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Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone. Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Ha ricoperto incarichi nella Commissione Nazionale Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, in questa veste ha curato le iniziative delle Donne per il 70° della Repubblica italiana e della Costituzione. E' Consigliera di Parità per la Provincia di Frosinone.

Intenso impegno e iniziative significative hanno caratterizzato l'attività di Fiorenza Taricone in modo particolare nel 2016 a 70 anni dalla nascita della Repubblica italiana.
Proprio questa ricorrenza è stata l'occasione per richiamare all'attenzione sul ruolo delle donne in quella stagione di grandi cambiamenti e il significato della Costituzione.
La Taricone non ha lasciato spazio a incerte interpretazioni del contributo determinante e di valore dato dalle donne in tutti i campi della vita sociale e culturale in Europa e in altre parti del mondo, come dimostra nelle sue numerose pubblicazioni.
Ha fatto riemergere dall'oblio donne combattive, determinate, colte, che hanno reso grandi servigi alla loro terra di origine.
Se ha riscritto la storia, ampliandola, del protagonismo delle donne, altrettanto ha denunciato la violenza subita dalle donne. Una denuncia che va oltre la semplice testimonianza e si trasforma in una battaglia culturale e rivendicativa per strutture pubbliche a sostegno di donne colpite dalla malvagità dell'uomo e di ferma condanna senza equivoci di sorta.
Sembrerebbe, leggendo i suoi libri e le sue pubblicazioni, ascoltandola in pubblici confronti, che nella sua missione culturale si sommano una valorizzazione e una protezione delle donne.

Significativo il suo ruolo di femminista in Europa esaltato di recente, nel 2018, quando ha presentarto in francese il suo libro "Romain Rolland, pacifista libertario e pensatore globale". Un'opera di notevole significato storico culturale nel panorama della pubblicistica di storia contemporanea. E' la prima opera biografica di un personaggio di notevole spessore culturale, pubblicata in Italia, dove Rolland è praticamente sconosciuto. Si colma con l'opera della Taricone una lacuna storica e letteraria che consente di ampliare un orizzonte di conoscenze su i protagonisti del XX secolo per un Europa unita e per una pace universale.

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1905: Berta von Suttner Premio Nobel per la pace

DONNE.STORIE E FUTURO

"Abbasso le armi"...Solo il sangue lo si vuol lavare sempre col sangue

Fiorenza Taricone
1.Una pacifista senza tentennamenti
Bertha von Suttner DW.com 390 minA Berta von Suttner e alla sua opera maggiore, "Giù le armi", un vero best seller dell’epoca, il panorama editoriale italiano non ha dedicato una grande attenzione; il personaggio e l’opera di Berta von Suttner non sono molto noti presso il grande pubblico; attenzione tanto più parziale se si considera che fu la prima ad essere insignita del Nobel per la pace.

Alla metà del XIX secolo, nel 1843, dai conti Kinsky von Chinic und Tettau, nasce Berta Sophia Felicita, figlia postuma dell’Imperial regio tesoriere e feldmaresciallo Franz Joseph, morto pochi mesi prima a 78 anni, e di Sophia Wilhelmine di 28 anni, discendente della famiglia del poeta della libertà tedesca Theodore von Korner. La giovane Berta riceve a Vienna, dopo il trasferimento della famiglia voluto dalla madre, un’educazione impartita secondo le regole dell’aristocrazia asburgica; studia francese, inglese, italiano, poi russo. A trent’anni, nel 1873, decise di rendersi indipendente, considerate anche le non più floride condizioni economiche della madre. S’impiegò quindi presso la famiglia del barone von Suttner, come insegnante accompagnatrice delle figlie; s’innamorò però, ricambiata, del figlio minore, Artuhr Gundaccar, di sette anni più giovane.

L’avversione della famiglia von Suttner a questo legame fece decidere Berta nel 1876 ad abbandonare Vienna per Parigi, dopo aver risposto ad un annuncio lavorativo di Alfred Bernhard Nobel (Stoccolma 1833-Sanremo 1896), il chimico e industriale svedese che nel 1867 aveva scoperto la dinamite; Nobel deciderà successivamente per testamento di destinare l’enorme ricchezza accumulata alla nascita di una Fondazione omonima e all’attribuzione del prestigioso premio per la Pace per testimoniare la sua convinzione che anche le scoperte più temibili come quelle della dinamite, dovevano essere indirizzate al progresso e non alla distruzione; assunta in qualità di segretaria e governante, dopo una settimana, Berta, dietro invito di Arthur e delle sorelle, tornò a Vienna, e sposò segretamente Arthur, partendo per il Caucaso. Vi restarono nove anni, dal 1876 al 1885. Arthur esercitò la professione d’ingegnere, Berta diede lezioni di letteratura e musica, iniziando a scrivere le prime opere; in esse, si trovava già l’idea di una società in cui pace e progresso andavano di pari passo. Nel 1885 i coniugi fecero ritorno a Vienna, dove Berta scrisse la maggior parte dei suoli libri e partecipò al Congresso degli scrittori a Berlino.

Durante la stagione invernale del 1886, Berta tornò a Parigi e rincontrò Alfred Nobel, rimasto in contatto epistolare con lei, lo informò dei suoi progetti per la pace e sentì parlare per la prima volta di società per la pace e per la Corte d’arbitrato.
Fra il 1888 e il 1889, terminò di scrivere L’era delle macchine, contro l’esagerato nazionalismo e l’eccesso d’armamenti. Pubblicò nello stesso anno Giù le armi!, che ebbe subito un successo enorme, e fu tradotto in molte lingue. Nella sua frenetica attività pacifista, fonda nel 1891 la Società austriaca per la pace di cui restò Presidente fino alla morte nel 1914, e che durante il terzo Congresso mondiale della pace, a Roma, rappresentò, tenendo il suo primo discorso pubblico, con meraviglia dei presenti, alla vista di una oratrice. Arthur da parte sua, contribuì alla fondazione a Vienna della Società per la difesa contro l’antisemitismo. Anche a Berlino, i due coniugi diedero vita alla Società tedesca per la pace.

Al Quarto Congresso mondiale della pace a Berna, tenne una relazione insieme a Teodoro Moneta, futuro Nobel italiano, su La Confederazione degli Stati Uniti d’Europa. Nel 1896 morì Alfred Nobel, il cui testamento stabiliva l’assegnazione di un premio per la fisica, la chimica, la medicina, la letteratura e la pace. In uno scritto del 1897 Bertha ricordò il testamento di Nobel come un avvenimento di massima importanza per il movimento della pace: dinanzi a tutto il mondo per la prima volta fu dichiarato che “l’affratellamento dei popoli, la riduzione degli eserciti e la sfida dei congressi della pace” si presentavano come eventi che potevano significare la felicità dell’umanità. Ma il cammino delle idee di pace e fratellanza era denso di ostacoli: tre anni dopo la morte di Nobel, alla Prima conferenza per la pace all’Aja, dove i governi si confrontano sulle proposte avanzate dallo zar Nicola II, la von Suttner si rammaricava per “le generali incomprensioni, apatica insensibilità e ancora peggio, per l’ostilità nascosta e aperta, durante la Conferenza”.

Nel 1902 morì il marito Arthur, ma Berta intensificò comunque la sua attività pacifista, partecipò al Congresso Mondiale per la Pace a Boston, cui fece seguito un lungo giro di conferenze negli Stati Uniti, che replicò nel 1912; fu ricevuta a Washington dal Presidente Roosvelt. Nel 1905, ottenne il Premio Nobel per la pace, ma in seguito si allontanò dalla cosiddetta pace armata di Nobel, per sostenere il disarmo totale di tutte le nazioni, con l’istituzione di una corte d’arbitrato che risolvesse i conflitti internazionali.
Qualche anno dopo partecipò alla Seconda Conferenza dell’Aja dalla quale nacque la Corte Permanente d’Arbitrato.

Nel 1910, André Carnegie, industriale americano, istituì una Fondazione per la pace su ispirazione di Berta von Suttner e tre anni dopo, al XX Congresso Universale all’Aja, venne inaugurato il Palazzo della Pace dovuto alla generosità di Carnegie per il quale venne prescelta l’Olanda come sede della corte arbitrale, offrendo il terreno, mentre gli altri Stati contribuirono al decoro della costruzione e all’arredamento. L’Italia fornì i marmi per il magnifico vestibolo, la città dell’Aja costruì a sue spese il superbo scalone, la Germania offrì le porte monumentali in ferro battuto, l’Austria, i grandi candelabri dorati ai piedi della scala, l’Ungheria vasi di porcellana, la Danimarca una fontana, l’Inghilterra le vetrate a colori, il Mikado, arazzi giapponesi, il Belgio, il carillon della torre.

Appena un anno dopo, si manifestavano le avvisaglie della Prima guerra mondiale, e la scrittrice era sfiduciata: Il movimento pacifista borghese –scriveva- è da noi così fiacco che è condannato all’insuccesso. Dove sono i giovani pieni d’energie e di entusiasmo? E alla guida non c’è che una donna anziana…

La data di morte, 21 giugno 1914, una settimana prima di Sarajevo, in fondo fu per lei una salvezza. Secondo le sue volontà, il corpo venne cremato. A testimonianza della sua ininterrotta attività pacifista, con l’introduzione della nuova moneta europea nel 2001, la sua effige è stata posta sulla moneta da 2 euro del conio austriaco.

La via per la pace che Berta von Suttner aveva sempre privilegiato era stata quella di individuare un sovrano o un presidente di uno Stato neutrale che fungesse da mediatore, quindi una sorta di arbitrato internazionale, per assicurare la pace e la prosperità all’intera Europa, che da molto tempo non era più “in mezzo alla più profonda pace” espressione utilizzata per descrivere la felice condizione in cui il continente in altri tempi si era trovato, rispetto alla situazione attuale. In uno scritto del 1896, Bertha analizzava infatti la situazione di diversi Paesi sul finire del XIX secolo. Faceva riferimento alla questione della Turchia, in cui era in atto una carneficina nei confronti degli armeni; della Spagna in lotta contro Cuba negli anni 1895-1898, aiutata dagli Stati Uniti per sottrarsi al dominio spagnolo; della Francia, che aveva dichiarato guerra al Madagascar per l’annessione, e dell’Italia che tra il 1894 e il 1896 si era avventurata nella guerra in Abissinia per una colonia in Africa. Rispetto ai popoli condotti alla disperazione per l’aumento delle tasse, dei prezzi al consumo e dei diritti doganali, la risposta della Germania era stata quella di potenziare l’esercito, cui la Francia aveva risposto con la proposta di reintroduzione del servizio militare triennale. Il denaro doveva invece essere utilizzato per sconfiggere i nemici interni quali la miseria, la rozzezza, la disoccupazione, e il vizio, rinunciando al militarismo stesso.

L’unica soluzione era costruire un sistema dei rapporti fra i popoli di un’Europa unita che proclamava l’abolizione della violenza, della difesa personale e del diritto di conquista. Il disarmo sarebbe stato conseguente solo al disarmo stesso. “Chi ama la gloria guerresca –scriveva la Suttner- sente che il mantenimento della pace europea concede una gloria maggiore di una guerra combattuta contro i diversi nemici”. Le responsabilità della stampa erano pesanti: la von Suttner condannava al contempo la stampa nazionalista, liberale e moderata che appoggiava il sistema militarista, e mostrava il sistema della pace armata come un qualcosa di naturale e immutabile.

Anche il progresso esibiva un volto bifronte. Tanto le moderne conquiste come le ferrovie, il telegrafo, e la stessa dinamite scoperta da Alfred Nobel, erano indici positivi, ma altrettanto, applicati alla guerra, si rivelavano nemici del progresso stesso. In uno scritto del 1907, Berta s’interessò anche di una delle più importanti scoperte degli inizi del‘900, il dirigibile, presto messo a servizio della tecnica militare, come strumento di guerra, monopolizzando a fini bellici un nuovo sistema di trasporto.
Ci poteva essere forse in altri tempi una certa poesia nella marcia di un’armata che sfilava a perdita d’occhio su una grande strada, si legge nelle pagine del suo romanzo Giù le armi!, ma “vedere ai nostri giorni le ferrovie, questo simbolo del progresso scientifico che non dovrebbero servire che all’avvicinamento delle nazioni, favorire così lo scatenamento della barbarie … è troppo assurdo. Come stona qui la suoneria di questo telegrafo, segno magnifico dei trionfi dell’intelligenza umana che è arrivata a lanciare il pensiero da un paese all’altro con la rapidità del lampo. Tutte queste scoperte meravigliose della modernità, fatte per attivare lo scambio tra i popoli, facilitare, arricchire, abbellire la vita, eccole ora al servizio dell’antico principio dell’odio, che tende a dividere i popoli e a distruggere la vita. Vedete le nostre ferrovie, i nostri telegrafi, noi siamo veramente nazioni civili predichiamo ai selvaggi e intanto ci serviamo di queste cose per sviluppare al centuplo la nostra ferocia selvaggia. La guerra, essendo negazione del progresso, fa dire la von Suttner alla sua protagonista in Abbasso le armi! è naturale che sopprima tutte le acquisizioni della civiltà e riconduca l’uomo allo stato selvaggio, fra le altre a quella cosa così rivoltante per le nature ingentilite: la sporcizia” .

 

2. Un esempio di ottima comunicazione
Il suo scritto più famoso, Abbasso le armi! in edizione originale comparve alla fine del 1889 a Dresda, ed ebbe un immediato successo, fu tradotto in tutte le lingue europee, e raggiunse nel 1905, anno in cui la von Suttner ottenne il Nobel, la trentasettesima edizione in Germania; qualche mese prima, sempre nel 1889, era apparso Era delle macchine. Previsioni sul nostro tempo. Di fatto, la Suttner superò il marito nella propaganda attiva, diventando lei stessa un esempio di quella emancipazione femminile di cui almeno in Italia, si sapeva ben poco ed era poco più di un fenomeno strettamente elitario. Fu lei stessa a sperimentarlo: nel novembre del 1891, in una sala del Campidoglio, in cui si inaugurava a Roma il Congresso della Pace, dopo un discorso di Ruggero Borghi, lo stesso ministro liberale che aveva autorizzato l’accesso femminile a tutte le facoltà universitarie, nel 1874, dopo il saluto del sindaco, “una donna, di nobile e severo aspetto, elegante nel vestire, chiese la parola per spiegare in nome di quali principi ella si presentava. Tutti gli sguardi conversero su di lei, e per la sala corse, bisbigliato, un nome già celebre: baronessa Berta de Suttner; parlò in francese, con l’efficacia della convinzione, in uno stile vivo e colorito, in favore dell’ideale della sua vita, la fratellanza fra i popoli, la guerra alla guerra, l’arbitrato internazionale. Prese parte a tutte le sedute del Congresso, vi fu eletta vice presidente, vi parlò spesso e cercò di mettere l’accordo fra le varie tendenze. Che una donna potesse prendere la parola era inaudito”.

L’edizione successiva del ’92 di "Abbasso le armi!" recava aggiunte e modifiche. In Italia era comparso per la prima volta nel 1897, sempre con il titolo Abbasso le armi, per le edizioni dei Fratelli Treves, basato sull’edizione del 1892, l’unica autorizzata. Il romanzo si presenta a tratti come un apparente feuilleton, un avvincente romanzo d’amore, che a conti fatti sembra però trasformarsi in un’abile operazione letteraria, tesa ad avvicinare le lettrici ad un tema politico-militare, attraverso i sentimenti. Berta vuole istruire in pratica, come si sarebbe detto nell’Ottocento, dilettando, e se a prima vista, il romanzo sembra un commovente romanzo basato sui sentimenti, nella sostanza è un magistrale esempio di strategia della comunicazione. La protagonista del romanzo, Martha Althaus, è la voce narrante, che sembra identificarsi con l’autrice, anche per chi leggeva, tanto che l’associazione inglese della pace, come è riferito nella prima traduzione italiana, del 1897, invitandola ad un congresso, le chiese di portare con sé il figlio Rudi, in realtà il bambino di Martha nel romanzo. Le analogie biografiche vanno cercate piuttosto nella comunione d’ideali della protagonista del romanzo con il secondo marito e nella vita reale della von Suttner con Arthur.

