplice pizza od un panino, un giocattolo gradito al proprio figlio, una scelta che non può e non deve essere barattata con i bisogni primari, la possibilità di poter pagare mutuo, bollette, cure mediche o altro.storieincentrifuga 450 min

Con questo scenario, ci apprestavamo a risederci al tavolo del 25 ottobre, sperando che prima o poi la crisi finisse, e allora tutti avremmo potuto guardare il futuro con occhi diversi, non più con speranza e timore ma come certezza e benessere. Ricordo ancora tutti i timori che circolavano in fabbrica tra colleghi, avevamo bisogno di sentirci dire altro, già troppi colleghi avevano deciso di andare via, chi per troppi debiti accumulati, chi perché non riusciva più ad andare avanti in quel modo, le riduzioni salariali avevano messo in difficoltà un po’ tutti, molti riuscivano a fare i salti mortali ma altri non potevano permettersi nemmeno quelli.

L’attesa, in quella sala di albergo, era una tortura, ma ormai eravamo lì, era solo questione di pochi minuti. Arrivammo a quell’hotel dove fummo convocati per conoscere i nuovi programmi Whirlpool per l’Italia. La tensione era tanta ma eravamo fiduciosi del fatto che con l’accordo dell’ottobre 2018 la compagnia si era impegnata col governo italiano per un piano di sviluppo importante.

C’ero anche io quel giorno di ottobre al Ministero dello sviluppo e economico (MISE). Quello fu veramente un momento di tensione. Il rischio di un taglio del futuro della fabbrica di Napoli era concreto. E già mi stavo preoccupando di come poter riferire questa decisione alle centinaia di amici e colleghi al mio ritorno. Pregai dentro me stesso perché quella non dovesse essere la notizia da dare. Entrammo nel parlamentino all’interno del Mise, sala messa a disposizione dove discutere del nuovo piano Italia, una tra le prime persone che mi trovai davanti fu uno degli ex direttori di fabbrica, Luigi La Morgia. La Morgia fu uno di quei direttori che in fabbrica è stato ben voluto e che, lavorando in squadra, riuscì a raggiungere altissimi risultati, tra questi il riconoscimento del miglior sito Whirlpool del mondo, ottenuto grazie al coinvolgimento, la partecipazione e l’unione di tutte le maestranze. Quel premio non solo incideva sulla qualità del prodotto e sull’efficienza della lavorazione ma bensì attestava il valore degli operai di Napoli come team e capacità lavorative. Ricordai le parole di La Morgia quando a una festa di fine anno, salito sul palco a fine spettacolo ci disse: «Questa fabbrica potrebbe essere esportata in qualsiasi parte del mondo. Però le persone che sono qua, la terra, la passione che c’è in questa fabbrica non si può replicare da nessun’altra parte… questo è il vero fattore di successo di questa fabbrica… non ve lo dimenticate mai.»

Ora aveva un’altra carica, era General Manager del lavaggio Emea ed era lì per spiegare parte del piano Italia, quello che riguardava proprio noi. Prima di cominciare l’incontro, per rassicurarci, ci disse di non preoccuparci perché ci avrebbe fatto vedere che il piano per Napoli era uno dei migliori, era solido e avrebbe ridato lavoro pieno alla nostra fabbrica. E in effetti per quello che ci fu presentato, fu proprio così, si parlava di sviluppo di investimenti di nuovi prodotti e progettazione, una lavatrice nuova che avrebbe racchiuso i marchi più importanti dell’alto di gamma Whirlpool. Fecero vedere anche alcune immagini di questa nuova lavatrice, dimensioni, estetica, alcune caratteristiche, modifiche innovative, tutte cose che toglievano ombre dai nostri cuori, tutto ciò che desideravamo e che segnavano, evidentemente, la fine di tanta sofferenza.

Tutto questo spazzava come un vento tiepido il freddo che pian piano si era insinuato in quei lunghi anni e finalmente si risentiva il caldo tepore del domani. Mi ricordai che preso da tanto entusiasmo iniziai a messaggiare ai miei colleghi, trasferii il mio entusiasmo, non vedevo l’ora di ritornare a Napoli per poter raccontare, fare un’assemblea e dire a tutti che era finito il periodo buio, vedere negli occhi dei miei compagni di lavoro di nuovo quella luce che da un po’ non brillava più.

Il viaggio di ritorno in treno, benché durasse solo un ora, sembrava non finisse mai, le telefonate, i messaggi erano continui, tutti volevano sentire, volevano sapere, ma soprattutto cercavano di attingere dal mio entusiasmo e quello dei miei compagni di viaggio. Ricordai quell’assemblea la mattina dopo, finì con un grande applauso e con abbracci e risate. Quelle risate erano come il cinguettio degli uccelli appena finita la tempesta, nell’aria senti ancora l’odore della pioggia, in lontananza ti sembra ancora di sentire un brontolio dal cielo, ma in alto su di te c’è un canto leggero che ti trasporta con sé e ti fa volare lontano, lontano nei giorni, lontano nel tempo.

Adesso però, in quell’hotel, la direzione ci avrebbe dovuto dare delle risposte. L’entusiasmo iniziale, creato da quella firma del nuovo piano industriale di rilancio, cominciò ad assopirsi. I giorni passavano, il lavoro rimaneva uguale, ma presto si sarebbero dovuti fare i primi investimenti, in fabbrica si lavorava su azioni atte a garantire la sicurezza e l’ergonomia delle postazioni di lavoro, il famoso WCM (modello FCA), che oltre a trovare soluzioni di questo tipo cerca di trovare soluzioni anche agli sprechi. Ogni postazione veniva studiata, ogni movimento veniva corretto, nuove strutture venivano create e pensate tutte per realizzare al meglio le linee guida del WCM. Questo faceva presagire l’imminenza degli investimenti, faceva ben sperare per tutti noi lavoratori, ma i giorni si susseguivano, e ogni volta che la RSU chiedeva all’azienda qualche informazione riguardante il piano Italia, che fossero gli investimenti sui macchinari, che fossero le lavatrici che dovevano arrivare, la nuova piattaforma, il modello o altro riferito al piano, le risposte erano evasive, solo un “non preoccupatevi, arriveranno, state tranquilli”, ma di concreto non si vedeva nulla. Infatti, dopo varie sollecitazioni in fabbrica, decidemmo di fare pressione con le segreterie territoriali e nazionali. Volevamo delle risposte non solo dai nostri responsabili di fabbrica ma direttamente dalla dirigenza. Ma le risposte continuavano ad essere poco esaurienti. Facemmo allora richiesta al governo di essere convocati per discutere del piano Italia insieme all’azienda, un tavolo ufficiale per monitorare a che punto fossero gli investimenti e l’avanzamento del piano.

Di nuovo si stava rabbuiando tutto, di nuovo sembrava che in lontananza si stesse preparando un’altra tempesta o meglio, quella tempesta non era mai andata via, si era solo nascosta dietro a qualche montagna lontana dalla nostra vista. Dopo tante pressioni e tante voci che si susseguivano tra i lavoratori finalmente, il 31 maggio 2019, abbiamo una convocazione da parte dell’azienda per parlare del nostro futuro.

E adesso sono qui.

Galleggianti in un limbo, in un vuoto buio, senza nessuna delle due certezze, solo con appigli costruiti sulle proprie ansie, che si sgretolavano ad ogni ragionamento.

Dentro la sala in attesa della dirigenza Whirlpool c’era tutto il coordinamento, tra di noi si parlava, tutti molto nervosi, temevamo che non sarebbe stata una riunione chiarificatrice, ma bensì sarebbe arrivata una notizia non piacevole.

La Morgia era stato nominato da pochi mesi Amministratore Delegato del gruppo Emea Whirlpool, questo continuava a farci sperare bene, le sue parole in confidenza poi, avrebbero dovuto avere un peso, se non politico, sicuramente umano; dopo essere stato nostro direttore, la sua carriera in Whirlpool ha preso il volo, grazie alle conquiste e i meriti fatti assieme nello stabilimento di Napoli, e sicuramente con quelle stesse parole del 25 ottobre e con quello spirito ci avrebbe detto cosa ci dovevamo aspettare e ci avrebbe di nuovo rassicurato.

