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Lisa Anna Ferraris

Lisa Anna Ferraris

LIsa Anna Ferraris collaboratrice dell'associazione Italy Must Act

URL del sito web:

Devastanti conseguenze del naufragio di un gommone a Nord-Est di Tripoli.

MELITEA. Associazioni

Naufragi nel Mediterraneo “Perché sia l’ultimo.”#siamotutticoinvolti".
Ieri, dopo ore di ricerca, la nostra peggiore paura si è avverata.# L’equipaggio della Ocean Viking ha dovuto assistere alle devastanti conseguenze del naufragio di un gommone a Nord-Est di Tripoli.

Video di Join us to fight for peace?

https://www.youtube.com/watch?v=1KNhS8vgtJI

Lisa Ferraris. Gruppo Melitea
EssereUmani 370 min“Abbiamo navigato in un mare di cadaveri“

“(…) Pensiamo alle vite che sono state perse e alle famiglie che potrebbero non avere mai la certezza di ciò che è successo ai loro cari” (da Ocean Viking)

Comincia così l’ennesimo resoconto di tragico naufragio a cui l’equipaggio della nave Ocean Viking della ONG SOS Mediterranee, impegnato in azioni di salvataggio nel Mediterraneo, è costretto ad assistere inerme.
Ogni volta il cliché si ripete inesorabile: prima il lancio disperato dell’SOS da parte di qualche imbarcazione alla deriva, la chiamata telefonica alla ONG Watch The Med Alarm Phone verso tutte le autorità e, se non ci sono reazioni, alle navi mercantili o da pesca e alle ONG di salvataggio che iniziano la loro corsa contro il tempo, poi l’indifferente rimpallo di responsabilità di intervento tra le guardie costiere delle varie nazioni coinvolte in quel braccio di mare mentre trascorrono ore cruciali per chi sta annegando … e infine la mesta ricerca dei sopravvissuti che spesso si riduce al ritrovamento solo di relitti e qualche cadavere. Non meno drammatici sono i salvataggi issando a bordo uno ad uno i naufraghi in mezzo ai flutti, nella concitazione del panico generale e delle disperate grida di aiuto. E spesso non si riesce a salvarli tutti …

L’assenza di un coordinamento efficace da parte degli Stati e la totale mancanza di supporto dalle autorità marittime competenti e della missione Frontex sono la principale causa delle migliaia di morti nel Mediterraneo. Senza dimenticare l’odiosa criminalizzazione del soccorso ai migranti vittime predestinate dei trafficanti di esseri umani e della politica europea di totale indifferenza all’emergenza umanitaria. Indifferenza con cui l’Unione Europea e alcuni Paesi come l’Italia stipulano patti scellerati con Stati in guerra e in preda alla più totale anarchia, ad esempio con la Libia, o con dittature violente come la Turchia, anzi li finanzia profumatamente perché tengano lontani i disperati in arrivo dall’Africa. Come polvere sotto il tappeto, le loro tragedie vengono nascoste in centri di detenzione illegali, dove subiscono violenze e abusi indicibili o vengono venduti come schiavi in fabbriche, miniere, latifondi etc. Il destino peggiore tocca sempre ai più vulnerabili: donne, bambini, anziani, malati e disabili.

Siamo ad aprile e già oltre 400 persone sono annegate nel Mare Nostrum, un tempo culla di civiltà e scambi culturali, oggi tomba di una miriade di esseri umani in cerca di un futuro che non verrà. Alla loro solitaria tragedia si aggiunge così l’infinita pena delle famiglie dei dispersi.

In tanta sofferenza “siamo tutti coinvolti”, responsabili, se non facciamo nulla perché gli Stati membri della UE, a cominciare dall’Italia, si assumano la responsabilità di coordinare in modo efficace le attività di ricerca e soccorso in mare e data la situazione nei Balcani, anche via terra.

Siamo tutti coinvolti perché uno Stato è formato dal suo popolo. Ognuno di noi deve pretendere dal proprio governo che l’emergenza umanitaria in corso venga affrontata organicamente in modo sistematco.

Il Gruppo Melitea, con

-Coordinamento solidarietà indipendenti
-Operatori Sanitari nel Mondo
-Movimento ONG
-Internazionale Demokratika Socialista – antirazzista
-Internazionale antifascista “Stay human”
-Ho rifiutato il paradiso per non -Sardine Creative
-500 000 cittadini pronti a lottare contro ogni discriminazione
-Join us to fight for peace
-Sardine Italiane

lancia la campagna di sensibilizzazione
con la quale dare un segnale forte e chiaro al governo e alle istituzioni competenti perché si interrompa tale eccidio del quale non vogliamo più essere resi corresponsabili.

Ognuno di noi potrà pubblicare una foto di uno striscione o di un cartello con #siamotutticoinvolti o più semplicemente di una candela accesa in cui evidenzia l’ashtag
#SIAMOTUTTICOINVOLTI e pubblicarlo sui propri profili o gruppi social e condividere il comunicato.
#SIAMOTUTTICOINVOLTI

 

 
Lisa Anna Ferraris della Redazione di UNOeTRE.it, è cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 
 

 

 

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Pubblicato in Melitea (exIMA)

Trieste 17 aprile: la rotta balcanica

MELITEA. Associazioni

Una piazza europea per la manifestazione Balkanroute Calling (video)TriesteManifesto 350

Il 17 aprile sono scese in piazza a Trieste oltre 200 persone, tra loro anche molti attivisti, persone provenienti da varie città italiane e europee scese in piazza per portare solidarietà a chi tutti i giorni porta aiuto, cure e sostegno alle persone in transito lungo la rotta balcanica, rotta ormai diventata europea perché coinvolge tutti gli Stati del meridione dell’Europa.

Si è manifestato per affermare un netto rifiuto ai continui respingimenti, soprusi e violenze a cui sono sottoposti i migranti e di cui tristemente Trieste è diventata testimone.
Trieste, infatti, come si legge nel comunicato della manifestazione, “è lo snodo di arrivo delle persone in transito e nuova ripartenza: qui le rotte balcaniche si snodano verso altre mete, ed è qui, in questa zona di confine, che la polizia italiana ha effettuato respingimenti verso la Slovenia, perpetrando la pratica dei pushback a catena, all’interno di un sistema di abusi, violenze e deprivazioni, Trieste comizio mindove spiccano le torture della polizia croata, riconosciuto persino dai tribunali italiani.”

La carovana è iniziata in Piazza della Libertà, simbolo di solidarietà, la Piazza del Mondo ribattezzata da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea d’Ombra che affermano:
“Dai confini ci vengono restituiti migranti con corpi spezzati e le ossa rotte, incontriamo ogni giorno persone disumanizzate. Eppure arrivano qui con una capacità di resilienza straordinaria. Quelli che non riescono a raggiungere questa piazza, vengono catturati nei boschi, muoiono nei fiumi o vengono riconsegnati alla polizia croata che li massacra e deruba, per poi riportarli nell’inferno della Bosnia.”

La manifestazione si è poi spostata sotto il Consolato Croato ed il valico di Pesek, entrambi simboli delle politiche repressive eTrieste monumento min della violenza istituzionale.
Una piazza europea, dunque, che a dato rappresentanza a quella parte di cittadini che crede nel rispetto dei diritti, nella libertà di movimento e che condanna quei progetti finanziati dalla commissione europea, progetti che forniscono supporto finanziario, ad atti che contribuiscono alla violazione dei diritti umani, un Europa fatta da individui e non solo di finanza.

Franco Sartori del progetto Lesvos Calling dichiara: “Non vogliamo parlare di emergenza, perché è un concetto strumentale, vogliamo puntare il dito contro i colpevoli di questa situazione, contro chi attua respingimenti a catena e chiedere canali sicuri, libertà di movimento, documenti e permesso di soggiorno per tutti ed il rispetto delle vite umane.”
La solidarietà non può essere messa sotto attacco o venire considerata un crimine, le persone in transito non possono essere rinchiuse in campi che assomigliano sempre di più a veri e propri lager.