Nel romanzo, Martha ha un padre completamente convinto dell’etica guerresca, che ai figli e figlie raccontava della vita militare e dei suoi aneddoti; i discorsi però erano di fatto subiti dalle donne poiché la cultura femminile tradizionale le escludeva da una comprensione piena di ciò che veniva detto e da parte loro mai sperimentato. “Che ingiustizia vietare al sesso femminile di partecipare al sentimento più elevato dell’onore e del dovere … se per caso udivo parlare dell’aspirazione della donna all’uguaglianza dei diritti, cosa di cui si parlava poco nella mia giovinezza e per lo più con biasimo o tono canzonatorio, io comprendevo del desiderio dell’emancipazione soltanto quest’aspetto: anche le donne dovevano avere il diritto di andare armate in guerra … la storia, è proprio la storia, a suscitare l’ammirazione per la guerra. S’imprime nella mente dei ragazzi che il signore degli eserciti vuole continue battaglie, che queste sono per così dire, il veicolo che trascina attraverso il tempo i destini dei popoli; che esse sono l’adempimento di un’inevitabile legge di natura e devono quindi facilmente succedere come le tempeste e i terremoti; che gli orrori e lo spavento, da cui esse sono accompagnate, sono ampiamente compensati dall’importanza dei risultati per la società in generale e per l’individuo dalla gloria, oppure dalla coscienza di aver adempiuto il più sublime dei doveri … ciò risulta chiaro ed unanime da tutti i manuali e libri di lettura ad uso scolastico dove, accanto alla storia propriamente detta, rappresentata soltanto come una lunga catena di avvenimenti bellici, anche i racconti più svariati e le poesie non sanno riferire che eroici fatti d’armi … le ragazze benché non debbano andare in guerra sono istruite con gli stessi libri fatti per questa generazione di ragazzi soldati e così nasce nella gioventù femminile lo stesso concetto, che genera nel loro cuore una forte invidia di non poter fare altrettanto ed una esagerata ammirazione per ciò che riguarda le armi. E’ davvero uno spettacolo piacevole vedere delle ragazze gentili peraltro educate alla carità e alla dolcezza, essere invitate ad assistere a tutte le guerre antiche e moderne, da quelle bibliche macedoniche e puniche fino a quelle dei trent’anni e di Napoleone, e a contemplare le città incendiate, gli abitanti passati a fil di spada,i vinti torturati!” .

Mio padre, narrava Martha, aveva una serie di tesi predilette in favore della guerra che non era possibile confutare: 1 La guerra è una istituzione divina; è voluta dal Dio degli eserciti, vedi la Sacra Scrittura. 2 Ci sono sempre state guerre e di conseguenza ve ne saranno sempre. 3 Senza la guerra che decima ogni tanto la popolazione del globo, questa si moltiplicherebbe smisuratamente. 4 Una pace continua infiacchirebbe e snerverebbe la razza umana; acqua stagnante produce putrefazione, pace eterna produce decadenza dei costumi. 5 La guerra è il miglior mezzo per la manifestazione dei sentimenti più elevati come l’abnegazione, l’eroismo; essa serve a ritemprare il carattere. 6 Sorgeranno sempre delle contestazioni fra le nazioni; una concordia universale è impossibile. L’opposizione d’interessi condurrà sempre a dei conflitti; l’idea di pace perpetua è un nonsenso .

Martha, oltre ad essere figlia di militare, si sposa giovanissima con il primo marito, anch’esso militare; quando scoppia una guerra, la von Suttner, nel descrivere il commiato fra i due, delinea perfettamente la divisione tradizionale di ruoli fra i due sessi. La giovanissima moglie, prima di lasciarlo andare gli dice: potessi venire anch’io, combattere al tuo fianco e vincere o morire, mentre il marito risponde che erano sciocchezze; il suo posto era accanto alla culla del piccino: “Noi uomini dobbiamo combattere appunto per proteggerlo e garantirlo dagli assalti del nemico e per conservare la pace alla nostra casa e alle nostre donne” ; ma la vera spiegazione per Martha era un’altra: se il marito desiderava combattere non era per la necessità di difendere le donne, i bambini, la patria, ma per amore dei cambiamenti avventurosi che la vita in guerra offriva, per un desiderio di mettersi in mostra, avanzare di grado, insomma per ambizione. “Quando parecchi cani si disputano un osso, i cani stessi si sbranano fra di loro; ma nella storia dei popoli, la maggior parte delle volte sono gli stupidi ossi che vengono buttati gli uni contro gli altri, che reciprocamente si distruggono per difendere le pretese di governanti avidi” .

Nasceva quindi come conseguenza di una ribellione di Martha il grido: "Abbasso le armi" che dà il titolo al romanzo. La maggior parte della gente, afferma la protagonista del romanzo, non sa perché e come una guerra nasca; la vede soltanto giungere a poco a poco. E quando è giunta, non si occupa più dei piccoli interessi e delle semplici divergenze d’opinione che l’hanno prodotta, ma solo degli avvenimenti importanti che ne sono il risultato che assorbono l’attenzione. Poi, una volta passata, ci si ricorda tutt’al più dei travagli personali e delle perdite sofferte, ma non si pensa più alle ragioni politiche che le hanno dato origine.

"Quando una volta si è presi dalla sete dell’orribile, non c’è più riposo, finché essa non sia placata con un massimo d’orrore. C’è, infatti, qualche cosa di più orrendo di un campo di battaglia durante l’azione: è il campo di battaglia dopo l’azione … non si sentono altro che i gemiti del dolore e i rantoli della morte. Sul terreno sconvolto ovunque pozzanghere dai riflessi rossastri dei veri stagni di sangue, tulle le case devastate, villaggi, prima ridenti, trasformati ora in mucchi di rovine, gli alberi delle foreste abbattuti o carbonizzati, le siepi devastate dalle cartucce, sul suolo migliaia e migliaia di morti o di morenti che agonizzano senza soccorso. Proprio vicino ai cannoni, la cui gola è tutta nera di fumo, il suolo è più insanguinato: è lì che si trovano in maggior numero i morti, i feriti e quelli che sono stati i più atrocemente mutilati” .

"Bisogna, afferma Martha, che in base alle proprie forze ogni essere umano, aiuti, non fosse che di un millesimo di linea, l’umanità ad avvicinarsi a questa meta. Non è mai venuto in mente a nessuno di togliere le macchie d’inchiostro con l’inchiostro, o le macchie d’olio con l’olio. Solo il sangue lo si vuol lavare sempre col sangue …” .

 

 

 

 

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Il femminile e le guerre

 DONNE. STORIA E FUTURO

 La guerra non è forza è al servizio del diritto, ma diritto assoggettato alla forza

di Fiorenza Taricone
rifugiati ucraina 390Recentemente, il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale ha organizzato un incontro a più voci sulla guerra in Ucraina. Ho aderito anche perché avevo deciso di parlare di un argomento, quello del pacifismo femminile di cui poco si discute, mentre nella lezione straordinaria che gli studenti del mio corso di Storia della comunicazione politica mi avevano chiesto, avevo precedentemente disegnato un quadro storico politico.

Dalla definizione comune di pacifismo, come teoria e movimento che considera una pace durevole e universale come bene altamente desiderabile, tanto desiderabile che ogni sforzo per raggiungerla è considerato degno di essere perseguito, nascono molti interrogativi. La pace cui mira il pacifismo non è una pace qualunque d’equilibrio, ma una pace di soddisfazione, risultato di una accettazione consapevole, in cui le parti non hanno più rivendicazioni reciproche da avanzare.

Il primo interrogativo che mi sono posta riguarda la narrazione della guerra in atto in Ucraina da parte della società massmediologica, drammatica, in un certo senso vecchia, rivelatrice di tanti paradossi. Da una parte la geopolitica, che stavolta ha al centro l’Ucraina, terza riserva europea di shale gas (gas scisto), settima riserva mondiale di carbone, granaio per molti paesi, centro dell’Europa, secondo la targa apposta dalla Società geografica nel 1911; intorno alla guerra ruotano la cyberwar, le superpotenze, la lotta per le materie prime, i mercati finanziari. Dall’altra parte della narrazione, vediamo cortei di donne con bambini o singole donne isolate che mettono al riparo come possono gli affetti, sono immagini quasi senza tempo, che se non fossero così drammatiche, diventerebbero stereotipate. Voci che non sono decisore delle vicende cui mettono riparo, come sempre.

In una guerra di aggressione come questa, il consenso certo non è un fattore in gioco, ma per le donne vale ancora meno, e dei centri decisori di guerra e pace le donne non hanno fatto parte per secoli, oggi solo come minoranza; di regola i parlamenti che non funzionano aprono la via al dispotismo; il cosiddetto uomo solo al comando, più o meno sanguinario, ha dimostrato fino alla noia di non aver elaborato quel senso del limite, approfondito dal neofemminismo degli anni Settanta; di certo, non possiamo ancora oggi dire che la democrazia paritaria sia la cifra politica dell’Occidente: anche se nel 2019 il Parlamento ucraino in particolare ha registrato un record di donne, 86 parlamentari, circa il 20%, la parità è lontana; dal sito Women in national parliaments per altro, nei 140 paesi posti in ordine decrescente al 71° posto c’è l’America, la Russia è al 95° (13,6), l’Italia al 32° con il 31% di presenza femminile; possiamo legittimamente chiederci, visto l’assunto raramente contestato che le donne siano in massima parte pacifiste, se non altro per i prezzi che pagano, quale consenso diano alla politica interna ed estera e alla formazione di una opinione pubblica che conti.

La Russia, il paese aggressore, l’erede snaturato dello stesso Paese che fermò l’avanzata nazista perdendo nella seconda guerra mondiale più di venti milioni di persone, dove sono presenti 200 gruppi nazionali/etnici, non può certo essere un esempio oggi, mentre lo è stato in passato; la rivoluzione del ’17, ha aperto per le donne spazi di libertà uguali e superiori a quelli di altri paesi europei; è stato separato il matrimonio civile da quello religioso, resa possibile la scelta del cognome nella coppia, sancita la parità degli illegittimi, e i diritti alla tutela della salute. Al 1920 risale l’interruzione della gravidanza, il divorzio, il salario minimo, i congedi di maternità. Nei fatidici anni Trenta, che sono anche per l’Italia e la Germania anni di negazione della democrazia, l’aborto è di nuovo illegale, l’omosessualità un crimine, aumenta il numero delle donne presenti nei gulag, esonerate dal lavoro duro, ma non dagli abusi e dalle violenze sessuali. Solo dopo la morte di Stalin, nel ’55, il diritto didonneucraine 390 min interrompere la gravidanza è di nuovo ripristinato e dagli anni Novanta per la condizione femminile i problemi sono gli stessi dell’Occidente: gander pay gap, maggiore licenziabilità, molestie e violenze in aumento, stupri non denunciati. Nel 1996, stesso anno in cui in Italia viene approvata la legge contro la violenza sessuale impiegando venti anni, la Duma, aula inferiore dell’Assemblea Federale elabora la legge contro la violenza domestica, ma per l’opinione della maggior parte delle donne russe è colpevole solo chi reitera veramente. Nel 2017 è stata anche decriminalizzata la violenza domestica, semplice reato amministrativo, con l’effetto di aumentare la violenza contro le donne; lo stesso anno ha registrato la morte di una donna ogni 40 minuti a causa di un abuso domestico; se la Russia, il paese aggressore segna il passo come diritti umani e democrazia paritaria, anche in Ucraina si addensano ombre proprio sulle persone che intendevano modernizzare il paese e liberarlo dalle oligarchie modello russo; il The Guardian, nell’ottobre 2021, con il Pandora Paper, frutto di una lunga inchiesta, ha evidenziato il numero non denunciato di società off shore (Belize, Cipro, Isole Vergini), di Zelensky, e dei suoi ex compagni di recitazione.

Pur non contando come gli uomini in politica, certamente le donne sono ostili alla violenza, ma quali sono gli strumenti politici decisionali per opporsi? Le donne che fuggono dalla guerra, come fanno quando possono le donne di tutti i paesi dove c’è un conflitto in atto, aprono un altro paradosso: cercano riparo in paesi come la Polonia, fra i paesi del Patto di Visegrad, che certamente non sono dei campioni di garantismo dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; ricordo che in Polonia una legge recente impedisce l’interruzione di gravidanza anche in presenza di malformazioni del feto; pur di non “concedere” diritti fondamentali per la libertà femminile, riconosce persino l’omosessualità, ma manca una legge contro l’omofobia e sulle coppie di fatto. Per la prima volta, quindi il flusso delle persone che fuggono dall’Ucraina va ad interessare proprio i paesi che maggiormente erano contrari al sistema di accoglienza europeo, fra cui l’Ungheria che si era opposta anche al piano di ricollocazione.

Il secondo interrogativo che mi sono posta, oltre al rifiuto di una posizione manichea che veda da una parte Putin come avversario di una politica internazionale senza macchia, e gli Stati Uniti come eterni esportatori e protettori di democrazia, è la posizione dell’Europa rispetto ai profughi, rifugiati, migranti. La direttiva n. 55 della UE, Consiglio dell’Unione europea, del 2001 nata dopo la crisi nei Balcani detta anche direttiva Kosovo, mai stata attivata anche di fronte all’emergenza in Libia e alla recente crisi afghana, garantisce ai profughi attuali una forma di protezione finora sconosciuta; una protezione temporanea che accentua l’inadeguatezza di un sistema di accoglienza che per gli altri profughi rimane uguale. Polonia e Ungheria hanno evidentemente dimenticato in favore dell’Ucraina i muri e i fili spinati, così come i nostri Berlusconi e Salvini hanno messo da parte gli elogi a Putin e le sbrigative soluzioni verso i migranti, che consistevano nello sparare sui gommoni; molto recentemente, anche in Siria i bambini sono morti per le armi chimiche, anche in Afghanistan c’erano donne e bambini, anche dalla Libia arrivano i profughi, morti affogati, morti senza nome, morti assiderati o salvati dalle madri che sono morte per salvare loro. Il campo di Lesbo nel 2020 aveva donne e bambini che vivevano senza acqua pulita a pochi metri dal mare, senza fogne, senza assistenza sanitaria, senza riparo dal Covid, e senza illuminazione, il che sembra un dato meno grave, e invece questo li rendeva più esposti alle violenze e agli abusi. Nelle disposizioni urgenti di Draghi l’Italia riconosce ai soli ucraini la possibilità di accedere all’accoglienza anche senza aver fatto richiesta di asilo e inviare armi non ci sembra la soluzione migliore per un diritto alla pace.

Paradossalmente, la differenza oggi la fa una non guerra, cioè il nucleare, per definizione l’annullamento di una guerra tradizionale, che esclude ogni sofisma. Per il filosofo della politica Norberto Bobbio, vissuto nel Novecento, il secolo più sanguinoso della storia, due guerre mondiali, la bomba atomica, lo sterminio degli ebrei, la guerra nel Balcani, vi sono due modi di considerare la guerra come una via bloccata, ritenerla impossibile o ingiustificabile, oppure l’equilibrio del terrore e la coscienza atomica. Secondo il primo, la guerra non può più accadere, senza esprimere un giudizio di valore; per il secondo, con un giudizio di valore, la guerra è un male assoluto. «E’ davvero incredibile - scriveva non molti anni fa Bobbio - quanto grande sia il numero delle persone, soprattutto fra gli uomini di cultura che mi accade spesso di interpellare, le quali si sono adagiate nell’equilibrio del terrore. Si dichiarano soddisfatti del beneficio attuale. Considero quest’atteggiamento, oltre che politicamente ingenuo e storicamente superficiale, un tipico prodotto di falsa coscienza. Il carattere di un equilibrio fondato esclusivamente sul terrore reciproco è la sua precarietà: già oggi non esiste più o è in via di trasformazione. E se l’equilibrio del terrore è paralizzante, lo squilibrio libera almeno una parte del terrore».

L’idea di progresso tipica delle filosofie della storia del secolo scorso, quelle stesse che sono state al centro delle riflessioni femministe sul senso del limite, sia idealistiche che positivistiche, è servita anche per giustificare la guerra come un male necessario. La guerra serve al progresso morale: se non ci fosse la guerra non si svilupperebbero alcune virtù, come il coraggio, lo spirito di sacrificio e solidarietà; la guerra serve al progresso civile, è tra i cosiddetti fattori d’incivilimento, un grande mezzo di comunicazione fra gli uomini, attraverso essa le civiltà si scontrano e si mescolano, la guerra serve al progresso tecnico. La guerra poi che scoppia per una giusta causa, come questa, è un’offesa il cui scopo è la riparazione di un torto o la punizione di un colpevole, assimilando la guerra ad una procedura giudiziaria. Ma questo per Bobbio ha messo in evidenza la sua debolezza; in ogni procedura giudiziaria si distinguono il processo di cognizione e il processo di esecuzione, il primo è tanto più in grado di assicurare il giusto e l’ingiusto, quanto più si ispira ai due principi della certezza dei criteri di giudizio e della imparzialità di chi deve giudicare; ma nella dichiarazione e attuazione di una guerra i due principi non vengono rispettati perché non c’è stata guerra che non abbia trovato la sua giustificazione; inoltre, chi decide della giustizia o ingiustizia della guerra è la stessa parte in causa.

