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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

Auschwitz memoria 350 260di Daniela Mastracci - “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. In verità le giornate della memoria non mi piacciono. Ci conferiscono l’alibi dell’assenza del ricordo. Ci sollevano l’animo dalla responsabilità di ricordare ogni giorno.
Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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