Era appena arrivata la dirigenza Whirlpool, i loro sorrisi facevano presagire distensione e stringere la mano alla domanda come va doveva essere un calmante per tutta quella tensione che ognuno di noi portava dentro, ma a breve sarebbe diventato solo un altro colpo di lama inferto alle nostre spalle.

Ero su quella sedia con i miei compagni intorno e ascoltavamo, immaginavamo e in cuor nostro speravamo, poi apparve una slide alle spalle di chi ci spiegava le loro intenzioni sulla fabbrica di Napoli.

Una CROCE ROSSA sulla scritta NAPOLI.

Un segno, quasi una marcatura a fuoco messa alla stessa maniera in cui si segna il bestiame.

E con quella freddezza, con quella inumanità, fu marchiata la nostra consapevolezza di essere bestiame, mandati al macello. Il codice deontologico che da sempre la Whirlpool millanta, ora aveva un’amarezza di erba velenosa, lasciata crescere volutamente ai margini del campo. Nella sala ci fu un attimo di silenzio, quell’aria calda, strana, ferma, che dicono si percepisca quando avviene un terremoto. Con un distacco che fa rabbia, lo senti come un brivido freddo sulla pelle ma come un fuoco bruciante nelle vene perché quel distacco è un prendere le distanze, è abbandonare, è gettare via non un sito produttivo, ma persone, futuro, vite.

Mentre la mente ti allontana, ti confonde, cerca di distrarti, il corpo capisce, il corpo reagisce e tu stanco gli chiedi di non combattere ma di lasciarsi ascoltare, e in quel momento ritornano le voci dei compagni al tuo fianco, ritornano le immagini più nitide, ora senti le urla, ora senti la tua rabbia e reagisci, ma per non perdere il proprio controllo la mente si allontana un poco, giusto per farti rimanere integro, per non far scomparire quello che sei veramente. La mia sensazione, non posso ricordare realmente tutte le emozioni, e forse è un bene, so che mi sono protetto ma ricordo che sono riuscito ad avvicinarmi al nostro ex direttore, al nuovo AD della società che solo pochi mesi prima stringendomi la mano mi aveva promesso che sarebbe andato tutto bene, che il futuro sarebbe finalmente stato roseo. Avanti a me c’era una verità spogliata dalla falsa umanità, ma una cruda realtà arrivista, opportunista, una brama nuda di potere. Le mie parole verso quell’uomo, le mie prime parole: “se tu fossi stato uomo mi avresti dovuto dire la verità per quegli uomini che con te hanno lavorato e oggi hai tradito. Ma, a distanza di tempo, mi rendo conto che quelle parole, che per me dovevano rappresentare un pugno allo stomaco, per quanto fossero cariche di umanità e per quanto sudassero dolore, per quanto esprimessero rancore, rabbia, invece non erano in grado di colpire chi non ha in sé quelle emozioni, chi si è privato di valori, chi ha venduto sé stesso.

Ricordo il turbinio di emozioni mie e dei miei compagni, le loro reazioni, un unico sentore condiviso rabbia mista a delusione, il sentirsi traditi, il sentirsi svenduti. Ricordo gli attimi concitati, e la fuga all’esterno come se dentro non ci fosse più aria, la necessità di respirare di nuovo.

La risposta era fin troppo chiara a noi, non servivano le parole, il grafico era fin troppo chiaro, quella ics rossa era pulsante del sangue di 420 famiglie, era una croce su tutti noi. Il tempo in quel momento si stava dilatando, i suoni e le parole in quella sala stavano sparendo, rimanevano solo le immagini e quella strana aria ferma, poi all’improvviso il ritorno alla realtà, alla velocità giusta, all’amaro presente, Il nostro caro ex direttore ci diceva che il sito di Napoli veniva ceduto, chiuso, scaricato. Un misto di rabbia e dolore prese tutti noi della RSU di Napoli, i sentimenti principali erano delusione, tradimento, abbandono, questi erano più forti degli altri sentimenti come la paura lo sconforto e dell’incertezza del proprio futuro.

Il treno ancora non era partito. Gli sguardi, le parole amare, la paura che ci aveva provocato quella riunione erano adesso parcheggiate per un attimo di riflessione. Ci sentivamo traditi dalla multinazionale, alla quale avevamo dedicato sacrifici, dedizione e la nostra vita stessa, la chiamavamo “mamma Whirlpool” perché era stata per noi una madre alla quale noi avevamo dato il nostro amore incondizionatamente, e quando si parla di amore nel lavoro vuol dire donarsi interamente, con sacrificio spirito di iniziativa e comportamento esemplare. Veniva a crollare uno dei pilastri della vita di ognuno di noi, non solo il lavoro ma anche la propria cara mamma Whirlpool, una mamma che non ti lasciava mai in difficoltà era sempre pronta ad ascoltarti e consolarti e pronta a sostenerti e metterti in piedi.

Quel giorno da figli realizzammo di essere vittime della sindrome di Stoccolma. Ritornammo a Napoli, e anche qui il viaggio in treno benché fosse di solo un’ ora era infinito, ci aspettavano i nostri compagni, i nostri fratelli, gli altri figli abbandonati, ricordo bene quei momenti e la nostra assemblea fatta lì sulle scale dell’ingresso della fabbrica, tutti lì, su di noi non c’erano più uccelli che cantavano, aveva piovuto, si sentiva forte l’odore della pioggia, che si mischiava alle lacrime dei lavoratori. Spendemmo tante parole, parole di rabbia, parole di rancore ma anche tante parole di ribellione, di riscatto e di forza, non eravamo disposti ad accettare tutto quello, non lo meritavamo per come ci siamo donati, abbiamo vissuto, e abbiamo amato quel luogo, quel lavoro che per noi rappresenta tutto. Tra tutte le parole quella che rimase più forte di tutte e ancora oggi riecheggia e valse come un giuramento tra di noi ma soprattutto un monito e un canto di battaglia per gli altri, per tutti: “Napoli non Molla”.»

Ora, dopo tre anni di lotte, manifestazioni in ogni dove e in varie modalità, e dopo il licenziamento da parte della multinazionale americana, quegli ex lavoratori della Whirlpool vogliono almeno che siano rispettate le ultime promesse da parte del governo. È arrivato il momento dei fatti.

In data 30 maggio 2022, in una nota congiunta, Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil e responsabile elettrodomestico e Rosario Rappa, responsabile nazionale del Mezzogiorno per la Fiom-Cgil, dichiarano:

«Domani, 31 maggio, sono 3 anni dall’annuncio dell’amministratore delegato della Whirlpool della chiusura del sito di via Argine a Napoli.
Sono stati 3 anni di iniziative e di lotta per tenere aperta una realtà produttiva importante per il Mezzogiorno e per la città di Napoli. Una realtà chiusa con arroganza dalla multinazionale americana che ha deciso di delocalizzare la produzione di lavatrici di alta gamma. Il governo non ha potuto né voluto fermare la delocalizzazione di Whirlpool, determinando così l’effetto domino di una serie di chiusure di stabilimenti che risalgono a circa un anno fa come GKN, Gianetti Ruote e Timken.

Adesso il tempo è scaduto. Auspichiamo che si realizzi l’impegno assunto dal Prefetto di Napoli, e dalle Istituzioni, locali e nazionali, affinché arrivi la convocazione del tavolo di crisi presso il Mise per siglare entro il 30 giugno un accordo quadro in cui si sancisce l’avvio del processo di ricollocazione all’interno della vigenza degli ammortizzatori sociali dei 317 lavoratori ex Whirlpool alle medesime condizioni economiche e normative e il percorso di formazione di tutto il bacino a partire da luglio 2022.