La guerra è quindi una procedura giudiziaria in cui il maggior male è inflitto non a chi ha più diritto, ma a chi ha più forza, per cui si verifica la situazione in cui non è la forza è al servizio del diritto, ma il diritto finisce per essere al servizio della forza.

 

Profughi ucraina 600 min

 

 

 

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Quando le donne ciociare trasportavano i figli sulla testa

DONNE, STORIE E FUTURO

"Un cesto di faticosa maternità"

di Fiorenza Taricone
Contadina con bambino e maiale 390 minMadri in perenne equilibrio
Come forse qualche lettrice/lettore sanno, da qualche mese ho ricevuto l’incarico di Prorettrice alla Terza Missione dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale; tra i suoi vari compiti, prevede anche la valorizzazione e l'impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società, mettendo in evidenza il rapporto le comunità; in questo senso per me l’incarico è una continuazione del rapporto che da tanti anni intrattengo con il territorio, con Associazioni, Comuni, Provincia, Organi di stampa cartacea e on line, Reti di vario tipo, partecipando a manifestazioni delle più eterogenee, spesso con denominatore comune le questioni legate alla conoscenza storica e all’avanzamento della condizione femminile.

A livello nazionale ed europeo ho sempre cercato di rappresentare la ricchezza della formazione universitaria, la vivacità culturale dell’Ateneo, tenendo presente che i pregiudizi legati alla storia del Mezzogiorno non sono morti, anzi! L’incarico è stato però e probabilmente lo sarà anche in futuro, causa di alcune mie discontinuità nello scrivere sulla mia rubrica, e di questo mi scuso in anticipo, ma certo non è dovuto alla pigrizia.

Quest’estate mi è stato proposta da alcune mie Colleghe la Prefazione ad un bel libro di Aldo Cagnacci e Mauro Martini, uscito da poco, dal titolo "Un cesto di faticosa maternità. Quando le donne ciociare trasportavano i figli sulla testa" (Edizioni Il Passo di Ceprano, 2021); il volume è frutto di una appassionata ricerca iconografica di tele, incisioni e disegni di ciò che viene annunciato nel titolo; l’originalità mi ha subito colpito, visto che finora le donne del Lazio Meridionale, comprese quelle di Terra di Lavoro sono state raffigurate trasportando ceste che contenevano essenzialmente materiali da lavoro: bucato, cibo, perfino mattoni e materiali da ricostruzione; come accadde per le donne del Lazio Meridionale che dopo la ritirata dei tedeschi e la conclusione disastrosa della seconda guerra mondiale si accinsero a fare ciò che le donne in ogni parte del mondo hanno sempre fatto: rimettere insieme i pezzi di un quotidiano dignitoso; nella Prefazione ho precisato che il titolo apparentemente poteva sembrare contraddittorio: di figli si tratta, anzi di neonati e neonate, quindi di benedizioni dal cielo, secondo la vulgata, ma certo fatti venire al mondo, nutriti e allevati con grande fatica.

Non era solo la novità di cui si fa interprete il libro, già rilevante in sé, a muovere il mio interesse, ma anche un secondo motivo, cioè la possibilità offerta dal testo di dissentire da un annoso pregiudizio; le donne ciociare sono state nel corso dei secoli irrigidite all’interno di caratteristiche sì reali, ma poi diventate anche gabbie culturali. Più che giustamente i due autori sottolineano quanto di angusto e provinciale ci sia nel perdurare di alcuni stereotipi, rintracciabili anche in coloro che addirittura, invece di valorizzare storie e personaggi del tutto atipici, mostrano un senso di disagio, piuttosto che un orgoglio di appartenenza. Gli Autori tracciano infatti una breve storia del termine ciociaro, usato dagli inizi dell’Ottocento e anche dal Pinelli senza alcun intento dispregiativo; negli anni ’20 e ’30 del ‘900, invece, nella enciclopedia Treccani e nella Utet, sostanzialmente è passato ad identificare briganti, cioce, pecorino, gruppi folk, e niente di più. “Purtroppo, riportano gli Autori, il personaggio ciociaro è stato poi tipicizzato e banalizzato, fino a tutto il Novecento, con deprecabile opportunismo, anche da attori affermati, presentandolo in modo stereotipato e macchiettistico”.

Fra le qualità che pur fra tante banalità vengono riconosciute alle donne ciociare, c’è sicuramente la robustezza, diventata nel corso del tempo quasi un leit-motiv; oggi, per il neo femminismo contemporaneo la dizione più corretta da usare nei loro riguardi sarebbe multi-tasking, poiché si occupavano non in tempi diversi, ma contemporaneamente di lavori produttivi agricoli, lavori domestici e lavori riproduttivi, cioè mettere al mondo figli e farli sopravvivere, impresa niente affatto facile in una condizione di precarietà esistenziale. Un ottimo esempio è l’opera dell’artista Saverio Della Gatta dal titolo Contadina con bambino e maiale, in cui la donna porta un bambino sulla testa, contemporaneamente porta al guinzaglio un maiale e con l’altra mano regge un fuso per filare. La visione dei dipinti mi ha rimandato al termine che è stato coniato per le donne multitasking, cioè acrobate, e così potrei definire talvolta le donne ritratte tanti anni fa, che in un portentoso equilibrio, procedevano tenendo sulla cesta il figlio/a, anzi in qualche dipinto perfino due, come in una famosa incisione di Bartolomeo Pinelli dedicata Ciociare di Saracinisco,1819, dove sono presenti due giovani madri con i loro bimbi nelle ceste. Le ceste sono dunque come un prolungamento della fisicità materna, una sorta di secondo grembo, in cui i bambini dormono, o guardano un orizzonte più ampio di quello che avrebbero a disposizione in altre condizioni, ma vengono anche portati in salvo.

Il contrasto fra la bellezza delle opere e la nuda realtà dei fatti accresce l’interesse di chi guarda e legge. La maternità come destino sociale, voluto, o imposto, è stato il denominatore comune femminile con cui tutti i diversi settori d’indagine degli studi di genere hanno dovuto fare i conti. Tra l’Ottocento e il Novecento, gli anni cui si riferiscono sostanzialmente le immagini del libro, il primo femminismo in Italia iniziava a pensare la maternità come strumento di legittimazione sociale e politica, scoprendo le sue valenze non solo private, ma pubbliche. Le vite concrete che anni di ricerche hanno rivelato, offrono letture molto diversificate rispetto allo stereotipo comunemente introiettato di un amore materno uguale per tutte, e l’immagine unica si sgretola per lasciare il posto a tante sfumature diverse. Molte donne hanno difeso a oltranza il materno per non guardare in faccia le sue tante ambiguità, tante non hanno dato seguito alla potenza creatrice con le interruzioni di gravidanza, anche sapendo di rischiare la morte o la condanna penale, altre donne, non molte, hanno eliminato il frutto già nato; altre preferito trasferire altrove la potenza dell’amore materno, nei figli altrui, anche professionalmente, o nell’oblatività religiosa; donne colte del primo Novecento hanno indagato la maternità con l’aiuto della psicanalisi, donne contemporanee sono oggi ossessionate dal familismo tecnologico e dal figlio ad ogni costo, mentre donne-bambine, oggi come ieri, hanno interrotto la fanciullezza per un tempo dell’essere madri troppo precoce.

La fatica di sopravvivere

Le incisioni, i disegni e le pitture si rivolgono ad una classe ben precisa, che certo non è quella delle agiate élites femminili, le quali hanno condotto un’esistenza molto diversa dalla gran massa delle nullatenenti, per cui il matrimonio era una sistemazione inevitabile e socialmente auspicabile; se per tutte le donne il matrimonio con figli legittimi era un destino sociale, per le lavoratrici aveva anche la valenza di un sistema protettivo, i figli erano una attestazione di esistenza, il lavoro una dura conquista, la precarietà una regola di vita. La vita delle colte, sia laiche che religiose, ricche e benestanti è stata in ogni epoca imparagonabile con quella delle contadine, delle domestiche, delle ambulanti, delle affittacamere, delle popolane dei mercati, fino alle operaie del decollo industriale italiano fra Ottocento e Novecento, anche se in termini di assenza di diritti e di spossessamenti delle maternità una similitudine la possiamo scorgere. In comune infatti avevano la pressoché totale negazione del diritto di proprietà, dell’autonomia economica, e del diritto di trasmissione del cognome materno; l’ordine sociale, giuridico e politico era rigorosamente patrilineare e maschile nella trasmissione dell’asse ereditario e del cognome; nel diritto consuetudinario, a volta più forte del diritto stabilito nei codici, una linea nettissima passava fra un ordine naturale e uno culturale: il primo, assegnato alle donne in cui la razionalità non era richiesta e neanche riconosciuta come capacità, il secondo agli uomini, per i quali la razionalità trionfava, a scapito delle emozioni e dei sentimenti, territorio dell’irrazionale abitato dalle donne, confinante con il caso. La maternità era quindi per eccellenza un evento ‘naturale’, ripetuta come il succedersi delle stagioni, racchiusa nell’ordine ciclico della casalinghità, o come l’ha definita in tempi recenti, Clara Sereni, casalinghitudine. Le belle figure femminili che scorrono nelle pagine del libro sono per antonomasia fortunatamente escluse dalla condanna sociale che colpiva le donne che non procreavano, rami secchi, si diceva di loro. Assente del tutto, fino alla metà del Novecento, resta comunque l’orizzonte della scelta, per cui chi guarda la galleria delle immagini deve tenere conto che la naturalità del procreare era in stretta relazione con l’assenza di un’alternativa che caratterizzerà la seconda metà del Novecento: avere figli, non averne, molti o pochi.

La divisione sessuale dei ruoli è netta e senza sbavature, i padri non accudiscono i figli, sono quasi inesistenti; unica eccezione nel libro è l’opera di Franz Ludwig Catel, intitolato “Paesani a Albano”, nel quale è rappresentato un rarissimo esempio di padre che porta sulla testa un cesto con il bambino. Il lavoro contadino non era sempre a breve distanza dal luogo di abitazione, le donne si spostano con i gruppi familiari di riferimento per motivi lavorativi, anche su lunghe distanze. Le infelicissime condizioni di vita degli stagionali nell’Agro pontino e nella campagna circostante Roma sono state a lungo oggetto di attenzione da parte dell’associazionismo femminile laico dal finire dell’Ottocento in poi, come ho avuto occasione di scrivere già molti anni fa in uno dei primi testi dedicato alla storia della condizione femminile, dal titolo Operaie, borghesi, contadine nel XIX secolo ; Anna Fraentzel Celli, meno nota rispetto al marito Angelo Celli, direttore dell’Istituto Medico d’Igiene della Regia Università di Roma, che cercava di organizzare professionalmente l’attività delle infermiere laiche, una novità rispetto all’assistenza fornita principalmente da religiose, si dedicava anche alla profilassi della malaria nell’Agro romano; Angelo Celli sperimentava in un campo sulla via Collatina a Roma le reti metalliche alle finestre riproducendo le condizioni di vita dei cosiddetti guitti, cioè i contadini dell’Agro romano; come rimedio proponeva anche, come la migliore delle bonifiche, il rimboschimento delle zone appenniniche, ma purtroppo il primo passo per la diffusione del chinino nelle zone malariche fu annunciato solo con una legge del dicembre 1900. Di accrescere il livello d’istruzione dei bambini analfabeti si occuparono invece la scrittrice Sibilla Aleramo, che faceva parte della sezione romana dell’Unione Femminile, associazione milanese di matrice socialista, e Giovanni Cena, allora conviventi, attraverso scuole domenicali naturalmente, perché i bambini erano, appena possibile, braccia da lavoro. Ad Anna Fraentzel e alla sua opera nell’Agro romano e nelle paludi pontine è stato recentemente dedicato uno studio dove giustamente viene definita con un neologismo ‘profilassatrice’ .

A restituire un’immagine cruda delle donne italiane suddivise per regione, fu nel Regno d’Italia, l’Inchiesta Jacini, che porta il nome di Stefano Jacini, senatore e poi Ministro dei Lavori pubblici; fu varata il 15 marzo 1877 durante il governo presieduto da Agostino Depretis, esponente della Sinistra storica, per verificare le condizioni economiche e sociali delle campagne italiane e lo stato dell'agricoltura nazionale. Presidente della successiva commissione d'inchiesta, pubblicò nel 1884 un voluminoso rapporto, tuttora noto col nome di Inchiesta Jacini.

Sul circondario di Sora l’Inchiesta annotava come i contadini ritenessero la moglie ‘un eccellente socio di lavoro’ e i figli una ricchezza; la vita domestica poggiava quindi sulla convenienza, più che sui vincoli di simpatia e affetto; “infatti il nostro contadino prende moglie perché le necessità dell’azienda rurale richiedono una massaia che accudisca alle poche faccende di casa e alle parecchie altre che sono connesse con la coltura del campo, e richiede l’aiuto delle braccia dei figli, di cui in generale è fecondo un matrimonio”. Le campagnole, come vengono chiamate dai relatori dell’Inchiesta, “per resistenza e per forza muscolare riescono a durare quasi le stesse fatiche di un uomo; e infatti il lavoro della vanga che è forse uno dei più faticosi, si fa insieme; né le cure della maternità sono a queste ultime di grave impaccio; perché non di rado passano nella stessa ora dal campo dove lavorano al letto dove si sgravano dei loro figlioli” . Le contadine insomma si rendevano utili, oltre che nei momenti di necessità, svolgendo occupazioni di pertinenza maschile, anche con attività diversificate secondo quello che in Italia il territorio offriva: raccoglievano nei boschi lumache, frutti selvatici, erbe, foglie, ghiande, fascine, estraevano piccole quantità d’olio dalle noci, essiccavano fichi, producevano ceste, scope, fondi di sedie, sgusciavano mandorle, maceravano, filavano e tessevano fibre tratte da una svariata serie di vegetali, cui andavano aggiunti servizi di consegna, e riconsegna materiali, trasporto di grossi pesi, acqua e materiali da costruzione, legno, pietre, sterco, biancheria lavata per conto d’altri. Occupazioni a tempo pieno, non solo stagionali, che non avendo però una contrattualizzazione e una retribuzione autonoma, rientravano nell’ottica del gratuito generosamente offerto e del naturale non degno di rilievo.

Due occupazioni che hanno fatto parte della storia delle donne ciociare e con la messa a frutto delle loro caratteristiche fisiche e mentali, ma sono spesso prive della definizione di lavoro vero e proprio, furono il baliatico e la posa come modelle per i pittori. Il termine baliatico solitamente si riferisce all’allattamento a pagamento, o meno, dei figli e figlie cui non si poteva provvedere personalmente, per vari motivi. Il lavoro femminile per quel che riguardava la maternità anche in questo caso percorreva un doppio binario: la colpevolizzazione rispetto alla madre che si allontanava dai figli, sia pure per rispondere ad un bisogno di sussistenza, e i frutti positivi che il lavoro extra domestico produceva in termini di benessere, anzi in molti casi, poneva al di sopra della soglia minima di sussistenza. Il guadagno percepito dalle balie era talmente elevato che la rinuncia era in taluni casi impossibile, sia da parte delle donne che da parte degli uomini di famiglia, con un inevitabile senso di colpa poiché è evidente che ci si allontanava dai figli per andare a nutrire con il proprio latte una prole estranea, lasciando i figli a vicine e amiche compiacenti. Svolgere in contemporanea due occupazioni era impossibile perché le famiglie di città che richiedevano un baliatico imponevano alle nutrici il trasferimento dalle campagne verso i grandi centri, da nord a sud; in Friuli, Veneto, Toscana e nella Ciociaria, famosa per la qualità del baliatico, attività che diede origine a veri e propri flussi migratori.

Tra Ottocento e Novecento le paghe erano alte, le balie guadagnavano di più rispetto a tutto il resto del personale di servizio; al compenso percepito, si aggiungevano una serie di regalie della padrona di casa: abiti smessi, indumenti intimi e biancheria per la casa. Inoltre, il privilegio non da poco, rispetto alla loro provenienza d’origine, di mangiare regolarmente cibi buoni in grande quantità. Il corrispettivo negativo era rappresentato, come si è detto, dal distacco dal nucleo familiare e dal controllo rigido esercitato sui comportamenti privati delle balie per timore che andassero ad incidere sulla salute dei neonati, compreso il divieto di avere rapporti sessuali con il proprio marito. Una pratica questa difficile da eliminare anche perché secondo le convinzioni del tempo, l’allattamento era ritenuto una fase non fertile della donna, l’unica che non desse luogo a ulteriori gravidanze indesiderate. Infine, non va dimenticato che una volta terminato il periodo dello svezzamento, le balie potevano continuare a rimanere nella stessa casa, in qualità di balie asciutte, cioè deputate ad altro tipo di alimentazione. Diventavano perciò una vera risorsa per le famiglie di provenienza, tanto che i mariti le sollecitavano spesso a rimanere nelle ricche dimore dove erano alloggiate.