Dalla piazza di Trieste il grido è stato unanime: "noi sappiamo, non saremo mai complici e non resteremo mai indifferenti!"
Foto tre
Speriamo che questo sia l’inizio di un cammino che porta ad una presa di coscienza collettiva e di solidarietà, perché se è vero che nessuno si salva da solo, è anche vero che salvando quel popolo in cammino salviamo noi stessi.

 

Trieste min

Le Sigle aderenti alla manifestazione sono state numerose:

Campagna Lesvos Calling (Verona, Vicenza, Schio, Venezia, Marghera, Treviso, Padova, Trento, Bolzano)
Meltig Pot Europa
La Strada si cura Trieste
Progetto 20k Ventimiglia
Art Lab Parma
Ass. La Macchia, Rovereto (TN)
Un ponte di corpi Milano
Rete Porto Sicuro, Como
Officina 31021, Magliano Veneto
Melitea Roma
Redazione Comune.info
Solidarietà autogestita Firenze
Unione Sindacale italiana -CIT
Mediterranea Saving Humans

 

Il video

 

 

Link del video se si vuole conservare
https://m.youtube.com/watch?fbclid=IwAR0hn1w7eXAC1JAq91uLB9GdhJylnSjtHepBnbG2yDFB5aKnnn-dNbCu5O8&v=LUpW3TkciKw&feature=youtu.

 

 

 

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Siamo gocce d’oceano

 MELITEA

L’acqua è fonte di vita senza il quale l’intera esistenza non ci sarebbe

di Lisa Ferraris
Londa 390 minAcqua è vita. Acqua è nascita e generazione. Acqua è purificazione. Acqua è nomade e migrante. Acqua è donna.

L’acqua è fonte di vita, elemento senza il quale l’intera esistenza non ci sarebbe stata, non ci sarebbe e non ci sarà in futuro. Sembra di dire una banalità, ma è necessario partire da questa semplice considerazione per realizzare come tale consapevolezza abbia da sempre posto l’acqua come elemento simbolico, non solamente naturale, della vicenda umana.
Gli oceani e i mari svolgono un ruolo climatico fondamentale a livello globale: catturando l’anidride carbonica dall’atmosfera, sono il più grande pozzo di assorbimento del carbonio.
Le correnti oceaniche contribuiscono a riscaldare e rinfrescare diversi territori, rendendoli più abitabili. L’evaporazione dai mari caldi può provocare precipitazioni sotto forma di pioggia o di neve in tutto il mondo, contribuendo alla vita sulla terra.

Per tutti gli esseri viventi l’acqua non è semplicemente un bisogno vitale, costituisce anche una risorsa di cui beneficiamo ogni giorno. A casa, la usiamo per cucinare, pulire, fare la doccia. Il cibo, i vestiti, i telefoni cellulari, le automobili e i libri in nostro possesso sono tutti prodotti utilizzando acqua. Usiamo l’acqua per costruire case, scuole e strade, oltre che per riscaldare gli edifici e raffreddare le centrali elettriche. Con l’elettricità che generiamo dal suo movimento, illuminiamo le città e le case. In una calda giornata estiva, ci tuffiamo nel mare o facciamo una passeggiata lungo il lago per rinfrescarci.

Sfortunatamente, il modo in cui usiamo e trattiamo questa preziosa risorsa non influisce solo sulla nostra salute, ma anche su tutta la vita che da essa dipende.
Inquinamento, sfruttamento eccessivo, alterazioni degli habitat acquatici e cambiamenti climatici continuano a minare la qualitàTartaruga e mare inquinato dalla plastica 390 min e la disponibilità dell’acqua.
Eppure questo è un tema molto serio, che dovrebbe essere centrale per tutta la comunità umana del Pianeta, dal momento che non solo senza acqua non esisterebbe la vita nelle forme che conosciamo (uomo compreso), ma soprattutto considerando il fatto che noi stessi siamo fatti e funzioniamo ad acqua, con i nostri corpi costituiti da questo prezioso liquido per il 71% della nostra biomassa. In pratica siamo delle vere e proprie gocce di acqua (salata) che camminano.
Credo che la grande mobilitazione generale contro l’inquinamento da plastica degli ultimissimi anni non sarebbe nata e non si sarebbe diffusa a macchia d’olio come sta accadendo oggi se non avesse toccato l’acqua, se non avessimo visto mari e fiumi invasi da rifiuti galleggianti e osservato i pesci morire soffocati.
Perché, per fortuna, almeno istintivamente e nel profondo, consideriamo ancora un sacrilegio offendere l’acqua.

Ormai non è più un segreto: il cambiamento climatico sta inesorabilmente consumando il pianeta, piegando l’umanità a un principio eterno quanto spietato, quello della sopravvivenza.
Secondo il rapporto “Cambiamento climatico e territorio” del comitato scientifico dell’Onu sul clima, l’Ipcc, a pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia. «Ci sarà un effetto domino. Perché la popolazione coinvolta in questi fenomeni passerà da 178 milioni, nello scenario di un innalzamento di 1,5 gradi, a 220 milioni, con un +2, fino a 277 milioni nel caso di una crescita di 3 gradi»
Nel 2050 il numero dei profughi potrebbe raggiungere i 143 milioni, 86 dei quali, secondo un report della Banca Mondiale, saranno originari dell’Africa Sub-sahariana, a causa della siccità, delle carestie cicliche e dell’impoverimento del suolo.

La questione ambientale causa sempre più spesso conflitti tra gli Stati, pronti a tutto per aggiudicarsi la proprietà di risorse naturali come l’acqua (secondo le Nazioni Unite, almeno il 40% dei conflitti combattuti in Africa è dovuto al domino di fonti di prima necessità).
«Il cambiamento climatico impatta su tutte le aree globali. La regione mediterranea, però si potrebbe considerare un hotspot, in cui i cambiamenti hanno già trovato riscontro in lunghi periodi di siccità. Questi fenomeni possono solo che aumentare, creando un’instabilità a livello di popolazioni non solo nelle zone più vulnerabili come quella subsahariana e asiatica»

Il tema, per esempio, della desertificazione nel Sahel è un tema con il quale ci stiamo già confrontando e ci confronteremobarca a secco 390 min sempre di più.
Un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale "Environmental Research Communications" dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia) afferma che: «già oggi la prima causa di gran parte del flusso migratorio verso l'Italia è causato da fenomeni meteo-climatici che rappresentano uno dei vettori principali degli spostamenti di massa. Dalla fascia del Sahel, che coincide con la fascia della desertificazione, arrivano nove migranti su dieci di quelli che giungono in Italia attraverso la rotta mediterranea. In quell'area l'agricoltura è fortemente dipendente dalle variazioni climatiche e trasforma l'esodo in una vera e propria lotta per la sopravvivenza».

Sempre più migranti saranno climatici e Paesi mediterranei, come l’Italia, saranno attori principali di questo dramma sociale, culturale e politico per il quale non sarà possibile esimersi in alcun modo ad un intervento umanitario di soccorso e di accoglienza.

 

Lisa Anna Ferraris della Redazione di UNOeTRE.it, è cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 
 

 

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Testimoni di un dramma che continua in Grecia

MELITEA. Associazioni

Le Associazioni Vasilika Moon Onlus, One Bridge To Idomeni e Atheleia RCS

Foto 2129 1 minMigliaia di rifugiati rischiano di rimanere senza un’abitazione in Grecia a causa della brusca interruzine di un programma dell’OIM e finanziato dall’Unione Europea. Interruzione voluta dal governo greco e attuata nel mese di gennaio.
Nel 2018, infatti, l’OIM ha avviato il programma Filowenia, mirato a finanziare l’affitto di strutture statali e private, destinate ad essere adibite ad abitazioni temporanee per gli aventi diritto di asilo in Grecia.
Grazie a questo programma lo Stato greco si era impegnato a accelerare il riconoscimento delle famiglie e delle persone più vulnerabili ospitate nei campi d’accoglienza, questa operazione aveva ancora avuto più impulso dopo l’incendio del campo di Moria e comunque aveva tenuto conto della drammatica situazione, in particolare delle isole di Lesbo, Samos e Chios da cui durante i mesi estivi sono state trasferite nella zona di Atene e Corinto all’incirca 7000 richiedenti asilo riconosciuti.
Queste famiglie attualmente si trovano in strada, in attesa dei documenti a cui hanno diritto in modo che possano finalmente essere in grado di rifarsi una vita autonoma e integrata nella società.
Come gruppo Melitea non possiamo far altro che accogliere e diffondere il comunicato di tre associazioni che operano da anni nella zona di Atene e lungo la rotta balcanica e che sono testimoni diretti della drammatica situazione.