Quindi, ringraziamo il Prefetto di Napoli per il lavoro svolto fin dal suo insediamento a sostegno della svolta positiva della vertenza, oltre alla proposta, raccolta dalle lavoratrici e dai lavoratori, di costruire un circolo come presidio di democrazia e legalità nei locali di via Argine. Come ringraziamo anche l’Arcivescovo di Napoli Don Mimmo Battaglia che dalla nomina non ha mai fatto mancare il suo appoggio alle lavoratrici e ai lavoratori con la sua presenza dentro lo stabilimento, la pastorale sul lavoro tenuta dentro la Whirlpool un anno fa e con il costante riferimento alla vertenza dall’apertura del Sinodo della chiesa di Napoli all’assemblea sinodale del 14 maggio scorso presso via Argine.

Confidiamo che gli impegni assunti da Comune, Regione, Governo e Consorzio vengano rispettati per dare avvio al progetto di reindustrializzazione del sito. Qualora tale impegno non dovesse realizzarsi, passeremo dal presidio all’occupazione dei tetti dello stabilimento.

La vicenda della Whirlpool di Napoli è la vertenza simbolo da cui passa la verifica sulla realizzazione degli impegni del Governo sulla questione meridionale e sull’occupazione industriale al Sud».

 articolo pubblicato anche su CiesseMagazine
*Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

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Pubblicato in Lotte e Vertenze

1° Maggio: Lavorare tutti, lavorare meno

 PRIMO MAGGIO 2022

Ma ci si può fermare un momento? È davvero questa la vita che vogliamo?

di Rossana Germani*
storie in centrifuga 390 minSi vive di lavoro, si vive per il lavoro, si muore di lavoro e si muore per mancanza di lavoro.
È chiaro a tutti che bisogna lavorare per poter vivere in modo dignitoso e soddisfare, quindi, principalmente i bisogni primari e poi, magari anche per dare un po’ di soddisfazione alle proprie passioni. Ma per queste ultime occorre il tempo, e il tempo non si ha a disposizione se si deve lavorare. Insomma, è un cane che si morde la coda e così è un bel problema vivere anche per chi ha un lavoro che uccide i desideri e i sogni irrealizzabili per mancanza di tempo.

Ma di lavoro si muore anche fisicamente. Ci siamo quasi abituati a sentire di queste notizie. Il lavoro che uccide chi fa turni con orari estremi e in condizioni ambientali impossibili da sopportare per i meno “resistenti", e poi c'è il lavoro considerato sicuro anche se spesso non vengono rispettate le norme sulla sicurezza sul lavoro. Colpa del datore di lavoro che punta sempre al massimo profitto aggirando alcune norme sulla sicurezza, o del lavoratore stesso che, facendo tutti i giorni, quasi meccanicamente, come un automa, gli stessi movimenti e le stesse operazioni, si abitua anche al rischio, al pericolo, e forse non rispetta tutti i protocolli. Ma questo è molto difficile da stabilire e, comunque, diciamolo chiaramente che il lavoratore non ha mai delle colpe. La colpa vera è del sistema che ci obbliga a “fare fare fare”, sempre più, sempre più velocemente e sempre più come se quel prodotto o servizio fosse fondamentale per la sopravvivenza del genere umano.

E poi c’è la concorrenza da battere. Con la globalizzazione questa corsa è aumentata. E allora ecco che gli imprenditori, per lo più i grandi imprenditori, le multinazionali, ad esempio, che ci mettono un attimo a chiudere uno stabilimento per riaprirlo dove ci sono meno costi di manodopera. Porto come esempio la Whirlpool perché ne conosco bene la vicenda avendo scritto un libro, insieme a Lorenzo Rossomandi, sulle storie degli operai del sito di Napoli (“Storie in Centrifuga – Napoli non molla").
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Raccontiamo le storie di vita quotidiana di alcuni di quegli operai traditi dalla loro fabbrica che chiamavano “mamma Whirlpool”. Raccontiamo storie romanzate degli operai che vivevano bene la loro vita lavorativa che spesso era amalgamata alla loro vita privata.
Il loro è un esempio di chi aveva un lavoro, lo amava (cosa rara a dir la verità) e lo ha perso.
Perdere il lavoro è sempre un dramma, ma perderlo nel napoletano è qualcosa di ineguagliabile. Lavorare in quella fabbrica rappresentava poter vivere senza farsi assorbire all’illegalità.
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Lui è Vincenzo Accurso, che fa parte della RSU dei lavoratori della Whirlpool di via Argine a Napoli.
Non è un buffone Vincenzo, no! Vincenzo è solo un uomo che lavorava in una multinazionale che poi ha deciso di delocalizzare dopo aver approfittato di ammortizzatori sociali e di tutti gli incentivi che il nostro governo aveva concesso pur di far continuare la produzione nel Napoletano.
Ma anche qui è arrivato Giuda e ha condannato tutti quei lavoratori, 320 più un migliaio dell'indotto, alla crocifissione. Vincenzo è il simbolo della lotta, della resistenza e dell'opposizione ad un sopruso fatto a scapito di tutti quei lavoratori ma anche all'Italia intera visto che la multinazionale è rimasta impunita disattendendo agli accordi presi con il nostro governo e i con i sindacati.

Conosciamo il lavoro come unica speranza di vita, conosciamo il lavoro che ti toglie la vita, ma conosciamo anche e il lavoro che non ti permette di vivere la tua vita, il tuo tempo.
Io credo che bisognerebbe fermarsi un attimo e tornare all'essenziale.
Perché si deve lavorare per la maggior parte della giornata? Perché non proviamo a lavorare tutti e lavorare meno? Risolveremmo due problemi in un colpo solo: quello della disoccupazione e quello dell’insufficiente tempo libero.
Lo so che i miei sono, forse, discorsi utopistici, ma io sono fatta così. Vorrei davvero che potessimo vivere in modo più armonioso tra noi tutti ed avere più tempo libero per vivere veramente, perché non si può, a mio avviso, vivere per lavorare o lavorare troppo per vivere. Credo invece che un giusto compromesso sia necessario per non sprecare questa meravigliosa botta di fortuna che ci è capitata: la vita.

Il progresso tecnologico ha portato ad alleggerire il lavoro umano e, con sempre più robot, si sarebbe dovuto arrivare a sostituire l'uomo nelle fasi produttive e invece non è proprio così. Ci sono sempre quelle 8 ore che rubano tempo prezioso.
Ma se pensate che sia un'utopia lavorare meno per lavorare tutti, vi sbagliate. I Paesi più lungimiranti stanno andando verso quella direzione. La Finlandia ha ridotto la settimana lavorativa a 4 giorni ormai da anni e i risultati sono positivi. La produzione è addirittura aumentata come pure la soddisfazione dei lavoratori, naturalmente. Stessa strada hanno preso la Spagna e la Svezia e anche la Germania e la Francia sono orientate in quella direzione abbassando l'orario di lavoro o accorciando la settimana lavorativa mantenendo sempre lo stesso stipendio.

Addirittura nel rigoroso Giappone, la Microsoft, facendo lavorare soli 4 giorni a settimana i suoi dipendenti, ha visto schizzare la produttività e ridurre le spese ad esempio di energia o carta. E questo proprio perché sono migliorate le “prestazioni” dei lavoratori che sono meno stressati e più felici avendo migliorato la qualità della propria vita con più tempo per dedicare agli hobby o comunque alla propria vita privata.
E da noi in Italia? Quando riusciremo a fare nostro questo modello di lavoro?

Bisognerebbe cercare di ribaltare questi concetti: "Il lavoro come unica speranza di vita, il lavoro che ti toglie la vita e il lavoro che non ti fa vivere". Bisognerebbe cercare di arrivare ad un giusto compromesso.
Ma ci si può fermare un momento? È davvero questa la vita che vogliamo?
Qualche giorno fa ho visto un documentario su una piccola comunità di indigeni che vivono isolati in un'isoletta sperduta nel Pacifico. Non avevano nulla di tutti i beni di consumo che siamo abituati ad avere noi, eppure li hanno descritti come persone felici. Certo, la loro aspettativa di vita non supera i 65 anni ma quei 65 anni li vivono pienamente godendo di ogni singolo secondo, insieme, in comunità, senza far altro che procurarsi il pesce per sfamarsi e l'acqua per dissetarsi.