Il secondo lavoro cui si è fatto riferimento, quello delle modelle, era legato ad una serie di requisiti fisici, patrimonio delle giovani ciociare celebrato dagli artisti. Talvolta nella toponomastica romana viene ricordata Piazza di Spagna e le vie dell’arte adiacenti con gli studi di pittori italiani e stranieri, dove le giovani si offrivano per essere scelte come soggetti da ritrarre. “L’ingaggio dei modelli e italiani provenienti dalla Campania e dal Lazio, dall’Abruzzo e dal Molise era una costante per pittori e scultori che lavoravano all’interno di Ateliers privati o dotati di studi propri, sia per il prezzo inferiore rispetto ai modelli parigini o stranieri, sia perché le donne di molto si avvicinavano per le loro forme anatomiche e per il colore dei capelli e della carnagione al tipo di modelle ebree che, fino agli ultimi anni del Terzo Impero(1852-1870) avevano dominato nel mercato parigino” .

La qualità della bellezza fisica era però anche altamente sospetta di derive immorali. Certamente il pregiudizio avrà avuto la sua parte nel far cadere nel dimenticatoio la parabola umana e artistica delle Sorelle Vitti, Anna, Giacinta Caira, e Maria, sposata con Cesare Vitti, titolari con quest’ultimo, della famosa Académie Vitti a Parigi, riservata alle sole donne che non potevano frequentare scuole di pittura per la proibizione di ritrarre nudi maschili; il piccolo Museo è stato aperto nel 2013 ad Atina grazie a un discendente della famiglia Caira, Cesare Erario, che ha raccolto e rielaborato quanto rimasto; le sorelle diversificarono in realtà i ruoli originari: non solo modelle, ma anche imprenditrici e artiste a loro volta. Al Museo ho riservato lo scorso anno un posto nella Notte Europea dei Ricercatori, con l’Università di Cassino e Lazio Meridionale.

 

 

 

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Ernesto Buonaiuti e i Diari di Isabella Grassi

 

Ernesto Buonaiuti antifascista scomunicato 

di Fiorenza Taricone

buonaiuti ritratto 390 minErnesto Buonaiuti antifascista scomunicato
Il 7 dicembre, in questo scorcio del 2021, alla Sapienza di Roma, proposto e organizzato dall’Anpi, si è tenuto il Convegno "Ci fu chi disse no". Ernesto Buonaiuti, il sacerdote modernista morto scomunicato che fu appunto uno dei dodici docenti universitari che nel 1931 si rifiutarono di firmare il giuramento imposto dal fascismo; oltre a lui non sottoscrissero Mario Carrara(Torino), Antropologia criminale; Gaetano De Sanctis (Roma), Storia Antica; Antonio De Viti De Marco (Roma), Scienza delle Finanze; Giorgio Errera (Pavia), Chimica; Giorgio Levi della Vida (Roma), Lingue Semitiche Comparate; Pietro Martinetti (Milano), Filosofia; Bartolo Nigrisoli (Bologna), Chirurgia; Francesco Ruffini (Torino), Diritto Ecclesiastico; Edoardo Ruffini-Avondo (Perugia), Storia del diritto; Lionello Venturi(Torino), Storia dell'Arte; Vito Volterra(Roma), Fisica Matematica.

I temi trattati al convegno di Sapienza, che ha recentemente riabilitato il nome e la figura di Ernesto Buonaiuti, hanno intersecato la mia attività di ricerca sull’associazionismo femminile attraverso la figura di Isabella Grassi, tra le fondatrici e prima presidente della Fildis (Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori) nel 1920-’21; la Federazione si auto sciolse nel ‘36, ma in realtà fu sciolta dal fascismo. Il mio intervento non riguardava il tema molto complesso dell’opposizione dichiarata al fascismo, in alternativa alla ricerca di modalità di convivenza, argomento spinoso e aperto a mille interpretazioni, ma il ruolo del tutto misconosciuto di Isabella Grassi non solo nell’associazionismo femminile; Isabella infatti partecipò attivamente alla koinonia di Ernesto Buonaiuti; una sorta di comunità di uomini e donne che si riuniva periodicamente sui monti Simbruini; Isabella Grassi, figlia del senatore Giovan Battista Grassi, malariologo e senatore del Regno e di Maria Koenen, tedesca, evangelica, socia dell’Associazione Per la Donna, molto radicale nelle sue posizioni emancipazioniste, si era laureata in Filosofia all’Università di Roma e si occupava di studi filosofico religiosi anche dopo il raggiungimento della laurea nel 1911.

L'incontro universitario col sacerdote Ernesto Buonaiuti fu essenziale perché rispondeva a un bisogno intellettuale di Isabella, e ancora di più, alla esigenza intima di coniugare le teorie etico-spirituali con la concretezza di un'ambiente fraterno e solidale, come quello che si costituì ben presto attorno a Buonaiuti dopo l'inizio ufficiale del suo corso di storia del cristianesimo, vinto per concorso alla vigilia della Prima guerra mondiale. Negli anni che vanno dai primi del Novecento a fin quasi la Prima guerra mondiale una crisi culturale e soprattutto religiosa crea del sovvertimento, fa discutere e appassiona il mondo cattolico. Il movimento riformatore in Italia fu caratterizzato dallo sforzo di promuovere un rinnovamento della religiosità in tutti gli aspetti della vita associata, con risvolti politico-sociali. Il rifiuto di una chiave solo materialistica nell'affrontare le questioni sociali non nasce in Isabella da postulati cattolici, ma dallo scambio tra morale laica e morale cristiana. Il modernismo fu ufficialmente condannato da Pio X nell'enciclica Pascendi del 1907, mentre per Buonaiuti esso era nato da un leale ed umile riconoscimento della divergenza insanabile fra le posizioni della teologia ortodossa e le conclusioni inoppugnabili della scienza storica; inoltre derivava dal bisogno di trovare una saldatura fra la fede nei valori eterni del cristianesimo, religione di fraternità e di pace e la loro adesione ai nuovi ideali della fraternità supernazionale. Il Buonaiuti, che morì scomunicato e volle sulla sua tomba il calice e l'ostia, protestò numerosissime volte la sua pretesa ortodossia e la provata fedeltà alla Chiesa.

La funzione docente del Buonaiuti e la "koinonia"

Nel 1871, già all'indomani della legge delle guarentigie, veniva discusso anche il problema delle facoltà teologiche nelle università italiane. Due sole cattedre di discipline religiose rimasero attive: la cattedra di Storia delle religioni a Roma, e quella di Storia della Chiesa a Napoli. La prima era occupata da Baldassarre Labanca ex prete, che ai primi del Novecento l'aveva trasformata in una cattedra di Storia del cristianesimo, la seconda da Raffaele Mariano.
Il concorso fu vinto da Buonaiuti nel settembre 1915, quattro mesi dopo che l'Italia era entrata in guerra; poiché a Buonaiuti era stata rifiutata la nomina di cappellano militare, sostituita con mansioni di tipo amministrativo a Roma, poté assolvere l'insegnamento universitario. Presumibilmente Isabella, essendo impegnata come infermiera negli ospedaletti da campo nei primi tempi del conflitto, non conobbe Buonaiuti all'esordio del suo insegnamento, ma gli allievi universitari sapevano poco o nulla del modernismo e della condanna che gravava indirettamente anche sul Buonaiuti a partire dalla Pascendi. Ernesto Buonaiuti aveva già trentacinque anni nel 1915 quando assunse la docenza universitaria, e un denso vissuto pubblico alle spalle. Nato a Roma nel 1881 da famiglia non abbiente (il padre era tabaccaio, la madre casalinga) dopo la morte del padre era entrato nel seminario dell'Apollinare in giovane età, e ne era uscito sui vent'anni da semplice chierico, quando mancavano due anni all'ordinazione, per insofferenza ai limiti e contenuti di studio imposti nel seminario.

Gli furono affidate mansioni professorali per la sua acutezza e la solida preparazione prima ancora di essere ordinato prete, nelle scuole di Propaganda Fide e in quelle dell'Apollinare al posto di Mons. Benigni. Nel 1903 era stato consacrato sacerdote dal cardinal Respighi ma l'esordio pubblico nella stampa politica e culturale fu segnato da una lettera scritta sotto lo pseudonimo di Novissimus, uno dei tanti pseudonimi di cui si servì, che Buonaiuti inviò alla rivista <<Cultura Sociale>> del Murri, nella quale sosteneva che il cristianesimo non "poteva offrire un connotato specifico e inconfondibile ad una qualsiasi organizzazione politica, poiché non era un formulario economico che potesse offrirsi alle piccole invidie e alle banali competizioni degli uomini pubblici". Il compito del cristiano doveva essere quello di dare un'anima alle rivendicazioni sociali tramite i valori del Vangelo, per tendere ad un livellamento delle classi e ad un affratellamento degli spiriti

Certamente il sacerdote docente, fin dagli inizi, fece una grande impressione sugli allievi, che andarono gradatamente aumentando di numero per le doti di maestro appassionato. I giudizi e le impressioni di chi lo conobbe da vicino concordano in molti punti: sul suo aspetto energico e cordiale, sulla sua capacità di trascinare, sul temperamento entusiasta, sulla vocazione al proselitismo, sullo stile tutto personale nel parlare. Aveva una grande facilità di parola e una memoria che gli consentiva di citare testi senza prendere appunti, mettendo a disposizione una esperienza di studi che rivelava nuovi territori del conoscere; si ricorda spesso come abusasse spesso di aggettivi e avverbi e sfuggisse quindi alle regole di un discorso sobrio, usando espressioni come disastro uraganico, o menzogneramente, invece di menzognero. Aveva una vocazione prepotente di conduttore d'anime, vocazione che si tradusse negli anni più pieni della sua attività accademica, fra il '20 e il '30, nella formazione di un gruppo di discepoli che costituirono per anni la "koinonia", parola che indica nelle lettere di Paolo la prima comunità cristiana unita nell'amore, nella fede e nella speranza.

A Isabella, già ferrata in problemi storico religiosi, la terminologia di Buonaiuti fece un certo effetto proprio perché poco tradizionale, e in fondo consona alla sua religione così atipica, al confine tra evangelismo (che risulta dai certificati la sua religione ufficiale) agnosticismo e sincretismo etico intellettuale, dove però ogni razionalismo era abbandonato di fronte ai misteri del cosmo e alle leggi della fratellanza universale. La koinonia era nata spontaneamente, come confermano in prima persona molti dei suoi discepoli e Bonaiuti stesso nella autobiografia: "Al contatto con i miei giovani allievi, con le mie giovani studentesse, sembrava che tutta una nuova possibilità di spirituale fraternità nella contemplazione e nella pratica dei valori cristiani ci si offrisse dinanzi. Cominciammo così a trovarci insieme in un modesto manipolo di associati per continuare fuori dalle aule universitarie il nostro addestramento … Qualcuno di loro mi chiese di leggere e di commentare una domenica dopo l'altra nel domicilio di chi fra il gruppo si profferse di porre una camera, il nuovo testamento … ". Nel '20, la koinonia affittò per pochi soldi sui monti Simbruini una casa diroccata che fu battezzata S. Donato come uno dei dodici monasteri fondati da S. Benedetto sopra Subiaco, più volte ricordata da Isabella nel suo diario.

D'estate, chi poteva, andava a trascorrere qualche giornata in una sorta di ritiro spirituale; i compiti organizzativi erano divisi tra ragazze e ragazzi; le prime si occupavano delle faccende domestiche, i secondi dei viveri che acquistavano a Subiaco. Quello che veniva messo soprattutto in luce nelle riunioni domenicali era l'esperienza religiosa della prima comunità cristiana. Ad un primo sparuto gruppo di universitari si accostarono in seguito uomini molto diversi tra loro: Arturo Carlo Jemolo, allievo di F. Ruffini, l'editore G. Bardi, lo scrittore e filosofo A. Tilgher, che condivideva col Buonaiuti la polemica contro l'idealismo di G. Gentile, e in qualche occasionale incontro anche Enrico Fermi, fratello di una allieva del Buonaiuti. Altri se ne distaccarono presto per prendere strade completamente diverse, come Agostino Biamonti, impegnato nella politica attiva e nella propaganda comunista. Fu il primo allievo del B. all'Università di Roma; morì nel 1924, a ventisette anni, per la tisi contratta al fronte durante la grande guerra. Non sappiamo con certezza quante ragazze facessero parte della koinonia; oltre alla Grassi, conosciamo il nome di Tersilla Guadagnini, cui Isabella era legata affettivamente, della sorella del Fermi, della De Micco, che ricordò la comunità di S. Donato in un articolo l'anno successivo alla scomparsa di Buonaiuti. Di certo non erano pochissime perché Isabella, nella fase più contrastata dei suoi rapporti col Buonaiuti, scrive nel diario che era per lei un distacco doloroso doversi separare dalle ragazze della koinonia, a cui si era ormai legata affettivamente. Nella koinonia era dunque messo in pratica quello che il Buonaiuti considerava fondamento irrinunciabile; il carattere associato e sacrale della vita religiosa, che era come voler dire il carattere associato della sacralità. Anna De Micco la ricorda nel come una comunità di ideali, comunità di intenti pure in forme molteplici di confessione, di nazionalità e di razza.

Le convergenze naturali fra il Buonaiuti e Isabella Grassi erano più d'una. Intanto, l'allieva di pochi anni più giovane del maestroDiari Isabella Grassi libro min era una pacifista sentimentale, potremmo dire per nascita e per vocazione poiché aveva un concetto ideale di patria, riferibile a uomini e donne come esseri umani più che a confini geografici e a ragioni di stato. L'internazionalismo culturale e pacifista le veniva senza dubbio anche dall'elasticità mentale per l'appartenenza a due culture e a due nazionalità, l'italiana e la tedesca. Anche la sua religiosità era particolare; di aspirazioni universalistiche, negava un primato assoluto alla religione cristiana, né lo concedeva del resto alla evangelica, che risulta essere la sua religione ufficiale. Isabella, come il Buonaiuti, nutriva una intima e spontanea avversione per la filosofia idealistica, soprattutto di matrice gentiliana, ostilità che non suona come dissociazione postuma, perché la frequentazione delle lezioni di Gentile e la sua contemporaneità al filosofo, coì come le riflessioni che il pensiero di Gentile le suscita e che Isabella ferma nel diario tolgono ogni dubbio. Era propensa ad un femminismo assai poco studiato in Italia e che ho altrove definito spiritualista e celibatario. Nei diari lei stessa scriverà di avere poco o nulla propensione al matrimonio che rimaneva ai suoi tempi ancora l'unico destino socialmente approvato per la donna.

I Diari di I. Grassi
Gli anni di cui sono rimasti i diari inediti di Isabella Grassi, da me pubblicati nel 2000, sono quelli posteriori alla reazione antimodernista del primo decennio del secolo narrati da Buonaiuti soprattutto nel libro autobiografico Una fede e una disciplina. Le memorie della Grassi iniziano con il decreto di scomunica inviato al Buonaiuti nel gennaio '21, provvedimento attribuito da quest'ultimo al libro Le esperienze fondamentali di Paolo. Il 24 gennaio il Buonaiuti inviava al pontefice Benedetto XV una lettera integralmente riportata nel volume autobiografico e nel mese di febbraio riceveva la visita del card. Gasparri, il quale, nel tentativo di comporre i contrasti, gli propone come condizione per la piena reintegrazione quella di abbandonare l'insegnamento universitario. Il vero temibile scoglio era infatti costituito secondo le stesse parole del Buonaiuti, non dal contenuto dottrinale del libro, ma dal problema della possibile armonia tra la fondamentale autonomia scientifica e i doveri della disciplina gerarchica. Questo era il nodo e a questo si riferiva la richiesta di volontario allontanamento dalla cattedra. E. Buonaiuti, nel colloquio del 14 febbraio col cardinal Gasparri, riporta la sua risposta che fu: "Voi Eminenza mi conoscete. Non sono un uomo da pose audaci e da atteggiamenti gladiatori. Sono una mite e semplice anima di contemplatore e di credente che nulla chiede se non la possibilità del suo modesto e circoscritto proselitismo spirituale".