Comunicato stampa La Luna di Vasilika ONLUS, One Bridge to Idomeni, Aletheia RCS*Foto 2130 1 min

Grecia: rifugiati ufficialmente riconosciuti come tali dormono per strada, come scarti del programma dell'Unione Europea

È il 14 febbraio quando sentiamo parlare per la prima volta dell'Hotel Iliochari. Alcuni video cominciano a circolare sui social media: è una domenica piovosa, più di 200 adulti e bambini si ritrovano all'aperto, dopo essere stati sfrattati dagli alloggi temporanei nei quali la maggior parte di loro stava da tre anni. Rischiano di diventare “senzatetto” e cercano di farsi sentire.

Essendo la nostra missione in Grecia di base a Corinto, raggiungiamo la cittadina di Agioi Theodoroi, dove si trova l’Hotel Iliochari, in 20 minuti di macchina. Una volta arrivati, cerchiamo di capire la situazione e le necessità più urgenti: assistenza medica e cibo, visto che le scorte sono terminate da tempo. Tuttavia, i rifugiati chiariscono subito che la loro prima e più importante ricCohiesta sono i documenti ufficiali di riconoscimento che sono stati promessi da mesi, anni.

Con l'obiettivo di "alleviare le sofferenze dei migranti e dei rifugiati vulnerabili che risiedono in condizioni deplorevoli" nelle isole greche, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) ha avviato il programma Filoxenia nell'ottobre del 2018. Secondo IOM, circa seimila persone sono state trasferite dalle Isole verso la terraferma, nelle strutture affittate dal governo greco. Iliochari era uno dei 79 hotel in tutto il paese facente parte di questo accordo.
A gennaio, il governo greco ha annunciato la fine del programma finanziato dall'UE, chiudendo questi rifugi temporanei prima che molti trovassero nuove case. La soluzione prospettata era che le persone a cui era stato concesso l'asilo avrebbero finalmente ottenuto i loro passaporti. Poiché questa promessa non si è concretizzata, l'opzione avanzata da IOM era quella di ricollocare le persone nei campi, come era accaduto con gli hotel che avevano chiuso in precedenza.

La maggior parte delle persone a Iliochari ha già ottenuto la protezione internazionale ed ha quindi diritto di ricevere i propri documenti. Ma nella stragrande maggioranza dei casi sono famiglie numerose ed in molti casi, tutti i membri hanno ricevuto i loro documenti tranne uno, il che significa che l'intera famiglia rimane bloccata.
Queste persone si trovano a Iliochari dal 2017, non hanno beneficiato di alcun tipo di strategie di integrazione: i bambini non sono stati ammessi nelle scuole greche nonostante gli sforzi dei genitori. Questi, incapaci di trovare un lavoro e privi dei mezzi per diventare autosufficienti, rifiutano di tornare nei campi, poiché perpetuerebbe solo il loro tempo di attesa. “La nostra richiesta non è impossibile. Vogliamo solo fissare un appuntamento con i servizi di asilo per ricevere i nostri documenti. Così, potremo spostarci in altri paesi e trovare un lavoro”, riferisce Tahhan, uno dei richiedenti asilo a Iliochari.

Entro la prima settimana di marzo, la maggior parte delle famiglie ospitate ad Agioi Theodoroi ha ricevuto i documenti e ha preso la propria strada. Tuttavia, ci sono ancora circa 70 persone in attesa, metà delle quali bambini. Anche dopo uno sfratto della polizia, il proprietario dell'hotel ha continuato ad aprire loro le porte di notte, in modo che potessero dormire in una struttura protetta. Per diversi giorni sono stati avvertiti che l'elettricità e l'acqua sarebbero state interrotte, altrimenti il proprietario avrebbe rischiato di indebitarsi. È successo questa settimana: "Abbiamo solo l'aria, non hanno tagliato l'aria. Possiamo solo respirare, senza cibo né acqua".

La situazione ad Agioi Theodoroi è lo specchio di quanto sta accadendo in altre strutture ricettive del programma Filoxenia in tutto il Paese. A Sparta, 70 persone sono state trasferite in uno stadio per diversi giorni, dopo essere state sfrattate. Mentre alcuni rifugiati hanno ricevuto i passaporti e se ne sono andati, altri sono stati trasferiti a Skaramagas, uno dei più grandi campi della Grecia continentale.

All'Hotel Stefania, un'ora a nord di Atene, vivono ora per strada circa 70 migranti sfollati che non possono permettersi un postoFoto 2131 1 min dove dormire. In collaborazione con altre organizzazioni, abbiamo trasferito le persone più vulnerabili in un altro hotel ad Atene, inclusa, ad esempio, una donna nell'ultimo periodo di gravidanza.
A Stefania gli sgomberi della polizia sono diventati brutali. Secondo uno dei richiedenti asilo, gli agenti di polizia sono entrati nelle stanze alle 7 del mattino e hanno iniziato a sfrattare le persone che ancora dormivano. Circa 10 uomini sono stati separati dalle loro famiglie e portati alla stazione di polizia senza ulteriori spiegazioni. Lì, sono state poste diverse domande, come "Sapevi che dovevi uscire?" o "Quanti soldi ricevi [nell'ambito del programma Filoxenia]?".
Sono state raccolte anche nuove impronte digitali. Avevano a disposizione un solo telefono cellulare che usavano per comunicare con i loro parenti nell'hotel dove erano ancora in corso gli sgomberi. Le loro famiglie sono state minacciate che se non fossero usciti dall'hotel, gli uomini trattenuti nella stazione di polizia non sarebbero stati autorizzati a tornare. Alla fine, sono stati rilasciati dalla stazione di polizia intorno alle 16:00 per raggiungere le loro famiglie, accampate all'aperto con le loro poche cose.
“Quello che è successo mi ha ricordato il mio paese, la Siria. Quando il regime di Assad effettuava le retate, venivano quando le persone dormivano. Ci toglievano i cellulari, donne e bambini piangevano. E non abbiamo potuto continuare a vivere li, siamo scappati ", ci confida Hasan. “Quando sono entrato in questo Paese, speravo che tutto sarebbe andato bene, dopo essere scappato dalla guerra. Ma sono sorpreso, preoccupato e spaventato, specialmente quando mia moglie ed i miei figli piangono. Ho pensato: «È possibile che questo mi stia succedendo in un Paese europeo, che consideravo un porto sicuro per me e la mia famiglia?».

Fuori dall'Hotel Iliochari, la gente ha iniziato a contare le notti, piuttosto che i giorni. "Sono cinque notti che la maggior parte di noi dorme fuori, senza alcun risultato o effetto", ha ricordato Tahhan.
Cercando di trovare una via d'uscita da questa situazione, i rifugiati si sono incontrati più volte con il sindaco e hanno cercato di contattare IOM, senza successo. "Rispettiamo tutti, ma questa ultima decisione del ministero dell’Immigrazione ci sta seriamente danneggiando. Le nostre vite sono in pericolo e non possiamo più essere pazienti", ha aggiunto.

Nell'ultimo mese, ci rechiamo all'Hotel Iliochari quasi tutti i giorni. Cerchiamo di comprendere le loro esigenze e di rispondere nei modi in cui possiamo: assistenza sanitaria, il cibo e l'acqua, i kit per l'igiene e più recentemente, le tende, le coperte o i fornelli da campeggio. Poco o niente possiamo fare per aiutarli per quanto riguarda le questioni legali, i documenti e le pratiche burocratiche, nonché per una soluzione di alloggio a lungo termine. I numeri sono troppo elevati, man mano che gli hotel chiudono, si aggiungono centinaia di persone.