Mi chiedo se non sia il caso di fermarsi un po’ invece di continuare questa corsa che ci sta portando verso l’autodistruzione.

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

 

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Pubblicato in Lavoro e Lavoratori

Come dimostrare la colpevolezza di Mimmo Lucano?

 CRONACHE&COMMENTI

904 pagine di "motivazioni" per cercare di dimostrare la colpevolezza di Mimmo Lucano.

di Rossana Germani
MimmoLucano 390 minIl Tribunale di Locri non è riuscito a dimostrare che Mimmo ha rubato e allora scrive:
«ha strumentalizzato il sistema dell'accoglienza a beneficio della sua immagine politica»

Ma basta sapere che la sentenza ha addirittura raddoppiato le richieste dell'accusa, arrivando a condannare Mimmo a 13 anni e due mesi di carcere, per capire l'assurdità di tutta questa vicenda.

E poi, è chiaro a tutti che Mimmo non ha preso un solo euro per se ma ha solo agito per il bene dei bisognosi come specificato
dalla sentenza del Tar confermata dal Consiglio di Stato nel 2020:
Che il “modello Riace fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione – si legge nella sentenza – è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti”.

Eppure tra queste oltre 900 pagine c'è scritto «nulla importa che l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca – come orgogliosamente egli stesso si è vantato di sostenere a più riprese – perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza».

Si leggono altre cose assurde come i profitti futuri, arricchimenti personali che Lucano avrebbe avuto in futuro: «l’acquisto di un frantoio e di numerosi beni immobili da destinare ad alberghi per l’accoglienza turistica su cui egli sapeva di poter contare a fine carriera, per garantirsi una tranquillità economica che riteneva gli spettasse, sentendosi ormai stanco per quanto già realizzato...».

Mimmo risponde con queste parole:
«Praticamente il Tribunale mi condanna sulla base di dubbi e di falsità. Il colonnello della guardia di finanza che è stato interrogato ha detto che non ho patrimoni e che non era mia intenzione arricchirmi. Io non ho nulla. Mi domando come mai in tanti anni di indagine gli investigatori non hanno mai trovato un euro nelle mie tasche. Lo hanno detto anche in aula. Dov’è questo tesoro? Non potranno mai dimostrare che mi sono arricchito semplicemente perché la realtà è diversa ed è quella che io ho sempre raccontato».

Ma invito a rileggere:
«ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza»

Mimmo amareggiato e deluso commenta:
«Non mi aspettavo complimenti ma neanche che il Tribunale mi condannasse sulla base di cose non vere. Le risultanze del processo dimostrano altro. È tutto molto strano. Dal processo non si evince per nulla l’interesse economico. Perché devo subire quest’aggressione mediatica basata su accuse infondate? Si infanga ancora una volta la mia immagine ma io non voglio che la gente abbia dubbi su di me. Aspetto di consultarmi con i miei avvocati per l’appello. Sono sicuro che dimostrerò la mia innocenza».

Gli avvocati Giuliano Pisapia e Andrea Daqua, difensori dell’ex sindaco di Riace scrivono:

«Lo condanna per associazione a delinquere con motivazione inconsistente, anzi insussistente. Scambia per peculato le attività di valorizzazione del territorio perseguite da Lucano e previste dal manuale Sprar. Il Tribunale parla di povertà “apparente” di Lucano nonostante le misere condizioni economiche di Lucano siano state accertate dalla Guardia di finanza e confermate in udienza dalla stessa accusa. Siamo curiosi di completare la lettura e lo studio delle motivazioni per comprendere il restante ragionamento del Tribunale».

Resto speranzosa in attesa di una nuova sentenza che ribalti questo impianto che ha stravolto e affossato il modello Riace lodato in tutto il mondo e ha condannato un uomo per la sua troppa umanità. Aspetto che "Il fuorilegge" sia riabilitato anche dalla legge perché la stragrande maggioranza delle persone a livello mondiale, a partire da vari capi di Stato lo hanno fatto già da tempo mostrando a Mimmo la loro solidarietà.

#iostoconmimmolucano
#fare politica non è reato
#la solidarietà non è reato

 

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

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Pubblicato in Cronache&Commenti

La Percia¹. Esempio di transizione ecologica

TRANSIZIONE ECOLOGICA

Un passo indietro ma guardando al futuro e pensando ad un futuro migliore per tutti

di Rossana Germani
lapercia da sin Remo Cinelli il presidente di Legambiente lAmasena e Massimiliano Di Cesare min

In una domenica di inizio novembre mi sono ritrovata a passeggiare in una piazza del mio Comune (Monte San Giovanni Campano) e, improvvisamente, sono stata catapultata nel passato ma con lo sguardo volto al futuro, in una sorta di molla per ritornare alle origini e darsi lo slancio per migliorare l'ambiente e la nostra vita presente ma soprattutto futura.

Era una iniziativa di incontro in piazza per far conoscere alcuni dei protagonisti di un nuovo modo di concepire il lavoro e l'ambiente. Un ritorno al passato, ricordando le vecchie tradizioni, le vecchie coltivazioni, allevamenti e tecniche costruttive, ma utilizzando anche le nuove conoscenze per avere un impatto ambientale pressoché nullo e un lavoro che riporti ad apprezzare e a dare il giusto valore e la giusta misura alle persone, alle cose, agli animali e a tutto l'ambiente intorno a noi.

Era la “Giornata del Ringraziamento” organizzata dal circolo Legambiente Lamasena e l'Associazione Culturale Colli con la collaborazione di Res Ciociaria.
Un evento che la CEI invita a celebrare da 71 anni per ringraziare le messi della terra e promuovere l'equa distribuzione dei beni della terra stessa e il rispetto dell'ambiente.
Legambiente, dunque, con l’associazione “Lamasena" e l’associazione culturale Colli, ha portato in piazza i protagonisti di di un mondo fatto di agricoltura biologica, economia solidale, rapporti autentici e umani che ci permettono di migliorare noi stessi e gli altri e migliorare quindi tutto il contesto intorno a noi che riguarda quindi il nostro abitare, mangiare e vivere in generale.

Il progetto “Lamasena" – come spiega il presidente di Legambiente Remo Cinelli - è un filo rosso che unisce 5 comuni che si snodano intorno al torrente Amaseno che in passato, nella nostra civiltà contadina, permetteva ad esempio ai certosini di Collepardo, comune da dove parte il fiume, di scendere fino a Colli per coltivare il proprio grano per poi riportarlo alla Certosa di Trisulti. Il percorso del fiume è stato quindi utilizzato dall'associazione “Lamasena” per unire i comuni di Strangolagalli, Boville Ernica, Monte San Giovanni Campano, Veroli e Collepardo da dove parte il torrente Amaseno. Questa associazione “Lamasena" – spiega ancora il dottor Cinelli -unisce i 5 comuni e le persone che ne fanno parte e mette insieme anche le idee dei protagonisti di tante iniziative da molti anni a questa parte. Ci sono orti sinergici nelle scuole, biotecnologia, biodiversità e tutto quello che si può fare per vivere in modo più etico senza distruggere quindi il territorio e l'ambiente tutto.

Uno dei partecipanti rimasto a questa nobile impresa è Massimiliano Di Cesare, un partenopeo trasferitosi in Ciociaria con la sua compagna Valentina per attuare il loro progetto di vita: la Percia.
Nati e vissuti a Napoli, due anni fa trovano il coraggio di lasciare la loro città per trasferirsi in una campagna ciociara per dare concretezza al loro progetto di vita. Hanno scelto il comune di Pastena, un territorio incastonato tra le colline circondato da tanto verde e lontano dalle città.
Sono giovani Massimiliano e Valentina, e spostandosi dalla città alla campagna si sentono dire spesso che hanno fatto la migrazione al contrario.
Il loro è un progetto di rivalutazione del mondo rurale, puro, fatto di buon cibo e aria pulita e di tutela ambientale. Un mondo diverso da quello della città dove molti vivono con sofferenza quella vita così frenetica fatta di corsa al tempo, di lavoro “artificiale", di aria irrespirabile, di troppo cibo e cose superflue.