Il 22 febbraio Isabella annota nel suo diario che il Buonaiuti aveva saputo resistere alle minacce e alle lusinghe della Chiesa, e rifiutato il posto di direttore della Vaticana che gli avevano offerto, nonostante la situazione personale: la religiosissima madre con cui viveva da molti anni aveva avuto un malessere fisico in seguito al dispiacere della scomunica diretta al figlio. Ma già il 25 marzo Isabella annota che la politica seguita dal suo maestro non è "eticamente superiore". Non è stato che un bagliore, un lampo mentre speravo fosse una luce costante, capace di propagare; invece, si è fatto subito ottenebrare, soffocare dalle nuvole dell'involuzione, scrive. Isabella allude alle conferenze che il Buonaiuti tenne tra la fine del marzo '21 e i primi di aprile alla sede del Circolo Universitario Romano di studi storico-religiosi sulla Essenza del cristianesimo. Il 5 aprile, giorno successivo alla seconda conferenza, il Buonaiuti è colto da una grave emorragia causata da un'ulcera; ai primi di maggio scrive al Gasparri di essere desideroso di compiere gli atti canonici necessari perché la reintegrazione diventi definitiva. Il 4 giugno rilascia nelle mani del card. Gasparri una professione di fede, direttamente preparata dal Sant'Uffizio. Il 30 giugno del 1925 il Sant'Uffizio emana il seguente provvedimento: “premesso come il sacerdote Ernesto Buonaiuti, ad onta delle gravi sanzioni canoniche, a cui era stato già sottoposto, e delle sue ripetute proteste di sottomissione, continuasse ostinatamente nella sua disastrosa propaganda modernistica, questa suprema S. Congregazione del Sant'Uffizio, custode e vindice della integrità della fede e del costume, coll'approvazione espressa dal Santo Padre, lo dichiara incorso nella scomunica a termini e con tutte le conseguenze di diritto; condanna e prescrive tutti i suoi libri e scritti, ordinandone la inserzione nell'Indice; e gli vieta di più scrivere, tenere conferenze ed insegnare nelle scuole pubbliche in materia attinente alla religione".

Qualora avesse obbedito all'ingiunzione di rinunciare, la materia che il Buonaiuti insegnava avrebbe potuto, secondo le disposizioni della legge universitaria del ministro Gentile essere sostituita da altre discipline. Al colloquio che ottiene con P.A. Gemelli, il Buonaiuti chiede che siano presenti alcuni suoi discepoli, tutti uomini: A. Pincherle, A. Ghisalberti, A. Donini, M. Niccoli, ma la conversazione non segnò nessuna svolta positiva. Alla disposizione del '25 che vieta al Buonaiuti di vestire l'abito religioso, ne segue un'altra del 1926, secondo cui con uno scomunicato espressamente "vitando", cioè un reietto, occorre evitare al più possibili i contatti. (Vitando era colui che, morto non riconciliato, e seppellito per errore in un cimitero consacrato poteva essere esumato e il luogo santo riconsacrato). Allo scadere del mese di congedo che il Buonaiuti ha chiesto al Rettore dell'Università, riprende le sue lezioni affollatissime, ma le trattative per la soluzione della questione romana segnano la parola fine per la vita universitaria del Buonaiuti. Un mese dopo la ripresa delle lezioni, viene chiamato nel gabinetto del ministro della Pubblica Istruzione, Pietro Fedele, che era stato fra gli esaminatori del concorso sostenuto per la cattedra di Storia del cristianesimo; lo stesso Buonaiuti ricorda nel Pellegrino di Roma il discorso del ministro: "Il capo del governo mi incarica di chiederti che tu interrompa il tuo insegnamento per assumere un incarico extra-accademico. Sono iniziate le conversazioni per la risoluzione della questione romana e una delle prime condizioni che i fiduciari vaticani hanno formulato e richiesto per il proseguimento della trattativa è stata che tu sia allontanato dall'insegnamento. La tua posizione universitaria naturalmente è lasciata intatta. Tu riceverai un incarico extra accademico e continuerai regolarmente a percepire il tuo stipendio. Tu comprendi molto bene la delicatezza della cosa. Da parte dell'autorità ecclesiastica è stata fatta balenare la possibilità che la prosecuzione del tuo insegnamento dopo la scomunica vitando determini un provvedimento di rigore, quale sarebbe l'interdetto sull'Università. Il Capo del Governo ti prega a mio mezzo di non voler creare imbarazzi ad una trattazione diplomatica di così larga portata".

L'ambigua situazione del Buonaiuti è poi indirettamente risolta dalla circolare universitaria che disponeva che i professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi Istituti d'istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: "Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l'ufficio d'insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici, col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio …".

Nel '31 quindi, egli viene definitivamente allontanato dalla cattedra e negli stessi anni Isabella vive anni non facili per il destino della sua associazione, che il fascismo ha ridotto in Italia quasi all'impotenza, destino simile a molte altre associazioni femminili incompatibili con le politiche del regime fascista.

 

 

 

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Le donne europeiste di Ventotene

DONNE E EUROPA UNITA

Le nobili origini dell’idea di Europa

di Fiorenza Taricone
Ursula Hirschmann 370 minNel 2021 il Manifesto di Ventotene, concepito e scritto durante il confino da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, compie ottanta anni, ed è stata la pietra miliare senza la quale l’attuale Unione europea sarebbe stata impensabile. Il Manifesto non nasce certo dal nulla ma da una riflessione antecedente che non casualmente troviamo in Germania, Francia, Italia, promotori della prima Europa a sei, come veniva detta: questi tre paesi e in aggiunta il Benelux, cioè Belgio, e Lussemburgo e Netherlands, cioè Paesi Bassi.

In Europa una corrente federalista si era già manifestata con il filosofo Kant, durante la Rivoluzione francese, e si era mantenuta viva nel XIX e XX secolo. In Italia la ritroviamo negli scritti di Mazzini e Cattaneo, fino alla maturazione appunto del Manifesto di Ventotene. Kant inserisce l’ideale federativo nel più globale disegno espresso nella sua opera "La pace perpetua". In particolare, all’art. 2 si legge che “nessuno Stato indipendente (piccolo o grande che sia) può essere acquisito da un altro per via d’eredità, scambio, acquisto o donazione. Uno Stato non è infatti un bene, come lo è per esempio il territorio che ne costituisce la sede, ma è una società di uomini sulla quale nessuno al di fuori di essa può comandare e disporre. Uno Stato è come un tronco con le sue radici e incorporarlo come per innesto in un altro Stato equivale a togliergli la sua esistenza di persona per farne una cosa".

Nel secolo successivo, Carlo Cattaneo, milanese di nascita e lombardo per cultura e mentalità, è all’origine della versione italiana dell’idea federalista e autonomista, definita come “l’esercizio della ragione”. Dal capillare esercizio della libertà, cioè della ragione, scaturisce ogni fonte d’incivilimento, di conoscenza, di progresso economico e sociale. La filosofia dell’incivilimento non può prescindere da un ordinamento statale che, scrive Cattaneo, deve esser ispirata dal ‘principio di Federazione’ e non dal ‘principio di egemonia’. Cattaneo sostiene quindi l’applicazione del principio federale all’Europa delle nazioni, la creazione di un nuovo diritto pubblico europeo, con il riconoscimento della limitazione della sovranità militarista e aggressiva e l’abbandono dell’equilibrio della forza.

Il Federalismo, inteso come lo strumento politico che permette di istaurare relazioni pacifiche tra le nazioni e garantire nello stesso tempo l’autonomia attraverso la loro subordinazione ad un potere superiore, ma limitato, comincia a diventare nel Novecento una scelta teorica e pratica, perché lo scoppio della prima guerra mondiale aveva già rivelato i primi effetti della crisi dello Stato nazionale; l’idea dell’unità europea trova sostegno e diffusione durante la lotta di Resistenza; è proprio nei lager dell’Europa occupata che uomini e donne di diversa nazionalità, accomunati da un’esperienza di dolore e di sacrificio, scoprono la comune aspirazione ad un ordine di democrazia e di pace. In piena clandestinità e poi nel confino antifascista, l’idea europea federalista trova un acceso sostenitore in Altiero Spinelli.

Altiero Spinelli aveva aderito giovanissimo al PCI, entrando subito in clandestinità contro il regime fascista; nel 1927 viene arrestato e condannato a dieci anni di carcere e sei di confino. È nel suo esilio a Ventotene che il dissidente italiano formula, con il contributo di Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, il famoso Manifesto di Ventotene. Nell’agosto 1943, ottenuta la piena libertà, Spinelli promuove la fondazione del Movimento Federalista Europeo. Negli anni Cinquanta, grazie ad esso, la questione politica della costituente europea e di una Comunità Europea di Difesa (CED) guadagna la centralità del dibattito politico in Europa.

Dopo l’abbandono del MFE, nel 1970 Spinelli diventa membro della Commissione esecutiva della CEE. Nel decennio 1976-86, Spinelli fa parte del Parlamento europeo, assumendo negli ultimi due anni anche la carica di presidente della Commissione istituzionale. La sua proposta di Trattato di Unione europea viene accettata a larga maggioranza il 14 febbraio 1984, ma gli interessi delle diverse nazioni europee trasformano il progetto in un più blando Atto Unico europeo, che comunque sancisce la definitiva consacrazione del Parlamento europeo.

Altiero Spinelli, scomparso nel 1986, si differenzia dagli altri europeisti per il suo atteggiamento idealistico, ma allo stesso tempo pragmatico. Non si limita infatti ad un’acuta critica storica, denunciando la crisi irreversibile dello Stato nazionale in una fase in cui esso viene percepito come un’entità forte e incancellabile, né si limita ad auspicare in un progetto a lungo termine la realizzazione della Federazione europea, bensì cerca in ogni modo di dare alla sua realizzazione una scadenza effettiva. Fino alla stesura del Manifesto di Ventotene, l’idea federalistica europea era rimasta nel limbo delle utopie e delle proposizioni meramente teoriche, questo documento, invece, si propone di essere innanzitutto un programma d’azione. “Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta in Europa”. Con il Manifesto si auspica quindi una perfetta commistione di pensiero e azione, per creare non un partito politico, ma un organismo interpartitico e transnazionale.

La novità della riflessione di Spinelli sta anche nel giudizio sulla guerra. Essa, rispetto alla realtà del secolo precedente, era divenuta totale, non più, quindi, scontro tra eserciti, ma cataclisma che si abbatte sui popoli. Per annullare la possibilità di una guerra di tale portata c’è solo il federalismo, che muove verso la disarticolazione dell’unità statuale e tende a una superiore unità, al di sopra dello Stato. Sovranità assoluta e stato-nazione sono quindi gli avversari del federalismo europeo concepito da Spinelli. Ovviamente, l’integrazione più dannosa tra questi due poteri, sovranità assoluta e principio nazionale, Spinelli l’identifica negli Stati fascisti che negli anni Quaranta appaiono come la principale minaccia alla pace. Il Manifesto afferma come priorità la formazione di un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”.

Ma quali caratteri specifici deve avere questa nuova Europa? Innanzitutto, deve essere “socialista”, dove per questo termine Spinelli intende “l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Scorgevo, scriveva Spinelli nel Manifesto, quale sarebbe stato il mio cammino quando quasi tutta l’Europa continentale era stata soggiogata da Hitler, l’Italia di Mussolini ansimava al suo seguito, l’URSS stava digerendo il bottino che era riuscita ad afferrare, gli Stati Uniti erano ancora neutrali e l’Inghilterra sola resisteva, trasfigurandosi agli occhi di tutti i democratici d’Europa in loro patria ideale; proposi ad Ernesto Rossi di scrivere insieme un manifesto per un’Europa libera ed unita, e di immetterlo nei canali della clandestinità antifascista sul continente. Sei mesi dopo, mentre gli eserciti hitleriani si riversavano sulle terre russe, passando ancora, come l’anno prima in Europa di vittoria in vittoria, il Manifesto era pronto. Del Manifesto io scrissi i capitoli che trattavano della crisi della civiltà europea, dell’unità europea come compito preminente del dopoguerra e del partito rivoluzionario necessario per realizzarla. Ernesto Rossi scrisse il capitolo sulla riforma della società da affrontare nel dopoguerra. Ma ne discutemmo insieme ogni paragrafo, e riconosco ancora giri di pensiero caratteristici dell’uno di noi due nelle parti scritte dall’altro. Mi sono spesso chiesto cosa abbiamo apportato di originale nel Manifesto. Non dicevamo cose nuove, né quando parlavamo della crisi della civiltà europea, né quando presentavamo l’idea della federazione. Altri l’avevano già fatto, certamente meglio di noi. Il Manifesto conteneva inoltre alcuni errori politici di non lieve portata. Il primo era l’ottimismo di tutti coloro che lanciando una nuova idea credono sempre che essa sia di imminente realizzazione. Poiché però questo errore si ritrova dal Vangelo che credeva di essere impostato tutto sull’idea dell’imminente fine del mondo, al Manifesto del partito comunista che credeva di essere fondato anch’esso tutto sull’imminente rivoluzione socialista, si può considerare veniale l’errore identico del Manifesto federalista. Più grave era il fatto che non avevamo in alcun modo previsto che gli europei, dopo la fine della guerra, non sarebbero rimasti più padroni di sé nella ricerca del loro avvenire, ma, avendo cessato di essere il centro del mondo, sarebbero stati pesantemente condizionati da poteri extraeuropei. Tutta la parte finale che invocava la necessità di un partito rivoluzionario federalista si è anche rivelata caduca, perché l’esigenza, giusta, di una guida consapevole della necessità di guidare e non di seguire le masse ed i loro moti, era espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti. Ciononostante, il Manifesto è stato ed è ancora un testo vivo e significativo per molti suoi lettori, soprattutto grazie a due idee politiche che gli erano proprie. La prima è che la federazione non viene presentata come un bell’ideale, cui rendere omaggio per occuparsi poi d’altro, ma come un obiettivo per la cui realizzazione bisognava agire ora, nella nostra attuale generazione. Non si trattava di un invito a sognare, ma di un invito ad operare.

La seconda idea significativa consisteva nel dire che la lotta per l’unità europea avrebbe creato un nuovo spartiacque fra le correnti politiche, diverso da quello del passato. La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari -si può leggere nel Manifesto- cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale; una volta conquistato il potere nazionale, lo adopreranno come strumento per realizzare l’unità internazionale. (A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, 1999).

Le donne europeiste di Ventotene
Se non molti giovani conoscono la storia avventurosa del Manifesto di Ventotene, meno ancora sanno che ha avuto padri, ma anche madri, soprattutto Ursula Hirschmann Spinelli e la partigiana Ada Rossi, moglie del socialista antifascista Ernesto. L’essere confinate non per loro volontà ha rappresentato per molte donne antifasciste una dura prova che, insieme a tanti altri oppositori, hanno coraggiosamente affrontato e spesso trasformato in un’esperienza positiva con un vero atto di resilienza; erano tutte motivate politicamente, e tutte fedeli a un credo comune: il bisogno di libertà.

E’ il caso di Ursula Hirschmann Spinelli, costruttrice dell’Europa con il Manifesto di Ventotene e fino alla sua morte ispiratrice costante del federalismo europeo anche femminile con il Gruppo Women for Europe, insieme ad Ada Rossi, staffetta partigiana per un’Italia libera; nel confino le mogli avevano la possibilità di uscire e tornare nei luoghi reclusione e il Manifesto, scritto su carta velina di sigarette e cucito nelle fodere dei cappotti poté uscire grazie a loro; Ursula lo fa poi stampare a Milano e tradurre in tedesco la sua lingua madre.

A Ursula Hirschmann, Marcella Filippa, autrice di un recente testo sulla costruttrice d’Europa, Ursula Hirschmann. Come in una giostra, (Fano, 2021), dedica la voce nell’Enciclopedia delle Donne; Ursula Hirschmann nasce a Berlino il 2 settembre 1913 in una famiglia ebrea non praticante. Il padre Carl è medico chirurgo, originario della Prussia occidentale, la madre Marcuse discende da una famiglia di banchieri di Francoforte. Primogenita, ha due fratelli, Otto Albert e Eva Estelle. Il rapporto con la madre è carico di stima, ma difficile dal punto di vista affettivo, un rapporto che nella sua autobiografia Ursula descrive come conflittuale. Giovanissima si impegna attivamente insieme al fratello nel cosiddetto Fronte di Ferro, l’alleanza fra la SPD e i gruppi socialisti e democratici, fino all’avvento del nazismo, lasciando poi la capitale tedesca alla volta di Parigi, in una esperienza totalizzante condivisa con tanti altri esuli come lei. Negli anni parigini, rivede il giovane filosofo ebreo, conosciuto a Berlino nel 1932, Eugenio Colorni, con il quale condivide amicizia e poi affetto e amore. Lo raggiunge a Trieste, nei primi mesi del 1935 e dal loro matrimonio nasceranno tre figlie, Silvia, Renata, Eva, in circostanze precarie e difficoltose. Eugenio viene arrestato e poi inviato al confino a Ventotene e successivamente a Melfi. Ursula lo segue a Ventotene, che lascerà solo per brevi periodi per partorire o per sostenere esami alla Facoltà di Filologia moderna dell’Università di Venezia, dove si laurea con il punteggio di 110 e lode il 30 ottobre 1939. Nel tempo trascorso sull’isola partecipa attivamente al dibattito e alla stesura con Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, del Manifesto di Ventotene; aderisce con convinzione alla causa federalista, contribuisce insieme ad altre donne alla sua diffusione sulla terraferma, in particolare all’uscita dall’isola del documento, nascosto e portato via in circostanze rocambolesche. Il rapporto affettivo con Altiero Spinelli si concretizzerà dopo la tragica morte di Colorni a Roma per mano della banda Koch nel maggio 1944 a pochi giorni dalla liberazione della città; dalla duratura storia con Spinelli, nasceranno altre tre figlie, Diana, Barbara e Sara.