Forse, il supporto più prezioso è essere lì, ascoltare le loro preoccupazioni e angosce e cercare di smuovere l'opinione pubblica. Far sentire la loro voce.

È quasi un mese che assistiamo al peggioramento di questa situazione. Istituito come "rifugio temporaneo e protezione per iFoto 2132 1 min migranti più vulnerabili in Grecia", il programma Filoxenia ha sempre avuto una conclusione programmata. Tuttavia, è inconcepibile che non ci fosse un piano B per queste persone a cui era già stata concessa la protezione. In questi centri di accoglienza, erano fuori dalla vista e convenientemente fuori dalla mente. Adesso sono per strada, ma non chiedono molto: solo i documenti che hanno il diritto di ricevere, per poter partire e mettere radici altrove che in questi marciapiedi.


La Luna di Vasilika ONLUS, One Bridge to Idomeni, Aletheia RCS*

Queste tre organizzazioni operano in territorio greco a sostegno dei rifugiati da anni.
Offriamo assistenza scolastica, sanitaria, supporto pratico con distribuzioni di cibo e beni di prima necessità grazie alla presenza di volontari e studenti italiani (tirocini universitari ufficialmente riconosciuti) ed internazionali (Erasmus Traineeship program).
A Corinto, abbiamo aperto una scuola ed un Community Center, dove favorire l’incontro tra culture, l’integrazione, l’accoglienza.

Crediamo che tutti gli Essere Umani siano uguali, ed abbiano diritto a lottare per ricostruire il proprio futuro in un luogo senza guerra.

 

 

Lisa Anna Ferraris della Redazione di UNOeTRE.it, è cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 
 

 

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Pubblicato in Melitea (exIMA)

Wend Dàabo i sogni si realizzano

MELITEA INIZIATIVE SOLIDALI

La prima campagna di raccolta fondi in nome di un’associazione

di Lisa Ferraris

PaolaSiani 350 minCome gruppo Melitea ci simo chiesti molte volte in che modo coniugare impegno sociale e civile con iniziative concrete.
Organizzare manifestazioni, aprire un dialogo con le associazioni, dare voce agli invisibili, difendere i diritti, appoggiare e promuovere chi si batte per portare non solo in Italia la testimonianza concreta che un altro mondo è possibile: questo è lo scopo di Melitea.
Però non ci basta! Melitea Iniziative Solidali è l’impegno più grande che il gruppo vuole prendere con tutti e tutte voi.
E’ iniziata una nostra prima campagna di raccolta fondi in nome di un’associazione che in questi mesi tramite pagina e gruppo Face Book, e Gruppo Linkedin #gruppomelitea vi faremo conoscere.
“La Goccia Onlus” un ponte d’amore tra L’Africa e l’Europa a Burkina Faso.

La sua attività è iniziata nel 2002 con azioni di volontariato, nel 2006 ottiene il riconoscimento ufficiale come associazione Onlus, successivamente nel febbraio del 2011 riceve il riconoscimento ufficiale dal Burkina Faso, Paese in cui opera da tempo.PaolaSiani 2 350 min Viene dato quindi il via al progetto dei pozzi per l’acqua potabile nei villaggi, dove è possibile reperire solo l’acqua dei laghi, con il rischio di un’alta mortalità infantile.
Con il sostegno a distanza si apre un percorso scolastico per tanti bambini e tanti ragazzi. Dopo le prime due viene aperto il progetto di una terza scuola che nasce dall’esigenza dell’aver constatato la realtà di completo abbandono di tanti bambini sordomuti (molteplici malattie, come ad esempio la meningite, contribuiscono ad aumentare il numero di bambini affetti da questo handicap).
L’anima dell’associazione è Paola Garbini Siani, una magnifica farfalla che ha fatto della sua vita una missione d’amore e ha scelto di amare una terra che non era la sua come se lo fosse, realizzando con il tempo e l’impegno il suo sogno che porta vita e speranza a tanti bambini che senza di lei non avrebbero un futuro.
Nati un uno dei Paesi più poveri del mondo, hanno tutti perduto la mamma e vengonoaccuditi amorevolmente a Wend Dàabo che in lingua Morèe vuol dire: “la volontà di Dio”.

La famiglia è il cuore della società umana, quella che si dedica a nutrire, allevare, educare le giovani generazioni. Quando uno oPaolaSiani 3 350 min entrambi i genitori vengono a mancare è la società che in qualche modo se ne occupa.
In Africa la mortalità per parto è molto elevata. In Burkina Faso muoiono 320 partorienti ogni 10 000.
750 000 nati l’anno, significa 2400 orfani di madre alla nascita a cui aggiungere quelli che lo diventano per cause diverse.
La prima iniziativa solidale del gruppo Melitea inizia qui, nel cuore della povertà assoluta.
Invitiamo tutti e tutte a sostenere questo progetto con un contributo o, se possibile con un aiuto continuativo. La goccia Onlus è una piccola organizzazione, serissima, che dedica tutte le sue energie a questo Paese.

Per chi volesse partecipare può scegliere di sostenere il progetto con un contributo annuo o semplicemente dare un aiuto una tantum.
Per un sostegno a distanza 150 euro/semestre.
Pari a 83 centesimi al giorno per assicurare ad un bambino tutto quello di cui ha bisogno. PaolaSiani 4 350 min
Basta effettuare un R.I.D. con causale Melitea per Wend Dàabo
Per un contributo una tantum stessa causale e stesso conto corrente importo libero.
Destinatario del versamento:
“LA GOCCIA ONLUS” per i versamenti fiscalmente deducibili:
Conto corrente postale n. 79876793
Per i versamenti bancari (anche on line):
BIC/SWIFT BPPIITRRXXX
IBAN: IT 18 D 076 0103 2000 0007 9876 793

 

Link pagina Melitea https://www.facebook.com/MeliteaGruppo

 

Benvenuti a Wend Dàabo! 

 

 

Lisa Anna Ferraris della Redazione di UNOeTRE.it, è cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 
 
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Pubblicato in Melitea (exIMA)

Pio Istituto S. Michele: Simbolo di repressione e del riscatto delle donne a Roma

MELITEA. Donne e 8 marzo 2021

 Per la promozione del mondo femminile nella società, nel lavoro, nell’arte e nello spettacolo

Roma carceri 350 minIl Pio Istituto San Michele è un antico convento sito in pieno centro a Roma in Piazza Capranica, tra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna edificato alla fine del 1600.

Il complesso architettonico dai tratti sobri, che oggi ospita la Residenza di Ripetta, si è reso protagonista nella storia prima come Istituto di Carità, carcere e orfanotrofio delle povere zitelle, anche dette zoccolette, e, in tempi recenti, come il primo centro antiviolenza femminile in Italia.

La Chiesa, che nello Stato Pontificio gestiva il potere amministrativo e civile, istituzionalizzò le attività e le strutture di aiuto ai poveri, caratterizzandole con la missione caritatevole e quindi religiosa. Per capire lo spirito del tempo è utile leggere quanto scrisse l’architetto Domanico Fontana a proposito del monumentale “Ospizio dei mendicanti” in via delle Zoccolette, a lui commissionato da Sisto V nel 1587 e primo nucleo del San Michele:
“In questa fabbrica vi sono saloni grandissimi e grandissima copia di stanze e appartamenti separati per le donne, per le zitelle, per li vecchi e per le fanciulle, e vi stanno con grandissima comodità, è luogo capace da potervi stare duemila persone senza dar impedimento l’uno all’altro, e al presente vi sono da seicento a tal volta mille e più poveri e a tutti si provvede di mangiare, bevere e vestire e sono ben governati; ai fanciulli si insegna a leggere, scrivere e l’arte e alle zitelle di cucire.” (fonte irsm.it)

Il termine "zoccolette" dalle fonti storiche sarebbe stato riferito alle calzature, degli zoccoli, che le giovani donne ospitate nella struttura indossavano, ma è anche diffusa l’opinione che le ragazze orfane e in condizione di assoluta povertà fossero costrette all’accattonaggio e alla prostituzione.
Il Pio Istituto San Michele aveva quindi il compito di formare moralmente le zitelle, anche insegnando loro un mestiere in modo che se fossero riuscite ad uscire dalla struttura, sarebbero state in grado di vivere dignitosamente.
Il riscatto di queste ragazze era in realtà legato alla bontà delle donne nobili romane, che donando somme di denaro, una sorte di dote, ad alcune di loro che venivano estratte a sorte, davano l’unica possibilità d’uscita dall’istituto alle più fortunate.