Hanno deciso di fare un passo indietro ma guardando al futuro e pensando ad un futuro migliore per tutti. È un progetto di lavoro agricolo, di ripresa delle vecchie abitudini, colture e culture ma nell'ottica lungimirante verso la sostenibilità ambientale. Ma è anche un progetto sociale: vogliono creare relazioni, momenti di crescita, di confronto, di solidarietà e sensibilizzazione. Vorrebbero essere da esempio per stimolare a tornare a credere nella vita rurale, far conoscere il loro progetto agricolo ma anche e soprattutto quello legato all'edilizia.

“Siamo attualmente impegnati nella costruzione della nostra casa: una struttura fatta di legno e paglia, quindi utilizzando materiali innovativi per quanto riguarda la nostra idea, la nostra concezione di edilizia ma che in realtà sono materiali che sono sempre stati utilizzati nell'edilizia con tutti i buoni motivi: sono materiali naturali che utilizzati in un certo modo ottimizzano le strutture quindi migliorano la nostra vita e, oltre a farci risparmiare notevolmente su consumi, materiali naturali che recuperiamo facilmente nei nostri territori e che nel momento di un eventuale smaltimento della casa possono tornare alla terra senza nessun problema quindi l'impatto ambientale totale di un edificio di questo tipo è praticamente pari a zero. È un edificio che quindi prova a valorizzare quello che il territorio propone, che sia pietra, che sia la paglia che sia l’utilizzo saggio del legno e prova come tipo di costruzione a stimolare quelle che sono una serie di attitudini che noi abbiamo sempre avuto e che stiamo perdendo perché le abitudini e la comodità a cui ci stiamo abituando da qualche decennio, ci stanno facendo perdere anche quelle minime capacità di tutelare e conservare le nostre case o addirittura di poterle costruire, di poter costruire mobili, di poter costruire utensili per essere autosufficienti ed indipendenti. Noi ci stiamo rendendo schiavi della nostra comodità e questo è un po’ un paradosso che forse noi stiamo vivendo in quest'epoca di grande progresso economico dal punto di vista di come stiamo studiando il progresso economico. Noi invece siamo legati ad un'idea di progresso diversa, ad un'idea di avanzamento di territorio, ad un'idea di evoluzione diversa che possa andare a riscoprire tutte quelle che sono le antiche attitudini che noi avevamo e proporne di nuove”. I due giovani napoletani hanno quindi ripreso le vecchie tradizioni costruttive ma le stanno riprendendo sulla base della modernità degli studi attuali. Massimiliano spiega come la costruzione della loro casa con paglia e legno sia assolutamente sicura, a prova di terremoto ma anche di fuoco o vento grazie proprio ai nuovi studi.

Dal punto di vista ignifugo, infatti, ci dice che una balletta di paglia ha una ritardo nell'incendiarsi estremamente importante nei confronti del cemento. E le ballette utilizzate nella costruzione sono ancor più pressate rispetto alle normali balle e vengono incastonate in 9 centimetri di intonaco fatto esternamente per lo più di calce.
Quindi la loro casa di paglia e legno non è proprio come quella della favoletta dei tre porcellini. Con le nuove tecniche di bioarchitettura è inattaccabile dal vento, dal fuoco ed è anche molto resistente agli eventi sismici.
Anche per quanto riguarda il modello agricolo stanno provando ad attuare dei sistemi che non prevedono in alcun modo l'utilizzo di fertilizzanti o chimica. Anche qui, come nell'edificio potrebbe sembrare di utilizzare nuove tecniche ma in realtà, dopo aver osservato il boom economico e la rivoluzione che ha portato anche nel modo di coltivare la terra, e il danno ambientale subito, Massimiliano e Valentina stanno cercando di trovare delle forme solidali che possano far immaginare uno scambio che non si basi più solo sul profitto e sul denaro ma che possa attuarsi in altri versi e in altre modi. Ad esempio lo scambio del tempo, come si faceva una volta: la solidarietà di tutta la comunità, fatta di aiuto reciproco, e quindi di lavoro comunitario ma con l'utilizzo delle nuove conoscenze a livello ambientale.

Grazie al loro esempio si potrà tornare ad essere orgogliosi di dire di lavorare la terra, allevare e procurarsi la sussistenza da sé, in modo indipendente dal progresso economico ma sfruttando nella giusta misura il progresso scientifico per avere un pressoché nullo impatto ambientale.

#comincio io

LaPercia prodotti 650 min

1 - Percia è un sogno, un progetto di vita e di azienda

 

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Pubblicato in dai Comuni del Lazio

3 ottobre 2013

OTTOBRE 2013. STRAGE DI MIGRANTI

368 persone morte annegate

di Rossana Germani
Portadeuropa 390 minA pochi metri dalla costa di Lampedusa perdono la vita 368 persone. Uomini, donne, bambini, neonati.
368 persone morte annegate.
367 bare. Già, ne abbiamo risparmiata una perché qualcuno dal grande cuore non ha voluto separare quella mamma col bambino appena nato e ancora attaccato al suo cordone ombelicale.
Quella strage l'ha vissuta dal vivo lui, Pietro Bartolo. Ha aperto lui tutti quei sacchi per fare le ispezioni cadaveriche. Tutte lui. E le ha fatte anche sui bambini e sui neonati. Su quei bambini, belli, vestiti a festa con magliette rosse perché i loro genitori volevano che in caso di naufragio venissero visti subito e subito salvati.
E invece no. Non sono stati salvati. Sono stati "ripescati". Questo nessuno deve dimenticarlo...nessuno. Tutti dobbiamo ricordare questa data: 3 ottobre 2013. Poteva essere la data dalla quale cominciare una nuova politica sull'immigrazione, sugli sbarchi e verso un nuovo modo di vedere quelle persone - perché ricordiamoci che quei numeri sono persone - e magari anche trovare un modo intelligente per far ripartire il nostro Paese e non solo il nostro. Sappiamo infatti che l'Italia è un paese di anziani e loro potrebbero essere anche una risorsa. Insomma, se proprio non li si vuole vedere dal punto di vista umano, potremmo essere egoisti e vederli dal lato economico in un'ottica lungimirante.

Ma oggi, almeno, ricordiamole quelle vittime e stringiamoci al dolore dei familiari e di chi ha provato in tutti modi a salvarli. Uniamoci al dolore di chi porterà per sempre nella sua memoria tutte quelle persone a cui ha dovuto dare un'identità affinché non fossero ricordati solo come dei numeri. E questo non è un lavoro qualsiasi. Si tratta di aprire dei sacchi dove sai che dentro c'è un tuo simile che però ha terminato bruscamente la sua vita e al quale devi prelevare un pezzo del suo corpo per identificarlo ( un dito, una costola o addirittura la testa del feto, sì, proprio così, la testa, pensiamoci un po'...). E ti senti responsabile perché il medico dovrebbe salvare vite non accertarne la morte. Soprattutto un medico che ha studiato per diventare ginecologo. Avrebbe solo voluto prendere in braccio bambini appena nati e scuoterli per fargli fare il primo pianto e il primo respiro. E invece lui, Pietro Bartolo, quei bambini li scuote, sì, li guarda negli occhi disperatamente alla ricerca di un accenno di vita che sa di non trovare e che lo fa disperare facendogli fare gli incubi peggiori che si possano fare. L'ho sentito dire: "sai, non l'avessi mai fatto! Quel bambino, sembrava vivo e l'ho scosso mentre lo guardavo negli occhi perché non potevo credere che fosse morto...non l'avessi mai fatto!"