L’apolide per vocazione e necessità inizia un intenso periodo fatto di viaggi, e attività frenetica prima in Svizzera, poi a Parigi con Altiero sotto falso nome, sempre per organizzare attività federaliste e un importante convegno a cui partecipano Albert Camus, Emmanuel Mounier e George Orwell. Ursula si definisce una déracinée, una donna senza patria, che ha cambiato più frontiere che di scarpe. Al solido sentimento di Altiero e anche alle cure della figlia Renata, Ursula dovrà la rinascita dopo l’emorragia cerebrale che la lascia per molto tempo priva dell’uso della voce, che con impegno e inaudito sforzo, riacquisterà parzialmente negli anni a venire.

La recente biografia politica di Silvana Boccanfuso, Ursula Hirschmann. Una donna per l’Europa, Genova-Ventotene, pubblicata nel 2019 dalla libreria Ultima Spiaggia, nata nel 1903, affacciata sulla piazza di Ventotene, traccia la sua biografia politica; ho avuto il piacere di parlare di Ursula Hirschmann proprio nella piazza dell’isola, in occasione della Notte europea dei ricercatori di quest’anno, nel quadro delle manifestazioni organizzate dall’Università di Cassino e Lazio Meridionale; la Boccanfuso esamina in dettaglio la sua attività europeista, compresi i tentativi di sensibilizzare tutti i movimenti, gruppi, associazioni alla causa federalista negli anni Settanta, con Femmes pour l’Europe, definito nei documenti gruppo d’iniziativa; un incontro, ma anche scontro con il femminismo, che per Ursula, come scrive a Natalia Ginzburg nel ‘75 è una scoperta recente. Un’attività che prosegue quasi fino alla morte, avvenuta agl’inizi degli anni Novanta.

Sarebbe utile per i e le giovani approfondire queste biografie e queste tematiche per nutrirsi di antidoti contro le teorie degli stati neofascisti e sovranisti che pure fanno parte dell’Europa, ma non sembra abbiano capito il senso profondo del federalismo e di una Europa del futuro, fatta di cittadini/e liberi da pregiudizi razziali, di sesso, e di orientamento sessuale. Leggendo la vita di Ursula e di tante altre europeiste saremmo tentati di pensare che la storia va all’indietro, rispetto ai muri di Viktor Orbàn, primo ministro ungherese, e alle leggi antiabortiste della Polonia, dove il diritto di interrompere la gravidanza non è riconosciuto neanche in caso di malformazione del feto.

 

 

 

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Chi si opporrà alla normalizzazione talebana?

 DONNE AFGHANE E TALEBANI

La massa delle donne per noi senza volto cosa deciderà di fare? 

di Fiorenza Taricone
 coraggio e lotta delle donne afghane 380 minFare previsioni sulla geopolitica internazionale a caldo è rischioso, al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida. Il collante è costituito in ogni tempo dai rapporti di forza e dai profitti, il che starebbe quasi a significare la stessa cosa, visto che nelle società attuali, e non da ora, chi ha più danaro è più forte. Non ha per adesso insegnato nulla che il profitto fine a sé stesso ha distrutto un pianeta che si calcola abbia 4,5 miliardi di anni, corrispondenti approssimativamente ad un terzo dell'età dell'universo, vicino all’autodistruzione raggiunta in circa quattro secoli. La cosiddetta rivoluzione industriale, neonata in Inghilterra nel ‘600, espansa in Europa tra il secolo successivo e l’800, l’uso sconsiderato di materie prime, di sostanze chimiche, di rapina ambientale ha molto contribuito, e l’atomica ha fatto il resto. Insomma lo stupro ambientale, come spesso mi è capitato di definirlo, come sostantivo ci porta dritti al cuore della questione odierna: la rinascita talebana, scoppiata con le scelte della politica americana che giustamente si ritira dopo anni, ma senza una adeguato piano preventivo, e della politica cinese, che di capitalismo se ne intende, rassicurando sulla moderazione talebana; ma anche l’Europea deve fare i conti con i limiti pratici delle dichiarazioni di principio riguardanti le donne e i diritti umani; nell’aprile scorso la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stata lasciata in piedi senza un posto a sedere dal Presidente turco Erdogan, mentre il suo omologo maschile, presidente del Consiglio europeo Charles Michel, è stato evidentemente riconosciuto come un suo simile con tutto il diritto di essere messo a suo agio. L’Europa sopporta anche troppo, rispetto alle fondamenta sulle quali è nata, i principi di non discriminazione e pari opportunità, paesi conservatori per non dire fascisti, misogini e a loro modo talebani, come la Polonia e l’Ungheria. Quest’ultima, infatti, si è affrettata ad annunciare disponibilità zero per i profughi talebani.

Altrettanto rischioso è un commento a caldo perché noi italiane stiamo rassicurate dalle conquiste del femminismo, attente a denunciare i ritorni all’indietro, sempre possibili e alcuni dietro l’angolo; pensare alle donne afghane può generare sentimenti contrapposti: la sorellanza di genere, in cui i buoni sentimenti trionfano, e uno opposto, in cui ci si chiede, rispetto alle immagini viste, dove sono le donne afghane. I commenti televisivi ci informano che tutti sono il più possibile nelle loro case, aspettando lo svolgersi degli eventi; di fatto, all’aeroporto di Kabul, attaccati in ogni modo agli aerei per poter partire, c’erano solo uomini; qualche altra rara immagine mostra uno sparuto gruppo femminile che sfida apertamente con i cartelli i talebani armati; qualche altrettanta rara donna, che finora ha avuto un ruolo pubblico o nell’informazione, esprime tutta la pericolosità della situazione attuale. La massa dov’è? Suppongo che data la diversità di trattamento riservata ai due generi dai talebani non sia indifferente a ciò che accade, come gli uomini dell’esercito che hanno opposto una resistenza assai scarsa. Si può arrivare a pensare che non si oppongono a uomini che comunque hanno la stessa, sacra fede, l’Islam? Perché in questo caso si aprirebbe davvero un solco rispetto all’Occidente in cui le donne hanno cominciato assai presto un percorso di liberazione e autoliberazione doloroso e pericoloso rispetto ai dogmi religiosi. Oppure le donne sottovalutano i rischi di quello che significa il ritorno alla normalità per i talebani? Difficile da credere, ascoltando Lucia Annunziata che in diretta argomentava un video appena arrivato sul suo cellulare: una donna non più giovane e neanche sessualmente attrattiva è stata fatta inginocchiare e uccisa con un colpo alla testa.

Da qualche anno è sulla bocca di molti progressisti che il grado di civiltà di un popolo o di un paese si misura dalla condizione femminile, qualcuno/a si ricorda che è un concetto appartenuto a Charles Fourier, socialista dell’Ottocento, e il fatto che sia stato anche un pensatore utopista è in totale sintonia con la frase che solitamente produce molto compiacimento, ma pochi effetti pratici. Senza arretrare così nel tempo, possiamo ricordare le proteste del neo-femminismo degli anni Novanta, in tutto l’Occidente, e le accuse contro il patriarcato, che non è mai morto, come i recenti avvenimenti dimostrano. Al tempo le femministe erano accusate di dogmatismo, di radicalismo, di estremismo, oggi gli aggettivi sembrano complimenti. Ma il femminismo sosteneva anche la conquista di una soggettività femminile che si faceva protagonista della sua liberazione, come la resistenza partigiana femminile in Italia, in un certo senso madre del femminismo stesso, sta lì a ricordarcelo. La lezione senza tempo è che nessuno s’incaricherà per te della tua liberazione.

Come la globalizzazione ha dimostrato ampiamente, oltre al fallimento di un capitalismo dal volto umano quando si tratta di profitti, le donne sono la chiave di volta su tutto il pianeta per il cambiamento; resistere, opporsi alla visione talebana può costare la vita, come hanno dimostrato da decenni, fra le altre, le donne iraniane costrette a espatriare per continuare la loro lotta; ma le donne sono la chiave di volta anche per la conservazione. Sulla loro obbedienza poggia il sistema patriarcale, ma al contrario, dalla loro disobbedienza nascono i cambiamenti; dalla obbedienza alla procreazione nascono figli maschi che saranno magari i nemici delle donne, come ricorda la scrittrice femminista Adrienne Rich nel suo libro ‘nato di donna’, ma sostanzialmente un estraneo; ma anche le figlie femmine possono essere educate in maniera diversa.

Le donne formano un corpo politico indispensabile per potersi garantire la sottomissione, e ascoltando notizie sulla auto clausura nelle case, penso per contrasto all’ultimo libro di Ritanna Armeni che ho presentato recentemente a Sant’Elia Fiume Rapido: "Per strada è la felicità"; mostrarsi, stare fuori dal perimetro della sottomissione, significa poter scegliere quale tipo di vita e di morte voler fare. I corridoi umanitari sono basilari, ma sono un’emergenza; la massa delle donne per noi senza volto cosa deciderà di fare, per sé stesse e per le proprie figlie che affermano di amare e voler mettere in salvo?

 

 

 

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Anni Settanta: il lavoro femminile nella Cooperativa La Lumiera

DONNE: STORIE E FUTURO 

 Insegnano molto i racconti di vita delle sarte de La Lumiera

di Fiorenza Taricone
Leragazzedella cooperativa Civonline minLa Storia serve, come abbiamo ricordato molte volte nelle pagine di UNOeTRE.it, a ricordare ciò che è stato con rispetto, e per il bisogno di imparare, anche perché nulla passa mai del tutto senza lasciare un'impronta, e l’impronta segna anche noi contemporanei. E’ per questo motivo che parlo in quest’articolo di un’esperienza femminile degli anni Settanta, una cooperativa autogestita nata ad Allumiere, chiamata La lumiera.

L’antefatto è breve: durante la presentazione del libro "Le donne gli eroi Risorgimento" alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, per il quale ho curato la Prefazione, mi è stato dato dall’Autrice Lucia Visca, fondatrice anche della casa editrice All Around, il libro dal titolo "Le ragazze della cooperativa". Perché mi è sembrato importante scrivere qui di una cooperativa che è stata ricordata in una mostra fotografica nel 2015 nel Cortile della scuola elementare di Allumiere? Alla fine del libro una foto ritrae le ex ragazze de La Lumiera cinquant’anni dopo, ma il significato di quell’esperienza non è solo romantico, tanto meno il racconto di un’avventura durata vent’anni e poi finita; quella coraggiosa esperienza ci dice che il lavoro non è solo globalizzato e delocalizzato, alienato e part-time, e che non è sempre stato così. Oggi finalmente che il lavoro ha smesso di essere solo postmoderno, smaterializzato, incorporeo, ma ha riassunto di nuovo i tratti che gli spettano, in relazione alla dignità della persona, alla professionalità, allo sfruttamento, al profitto di un capitalismo che non conoscerà limiti se i lavoratori e le lavoratrici non li tracceranno, questa straordinaria esperienza insegna molto. Personalmente, mi sono ritrovata in molte delle descrizioni dei lavori di sartoria, avendo avuto una zia e una madre sarta; quest’ultima aveva lasciato gli studi ancora prima delle ragazze che nel libro prendono parola, a dieci anni, per andare a imparare il famigerato lavoro di sarta, o peggio ancora nel linguaggio corrente sartina.

Come dice il libro in apertura, le brave ragazze di Allumiere una cinquantina di anni fa hanno capito di non avere altra strada, avendo abbandonato presto gli studi, per decisione della famiglia, o per disinteresse: quindi, o avere solo la prospettiva di una famiglia, figli, un lavoro da sartine sognando l’apertura di un negozietto di merceria, o lottare per un futuro diverso; in qualunque modo fosse andata, sarebbero state loro a scegliere per sé stesse. Allumiere, sui monti della Tolfa, dista circa novanta chilometri da Roma, un’ora di macchina oggi, circa quattro ore cinquant’anni fa; feudo della Democrazia Cristiana, poi nel 1975 conquistata dalla sinistra; un luogo scelto come buen retiro da alcuni dei radiati dal Pci, provenienti da Il Manifesto, anno 1969. Fra loro, una coppia: Giorgio Pirandello, nipote dello scrittore drammaturgo e Adriana Ferri, figlia di Ida Ferri, celebre per l’invenzione di una scuola di taglio e cucito, una scuola mitica allora in via Volturno a Roma, nei pressi della stazione Termini, ma anche dirigente dell’Unione Donne Italiane. Adriana esperta di taglio e cucito, lavorava con la madre come figurinista, conosceva a Roma non solo il mercato dei grandi stilisti, Valentino, Gattinoni, Sorelle Fontana, ma anche quello delle tante boutiques e atelier. Con Giorgio, ispirandosi ai principi marxisti, crearono con 80 operaie, una cooperativa di lavoro basata su principi egualitari; nata agli inizi degli anni Settanta, caduta e poi risorta come Nuova Lumiera, terminata all’alba del nuovo millennio, fu travolta come racconta il libro prima dalla Milano da bere, che spostò il baricentro della moda dal Colosseo alla Madonnina, poi dalle delocalizzazioni.

Nel libro sono le ragazze stesse a raccontare le prime riunioni organizzate da Adriana Ferri, dove andavano con i genitori perché tutte minorenni, alcune avevano appena 16 anni, la più grande 19, ma per le leggi del tempo non ancora maggiorenne. Il lavoro lo portava Adriana da Roma, pacchi di vestiti già tagliati, solo da cucire, ma per prima cosa le ragazze seguirono un corso di taglio e cucito: Adriana insegnò come fare la costruzione del modello dal figurino. L’attività iniziò con vecchie macchine da cucire con i motorini riparati, nella sede di via Roma dove ora c’è una pizzeria. Era nato il primo laboratorio a façon, cioè personalizzato del Lazio, completamente autogestito da donne, una rivoluzione femminile ricorda una di loro, ‘di cui neanche ci rendevamo conto’. Ditte che andavano e venivano portavano i figurini delle collezioni, e sapevano così in anteprima come si sarebbero vestite le signore nella stagione successiva. Mentre le sartine che lavoravano individualmente completavano un capo a settimana, la cooperativa arrivava a consegnarne anche cinquanta al giorno. Le banche le prendevano sul serio, quando chiedevano fidi. “Nel 1969 eravamo pronte a conquistare il mondo, nel 1970 ci sembrò di averlo afferrato quando andammo dal notaio a fondare La Lumiera, in 12: Adriana Ferri, Rita Moraldi, Cesarina Lucidi, Mirella Mignanti, Doriana Ciambella, Liana Ciambella, Antonietta Galimberti, Graziella Vela, Fabiola Appetecchi, Anna Maffei, Rosalba Pinardi, Maria Paolucci […]; noi lo abbiamo capito che cosa è stata la cooperativa. E’ stata una storia sociale. E’ stata la vicenda di una generazione. Di più generazioni. C’era un’organizzazione, c’erano i problemi economici e le fatture da pagare. Tutto però in un secondo piano rispetto a quel che è rimasto nello spirito del paese stesso. Ancora oggi ne vediamo le ricadute. Una certa propensione all’indipendenza soprattutto fra le donne”.

Sarebbe altamente pedagogico se parlando di lavoro alle adolescenti, si mettessero al corrente dei racconti di vita delle sarte de La Lumiera. Vittoria Pinardi racconta: "Come si viveva? Beh, vi racconto questo. Quando è nato il mio primogenito mia madre lo portava tre volte al giorno in cooperativa per l’allattamento. Lavorare nella cooperativa era come avere una seconda famiglia, avere tante sorelle con cui confidarsi, e confrontarsi, il tutto reso più confortante da una piccola paga mensile che, pur non cambiandoci la vita, ci dava la possibilità di tirare avanti e sperare in un futuro migliore […]; quando ho cominciato, la politica non m’interessava, il femminismo non lo conoscevo. Piano piano mi sono avvicinata, ho acquistato consapevolezza. Ricordo di aver partecipato anche a qualche dimostrazione, si chiamavano così”.

