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Amore e dignità. Una straordinaria testimonianza

bimbifanfarillo 350 260di Nadeia De Gasperis (intervista a Mariella Fanfarillo) - Quando ero piccola, mia nonna mi cantava la filastrocca della Bella Lavanderina, declinata sulla figura di un personaggio più familiare, Maria Giulia. “Oh Maria Giulia!”, recitava, “da dove sei venuta!?” “fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu” intuivo che in quella immaginifica figura di donna ci fosse la forza di resistenza di un uragano, pronto a cambiare direzione, con tutte le conseguenze che questo avrebbe comportato, in una società un po’ retriva, come quella che aveva visto crescere mia nonna e le sue coetanee.
“dai un bacio a chi vuoi tu", è il titolo di uno dei cortometraggi proiettati in occasione del convegno dal titolo “Stato di trans” che si è tenuto lo scorso sabato 20 maggio ad Alatri. Ne parliamo con la curatrice del progetto, Mariella Fanfarillo.

1. Come nasce questo progetto? Pensi che seguiranno altre iniziative, hai già in mente qualcosa?

L’idea di un incontro di sensibilizzazione al rispetto della “diversità” nasce circa tre anni fa, quando mia figlia, che ancora non aveva fatto il suo coming out, è stata aggredita da un gruppo di coetanei sotto gli occhi inermi di adulti, che non sono intervenuti. Le mie prime reazioni nel vedere tornare a casa mia figlia pallida e con gli occhi cerchiati di pianto, umiliata da un gruppo di pari, sono state di rabbia e sgomento. Non auguro a nessuno di vivere una tale esperienza. Riflettendoci a mente fredda, ho capito che mia figlia non era stata l’unica vittima di questa situazione. Paradossalmente, ne era stata la carnefice involontaria, perché con la sua forza interiore, con la consapevolezza di voler essere quella che veramente è - una donna nata in un corpo sbagliato - ha inconsapevolmente trasmesso un messaggio che tanti ragazzi non sono stati in grado di recepire: IO SONO QUESTA, CHE A VOI PIACCIA O MENO!
Questo è il motivo per cui non ho mai sporto denuncia ed ho deciso, quando i tempi per mia figlia fossero stati maturi, di intraprendere delle campagne di sensibilizzazione su temi che sono poco conosciuti e dei quali si parla con estrema difficoltà.
I miei progetti sono frutto di una collaborazione con un gruppo di amici, tutti appartenenti ad un movimento spontaneo ,“Frosinone arcobaleno”. Vorrei citare al riguardo Roberta Cassetti, psicologa e psicoterapeuta, Gianmarco Capogna, esperto di politiche EU di non discriminazione, Stefano Bonvissuto , Luigi Iacobelli, Emanuele Compagnone, Samuele Magnante , mio marito Bruno Maccotta ed, ovviamente, mia figlia.
Per quello che riguarda il futuro, stiamo considerando vari progetti, anche nelle scuole, ma quello che più ci sta a cuore e che vorrei anticipavi è l’apertura, a Frosinone, di uno sportello di ascolto per persone appartenenti al mondo LGBT.

2. Come ha risposto la città a questo progetto? Quale è l’ostacolo più duro da sormontare perché la nostra provincia, il nostro Paese, possa dirsi pronto ad affrontare certi temi senza reticenza e ipocrisia?

Con estremo piacere, ho constato che Alatri ha risposto in maniera molto positiva all’invito di sabato. Non ti nascondo che anche per me è stato un piacevolissimo riconoscimento vedere che la gente ha voglia di conoscere , di informarsi su tematiche delle quali ho sempre parlato apertamente, senza nascondere la transizione di mia figlia. Sono sempre stata dell’idea che l’ostacolo maggiore sia proprio in chi vive in prima persona situazioni di “diversità” rispetto a quella che definiamo “normalità”. Quello che voglio dire è che, vivere senza vergogna e senza la paura di essere giudicati, è molto importante. Non bisogna nascondersi! Io e mia figlia potevamo scegliere di vivere nell’ombra, ma sarebbe stata una sconfitta per entrambe: per lei come persona, per me come mamma, perché avrei dimostrato di non amare mia figlia incondizionatamente. Questo concetto mia figlia lo ha ribadito durante un incontro con una classe che la aveva offesa pubblicamente e che, dopo un percorso di educazione socio affettiva, pubblicamente si è scusata. Quello che mia figlia ha sottolineato è stato proprio il fatto che non ha mai pensato di andare a vivere in un posto dove avrebbe potuto nascondere la sua vera identità e che il suo impegno attivo è finalizzato ad evitare, a chi dovesse vivere dopo di lei la sua esperienza, tutto il dolore che lei stessa ha vissuto . A tal proposito vorrei sottolineare il ruolo importantissimo delle associazioni e degli attivisti, perché durante il periodo della transizione è fondamentale circondarsi di persone che sappiano consigliare e sostenere.