Ricordiamoci questa data e ripensiamo al nostro modo di vivere nel mondo in quanto tutti facenti parte di una grande famiglia, quella umana, e dove nessuno dovrebbe decidere o sentirsi responsabile della morte di qualcun altro.
E proprio oggi a Lampedusa è stato inaugurato il restauro della Porta d'Europa, simbolo di speranza per un'Europa più accogliente e solidale.

3 ottobre 2013
3 ottobre 2021

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia. Pubblicato anche su CiesseMagazine

 

 

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Quando si è colpevoli di umanità, solidarietà, umiltà

MIMMO LUCANO, RIACE E I GIUDICI

Il Tar e il Consiglio di Stato nel 2020: "..modello Riace assolutamente encomiabile..."

di Rossana Germani
Mimmo Lucano"Nessun essere umano può rimanere indifferente quando un altro essere umano chiede di essere aiutato. Questo dovrebbe essere il programma di vita di ogni uomo, e tutto cambierebbe”.

È stato Mimmo Lucano a pronunciare queste parole ed è stato sempre lui che le ha messe in pratica costruendo dal nulla, anzi da una realtà politica territoriale molto ostile, un paese modello.
Riguardo la sentenza che ha appena condannato Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi, raddoppiando la pena chiesta dall'accusa, vorrei chiedere: cosa ne facciamo della sentenza del Tar confermata dal Consiglio di Stato nel 2020?
“Che il “modello Riace” fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione – si legge nella sentenza – è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti”.

Mimmo tempo fa commentò così quel periodo di forte ostilità: “Sono molto amareggiato. Siamo in una situazione difficilissima determinata dal fatto che hanno voluto sopprimere Riace perché politicamente dava fastidio e bisognava fare tutto il possibile per mettere fine alla punta più avanzata dell’accoglienza”.

Dopo il pronunciamento del Tar, anche il Consiglio di Stato ha stabilito che il Ministero dell’Interno all’epoca ha deciso di agire quanto meno troppo in fretta, senza dare la possibilità all’amministrazione di sanare eventuali irregolarità o mancanze, per altro neanche contestate o segnalate nemmeno con una diffida.
Dunque, quel progetto Sprar, revocato dal ministero dell’interno guidato dall’allora ministro Salvini, non doveva essere revocato: questo in sostanza tuona la sentenza del Tar, prima, e del Consiglio di Stato, a seguito del ricorso del Viminale, poi.
Scrivo con la tristezza nel cuore…

Io ho parlato con Mimmo, ho sentito la sua voce più volte al telefono. È una voce vera, genuina di uomo comune, non di persona sofisticata che vuole dimostrare di essere importante, ricercato o prezioso. Sapete com’è andata la prima volta? Gli ho mandato un messaggio WhatsApp chiedendogli se fosse disponibile per un'intervista, concordare l'orario e mostrargli le domande che mi ero preparata. E lui un istante dopo mi ha risposto che avrei potuto chiamarlo subito e che non occorreva che gli mostrassi prima le domande perché avrebbe potuto rispondere a qualsiasi quesito. Io sono rimasta spiazzata perché non mi ero preparata psicologicamente a sostenere l'intervista subito, in quel momento, e così ho temporeggiato pensando a come rispondergli in modo da prendere tempo per prepararmi meglio. Poi un secondo messaggio diceva: “quando mi chiami?” In me scattò il panico: “cosa faccio adesso? Lo chiamo? Gli dico tra un'ora? Due? Domani?” Stavo andando in confusione quando ecco arrivare la sua chiamata a sistemare tutto. Mimmo è un uomo che sa metterti a tuo agio subito. Con lui non esiste il “lei". Ci siamo dati subito del tu e poi, vedendo il mio naturale imbarazzo ha cercato di togliermici subito dicendomi che una sua cugina si chiama come me e mi ha chiesto se conoscevo la Calabria. Abbiamo parlato per un po’ anche dei miei parenti calabresi, perché lui è così, spontaneo e vero: era come se stesse parlando ad una persona che conosceva da tanto.

Nelle altre chiacchierate, più che interviste, con lui, mentre parlavamo aveva i bambini intorno che giocavano, lo chiamavano, lo abbracciavano. Io sentivo le loro voci, erano felici di stare con lui e sentivo lui con quanto amore si rivolgeva a loro. Sì è preso cura di loro da subito.
Sì, è colpevole Mimmo, ma la sua colpa si chiama umanità, solidarietà, umiltà.

Tra le sue colpe ad esempio c’è quella di aver rilasciato nel 2016 la carta d’identità a due persone che – secondo la Procura – non ne avevano diritto.
“Si trattava di una madre Eritrea col suo bambino […] Al loro arrivo, il piccolo aveva solo sette giorni. Furono inseriti in uno dei progetti di accoglienza a Riace, ottenendo la casa e i bonus sociali in quanto beneficiari dei servizi di accoglienza ed assistenza. L’8 agosto ai due venne rilasciato il certificato di residenza, proprio perché inseriti nell’elenco anagrafico dei residenti del Comune di Riace. I fatti che mi vengono contestati dalla Procura di Reggio Calabria risalgono a poche settimane dopo, al settembre del 2016, quando, nel mio ruolo di sindaco, avevo effettivamente rilasciato due carte di identità alla donna eritrea e a suo figlio, di soli quattro mesi. Fu l’assistente sociale a venire a chiedere in Comune il documento per entrambi e lo ritenevo corretto sia perché i due avevano già seguito la procedura di inserimento, sia perché il piccolo aveva bisogno in tempi rapidi di una tessera sanitaria per poter essere visitato da un pediatra. Aveva seri problemi di salute e, se la carta di identità era necessaria per permettergli di iniziare al più presto un percorso di cure, non avrei esitato un istante a rilasciarla. Eppure, mi viene contestato il reato di falsa attestazione, secondo l’articolo 480 del codice penale, in quanto, in qualità di sindaco, rilasciavo alla madre e al bambino di quattro mesi, la carta d’identità senza permesso di soggiorno. Un equivoco giuridico che, a mio avviso, si pone in evidente contrasto con i principi costituzionali e con i diritti umani”.

Aspetto fiduciosa tutti i gradi di giudizio ma la sentenza di oggi mi ha lasciato davvero senza parole!
Ma voglio riportare ancora una volta la sentenza del giugno 2020:
“Che il “modello Riace” fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione – si legge nella sentenza – è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti”.

Un forte abbraccio a Mimmo da tutta la redazione di unoetre.it

 

MimmoLucano 1200 min

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia. Questo articolo è pubblicato anche su CiesseMagazine

 

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Pubblicato in Cronache&Commenti

Sora partecipa alla sciopero globale per il clima

LOTTE E MOVIMENTI

Fridays for future a Sora

Fredayforfuture 1 600 min

di Rossana Germani
Ieri mattina a Sora, presso il parco Santa Chiara nella villa comunale, si sono riuniti gli studenti di tutte le scuole del territorio per manifestare contro il cambiamento climatico e riportare l’attenzione sulle proposte che avevano già fatto nel 2019.
Gli studenti non sono andati a scuola per partecipare allo sciopero globale per il clima e dimostrare – come evidenziato nel loro comunicato - quanto sia importante per loro la tematica dell’ambientalismo e quanto la loro lotta possa segnare il futuro di tutti e tutte.
Di seguito l’intervista alla coordinatrice di FridaysForFutureSora C. L. che, insieme ad A. T. e L. V. resporg, che ne curano tutta l'organizzazione, era in piazza a manifestare.

Perché voi studenti oggi siete scesi in piazza? Cosa chiedete?
Siamo qui oggi per riprendere quei temi che sono già stati presi in considerazione nel 2019, quando c’è sta la prima manifestazione qui a Sora perché, purtroppo, questi obbiettivi, queste proposte che noi abbiamo fatto al Comune, come rendere più ecologici i posti di lavoro e le scuole con i distributori d’acqua, con la raccolta differenziata, le strade pulite, i pali per ricaricare le macchine elettriche …, sono arrivate al comune ma poi c’è stato il blocco del Covid e chi le afreday Sora 390 minveva ricevute e proposte non si è preoccupato di essere perseverante e quindi sono andate perdute. Quindi noi abbiamo ripreso questo progetto del “Fridays” e l’abbiamo riportato quest’anno con l’obbiettivo questa volta di andare fino in fondo. Questa estate abbiamo ripreso il progetto, abbiamo cominciato a lavorarci e una settimana fa siamo andati in Comune per chiedere le autorizzazione necessarie per la manifestazione di oggi.