Luigina Profumo ricorda che a 18 anni era già di sinistra; la cooperativa rappresentò finalmente il lavoro e l’idea piacque anche ai genitori, meno al paese, ma a lei non fregava niente. ‘Vivevo, vivevamo un periodo fantastico’. Anna Rita Sgamma nel 1974 aveva 17 anni, e iniziò a lavorare part time con la vendita diretta dei capi al pubblico nel pomeriggio. Una volta presa la maturità, assunzione a tempo pieno, con il sogno di diventare indipendente economicamente e andare a vivere per conto proprio. L’idea portante era quella di dimostrare che anche persone semplici senza grossi mezzi finanziari e cultura industriale potevano con intelligenza e impegno far funzionare un’azienda e crearsi un lavoro con le proprie mani. La scommessa era quella di partecipare alla costruzione di una cultura operaia, appropriarsi dei mezzi di produzione, come si diceva allora, dimostrare l’inessenzialità del padrone e l’ingiustizia del profitto. Il fatto poi che fossero solo donne quelle che si cimentavano in quella sfida faceva di quella scelta una ribellione sul nostro territorio e la rendeva irrinunciabile.

 

 

 

 

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Fascismi di ieri e oggi

25 aprile 2021

Relazione letta all’Anpi di Formia il 25 aprile 2021. Custodire una memoria non è un'opzione passiva, è una funzione attiva nel cogliere i nessi tra passato e presente

di Fiorenza Taricone
anpi BANDIERA 350 260 minIl titolo che ho scelto Fascismi di ieri, fascismi di oggi evidentemente parte dal nucleo storico originale costituito dal fascismo italiano nella sua specificità storica, mentre i fascismi di oggi si riferiscono ad un aspetto che non coincidono con la sua cronologia, ma che può rimanere vivo ancora oggi, quello che chiamo un fascismo caratteriale; una tipologia sopravvissuta in Italia dopo che lo stesso fascismo è crollato e si è affermata una nuova forma di governo, la Repubblica democratica; del resto, la stessa parola antifascismo non significa solo essere contro il modello politico, ma anche contro i valori, i comportamenti, la misoginia, il superomismo, l’aggressività, il modello unico vincente, tipico delle mentalità fasciste. Posta quindi la molteplicità dei volti del fascismo italiano e dei fascismi europei, non possiamo che coniugare al plurale anche il sostantivo consenso.

È evidente che la guerra fece entrare in crisi anche le coscienze di coloro che erano stati suoi sostenitori o sostenitrici; storicamente le madri non hanno mai perdonato alla lunga una politica nazionalista imperialista che togliesse loro i figli. La guerra è stata per le donne anche l'occasione di uscire da un'ambiguità: chiamate dal fascismo a essere protagoniste attraverso la maternità e procreare quanti più figli possibile, accettare poi di doverli perdere; procreare insomma quelli che venivano chiamati carne da cannone. Ma i diversi modi con cui il fascismo veniva vissuto, accettato, normalizzato, dipendeva anche dal radicamento di un movimento, poi regime, che non era solo definito dall’ideologia politica, dalla forma-partito, dal rapporto con il capitalismo e con i ceti medi, ma era annidato nei singoli caratteri. Pur vivendo da più di settant'anni in una Repubblica democratica in cui teoricamente il reato di apologia di fascismo, attraverso la legge originaria del 1952, poi assorbita dalla legge Mancino, seguita dalla proposta di legge di E. Fiano, (PD), è condannato, permane in molti ceti e molte classi di età un’adesione ai valori caratteriali del fascismo magari inconsapevole; certo non aiuta la percentuale di italiani che non conosce le vicende dei movimenti politici, dei partiti, della storia politica in generale. Sarebbe una tipologia del sapere molto utile invece quando si parla di crisi attuale del sistema parlamentare, di crisi dei corpi intermedi, di totalitarismo del pensiero, di risoluzione dei conflitti sociali con la violenza perché si parla anche di elementi presenti in un trascorso fascismo italiano.

Particolarmente pericolosa è stata in questi anni la categoria analitica del revisionismo, che ha fatto risalire alla ribalta le manifestazioni di massa osannanti al fascismo. E’ bene ricordare a questo proposito una categoria apparsa vari anni, in posizione intermedia fra fascismo e antifascismo, definita afascismo; una forma di dissenso forse non chiaro neanche a coloro che aderivano, piuttosto numerosi, ostinati nel non prendere una posizione, una massa grigia analoga per alcuni versi a oggi nella sua ostilità al rifiuto del voto. L’incontro fra fascismo caratteriale e forma di governo è stato fatale a quello stato liberale, che sarà anche rimasto incompiuto, ma che aveva assicurato i cosiddetti diritti minimi, le libertà fondamentali. Chi studia come me pensiero politico e questione femminile conosce bene i limiti di uno stato liberale, ma nella sua dialettica con il socialismo come partito di massa, risultati di una certa importanza li aveva raggiunti: parlo della legge Sacchi del 1919 che aveva abolito l’autorizzazione maritale e aperto per le donne l’accesso alle libere professioni; ma anche del diritto di voto, approvato nel 1920 da liberali e socialisti prima dello scioglimento delle Camere per le vicende di Fiume, mentre il fascismo si arrogò poi il primato della legge sull’elettorato amministrativo per le donne sulla Gazzetta Ufficiale nel ’25, una legge che Filippo Turati chiamò il voto della signora tanto era ristretta e che si rivelò poi inutile, perché le leggi podestarili annullarono per uomini e donne il diritto di voto. Nei suoi lineamenti politici, il fascismo risulta più chiaro degli infiniti rivoli in cui il fascismo caratteriale si disperse; in generale possiamo intendere il fascismo sicuramente come un sistema di dominazione autoritaria caratterizzata dal monopolio della rappresentanza politica da parte di un partito unico di massa organizzato gerarchicamente, da una ideologia fondata sul culto del capo, sull'esaltazione della nazione e sul disprezzo dei valori dell'individualismo liberale, sull'ideale della collaborazione tra le classi, in contrapposizione frontale al socialismo e al comunismo come dimostra l'ordinamento corporativo; inoltre il fascismo ha mantenuto e realizzato obiettivi di espansione imperialistica in nome della lotta delle nazioni povere contro le potenze plutocratiche, cioè egemoni e ricche; essenziale al consenso era la mobilitazione delle masse inquadrate in organizzazioni che miravano ad una socializzazione politica ovviamente funzionale al regime; è noto su questo il contrasto con la chiesa cattolica che aveva altrettanto al centro del suo sistema educativo una pedagogia che accompagnava i bambini dall'infanzia all'età adulta. Sull’indottrinamento fin dall’infanzia esistono ormai vari studi sui libri di testo, ma il collante era sempre la subordinazione dei valori femminili a quelli maschili, e nello stesso tempo la subordinazione maschile al capo. Al di là del Concordato del ’29, e dunque del relativo obbligo di buone relazioni, è difficile comunque pensare che la Chiesa cattolica e la sua dottrina potessero condividere nella propaganda di regime alcuni brani della canzone Topolino in Abissinia del ’35, recentemente ricordata nel libro Fascismo, antifascismo, colonialismo, dove la ferocia dei bombardamenti e dei gas asfissianti viene trasformata in una gag comica che si conclude con l’uso della pelle degli etiopi come tappezzeria per le automobili italiane. Va meglio con il rifacimento di fiabe fasciste, e alla proposta della Befana fascista collegata alla figura del duce che rispondeva perfettamente a un'immagine ambivalente di una vecchia naturalmente brutta, che poteva portare sia dolce che carbone, ma anche alla scelta di non lasciare alla Chiesa cattolica la gestione delle feste di chiusura e di inizio anno.

Sicuramente una delle interpretazioni più comuni del fascismo è quella di considerarlo un prodotto di caratteristiche particolari della società italiana in un determinato arco di anni: il clima di forte instabilità sociale, politica ed economica del dopoguerra, ma anche la vulnerabilità delle istituzioni liberali. Uomini diversi come Giustino Fortunato, Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini e altri avevano parlato del fascismo come rivelazione della debolezza dello Stato unitario segnato dalla arretratezza, dall'incapacità e dalla grettezza delle classi dirigenti, unita all'arroganza di una piccola borghesia parassitaria e ammalata di retorica; in più, la pratica del trasformismo che aveva impedito l'evoluzione in senso moderno del sistema politico. Tutti questi elementi erano stati appunto il terreno di coltura del fascismo che veniva posto in una linea di continuità piuttosto che di rottura rispetto al sistema liberale; da qui però anche un giudizio sostanzialmente riduttivo del fascismo e delle sue potenzialità espansive; la sua novità infatti poteva essere colta soltanto a partire dalle specificità. Tra i primi a cogliere invece la dimensione internazionale del fascismo, ma anche le sue capacità espansive, furono gli esponenti del movimento operaio: il fascismo italiano rappresentava una delle diverse forme di reazione in Europa tra le due guerre, legato alle contraddizioni della società capitalistica e del conflitto tra le classi. La formulazione classica è riconducibile alle tesi elaborate dalla terza internazionale comunista a partire dalla metà degli anni ‘30. Le origini del fascismo come fenomeno internazionale vengono poste in relazione con la crisi storica del capitalismo entrato nel suo stadio finale, quello dell'imperialismo, con la necessità da parte della borghesia di fronte all'aggravarsi delle crisi economiche e all'acuirsi del conflitto di classe di mantenere il proprio dominio, intensificando lo sfruttamento delle classi subalterne, in primo luogo della classe operaia. L'imperialismo ha in sé una tendenza alla trasformazione in senso reazionario della borghesia, e il fascismo è l'espressione più conseguente, una sorta di dittatura aperta della borghesia senza più la mediazione della democrazia parlamentare.

Sul piano economico, la crisi dei ceti medi si manifestò in forme e misure diverse a seconda che fossero ceti medi tradizionali, come agricoltori, commercianti, professionisti, piccoli imprenditori, che disponevano di una certa autonomia personale o ceti medi di promozione più recente, impiegati, addetti al commercio, intellettuali salariati, che erano privi di autonomia personale e anche scarsamente integrati; tutti i ceti medi si trovavano ad affrontare una società in rapida trasformazione, caratterizzata dall'affermazione crescente del proletariato da un lato e della grande borghesia dall'altro, dovendo affrontarla nelle condizioni economiche rese difficili dall'inflazione, dal carovita, dal calo dei redditi fissi, dagli affitti. Quindi diventava realtà la progressiva perdita di uno status economico sociale; sul piano psicologico politico la crisi dei ceti medi si manifestava in uno stato di frustrazione sociale che si traduceva in una profonda irrequietezza, in un confuso desiderio di rivincita e in una contestazione che spesso assumeva toni eversivi e rivoluzionari della società della quale sentivano di essere quasi le uniche vittime; avevano creduto che la guerra significasse per loro una egemonia, ma soprattutto la paura del bolscevismo fece imboccare loro la strada del fascismo che si presentava agli inizi come un movimento rivoluzionario. La piccola borghesia ha fornito sia i quadri sia una base di massa al fascismo nella fase di ascesa e un consenso attivo nella fase di regime. Ciò non rientrava però negli schemi classici della teoria liberale e marxista: per la prima essa avrebbe dovuto costituire uno dei presupposti dell'ordinamento democratico e la garanzia di uno sviluppo pacifico e progressivo della società; per la seconda, era impossibilitata a giocare un ruolo politico autonomo in virtù della sua collocazione nella struttura di classe e cioè la posizione subalterna rispetto al conflitto fondamentale tra grande borghesia e proletariato; l'apporto dato dalla piccola borghesia fu quindi in parte sottovalutato, mentre fu mobilitata sulla base di una ideologia eterogenea in cui confluivano irrazionalismo e volontarismo, anticapitalismo e antisocialismo, vaghe aspirazioni a una democrazia unita ad accenti fortemente nazionalistici. Era vista con favore una terza forza che si opponesse sia alla democrazia parlamentare dei paesi capitalisti, sia al comunismo, e che appunto doveva avere il suo motore nei ceti medi. L’aspetto rivoluzionario era rappresentato nel fascismo delle origini in cui i capi avevano spesso militato nei partiti anche di sinistra, come lo stesso Mussolini, o erano stati combattenti in guerra; questo dava loro un’attitudine ad affrontare situazioni nuove nelle quali occorrevano spregiudicatezza, mancanza di scrupoli, aggressività, capacità di comando e anche comprensione dei mutevoli stati d'animo delle masse. Non a caso il fascismo ha sempre teso a creare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate, di avere un rapporto diretto con il capo e di partecipare ad una rivoluzione dalla quale sarebbe nato un nuovo ordine sociale. La rivolta piccolo borghese era stata resa possibile dalla complicità dell'alta borghesia tesa a strumentalizzare il fascismo per i propri interessi di classe. Diventando regime, la politica del gruppo dirigente fascista di Mussolini fu caratterizzata dal perfezionamento del compromesso del ‘22 con la vecchia classe dirigente politica ed economica prefascista e con la grande borghesia. Conseguenza del compromesso fu la necessità per Mussolini di adeguare il partito nazionale fascista allontanando larga parte degli ex squadristi più intransigenti. Tra il ‘26 e il ‘28 quindi in connessione con le cosiddette leggi fascistissime, il partito nazionale fascista mutò notevolmente la fisionomia sociale e politica. La grande borghesia però non approvava del tutto il fascismo sia per motivi psicologici, ma anche di cultura e di stile. Lo Stato fascista aveva la tendenza a estendere il controllo sulla sua attività economica e inoltre la politica estera mussoliniana era sempre più aggressiva, quindi meno corrispondente a cui interessi della grande borghesia che in parte interessata soprattutto a esportare il valutava i rischi dell'alleanza con la Germania. Il capitalismo in definitiva pensò in parte di servirsene per schiacciare il movimento dei lavoratori e dall'altra di normalizzare una crisi politica cronica pensando di poter costituzionalizzare il fascismo, cioè assorbirlo nel sistema. Il proletariato, anche nei momenti di maggior successo del regime, non fu mai caratterizzato da una vera adesione, con larghe fasce di scontento e di latente opposizione. I ceti medi quindi rimanevano quella parte della società italiana che continuavano a credere di poter trarre dal regime fascista i maggiori vantaggi morali, economici e di promozione sociale.

Lo sbocco fascista o autoritario che la crisi ebbe in alcuni paesi come l'Italia non fu comunque affatto inevitabile, e non corrispose affatto ad una necessità; fu anche la conseguenza di una molteplicità di fattori, alcuni evitabili, di incomprensioni, di errori, di previdenze, di illusioni, di paure, di stanchezza. Il fascismo certo non può essere stato una parentesi, anche se siamo d'accordo con Benedetto Croce che il fascismo al di là di determinate classi sociali ha trovato sostenitori e avversari in tutte le classi; questo è però parzialmente vero nella classe operaia e nella borghesia liberale cattolica in genere dove è prevalso verso il fascismo un atteggiamento negativo o rassegnato.

Il consenso iniziale e vasto, ma non vastissimo, era destinato a infrangersi per vari motivi innanzitutto sulle secche di una troppo prolungata stasi del progresso sociale, che quindi poteva essere alimentato solo con il ricorso alle imprese coloniali o al mito della superiorità della razza ariana, insistendo sempre su una nazione giovane che doveva far valere le sue ragioni contro le nazioni plutocratiche e ormai vecchie; tutti e due miti tipicamente piccolo borghesi. Ma con il colonialismo africano il consenso muta ancora, perché quelli che erano andati in Africa ritenendola un eldorado tornano sostanzialmente delusi. Visto da vicino dunque, quel consenso che consentì a Mussolini di propagandare le famose folle oceaniche a Palazzo Venezia in più di un’occasione è molto diversificato: fra uomini e donne, nello stesso antifascismo, mutante e drammatico nell’antisemitismo, spaccato per l’entrata in guerra e il suo andamento.