Il 30 giugno del 1982, su iniziativa di un gruppo di donne socialiste e laiche, capitanate da Anna Maria Mammoliti, attivista, giornalista e editrice per le pari opportunità delle donne, fondarono il Club delle Donne e istituirono il Premio Minerva: il primo riconoscimento italiano dedicato alle eccellenze femminili per l’imprenditoria, la dirigenza, la politica, l’impegno sociale, il cinema, la letteratura.

Il Club delle Donne si batte ancora oggi per il progresso di una società in cui le donne possano partecipare alla gestione delSusannaAgnelli 350 min potere sul piano economico, culturale e amministrativo e per la parità di genere.
L’associazione aveva come scopo la promozione del mondo femminile nella società, nel lavoro, nell’arte e nello spettacolo, superando la stagione urlata del femminismo per impegnarsi nel concreto, con il supporto di donne, note o meno note, che si erano conquistate con merito un ruolo di rilievo nelle loro peculiarità e che potevano essere d’esempio ad altre dimostrando il senso di sorellanza che tra donne era mancata e che purtroppo ancora oggi molto spesso manca.


Di seguito, un omaggio alla giornata della donna, il video sul servizio andato in onda su TGRLazio l’8 marzo di Daniela Bruni che intervista Fiorenza Taricone professoressa universitaria di Cassino specializzata in storia delle donne in politica.

 

 


 

 

 

 

Pubblicato in Melitea (exIMA)

C’è chi dice: Non in mio nome!

 MELITEA. Associazioni

Da Lesbo alla Bosnia, dal Mediterraneo alla Libia, l’UE fallisce

di Lisa Ferraris
UE migranti no 350 minDa Lesbo alla Bosnia, dal Mediterraneo alla Libia, l’Unione Europea è da anni che fallisce nell’affrontare le tematiche della migrazione.

Non si garantiscono i diritti umani, né la solidarietà e nemmeno l’umanità.
Al contrario si investono milioni di euro per aggravare la sofferenza degli esseri umani in movimento, insomma, un vero e proprio intervento dis-umanitario!!
In Italia si fanno leggi che rendono illegale il salvataggio dei naufraghi, contravvenendo alle più elementari vecchie leggi universali del mare, e si fanno trattati, più o meno segreti, con la Libia e altri stati dichiarati non sicuri.
Si tenta di rendere illegale qualsiasi aiuto umanitario da parte delle organizzazioni e associazioni di cittadini che nonostante tutto, per fortuna, hanno scelto da che parte stare e di non restare a guardare.

Tutto questo è un tentativo, ben riuscito, di sdoganare atti fascisti di respingimento e aggressione verso i cosiddetti “migranti” che altro non sono se non persone che scappano dalle guerre, dalla fame e dalle violazioni dei diritti.
Non possiamo e non vogliamo restare indifferenti: l’indifferenza uccide!
«Le immagini che giungono dalla Bosnia, sono drammatiche: migliaia di persone abbandonate tra i boschi e sotto la neve, per l'incapacità dell'intera Unione Europea di affrontare e governare i Flussi Migratori.
Un perverso 'gioco' di polizie, in cui da Trieste i migranti che riescono ad arrivare, vengono consegnati alla Polizia Slovena, poi a quella Croata ed infine respinti in Bosnia. Osserviamo le immagini che ci arrivano da quei luoghi, seduti al caldo Bartolo 350 minnelle nostre comode poltrone. Non ci vergogniamo?!
Come osiamo lavarci la coscienza e pensare di assolvere alle nostre responsabilità, inviando solo altro denaro?! Abbiamo il Dovere Morale prima ancora che Legale di accogliere queste persone, di far valere le leggi che noi stessi abbiamo scritto nelle nostre Costituzioni, per proteggere chi fugge da Guerra, persecuzioni e trattamenti inumani.
Chiediamo alla Commissione ed al Consiglio Europeo, che sia istituita una missione umanitaria europea, con il coinvolgimento dell’Unhcr sul confine orientale, per soccorrere le migliaia di persone rimaste intrappolate nella neve che rischiano di morire.» (Dott. Pietro Bartolo [Dibattito in plenaria, sulla Situazione Umanitaria di Migranti e Rifugiati, ai Confini Esterni dell'Unione | 19 Gennaio 2021])
Nawal Soufi da giorni sta seguendo con i migranti la rotta balcanica.

Dopo aver prestato loro soccorso nei campi profughi greci, ha deciso di farsi corpo che affianca altri corpi, per capire da dentro cosa significhi tentare la via della salvezza.
“Il giorno della memoria è da un po’ di tempo tutti i giorni, basta aprire gli occhi e ammetterlo.”
Nawal si chiede dove eravamo quando l’Europa ha pianificato tutto questo.. ce lo chiediamo anche noi e ci chiediamo soprattutto con quale diritto lo ha fatto.
Questa è stata la scelta anche degli attivisti di Linea d’ombra di Trieste Lorena Fornasir e suo marito Gian Andrea. Dopo settimane di attese inutili dalla loro “Piazza del mondo”, vedendola desolentemente vuota hanno deciso di andare a vedere con i proprio occhi cosa sta accadendo oltre quei confini che non si riesce più ad attraversare.

Il giorno della partenza Lorena Fornasir annuncia così la loro iniziativa.
BalkanRouteEurope Trieste 28 gennaio Piazza mondo: "carrettino della cura, cosa vuoi dirmi oggi in questa piazza senza migranti?" carrettino verde: «domani andremo a Bihac e poi a Kljuc e poi a Velika Kladusa. Ti prego di diffondere l' appello:

IL MANIFESTO per UN PONTE DI CORPI
Un ponte di corpi lungo i confini tra l’Italia e la Bosnia

Oggi si manifesta pienamente un attentato alla vita: dalla madre terra, come la chiama Vandana Shiva,LorenaFornasir 350 min da una natura sistematicamente devastata, a un interminabile processo di distruzione ovunque nel mondo: stiamo assistendo a una specie di trionfo della morte.
Il carrettino verde, carico di cose per far vivere, che accoglie chi riesce a varcare il bordo mortifero del confine, è invece storia e memoria di una pratica della cura che le donne conoscono bene, non come gesto sacrificale ma come competenza di stare, essere in presenza dell’altro, conosciuto o sconosciuto, perturbante o estraneo.
La donna con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza.
Il corpo della donna contiene in se stesso la negazione del confine perché è un corpo naturalmente aperto attraverso l’atto più intenso del generare, del portare alla luce l’ALTRO da SÉ .
La cura per l’altro può diventare il ricamo di una mappa creativa dove l’amore tiene assieme i legami spezzati da una parte all’altra del mondo. Madri lontane, in un mandato tacito e di dolore, ci consegnano la vita dei loro figli.
Noi siamo coloro che dicono no allo scontro di razza, perché pensiamo che nel mondo dei morti nessuno è inferiore all’altro
Noi siamo coloro che dicono no al razzismo, perché da sempre siamo state la prima razza considerata inferiore proprio in quanto geneticamente aperte alla vita e sue portatrici: questa condizione ‘naturale’ è diventata storicamente un servizio!