Vi sentite parte di un progetto di protesta giovanile a livello globale?
Sì, quella di oggi è una manifestazione a cui noi abbiamo partecipato a livello globale, quindi tutti gli studenti di tutte le piazze del mondo stanno facendo quello che noi abbiamo provato a fare oggi qui a Sora.

Chi c’è in piazza con voi oggi?
Oggi siamo scesi in piazza anche con la rete degli studenti medi che è una rete a livello nazionale. Noi siamo la rete degli studenti medi di Sora e ci muoviamo con quella del Lazio, quindi regionale.
Con noi anche il rappresentante del circolo di Legambiente di Frosinone, Stefano Ceccarelli.

Qual è la vostra speranza e il vostro messaggio?
Freday Sora 2 390 minNoi speriamo che il Comune, vedendo che la partecipazione c’è stata, prenda in considerazione le nostre proposte. Il messaggio importante che vogliamo far passare oggi è che noi studenti siamo scesi in piazza e abbiamo deciso di saltare un giorno di scuola perché potevamo farlo e perché abbiamo avuto la coscienza morale e la coscienza civile di farlo, però avremmo voluto che anche gli insegnanti avessero saltato un giorno di scuola per scendere in piazza con noi invece hanno deciso semplicemente di andare a scuola. Stessa cosa per i lavoratori, ovviamente chi avrebbe potuto saltare un giorno di lavoro, che non sono scesi con noi. Quindi rimane un movimento di una generazione, e questo non va bene.
C’è bisogno che i poteri dall’alto, l’amministrazione comunale, il governo, sia italiano, sia europeo, sia a livello globale, prendano delle decisioni, perché noi possiamo decidere di fare la raccolta differenziata a livello locale, possiamo decidere di non mangiare cibi provenienti da allevamenti intensivi, ma non per questo le multinazionali smetteranno di produrre degli oggetti ad alto rischio ambientale, non smetteranno di produrre fast fashion, e quindi noi possiamo fare la nostra parte però siamo qui in piazza per dire a chi è più grande di noi che prenda il nostro esempio di coscienza morale e faccia qualcosa.

 

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Pubblicato in Lotte e Vertenze

“Una vita per cambiare”

 LIBRI PRESENTATI DA UNOeTRE.it

Fulvio si rende conto che l'uomo ha il dovere di mettersi in gioco...

di Rossana Germani
una vita per cambiare 390 minUn libro arricchisce e opera un cambiamento nel lettore, sempre e comunque, al di là del tipo di lettura. Certo, molto dipende dal libro scelto, anche se credo che ogni libro vada letto, perché ogni autore può lasciarci qualcosa di positivo dentro, accrescendo il nostro bagaglio, non solo culturale, ma, soprattutto, ci apre al mondo fornendoci una visione più ampia e più aperta su ogni cosa.

Ci sono alcuni libri che assolvono più di altri questo compito sia perché contengono valori importanti sia perché l'autore riesce con la scrittura a materializzare ogni evento, facendo uscire dal libro e gravitare intorno al lettore tutti quei principi e valori che senza quella lettura sarebbero forse rimasti in uno stato di quiescenza.

Qualche giorno fa sono stata alla presentazione di un libro che mi ha lasciato molto dentro e, lo stesso evento, organizzato in un paesino di montagna non molto facile da raggiungere, a circa 900 metri di altitudine, isolato da tutto e molto suggestivo, ha contribuito a rendere efficace, incisiva e formativa quell'ora, o poco più, di lezione da parte di tutti coloro che sono intervenuti alla presentazione come giornalisti o professori universitari e soprattutto l'autore.

Ermisio Mazzocchi è attualmente cultore presso l’università di Cassino e del Lazio meridionale della materia per l'insegnamento di Storia delle dottrine politiche, di storia della comunicazione politica, di Pensiero politico e questione femminile. In precedenza ha ricoperto rilevanti incarichi politici, dunque, come poteva scrivere un semplice romanzo? Questo infatti non è un romanzo come ce ne sono molti con una storia interessante del protagonista avulsa dalla realtà che ci circonda e che ha un inizio e una fine. No, questo romanzo, il primo romanzo di Ermisio Mazzocchi, è cresciuto e si è amalgamato con la realtà, con la nostra realtà, in quest'Italia che ha dovuto subire tutti i crimini di guerra, il terrorismo con le grandi stragi come quella della stazione di Bologna, tutti gli attentati allo Stato (Moro, Falcone, Borsellino, Livatino, solo per citarne alcuni) e le infiltrazioni mafiose. Ma è anche l'Italia dei partigiani, della Costituzione e dei grandi uomini come Berlinguer, la cui morte verrà sentita anche dagli avversari politici. È l’Italia delle conquiste dei diritti, anche quelli delle donne. Ed è in questo scenario di fondo e di contorno, seppur leggero, che cresce la storia di Fulvio, il protagonista, insieme alla sua Giulia, colei che per prima ha cominciato ad aprirgli gli occhi e ad inculcargli il tarlo del dovere inteso come partecipazione più attiva alla vita collettiva.

Il protagonista ci impiega “una vita per cambiare”, come riporta il titolo del libro. Da uomo dedito al lavoro, prima, e anche alla famiglia, poi, Fulvio si rende conto, man mano che passa il tempo, grazie agli incontri e alle discussioni con gli altri personaggi, che l'uomo ha il dovere di adoperarsi, dare il suo contributo partecipativo, di mettersi in gioco, di agire e fare tutto ciò che è nelle sue possibilità e capacità, per cercare di migliorare la società in cui vive; il cambiamento personale che va ad incidere e a contribuire al cambiamento collettivo. Fulvio, pur dotato di una positiva volontà, non riusciva ad aprirsi alle necessità sociali e all'impegno civile. È solo grazie al dialogo e al confronto, con gli altri personaggi che Fulvio riesce a completarsi e a essere partecipante attivo del cambiamento. “Sentiva che ciò che gli era intorno e gli era apparso estraneo fino ad allora faceva parte del suo mondo. Non poteva rimanere inerte di fronte agli avvenimenti che riguardavano la vita ed il futuro di tutti. Sentiva che qualcosa andava fatto con urgenza. Era arrivato il momento di agire".

Nonostante il grande tema trattato, l'autore è stato capace di rendere il libro scorrevole, piacevole e a tratti “piccante” (vi sono descritte anche scene erotiche). C’è dentro la vita completa dei protagonisti: dalla loro crescita attraverso l'impegno con lo studio, al lavoro, alla famiglia ma anche alle relazioni esterne e all'impegno politico. È un romanzo che lascia qualcosa dentro.

Come Giulia ha fatto un gran lavoro, lentamente e senza forzature, che ha portato al cambiamento del suo Fulvio, così il romanzo, nella sua completezza, con tutti i dialoghi costruttivi contenuti, grazie a tutti i personaggi, ognuno ricoprente un ruolo importante, riesce ad operare un cambiamento in noi. Con me ci è riuscito: dopo averlo letto mi sento ancora più coinvolta nelle vicende che mi circondano, perché, come fa intendere l'autore, l'uomo da solo non ha ragione di esistere. Noi siamo il risultato di incontri, relazioni, connessioni e, soprattutto, partecipazione alla vita pubblica, collettiva. Tutti possono operare un cambiamento in noi come noi in ognuno delle persone con cui riusciamo ad interagire.

“Una vita per cambiare” ci accompagna in questo cammino, sempre in salita, verso il progresso dell'uomo che ha come obbiettivo il raggiungimento di quegli ideali di fratellanza, solidarietà, uguaglianza e rispetto reciproco che nelle epoche precedenti erano un'utopia e che qualcuno ultimamente sta cercando di frenare. Ecco, questo libro ci invita ad unirci per togliere quel freno e cercare di riprendere il cammino per il cambiamento, verso una vita migliore per tutti.