Alla persistenza di questo mito fascista ha senz'altro contribuito tutto un sistema di propaganda di massa di cui è bene ricordare qualche elemento, visti i pericoli odierni di un sistema di comunicazione di massa come il Web. Dopo aver annientato la libertà di pensiero, parola, stampa e opinione, il fascismo usò le stesse libertà a suo uso e consumo, con la propaganda. Le biografie per esempio, di cui uno degli esempi massimi era di mano femminile, di una ex socialista come lui, Margherita Grassini Sarfatti, con Dux, 200.000 copie, 17 edizioni, tradotto in 18 lingue, diffuso anche nelle scuole; non ritengo fosse una buona mossa perché in alcuni passi risulta incomprensibile e di indigesta lettura. In una continua confusione fra popolo e folla, il fascismo rappresenta sé stesso attraverso Mussolini come un uomo mitologico senza macchia e senza paura. L’immagine della famiglia si adegua, compaiono le foto dei figli Vittorio e Bruno vestiti da Balilla, fieri della camicia nera accanto al padre compiaciuto; Rachele è presentata come colei che ha sempre condiviso con il marito gioie e dolori, trasferendosi dopo la nascita di Anna Maria, la quinta, a Villa Torlonia. Il femminismo intanto è visto come “un residuo di tempi di intossicazione del popolo, e di epilessia socialdemocratica”. Luisa Passerini nel suo Mussolini immaginario, cita il ricevimento nel 1930 da parte di Mussolini di una femminista inglese descritta come una vecchia zittella con gli occhiali. Papini aveva del resto ripubblicato nel ’32 una raccolta di scritti Maschilità, e la sua rassegna di valori: contro le comodità, il danaro e l’anima in poltrona. Di conseguenza come si leggeva all'epoca il fascismo era maschio. Ama il pericolo, rifugge dalle chiacchiere, sdegna per naturale selvaticheria i corteggiamenti, mena dove occorre le mani, è fatto di pietra dura invece che della pasta dolce dei frutti canditi, i quali solo nell'interno nascondono come l'anima femminile un nocciolo capace di rompere i denti. Un'idea del maschile che non conosce parità, non ammette l'uguaglianza nell’amore, presuppone sempre gerarchie: tra capo e gregari, tra uomo e donna, fra strati sociali diversi, esige sottomissione indiscussa. Mussolini afferma nel settimo anniversario della marcia su Roma che l'Italia è veramente come la voleva: un esercito di cittadini e soldati, pronti per le opere di pace, laboriosi, silenziosi, disciplinati. È evidente la contraddizione fra un buon padre da un lato e dall'altro la dedizione assoluta senza diritto di critica. Il fascismo con la sua opera di propaganda, come dirà Borgese, è anche un prodotto fabbricato dalla fantasia con la figura di Mussolini e lo sdoppiamento fra immagine e realtà propria di ogni operazione pubblicitaria; invano i fuoriusciti tentavano dalla Francia dagli Stati Uniti di ridimensionare il divario fra la leggenda e le capacità reali. Mussolini si serve anche della metafora del cielo: come uomo della velocità alla guida delle macchine addita le vie del cielo; si scrivono dei catechismi su di lui che diventano libri di testo, come in una quinta classe nel 1935: la prima domanda è perché il duce è creatore del fascismo? Negli anni ‘30 convergono in quest'opera di propaganda radio, cinema, disegni, quadri, statue, le sue sagome in fotografia e persino i corti dell'Istituto luce.

Chiudo con le parole di Carlo Rosselli scritte al confino di Lipari e pubblicate a Parigi nel 1930. Una definizione che si adatta particolarmente a quel fascismo caratteriale che è stato in parte artefice del suo successo: il fascismo esprime vizi profondi del sottosuolo italico, debolezze latenti; non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per la forza bruta che da sola non trionfa mai. Ha trionfato perché ha toccato sapientemente alcuni tasti ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. Il fascismo è stato in un certo senso l'autobiografia di una nazione che ha il culto dell'unanimità, che rifugge dall'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo.

La conclusione è quindi che un insieme di elementi presenti anche oggi, come il distacco dalla politica, la critica alle istituzioni parlamentari, il rifugio in un'idea paternalistica, cioè che un uomo solo al comando possa risolvere tutti i problemi in modo sbrigativo e veloce, la crisi dei corpi intermedi e degli organismi rappresentativi tra cui la sfiducia nei sindacati, lo strapotere dei social che hanno poteri ben più ampi di quelli di cui disponeva la propaganda fascista avvertono che bisogna stare in guardia; è per questo che l’Anpi riveste oggi come non mai una grande importanza perché essere custodi di una memoria non è un'opzione passiva, è una funzione attiva nel cogliere i nessi tra passato e presente e nel rifiutare del passato, come del nuovo, ciò che è inaccettabile.

 

 

 

 

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Il lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione

DONNE, Storie e Futuro

Onda lunga delle Costituenti, arriva al neo femminismo degli anni '970, e alla 4 Conferenza delle donne di Pechino, 1995

di Fiorenza Taricone
donneresistenzacostituzioneunlegameinscindibile390 minIl tema del lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione è stato oggetto di un mio intervento recente al webinar su Il lavoro nella Costituzione, organizzato Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Palestrina. Ritengo sia interessante farne partecipi lettori e lettrici di UnoeTre con una sintesi.

La Costituzione prende l’avvio dal fatidico articolo che definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, affermazione non così comune nelle Costituzioni e del tutto inesistente, per quanto riguarda l’Italia nel precedente Statuto Albertino. Il punto di partenza, per capire il tema del lavoro delle donne e dei minori, non può essere che l’ingresso delle 21 donne nell’Assemblea Costituente, le madri della Repubblica: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, comuniste, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Cingolani Guidi, Angiola Minelli Molinari, Maria Nicotra Fiorini, Vittoria Titomanlio, democratiche cristiane, Bianca Bianchi e Lina Merlin socialiste, Ottavia Penna Buscemi, Fronte dell’Uomo Qualunque.

Rispetto agli articoli che riguardano il lavoro, e alla modernizzazione del dibattito si trovano in una posizione singolare per vari motivi; alcune di loro sono insegnanti, altre hanno lavorato in fabbrica, ma intere generazioni prima di loro hanno avuto con il lavoro un rapporto spinoso e controverso. Prima del fascismo, nell’età liberale, una ristretta élite di laureate riuscì ad accedere alle libere professioni solo con una legge del 1919; le maestre non avevano avuto fin dall’inizio una vita facile, e uno stipendio minore di un terzo rispetto ai maestri; le contadine erano sussunte all’interno della famiglia, dominata dalle figure maschili, non firmavano i patti colonici, e tutti i lavori infiniti che svolgevano appartenevano ai compiti quotidiani, senza guadagni autonomi; le prime operaie che andavano a lavorare fuori casa insieme ai bambini erano considerate mezze forze e pur lavorando lo stesso numero di ore degli uomini, erano pagate un terzo in meno, prive di tutele Donne costituenti 300 mincome gli uomini, ma esposte a molestie e ricatti sessuali di ogni tipo. Durante il ventennio, il fascismo aveva avuto nei confronti del lavoro femminile un atteggiamento doppio: apprezzava l’élite colta delle professioniste anche perché era numericamente irrilevante, ma considerava per le donne ottimale essere una casalinga prolifica e lavoratrice gratuita; esaltava le cosiddette massaie rurali, in polemica con le cosiddette signorine di città, amanti del divertimento e non del matrimonio; dopo gli anni Trenta, adottò una legislazione di contenimento nei settori impiegatizi.

E’ evidente quindi come la storia che le Costituenti avevano alle spalle fosse molto diversificato rispetto ai generi, ma anche su questo le Costituenti seppero assumere posizioni moderne; per i minori poi, dall’età liberale poche erano state le leggi che avevano riguardato direttamente i minori, spesso considerati un’appendice della condizione femminile per la connessione strettissima fra natura femminile e maternità.

La dizione donne e minori contiene già in sé un interrogativo: la relatività e incertezza del dato anagrafico, sia in relazione alla famiglia che ai luoghi di lavoro. Che età hanno le donne e i minori? Fino agli anni più recenti, sostanzialmente, i giovani hanno rappresentato storicamente una sorta di nebulosa, come una foto d’epoca un po’ sfocata. La dizione “giovani”, o minori ha racchiuso fino a oltre la metà del Novecento un mosaico molto complesso, che solo negli anni Settanta e Ottanta, con il movimento femminista e le politiche di pari opportunità, si è per così dire sdoppiata declinandosi nei due generi, femminile e maschile.

Quando i giovani a qualunque età uscivano dalla famiglia di tipo patriarcale, cioè fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, diventavano immediatamente adulti, sposi e futuri genitori, quasi che gli anni della giovinezza, fossero solo preparatori alla vera esistenza. Né gli eventi bellici del Novecento, fanno molta chiarezza, anche se nell’immaginario collettivo la guerra è guerra di soldati, e quindi moria di giovani vite. Il volontariato maschile nella prima guerra mondiale faceva diventare improvvisamente uomini coloro che erano visti dalle madri lontani dall’essere adulti.

Per quanto riguardava le donne, il non possedere una cittadinanza piena non ha certo aiutato le giovani, future donne, aDonne al lavoro in fabbrica min collocarsi nello scorrere delle generazioni. Esisteva un’età per sposarsi, precocissima per le spose bambine dei matrimoni combinati, costantemente più bassa del marito, ma anche una per rimanere zitelle, che corrisponde oggi alla piena giovinezza, venticinque, trenta anni; un’età ancora più elastica, ma sempre precoce, per entrare nella prostituzione, meglio se illibate, il cui limite erano le malattie veneree e la possibilità di guadagnare, considerata l’età iniziale per molte di loro, sarebbe più esatto parlare spesso di pedofilia; un’età per monacarsi, precoce anch’essa, almeno fino a quando la Chiesa pose un limite; una non tracciabile all’anagrafe per partorire, teoricamente fuori del tempo, in pratica fino a quando il corpo ce la faceva, o non moriva.

Per ragazzi e ragazze, di adolescenza neanche a parlarne fino al Novecento inoltrato; di autonomia dalle figure genitoriali, nemmeno, indipendentemente dalla maggiore età. Le diverse età non erano logicamente correlate fra loro; ce n’era una per lavorare e in tal caso andavano bene anche donne e bambini/e di 8-10 anni, perfino 4-5 nel caso delle setaiole, durante la fase postunitaria del decollo economico, età che per la contemporaneità sono identificate con l’infanzia; nel caso dei diritti di cittadinanza, c’era un’età per votare, ventuno o venticinque per i maschi, nessuna per le donne, eterne minorenni, escluse come genere dal diritto di voto attivo e passivo.

La Costituente non ereditava granché dal governo liberale prefascista sulla tutela dei minori; la legge n. 1733 nel 1873, sul divieto dell’impiego di fanciulli in professioni girovaghe, che oggi collegheremmo anche allo sfruttamento sessuale. Nelle professioni girovaghe erano compresi saltimbanchi, ciurmatori, ciarlatani, suonatori, cantanti ambulanti, saltatori di corda, indovini, spiegatori di sogni, espositori di animali, questuanti e simili; per chi disobbediva, era previsto il carcere da uno a tre mesi e una multa da 50 a 250 lire, con la rimozione della tutela e della patria potestà. Nel 1886, quando l’Italia è in pieno decollo economico, la legge n. 3657 sul lavoro dei fanciulli, bontà loro, vietava di ammettere al lavoro negli opifici industriali, nelle cave e nelle miniere, fanciulli sotto i 9 anni e nei lavori sotterranei quelli inferiori ai 10 anni. Nei lavori insalubri l’età non doveva essere inferiore ai 15. La svolta sarà nel 1902 con la prima legge chiamata appunto sul lavoro delle donne e dei fanciulli, d’iniziativa socialista, detta legge Carcano dal ministro proponente, notevolmente rimodulata rispetto all’impianto originario. Il limite di età per i fanciulli si spostava a 12 anni, e 13 per le cave, miniere e gallerie. Dovevano essere forniti di un libretto e certificato medico, con le vaccinazioni e la frequenza del corso elementare inferiore dei primi due anni; paradossalmente anche le prostitute dai 18 anni in poi erano provviste di libretto, chiamato proprio libretto di lavoro. Quello sotterraneo era vietato ai ragazzi minori di 15 anni e alle donne minorenni. Dopo i 10 anni potevano lavorare 8 ore, ma non più di 11 ore i fanciulli di ambo i sessi, e non più di 12 ore le donne di qualsiasi età, con riposi intermedi e un giorno intero di riposo a settimana. L’ammenda era di 50 lire per ogni persona impiegata in modo scorretto, ma senza mai poter superare la somma di 5.000 lire.

Del 1907 è la legge sulle risaie e dello stesso anno il Testo unico di legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli. Restavano fuori le categorie del lavoro a domicilio, senza orario alcuno e senza alcuna protezione sindacale, e agricolo. Del fascismo, che si appropriava della lunga esperienza delle associazioni femminili per la tutela della maternità si ricorda l’Onmi; nessuna legge veniva però proposta per il divieto di ricerca della paternità, che bollava gli illegittimi e rendeva difficoltosa la ricerca di un lavoro. Sarà il Parlamento repubblicano appunto che nel 1955 abolisce l’inserimento delle generalità in atti e documenti, cioè l’omissione della paternità e maternità dai documenti anagrafici, grazie all’impegno delle parlamentari.

La Costituzione nel suo farsi impattava quindi età anagrafiche e atteggiamenti mentali difficili da smantellare; fondamentale siDonnealvoto 370 min rivelava il riconoscimento dei diritti della donna lavoratrice non solo madre e la sua tutela, che automaticamente comportava quella dei figli minori. Della cosiddetta Commissione dei 75, che provvedeva alla redazione del testo della Carta da sottoporre poi all’esame dell’intera Assemblea, divisa in Sottocommissioni, fecero parte Nilde Iotti, e Teresa Noce comuniste, Maria Federici e Angela Gotelli, democristiane e Lina Merlin socialista. Nella Terza Sottocommissione, presieduta da Meuccio Ruini, Partito della Democrazia del Lavoro, le onorevoli Maria Federici e Lina Merlin intervennero sul diritto al lavoro, e anche sul salario base, distinto dal salario che variava in relazione al carico familiare, all’aumento del costo della vita e così via. Teresa Noce nel rilevare la funzione sì naturale, ma anche sociale della maternità, era del parere che questo nuovo concetto democratico e civile andava affermato nella Costituzione; quindi proponeva, oltre al periodo di riposo prima e dopo il parto a salario completo, un assegno di gravidanza per tutte le altre mamme lavoratrici, l’assistenza medica per tutte, asili nido, dopo scuola, colonie-vacanze.

Lo spirito delle Costituenti lo si ritrova nei primi anni della Repubblica con la legge del 1950, n.860, Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, nel 1951 con la conservazione del posto di lavoro alle lavoratrici madri, con la legge 1963, n. 7, Divieto di licenziamento delle lavoratrici a causa di matrimonio, con la legge del 1967 n.977, Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti in cui possiamo vedere uno spostamento anagrafico; per fanciulli s’intendono i minori di 15 anni e per adolescenti, notazione sconosciuta prima, quelli compresi tra i 15 e i 18 anni. L’età minima è 15 anni e purtroppo anche la specifica dei pesi che i due sessi possono sostenere e trasportare che dà un’idea materiale delle loro fatiche. Infine la legge del 1971, n, 1204, sulla tutela delle lavoratrici madri. E’ solo del 1991 la legge sui primi interventi in favore dei minori, soggetti a rischio coinvolgimento in attività criminose. Per i minori, in questo caso, l’attività criminosa è un lavoro, così come la prostituzione; un dibattito attuale in Europa è infatti quello del riconoscimento delle prostitute come lavoratrici indipendenti, sex workers; solo nel 2011, con la legge n. 112, abbiamo l’Istituzione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

A mio parere l’onda lunga delle Costituenti, arriva fino al neo femminismo degli anni Settanta, intreccio visibile anche nella IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino, 1995; i diritti delle bambine sono distinti da quelli dei bambini, soprattutto per la tutela dei diritti riproduttivi e si denuncia la violenza delle spose bambine, il cosiddetto child mariage.

 

 

 

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Marisa Rodano ha compiuto 100 anni

DONNE, Storie e Futuro

Lectio Magistralis di Marisa Rodano per il Seminario "Generazioni diverse"

Presentazione di Fiorenza Taricone
MarisaCinciariRodano 390 minL’8 marzo 2013, quando ero Coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Cassino e Lazio Meridionale, proposi all’Ateneo il conferimento della Laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione alla Senatrice Marisa Cinciari Rodano; era iscritta a Lettere, all’Università, ma fu arrestata per antifascismo e nel corso della sua coerente carriera politica non riprese più gli studi; ricordo ancora tutto di quel giorno, prima di tutto la sua fierezza nell’Aula Magna mentre leggeva in piedi la Lectio Magistralis, che era poi una lezione di dignità.

Una lezione di bella politica l’aveva già data all’Università nel 2003, quando con il Comitato Pari Opportunità l’avevo invitata per un Seminario dal titolo Generazioni diverse: mutamenti a confronto. Come sempre aveva accettato con grande semplicità e continuo imperterrita a ritenere che la semplicità sia il segno delle grandi e dei grandi. Ripropongo qui per augurare buon compleanno insieme a tutte le lettrici e i lettori che vorranno condividere, la sua Lectio Magistralis, davvero Magistralis. Nel mio blog: fiorenzataricone.wordpress sono presenti nel tag Laurea Honoris Causa Marisa Rodano, alcune foto dell’evento.

 

Testo integrale in pdf da leggere, scaricare e stampare, per chi vuole conservarlo, della Lectio Magistralis Marisa Cinciari Rodano Università Di Cassino

 Scarica da qui

 

 

 

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