Noi siamo coloro che gridano al mondo che non c’è nessun dio e nessun bene, quando migliaia di essere umani muoiono a causa dei confini
Noi siamo coloro che maledicono i confini perché quelle strisce di terra o di mare sono bagnate di sangue, selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato
Noi siamo coloro che vogliamo alzare alta la voce della maternità, che è la voce della solidarietà, della vita che altre donne hanno generato consegnandola ad altre madri del mondo affinché la conservino e la promuovano.
Vorremmo essere in tante ad accorrere sul confine, ad attraversare il confine, ad andare incontro a chi è bloccato nell’inferno della Bosnia, in gruppo, in gruppi, in massa, a ribellarci alla morte… noi lo possiamo fare meglio di chiunque… costruiamo un movimento di donne per aprire tutti i confini…!»

I volontari di Baobab Experience erano partiti per il “game” pochi giorni prima di loro:

«Siamo pronti!
Zaino in spalla e ritmi serrati per la nostra nuova missione in #Bosnia Erzegovina Stiamo perfezionando gli ultimi dettagli con ladonna in campo di profughi 350 min nostra rete di attivisti e solidali locali per portare loro tutto il nostro supporto: materiale, organizzativo, umano.
Il programma operativo prevede il rifornimento dei magazzini locali, la definizione di piani allogiattivi per i richiedenti asilo lasciati al gelo, e il monitoraggio della frontiera nel Cantone di Una-Sana e negli snodi interni di Sarajevo, Zenica, Tuzla, Visoko, Donli Vakuf, Visoko, Dinli, Vakuf, Posuje, Ljbuski.
Vogliamo portare aiuti umanitari, ma soprattutto vogliamo ribadire che il supporto materiale, per quanto fondamentale, non rappresenta la soluzione per migliaia di donne, uomini e bambini ammassati ai confini della fortezza europea: la strada, unica, è nella libertà di movimento e nell'apertura delle frontiere.»

Ed è questa la triste verità.
Non basta che si portino aiuti, nei Balcani come nel Mediterraneo, servono soluzioni politiche, risposte che prima o poi dovranno arrivare per fermare la carneficina che si è creata propio per la mancanza da parte degli Stati di pensare soluzioni costruttive.

È tempo di non ostacolare chi rischia la vita per portare speranza e aiuti e condannare chi invece ignora nascondendo morti e disperazione.

 

 

Lisa Anna Ferraris della Redazione di UNOeTRE.it, è cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 
 

 

 

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Pubblicato in Melitea (exIMA)

Un nuovo Patto europeo sulla migrazione

Melitea. Associazioni

«Dichiarazione di Roma» – Un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo da rivedere Dicembre 2020

Melitea aderisce

Melitea logo 260 minI 43 firmatari di questa dichiarazione sono le ONG, le associazioni, le reti e le città di diversi paesi europei che, insieme, hanno deciso di prendere la parola. Nel 2019, nella « dichiarazione di Parigi », hanno sottolineato l’irrigidimento delle politiche pubbliche per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati. In seguito, riunite a Berlino, hanno delineato quello che potrebbe essere un Piano di azione per una nuova politica in materia di asilo.

Oggi, considerato il Nuovo patto sull’asilo e la migrazione proposto il 23 settembre 2020 dalla Commissione Europea per uscire dall’attuale situazione di stallo, questi attori della società civile, a cui si aggiungono alcune città e comuni che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere rifugiati, reagiscono con la presente dichiarazione congiunta. Sebbene a margine di una conferenza organizzata online, questa dichiarazione può essere considerata come una “Dichiarazione di Roma”, in quanto l’Italia rappresenta l’insieme delle sfide connesse al fenomeno migratorio.

Noi chiediamo alle istituzioni e ai governi europei di non rinchiudersi con questo Patto, così chiaramente orientato verso i rimpatri, alla prevenzione degli arrivi e alla difesa delle frontiere europee.

1) Riteniamo che l’Europa si sia unita e organizzata sulla base di valori che comprendono il rispetto del diritto di asilo e, più in generale, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti, sia alle persone che migrano verso l’Europa che ai cittadini dell’Unione. Il rispetto di questi valori e diritti è particolarmente importante per gli Stati membri, , nonché per l’Unione, che non può cercare il consenso tra i suoi membri sulla base di tali violazioni. Il rispetto di questi valori e diritti si impone particolarmente agli Stati membri, i quali devono essere oggetto di sanzioni in caso di inadempimento, nonché all’Unione che non può cercare il consenso tra questi ultimi sulla base di tali violazioni.

2) Un Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non può ignorare le cause e le conseguenze della crescente mobilità delle popolazioni nel mondo, aggravate dalla pandemia attuale. In tal senso, il nuovo Patto dovrebbe preoccuparsi delle modalità di ingresso sul territorio, dell’accoglienza di queste popolazioni in Europa e dei loro diritti, invece di dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei loro ritorni o del loro respingimento. Piuttosto, quando si tratta di relazioni con i paesi terzi di origine o di transito, si dovrebbe dare priorità ad azioni che tendono a migliorare le condizioni dei rifugiati e dei migranti, invece di cercare di esternalizzare i doveri dell’asilo a questi paesi.

3) Il nuovo Patto pone particolare enfasi sulle procedure da applicare ai rifugiati e ai migranti che arrivano alle frontiere esterne dell’Europa, dando priorità al trattamento tempestivo delle domande di asilo e immigrazione, applicate in prossimità del confine di arrivo.

Esso unifica e fonde, nello stesso luogo e nello stesso tempo, una procedura di ingresso e una procedura di asilo, e sottopone entrambe a un regime di detenzione che può durare fino a dodici settimane o più. Fa così della reclusione la prima faccia dell’Europa per tutti coloro che vi arrivano senza titolo, compresi quelli che chiedono asilo. Riteniamo che la prima accoglienza alle frontiere dell’Europa debba curare i richiedenti asilo senza rinchiuderli, ed essere in grado di guidarli in modo prevedibile nell’indagine sulle loro domande.

– Le procedure previste sia per l’ingresso che per l’asilo sono, inoltre, lontane dal rispetto dei diritti e della dignità delle persone: per i richiedenti asilo, il diritto ad un esame individuale della loro domanda, invece di un orientamento sulla base di criteri forfetari come l’appartenenza ad una determinata nazionalità; il diritto di visita, il diritto di ricevere adeguate informazioni e consigli da parte di esperti indipendenti prima e durante la procedura amministrativa; il diritto effettivo all’assistenza e al ricorso; la possibilità per qualsiasi richiedente, la cui domanda di asilo sia stata respinta, di ottenere su un’altra base un permesso di soggiorno; per i migranti che non sono stati ammessi: la dignità delle procedure di ritorno.
– Il monitoraggio del rispetto dei diritti fondamentali è molto necessario. Riteniamo che esso debba essere svolto in modo indipendente, da rappresentanti qualificati di organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

4) Il patto rivela tutta la sua debolezza quando si avvicina alla questione della solidarietà tra gli Stati membri nella ripartizione dei richiedenti asilo. Non solo viene mantenuto il regolamento di Dublino III che impone una responsabilità prioritaria al solo Stato di primo ingresso, ma è abbandonato il piano di organizzare dei meccanismi di ripartizione obbligatori per altri Stati membri: il Patto si rimette a forme di solidarietà volontarie e facoltative, senza reali prospettive di ricollocazione.

Riteniamo che il Patto debba includere, o quantomeno consentire, dei meccanismi di ricollocazione organizzati in maniera trasparente e prevedibile tra gli Stati membri volontari, tenendo conto dei legami effettivi delle persone. Questo è particolarmente importante nei casi riguardanti i richiedenti asilo identificati, o addirittura registrati, in un determinato porto in seguito allo sbarco di persone soccorse in mare (in mancanza di tali sistemi, come ha spesso sottolineato l’UNHCR, i salvataggi in mare potrebbero cessare), e più in generale dopo le procedure condotte alle frontiere esterne dell’Unione europea. Noi riteniamo che questa sia una condizione necessaria per la legittimità di tali procedure.

Il Patto mantiene il principio dei legami significativi di un richiedente asilo con un determinato paese, consentendo a quella persona di esprimere una preferenza, se non di esercitare la piena libertà di scelta. Le procedure di trasferimento della responsabilità dei richiedenti asilo per motivi familiari dovrebbero essere rese più efficaci e comprendere un numero più ampio di casi.