 

Rossana Germani fa parte anche della redazione di CiesseMagazine e per essa cura la rubrica di cultura, libri e poesia. Questa recensione è anche su CiesseMagazine

 

 

 

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Le ceneri rimosse

I LIBRI DI ROSSANA

Ricordiamo perché queste tragedie non si ripetano 

di Rossana Germani
belluomini 360 minCi sono dei libri che si scrivono per dovere dettato da un bisogno di fare informazione, divulgare e non far dimenticare un episodio, un evento storico o, come in questo caso, una delle più grandi atrocità commesse verso i più indifesi e senza alcuna scusante.

Ci sono dei libri che si leggono per bisogno di sapere, di comprendere ma che lasciano più punti interrogativi ai tuoi perché. E lasciano dentro un senso di grande ingiustizia alla quale nessuno può rimediare.

In questo romanzo di Francesco Belluomini il riferimento all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema non è puramente casuale ma assolutamente tendenzioso come lui stesso afferma.
L’autore ci disegna un quadro realistico della vita in quei paesi della Versilia, in quello scenario di guerra che all’inizio fa solo di contorno e soltanto verso la fine del romanzo, attraverso la storia del protagonista, entra, si intreccia e si conclude con il crimine di guerra commesso nei confronti di civili inermi, tra cui molti bambini.
Ci fa assistere impotenti alla preparazione di quel crimine e al suo compimento mostrandoci la drammaticità della storia anche di chi, dopo aver aiutato i nazisti si è poi ritrovato vittima del suo stesso operato.

Dodo, il protagonista, dopo aver vissuto la sua adolescenza a Sant’Anna, additato come mentecatto, ci accompagnerà fino alla fine del romanzo e sarà protagonista colpevole ma allo stesso tempo innocente di un’azione che avrebbe dovuto riscattarlo dalle ingiustizie subite in adolescenza soprattutto dai suoi coetanei, ma che poi si rivela ad egli stesso un’azione alla quale non troverà più nessuna giustificazione perché lo porta ad assistere a quella ferocia contro molti bambini minori di dieci anni, alcuni dei quali neonati o addirittura, feti.

Bene ha fatto l’autore a rimuovere le ceneri da quel crimine e portarlo alla luce con questo romanzo perchéceneririmosse 350 min ricordare e divulgare è un dovere.
E allora ricordiamo quel giorno di 77 anni fa.

All’alba del 12 agosto del 1944, tre reparti delle SS salirono a Sant’Anna di Stazzema in provincia di Lucca mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle sopra il paese di Valdicastello. I tedeschi, aiutati da alcuni fascisti trucidarono 564 abitanti, civili: erano donne, anziani e 130 bambini.
Stazzema era considerata un rifugio per i più deboli, donne, anziani e bambini, sfollati da paesi limitrofi bombardati e ridotti in cenere. Divenne invece teatro di crudeltà atroci nei confronti dei più deboli, soprattutto nei confronti di 130 bambini. Il disprezzo e lo scempio per la vita umana si completò con il rogo delle vittime nella piazza di Sant’Anna.

Il libro, pubblicato nel 1989, riporta nelle pagine finali un estratto dal dispositivo della sentenza del 31 ottobre 1951 del Tribunale di Bologna in cui i colpevoli vengono assolti da quasi ogni imputazione per il non raggiungimento di una prova sufficiente.
Ma, fortunatamente, nel 1994, il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, mentre cercava di documentarsi su Erich Priebke e Karl Hass, scoprì in uno scantinato della procura militare un armadio contenente 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente”, riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini tra cui quelli relativi al massacro di Sant’Anna. Viene così riaperta l’inchiesta che porterà a individuare alcuni dei responsabili e grazie al duro lavoro del procuratore De Paolis si arriverà alla condanna.

Anche se romanzata, l’autore fa una narrazione molto vicina alla realtà dando una informazione corretta sull’atrocità di quel crimine di guerra fatto solo per lasciare un segno tangibile nelle memorie degli italiani poiché i tedeschi già sapevano di aver ormai perso la guerra.

Ma l’ideologia che ha portato a quella strage non è stata ancora debellata come giustamente dice il sindaco di Stazzema Maurizio Verona. Per questo si è fatto promotore, in piena pandemia, di una proposta di legge di iniziativa popolare contro la propaganda fascista e nazista. In pochi mesi sono state raccolte 240mila firme, ben più delle 50 mila richieste.

Ricordiamo cos’è stato perché altrimenti la storia è destinata a ripetersi.
E non stanchiamoci mai di ripetere che il fascismo e il nazismo non sono opinioni ma crimini e quello di Sant’Anna di Stazzema è stato uno dei più efferati di quel periodo.

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.
Pubblicato anche su CiesseMagazine

 

 

 

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Il Processo

I LIBRI DI ROSSANA

Fa pensare alla vicenda di Patrick Zaki e alla continua e inspiegabile detenzione

di Rossana Germani
il processo FranzKafka copertina ritaglio 350 RusconiLibri minIl Processo, arrivato a noi grazie a Max Brod, amico dell'autore, che ignorò fortunatamente una disposizione testamentaria in cui Kafka imponeva la distruzione dei suoi manoscritti, è un capolavoro inquietante che ci rivela il turbamento psichico di una vittima innocente. Pubblicato postumo nel 1925, Il Processo rappresenta l'assurda condizione esistenziale del protagonista Josef K. che si trova d'improvviso in una trappola giudiziaria senza aver commesso alcuna colpa e senza ricevere alcuna spiegazione perché spiegazione non c’è. “d’altra parte però la cosa non può essere di troppa importanza. Lo deduco dal fatto che mi si accusa, senza che io sappia la minima colpa di cui mi si potrebbe accusare. Ma anche questo è di ordine secondario: la questione principale è: Di che cosa sono accusato? Qual è il tribunale che ha in mano la mia pratica? E voi altri, siete impiegati? Nessuno porta l’uniforme….”

Kafka ha una maniera ultrarealistica di raccontare cose che potremmo definire “cose dell’altro mondo" che però avvengono e avranno effetti in questo mondo. Fin dalla prima pagina si assiste ad una vicenda assurda, incomprensibile sia al protagonista che al lettore che vive la sua stessa angoscia e impotenza. Il tutto in un avvicendarsi di situazioni e luoghi come se sia il protagonista che il lettore si trovassero all'interno di un incubo materializzato, vissuto realmente da entrambi. In quel corridoio che si fa sempre più cupo e angosciante, il lettore spera ci sia la porta della salvezza per il protagonista, unica persona “normale" in quell’assurda vicenda.

Dalle origini ebraiche, l'autore sembra quasi aver avuto una sorta di veggenza su quello che pochi anni dopo hanno subito glipatrick george zaky 350 AmnestyInternazional min ebrei con l’Olocausto, causa di milioni di morti inspiegabili, di cui né loro né i loro carnefici hanno mai compreso il motivo.
Il protagonista viene accompagnato passo passo dai suoi custodi che nella loro garbata prigionia lo seguiranno fino all'epilogo della vicenda. È un libro che lascia il segno, difficile da dimenticare e da rileggere ma va letto almeno una volta per apprezzare la genialità dell’autore. L'ho ripreso dopo molti anni poiché ricordavo il senso di angoscia e di turbamento che mi lasciò e devo dire che stesso senso ma ancor più motivato mi ha lasciato ora.

Questo perché mi fa pensare alla vicenda di Patrick Zaki e la continua e inspiegabile detenzione portata avanti di 45 giorni in 45 giorni senza un’accusa precisa e senza un motivo preciso e dunque senza un reato preciso contestato. La differenza è chiara ed è inutile rimarcarla.

 

 

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già pubblicato su CiesseMagazine

 

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Pubblicato in I Libri di Rossana
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