3. Quale pensi sia il ruolo della famiglia nella educazione sentimentale dei figli? Quale è il percorso che possa garantire un autentico “accoglimento”?

Rispondo a questa domanda portandoti degli esempi. La mia seconda figlia, che ha nove anni, è cresciuta vedendo il proprio fratello adeguarsi, giorno dopo giorno, a deibimbifanfarillo ruoli di genere femminili. Non le abbiamo mai fatto mistero che il fratello si truccasse o amasse vestire con abiti femminili o che, da piccolo, giocasse con le bambole. Per lei è stato naturale accogliere una sorella, nel momento in cui si è resa conto che di suo fratello non stava rimanendo traccia. È stata la prima a chiamare la sorella con il nome di elezione, a declinare i pronomi e le desinenze al femminile. Anche a scuola, quando i suoi compagni le chiedevano ironicamente del fratello-sorella, ne ha parlato con la massima serenità, difendendo il diritto di ognuno di poter essere sé stesso. Abbiamo cresciuto una figlia sensibile alle tematiche della discriminazione, una bambina che è sempre pronta ad aiutare chi si trovi in difficoltà e che non si scandalizza o meraviglia quando vede due persone dello stesso sesso tenersi per mano.
Lo stesso è stato per mia nipote che di anni ne ha cinque e che ha raccontato ad una sua amichetta di avere un cugino molto bello, che si trucca e si veste con le gonne. Ha aggiunto, però, di non vederci niente di strano, perché lei gli vuole bene lo stesso.
Il ruolo della famiglia ha un peso importante nell’educazione sentimentale dei figli. La nostra è una società dicotomica, binaria, per cui o sei bianco o sei nero, o sei femmina o sei maschio. Fortunatamente non è così! Fortunatamente la natura ci dimostra che esistono delle situazioni di mezzo che rendono la gamma di colori molto più variegata di quello che pensiamo. Dovremmo imparare a non attribuire dei ruoli di genere tassativi, dovremmo capire e far capire ai nostri figli che ogni individuo è per natura libero di essere se stesso e che i ruoli li abbiamo strutturati noi. La differenza fra sesso - e quindi, natura - e genere -cioè cultura - non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale. Si può nascere biologicamente maschi, ma sentire di appartenere al genere femminile, di voler ricoprire dei ruoli di genere femminili!

4. Quanto pesa la figura dei genitori, della scuola, della politica e quali responsabilità investono queste figure, se una ragazza è fatta oggetto di bullismo per la sua “diversità”

Qui tocchiamo un argomento che mi sta molto a cuore. Sono una grande sostenitrice della necessità di introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado un corso di educazione di genere o, meglio, per evitare fraintendimenti, educazione all’affettività, che deve promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, per poter portare i ragazzi ad avere una piena consapevolezza di sé. Purtroppo qualcuno ha voluto travisare l’intento della Ministra Giannini, definendo incostituzionale il disegno di legge della Buona scuola, grazie al quale ai ragazzi sarebbero state fornite armi per combattere stereotipi che portano alla violenza di genere e discriminazioni. Ritengo che bloccare l’inserimento di queste ore nell’orario scolastico da una parte avalli la tesi di inesistenti teorie di attacchi alla famiglia tradizionale, dall’altra limiti il diritto ad una società libera ed informata. Ricordo che l’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul, che prevede l’inserimento dell’educazione sentimentale nei programmi scolastici. Se la scuola non è presente, lo Stato non è da meno: ricordo soltanto che in Italia non esiste il diritto all’autodeterminazione, come in tanti altri Paesi, per cui non siamo padroni del nostro corpo. Ciò significa che, una persona disforica che voglia essere legalmente riconosciuta, dovrà intentare causa allo Stato, pur avendo certificazioni, rilasciate da professionisti che lavorano per la Sanità pubblica, che attestano appunto una disforia di genere. Questo è un percorso lungo e costoso e che non sempre porta ai risultati sperati.

5. Se dovessi produrre un documento a testimonianza di questo evento, quale frase o pensiero o momento lo caratterizzerebbe?

Credo che il momento più significativo per me sia stato quando ho omaggiato mia figlia di un mazzo di fiori. A molti potrà sembrare un gesto scontato, per noi è stato un momento di ufficializzazione di una realtà fino ad ora soltanto privata. Abbracciarla davanti ad una platea così numerosa e commossa è significato per me investirla del suo nuovo ruolo all’interno di questa società: il ruolo di una Donna che ha sempre lottato e creduto in tutto quello che ha fatto per arrivare finalmente ad essere non più una crisalide, ma una meravigliosa farfalla. Vorrei lasciarvi con delle righe di G. falcone che sento molto mie: “Che le cose siano andate coì, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”

 
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