I titolari di protezione internazionale devono inoltre essere autorizzati, a determinate condizioni, a stabilirsi per motivi professionali e non solo familiari, in Paesi membri diversi dal Paese di asilo senza attendere il rilascio del permesso di soggiorno permanente.

5) Questo Patto, che si basa su una visione globale della politica europea in materia di asilo e immigrazione, manca, secondo il nostro parere, di alcuni elementi essenziali :

Meccanismi per l’ingresso regolare e protetto di rifugiati e richiedenti asilo, come i “corridoi umanitari” già sperimentati in Europa per coloro che fuggono da conflitti e crisi nel loro paese di origine.
L’immigrazione per lavoro, secondo il fabbisogno degli Stati membri, attualmente difficile a causa di pochi canali di migrazione legale, ha gonfiato di conseguenza le domande di asilo negli ultimi anni.
Per l’asilo vero e proprio, la mancata armonizzazione tra gli Stati membri delle condizioni di accoglienza e, soprattutto, dei tassi di riconoscimento, causa di confusione e disordine nei movimenti dei richiedenti asilo in Europa.
Il silenzio sulle politiche di integrazione, anche per i rifugiati riconosciuti negli Stati membri. Eppure le possibilità di integrazione condizionano l’intera catena dell’accoglienza. Concentrato com’è sulla questione dei rimpatri, Il Patto non ne parla.
Rivolgendosi agli Stati membri, al Consiglio e al Parlamento europeo, il Patto ignora il ruolo crescente delle città nell’accoglienza e nell’integrazione di rifugiati e migranti.
La “conferenza di Roma” si è conclusa con una parola di mobilitazione, per influenzare un negoziato europeo che si preannuncia lungo. La mobilitazione sarà ricercata a tre livelli contemporaneamente:

## Agendo a livello delle istituzioni dell’Unione europea, in particolare del Parlamento europeo, ma anche degli Stati membri, per influenzare gli aspetti più discutibili del Patto, proporre alternative, ottenere delle garanzie e un controllo qualificato delle procedure;
## Cercando un’ampia coalizione di partner interessati in Europa a promuovere una politica di accoglienza umana e dignitosa per rifugiati e migranti: oltre alle ONG e alle associazioni e le loro reti, le città disponibili ad accogliere, gli Stati membri disponibili ad un approccio diverso, i ricercatori;
## Rivolgendosi alle società e alle opinioni pubbliche dei paesi ospitanti, tenendo conto della molteplicità delle percezioni ma senza sottomettersi alle ideologie xenofobe così presenti, per promuovere un altro approccio culturale alle questioni migratorie.

I Firmatari:

Arbeiterwohlfahrt Bundesverband e.V.
A.M.I.S Onlus
Africa e Mediterraneo
Africa Express
Agorà degli abitanti della Terra
AOI Associazione delle organizzazioni non governative italiani
ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione)
CIR Consiglio Italiano per i rifugiati
CRED (Research and development center for democracy)
Centro Astalli Palermo
Diakonie Deutschland
Differenza lesbica
Forum Réfugiés Cosi
Forum per cambiare l’ordine delle cose
Heinrich Böll Stiftung
Fondazione Orestiadi
France terre d’asile
FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
Filef (Federazione Italiana lavoratori emigranti e famiglie)
Grei250
GRIS (Gruppo Immigrazione e Salute) Sicilia
Istituto Pedro Arrupe
ICS Italian Solidarity Consortium
Italian-Tunisian Forum
GIGI International legal intervention group
Link 2017
Ligue des droits de l’homme
La Cimade
Movimento europeo
Matilde
Melitea
Nigrizia
Promidea
Programma Integra
ProAsyl
Republican Lawyer Association Germany
Sant’ Egidio
Secours Catholique – Caritas
Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.)
Swiss Refugee Council
Tempi moderni
Ufficio regionale per le migrazioni della CESI
UNIOPSS
Ville de Marseille

La rotta dei Balcani

Melitea

Rivolti ai Balcani. Rete dei diritti lungo la “rotta balcanica”

di Lisa Ferraris

logo rivoltiaibalcani minVenerdì 27 e giovedì 28 novembre è stata presentata a Triste, in una due giorni di dibattiti on-line la rata Rivolti ai Balcani in cui si è presentato un rapporto informativo e di denuncia sulla situazione di grave violazione dei diritti umani di cui i migranti sono vittime lungo il loro cammino tra Grecia, Serbia, Bosnia, Macedonia, Croazia, Jugoslavia fino ad arrivare a Trieste, in genere la prima tappa italiana in cui arriva chi decide di percorrere quello che ormai è conosciuto con il termine “the game”.

Rivolti ai Balcani si presenta, quindi, come una rete di cui fanno parte più di 30 associazioni operanti in diversi settori nei vari paesi lungo la rotta.
La rotta balcanica di cui si è parlato per un certo periodo, dopo il precipitare della situazione al confine tra Grecia e Turchia, è una delle rotte principali dell’immigrazione, ma mentre, giustamente, si da importanza alla situazione del Mediterraneo, su quello che succede nei Paesi dell’est Europa vi è un silenzio omertoso e complice da parte dell’Unione europea e dell’Italia recentemente coinvolta, in particolare, in respingimenti illegali dei migranti verso la Jugoslavia.
“..la rotta balcanica è una delle principali vie di accesso all’Unione europea per i migranti, in particolare per i rifugiati: siriani, afgani, iracheni e pachistani che passano da qui e rientrano tutti nella convenzione di Ginevra o comunque, tra coloro che possono ottenere una protezione umanitaria, eppure non se ne parla.” Gianfranco Schiavone (ASGI) per Altreconomia.

Durante la giornata del 27, i vari ospiti hanno raccontato la situazione di intransigenza europea che in particolare coinvolge paesi come l’Ungheria, la Croazia, la Grecia come anche l’Italia e Malta.
L’avvocato Anna Brambilla (ASGI) ha fornito i dati delle riammissioni informali (o pusch back di massa) praticate dall’Italia verso la Slovenia: dal gennaio ad agosto di quest’anno sono state 852, oltre il doppio rispetto all’anno precedente 500 delle quali a seguita di un apposita direttiva ministeriale di quella primavera di cui l’opinione pubblica non è informata e un ulteriore dato che è quello dei respingimenti dalla Croazia verso la Bosnia documentati dal maggio 2019, oltre 21.400.

“Il convegno è rivolto all’Europa al fine di aggiungere ulteriori elementi affinché le politiche sull’immigrazione e sull’asilo possano cambiare per poter garantire a tutte le persone migranti il rispetto dei diritti e restituire loro la dignità che meritano. Sulla rotta balcanica si incontrano intere famiglie, donne e bambini, che non possono essere lasciati soli, senza diritti e tutele. Persone davanti alle quali non possiamo restare indifferenti.” Sabrina Morea coordinatrice del festival Spaesati.

I meccanismi di respingimento attuati dai paesi coinvolti sono brutali e molto spesso illegali, meccanismi di cui l’Italia ha scelto di essere complice.
Per fermare le persone in arrivo dalla rotta balcanica le autorità italiane in accordo con quelle slovene hanno posto in essere una crescente militarizzazione della frontiera interna attraverso l’utilizzo di pattuglie, di droni e di rilevatori termici.
Le persone che vivono nei centri di accoglienza, campi o tendopoli molto spesso, sono colpite particolarmente in questo periodo di emergenza Covid, entrano in un limbo senza via di fuga e nelle strutture non è presente alcuna associazione in grado di tutelare i loro diritti, vengono considerati un pericolo per la salute pubblica.

All’interno dei campi vengono, quindi, lasciati a loro stessi, in tende o container in cui vengono ammassati,balcani tende min senza nessun tipo di protezione dal virus, senza nessun tipo di servizio o assistenza, non sono state accolte nessuna delle richieste di registrazione e non è tenuta nessuna statistica reale della diffusione del Covid all’interno delle strutture.
A causa della non accettazione delle domande come richiedenti asilo rimangono fuori dai campi migliaia di persone che vivono tra i boschi e in edifici abbandonati in perenne condizione di fuga, sottoposte a torture (percosse, elettricità, acqua fredda o calda, morsi di cani) e da persecuzioni da parte dei militari e dalla polizia di frontiera.
Spesso vengono tolte loro le scarpe in modo che non possano continuare il cammino verso l’Italia o comunque l’Europa del centro nord.

In questo contesto in particolare vengono resi invisibili i minori, accompagnati o non accompagnati, poiché nel gioco dei respingimenti e non accettazione delle domande, vengono loro tolti o falsificati i dati in modo da apparire maggiorenni e quindi non in particolare stato di vulnerabilità.
Sono state raccolte diverse testimonianze di persone minori, persone disabili o comunque con delle vulnerabilità riconosciute a livello internazionale che non vengono tutelate o accolte secondo i regolamenti internazionali, per i quali è prevista la figura di un tutore a livello legale, a cui la persona ritenuta vulnerabile avrebbe diritto.
Questa situazione nonostante le denunce da parte delle associazioni, continua non solo a perpetrarsi, ma a peggiorare.

“Quello che sta succedendo nei paesi balcanici è il crollo del sistema giuridico europeo” afferma Gianfranco Schiavone “potrebbe sembrare un’affermazione enfatica, ma è sempre più vera, perché quello che vediamo è una sistematica violazione delle normative all’interno dell’Unione europea e all’interno dei singoli paesi, attuato in modo sempre più spregiudicato.
Le frontiere, ne interne, ne esterne, possono essere ritenute luoghi di democrazia sospesa. Oggi questa è la sfida principale dell’ordinamento democratico dell’Unione europea. Bisogna attuare un piano di monitoraggio in modo che queste violazioni illegali vengano interrotte immediatamente.”

“il nuovo patto europeo sull’immigrazione e l’asilo purtroppo riflette la tendenza degli ultimi anni in materia di immigrazione e asilo, che si sono concretizzate anche nelle pratiche illegali illegittime di riammissioni a catena dall’Italia alla Slovenia e fino alla Bosnia.” dichiara Pietro Bartolo “Con queste procedure di riammissione non si fa altro che negare alle persone, che di fatto vengono respinte al di fuori del nostro paese, il diritto di chiedere protezione internazionale.
Queste pratiche nascoste e sotterranee ricordano quello che avviene nel Mediterraneo tra Italia e Malta dove troppo spesso si aspetta a intervenire aspettando che infine intervenga la guardia costiera libica.
Se il nostro obbiettivo è quello di rimettere al centro la questione dei diritti, non possiamo pensare di creare un sistema, come propone la commissione europea, orientata all’aumento di rimpatri e delle riammissioni, più che alla tutela dei diritti fondamentali.”

“Il 900 ci ha lasciato un importante e tragico insegnamento” dichiara il Professor Spitaleri del DipartimentoBalcani fuga min Scienze Giuridiche “Ciò che accade nei Balcani, accade in Europa.
Una persona quando manifesta l’intenzione di chiedere protezione internazionale, da quel momento deve essere considerata un richiedente asilo e se deve essere trasferita questo deve evvenire secondo le regole dell’Unione europea in materia di diritto d’asilo".

Giuseppe Mazzini diceva: “I popoli si redimono con la coscienza di una missione speciale fondata e affidata a ciascuno di essi.”

Gli stati membri dell’Unione europea e quelli che hanno aderito alla convenzione europea per i diritti dell’uomo, hanno condiviso e condividono una missione speciale, che è quella di rispettare e di far rispettare un catalogo di diritti fondamentali.
Soprattutto tra questi il divieto di tortura e di trattamenti umani degradanti. Questo divieto, per altro, è cosa nota, fa parte del così detto nocciolo dei diritti fondamentali, che non possono essere derogati, neppure in caso di stato d’urgenza.

 

 

 

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Pubblicato in Melitea (exIMA)

Mediterraneo: 100 Morti in "24 ORE"

 Meditterraneo mortale

 Almeno 900 persone sono annegate nel Mediterraneo quest’anno

di Lisa Ferraris
naufragio 1 390 minE’ drammatico il bilancio delle vittime in queste ore nel Mediterraneo, la rotta più letale dei migranti

In due giorni si sono registrati al largo delle coste libiche 3 naufragi che hanno causato la morte di 100 migranti tra i quali anche 2 bambini. Le segnalazioni degli assetti aerei di Frontex e le richieste di aiuto ad Alarmphone in questi giorni sono stati continui.
Il 10 novembre Open Arms ONG spagnola e nave umanitaria effettua un primo soccorso in acque internazionali di un’imbarcazione con a bordo 88 persone tra le quali 2 donne in stato di gravidanza, poco dopo risponde ad una nuova segnalazione a 30 miglia dalle coste della Libia.

Un centinaio di migranti sono già in mare, tra loro donne e bambini, la loro imbarcazione sfondata, le persone aggrappate a quel che resta del gommone, i soccorritori riescono a recuperare 110 persone, ma si registrano 6 vittime tra le quali il piccolo Joseph di appena 6 mesi che i medici di Emergency a bordo della Open Arms cercano di salvare invano.
In quei momenti Watch the Med-Alarmphone e Frontex segnalavano al largo della costa libica altre quattro imbarcazioni con un totale di 275 migranti a bordo.

Due ulteriori naufragi vengono segnalati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni nella giornata del 12 novembre. Un’imbarcazione con 120 persone al largo di Khums si capovolge e causa la morte di 74 persone i 47 sopravvissuti sono stati riportati nel porto di Tripoli dalla guardia costiera libica e 31 sono i corpi che sono stati recuperati nelle operazioni di salvataggio.
Altre 19 persone tra cui 2 bambini, sono affogati dopo che le loro imbarcazioni si sono capovolte nella giornata del 12 novembre.

Secondo l’OIM almeno 900 persone sono annegate nel Mediterraneo quest’anno cercando di raggiungere l’Europa anche a causa dei ritardi nei salvataggi, tutt’ora la ONG Open Arms è la sola ad avere il permesso di essere attiva nella zona, mentre le altre sono bloccate nei porti.

Federico Soda, capo missione OIM in Libia per Italy.iom.int
«La perdita di vite umane nel Mediterraneo centrale è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale al mondo.
Da tempo chiediamo un cambiamento nell’approccio nei confronti della Libia e del Mediterraneo.
Non dovrebbero più essere riportate le persone a Tripoli e si dovrebbe dar vita al più presto, ad un meccanismo di sbarco chiaro a cui possano far seguito delle azioni di solidarietà degli altri Stati. Migliaia di persone vulnerabili continuano a pagare il prezzo dell’inazione, sia in mare sia sulla terra ferma.»

250 persone sono sbarcate questa mattina a Trapani grazie alla Open Arms, se le operazioni di soccorso fossero statenaufragio 2 370 min coordinate sarebbero state molte di più.
Nonostante il vertice di Malta svolto il 23 settembre tra Italia, Francia, Germania, Malta e Finlandia che presiedeva l’incontro sulla ripartizione dei migranti salvati nel Mediterraneo, non esiste ancora un piano comune che miri ai salvataggi in mare, mentre le ONG sono sottoposte a continue restrizioni che bloccano di fatto le loro attività.

Inaccettabile è, inoltre, che si continui a permettere alla guardia costiera libica di rimportare e migranti nel porto di Tripoli dopo che tutte le organizzazioni umanitarie e gli stessi rapporti delle Nazioni Unite hanno denunciato torture e abusi su uomini donne e bambini da parte della guardia costiera e nei lager libici.

Nei centri di detenzione si continuano a consumare gravi violazioni dei diritti umani, è necessario attivare sistemi di soccorso coordinati dall’Unione Europea creando un accesso a vie legali e sicure di transito per proteggere chi ogni giorno rischia e troppo spesso perde la vita.

 

Lisa Anna Ferraris della Redazione di UNOeTRE.it, è cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 
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